Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia

Qui si parla di un posto chiamato Jugoslavia, regno in sfacelo che fu facilmente occupato dalle truppe dell’Asse, italiane e tedesche, nel 1941. Un posto risorto dalle ceneri del tutto nuovo, rifondato dopo la vittoria del fronte partigiano “rivoluzionario e patriottico” guidato da Josip Broz detto Tito. Ma quei tre anni di guerra nei Balcani sono un groviglio di contraddizioni che un ottimo libro di Eric Gobetti, Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943) recentemente pubblicato da Laterza, sbroglia passando in rassegna le varie fasi dell’occupazione italiana, dei rapporti con i nazionalisti serbi (cetnici) e croati (ustascia), oltre che con gli stessi nazisti.
Una facile conquista (tedesca)
La guerra italiana in Jugoslavia è inizialmente una burletta. Nell’aprile del 1941 i nazisti occupano in pochi giorni Zagrabria e Belgrado. Solo cinque giorni dopo le truppe italiane si decidono a lasciare le posizioni difensive
dell’Albania e occupano Mostar, Dubrovnik e Cetinje, in Montenegro e Dalmazia, marciando a tappe forzate per non farsi precedere dai tedeschi. La campagna in Jugoslavia conta appena trenta caduti italiani.

Malgrado lo scarso impegno vanno agli italiani il Montenegro, la Dalmazia, il Kosovo (annesso all’Albania) e la città di Lubiana. In Serbia i tedeschi instaurano un regime collaborazionista sullo stile di Vichy in Francia. In Croazia nasce uno stato indipendente, formalmente un regno legato per dinastia ai Savoia, guidato da Ante Pavelic. Pavelic è una vecchia conoscenza dei fascisti i cui servizi segreti operano in Jugoslavia fin dagli anni Trenta. Mussolini, convinto di poter fare della Croazia uno stato-fantoccio, appoggia l’ascesa di Pavelic e dei suoi ustascia ma si rivelerà presto una scelta sbagliata. Nel 1941 il piano italiano sembra  compiersi: a sud una Grande Albania e a nord una Grande Croazia proteggono la Dalmazia italiana. Presto però Pavelic mostra l’evidente volontà di affrancarsi dal controllo italiano.

Tra Grande Croazia e Grande Serbia
Il nuovo stato croato ha con l’Italia contenziosi territoriali e, per prassi politica, preferisce il modello nazista: si distingue per la sequenza di orrori compiuti verso le popolazioni serbe (500mila morti in quattro anni di regime) e le minoranze rom (20mila morti) ed ebrea (25mila). Un massacro che scuote gli italiani che si troveranno a proteggere serbi ed ebrei in fuga. Le prime rivolte serbe nella regione di Knin sono una semplice reazione di sopravvivenza ma presto i serbi si sollevano anche nel resto del paese: i cetnici di Draza Mihailovic, nazionalisti formalmente fedeli al governo in esilio a Londra, si ribellano all’occupante tedesco. Il loro disegno, quello di una Grande Serbia, è concorrente rispetto a quello dei partigiani comunisti guidati da Tito i quali, internazionalisti e rivoluzionari, combattono per una Jugoslavia socialista che vada oltre le divisioni etniche. Gli italiani, che non si distinguono per astuzia militare, non trovano di meglio che armare i cetnici contro i comunisti.
Alleati del nemico
In sostanza l’Italia sceglie un’alleanza (informale ma concreta) con i suoi nemici, i cetnici, sostenuti da Londra ma armati da Roma per combattere nazisti e comunisti, oltre che gli ustascia croati alleati italiani. I cetnici, che speravano in una vittoria alleata, non avrebbero esistato a usare le armi italiane contro gli italiani stessi se fosse mai avvenuto l’atteso sbarco alleato nei Balcani. Le bande cetniche si comportano come milizie paramilitari agli ordini italiani, pur mantenendo ampia autonomia, e non sono da meno degli ustascia nel compiere pulizie etniche. I comandi italiani, che con un certo razzismo lasciano “che si ammazzino tra loro“, tollera i crimini serbi in nome di una vendetta ritenuta legittima verso i croati.
La vittoria dei partigiani
Da questa matassa usciranno vincitori i comunisti di Tito che, nel corso della guerra civile, riescono a sbaragliare cetnici e ustascia diventando l’interlocutore privilegiato della Gran Bretagna. Vincono, come spiega Gobetti, perché hanno un motivo per combattere: l’ideologia, l’avvenire, la patria. Già, perché quella dei partigiani è una guerra “patriottica” che raccoglie le simpatie della popolazione locale. Rivoluzione sociale, jugoslavismo, resistanza all’invasore, motivano i partigiani che sono in buona misura giovani, anzi giovanissimi: il 75% ha dai 19 ai 21 anni, e ci sono molte donne. E’ per una nuova Jugoslavia che combattono, non per un passato medievale come invece i cetnici con la loro Grande Serbia.
La pochezza italiana
In tutto questo gli italiani fanno una pessima figura. Conquistatori claudicanti, occupanti da operetta, si fanno feroci quando scoppia la rivolta: razzie, villaggi incendiati, fucilazioni, torture, deportazioni, campi di concentramento. Una barbarie da guerra coloniale che in nulla si attaglia all’immagine della “brava gente” propagandata dalla successiva memorialistica. I soldati, come sempre male equipaggiati, non sono motivati a combattere anzi ammirano la fierezza e la tenacia dei nemici serbi sviluppando un senso di inferiorità che spesso si traduce in sconfitte o fughe davanti al nemico. Il fascino del ribelle, la noia, la paura, le pessime condizioni in cui si trovano a combattere, portano gli italiani a una resa interiore in cui si condensa tutta la pochezza dell’imperialismo mussoliniano. Il fascismo, che doveva creare l’uomo nuovo, muore in Jugoslavia.
L’alpino valdostano Willen annota sul suo diario: “La pagheremo sicuramente per quello che stiamo facendo. Non possiamo rimanere impuniti”. Sbagliava. I crimini di guerra italiani non verranno perseguiti, e senza una “Norimberga italiana” è mancata una vera comprensione dell’occupazione italiana nei Balcani.

Gli americani non sanno niente dei bombardamenti NATO sulla Jugoslavia. E tu?

31/10/2019

Il 23 marzo del 1999 il segretario generale della NATO Javier Solan decise di avviare le operazioni militari e il giorno successivo senza vedersi inflitta alcuna sanzione da parte del Consiglio di sicurezza dell’ONU la NATO diede avvio ai bombardamenti della Jugoslavia che continuarono per 78 giorni.
Il numero esatto di vittime causate dall’operazione militare della NATO non è mai stato ufficialmente comunicato, ma stando a stime serbe persero la vita tra le 1200 e le 2500 persone e circa 6000 rimasero feriti. I velivoli della NATO distrussero non solo le città serbe, ma anche l’economia del Paese. Belgrado stimò il danno economico tra i 30 e i 100 miliardi di dollari.

Durante i bombardamenti, stando ai dati del Ministero serbo della Difesa, sulla Jugoslavia furono sganciate circa 25000 tonnellate di munizioni, 15 tonnellate delle quali contenenti uranio impoverito. Dopo l’impiego di testate simili nel Paese crebbe l’incidenza di patologie oncologiche. In particolare, come spiegava a Sputnik Darko Laketic, direttore della Commissione parlamentare per le indagini sulle conseguenze dei bombardamenti, gli studi hanno dimostrato che nei bambini e nei giovani di età compresa tra un anno e 18 anni si registra in particolare un aumento dell’incidenza di patologie oncologiche del sangue e di neoplasie maligne cerebrali.
Domanda: Ha mai letto o sentito che nel 1999 la coalizione dei Paesi della NATO (USA, Francia, Germania, ecc.) ha condotto bombardamenti aerei sulla Jugoslavia, un Paese europeo, per un periodo di 78 giorni?

Risposte negli USA

26%
NO 54%
Fatico a rispondere 20%

Il sondaggio è stato condotto per Sputnik News da IFop, la più longeva società francese di sondaggi d’opinione, tra il 2 e il 15 ottobre 2019 negli USA.

Nota sul progetto Sputnik.Polls

Il progetto internazionale volto allo studio dell’opinione pubblica è stato avviato nel gennaio del 2015. I partner del progetto sono note società del settore come Populus, Ifop e Forsa. Nell’ambito del progetto Sputnik.Polls si conducono su base regolare sondaggi di opinioni in Europa e negli USA circa questioni sociali e politiche d’attualità.
Sputnik (sputniknews.com) è un’agenzia di stampa e un canale radiofonico che vanta hub di informazione multimediale in una decina di Paesi. Sputnik dispone di siti in più di 30 lingue, di una diffusione radiofonica analogica e digitale, di applicazioni per dispositivi mobili e di pagine sui social network. Le notizie di Sputnik escono ogni giorno in inglese, arabo, spagnolo e cinese.
Venite a conoscere le altre ricerche di Sputnik.Polls qui.

Preso da: https://it.sputniknews.com/mondo/201910318239937-gli-americani-non-sanno-niente-dei-bombardamenti-operati-dalla-nato-sulla-jugoslavia/

Handke voce isolata (ci dicono),su ex Jugoslavia, difese serbi contro bosniaci

Intellettuale scomodo e mai accomodante, durante gli anni ’90 il controverso Peter Handke è stato una voce decisamente isolata, dall’indomani del disfacimento della ex Jugoslavia: il vincitore del Nobel per la Letteratura 2019 ha sempre difeso il diritto dei serbi contro i croati, contro i bosniaci, contro i kosovari, e per questo ha suscitato incomprensioni, antipatie, se non odi. Con i bombardamenti su Belgrado, una capitale europea, “è morta l’Europa ed è nata l’Unione Europea”, disse lo scrittore austriaco suscitando infine polemiche e discussioni.
Handke voce isolata su ex Jugoslavia, difese serbi contro bosniaci
Nel novembre del 1995 Peter Handke viaggiò in Serbia, nel “paese di coloro che sono abitualmente definiti gli aggressori”. Figlio di madre slovena, ha sempre guardato alla ex Jugoslavia con la speciale attenzione che si porta alle proprie radici. A suo avviso, la stampa tedesca e francese hanno criminalizzato i serbi, costruendo una precisa immagine del nemico di cui lo scrittore in articoli e libri si è sforzato di analizzare i meccanismi politici, culturali e psicologici.

Il libro “Un viaggio d’inverno ovvero giustizia per la Serbia” (Einaudi, 1996) è la descrizione del viaggio di Handke a Belgrado e poi in Serbia, fino ai confini con la Bosnia. Segue un Epilogo in cui lo scrittore espone il progetto poetico che sta alla base delle sue tesi.

Handke voce isolata (ci dicono),su ex Jugoslavia, difese serbi contro bosniaci

Intellettuale scomodo e mai accomodante, durante gli anni ’90 il controverso Peter Handke è stato una voce decisamente isolata, dall’indomani del disfacimento della ex Jugoslavia: il vincitore del Nobel per la Letteratura 2019 ha sempre difeso il diritto dei serbi contro i croati, contro i bosniaci, contro i kosovari, e per questo ha suscitato incomprensioni, antipatie, se non odi. Con i bombardamenti su Belgrado, una capitale europea, “è morta l’Europa ed è nata l’Unione Europea”, disse lo scrittore austriaco suscitando infine polemiche e discussioni.

Handke voce isolata su ex Jugoslavia, difese serbi contro bosniaci

 

Nel novembre del 1995 Peter Handke viaggiò in Serbia, nel “paese di coloro che sono abitualmente definiti gli aggressori”. Figlio di madre slovena, ha sempre guardato alla ex Jugoslavia con la speciale attenzione che si porta alle proprie radici. A suo avviso, la stampa tedesca e francese hanno criminalizzato i serbi, costruendo una precisa immagine del nemico di cui lo scrittore in articoli e libri si è sforzato di analizzare i meccanismi politici, culturali e psicologici.

 

Il libro “Un viaggio d’inverno ovvero giustizia per la Serbia” (Einaudi, 1996) è la descrizione del viaggio di Handke a Belgrado e poi in Serbia, fino ai confini con la Bosnia. Segue un Epilogo in cui lo scrittore espone il progetto poetico che sta alla base delle sue tesi.

Srebrenica: non furono i serbi a compiere la strage ma i tagliagole bosniaci musulmani

 

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Su Srebrenica a distanza di anni non si è chiarito ancora sulle responsabilità, presento una versione diversa da quella che tutti conosciamo, perché ognuno si faccia una sua idea su quei fatti.
“un gran numero di musulmani è davvero morto a Srebrenica. Alcuni in combattimento “legittimo”, ma altri sono stati davvero giustiziati. Gli amici e i parenti di questi musulmani assassinati vorranno sapere chi ha ordinato veramente questi omicidi. Mentre potrebbe essere di conforto per loro vedere Karadžić e Mladić in carcere all’Aja, potrebbero non essere così felici all’idea che i veri colpevoli sono ancora liberi, soprattutto se alcuni di questi colpevoli comprendono funzionari bosniaco-musulmani nel governo di Sarajevo” (Saker).
(Nicola Bizzi – da Portitalia)
Dopo la confessione shock del politico bosniaco Ibran Mustafić, veterano di guerra, chi restituirà la dignità a Slobodan Milošević, ucciso in carcere, a Radovan Karadžić e al Generale Ratko Mladić, ancora oggi detenuti all’Aja?
Lo storico russo Boris Yousef,  in un suo saggio del 1994, scrisse quella che ritengo una sacrosanta verità: «Le guerre sono un po’ come il raffreddore: devono fare il loro decorso naturale. Se un ammalato di raffreddore viene attorniato da più medici che gli propinano i farmaci più disparati, spesso contrastanti fra loro, la malattia, che si sarebbe naturalmente risolta nel giro di pochi giorni, rischia di protrarsi per settimane e di indebolire il paziente, di minarlo nel fisico, e di arrecare danni talvolta permanenti e imprevedibili».

