La Libia e Sarkozy.

Voglio riportare questo rticolo di Sergio Mauri, per ripetere come era la Libia prima dell’ aggressione NATO/RATTI, anche se l’ autore poteva risparmiarsi certe considerazioni su Gheddafi e Saddam. ( come al solito dove sono le prove?)

La Libia e Sarkozy.

sarkozydi-Sergio Mauri
Sto rileggendo un articolo interessante sull’argomento Libia, a firma Alessandra Nucci, su Italia Oggi del 18 febbraio scorso. L’articolo s’intitolava “La Libia distrutta da Sarkozy“. Il sottotitolo recitava: “Assicurava la libertà di culto.
Nessun libico fuggiva“. E’ ovvio che certe posizioni non vadano prese come oro colato, ma vale la pena, ogni tanto, rileggere il pensiero di chi fa parte della classe dominante, anche se in posizioni subordinate. La stampa, i media, sono integrati in quel sistema con cui decidono insieme di che cosa parlare, come parlarne, chi invitare ai talk-show e quali limiti imporgli. Ma comunque, ciò che mi incuriosisce di più è che certi atteggiamenti e certe posizioni politiche non nascono in qualche strano gruppuscolo, ma vengano elaborati direttamente nelle stanze del potere e poi dati in pasto all’opinione pubblica.
Cominciamo:

Nella Libia di Gheddafi le donne erano emancipate e l’economia era fiorente, la scuola e la sanità erano gratuite e di qualità, a Tripoli c’era un vescovo e una cattedrale. Ma nel 2011 l’attacco della NATO, guidato dall’aeronautica di Sarkozy, fu fatto passare come atto umanitario.

Più avanti si cita il parametro ISU (l’indice di sviluppo umano), che misura il reddito, l’alfabetizzazione e l’aspettativa di vita.

Al 31 dicembre del 2010 la Libia risultava il primo degli stati africani e il 53° nel mondo. Il paese di Gheddafi aveva scuole, ospedali, università, case popolari a bassissimo prezzo, un inizio di industrie.

Gheddafi aveva favorito lo sviluppo agricolo

con una condotta che preleva l’acqua da sotto il deserto e la porta a 900 chilometri di distanza.

Di certo, ma come nell’Afghanistan pre-talebano e sovietizzante e nell’Iraq di Saddam (che non era certo un campione di umanità), Gheddafi fu in grado di abolire la poligamia e di favorire con delle leggi apposite la parità nel matrimonio.

Nel 2010 la disoccupazione in Libia era inesistente, il paese aveva il tasso di disoccupazione più basso dell’Africa e del mondo.

Forse i dati erano un pò taroccati, ma di sicuro la Libia era messa meglio, sotto quel profilo, di tanti altri paesi dell’area. Poi c’è la questione dell’immigrazione che salto pari pari poiché, come immaginate, si dice che Gheddafi era l’argine al fenomeno. Ed è vero, peccato che trattasse quegli esseri umani come gente senza alcun diritto elementare. Si affronta poi la questione della libertà religiosa che Gheddafi (e qui sottoscrivo) garantiva anche ai non-musulmani.

I 100mila cristiani, tutti stranieri, avevano libertà di culto e di riunione. Quando si rese conto che per gli ospedali e i dispensari che andava costruendo non aveva ancora le infermiere necessarie, Gheddafi chiese a Giovanni Paolo II di inviargli delle suore. Alla sua morte in Libia c’erano infatti circa 80 suore e 10mila infermiere cattoliche.

Di certo Gheddafi fu capace di controllare l’islamismo. Un pò come in quasi tutti i paesi del Medioriente.

A Tripoli funzionava un comitato di saggi islamici che preparava in anticipo il testo dell’insegnamento religioso del venerdì, scrive Piero Gheddo, missionario del PIME, lo mandava a tutte le moschee del paese; ogni imam doveva leggere solo quel testo, senza aggiungere né togliere nulla, pena la perdita del posto.

Inoltre

A Tripoli c’era e c’è tuttora una cattedrale. L’Arabia Saudita, grande alleata dell’Occidente, ospita più di un milione di cattolici, operai impiegati nell’industria petrolifera, ma devono stare attenti a nascondere i segni del cristianesimo e chiese non ce ne sono.

Senza poi parlare dei tentativi di scongiurare la guerra attraverso la mediazione del nunzio apostolico Giovanni Innocenzo Martinelli, dell’Unione Africana e della Lega Araba. Di cui sentiamo parlare, di tanto in tanto, i radicali italiani.

Preso da: https://sergiomauri.wordpress.com/2015/09/26/la-libia-e-sarkozy/

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Ricordo del 2011: i liberatori della Libia, Sarkozy, Cameron ed Erdogan si congratulano con i mercenari della NATO

Retrocediamo fino al 2011 e ricordiamo come i “liberatori” della Libia, Sarkozy, Cameron ed Erdogan si congratulavano allora con i terroristi mercenari della NATO:
Quando il Presidente della Francia Francois Hollande richiama per la “neutralizzazione” di Bashar al-Assad, il britannico Ministro della Difesa Michael Fallon annunciava  preparativi per sospingere l’ISIS verso la Siria (…) “per mantenere le nostre strade sicure qui in casa”, dichiarava.

le-figaro-16-september-20111Allo stesso modo il turco Erdogan proclamava ai media che “Aleppo potrà trasformarsi nella 82a provincia della Turchia”; vale la pena ricordare che nel Settembre del 2011, gli esponenti europei,  il francese presidente Nicolas Sarkozy, il primo ministro britannico David Cameron ed il presidente turco Recep T. Erdogan, visitarono la Libia da poco occupata dai terroristi mercenari della NATO.

Le Figaro, 16 September 2011

The Guardian, 15 September 2011Cameron poses with terrorist ISIS
“Questo va più in avanti della Libia; questo è un momento in cui la primavera araba potrebbe trasformarsi in una estate araba e potremo vedere la democrazia anche in altri paesi. Credo che voi stessi potrete dare un esempio agli altri per quello che questo potrà significare”. (Il primo Ministro britannico David Cameron, in una conferenza stampa congiunta assieme al presidente francese, Nicolas Sarkozy, e quello della Libia, “Presidente” Mustafa Abdul Jalil, presso l’Hotel Corinthia, Trípoli, 15 Settembre, 2011   – The Guardian, 15 Settembre 2011

“Sapete quello che stavo pensando mentre camminavo per le strade di Tripoli e i corridoi dell’Ospedale? “Dice il presidente francese Hollande. “Stavo sognando che un giorno i giovani siriani avranno la stessa opportunità come quella di cui i giovani libici stanno usufruendo oggi giorno, e che un giorno anche loro possano dire: “la democrazia e la rivoluzione pacifica sono per noi”. Per questo forse la cosa migliore che posso fare è dedicare la nostra visita alla città di Tripoli per tutte quelle persone che hanno una speranza per la Siria, che un giorno potrà diventare un paese liberoi”. (Il presidente francese Nicolas Sarkozy alla conferenza stampa congiunta con il primo ministro Cameron in Libia ed il presidente libico, Mustafa Abdul Jalil, presso l’Hotel Corinthia, Trípoli, (15 Septiembre 2011)

Cameron Sarkpsy in LybiaLe operazioni militari in Libia condotte dalle coalizione Erdogan con pres. LibicoNATO (inclusa l’Italia) sono state effettuate dal Marzo all’Ottobre del 2011 per attaccare obiettivi all’interno del territorio libico ed annientare le forze lealiste del regime di Gheddafi. Le operazioni di terra furono condotte appoggiandosi sulle milizie jihadiste organizzate dai servizi di intelligence della NATO, le stesse che poi furono successivamente utilizzate anche in Siria per rovesciare il governo di Bashar al-Assad (operazione ancora in corso).

Il risultato ottenuto da quelle operazioni è stata la distruzione di basi militari, depositi ed infrastrutture,  la totale destabilizzazione del paese, oggi in preda al caos ed alla guerra civile.

Fonte: Syrian Freepress

Nelle foto a sinistra: David Cameron, Nicolas Sarkozy, il neopresidente libico Mustafa Abdul Jalil

Nella foto a destra: il presidente turco Erdogan abbraccia il neo presidente libico (verrà spodestato pochi giorni dopo)

Preso da: http://www.controinformazione.info/ricordo-del-2011-i-liberatori-della-libia-sarkozy-cameron-ed-erdogan-si-congratulano-con-i-mercenari-della-nato/

La Libia è ormai più contaminata del Giappone,grazie al premio Nobel per la pace Obama. Non c’è più futuro.

