La vita di Mu’Ammar Gheddafi raccontata nel romanzo di Andrea Sammartano. Articolo e intervista di Luca Bagatin

sabato 13 aprile 2019

La vita di Mu’Ammar Gheddafi raccontata nel romanzo di Andrea Sammartano. Articolo e intervista di Luca Bagatin

Questa è la storia dell’umile beduino della tribù dei Quadhadhfa, figlio di umili beduini del deserto libico. Suo padre combatté contro l’invasore fascista – durante la Seconda Guerra Mondiale – e lui stesso, all’età di sei anni, a causa dell’esplosione di una mina risalente al periodo bellico, rimase ferito a un braccio e due suoi cugini persero la vita.
E’ la storia di come questo umile beduino del deserto, animato di ideali rivoluzionari, laici, socialisti autentici che ebbe modo di scoprire attraverso i suoi studi, divenne l’emancipatore e il leader – dal 1969 sino alla sua barbara uccisione, nel 2011 – della Libia.
E’ la storia di Mu’Ammar Gheddafi, il Rais che – con un colpo di stato antimonarchico, senza alcuno spargimento di sangue, guidato da lui e altri 12 militari di umili origini – il 1 settembre 1969, proclamerà la Gran Jamahirya Araba Libica Popolare Socialista, spazzando via il Re corrotto e la sua corte, servile nei confronti di Gran Bretagna e USA; nazionalizzando le risorse del Paese a beneficio della comunità e dando il via a una repubblica delle masse, ovvero a una forma di democrazia diretta, sulla base degli insegnamenti di Rousseau e di Proudhon.
Gheddafi era ispirato dalla rivoluzione sociale e socialista dell’egiziano Nasser e, come Nasser, il suo ideale era quello di unificare i popoli arabi in una grande repubblica laica, socialista, sovrana, antifondamentalista e antimperialista. Non allineata né all’imperialismo USA né all’Unione Sovietica e con un sistema socio-politico alternativo sia al capitalismo che al comunismo, come peraltro già avvenuto decenni prima nell’Argentina di Juan Domingo Peron.
Quella di Gheddafi è la storia di un umile beduino diventato leader e simbolo di lotta socialista, laica e panafricana. Un umile beduino che – come ebbe egli stesso a scrivere nella sua raccolta di racconti “Fuga dall’inferno e altre storie” – amava le campagne e detestava le città; amava l’ambiente e la ricchezza della terra e rifuggiva l’urbanizzazione; amava le masse, ma detestava la tirannia della maggioranza; amava la sua religione, ma rifuggiva dalle superstizioni e dal fondamentalismo che generava guerre e divisioni.
Sulla base di tali suoi ideali utipici, ma allo stesso tempo concreti, nel 1975, redasse persino un “Libro Verde”, nel quale li mise nero su bianco, sviluppando quella che chiamerà Terza Teoria Universale (vedi http://amoreeliberta.blogspot.com/2015/09/il-libro-verde-di-muammar-gheddafi.html).
La storia di questo umile beduino è raccontata dallo scrittore Andrea Amedeo Sammartano, egli stesso nato a Tripoli, in Libia, nel 1950. Andrea Sammartano lo fa nella forma del “racconto autobiografico”, laddove a ripercorrere la sua autobiografia è lo stesso Gheddafi, attraverso le parole di Sammartano, il quale immagina il Rais libico – costretto a rifugiarsi nel condotto idrico per sfuggire ai bombardamenti della NATO, nel 2011 – mentre riesamina la sua vita.
“Chiudo gli occhi due secondi, miei poveri detrattori. Ecco a voi il mio cammino inviolato”, edito da Italic (www.italicpequod.it), è il racconto della vita di Gheddafi. Dall’infanzia sino alla maturità e all’atroce morte, nelle mani dei suoi nemici, con il concorso di USA (guidati dal tanto ingiustamente osannato Obama), Francia, Gran Bretagna e NATO intera, che non hanno avuto pietà per l’unico simbolo dell’argine contro il fondamentalismo islamico e unico simbolo moderno dell’unità dei popoli africani liberi e sovrani, uniti nella bandiera della laicità e del socialismo.
Il romanzo/racconto di Sammartano, scritto con uno stile letterario piuttosto aulico e forbito, è uno scritto che ricostruisce – con dati storici alla mano – la vita di un uomo considerato, spesso a torto, controverso e, forse non a caso, rivalutato da molti post-mortem. Un po’ come accaduto, peraltro, ad uno dei suoi contemporanei e con il quale ebbe rapporti di amicizia, ovvero al già Presidente del Consiglio italiano, il socialista Bettino Craxi. Altro amico dei popoli e dei Paesi liberi e sovrani, la cui triste fine politica non coincise affatto con la fine del suo pensiero e del suo ricordo, nella mente di coloro i quali lo hanno sostenuto e hanno compreso la lungimiranza della sua azione. Lungimiranza e visione oggi del tutto assente nella prospettiva dei politici odierni, sia italiani che europei.
Questo di Andrea Amedeo Sammartano è il suo secondo romanzo. Nel 2012, pubblicò infatti “Festa grande alla Dahara”, che ha suscitato l’interesse della Stony Brook University e della Hofstra University di New York.
Romanzo ove l’autore si racconta in terza persona, figlio di colonialisti italiani in Libia, il quale cerca in tutti i modi di integrarsi fra i libici. Anche quando sarà costretto a lasciare la Libia, con l’avvento al governo di Gheddafi, nessuna amarezza o risentimento lo toccherà. Rimane infatti in lui l’amore per quella terra e la comprensione che ogni popolo nasce libero e non può mai essere colonizzato e soggiogato da nessun altro popolo.
Andrea Sammartano
Ho avuto la possibilità di intervistare Andrea Sammartano, relativamente alle sue opere.
Luca Bagatin: I due romanzi che hai scritto sono ambientati in Libia, tua terra natia. Cosa ricordi della tua infanzia in quella terra ?
Andrea Sammartano: Alla luce della mia esperienza di vita in Italia, Paese nel quale risiedo dal 1970, potrei affermare di non avere ricordi della vita trascorsa in Libia e tento di spiegare perché.. La mia nascita e poi la mia residenza in Libia durata diciannove anni, hanno determinato all’interno del mio sentire un cambio di identità totale. Da italiano in quanto figlio di italiani e di conseguenza della loro cultura, mi sono trasformato nel corso degli anni in un libico. Cosa ha causato questo totale cambio di identità ? In primo luogo aver saputo molto precocemente la verità nascosta per molto tempo sulla crudeltà della colonizzazione italiana in Libia. Questa ha provocato la forte necessità di una richiesta di perdono, prima nei confronti di tutti i libici con i quali avevo a che fare ogni giorno, e poi nei confronti di tutto il popolo libico. L’unico modo che ho ritenuto fosse valido per raggiungere lo scopo, è stata la mia completa integrazione negli usi, nei costumi e, aspetto più importante, nel loro modo di sentire. In definitiva sposare la loro cultura. Scusa questa lunga premessa alla domanda, ma forse attraverso questa, riuscirò a farti comprendere come mi sono cimentato a vivere qui in Italia come se fossi stato sempre in Libia, quindi evitando, non sempre riuscendoci, i ricordi che oltre a provocare nostalgia non rappresentano la realtà.
Luca Bagatin: Gheddafi, una volta diventato leader della Libia e avendola liberata da ogni colonialismo, esproprierà gli italiani – giunti in Libia per volere del Duce – dei propri beni e delle proprie attività economiche. Tu stesso, come racconti anche nel primo romanzo, sei figlio di colonialisti italiani. Come hai vissuto l’abbandono di quella terra ? Cosa ne pensi di quella decisione presa da Gheddafi, oltre che colonialismo italiano in Libia ?
Andrea Sammartano: La decisione di Gheddafi di espellere i cittadini italiani in Libia nel 1970 è derivata da numerose circostanze. Ne citerò per brevità solo tre. La prima riguarda la crudeltà dimostrata durante la colonizzazione dall’esercito italiano. La seconda il comportamento di indisponibilità del governo italiano nel momento in cui Gheddafi ha chiesto il riconoscimento del nuovo Stato libico e l’indennizzo dei danni provocati dall’invasione coloniale. La terza concerne la supponenza culturale della maggior parte dei residenti italiani in Libia nei confronti dei libici. Credo di rispondere a tutte le tue domande aggiungendo che ho ritenuto legittime le considerazioni che hanno portato Gheddafi a espellere la comunità italiana.
Luca Bagatin: Hai deciso di scrivere un romanzo su Gheddafi, attraverso un ipotetico racconto autobiografico scritto da Gheddafi stesso. Come mai questa scelta ?
Andrea Sammartano: Sono partito dalla condizione più oggettiva possibile. Ho scritto sulla vita e sul pensiero di Muammar al Gheddafi sulla scorta di un lungo studio del suo operato e, grazie a fortunate e numerosissime interviste effettuate presso l’Università di Perugia dove risiede la più consistente comunità libica in Italia. Con un pizzico di presunzione ritengo il contenuto del libro non così ipotetico.
Luca Bagatin: Chi era, secondo te, Mu’Ammar Gheddafi ? Quale la sua eredità politica ?
Andrea Sammartano: Uno dei rivoluzionari più coerenti dei nostri giorni. Riguardo alla sua eredità politica, la Libia ha rappresentato uno Stato unito, sovrano e rispettato in tutto il mondo solamente sotto il suo regime. Aggiungo il tentativo di proporre una democrazia diretta. La realizzazione di una emancipazione scolastica dopo un esagerato analfabetismo. L’emancipazione femminile. Il basso costo della vita ma, sopra tutto, il contrasto spietato al consumismo dilagante nei paesi arabi e la difesa dei valori culturali e religiosi della Libia. Il suo evidente panafricanismo. Aspetti che lo ha portato alla sua condanna a morte.
Luca Bagatin: La Libia, dal 2011, è nel caos. Oggi ancor più di prima. Cosa ne pensi dell’attuale situazione ?
Andrea Sammartano: La Libia è dilaniata nel suo tessuto interno dal sopravvento delle realtà libiche legate a interessi stranieri come ai tempi della Monarchia defenestrata da Gheddafi.
Luca Bagatin: Stai lavorando a un nuovo romanzo o pensi comunque di scriverne un terzo ?
Andrea Sammartano: Sto lavorando con uno storico libico alla stesura di un saggio storico sulla Libia.
Luca Bagatin

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Non le tangenti ma altro determinò quel 2011 in Libia

di · Pubblicato 23 marzo 2018
di OLTRE FRONTIERA (Lorenzo Nannetti)

Non le tangenti ma altro determinò quel 2011 in Libia
Molte delle ricostruzioni del 2011 a partire dall’inchiesta recente su Sarkozy soffrono di un problema: i giornalisti hanno la memoria corta e/o non sono mai stati al corrente di tutti i fatti. Sarkozy non ha lanciato l’attacco per quelle tangenti. Per lo meno, non è quello il motivo principale.
In quel periodo, Paesi come Libia e Venezuela, a causa degli alti proventi del petrolio (si era in periodo di prezzi alti), decisero di rivedere gran parte dei contratti petroliferi ed energetici in genere con le grandi compagnie internazionali che garantivano a queste ultime forti proventi ma non altrettanti ai Paesi dove operavano. In quel momento i governi di quei Paesi si ritenevano sufficientemente forti da poterlo imporre. In breve, e senza entrare nei dettagli caso per caso, venne posto una sorta di ultimatum: accettate nuove condizioni contrattuali, oppure siete fuori, e per “fuori” si intendeva la nazionalizzazione dei giacimenti e la cacciata delle stesse compagnie.

In genere le compagnie USA, inglesi e francesi risposero “no” e ne subirono le conseguenze. L’ENI fece una scelta diversa: disse “sì, ma a condizione di poter ottenere contratti più lunghi”. La scelta era intelligente: la società italiana accettava di guadagnare meno nel breve termine riducendo i propri proventi e aumentando quelli per lo Stato ospite, ma al tempo stesso otteneva licenze e contratti più lunghi che avrebbero permesso un guadagno più duraturo. Inoltre, così facendo l’Eni si poneva come partner privilegiato e, proprio per questo, avrebbe goduto di altri vantaggi.

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Questa situazione ovviamente non andava bene agli altri competitor. La Libia all’epoca era già in preda a problematiche sociali, demografiche ed economiche che stavano portando allo scoppiare della rivolta: la sua origine, infatti, non è esterna, al massimo le pressioni francesi l’hanno fatta scoppiare prima del previsto. L’intervento militare è partito solo quando Gheddafi si stava avvicinando ad attaccare Bengasi, roccaforte ribelle. È vero che la Francia ha favorito quell’intervento e che voleva trarne i vantaggi, in primis sostituire gli investimenti italiani nel Paese con i propri. La Gran Bretagna si è accodata, un po’ tirata dalla giacca dalla Francia ma comunque altrettanto desiderosa di ristabilire i propri investimenti in Libia.
Del resto quando scoppiò la questione dei contratti energetici, Gheddafi minacciò anche di creare una moneta alternativa per i Paesi della Françafrique: difficile dire quanto tale proposta fosse reale, ma essa fu una conseguenza, e non una causa come alcuni suppongono, della crisi.
Infine, le tangenti: non sono sufficienti a giustificare l’azione francese (cose simili accadono di frequente) ma forse indicano anche come, una volta sconfitto Gheddafi, la sua morte sia stata considerata utile a Parigi.

Fonte: https://www.oltrefrontieranews.it/sarkozy-gheddafi-intervento-militare-francia/

Preso da: http://appelloalpopolo.it/?p=40179

Libia, ora si sa perché l’imperialismo ha distrutto il paese.

Libia, ora si sa perché l’imperialismo voleva rovesciare il Paese.

20 aprile 2018.

[Traduzione a cura di Marika Giacometti dall’articolo originale di Abayomi Azikiwe pubblicato su Pambazuka.]

Sette anni fa, a partire dal 19 marzo 2011, il Pentagono negli Stati Uniti e la NATO avviarono un imponente bombardamento contro la Libia.
Per sette mesi i caccia militari sorvolarono migliaia di volte il Paese, allora uno degli Stati africani più ricchi.  Stando a quel che si dice furono sganciate sul Paese decine di migliaia di bombe che provocarono dai cinquantamila ai centomila morti, moltissimi feriti e l’esodo di milioni di persone.
Il 20 ottobre, il Colonnello Muammar Gheddafi, da moltissimo tempo a capo della Libia, stava guidando un convoglio che lasciava la sua città natale di Sirte, quando i veicoli vennero colpiti. Gheddafi venne catturato e ucciso brutalmente dalle forze contro-rivoluzionarie, guidate, armate e finanziate dagli Stati Uniti, dalla Nato e dai loro alleati.