Yousef scrisse questa osservazione nel Luglio del 1994, nel bel mezzo della guerra civile jugoslava, un anno prima della caduta della Repubblica Serba di Krajina e sedici mesi prima dei discussi accordi Dayton che scontentarono in Bosnia tutte le parti in campo, imponendo una situazione di stallo potenzialmente esplosiva. E ritengo che tale osservazione si adatti a pennello al conflitto jugoslavo. Un lungo e sanguinoso conflitto che, formalmente iniziato nel 1991, con la secessione dalla Federazione delle repubbliche di Slovenia e Croazia, era stato già da tempo preparato e pianificato da alcune potenze occidentali (con in testa l’Austria e la Germania), da diversi servizi segreti, sempre occidentali, da gruppi occulti di potere sovranazionali e transnazionali (Bilderberg, Trilaterale, Pinay, Ert Europe, etc.) e, per certi versi, anche dal Vaticano.
La Jugoslavija, forte potenza economica e militare, da decenni alla guida del movimento dei Paesi non Allineati, dopo la morte del Maresciallo Tito, avvenuta nel 1980, era divenuta scomoda e ingombrante e, di conseguenza, l’obiettivo geo-strategico primario di una serie di avvoltoi che miravano a distruggerla, a smembrarla e a spartirsi le sue spoglie.
Si assistette così ad una progressiva destabilizzazione del Paese, avviata già nel biennio 1986-87, destabilizzazione alla quale si oppose con forza soltanto Slobodan Milošević, divenuto Presidente della Repubblica Socialista di Serbia, e che toccò il culmine con la creazione in Croazia, nel Maggio del 1989, dell’Unione Democratica Croata (Hrvatska Demokratska Zajednica o HDZ), partito anti-comunista di centro-destra che a tratti riprendeva le idee scioviniste degli Ustascia di Ante Pavelić, guidato dal controverso ex Generale di Tito Franjo Tuđman.
Sarebbe lungo in questa sede ripercorrere tutte le tappe che portarono al precipitare degli eventi, alla necessità degli interventi della Jugoslosvenska Narodna Armija dapprima in Slovenia e poi in Croazia, alla definitiva scissione dalla Federazione delle due repubbliche ribelli e all’allargamento del conflitto nella vicina Bosnia. Si tratta di eventi sui quali esiste moltissima documentazione, la maggior parte della quale risulta però essere fortemente viziata da interpretazioni personali e di parte degli storici o volutamente travisata da giornalisti asserviti alle lobby di potere mediatico-economico europee ed americane. Giornalisti che della Jugoslavija e della sua storia ritengo che non abbiano mai capito niente.
Come ho scritto poc’anzi, ritengo che la saggia affermazione di Boris Yousef si adatti molto bene al conflitto civile jugoslavo. A prescindere dal fatto che esso è stato generato da palesi ingerenze esterne, ritengo che sarebbe potuto terminare ‘naturalmente’ manu militari nel giro di pochi mesi, senza le continue ingerenze, le pressioni e le intromissioni della sedicente ‘Comunità Internazionale’, delle Nazioni Unite e di molteplici altre organizzazioni che agivano dietro le quinte (Fondo Monetario Internazionale, OSCE, UNHCR, Unione Europea e criminalità organizzata italiana e sud-americana). Sono state proprio queste ingerenze (i vari farmaci dagli effetti contrastanti citati nella metafora di Yousef) a prolungare il conflitto per anni, con la continua richiesta, dall’alto, di tregue impossibili e non risolutive, e con la pretesa di ridisegnare la cartina geografica dell’area sulla base delle convenienze economiche e non della realtà etnica e sociale del territorio.
Ma si tratta di una storia in buona parte ancora non scritta, perché sono state troppe le complicità di molti leader europei, complicità che si vuole continuare a nascondere, ad occultare. Ed è per questo che gli storici continuano ad ignorare che la Croazia di Tuđman costruì il suo esercito grazie al traffico internazionale di droga (tutte quelle navi che dal Sud America gettavano l’ancora nel porto di Zara, secondo voi cosa contenevano?). È per questo che continuano a non domandarsi per quale motivo tutto il contenuto dei magazzini militari della defunta Repubblica Democratica Tedesca siano prontamente finiti nelle mani di Zagabria.
Si tratta di vicende che conosco molto bene, perché ho trascorso nei Balcani buona parte degli anni ’90, prevalentemente a Belgrado e a Skopje. Parlo bene tutte le lingue dell’area, compresi i relativi dialetti, e ho avuto a lungo contatti con l’amministrazione di Slobodan Milošević, che ho avuto l’onore di incontrare in più di un’occasione. Sono stato, fra l’altro, l’unico esponente politico italiano ad essere presente ai suoi funerali, in una fredda giornata di Marzo del 2006.
Sono stato quindi un diretto testimone dei principali eventi che hanno segnato la storia del conflitto civile jugoslavo e degli sviluppi ad esso successivi. Ho visto con i miei occhi le decine di migliaia di profughi serbi costretti a lasciare Knin e le altre località della Srpska Republika Krajina, sotto la spinta dell’occupazione croata delle loro case, avvenuta con l’appoggio dell’esercito americano.
Ho seguito da vicino tutte le tappe dello scontro in Bosnia, i disordini nel Kosovo, la galoppante inflazione a nove cifre che cambiava nel giro di poche ore il potere d’acquisto di una banconota. Ho vissuto il dramma, nel 1999, dei criminali bombardamenti della NATO su Belgrado e su altre città della Serbia. Ed è per questo che non ho mai creduto – a ragione – alle tante bugie che riportavano la stampa europea e quella italiana in primis. Bugie e disinformazioni dettate da quell’operazione di marketing pubblicitario (non saprei come altro definirla) pianificata sui tavoli di Washington e diLangley che impose a tutta l’opinione pubblica la favoletta dei Serbi ‘cattivi’ aguzzini di poveri e innocenti Croati, Albanesi e musulmani bosniaci. Favoletta che ha però incredibilmente funzionato per lunghissimo tempo, portando all’inevitabile criminalizzazione e demonizzazione di una delle parti in conflitto e tacendo sui crimini e sulle nefandezze delle altre.
La guerra, e a maggior ragione una guerra civile, non è ovviamente un pranzo di gala e non vi si distribuiscono caramelle e cotillon. In guerra si muore. In guerra si uccide o si viene uccisi. La guerra significa fame, sofferenza, freddo, fango, sudore, privazioni e sangue. Ed è fatta, necessariamente, anche di propaganda. Durante il lungo conflitto civile jugoslavo nessuno può negare che siano state commesse numerose atrocità, soprattutto dettate dal risveglio di un mai sopito odio etnico. Ma mai nessun conflitto, dal termine della Seconda Guerra Mondiale, ha visto un simile massiccio impiego di ‘false flag’, azioni pianificate ad arte, quasi sempre dall’intelligence, per scatenare le reazioni dell’avversario o per attribuirgli colpe non sue. Ho già spiegato il concetto di ‘false flag’ in numerosi miei articoli, denunciando l’escalation del loro impiego su tutti i più recenti teatri di guerra.
Fino ad oggi la più nota ‘false flag’ della guerra civile jugoslava era la tragica strage di civili al mercato di Sarajevo, quella che determinò l’intervento della NATO, che bombardò ripetutamente, per rappresaglia, le postazioni serbo-bosniache sulle colline della città. Venne poi appurato con assoluta certezza che fu lo stesso governo musulmano-bosniaco di Alija Izetbegović a uccidere decine di suoi cittadini in quel cannoneggiamento, per far ricadere poi la colpa sui Serbi.
E quella che io ho sempre ritenuto la più colossale ‘false flag’ del conflitto, ovvero il massacro di oltre mille civili musulmani avvenuto a Srebrenica, del quale fu incolpato l’esercito serbo-bosniaco comandato dal Generale Ratko Mladić, che da allora venne accusato di ‘crimi di guerra’ e braccato dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja fino al suo arresto, avvenuto il 26 Maggio 2011, si sta finalmente rivelando in tutta la sua realtà. In tutta la sua realtà, appunto, di ‘false flag’.
I giornali italiani, che all’epoca scrissero titoli a caratteri cubitali per dipingere come un ‘macellaio’ ilGenerale Mladić e come un folle criminale assetato di sangue il Presidente della Repubblica Serba di Bosnia Radovan Karadžić, anch’egli arrestato nel 2008 e sulla cui testa pendeva una taglia di 5 milioni di Dollari offerta dagli Stati Uniti per la sua cattura, hanno praticamente passato sotto silenzio una sconvolgente notizia. Una notizia a cui ha dato spazio nel nostro Paese soltanto il quotidiano Rinascita, diretto dall’amico Ugo Gaudenzi, e fa finalmente piena luce sui fatti di Srebrenica, stabilendo che la colpa non fu dei vituperati Serbi, ma dei musulmani bosniaci.
Ibran Mustafić, veterano di guerra e politico bosniaco-musulmano, probabilmente perché spinto dal rimorso o da una crisi di coscienza, ha rilasciato ai media una sconcertante confessione: almeno mille civili musulmano-bosniaci di Srebrenica vennero uccisi dai loro stessi connazionali, da quelle milizie che in teoria avrebbero dovuto assisterli e proteggerli, durante la fuga a Tuzla nel Luglio 1995, avvenuta in seguito all’occupazione serba della città. E apprendiamo che la loro sorte venne stabilita a tavolino dalle autorità musulmano-bosniache, che stesero delle vere e proprie liste di proscrizione di coloro a cui «doveva essere impedito, a qualsiasi costo, di raggiungere la libertà».
Come riporta Enrico Vigna su Rinascita, Ibran Mustafić ha pubblicato un libro, Caos pianificato, nel quale alcuni dei crimini commessi dai soldati dell’esercito musulmano della Bosnia-Erzegovina contro i Serbi sono per la prima volta ammessi e descritti, così come il continuo illegale rifornimento occidentale di armi ai separatisti musulmano-bosniaci, prima e durante la guerra, e – questo è molto significativo – anche durante il periodo in cui Srebrenica era una zona smilitarizzata sotto la protezione delle Nazioni Unite.
Mustafić racconta inoltre, con dovizia di particolari, dei conflitti tra musulmani e della dissolutezza generale dell’amministrazione di Srebrenica, governata dalla mafia, sotto il comandante militare bosniaco Naser Orić. A causa delle torture di comuni cittadini nel 1994, quando Orić e le autorità locali vendevano gli aiuti umanitari a prezzi esorbitanti invece di distribuirli alla popolazione, molti bosniaci fuggirono volontariamente dalla città. «Coloro che hanno cercato la salvezza in Serbia, sono riusciti ad arrivare alla loro destinazione finale, ma coloro che sono fuggiti in direzione di Tuzla ( governata dall’esercito musulmano) sono stati perseguitati o uccisi», svela Mustafić. E, ben prima del massacro dei civili musulmani di Srebrenica nel Luglio 1995, erano stati perpetrati da tempo crimini indiscriminati contro la popolazione serba della zona. Crimini che Mustafić descrive molto bene nel suo libro, essendone venuto a conoscenza già nel 1992, quando era fuggito da Sarajevo a Tuzla.
«Lì – egli scrive – il mio parente Mirsad Mustafić mi mostrò un elenco di soldati serbi prigionieri, che furono uccisi in un luogo chiamato Zalazje. Tra gli altri c’erano i nomi del suo compagno di scuola Branko Simić e di suo fratello Pero, dell’ex giudice Slobodan Ilić, dell’autista di Zvornik Mijo Rakić, dell’infermiera Rada Milanović. Inoltre, nelle battaglie intorno ed a Srebrenica, durante la guerra, ci sono stati più di 3.200 Serbi di questo e dei comuni limitrofi uccisi».
Mustafić ci riferisce a riguardo una terribile confessione del famigerato Naser Orić, confessione che non mi sento qui di riportare per l’inaudita credezza con cui questo criminale di guerra descrive i barbari omicidi commessi con le sue mani su uomini e donne che hanno avuto la sventura di trovarsi alla sua mercé. Ma voglio citare il racconto di uno zio di Mustafić, anch’esso riportato nel libro: «Naser venne e mi disse di prepararmi subito e di andare con la Zastava vicino alla prigione di Srebrenica. Mi vestii e uscii subito. Quando arrivai alla prigione, loro presero tutti quelli catturati precedentemente a Zalazje e mi ordinarono di ritrasportarli lì. Quando siamo arrivati alla discarica, mi hanno ordinato di fermarmi e parcheggiare il camion. Mi allontanai a una certa distanza, ma quando ho visto la loro furia ed il massacro è iniziato, mi sono sentito male, ero pallido come un cencio. Quando Zulfo Tursunović ha dilaniato il petto dell’infermiera Rada Milanovic con un coltello, chiedendo falsamente dove fosse la radio, non ho avuto il coraggio di guardare. Ho camminato dalla discarica e sono arrivato a Srebrenica. Loro presero un camion, e io andai a casa a Potocari. L’intera pista era inondata di sangue».
Da quanto ci racconta Mustafić, gli elenchi dei ‘bosniaci non affidabili’ erano ben noti già da allora alla leadership musulmana ed al Presidente Alija Izetbegović, e l’esistenza di questi elenchi è stata confermata da decine di persone. «Almeno dieci volte ho sentito l’ex capo della polizia Meholjić menzionare le liste. Tuttavia, non sarei sorpreso se decidesse di negarlo», dice Mustafić, che è anche un membro di lunga data del comitato organizzatore per gli eventi di Srebrenica. Secondo Mustafić, l’elenco venne redatto dalla mafia di Srebrenica, che comprendeva la leadership politica e militare della città sin dal 1993. I ‘padroni della vita e della morte nella zona’, come lui li definisce nel suo libro. E, senza esitazione, sostiene: «Se fossi io a dover giudicare Naser Orić, assassino conclamato di più di 3.000 Serbi nella zona di Srebrenica (clamorosamente assolto dal Tribunale Internazionale dell’Aja!) lo condannerei a venti anni per i crimini che ha commesso contro i Serbi; per i crimini commessi contro i suoi connazionali lo condannerei a minimo 200.000 anni di carcere. Lui è il maggiore responsabile per Srebrenica, la più grande macchia nella storia dell’umanità».
Ma l’aspetto più inquietante ed eclatante delle rivelazioni di Mustafić  è l’ammissione che il genocidio di Srebrenica è stato concordato tra la comunità internazionale e Alija Izetbegović , e in particolare tra Izetbegović e il presidente USA Bill Clinton, per far ricadere la colpa sui Serbi, come Ibran Mustafić afferma con totale convinzione.
«Per i crimini commessi a Srebrenica, Izetbegović e Bill Clinton sono direttamente responsabili. E, per quanto mi riguarda, il loro accordo è stato il crimine più grande di tutti, la causa di quello che è successo nel Luglio 1995. Il momento in cui Bil Clinton entrò nel Memoriale di Srebrenica è stato il momento in cui il cattivo torna sulla scena del crimine», ha detto Mustafić. Lo stesso Bill Clinton, aggiungo io, che superò poi se stesso nel 1999, con la creazione ad arte delle false fosse comuni nel Kosovo (altro clamoroso esempio di ‘false flag’), nelle quali i miliziani albanesi dell’UCK gettavano i loro stessi caduti in combattimento e perfino le salme dei defunti appositamente riesumate dai cimiteri, per incolpare mediaticamente, di fronte a tutto il mondo, l’esercito di Belgrado e poter dare il via a due mesi di bombardamenti sulla Serbia.
Come sottolinea sempre Mustafić, riguardo a Srebrenica ci sono inoltre state grandi mistificazioni sui nomi e sul numero reale delle vittime. Molte vittime delle milizie musulmane non sono state inserite in questo elenco, mentre vi sono stati inseriti ad arte cittadini di Srebrenica da tempo emigrati e morti all’estero. E un discorso simile riguarda le persone torturate o che si sono dichiarate tali. «Molti bosniaci musulmani – sostiene Mustafić – hanno deciso di dichiararsi vittime perché non avevano alcun mezzo di sostentamento ed erano senza lavoro, così hanno usato l’occasione. Un’altra cosa che non torna è che tra il 1993 e il 1995 Srebrenica era una zona smilitarizzata. Come mai improvvisamente abbiamo così tanti invalidi di guerra di Srebrenica?».
Egli ritiene che sarà molto difficile determinare il numero esatto di morti e dei dispersi di Srebrenica. «È molto difficile  – sostiene nel suo libro – perché i fatti di Srebrenica sono stati per troppo tempo oggetto di mistificazioni, e il burattinaio capo di esse è stato Amor Masović, che con la fortuna fatta sopra il palcoscenico di Srebrenica potrebbe vivere allegramente per i prossimi cinquecento anni! Tuttavia, ci sono stati alcuni membri dell’entourage di Izetbegović che, a partire dall’estate del 1992, hanno lavorato per realizzare il progetto di rendere i musulmani bosniaci le permanenti ed esclusive vittime della guerra».
Il massacro di Srebrenica servì come pretesto a Bill Clinton per scatenare, dal 30 Agosto al 20 Settembre del 1995, la famigerata Operazione Deliberate Force, una campagna di bombardamento intensivo, con l’uso di micidiali bombe all’uranio impoverito, con la quale le forze della NATO distrussero il comando dell’esercito serbo-bosniaco, devastandone irrimediabilmente i sistemi di controllo del territorio. Operazione che spinse le forze croate e musulmano-bosniache ad avanzare in buona parte delle aree controllate dai Serbi, offensiva che si arrestò soltanto alle porte della capitale serbo-bosnica Banja Luka e che costrinse i Serbi ad un cessate il fuoco e all’accettazione degli accordi di Dayton, che determinarono una spartizione della Bosnia fra le due parti (la croato-musulmana e la serba). Spartizione che penalizzò fortemente la Republika Srpska, che venne privata di buona parte dei territori faticosamente conquistati in tre anni di duri combattimenti.
Alija Izetbegović, fautore del distacco della Bosnia-Erzegovina dalla federazione jugoslava nel 1992, dopo un referendum fortemente contestato e boicottato dai cittadini di etnia serba (oltre il 30% della popolazione) è rimasto in carica come Presidente dell’autoproclamato nuovo Stato fino al 14 Marzo 1996, divenendo in seguito membro della Presidenza collegiale dello Stato federale imposto dagli accordi di Dayton fino al 5 Ottobre del 2000, quando venne sostituito da Sulejman Tihić. È morto nel suo letto a Sarajevo il 19 Ottobre 2003 e non ha mai pagato per i suoi crimini. Ha anzi ricevuto prestigiosi premi e riconoscimenti internazionali, fra cui le massime onorificenze della Croazia (nel 1995) e della Turchia (nel 1997). E ha saputo bene far dimenticare agli occhi della ‘comunità internazionale’ la sua natura di musulmano fanatico e fondamentalista ed i suoi numerosi arresti e le sue lunghe detenzioni, all’epoca di Tito, (in particolare dal 1946 al 1949 e dal 1983 al 1988) per attività sovversive e ostili allo Stato.
Nella sua celebre Dichiarazione Islamica, pubblicata nel 1970, dichiarava: «non ci sarà mai pace né coesistenza tra la fede islamica e le istituzioni politiche e sociali non islamiche» e che «il movimentoislamico può e deve impadronirsi del potere politico perché è moralmente e numericamente così forte che può non solo distruggere il potere non islamico esistente, ma anche crearne uno nuovo islamico». E ha mantenuto fede a queste sue promesse, precipitando la tradizionalmente laica Bosnia-Erzegovina, luogo dove storicamente hanno sempre convissuto in pace diverse culture e diverse religioni, in una satrapia fondamentalista, con l’appoggio ed i finanziamenti dell’Arabia Saudita e di altri stati del Golfo e con l’importazione di migliaia di mujahiddin provenienti da varie zone del Medio Oriente, che seminarono in Bosnia il terrore e si resero responsabili di immani massacri.
Slobodan Milošević, accusato di ‘crimini contro l’umanità’ (accuse principalmente fondate su una sua presunta regia del massacro di Srebrenica), nonostante abbia sempre proclamato la sua innocenza, venne arrestato e condotto in carcere all’Aja. Essendo un valente avvocato, scelse di difendersi da solo di fronte alle accuse del Tribunale Penale Internazionale, ma morì in circostanze mai chiarite nella sua cella l’11 Marzo 2006. Sono insistenti le voci secondo cui sarebbe stato avvelenato perché ritenuto ormai prossimo a vincere il processo e a scagionarsi da ogni accusa, e perché molti leader europei temevano il terremoto che avrebbero scatenato le sue dichiarazioni.
Radovan Karadžić, l’ex Presidente della Repubblica Serba di Bosnia, e il Generale Ratko Mladić, comandante in capo dell’esercito bosniaco, sono stati anch’essi arrestati e si trovano in cella all’Aja. Sul loro capo pendono le stesse accuse di ‘crimini contro l’umanità’, fondate essenzialmente sul massacro di Srebrenica.
Adesso che su Srebrenica è finalmente venuta fuori la verità, dovrebbe essere facile per loro arrivare ad un’assoluzione, a meno che qualcuno non abbia deciso che debbano fare la fine di Milošević.
Ma chi restituirà a loro e al defunto Presidente Jugoslavo la dignità e l’onorabilità? Tutte le grandi potenze occidentali, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, dovrebbero ammettere di aver sbagliato, ma dubito sinceramente che lo faranno.
fonte Saker

Preso da: https://www.vietatoparlare.it/srebrenica-non-furono-serbi-compiere-la-strage-tagliagole-bosniaci-musulmani/