La Libia è ormai più contaminata del Giappone,grazie al premio Nobel per la pace Obama. Non c’è più futuro. Il giallo del falsi lavoratori immigrati e le ipocrisie degli italiani pronti a distruggere il Paese pur di sconfiggere Berlusconi  FERMIAMO LE CARRETTE DEL MARE

marzo 28, 2011 Inserito da agostino gaeta
Il Presidente della Repubblica a proposito degli immigrati lancia la linea politica: nessuna risoluzione sbrigativa,dice. Noi,comuni mortali ci siamo chiesti cosa volesse dire Napolitano e tutto in Italia sembra muoversi nella direzione di creare ancora problemi alla maggioranza ed al Governo. Come dire:la situazione si fa sempre più esplosiva e quasi dobbiamo attendere il fattaccio di cronaca per minare la credibilità di Berlusconi. Questi italiani non vogliono bene all’Italia,perché mentre tutti gli altri governi europei e non si muovono a tutela dell’interesse nazionale sopra ogni cosa,qui in Italia ci si muove in funzione di danneggiare sempre di più l’immagine del Premier, costi quel che costi. Ed allora,la Lega che avrebbe dovuto far valere le ragioni più popolari,perché più vicina storicamente alle istanze dei suoi elettori, è costretta a romanizzarsi,snaturando quel binomio Bossi-Berlusconi di fatto anti-politici per idee,poco statalisti e decisamente pragmatici.

L’allineamento al politichese dalemiano ed all’opportunismo finiano è il vero deterrente sociale di questo momento,perché Lega e Pdl hanno troppo timore di governare fuori dagli schemi che stanno ponendo PD e Presidenza della Repubblica.

Se dobbiamo passare per razzisti e rispedire al mittente profughi e clandestini,inutile stare a ciurlare nel manico ed alimentare quella politica che invade la quotidianità di una popolazione. La Francia ha messo il blocco alle frontiere, Malta spara addosso alle imbarcazioni. Certo,è un’esagerazione, ma davvero il nostri Paese non è nelle condizioni sociali,economiche e politiche tali da poter accogliere tutti quelli che decidono di venire in Italia. A fare che? Dove li mettiamo? Cosa faranno se non attivare forme di parassitismo che ci costeranno caro,come se già non abbiamo un grosso problema di lavoro in Italia. Eppoi smettiamola con questa contraddizione. Da una parte ce la menano sul fenomeno dilagante della disoccupazione che avrebbe raggiunto livelli di guardia,dall’altra gli stessi dichiarano che grazie agli extracomunitari siamo in grado di mandare avanti il lavoro di manovalanza. Scusate,ma c’è qualcosa che non è chiaro. Vale a dire che in Italia il lavoro non manca ed i disoccupati rifiutano di fare quello che fanno, nord africani,albanesi, indiani e cose simili. Follia. Se fosse davvero così ci sarebbe di che incazzarsi ed anche di brutto, perché sarebbe assurdo che si rinunci a lavorare, perché meglio non mangiare che lavorare la terra o fare le badanti. La storia forse è diversa. Forse si è troppo impegnati a voler dare addosso all’untore per accorgersi che dietro il lavoro offerto agli stranieri ci sono organizzazioni e lobby che hanno messo in campo un traffico di clandestini organizzati, con la complicità di proprietari terrieri.

Pagano cinque o sei mila euro gli indiani per una falsa assunzione. Soldi che si dividono i capi delle organizzazioni ed i proprietari. Basterebbe andare a guardare all’INPS,imprese del settore che come per incanto risultano strapiene di manodopera. Tutti assunti,ma nessuno di questi è mai passato dall’azienda. Sei mesi, un anno a libro paga,poi licenziati e sotto i freschi. Centinaia di milioni di euro guadagnati e buste paga false con una sottrazione incredibile di tasse che finiscono nel pagamenti di falsi stipendi. Intanto quei presunti lavoratori chissà dove sono andati a finire. Nessuna indagine seria su un fenomeno devastante che altera perfino i dati dell’occupazione reale.

Ed allora meno ciance. Mostriamo la serietà e la compattezza di uno Stato serio che non si fa prendere per i fondelli,né dagli extracomunitari, né dai contadini furbi alla Misseri, né da false teologie della solidarietà.

Mandiamo a casa i clandestini e blocchiamo in mare ogni tentativo di approccio alle nostre coste, anziché giocare a fare la guerra a Gheddafi. Tanto ci pensa la Francia. Ormai non è più neppure conveniente difendere delle posizioni strategiche di interessi petroliferi. La Libia è contaminata. Nei prossimi anni sarà un inferno,perché i falsi apostoli dell’umanità come Obama e Sarkò,hanno scaricato addosso ai libici, una tale quantità di Uranio impoverito la cui radioattività ha superato quella del Giappone. Tra qualche anno quella popolazione dovrà lottare contro malattie tumorali di massa,grazie alle bombe intelligenti che il premio Nobel per la pace Obama,sta sperimentando in Libia. Che provvedano America e Francia ad assumersi le responsabilità morali di un prossimo non lontano genocidio.

Gli Italiani vanno difesi da questa invasione che è una barbarie quando migliaia e migliaia di uomini senza patria e con evidenti disagi,devono trovare rifugio senza nessuna possibilità reale di poterli organizzare. Dove li mettiamo se l’Europa ha fatto intendere che non ha nessuna intenzione di affrontare il problema. Che sarà di certo un problema da dimensioni bibliche se l’intero Nord Africa ha le stesse identiche problematiche dei tunisini,degli eritrei e di tutti gli altri.

Non c’è una possibilità reale di poter affrontare l’onda lunga della falsa conquista democratica di Popoli oppressi. Quei Popoli prima di poter passare ad una civiltà occidentale,dovranno liberarsi di milioni di degenerati cronici che non hanno nessuna necessità di civiltà.

Preso da:

http://controcorrente.name/?p=902

Come un intellettuale da salotto ha portato la Libia nel caos

9 agosto 2015, adattamento di un articolo di Carlo Brenner

Tra il 2011 e il 2015 la Libia è passata da essere il primo Paese africano nell’indice di sviluppo umano (Human Development Index – Hdi), con cui le Nazioni Unite valutano lo standard di vita di una nazione, a essere uno stato fallito.

Due governi, uno islamico a Tripoli e l’altro secolare a Tobruk, una guerra civile che conta migliaia di vittime, la corte suprema privata della sua autorità, un ambasciatore americano ucciso fuori dal suo consolato in fiamme, tutte le ambasciate chiuse, ultima quella italiana, lo Stato islamico che imperversa liberamente per il Paese e addestra i suoi uomini minacciando l’Europa, e in particolare l’Italia, da molto vicino.

Solamente sei mesi dopo la fine della guerra – nell’ottobre del 2011 – con il potere nelle mani dei ribelli, Human Rights Whatch dichiarava che gli abusi apparivano “essere così diffusi e sistematici che potrebbero essere considerati crimini contro l’umanità”.

A ottobre 2013 l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha riportato che “la stragrande maggioranza degli 8.000 detenuti, per ragioni riguardanti il conflitto, sono trattenuti senza un regolare processo” in carceri dove Amnesty International ha scoperto che “sono soggetti a pestaggi prolungati con tubi di plastica, sbarre di metallo o cavi. In alcuni casi sono soggetti a shock elettrici, sospesi in posizioni contorte per ore, tenuti continuamente bendati e con le mani legate dietro la schiena o privati di acqua e cibo”.

In un video recentemente diffuso da un sito d’informazione libico, sono filmate le torture subite da Saadi Gheddafi, terzo figlio del raìs ma più noto a noi italiani per essere un ex calciatore di Perugia e Udinese.

Nella nuova Libia sognata da pensatori e politici occidentali, si stima che novantatré giornalisti siano stati attaccati, arbitrariamente arrestati, assassinati o picchiati solo nei primi nove mesi del 2014. Come conseguenza di quest’anarchia e delle violenze diffuse, le Nazioni Unite hanno calcolato che circa 400mila libici hanno lasciato le loro case e 100mila hanno lasciato del tutto il Paese. La Libia è in ginocchio. Molti oppositori del regime oggi rimpiangono l’ordine che questo, almeno un tempo, riusciva a garantire.

Secondo un’analisi di Alan J. Kuperman, professore presso The University of Texas at Austin, pubblicata sulla rivista americana Foreign Affairs nel marzo del 2015, prima dell’intervento occidentale la guerra civile libica era sul punto di concludersi con un costo complessivo di circa mille vite umane. Sul numero finale delle vittime le stime sono discordi: variano da 8mila a 30mila morti. Il dato più accreditato è fornito dal ministero per i Martiri e i Dispersi del governo post-Gheddafi, che ne conta 11.500.

L’intervento Nato avrebbe quindi aumentato le morti di almeno dieci volte. A questo dato vanno aggiunte le morti causate dalla guerra civile scoppiata al termine del conflitto: il sito internet Lybia Body Count stima che il numero delle vittime solamente nel 2014 sia stato di 2.825. Nel corso del 2015, fino al 30 luglio, sarebbero almeno 1.063.

