Libia: le manipolazioni della Clinton (e di Luttwak)

21 marzo 2015

IL SIMPATICO LUTTWAK
Il prof. Edward Luttwak, politologo e analista americano più conosciuto a Roma che a Washington, da tempo presenzia tutti gli spazi mediatici del nostro Paese; da Vespa a Formigli, da Lilli Gruber alla Zanzara, Luttwak è intervistato da tutti su tutto e dispensa consigli agli italiani sull’intero scibile umano; alcuni geniali (come quando propose di dare in gestione il sito di Pompei alla Disney), altri un po’ meno, soprattutto quando parla di politica estera e si abbandona alla strenua e difesa a prescindere della Casa Bianca.
Qualche tempo fa, a Piazza Pulita, l’ha detta grossa; parlando della Libia ha spiegato che con la disastrosa guerra del 2011, gli Usa non c’entravano nulla: “L’intervento è stato fatto dai francesi e gli inglesi” ha esclamato; e ancora “Responsabili sono Cameron e Sarkozy, erano loro gli entusiasti”.
Un’enormità di questo tipo non si perdona neanche al simpatico Luttwak.

4 LIVELLI DI IRRESPONSABILITÀ
Recentemente il Washington Times ha ricostruito, attraverso documenti segreti ritrovati a Tripoli dopo la caduta di Gheddafi, l’operazione di manipolazione orchestrata da Hillary Clinton (allora Segretario di Stato americano), per legittimare l’intervento militare Usa in Libia.
I documenti sono una serie di telefonate registrate (e confermate dai diretti interessati), intercorse tra alti ufficiali del Pentagono, un membro democratico del Congresso americano e Saif Gheddafi, figlio del Colonnello, nei giorni cruciali della guerra.
Dai documenti appaiono con chiarezza 4 livelli d’irresponsabilità e approssimazione con cui Washington si è rapportata alla crisi libica:

1) il Pentagono agiva indipendentemente dal Dipartimento di Stato, per evitare una guerra che (incredibilmente) erano i militari a non volere e i politici ad imporre.

2) la Cia non aveva la minima idea di cosa stesse realmente accadendo sul terreno, all’interno della guerra civile.

3) il Dipartimento di Stato (cioè la Clinton) non aveva istituito alcun canale diretto di gestione crisi con il regime libico (che, al contrario, aveva il Pentagono), né aveva conoscenza di chi fossero realmente i “ribelli anti-Gheddafi” e di quanti jihadisti e islamisti vi erano al loro interno.

4) La Clinton manipolò le informazioni su un presunto genocidio in atto da parte del governo libico; genocidio smentito dal Pentagono e dalle organizzazioni umanitarie operanti in Libia.

Sarah Leah Whitson, direttore esecutivo del Medio Oriente per Human Rights Watch ha confermato al Washington Times che vi erano state atrocità ma “nulla che potesse far pensare ad un genocidio imminente”. Amnesty International, in un report del settembre 2011, svelò che i crimini erano compiuti anche dai ribelli  (torture, esecuzioni sommarie di civili e rapimenti di lavoratori stranieri).

GENERALI “PACIFISTI” E POLITICI GUERRAFONDAI
Come scrivemmo già nel 2011, Hillary Clinton forzò le informazioni, inaugurando la teoria della guerra umanitaria preventiva: colpire Gheddafi non per i crimini commessi ma per quelli che avrebbe potuto commettere. Una vera follia. L’intelligence militare spiegava, al contrario, che Gheddafi aveva dato precisi ordini di non colpire i civili per evitare reazioni internazionali.
Dalle registrazioni si evidenzia come il Pentagono (nella figura dell’Ammiraglio Mullen allora Capo di Stato Maggiore congiunto) non si fidasse delle relazioni che il Dipartimento di Stato e la Cia impacchettavano ad Obama, “ma non c’era nulla che potesse fare per contrastarle”.
La signora Clinton fu inamovibile nel trascinare la Casa Bianca nell’avventura libica (e Obama nel farsi trascinare), ignorando gli avvertimenti del Pentagono secondo cui “gli interessi degli Stati Uniti non erano in gioco, mentre e la stabilità regionale poteva essere minacciata” nel caso di caduta del regime.

Charles Kubic, uno dei mediatori del Pentagono in Libia ha rivelato che dopo la prima settimana di missili americani sulle basi libiche, Gheddafi era disposto a cedere il suo governo per una transizione pacifica a due condizioni: l’eliminazione delle sanzioni contro di lui e l’insediamento di una forza militare in Libia che impedisse la consegna del paese ai jihadisti; “Tutti pensavano che fosse una cosa ragionevole. Ma non il Dipartimento di Stato“.

RICORDIAMOCI QUESTA STORIA
Con buona pace del prof. Luttwak, la Casa Bianca non può esimersi dalle responsabilità di quella guerra disastrosa.

Fra un anno la signora Clinton potrebbe essere uno dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti; ricordiamoci di tutto questo quando inizieremo a leggere i peana dei servizievoli giornalisti italiani sulla “prima donna presidente degli Stati Uniti”; la cui irresponsabilità e incapacità è una delle causa del dilagare dell’Isis nel Mediterraneo.

Fonte: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2015/03/21/libia-le-manipolazioni-della-clinton-e-di-luttwak/#

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Libia, la madre di tutti gli errori