CONTROSTORIA DEI FATTI DI SREBRENICA

 Due vecchi articoli che è utile pubblicare in questa ricorrenza ipocrita, perché la storia non sia scritta solo dai vincitori (e dai propagandisti della NATO)
Dopo 14 anni che investigo i fatti che ebbero luogo a Srebrenica nel 1995 posso attestare che in quella enclave non vi è stato nessun genocidio di musulmani — il mito sul massacro di musulmani è stato inventato dallo scomparso leader di guerra musulmano bosniaco Alija Izetbegovic e dall’allora presidente USA Bill Clinton“, ha affermato in una esclusiva intervista alla stampa quotidiana di Belgrado il ricercatore svizzero Alexander Dorin, autore del libro Srebrenica — La storia del razzismo da salotto. Ha aggiunto che, contrariamente alla mitologia popolare che ancora domina i media mainstream occidentali, i musulmani che persero la vita a Srebrenica erano degli uomini cresciuti piuttosto che dei “ragazzi“, e sono stati colpiti mentre combattevano contro l’esercito serbo bosniaco. Il che, come osserva, non può essere in nessun modo uguagliato ad un massacro, per non parlare di “genocidio“.
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– Dopo molti anni che investigo gli eventi bellici a ed attorno a Srebrenica, ho raggiunto la conclusione definitiva che non vi fu nessun genocidio. Nel luglio del 1995, mentre la città veniva conquistata dalle forze serbe, persero la vita circa 2.000 musulmani — non 8.000 come pretende la macchina della propaganda musulmano bosniaca, con il sostegno di certi politici e media occidentali. Quei 2.000 caddero in battaglia contro l’esercito serbo, mentre stava sfondando verso Tuzla. Il “genocidio di Srebrenica” è un’invenzione di Izetbegovic e Clinton, – ha dichiarato Dorin.
D: Su che cosa basate le vostre asserzioni che il “massacro” di Srebrenica è stato inventato da Izetbegovic e Clinton? R: Si dovrebbe tenere in mente che persino i media americani scrissero abbastanza sul fatto che gli Stati Uniti stavano armando da anni le forze di Izetbegovic. L’amministrazione Clinton era molto ostile verso i serbi — i generali di Clinton erano persino coinvolti nell’operazione croata “Tempesta”, l’espulsione e l’eliminazione della nazione serba dalla Repubblica della Krajina serba e da parti occidentali della Bosnia-Herzegovina. Allo stesso tempo, uno dei signori della guerra di Srebrenica — Hakija Meholjic — continua ad asserire che dal 1993 Clinton offriva ad Izetbegovic un massacro fabbricato contro i musulmani di Srebrenica, come una manovra che avrebbe posto fine alla guerra civile in Bosnia-Herzegovina [a vantaggio dei musulmani bosniaci].
D: Cosa ci dice questo? R: Ci dice che hanno avuto due anni per avviare quella manovra, il tempo durante il quale Izetbegovic e Clinton venivano mitizzati ed elevati alla posizione di eroi attraverso i più influenti media occidentali.
Le “vittime di Srebrenica” votano D: Questo libro offre prove aggiuntive? R: Il libro presenta inoltre le prove che dimostrano che 2.000 musulmani che hanno perso la vita a Srebrenica sono caduti in battaglia. Per essere in grado di pretendere che fu commesso il “genocidio” e dal momento che non avevano i corpi sufficienti per sostenere la pretesa iniziale di presumibilmente 8.000 musulmani uccisi, hanno elencato come vittime di Srebrenica numerosi combattenti musulmano bosniaci che sono morti molto prima della conquista di Srebrenica o che vennero uccisi in altre battaglie durante la guerra civile, dal 1992 al 1995. La lista delle presunte vittime di Srebrenica contiene anche i nomi di quelli che sono ancora vivi.
D: Intendete quelli che più tardi votavano alle elezioni…? R: Esatto. Nelle elezioni bosniache del 1996, le liste elettorali contenevano circa 3.000 musulmani bosniaci che erano anche elencati come “vittime di Srebrenica“. Ciò sottolinea ulteriormente il fatto che il cosiddetto Tribunale dell’Aia non ha ancora nessuna prova del “genocidio di Srebrenica“. Invece, conta sulle affermazioni del croato Dražen Erdemovic, provate essere assolute menzogne, come ha dimostrato nel suo ultimo libro il giornalista bulgaro Germinal Civikov.
D: Il Tribunale dell’Aia non ritiene così…? R: L’ex portavoce della NATO Jamie Shea nel 1999 ha enfatizzato che, senza la NATO, tanto per cominciare, non vi sarebbe nessun Tribunale dell’Aia. Ha asserito che la NATO ed il Tribunale dell’Aia sono “alleati ed amici“. Tra gli altri, l’esempio che conferma la sua affermazione è il caso del [Colonnello] Vidoje Blagojevic, condannato ad un lungo periodo di prigione a causa dei fatti di Srebrenica anche se è assolutamente innocente e non ha fatto del male a nessuno. Così, la NATO punisce i suoi avversari attraverso il Tribunale dell’Aia mentre, allo stesso tempo, protegge i suoi alleati.
La storia della guerra civile jugoslava è stata scritta dagli aggressori D: Perché hanno premuto sui serbi? R: I serbi non si sono mai alleati con forze aggressive. Nei secoli passati, i serbi combatterono contro tutti gli aggressori e le forze fasciste. Invece di rispetto e gratitudine, sono stati ricompensati con sanzioni e bombe dalla comunità internazionale e con una meticolosa e completa demonizzazione da parte dei media occidentali. Il mondo di oggi è dominato dai criminali e dagli psicopatici che chiamano se stessi democratici.
D: Cosa vi ha motivato ad investigare i fatti di Srebrenica? R: Da 14 anni interi investigo Srebrenica ed il presunto genocidio che l’esercito serbo bosniaco apparentemente commesso contro i musulmani bosniaci perché, già verso la fine della guerra in Bosnia-Herzegovina, è divenuto evidente che l’occidente non ha intenzioni oneste verso le nazioni di quel paese. Non potevo accettare il pensiero che il mondo sarà lasciato con un quadro di quella guerra che si accorda esclusivamente con gli interessi della NATO. Sfortunatamente, questo è precisamente ciò che è avvenuto.
D: Perché siete restio a promuovere personalmente il vostro libro? R: A questo punto, dopo una scrupolosa ricerca che ha preso molti anni, quando ho scoperto prove irrefutabili su quello che è realmente successo a Srebrenica di cui il vasto pubblico è inconsapevole, non voglio attirare l’attenzione su me stesso. E’ il libro che è importante, il libro dice tutto.
D: “Srebrenica — La storia del razzismo da salotto” sarà presto pubblicato in tedesco. Sarà tradotto in serbo o in qualche altra lingua? R: L’editore del mio libro, Kai Homilius – di Berlino, intende pubblicarlo in entrambe le lingue serba ed inglese. Abbiamo deciso che venga prima pubblicato in tedesco, dal momento che il pubblico di lingua tedesco non ha veramente nessuna idea della propaganda sul quale è basato il mito di Srebrenica. L’edizione tedesca del libro sarà pubblicata attorno alla metà del prossimo mese.
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Quello che sarebbe passato alla storia come il casus belli della “guerra umanitaria”, cioè la cosiddetta “strage di Racak”, è ormai pienamente provato che si trattò di una macabra, spudorata messinscena. L’inviato del “Figaro” Renaud Girard fu tra i primi a denunciare l’eccidio di 45 civili albanesi, ma soltanto due giorni dopo pubblicò un secondo articolo denunciando di essere stato “preso in giro dall’Uck” al pari degli altri giornalisti. Poi, anche “Le Monde” e “Liberation” hanno smascherato l’inganno, ma troppo tardi (e comunque, al di fuori della Francia non hanno riscosso alcuna eco). Girard si recò sul posto il 15, su invito delle autorità serbe, in seguito a un attacco dell’Uck e a un contrattacco della polizia, con un bilancio di 15 combattenti albanesi uccisi. Sia i giornalisti che gli osservatori dell’Osce non videro alcuna vittima civile, e il villaggio “appariva del tutto normale”. L’indomani, Racak era tornata sotto il controllo dell’Uck, e i giornalisti furono portati a vedere il massacro: 45 corpi che prima non c’erano, apparsi molto tempo dopo il ritiro delle forze serbe. Girard pubblicò il 20 gennaio un dettagliato resoconto dell’inganno subìto, dove, in pratica, erano stati mostrati cadaveri di persone uccise lontano da Racak e trasportati lì per la messinscena della strage: perché il giorno in cui sarebbe avvenuta, nessuno nel villaggio ne sapeva nulla? E perché Walker si era riunito per 45 minuti con i capi militari dell’Uck proprio a Racak?. L’articolo mandò su tutte le furie i corrispondenti anglosassoni, che accusarono Girard di “uccidere la loro notizia”… Il mondo fece come gli osservatori dell’Osce: ignorò la verità e giudicò sacrosanto l’inizio della guerra. Ottimo lavoro, mister Walker.
Michel Chossudovsky, docente di economia presso l’Università di Ottawa, Canada, è un profondo conoscitore delle guerre nei Balcani e ha dedicato un lungo studio sul cosiddetto “Esercito di Liberazione del Kosovo”, Uck, nel quale vengono alla luce i legami con le organizzazioni mafiose di Turchia, Albania e Italia. Chossudovsky ha scritto a tale riguardo nel giugno del 1999: “Ricordate Oliver North e i contras? Lo schema in Kosovo è simile ad altre operazioni segrete della CIA in America Centrale, Haiti e Afghanistan, dove “combattenti per la libertà” (freedom fighters) erano finanziati tramite il riciclaggio del denaro sporco proveniente dal narcotraffico. Dalla fine della guerra fredda, i servizi segreti occidentali hanno sviluppato complesse relazioni con il traffico di narcotici. Caso dopo caso, il denaro ripulito dal sistema bancario internazionale ha finanziato operazioni segrete. (…) L’Albania è un punto chiave per il transito della via balcanica della droga, che rifornisce l’Europa occidentale di eroina. Il settantacinque per cento dell’eroina che entra in Europa occidentale viene dalla Turchia e una larga parte delle spedizioni di droga provenienti dalla Turchia passa dai Balcani. (…) Il traffico di droga e armi fu lasciato prosperare nonostante la presenza, fin dal 1993, di un grande contingente di truppe nordamericane al confine albanese-macedone, con il mandato di rafforzare l’embargo. L’Ovest ha finto di non vedere. I proventi del traffico venivano usati per l’acquisto di armi e hanno consentito all’Uck di sviluppare rapidamente una forza di 30.000 uomini. In seguito, l’Uck ha acquisito armamenti più sofisticati, tra cui missili antiaerei e razzi anticarro, oltre ad equipaggiamenti di sorveglianza elettronica che gli permettono di ricevere informazioni via satellite dalla Nato sui movimenti dell’esercito yugoslavo. (…) Il destino del Kosovo era già stato accuratamente disegnato prima degli accordi di Dayton del 1995. La Nato aveva stipulato un insano “matrimonio di convenienza” con la mafia. I freedom fighters furono piazzati sul posto, il traffico di droga consentiva a Washington e a Bonn di finanziare il conflitto in Kosovo con l’obiettivo finale di destabilizzare il governo di Belgrado e di ricolonizzare completamente i Balcani: il risultato è la distruzione di un intero paese”. La storia si ripete nonostante le diverse latitudini: mentre Washington lancia “guerre sante” contro la droga – spesso per occultare interventi controinsorgenti, come in Perù e in Colombia – usa i profitti del narcotraffico per finanziare organizzazioni terroristiche destinate a realizzare i suoi piani di destabilizzazione internazionale. E nel frattempo, ha l’arroganza di concedere o negare “certificazioni” a questo o a quell’altro paese… compreso il Messico. Come ha giustamente dichiarato Carlos Fuentes in una recente intervista, “Debería ser al revés: somos nosotros quienes debemos certificar o descertificar a los estadunidenses y no ellos a nosotros”.
Riaffermare che “la verità è la prima vittima di ogni guerra”, appare ormai scontato, ma vale sempre la pena soffermarsi sugli esempi concreti, per quanto sia la nostra una lotta di minuscoli Don Chisciotte contro mulini a vento globalizzanti. Tra le poche incrinature nella campagna di disinformazione monolitica, vanno registrate le corrispondenze di Paul Watson da Pristina, inviato del “Los Angeles Times”, cioè di un organo tutt’altro che critico nei confronti della guerra. Anche Watson, rispetto alla “strage di Racak”, dapprima avalla la versione di Walker, ma in seguito esprime gravi dubbi e intervista addirittura alcuni abitanti del villaggio che confermano le deduzioni avanzate dagli inviati francesi. Quando iniziano i bombardamenti, Watson si rifiuta di lasciare il Kosovo e assume la scomoda posizione di testimone diretto, affermando a più riprese che la Nato “sta colpendo soprattutto chi dice di voler salvare” e gli obiettivi degli attacchi sono sempre civili inermi, senza distinzione tra profughi dell’una o dell’altra etnia. Ben presto lo sconcerto di Watson si trasforma in indignazione: il 17 aprile dichiara alla Cbc canadese che la Nato sta mentendo riguardo i presunti massacri di civili albanesi a opera dell’esercito serbo a Pristina, aggiungendo “Non posso essere d’accordo con i governi della Nato che stanno solo cercando di nascondere le loro responsabilità per l’esodo dei profughi dal Kosovo. E’ molto improbabile che un esodo di tale entità sarebbe avvenuto se non fosse stato per i bombardamenti”. E il 20 giugno scrive: “Come unico corrispondente statunitense in Kosovo per buona parte dei 78 giorni di bombardamenti della Nato sono passato attraverso una guerra di cui la prima vittima è stata, come nella maggioranza dei conflitti, la verità. La Nato ha chiamato la sua devastante guerra aerea un “intervento umanitario”, una battaglia tra il bene e il male per fermare la pulizia etnica e far ritornare i kosovari albanesi alle loro case. Ma vista dall’interno del Kosovo, questa guerra non è mai apparsa così semplice e pura. E’ sembrato piuttosto come aver chiamato un idraulico per riparare una perdita ed averlo osservato allagare completamente la casa”. E’ anche a causa della presenza di Watson (e di un fotoreporter della Reuters) se la Nato ha dovuto ammettere il massacro del 14 aprile, quando oltre 80 profughi kosovari albanesi rimangono uccisi in ripetuti attacchi aerei (ben quattro incursioni a bassa quota, a distanza di tempo una dall’altra, e non l’errore di un singolo pilota). Nelle ore successive, i telegiornali mostrano servizi nei quali diversi presunti “profughi scampati al bombardamento” giurano di aver riconosciuto le insegne di Belgrado sui velivoli responsabili della carneficina. Ma in seguito alle immagini diffuse dall’inviato della Reuters e alle descrizioni inviate da Watson, la Nato ammetterà “il tragico errore”. Resta solo da chiarire un punto: i testimoni erano vittime di psicosi collettiva o avevano ricevuto l’ordine di dichiarare il falso? E’ assolutamente impossibile confondere i colori yugoslavi dalle insegne statunitensi che spiccano su ali e timoni di coda. Comunque fosse, rappresentano un esempio da tenere sempre bene in mente, quando assistiamo a certe “accuse irrefutabili di testimoni oculari”.
Qualche mese dopo la fine dell’intervento “umanitario”, persino le tanto sbandierate fosse comuni hanno subìto un drastico ridimensionamento. Nessuno potrebbe mai negare la ferocia dei paramilitari serbi – fermo restando, come ha affermato persino una funzionaria dell’Osce, che questi si sono scatenati dopo l’inizio degli attacchi Nato, e non prima, a riprova che l’incolumità dei kosovari albanesi è stata solo un pretesto per altri scopi – ma le famose foto satellitari di presunte sepolture di massa, sono risultate altrettante montature false a uso e consumo della propaganda. Durante il conflitto la Nato ha diffuso la spaventosa cifra di 10.000 civili uccisi dai serbi: calata l’attenzione dei media, risulteranno essere circa duemila, dei quali la maggior parte combattenti dell’Uck, mandati allo sbaraglio dai loro comandi per ottenere maggiori riconoscimenti sul campo, e resta inoltre impossibile quantificare quanti civili albanesi siano stati uccisi dall’Uck perché considerati “collaborazionisti”. Il 17 ottobre 1999 la Fondazione Stratford, un centro di studi strategici di Austin, Texas, ha emesso un approfondito rapporto in cui tra l’altro si legge: “Nel caso che gli Stati Uniti e la Nato si fossero sbagliati (sulla cifra di 10.000 vittime) i governi dell’Alleanza che, come quello italiano e quello tedesco, hanno dovuto a suo tempo fronteggiare pesanti critiche, potrebbero venirsi a trovare in difficoltà. Ci saranno molte conseguenze qualora risultasse che le dichiarazioni della Nato riguardo le atrocità commesse dai serbi erano largamente false”. Sembra che il problema non sussista: sono ormai trascorsi diversi anni senza la benché minima “difficoltà” nel digerire e dimenticare qualsiasi falsità ingoiata.
Poi, avremmo assistito a una capillare pulizia etnica, stavolta davvero totale: a parte i serbi, anche turchi, montenegrini, croati, goran, rom ed ebrei hanno dovuto lasciare il Kosovo, cacciati a forza di stragi e distruzioni sistematiche. Una pagina del tutto taciuta dall’informazione globale è quella che riguarda il dramma della comunità ebraica di Pristina. Jared Israel, del Brecht Forum di New York, ha intervistato Cedda Prlincevic, presidente della comunità, scampato al pogrom scatenatosi con l’ingresso della Kfor – cioè dei “liberatori” – e rifugiatosi prima in Macedonia e quindi a Belgrado grazie all’aiuto di un amico israeliano, Eliz Viza, e del presidente della comunità ebraica di Skopje. Riporto alcuni stralci delle sue dichiarazioni. “Sono successe cose orribili. Ma i serbi come popolo, come nazione dall’inizio della loro storia fino a oggi non hanno commesso atrocità né genocidi. Ci sono stati individui che hanno compiuto atti che non avrebbero dovuto compiere. Ma qualcuno sta sfruttando questo, lo sta esagerando: il popolo serbo non aveva problemi con gli albanesi del Kosovo. Si sono aiutati a vicenda, specialmente nell’ultimo periodo. Ma appena sono entrate le truppe Kfor e il confine è stato aperto alla Macedonia e all’Albania, sono arrivati moltissimi albanesi da fuori e si è creata un’enorme confusione, con molte uccisioni. Durante i bombardamenti nei luoghi dove viveva la gente comune non si sono verificati massacri commessi dalla popolazione locale. Anzi, spesso erano gli stessi serbi a difendere gli albanesi dalle milizie paramilitari. (…) Poi, con la ritirata dell’esercito, c’erano gruppi paramilitari da entrambe le parti, allora la situazione è diventata sporca. Prima, non si verificavano eccidi. A Pristina ci rifugiavamo in cantina insieme con gli albanesi. Tutti insieme, rom, serbi, turchi, albanesi, ebrei, tutti inquilini dello stesso condominio. Stavamo tutti insieme. (…) Il pogrom è stato messo in atto dagli albanesi stranieri. Loro parlano una lingua diversa. Un altro dialetto. Non posso garantire al cento per cento che siano soltanto gli albanesi d’Albania a farlo, ma non ho visto neppure un albanese di Pristina compiere una vendetta contro un vicino di casa. (…) Noi non siamo stati cacciati dagli albanesi di Pristina, ma da quelli venuti dall’Albania. E’ la stessa gente che alcuni anni fa dimostrava in Albania e che stava demolendo l’intero paese. Adesso, sono venuti in Kosovo. Nessuno li sta fermando. La Kfor è lì, vede tutto e permette di fare ciò che hanno fatto. La popolazione si aspettava davvero protezione dalle truppe Kfor. Ma invece di difendere la popolazione, sono rimasti a guardare, e tra giugno e luglio almeno trecentomila abitanti non albanesi hanno dovuto lasciare il Kosovo. Persino molti kosovari albanesi hanno avuto grossi problemi, non solo chi era contrario al separatismo, ma persino chi si è limitato a non sostenerlo”. C’è una domanda su cui Cedda Prlincevic sembra reticente, quasi imbarazzato, tanto che Jared Israel gliela pone più volte: riguarda le notizie della stampa sulle atrocità compiute dall’esercito yugoslavo contro gli albanesi durante i bombardamenti. Infine, il presidente della comunità ebraica dice: “Anche se ne parlassi, nessuno ormai si fida più dei serbi. Persino se affermassi che non è accaduto, nessuno crederebbe ai serbi. E se un ebreo di Pristina dicesse che questa accusa è falsa, sarebbe molto difficile per lui essere creduto.”
La guerra in Kosovo ha colpito quasi esclusivamente i civili – si calcola che siano soltanto 13 (tredici!) i carri armati serbi distrutti dalla Nato, mentre oltre duemila i civili uccisi dai bombardamenti. Ma questo bilancio, per quanto spaventoso, è poca cosa al confronto delle conseguenze terrificanti che si verificheranno negli anni a venire, e che colpiranno le future generazioni per decenni e forse per secoli. Perché la guerra “umanitaria” in Kosovo non è stata assolutamente di tipo “convenzionale”, cioè con l’uso di armi “previste” dalla Convenzione di Ginevra, bensì chimico-nucleare. Infatti, come in Irak, anche contro la Serbia – e sul territorio kosovaro, cioè quello che si diceva di voler “liberare” – sono stati impiegati proiettili e missili con testate all’uranio cosiddetto “impoverito” (Depleted Uranium), ottenuti rifondendo le scorie delle centrali nucleari. Solo in seguito a una precisa richiesta dell’Onu, la Nato ha ammesso – il 7 febbraio 2000, in una breve lettera del segretario generale George Robertson a Kofi Annan – di aver lanciato durante il conflitto almeno 31.000 (trentunomila) proiettili all’uranio, senza però specificare che le ogive dei missili Tomahawk sono anch’esse a base di Depleted Uranium. Soltanto lungo la strada che collega Pec a Prizren, dove attualmente sono dislocati i militari italiani della Kfor, si calcola in oltre dieci tonnellate il quantitativo di uranio lanciato sul terreno. Per gli Stati Uniti, che si ritrovano con almeno 500.000 tonnellate di scorie radioattive da smaltire dalle proprie centrali nucleari, il riciclaggio sotto forma di proiettili e testate di missili è un doppio business: si “distribuiscono” all’estero rifiuti altrimenti costosissimi da stoccare e isolare, e si ottiene un’arma letale, infinitamente più efficace delle munizioni convenzionali. Infatti, un proiettile all’uranio, che pesa il doppio del piombo ma è estremamente più denso e duro, all’impatto con la corazza di un mezzo blindato brucia ad altissima temperatura fondendo qualsiasi metallo, e incenerisce all’istante gli occupanti chiusi all’interno. Bruciando, l’uranio si trasforma in finissime particelle di ossido radioattivo, che si spargono nell’atmosfera e quindi ricadono al suolo. Ogni particella inalata crea cellule cancerogene nei polmoni e nel sangue, successivamente, sotto forma di polvere impalpabile, penetra nelle falde acquifere ed entra nel ciclo alimentare. E’ stato calcolato che ogni missile Tomahawk con testata all’uranio può causare in media 1620 casi di tumore nella popolazione che vive intorno al punto in cui è esploso. Un volontario di una ONG italiana ha prelevato nel gennaio del 2000 un campione di terra nella città di Novi Sad e lo ha fatto analizzare al suo rientro in Italia: ne è risultata una radioattività da isotopo 238 – quello presente nel Depleted Uranium a uso bellico – addirittura 1000 (mille!) volte superiore al limite considerato accettabile per gli esseri umani. Oggi sono ormai novantamila i veterani della guerra contro l’Irak del 1991 che, per l’esposizione alle polveri di ossido di uranio provocate dal lancio di proiettili anticarro e missili antibunker, accusano sintomi riconducibili alla cosiddetta “Sindrome del Golfo”: molti sono già deceduti per leucemia, tumori linfatici e polmonari, i loro figli sono nati con gravissime malformazioni, mentre un gran numero di sopravvissuti è costretto a un’esistenza enormemente pregiudicata, con costanti dolori alle ossa, nausea, vertigini e stanchezza spossante. Dato che gli effetti per l’inalazione e l’ingestione di ossido di uranio si manifestano nel medio e lungo periodo, tra qualche anno avremo un lungo elenco di militari della Kfor che denunceranno i propri governi chiedendo un risarcimento (si registrano già diversi casi di militari italiani morti di leucemia dopo essere stati inviati in Bosnia, tra il novembre del ’98 e l’aprile del ’99, in una zona contaminata da proiettili all’uranio). Ma la popolazione serba e kosovara, i bambini che nasceranno deformi, le madri condannate al cancro, gli operai delle fabbriche distrutte che per primi hanno tentato di ricostruirle esponendosi alla contaminazione, i contadini kosovari “liberati” che avranno ingerito acqua e cibi tossici a loro insaputa, tutte le vittime innocenti di questa “guerra umanitaria”, a chi chiederanno un risarcimento? E in quali ospedali potranno sperare di farsi curare, e con quali medicine, in un paese devastato dalle bombe prima e stremato poi dall’embargo, o in un Kosovo governato dalla mafia del narcotraffico?
Infine, l’Italia sopporterà il peso più oneroso tra i paesi che hanno partecipato a questa sciagurata alleanza. Oltre all’inquinamento ambientale che ci colpirà nel lungo periodo – prima toccherà agli altri paesi balcanici e alla Grecia, dove già si registrano impennate nei tassi di radioattività – l’Adriatico è infestato di ordigni pericolosissimi, le famigerate cluster-bombs a frammentazione, ufficialmente vietate dalla Convenzione di Ginevra e successivamente da quella di Ottawa. Le cluster-bombs sono micidiali ordigni che esplodono al contatto con il terreno solo parzialmente, infatti si calcola che circa il 30 per cento rimane inesploso ma attivo, pronto a deflagrare appena il singolo cilindro – poco più grande di due lattine di birra – viene rimosso. Decine di migliaia, forse centinaia di migliaia di cluster-bombs (ogni singolo contenitore a forma di serbatoio subalare ne racchiude circa duecento) sono state sganciate in mare dagli aerei della Nato al rientro dalle missioni, su preciso ordine dei comandi per “questioni di sicurezza” (evitando di atterrare negli aeroporti con quel carico potenzialmente devastante). Non passa mese senza che i pescatori del Veneto, della Romagna, delle Marche, della Puglia, di tutte le regioni costiere, ne segnalino la presenza tra le reti tirate in secco, e sono già diversi i feriti gravi per le esplosioni avvenute a bordo o poco distante dai pescherecci. E la Nato continua a rifiutarsi di indicare con precisione i punti in cui sono state sganciate. In effetti, nelle migliaia di incursioni aeree effettuate, risulta ormai impossibile stabilire dove e quante siano, le cluster-bombs finite sul fondo del mare divenuto tra i più inquinati al mondo, nelle cui acque, tra l’altro, riposa ancora l’intero carico in bidoni di gas nervino di una nave statunitense affondata dai tedeschi nei pressi del porto di Bari (ufficialmente non dovrebbe esistere, perché “ufficialmente” gli Alleati non hanno usato gas nervino nella Seconda guerra mondiale…).
Bufale belliche: il caso Kosovo – Pino Cacucci