Inoltre è riportato che le milizie che combattono oggi in Libia fanno un uso indiscriminato della forza: ad agosto del 2014 il Tripoli Medical Center ha calcolato che su cento morti nei recenti scontri, cinquanta erano donne o bambini. Al contrario di quanto sostenuto dalla propaganda dei ribelli, i dati dimostrano che il regime di Gheddafi si era invece dimostrato tollerante nei confronti dei ribelli che avessero deposto le armi, e che aveva anche cercato di evitare morti tra donne e bambini.

Non c’è dubbio che la Libia di Gheddafi, era molto meglio di quello che abbiamo oggi: un Paese nell’anarchia dove nessun diritto è rispettato. La responsabilità di questo disastro, costato migliaia di vite umane, è stata principalmente della Francia dell’ex presidente Nicolas Sarkozy.

In secondo luogo degli Stati Uniti e del Regno Unito che, stimolati dalla Francia, hanno visto non solo la “necessità ma anche la possibilità di intervenire”, come ha sostenuto il primo ministro britannico David Cameron. Ma quello che sorprende di più è la responsabilità da imputare a un solo uomo. Non è un politico né un militare, ma un filosofo francese: Bernard Henry Levy (BHL).

I fatti

Il 17 marzo del 2011 il consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vince finalmente le resistenze di Russia e Cina, e fa passare la risoluzione 1973 che autorizza l’intervento militare in Libia. Con la tradizionale retorica americana, il presidente statunitense Barack Obama spiega che l’intervento sarebbe servito a salvare la vita dei buoni democratici contro il cattivo dittatore. Un modo di ragionare per contrasti che, fortunatamente, non ha mai convinto gli italiani, consapevoli, per natura e tradizione, della complessità della realtà e della superficialità di tali giudizi.

Pochi giorni dopo la risoluzione, la Francia insieme ad alcuni Paesi della Nato istituisce una no-fly zone. Questo perché Gheddafi aveva suscitato il grande sdegno della comunità occidentale per aver “”impiegato l’aviazione nella repressione della rivolta””. L’obiettivo della no-fly zone doveva essere quello di impedire che i caccia del regime si alzassero in volo. Tuttavia, a un occhio neanche troppo attento, sarebbe bastato leggere un articolo del Corriere della Sera, firmato dal giornalista italiano Guido Olimpio nei primi giorni del conflitto, per rendersi conto che i velivoli dispiegati dalle varie forze militari coinvolte erano sia per il combattimento aria-aria che per quello aria-terra.

Sette mesi dopo, nell’ottobre del 2011, dopo una campagna militare intensa, i ribelli, grazie a un ampio sostegno delle forze armate francesi, americane e britanniche prendono il controllo del Paese. La guerra si conclude con la cattura di Gheddafi, in fuga verso la sua città natale, Sirte, seguito da un convoglio di fedelissimi, che non sarebbe mai stato raggiunto dai ribelli senza l’aiuto degli aerei Mirage francesi che l’hanno bombardato. Gheddafi è stato catturato, picchiato e ucciso come un cane. ( almeno è questo che noi DOBBIAMO credere, per volere dei media).Questo è stato il primo gesto della nuova, buona Libia, democratica e giusta.

L’uccisione di un leader politico che ha guidato un Paese per quarantadue anni è stata accolta con entusiasmo da tutti i governi occidentali. L’unico commento fuori dal coro è stato quello dell’allora premier italiano Silvio Berlusconi che usò il latino per dire “sic transit gloria mundi”. Un commento né positivo né negativo ma realista, machiavelliano, da uomo che proviene da una cultura più complessa, come la nostra. Fu ovviamente anche il commento di un uomo che pochi mesi prima aveva concluso accordi molto vantaggiosi con il regime e che si trovava nella situazione contraddittoria di fornire le sue basi per attaccare un alleato.

Una situazione come questa richiama alla memoria il giurista e filosofo politico tedesco Carl Schmitt, il quale sosteneva che il progresso non deve essere perseguito a ogni costo perché non sempre porta verso il meglio. Talvolta la società raggiunge risultati che possono essere già sufficientemente evoluti da non richiedere ulteriore progresso, che può anche trasformarsi in regresso. In questa situazione sembra che il regresso della nostra morale sia evidente.

Se 2.217 anni fa Scipione l’Africano e Annibale Barca, in guerra fra loro, potevano incontrarsi in mezzo al campo di battaglia di Zama per discutere con rispetto reciproco le sorti della guerra – guardandosi da nemici, ma soprattutto da uomo a uomo che rappresentano interessi diversi – oggi sembrerebbe che non siamo in grado di una simile raffinatezza morale. Sembra che non siamo capaci di vedere l’uomo oltre la maschera. Grazie alla narrativa americana, oggi ragioniamo solo attraverso la dicotomia cattivi-buoni e chiediamo la testa di quello scelto, di volta in volta, come il cattivo. Dobbiamo vederlo morto per essere soddisfatti. Una pratica barbara e intollerabile.

Il ruolo di un uomo

Nella vicenda è interessante esaminare il ruolo che un solo uomo ha avuto nella decisione di intraprendere una campagna militare in Libia. Bernard Henry Levy (BHL), celebre filosofo francese, personaggio televisivo e stimata firma di svariati giornali, viene tradotto e pubblicato anche in Italia dal Corriere della Sera. Il filosofo, per sua stessa ammissione e vanto, si è impegnato in prima persona a organizzare gli incontri tra il leader dei ribelli, Mahmoud Jibril, e il presidente francese Sarkozy che hanno convinto quest’ultimo della necessità di intervenire.

Il tutto è raccolto nell’autocelebrativo documentario Le Serment de Tobrouk, scritto, diretto e interpretato dallo stesso BHL e uscito nelle sale francesi il 6 giugno del 2012. Quando gli è stato chiesto perché avesse adottato questa causa, BHL ha risposto: “Perché? Non lo so! Certo era per i diritti umani, per prevenire un massacro e bla, bla, bla – ma volevo anche fargli vedere un ebreo che difendeva la lotta contro una dittatura, per dimostrare fratellanza. Volevo che i musulmani vedessero che un francese – occidentale ed ebreo – poteva essere dalla loro parte”.

Il filosofo francese aveva già cercato di rendersi protagonista della politica estera del suo Paese cercando di portare la voce del leader afghano Ahmad Shah Massoud, in lotta contro i Taliban, al presidente Jacques Chirac nel 2001, senza successo. Ha invece fortuna con il suo ruolo di mediatore a Bengasi nel 2011 quando, incontrando il leader dei ribelli Jibril, promise di farsi portavoce della sua causa presso il presidente Sarkozy.

È evidente che i momenti politici erano diversi: la causa anti-talebana di Massoud era troppo lontana dagli interessi francesi e occidentali prima dell’attacco alle Torri Gemelle, e Chirac era un presidente più attento alle sfumature rispetto a Sarkozy (come apparve evidente quando il suo ministro degli Esteri Dominique De Villepin si schierò contro l’intervento militare in Iraq nel 2003).

Al momento dell’intervento in Libia si presentava un panorama molto più allettante per Sarkozy: l’opportunità di mettersi in mostra come un sostenitore della primavera araba e la reimpostazione degli interessi economici, più favorevoli per l’Italia che per la Francia nel 2011.

Insomma, BHL in Libia è stato l’uomo giusto al momento giusto. Pensava probabilmente di essere il protagonista del supporto occidentale ai ribelli libici, ma allo stesso tempo si è ritrovato a essere una mascotte pubblicitaria di interessi più grandi e complessi. Il suo ruolo non è tuttavia da sottovalutare ma da condannare con forza: le avventure esotiche di un intellettuale mondano sono state concause della distruzione di un Paese e di migliaia di vittime che sognavano un futuro migliore. Come suggerisce il diplomatico italiano Roberto Toscano in un recente articolo, bisognerebbe attribuirgli il premio Nobel per la pace al contrario.

La Libia di domani

Oggi il futuro della Libia rimane incerto. Le fazioni in lotta di Alba Libica a Tripoli, vicina alla fratellanza musulmana, e Operazione Dignità a Tobruk, comandata dal laico Generale Haftar, non sembrano poter scendere a compromessi.
Sicuramente la situazione non può rimanere tale a lungo. L’anarchia imperante nel Paese ha ridotto il benessere della popolazione e la possibilità per qualsiasi partner commerciale di partecipare alla sua economia. Oggi in Libia le interruzioni energetiche sono la normalità, anche fino a 18 ore al giorno, e la sicurezza non è garantita da nessuna autorità centrale ma da milizie non organizzate e soprattutto non sottoposte a nessuna regola.

Anche l’economia è in ginocchio: se la Libia prima della guerra poteva contare su una produzione di 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno, il dato è sceso a zero durante l’intervento Nato e oggi è al 30 per cento del periodo pre-guerra. Inoltre, a causa degli scontri continui, le due principali città, Tripoli e Bengasi, hanno dovuto chiudere sia i porti che gli aeroporti.