La Francia ebbe un ruolo chiave nella distruzione dello Stato libico. L’allora presidente del partito conservatore, Nicholas Sarkozy, lodò la distruzione del sistema politico libico della Gran Giamahiria e l’esecuzione di Gheddafi.
Tutti gli Stati imperialisti e i propri alleati promisero alla comunità internazionale che la contro-rivoluzione libica avrebbe inaugurato un’era di democrazia e prosperità. Questa dichiarazione non poteva essere più lontana dalla verità.
Sarkozy desiderava che lo stato libico venisse annientato e Gheddafi assassinato, perché aveva ricevuto in prestito dal leader africano milioni di dollari per finanziare la sua campagna elettorale alle elezioni presidenziali del 2007. Voci di corridoio e successivi documenti confermarono quest’ipotesi.
Il 20 marzo 2018, il mondo si è svegliato con la notizia che Sarkozy era in arresto e lo stavano interrogando per delle irregolarità finanziare verificatesi sotto il governo di Gheddafi. In quel periodo la Libia era lo Stato trainante dell’Unione Africana che nacque sulle basi di una rivitalizzata Organizzazione dell’Unità Africana fondata nel maggio del 1963. La Dichiarazione di Sirte del 1999 portò alla creazione nel 2002 dell’Unione Africana e spostò la direzione delle deliberazioni del continente verso lo sviluppo di istituzioni rinvigorite che avessero obiettivi più significativi come l’integrazione economica e la sicurezza dei vari Stati.
La questione di Sarkozy riaccende i riflettori sulla guerra genocida che si è combattuta in Libia nel 2011 e sulle sue conseguenze: sottosviluppo, instabilità e impoverimento per il Paese insieme alle implicazioni che coinvolsero l’Africa settentrionale, l’Africa occidentale e il continente in generale. Oggi la Libia è il serbatoio del terrorismo, della schiavitù e di un conflitto interno in cui sono almeno tre i poteri che rivendicano l’autorità.
Nonostante gli sforzi del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per costituire un governo di accordo nazionale, l’unità del Paese è ancora lontana. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha le sue responsabilità nella crisi libica, per le due Risoluzioni 1970 e 1973 che fornirono una motivazione pseudo-legale al bombardamento a tappeto e alle operazioni di terra della guerra imperialista del 2011 con le sue conseguenze brutali.
Secondo un articolo pubblicato da France24: “Degli agenti dell’ufficio francese per l’anticorruzione e le infrazioni fiscali e finanziarie stanno interrogando Sarkozy nella periferia parigina di Nanterre, dove sarebbe in stato di fermo dalla mattina di martedì 20 marzo. È la prima volta che le autorità interrogano Sarkozy su questo dossier. Possono trattenere in custodia il sessantatreenne conservatore ex capo dello Stato per 48 ore, al termine delle quali potrà o essere rilasciato senza alcuna accusa o potrebbe essere posto sotto controllo giudiziario con la richiesta di ripresentarsi successivamente”.
La campagna imperialista e il dominio neo-coloniale in Africa
Sia che Sarkozy sia posto sotto controllo giudiziario, sia che venga accusato o arrestato per i suoi crimini finanziari, restano comunque aperte delle questioni più ampie sugli esiti della guerra in Libia. La destituzione di un governo africano legittimo e l’uccisione mirata del suo leader costituiscono un crimine contro l’umanità proveniente dal desiderio dell’imperialismo di mantenere il dominio neo-coloniale sul continente.
Prima della guerra dichiarata dal Pentagono e dalla Nato alla Libia, quest’ultima rappresentava le aspirazioni non soltanto del popolo libico, ma di tutti gli Stati membri dell’Unione Africana. Era politicamente stabile, non chiedeva prestiti alle istituzioni finanziarie come il Fondo Monetario o la Banca Mondiale e forniva assistenza agli altri Stati africani in ambito sociale, tecnologico, monetario e religioso.
Nel 2009 Gheddafi era presidente dell’Unione Africana e andò all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per presentare la sua visione sugli imperativi del suo continente e sulle relazioni internazionali. In quel periodo negli Stati Uniti d’America, con l’aiuto dei principali media, venne lanciata nei suoi confronti una campagna di calunnie e diffamazione.
Nonostante sotto la Gran Giamahiria la Libia avesse cambiato atteggiamento in moltissime questioni riguardanti il suo rapporto con gli Stati Uniti e con gli altri Stati imperialisti, l’Occidente voleva rovesciarne il governo per ottenere i suoi pozzi di petrolio e le riserve straniere che avevano un valore complessivo di circa 160 miliardi di dollari. Per giustificare una guerra che voleva sovvertire il regime si utilizzò il pretesto di un genocidio imminente contro i ribelli finanziati dall’Occidente che volevano eliminare il potere di Gheddafi.
I ribelli non sarebbero mai riusciti da soli a rovesciare il governo libico. Quindi si appellarono ai propri finanziatori di Washington, Londra, Parigi e Bruxelles per assicurare la vittoria al neo-colonialismo. Comunque questo piano non è riuscito a stabilire un regime compiacente negli anni successivi alla guerra.
Questa crisi si estende oltre i problemi legali di Sarkozy. Si tratta di un problema dell’imperialismo contemporaneo, che è alla ricerca di nuovi territori da conquistare per sfruttarli e ottenere profitto.
Nonostante la continua stagnazione economica, la Francia è uno Stato capitalista importante. Il livello di disoccupazione resta elevato, mentre la crescente popolazione di immigrati africani, mediorientali e asiatici diventa il bersaglio dell’odio razziale. Le nozioni di uguaglianza e democrazia borghese vengono applicate selettivamente, perciò la classe bianca dominante mantiene il potere a spese della minoranza nera in crescita che chiede il rispetto dei diritti umani e civili.
All’estero, la Francia mantiene i propri interessi in Africa e in altre parti del mondo. Parigi è in una competizione violenta con Londra e Washington per mantenere il suo status all’interno della matrice imperialista collegata al controllo del petrolio, delle miniere strategiche e delle vie principali del commercio.
L’importanza dell’unità africana
Nel settimo anniversario della guerra imperialista contro la Libia, il bisogno di unità all’interno dell’Unione Africana è più importante che mai. La crescita economica africana, lo sviluppo e l’integrazione non possono essere slegati dalla necessità indispensabile di strutture di sicurezza indipendenti per salvaguardare le risorse e la sovranità dei popoli.
La guerra contro la Libia è stata la prima campagna conclamata del Comando Africano degli Stati Uniti (AFRICOM) che è stato attivato nel 2008 sotto l’amministrazione di George W. Bush. Con il successore di quest’ultimo, Barack Obama, l’AFRICOM è stato rafforzato e potenziato.
Il voto favorevole di tre Stati africani, il Gabon, la Nigeria e il Sud Africa, alla Risoluzione 1973 dell’ONU è stato l’errore peggiore del periodo della post-indipendenza. Nonostante all’inizio del bombardamento l’Unione Africana desiderasse raggiungere il cessate il fuoco, questa risoluzione non servì a nulla. Ciò dimostra che non bisogna mai fidarsi dell’imperialismo e che la pace e la sicurezza in Africa si possono raggiungere soltanto con la sua distruzione.
Molti Africani, sia in Africa che altrove, crederono, che viste le origini di Obama quest’ultimo potesse intraprendere politiche più favorevoli per il continente africano e per i neri negli Stati Uniti. Fu un grandissimo sbaglio, perché sotto il suo comando a servizio del mondo imperialista, le condizioni sociali ed economiche degli Africani nel globo peggiorarono.
Perciò non è un individuo che controlla la politica interna ed estera. L’imperialismo è un sistema di sfruttamento, che nasce dalle esigenze di schiavitù e colonialismo. In epoca moderna, il neo-colonialismo è l’ultimo stadio dell’imperialismo e Kwame Nkrumah lo aveva riconosciuto già nel 1965, ma questa previsione gli costò la sua presidenza nella prima repubblica del Ghana sotto l’egida di Washington, e ciò segnò una grandissima battuta d’arresto per la rivoluzione africana nel suo complesso.
I popoli africani dovrebbero imparare da questi avvenimenti storici per procedere in modo più determinato e forte. L’unica soluzione alla crisi che sta affrontando attualmente il continente e i suoi popoli è l’autonomia e una politica nazionale e mondiale indipendente.
Da vociglobali

Preso da: https://www.articolo21.org/2018/04/libia-ora-si-sa-perche-limperialismo-voleva-rovesciare-il-paese/

Libia. 7 anni dopo la RATSvoluzione Macron parla di “errore”: cosa ne pensa il cugino di Gheddafi

di Vanessa Tomassini
Popolo di Bengasi, abbiamo in costruzione 500mila unità abitative, abbiamo 7 nuove università, 7 nuovi aeroporti sui quali è iniziata la costruzione. Fratelli ci sono più di 200 miliardi di dollari di progetti in gioco. Ricordate le mie parole, non saranno finiti, saranno distrutti!”.
I media occidentali e i soliti esperti da salotto hanno definito nel 2011 queste parole di Saif al-Islam Gheddafi le solite minacce di un leader che non aveva via di uscita, ma a riascoltare il discorso del figlio del rais oggi più che minacce sembrano delle vere e proprie rivelazioni. Mentre le Nazioni Unite e la comunità internazionale continuano a spingere per le elezioni, nel paese nordafricano aumentano scontri tra milizie, esplosioni di autobombe, attacchi terroristici, rapimenti e insicurezza. Se il capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron, sabato scorso ha definito l’intervento militare in Libia “un grande errore”, un esponente politico libico della Camera dei Rappresentanti del popolo Tawergha – che ancora non riesce a far ritorno nella sua città – ha definito la Rivoluzione di Febbraio, “un disastro”, scatenando diverse e contrastanti reazioni. Ma come dargli torto?

La verità la dimostrano i fatti che si stanno verificando in Libia ogni giorno, che confermano che quanto accaduto è un complotto tra Obama, il Parlamento britannico e Berlusconi che ha seguito il governo francese; sono gli stessi leader che hanno predisposto i missili della Nato ad ammetterlo ora. Lo hanno confessato gli stessi leader che oggi sono fuggiti lasciando la Libia nel doloroso risultato di carceri, uccisioni, distruzione, saccheggi e la situazione degli sfollati. Gli stessi leader politivi hanno trasformato il paese in un punto focale per terrorismo e gruppi criminali organizzati, che sfruttano il contrabbando e la vendita di esseri umani”.
A dirci queste parole amare è il cugino del rais, Ahmed Gaddaf Addam, il maggiore esponente del passato regime a fianco di Muhammar Gheddafi per oltre mezzo secolo, che abbiamo abbiamo imparato a conoscere in precedenti occasioni. L’ex generale ci risponde così quanto gli chiediamo se l’allora presidente Silvio Berlusconi abbia sbagliato a seguire Francia e Stati Uniti, sottolineando che “sono tutti questi risultati a rispondere a questo interrogativo. Il presidente Berlusconi ha ammesso la sua cospirazione che ha messo a rischio i suoi distinti rapporti con la Libia e la storica convenzione firmata con Gheddafi (Trattato di Bengasi del 2008 ndr.) per compensare gli orrori della dolorosa storia del colonialismo”.
– Gheddafi diceva che l’occidente non conosce il significato della parola amicizia, lo pensa anche lei?
Gheddafi ha sempre stretto relazioni con l’occidente, nonostante il passato coloniale lo portasse a pensare che l’occidente non conoscesse l’amicizia e il rispetto per gli altri, considerandoli schiavi o nemici e questo è stato effettivamente confermato se analizziamo i fatti. Quando la Nato nel 2011 ha deciso di attaccare la Libia, avevamo accordi di strategie con l’Italia, con il Regno Unito e la Francia, accordi che sono andati persi nella distruzione, facendo evaporare centinaia di milioni di progetti e compagnie che lavoravano in Libia, trasformata in un luogo di minaccia alla sicurezza dell’area del Mediterraneo, di diffusione di criminalità e terrorismo verso l’Europa. Spero che questo serva da lezione per il futuro”.
– Di recente è stato pubblicato un libro in francese che svela un “segreto tra Sarkozy e Gheddafi”, ne sa qualcosa? Ci sono altre cose non dette sulla Rivoluzione di Febbraio?
Sono state pubblicate una serie di bugie a partire dal 2011, come parte di una campagna psicologica contro i libici e per convincere l’opinione pubblica occidentale che l’azione contro la Libia tutelasse i loro interessi. Questa deliberata campagna fu accompagnata dall’attacco di flotte, aerei e decine di migliaia di soldati e mercenari che parteciparono alla distruzione della Libia. Il governo libico non aveva segreti e tutto quello che avevamo era un annuncio. Gheddafi era chiaro e non nascondeva né armi né complotti. Sarkozy e la sua amministrazione volevano accrescere il peso della Francia in Africa per ostacolare i nostri sforzi di trasformare il continente in un’unica entità che porta il nome degli Stati Uniti d’Africa. Penso che sia stata proprio questa la ragione principale per l’uccisione di Gheddafi, per distruggere il sogno degli africani, che comunque non smetteranno di inseguire e di portare questo stendardo che rappresenta la voglia di vita per l’Africa”.
– Allo scoppiare della rivoluzione abbiamo visto tanti esponenti politici del regime abbracciarla. Se li ricorda? Che fine hanno fatto?
Quanto accaduto in Libia non è stato per opera di rivoluzionari, ma di leader che sono stati supportati dall’intelligence occidentale come al-Muqarif, Zidane ed altri. La loro missione è finita e sono tornati da dove sono venuti, lasciando la Libia in una guerra devastante. Sette anni dopo non abbiamo visto ancora alcuna scusa o indagine reale in Libia. Sono serio riguardo ai politici e cerco di correggere le loro politiche, ma ripetono costantemente gli stessi errori. Condivido i suoi dubbi e il fatto che si meravigli: dov’è la libertà? Dove sono i diritti umani? Dov’è finita la decantata democrazia in Libia? Non sentiamo più nulla a riguardo, ma si continua a cercare di legittimare la menzogna, si continua a dialogare con questi criminali e a proteggerli sfortunatamente. Nonostante le manomissioni e le distruzioni che hanno afflitto la nostra gente durante questi sette anni, si continua a cercare di convertirli per soddisfare i loro crimini internazionali e quel che è più grave viene fornito loro supporto politico e militare, minacciando il futuro delle relazioni tra la Libia e questi paesi”.