I crimini NATO in Kosovo

di Antonella Randazzo per www.disinformazione.it – 2 marzo 2007
Autrice del libro “DITTATURE: LA STORIA OCCULTA

Nel 1999, la Nato bombardò le apparecchiature di trasmissione televisiva della Jugoslavia, accusandole di essere “macchine della menzogna”, uccidendo 16 persone. In realtà ciò avveniva per evitare la smentita delle notizie menzognere che venivano date in Occidente. Si trattava di impedire che la Jugoslavia fornisse la sua versione dei fatti, assai diversa da quella che veniva riferita dai nostri media.
Dalla fine del 1989, la Cnn e altre Tv occidentali, mandavano in onda con frequenza filmati di presunte stragi di civili attuate dai serbi. Venivano trasmesse diverse parti del filmato, che mostravano cadaveri accatastati. Le parti sempre diverse dello stesso filmato davano l’idea che i serbi stessero attuando un genocidio, e inducevano a credere che la Nato dovesse intervenire per impedirlo.

I giornalisti occidentali ripetevano acriticamente le notizie che arrivavano dalle agenzie. Il nuovo Hitler era Slobodan Milosevic, e si doveva credere nell’umanità e nell’altruismo delle autorità dei governi dei paesi della Nato, come fossero filantropi disinteressati. Giornali come il Wall Street Journal e il New York Times scrivevano che “il regime di Milosevic stava tentando di sradicare un intero popolo”.[1]

In realtà, Milosevic, assediato dalle forze militari delle autorità occidentali, aveva presentato due possibili piani di pace, per evitare ulteriori distruzioni. Egli aveva comunicato che : (sebbene) “il Parlamento serbo non avesse accettato la presenza di forze militari straniere in Kosovo e Metohjia”[2] intendeva discutere un accordo politico sull’autogoverno nella regione del Kosovo. I tentativi di pace della Repubblica Federale Jugoslava passarono sotto silenzio e venne propagandata la realtà opposta. I giornali occidentali, come il New York Times scrivevano: “il rifiuto di Milosevich di accettare o addirittura discutere un piano di pace internazionale (l’accordo di Rambouillet) è il fattore che ha fatto scattare i bombardamenti Nato del 24 marzo”.

Le autorità europee e statunitensi avevano imposto a Milosevic i negoziati di Rambouillet, in cui si proponevano condizioni inaccettabili, per scatenare la guerra. Si imponeva l’occupazione militare della Nato sulla Federazione Serba. Lo stesso Henry Kissinger dichiarò che: “Il testo di Rambouillet, che chiedeva alla Serbia di ammettere truppe Nato in tutta la Jugoslavia era una provocazione, una scusa per iniziare il bombardamento. Rambouillet non è un documento che un Serbo angelico avrebbe potuto accettare. Era un pessimo documento diplomatico che non avrebbe dovuto essere presentato in quella forma”.[3] La conferenza di Rambouillet iniziò il 6 febbraio 1999 e si concluse il 23 febbraio. Venne riaperta il 15 marzo a Parigi e si chiuse il 18 marzo con la sola firma della delegazione kosovara albanese.
Dal 24 marzo le forze aeree della Nato, comandate dagli Usa, iniziarono a distruggere la Repubblica Federale Jugoslava. Il 3 giugno Milosevic si arrese. L’intervento Nato veniva giustificato con la presunta esistenza di profughi kosovari che fuggivano dai serbi. Ma in realtà, come spiega Noam Chomsky:

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) ha dato notizia dei primi profughi recensiti fuori dal Kosovo (quattromila) il 27 marzo, tre giorni dopo l’inizio dei bombardamenti. Il loro numero non ha fatto che crescere fino al 4 giugno, raggiungendo un totale valutato intorno alle 670 mila unità nei paesi confinanti (Albania e Macedonia), a cui si aggiungono 70 mila profughi nel Montenegro (all’interno della RFY) e 75 mila rifugiati in altri paesi. Queste cifre, purtroppo ben note, non tengono conto delle migliaia di persone disperse all’interno del Kosovo: due o trecento mila secondo la Nato prima dei bombardamenti, molte di più dopo. E’ indiscutibile che la “grande guerra aerea” ha fatto precipitare la situazione in una drammatica escalation di pulizia etnica e altre atrocità.[4]

Per 78 giorni la Nato mise a ferro e fuoco il Kosovo. Il presunto genocidio dei serbi faceva apparire l’intervento Nato come provvidenziale per fermare i crimini dei serbi, e permetteva che si commettessero impunemente una serie di crimini contro i civili kosovari e serbi.
I serbi subirono almeno 600 raid aerei al giorno. Il numero delle vittime civili fu enorme. Morirono almeno 250.000 serbi e albanesi.
Si prometteva di colpire “esclusivamente obiettivi militari”, come affermavano rassicuranti il comandate in capo Nato Havier Solana e il generale americano Wesley Clark. Ma la realtà era assai diversa. Saranno bombardate le emittenti Tv e le centrali elettriche, oltre a numerosi agglomerati civili. Lo stesso presidente francese Jacques Chirac rivolgerà un messaggio sarcastico al generale americano: “bisogna ringraziarlo (Clark) per il fatto che sul Danubio c’è ancora un ponte integro”.[5]

Le operazioni della Nato contro la Jugoslavia videro diversi scontri e divergenze interne ai paesi della Nato. In particolare, i tedeschi si scontrarono più volte con gli americani. La Nato sarebbe entrata in crisi se, nel giugno del 1999, Milosevic non si fosse arreso. In una trasmissione della Bbc, il diplomatico americano Strobe Talbott disse che se Milosevic non si fosse ritirato dal Kosovo “avremmo proseguito con i bombardamenti. Sarebbe stato sempre più difficile governare le tensioni nei rapporti tra la NATO e la Russia. Ritengo che per gli alleati sarebbe stato sempre più difficile anche solo conservare la reciproca solidarietà e la decisione nell’agire. Non penso che sarebbe stato possibile, in tal caso, risolvere il problema in alcuni giorni e ritengo una fortuna che il conflitto sia terminato nel modo che abbiamo visto e nelle condizioni che abbiamo visto”.[6]

Secondo Talbott, ci poteva essere uno scontro fra le truppe russe e le forze Nato. Gli statunitensi furono molto innervositi per la presa di controllo dei russi a Pristina, e le cose sarebbero potute precipitare. Osserva Talbott: “Non vedo a chi avrebbe potuto portare qualcosa di buono, con la possibile eccezione del presidente Milosevic, che probabilmente ha riso di cuore guardando la scena da Belgrado”.[7]
Dopo l’occupazione del Kosovo, le divisioni fra paesi Nato riguardarono il futuro assetto del paese. Gli Usa volevano l’indipendenza degli albanesi, mentre la Germania e la Francia erano contrarie.

I generali americani faticarono ad imporre la loro linea di azione, basata sui bombardamenti e le distruzioni indiscriminate. Per questi contrasti, le autorità Usa, negli ultimi anni, hanno potenziato l’esercito dell’Onu, che oltre ad avere il vantaggio di apparire come “esercito di pace”, permette agli americani di imporre la loro linea di azione crudele e altamente distruttiva.
Il ministro degli esteri di Cuba, Felipe Perez Roque, aveva capito chi davvero stava commettendo un genocidio. Il 2 giugno del 1999, dichiarò che la Nato stava commettendo “un vero genocidio da punire in modo esemplare” e che “il Segretario Solana dovrebbe essere processato da un Tribunale internazionale come criminale di guerra in rappresentanza di tutti i colpevoli”.[8]

I capi di governo dei paesi aggressori, Bill Clinton, Gerhard Schroeder, Tony Blair e altri, utilizzarono i media per convincere che si trattava di una guerra con finalità umanitarie, nascondendo i propri crimini e mettendo in evidenza il presunto genocidio serbo. Si gridava che i morti sarebbero stati 100.000, poi salirono addirittura a 500.000. Ad alcune persone venne dato l’incarico di trovare le fosse comuni, perché questi morti nessuno li aveva visti.
La propaganda occidentale riproponeva il mito della “guerra giusta” contro il nemico malvagio. Le notizie erano martellanti e al tempo incongruenti. Le stime della persone uccise dalla Nato non venivano date (come accade anche oggi) e si rivendicava come giusta un’aggressione brutale attuata in spregio al diritto internazionale.

La guerra era stata scatenata dai bombardamenti Nato e, prima ancora, dalla formazione dell’Uck, un gruppo di combattenti collegato alla Nato, che era stato assoldato per fare in modo che i serbi entrassero in guerra. Occorreva che la Serbia intervenisse nel Kosovo, cosicché la Nato potesse giustificare i bombardamenti e i massacri contro i civili.
Dagli anni Novanta, le politiche dei paesi della Nato avevano provocato la disintegrazione della Jugoslavia e fomentato gli odi etnici. Già alla fine degli anni Ottanta, la Germania e gli Stati Uniti avevano diffuso l’idea propagandistica di “proteggere le minoranze”, ma si trattava in realtà di mettere le etnie le une contro le altre.
Le notizie che venivano date in Occidente provocavano stupore e raccapriccio, e non si capiva perché, dopo tanti anni, le etnie della Jugoslavia stessero lottando fra loro in maniera così feroce, e come mai la Serbia fosse diventata improvvisamente così malvagia da voler sterminare intere etnie.

Dopo l’aggressione, il Kosovo diventò di proprietà della Nato, in particolare delle autorità americane, che avevano organizzato e diretto l’intera operazione. Le gigantografie del ritratto di Clinton sorridente erano state affisse praticamente ovunque, ad indicare chi sarebbe stato la nuova autorità.
L’attacco al Kosovo era il capitolo finale della devastazione che la Jugoslavia subiva dall’inizio degli anni Novanta. La destabilizzazione aveva preso inizio quando, nel corso degli anni Ottanta, la Repubblica Federativa e Socialista di Jugoslavia (RFSJ) subì fortissime pressioni         dal Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Nel 1990, il premier Mihailo Markovic cedette alle pressioni ma ottenne effetti molto negativi. La popolazione, impoverita, si oppose ad ulteriori riforme di tipo neoliberistico. Le potenze occidentali tentarono la carta dei micronazionalismi. Finanziarono i gruppi nazionalisti per creare scontri fra questi gruppi e le politiche centralistiche dei socialisti serbi. Se non potevano piegare il governo jugoslavo, allora gli mettevano contro le rivendicazioni autonomiste di alcune regioni, per scatenare la guerra e ottenere la dissoluzione del paese. Venne erogato molto denaro alle regioni secessioniste. Nell’ottobre del 1990, la Croazia ottenne dal Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM) due miliardi di dollari.

