Un imbroglio non poi così complicato

(Gabriele Adinolfi) – Libia: il nostro governo tergiversa e forse nasconde qualche non piacevole fatto compiuto.
Cosa è avvenuto e che sta accadendo nel Paese che fu di Balbo?
Semplicemente che nel 2011, a cento anni esatti dalla nostra vittoriosa impresa coloniale, Napolitano e la sua cerchia hanno rovesciato gli equilibri consolidati e consegnato quelle terre a chi prima di noi su di esse esercitava le mire.
La Libia è stata dapprima destabilizzata, tanto dal produrre almeno due governi ufficiali. Già, destabilizzata e incontrollabile. Quanto?
Le milizie armate si computano intorno al migliaio, tutte armate fino ai denti, e sono espressioni di clan e fazioni: quindi ci sembra che domini il caos. Peccato però che i fondi con cui sono stipendiati i miliziani vengano tutti erogati dalla Banca Centrale che è quindi in condizione di paralizzarle ma non lo fa.
C’è di più: l’equivalente locale dell’Isis (ovvero dei contractors che controllano i pozzi e liberano così il mercato del petrolio senza che si passi necessariamente per lo Stato) si chiama PFG ed è stipendiato sia dalla Banca Centrale che dai petrolieri.
Questo “caos” profitta dunque agli speculatori privati, lì, e a quelli di carne umana, qui, perché ha contribuito a far cadere il blocco dell’emigrazione accelerandone anzi il processo per via del terrore e dell’instabilità.


L’ordine rinnovato
Ora si parla d’imporre una stabilità nuova. Apparente, in realtà, perché l’instabilità di oggi, come abbiamo visto, è stabile eccome. Ma è ormai tempo di ripartire i dividendi e una nuova mascherata ci vuole.
L’uomo su cui abbiamo scommesso – in Italia abbiamo la caratteristica cialtronesca di fingere di essere vittoriosi in tutte le disfatte – si chiama Fayez Al Serraj. A lanciarlo in orbita è stato l’Onu con l’appoggio immediato italiano e tedesco. Che il sostegno sia tedesco può farci piacere perché indica che c’è quantomeno una prospettiva politica possibile, tuttavia non ci dobbiamo dimenticare che, all’epoca della spedizione in Libia, Berlino ci osteggiò perché i nostri interessi erano divergenti dai suoi e questo contribuì non poco al rovesciamento di alleanze che si sarebbe verificato poco dopo, nella Grande Guerra.
A prescindere dal calcolo forse europeo di Berlino, l’ultima capitale Ue in cui si ragiona in modo sensato, la scelta assume anche altri aspetti.
Vi è un placet americano abbastanza chiaro. Sono loro che ci chiedono di metterci la faccia perché intendono guadagnare, mediante noi, quote sugli anglofrancesi che si sono rafforzati un po’ troppo.
Ma sulla stabilizzazione istituzionale convergono anche i francesi e soprattutto i turchi, quelli contro cui ci sparammo centocinque anni fa per contenderci il territorio libico.

Che ruolo avremo
In sostanza il nostro ruolo si ridurrebbe a quello di truppe di complemento utili agli americani solo per la ridistribuzione di quote. Preziose poi, sicuramente, per la conoscenza del territorio, per le capacità militari che, per quanto si abbia noi la tendenza al denigrarci per principio preso, sono notevoli e, infine, per il calore umano.
Non potremo però che essere usati da altri.
Salvo se ragioniamo in ottica di equilibri europei e speriamo in Berlino. Ma che questo sia possibile o no dipende ben poco da noi.
Quindi in Libia non ha senso combattere?

