Golpe 2011: una minestra riscaldata, servita quando fa comodo (Parte I)

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Il sostegno occidentale ai ribelli in Libia è stato un appoggio diretto e deliberato ad al Qaeda

10 marzo 2016

Si parla molto della Libia in questi giorni ma ancora oggi non vengono chiarite le motivazioni che nel 2011 hanno condotto all’intervento Nato in Libia. Cosa è accaduto, perché ci troviamo oggi in questa situazione di caos nel paese nord-africano?… Balbettando i leader occidentali dicono che bisogna completare la democrazia in Libia , che l’intervento armato dell’occidente fu ‘un errore’, ma non un errore in sè: fu un errore ‘non aver accompagnato i libici nel ‘periodo di transizione’, di averli lasciati soli’.
Vedremo di seguito che questo non sarebbe stato comunque possibile, giacchè il consiglio Nazionale di Transizione libico era formato da membri di al Qaeda ed affiliati e l’occidente ne era perfettamente a conoscenza perchè li aveva scelti.
Già da all’ora lo dicevamo a seguito di numerose eclatanti evidenze che venivano colpevolmente sottaciute dai media mainstream di intattenimento.
Già da allora lo diceva uno studio condotto di J.FELTER e B. Fishman,  due analisti dell’Accademia Militare di West Point. Lo studio si chiama Al Aa’ida Foreign Fighter in Iraq. A first Look at the Sinjar Record (Harmony Project, Combating Terrorism Center, Department of Social Science, US Academy, West Point, NY, December 2007)
Ve ne proponiamo alcuni contenuti da una sintesi scritta sempre nel 2011 dal giornalista investigativo G.Tarpley che riprendende lo studio di West Point.
Vietato Parlare – Patrizio Ricci

 

The CIA’s Libya Rebels: The Same Terrorists who Killed US, NATO Troops in Iraq

Webster G. Tarpley, Ph.D. TARPLEY.net 24 Marzo 2011
Washington DC, 24 marzo 2011 –
L’attacco militare in corso in Libia è stato motivato dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1973 con l’esigenza di proteggere i civili. Le dichiarazioni del presidente Obama, del primo ministro britannico Cameron, del presidente francese Sarkozy, e di altri leader hanno sottolineato la natura umanitaria dell’intervento, che si dice mirare a prevenire un massacro delle forze pro-democrazia e difensori dei diritti umani da parte del regime di Gheddafi.
Ma allo stesso tempo, molti commentatori hanno espresso l’ansia a causa del mistero che circonda il governo di transizione anti-Gheddafi che è emerso a inizio marzo, nella città di Bengasi, che si trova nel quartiere Cirenaica del nord-est della Libia.
Questo governo è già stato riconosciuto dalla Francia e Portogallo come unico rappresentante legittimo del popolo libico. Il consiglio dei ribelli sembra essere composto da poco più di 30 delegati, molti dei quali sono avvolti nell’oscurità. Inoltre, i nomi di più di una dozzina di membri del consiglio dei ribelli sono stati tenuti segreti, presumibilmente per proteggerli dalla vendetta di Gheddafi. Ma ci possono essere altre ragioni per l’anonimato di queste figure.
Nonostante molta incertezza, le Nazioni Unite e suoi numerosi paesi – chiave nella NATO, tra cui gli Stati Uniti, si sono precipitati in avanti per assistere le forze armate di questo regime ribelle con attacchi aerei, che ha portato alla perdita di uno o due aerei della coalizione e la prospettiva di pesanti perdite a venire, soprattutto se ci sarà una invasione. E ‘giunto il momento che il pubblico americano ed europeo impari qualcosa in più su questi ribelli che dovrebbero rappresentare un’alternativa democratica e umanitaria a Gheddafi.

I ribelli sono chiaramente non i civili, ma una forza armata. Che tipo di forza armata?

Dal momento che molti dei capi dei ribelli sono così difficili da identificare da lontano, e da un profilo sociologico dei ribelli non può essere fatto nel bel mezzo di una guerra, forse i metodi tipici della storia sociale ci possono essere d’ aiuto. C’è un modo per noi di ottenere utili informazioni più in precise nel clima di opinione prevalente in queste città libiche nord-orientali come Bengasi, Tobruk e Derna, i principali centri abitati dala ribellione?
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Scarica West Point Studio (pdf)
Si scopre che queste informazioni ci sono, sono presentate nella forma di uno studio di West Point del dicembre 2007 che esamina a fondo i combattenti guerriglieri stranieri jihadisti – o mujahedin, tra cui gli attentatori suicidi – che attraversavano il confine siriano in Iraq durante il lasso di tempo tra 2006 ed il 2007, con l’appoggio dell’organizzazione terroristica internazionale al Qaeda.
Questo studio si basa su sull’esame di circa 600 fascicoli di personale appartenente ad  Al Qaeda, catturato dalle forze statunitensi nell’autunno del 2007, e analizzati a West Point utilizzando una metodologia di cui parleremo dopo aver presentato i principali risultati.
Lo studio risultante (1) ci permette di fare importanti scoperte circa la mentalità , le credenze e la struttura sociale della popolazione libica nord-orientale che è la base per l’organizzazione della ribellione, permettendo importanti conclusioni circa la natura politica della rivolta anti-Gheddafi in queste aree.

Derna, est Libia: Capitale Mondiale dei jihadisti

Il risultato più sorprendente che emerge dallo studio West Point è che il corridoio che va da Bengasi a Tobruk, passando per la città di Derna (traslitterato anche come Derna) rappresenta una delle più grandi concentrazioni di terroristi jihadisti che si possano trovare al mondo, e in gran misura può essere considerata come la principale fonte di kamikaze per qualsiasi punto del pianeta. Un combattente terrorista ogni 1.000 a 1.500 persone della popolazione di Derna, è stato mandato in Iraq per uccidere gli americani con attacchi suicidi, questa misura supera di molto il concorrente più vicino, che è Riyad, Arabia Saudita.
libyaSecondo gli analisti Joseph Felter e Brian Fishman di West Point, l’Arabia Saudita è al primo per  quanto riguarda il numero assoluto di jihadisti inviati per combattere gli Stati Uniti e gli altri membri della coalizione in Iraq (durante il periodo di tempo in questione).
La Libia, un paese meno di un quarto come popoloso, è al secondo posto. L’Arabia Saudita ha inviato 41% dei combattenti. Secondo Felter e Fishman, “la Libia è stato il successivo paese di origine più comune tra i terroristi, con il 18,8% (112) dei combattenti catturati per quando riguarda la propria nazionalità ha affermato di essere libici.” Altri paesi molto più grandi erano molto meno rappresentati ed indietro nella classifica: “Siria, Yemen, e Algeria sono stati i paesi di origine più comuni dei jadisti con 8,2% (49), 8,1% (48), e del 7,2% (43), rispettivamente. Marocchini hanno rappresentato il 6,1% (36) del totale seguiti dai giordani 1,9% (11). ” (2)
Ciò significa che quasi un quinto dei combattenti stranieri che sono entrati in Iraq attraverso il confine siriano è venuto dalla Libia, un paese di poco più di 6 milioni di persone.
La maggiore percentuale era costituita da libici interessati a combattere in Iraq rispetto a qualsiasi altro paese che che fornisce mujahedin. Felter e Fishman sottolineano: “Quasi il 19 per cento dei combattenti nei registri Sinjar è venuto dalla sola Libia.
Inoltre, la Libia ha contribuito molto più di combattenti pro capite di qualsiasi altra nazionalità (fascicoli Sjniar), tra cui l’Arabia Saudita. “(Vedi il grafico dal rapporto di West Point, pagina 9) (3)
Ma dal momento che i fascicoli del personale di Al Qaeda contengono la residenza o il paese natale dei combattenti stranieri in questione, possiamo determinare WestPointStudy-p9che il desiderio di recarsi in Iraq per uccidere gli americani non è distribuita uniformemente in tutta la Libia, ma è stato molto concentrato proprio in quelle zone intorno Bengasi, che sono oggi gli epicentri della rivolta contro il colonnello Gheddafi, che gli Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, e altri stanno così avidamente sostenendo.
Così Daya Gamage dell’ Asia Tribune ha commentato in un recente articolo sullo studio di West Point, “… in modo allarmante per i politici occidentali, la maggior parte dei combattenti è venuto dalla Libia orientale, il centro della rivolta in corso contro Muammar el-Gheddafi.
La città libica orientale di Derna ha inviato più combattenti in Iraq rispetto a qualsiasi altra città o paese unico, secondo il rapporto di West Point. Ha rilevato che 52 militanti sono venuti in Iraq da Derna, una città di appena 80.000 persone (la seconda più grande fonte di combattenti era Riyadh, in Arabia Saudita, che ha una popolazione di oltre 4 milioni).
Bengasi, la capitale del governo provvisorio della Libia dichiarata dai ribelli anti-Gheddafi, ha inviato in 21 combattenti, di nuovo un numero del tutto sproporzionato. ” (4) La sconosciuta Darnah ha battuto la metropolitana  Riyadh di 52 combattenti a 51. La roccaforte di Gheddafi di Tripoli, al contrario, si mostra a malapena nelle statistiche. (Vedi la tabella dalla relazione di West Point, pagina 12)
Come si spiega questa straordinaria concentrazione di combattenti anti-americani a Bengasi e Derna? La risposta sembra legato alle scuole di estremismo politico-religioso fiorite in queste aree. Come la relazione di West Point fa notare: “Sia Derna e Bengasi sono state a lungo associate con la militanza islamica in Libia.”
Queste aree sono in conflitto teologico e tribale con il governo centrale del colonnello Gheddafi, oltre ad essere politicamente opposte a lui. Che un conflitto teologico del genere merita la morte di soldati americani ed europei è una questione che ha urgente bisogno di essere risolta.
Felter e Fishman osservazione che “La stragrande maggioranza dei combattenti libici che comprendeva la loro città natale nel fascicolo Sinjar risiedeva nel nord-est del paese, in particolare le città costiere di Derna 60,2% (52) e Bengasi 23,9% (21). Sia Derna e Bengasi sono stati a lungo associati con la militanza islamica in Libia, in particolare per una rivolta da parte di organizzazioni islamiste a metà degli anni 1990. Il governo libico ha accusato che la rivolta è stata causata da ‘infiltrati provenienti dal Sudan e l’Egitto’ e da un gruppo di combattenti  libici del Gruppo (Jama-ah al-libiyah al-muqatilah) –che ha veterani afghani nei suoi ranghi. Le rivolte libiche sono diventate straordinariamente violenta. ” (5)