Il 5 novembre del 1990, il Congresso americano approvò la legge 101/513, che decretava la dissoluzione della Jugoslavia mediante il finanziamento diretto di diverse formazioni nazionaliste e secessioniste.[9] Nello stesso mese, venne redatto un rapporto della Cia che prevedeva la dissoluzione della Jugoslavia nel giro di pochi mesi.
Le potenze occidentali assoldarono gruppi armati per seminare divisioni e terrore. Iniziarono a risvegliare gli odi etnici e crearono situazioni di scontro fra i diversi gruppi.
I media occidentali davano notizie false o esagerate sulle operazioni serbe contro questi gruppi. Ad esempio nel giugno 1991, venne data la falsa notizia del bombardamento di Ljubljana. Soltanto anni dopo, l’allora Ministro degli Esteri italiano Gianni De Michelis confesserà alla rivista Limes che effettivamente c’era una campagna disinformativa, senza precisare da chi partisse.

L’esercito serbo appariva nei media crudele e criminale. Non si faceva menzione del progetto americano di distruzione della Jugoslavia, e dei gruppi armati assoldati dall’Occidente.
Dal dicembre 1991, venne applicato alla Jugoslavia il vecchio principio divide et impera. Dividere la Jugoslavia risultava l’unico modo per controllarla.
La Croazia e la Slovenia , regioni industrializzate e con un tenore di vita più alto, credevano che l’autonomia li avrebbe rese più ricche, ma in realtà la guerra preparata da Washington aveva lo scopo di distruggere economicamente e politicamente tutte le regioni della ex Jugoslavia. Ciò era stato dichiarato dallo stesso Vicepresidente della Banca Mondiale, Willi Wapenhans: “Secondo la nostra opinione non sussiste alcun dubbio sul fatto che nessuna delle parti componenti la Jugoslavia trarrà profitto dallo sfascio della Jugoslavia o della sua economia nel breve e medio periodo”.[10]

L’8 luglio del 1991, la Slovenia venne riconosciuta indipendente. Nel dicembre dello stesso anno, la Croazia proclamò la sua indipendenza, immediatamente riconosciuta dalle autorità occidentali. Nel febbraio del 1992, la Bosnia ottenne l’indipendenza dopo un referendum.
Il 7-8 aprile 1992, i serbi formarono la Repubblica Serba di Bosnia, che comprenderà i territori a maggioranza serba (il 65% del territorio). Il 27 aprile 1992, Serbia e Montenegro costituirono la nuova Federazione Jugoslava.
Per scatenare l’opinione pubblica contro i serbi, le autorità occidentali organizzarono diverse azioni terroristiche. Ad esempio, il 27 maggio del 1992, avvenne una strage a Sarajevo. Alcune persone in fila per il pane vennero uccise da un colpo di mortaio. Si trovavano già lì le telecamere pronte a filmare il fatto e a trasmetterlo nei media occidentali, per dare ad intendere che i serbi erano criminali senza pietà. Ciò sarebbe servito a fare in modo che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvasse una risoluzione di condanna contro la Jugoslavia , e la risoluzione n. 757, che imponeva sanzioni economiche contro la Federazione Jugoslava.

Dopo qualche tempo si saprà che i responsabili della strage di Sarajevo e di altri crimini erano i gruppi dell’estremismo musulmano formati e finanziati da Washington.
Dal luglio del 1992, le autorità Usa iniziarono una serie di strategie per rovesciare il governo della Repubblica Federale di Jugoslavia. Tentarono di insediare Milan Panic, che prese soltanto il 34% dei voti, mentre Slobodan Milosevic vinse con il 56%. Salito al potere Bill Clinton, iniziarono le operazioni militari. Nel dicembre del 1992, il “Defence and Foreign Affairs Strategic Policy” fece un elenco delle armi leggere e pesanti (60 panzer) date alla Croazia da parte tedesca.

Le autorità occidentali, attraverso i servizi segreti, organizzarono altri attentati terroristici a Sarajevo. Il 5 febbraio 1994 organizzarono una prima strage a Markale, la piazza del mercato di Sarajevo. La seconda avverrà il 28 agosto 1995.
Nel 1995, arrivarono in Jugoslavia 60.000 uomini delle truppe di terra della Nato, con carri armati e artiglieria, che si aggiungevano agli altri già impegnati nei paesi limitrofi, per un totale di 200.000 uomini. La propaganda diceva che si doveva “stabilizzare”, ma in realtà il motivo era l’opposto: “destabilizzare” e far crollare la Repubblica Federale Jugoslava.

L’Italia dette l’autorizzazione alla Nato a far partire i bombardieri da Aviano (Friuli-Venezia Giulia) e da altri basi. Il governo D’Alema, pur sapendo che si trattava di un intervento militare offensivo, autorizzò l’uso dello spazio aereo italiano, e partecipò all’occupazione del Kosovo a partire dal 12 giugno 1999, con un contingente di 2.287 uomini della Brigata “Garibaldi”.
Daniele Scaglione, presidente della sezione italiana di Amnesty International, in piena guerra, organizzò l’invio, all’allora presidente del consiglio D’Alema, di 120.000 cartoline che denunciavano i crimini contro i civili jugoslavi e chiedevano il ripristino del rispetto dei diritti umani. D’Alema non rispose.[11]
I nostri militari fanno ancora parte delle truppe d’occupazione del Kosovo. In qualità di Ministro degli Esteri, D’Alema, ancora oggi, ritiene che l’aggressione Nato sia stata fatta “per salvare i profughi e fermare la pulizia etnica di Milosevic”.[12]

I gruppi terroristici assoldati dagli Usa in Kosovo furono capeggiati dal saudita Abdul Aziz, già combattente in Afghanistan, e da altri strani personaggi.[13] Il 1° maggio del 1995, le truppe croate, armate dalle autorità occidentali, invasero parte del territorio della Repubblica Serba di Krajina. Nello stesso mese le truppe musulmane attaccarono su diversi fronti. Le milizie musulmane avevano già distrutto almeno 30 villaggi serbi. Nell’agosto del 1995, l ‘esercito croato attaccò le zone della Croazia sotto il controllo serbo e costrinse l’intera popolazione (170.000 persone) a fuggire. Le autorità Usa, per distruggere la Jugoslavia , utilizzarono anche milizie private del Military Professional Resources Inc.

Nel settembre del 1995, la Nato colpì i serbi di Bosnia, utilizzando anche proiettili all’uranio impoverito.
Dal 1997 venne rafforzato il movimento separatista kosovaro-albanese, per coinvolgere il Kosovo nel conflitto. Si preparò un “caso”, per ingannare l’opinione pubblica occidentale. Nell’agosto del 1998, il giornalista tedesco Erich Rathfelder diffuse la falsa notizia di una strage, a Orahovac, di 567 albanesi del Kosovo, dei quali 430 erano bambini. Questa notizia doveva servire a convincere della necessità di intervento in Kosovo, per bloccare i presunti crimini serbi.

Le autorità occidentali armarono i secessionisti panalbanesi e scatenarono centinaia di attacchi terroristici, che uccisero almeno 141 persone e ne ferirono 305. Venne finanziato l’Uck (Ushtria Çlirimtare e Kosovës o Kla, Kosovo Liberation Army), un gruppo formato dai servizi segreti occidentali per innescare una guerra a bassa intensità contro la Repubblica Federale di Jugoslavia. Dal 1996, l ‘Uck attuò attentati terroristici contro cittadini serbi e contro la Repubblica Jugoslava.
William Walker, noto per il caso Iran-contras e per la creazione degli squadroni della morte in Salvador, preparò uno spettacolo macabro di cadaveri ammucchiati per far vedere i “civili inermi” uccisi dai serbi. In realtà i cadaveri erano         guerriglieri dell’Uck.

Le autorità occidentali organizzarono persino un falso negoziato con la delegazione albanese-kosovara, (che fu rappresentata dall’Uck). L’accordo firmato prevedeva un referendum per l’indipendenza e l’occupazione militare delle truppe Nato.
La Nato agiva per sottomettere tutte le regioni della ex Jugoslavia al nuovo assetto neoliberista, dominato dalle regole criminali del Fondo Monetario Internazionale, che mirano a rendere tutti i paesi dipendenti da un’unica élite economico-finanziaria.

Alcuni mesi dopo la fine della guerra, diversi giornalisti sollevarono la questione del presunto genocidio serbo in Kosovo. Il 20 ottobre del 1999, Paolo Soldini de L’Unità si chiedeva “quanti Kosovari di etnia albanese siano stati effettivamente uccisi dai Serbi durante la guerra” e riferiva la stima di 11.000 vittime, fatta dall’esponente dell’Onu Bernard Kouchnner. Quest’ultimo citava come fonte il Tribunale per i crimini nella ex Jugoslavia. Il Tribunale però smentiva e Soldini osservava che in Kosovo 62 agenti dell’Fbi stavano indagando e avevano trovato soltanto alcune fosse comuni con 200 cadaveri. Conclude Soldini: “in nessuno dei luoghi teatro delle presunte stragi di cui si era dato notizia durante la guerra sono stati trovati cadaveri corrispondenti all’eccidio denunciato. Il più delle volte, anzi, non è stato trovato alcun corpo… A Pusto Selo dove i morti sarebbero 106 e dove gli investigatori non hanno trovato traccia delle presunte fosse comuni riprese dagli aerei Nato e mostrate alla tv…C’è poi il caso clamoroso di lzbica, il villaggio che tutto il mondo vide nelle riprese segrete di un profugo albanese; 130 uomini uccisi, neppure un corpo trovato”.

Nelle zone in cui si ebbero combattimenti dell’Uck, dopo l’intervento della Nato, furono trovati molti corpi di civili. I 78 giorni di bombardamenti della Nato hanno sicuramente ucciso migliaia di persone, anche se le stime esatte non vengono date. Si è trattato di un crimine contro la popolazione, ma soltanto l’idea di sottoporre un’indagine al Tribunale internazionale dell’Aia ha suscitato una violenta reazione del Pentagono, che si oppone fermamente alla formazione di un Tribunale Permanente Indipendente che possa indagare su soldati e comandanti americani in paesi stranieri.         Gli interventi americani, anche quando attuano genocidi, sono sempre spacciati per “umanitari”, e non possono essere giudicati da nessun tribunale.

Gli Usa hanno creato il Tribunale dell’Aia, per indagare soltanto sui crimini commessi dai loro nemici.
Oggi è emerso che in Jugoslavia la Nato ha commesso numerosi crimini contro la popolazione civile. Oltre ai bombardamenti a tappeto su tutto il territorio, ha utilizzato le cluster bombs e l’uranio impoverito.
I bombardamenti ad alta quota hanno provocato molti eccidi, anche di rifugiati civili durante il cammino. L’80% delle forze aeree della Nato in Jugoslavia erano americane, e nei bombardamenti non rispettarono nessuna regola di condotta militare, uccidendo indiscriminatamente molti civili.

In seguito all’occupazione da parte dell’élite occidentale (Amministrazione Onu e occupazione militare Kfor-Nato), il Kosovo è diventato un luogo senza legge, in cui i traffici illegali di droga e di esseri umani la fanno da padrone. L’eroina e la cocaina arrivano dall’Asia e dall’America Latina, e vengono diffuse in Europa. Per tenere sottomessa la popolazione sono state organizzate bande di terroristi wahabiti, come racconta lo studioso Dusan Janjic: “Potete andare al villaggio di Raskov, costruito con il denaro dell’Arabia Saudita, dove potete vedere combattenti, mujaheddin, insegnanti… come se fossimo in Afghanistan, ma di tutto questo la comunità internazionale non parla… io temo che adesso si vada verso una fase che assomiglia molto alla guerra in Afghanistan. Là hanno cacciato i russi con l’aiuto dei mujaheddin, qui cacciano i serbi e i russi con l’aiuto di cose simili e quando le cose vanno fuori controllo, poi ci si chiede dov’è Bin Laden… in Kosovo adesso si crea un nuovo Bin Laden”.[14] Di tanto in tanto avvengono attentati terroristici. Gli albanesi vengono aizzati contro i serbi, per mantenere lo stato di guerra a bassa intensità e continuare l’occupazione e il saccheggio.

I governi fantoccio del Kosovo promettono lavoro, energia elettrica (che viene fornita in modo intermittente) e benessere, ma i cittadini rimangono prigionieri in un sistema criminale. I kosovari sognano di entrare nell’Unione Europea, ma viene detto loro di non essere ancora “pronti”. I veri problemi, (l’economia devastata, la criminalità e l’occupazione militare) vengono insabbiati nel generico problema dell'”indipendenza” formale. Intanto fiorisce la corruzione, il mercato nero e il contrabbando. Il paese viene saccheggiato, come spiega Janjic: “L’Unione europea in Kosovo si sta comportando come l’Impero ottomano, che quando arrivò da noi prese il potere e iniziò a disporre delle proprietà della popolazione locale. I funzionari dell’UE si comportano letteralmente come occupatori che vendono le cose altrui. Non è certo un buon ingresso in UE. Perché esistono i proprietari privati, esistono paesi che hanno investito, c’è la Serbia che paga i debiti che sono stati contratti dal Kosovo, si parla di un miliardo e cinquecento milioni di dollari. Non è possibile che senza alcun documento firmato si dica che adesso tutto ciò non è valido… senza che venga avviato un vero processo di collaborazione regionale, di rinforzo della pace e della cooperazione, il Kosovo rimarrà in una sorta di virtuale fiaba balcanica, connotata da false promesse, grande povertà, enorme nervosismo e omicidi.[15]

Nel 2003, la situazione kosovara era diventata ancora più drammatica. Scriveva il Guardian del 9 settembre 2003: “A meno di trovare urgentemente come far fuoriuscire in maniera controllata la pressione che è andata aumentando in Kosovo fin dal 1999, vi è il pericolo che questo esploda ben presto”.
Nel 2006 si sono svolti a Vienna i nuovi negoziati tra il governo serbo e quello kosovaro, per definire lo status della regione del Kosovo.
Nello scorso gennaio, i paesi Nato hanno approvato il piano dell’inviato speciale dell’Onu, Marrti Ahtisaari su quello che dovrà essere lo statuto del Kosovo. In base a questo piano, l’indipendenza del Kosovo sarà soltanto formale, perché rimarrà la forza d’occupazione militare della Nato. La bozza del piano dice: “La comunità internazionale avrà un ruolo di supervisione e monitoraggio ed avrà tutti i poteri necessari per garantire un’effettiva ed efficace implementazione di quest’accordo… La Nato stabilirà una presenza militare internazionale”.[16]

In realtà in Kosovo non c’è alcuna condizione per una vera indipendenza. Il paese è militarmente occupato e saccheggiato.
Se, come avverte lo storico John Keegan, la distruzione della Jugoslavia         è stata “una vittoria non solo della guerra aerea ma del Nuovo ordine mondiale”, occorre diventare sempre più capaci di capire gli inganni dei media che ci inducono a vedere realtà che non esistono per giustificare guerre e massacri. Occorre saper capire la verità del sistema basato sul crimine e sulla guerra, per evitare di scambiare le vittime per i colpevoli. Non c’è un elemento che ci faccia sperare qualcosa di diverso per il futuro, se rimangono al potere quelle stesse persone che ci hanno ingannato in passato. Il loro metodo di inganno preferito è capovolgere la realtà, mistificarla a tal punto che soltanto il paradosso potrà rivelarla.

Antonella Randazzo ha scritto Roma Predona. Il colonialismo italiano in Africa, 1870-1943, (Kaos Edizioni, 2006); La Nuova Democrazia. Illusioni di civiltà nell’era dell’egemonia Usa (Zambon Editore 2007) e Dittature. La Storia Occulta (Edizione Il Nuovo Mondo, 2007).