Fronteggiare lo jihadismo
Resta l’argomento della necessità di fronteggiare lo jihadismo. Facciamolo lì, si dice, prima che arrivino qui.
Giustissimo ma è difficile sostenere che questo lo si possa fare insieme a inglesi, americani, francesi e turchi.
D’altra parte su chi dovremmo contare per combattere il fanatismo islamico? È vero che i pozzi libici non li controlla l’Isis ma la forza para-istituzionale che li domina fa capo ad Al Qaeda. Quella che, ufficialmente, avrebbe abbattuto le Due Torri. In realtà quell’organizzazione è, storicamente e non solo, un’articolazione della Cia ma, come accadde in tutte le esperienze precedenti – si pensi alle bande bolsceviche – è anche impregnata di un’ideologia e di un progetto che difficilmente possono essere spacciati per anti-jihadisti. Dunque anche questa ragione d’intervento è quantomeno zoppa.

Sciuscià dei liberatori
Il guaio maggiore è che noi siamo in sovraesposizione e sembra che in qualche modo dominiamo la scena o siamo in grado di farlo, ma la realtà non è propriamente quella che ci raccontiamo.
Per farla breve, oggi operiamo lì, magari da protagonisti sul terreno ma di fatto da semplici pedine altrui sulla scacchiera. In una Libia in cui, grazie a Napolitano e compagnia bella, abbiamo rimesso in sella tutti quelli contro cui combattemmo nel 1911. Se non si chiama tradimento si chiamerà come? Liberazione?

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UNA COSA CHE NON VI HANNO DETTO SULLA LIBIA: 2016, il regime getta merda contro il popolo libico per giustificare la prossima guerra

Ultimamente ( era il 2016)  è ritornato di moda parlare male della “Libia di Gheddafi”, proprio quando fervono i preparativi per una nuova guerra, i passi vengono compiuti uno alla volta: il RATTO Serraji ha costituito la fantomatica “guardia presidenziale” , ha chiesto aiuto ai suoi padroni per combattere l’ ” immigrazione e l’ ISIS” . Tutto è pronto per una nuova guerra, ma bisogna preparare l’ opinione pubblica, ed ecco le scuse belle e pronte:

L’ultimo segreto di Aldo Moro: «La Libia dietro Ustica e Bologna»