Northeastern Libia: Massima densità dei kamikaze

Un’altra caratteristica notevole del contributo libico per la guerra contro le forze Usa in Iraq è la spiccata propensione dei libici nord-est di scegliere il ruolo di attentatore suicida come metodo preferito di lotta.
Come afferma lo studio West Point, “dei 112 libici nelle registrazioni, il 54,4% (61) lo ha elencato come il proprio ‘lavoro’. Completamente 85,2% (51) di questi combattenti libici erano elencati come “kamikaze”: era il loro compito in Iraq “. (6)
Ciò significa che i libici nordorientali erano molto più inclini a scegliere il ruolo del kamikaze di quelli provenienti da qualsiasi altro paese:”i  combattenti libici erano molto più probabili come attentatori suicidi che quelli altre nazionalità per essere incluso (85% per i libici, 56% per tutti gli altri). “ 7
Il gruppo anti-Gheddafi  ‘ Libyan Islamic Fighting’ (LIFG) si fonde con al Qaeda nel 2007
La base istituzionale specifica per il reclutamento di guerriglieri nel nord-est della Libia è associata ad una organizzazione che in precedenza si chiamava il Gruppo combattente islamico libico (LIFG). Nel corso del 2007, il LIFG si è dichiarato un’affiliato ufficiale di al Qaeda, in seguito ha ssunto  il nome di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM).
Come risultato di questa fusione del 2007, un aumento del numero di guerriglieri è arrivato in Iraq dalla Libia. Secondo Felter e Fishman, “L’aumento vistoso di reclute libiche in viaggio verso l’Iraq può essere collegato al  rapporto sempre più cooperativo dell’ LIFG con al-Qaeda, che culminò nell’ufficiale adesione del Gruppo combattente islamico libico (LIFG) con al-Qaeda il 3 novembre 2007.. ” (8)Questa fusione è confermata da altre fonti: un comunicato del 2008 attribuito a Ayman al-Zawahiri ha affermato che il Gruppo combattente islamico libico è unito al Qaeda ( al Jazeera ).

 Il ruolo chiave di Bengasi, Derna a al Qaeda nell’Emirato terrorista.

Lo studio West Point rende chiaro che i principali baluardi del LIFG e del tardo AQIM sono state le città gemelle di Bengasi e Derna. Questo è documentato in una dichiarazione da Abu Layth al-Libi, il sedicente “emiro” del LIFG, che in seguito divenne un alto funzionario di al Qaeda. Al momento della fusione del 2007, “Abu Layth al-Libi, Emiro del LIFG, ha rinforzato l’importanza di Bengasi e Derna agli occhi dei  jihadisti libici con il suo annuncio che LIFG si è unito con al-Qaeda, dicendo:

‘E’ con la grazia di Dio che abbiamo sollevato la bandiera della jihad contro questo regime apostata sotto la guida del Gruppo combattente islamico libico, che ha sacrificato l’elite dei suoi figli e dei comandanti nella lotta contro questo regime il cui sangue è stato versato sulle montagne di Derna, per le strade di Bengasi, la periferia di Tripoli, il deserto di Sabha, e la sabbia del mare ‘ ” (9).

Questa fusione avvenuta nel 2007 ha fatto sì che le reclute libiche di Al Qaeda sono diventate una parte sempre più importante dell’attività di questa organizzazione nel suo complesso, spostando in una certa misura  il centro di gravità lontano dai sauditi e gli egiziani che è stato in precedenza più cospicuo. Come Felter e Fishman hanno commentato, le “fazioni libiche (in primo luogo il Gruppo combattente islamico libico) sono sempre più importanti  dentro al-Qaeda. I ‘Sinjar Records’ offrono qualche evidenza che la presenza libica è cominciata ad aumentare in Iraq più sensibilmente  a partire da maggio 2007. La maggior parte delle reclute libiche provenivano da città a nord-est della Libia, una zona nota da tempo per la militanza ‘jihadista-linked’. ” 11
Lo studio West Point dicembre del 2007 conclude formulando alcune opzioni politiche per il governo degli Stati Uniti. Un approccio, gli autori suggeriscono, sarebbe per gli Stati membri di cooperare con i governi arabi esistenti contro i terroristi.
Come scrivono Felter e Fishman,

“I governi di Siria e Libia condividono le preoccupazioni degli Stati Uniti ‘circa la violenta ideologia salafita-jihadista e la violenza perpetrata dai suoi aderenti. Questi governi, come altri in Medio Oriente, hanno paura della violenza all’interno dei propri confini e preferiscono che gli elementi più radicali vadano in Iraq, piuttosto che causino disordini in Libia. Gli sforzi degli Stati Uniti e della Coalizione per arginare il flusso di combattenti in Iraq  sarà rafforzata se si rivolgono contro l’intera catena logistica in grado di supportare il movimento di questi individui-inizio nei loro paesi d’origine – e non solo contro i punti di ingresso siriani. Per arginare il flusso dei combattenti in Iraq, gli Stati Uniti dovrebbero aumentare la cooperazione con i governi dei paesi di partenza affrontando le loro preoccupazioni per la violenza jihadista domestica. ” 12

Dato il corso degli eventi successivi, possiamo concludere con certezza che questa opzione non era quella selezionata, né negli anni di chiusura  dell’amministrazione Bush né durante la prima metà dell’ amministrazione Obama.
Lo studio West Point offre anche un altra, prospettiva più sinistra. Felter e Fishman suggeriscono che potrebbe essere possibile utilizzare gli ex componenti LIFG di Al Qaeda contro il governo del colonnello Gheddafi in Libia, in sostanza la creazione di un’alleanza de facto tra gli Stati Uniti e un segmento dell’organizzazione terroristica.
Il rapporto fa notare: “l’unificazione Islamica del Gruppo combattente libico con al-Qaeda e la sua apparente decisione di dare priorità nel fornire supporto logistico per lo Stato Islamico dell’Iraq è probabile anche se  controverso all’interno dell’organizzazione.
E ‘probabile che alcune fazioni LIFG ancora vogliano dare priorità alla lotta contro il regime libico, piuttosto che alla lotta in Iraq. Potrebbe essere possibile aggravare scismi all’interno LIFG, e tra i leader del LIFG e la tradizionale alimentazione dalla base egiziana e saudita di al-Qaeda “. 13 Ciò suggerisce la politica degli Stati Uniti che vediamo oggi, quella di allearsi con le forze fanatiche oscurantiste e reazionarie di al Qaeda in Libia contro il nasseriano modernizzatore Gheddafi.

Armare i ribelli: l’esperienza dell’Afghanistan

Guardando indietro alla tragica esperienza degli sforzi degli Stati Uniti per incitare la popolazione dell’Afghanistan contro l’occupazione sovietica negli anni dopo il 1979, dovrebbe essere chiaro che la politica della Casa Bianca di Reagan di armare i mujaheddin afghani con missili Stinger e altre armi moderne, torni per essere altamente distruttiva per gli Stati Uniti. Come il segretario alla Difesa Robert Gates corrente si è avvicinato ad ammettere nelle sue memorie, Al Qaeda è stato creato in quegli anni dagli Stati Uniti come una forma di Legione Araba contro la presenza sovietica, con risultati a lungo termine che sono stati fortemente lamentati.
Oggi, è chiaro che gli Stati Uniti stanno fornendo armi moderne per i ribelli libici attraverso l’Arabia Saudita e attraverso il confine egiziano con l’assistenza attiva dell’esercito egizianano e della Giunta militare pro-USA egiziana appena installata. 14Questa è una diretta violazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 1973, che prevede un embargo completo sulle armi alla Libia. Il presupposto è che queste armi saranno usate contro Gheddafi nelle prossime settimane. Ma, data la natura violentemente anti-americana della popolazione del nord-est della Libia, che ora viene armata, non vi è alcuna certezza che queste armi non saranno presto attivate ​​nei confronti di coloro che le hanno fornite.
Un problema più ampio è rappresentato dal comportamento del futuro governo libico dominato dal consiglio dei ribelli corrente con la sua attuale grande maggioranza di islamisti del nord-est, o di un governo simile di un futuro stato Cirenaico. Nella misura in cui tali regimi avranno accesso ai proventi del petrolio, porranno  evidenti problemi di sicurezza internazionale. Gamage si chiede: “Se la ribellione riesce a rovesciare il regime di Gheddafi si avrà accesso diretto alle decine di miliardi di dollari che Gheddafi si crede abbia depositato in conti all’estero durante il suo governo di 4 decenni”. 15 Data la mentalità libica dell’est , possiamo immaginare come tali soldi potrebbero essere utilizzati.