-Veniamo a suo nipote. Saif al-Islam Gheddafi rappresenta oggi più che mai una speranza per molti libici per uscire da questa situazione di caos, tuttavia qualcuno lo accusa che è colpa sua se la Libia ha fatto questa fine, per aver liberato gli islamisti dalle carceri del padre. È andata davvero così?
La cosa ha aiutato Saif al-Islam nella sua assemblea, ma la decisione è stata richiesta dal suo paese, promettendo di fermare il terrorismo e di non usare le armi per otto mesi, durante i quali è stata lanciata la guerra in Libia. Senza questo non ci sarebbe stato il sostegno per la caduta del regime di Gheddafi in Libia. Guardi, la maggioranza del popolo libico è ancora responsabile della sicurezza, della legalità, della dignità e del rispetto e quindi, nonostante tutto, l’occidente ha il dovere di armarli e fornire loro supporto militare, logistico e aereo”.
– Ci parla con suo nipote? Siamo sicuri che Saif leggerà questa intervista? Cosa vorrebbe dirgli?
Non vi può essere alcun contatto diretto in quanto Saif è ancora soggetto a molte restrizioni e sanzioni internazionali, ma non c’è alcun motivo o giustificazione e penso che la revoca delle restrizioni su di lui contribuirà al progetto di dialogo e pace. Purtroppo Saif come tutti i prigionieri politici soffre doppiamente non solo per la condanna internazionale, ma soprattutto per il fatto che la sua patria sta bruciando e viene sparso altro sangue. Per questo facciamo nuovamente appello alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale affinchè queste restrizioni vengano sollevate. Oggi dobbiamo parlare di un nuovo Stato per tutti i libici. L’amnistia, un governo neutrale e le elezioni sono sotto gli auspici delle Nazioni Unite. Serve una bandiera bianca, il ritorno degli sfollati, il rilascio di tutti i prigionieri del passato regime, il ritorno dell’esercito, della polizia e della magistratura, solo così si potrà costruire un nuovo Stato. Invito i paesi occidentali a correggere i loro errori aiutandoci, e questo è ciò che cerchiamo di fare con gli avversari di ieri. Quello che stiamo vedendo è che il conflitto non è più per il potere decisionale, ma per salvare una patria di cui siamo tutti partner. Dolo così la Libia tornerà ad essere un’oasi di pace”.

Preso da: http://www.notiziegeopolitiche.net/libia-7-anni-dopo-la-rivoluzione-macron-parla-di-errore-cosa-ne-pensa-il-cugino-di-gheddafi/

2017: B. Levy, il filosofo degli interventi ‘umanitari’ accoglie i golpisti venezuelani

Lo scorso 15 agosto, Bernard-Henri Levy, ha pubblicato il suo articolo mensile su El País intitolato ‘Maduro, tra Castro e Pinochet’, che possiamo considerare l’inizio della sua crociata contro il Venezuela

B. Levy, il filosofo degli interventi 'umanitari' accoglie i golpisti venezuelani
da Mision Verdad
Bernard-Henri Levy (BHL) è un milionario ebreo, nato come francese nell’Algeria coloniale, e forse proprio per questo motivo, con una vocazione innata, promuove la guerra come meccanismo per preservare l’influenza neocoloniale francese. Influenza in realtà posta al servizio del sionismo.

Si vanta di aver convinto l’allora presidente francese, Nicolas Sarkozy, ad appoggiare i presunti ribelli libici e sostenere i bombardamenti aerei della NATO.

Ha raccontato la sua ‘prodezza’ in un libro, e nel novembre 2011 ha spiegato che «non lo avrebbe fatto se non fosse stato ebreo».


Libia, 2011

Qualche mese dopo i suoi articoli, che per il mondo ispanofono sono pubblicati dal quotidiano spagnolo El País, il propagandista (presentato come filosofo della nouvelle philosophie) prese a cuore la causa della Siria e il lavoro di agente pubblicitario dei combattenti ‘dell’esercito libero siriano’.

Le premesse sono le stesse in Libia, Siria e adesso Venezuela. Nell’agosto del 2012, nel suo articolo «Aerei per Aleppo», rilanciava i soliti tre argomenti ricorrenti per sostenere la tesi dell’intervento militare mascherato dall’edificante «responsabilità di proteggere».

A Cannes con presunti combattenti siriani

Uno, che la popolazione civile è attaccata dalle forze genocidi del tiranno; due, che la popolazione civile e i suoi rappresentanti stanno chiedendo aiuto; e tre, che i combattenti per la libertà con precarie armi difensive hanno bisogno di ‘aiuto’ (assistenza militare) per fermare la ‘mattanza’.

Lo scorso 15 agosto, Bernard-Henri Levy, ha pubblicato il suo articolo mensile su El País intitolato ‘Maduro, tra Castro e Pinochet’, che possiamo considerare l’inizio della sua crociata contro il Venezuela. Il percorso è lo stesso delle precedenti guerre e profeticamente la sceneggiatura è stata girata con precisione cinematografica.

Uno scenario da guerra civile, sullo sfondo oltre 100 civili morti per mano delle forze paramilitari del dittatore. La ripresa della sceneggiatura aveva già contemplato di ricevere a Parigi, Madrid e/o Washington, «gli ultimi rappresentanti dell’opposizione che hanno ancora libertà di movimento». E la promessa di «sanzioni economiche e finanziarie che vadano oltre le timide fanfaronate di Donald Trump».

Meno di 20 giorni dopo, con protagonisti Julio Borges e Freddy Guevara, le riprese sono state realizzate con l’inclusione di Berlino in luogo della capitale statunitense, e l’offerta di sanzioni concrete (in chiara allusione a Trump) presentata dalla signora Merkel.

Con Freddy Guevara, Parigi, 2017

Una ‘foto’ poco hollywoodiana: Levy si fotografa con Guevara e senza il classico abbigliamento da ‘liberatori’, ossia con maschera antigas e scudo di legno. Solo lui ha pubblicato l’immagine. Guevara non ha nemmeno ritwittato.

Le foto in Libia, con combattenti reali sul campo di battaglia a Misurata, i guerrieri incappucciati dell’opposizione siriana (anche se a Cannes) e la posa su di una barricata in Ucraina, senza dubbio sono più iconografiche.

Tuttavia la cosa più importante è che per i venezuelani è diventato molto chiaro quale sia il futuro che Borges e Guevara promuovono per il Venezuela.

(Traduzione dallo spagnolo per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde)

Preso da: http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-b_levy_il_filosofo_degli_interventi_umanitari_accoglie_i_golpisti_venezuelani/82_21447/

20 OTTOBRE 2011 : IL GIORNO DELLA VERGOGNA

20 OTTOBRE 2011 : IL GIORNO DELLA VERGOGNA – 20 OTTOBRE 2015 : IL RICORDO E LA LOTTA (ALLAH, MUHAMMAR WA LIBYA WA BAS!)

“Se colui che vuol conoscere la verità verrà a trovarmi io lo guiderò senza fatica su questa strada, non forzandolo a sposare le mie idee, ma facendogliele vedere con chiarezza così che egli non possa evitare di riconoscerle”

                                                              ‛Abd al-Qādir al-Jazāʾirī

SONO TRASCORSI QUATTRO ANNI  DALL’ASSASSINIO DEL LEADER DELLA JAMAHIRIYA ARABA DI LIBIA ( o almeno così ci hanno ordinato di credere)

Nella nebbia dell’informazione dobbiamo ricordarlo, come dobbiamo ricordare il popolo libico , il suo orgoglio e la sua dignità nel resistere all’aggressione della NATO e dei suoi cani del Qatar, i pazzi sauditi e tutti i servi sciocchi che hanno pensato di nascondersi all’ombra di un colonialismo di ultima generazione.

Muammar wa bas  – solo Muammar  Tripoli, Piazza Verde 1 Luglio 2011

La ragazza libica che in Piazza Verde in quell’eroica – e maledetta  – estate esponeva il suo augurio al leader è l’immagine di apertura che dedico a Muammar Al Gheddafi, ed alla sua memoria.

Un anno fa un altro blogger dedicava al leader della Jamahiriya il filmato che segue. La colonna sonora è quella che ricorda un altro eroe leggendario della resistenza al colonialismo imperiale della metà del ‘900 : Ernesto Che Guevara. Ebbene difficilmente si sarebbe potuto trovare un testo più pertinente, più aderente alla vicenda umana e storica dell’ispiratore della rivoluzione “bianca” del 1° settembre 1969,
ebbene non avete idea di quanti veri e propri imbecilli siano insorti per rivendicare quasi la proprietà di quel testo ad una fantomatica sinistra, per fare distinguo da ignoranti e creduloni schierati con quanti hanno preferito leggere  – con evidente pruderie voyeuristica mischiata ad una ingenuità devastante – le mirabolanti gesta “erotiche” delle sedicenti prede del “feroce tiranno”. Decisamente il web è un ambiente in cui l’ignoranza trova il massimo rifugio. Ed i luoghi comuni pure.

Il Libro Verde, semplice quanto devastante riflessione in merito alla idiozia della democrazia rappresentativa, manifesto della democrazia diretta, manifesto – questo si, nei fatti – di un vero socialismo. Snobbato dagli storici e dai radical-chic che nemmeno si son degnati di leggere gli scritti di “un beduino della Sirte”, più comodo pontificare sul tiranno e sulle sue pretese devianze. L’enciclopedia Treccani nelle parole di una tale Dottoressa  Saura Rabuiti   lo definisce così  : “…un uomo arcigno, che dà udienza in una tenda regale, vestito con abiti stravaganti e sgargianti, spesso avvolto nell’ampio mantello ricamato dei Berberi..” la messa a giorno dell’articolo, guardacaso è del maggio 2011…

Nel 1996, Gheddafi aveva emesso un ordine di cattura internazionale per un mestatore internazionale di provenienza saudita, tale Osama Ben Ladin, le sue indicazioni furono ignorate, come ricordava un certo senatore Andreotti, che di misteri ne conosceva parecchi. In questo filmato le interviste.

Concedo solo un modesto beneficio del dubbio a V.V. Putin, in merito alla questione libica, in mancanza di uno scambio di opinioni diretto e personale sull’argomento (le opinioni dei media non hanno sostanza, oppure sono illazioni o propaganda). Perché se la questione si dovesse risolvere in una meschina mossa strategica, se cioè il leader russo fosse di fatto restato a guardare in attesa – alla meglio – di un indebolimento di Gheddafi e quindi per ciò avrebbe evitato di porre il veto alla vergognosa risoluzione ONU n° 1973 del maledetto 17 marzo 2011, se così fosse una gran parte di responsabilità della tragedia mediorientale e nordafricana (ma il perimetro del caos è assai più vasto) andrebbe a ricadere su di lui.

In compenso in questo articolo non appariranno immagini dei veri e dichiarati criminali, dei ruffiani piccoli e grandi, dei lacchè dell’impianto coloniale che hanno circondato la Libia, assediandola con la più poderosa coalizione militare della Storia, la vergogna della Storia. I loro volti qua non trovano spazio, per loro è degna forse solo la latrina della Storia.

Quella Storia dai più fraintesa per ciò che sui libri i vincitori hanno – da sempre – celebrato, quella Storia che per noi è un quotidiano come lo è stato – il nostro contemporaneo – il momento drammatico di quei mesi del 2011, allorché ci sentimmo impotenti dinanzi alla fabbrica delle menzogne e all’esibizione dell’ignoranza e della credulità più stupida e politicamente corretta.
Quella Storia sverginata da veri e propri CRIMINALI, della politica e dell’informazione, i servi, i veri e propri cani da guardia del mostro coloniale.

E quanti sono i giornalisti, gli storici che hanno perduto l’occasione della vita: essere partecipi della Storia contemporanea, non supini esecutori di un ordine dattiloscritto! Mi viene a mente lo Zucconi con la sua “Carovana dei tiranni” ne i Quaderni del Liceo Orazio, allorché perde un’ottima occasione per scendere – lui – dal carrozzone dei Quisling e dei lustrascarpe del potere.

Nella tarda primavera del maledetto 2011 una commissione internazionale si recò in Libia per verificare le informazioni che – da Londra, Tunisi e da Parigi – venivano veicolate da sedicenti organizzazioni democratiche di sana dissidenza contro il “regime del tiranno” Gheddafi. I risultati di di queste missioni di Fact Finding non sono mai stati portati a conoscenza di una opinione pubblica rintronata dalla propaganda sui fantasiosi bombardamenti sulla folla, sugli inesistenti campi di fosse comuni. I politicanti di tre quarti della sinistra libertaria (quelli che non hanno saputo riconoscere un Che Guevara contemporaneo, troppo storditi dai videogames e dagli I-Phone, dai piagnucolii dei Bersani ) credono ancora alle novelle su Lockerbie e di Abu Salim , per la cronaca le ossa fotografate nella “fossa comune” descritta ai media dai mercenari qaedisti erano ossa di animali, non di uomini, una delle bufale subito smentite dal semplice buonsenso. Paradossalmente infatti – se mi è concesso, pur col rispetto dovuto alle decine di migliaia di libici e di lavoranti neri ammazzati dai ribelli qaedisti e dai fiancheggiatori mercenari – una delle vittime è stata proprio l’intelligenza dei cosidetti “occidentali” che si sono bevuti le panzane più inverosimili messe in giro da questi veri e propri delinquenti.
Qua di seguito il filmato della Fact Finding Commission.
Nella sua ultima estate il Colonnello Gheddafi volle ancora sfidare la cieca violenza del terrorismo internazionale americano, lo vediamo girare per Tripoli affacciato al tetto del suo Land Cruiser, unico statista a permettersi l’auto non blindata.
Intanto, oggi l’Impero premia i suoi servi, l’ultimo Nobel per la Pace (e in fin dei conti come ho già scritto altrove un premio nato sulla dinamite non può che andare a chi è strutturale all’uso della medesima) è andato ai soci tunisini della disinformazione, i soggetti che garantirono l’esistenza proprio in tripoli di una morgue con circa 450 oppositori, dando il via alla canea della stampa mercenaria.

Ma a noi piace ricordare l’immagine di quella mano di donna in Piazza Verde, con le parole scritte con l’Hennè  :  Muammar wa bas

E non dimentichiamo nemmeno chi – ancora oggi – senza copertura mediatica porta avanti la propria Resistenza, che vergogna che i tanti “resistenti” italiani non abbian preso posizione con questa gente. Forse perché alla fin fine gli italiani come i francesi, i tedeschi, gli inglesi, sono fondamentalmente presuntuosi e così razzisti da non riconoscere a dei beduini, a dei musulmani, il diritto di esser fieri, orgogliosi di una identità, di una patria?