Tutto nasce da una direttiva di Matteo Renzi, che ha fatto togliere il segreto a decine di migliaia di documenti sulle stragi italiane. Nel mucchio, i consulenti della commissione d’inchiesta sul caso Moro hanno trovato una pepita d’oro: un cablo del Sismi, da Beirut, che risale al febbraio 1978, ossia un mese prima della strage di via Fani, in cui si mettono per iscritto le modalità del “lodo Moro”. Il “lodo Moro” è quell’accordo informale tra italiani e palestinesi che risale al 1973 per cui noi sostenemmo in molti modi la loro lotta e in cambio l’Olp ma anche l’Fplp, i guerriglieri marxisti di George Habbash, avrebbero tenuto l’Italia al riparo da atti di terrorismo.
Ebbene, partendo da quel cablo cifrato, alcuni parlamentari della commissione Moro hanno continuato a scavare. Loro e soltanto loro, che hanno i poteri dell’autorità giudiziaria, hanno potuto visionare l’intero carteggio di Beirut relativamente agli anni ’79 e ’80, ancora coperto dal timbro «segreto» o «segretissimo». E ora sono convinti di avere trovato qualcosa di esplosivo. Ma non lo possono raccontare perché c’è un assoluto divieto di divulgazione.
Chi ha potuto leggere quei documenti, spera ardentemente che Renzi faccia un passo più in là e liberalizzi il resto del carteggio. Hanno presentato una prima interpellanza. «È davvero incomprensibile e scandaloso – scrivono i senatori Carlo Giovanardi, Luigi Compagna e Aldo Di Biagio – che, mentre continuano in Italia polemiche e dibattiti, con accuse pesantissime agli alleati francesi e statunitensi di essere responsabili dell’abbattimento del DC9 Itavia a Ustica nel giugno del 1980, l’opinione pubblica non sia messa a conoscenza di quanto chiaramente emerge dai documenti secretati in ordine a quella tragedia e più in generale degli attentati che insanguinarono l’Italia nel 1980, ivi compresa la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980».
Va raccontato innanzitutto l’antefatto: nelle settimane scorse, dopo un certo tira-e-molla con Palazzo Chigi, i commissari parlamentari sono stati ammessi tra mille cautele in una sede dei servizi segreti nel centro di Roma. Dagli archivi della sede centrale, a Forte Braschi, erano stati prelevati alcuni faldoni con il marchio «segretissimo» e portati, con adeguata scorta, in un ufficio attrezzato per l’occasione. Lì, finalmente, attorniati da 007, con divieto di fotocopiare, senza cellulari al seguito, ma solo una penna e qualche foglio di carta, hanno potuto prendere visione del carteggio tra Roma e Beirut che riporta al famoso colonnello Stefano Giovannone, il migliore uomo della nostra intelligence mai schierato in Medio Oriente.
Il punto è che i commissari parlamentari hanno trovato molto di più di quello che cercavano. Volevano verificare se nel dossier ci fossero state notizie di fonte palestinese per il caso Moro, cioè documenti sul 1978. Sono incappati invece in documenti che sorreggono – non comprovano, ovvio – la cosiddetta pista araba per le stragi di Ustica e di Bologna. O meglio, a giudicare da quel che ormai è noto (si veda il recente libro «La strage dimenticata. Fiumicino 17 dicembre 1973» di Gabriele Paradisi e Rosario Priore) si dovrebbe parlare di una pista libico-araba, ché per molti anni c’è stato Gheddafi dietro alcune sigle del terrore. C’era la Libia dietro Abu Nidal, per dire, come dietro Carlos, o i terroristi dell’Armata rossa giapponese.
Giovanardi e altri cinque senatori hanno presentato ieri una nuova interpellanza. Ricordando le fasi buie di quel periodo, in un crescendo che va dall’arresto di Daniele Pifano a Ortona con due lanciamissili dei palestinesi dell’Fplp, agli omicidi di dissidenti libici ad opera di sicari di Gheddafi, alla firma dell’accordo italo-maltese che subentrava a un precedente accordo tra Libia e Malta sia per l’assistenza militare che per lo sfruttamento di giacimenti di petrolio, concludono: «I membri della Commissione di inchiesta sulla morte dell’on. Aldo Moro hanno potuto consultare il carteggio di quel periodo tra la nostra ambasciata a Beirut e i servizi segreti a Roma, materiale non più coperto dal segreto di Stato ma che, essendo stato classificato come segreto e segretissimo, non può essere divulgato; il terribile e drammatico conflitto fra l’Italia e alcune organizzazioni palestinesi controllate dai libici registra il suo apice la mattina del 27 giugno 1980».
Dice ora il senatore Giovanardi, che è fuoriuscito dal gruppo di Alfano e ha seguito Gaetano Quagliariello all’opposizione, ed è da sempre sostenitore della tesi di una bomba dietro la strage di Ustica: «Io capisco che ci debbano essere degli omissis sui rapporti con Paesi stranieri, ma spero che il governo renda immediatamente pubblici quei documenti».
Articolo su: http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2016/05/05/AS5HcFcC-bologna_segreto_dietro.shtml

Ancora non basta, seconda bufala:

Libia: Le tribù libiche Gaddafah, Warfalah e Ould Suleiman giurano fedeltà a Isis

La tribù del defunto rais Muammar Gheddafi ha giurato fedeltà all’Isis: lo riferisce il Site.
“Le tribù libiche Gaddafah, Warfalah, e Ould Suleiman in Libia hanno pubblicato un resoconto accompagnato da foto annunciando la propria affiliazione alla provincia di Tripoli dello Stato Islamico”, scrive il sito di monitoraggio dell’estremismo islamico sul web.
Fonte: http://www.guerrenelmondo.it/index.php/2016/05/09/libia-le-tribu-libiche-gaddafah-warfalah-e-ould-suleiman-giurano-fedelta-a-isis/