Chi è al Qaeda e perché la CIA l’ha usata

Al Qaeda non è un’organizzazione centralizzata, ma piuttosto un insieme di fanatici, psicopatici, disadattati, doppi agenti, provocatori, mercenari, e altri elementi. Come notato, Al Qaeda è stata fondata dagli Stati Uniti e dagli inglesi durante la lotta contro i sovietici in Afghanistan. Molti dei suoi leader, come il secondo in comando di fama mondiale Ayman Zawahiri e l’astro nascente corrente Anwar Awlaki, sono evidentemente doppi agenti del MI-6 e / o della CIA.
La struttura di Al Qaeda si basa sulla convinzione che tutti i governi arabi e musulmani esistenti sono illegittimi e devono essere distrutti, perché non rappresentano il califfato, che Al Qaeda afferma, è descritto dal Corano. Ciò significa che l’ideologia di Al Qaeda offre un modo pronto e facile per le agenzie di intelligence segrete anglo-americane per attaccare e destabilizzare i governi arabo e musulmani esistenti come parte della necessità incessante di imperialismo e di colonialismo teso a saccheggiare e attaccare le nazioni in via di sviluppo. Questo è esattamente ciò che sta facendo in Libia oggi.
Al Qaeda è emerso dal contesto culturale e politico della Fratellanza musulmana o Ikhwan , essa stessa una creazione dei servizi segreti britannici in Egitto alla fine del 1920. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna ha usato Fratelli Musulmani egiziani per opporsi alle politiche anti-imperialiste del presidente egiziano Nasser, che ha conseguito immensi vantaggi per il suo paese con la nazionalizzazione del Canale di Suez e la costruzione della diga di Assuan, senza le quali il moderno Egitto sarebbe semplicemente impensabile . La Fratellanza Musulmana ha fornito una quinta colonna attiva e capace di mobilitare agenti stranieri contro Nasser, nello stesso modo che il sito ufficiale di Al Qaeda nel Maghreb islamico è strombazza il suo sostegno alla ribellione contro il colonnello Gheddafi.
Ho discusso la natura di Al Qaeda ad una certa lunghezza nel mio recente libro dal titolo ‘9/11 sintetic terrorism: Made in USA’ , ma  l’analisi non può essere ripetuta qui. E ‘sufficiente dire che non abbiamo bisogno di credere in tutto il fantastico della mitologia, che il governo degli Stati Uniti ha tessuto intorno al nome di Al Qaeda al fine di riconoscere il fatto fondamentale che i militanti o capri espiatori che spontaneamente si uniscono al Qaeda sono spesso sinceramente motivati da un profondo odio per gli Stati Uniti e un ardente desiderio di uccidere gli americani, così come gli europei.
La politica dell’amministrazione Bush ha usato la presunta presenza di Al Qaeda come pretesto per attacchi militari diretti in Afghanistan e in Iraq. L’amministrazione Obama ora sta facendo qualcosa di diverso, intervenendo sul lato di una ribellione in cui Al Qaeda e dei suoi co-pensatori sono molto rappresentati mentre attacca il governo autoritario secolare del colonnello Gheddafi. Entrambe queste politiche sono in bancarotta e devono essere abbandonate.

I leader ribelli Jalil e Younis, più la maggior parte dei ribelli sono membri di al Qaeda o legati alla tribù Harabi.

Il risultato della presente indagine è che la filiale libica di Al Qaeda rappresenta un continuum con il Gruppo combattente islamico libico centrato in Derna e Bengasi. La base etnica del gruppo combattente islamico libico è apparentemente da trovare nel campo anti-Gheddafi della tribù Harabi, la tribù che costituisce la stragrande maggioranza del Consiglio dei ribelli tra cui i due leader ribelli dominanti, Abdul Fatah Younis e Mustafa Abdul Jalil.
L’evidenza suggerisce in tal modo che il Gruppo combattente islamico libico, l’elite della tribù Harabi, e il consiglio dei ribelli supportato da Obama tutto si sovrappongono a tutti gli effetti. Come alla fine del Ministro degli Esteri della Guyana Fred Wills, un vero combattente contro l’imperialismo e il neocolonialismo, mi ha insegnato molti anni fa, le formazioni politiche nei paesi in via di sviluppo (e non solo lì) sono spesso una maschera per le rivalità etniche e religiose; così è in Libia. La ribellione contro Gheddafi è una miscela tossica composta da odio fanatico contro Gheddafi, l’islamismo, il tribalismo, e il localismo. Da questo punto di vista, Obama ha stupidamente scelto di schierarsi in una guerra tribale.
Quando Hillary Clinton è andata a Parigi per essere introdotta ai ribelli libici dal presidente francese Sarkozy, ha incontrato il leader dell’opposizione libica appoggiato dagli USA, Mahmoud Jibril, già noto ai lettori di Wikileaks. 16
Mentre Jibril potrebbe essere considerato presentabile a Parigi, i veri capi dell’insurrezione libica sembrano essere Jalil e Younis, entrambi ex ministri sotto Gheddafi. Jalil sembra essere il primus inter pares , almeno per il momento: “Mustafa Abdul Jalil o Abdul-Jalil (arabo: مصطفى عبد الجليل, anche trascritto Abdul-Jelil, Abd-al-Jalil, Abdel-Jalil o Abdeljalil, e spesso ma erroneamente come Abud al Jeleil) (nato nel 1952) è un politico libico. E ‘stato il ministro della Giustizia (non ufficialmente, il Segretario del Comitato generale del popolo) sotto il colonnello Muammar al-Gheddafi …. Abdul Jalil è stato identificato come il presidente del Consiglio nazionale di transizione con sede a Bengasi … anche se questa posizione è contestata da altri in rivolta a causa delle sue connessioni passate con il regime di Gheddafi. ” 17
Per quanto riguarda Younis, è stato strettamente associato con Gheddafi da quando la 1968-9 ha preso del potere: “Abdul Fatah Younis (in arabo: عبد الفتاح يونس) è un alto ufficiale militare in Libia. Ha tenuto il grado di generale e la carica di ministro degli Interni, ma si dimise data 22 febbraio 2011 …. ” 18
Quello che dovrebbe interessare di più a noi è che sia Jalil e Younis provengono dalla tribù Haribi, quella dominante nel nord-est della Libia, e quella tribù che si sovrappone con al Qaeda. Secondo Stratfor, la “… Harabi tribù è una potente tribù storicamente ‘ombrello’ (di al Qaeda ndr) situata nella parte orientale della Libia che ha visto il suo declino sotto l’influenza del colonnello Gheddafi.
Il leader libico ha confiscato distese di terreni dei soci tribali e ridistribuito a tribù più deboli e più fedeli …. Molti dei leader che stanno emergendo nella parte orientale della Libia dalla tribù Harabi, tra cui il capo del governo provvisorio istituito a Bengasi, Abdel Mustafa Jalil, e Abdel Fatah Younis, che hanno assunto un ruolo fondamentale di leadership sui militari , hanno disertato i ranghi nelle prime fasi del rivolta. ” 19 Questo è come un biglietto presidenziale in cui entrambi i candidati sono dello stesso stato, tranne che le feroci rivalità tribali della Libia rendono il problema infinitamente peggiore di come si rappresenta.

Il Consiglio dei Ribelli: La metà dei nomi sono tenuti segreti; Perché?

Questa immagine di una base tribale , settaria e strettamente regionale, non migliora quando si guarda al consiglio dei ribelli nel suo complesso. Secondo una versione recente, il consiglio dei ribelli è “presieduto dall’ex ministro della giustizia libico, Mustafa Abdul Jalil, [e] si compone di 31 membri, apparentemente rappresentanti provenienti da tutta la Libia, molti dei quali non possono essere nominati per” motivi di sicurezza”…. “Gli attori chiave del Consiglio, almeno quelli che conosciamo apartengono tutti alla confederazione nord-orientale delle tribù Harabi. Queste tribù hanno forti affiliazioni con Bengasi che risalgono a prima della rivoluzione del 1969 che hanno portato Gheddafi al potere “. 20
Altre considerazioni sul resto dei rappresentanti:” Il Consiglio ha 31 membri; l’ identità dei diversi membri, non è stata resa pubblica per proteggere la propria sicurezza. ” 21 Dato ciò che sappiamo circa la straordinaria densità di LIFG e tutti i fanatici di Qaeda nel nord-est della Libia, siamo autorizzati ad interrogarci  se così tanti membri del consiglio vengono tenuti segreti al fine di proteggerli da Gheddafi, o se l’obiettivo è quello di impedire loro di essere riconosciuto in Occidente come terroristi di al Qaeda o simpatizzanti. Quest’ultima ipotesi sembra essere la sintesi più precisa del reale stato delle cose.
I nomi rilasciati finora includono: Mustafa Abduljaleel; Ashour Hamed Bourashed della città di Darna; Othman Suleiman El-Megyrahi dell’area Batnan; Al Butnan del confine Egitto e Tobruk; Ahmed Al-Abduraba Abaar della città di Bengasi; Fathi Mohamed Baja della città di Bengasi; Abdelhafed Abdelkader Ghoga della città di Bengasi; Mr. Omar al-Hariri per gli affari militari; e il dottor Mahmoud Jibril, Ibrahim El-Werfali e il dottor Ali Aziz Al-Eisawi per gli affari esteri.22
Il Dipartimento di Stato ha bisogno di domandarsi su questi dati, a partire magari da Ashour Hamed Bourashed, il delegato terrorista della roccaforte di Derna.

Riferimenti:
1 Joseph Felter e Brian Fishman, “Fighter Esteri di Al Qaeda in Iraq: un primo sguardo i record Sinjar,” (West Point, NY: Progetto Armonia, Combating Terrorism Center, Dipartimento di Scienze Sociali, US Military Academy, Dicembre 2007 ). Citato come West Point Studio.
2 Joseph Felter e Brian Fishman, “Fighter Esteri di Al Qaeda in Iraq: un primo sguardo i record Sinjar,” (West Point, NY: Progetto Armonia, Combating Terrorism Center, Dipartimento di Scienze Sociali, US Military Academy, Dicembre 2007 ). Citato come West Point Studio.
3 West Point Studio, pp. 8-9.
4 Daya Gamage, “ribellione libica ha radicale fervore islamista: Bengasi link alla militanza islamica, Documento militare ci rivela,” Asian Tribune , il 17 marzo 2011, at http://www.asiantribune.com/news/2011/03/17/libyan-rebellion-has-radical-islamist-fervor-benghazi-link-islamic-militancyus-milit
5 West Point Studio, p. 12.
6 West Point Studio, p. 19.
7 West Point Studio, p. 27.
8 West Point Studio, p. 9.
9 http://english.aljazeera.net/news/africa/2008/04/200861502740131239.html ; http://www.adnkronos.com/AKI/English/Security/?id=1.0.2055009989 ;
10 West Point Studio, p. 12.
11 West Point Studio, p. 27.
12 West Point Studio, p. 29.
13 West Point Studio, p. 28.
14 Vedere “Egitto disse braccio Ribelli Libia, Wall Street Journal , il 17 marzo 2011, a http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704360404576206992835270906.html ; si veda anche Robert Fisk, “piano segreto americano per armare i ribelli libici,” Independent , Mach 7, 2011,
15 Cramer.
16 http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-12741414
17 http://en.wikipedia.org/wiki/Mustafa_Abdul_Jalil
18 http://en.wikipedia.org/wiki/Mustafa_Abdul_Jalil
19 Stratfor, “della Libia Tribal Dyanmics, 25 febbraio 2011, disponibile all’indirizzo http://redstomp.org/forums/showthread.php?1109-Libya-s-Tribal-Dyanmics
20 Venetia Rainey: “Chi sono i ribelli che si battono per la protezione,” The First Post , http://www.thefirstpost.co.uk/76660,news-comment,news-politics,who-are-the-rebels-we-are-fighting-to-protect#ixzz1HMRIrUP9
21 http://en.wikipedia.org/wiki/National_Transitional_Council
22 Dichiarazione del “Transizione Consiglio Nazionale,” Bengasi, il 5 marzo 2011 alle http://www.libyanmission-un.org/tnc.pdf ; http://en.wikipedia.org/wiki/National_Transitional_Council