Originale, con altre immagini e video: http://www.trasversal-mente.blogspot.it/2015/10/20-ottobre-2011-il-giorno-della.html

I dieci miti che hanno più inciso sulla guerra contro la Libia

3 ottobre 1011

Di Maximilian C. Forte *
Dal momento che il colonnello Gheddafi ha perso il suo potere militare nella guerra contro la NATO e contro gli insorti / ribelli / nuovo regime, numerosi mezzobusti televisivi hanno preso a celebrare questa guerra come un “successo”.
Costoro ritengono che questa sia una “vittoria del popolo libico” e che tutti dovremmo festeggiare. Altri si gloriano della vittoria esaltando la “responsabilità di proteggere”, “l’interventismo umanitario”, e condannano la “sinistra antimperialista”.
Alcuni di coloro che affermano di essere “rivoluzionari”, o che credono di sostenere la “rivoluzione araba”, in qualche modo reputano opportuno porre su un piano secondario il ruolo della NATO nella guerra, invece esaltano le virtù democratiche degli insorti, magnificano il loro martirio, e assegnano un’importanza al loro ruolo oltre ogni limite.
Vorrei dissentire da questa cerchia di acclamanti, e ricordare ai lettori il ruolo di invenzioni di “verità” ideologicamente motivate, che sono state utilizzate per giustificare, motivare, attivare, rendere più efficace la guerra contro la Libia, e per sottolineare quanto dannosi sono stati gli effetti pratici di questi miti contro i Libici, e contro tutti coloro che favorivano soluzioni pacifiche, non-militariste.
Questi dieci miti più cruciali rientrano in alcune delle affermazioni maggiormente reiterate dagli insorti, e/o dalla NATO, dai leader europei, dall’amministrazione Obama, dai media di più alta diffusione, e perfino dalla cosiddetta “Corte penale internazionale”, i principali attori che hanno recitato nel corso della guerra contro la Libia.
D’altro canto, andiamo ad analizzare alcuni dei motivi per cui queste affermazioni sono considerate più giustamente come folklore imperiale, come miti pilastri del mito massimo – che questa guerra è stata scatenata come “intervento umanitario”, destinato soprattutto a “proteggere i civili”.
Ancora, l’importanza di questi miti risiede nella loro larga riproduzione, con scarsi interrogativi, fino a mortali conseguenze. Inoltre, essi minacciano di falsare gravemente per il futuro gli ideali dei diritti umani e la loro invocazione, aiutando così la costante militarizzazione della cultura e della società occidentale.

Genocidio

Appena pochi giorni dopo l’inizio delle “proteste di piazza” , il 21 febbraio, il Rappresentante permanente aggiunto della Libia presso le Nazioni Unite, Ibrahim Dabbashi, pronto all’immediata defezione, dichiarava: “A Tripoli, ci si attende un vero e proprio genocidio. Gli aerei stanno ancora trasportando mercenari agli aeroporti”. Questo è eccellente: un mito che si compone di miti.
Con questa affermazione, costui metteva insieme tre miti chiave, il ruolo degli aeroporti (quindi la necessità ossessionata di una porta di ingresso per un intervento militare: la “no-fly zone”), il ruolo dei “mercenari” (che significava, semplicemente, i neri), e la minaccia di “genocidio” (adeguata al linguaggio della dottrina delle Nazioni Unite sulla Responsabilità di fornire Protezione).
L’affermazione era tanto maldestra e totalmente priva di fondamento, quanto egli era stato abile nel mettere insieme alla meglio questi tre miti meschini, uno dei quali fondato su un discorso e una pratica razzista, che dura fino ad oggi, con le nuove atrocità riportate contro i migranti africani e i Libici di pelle nera, come pratica quotidiana.
Non è stato il solo a fare queste affermazioni. Tra gli altri come lui, Soliman Bouchuiguir, presidente della Lega libica per i diritti umani, il 14 marzo, dichiarava alla Reuters che se le forze di Gheddafi avessero raggiunto Bengasi, “avverrà un vero e proprio bagno di sangue, un massacro, come quello visto in Ruanda”.
Questa non è l’unica volta che qualcuno avrebbe deliberatamente fatto riferimento ai massacri in Ruanda.
C’è stato il tenente Gen. Roméo Dallaire, l’…eccellentissimo comandante delle forze canadesi della missione di peacekeeping delle Nazioni Unite per il Ruanda nel 1994, attualmente senatore eletto al Parlamento canadese e co-direttore del progetto “Will to Intervene – Volontà di interposizione” alla Concordia University.
Dallaire, in un precipitoso sprint ad emettere giudizi nel tentativo di valutare la situazione libica, non solo esternava ripetuti riferimenti al Ruanda, ma sottolineava come Gheddafi lanciasse “minacce di genocidio”, asserendo di “volere ripulire la Libia casa per casa”.
Questo è un esempio di come un’attenzione selettiva per gli eccessi retorici di Gheddafi prenda tutto sul serio, quando in altre occasioni i detentori del potere si erano invece affrettati a non tenerne conto: il portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Marco Toner, allontanava con cenni di mano, come scacciasse mosche, le presunte minacce di Gheddafi contro l’Europa, asserendo che Gheddafi è “uno che si compiace di una retorica esagerata”.
Invece, il 23 febbraio, il presidente Obama dichiarava che aveva dato istruzioni alla sua amministrazione di trovare una “gamma completa di opzioni” da applicare contro Gheddafi, …quanto più calmo, per contrasto, e quanto più “conveniente”!
Il crimine “genocidio” ha una consolidata definizione giuridica internazionale, come viene ribadito nella Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, in cui il genocidio comporta la persecuzione di un “gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. Non tutta la violenza è “genocida”. La violenza intestina, di reciproca distruzione, non è genocidio. Il genocidio non è nemmeno “l’eccesso di violenza”, né la violenza indifferenziata contro civili.
Quello che sia Dabbashi, che Dallaire, e altri non sono riusciti a fare è stato di identificare “il gruppo perseguitato nazionale, etnico, razziale o religioso”, e quanto il genocidio presuntivamente commesso differiva da questi termini. Costoro avrebbero dovuto veramente conoscere meglio la questione (e la conoscono!), uno come ambasciatore alle Nazioni Unite e l’altro come esperto di chiara fama e docente di genocidio.
Questo è il segnale che la creazione del mito era, o intenzionale, o fondata sul pregiudizio.
Quello che l’intervento militare straniero ha realizzato, però, è stato di consentire una violenza genocida reale, quella che è stata regolarmente applicata fino a solo poco tempo fa: l’orribile violenza contro i migranti africani e i Libici neri, presi di mira esclusivamente sulla base del colore della loro pelle. Questa violenza è stata esercitata senza impedimenti, senza giustificazioni, e fino a poco tempo fa, senza alcuna considerazione e senza darne risalto. Infatti, i media , che forniscono la loro collaborazione, sono stati rapidi ad affermare senza prove che ogni uomo catturato o morto di pelle nera doveva essere un “mercenario”.
Questo è il genocidio che il mondo occidentale, bianco, e tutti coloro che dominano la “narrazione” sulla Libia, hanno omesso (e non per caso).

Gheddafi sta “bombardando il suo popolo”

Dobbiamo ricordare che una delle ragioni iniziali nella corsa precipitosa per imporre una “no-fly zone” è stata quella di impedire a Gheddafi di usare la forza aerea per bombardare “il suo popolo”, una fraseologia ben definita, che richiama ciò che è stato tentato e testato con la demonizzazione di Saddam Hussein in Iraq.
Il 21 febbraio, quando i primi “avvertimenti” di “genocidio” venivano allarmisticamente diffusi da parte dell’opposizione libica, sia Al Jazeera che la BBC conclamavano che Gheddafi aveva schierato le sue forze aeree contro i manifestanti, come “segnalava” la BBC : “Testimonianze affermano che aerei militari hanno sparato contro i manifestanti nella città.”
Eppure, il 1 ° marzo, in una conferenza stampa del Pentagono, alle domande: “Avete a disposizione qualche prova che egli [Gheddafi] in realtà abbia sparato contro il suo popolo dal cielo? Ci sono state segnalazioni di questo, ma avete conferme indipendenti? In caso affermativo, in che misura?”, il Ministro della Difesa degli Stati Uniti Robert Gates rispondeva: “Abbiamo visto i comunicati stampa, ma non abbiamo conferme di questo”. Alle sue spalle stava l’ammiraglio Mullen: “Questo è del tutto corretto. Non abbiamo avuto nessun riscontro di sorta”.
In realtà, sostenere che Gheddafi utilizzava perfino gli elicotteri contro manifestanti disarmati era completamente infondato, una pura invenzione basata su affermazioni false.
Questo è tanto importante, dal momento che era il dominio dello spazio aereo libico da parte di Gheddafi che gli interventisti stranieri volevano annullare, e di conseguenza il mito delle atrocità perpetrate dal cielo produceva un valore aggiunto per fornire un buon motivo per un intervento militare straniero, che è andato ben oltre ogni mandato di “protezione di civili”.
David Kirpatrick del The New York Times, già il 21 marzo confermava questo, che “i ribelli sono indifferenti alla fedeltà alla verità nel plasmare la loro propaganda, sostenendo vittorie inesistenti sul campo di battaglia, affermando che stavano ancora combattendo in città importanti dopo essersi ritirati davanti alle forze di Gheddafi, e facendo asserzioni ampiamente gonfiate del comportamento barbarico di queste truppe”.
Le “asserzioni ampiamente gonfiate” sono ciò che è entrato a far parte del folklore imperialista che ha pervaso gli eventi in Libia, che ha fornito le giustificazioni dell’intervento occidentale.
Raramente la folla di giornalisti di stanza a Bengasi ha messo in dubbio o contraddetto i suoi ospiti.

Salvate Bengasi!

Il presente articolo è stato scritto quando le forze di opposizione libiche marciavano contro Sirte e Sabha, le due ultime roccaforti del governo di Gheddafi, con avvertimenti inquietanti alla popolazione che doveva arrendersi, e con altro di sinistro.
A quanto pare, Bengasi è diventata una specie di “città santa” nel discorso internazionale dominato dai leader dell’Unione Europea e della NATO. Bengasi è stata la sola città al mondo a non potere essere toccata. Rappresentava come una terra sacra.
Tripoli? Sirte? Sabha? Queste possono essere sacrificate, visto che tutti stanno a guardare, senza un accenno di protesta che sia da parte di qualcuno dei poteri forti, e visti i primi resoconti su come l’opposizione ha massacrato la gente a Tripoli.

Ma torniamo al mito Bengasi!

“Se aspettavamo un giorno di più,” Barack Obama ha dichiarato nel suo discorso del 28 marzo, “Bengasi, una città quasi delle stesse dimensioni di Charlotte, avrebbe potuto subire un massacro che si sarebbe riverberato in tutta la regione e avrebbe macchiato la coscienza del mondo”.
In una lettera firmata congiuntamente, Obama con il primo ministro britannico David Cameron e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno affermato: “Rispondendo immediatamente, i nostri paesi hanno bloccato l’avanzata delle forze di Gheddafi. Il bagno di sangue che aveva promesso di infliggere ai cittadini della città assediata di Bengasi è stato impedito. Decine di migliaia di vite sono state salvate”.
E allora, i jet francesi hanno bombardano una colonna in ritirata; si trattava, come abbiamo visto, di una colonna molto breve che comprendeva camion e ambulanze, che chiaramente non avrebbero potuto né distruggere né occupare Bengasi.
Oltre alla “retorica esagerata” di Gheddafi, che gli Stati Uniti si sono affrettati a non tenere in conto quando conveniva ai loro scopi, non vi è ad oggi ancora nessuna prova provata che dimostri come Bengasi avrebbe dovuto assistere alla perdita di “decine di migliaia” di vite, come proclamato da Obama, Cameron e Sarkozy.
Questo è stato meglio spiegato dal professor Alan J. Kuperman in “False pretense for war in Libya? – Falso pretesto per la guerra in Libia? :
“La prova migliore che Gheddafi non aveva un piano di genocidio contro Bengasi è che non lo ha perpetrato nelle altre città che in seguito ha ripreso integralmente o parzialmente – Zawiya, Misurata, e Ajdabiya, centri che insieme hanno una popolazione ben superiore a quella di Bengasi …Le azioni di Gheddafi sono state ben diverse dai massacri avvenuti in Ruanda, Darfur, Congo, Bosnia, e in altri campi di sterminio … Nonostante gli onnipresenti cellulari dotati di telecamere e video, non ci sono prove visive di massacri deliberati… Né Gheddafi ha mai minacciato di massacrare i civili di Bengasi, come Obama presumeva. L’avvertimento ‘nessuna pietà’, del 17 marzo, era rivolto solo ai ribelli, come riportato dal New York Times, che sottolineava come il leader della Libia avesse promesso l’amnistia per coloro ‘che deponevano le armi’. Inoltre Gheddafi aveva offerto ai ribelli una via di fuga e frontiera aperta verso l’Egitto, per evitare una lotta ‘dalla fine dolorosa’”.
Per amara ironia, le prove dell’esistenza di uccisioni, commesse da entrambe le parti, si possono riscontrare a Tripoli in questi ultimi giorni, mesi dopo che la NATO ha imposto le sue misure militari “salvavita”. Uccisioni per vendetta sono quotidianamente segnalate sempre con maggiore frequenza, tra cui il massacro di Libici e migranti africani di pelle nera da parte delle forze ribelli. Un’altra triste ironia: a Bengasi, che gli insorti hanno tenuto per mesi, anche dopo che le forze di Gheddafi sono state respinte, neppure qui è stata impedita la violenza: omicidi per vendetta sono stati segnalati anche in questa città, come trattato più avanti.

Mercenari africani.