31/08/2014

L’Occidente, dopo aver eliminato Gheddafi, ha clamorosamente aperto la strada a centinaia di milizie islamiche
di Piero Orteca
Negli ultimi due anni la Libia è diventata la parafrasi di tutte le castronerie commesse dalle Cancellerie occidentali in politica estera. Sappiamo tutti che l’Europa, francesi in testa, e gli Stati Uniti (con meno convinzione) hanno liquidato Gheddafi per motivi non certo nobilissimi. Gli interessi di bottega, più o meno luridi, l’hanno fatta da padrone, e oggi i catastrofici risultati ottenuti dalle varie “Primavere arabe” sono sotto gli occhi di tutti. O quasi. Perché coloro che dovevano vedere sono ancora girati dall’altro lato. Certo, è roba da pazzi. Una sanguinosa guerra tribale, condotta senza scrupoli da bande di feroci scanna- pecore, è stata spacciata come una sacrosanta “lotta per la democrazia”. Dirlo oggi sembra scontato, ma solo due anni fa significava essere presi a pernacchie da schiere di fessacchiotti, che affollavano (oggi un po’ meno, vista la mala parata) le legioni dei benpensanti in servizio permanente effettivo. Da quando il Colonnello << uscito di testa>> è stato fatto fuori dai servizi segreti di Sarkozy,( o almeno così ci hanno COSTRETTO A CREDERE) , le cose nell’ex “Cassone di sabbia” di giolittiana memoria sono andate di male in peggio.
 Oggi in Libia comanda chi ha un kalashnikov in mano, il resto non conta. Petrolio, controllo dei flussi migratori, materie prime, odi ancestrali fra le diverse etnie fanno parte di un calderone in perenne ebollizione. L’ultima è dell’altro giorno. Il primo ministro, Abdullah al-Thinni ha mollato. Un nobile gesto? Forse. Di sicuro è altra benzina sul fuoco, perché gli islamisti ne hanno subito approfittato per chiedere la resurrezione del vecchio General National Congress, dove spadroneggiavano. Il presidente francese Hollande, per la serie «chiudiamo la stalla dopo che i buoi sono scappati» ha invocato all’Onu un «sostegno eccezionale». Strana richiesta, se fatta dal leader di un Paese che ha praticamente scatenato tutto questo putiferio. Comunque, la mossa di al-Thinni si spiega anche con la necessità di formare un simulacro di “Grosse Koalitione”, che includa beduini, cittadini, laici, jihadisti, tripolini, cirenaici, gente che arriva dalla regione di Sirte e chi più ne ha più ne metta. Tutto per evitare che, dopo le prime strette di mano, finisca a raffiche di mitra. La questione è molto più ingarbugliata di quanto si possa credere. I fondamentalisti (di Misurata) si appellano al Congresso Nazionale (a maggioranza islamica), mentre liberali e federalisti guardano solo al Parlamento, costretto, visti i chiari di luna, ad abbandonare Tripoli e Bengasi e a riunirsi a Tobruk. Ora, i jihadisti hanno sconfitto le milizie laiche di Zintan ed alzano la voce, non riconoscendo i risultati delle scorse elezioni di giugno. Nel frattempo si sono eletti un nuovo leader, Omar al-Hasi, che, secondo loro, dovrebbe andare bene per tutti. Con le buone o con le cattive. Nel frattempo, l’aeroporto di Labraq è stato attaccato con i missili (pesanti) “Grad”, così è stato chiesto ai “vicini” di intervenire. In particolare ci si è rivolti all’Egitto, dove il nuovo presidente, generale El Sisi, avrà mille difetti, ma gode di un pregio unico: prima di gettarsi nelle rogne con tutte le scarpe, come hanno fatto al tempo che fu francesi e americani, ci pensa trentatré volte. Per cui la risposta è stata “no grazie”, e tiremm innanz. Occorre dire che Labraq, a est di Bengasi, ha ormai sostituito in tutto e per tutto l’aeroporto internazionale di Tripoli, dove ormai gli aerei vengono regolarmente sforacchiati dalle pallottole. Ma la riflessione più importante dev’essere fatta su una questione di estrema evidenza: la Libia è ormai diventata una specie di terra di nessuno, di campo neutro dove tutto il Medio Oriente va a giocare le sue partite. El Sisi ha detto no a un intervento di terra a Tripoli, ma ha lanciato, assieme all’Arabia Saudita e agli Emirati, un air-strike col silenziatore. Niente di eclatante, per carità, ma sufficiente a far capire che ormai, in quell’area, si può benissimo fare a meno del permesso americano. Abdel Fattah El Sisi e il principe saudita Sheik Muhammed bin Zayed hanno deciso un’azione congiunta contro i miliziani islamici e, indirettamente, contro i loro finanziatori (il Qatar e il suo leader, Sheik Tamim bin Hamad al-Thani). L’inimicizia con lo Stato di Doha dura da lunga pezza. Da quando, cioè, il piccolo Paese del Golfo si è schierato, armi e bagagli, dalla parte dei Fratelli Musulmani (e di Hamas). Gli analisti israeliani, visti il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e il sostanziale flop fatto dallo strike in Libia, si aspettano però altri scontri “fratricidi” in tutto il Medio Oriente. Col Qatar nel mirino degli egiziani e dei sauditi. Ma la riflessione più forte, come abbiamo anticipato, verte sul ruolo (o, meglio, sul mancato ruolo) della Casa Bianca. La BBC parla esplicitamente di “allegations”, cioè di accuse o, per meglio dire, di “speculazioni” degli americani sul raid aereo, che sarebbe stato condotto da caccia degli Emirati Arabi Uniti, i quali hanno bombardato Tripoli partendo da una base egiziana. In pratica, a Washington non sono stati avvisati di alcuna mossa e i nuovi alleati del Medio Oriente, Egitto in testa, si muovono strafregandosene di Barack Obama e dei suoi generali a quattro stelle e tanti pennacchi. D’altro canto, dicono al Cairo, è vero o non è vero che gli Stati Uniti prima hanno fatto (o, comunque, hanno programmato) la festa a Gheddafi, poi hanno gettato a mare con tutte le scarpe l’alleato di una vita (Hosni Mubarak) e adesso piangono lacrime di coccodrillo perché in Libia comandano almeno 350 milizie diverse? Una cosa è sicura: il National Security Council Usa è sull’orlo di una crisi di nervi. Libya Dawn (“Alba Libica”), l’alleanza che raggruppa gli islamisti, ha preso il controllo della capitale e del suo aeroporto. Come spesso capita in questi casi, anche Obama ha cercato di applicare il suo motto «Yes, we can» per uscirsene dal ginepraio. «Yes, we can», nel senso di «ce la possiamo fare ». A organizzare un colpo di Stato, aggiungiamo noi. Ci hanno provato, da Bengasi, col generale Khalifa Haftar, ma la Libia non è Grenada e le unità d’élite impiegate (a cominciare dal gruppo al-Saiqa) hanno fatto un bel buco nell’acqua. Fin dal 2011 il Qatar sostiene gli islamici più o meno moderati, guardato di sguincio da diversi Paesi arabi. Ma ora viene il bello. Assisteremo a una mattanza fra arabi, alcuni sostenuti da Israele, ed ex alleati?

Fonte: http://www.gazzettadelsud.it/news//106309/Libia–la-madre-di-.html

SARKHOLLANDE E GLI ALTRI PADRINI. 5 PUNTI DA GRIDARE DAI TETTI

Riassunto dei cinque punti. 1. Nato e Golfo hanno aiutato in tutti i modi l’ascesa dei terroristi in molti paesi. 2. Nato e Golfo hanno condotto guerre di aggressione dirette o indirette definibili come terrorismo. 3. Vittime di massa del terrorismo sedicente islamico sono popolazioni musulmane, e comunque popolazioni extraoccidentali. 4. Chi combatte di più e con più sacrificio contro il terrorismo sedicente islamico sono le popolazioni musulmane e comunque extraoccidentali, molti popoli e diversi governi del Sud del mondo. 5. Media e società civile d’Occidente sono colpevoli di ignavia rispetto all’intreccio guerre di aggressione-sostegno al terrorismo.

Il 2015 si è aperto all’insegna del terrorismo. In Nigeria centinaia o forse migliaia di persone in sedici villaggi sono state massacrate dai folli di Boko Haram, rafforzatisi grazie alla guerra della Nato in Libia che ha prodotto un proliferare di spore terroriste armatissime. In Yemen decine di morti e almeno 40 feriti in un attentato kamikaze compiuto a Sana’a in un’alba di morte. Diverse autobombe in Iraq, con molte vittime; succede tutti i giorni dal 2003 (invasione Usa). A Tripoli nove morti in un attentato compiuto da una delle bande nelle quali si è sciolto il paese, come nell’acido. Anche la fine dell’anno 2014 è stata un concentrato di terrore (*).

Dimenticavamo: il 7gennaio 2015 alcuni terroristi hanno ucciso 17 persone in Francia. Solo per queste ultime si sono mobilitati governi e popoli, media ufficiali e social network, associazioni e singoli. Con Sarkozy e Hollande e gli altri leader occidentali, Nato e petromonarchi in prima linea.