Anche l’economia è in ginocchio: se la Libia prima della guerra poteva contare su una produzione di 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno, il dato è sceso a zero durante l’intervento Nato e oggi è al 30 per cento del periodo pre-guerra. Inoltre, a causa degli scontri continui, le due principali città, Tripoli e Bengasi, hanno dovuto chiudere sia i porti che gli aeroporti.

Questo ha portato a situazioni drammatiche come quella dei quattro italiani rapiti a luglio del 2015, dei quali non abbiamo notizie anche perché manca qualsiasi meccanismo d’intelligence unificato, efficiente e in grado di collaborare le nostre autorità. La recente condanna a morte emanata da un tribunale di Tripoli a Saif al-Islam, secondogenito di Muammar Gheddafi, con l’accusa di genocidio è un altro segnale dell’instabilità del Paese, ma potrebbe portare ad alcuni risvolti interessanti.

La sentenza non sarà eseguita perché Saif è nelle mani di una milizia della città di Zintan, nel nordovest della Libia, che si oppone al governo di Tripoli. Inoltre, il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, a Tobruk, reputa illegittimo il verdetto della corte perché il tribunale si trova in una città non controllata dallo stato. Saif potrebbe ora diventare una pedina molto importante dello scacchiere libico, vista la sua influenza e la sua reputazione di riformista.

Tra il 2009 e il 2010 Saif aveva anche, lentamente, convinto il padre a rilasciare quasi tutti i prigionieri politici ricevendo anche il plauso occidentale. Dato interessante è anche che molti leader della rivolta avevano precedentemente ricevuto incarichi di governo da Saif, tra cui anche il loro leader Mohmoud Jibril.

Insomma, la Libia merita di uscire da questa terribile impasse e ritrovare il suo posto nel mondo. Le soluzioni sono complesse ma possibili. La comunità internazionale non può lavarsi le mani dal disastro che ha creato e deve riconoscere le sue responsabilità aiutando il Paese a ritrovare l’ordine di cui l’ha privata.

L’Italia, in particolare, può e deve svolgere un ruolo importante in questa faccenda perché la Libia è un Paese che non possiamo ignorare, non solo per la vicinanza geografica e per ragioni storiche, ma anche per i risvolti sociali diretti che l’instabilità provoca: la tragedia dei migranti che intraprendono il viaggio della speranza verso le nostre coste e che sono tratti in salvo in mare dalla nostra Marina Militare ci impone di giocare un ruolo di primo piano.

Fino a oggi, anche grazie a operazioni congiunte con altri Paesi, abbiamo salvato 188mila vita umane. L’Italia, incapace di parlar bene di se stessa, deve rivendicare con orgoglio il grande ruolo che sta svolgendo in questa situazione: 188mila persone hanno visto la bandiera italiana come un segno di salvezza, e i nostri militari non hanno deluso le aspettative.

Purtroppo tutto lo sforzo non ha permesso di evitare la morte di 2mila esseri umani nel solo 2015: questo il dato drammatico comunicato dall’Organizzazione internazionale dei migranti (Oim). L’incontrollato flusso dei migranti è una diretta conseguenza dell’anarchia vigente in Libia, dove il traffico degli esseri umani è diventato una pratica diffusa.

Nell’affrontare la problematica libica, la lezione che dobbiamo trarre dagli errori commessi è che non ci si può far guidare dalle emozioni del momento e farsi trascinare dalla propaganda. L’interventismo va evitato, ma nel caso le circostanze lo rendessero inevitabile è necessario studiare a fondo la situazione interna e i possibili risvolti che la nostra ingerenza potrebbe provocare.

Molti governi destinano troppo poco tempo e fondi allo studio delle dinamiche interne degli altri Paesi oppure non hanno sviluppato una sana interazione tra la politica e le strutture di ricerca, come le università, i think tank e la diplomazia.

La politica estera è fatta da statisti, diplomatici e ricercatori, non da filosofi mondani alla ricerca di brividi.

Libero adattamento da: http://www.thepostinternazionale.it/mondo/libia/libia-intervento-sbagliato-bernard-henry-levy

Libia: le manipolazioni della Clinton (e di Luttwak)

21 marzo 2015

IL SIMPATICO LUTTWAK
Il prof. Edward Luttwak, politologo e analista americano più conosciuto a Roma che a Washington, da tempo presenzia tutti gli spazi mediatici del nostro Paese; da Vespa a Formigli, da Lilli Gruber alla Zanzara, Luttwak è intervistato da tutti su tutto e dispensa consigli agli italiani sull’intero scibile umano; alcuni geniali (come quando propose di dare in gestione il sito di Pompei alla Disney), altri un po’ meno, soprattutto quando parla di politica estera e si abbandona alla strenua e difesa a prescindere della Casa Bianca.
Qualche tempo fa, a Piazza Pulita, l’ha detta grossa; parlando della Libia ha spiegato che con la disastrosa guerra del 2011, gli Usa non c’entravano nulla: “L’intervento è stato fatto dai francesi e gli inglesi” ha esclamato; e ancora “Responsabili sono Cameron e Sarkozy, erano loro gli entusiasti”.
Un’enormità di questo tipo non si perdona neanche al simpatico Luttwak.

4 LIVELLI DI IRRESPONSABILITÀ
Recentemente il Washington Times ha ricostruito, attraverso documenti segreti ritrovati a Tripoli dopo la caduta di Gheddafi, l’operazione di manipolazione orchestrata da Hillary Clinton (allora Segretario di Stato americano), per legittimare l’intervento militare Usa in Libia.
I documenti sono una serie di telefonate registrate (e confermate dai diretti interessati), intercorse tra alti ufficiali del Pentagono, un membro democratico del Congresso americano e Saif Gheddafi, figlio del Colonnello, nei giorni cruciali della guerra.
Dai documenti appaiono con chiarezza 4 livelli d’irresponsabilità e approssimazione con cui Washington si è rapportata alla crisi libica:

1) il Pentagono agiva indipendentemente dal Dipartimento di Stato, per evitare una guerra che (incredibilmente) erano i militari a non volere e i politici ad imporre.

2) la Cia non aveva la minima idea di cosa stesse realmente accadendo sul terreno, all’interno della guerra civile.

3) il Dipartimento di Stato (cioè la Clinton) non aveva istituito alcun canale diretto di gestione crisi con il regime libico (che, al contrario, aveva il Pentagono), né aveva conoscenza di chi fossero realmente i “ribelli anti-Gheddafi” e di quanti jihadisti e islamisti vi erano al loro interno.

4) La Clinton manipolò le informazioni su un presunto genocidio in atto da parte del governo libico; genocidio smentito dal Pentagono e dalle organizzazioni umanitarie operanti in Libia.

Sarah Leah Whitson, direttore esecutivo del Medio Oriente per Human Rights Watch ha confermato al Washington Times che vi erano state atrocità ma “nulla che potesse far pensare ad un genocidio imminente”. Amnesty International, in un report del settembre 2011, svelò che i crimini erano compiuti anche dai ribelli  (torture, esecuzioni sommarie di civili e rapimenti di lavoratori stranieri).

GENERALI “PACIFISTI” E POLITICI GUERRAFONDAI
Come scrivemmo già nel 2011, Hillary Clinton forzò le informazioni, inaugurando la teoria della guerra umanitaria preventiva: colpire Gheddafi non per i crimini commessi ma per quelli che avrebbe potuto commettere. Una vera follia. L’intelligence militare spiegava, al contrario, che Gheddafi aveva dato precisi ordini di non colpire i civili per evitare reazioni internazionali.
Dalle registrazioni si evidenzia come il Pentagono (nella figura dell’Ammiraglio Mullen allora Capo di Stato Maggiore congiunto) non si fidasse delle relazioni che il Dipartimento di Stato e la Cia impacchettavano ad Obama, “ma non c’era nulla che potesse fare per contrastarle”.
La signora Clinton fu inamovibile nel trascinare la Casa Bianca nell’avventura libica (e Obama nel farsi trascinare), ignorando gli avvertimenti del Pentagono secondo cui “gli interessi degli Stati Uniti non erano in gioco, mentre e la stabilità regionale poteva essere minacciata” nel caso di caduta del regime.

Charles Kubic, uno dei mediatori del Pentagono in Libia ha rivelato che dopo la prima settimana di missili americani sulle basi libiche, Gheddafi era disposto a cedere il suo governo per una transizione pacifica a due condizioni: l’eliminazione delle sanzioni contro di lui e l’insediamento di una forza militare in Libia che impedisse la consegna del paese ai jihadisti; “Tutti pensavano che fosse una cosa ragionevole. Ma non il Dipartimento di Stato“.