Vorrei solo ricordare che l’ ISIS è stato creato, finanziato ed inviato in Libia dall’ occidente a partire dal 2011, Le tribù libiche sono sempre state contro l’ ISIS, lo hanno sempre combattuto. Vorrei dire a questi idioti che inventano tali calunnie che la tribù Warfalla è la tribù più grande in Libia, conta un milione di persone, su 6 milioni di abitanti. Questa tribù ha pagato a caro prezzo la fedeltà al Leader Muammar Gheddafi, basti ricordare l’ assedio di Bani Walid nel 2012, ad un anno esatto dalla conclusione della RATvoluzione. Non parliamo delle migliaia di famiglie costrette a fuggire da Sirte, sotto l’ ISIS e che hanno trovato rifugio proprio ( guarda caso) a Bani Walid e Tarhuna. Per quanto riguarda la tribù Gaddafa … beh parlare male di Gheddafi è sempre di moda.

Terza bufala:

Libia, al Serraj “contatti in corso con esponenti regime Gheddafi”
Il premier libico, Fayez al Serraj, ha confermato che sono in corso trattative conesponenti del passato regime di Muammar Gheddafi residentiall’estero per arrivare ad una riconciliazione nazionalepiena. Intervistato dal giornale arabo “al Sharq al Awsat”,al Serraj ha affermato che ‘”ci sono contatti in corso conil Consiglio per la riconciliazione nazionale, che comprendeanche il vecchio regime.

Tutti gli sforzi che stiamoconducendo per la riconciliazione passano attraverso questoorgano. Siamo in contatto con quelli che sono all’esterocompreso in Egitto”. I contatti avvengono tramite leassociazioni della societa’ civile e I capi tribu’ perche'”l’obiettivo e’ quello di riconciliarci con tutti senzaesclusione”. (AGI)

Fonte: http://www.agi.it/estero/2016/05/14/news/libia_al_serraj_contatti_in_corso_con_esponenti_regime_gheddafi-775039/

Cosa dire? Serraji ovviamente ci prova, ha bisogno di consenso, ammesso che la notizia sia vera, non avrà l’ appoggio dei cosidetti ” esponenti del vecchio regime” semplicemente perchè lui è abusivo in Libia, lui e tutti quelli inviati in Libia prima di lui a partire dal 2011 sono abusivi, occupanti, invasori. Proprio per questo hanno bisogno di una nuova guerra, hanno bisogno che i loro padroni intervengano, ed ogni scusa è buona.

Libia, il vero scopo di Haftar non è sconfiggere l’Isis

Il generale con le sue truppe assedia Sirte. Non per debellare lo Stato Islamico. Ma per ottenere da Serraj la guida dell’esercito. Sullo sfondo, il ruolo di al Sisi.

11 Maggio 2016

Il generale Khalifa Haftar non sta affatto assediando Sirte per sconfiggere l’Isis, come proclama, ma con tutt’altro fine: contrattare con Fayez al Serraj il proprio ruolo preminente nella formazione del nuovo esercito libico.
Ennesimo episodio della totale irresponsabilità dei leader libici nei confronti del Paese e della lotta al terrorismo, l’assedio alla città controllata dall’Isis, condotto dalle forze di Haftar, ha un solo scopo: mettere al Serraj di fronte al fatto compiuto, evidenziare la totale inaffidabilità delle milizie di Misurata (spina dorsale della sua forza militare) sul campo in un confronto militare serio e chiudere una trattativa in cui gli venga riconosciuto o il comando del nuovo esercito libico agli ordini del governo di Tripoli o, in subordine, che esso venga affidato a un generale di fiducia.