Gli stessi antirazzisti non islamofobi hanno peccato di razzismo inconscio. Il razzismo dei buoni? Il sangue europeo vale dunque di più, proprio in proporzione alle infinitamente maggiori possibilità economiche, per mantenere le quali si fanno le guerre?

Per questa ragione la Rete No War, bastian contrari, è andata a portare solidarietà all’ambasciata della Nigeria.

Contro l’orrore islamofobo e le prospettive di nuove guerre, cinque elementi devono essere ben chiari quanto ai veri colpevoli e alle vere vittime dei terroristi; e del terrorismo chiamato guerra.

Primo. Connivenze criminali. L’Occidente e i petromonarchi non combattono il terrorismo, anzi lo hanno fomentato permettendogli di conquistare interi paesi non occidentali prima in mano a governi laici. L’attentato a Parigi è frutto anche della politica francese in Siria (come ha ricordato l’ambasciatore siriano all’Onu Bashar al Jaafari in un’intervista a Presstv:). Nel dicembre 2012 a Marrakesh il ministro degli esteri francese Laurent Fabius aveva dichiarato che al Nusra (gruppo che fa parte della galassia armata a geometrie variabili al lavoro in Siria) faceva gli interessi della Francia (ecco il video:). E nel 2013 l’attuale primo ministro Manuel Valls aveva sostenuto di non potere, come ministro dell’interno, impedire a jihadisti francesi di andare a combattere in Siria.

Ma prima della Siria, la Libia. In questo articolo una breve storia di come fra il 2011 e il 2014 il governo francese sotto la guida di Nicholas Sarkozy e poi di François Hollande abbia perpetrato, insieme agli alleati della Nato e alle petromonarchie, una politica estera tale da provocare in Libia, Siria e non solo, massacri mille volte più grandi di quello visto a Parigi. Certo, quando fanno stragi in Occidente li chiamano terroristi; quando invece con i soldi occidentali fanno strage in Libia, Siria, Iraq, Afghanistan, ecc., li chiamano «combattenti per la libertà». In Libia la Nato con sette mesi di bombardamenti ha fatto letteralmente da aviazione ad Al Qaeda. E gruppi islamisti sono stati riforniti di armi grazie a una rete della Cia.

 

Vecchia storia, ben nota, della politica neocoloniale per la rapina delle risorse altrui e l’invasione di spazi. In Afghanistan si finanziarono i mujaidin. In Kosovo con la guerra Nato del 1999 fu portato al potere l’Uck (Esercito di liberazione del Kosovo), formazione di narcotrafficanti non estranea a spore terroriste . Nell’Iraq invaso i gruppi fanatici hanno prosperato, saldandosi poi a quelli fomentati in Libia e Siria per piani geostrategici.

 

In un’operazione a tenaglia, dalla Libia il terrorismo fanatico internazionale nutrito dalla guerra Nato ha infettato di armi e uomini intere porzioni di Africa subsahariana (Mali, Nigeria, Niger) oltre a dilagare in Siria, dove passano armi e uomini in funzione anti-Assad e anti-Iran. Paesi occidentali e petromonarchi insieme alla Turchia (riuniti nell’associazione a delinquere chiamata Amici della Siria”, poi diventata “Gruppo di Londra” e mai sciolta) hanno finanziato, armato, addestrato forze antigovernative composte da siriani e combattenti di molti altri paesi (e c’è ancora chi dice che l’Occidente non ha aiutato i «ribelli» e questi si sono dovuti rivolgere agli integralisti!). Il sistema a geometrie variabili dei “ribelli” è poi sfociato nei tagliagole di Daesh (Isis) andati alla conquista dell’Iraq. E alla fine «c’è un momento – successe anche ai gerarchi di Washington – che il mostro costruito con tanta applicazione e disciplina decide di camminare per conto proprio. Si è visto con i talebani in Afghanistan o con le milizie in Libia. Il sedicente Stato islamico è questo» . Il ragionamento vale sia che il gesto di Parigi, di «jihadisti autoctoni» sia stato una missione comandata dai capi, un’azione autonoma o un false flag pretesto per nuovi interventi bellici e nuove politiche «di sicurezza».

Uno scenario diverso ma stessa vergognosa connivenza è l’appoggio politico (e quanto alla Cia anche militare) dato al golpe neonazista in Ucraina, con seguito di terrorismo modello Inquisizione nel rogo a Odessa e molto altro. Ma nessuno è Odessa….

 

Secondo. L’Occidente ha praticato anche direttamente il terrorismo colpendo intere nazioni con le guerre di bombe e sanzioni. Perché si è parlato di stato di guerra a Parigi, dimenticando che Parigi e i suoi alleati della Nato e del Golfo hanno portato una guerra vera in molti paesi distruggendoli. Guerra e terrorismo: due orrori speculari. Crimini contro l’umanità. Del resto le guerre di aggressione sono terrorismo (magari al cielo) e il terrorismo è guerra. E’ incredibile che si parli di «noi occidentali tolleranti portatori di una cultura di pace e libertà». Dalla prima guerra del Golfo nel 1991, l’Occidente buono ha condotto cinque guerre devastanti a suon di bombe con pretesti umanitari (terrorismo dai cieli in Iraq, Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia), e ha fomentato guerre per procura come in Siria e Ucraina, per suoi interessi economici e geopolitici veri o presunti. Crimini su crimini, sempre impuniti. Intanto, in contemporanea con il massacro a Parigi, la Nato ha ucciso bambini afghani nella cosiddetta lotta al terrorismo. Non parliamo poi della perenne guerra economica, condotta anche a colpi di sanzioni, contro una miriade di paesi. Guerre per il petrolio si intrecciano a guerre del petrolio. Embarghi si accavallano a destabilizzazioni. E’ dunque legittimo dire che gli attentati «sono stati commessi da quella stessa rete che la nato aveva creato per combattere una sua sporca guerra».

Terzo.  La matrice non è islamica. Sono milioni le vittime non occidentali del terrorismo (e delle bombe occidentali): i popoli mediorientali e africani, e altri popoli a maggioranza musulmana. Giustamente al diluvio di twitter @iosonocharliehebdo, uno scrittore libanese ha reagito con il twitter @jesuisAhmed: il poliziotto musulmano ucciso da falsi musulmani e veri terroristi. Ma sarebbe più esatto dire @iosonoFatimaOmarHanaEliasYuri e milioni di uccisi da bombe e terroristi.

Rafa, Omar, Hana, Elias, Salah, Fatima, Aminullah…persone incontrate in Iraq, Siria, Libia, Afghanistan, Africa subsahariana. Popoli e nazioni annientate dal binomio bombe occidentali+terrorismo fomentato. Centinaia di migliaia di morti e amputati, infrastrutture distrutte, popolazioni sfollate o rifugiate. Il loro sangue, le loro disgrazie vanno pianti meno?