[1] New York Times, 23 settembre 1999.
[2] Internazionale, anno 6, n. 288, 18/24 giugno 1999.
[3] Daily Telegraph, 28 giugno 1999.
[4] Internazionale, anno 6, n. 288, 18/24 giugno 1999.
[5] http://www.ecn.org/est/balcani
[6] http://www.ecn.org/est/balcani
[7] http://www.ecn.org/est/balcani
[8] http://coranet.radicalparty.org/pressreleases/press_release.php?func=detail&par=440
[9] A.A.V.V., Nato in the Balkans, IAC, New York 1998.
[10] Cit. Hochberger Hunno, “Sull’intervento della RFT nella guerra civile jugoslava – Alcune riflessioni sull’espressione ‘europa tedesca’”, in A. Meurer, H. Vollmer, H. Hochberger, Die Intervention der BRD in den jugoslawischen Bürgerkrieg. Hintergründe, Methoden, Ziele, GNN-Verlag, Colonia 1992, p. 31.
[11] Il manifesto, 8 giugno 2000.
[12] Il manifesto, 24 settembre 2006.
[13] La Repubblica , 27 novembre 1994.
[14] http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6329/1/45/
[15] http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6329/1/45/
[16] http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idart=7305


www.disinformazione.it

Preso da: http://disinformazione.it/crimini_nato_kosovo.htm

LA PERSECUZIONE DEI SERBI NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

1 gennaio 2016,

di Renzo Paternoster –
La storia dei serbi è costellata di lotte contro l’oppressione e l’assimilazione. Una sfida che nel corso della storia ha portato ai patimenti della schiavitù imposta dall’Impero Ottomano, poi all’ostilità criminale degli Ùstascia, per finire, alla controversa guerra scoppiata con la dissoluzione della Jugoslavia.
La storia della Serbia, e in particolare la storia del XX secolo, è scritta col sangue di un popolo maltrattato per motivi etnici, politici e religiosi. Un Paese da sempre crocevia degli interessi delle potenze mondiali e vittima dei regimi succedutesi nel tempo.
Tracce di primi insediamenti nell’attuale Serbia risalgono alla Preistoria. Nel X secolo l’Imperatore Costantino Porfirogenito nel De Administrando Imperio citava la “Servia” (si tratta di un artefatto dell’alfabeto cirillico, in cui la “b” in cirillico è tradotta in latino con “v”).
Organizzati in piccoli principati guidati da uno župan (giuppano), il popolo serbo subì tra il VII e il XII secolo il dominio dei grandi imperi vicini: prima i Bizantini, poi i bulgari di Simeone, poi di nuovo l’impero Bizantino. In questo periodo, tra tutte le entità territoriali serbe, due emersero politicamente: il principato di Zeta (o Zenta) e il principato di Raška, (traslitterato anche come Raschka o Rassa). Il primo è considerato antesignano del moderno Montenegro, il secondo è territorialmente e nazionalmente il nocciolo da cui, grazie al župan Stefano Nemanja (1117-1199), si svilupperà il regno di Serbia.
Tra l’871 e l’875 la Nazione serba si converte al Cristianesimo, anche grazie all’opera di rinnovamento spirituale dei missionari Cirillo e Metodio. Più tardi i sovrani serbi della famiglia Nemanja, cambiando politica verso l’esterno, convertono la nazione stabilmente all’Ortodossia con la creazione di una Chiesa autocefala.
Alla fine del 1400 le regioni serbe sono conquistate dagli ottomani. Da allora e fino alla formazione del Principato di Serbia (1830), il popolo serbo resta soggetto ai Turchi. Nonostante la severa dominazione ottomana, la società serba conserva la specifica individualità nazionale, assieme alla propria religione ortodossa. Nell’Età moderna, la Serbia è riconosciuta a livello internazionale dal Congresso di Berlino del 1878.
Dopo il primo conflitto mondiale, nel 1918 si forma il “Regno dei Serbi, Croati e Sloveni”, che comprende la Croazia, la Bosnia, l’Erzegovina, la Vojvodina, l’entroterra sloveno, la penisola dell’Istria, parte della Venezia Giulia e la Dalmazia. Si tratta di uno Stato molto debole, composto di elementi eterogenei e tante differenti realtà, prima fra tutte la religione. Questa unione politica “strana” nasce dai timori della Croazia e della Slovenia di perdere i propri territori in favore dell’Italia, vincitrice della guerra mondiale. La nuova entità politica è posta sotto la dinastia regnante serba del principe Alessandro Karađorđević. A seguito di dissidi politici interni tra croati e serbi, e dopo l’uccisione di Stjepan Radić, leader del Partito Contadino Croato, ferito mortalmente il 20 giugno 1928 da un deputato montenegrino, durante una seduta del Parlamento del Regno, il reggente Alessandro Karađorđević sospende la Costituzione e il Parlamento, mette al bando i partiti nazionali, dichiara decaduto il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e proclama la nascita del Regno di Jugoslavia. Alessandro suddivide il territorio a tavolino, creando dei distretti (banovine), senza dunque tener conto delle differenze nazionali. In questo modo pensa di superare le distinzioni tra i popoli che compongono il nuovo Regno. Questo scontenta i nazionalisti croati, che si organizzano in un movimento indipendentista, la “Organizzazione Rivoluzionaria Croata Ùstascia” (Ustaša – Hrvatska revolucionarna organizacija). Il termine “ùstascia” (in croato ustaša) proviene dal verbo ustati o ustajati che significa “insorgere, risvegliare”.
Belgrado dopo i bombardamenti dell'aprile 1941

Belgrado dopo i bombardamenti dell’aprile 1941

Mentre in Europa la Germania di Hitler inizia a disgregare militarmente il vecchio ordine politico, il Regno di Jugoslavia, attraverso il principe reggente Pavle (Paolo) Karađorđević, firma l’adesione al Patto Tripartito (25 marzo 1941). In verità, in un incontro segreto tra Hitler e il principe Paolo, tenutosi a Berchtesgaden il 4 marzo, il reggente jugoslavo aveva vincolato l’adesione al Patto Tripartito alla promessa del Führer di non invadere il Regno di Jugoslavia.
Quando arriva a Belgrado la notizia che il reggente ha firmato un’alleanza con Hitler e Mussolini, scoppia una rivolta e i militari serbi revocano l’adesione al Patto. Pochi giorni dopo, un colpo di stato da parte di vertici militari serbi, guidati dal cugino di Paolo, Pietro II, mettono fine alla reggenza del principe Karađorđević. Hitler prende come un affronto personale la rivolta contro il principe reggente Paolo. Non solo. Il colpo di stato fa saltare l’inizio dell’“Operazione Barbarossa”, il programma d’invasione nazista dell’URSS previsto originariamente per il 15 maggio 1941. La reazione tedesca si concretizza nell’operazione “Castigo”, consistente nell’invasione nazista dei Balcani. La conquista del regno di Jugoslavia comincia con un bombardamento a tappeto sulla città di Belgrado la mattina del 6 aprile 1941. In breve tempo – solamente undici giorni – l’esercito nazista conquista la Jugoslavia. Il Regno è del tutto smembrato: gli italiani prendono parte della Slovenia (provincia di Lubiana), della costa dalmata della Croazia e il Kosovo del Sud, i tedeschi occupano due terzi della Slovenia e larga parte della Serbia, compreso il Nord del Kossovo, l’Ungheria incorpora parte delle Vojvodina e della Slavonia, la Bulgaria si impadronisce della Macedonia. Ciò che resta diventa Stato Indipendente di Croazia (in croato Nezavisna Država Hrvatska). Proclamato il 10 aprile 1941, questa nuova entità politica comprende la Croazia, senza l’Istria e la Dalmazia, tutta la Bosnia-Erzegovina e una parte della Vojvodina (Sirmie). Il controllo del nuovo Stato croato è subappaltato in favore della “Organizzazione Rivoluzionaria Croata Ùstascia”, guidata da Ante Pavelić, ex deputato al Parlamento nazionale di Belgrado nel 1927, che assume il titolo di Poglavnik (condottiero, duce).
Per il popolo serbo inizia un pietoso calvario che si protrae per tutta la guerra.
Il regime italiano di occupazione è duro e crudele: molti partigiani e civili, specialmente quelli di origine serba, sono uccisi o internati in campi di concentramento. Ancora più dura è l’occupazione tedesca in Serbia, considerata dai nazisti abitata da un popolo di razza inferiore. Il governo collaborazionista albanese del Primo ministro Mustafà Kruja, invece, mette in pratica politiche atte a costringere i serbi a lasciare il Paese e a sterminare quelli che si rifiutavano di farlo. Nella regione della Vojvodina, che stata concessa da Hitler all’Ungheria, a occuparsi della persecuzione dei serbi (ma anche degli ebrei e degli zingari) sono soprattutto la minoranza tedesca locale (Volksdeutsche). La Croazia di Pavelić adotta brutali misure repressive sull’opposizione interna, con speciale “cura” per i serbi residenti nel Paese.
Junkers Ju 87 Stuka in volo sul Montenegro

Junkers Ju 87 Stuka in volo sul Montenegro
L’odio viscerale dei nazisti contro i serbi è palese sin dall’inizio dell’“Operazione Castigo”, come la chiamò furiosamente il Führer: ventiquattro ore di seguito di bombardamenti a tappeto da parte della Luftflotte 4 della Luftwaffe sulla città di Belgrado, con un bilancio drammatico di 17mila civili uccisi. Conquistata la Serbia, i nazisti si abbandonarono a spietati crimini contro i civili, con saccheggi, violenze sessuali, deportazioni ed esecuzioni sommarie.
Il Comando militare-amministrativo nazista in Serbia, guidato dall’ufficiale Harald Turner, che affiancava e controllava le autorità civili serbe collaborazioniste, da subito si preoccupa della “questione ebraica”, un problema collegato a quello partigiano serbo. All’inizio dell’invasione era già stato creato l’Einsatzgruppe der Sicherheitspolizei und des Sicherheitsdiensts für Serbien, unità operative militari addestrate per l’annientamento di ebrei, zingari e partigiani.
Proprio i partigiani, molto attivi fin dall’inizio dell’occupazione nazista, diventano un grosso problema per i nazisti. Per tagliare il sostegno dei civili serbi alla lotta partigiana, è creato dai nazisti un “Governo di salvezza nazionale serbo” (Vlada Nacionalnog Spasa Srbije), guidato dal generale serbo Milan Nedić, ex Ministro dell’Esercito e della Flotta nel Regno di Jugoslavia. Il governo è ovviamente sotto il comando militare tedesco. Nedić collabora con i nazisti, consentendo l’apertura di campi di concentramento, la creazione di una Gestapo serba e di una legione militare serba, la Serbisches SS-Freiwilligen Korps (Corpo di Volontari Serbi delle SS).
Nonostante questo, i serbi rispondono con una strenua resistenza, che scatena a sua volta feroci rappresaglie sulla popolazione civile. Nelle direttive del Capo di stato maggiore Wilhelm Keitel e del generale plenipotenziario per la Serbia Franz Böhme, si fissano precise quantità di persone arrestate da fucilare come rappresaglia: cento serbi per ogni tedesco ucciso e cinquanta per ogni ferito.
A ogni azione partigiana serba, dunque, corrisponde una smisurata reazione nazista. Una delle più sanguinose rappresaglie è portata a compimento nella città Kragujevac, nella Serbia centrale, tra il 20 e il 21 ottobre 1941. La ritorsione è decisa per gli attacchi partigiani nelle città di Čačak, Valjevo e Gornj Milanovac, che avevano causato la morte di dieci soldati tedeschi e il ferimento di altri ventisei: almeno cinquemila persone sono fucilate, ma nelle testimonianze a carico dei responsabili durante il processo di Norimberga si è parlato di almeno settemila e trecento vittime; altre diecimila sono arrestate.
Camion camera a gas utilizzato nel campo di Sajmište

Camion camera a gas utilizzato nel campo di Sajmište
La politica concentrazionaria adottata dai nazisti nell’Europa centrale, è ripresa anche nei territori balcanici occupati. In Serbia si aprono così numerosi campi di concentramento e di sterminio per ebrei, rom e serbi. Tra questi i campi di Niš, Šabac, Čačak, Smederevska Palanka, Stari Trg, Kruševac, Zasavica, Pančevo, Banjica, Sajmište.
Gli “ospiti” di questi campi, sono in maggior misura ebrei e rom, principalmente donne, bambini e anziani, visto che la maggior parte degli uomini è soppressa quasi subito. Se molti campi sono creati a modello di quelli polacchi, quindi con forni crematori, in alcuni si fa ricorso a metodi alternativi, come quello dei Gaswagen, traducibile dal tedesco come “camion del gas”, in pratica autocarri cassonati dove stipare da cinquanta a cento persone, in cui è fatto confluire il gas di scarico del motore che uccide le persone alloggiate al suo interno con l’azione del monossido di carbonio.
Alle persecuzioni naziste sul popolo serbo, si aggiungono gli scontri armati tra i partigiani comunisti serbi e forze nazionaliste serbe, che porta la regione sull’orlo della guerra civile, cosa che ovviamente fa comodo agli occupanti tedeschi.
Decapitazione con una sega di un civile serbo da parte Ustascia

Decapitazione con una sega di un civile serbo da parte Ustascia
La nuova Croazia di Ante Pavelić, imbevuta di fanatismo religioso (cattolico) e impregnata di un nazionalismo esasperato, si spande su oltre il 40% del territorio dell’ex Regno di Jugoslavia ed è abitata, oltre dai croati, anche da serbi, musulmani, zingari, ebrei e tedeschi, tutti considerati alieni al nuovo Stato. Tuttavia il nuovo regime concede alla comunità tedesca lo status privilegiato di minoranza, “soprassedendo” sulla presenza dei musulmani. Tutte le altre etnie devono essere in parte eliminate fisicamente (istrebljenje), in parte “convertite” al cattolicesimo, in parte espulse. Sfortunatamente i serbi erano troppi per essere convertiti o scacciati in tempo dalla Croazia, così iniziò la “santa macelleria” ùstascia, “santa” perché attuata anche in nome del Dio cattolico che, paradossalmente, è lo stesso Dio ortodosso.
Il 19 aprile del 1941 sono promulgate le prime leggi razziali, il 30 aprile è emanato un decreto mirante a difendere “la razza ariana e l’onore del popolo croato”, per creare un nuovo spazio vitale “pulito” in una Nazione genuinamente croata. Con questo decreto legge è stabilito che il diritto di cittadinanza nello Stato Indipendente di Croazia spetta solo a «colui che è di origine ariana […]. Ebrei e serbi non sono cittadini dello Stato Indipendente Croato, ma appartenenti allo Stato […]. Solo gli ariani godono dei diritti politici». In altri decreti razziali è stabilito che a serbi, ebrei e nomadi è proibita la circolazione sui marciapiedi e la frequentazione dei luoghi pubblici, dei negozi e dei ristoranti, mentre sui mezzi di trasporto sono affissi degli avvisi con scritto: «Vietato ai serbi, ebrei, zingari e cani». Un decreto stabilisce la “riconoscibilità” dei non ariani: così se agli ebrei tocca essere “marchiati” con la stella gialla a sei punte (la stella di Davide), cucita sulla manica della giacca, i serbi sono obbligati a portare, infilata al braccio, una fascia identificativa di colore blu con la lettera P, come pravoslavni, cioè ortodossi.
Oltre la dignità, ai serbi è sottratta la loro identità: l’alfabeto cirillico è proibito, la denominazione “cristiani serbo-ortodossi” è sostituita con “fede greco-orientale”.
A parte il più bestiale massacro della popolazione compiuto spesso porta a porta, per molti serbi, come anche per ebrei e rom, si aprono le porte dei campi di concentramento.
Sono settantuno i campi di concentramento disseminati per tutta la Croazia, la Bosnia e l’Erzegovina. Tra i più grandi campi di concentramento ùstascia ci sono quelli di Dakovo, Gospic, Danica, Jastrebarsko, Loborgrad, Gornja Rijeka, Tenja, Sisak, Kerestinec, Kruščica, Lepoglava, Caprag, delle isole Arbe e Pago, di Jasenovac. Questi campi sono strutturati in più sottocampi.
Internati nel campo di Sajmiste

Internati nel campo di Sajmiste
Jasenovac è il terzo campo nazi-fascista di concentramento per dimensioni, dopo Auschwitz e Buchenwald, di tutta la Seconda Guerra mondiale. Si trattava di un complesso di cinque campi diversi, collegati fra loro, dove si consuma la maggior parte della storia dei serbi residenti in Croazia.
I lager ùstascia del complesso di Jasenovac si trovavano esattamente al centro dello Stato Indipendente di Croazia, vicino alle rive del fiume Sava, a un centinaio di chilometri a sud-est di Zagabria, nei pressi dell’attuale confine croato-bosniaco.
Per metodo delle esecuzioni e per il sadismo dei carcerieri, i crimini consumati nel sistema concentrazionario di Jasenovac oltrepassano ogni immaginazione umana. A parte la morte procurata da armi da fuoco, considerato un beneficio rispetto ad altri modi di essere giustiziati, a Jasenovac si muore con metodi davvero inumani: con coltelli, asce, seghe, martelli e spranghe, per annegamento, arsi vivi, per fame e per sete, per freddo e per esposizione alle infezioni. Particolare e gradito attrezzo di morte ùstascia è lo srbosjek, in serbo-croato vuol dire “tagliaserbo”: una specie di guanto di pelle con incorporata una lama ricurva, che permetteva di sgozzare con più facilità e sveltezza. Lo srbosjek diviene lo strumento di competizioni sadiche da parte degli ùstascia all’interno dei campi di concentramento: colui che riesce a uccidere il maggior numero di prigionieri nel minor tempo con questo coltello riceve un premio. A Jasenovac, durante una di queste macabre competizioni, Petar “Pero” Brzica, uno studente del Franciscan College of Široki Brijeg in Erzegovina e membro della confraternita dei crociati, ha raggiunto la quantità enorme di 1.360 prigionieri serbi uccisi.
A Jasenovac a dispensare la morte crudele sono anche dei frati francescani: Miroslav Filipovic-Majstorovic, soprannominato “Fra Diavolo”, e Vicko Rendic, entrambi diressero per un certo periodo il campo.
Altri uomini di Chiesa partecipano ai massacri contro i serbi in tutta la Croazia ùstascia. Il ricercatore Mario Aurelio Rivelli ne riporta centotrentotto [cfr. il suo, Ho un elenco di 138 preti e frati massacratori ùstascia, in «Adista», 5 luglio 2003]. Tra questi, i più famosi, oltre a Miroslav Filipovic-Majstorovic e Vicko Rendic, sono il prete Bozidar Bralo, consigliere della famigerata Crna Leggija (Legione Nera), che dopo i massacri dei serbi usa ballare la danza nazionale croata attorno ai cadaveri, oppure il gesuita Dragutin Kamber, capo della polizia di Doboj, in Bosnia, che pretende la sua partecipazione allo sterminio dei serbi ortodossi, oppure ancora i sacerdoti Ilija Tomas e Marko Hovko, che partecipano alla bestiale uccisione di 559 serbi, tra cui anche donne e bambini, a Prebilovici e a Surmanci in Herzegovina.
Particolare “premura” è rivolta verso i capi e gli ecclesiastici della Chiesa Ortodossa Serba, i primi a essere colpiti dalla furia ùstascia.
Il vescovo Platon Jovanović di Banja Luka (Bosnia) è ucciso assieme a suo figlio e al suo confratello padre Dusan Jovanović dopo atroci torture al villaggio di Vrbanja. Il metropolita Sarajevo, l’arcivescovo Petar Zimonić, è torturato e gettato in un pozzo assieme ad altri cinquantacinque preti ortodossi. L’Arcivescovo Dositeo di Zagabria è arrestato e torturato crudelmente, tanto da renderlo irriconoscibile dopo il suo trasferimento a Belgrado, dove muore per le ferite riportate. Il vescovo Sava Trlaic di Plaski, dopo essere stato torturato è condotto sul monte Velebit e gettato in un burrone assieme a numerosi altri serbi. Padre Branko Dobrosavljevic di Veljun è costretto a recitare le preghiere per i morti a suo figlio ancora vivo e poi ad assistere alla sua esecuzione, quindi è poi torturato e ucciso anche lui. Tutta la fraternità del monastero di Žitomislići, vicino Mostar, in Herzegovina, è trucidata e gettata in un pozzo. L’intero complesso sacro è poi demolito e bruciato. Moltissimi altri membri della Chiesa ortodossa serba sono torturati e poi trucidati.
Quasi tutte le chiese ortodosse sono distrutte, incendiate e convertite anche in stalle. Pure i cimiteri ortodossi non sono risparmiati dalla furia distruttiva ùstascia.
Finita la Seconda Guerra Mondiale, la Serbia è inglobata fino al 2006 nella Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Sotto Tito, la popolazione serba si ritrova ancora divisa fra le varie repubbliche della Confederazione jugoslavia. Pure in questa nuova realtà politica l’atteggiamento persecutorio verso la popolazione serba è durissimo: i serbi, secondo il maresciallo Tito, sono colpevoli di aver accettato con troppa benevolenza l’invasore tedesco e, soprattutto, sono troppo filo-sovietici. Per questo vanno isolati, “convertiti” e, se recidivi, uccisi.
La storia è avida di giustizia verso i serbi, perché la tragedia che si è consumata nei Balcani durante la Seconda Guerra Mondiale non ha ancora trovato il giusto spazio nella storiografia: se per alcune vittime c’è un eccesso di memoria, per altre c’è un eccesso di oblio, come se esistesse una graduatoria del male dell’uomo sull’uomo. Fatta eccezione per il grande monumento del lager principale di Jasenovac, un enorme “Fiore di Pietra” dello scultore Bogdan Bogdanović inaugurato nel 1966, per la scultura chiamata “Pioppo dell’Orrore”, posizionata all’interno del campo di concentramento ùstascia nel villaggio di Donja Gradina, e alcune piccole placche commemorative in qualche altro campo di concentramento, fuori i Balcani solo l’Holocaust Memorial Museum di Washington e l’Holocaust Memorial Park di New York ricordano la tragedia dei serbi durante la Seconda Guerra Mondiale. Eppure il numero totale delle vittime serbe dei nazisti e degli ùstascia è compreso tra 950.000 e 1,8 milioni.
Ogni progetto di sterminio in massa rappresenta il trionfo del male, la celebrazione di un arbitrio che si fa norma in un determinato regime politico, rientrando nella legalità giuridica e morale di quel regime. Ogni progetto di sterminio rappresenta una forma di barbarie. Per questo la storia non si costruisce sull’oblio parziale della memoria, perché ogni compimento del male continua a uccidere quando è ricoperto dal velo dell’oblio.
Per saperne di più
Ćirković S.M., I Serbi nel Medioevo, Jaca Book, Milano 1992.
Ćirković S.M., I Serbi. La storia del popolo che nell’angolo più tormentato dell’Europa, ha sempre diviso i giudizi del mondo occidentale, ECIG, Genova 2007.
Cox J.K., The History of Serbia, Greenwood Press, 2002 (orig. 1964).
Morača P., “I crimini commessi da occupanti e collaborazionisti in Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale, in Collotti E. (a cura di), L’occupazione nazista in Europa, Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, Editori Riuniti, Roma 1964, pp. 517-552.
Pavlowitch S.K., Serbia. The History Behind the Name, Hurst & Company, London 2002.
Rivelli M.A., Ho un elenco di 138 preti e frati massacratori ùstascia, in «Adista», 5 luglio 2003.
Scotti G., Kragujevac: la città fucilata, Ferro, Milano 1967.
Serfes N., Serbian Martyrology. Commemoration of the new martyrs of the Serbian land, in The Orthodox Word, August 28, 1999, http://www.serfes.org/orthodox/serbianmartyrs.htm
Skoro G., Genocide over the Serbs in the Independent State of Croatia. Be Catholic or Die, Institute of Contemporary History, Beograd 2000.
Staffa G., I personaggi più malvagi della Chiesa. Dalla Santa Inquisizione all’Olocausto, la crudeltà si annida tra le pieghe millenarie del clero, Newton, Roma 2013.