Preso da: http://www.vietatoparlare.it/il-sostegno-occidentale-ai-ribelli-in-libia-e-stato-un-appoggio-diretto-e-deliberato-ad-al-qaeda/

Giorgio Napolitano, il vergognoso silenzio dopo l’arresto di Nicolas Sarkozy: cosa tace sugli attacchi in Libia

21 Marzo 2018

Nicolas  Sarkozy, Giorgio Napolitano
Nessuna dichiarazione è ancora arrivata dall’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dopo l’arresto di Nicolas Sarkozy. Eppure una parola di chiarimento, magari un mea culpa, sarebbe stato più che gradito, considerando i legami strettissimi che l’ex Capo dello Stato ha avuto con l’omologo francese durante la guerra in Libia del 2011, oltre alle responsabilità politiche e storiche dietro il coinvolgimento dell’Italia in quel tragico conflitto.
I fatti sono ormai pezzi di Storia nota, riportati nei dettagli sia nella biografia di Silvio Berlusconi scritta da Alan Friedman che dal racconto al Giornale dell’ex presidente del Senato, Renato Schifani. La pressione da parte di Napolitano sul premier dell’epoca, appunto Berlusconi, perché l’Italia concedesse il suo sostegno per abbattere il regime di Gheddaffi era diventata enorme. A marzo 2011, aveva raccontato Schifani, Napolitano convocò un vertice durante l’intervallo del Nabucco all’Opera di Roma: “L’Italia – disse davanti a Schifani, Gianni Letta e Berlusconi – non può restare fuori”.

Eppure non è ancora troppo tardi per le scuse. Ci sono riusciti a distanza di anni anche l’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, coinvolto in quella guerra sotto l’egida della Nato. Proprio l’ex presidente aveva rimarcato come Sarkozy “voleva vantarsi di tutti gli aerei abbattuti, nonostante il fatto che avessimo distrutto noi tutte le difese aree”. L’Italia con la Libia aveva firmato un trattato amicizia, abbattuto Gheddaffi l’immigrazione clandestina ha raggiunto i livelli di emergenza che oggi tutti conosciamo.

Preso da: http://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/13320639/giorgio-napolitano-arrestato-nicolas-sarkozy-guerra-libia-emergenza-immigrazione-non-chiede-scusa.html

La guerra di Sarkozy a Gheddafi e all’Italia

15 gennaio 2016

[di Elido Fazi] In un’email declassificata della Clinton, le vere ragioni dell’attacco alla Libia del 2011: sabotare i piani di Gheddafi per una nuova moneta alternativa al franco francese e indebolire i rapporti tra Libia e Italia. Una rivelazione scioccante, che segna definitivamente il tramonto dell’Europa così come l’avevamo immaginata.

di Elido Fazi 
In una recente intervista sul Fatto Quotidiano, Valentino Zeichen, uno dei più grandi poeti italiani viventi, fa questa considerazione: «Berlusconi sarebbe stato un grande statista, ma quando quegli stronzi degli inglesi e dei francesi decisero di aggredire la Libia, defenestrare Gheddafi e lasciarci fuori da tutto, sarebbe dovuto andare in Parlamento e avrebbe dovuto dimettersi. Non lo fece e perse l’occasione di passare alla storia».

Oggi veniamo a sapere, dopo la pubblicazione di 3.000 email riservate di Hillary Clinton su ordine di un tribunale americano, che la storia dell’eliminazione di Gheddafi e di molti suoi famigliari, figli e nipoti compresi, è molto più inquietante di quello che un poeta come Zeichen avrebbe potuto immaginare quando ha rilasciato l’intervista.
Come rivelato dal sito Scenari Economici, in un’email dal titolo eloquente “France’s Client and Qaddafi’s Gold”, inviata alla Clinton il 2 aprile 2011 da un suo stretto collaboratore, Sidney Blumenthal, si scoprono retroscena impensabili e mai immaginabili che hanno come protagonista l’ex presidente francese Nicola Sarkozy. Alla luce di queste rivelazioni, le famose risatine tra Sarkozy e Angela Merkel del 2011 prendono un’aria sinistra. I due sembrano il gatto e la volpe.
Per chi ha sempre pensato, come noi, che l’Europa non dovrebbe mai smettere di perseguire l’obiettivo che stava a cuore ai grandi politici italiani già dagli anni Cinquanta, cioè una politica estera e di difesa comune, compreso una politica europea di intelligence, le rivelazioni sono scioccanti e segnano definitivamente il tramonto dell’Europa così come noi l’avevamo immaginata.
In sintesi, le vere ragioni dell’ennesimo disastro geopolitico della NATO (questa volta, bisogna ammettere, senza che gli americani abbiano troppe colpe!), in una terra che abbonda di petrolio come poche, si rivela essere stata una guerra imperialistica promossa dalla Francia, con l’aiuto del Regno Unito, per sabotare i piani di Gheddafi per una nuova moneta che, facendo leva sulla disponibilità di oro e di argento della Libia (143 tonnellate di oro e altrettante di argento), aveva come obiettivo quello di sostituire il franco CFA, una valuta creata nel 1945 e utilizzata da 14 ex colonie francesi con obblighi nei confronti del Tesoro francese.
Il secondo obiettivo dell’aggressione è stato quello di indebolire i rapporti tra Libia e Italia e danneggiare così i nostri interessi (nel 2011 due terzi delle concessioni petrolifere in Libia, paese allora stabile, erano dell’Eni, che aveva fatto notevoli investimenti nel maggior produttore di petrolio in Africa).
Sembra fantapolitica, essendo la Francia parte dell’Unione europea, ma crediamo che sia bene a questo punto sapere come stanno veramente le cose, al di là della brutta retorica di cui ancora oggi alcuni politici ci sommergono, facendo un riassunto dei contenuti della email.
In essa, si specifica subito che è la Francia ad avere chiari interessi economici nell’aggredire Libia e che il governo francese ha organizzato le fazioni anti-Gheddafi, alimentando inizialmente i capi golpisti con armi, addestratori delle milizie (comprese quelle con sospetti legami con l’ISIS e al-Qaeda), intelligence e forze speciali al suolo.
Riassumiamo le motivazioni che, secondo il funzionario americano, stavano nella testa di Sarkozy, che leggendo queste email sembra essere un pericoloso imperialista e un acerrimo nemico dell’Italia. L’email elenca dapprima i cinque punti dietro il pensiero di Sarkozy:

  1. Ottenere una quota maggiore della produzione di petrolio dalla Libia a danno dell’Italia.
  2. Aumentare l’influenza della Francia in Nord Africa.
  3. Migliorare la posizione politica interna di Sarkozy.
  4. Dare ai militari un’opportunità per riasserire la posizione di potenza mondiale della Francia.
  5. Rispondere alla preoccupazione dei suoi consiglieri circa i piani di Gheddafi per soppiantare la Francia come potenza dominante nell’Africa francofona.

E subito dopo la stessa email illustra l’altro pezzo dello scenario dietro all’attacco, quello più stupefacente.
In sintesi Blumenthal dice che:

  • Le grosse riserve d’oro e argento di Gheddafi, stimate in «143 tonnellate d’oro e una quantità simile di argento», pongono una seria minaccia al franco francese CFA, la principale valuta africana.
  • L’oro accumulato dalla Libia doveva essere usato per stabilire una valuta pan-africana basata sul dinaro d’oro libico.
  • Questo piano doveva dare ai paesi dell’Africa francofona un’alternativa al franco francese CFA.
  • La preoccupazione principale da parte francese è che la Libia porti il Nord Africa all’indipendenza economica con la nuova valuta pan-africana.
  • L’intelligence francese scoprì un piano libico per competere col franco CFA subito dopo l’inizio della ribellione, spingendo Sarkozy a entrare in guerra direttamente e bloccare Gheddafi con l’azione militare.

Sarebbe interessante sapere dove sono oggi le riserve d’oro e d’argento della Libia.
In conclusione, poiché amiamo l’umorismo e la letteratura umoristica, possiamo consolarci ripensando al famoso discorso di Sarkozy a Benghazi che siamo sicuri resterà negli archivi storici alla pari di alcuni discorsi esilaranti di Mussolini alle folle italiane. Questo discorso ci ricorda che la vita continuerà sempre a nutrirci con qualcosa di totalmente intangibile e inaspettato, qualcosa che soltanto la risata può conservare nell’assurda idiozia delle nostre azioni.

Originale con video: http://www.eunews.it/2016/01/15/la-guerra-di-sarkozy-gheddafi-e-allitalia/48232#

Ecco perchè Gheddafi doveva essere eliminato e la Libia distrutta

Ecco perché hanno ammazzato Gheddafi. Le email Usa che non vi dicono.