Quarto. I veri oppositori del terrorismo sedicente islamico sono proprio i popoli mediorientali e africani, gli altri popoli a maggioranza musulmana e i governi e popoli del Sud del mondo. I terroristi non sono affatto rappresentativi dell’islam e dei suoi fedeli. E non lo sono i loro padrini petromonarchi rispetto ai quali qualunque definizione sarebbe eufemistica. Proprio come non rappresentano l’Occidente i ragazzi di buona famiglia europei che buttano l’acido in faccia a qualcuno e i governanti occidentali che buttano bombe sulle teste altrui e fomentano il terrorismo.  Quando si parla di «musulmani moderati», magari aggiungendo che sono pochi, si dimentica che i musulmani non fanatici sono 1,57 miliardi e i fanatici terroristi (che si dicono musulmani) sono forse lo 0,00001…e oltretutto fanno vittime appunto soprattutto fra i musulmani e comunque fra non occidentali! E si fa anche un torto ai musulmani quando si dice che gli attentati terroristici sono una risposta asimmetrica alle aggressioni occidentali a suon di bombe sulla testa di donne e bambini. Non sono quelle donne e quei bambini a vendicarsi! Divulghiamo le parole dei giovani di Gaza ( Gaza Youth Breaks Out, li trovate qui: ) che lo spiegano per bene. Altro che «scontro di civiltà, noi contro di loro» (come le destre bombardano e come si dice nei bar sport). Sono infatti proprio quei popoli a resistere contro i tagliagole e massacratori. Resistono come possono, anche con le armi, si pensi appunto a Siria, Iraq, Kurdistan, Libia, Yemen. Quindi si fa un grosso torto a quei popoli quando, per giocare ai tolleranti, si sostiene che «se si offende l’Islam, poi c’è da aspettarselo».

E’ una farsa la lotta contro l’Isis da parte della «coalizione dei colpevoli» che sono stati parte del problema . Arabia saudita e dintorni hanno accettato di far parte della coalizione solo nella speranza che questo faccia cadere Assad. Non solo: la Turchia continua a far passare terroristi e armi in Siria e ad addestrare, con gli statunitensi, i cosiddetti ribelli siriani «moderati» da lanciare contro Damasco . Quegli stessi che – ci sono tutte le prove – funzionano in un sistema continuo di porte girevoli con al Nusra, al Qaeda e Isis.

Quinto. I popoli, i media e la società civile occidentale sono colpevoli di ignavia negli ultimi anni rispetto alle azioni dei loro governi. In questi ultimi anni è stata grande la responsabilità della stessa sinistra occidentale, per non dire dei media, perfino delle ex sigle storiche del movimento della pace. Non hanno fatto nulla o addirittura hanno espresso solidarietà ai «rivoluzionari» armati in Libia e Siria che hanno demolito i rispettivi paesi.

Un esempio…spaziale: nessuna delle tante grosse organizzazioni i cui vertici si sono recati all’ambasciata di Francia l’8 gennaio per portare solidarietà, erano là il 19 marzo 2011 alla manifestazione di realtà di base autoconvocatesi a poche ore dall’inizio della guerra contro la Libia, avviata in modo fraudolento dalla Francia approfittando lestamente dell’approvazione della  no fly zone sulla Libia da parte del Consiglio di sicurezza Onu.

Noi c’eravamo (resoconto sul manifesto di domenica 20 marzo, «E l’attacco al rais spacca i pacifisti»).

(*) Pakistan, metà dicembre: massacro in una scuola con 141 morti di cui 100 bambini. In Pakistan e Afghanistan, ripetutamente, sono i droni statunitensi antiterroristi a far strage di civili. Iraq, Siria, Kurdistan: sono continue le stragi compiute dal terrorismo del sedicente Stato islamico.

 

Marinella Correggia

Preso da: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=2859

Disastro Libia: ecco chi dobbiamo ringraziare

16 dicembre 2014
UN FRANCESE, UN’AMERICANA E UN ITALIANO
Un francese, un’americana e un italiano: non è l’incipit di un barzelletta ma coloro che dobbiamo ringraziare per aver imposto con miopia la più assurda tra le assurde guerre che l’Occidente ha condotto in questi ultimi anni in nome dell’imperativo umanitario. Il disastro in Libia e lo spaventoso errore di generare un “regime change” non governato, trasformando quello che era uno dei paesi più stabili e floridi dell’Africa in un cumulo di macerie, hanno tre firme d’autore.

IL FRANCESE
La prima è quella Nicolas Sarkozy, l’ex presidente francese, gollista con velleità napoleoniche. Fu lui a volere con tutta la forza l’abbattimento del regime di Gheddafi nella convinzione che la Francia avrebbe recuperato la sua “grandeur” e lui i sondaggi che lo davano peggior Presidente francese degli ultimi 20 anni (record negativo oggi conquistato da Hollande).
Fu lui a guidare le potenze occidentali al riconoscimento di un governo libico d’insorti che aveva la legittimità di un pinguino nel Sahara e fu lui ad imporre, ad un recalcitrante Obama, i bombardamenti contro l’esercito di Gheddafi che portarono la Nato ad entrare a gamba tesa in una guerra civile schierandosi con uno dei contendenti e violando così il principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano. Fu lui a recarsi nei giorni della fuga di Gheddafi, a Tripoli con al fianco Bernard Henry Levy il filosofo francese di sinistra da sempre protettore delle bombe umanitarie; ufficialmente per rassicurare i libici sul ruolo della Francia nella costruzione della democrazia e per chiudere qualche accordo sullo sfruttamento delle risorse energetiche del ricco paese africano, ufficiosamente per far sparire le tracce sui rapporti non proprio eleganti tra lui e Gheddafi.

L’AMERICANA
Il secondo artefice del disastro è una donna, americana: la democratica Hillary Clinton. Fu lei a trascinare di malavoglia l’amministrazione Obama nella guerra “francese” in nome della difesa di diritti umani che in Libia erano violati più dai ribelli che dai lealisti di Gheddafi; e lo fece applicando un principio del tutto nuovo: quello della guerra umanitaria preventiva (ne parlammo qui). L’idea cioè, che gli Usa, in Libia, dovessero intervenire non per i punire i crimini commessi dal regime ma per quelli che avrebbe potuto commettere. In altre parole, io ti bombardo non per quello che hai fatto ma per quello che io penso tu farai: una follia nel diritto internazionale.

L’ITALIANO
Il terzo da ringraziare è italiano e si chiama Giorgio Napolitano. Fu lui a spingere l’Italia nella guerra facendoci aderire alla coalizione che doveva applicare la risoluzione Onu, ma di fatto abbattere il regime libico al grido: “non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo”. Berlusconi (allora presidente del Consiglio) si era opposto all’intervento militare per ragioni facili da comprendere: primo per un rapporto di fiducia costruito negli anni con il leader libico Gheddafi, fiducia che aveva portato importanti accordi economici tra i due paesi e un impegno della Libia a controllare l’immigrazione clandestina verso le nostre coste (impegno che aveva fatto diminuire gli sbarchi sulle coste italiane del 90%). Secondo, perché sapeva che il vuoto di potere creato sarebbe stato pericolosissimo per i nostri interessi nazionali.
Ma in quei mesi la figura del premier italiano era indebolita, assediata dalle inchieste giudiziarie, dalla perdita di credibilità internazionale dovuta allo scandalo Ruby e dalle manovre in atto di quelle tecnocrazie che avrebbero poi portato al complotto del novembre 2011. Napolitano ne approfittò e, in perfetta obbedienza a quei poteri internazionali per i quali subisce un naturale fascino, impose la nostra entrata nel conflitto non trattando nemmeno i posti a sedere nella gestione del dopoguerra e impedendo che il nostro Paese creasse un’asse neutrale con la Germania (che allo sciagurato attacco alla Libia non partecipò). Anche perché senza le basi italiane e la partecipazione dei nostri aerei nelle missioni di bombardamento e interdizione, l’operazione internazionale avrebbe avuto difficoltà a realizzarsi.