Patrick Cockburn (giornalista irlandese, corrispondente in Medio Oriente per il Financial Times, attualmente, ricopre lo stesso incarico per l’Independent) ha sintetizzato l’utilità funzionale del mito del “mercenario africano” e il contesto in cui è sorto:
“Da febbraio, i ribelli, spesso sostenuti da potenze straniere, hanno affermato che lo scontro era tra Gheddafi e la sua famiglia da un lato, e il popolo libico dall’altro. La loro giustificazione per la presenza di forze così notevoli a fianco di Gheddafi era che si trattava di tanti mercenari, per lo più dall’Africa nera, il cui unico movente era il denaro”.
Come osserva il giornalista, i prigionieri di pelle nera sono stati messi in mostra per i media (cosa che costituisce una violazione della Convenzione di Ginevra), ma Amnesty International in seguito ha scoperto che tutti i prigionieri erano presumibilmente stati rilasciati, poiché non si trattava di combattenti, ma di lavoratori privi di documenti provenienti dal Mali, Ciad, e Africa occidentale.
Il mito era utile per l’opposizione, che insisteva che questa era una guerra tra “Gheddafi e tutto il popolo libico”, in definitiva come se Gheddafi non godesse di alcun sostegno interno: una montatura colossale e assoluta, tale da far pensare che solo dei bambini potevano credere ad una storia così fantastica.
Il mito è anche utile per cementare la rottura premeditata tra “la nuova Libia” e il Panafricanismo, riallineando così la Libia all’Europa e al “mondo moderno”, che alcuni dell’opposizione pretendevano con insistenza in modo esplicito.
Il mito del “mercenario africano”, indirizzato ad una pratica mortale, razzista, è un fatto che paradossalmente è stato sia documentato che ignorato.
Mesi fa, ho fornito un’ampia rassegna del ruolo dei media a grande diffusione, guidati da Al Jazeera, e del ruolo catalizzatore dei social media nella creazione del mito del mercenario africano.
I primi ad allontanarsi dalla norma di demonizzare gli Africani sub-sahariani e i Libici di pelle nera, invece documentando gli abusi contro questi civili, sono stati il Los Angeles Times e Human Rights Watch,che non avevano riscontrato alcuna prova documentata di mercenari presenti nella parte orientale della Libia (totalmente in contraddizione con le affermazioni presentate come una verità indiscutibile da Al Arabiya e da The Telegraph, tra gli altri, come il Time e The Guardian).
In un discostarsi estremamente raro dalla propaganda sulla minaccia dei mercenari neri, che Al Jazeera e i suoi giornalisti avevano contribuito a divulgare attivamente, la stessa Al Jazeera produceva un documento davvero unico, concentrandosi sulle rapine, sulle uccisioni, sui rapimenti di residenti neri nella parte orientale della Libia (ora che anche la CBS, Channel 4, e altri stanno puntando il dito contro il razzismo, Al Jazeera sta cercando di mostrare ambiguamente un certo interesse sull’argomento!).
Infine, sta spuntando un qualche accresciuto riconoscimento di questa collaborazione dei media nella denigrazione razzista delle vittime civili degli insorti – vedi Fair: “NYT Points Out ‘Racist Overtones’ in Libyan Disinformation It Helped Spread – Il New York Times mette in evidenza le ‘implicazioni razziste’ nella disinformazione sulla situazione in Libia, che ha contribuito a diffondere”.
Il prendere di mira e le uccisioni razziste di Libici neri e di Africani sub-sahariani continuano ancora oggi.
Patrick Cockburn e Kim Sengupta parlano della recente scoperta di un cumulo di “corpi in decomposizione di 30 uomini, quasi tutti neri e molti ammanettati, massacrati mentre giacevano su barelle e anche in ambulanza nel centro di Tripoli”.
E anche, mentre ci mostra il video di centinaia di cadaveri nell’ospedale Abu Salim, la BBC non osa rimarcare il fatto che la maggior parte di questi è chiaramente di pelle nera, e perfino si chiede con stupore anche chi poteva averli uccisi.
Questo non costituisce un problema per le forze anti-Gheddafi.
“Vieni e vedi. Questi sono neri, Africani, assunti da Gheddafi, mercenari”, urlava Ahmed Bin Sabri, intervistato da Sengupta, sollevando il lembo della tenda per mostrare il corpo di un paziente morto, la sua T-shirt grigia macchiata di rosso scuro di sangue, la flebo di soluzione salina ancora in esecuzione nel braccio nero coperto di mosche.
Perché un uomo ferito che stava ricevendo delle cure era stato giustiziato?
Recenti documenti rivelano che gli insorti sono impegnati in una pulizia etnica contro i Libici neri a Tawergha; questi insorti si definiscono “Brigate per la purificazione dagli schiavi, dalla pelle nera”, giurando che nella “nuova Libia” i neri di Tawergha sarebbero stati esclusi dall’assistenza sanitaria e scolastica nella vicina Misurata, da cui i Libici neri era già stati espulsi dagli insorti.
Attualmente, Human Rights Watch ha riferito: “Libici dalla carnagione nera e Africani sub-sahariani devono affrontare rischi particolari perché le forze ribelli e altri gruppi armati spesso li hanno considerati mercenari pro-Gheddafi provenienti da altri paesi africani. Siamo stati spettatori di violente aggressioni e uccisioni di queste persone in aree prese sotto controllo dal Consiglio Nazionale di Transizione”.
Amnesty International ha appena riferito sulla detenzione spropositata di neri Africani ad Az-Zawiya sotto controllo dei ribelli, e come lavoratori agricoli migranti, disarmati, siano presi di mira. Continuano ad aumentare le denuncie messe per scritto da altre organizzazioni per i diritti umani, che accusano con prove il fatto che gli insorti prendono di mira i lavoratori migranti dell’Africa sub-sahariana.
Anche il presidente dell’Unione africana, Jean Ping, ha recentemente dichiarato:
“Il Consiglio Nazionale di Transizione (NTC) sembra confondere la gente nera con mercenari. Tutti i neri sono mercenari. Se si fa così, significa che un terzo della popolazione della Libia, che è nero, è anche costituito da mercenari. Stanno uccidendo la gente, semplici lavoratori, li maltrattano.”
Il mito del “mercenario africano” continua ad essere il più immorale di tutti i miti, e il più razzista. Nei giorni scorsi, i giornali come il Boston Globe, acriticamente e incondizionatamente, mostrano ancora le fotografie delle vittime o dei detenuti di pelle nera, con l’affermazione immediata che deve trattarsi di mercenari, nonostante l’assenza di qualsiasi prova.
Anche noi usualmente abbiamo raccolto occasionali affermazioni che Gheddafi è “noto per avere” reclutato “nel passato” Africani provenienti da altre nazioni, senza nemmeno preoccuparsi di sapere se quelli mostrati nelle foto erano Libici neri.
I linciaggi sia di Libici neri che di lavoratori migranti dell’Africa sub-sahariana sono avvenuti di continuo, e a questo riguardo non si è sentita mai alcuna espressione di preoccupazione, anche puramente simbolica, dagli Stati Uniti e dai membri della NATO, e nemmeno hanno suscitato l’interesse del cosiddetto “Tribunale penale internazionale”.
Esiste una trascurabile possibilità che venga fatta giustizia per le vittime, in quanto non c’é nessuno che ponga fine a questi crimini efferati che costituiscono chiaramente un caso di pulizia etnica.
I media, solo ora e sempre più, si stanno rendendo conto della necessità di coprire questi crimini, avendoli nascosti per mesi.

Viagra – combustibile per lo stupro di massa

I delitti denunciati e le violazioni dei diritti umani da parte del regime di Gheddafi sono terribili abbastanza, che ci si deve chiedere perché qualcuno trovi la necessità di inventare storie, come quella delle truppe di Gheddafi, con erezioni procurate dal Viagra, che se ne vanno in giro in una baldoria di stupri.
Forse tutto ciò è stato spacciato perché rappresenta il tipo di storia che “cattura l’immaginazione dell’opinione pubblica, traumatizzandola”.
Questa storia è stata presa così sul serio che qualche persona ha iniziato a scrivere a Pfizer per farli smettere di vendere Viagra in Libia, visto che il loro prodotto presumibilmente veniva usato come “arma di guerra”.
D’altro canto, c’è gente che avrebbe dovuto sapere meglio come produrre disinformazione deliberata nei confronti dell’opinione pubblica internazionale.
La storia del Viagra è stata diffusa innanzitutto dall’emittente televisiva Al Jazeera, in collaborazione con i suoi partner ribelli, favorita dal regime del Qatar, che finanzia Al Jazeera. E poi ripresa da quasi tutti i principali mezzi di comunicazione dell’Occidente.
Luis Moreno-Ocampo, procuratore generale del Tribunale penale internazionale, si è presentato davanti ai media del mondo per dire che esistevano “prove” che Gheddafi distribuiva Viagra alle sue truppe in modo da “migliorare la potenzialità degli stupratori”, e che era Gheddafi ad ordinare lo stupro di centinaia di donne.
Moreno-Ocampo insisteva: “Stiamo ricevendo informazioni che è stato lo stesso Gheddafi a decidere sugli stupri” e che “noi abbiamo informazioni che in Libia era prassi la politica dello stupro contro gli oppositori del governo”. Perfino, esclamava che il Viagra è “come un machete”, e che “il Viagra è uno strumento per lo stupro di massa”.
In una dichiarazione sorprendente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, anche l’ambasciatrice degli Stati Uniti Susan Rice affermava che Gheddafi stava fornendo alle sue truppe il Viagra per incoraggiare lo stupro di massa. Non offriva alcuna prova per sostenere la sua denuncia. Infatti, le fonti militari e di intelligence statunitensi nettamente contraddicevano la Rice, comunicando alla NBC News che “non esistono prove che alle forze militari libiche venga dato il Viagra per impegnarle in stupri sistematici contro le donne nelle aree dei ribelli”.
La Rice è un’interventista liberale, una di coloro che hanno convinto Obama ad intervenire in Libia. Ha usato questo mito, perché il “mito del Viagra” l’ha aiutata a portare avanti alle Nazioni Unite la tesi che non c’era “equivalenza morale” tra gli abusi contro i diritti umani da parte di Gheddafi e quelli degli insorti.
Inoltre, la Segretaria di Stato degli Stati Uniti Hillary Clinton ha anche dichiarato che “le forze di sicurezza di Gheddafi e altri gruppi della regione stanno cercando di dividere il popolo, utilizzando la violenza contro le donne e lo stupro come strumenti di guerra, e gli Stati Uniti condannano questo nei termini più energici possibili”. Ha aggiunto di essere “profondamente preoccupata” per queste notizie di “stupri su larga scala”. (Lei, finora, non si è mai pronunciata riguardo i linciaggi razzisti perpetrati dai ribelli!)
Il 10 giugno, Cherif Bassiouni, che sta conducendo un’inchiesta delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti in Libia, ha suggerito che le affermazioni sul Viagra e lo stupro di massa facevano parte di una “isteria generalizzata”. Infatti, entrambe le parti in conflitto lanciavano le stesse accuse, gli uni contro gli altri.
Per di più, Bassiouni riferiva alla stampa di un caso di “una donna che sosteneva di avere inviato 70.000 questionari e di avere ricevuto 60.000 risposte, di cui 259 segnalavano abusi sessuali”.

[N.d.tr.: Si tratta della psicologa infantile, dottoressa Siham Sergewa di Bengasi, alla quale le ex guardie del corpo del Raìs avrebbero raccontato di essere state abusate non soltanto da lui, ma anche dai suoi figli. Questa signora era stata la fonte dell’accusa diffusa in tutto il mondo che i soldati libici governativi usavano lo stupro come arma di guerra. Quando Diana Eltahawy, di Amnesty International, le ha chiesto di poter incontrare alcune donne, la psicologa ha detto di aver perso i contatti.
Cherif Bassiouni ha sottolineato che, quando le è stata chiesta copia dei 60.000 questionari restituiti, non li ha mai inoltrati.]

Tuttavia, i gruppi di ricercatori di Bassiouni interrogati su tali questionari, hanno dichiarato di non averne visionato uno.
“Allora costei va in giro per il mondo raccontando a tutti di questo… ha fornito queste informazioni ad Ocampo, e Ocampo si è convinto che qui siamo in presenza di un gruppo impressionante di 259 donne che hanno risposto al fatto di avere subito abusi sessuali”, ha ribadito Bassiouni, che inoltre sottolineava: “Non sembra essere credibile che la donna sia stata in grado di inviare 70 mila questionari in marzo, quando il servizio postale non era più funzionante”.
Tuttavia, il team di Bassiouni ha “rilevato solo quattro presunti casi” di stupri e abusi sessuali:
“Da ciò è possibile trarre la conclusione che vi sia una politica sistematica dello stupro? A mio parere non si può!”
Oltre che alla commissione delle Nazioni Unite, Donatella Rovera di Amnesty International ha sostenuto in un’intervista al quotidiano francese Libération, che Amnesty “non aveva riscontrato casi di stupro…. Non solo non abbiamo incontrato alcuna vittima, ma nemmeno abbiamo ancora incontrato persone che hanno incontrato le vittime. Per quanto riguarda le scatole di Viagra, che si suppone siano state distribuite da Gheddafi, sono state rinvenute intatte… vicino a carri armati completamente bruciati”.
Nonostante ciò, questo non ha impedito ad alcuni manipolatori di notizie il tentativo di ribadire le accuse per gli stupri, in forma modificata.
La BBC è arrivata ad aggiungere un altro tassello, perfino pochi giorni dopo che Bassiouni aveva umiliato la Corte penale internazionale e i media: la BBC ora affermava che le vittime di stupro in Libia erano state oggetto di “delitti d’onore”. Questa è una novità per i pochi Libici che conosco, che non hanno mai sentito parlare di delitti d’onore nel loro paese.
La letteratura accademica sulla Libia tratta questo fenomeno poco o per nulla presente in Libia.
Il mito “delitti d’onore” ha l’utile scopo di mantenere viva la pretesa dello stupro di massa: esso suggerisce la giustificazione del perché le donne non si sarebbero fatte avanti a testimoniare, per la vergogna!
Anche pochi giorni dopo le dichiarazioni di Bassiouni, gli insorti libici, in collaborazione con la CNN, hanno fatto un ultimo disperato tentativo per salvare le accuse di stupro: “hanno presentato un telefono cellulare con un video di stupro”, sostenendo che apparteneva a un soldato governativo.
Gli uomini mostrati nel video sono in abiti civili. Non ci sono prove di Viagra. Non c’è una data sul video e non abbiamo idea di chi lo abbia registrato, o dove. Coloro che presentavano il cellulare affermavano che esistevano molti altri video di questo tipo, ma che avevano ritenuto opportuno distruggerli per preservare l’“onore” delle vittime.

Responsabilità di Proteggere (R2P).

L’aver affermato, a torto come abbiamo visto, che la Libia era in procinto di subire un imminente “genocidio” per mano delle forze di Gheddafi, ha reso più facile per le potenze occidentali invocare la dottrina delle Nazioni Unite del 2005 sulla “Responsabilità di Proteggere –R2P”.
Nel frattempo, non è affatto chiaro come, dal momento in cui il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato la Risoluzione 1973, la violenza in Libia abbia addirittura raggiunto i livelli constatati in Egitto, Siria e nello Yemen.
Il ritornello più comune utilizzato contro i critici della selettività di questo presunto “interventismo umanitario” si fonda solo sul fatto che, poiché l’Occidente non può intervenire “dappertutto”, questo non significa che non dovrebbe intervenire in Libia.
“Forse … ma questo ancora non spiega perché la Libia sia stata scelta come bersaglio”.
Questo è un punto dirimente, perché alcune delle prime critiche alla R2P espresse presso le Nazioni Unite avevano sollevato il problema della selettività, di chi deve decidere, e perché alcune crisi in cui sono presi di mira i civili (ad esempio, a Gaza) sono sostanzialmente ignorate, mentre altre ricevono la massima preoccupazione, e se la R2P possa servire come nuova foglia di fico per geopolitiche egemoniche.
Il mito messo qui in atto si fonda sul fatto che l’intervento militare straniero sarebbe guidato da preoccupazioni umanitarie.
Per rendere efficace il mito, si devono ignorare volontariamente almeno tre realtà fondamentali.
Quindi, si deve ignorare la nuova corsa all’Africa, in cui gli interessi della Cina appaiono in competizione con l’Occidente per l’accesso alle risorse e per le aree di influenza politica, qualcosa che è destinato a sfidare l’AFRICOM.

[N.d.tr.: L’Africa Command (AFRICOM) del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, formalmente attivo dall’ottobre 2008, è responsabile per le operazioni e relazioni militari con 53 paesi di tutta l’Africa, ad esclusione del solo Egitto.]