RICORDIAMOCI QUESTA STORIA
Con buona pace del prof. Luttwak, la Casa Bianca non può esimersi dalle responsabilità di quella guerra disastrosa.

Fra un anno la signora Clinton potrebbe essere uno dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti; ricordiamoci di tutto questo quando inizieremo a leggere i peana dei servizievoli giornalisti italiani sulla “prima donna presidente degli Stati Uniti”; la cui irresponsabilità e incapacità è una delle causa del dilagare dell’Isis nel Mediterraneo.

Fonte: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2015/03/21/libia-le-manipolazioni-della-clinton-e-di-luttwak/#

Libia, la madre di tutti gli errori

31/08/2014

L’Occidente, dopo aver eliminato Gheddafi, ha clamorosamente aperto la strada a centinaia di milizie islamiche
di Piero Orteca
Negli ultimi due anni la Libia è diventata la parafrasi di tutte le castronerie commesse dalle Cancellerie occidentali in politica estera. Sappiamo tutti che l’Europa, francesi in testa, e gli Stati Uniti (con meno convinzione) hanno liquidato Gheddafi per motivi non certo nobilissimi. Gli interessi di bottega, più o meno luridi, l’hanno fatta da padrone, e oggi i catastrofici risultati ottenuti dalle varie “Primavere arabe” sono sotto gli occhi di tutti. O quasi. Perché coloro che dovevano vedere sono ancora girati dall’altro lato. Certo, è roba da pazzi. Una sanguinosa guerra tribale, condotta senza scrupoli da bande di feroci scanna- pecore, è stata spacciata come una sacrosanta “lotta per la democrazia”. Dirlo oggi sembra scontato, ma solo due anni fa significava essere presi a pernacchie da schiere di fessacchiotti, che affollavano (oggi un po’ meno, vista la mala parata) le legioni dei benpensanti in servizio permanente effettivo. Da quando il Colonnello << uscito di testa>> è stato fatto fuori dai servizi segreti di Sarkozy,( o almeno così ci hanno COSTRETTO A CREDERE) , le cose nell’ex “Cassone di sabbia” di giolittiana memoria sono andate di male in peggio.
 Oggi in Libia comanda chi ha un kalashnikov in mano, il resto non conta. Petrolio, controllo dei flussi migratori, materie prime, odi ancestrali fra le diverse etnie fanno parte di un calderone in perenne ebollizione. L’ultima è dell’altro giorno. Il primo ministro, Abdullah al-Thinni ha mollato. Un nobile gesto? Forse. Di sicuro è altra benzina sul fuoco, perché gli islamisti ne hanno subito approfittato per chiedere la resurrezione del vecchio General National Congress, dove spadroneggiavano. Il presidente francese Hollande, per la serie «chiudiamo la stalla dopo che i buoi sono scappati» ha invocato all’Onu un «sostegno eccezionale». Strana richiesta, se fatta dal leader di un Paese che ha praticamente scatenato tutto questo putiferio. Comunque, la mossa di al-Thinni si spiega anche con la necessità di formare un simulacro di “Grosse Koalitione”, che includa beduini, cittadini, laici, jihadisti, tripolini, cirenaici, gente che arriva dalla regione di Sirte e chi più ne ha più ne metta. Tutto per evitare che, dopo le prime strette di mano, finisca a raffiche di mitra. La questione è molto più ingarbugliata di quanto si possa credere. I fondamentalisti (di Misurata) si appellano al Congresso Nazionale (a maggioranza islamica), mentre liberali e federalisti guardano solo al Parlamento, costretto, visti i chiari di luna, ad abbandonare Tripoli e Bengasi e a riunirsi a Tobruk. Ora, i jihadisti hanno sconfitto le milizie laiche di Zintan ed alzano la voce, non riconoscendo i risultati delle scorse elezioni di giugno. Nel frattempo si sono eletti un nuovo leader, Omar al-Hasi, che, secondo loro, dovrebbe andare bene per tutti. Con le buone o con le cattive. Nel frattempo, l’aeroporto di Labraq è stato attaccato con i missili (pesanti) “Grad”, così è stato chiesto ai “vicini” di intervenire. In particolare ci si è rivolti all’Egitto, dove il nuovo presidente, generale El Sisi, avrà mille difetti, ma gode di un pregio unico: prima di gettarsi nelle rogne con tutte le scarpe, come hanno fatto al tempo che fu francesi e americani, ci pensa trentatré volte. Per cui la risposta è stata “no grazie”, e tiremm innanz. Occorre dire che Labraq, a est di Bengasi, ha ormai sostituito in tutto e per tutto l’aeroporto internazionale di Tripoli, dove ormai gli aerei vengono regolarmente sforacchiati dalle pallottole. Ma la riflessione più importante dev’essere fatta su una questione di estrema evidenza: la Libia è ormai diventata una specie di terra di nessuno, di campo neutro dove tutto il Medio Oriente va a giocare le sue partite. El Sisi ha detto no a un intervento di terra a Tripoli, ma ha lanciato, assieme all’Arabia Saudita e agli Emirati, un air-strike col silenziatore. Niente di eclatante, per carità, ma sufficiente a far capire che ormai, in quell’area, si può benissimo fare a meno del permesso americano. Abdel Fattah El Sisi e il principe saudita Sheik Muhammed bin Zayed hanno deciso un’azione congiunta contro i miliziani islamici e, indirettamente, contro i loro finanziatori (il Qatar e il suo leader, Sheik Tamim bin Hamad al-Thani). L’inimicizia con lo Stato di Doha dura da lunga pezza. Da quando, cioè, il piccolo Paese del Golfo si è schierato, armi e bagagli, dalla parte dei Fratelli Musulmani (e di Hamas). Gli analisti israeliani, visti il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e il sostanziale flop fatto dallo strike in Libia, si aspettano però altri scontri “fratricidi” in tutto il Medio Oriente. Col Qatar nel mirino degli egiziani e dei sauditi. Ma la riflessione più forte, come abbiamo anticipato, verte sul ruolo (o, meglio, sul mancato ruolo) della Casa Bianca. La BBC parla esplicitamente di “allegations”, cioè di accuse o, per meglio dire, di “speculazioni” degli americani sul raid aereo, che sarebbe stato condotto da caccia degli Emirati Arabi Uniti, i quali hanno bombardato Tripoli partendo da una base egiziana. In pratica, a Washington non sono stati avvisati di alcuna mossa e i nuovi alleati del Medio Oriente, Egitto in testa, si muovono strafregandosene di Barack Obama e dei suoi generali a quattro stelle e tanti pennacchi. D’altro canto, dicono al Cairo, è vero o non è vero che gli Stati Uniti prima hanno fatto (o, comunque, hanno programmato) la festa a Gheddafi, poi hanno gettato a mare con tutte le scarpe l’alleato di una vita (Hosni Mubarak) e adesso piangono lacrime di coccodrillo perché in Libia comandano almeno 350 milizie diverse? Una cosa è sicura: il National Security Council Usa è sull’orlo di una crisi di nervi. Libya Dawn (“Alba Libica”), l’alleanza che raggruppa gli islamisti, ha preso il controllo della capitale e del suo aeroporto. Come spesso capita in questi casi, anche Obama ha cercato di applicare il suo motto «Yes, we can» per uscirsene dal ginepraio. «Yes, we can», nel senso di «ce la possiamo fare ». A organizzare un colpo di Stato, aggiungiamo noi. Ci hanno provato, da Bengasi, col generale Khalifa Haftar, ma la Libia non è Grenada e le unità d’élite impiegate (a cominciare dal gruppo al-Saiqa) hanno fatto un bel buco nell’acqua. Fin dal 2011 il Qatar sostiene gli islamici più o meno moderati, guardato di sguincio da diversi Paesi arabi. Ma ora viene il bello. Assisteremo a una mattanza fra arabi, alcuni sostenuti da Israele, ed ex alleati?

Fonte: http://www.gazzettadelsud.it/news//106309/Libia–la-madre-di-.html

SARKHOLLANDE E GLI ALTRI PADRINI. 5 PUNTI DA GRIDARE DAI TETTI

Riassunto dei cinque punti. 1. Nato e Golfo hanno aiutato in tutti i modi l’ascesa dei terroristi in molti paesi. 2. Nato e Golfo hanno condotto guerre di aggressione dirette o indirette definibili come terrorismo. 3. Vittime di massa del terrorismo sedicente islamico sono popolazioni musulmane, e comunque popolazioni extraoccidentali. 4. Chi combatte di più e con più sacrificio contro il terrorismo sedicente islamico sono le popolazioni musulmane e comunque extraoccidentali, molti popoli e diversi governi del Sud del mondo. 5. Media e società civile d’Occidente sono colpevoli di ignavia rispetto all’intreccio guerre di aggressione-sostegno al terrorismo.