Ed è grazie alle loro resposnabilità che ora l’Occidente sta a guardare la disintegrazione della Libia e la trasformazione della guerra civile in un conflitto regionale con il coinvolgimento già attivo di Egitto ed Emirati Arabi, il rischio di allargamento alla Tunisia e l’espansione dell’islamismo.
Sarkozy, Clinton e Napolitano: ecco chi dobbiamo ringraziare se oggi l’integralismo sta dilagando in Libia e i jihadisti sono ormai a due ore dalle coste italiane.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

Preso da: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2014/12/16/disastro-libia-ecco-chi-dobbiamo-ringraziare/

La guerra in Libia di Giorgio Napolitano

di Francesca Romana Fantetti
23 dicembre 2014
“Siamo un Paese ormai in bancarotta” è il comunicato emesso dalla Banca centrale libica a tre anni dalla caduta del regime di Gheddafi. La Libia, Paese produttore di petrolio e membro dell’Opec, “ormai è uno Stato in bancarotta”.

La Banca libica ha emesso queste poche parole in concomitanza della sospensione del dialogo promosso dalle Nazioni Unite a causa della guerra tra le varie fazioni del Paese. La Mauritania, il Mali, il Niger, il Ciad e il Burkina Faso hanno nel frattempo chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu l’invio di una forza internazionale di intervento in Libia in preda al caos. In Libia è allo stato in corso un violento scontro armato tra le milizie islamiche, che controllano la capitale Tripoli e parte della Cirenaica, e le forze del generale Haftar, laico sostenuto dall’Egitto.**** ( ormai è diventato un vizio parlare di Haftar, chiarisco per l’ ennesima volta che il lavoro lo stanno facendo le tribù oneste della Libia ) *** La Libia è un importante fornitore di petrolio e gas dell’Italia, gli islamisti con la guerra hanno costretto tuttavia a sospendere gran parte della produzione del petrolio.

E’ bene tenere a mente chi si deve ringraziare di questa guerra a meno di due ore dall’Italia. E degli sbarchi degli africani tutti, con grandi affari per Mafia Capitale e compagni di sinistra. Il disastro in Libia è lo spaventoso errore fatto con totale miopia da Giorgio Napolitano, Nicholas Sarkozy e Hillary Clinton che, aizzando per un cambio di regime non governato, hanno trasformato uno dei Paesi più floridi e stabili dell’Africa in un cumulo di macerie. Giorgio Napolitano ha infatti spinto l’Italia ad aderire alla coalizione che avrebbe dovuto applicare la risoluzione Onu, esortando nei fatti ad abbattere il regime libico sotto il grido “non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo”. Diversamente l’allora presidente del Consiglio Berlusconi, amico di Gheddafi, si era opposto all’intervento militare per gli importanti accordi economici esistenti allora tra i nostri Paesi, oltre che per l’impegno della Libia nel controllo dell’immigrazione clandestina verso l’Italia, con diminuzione degli sbarchi del novanta per cento.

Il vuoto di potere è pericoloso, innanzitutto per il mantenimento e la stabilità dei rapporti economici internazionali, e Napolitano, capo del consiglio superiore della magistratura, ha fatto premere sulle inchieste giudiziarie contro il premier italiano con totale perdita di credibilità, e ha di fatto esautorato del potere chi legittimamente, cioè votato ed eletto dagli italiani, lo deteneva, decidendo in sua vece. In seguito facendolo ancora più alla grande, avendo abolito del tutto voto ed elezioni italiani e rifilandoci Monti, Letta e Renzi non eletti. Napolitano ha in sostanza tramato al fine di imporre l’entrata dell’Italia nel conflitto libico, e miope anche riguardo alla gestione del post guerra, ha impedito un eventuale, possibile asse neutrale con altri Paesi non partecipanti all’attacco scellerato. Adesso Napolitano è in fuga dalla presidenza italiana, e lascia macerie dappertutto; l’Italia infatti a pezzi all’interno, sta a guardare fuori la disintegrazione della Libia e la trasformazione della guerra civile in un conflitto regionale con il coinvolgimento attivo di Egitto ed Emirati arabi, e il fondato rischio dell’allargamento di questo alla Tunisia e all’espandersi dell’islamismo.
Oggi l’integralismo sta dilagando in Libia e i jihadisti sono anche già da noi.

Anche Nicolas Sarkozy, ex premier francese, ha voluto l’abbattimento del regime di Gheddafi e ha guidato parte dell’occidente che l’ha nefandemente seguito al riconoscimento di un governo libico degli insorti, imponendo bombardamenti contro l’esercito di Gheddafi che ha fatto sì che la Nato sia entrata in una guerra civile al fianco di uno dei contendenti in completa violazione del principio di diritto della non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano. Sarkozy è andato a Tripoli accompagnato dal sinistrorso nullafacente filosofo Bernard Henry Levy a incentivare, tolto di mezzo Gheddafi, accordi economici per i francesi nelllo sfruttamento delle risorse energetiche, a svantaggio e in danno degli altri Paesi europei, come l’Italia.La guerra francese contro la Libia ha avuto l’appoggio dell’amministrazione Obama con Hillary Clinton che, in nome di malintesi “diritti umani”, violati in Libia più dai ribelli che dai lealisti di Gheddafi, ha istituito e dato applicazione a un nuovo principio mai conosciuto né visto che prevede la guerra umanitaria preventiva. In base cioè a una vera e propria follia si è di fatto applicato un obbrobrio giuridico, inesistente in qualsivoglia diritto internazionale o sovranazionale, che ha previsto si intervenga nei Paesi, non per i crimini effettivamente commessi da un regime, ma per quelli ipotetici ed eventuali che potrebbe essere commessi. Chi risponde oggi del disastro umano, economico, istituzionale e sociale?

Adattamento dall’ originale: http://www.opinione.it/esteri/2014/12/23/fantetti_esteri-23-12.aspx

Vent’anni di trame – Così Sarkozy fregò Gheddafi (e l’Italia)

Le Monde: Nicolas trascinò l’Europa in guerra per nascondere gli aiuti del Colonnello. Ora cerca di cancellare le prove.

di: Fausto Biloslavo

I servizi segreti sono alla caccia di settanta scatoloni pieni di cassette audio e video che contengono le registrazioni degli incontri e delle telefonate fra il defunto colonnello Gheddafi ed i dignitari di mezzo mondo, quando veniva trattato con i guanti bianchi.

Il primo a doversi preoccupare degli scottanti contenuti delle registrazioni è l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, come sostiene il quotidiano le Monde che è tornato sul finanziamento libico alla campagna elettorale di Sarkozy nel 2007.
Nel marzo 2011, poche ore prima dei bombardamenti della Nato sulla Libia, Muammar Gheddafi rilasciava a il Giornale l’ultima intervista della sua vita ad una testata italiana. Alla domanda sull’interventismo francese che ha spinto in guerra mezza Europa, compreso il nostro Paese, rispondeva: «Penso che Sarkozy ha un problema di disordine mentale. Ha detto delle cose che possono saltar fuori solo da un pazzo». E per ribadire il concetto si sporgeva verso chi scrive battendosi il dito indice sulla tempia, come si fa per indicare i picchiatelli.