Le email della Clinton svelano i motivi della guerra contro la Libia

SCOPERTE NUOVE EMAIL DI HILLARY CLINTON CHE SVELANO I VERI MOTIVI DELLA GUERRA CONDOTTA DALLA FRANCIA CONTRO LA LIBIA DI GHEDDAFI

SCOPERTE NUOVE EMAIL DI HILLARY CLINTON CHE SVELANO I VERI MOTIVI  DELLA GUERRA CONDOTTA DALLA FRANCIA CONTRO LA LIBIA DI GHEDDAFI 
 
gennaio 09, 2016
Secondo un articolo apparso sul sito pacifista ANTIWAR.COM sono state scoperte delle nuove email di tipo confidenziale inviate da Hillary Clinton a Sarkozy che rivelano le vere ragioni della guerra sferrata da Sarkozy contro la Libia di Gheddafi.
La email UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05779612 Date: 12/31/2015  inviata il 2 aprile 2011 dal funzionario Sidney Blumenthal (stretto collaboratore prima di Bill Clinton e poi di Hillary) a Hillary Clinton, dall’eloquente titolo “France’s client & Qaddafi’s gold”, racconta i retroscena dell’intervento franco-inglese.
La posta in gioco, l’obiettivo reale era eliminare, annullare l’influenza di Gheddafi nell’Africa francofona dal momento che lo stesso Gheddafi aveva lo scopo di sostituire il FRANC CFA, una valuta utilizzata da 14 ex colonie francesi(creata nel 1945) che comportava una serie di obblighi nei confronti del tesoro francese.

(wikipedia: Senza la necessità di modificare la sigla, il nome cambiò in “franco della Comunità Francese dell’Africa” nel 1958, ed oggi indica il franco della Comunità Finanziaria dell’Africa nel caso dell’UEMOA, e franco della cooperazione finanziaria dell’Africa Centrale per il CEMAC. L’esistenza di due nomi distinti evidenzia la divisione della zona in due: la prima ha come istituto di emissione il BCEAO (Banco Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale), la seconda il BEAC (Banco degli Stati dell’Africa Centrale); le rispettive valute non sono intercambiabili.
Gli accordi che vincolano i due istituti centrali con le autorità francesi sono identici e prevedono le seguenti clausole:

  • un tipo di cambio fissato alla divisa europea;
  • piena convertibilità delle valute con l’euro garantita dal Tesoro francese;
  • fondo comune di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi del CFA (almeno il 65% delle posizioni in riserva depositate presso il Tesoro francese, che in tal modo si fa garante del cambio monetario);
  • in contropartita alla convertibilità era prevista la partecipazione delle autorità francesi nella definizione della politica monetaria della zona CFA.

Il franco CFA mantenne la parità rispetto al franco francese salvo in casi particolari. Gli economisti hanno ritenuto che il valore di cambio sia stato, nonostante alcune svalutazioni, troppo alto e sfavorevole per i paesi partecipanti agli accordi monetari.
Successivamente all’introduzione dell’euro, il valore del franco CFA è stato fissato alla nuova valuta; è comunque il Tesoro francese e non la Banca centrale europea che continua a garantire la convertibilità del franco CFA.)
Gheddafi voleva quindi sostituire questa valuta e i relativi obblighi nel confronto del tesoro francese , con un’altra coniata in Libia ai fini della creazione di un piano panafricano, cioè dell’unione delle nazioni africane.
Le MINACCE CHE COSTITUIVANO IL PETROLIO E L’ORO LIBICO PER GLI INTERESSI FRANCESI IN AFRICA
Nonostante la risoluzione 1973 del 17 mazo 2011, del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, (proposta dalla Francia) riguardasse la creazione di una zona di interdizione di volo sulla Libia che aveva come scopo quello di proteggere i civili, un’email inviata a Clinton nel 2011, avente come oggetto “i clienti della Francia e l’oro di Gheddafi” rivela in realtà da parte della Francia stessa delle ambizioni molto meno nobili.
Dall’email si evince che è il presidente Sarkozy stesso alla guida dell’attacco contro la Libia con lo scopo di realizzare cinque obiettivi:

  • Le grosse riserve d’oro e argento di Gheddafi, stimate in 143 tonnellate d’oro e una quantità simile di argento, pongono una seria minaccia al Franco francese CFA, la principale valuta africana.
  • L’oro accumulato dalla Libia doveva essere usato per stabilire una valuta pan-africana basata sul dinaro d’oro libico.
  • Questo piano doveva dare ai paesi dell’Africa Francofona un’alternativa al franco francese CFA.
  • La preoccupazione principale da parte francese è che la Libia porti il Nord Africa all’indipendenza economica con la nuova valuta pan-africana.
  • L’intelligence francese scoprì un piano libico per competere col franco CFA subito dopo l’inizio della ribellione, spingendo Sarkozy a entrare in guerra direttamente ebloccare Gheddafi con l’azione militare.

La parte più sbalorditiva è il lungo resoconto sull’enorme minaccia che l’oro e l’argento, contenuti nelle riserve di Gheddafi (stimate in 143 tonnellate di oro e altrettanti di argento) potrebbero portare alla valuta Franc CFA in circolazione come moneta africana nell’africa francofona.
Quindi al posto del nobile scopo dichiarato di “proteggere” (vedi la risoluzione n.1973) è da queste email confidenziali che si evince il vero motivo della guerra.
Questa riserva di oro è stata accumulata da Gheddafi prima della guerra civile in Libia del 2011, ed era destinata ad essere utilizzata per instaurare una valuta panafricana basata sul dinaro libico d’oro.
Questo piano era stato concepito per fornire ai paesi francofoni un’alternartiva al CFA e quindi una sostanziale indipendenza dal tesoro francese.

N.D.R.: secondo persone ben informate l’oro e l’argento ammontavano a più di 7 miliardi di dollari. Alcuni ufficiali dei servizi segreti francesi hanno scoperto questo piano poco dopo che la querra civile del 2011 era iniziata.
E’ stato questo uno dei fattori decisivi che hanno convinto Sarkozy a sostenere la stessa ribellione contro Gheddafi.

Fonte: news360x.fr
Traduzione per Informare Per Resistere di Stefania Conticini

Originale da: http://www.informarexresistere.fr/2016/01/09/scoperte-nuove-email-di-hillary-clinton-che-svelano-i-veri-motivi-della-guerra-condotta-dalla-francia-contro-la-libia-di-gheddafi/

Libia. 7 anni dopo la RATSvoluzione Macron parla di “errore”: cosa ne pensa il cugino di Gheddafi

di Vanessa Tomassini
Popolo di Bengasi, abbiamo in costruzione 500mila unità abitative, abbiamo 7 nuove università, 7 nuovi aeroporti sui quali è iniziata la costruzione. Fratelli ci sono più di 200 miliardi di dollari di progetti in gioco. Ricordate le mie parole, non saranno finiti, saranno distrutti!”.
I media occidentali e i soliti esperti da salotto hanno definito nel 2011 queste parole di Saif al-Islam Gheddafi le solite minacce di un leader che non aveva via di uscita, ma a riascoltare il discorso del figlio del rais oggi più che minacce sembrano delle vere e proprie rivelazioni. Mentre le Nazioni Unite e la comunità internazionale continuano a spingere per le elezioni, nel paese nordafricano aumentano scontri tra milizie, esplosioni di autobombe, attacchi terroristici, rapimenti e insicurezza. Se il capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron, sabato scorso ha definito l’intervento militare in Libia “un grande errore”, un esponente politico libico della Camera dei Rappresentanti del popolo Tawergha – che ancora non riesce a far ritorno nella sua città – ha definito la Rivoluzione di Febbraio, “un disastro”, scatenando diverse e contrastanti reazioni. Ma come dargli torto?

La verità la dimostrano i fatti che si stanno verificando in Libia ogni giorno, che confermano che quanto accaduto è un complotto tra Obama, il Parlamento britannico e Berlusconi che ha seguito il governo francese; sono gli stessi leader che hanno predisposto i missili della Nato ad ammetterlo ora. Lo hanno confessato gli stessi leader che oggi sono fuggiti lasciando la Libia nel doloroso risultato di carceri, uccisioni, distruzione, saccheggi e la situazione degli sfollati. Gli stessi leader politivi hanno trasformato il paese in un punto focale per terrorismo e gruppi criminali organizzati, che sfruttano il contrabbando e la vendita di esseri umani”.
A dirci queste parole amare è il cugino del rais, Ahmed Gaddaf Addam, il maggiore esponente del passato regime a fianco di Muhammar Gheddafi per oltre mezzo secolo, che abbiamo abbiamo imparato a conoscere in precedenti occasioni. L’ex generale ci risponde così quanto gli chiediamo se l’allora presidente Silvio Berlusconi abbia sbagliato a seguire Francia e Stati Uniti, sottolineando che “sono tutti questi risultati a rispondere a questo interrogativo. Il presidente Berlusconi ha ammesso la sua cospirazione che ha messo a rischio i suoi distinti rapporti con la Libia e la storica convenzione firmata con Gheddafi (Trattato di Bengasi del 2008 ndr.) per compensare gli orrori della dolorosa storia del colonialismo”.
– Gheddafi diceva che l’occidente non conosce il significato della parola amicizia, lo pensa anche lei?
Gheddafi ha sempre stretto relazioni con l’occidente, nonostante il passato coloniale lo portasse a pensare che l’occidente non conoscesse l’amicizia e il rispetto per gli altri, considerandoli schiavi o nemici e questo è stato effettivamente confermato se analizziamo i fatti. Quando la Nato nel 2011 ha deciso di attaccare la Libia, avevamo accordi di strategie con l’Italia, con il Regno Unito e la Francia, accordi che sono andati persi nella distruzione, facendo evaporare centinaia di milioni di progetti e compagnie che lavoravano in Libia, trasformata in un luogo di minaccia alla sicurezza dell’area del Mediterraneo, di diffusione di criminalità e terrorismo verso l’Europa. Spero che questo serva da lezione per il futuro”.
– Di recente è stato pubblicato un libro in francese che svela un “segreto tra Sarkozy e Gheddafi”, ne sa qualcosa? Ci sono altre cose non dette sulla Rivoluzione di Febbraio?
Sono state pubblicate una serie di bugie a partire dal 2011, come parte di una campagna psicologica contro i libici e per convincere l’opinione pubblica occidentale che l’azione contro la Libia tutelasse i loro interessi. Questa deliberata campagna fu accompagnata dall’attacco di flotte, aerei e decine di migliaia di soldati e mercenari che parteciparono alla distruzione della Libia. Il governo libico non aveva segreti e tutto quello che avevamo era un annuncio. Gheddafi era chiaro e non nascondeva né armi né complotti. Sarkozy e la sua amministrazione volevano accrescere il peso della Francia in Africa per ostacolare i nostri sforzi di trasformare il continente in un’unica entità che porta il nome degli Stati Uniti d’Africa. Penso che sia stata proprio questa la ragione principale per l’uccisione di Gheddafi, per distruggere il sogno degli africani, che comunque non smetteranno di inseguire e di portare questo stendardo che rappresenta la voglia di vita per l’Africa”.
– Allo scoppiare della rivoluzione abbiamo visto tanti esponenti politici del regime abbracciarla. Se li ricorda? Che fine hanno fatto?
Quanto accaduto in Libia non è stato per opera di rivoluzionari, ma di leader che sono stati supportati dall’intelligence occidentale come al-Muqarif, Zidane ed altri. La loro missione è finita e sono tornati da dove sono venuti, lasciando la Libia in una guerra devastante. Sette anni dopo non abbiamo visto ancora alcuna scusa o indagine reale in Libia. Sono serio riguardo ai politici e cerco di correggere le loro politiche, ma ripetono costantemente gli stessi errori. Condivido i suoi dubbi e il fatto che si meravigli: dov’è la libertà? Dove sono i diritti umani? Dov’è finita la decantata democrazia in Libia? Non sentiamo più nulla a riguardo, ma si continua a cercare di legittimare la menzogna, si continua a dialogare con questi criminali e a proteggerli sfortunatamente. Nonostante le manomissioni e le distruzioni che hanno afflitto la nostra gente durante questi sette anni, si continua a cercare di convertirli per soddisfare i loro crimini internazionali e quel che è più grave viene fornito loro supporto politico e militare, minacciando il futuro delle relazioni tra la Libia e questi paesi”.