Il 2015 si è aperto all’insegna del terrorismo. In Nigeria centinaia o forse migliaia di persone in sedici villaggi sono state massacrate dai folli di Boko Haram, rafforzatisi grazie alla guerra della Nato in Libia che ha prodotto un proliferare di spore terroriste armatissime. In Yemen decine di morti e almeno 40 feriti in un attentato kamikaze compiuto a Sana’a in un’alba di morte. Diverse autobombe in Iraq, con molte vittime; succede tutti i giorni dal 2003 (invasione Usa). A Tripoli nove morti in un attentato compiuto da una delle bande nelle quali si è sciolto il paese, come nell’acido. Anche la fine dell’anno 2014 è stata un concentrato di terrore (*).

Dimenticavamo: il 7gennaio 2015 alcuni terroristi hanno ucciso 17 persone in Francia. Solo per queste ultime si sono mobilitati governi e popoli, media ufficiali e social network, associazioni e singoli. Con Sarkozy e Hollande e gli altri leader occidentali, Nato e petromonarchi in prima linea.

Gli stessi antirazzisti non islamofobi hanno peccato di razzismo inconscio. Il razzismo dei buoni? Il sangue europeo vale dunque di più, proprio in proporzione alle infinitamente maggiori possibilità economiche, per mantenere le quali si fanno le guerre?

Per questa ragione la Rete No War, bastian contrari, è andata a portare solidarietà all’ambasciata della Nigeria.

Contro l’orrore islamofobo e le prospettive di nuove guerre, cinque elementi devono essere ben chiari quanto ai veri colpevoli e alle vere vittime dei terroristi; e del terrorismo chiamato guerra.

Primo. Connivenze criminali. L’Occidente e i petromonarchi non combattono il terrorismo, anzi lo hanno fomentato permettendogli di conquistare interi paesi non occidentali prima in mano a governi laici. L’attentato a Parigi è frutto anche della politica francese in Siria (come ha ricordato l’ambasciatore siriano all’Onu Bashar al Jaafari in un’intervista a Presstv:). Nel dicembre 2012 a Marrakesh il ministro degli esteri francese Laurent Fabius aveva dichiarato che al Nusra (gruppo che fa parte della galassia armata a geometrie variabili al lavoro in Siria) faceva gli interessi della Francia (ecco il video:). E nel 2013 l’attuale primo ministro Manuel Valls aveva sostenuto di non potere, come ministro dell’interno, impedire a jihadisti francesi di andare a combattere in Siria.

Ma prima della Siria, la Libia. In questo articolo una breve storia di come fra il 2011 e il 2014 il governo francese sotto la guida di Nicholas Sarkozy e poi di François Hollande abbia perpetrato, insieme agli alleati della Nato e alle petromonarchie, una politica estera tale da provocare in Libia, Siria e non solo, massacri mille volte più grandi di quello visto a Parigi. Certo, quando fanno stragi in Occidente li chiamano terroristi; quando invece con i soldi occidentali fanno strage in Libia, Siria, Iraq, Afghanistan, ecc., li chiamano «combattenti per la libertà». In Libia la Nato con sette mesi di bombardamenti ha fatto letteralmente da aviazione ad Al Qaeda. E gruppi islamisti sono stati riforniti di armi grazie a una rete della Cia.

 

Vecchia storia, ben nota, della politica neocoloniale per la rapina delle risorse altrui e l’invasione di spazi. In Afghanistan si finanziarono i mujaidin. In Kosovo con la guerra Nato del 1999 fu portato al potere l’Uck (Esercito di liberazione del Kosovo), formazione di narcotrafficanti non estranea a spore terroriste . Nell’Iraq invaso i gruppi fanatici hanno prosperato, saldandosi poi a quelli fomentati in Libia e Siria per piani geostrategici.

 

In un’operazione a tenaglia, dalla Libia il terrorismo fanatico internazionale nutrito dalla guerra Nato ha infettato di armi e uomini intere porzioni di Africa subsahariana (Mali, Nigeria, Niger) oltre a dilagare in Siria, dove passano armi e uomini in funzione anti-Assad e anti-Iran. Paesi occidentali e petromonarchi insieme alla Turchia (riuniti nell’associazione a delinquere chiamata Amici della Siria”, poi diventata “Gruppo di Londra” e mai sciolta) hanno finanziato, armato, addestrato forze antigovernative composte da siriani e combattenti di molti altri paesi (e c’è ancora chi dice che l’Occidente non ha aiutato i «ribelli» e questi si sono dovuti rivolgere agli integralisti!). Il sistema a geometrie variabili dei “ribelli” è poi sfociato nei tagliagole di Daesh (Isis) andati alla conquista dell’Iraq. E alla fine «c’è un momento – successe anche ai gerarchi di Washington – che il mostro costruito con tanta applicazione e disciplina decide di camminare per conto proprio. Si è visto con i talebani in Afghanistan o con le milizie in Libia. Il sedicente Stato islamico è questo» . Il ragionamento vale sia che il gesto di Parigi, di «jihadisti autoctoni» sia stato una missione comandata dai capi, un’azione autonoma o un false flag pretesto per nuovi interventi bellici e nuove politiche «di sicurezza».

Uno scenario diverso ma stessa vergognosa connivenza è l’appoggio politico (e quanto alla Cia anche militare) dato al golpe neonazista in Ucraina, con seguito di terrorismo modello Inquisizione nel rogo a Odessa e molto altro. Ma nessuno è Odessa….

 

Secondo. L’Occidente ha praticato anche direttamente il terrorismo colpendo intere nazioni con le guerre di bombe e sanzioni. Perché si è parlato di stato di guerra a Parigi, dimenticando che Parigi e i suoi alleati della Nato e del Golfo hanno portato una guerra vera in molti paesi distruggendoli. Guerra e terrorismo: due orrori speculari. Crimini contro l’umanità. Del resto le guerre di aggressione sono terrorismo (magari al cielo) e il terrorismo è guerra. E’ incredibile che si parli di «noi occidentali tolleranti portatori di una cultura di pace e libertà». Dalla prima guerra del Golfo nel 1991, l’Occidente buono ha condotto cinque guerre devastanti a suon di bombe con pretesti umanitari (terrorismo dai cieli in Iraq, Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia), e ha fomentato guerre per procura come in Siria e Ucraina, per suoi interessi economici e geopolitici veri o presunti. Crimini su crimini, sempre impuniti. Intanto, in contemporanea con il massacro a Parigi, la Nato ha ucciso bambini afghani nella cosiddetta lotta al terrorismo. Non parliamo poi della perenne guerra economica, condotta anche a colpi di sanzioni, contro una miriade di paesi. Guerre per il petrolio si intrecciano a guerre del petrolio. Embarghi si accavallano a destabilizzazioni. E’ dunque legittimo dire che gli attentati «sono stati commessi da quella stessa rete che la nato aveva creato per combattere una sua sporca guerra».

Terzo.  La matrice non è islamica. Sono milioni le vittime non occidentali del terrorismo (e delle bombe occidentali): i popoli mediorientali e africani, e altri popoli a maggioranza musulmana. Giustamente al diluvio di twitter @iosonocharliehebdo, uno scrittore libanese ha reagito con il twitter @jesuisAhmed: il poliziotto musulmano ucciso da falsi musulmani e veri terroristi. Ma sarebbe più esatto dire @iosonoFatimaOmarHanaEliasYuri e milioni di uccisi da bombe e terroristi.

Rafa, Omar, Hana, Elias, Salah, Fatima, Aminullah…persone incontrate in Iraq, Siria, Libia, Afghanistan, Africa subsahariana. Popoli e nazioni annientate dal binomio bombe occidentali+terrorismo fomentato. Centinaia di migliaia di morti e amputati, infrastrutture distrutte, popolazioni sfollate o rifugiate. Il loro sangue, le loro disgrazie vanno pianti meno?

Quarto. I veri oppositori del terrorismo sedicente islamico sono proprio i popoli mediorientali e africani, gli altri popoli a maggioranza musulmana e i governi e popoli del Sud del mondo. I terroristi non sono affatto rappresentativi dell’islam e dei suoi fedeli. E non lo sono i loro padrini petromonarchi rispetto ai quali qualunque definizione sarebbe eufemistica. Proprio come non rappresentano l’Occidente i ragazzi di buona famiglia europei che buttano l’acido in faccia a qualcuno e i governanti occidentali che buttano bombe sulle teste altrui e fomentano il terrorismo.  Quando si parla di «musulmani moderati», magari aggiungendo che sono pochi, si dimentica che i musulmani non fanatici sono 1,57 miliardi e i fanatici terroristi (che si dicono musulmani) sono forse lo 0,00001…e oltretutto fanno vittime appunto soprattutto fra i musulmani e comunque fra non occidentali! E si fa anche un torto ai musulmani quando si dice che gli attentati terroristici sono una risposta asimmetrica alle aggressioni occidentali a suon di bombe sulla testa di donne e bambini. Non sono quelle donne e quei bambini a vendicarsi! Divulghiamo le parole dei giovani di Gaza ( Gaza Youth Breaks Out, li trovate qui: ) che lo spiegano per bene. Altro che «scontro di civiltà, noi contro di loro» (come le destre bombardano e come si dice nei bar sport). Sono infatti proprio quei popoli a resistere contro i tagliagole e massacratori. Resistono come possono, anche con le armi, si pensi appunto a Siria, Iraq, Kurdistan, Libia, Yemen. Quindi si fa un grosso torto a quei popoli quando, per giocare ai tolleranti, si sostiene che «se si offende l’Islam, poi c’è da aspettarselo».