Il Colonnello non riusciva a comprendere come l’ex amico francese, che aveva aiutato con un cospicuo finanziamento (forse 50 milioni di euro) per conquistare l’Eliseo fosse così deciso a pugnalarlo alle spalle.
Dell’affaire Sarkozy erano al corrente tre fedelissimi di Gheddafi: il responsabile del suo gabinetto, Bashir Saleh, Abdallah Mansour consigliere del Colonnello e Sabri Shadi, capo dell’aviazione libica. Saleh, il testimone chiave, vive in Sudafrica, ma nel 2011 era apparso in Francia e poi sparito nonostante un mandato cattura dell’Interpol. Il caso era stato gestito da Bernard Squarcini, uomo di Sarkozy, ancora oggi a capo del controspionaggio. E sempre Squarcini è coinvolto nella caccia alle cassette scottanti di Gheddafi, che potrebbero contenere gli incontri con altri leader europei. Silvio Berlusconi non ha mai nascosto l’amicizia con il colonnello, mentre Romano Prodi e Massimo D’Alema, che pure avevano frequentato la tenda di Gheddafi cercano sempre di farlo dimenticare.
Lo sorso anno un politico francese di sinistra, Michel Scarbonchi, viene avvicinato da Mohammed Albichari, il figlio di un capo dei servizi di Gheddafi morto nel 1997 in uno strano incidente stradale. Albichari sostiene che un gruppo di ribelli di Bengasi ha sequestrato «70 cartoni di cassette» di Gheddafi. Scarbonchi si rivolge al capo del controspionaggio, che incontra il contatto libico. «Avevano recuperato la videoteca di Gheddafi con i suoi incontri e le conversazioni segrete con i leader stranieri» conferma Squarcini a Le Monde. I ribelli vogliono soldi e consegnano come esca una sola cassetta, di poca importanza, che riguarda il presidente della Cosa d’Avorio. Il materiale è nascosto in un luogo segreto. Pochi mesi dopo Albichari sostiene di essere «stato tradito» e muore per una crisi diabetica a soli 37 anni. Non solo: il corpo di Choukri Ghanem, ex ministro del Petrolio libico, custode di ulteriori informazioni sensibili, viene trovato a galleggiare nel Danubio a Vienna.
La caccia alle registrazioni del Colonnello deve essere iniziata nell’ottobre 2011, quando la colonna di Gheddafi è stata individuata e bombardata da due caccia Rafale francesi. Il rais libico era stato preso vivo, ma poi gli hanno sparato il colpo di grazia. «L’impressione è che dopo il primo gruppo di ribelli sia arrivato un secondo, che sapesse esattamente cosa fare e avesse ordini precisi di eliminare i prigionieri» spiega una fonte riservata de il Giornale che era impegnata nel conflitto. L’ombra dei servizi francesi sulla fine di Gheddafi è pesante. Sarkozy non poteva permettersi che il colonnello, magari in un’aula di tribunale, rivelasse i rapporti molto stretti con Parigi. La Francia ci aveva tirato per i capelli nella guerra in Libia stuzzicando Berlusconi sui rapporti con Gheddafi. Peccato che Sarkozy ne avesse di ben più imbarazzanti.
Delle cassette di Gheddafi non si sa più nulla. L’unico che potrebbe far luce sul suo contenuto è Seif al Islam, il figlio del colonnello fatto prigioniero, che i libici vogliono processare e condannare a morte.

Fonte: ● coriintempesta.altervista.org/blog/
Tratto da: ● IlGiornale.it

Preso da: http://guardforangels.altervista.org/blog/ventanni-di-trame-cosi-sarkozy-frego-gheddafi-e-litalia/#

CHI VOLEVA LA MORTE DI GHEDDAFI? Scritto da: Gianni Petrosillo (14/06/2013)

CHI VOLEVA LA MORTE DI GHEDDAFI?  Scritto da: Gianni Petrosillo (14/06/2013)
Chi voleva Gheddafi morto? Noi, cioè la Nato, ovvero l’aggregazione dei Paesi democratici che esporta la libertà e la civiltà coi bombardamenti e le esecuzioni mirate. Portatori di droni di pace in ogni angolo del pianeta.
L’Italia, che fino al primo raid, in quel fatidico marzo del 2011, era stata amica e partner della Libia, in un interessante quadrangolare geopolitico nel mediterraneo, con Russia ed Algeria (e in un secondo momento anche la Turchia, interessata al progetto di gasdotto South Stream, di cui Roma era titolare con una partecipazione maggioritaria) si schierò con francesi, inglesi ed americani (in ordine inverso di aggressività) per eliminare il dittatore.

Perché lo fece avendo tutto da perdere e niente guadagnare? Perché rimettere in discussione i profittevoli accordi e la strategia vincente, tanto commerciale che diplomatica, concordata col leader arabo-africano, peraltro, dopo aver ammesso le proprie responsabilità coloniali risarcendo i libici?
Il governo italiano, che inizialmente provò almeno a restare fuori dalla guerra, proprio per il rispetto dei patti stretti con Tripoli, all’improvvisò si schierò per l’intervento attivo. Berlusconi non era affatto contento ma i suoi ministri degli esteri e della difesa, dapprima dichiaratisi apertamente contro la soluzione militare perché loro stessi pienamente coinvolti nell’imbastitura di entente con Gheddafi, mutarono atteggiamento. A parere di Umberto Bossi, membro di quel gabinetto, fu il Presidente della Repubblica a fare pressione sugli uomini dell’esecutivo che parlarono, senza mettere B. al corrente, coi vertici della Nato. C’è da crederci se si pensa che oggi Franco Frattini è candidato alla segreteria dell’Organizzazione del trattato Nord Atlantico e che La Russa, dopo aver sostenuto il mero appoggio logistico alla coalizione, fece lanciare ordigni sul territorio libico (secondi solo alla Francia per quantità di missioni e di sganciamenti) tentando di nasconderlo alla pubblica opinione.
Adesso, il Fatto quotidiano ritiene, avendone ricevuto da notizia da ambienti diplomatici e d’intelligence, che B. avesse chiesto ai servizi di uccidere Gheddafi per timore che questi rivelasse fatti compromettenti. In realtà, sempre a detta di Bossi, B. aveva paura che le barbe finte del colonnello si mettessero sulle sue tracce per l’infame voltafaccia. Ma con l’escalation del conflitto e le difficoltà del Rais, sempre più isolato internazionalmente, con Russia e Cina che non opposero il veto allo stabilimento della No Fly zone, questa eventualità risultava piuttosto remota.
Più di chiunque altro, a voler Gheddafi fuori dai giochi, erano gli stessi che lo avevano sdoganato, molto prima dei governi italiani, e che si erano sentiti traditi per i business perduti, a favore di russi e connazionali. Fu George Bush ad abolire, nel 2003, alcune sanzioni decretate da Ronald Reagan, perché così vollero le multinazionali petrolifere americane. Qualche anno dopo, nel 2006, Tripoli sparì anche dalla black list dei rogue state. Nel 2009 la Gran Bretagna restituisce Abdel Basset al-Megrahi, l’ “eroe” Lockerbie a Gheddafi che reclamava un segno di amicizia per favorire gli appalti petroliferi della Bp, la quale si lamentava di essere stata danneggiata dalla concorrenza di altre società estere. Infine, il presidente francese Sarkozy, il vero “nanonapoleone” della campagna di Libia, accreditatosi agli occhi del mondo come il nemico più acerrimo del satrapo della Jamaria. Costui era quello che più di tutti aveva qualcosa da far dimenticare, i finanziamenti del Colonnello alla sua corsa alla presidenza. Furono i rafale francesi ad intercettare il convoglio governativo che scappava attraverso il deserto e a colpirlo ripetutamente. Gheddafi fu preso dai mercenari ribelli che lo torturarono, poi una manina compassionevole, o, forse, fin troppo lesta ad eseguire gli ordini superiori (francesi) premette il grilletto in nome e per conto dell’inquilino dell’Eliseo.
Questi gli eventi. B. non ha mai controllato la Sicurezza nostrana per avanzare richieste così ardite, come l’annichilimento di un leader straniero, tanto che il suo sport più sgradito era farsi fotografare in tutte le pose, presso la sua villa in Sardegna, con gli 007 distratti dal mare e dal sole. Forse, ad un certo punto, anche lui si è augurato la morte di Gheddafi ma non ha mai voluto che il nostro paese s’infilasse in quel meschino conflitto nel quale danneggiavamo la quarta sponda del Belpaese. Questa resterà la macchia più grande sulla sua carriera politica, perché la Storia perdona le scappatelle ma non le fughe vigliacche di fronte alle responsabilità epocali.
Fonte:http://saragio.wordpress.com/2013/06/14/chi-voleva-la-morte-di-gheddafi-scritto-da-gianni-petrosillo-14062013/