Gheddafi ha sfidato l’intento dell’AFRICOM di stabilire basi militari in Africa. Da allora, AFRICOM ha partecipato direttamente all’intervento in Libia e in particolare alla “Operation Odyssey Dawn – Operazione Alba dell’Odissea”.
Horace Campbell (docente universitario e attivista politico giamaicano) ha sostenuto che “il coinvolgimento degli Stati Uniti nel bombardare la Libia si è trasformato in una manovra di pubbliche relazioni in favore dell’AFRICOM”, e in “una opportunità per fornire credibilità all’AFRICOM, approfittando dell’intervento libico”.
Inoltre, il potere e l’influenza di Gheddafi sul continente africano stava sempre più diffondendosi, attraverso gli aiuti, gli investimenti, e una serie di progetti volti a diminuire la dipendenza dell’Africa dall’Occidente e a sfidare le istituzioni multilaterali occidentali con la costruzione dell’unità africana – presentandosi all’Africa come oppositore degli interessi degli Stati Uniti.
Secondariamente, non solo si deve ignorare l’inquietudine degli interessi petroliferi occidentali causata dal “nazionalismo delle risorse” propugnato da Gheddafi, (che minacciava di riprendere ciò che le compagnie petrolifere avevano guadagnato), ansietà ora chiaramente manifesta nella corsa delle compagnie europee in Libia per raccogliere il bottino della vittoria, ma si deve ignorare anche l’apprensione per quello che Gheddafi stava facendo con le entrate derivanti dal petrolio, per sostenere una maggiore indipendenza economica africana e per appoggiare storicamente i movimenti di liberazione nazionale che sfidavano l’egemonia occidentale.
In terzo luogo, si deve ignorare anche il timore a Washington che gli Stati Uniti stessero perdendo la presa sul corso della cosiddetta “rivoluzione araba”.
Quando si pongono una sull’altra queste realtà e le si mettono in relazione alle preoccupazioni ambigue e parzialmente “umanitarie”, e quindi si conclude che, sì, i diritti umani sono quelli che contano di più, questa conclusione sembra non plausibile e per nulla convincente, soprattutto visti gli atroci precedenti delle violazioni dei diritti umani da parte della NATO e degli Stati Uniti in Afghanistan, Iraq, e prima nel Kosovo e in Serbia.
Il punto di vista umanitario è semplicemente né credibile né minimamente logico.
Se la R2P risulta fondata su ipocrisia morale e contraddizioni – ormai definitivamente alla luce del sole – diventerà molto più difficile in futuro urlare ancora “al lupo, al lupo” e aspettarsi un’attenzione rispettosa.
È un fatto che poco si sia tentato in termini di trattative diplomatiche e pacifiche a precedere l’intervento militare, mentre addirittura Obama viene accusato da alcuni di essere stato lento a reagire, è stata piuttosto scatenata una corsa alla guerra su un ritmo che ha superato di molto i tempi dell’invasione dell’Iraq da parte di Bush.
Non solo sappiamo dall’Unione Africana come i suoi sforzi per creare una transizione pacifica siano stati ostacolati, ma Dennis Kucinich [politico ed ambientalista statunitense, esponente del Partito Democratico e membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato dell’Ohio] rivela anche di aver ricevuto segnalazioni che una soluzione pacifica era a portata di mano, solo per essere “fatta naufragare da funzionari del Dipartimento di Stato”.
Si tratta di violazioni che mettono assolutamente in crisi la dottrina R2P, dimostrando invece come gli ideali di questa teoria sulla “protezione” possono essere utilizzati per una pratica che si è tradotta in una marcia impetuosa verso la guerra, una guerra volta a un cambio di regime (che è di per sé una violazione del diritto internazionale!).
Che la R2P sia servita come un mito per giustificare il risultato ottenuto spesso tutto all’opposto degli obiettivi dichiarati, non è più una sorpresa.
Non sto nemmeno parlando del ruolo sostenuto dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti nel bombardare la Libia e aiutare gli insorti, comunque hanno surrogato l’Arabia Saudita nell’intervento militare per schiacciare le proteste per la democrazia in Bahrein, né del velo di turpitudine steso su un intervento guidato da gente del calibro di coloro che hanno commesso abusi incontrastati contro i diritti umani, che hanno commesso crimini di guerra impunemente in Kosovo, Iraq e Afghanistan.
Invece, sto affrontando un argomento più ristretto, come, ad esempio, i casi documentati in cui la NATO non solo per sua volontà non è riuscita a proteggere i civili in Libia, ma anche deliberatamente e consapevolmente li ha assunti come bersagli, con modalità indicate come “terrorismo” dalla maggior parte delle definizioni ufficiali utilizzate dai governi occidentali.
La NATO ha ammesso di avere preso deliberatamente di mira la televisione di Stato della Libia, uccidendo tre giornalisti civili, in un’azione condannata dalle federazioni internazionali dei giornalisti come una violazione diretta di una risoluzione del 2006 del Consiglio di Sicurezza, che vieta assolutamente gli attacchi contro i giornalisti.
Un elicottero Apache statunitense, una riproduzione delle infami uccisioni viene mostrata nel video “Murder Collateral – Strage Collaterale”, ha fatto fuoco sui civili nella piazza centrale di Zawiya, uccidendo, tra gli altri, il fratello del Ministro dell’Informazione.
Applicando in modo piuttosto estensivo la nozione di ciò che costituisce “strutture e impianti di comando e controllo”, la NATO ha centrato con le bombe uno spazio civile residenziale causando la morte di alcuni membri della famiglia Gheddafi, tra cui tre nipoti.
Per proteggere il mito della “protezione dei civili” e la contraddizione irragionevole di una “guerra per i diritti umani”, i media principali hanno spesso sottaciuto sulle vittime civili causate dai bombardamenti NATO.
La R2P risulta invisibile quando si tratta di raccontare dei civili presi come obiettivi da parte della NATO.
Nell’ambito della mancata protezione dei civili, in un modo che è in realtà un reato penale internazionale, abbiamo a disposizione numerosi rapporti di navi NATO che hanno ignorato le invocazioni di soccorso di imbarcazioni di profughi nel Mediterraneo che fuggivano dalla Libia.
Nel mese di maggio, 61 rifugiati africani sono morti in un unico barcone, nonostante il contatto con navi appartenenti a stati membri della NATO.
In una macabra ripetizione di questa situazione, sono decine i morti ai primi di agosto su un’altra barca fatiscente. In realtà, su segnalazione della NATO, sono almeno 1.500 i rifugiati in fuga dalla Libia morti in mare dall’inizio della guerra. Si trattava per lo più di Africani sub-sahariani, e sono morti in numero ben superiore dei morti che Bengasi ha dichiarato di aver subito durante le proteste. La R2P, per queste persone, non veniva assolutamente applicata!
La NATO ha sviluppato una torsione terminologica particolare per la Libia, orientata ad assolvere i ribelli di qualsiasi risma nel loro perpetrare crimini contro i civili, ha abdicato così alla sua cosiddetta “responsabilità di proteggere”.
Nel corso del conflitto, i portavoce della NATO, degli Stati Uniti e dei governi europei costantemente dipingevano tutte le azioni delle forze di Gheddafi come “minacce ai civili”, anche quando queste forze erano impegnate o in azioni difensive, o combattevano contro avversari armati.
Per esempio, questa settimana il portavoce della NATO, Roland Lavoie, “ha dovuto sforzarsi per dare spiegazioni su come la NATO avesse protetto i civili a questo stadio della guerra. Interrogato sull’affermazione della NATO che asseriva di avere colpito 22 veicoli corazzati vicino a Sirte il lunedì, non è riuscito a dire quanto i veicoli risultassero minacciosi per i civili, e nemmeno se erano in movimento o in sosta”.
Proteggendo i ribelli, mentre allo stesso tempo si parla di protezione di civili, risulta evidente che la NATO si rivolge a noi in modo che possiamo considerare gli oppositori armati di Gheddafi come semplici civili.
È interessante notare come in Afghanistan, dove la NATO e gli Stati Uniti finanziano, contribuiscono ad armare e addestrare il regime di Karzai nelle aggressioni contro “il suo stesso popolo” (come viene fatto in Pakistan), gli oppositori armati vengono sempre etichettati come “terroristi” o “rivoltosi”, anche se la maggior parte di costoro sono civili che non hanno mai servito in alcun esercito ufficiale permanente.
In Afghanistan sono dei “rivoltosi”, e i loro decessi per mano della NATO sono elencati separatamente dai conteggi delle vittime civili. Con un colpo di magia, in Libia, gli oppositori sono tutti “civili”.
In risposta all’annuncio del voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per un intervento militare, un traduttore volontario per i giornalisti occidentali a Tripoli ha fatto questa osservazione fondamentale: “I civili, che portano pistole, fucili ed armi varie; e voi volete proteggerli? Si tratta di uno scherzo. Siamo noi i civili! E cosa fate per noi?”
In Libia, la NATO ha fornito uno scudo per i rivoltosi, e ha reso vittime i civili disarmati nelle zone occupate dai ribelli. In questi casi, non si è vista traccia di alcuna “responsabilità di proteggere”. La NATO ha dato manforte ai ribelli nell’affamare Tripoli, sottoponendo la sua popolazione civile ad un assedio che ha privato cittadini disarmati di acqua, cibo, medicine e carburante.
Quando Gheddafi è stato accusato di fare questo a Misurata, i media internazionali si sono affrettati a citarlo come criminale di guerra.
“Salvate Misurata, ammazzate Tripoli!” – si voglia etichettare una qualsiasi cosa come “logica”, ebbene l’umanitarismo non è un’opzione accettabile.
Lasciando da parte i crimini documentati commessi dai ribelli contro i Libici neri e i lavoratori migranti africani, Human Rights Watch ha avuto riscontri che i rivoltosi hanno praticato “saccheggi, incendi dolosi, e hanno abusato dei civili in [quattro] città recentemente catturate nella parte occidentale della Libia”.
A Bengasi, che ora gli insorti hanno conquistato da mesi, non più tardi di questo mese di maggio il The New York Times ha denunciato omicidi per vendetta, e da Amnesty International a fine giugno, e biasimato il Consiglio nazionale di transizione degli insorti .
La “Responsabilità di Proteggere”? Sembra ormai una feroce presa in giro!

Gheddafi — il Demonio.

A seconda del punto di vista, o Gheddafi è un rivoluzionario eroico, e quindi la demonizzazione da parte dell’Occidente è grave ed estrema, o Gheddafi è un uomo veramente malvagio, nel qual caso la demonizzazione è inutile e assurda.
Qui il mito si concretizza nella storia del potere di Gheddafi, caratterizzata solo da atrocità – lui è completamente malvagio, senza alcuna qualità di riscatto, e chiunque sia accusato di essere un “sostenitore di Gheddafi” dovrebbe in qualche modo provare più vergogna rispetto a coloro che apertamente sostengono la NATO.
Questo è assolutismo binario, nella peggiore delle ipotesi – praticamente non viene presa in considerazione in nessun modo la possibilità che alcuni potrebbero non appoggiare né Gheddafi, né gli insorti, né la NATO. Ognuno deve essere costretto in uno di quei campi, senza eccezioni consentite. Quello che risulta è un dibattito ipocrita, dominato da fanatici da una parte o dall’altra. Perso nella discussione, il riconoscimento dell’ovvio: per quanto Gheddafi sia andato “a letto” con l’Occidente negli ultimi dieci anni, ora le sue forze stanno combattendo contro una NATO decisa ad impadronirsi del suo paese.
Altro risultato conseguito è stato l’impoverimento della consapevolezza storica, e il deterioramento delle più complesse valutazioni ad ampio raggio sull’operato di Gheddafi.
Questo potrebbe contribuire a spiegare perché alcuni non si sarebbero affrettati a condannare e sconfessare l’uomo (senza dover ricorrere a rozze e infantili caricature per le loro motivazioni). Mentre anche Glenn Greenwald (un giurista statunitense di area liberal) sente il bisogno deferente di mettere le mani avanti, “Nessun essere umano decente potrebbe nutrire simpatia per Gheddafi,” io ho conosciuto esseri umani decenti in Nicaragua, Trinidad, Repubblica Dominicana, e fra i Mohawk a Montreal, che apprezzano molto l’appoggio ricevuto da Gheddafi, per non parlare del suo sostegno ai vari movimenti di liberazione nazionale, non ultimo alla lotta contro l’apartheid in Sud Africa.
Il regime di Gheddafi ha molte facce: alcune sono giudicate dai suoi oppositori interni, altre lo sono dai beneficiari del suo aiuto, e altre sono state oggetto di sorrisi da parte di personaggi del calibro di Silvio Berlusconi, Nicolas Sarkozy, Condoleeza Rice, Hillary Clinton e Barack Obama.
Esistono molte facce, e tutte allo stesso tempo sono reali.
Alcuni si rifiutano di “rinnegare” Gheddafi, di “chiedere scusa” per la loro amicizia nei suoi confronti, non importa quanto sgradevole, indecente, imbarazzante altri, che sono “progressisti”, possano trovare in questo. Questo è degno di rispetto, non questo bullismo tanto di moda dell’ultima ora e nemmeno i colpi violenti di una banda che riduce una serie di posizioni ad un’unica accusa infantile: “Voi sostenete un dittatore!”. Ironia della sorte, noi sosteniamo molti dittatori, soprattutto con i nostri soldi delle tasse, e di solito non porgiamo le nostre scuse per questo fatto.
A proposito della valutazione complessiva sull’operato di Gheddafi, che dovrebbe resistere a semplificazioni revisioniste e semplicistiche, alcuni potrebbero aver cura di notare che, a tutt’oggi, la pagina web sulla Libia del Dipartimento di Stato statunitense rimanda ancora a uno “Studio sui Paesi” condotto dalla Biblioteca del Congresso, che presenta alcune delle molte realizzazioni di assistenza sociale del governo Gheddafi portate avanti nel corso degli anni nel campo delle cure mediche, degli alloggi pubblici, e dell’istruzione.
Inoltre, i Libici hanno il più alto tasso di alfabetizzazione in Africa (vedi UNDP, Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, p. 171) e la Libia è l’unica nazione dell’Africa continentale a classificarsi in “alto” nell’Indice di Sviluppo Umano dell’UNDP. Perfino la BBC ha riconosciuto questi risultati:
“Le donne in Libia sono libere di lavorare e vestirsi come vogliono, non sono assoggettate a vincoli familiari. L’aspettativa di vita media è di settant’anni. E il reddito annuo pro-capite – sebbene non così alto come ci si aspetterebbe, date le ricchezze petrolifere della Libia e la popolazione relativamente bassa di 6.5 milioni di abitanti – dalla Banca Mondiale viene stimato intorno ai 12.000 dollari (9.000 lire sterline).
L’analfabetismo è stato quasi del tutto debellato, così come il problema dei senza casa – un problema cronico nell’era pre-Gheddafi, quando baracche di lamiera ondulata punteggiavano molti centri urbani in tutto il paese”.
Dunque, se uno è a favore dell’assistenza sanitaria pubblica, significa che è automaticamente a favore della dittatura? E se “il dittatore” finanzia l’edilizia abitativa pubblica e sovvenziona i redditi, dobbiamo semplicemente cancellare questi fatti dalla nostra memoria?