E’ una farsa la lotta contro l’Isis da parte della «coalizione dei colpevoli» che sono stati parte del problema . Arabia saudita e dintorni hanno accettato di far parte della coalizione solo nella speranza che questo faccia cadere Assad. Non solo: la Turchia continua a far passare terroristi e armi in Siria e ad addestrare, con gli statunitensi, i cosiddetti ribelli siriani «moderati» da lanciare contro Damasco . Quegli stessi che – ci sono tutte le prove – funzionano in un sistema continuo di porte girevoli con al Nusra, al Qaeda e Isis.

Quinto. I popoli, i media e la società civile occidentale sono colpevoli di ignavia negli ultimi anni rispetto alle azioni dei loro governi. In questi ultimi anni è stata grande la responsabilità della stessa sinistra occidentale, per non dire dei media, perfino delle ex sigle storiche del movimento della pace. Non hanno fatto nulla o addirittura hanno espresso solidarietà ai «rivoluzionari» armati in Libia e Siria che hanno demolito i rispettivi paesi.

Un esempio…spaziale: nessuna delle tante grosse organizzazioni i cui vertici si sono recati all’ambasciata di Francia l’8 gennaio per portare solidarietà, erano là il 19 marzo 2011 alla manifestazione di realtà di base autoconvocatesi a poche ore dall’inizio della guerra contro la Libia, avviata in modo fraudolento dalla Francia approfittando lestamente dell’approvazione della  no fly zone sulla Libia da parte del Consiglio di sicurezza Onu.

Noi c’eravamo (resoconto sul manifesto di domenica 20 marzo, «E l’attacco al rais spacca i pacifisti»).

(*) Pakistan, metà dicembre: massacro in una scuola con 141 morti di cui 100 bambini. In Pakistan e Afghanistan, ripetutamente, sono i droni statunitensi antiterroristi a far strage di civili. Iraq, Siria, Kurdistan: sono continue le stragi compiute dal terrorismo del sedicente Stato islamico.

 

Marinella Correggia

Preso da: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=2859

Disastro Libia: ecco chi dobbiamo ringraziare

16 dicembre 2014
UN FRANCESE, UN’AMERICANA E UN ITALIANO
Un francese, un’americana e un italiano: non è l’incipit di un barzelletta ma coloro che dobbiamo ringraziare per aver imposto con miopia la più assurda tra le assurde guerre che l’Occidente ha condotto in questi ultimi anni in nome dell’imperativo umanitario. Il disastro in Libia e lo spaventoso errore di generare un “regime change” non governato, trasformando quello che era uno dei paesi più stabili e floridi dell’Africa in un cumulo di macerie, hanno tre firme d’autore.

IL FRANCESE
La prima è quella Nicolas Sarkozy, l’ex presidente francese, gollista con velleità napoleoniche. Fu lui a volere con tutta la forza l’abbattimento del regime di Gheddafi nella convinzione che la Francia avrebbe recuperato la sua “grandeur” e lui i sondaggi che lo davano peggior Presidente francese degli ultimi 20 anni (record negativo oggi conquistato da Hollande).
Fu lui a guidare le potenze occidentali al riconoscimento di un governo libico d’insorti che aveva la legittimità di un pinguino nel Sahara e fu lui ad imporre, ad un recalcitrante Obama, i bombardamenti contro l’esercito di Gheddafi che portarono la Nato ad entrare a gamba tesa in una guerra civile schierandosi con uno dei contendenti e violando così il principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano. Fu lui a recarsi nei giorni della fuga di Gheddafi, a Tripoli con al fianco Bernard Henry Levy il filosofo francese di sinistra da sempre protettore delle bombe umanitarie; ufficialmente per rassicurare i libici sul ruolo della Francia nella costruzione della democrazia e per chiudere qualche accordo sullo sfruttamento delle risorse energetiche del ricco paese africano, ufficiosamente per far sparire le tracce sui rapporti non proprio eleganti tra lui e Gheddafi.

L’AMERICANA
Il secondo artefice del disastro è una donna, americana: la democratica Hillary Clinton. Fu lei a trascinare di malavoglia l’amministrazione Obama nella guerra “francese” in nome della difesa di diritti umani che in Libia erano violati più dai ribelli che dai lealisti di Gheddafi; e lo fece applicando un principio del tutto nuovo: quello della guerra umanitaria preventiva (ne parlammo qui). L’idea cioè, che gli Usa, in Libia, dovessero intervenire non per i punire i crimini commessi dal regime ma per quelli che avrebbe potuto commettere. In altre parole, io ti bombardo non per quello che hai fatto ma per quello che io penso tu farai: una follia nel diritto internazionale.

L’ITALIANO
Il terzo da ringraziare è italiano e si chiama Giorgio Napolitano. Fu lui a spingere l’Italia nella guerra facendoci aderire alla coalizione che doveva applicare la risoluzione Onu, ma di fatto abbattere il regime libico al grido: “non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo”. Berlusconi (allora presidente del Consiglio) si era opposto all’intervento militare per ragioni facili da comprendere: primo per un rapporto di fiducia costruito negli anni con il leader libico Gheddafi, fiducia che aveva portato importanti accordi economici tra i due paesi e un impegno della Libia a controllare l’immigrazione clandestina verso le nostre coste (impegno che aveva fatto diminuire gli sbarchi sulle coste italiane del 90%). Secondo, perché sapeva che il vuoto di potere creato sarebbe stato pericolosissimo per i nostri interessi nazionali.
Ma in quei mesi la figura del premier italiano era indebolita, assediata dalle inchieste giudiziarie, dalla perdita di credibilità internazionale dovuta allo scandalo Ruby e dalle manovre in atto di quelle tecnocrazie che avrebbero poi portato al complotto del novembre 2011. Napolitano ne approfittò e, in perfetta obbedienza a quei poteri internazionali per i quali subisce un naturale fascino, impose la nostra entrata nel conflitto non trattando nemmeno i posti a sedere nella gestione del dopoguerra e impedendo che il nostro Paese creasse un’asse neutrale con la Germania (che allo sciagurato attacco alla Libia non partecipò). Anche perché senza le basi italiane e la partecipazione dei nostri aerei nelle missioni di bombardamento e interdizione, l’operazione internazionale avrebbe avuto difficoltà a realizzarsi.

Ed è grazie alle loro resposnabilità che ora l’Occidente sta a guardare la disintegrazione della Libia e la trasformazione della guerra civile in un conflitto regionale con il coinvolgimento già attivo di Egitto ed Emirati Arabi, il rischio di allargamento alla Tunisia e l’espansione dell’islamismo.
Sarkozy, Clinton e Napolitano: ecco chi dobbiamo ringraziare se oggi l’integralismo sta dilagando in Libia e i jihadisti sono ormai a due ore dalle coste italiane.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

Preso da: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2014/12/16/disastro-libia-ecco-chi-dobbiamo-ringraziare/

La guerra in Libia di Giorgio Napolitano

di Francesca Romana Fantetti
23 dicembre 2014
“Siamo un Paese ormai in bancarotta” è il comunicato emesso dalla Banca centrale libica a tre anni dalla caduta del regime di Gheddafi. La Libia, Paese produttore di petrolio e membro dell’Opec, “ormai è uno Stato in bancarotta”.

La Banca libica ha emesso queste poche parole in concomitanza della sospensione del dialogo promosso dalle Nazioni Unite a causa della guerra tra le varie fazioni del Paese. La Mauritania, il Mali, il Niger, il Ciad e il Burkina Faso hanno nel frattempo chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu l’invio di una forza internazionale di intervento in Libia in preda al caos. In Libia è allo stato in corso un violento scontro armato tra le milizie islamiche, che controllano la capitale Tripoli e parte della Cirenaica, e le forze del generale Haftar, laico sostenuto dall’Egitto.**** ( ormai è diventato un vizio parlare di Haftar, chiarisco per l’ ennesima volta che il lavoro lo stanno facendo le tribù oneste della Libia ) *** La Libia è un importante fornitore di petrolio e gas dell’Italia, gli islamisti con la guerra hanno costretto tuttavia a sospendere gran parte della produzione del petrolio.