2013: Berlusconi su Libia, Gheddafi era amato dal suo popolo

Berlusconi su Libia:
“Gheddafi era amato dal suo popolo” (ita/fra). 30/1/2013

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ROMA (RADIO ITALIA IRIB) – Dichiarazioni sconcertanti di Silvio Berlusconi sulla Libia che confermano che fu la Francia e soprattutto il presidente Sarkozy a scatenare la guerra in Libia.
Secondo i media italiani, raccontando la verità sulla Libia a distanza di mesi dal crollo del regime di Gheddafi e dall’assassinio del rais, Berlusconi ha spiegato: “Non era primavera araba, non era una rivoluzione della gente, Gheddafi era amato dal suo popolo”, perché mancava la libertà ma il popolo aveva il pane e la casa gratis. E’ stata ”una decisione del governo francese di andare a intromettersi in una disputa interna, fatta passare come una rivoluzione”. “Sarkozy ce l’aveva con me – ha raccontato Berlusconi – perché, andato in Libia, vedendo tutti quei grandi manifesti trenta metri per quindici, con Gheddafi che mi abbracciava e diceva il giorno della vendetta trasformato nel giorno dell’amicizia, è tornato a casa e ha detto ai suoi: l’Italia, Berlusconi ci ha fregato tutto il gas e il petrolio libico”.

Le dichiarazioni di Berlusconi confermano rapporti di intelligence diffusi negli ultimi mesi ed anche le dichiarazioni di fonti vicine all’ex presidente francese che spiegano che Sarkozy aveva ricevuto soldi per la sua campagna elettorale da Gheddafi e che decise di eliminarlo perchè “sapeva troppo su di lui”. Secondo alcuni resoconti furono proprio le forze speciali francesi ad assassinare Muammar Gheddafi.

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FRA: Emarrakech Agence de Presse

Berlusconi : La chute de Kadhafi n’était pas une révolution, mais un complot français ~ Berlusconi su Libia: Gheddafi era amato dal suo popolo ~ (+Video italiano)

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Berlusconi :
“La chute de Kadhafi n’était pas une révolution, mais un complot français”

A une agence de presse italienne, a donné entretien, l’ex président du conseil italien, Sylvio Berlusconi, évoquant la guerre en Lybie, qui fit mort, Mouamar Kadhafi, et à laquelle avait pris part l’Italie sous lui, avec aviation, marine et bases aériennes.
A cette guerre, Berlusconi a refusé le qualificatif de révolution : «Ca n’a jamais été une révolution, mais bel et bien un complot européen».
Son instigateur, Berlusconi nomme un pays et un homme, «La France et son président d’alors Nicolas Sarkozy».
«Ils ont tout provoqué» a accusé Berlusconi, selon ce qu’a rapporté le journal londonien Al Quds Al Arabi.
Du voyage à Benghazi du philosophe franco-israélien Bernard Henry Levy, jusqu’à son très dramaturgique appel d’aide adressé à Nicolas Sarkozy alors président, Berlusconi, en dit qu’il s’ait agit de mise en scène.
«Les avions français ont attaqué la Libye bien avant la décision du conseil de sécurité de l’ONU» souligne t il, expliquant que l’objectif pour la France, talonnée aussitôt par la Grande Bretagne, était prioritairement de détruire les équipements et infrastructures de la Lybie, en plus de tuer Kadhafi.
Il ajouta que les deux pays européens voulaient, pour lutter contre la crise économique chez eux, faire refaire par leurs entreprises, les infrastructures de la Libye , après leur destruction, en se faisant payer avec l’argent de son pétrole.
A rappeler que grande fut la proximité entre Berlusconi et Kadhafi, jusqu’à ce que le premier, ne se retourne contre le deuxième et ne participe à son terrassement.

Libia 2011: La sporca guerra in Libia, i gas democratici sui civili.

23 ottobre 2012.
Ci vorrebbero tomi interi per scrivere tutto quello che la stampa italiana occulta. Se continueremo a seguire le vicende della sporca guerra civile in Siria, di oggi le bombe ribelli sugli inermi civili cristiani, dall’altra parte del Mediterraneo un’altra sporca guerra è invece dimenticata: la guerra civile in Libia. I diritti umani, si sa, sono merce pregiata, pertanto vanno maneggiati con parsimonia.
Quindi sarebbe inutile versare pianti o rabbrividire per quello che stanno facendo i governativi sulla popolazione tripolitana. I governativi, cui è stata immediatamente data la patente di liberatori democratici, sono i “nostri alleati” (o meglio alleati della Francia, dell’Inghilterra e di quegli italiani, pacifisti o pacifinti fino al giorno prima, che tanto hanno premuto perché Berlusconi non bloccasse la guerra democratica a Gheddafi), quindi non è proprio il caso che i nostri mezzi di informazione ci informino di cosa stiano facendo quelli che Sarkozy e alleati vari hanno fatto vincere.