-Veniamo a suo nipote. Saif al-Islam Gheddafi rappresenta oggi più che mai una speranza per molti libici per uscire da questa situazione di caos, tuttavia qualcuno lo accusa che è colpa sua se la Libia ha fatto questa fine, per aver liberato gli islamisti dalle carceri del padre. È andata davvero così?
La cosa ha aiutato Saif al-Islam nella sua assemblea, ma la decisione è stata richiesta dal suo paese, promettendo di fermare il terrorismo e di non usare le armi per otto mesi, durante i quali è stata lanciata la guerra in Libia. Senza questo non ci sarebbe stato il sostegno per la caduta del regime di Gheddafi in Libia. Guardi, la maggioranza del popolo libico è ancora responsabile della sicurezza, della legalità, della dignità e del rispetto e quindi, nonostante tutto, l’occidente ha il dovere di armarli e fornire loro supporto militare, logistico e aereo”.
– Ci parla con suo nipote? Siamo sicuri che Saif leggerà questa intervista? Cosa vorrebbe dirgli?
Non vi può essere alcun contatto diretto in quanto Saif è ancora soggetto a molte restrizioni e sanzioni internazionali, ma non c’è alcun motivo o giustificazione e penso che la revoca delle restrizioni su di lui contribuirà al progetto di dialogo e pace. Purtroppo Saif come tutti i prigionieri politici soffre doppiamente non solo per la condanna internazionale, ma soprattutto per il fatto che la sua patria sta bruciando e viene sparso altro sangue. Per questo facciamo nuovamente appello alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale affinchè queste restrizioni vengano sollevate. Oggi dobbiamo parlare di un nuovo Stato per tutti i libici. L’amnistia, un governo neutrale e le elezioni sono sotto gli auspici delle Nazioni Unite. Serve una bandiera bianca, il ritorno degli sfollati, il rilascio di tutti i prigionieri del passato regime, il ritorno dell’esercito, della polizia e della magistratura, solo così si potrà costruire un nuovo Stato. Invito i paesi occidentali a correggere i loro errori aiutandoci, e questo è ciò che cerchiamo di fare con gli avversari di ieri. Quello che stiamo vedendo è che il conflitto non è più per il potere decisionale, ma per salvare una patria di cui siamo tutti partner. Dolo così la Libia tornerà ad essere un’oasi di pace”.

Preso da: http://www.notiziegeopolitiche.net/libia-7-anni-dopo-la-rivoluzione-macron-parla-di-errore-cosa-ne-pensa-il-cugino-di-gheddafi/

Sarkozy, BHL, NATO dietro gli attacchi terroristi in Tunisia e Mali

di Olivier Ndenkop

7dic2015.- Martedì 24 novembre 2015, un attacco terroristico, il terzo del genere rivendicato dal Daesh, ha preso di mira un autobus della guardia presidenziale, uccidendo 12 persone in Tunisia. 24 ore dopo l’attacco kamikaze, il governo tunisino ha deciso di chiudere il suo confine con la Libia. Per il presidente Beji Caid Essebsi, le cose sono chiare: i colpevoli di questa barbarie, qualunque sia la loro nazionalità, provengono dalla Libia, dove, dopo l’assassinio di Gheddafi, migliaia vengono addestrati ed equipaggiati, per andare a seminare la morte in tutto il Nord Africa e oltre. Quando Gheddafi era vivo, nessuno poteva azzardarsi a montare una base di addestramento per la jihad in questo eldorado particolarmente sicuro e sorvegliato giorno e notte da un esercito che era tra i più attrezzati del continente. Gli assassini di Gheddafi sono dunque responsabili dell’aumento della Jihad che colpisce il Nord dell’Africa.

Come ogni guerra, la guerra contro la Libia è stata venduta ai popoli come una guerra di liberazione. Una guerra “giusta”. Dovevamo aiutare i Libici a liberarsi dalla dittatura di Gheddafi, ci hanno detto. Il francese Bernard-Henri Levy, in posa con un ribelle a Bengasi, ha fatto credere che il futuro sarebbe stato radioso per i Libici. L’allora Presidente francese Nicolas Sarkozy è salito sul palco per indicare che la pace nel mondo arabo o nel mondo tout court passava per la neutralizzazione di Gheddafi, presentato come il diavolo incarnato sulla terra! I media del mondo intero hanno adottato questa propaganda di guerra. Peggio ancora, senza alcuna verifica, i media hanno riferito che Gheddafi ha bombardato il proprio popolo; che ha usato armi da guerra e altre bombe letali contro persone inermi.

L’occasione fa l’uomo ladro, un certo Ali Zeidan si è auto-proclamato portavoce della Lega libica per i Diritti Umani. Per mantenere l’attenzione del pubblico, il signor Zeidan ha dichiarato che Gheddafi ha bombardato il proprio popolo, facendo sei mila morti. Nessuna prova di queste affermazioni è stata fornita. Eppure, i media hanno iniziato a diffondere i risultati di queste morti, che esistevano solo nella testa di Ali Zeidan.

Sulla base di queste cifre prefabbricate, la Francia di Sarkozy ha proceduto a strumentalizzare l’Organizzazione delle Nazioni Unite, al fine di ottenere luce verde per uccidere Gheddafi. Così, il 26 febbraio 2011, su richiesta del ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha votato la risoluzione 1973, che istituisce una no-fly zone sulla Libia. Forniti di questo paravento legale, i paesi dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), guidati dalla Francia di Sarkozy, hanno preso a bombardare intensamente la Libia, uccidendo il suo leader!

Rifiutando tutte le mani tese di Gheddafi, rifiutando il negoziato proposto dal Gabonese Jean Ping (1), Presidente della Commissione dell’Unione Africana, la NATO, dominata dagli imperialisti occidentali, ha fatto fuori Gheddafi.

 

L’uccisione di Gheddafi ha portato il terrorismo e non lo sviluppo promesso 

Dopo la guerra della NATO contro la Libia, il paese più prospero dell’Africa è diventato un cimitero gigante! Una terra di nessuno, in cui gli esseri umani vengono macellati come le pecore del Tabaski (2)! Il paese è diventato una tana di jihadisti. Le scuole e gli ospedali sono stati in gran parte distrutti. Conseguentemente, le persone non possono più andare a scuola né curarsi gratuitamente e su scala di massa, come all’epoca di Gheddafi. I gruppi ribelli rivali si scontrano per controllare i pozzi di petrolio. Il governo di Tripoli contesta la legalità e la legittimità di quello di Tobruk e viceversa. L’economia del Paese è a un punto morto. In Libia, lo sviluppo ha ceduto alla miseria! Ecco come una guerra neo-coloniale, mascherata da “guerra umanitaria (3)” ha spento le speranze di un intero popolo. Le conseguenze di questa guerra neo-coloniale vanno oltre e nessuno è sicuro di esserne totalmente risparmiato, ovunque si trovi.

È ovvio constatare che tutti i vicini della Libia (Tunisia, Algeria, Niger, Ciad e Sudan) gradualmente sprofondano nell’insicurezza. Ciascuno di questi cinque paesi è già stato, almeno una volta, vittima di un attacco terroristico. Il paese di Gheddafi occupa un posto importante nell’internazionale terrorista per almeno tre ragioni: 1- La Libia è uno dei principali fornitori di fondi al terrorismo (soldi provenienti dalla vendita del petrolio e altri traffici, in zone controllate dai barbuti). 2- È una base per il reclutamento e la formazione. 3- È una base di ripiego.

Il cerchio di stati vittime dell’insicurezza in Libia è molto più grande. Per destabilizzare la Repubblica Centrafricana, nel dicembre 2013, la Seleka di Michel Djotodia metteva in atto un progetto franco-ciadiano con armi venute tra l’altro dalla … Libia. Gli specialisti della sicurezza spiegano che Boko Haram deve la sua forza in gran parte al caos libico, che permette al gruppo terroristico di ottenere finanziamenti e armi senza grandi controlli. Gli Islamisti che hanno provocato stragi in Mali sono stati riforniti a buon mercato dagli arsenali libici. Così, negli attacchi di Timbuktu, di Gao e Bamako, troverete che la Libia ha contribuito con l’indottrinamento, la formazione, il finanziamento e/o l’armamento.