E’ bene tenere a mente chi si deve ringraziare di questa guerra a meno di due ore dall’Italia. E degli sbarchi degli africani tutti, con grandi affari per Mafia Capitale e compagni di sinistra. Il disastro in Libia è lo spaventoso errore fatto con totale miopia da Giorgio Napolitano, Nicholas Sarkozy e Hillary Clinton che, aizzando per un cambio di regime non governato, hanno trasformato uno dei Paesi più floridi e stabili dell’Africa in un cumulo di macerie. Giorgio Napolitano ha infatti spinto l’Italia ad aderire alla coalizione che avrebbe dovuto applicare la risoluzione Onu, esortando nei fatti ad abbattere il regime libico sotto il grido “non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo”. Diversamente l’allora presidente del Consiglio Berlusconi, amico di Gheddafi, si era opposto all’intervento militare per gli importanti accordi economici esistenti allora tra i nostri Paesi, oltre che per l’impegno della Libia nel controllo dell’immigrazione clandestina verso l’Italia, con diminuzione degli sbarchi del novanta per cento.

Il vuoto di potere è pericoloso, innanzitutto per il mantenimento e la stabilità dei rapporti economici internazionali, e Napolitano, capo del consiglio superiore della magistratura, ha fatto premere sulle inchieste giudiziarie contro il premier italiano con totale perdita di credibilità, e ha di fatto esautorato del potere chi legittimamente, cioè votato ed eletto dagli italiani, lo deteneva, decidendo in sua vece. In seguito facendolo ancora più alla grande, avendo abolito del tutto voto ed elezioni italiani e rifilandoci Monti, Letta e Renzi non eletti. Napolitano ha in sostanza tramato al fine di imporre l’entrata dell’Italia nel conflitto libico, e miope anche riguardo alla gestione del post guerra, ha impedito un eventuale, possibile asse neutrale con altri Paesi non partecipanti all’attacco scellerato. Adesso Napolitano è in fuga dalla presidenza italiana, e lascia macerie dappertutto; l’Italia infatti a pezzi all’interno, sta a guardare fuori la disintegrazione della Libia e la trasformazione della guerra civile in un conflitto regionale con il coinvolgimento attivo di Egitto ed Emirati arabi, e il fondato rischio dell’allargamento di questo alla Tunisia e all’espandersi dell’islamismo.
Oggi l’integralismo sta dilagando in Libia e i jihadisti sono anche già da noi.

Anche Nicolas Sarkozy, ex premier francese, ha voluto l’abbattimento del regime di Gheddafi e ha guidato parte dell’occidente che l’ha nefandemente seguito al riconoscimento di un governo libico degli insorti, imponendo bombardamenti contro l’esercito di Gheddafi che ha fatto sì che la Nato sia entrata in una guerra civile al fianco di uno dei contendenti in completa violazione del principio di diritto della non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano. Sarkozy è andato a Tripoli accompagnato dal sinistrorso nullafacente filosofo Bernard Henry Levy a incentivare, tolto di mezzo Gheddafi, accordi economici per i francesi nelllo sfruttamento delle risorse energetiche, a svantaggio e in danno degli altri Paesi europei, come l’Italia.La guerra francese contro la Libia ha avuto l’appoggio dell’amministrazione Obama con Hillary Clinton che, in nome di malintesi “diritti umani”, violati in Libia più dai ribelli che dai lealisti di Gheddafi, ha istituito e dato applicazione a un nuovo principio mai conosciuto né visto che prevede la guerra umanitaria preventiva. In base cioè a una vera e propria follia si è di fatto applicato un obbrobrio giuridico, inesistente in qualsivoglia diritto internazionale o sovranazionale, che ha previsto si intervenga nei Paesi, non per i crimini effettivamente commessi da un regime, ma per quelli ipotetici ed eventuali che potrebbe essere commessi. Chi risponde oggi del disastro umano, economico, istituzionale e sociale?

Adattamento dall’ originale: http://www.opinione.it/esteri/2014/12/23/fantetti_esteri-23-12.aspx

Vent’anni di trame – Così Sarkozy fregò Gheddafi (e l’Italia)

Le Monde: Nicolas trascinò l’Europa in guerra per nascondere gli aiuti del Colonnello. Ora cerca di cancellare le prove.

di: Fausto Biloslavo

I servizi segreti sono alla caccia di settanta scatoloni pieni di cassette audio e video che contengono le registrazioni degli incontri e delle telefonate fra il defunto colonnello Gheddafi ed i dignitari di mezzo mondo, quando veniva trattato con i guanti bianchi.

Il primo a doversi preoccupare degli scottanti contenuti delle registrazioni è l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, come sostiene il quotidiano le Monde che è tornato sul finanziamento libico alla campagna elettorale di Sarkozy nel 2007.
Nel marzo 2011, poche ore prima dei bombardamenti della Nato sulla Libia, Muammar Gheddafi rilasciava a il Giornale l’ultima intervista della sua vita ad una testata italiana. Alla domanda sull’interventismo francese che ha spinto in guerra mezza Europa, compreso il nostro Paese, rispondeva: «Penso che Sarkozy ha un problema di disordine mentale. Ha detto delle cose che possono saltar fuori solo da un pazzo». E per ribadire il concetto si sporgeva verso chi scrive battendosi il dito indice sulla tempia, come si fa per indicare i picchiatelli.

Il Colonnello non riusciva a comprendere come l’ex amico francese, che aveva aiutato con un cospicuo finanziamento (forse 50 milioni di euro) per conquistare l’Eliseo fosse così deciso a pugnalarlo alle spalle.
Dell’affaire Sarkozy erano al corrente tre fedelissimi di Gheddafi: il responsabile del suo gabinetto, Bashir Saleh, Abdallah Mansour consigliere del Colonnello e Sabri Shadi, capo dell’aviazione libica. Saleh, il testimone chiave, vive in Sudafrica, ma nel 2011 era apparso in Francia e poi sparito nonostante un mandato cattura dell’Interpol. Il caso era stato gestito da Bernard Squarcini, uomo di Sarkozy, ancora oggi a capo del controspionaggio. E sempre Squarcini è coinvolto nella caccia alle cassette scottanti di Gheddafi, che potrebbero contenere gli incontri con altri leader europei. Silvio Berlusconi non ha mai nascosto l’amicizia con il colonnello, mentre Romano Prodi e Massimo D’Alema, che pure avevano frequentato la tenda di Gheddafi cercano sempre di farlo dimenticare.
Lo sorso anno un politico francese di sinistra, Michel Scarbonchi, viene avvicinato da Mohammed Albichari, il figlio di un capo dei servizi di Gheddafi morto nel 1997 in uno strano incidente stradale. Albichari sostiene che un gruppo di ribelli di Bengasi ha sequestrato «70 cartoni di cassette» di Gheddafi. Scarbonchi si rivolge al capo del controspionaggio, che incontra il contatto libico. «Avevano recuperato la videoteca di Gheddafi con i suoi incontri e le conversazioni segrete con i leader stranieri» conferma Squarcini a Le Monde. I ribelli vogliono soldi e consegnano come esca una sola cassetta, di poca importanza, che riguarda il presidente della Cosa d’Avorio. Il materiale è nascosto in un luogo segreto. Pochi mesi dopo Albichari sostiene di essere «stato tradito» e muore per una crisi diabetica a soli 37 anni. Non solo: il corpo di Choukri Ghanem, ex ministro del Petrolio libico, custode di ulteriori informazioni sensibili, viene trovato a galleggiare nel Danubio a Vienna.
La caccia alle registrazioni del Colonnello deve essere iniziata nell’ottobre 2011, quando la colonna di Gheddafi è stata individuata e bombardata da due caccia Rafale francesi. Il rais libico era stato preso vivo, ma poi gli hanno sparato il colpo di grazia. «L’impressione è che dopo il primo gruppo di ribelli sia arrivato un secondo, che sapesse esattamente cosa fare e avesse ordini precisi di eliminare i prigionieri» spiega una fonte riservata de il Giornale che era impegnata nel conflitto. L’ombra dei servizi francesi sulla fine di Gheddafi è pesante. Sarkozy non poteva permettersi che il colonnello, magari in un’aula di tribunale, rivelasse i rapporti molto stretti con Parigi. La Francia ci aveva tirato per i capelli nella guerra in Libia stuzzicando Berlusconi sui rapporti con Gheddafi. Peccato che Sarkozy ne avesse di ben più imbarazzanti.
Delle cassette di Gheddafi non si sa più nulla. L’unico che potrebbe far luce sul suo contenuto è Seif al Islam, il figlio del colonnello fatto prigioniero, che i libici vogliono processare e condannare a morte.

Fonte: ● coriintempesta.altervista.org/blog/
Tratto da: ● IlGiornale.it

Preso da: http://guardforangels.altervista.org/blog/ventanni-di-trame-cosi-sarkozy-frego-gheddafi-e-litalia/#