LE INAFFIDABILI MILIZIE DI MISURATA. Quanto a provare l’inaffidabilità militare delle milizie di Misurata, Haftar ha avuto gioco facile: nel corso del primo scontro con le sue truppe del 3 maggio scorso a Zillah, si sono squagliate come il burro.
Stesso desolante scenario l’8 maggio: al cospetto di un avamposto dell’Isis, le milizie di Misurata si sono date a un vergognoso fuggi fuggi generale, concluso persino con l’uccisione per fuoco amico di alcuni combattenti.
Il segnale vero della trattativa in corso è venuto peraltro alcuni giorni fa, quando il presidente egiziano Fattah al Sisi ha incontrato al Cairo al Serraj e il suo vicepresidente del Consiglio Ahmed Meitig.
IL RUOLO DELL’EGITTO DI AL SISI. Nel corso del vertice infatti al Sisi, per la prima volta – a detta di Meitig – ha espresso «appoggio totale dell’Egitto al popolo libico e al governo presieduto da al Serraj», sconfessando così qualsiasi ipotesi di appoggio all’“esecutivo di Tobruk”, presieduto da al Thinni, che ha sinora dato piena copertura politica e, per così dire, istituzionale a tutte le azioni militari condotte da Haftar.
Una volta che l’Egitto ha sconfessato il governo di Tobruk, senza al Sisi, Haftar può fare ora pochi passi, perché è l’Egitto a fornirgli armi e finanziamenti e a indirizzarlo sulla scena libica, ma non ha da preoccuparsi.
«IL FUTURO DI HAFTAR LO DECIDE TRIPOLI». Questo riconoscimento egiziano alla piena legittimità dell’esecutivo libico significa una sola cosa: d’ora in poi Serraj dovrà contrattare con al Sisi le linee generali del proprio governo, incluse le nomine militari, pena la decadenza di questo fondamentale appoggio.
Lo stesso Paolo Gentiloni, nel suo viaggio a Tripoli di due giorni fa, ha dato segnale di questa trattativa affermando che «il ruolo di Haftar sarà deciso dal governo di Tripoli», tirando elegantemente fuori l’Italia (che sinora ha seguito Serraj passo passo) da questo scabroso contenzioso.
Si vedrà come si svilupperà questa trattativa basata, al solito, sulla strategia della ammuina. Ma una cosa è certa: sino a quando i libici adotteranno questi standard di comportamento, l’Isis non avrà problemi.

I predatori della Libia

11 aprile 2016, da Manlio Dinucci 


«La Libia deve tornare a essere un paese stabile e solido», twitta da Washington il premier Renzi, assicurando il massimo sostegno al «premier Sarraj, finalmente a Tripoli». Ci stanno pensando a Washington, Parigi, Londra e Roma gli stessi che, dopo aver destabilizzato e frantumato con la guerra lo Stato libico, vanno a raccogliere i cocci con la «missione di assistenza internazionale alla Libia».
L’idea che hanno traspare attraverso autorevoli voci. Paolo Scaroni, che a capo dell’Eni ha manovrato in Libia tra fazioni e mercenari ed è oggi vicepresidente della Banca Rothschild, dichiara al Corriere della Sera che «occorre finirla con la finzione della Libia», «paese inventato» dal colonialismo italiano. Si deve «favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che faccia appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi», spingendo Cirenaica e Fezzan a creare propri governi regionali, eventualmente con l’obiettivo di federarsi nel lungo periodo. Intanto «ognuno gestirebbe le sue fonti energetiche», presenti in Tripolitania e Cirenaica.