Per giungere a decostruire la Libia, i cittadini degli Stati Uniti riconoscono di aver lanciato oltre 192 missili BGM-109 Tomahawk. La Francia si vanta di aver fatto 2.225 attacchi aerei, di cui 11 missili da crociera. Inoltre, al culmine della guerra contro Gheddafi, la Francia ha armato i terroristi, perché combattessero e uccidessero un governante in carica. Come confermato da Tony Cartalucci, l’organizzazione terroristica che ha combattuto il regime di Gheddafi nel 2011, ha beneficiato del sostegno diretto della NATO “che ha formato i suoi membri, ha fornito loro le armi, delle forze speciali e anche aerei per aiutare a rovesciare il governo libico.” (4) Ci sarà un tribunale di Norimberga per queste persone un giorno?

Curiosamente, quando gli specialisti, a volte di circostanza, spiegano l’ascesa del terrorismo in Africa dopo il Telegiornale delle 20h, si trattengono dal dirci perché tutto questo accade, accade così facilmente e con tale frequenza. Come se la legge di causalità, secondo cui non c’è mai un effetto senza una causa, improvvisamente fosse diventata inoperante. Avrete notato che nessuno di questo esercito di “esperti d’Africa”, che sono sfilati sul piccolo schermo a “spiegare” l’attacco al Radisson Blu di Bamako ha ritenuto utile dire che il famoso Mokhtar Belmokhtar, che ha rivendicato l’attacco di questo stabilimento, è un puro prodotto della CIA, che ha reclutato, addestrato, armato e utilizzato su diversi “fronti”.

 

La Libia di Gheddafi: i numeri della verità

Al di là della propaganda condotta dagli imperialisti e dai loro media sulla Libia, è importante dire quello che Gheddafi ha fatto per il suo paese e per l’Africa, con le limitazioni inerenti alla natura umana.

La Libia ottiene l’indipendenza il 24 dicembre 1951, dopo una guerra contro i coloni italiani. Supportato dai cittadini britannici e americani, il re Idriss, capo della confraternita religiosa dei Senoussi diventa presidente della giovane Repubblica. Nel 1951, il petrolio libico non è ancora scoperto, ancora meno sfruttato.

Ma l’Inghilterra e gli Stati Uniti hanno creato delle basi militari in questo paese, che permettono loro di controllare il Mar Rosso e il Mar Mediterraneo. Nel 1954, Nelson Bunker Hunt, un ricco texano, scopre il petrolio in questo Paese (5).

Il potenziale è enorme, di 44 miliardi di barili. E c’è anche la qualità. Per un decennio, il re Idriss petrolio libico cederà il petrolio al 30% del prezzo mondiale. Il poco denaro ottenuto viene utilizzato principalmente per l’arricchimento personale del re e della sua famiglia. Il 1° settembre 1969, un giovane ufficiale militare sotto i 30 anni sale al potere dopo un colpo di stato contro il re Idriss. Il suo nome? Muammar Gheddafi. Come prima decisione, Gheddafi decide di chiudere le basi militari straniere nel suo Paese. Aumenta il prezzo del petrolio libico, che si è affrettato a nazionalizzare. Le grandi somme di denaro generato dalla vendita del petrolio venduto sono ora meglio investite nello sviluppo della Libia.

Sotto Gheddafi, il tasso di alfabetizzazione è aumentato dal 10% nel 1969 all’88% nel 2011. La speranza di vita alla nascita è aumentato dai 57 anni del 1969 ai 74 anni del 2010. Prima del suo assassinio, Gheddafi aveva portato il PIL della Libia a 12.062 dollari pro capite. I Libici beneficiavano di credito per 20 anni senza interessi per costruire la loro casa. Gli sposi ricevevano 64.000 dollari per acquistare il loro appartamento coniugale. Lo Stato concedeva un aiuto finanziario di 20.000 dollari ai Libici che avviavano un’attività privata ​​che potesse avere un impatto positivo sull’economia del paese …

A livello africano, Gheddafi ha permesso al continente di avere il suo primo satellite, pagando la somma di $ 300 milioni nel 2006, per consentire all’Africa di avere un satellite, necessario per la telefonia a basso costo e per la TV su larga scala. E non si è fermato qui. Gheddafi ha costituito una riserva di $ 30 miliardi di dollari, per finanziare la Banca Centrale Africana (Nigeria), la Banca Africana di Investimenti (Sirte) e il Fondo Monetario Africano (Yaoundé).

 

Perché abbiamo abbiamo ucciso un uomo, nonostante il suo bilancio in gran parte positivo?

La guerra lanciata il 19 Marzo 2011 contro Gheddafi ha avuto un unico obiettivo: fermare lo sviluppo della Libia e la liberazione dell’Africa coraggiosamente avviate dal leader libico.

Una precisazione importante: prima del primo satellite africano finanziato per ¾ da Gheddafi, l’Africa pagava annualmente la somma di $ 500 milioni di dollari per affittare satelliti occidentali. Questo vuol dire che Gheddafi ha privato i capital-imperialisti di una rendita di $ 500 milioni all’anno.

Dotando l’Africa di istituzioni finanziarie, come la Banca Centrale Africana, il Fondo Monetario Africano e l’African Investment Bank, il capitalismo finanziario internazionale è stato minacciato di morte. Perché questi istituti puramente africani avrebbero comportato tre conseguenze fatali per gli imperialisti: 1) Fine del ruolo del debito, che genera interessi astronomici per l’FMI e la Banca Mondiale; 2) L’euro e il dollaro avrebbero perso il loro potere di monete egemoniche, indispensabili nel commercio Nord-Sud e talvolta Sud-Sud (la Banca Centrale Africana era incaricata di battere una moneta africana); 3) Rafforzare la cooperazione Sud-Sud, in vista dello sviluppo del continente.

Note:

  1. Jean Ping nel 2014 ha pubblicato un libro dal titolo: Eclissi sull’Africa: si doveva uccidere Gheddafi? Rammaricandosi del fatto che gli stati imperialisti hanno rifiutato qualsiasi soluzione negoziata alla crisi libica, considera questi ultimi responsabili del caos che regna nel paese.
    2. L’immagine dei 20 copti egiziani in Libia massacrati dai terroristi ha fatto il giro del mondo.
    3. Per comprendere meglio la guerra della NATO contro la Libia, leggere il libro di Michel Collon intitolato La Libia, la NATO e le bugie dei media. Manuale di contro-propaganda, Libri Investig’Action-Colore, 2011.
  2. “Il riordino geo-politico dell’Africa: il sostegno nascosto degli U.S. ad Al Qaeda nel nord del Mali, la Francia ‘viene in soccorso’”, Global Research, gennaio 2013.
  3. Michel Collon, Gregorio Lalieu, La strategia del caos. L’imperialismo e l’Islam. Intervista a Mohamed Hassan, Libri Investig’Action-Colore, Bruxelles, 2011, P.203.

Fonte: Investig’Action

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Preso da: https://albainformazione.com/2015/12/08/802151023/

Chi pilota l’Isis ha il terrore che smettiamo di avere paura

21/11/2015

«Non c’è un solo governo, al mondo, che non sia controllato da quei poteri»: per Fausto Carotenuto, già analista strategico-militare dei servizi segreti, è deprimente assistere alla farsa dei media mainstream, che si affannano a presentare “la mente”, “il basista” e “l’ottavo uomo” della strage di Parigi, come se si trattasse delle indagini per una normale rapina alle Poste. In compenso, su voci alternative come “Border Nights”, può capitare di avere – in appena un paio d’ore, grazie a semplici collegamenti Skype – informazioni e analisi di altissima qualità, capaci di superare centinaia di ore di infotainment e chilometri di carta stampata. E’ accaduto anche martedì 17 novembre, a quattro giorni dalla mattanza: ospiti della trasmissione, oltre a Carotenuto, un indagatore come Paolo Franceschetti (delitti rituali, Rosa Rossa, Mostro di Firenze), il regista Massimo Mazzucco (11 Settembre), Gioele Magaldi (“Massoni, società a responsabilità illimitata”) e un secondo massone, Gianfranco Carpeoro, esperto di codici simbolici: «Scordatevi qualsiasi altra pista, quello di Parigi è stato un attentato progettato da menti massoniche o para-massoniche e destinato innanzitutto ad altri massoni, i soli in grado di cogliere immediatamente il significato di quella data, 13 novembre».

Non un giorno a caso, ma quello in cui – spiega Carpeoro – nel lontano 1307 un gruppo di Templari riuscì a lasciare Parigi sfuggendo alle persecuzioni ordinate da Filippo il Bello: quei Templari riapararono in Scozia, dove si unirono a logge Sarkozymassoniche, all’epoca ancora “operative”, professionali (dedite cioè alla costruzione di cattedrali) per poi dar vita, in seguito, alla massoneria moderna. Già avvocato, pubblicitario e scrittore, eminente studioso di linguaggio simbolico nonché ex “sovrano gran maestro” della massoneria italiana di rito scozzese, Carpeoro ha aderito al “Movimento Roosevelt” fondato da Magaldi per contribuire al “risveglio” della politica italiana in chiave anti-oligarchica. Su Parigi la pensa come Carotenuto e lo stesso Magaldi: è semplicemente impossibile, sul piano tecnico, che i commando di jihadisti in azione nella capitale francese abbiano potuto agire da soli, senza la copertura decisiva di settori “infedeli” delle forze di sicurezza. In più, Carpeoro ravvisa la possibile applicazione del modulo standard concepito dalla Cia per attuare la strategia della tensione, basato su tre direttrici simultanee: due attentati strategici (uno principale, l’altro di riserva) e un terzo obiettivo, tattico-diversivo, per sviare la polizia e centrare più facilmente il “bersaglio grosso”.