FINALMENTE EMERGE LA VERITÀ SU SREBRENICA: I CIVILI NON FURONO UCCISI DAI SERBI MA DAGLI STESSI MUSULMANI BOSNIACI PER ORDINE DI BILL CLINTON

30 gennaio 2018.

FILE – This is a April 12, 1993 file photo of Bosnian Serb army Gen. Ratko Mladic, second from left, accompanied by an aide, and French U.N. security troops arrive at a U.N. sponsored meeting at Sarajevo’s airport. Mladic, Europe’s most wanted war crimes fugitive, has been arrested in Serbia, the country’s president said Thursday, May 26, 2011. Mladic has been on the run since 1995 when he was indicted by the U.N. war crimes tribunal in The Hague, Netherlands, for genocide in the slaughter of some 8,000 Bosnian Muslims in Srebrenica and other crimes committed by his troops during Bosnia’s 1992-95 war. (AP Photo/Michael Stravato)

Dopo la confessione shock del politico bosniaco Ibran Mustafić, veterano di guerra, chi restituirà la dignità a Slobodan Milošević, ucciso in carcere, a Radovan Karadžić e al Generale Ratko Mladić, ancora oggi detenuti all’Aja?

Lo storico russo Boris Yousef,  in un suo saggio del 1994, scrisse quella che ritengo una sacrosanta verità: «Le guerre sono un po’ come il raffreddore: devono fare il loro decorso naturale. Se un ammalato di raffreddore viene attorniato da più medici che gli propinano i farmaci più disparati, spesso contrastanti fra loro, la malattia, che si sarebbe naturalmente risolta nel giro di pochi giorni, rischia di protrarsi per settimane e di indebolire il paziente, di minarlo nel fisico, e di arrecare danni talvolta permanenti e imprevedibili».

Yousef scrisse questa osservazione nel Luglio del 1994, nel bel mezzo della guerra civile jugoslava, un anno prima della caduta della Repubblica Serba di Krajina e sedici mesi prima dei discussi accordi Dayton che scontentarono in Bosnia tutte le parti in campo, imponendo una situazione di stallo potenzialmente esplosiva. E ritengo che tale osservazione si adatti a pennello al conflitto jugoslavo. Un lungo e sanguinoso conflitto che, formalmente iniziato nel 1991, con la secessione dalla Federazione delle repubbliche di Slovenia e Croazia, era stato già da tempo preparato e pianificato da alcune potenze occidentali (con in testa l’Austria e la Germania), da diversi servizi segreti, sempre occidentali, da gruppi occulti di potere sovranazionali e transnazionali (Bilderberg, Trilaterale, Pinay, Ert Europe, etc.) e, per certi versi, anche dal Vaticano.

La Jugoslavija, forte potenza economica e militare, da decenni alla guida del movimento dei Paesi non Allineati, dopo la morte del Maresciallo Tito, avvenuta nel 1980, era divenuta scomoda e ingombrante e, di conseguenza, l’obiettivo geo-strategico primario di una serie di avvoltoi che miravano a distruggerla, a smembrarla e a spartirsi le sue spoglie.

Si assistette così ad una progressiva destabilizzazione del Paese, avviata già nel biennio 1986-87, destabilizzazione alla quale si oppose con forza soltanto Slobodan Milošević, divenuto Presidente della Repubblica Socialista di Serbia, e che toccò il culmine con la creazione in Croazia, nel Maggio del 1989, dell’Unione Democratica Croata (Hrvatska Demokratska Zajednica o HDZ), partito anti-comunista di centro-destra che a tratti riprendeva le idee scioviniste degli Ustascia di Ante Pavelić, guidato dal controverso ex Generale di Tito Franjo Tuđman.


Sarebbe lungo in questa sede ripercorrere tutte le tappe che portarono al precipitare degli eventi, alla necessità degli interventi della Jugoslosvenska Narodna Armija dapprima in Slovenia e poi in Croazia, alla definitiva scissione dalla Federazione delle due repubbliche ribelli e all’allargamento del conflitto nella vicina Bosnia. Si tratta di eventi sui quali esiste moltissima documentazione, la maggior parte della quale risulta però essere fortemente viziata da interpretazioni personali e di parte degli storici o volutamente travisata da giornalisti asserviti alle lobby di potere mediatico-economico europee ed americane. Giornalisti che della Jugoslavija e della sua storia ritengo che non abbiano mai capito niente.

Come ho scritto poc’anzi, ritengo che la saggia affermazione di Boris Yousef si adatti molto bene al conflitto civile jugoslavo. A prescindere dal fatto che esso è stato generato da palesi ingerenze esterne, ritengo che sarebbe potuto terminare ‘naturalmente’ manu militari nel giro di pochi mesi, senza le continue ingerenze, le pressioni e le intromissioni della sedicente ‘Comunità Internazionale’, delle Nazioni Unite e di molteplici altre organizzazioni che agivano dietro le quinte (Fondo Monetario Internazionale, OSCE, UNHCR, Unione Europea e criminalità organizzata italiana e sud-americana). Sono state proprio queste ingerenze (i vari farmaci dagli effetti contrastanti citati nella metafora di Yousef) a prolungare il conflitto per anni, con la continua richiesta, dall’alto, di tregue impossibili e non risolutive, e con la pretesa di ridisegnare la cartina geografica dell’area sulla base delle convenienze economiche e non della realtà etnica e sociale del territorio.

Ma si tratta di una storia in buona parte ancora non scritta, perché sono state troppe le complicità di molti leader europei, complicità che si vuole continuare a nascondere, ad occultare. Ed è per questo che gli storici continuano ad ignorare che la Croazia di Tuđman costruì il suo esercito grazie al traffico internazionale di droga (tutte quelle navi che dal Sud America gettavano l’ancora nel porto di Zara, secondo voi cosa contenevano?). È per questo che continuano a non domandarsi per quale motivo tutto il contenuto dei magazzini militari della defunta Repubblica Democratica siano prontamente finiti nelle mani di Zagabria.

Si tratta di vicende che conosco molto bene, perché ho trascorso nei Balcani buona parte degli anni ’90, prevalentemente a Belgrado e a Skopje. Parlo bene tutte le lingue dell’area, compresi i relativi dialetti, e ho avuto a lungo contatti con l’amministrazione di Slobodan Milošević, che ho avuto l’onore di incontrare in più di un’occasione. Sono stato, fra l’altro, l’unico esponente politico italiano ad essere presente ai suoi funerali, in una fredda giornata di Marzo del 2006.


Srebrenica

Sono stato quindi un diretto testimone dei principali eventi che hanno segnato la storia del conflitto civile jugoslavo e degli sviluppi ad esso successivi. Ho visto con i miei occhi le decine di migliaia di profughi serbi costretti a lasciare Knin e le altre località della Srpska Republika Krajina, sotto la spinta dell’occupazione croata delle loro case, avvenuta con l’appoggio dell’esercito americano.

Ho seguito da vicino tutte le tappe dello scontro in Bosnia, i disordini nel Kosovo, la galoppante inflazione a nove cifre che cambiava nel giro di poche ore il potere d’acquisto di una banconota. Ho vissuto il dramma, nel 1999, dei criminali bombardamenti della NATO su Belgrado e su altre città della Serbia. Ed è per questo che non ho mai creduto – a ragione – alle tante bugie che riportavano la stampa europea e quella italiana in primis. Bugie e disinformazioni dettate da quell’operazione di marketing pubblicitario (non saprei come altro definirla) pianificata sui tavoli di Washington e di Langley che impose a tutta l’opinione pubblica la favoletta dei Serbi ‘cattivi’ aguzzini di poveri e innocenti Croati, Albanesi e musulmani bosniaci. Favoletta che ha però incredibilmente funzionato per lunghissimo tempo, portando all’inevitabile criminalizzazione e demonizzazione di una delle parti in conflitto e tacendo sui crimini e sulle nefandezze delle altre.

La guerra, e a maggior ragione una guerra civile, non è ovviamente un pranzo di gala e non vi si distribuiscono caramelle e cotillon. In guerra si muore. In guerra si uccide o si viene uccisi. La guerra significa fame, sofferenza, freddo, fango, sudore, privazioni e sangue. Ed è fatta, necessariamente, anche di propaganda. Durante il lungo conflitto civile jugoslavo nessuno può negare che siano state commesse numerose atrocità, soprattutto dettate dal risveglio di un mai sopito odio etnico. Ma mai nessun conflitto, dal termine della Seconda Guerra Mondiale, ha visto un simile massiccio impiego di ‘false flag’, azioni pianificate ad arte, quasi sempre dall’intelligence, per scatenare le reazioni dell’avversario o per attribuirgli colpe non sue. Ho già spiegato il concetto di ‘false flag’ in numerosi miei articoli, denunciando l’escalation del loro impiego su tutti i più recenti teatri di guerra.

Fino ad oggi la più nota ‘false flag’ della guerra civile jugoslava era la tragica strage di civili al mercato di Sarajevo, quella che determinò l’intervento della NATO, che bombardò ripetutamente, per rappresaglia, le postazioni serbo-bosniache sulle colline della città. Venne poi appurato con assoluta certezza che fu lo stesso governo musulmano-bosniaco di Alija Izetbegović a uccidere decine di suoi cittadini in quel cannoneggiamento, per far ricadere poi la colpa sui Serbi.

E quella che io ho sempre ritenuto la più colossale ‘false flag’ del conflitto, ovvero il massacro di oltre mille civili musulmani avvenuto a Srebrenica, del quale fu incolpato l’esercito serbo-bosniaco comandato dal Generale Ratko Mladić, che da allora venne accusato di ‘crimi di guerra’ e braccato dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja fino al suo arresto, avvenuto il 26 Maggio 2011, si sta finalmente rivelando in tutta la sua realtà. In tutta la sua realtà, appunto, di ‘false flag’.

I giornali italiani, che all’epoca scrissero titoli a caratteri cubitali per dipingere come un ‘macellaio’ il Generale Mladić e come un folle criminale assetato di sangue il Presidente della Repubblica Serba di Bosnia Radovan Karadžić, anch’egli arrestato nel 2008 e sulla cui testa pendeva una taglia di 5 milioni di Dollari offerta dagli Stati Uniti per la sua cattura, hanno praticamente passato sotto silenzio una sconvolgente notizia. Una notizia a cui ha dato spazio nel nostro Paese soltanto il quotidiano Rinascita, diretto dall’amico Ugo Gaudenzi, e fa finalmente piena luce sui fatti di Srebrenica, stabilendo che la colpa non fu dei vituperati Serbi, ma dei musulmani bosniaci.

Ibran Mustafić, veterano di guerra e politico bosniaco-musulmano, probabilmente perché spinto dal rimorso o da una crisi di coscienza, ha rilasciato ai media una sconcertante confessione: almeno mille civili musulmano-bosniaci di Srebrenica vennero uccisi dai loro stessi connazionali, da quelle milizie che in teoria avrebbero dovuto assisterli e proteggerli, durante la fuga a Tuzla nel Luglio 1995, avvenuta in seguito all’occupazione serba della città. E apprendiamo che la loro sorte venne stabilita a tavolino dalle autorità musulmano-bosniache, che stesero delle vere e proprie liste di proscrizione di coloro a cui «doveva essere impedito, a qualsiasi costo, di raggiungere la libertà».

Come riporta Enrico Vigna su RinascitaIbran Mustafić ha pubblicato un libro, Caos pianificato, nel quale alcuni dei crimini commessi dai soldati dell’esercito musulmano della Bosnia-Erzegovina contro i Serbi sono per la prima volta ammessi e descritti, così come il continuo illegale rifornimento occidentale di armi ai separatisti musulmano-bosniaci, prima e durante la guerra, e – questo è molto significativo – anche durante il periodo in cui Srebrenica era una zona smilitarizzata sotto la protezione delle Nazioni Unite.

Mustafić racconta inoltre, con dovizia di particolari, dei conflitti tra musulmani e della dissolutezza generale dell’amministrazione di Srebrenica, governata dalla mafia, sotto il comandante militare bosniaco Naser Orić. A causa delle torture di comuni cittadini nel 1994, quando Orić e le autorità locali vendevano gli aiuti umanitari a prezzi esorbitanti invece di distribuirli alla popolazione, molti bosniaci fuggirono volontariamente dalla città. «Coloro che hanno cercato la salvezza in Serbia, sono riusciti ad arrivare alla loro destinazione finale, ma coloro che sono fuggiti in direzione di Tuzla ( governata dall’esercito musulmano) sono stati perseguitati o uccisi», svela Mustafić. E, ben prima del massacro dei civili musulmani di Srebrenica nel Luglio 1995, erano stati perpetrati da tempo crimini indiscriminati contro la popolazione serba della zona. Crimini che Mustafić descrive molto bene nel suo libro, essendone venuto a conoscenza già nel 1992, quando era fuggito da Sarajevo a Tuzla.

«Lì – egli scrive – il mio parente Mirsad Mustafić mi mostrò un elenco di soldati serbi prigionieri, che furono uccisi in un luogo chiamato Zalazje. Tra gli altri c’erano i nomi del suo compagno di scuola Branko Simić e di suo fratello Pero, dell’ex giudice Slobodan Ilić, dell’autista di Zvornik Mijo Rakić, dell’infermiera Rada Milanović. Inoltre, nelle battaglie intorno ed a Srebrenica, durante la guerra, ci sono stati più di 3.200 Serbi di questo e dei comuni limitrofi uccisi».

Mustafić ci riferisce a riguardo una terribile confessione del famigerato Naser Orić, confessione che non mi sento qui di riportare per l’inaudita crudeza con cui questo criminale di guerra descrive i barbari omicidi commessi con le sue mani su uomini e donne che hanno avuto la sventura di trovarsi alla sua mercé. Ma voglio citare il racconto di uno zio di Mustafić, anch’esso riportato nel libro: «Naser venne e mi disse di prepararmi subito e di andare con la Zastava vicino alla prigione di Srebrenica. Mi vestii e uscii subito. Quando arrivai alla prigione, loro presero tutti quelli catturati precedentemente a Zalazje e mi ordinarono di ritrasportarli lì. Quando siamo arrivati alla discarica, mi hanno ordinato di fermarmi e parcheggiare il camion. Mi allontanai a una certa distanza, ma quando ho visto la loro furia ed il massacro è iniziato, mi sono sentito male, ero pallido come un cencio. Quando Zulfo Tursunović ha dilaniato il petto dell’infermiera Rada Milanovic con un coltello, chiedendo falsamente dove fosse la radio, non ho avuto il coraggio di guardare. Ho camminato dalla discarica e sono arrivato a Srebrenica. Loro presero un camion, e io andai a casa a Potocari. L’intera pista era inondata di sangue».