Di quello che sta succedendo a Bani Walid, ad esempio, nulla si sa, tranne qualche misero articoletto dove si spiega, con un disprezzo per la verità pari al disprezzo per la vita umana, che i governativi stanno piegando le ultime forze gheddafiane del paese: la realtà pare un po’ differente. E’ una realtà atroce di bombardamenti su civili inermi, sugli ospedali e bombardamenti a gas (già il gas, che bravi ragazzi questi democratici aiutati dall’occidente!).
Una delle testimonianze viene da un fotografo di Agence France Presse che si trovava nei paraggi di Bani Walid, il quale parla di almeno 20 morti e 200 feriti nella sola giornata di sabato oltre che di fiumane di civili che scappavano in preda al panico.
Non potendo contare sull’Europa premio nobel per la pace, i capitribù e i civili di Bani Walid, hanno postato i video delle atrocità (si vedono bimbi maciullati dalle bombe), le foto e le loro e mail al governo russo e a Russia Today, da cui traiamo una parte delle notizie, nella speranza che almeno i russi possano fare qualche cosa per salvare le loro vite.
Quello che scrivono è orribile: sono sotto assedio dall’inizio di ottobre, hanno elettricità per due tre ore al giorno, sono a corto di cibo, hanno finito il latte per i bambini, sono senza medicine e l’ospedale cittadino è sotto il fuoco dell’artiglieria.
Le testimonianze dall’interno parlano di attacchi coi gas da parte dei governativi sui civili e la prova che portano è nelle foto che ritraggono gli attaccanti con le maschere antigas (ci pare una prova credibile, perché mai gli attaccanti userebbero maschere antigas se non avessero usato il gas?).
Nella giornata di domenica centinaia di abitanti di Bani Walid erano andati a Tripoli per chiedere al neonato parlamento libico il cessate il fuoco, ma la risposta è stata a base di scariche di fucile da parte della polizia.
Il testimone intervistato da RT (con volto reso irriconoscibile per ovvi motivi) conclude dicendo che l’obbiettivo delle milizie è uno soltanto: far sparire dalla faccia della terra la tribù di Bani Walid.
Lasciando stare quello che gli ex ribelli, oggi governativi, stanno facendo al figlio del dittatore morto, Seif al Islam Gheddafi, da mesi prigioniero sotto tortura, l’Europa premio nobel per la pace (non carichiamo certo il professor Monti di queste incombenze, sarebbe già molto se ci riportasse i nostri marò dall’India) dopo aver imposto al paese questi ribelli potrebbe almeno fare finta di interessarsi del destino della popolazione libica. O almeno informare i cittadini di questa Europa di quello che succede.
Ma i diritti umani, si sa sono merce pregiata, pertanto vanno maneggiati con parsimonia.
articolo di Gianni Candotto – Qelsi

Fonte:http://www.blog.art17.it/2012/10/23/la-sporca-guerra-in-libia-i-gas-democratici-sui-civili/

Anche su: banihttp://marionessuno.blogspot.it/2013/03/la-sporca-guerra-in-libia-i-gas.html

Resistenza libica e ipocrisia occidentale

Pubblicato il: 28 gennaio, 2012

Resistenza libica e ipocrisia occidentale

Un evento importante e atteso si è verificato in Libia. I leader della Resistenza hanno parlato della creazione di un governo provvisorio in Libia. Le persone di tutto il mondo, che compongono la comunità mondiale, hanno atteso questo momento. Ora il nostro compito è quello di chiedere ai governi dei nostri paesi di revocare il riconoscimento del regime di occupazione del CNT perché essi non sono i rappresentanti legali della nazione libica, e iniziare relazioni diplomatiche con il vero governo libico. Questo governo è stato varato in via temporanea fino alla completa liberazione della Libia dagli invasori della NATO.

Dopodiché i Comitati Popolari di diversi livelli verranno ripristinati e continueranno a governare la Libia come era prima dell’invasione del febbraio
2011. Ovviamente tutti gli errori riscontrati verranno presi in seria considerazione per evitare ulteriori alibi per un nuovo intervento. I media mondiali (in particolare la Reuters), attraverso i loro agenti (ratti), cercano di diffondere menzogne attraverso fonti web, affermando che i presidenti degli Stati Uniti, della Francia e della Russia stanno organizzando un vertice per discutere della situazione in Libia e, in particolar modo, di concedere a Saif Al-Islam di divenire Primo Ministro della Libia con una essenziale continua
presenza di aziende occidentali in Libia. E’ chiaro che il loro obiettivo è quello di creare caos informativo e nascondere le notizie riguardanti il rilancio del governo della Jamahirya libica; colpire Saif,la Resistenza e tutto
il popolo libico che vuole scegliere i propri leader. Barack Obama e Nicolas Sarkozy sono dei criminali.
Le forze militari dei loro paesi stanno prendendo parte al saccheggio della Libia e all’eliminazione dei civili, un crimine in corso da quasi 11 mesi. La propaganda mondiale continua a cercare di creare un’immagine di operatori di pace come se stessero ignorando i propri interessi personali nel distruggere paesi ricchi di risorse minerali. Uno scopo ulteriore di questa disinformazione è quello di sminuire la lotta libica contro gli occupanti. I media mondiali cercano di nascondere questa lotta che si è diffusa già in tutta la Libia. Nella parte orientale della Libia, la tribù Obeydi, che in un primo momento ha partecipato alla guerra al fianco degli occupanti, ha liberato dai ratti e tenuto la città di Tobruck. La tribù supporta la rivolta contro il CNT e contro gli occupanti.
La tribù Al-Zintan, dal novembre 2011, vale a dire dall’arrivo di Saif al Gheddafi nella città di Zintan,combatte nelle fila della Resistenza libica. Ciò significa che le tribù sono unite nella lotta contro gli invasori. I media mondiali nascondono le informazioni riguardanti le operazioni di successo della Resistenza libica. Vengono dipinti come attacchi terroristici. Per esempio, hanno citato il caso dell’addetto francese al CNT, il cui assassinio è stato commesso dai patrioti della Resistenza libica e l’attacco ai mercenari francesi in cui è rimasto ucciso un ex soldato francese. L’intera operazione è stata definita attacco terroristico ed è stato sottolineato che il CNT ha arrestato un sospettato.
I media mondiali ricalcano esattamente la propaganda nazista, che chiamava i partigiani russi banditi. Le squadre delle SS catturavano civili in modo casuale e chiedevano ai locali di consegnare i partigiani altrimenti minacciavano di giustiziare gli ostaggi. Esattamente lo stesso accade in Libia. Gli squadroni della NATO e del CPM hanno creato una serie di campi di sterminio per la tortura dei membri della Resistenza e terrorizzando la popolazione libica, in stretta collaborazione con in traditori interni. Video di torture si diffondono attraverso YouTube come nel febbraio-marzo i video del linciaggio dei libici dalla pelle nera. Gli amministratori del sito web hanno eliminato solo i video dei crimini commessi dalla NATO e da Al-Qaeda. Quando i media mondiali iniziano a diffondere disinformazione per far sembrare la Resistenza compromessa,dovrebbe significare che ogni libico dovrebbe continuare a lottare, perché quando i leader dei paesi sostenitori del terrorismo affermano attraverso i media che vogliono la pace, è chiaro che essi vogliono avere un pò di riposo e raggruppare le loro forze.
E’ essenziale continuare la guerriglia contro gli invasori con lo stesso passo e accordando con la strategia generale. Ora, mentre viene creato il governo provvisorio libico, è essenziale che tutte le persone e organizzazioni intelligenti garantiscano il supporto ad esso e chiedano ai governi dei propri
paesi di riconoscere questo governo come unico e legittimo rappresentante del
popolo della Jamahirya libica.
Traduzione di Enrico Siddera

Fonte: http://english.pravda.ru//hotspots/terror/18-01-2012/120272-Libyan_Resistance_and_western_hypocrisy-0/

http://www.statopotenza.eu/2016/resistenza-libica-e-ipocrisia-occidentale

Anche su: http://marionessuno.blogspot.it/2013/03/resistenza-libica-e-ipocrisia.html