Secondo questo copione, sistematicamente attuato, il presidente Hollande potrebbe esser stato addirittura all’oscuro del complotto, sostiene Carpeoro: probabilmente il “bersaglio grosso” doveva essere lui, insieme agli altri spettatori allo stadio. «Poteva essere una strage ben peggiore, con persone uccise dall’esplosivo e altre dal caos scatenato dal panico, sugli spalti. Ma qualcosa è andato storto, perché qualcuno ha intercettato i kamikaze fuori dallo stadio. Solo a qual punto, quindi, i terroristi potrebbero aver ricevuto l’ordine di sterminare il pubblico del teatro Bataclan. Le sparatorie nel centro di Parigi? Solo un diversivo per distogliere le forze di polizia, ignare dell’operazione in corso». Obiettivo comunque raggiunto grazie al Piano-B, la strage nel teatro: terrore diffuso, insicurezza, bisogno di protezione e quindi maggiore disponibilità ad accettare strette repressive e persino la prospettiva della guerra. Retroscena: «Bisogna capire con chi parlò Hollande nei giorni precedenti, tenendo conto che negli ultimi anni, si veda la Libia ma non solo, è stata sempre la Francia a dare il via ai grandi sconvolgimenti geopolitici». Qualcuno potrebbe aver proposto a Hollande di aprire le danze anche stavolta (un mese fa, il capo Gianfranco Carpeorodell’Eliseo annunciò di voler bombardare l’Isis in Siria), in cambio di un allentamento della stretta di Bruxelles sulla finanza pubblica francese.

Non a caso, il governo di Parigi ha risposto all’attentato con massicci blitz dell’aviazione in Siria accanto alla Russia, e ha annunciato che per questo motivo la Francia sforerà il tetto europeo per la spesa pubblica. Magaldi fa bene a ricordare quanto già rivelato un anno fa nel suo libro esplosivo: il ruolo della superloggia segreta “Hathor Pentalpha” dietro alla strategia della tensione (internazionale) avviata con l’11 Settembre. Un clan sanguinario fondato da Bush padre, che poi reclutò leader come Blair, Sarkozy, Ergdogan. Dal canto suo, un ex stratega dell’intelligence come Carotenuto, ora impegnato sul fronte opposto anche attraverso il network “Coscienze in rete”, non usa giri di parole: «Per distruggere l’Isis in tre settimane non serve neppure una bomba, basta chiudere i rubinetti: bloccare via terra, cielo e mare i rifornimenti che l’Isis riceve ogni giorno, come le centinaia di Tir che varcano regolarmente il confine turco». Finora si è lasciato fare? Inutile stupirsene: «Non esiste terrorismo, e nemmeno strapotere mafioso, senza una protezione diretta da parte dei vertici. Come dimostra la storia delle Br, a lungo “imprendibili” e poi liquidate, lo Stato è infinitamente più forte di qualsiasi avversario di quel genere: se gli attentati hanno successo, è solo perché qualcuno, dall’interno, ha collaborato coi terroristi».

L’ultima cosa che manca, oggi, è la manovalanza: «Non si può pensare che milioni di persone si rassegnino ad avere fame per sempre», dice ancora Carpeoro: «Questo sistema economico, radicalmente ingiusto, alla lunga non può che produrre rivoluzioni». Proprio per questo, dice ancora l’ex “sovrano gran maestro” della massoneria non-allineata di Palazzo Vitelleschi, gli elementi più lucidi della super-massoneria internazionale anglosassone hanno iniziato a opporsi all’élite oligarchica. Magaldi conferma: proprio a loro, oltre che all’opinione pubblica europea, è rivolto il terrorismo di Parigi, concepito come monito nei confronti dell’élite democratica, «in fase di riorganizzazione dopo decenni di dominio da parte dell’ala neo-aristocratica e reazionaria del massimo potere». Proprio quei poteri, chiosa Carotenuto, hanno operato ininterrottamente nella medesima direzione, la guerra, a partire dall’11 Settembre: Iraq e Afghanistan, Somalia, Yemen, poi le «finte primavere arabe» che hanno destabilizzato paesi come Egitto e Tunisia, fino alla doppia carneficina della Libia e della Siria. «Identico l’obiettivo: creare il caos, e in quel caos fra crescere la manovalanza del terrore, ieri Al-Qaeda e oggi Isis». Fausto CarotenutoMovente: «Solo in condizioni di evidente emergenza l’opinione pubblica occidentale più accettare la guerra e, entro i propri confini, decisive restrizioni della libertà che consegnano ancora più potere ai soggetti dominanti».

Per Carpeoro, dietro a tutto questo non c’è neppure una grande visione, sia pure distorta: «C’è solo brama di potere, di dominio: se il 50% dell’energia di cui ho bisogno proviene da uno di quei paesi, non posso tollerare che vi si instauri una democrazia», in grado di insediare un governo che cambi le carte in tavola e pretenda diritti. Forse, sotto questo aspetto, la strage di Parigi – che è un’esibizione minacciosa – può essere anche un segnale di debolezza: gli egemoni ricorrono alla legge della paura perché temono di perdere terreno? Per Carotenuto, non è neppure questione di geopolitica o banche: «Al-Qaeda e l’Isis sono soltanto strumenti. Il vero obiettivo è dominare la nostra mente, condizionandola in eterno per renderci inoffensivi e rassegnati». Guai a dare la caccia ai fantasmi, insiste Carpeoro: si rischia solo di credere alla fiaba dell’Uomo Nero, proprio come vorrebbero gli egemoni. «Il potere è uno schema», non una piramide: «Puoi abbattere il vertice, e il giorno dopo i peggiori leader sono sostituiti con altri, identici. Il problema siamo noi, che accettiamo un sistema senza valori, che prevede che qualcuno stia meglio se altri stanno peggio: dobbiamo svegliarci, rifiutare questo tipo di società». E’ possibile che il “risveglio” sia già partito, ai piani alti? Lo spaventoso massacro di Parigi ne sarebbe una conferma: l’élite stragista comincia ad avere paura, al punto da scatenare l’orrore in mondovisione?

Preso da: http://www.libreidee.org/2015/11/chi-pilota-lisis-ha-il-terrore-che-smettiamo-di-avere-paura/

La Libia e Sarkozy.

Voglio riportare questo rticolo di Sergio Mauri, per ripetere come era la Libia prima dell’ aggressione NATO/RATTI, anche se l’ autore poteva risparmiarsi certe considerazioni su Gheddafi e Saddam. ( come al solito dove sono le prove?)

La Libia e Sarkozy.

sarkozydi-Sergio Mauri
Sto rileggendo un articolo interessante sull’argomento Libia, a firma Alessandra Nucci, su Italia Oggi del 18 febbraio scorso. L’articolo s’intitolava “La Libia distrutta da Sarkozy“. Il sottotitolo recitava: “Assicurava la libertà di culto.
Nessun libico fuggiva“. E’ ovvio che certe posizioni non vadano prese come oro colato, ma vale la pena, ogni tanto, rileggere il pensiero di chi fa parte della classe dominante, anche se in posizioni subordinate. La stampa, i media, sono integrati in quel sistema con cui decidono insieme di che cosa parlare, come parlarne, chi invitare ai talk-show e quali limiti imporgli. Ma comunque, ciò che mi incuriosisce di più è che certi atteggiamenti e certe posizioni politiche non nascono in qualche strano gruppuscolo, ma vengano elaborati direttamente nelle stanze del potere e poi dati in pasto all’opinione pubblica.
Cominciamo:

Nella Libia di Gheddafi le donne erano emancipate e l’economia era fiorente, la scuola e la sanità erano gratuite e di qualità, a Tripoli c’era un vescovo e una cattedrale. Ma nel 2011 l’attacco della NATO, guidato dall’aeronautica di Sarkozy, fu fatto passare come atto umanitario.

Più avanti si cita il parametro ISU (l’indice di sviluppo umano), che misura il reddito, l’alfabetizzazione e l’aspettativa di vita.

Al 31 dicembre del 2010 la Libia risultava il primo degli stati africani e il 53° nel mondo. Il paese di Gheddafi aveva scuole, ospedali, università, case popolari a bassissimo prezzo, un inizio di industrie.

Gheddafi aveva favorito lo sviluppo agricolo

con una condotta che preleva l’acqua da sotto il deserto e la porta a 900 chilometri di distanza.

Di certo, ma come nell’Afghanistan pre-talebano e sovietizzante e nell’Iraq di Saddam (che non era certo un campione di umanità), Gheddafi fu in grado di abolire la poligamia e di favorire con delle leggi apposite la parità nel matrimonio.

Nel 2010 la disoccupazione in Libia era inesistente, il paese aveva il tasso di disoccupazione più basso dell’Africa e del mondo.

Forse i dati erano un pò taroccati, ma di sicuro la Libia era messa meglio, sotto quel profilo, di tanti altri paesi dell’area. Poi c’è la questione dell’immigrazione che salto pari pari poiché, come immaginate, si dice che Gheddafi era l’argine al fenomeno. Ed è vero, peccato che trattasse quegli esseri umani come gente senza alcun diritto elementare. Si affronta poi la questione della libertà religiosa che Gheddafi (e qui sottoscrivo) garantiva anche ai non-musulmani.

I 100mila cristiani, tutti stranieri, avevano libertà di culto e di riunione. Quando si rese conto che per gli ospedali e i dispensari che andava costruendo non aveva ancora le infermiere necessarie, Gheddafi chiese a Giovanni Paolo II di inviargli delle suore. Alla sua morte in Libia c’erano infatti circa 80 suore e 10mila infermiere cattoliche.

Di certo Gheddafi fu capace di controllare l’islamismo. Un pò come in quasi tutti i paesi del Medioriente.

A Tripoli funzionava un comitato di saggi islamici che preparava in anticipo il testo dell’insegnamento religioso del venerdì, scrive Piero Gheddo, missionario del PIME, lo mandava a tutte le moschee del paese; ogni imam doveva leggere solo quel testo, senza aggiungere né togliere nulla, pena la perdita del posto.

Inoltre

A Tripoli c’era e c’è tuttora una cattedrale. L’Arabia Saudita, grande alleata dell’Occidente, ospita più di un milione di cattolici, operai impiegati nell’industria petrolifera, ma devono stare attenti a nascondere i segni del cristianesimo e chiese non ce ne sono.

Senza poi parlare dei tentativi di scongiurare la guerra attraverso la mediazione del nunzio apostolico Giovanni Innocenzo Martinelli, dell’Unione Africana e della Lega Araba. Di cui sentiamo parlare, di tanto in tanto, i radicali italiani.

Preso da: https://sergiomauri.wordpress.com/2015/09/26/la-libia-e-sarkozy/