Combattenti per la Libertà – gli Angeli

A complemento della demonizzazione di Gheddafi è arrivata la angelizzazione dei “ribelli”.
Il mio intervento non ha l’obiettivo di contrastare il mito invertendolo, quindi demonizzando tutti gli oppositori di Gheddafi, i quali hanno molti motivi di risentimento, gravi e legittimi, e molti di costoro hanno sicuramente dovuto subire più di quello che è possibile sopportare.
Sono invece interessato a come “noi”, che stiamo sul piatto nord-atlantico della bilancia, abbiamo costruito l’angelizzazione in modo tale da giustificare il nostro intervento.
Un metodo standard, ripetuto in diverse maniere attraverso una vasta schiera di mezzi di comunicazione e di portavoce del governo USA, che può essere sintetizzato in questa rappresentazione dei ribelli fatta del New York Times , come “professionisti dalla mentalità laica – avvocati, accademici, uomini d’affari – che parlano di democrazia, trasparenza, diritti umani, stato di diritto”.
Questo elenco di professioni familiari alla classe media statunitense, e da questa ritenute rispettabili, è fatto apposta per ispirare un senso condiviso di identificazione tra i lettori e gli oppositori libici, specialmente quando noi richiamiamo di continuo che è dalla parte di Gheddafi dove risiedono le forze del male: le principali “professioni” che troviamo da questa parte sono torturatori, terroristi, e mercenari africani.
Per molte settimane è stato quasi impossibile ottenere dai reporter vicini al Consiglio Nazionale di Transizione dei ribelli a Bengasi una seppur minima descrizione di chi costituisse il movimento anti-Gheddafi, se fosse un’unica organizzazione o più gruppi distinti, quale fosse la loro agenda, e così via.
Il leitmotiv delle cronache, abilmente condotto, assegnava alla ribellione la parte di un movimento interamente spontaneo e indigeno – il che può essere vero, in parte, ma può anche essere un’eccessiva semplificazione.
Tra le notizie, che complicavano il quadro in maniera significativa, vi erano quelle che denunciavano legami della CIA con gli insorti; altre mettevano in luce il ruolo del National Endowment for Democracy, dell’International Republican Institute, del National Democratic Institute, e dell’USAID (Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale), tutte agenzie attive in Libia dal 2005; altre analizzavano in dettaglio il ruolo dei vari gruppi di fuorusciti; e venivano diffusi rapporti sul ruolo attivo delle milizie “radicali Islamiste” inserite all’interno dell’insurrezione generale, ed alcuni indicavano legami con Al Qaeda.
Alcuni sentono il bisogno assoluto di essere dalla parte dei “bravi ragazzi”, soprattutto in quanto né l’Iraq né l’Afghanistan offrono una tale sensazione di giusta rivendicazione.
Gli Statunitensi vogliono che il mondo veda che stanno facendo una cosa giusta, e che consideri questa cosa non solo indispensabile, ma anche del tutto corretta. Non potrebbero sperare in niente di meglio che essere visti come coloro che così stanno espiando i loro peccati commessi in Iraq e in Afghanistan. Questo è un momento speciale, in cui la parte del cattivo può tornare ad essere sostenuta ancora una volta da altri. Un mondo, sicuro per gli Stati Uniti è un mondo insicuro per i malvagi.
Marcia banda, majorettes fate volteggiare i bastoni, Anderson Cooper, coriandoli – abbiamo capito!
[Anderson Cooper conduce uno show giornaliero sulla CNN ed è l’inviato di punta della tv americana]

Vittoria per il popolo della Libia

Dire che la svolta in corso in Libia rappresenta una vittoria per il popolo libico nel pianificare il proprio destino è, nel migliore dei casi, una semplificazione, che maschera la portata degli interessi in ballo fin dall’inizio nel dar forma e nel determinare il corso degli eventi sul campo, e che trascura il fatto che per gran parte del conflitto Gheddafi ha potuto contare su una solida base di appoggio popolare.
Fin dal 25 febbraio, solo una settimana dopo l’inizio delle prime proteste nelle strade, Nicolas Sarkozy aveva già stabilito che Gheddafi “doveva andarsene”.
Il 28 febbraio, David Cameron ha cominciato a lavorare su una proposta per una “no-fly zone” – queste dichiarazioni e decisioni sono state diffuse senza nessun tentativo di dialogo o di intervento diplomatico.
Il 30 marzo, il New York Times riportava che da “diverse settimane” operatori della CIA erano entrati in azione in Libia, il che significava che erano nel paese dalla metà di febbraio, cioè da quando erano iniziate le proteste – e a loro si erano uniti poi, all’interno della Libia, “decine di membri delle forze speciali britanniche e ufficiali dello spionaggio britannico dell’MI6”.
Inoltre, il NYT riportava nello stesso articolo che, “diverse settimane” prima (ancora una volta, intorno alla metà di febbraio), il Presidente Obama “aveva firmato un documento segreto che autorizzava la CIA a rifornire di armi e altre forme di supporto i ribelli libici”, intendendo con “altre forme di supporto” una serie di possibili “azioni sotto copertura”.
L’USAID aveva schierato in Libia un reparto già agli inizi di marzo. Alla fine di marzo, Obama dichiarava pubblicamente che l’obiettivo era quello di deporre Gheddafi.
Con una espressione terribilmente ambigua, “un alto funzionario degli Stati Uniti affermava che l’amministrazione aveva sperato che le sollevazioni in Libia si sarebbero evolute ‘organicamente’, come quelle in Tunisia e in Egitto, senza il bisogno di un intervento straniero” – il che suona esattamente come il tipo di affermazione che si fa quando qualcosa inizia in un modo che non è “organico”, e quando si confrontano gli eventi in Libia come caratterizzati da un potenziale deficit di legittimità rispetto a quelli di Tunisia ed Egitto.
Eppure, il 14 marzo, Abdel Hafeez Goga del Consiglio Nazionale di Transizione asseriva:
“Siamo in grado di controllare tutta la Libia, ma soltanto dopo che verrà imposta la no-fly zone” – ma non è ancora così, dopo sei mesi!
Di più, in giorni recenti è stato rivelato che ciò a cui la leadership dei ribelli aveva giurato si sarebbe opposta – “stivali stranieri sulla nostra terra” – è invece una realtà confermata dalla NATO: “Reparti delle forze speciali dalla Gran Bretagna, Francia, Giordania e Qatar, presenti sul suolo libico, hanno incrementato le operazioni a Tripoli e in altre città, di recente, per aiutare le forze ribelli, mentre queste dirigevano la loro avanzata finale contro il regime di Gheddafi”.
Questa, e altre sintesi, grattano soltanto la superficie dell’ampiezza dell’appoggio esterno fornito ai ribelli.
Qui, il mito è quello dei ribelli nazionalisti, autosufficienti, forniti totalmente di sostegno popolare. Al momento, i sostenitori della guerra stanno dichiarando che l’intervento è un “successo”. Bisognerebbe sottolineare come c’è già stato un altro caso in cui una campagna aerea, dispiegata a sostegno di milizie armate locali sul terreno, aiutate da consiglieri militari degli Stati Uniti sotto copertura, è riuscita a deporre un altro regime, e anche molto più velocemente. Questo è il caso dell’Afghanistan. Un successo!

Sconfitta per la “sinistra”

Ripetendo lo schema degli articoli di condanna alla “sinistra” pubblicati sulla scia delle proteste per le elezioni in Iran del 2009 (vedi ad esempio Hamid Dabashi e Slavoj Zizek), la guerra in Libia, ancora una volta è sembrata aver fornito l’opportunità di prendere di mira la sinistra, come se questo fosse il primo punto all’ordine del giorno – come se “la sinistra” fosse il problema da affrontare.
Ecco allora degli articoli, a vari livelli di sfacelo intellettuale e politico, di Juan Cole [vedi alcune delle confutazioni: “Il caso del Professor Juan Cole,” “Lettera aperta al professor Juan Cole: replica ad una calunnia,” “Il professor Cole ‘risponde’ a WSWS (World Socialist Web Site) sulla Libia: un’ammissione di fallimento politico e intellettuale”], Gilbert Achcar (questo in modo particolare), Immanuel Wallerstein, e Helena Sheehan, che sembra essere arrivata ad alcune delle sue conclusioni più critiche in aeroporto al termine dell’appena sua prima visita a Tripoli.
Sembra esserci un po’ di confusione sui ruoli e le identità.
Non esiste una sinistra omogenea, né un accordo ideologico tra gli anti-imperialisti (che comprendono conservatori e libertari, tra anarchici e marxisti).
Nemmeno, la “sinistra anti-imperialista” si è trovata mai in una posizione tale da fare un vero danno sul campo, come nel caso degli effettivi protagonisti. C’è stata poca possibilità per gli anti-interventisti di influenzare la politica estera, che aveva preso forma a Washington già prima che fosse pubblicata qualsiasi seria critica contro l’intervento.
Questi punti suggeriscono che almeno alcune delle critiche sono mosse da preoccupazioni che vanno oltre la Libia, e che in ultima istanza con la Libia hanno anche ben poco a che fare.
L’accusa più comune è che la sinistra anti-imperialista sta in qualche modo coccolando un dittatore. L’argomentazione si fonda su un’analisi viziata – nel criticare la posizione di Hugo Chávez, Wallerstein afferma che è l’analisi di Chávez ad essere profondamente viziata, e tra le sue critiche presenta la seguente:
“Il secondo punto sbagliato nell’analisi di Chávez è che non è previsto nessun coinvolgimento militare significativo del mondo occidentale in Libia” (sì, leggete questo di nuovo!).
Infatti, molte delle contro argomentazioni presentate contro la sinistra anti-interventista echeggiano o riproducono per intero tutti i miti che sono stati smantellati qui sopra, che rendono la loro analisi geopolitica quasi del tutto sbagliata, e che perseguono politiche incentrate in parte sui personaggi e gli eventi del giorno.
Questo ci dimostra anche l’estrema povertà della politica fondata pregiudizialmente soprattutto su idee semplicistiche e unilaterali rispetto ai “diritti umani” e alla “protezione” (vedi il saggio critico di Richard Falk), e il successo del nuovo umanesimo militare nell’appropriarsi delle energie della sinistra.
E una domanda persiste: se coloro che si sono opposti all’intervento sono stati stigmatizzati per aver fornito uno scudo morale alla “dittatura” (come se l’imperialismo non fosse già di per sé una dittatura globale), che dire di quegli umanitari che hanno sostenuto l’ascesa di militanti razzisti e xenofobi che, secondo fonti molteplici, sono impegnati in un’operazione di pulizia etnica? Significa che la folla a favore dell’intervento è razzista? Costoro si oppongono al razzismo? Fin qui, ho sentito solo silenzio da questa direzione.
Il programma di intimidire l’uomo di paglia anti-imperialista maschera lo sforzo di frenare il dissenso contro una guerra inutile, che ha prolungato e aumentato la sofferenza umana; che ha sostenuto la causa dei membri delle compagnie guerrafondaie, delle società multinazionali e dei neoliberisti; che ha distrutto la legittimità delle istituzioni multilaterali, che un tempo erano apertamente impegnate per la pace nelle relazioni internazionali; che ha violato le leggi internazionali e i diritti umani; che ha testimoniato l’ascesa della violenza razzista; che ha fornito potenza allo Stato imperialista nel giustificare la sua continua espansione; che ha violato le leggi interne e ha ridotto il discorso dell’umanitarismo nelle grinfie di slogan semplicistici, di impulsi reazionari e di formule politiche che privilegiano la guerra come prima opzione.
Davvero, è la sinistra il problema, a questo punto?

* Maximilian Forte è professore associato al dipartimento di Sociologia e Antropologia alla Concordia University di Montreal, Canada.
Il suo sito web può essere consultato a: http://openanthropology.org/ , dove si possono leggere suoi precedenti articoli sulla Libia ed altre osservazioni sull’imperialismo.

Preso da: http://it.cubadebate.cu/notizie/2011/10/03/i-dieci-miti-che-hanno-piu-inciso-sulla-guerra-contro-la-libia/

CHI VOLEVA LA MORTE DI GHEDDAFI?

14/6/2013

Chi voleva Gheddafi morto? Noi, cioè la Nato, ovvero l’aggregazione dei Paesi democratici che esporta la libertà e la civiltà coi bombardamenti e le esecuzioni mirate. Portatori di droni di pace in ogni angolo del pianeta.
L’Italia, che fino al primo raid, in quel fatidico marzo del 2011, era stata amica e partner della Libia, in un interessante quadrangolare geopolitico nel mediterraneo, con Russia ed Algeria (e in un secondo momento anche la Turchia, interessata al progetto di gasdotto South Stream, di cui Roma era titolare con una partecipazione maggioritaria) si schierò con francesi, inglesi ed americani (in ordine inverso di aggressività) per eliminare il dittatore.
Perché lo fece avendo tutto da perdere e niente guadagnare?  Perché rimettere in discussione i profittevoli accordi e la strategia vincente, tanto commerciale che diplomatica, concordata col leader arabo-africano, peraltro, dopo aver ammesso le proprie responsabilità coloniali risarcendo i libici?