Da quanto ci racconta Mustafić, gli elenchi dei ‘bosniaci non affidabili’ erano ben noti già da allora alla leadership musulmana ed al Presidente Alija Izetbegović, e l’esistenza di questi elenchi è stata confermata da decine di persone. «Almeno dieci volte ho sentito l’ex capo della polizia Meholjić menzionare le liste. Tuttavia, non sarei sorpreso se decidesse di negarlo», dice Mustafić, che è anche un membro di lunga data del comitato organizzatore per gli eventi di Srebrenica. Secondo Mustafić, l’elenco venne redatto dalla mafia di Srebrenica, che comprendeva la leadership politica e militare della città sin dal 1993. I ‘padroni della vita e della morte nella zona’, come lui li definisce nel suo libro. E, senza esitazione, sostiene: «Se fossi io a dover giudicare Naser Orić, assassino conclamato di più di 3.000 Serbi nella zona di Srebrenica (clamorosamente assolto dal Tribunale Internazionale dell’Aja!) lo condannerei a venti anni per i crimini che ha commesso contro i Serbi; per i crimini commessi contro i suoi connazionali lo condannerei a minimo 200.000 anni di carcere. Lui è il maggiore responsabile per Srebrenica, la più grande macchia nella storia dell’umanità».

Ma l’aspetto più inquietante ed eclatante delle rivelazioni di Mustafić  è l’ammissione che il genocidio di Srebrenica è stato concordato tra la comunità internazionale e Alija Izetbegović , e in particolare tra Izetbegović e il presidente USA Bill Clinton, per far ricadere la colpa sui Serbi, come Ibran Mustafić afferma con totale convinzione.
«Per i crimini commessi a Srebrenica, Izetbegović e Bill Clinton sono direttamente responsabili. E, per quanto mi riguarda, il loro accordo è stato il crimine più grande di tutti, la causa di quello che è successo nel Luglio 1995. Il momento in cui Bil Clinton entrò nel Memoriale di Srebrenica è stato il momento in cui il cattivo torna sulla scena del crimine», ha detto Mustafić. Lo stesso Bill Clinton, aggiungo io, che superò poi se stesso nel 1999, con la creazione ad arte delle false fosse comuni nel Kosovo (altro clamoroso esempio di ‘false flag’), nelle quali i miliziani albanesi dell’UCK gettavano i loro stessi caduti in combattimento e perfino le salme dei defunti appositamente riesumate dai cimiteri, per incolpare mediaticamente, di fronte a tutto il mondo, l’esercito di Belgrado e poter dare il via a due mesi di bombardamenti sulla Serbia.

Come sottolinea sempre Mustafić, riguardo a Srebrenica ci sono inoltre state grandi mistificazioni sui nomi e sul numero reale delle vittime. Molte vittime delle milizie musulmane non sono state inserite in questo elenco, mentre vi sono stati inseriti ad arte cittadini di Srebrenica da tempo emigrati e morti all’estero. E un discorso simile riguarda le persone torturate o che si sono dichiarate tali. «Molti bosniaci musulmani – sostiene Mustafić – hanno deciso di dichiararsi vittime perché non avevano alcun mezzo di sostentamento ed erano senza lavoro, così hanno usato l’occasione. Un’altra cosa che non torna è che tra il 1993 e il 1995 Srebrenica era una zona smilitarizzata. Come mai improvvisamente abbiamo così tanti invalidi di guerra di Srebrenica?».

Egli ritiene che sarà molto difficile determinare il numero esatto di morti e dei dispersi di Srebrenica. «È molto difficile  – sostiene nel suo libro – perché i fatti di Srebrenica sono stati per troppo tempo oggetto di mistificazioni, e il burattinaio capo di esse è stato Amor Masović, che con la fortuna fatta sopra il palcoscenico di Srebrenica potrebbe vivere allegramente per i prossimi cinquecento anni! Tuttavia, ci sono stati alcuni membri dell’entourage di Izetbegović che, a partire dall’estate del 1992, hanno lavorato per realizzare il progetto di rendere i musulmani bosniaci le permanenti ed esclusive vittime della guerra».

Il massacro di Srebrenica servì come pretesto a Bill Clinton per scatenare, dal 30 Agosto al 20 Settembre del 1995, la famigerata Operazione Deliberate Force, una campagna di bombardamento intensivo, con l’uso di micidiali bombe all’uranio impoverito, con la quale le forze della NATO distrussero il comando dell’esercito serbo-bosniaco, devastandone irrimediabilmente i sistemi di controllo del territorio. Operazione che spinse le forze croate e musulmano-bosniache ad avanzare in buona parte delle aree controllate dai Serbi, offensiva che si arrestò soltanto alle porte della capitale serbo-bosnica Banja Luka e che costrinse i Serbi ad un cessate il fuoco e all’accettazione degli accordi di Dayton, che determinarono una spartizione della Bosnia fra le due parti (la croato-musulmana e la serba). Spartizione che penalizzò fortemente la Republika Srpska, che venne privata di buona parte dei territori faticosamente conquistati in tre anni di duri combattimenti.

Alija Izetbegović, fautore del distacco della Bosnia-Erzegovina dalla federazione jugoslava nel 1992, dopo un referendum fortemente contestato e boicottato dai cittadini di etnia serba (oltre il 30% della popolazione) è rimasto in carica come Presidente dell’autoproclamato nuovo Stato fino al 14 Marzo 1996, divenendo in seguito membro della Presidenza collegiale dello Stato federale imposto dagli accordi di Dayton fino al 5 Ottobre del 2000, quando venne sostituito da Sulejman Tihić. È morto nel suo letto a Sarajevo il 19 Ottobre 2003 e non ha mai pagato per i suoi crimini. Ha anzi ricevuto prestigiosi premi e riconoscimenti internazionali, fra cui le massime onorificenze della Croazia (nel 1995) e della Turchia (nel 1997). E ha saputo bene far dimenticare agli occhi della ‘comunità internazionale’ la sua natura di musulmano fanatico e fondamentalista ed i suoi numerosi arresti e le sue lunghe detenzioni, all’epoca di Tito, (in particolare dal 1946 al 1949 e dal 1983 al 1988) per attività sovversive e ostili allo Stato.

Nella sua celebre Dichiarazione Islamica, pubblicata nel 1970, dichiarava: «non ci sarà mai pace né coesistenza tra la fede islamica e le istituzioni politiche e sociali non islamiche» e che «il movimento islamico può e deve impadronirsi del potere politico perché è moralmente e numericamente così forte che può non solo distruggere il potere non islamico esistente, ma anche crearne uno nuovo islamico». E ha mantenuto fede a queste sue promesse, precipitando la tradizionalmente laica Bosnia-Erzegovina, luogo dove storicamente hanno sempre convissuto in pace diverse culture e diverse religioni, in una satrapia fondamentalista, con l’appoggio ed i finanziamenti dell’Arabia Saudita e di altri stati del Golfo e con l’importazione di migliaia di mujahiddin provenienti da varie zone del Medio Oriente, che seminarono in Bosnia il terrore e si resero responsabili di immani massacri.

Slobodan Milošević, accusato di ‘crimini contro l’umanità’ (accuse principalmente fondate su una sua presunta regia del massacro di Srebrenica), nonostante abbia sempre proclamato la sua innocenza, venne arrestato e condotto in carcere all’Aja. Essendo un valente avvocato, scelse di difendersi da solo di fronte alle accuse del Tribunale Penale Internazionale, ma morì in circostanze mai chiarite nella sua cella l’11 Marzo 2006. Sono insistenti le voci secondo cui sarebbe stato avvelenato perché ritenuto ormai prossimo a vincere il processo e a scagionarsi da ogni accusa, e perché molti leader europei temevano il terremoto che avrebbero scatenato le sue dichiarazioni.

Radovan Karadžić, l’ex Presidente della Repubblica Serba di Bosnia, e il Generale Ratko Mladić, comandante in capo dell’esercito bosniaco, sono stati anch’essi arrestati e si trovano in cella all’Aja. Sul loro capo pendono le stesse accuse di ‘crimini contro l’umanità’, fondate essenzialmente sul massacro di Srebrenica.

Adesso che su Srebrenica è finalmente venuta fuori la verità, dovrebbe essere facile per loro arrivare ad un’assoluzione, a meno che qualcuno non abbia deciso che debbano fare la fine di Milošević.

Ma chi restituirà a loro e al defunto Presidente Jugoslavo la dignità e l’onorabilità? Tutte le grandi potenze occidentali, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, dovrebbero ammettere di aver sbagliato, ma dubito sinceramente che lo faranno.

Nicola Bizzi

Fonte: srs di Nicola Bizzi; da Russia News del 24 febbraio 2014

Preso da: http://www.veja.it/2018/01/30/finalmente-emerge-la-verita-srebrenica-civili-non-furono-uccisi-dai-serbi-dagli-musulmani-bosniaci-ordine-bill-clinton/

Per non dimenticare i massacri contro i Serbi: Kravica 1993.

Kravica 1993-2013: una strage impunita e dimenticata

Bosnia, Kravica 1993-2013: una strage impunita e dimenticata,
e un Natale di dolore e solitudine per i serbi
Enrico Vigna (*)

Banja Luka, Rep. Srpska di Bosnia, 5 gennaio 2013

Nel villaggio di Kravica nei pressi di Bratunac, si è celebrato con una funzione funebre il 20° anniversario del massacro di 49 persone in occasione del Natale ortodosso del 1993; una strage efferata commessa da unità dell’Armija Bosniaca musulmana secessionista, sotto il comando di Naser Oric,.

La cerimonia funebre è stata officiata nella chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo (che fu vandalizzata) , e poi sono state poste corone e fiori presso il monumento centrale in Kravica.

Nel Natale ortodosso di 20 anni fa, membri dell’esercito secessionista della BH, sotto il comando di Naser Oric uccisero a Kravica e nella vicina Kravica Zasa, 49 serbi, 80 civili e soldati furono feriti; sette persone furono rapite, di cinque delle quali ancora non sono stati ritrovati i corpi.
Due giorni dopo, vennero trovati e sepolti sette corpi di civili serbi, mentre i resti delle altre 42 vittime sono stati trovati,  identificati e sepolti dopo due mesi.

In quel giorno furono saccheggiate e bruciate 688 case serbe, circa 200 imprese ed edifici ausiliari  e 27 edifici pubblici. Circa 1.000 persone rimasero senza casa. 101 bambini persero uno o entrambi i genitori. Gli uccisi in quei giorni, compresi anche gli altri villaggi vicini che vennero attaccati, furono 158 serbi; in questa regione, i serbi uccisi documentati, furono 3267.

“…Alle famiglie delle vittime fa male la dura verità che nessuno è stato ritenuto responsabile dei crimini contro i serbi in quel giorno di Natale 1993…. “, ha detto il presidente dell’Organizzazione delle famiglie dei soldati e civili uccisi o scomparsi, di Bratunac, Radojka Filipovic .

Oltre al dolore per i familiari, per i vicini e gli amici caduti, gli abitanti sono indignati perché in questi 20 anni nessuno è stato chiamato a rispondere di questo crimine.

In un primo momento Naser Oric fu deferito al Tribunale Penale Internazionale (TPI) dell’Aja, ma venne poi prosciolto e oggi vive tranquillo e ricco in Bosnia. Tra le decine di episodi di omicidi, stupri, mutilazioni, saccheggi che gli erano contestati, vi era anche questa strage; così recitava l’atto di accusa del Tribunale dell’Aia:  “…Un massacro brutale di civili nel villaggio di Kravica, nel Natale ortodosso il 7 gennaio dell’anno  1993…”. Durante il processo egli
dichiarò:
…Abbiamo fatto crimini, sono stati commessi  crimini. Ma chi può giudicare chi ha commesso                         più crimini ?…”.

Esiste un video che mostra l’orrore perpetrato:  all’ingresso del villaggio, due teschi umani furono messi per terra ad uso dei pneumatici delle automobili dei terroristi che andavano e venivano; per le strade del villaggio: mucchi di corpi mutilati collocati uno  accanto all’altro. Il più giovane aveva 20 anni: Risto Popovic, gli spararono in bocca;  dentro la scuola primaria ‘Kravica’ … Ljubica Baskić, aveva settant’anni, ucciso con un colpo di pistola sotto il torace e poi colpito con un oggetto contundente sulla destra  della testa …. Lazzaro Veselinovic, gli mozzarono la testa … Corpi pugnalati, percossi a morte, mutilati atrocemente…  Animali bruciati o impiccati, come i maiali… Sui muri graffiti con scritto “ Naser, Turchia, Bosnia, Ali, Srebrenica “. .. Per la Corte Internazionale, materiale  non sufficientemente importante da farlo vedere in aula…

Nessun rappresentante di alcuna istituzione della Comunità Internazionale europea, del mondo della cosiddetta “società civile” o umanitaria (presenti con centinaia di sigle e ONG in Bosnia), ha partecipato, e nemmeno esponenti della Bosnia-Erzegovina.

Ancora una volta persa, da parte di tutti (… soprattutto dei “tifosi” occidentali di questa Bosnia) , un’ occasione per condividere il dolore della gente e lanciare un segno di denuncia e rifiuto degli orrori e dei crimini, al di là di religioni o etnie, da qualsiasi parte siano commessi. Invece il “razzismo” culturale e politico contro i serbi come etnia ha ancora una volta avuto la meglio; e un processo per una riconciliazione e un avvicinamento tra i popoli…è ancora più lontano.

Essere presenti per testimoniare in un luogo memoriale della miseria e della sofferenza di questo angolo della terra e sostenere il diritto alla verità, alla giustizia soprattutto verso coloro che hanno perso la vita in quella guerra fratricida. Per dire
Gloria eterna a tutti i morti ed eterno rispetto per chi è caduto innocente, di qualsiasi parte esso sia.

Ma forse per certi “tifosi” è troppo difficile sentire nell’anima questi valori e questa coscienza civile, sono troppo impegnati a soddisfare proprie peculiarità esistenziali ed il dolore non lo conoscono, non nella loro carne e anima, ma solo “mediaticamente” o professionalmente.

 “…Poi i dominanti inventeranno misere bugie, per scaricare le colpe su chi viene attaccato, ed ogni persona del reame sarà felice di quelle falsità che gli alleviano la coscienza, e le studierà accuratamente, e si rifiuterà di esaminare qualsivoglia loro confutazione. E così ringrazierà Iddio per i sonni migliori che potrà dormire, in seguito a questo grottesco processo  auto ingannatore…” .    (  M. Twain)  

Documento dal TPI dell’AJA

Oric ascolta in aula le accuse sulle “Distruzioni musulmane”

Testimoni parlano di incendi e saccheggi sistematici da parte delle forze musulmane.
Giustizia internazionale :  ICTY    Numero TRI 379, 9 novembre 2005

Il processo al comandante militare dei musulmani di Srebrenica, Naser Oric, sembra essere entrato in una routine  questa settimana, con tre nuovi testimoni che offrono la loro testimonianza su una serie di attacchi lanciati contro i loro villaggi, da parte delle forze musulmane in autunno e inverno 1992/1993.

Oggi si è parlato di attacchi musulmani su due villaggi serbi sulle rive del fiume Drina ed al villaggio di Glogova . I testimoni hanno parlato di incendi e saccheggi sistematici condotti dalle forze presumibilmente sotto il controllo di Oric, che aveva il compito di guidare e partecipare a tali attacchi. L’imputato è accusato di maltrattamenti e della morte di detenuti serbi tenuti a Srebrenica.

Le testimonianze ascoltate in aula all’Aja questa settimana, sono  focalizzate sulla autunno e l’inverno del 1992 e 1993.

Slavisa Eric, un medico del villaggio di Kravica, ha parlato dell’attacco musulmano a Glogova il 24 dicembre 1992 e la sua successiva riconquista da parte delle forze musulmane . Ha detto che Kravica era circondata dalle forze musulmane da due settimane e successivamente è stato attaccato il 7 gennaio, nel Natale ortodosso serbo.

“…Tutto – tutto ciò che poteva essere bruciato, fu  bruciato…”  così Eric ha descritto il paese dopo l’assalto di Natale.

L’accusa ha mostrato una serie di foto che ritraggono questa distruzione, case bruciate e una scuola di Kravica. Eric ha negato che uno degli edifici erano obiettivi militari legittimi e ha detto che le forze assalitrici non hanno fatto  alcuna distinzione tra obiettivi civili e militari. “Per loro era lo stesso”, ha detto…

…La settimana è proseguita con la testimonianza di due donne, Novka Bosic e Savka Okic, dai villaggi serbi i vicini di Radiovici e Diovici.

Entrambe le testimoni hanno raccontato di un attacco alle loro rispettive frazioni nel 5 ottobre 1992 – Festa Patronale della Famiglia – descrivendo incendi e razzie che lo hanno accompagnato.

“…Eravamo nel campo a raccogliere il raccolto e poi improvvisamente ci stava sparando, una vera sparatoria… “, ha detto la Bosic. “…Si poteva vedere il fumo e la combustione e poi ci siamo resi conto che era un attacco. Potremmo sentire gridare: ‘Catturate i cetnici vivi… ”

Bosic ha detto che molte delle case furono bruciate e quelle che non lo furono, erano semidistrutte in larga misura…”.

…L’accusa inoltre ha insistito sulla questione del saccheggio, un altro crimine di cui Oric è accusato. Le due testimoni hanno dichiarato che il bestiame fu razziato dai villaggi durante gli attacchi….

Nel corso della loro testimonianza, le due donne hanno negato che qualsiasi unità di militari ufficiali erano presenti nei loro villaggi, sostenendo che gli attacchi contro i loro villaggi erano rivolti contro civili e quindi crimini. La difesa ha sostenuto che i loro villaggi erano stati minati ed erano presenti armi pesanti – diventando così obiettivi militari legittimi.

Per la  testimonianza inerente  l’incendio e saccheggio delle case ed la razzia di bestiame, l’accusa ha chiesto di poter mostrare una documentazione visiva che rappresenta  in dettaglio gli omicidi che si sono verificati durante gli attacchi, dicendo che essa è necessaria per una rappresentazione accurata della scena del crimine.

Ma la difesa sostiene che l’accusa non deve introdurre elementi di prova circa le uccisioni avvenute durante gli attacchi, dato che Oric non è mai stato accusato direttamente di questi.

L’accusa imputa invece a Oric di essere responsabile degli omicidi di serbi, che si sono verificati sotto il suo comando, da parte dei suoi subalterni nei centri di detenzione dell’enclave di  Srebrenica…

(*) portavoce del Forum Belgrado Italia
Preso da: https://www.ossin.org/bosnia/1311-kravica-1993-2013-una-strage-impunita-e-dimenticata