Il governo italiano, che inizialmente provò almeno a restare fuori dalla guerra, proprio per il rispetto dei patti stretti con Tripoli, all’improvvisò si schierò per l’intervento attivo. Berlusconi non era affatto contento ma i suoi ministri degli esteri e della difesa, dapprima dichiaratisi apertamente contro la soluzione militare perché loro stessi pienamente coinvolti nell’imbastitura di entente con Gheddafi, mutarono atteggiamento. A parere di Umberto Bossi, membro di quel gabinetto, fu il Presidente della Repubblica a fare pressione sugli uomini dell’esecutivo che parlarono, senza mettere B. al corrente, coi vertici della Nato. C’è da crederci se si pensa che oggi Franco Frattini è candidato alla segreteria dell’Organizzazione del trattato Nord Atlantico e che La Russa, dopo aver sostenuto il mero appoggio logistico alla coalizione, fece lanciare ordigni sul territorio libico (secondi solo alla Francia per quantità di missioni e di sganciamenti)  tentando di nasconderlo alla pubblica opinione.
Adesso, il Fatto quotidiano ritiene, avendone ricevuto da notizia da ambienti diplomatici e d’intelligence, che B. avesse chiesto ai servizi di uccidere Gheddafi per timore che questi rivelasse fatti compromettenti. In realtà, sempre a detta di Bossi, B. aveva paura che le barbe finte del colonnello si mettessero sulle sue tracce per l’infame voltafaccia. Ma con l’escalation del conflitto e le difficoltà del Rais, sempre più isolato internazionalmente, con Russia e Cina che non opposero il veto allo stabilimento della No Fly zone,  questa eventualità risultava piuttosto remota.
Più di chiunque altro, a voler Gheddafi fuori dai giochi, erano gli stessi che lo avevano sdoganato, molto prima dei governi italiani, e che si erano sentiti traditi per i business perduti, a favore di russi e connazionali. Fu George Bush ad abolire, nel 2003, alcune sanzioni decretate da Ronald Reagan, perché così vollero le multinazionali petrolifere americane. Qualche anno dopo, nel 2006, Tripoli sparì anche dalla black list dei rogue state. Nel 2009 la Gran Bretagna restituisce  Abdel Basset al-Megrahi, l’ “eroe” Lockerbie  a Gheddafi che reclamava un segno di amicizia per favorire gli appalti petroliferi della Bp, la quale si lamentava di essere stata danneggiata dalla concorrenza di altre società estere. Infine, il presidente francese Sarkozy, il vero “nanonapoleone” della campagna di Libia,  accreditatosi agli occhi del mondo come il nemico più acerrimo del satrapo della Jamaria. Costui era quello che più di tutti aveva qualcosa da far dimenticare, i finanziamenti del Colonnello alla sua corsa alla presidenza. Furono i rafale francesi ad intercettare il convoglio governativo che scappava attraverso il deserto e a colpirlo ripetutamente. Gheddafi fu preso dai mercenari ribelli che lo torturarono, poi una manina compassionevole, o, forse, fin troppo lesta ad eseguire gli ordini superiori (francesi) premette il grilletto in nome e per conto dell’inquilino dell’Eliseo.
Questi gli eventi. B. non ha mai controllato la Sicurezza nostrana per avanzare richieste così ardite, come l’annichilimento di un leader straniero, tanto che il suo sport più sgradito era farsi fotografare in tutte le pose, presso la sua villa in Sardegna, con gli 007 distratti dal mare e dal sole. Forse, ad un certo punto, anche lui si è augurato la morte di Gheddafi ma non ha mai voluto che il nostro paese s’infilasse in quel meschino conflitto nel quale danneggiavamo la quarta sponda del Belpaese. Questa resterà la macchia più grande sulla sua carriera politica, perché la Storia perdona le scappatelle ma non le fughe vigliacche di fronte alle responsabilità epocali.

Preso da: http://www.conflittiestrategie.it/chi-voleva-la-morte-di-gheddafi

La NATO ha ucciso Gheddafi per fermare la creazione della moneta basata sull’ oro

Nonostante la Francia abbia guidato la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1973 per la creazione di una no-fly zone sopra la Libia con l’intento esplicito di “proteggere i civili” , una delle oltre 3.000 email nuove di Hillary Clinton rilasciate dal Dipartimento dello Stato, contiene  prove schiaccianti delle nazioni occidentali che hanno utilizzano la NATO come strumento per rovesciare il leader libico Muammar Gheddafi. Il rovesciamento della NATO non era per la protezione delle persone, ma invece serviva per contrastare il tentativo di Gheddafi di creare una moneta d’oro africana per competere con il monopolio delle banche centrali occidentali.


Le e-mail indicano l’iniziativa militare francese con la NATO in Libia è stata guidata anche dal desiderio di ottenere l’accesso a una maggiore quota di produzione di petrolio libico, e di minare un piano a lungo termine da Gheddafi a soppiantare la Francia come potenza dominante in Africa.
L’aprile 2011la e-mail, inviata al Segretario di Stato Hillary dal consigliere non ufficiale Sidney Blumenthal con oggetto “cliente della Francia e l’oro di Gheddafi,” rivela le intenzioni degli occidentali predatori.

La politica estera Journal riporta :
L’e-mail individua il presidente francese Nicholas Sarkozy come leader dell’attacco alla Libia con cinque scopi specifici in mente: per ottenere petrolio libico, garantire l’influenza francese nella regione, aumentare la reputazione di Sarkozy a livello nazionale, affermare il potere militare francese, e per prevenire l’influenza di Gheddafi in quello che è considerata “Africa francofona.”
Più sorprendente è la sezione che parla dell’enorme minaccia che le riserve in oro e argento di Gheddafi, stimato in “143 tonnellate di oro, e una quantità simile in argento,” andavano a rivolgere al franco francese (CFA) che circolava come moneta africana prima.
L’e-mail chiarisce che fonti di intelligence indicano l’impulso dietro l’attacco francese alla Libia è stata una mossa calcolata per consolidare una maggiore potenza, con la NATO come strumento di conquista imperialista, non un intervento umanitario, come il pubblico è stato erroneamente indotto a credere.

Secondo l’ e-mail :
Questo oro è stato accumulato prima della ribellione in corso ed è stato destinato ad essere utilizzato per stabilire una valuta panafricana basata suldinaro d’oro Libico . Questo piano è stato progettato per fornire ai paesi africani francofoni con una alternativa al franco francese (CFA).
L’evidenza indica che quando l’intelligence francese è venuta a conoscenza di questa iniziativa libica per creare una moneta e di competere con il sistema delle banche centrali occidentali, la decisione di sovvertire il piano attraverso mezzi militari è iniziata.
La verità di Ninco Nanco

Preso da: http://www.complottisti.com/la-nato-ucciso-gheddafi-fermare-la-creazione-libica-della-gold-backed-valuta/

La conferma che Gheddafi fu ucciso per il progetto “dinaro d’oro panafricano”.

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Moammar Gadhafi
Le guerre dell’imperialismo contro i non allineati. La Libia di Gheddafi era una minaccia del sistema occidentale perché voleva rendere indipendente e ricca l’Africa attraverso il dinaro d’oro. Per questo motivo è stato ucciso Muammar Gheddafi e distrutta una nazione. Nicolas Sarkozy arrivò a definire la Libia una “minaccia alla sicurezza finanziaria del mondo”. Comprendi queste parole?
Cosa dicono quei quattro disperati libici, o presunti tali, che manifestavano in giro per l’Europa contro il colonnello Gheddafi? Cosa pensano adesso della distruzione della loro nazione? Sono felici? Sicuramente il colonnello non sarà stato un santo, come tra l’altro non lo è nessun presidente/governatore/politico/ecc… Però manifestare per la distruzione della propria nazione è semplicemente da malati mentali. L’imperialismo, l’occidente tutto è contro la vita. Il Nuovo Ordine Mondiale, a cui la maggioranza non crede, e ci trova pure da ridere, passa attraverso la distruzione e la morte di chi è indipendente. Alla speculazione non interessa una banana della vita della gente. Basta vedere quante guerre sono state causate dal 1900 ad oggi. Non passa giorno che non scoppi una nuova guerra. Eppure dovremmo affogare nel BENESSERE più sfrenato. Ed invece viviamo in un mondo di sofferenza. Anche gli occidentali stessi, che si credono liberi, soffrono ogni giorno sempre più. Siamo tutti sempre più schiavizzati.

Gli occidentali credono di pulirsi la coscienza facendo beneficenza e volontariato. Sono sempre stato contro questi strumenti perché sono dell’idea che ognuno debba essere indipendente. Mi sta bene la solidarietà ma far sentire inferiore gli altri è solo un’altra trovata occidentale che si sentono superiori sempre e comunque.
Non dimentichiamo che le guerre che portiamo in giro del mondo con la scusa di portare la democrazia nei paesi dittatoriali ci rende complici attraverso un silenzio assordante che fa davvero molta paura. Fintato tocca agli altri chissenefrega!
Guarda caso vengono colpiti sempre e comunque le nazioni che non sono filo-imperialiste. Chi non si piega ai loro voleri viene criminalizzato. Viene ritenuto un pericolo. Viene definito dittatore ecc…
Speriamo che il passato serva finalmente per un futuro migliore. Ognuno di noi deve agire nel proprio quotidiano. Solo così possiamo evolverci e liberarci da questo cappio che ci sta strangolando sempre più tutti quanti.
Non ci resta che attendere tante NORIMBERGHE!! Chi ha tramato e continua a tramare contro la collettività deve pagare salatamente.
Seguono i passaggi più importanti dell’articolo pubblicato sul blog aurorasito: Email di Hillary, dinari d’oro e Primavera araba
Blumenthal scrive a Clinton, “Secondo le informazioni sensibili disponibili a questa fonte, il governo di Gheddafi detiene 143 tonnellate di oro e una quantità simile in argento… l’oro fu accumulato prima della ribellione ed era destinato a creare una valuta panafricana basata sul dinaro d’oro libico. Questo piano era volto a fornire ai Paesi africani francofoni un’alternativa al franco francese (CFA)
L’attuale guerra tra sunniti e sciiti o lo scontro di civiltà sono infatti il risultato delle manipolazioni degli Stati Uniti nella regione dal 2003, il “divide et impera”. Nel 2008 la prospettiva del controllo sovrano in un numero crescente di Stati petroliferi africani ed arabi dei loro proventi su petrolio e gas causava gravi preoccupazioni a Wall Street e alla City di Londra. Un’enorme liquidità, migliaia di miliardi, che potenzialmente non potevano più controllare. La primavera araba, in retrospettiva, appare sempre più sembra legata agli sforzi di Washington e Wall Street per controllare non solo gli enormi flussi di petrolio dal Medio Oriente arabo, ma ugualmente lo scopo era controllarne il denaro, migliaia di miliardi di dollari che si accumulavano nei nuovi fondi sovrani.
Nel 2009 Gheddafi, allora Presidente dell’Unione africana, propose che il continente economicamente depresso adottasse il “dinaro d’oro”. Nei mesi precedenti la decisione degli Stati Uniti, col sostegno inglese e francese, di aver una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per aver la foglia di fico del diritto alla NATO di distruggere il regime di Gheddafi, Muammar Gheddafi organizzò la creazione del dinaro-oro che sarebbe stato utilizzato dagli Stati africani petroliferi e dai Paesi arabi dell’OPEC per vendere petrolio sul mercato mondiale. Al momento Wall Street e City di Londra erano sprofondati nella crisi finanziaria del 2007-2008, e la sfida al dollaro quale valuta di riserva l’avrebbe aggravata. Sarebbe stata la campana a morto per l’egemonia finanziaria statunitense e il sistema del dollaro. L’Africa è uno dei continenti più ricchi del mondo, con vaste inesplorate ricchezze in minerali ed oro, volutamente mantenuto per secoli sottosviluppato o preda di guerre per impedirne lo sviluppo. Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale negli ultimi decenni furono gli strumenti di Washington per sopprimere un vero sviluppo africano. Gheddafi invitò i Paesi produttori di petrolio africani dell’Unione africana e musulmani ad entrare nell’alleanza che avrebbe fatto del dinaro d’oro la loro valuta. Avrebbero venduto petrolio e altre risorse a Stati Uniti e resto del mondo solo in dinari d’oro. In qualità di Presidente dell’Unione africana, nel 2009 Gheddafi presentò all’Unione Africana la proposta di usare il dinaro libico e il dirham d’argento come unico denaro con cui il resto del mondo poteva comprare il petrolio africano. Insieme ai fondi sovrani arabi dell’OPEC, le altre nazioni petrolifere africane, in particolare Angola e Nigeria, creavano i propri fondi nazionali petroliferi quando nel 2011 la NATO bombardava la Libia. Quei fondi nazionali sovrani, legati al concetto del dinaro d’oro di Gheddafi, avrebbe realizzato il vecchio dell’Africa indipendente dal controllo monetario coloniale, che fosse sterlina, franco francese, euro o dollaro statunitense. Gheddafi attuava, come capo dell’Unione africana, al momento dell’assassinio, il piano per unificare gli Stati sovrani dell’Africa con una moneta d’oro negli Stati Uniti d’Africa. Nel 2004, il Parlamento panafricano di 53 nazioni aveva piani per la Comunità economica africana, con una moneta d’oro unica entro il 2023. Le nazioni africane produttrici di petrolio progettavano l’abbandono del petrodollaro e di chiedere pagamenti in oro per petrolio e gas; erano Egitto, Sudan, Sud Sudan, Guinea Equatoriale, Congo, Repubblica democratica del Congo, Tunisia, Gabon, Sud Africa, Uganda, Ciad, Suriname, Camerun, Mauritania, Marocco, Zambia, Somalia, Ghana, Etiopia, Kenya, Tanzania, Mozambico, Costa d’Avorio, oltre allo Yemen che aveva appena scoperto nuovi significativi giacimenti di petrolio. I quattro Stati africani nell’OPEC, Algeria, Angola, Nigeria, gigantesco produttore di petrolio e primo produttore di gas naturale in Africa dagli enormi giacimenti di gas, e la Libia dalle maggiori riserve, avrebbero aderito al nuovo sistema del dinaro d’oro. Non c’è da stupirsi che il presidente francese Nicolas Sarkozy, che da Washington ricevette il proscenio della guerra contro Gheddafi, arrivò a definire la Libia una “minaccia” alla sicurezza finanziaria del mondo .
Nelle prime settimane della ribellione, i capi dichiararono di aver creato una banca centrale per sostituire l’autorità monetaria dello Stato di Gheddafi. Il consiglio dei ribelli, oltre a creare la propria compagnia petrolifera per vendere il petrolio rubato, annunciò: “la nomina della Banca Centrale di Bengasi come autorità monetaria competente nelle politiche monetarie in Libia, e la nomina del governatore della Banca centrale della Libia, con sede provvisoria a Bengasi“.
Robert Wenzel del Economic Policy Journal, osservò, “non ho mai sentito parlare di una banca centrale creata poche settimane dopo una rivolta popolare. Ciò suggerisce che c’è qualcos’altro che non una banda di straccioni ribelli e che ci sono certe piuttosto sofisticate influenze“.
Il sogno di Gheddafi di un sistema basato sull’oro arabo e africano indipendente dal dollaro, purtroppo è morto con lui. La Libia, dopo la cinica “responsabilità di proteggere” di Hillary Clinton che ha distrutto il Paese, oggi è lacerata da guerre tribali, caos economico, terroristi di al-Qaida e SIIL. La sovranità monetaria detenuta dal 100% dalle agenzie monetarie nazionali statali di Gheddafi e la loro emissione di dinari d’oro, è finita sostituita da una banca centrale “indipendente” legata al dollaro.  Nonostante ciò, va notato che ora un nuovo gruppo di nazioni si unisce per costruire un sistema monetario basato sull’oro. Questo è il gruppo guidato da Russia e Cina, terzo e primo Paesi produttori di oro nel mondo. Questo gruppo è legato alla costruzione del grande progetto infrastrutturale eurasiatico della Nuova Via della Seta della Cina, comprendente 16 miliardi di fondi in oro per lo sviluppo della Cina, decisa a sostituire City di Londra e New York come centri del commercio mondiale dell’oro. L’emergente sistema d’oro eurasiatico pone ora una serie completamente nuova di sfide all’egemonia finanziaria statunitense. Questa sfida eurasiatica, riuscendo o fallendo, deciderà se la nostra civiltà potrà sopravvivere e prosperare in condizioni completamente diverse, o affondare con il fallimentare sistema del dollaro.