Analoga l’idea esposta su Avvenire da Ernesto Preziosi, deputato Pd di area cattolica: «Formare una Unione libica di tre Stati – Cirenaica, Tripolitania e Fezzan – che hanno in comune la Comunità del petrolio e del gas», sostenuta da «una forza militare europea ad hoc». È la vecchia politica del colonialismo ottocentesco, aggiornata in funzione neocoloniale dalla strategia Usa/Nato, che ha demolito interi Stati nazionali (Jugoslavia, Libia) e frazionato altri (Iraq, Siria), per controllare i loro territori e le loro risorse.
La Libia possiede quasi il 40% del petrolio africano, prezioso per l’alta qualità e il basso costo di estrazione, e grosse riserve di gas naturale, dal cui sfruttamento le multinazionali statunitensi ed europee possono ricavare oggi profitti di gran lunga superiori a quelli che ottenevano prima dallo Stato libico. Per di più, eliminando lo Stato nazionale e trattando separatamente con gruppi al potere in Tripolitania e Cirenaica, possono ottenere la privatizzazione delle riserve energetiche statali e quindi il loro diretto controllo.
Oltre che dell’oro nero, le multinazionali statunitensi ed europee vogliono impadronirsi dell’oro bianco: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana, che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad. Quali possibilità essa offra lo aveva dimostrato lo Stato libico, costruendo acquedotti che trasportavano acqua potabile e per l’irrigazione, milioni di metri cubi al giorno estratti da 1300 pozzi nel deserto, per 1600 km fino alle città costiere, rendendo fertili terre desertiche.
Sbarcando in Libia con la motivazione ufficiale di assisterla e liberarla dalla presenza dell’Isis, gli Usa e le maggiori potenze europee possono anche riaprire le loro basi militari, chiuse da Gheddafi nel 1970, in una importante posizione geostrategica all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente.
Infine, con la «missione di assistenza alla Libia», gli Usa e le maggiori potenze europee si spartiscono il bottino della più grande rapina del secolo: 150 miliardi di dollari di fondi sovrani libici confiscati nel 2011, che potrebbero quadruplicarsi se l’export energetico libico tornasse ai livelli precedenti.
I fondi sovrani, all’epoca di Gheddafi investiti per creare una moneta e organismi finanziari autonomi dell’Unione Africana (ragione per cui fu deciso di abbattere Gheddafi, come risulta dalle mail di Hillary Clinton), saranno usati per smantellare ciò che rimane dello Stato libico. Stato «mai esistito» perché in Libia c’era solo una «moltitudine di tribù», dichiara Giorgio Napolitano, convinto di essere al Senato del Regno d’Italia.
Fonte: Il Manifesto

Preso da: http://altrenotizie.org/pescati-nella-rete/6952-i-predatori-della-libia.html

i criminali di Misurata chiedono 150 milioni ai Tawerga per poter ritornare alle loro case

Gli sfollati interni stanno vivendo momenti infernali, in particolare gli abitanti di Tawergha, città fantasma sotto l’amministrazione di Misurata, a circa 38 chilometri di distanza. Durante la guerra civile libica è stata teatro di violenti combattimenti nell’agosto 2011. I cittadini di Tawergha sono in fuga, appunto, dal 2011e la loro aspirazione, nel tempo, è sempre stata quella di tornare nei luoghi delle loro case, del loro lavoro, della loro vita di comunità. Hanno cominciato a mettersi in viaggio, nel rispetto di un accordo con la città di Misurata, promosso dal ministro di Stato per i Migranti e i rifugiati e il Consiglio presidenziale di Fayez al-Serraj. Ma il flusso di ritorno è ora ostacolato da alcune milizie, come il gruppo Haya e una milizia, che fa parte delle forze Bunyan-al Marsus di Misurata.
Libia, ai profughi interni i miliziani chiedono 150 milioni per poter tornare a casa loro

“Vogliono 150 milioni per far loro proseguire il viaggio”. In Libia, sono più di 180.000, al momento, gli sfollati interni che hanno bisogno di assistenza; lo stesso vale per le circa 335.000 persone che hanno recentemente fatto ritorno alle loro case. L’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR) continua a sostenere queste persone, in attesa soluzioni durevoli, come il ritorno volontario in condizioni dignitose e in sicurezza. Il direttore dell’ufficio del ministero del Governo di Accordo Nazionale, Ahmed Asmel – riferisce Notizie Geopolotiche – stamattina ha detto che “alcuni gruppi armati stanno chiedendo 150 milioni per permettere agli sfollati di proseguire il loro percorso sulla strada di ritorno”. “Stiamo cercando di risolvere la situazione”, ha aggiunto. Alcuni sfollati diretti a Tawergha – si apprende ancora da Notizie Geopolitiche – hanno anche riferito che circa 200 di loro sono stati trattenuti dalla stessa milizia al-Bunyan al-Marsus e sono ora ritornati nell’area 40, a circa 40 km ad ovest dalla città di Aidabiya. Come non bastasse, ieri un comunicato del Consiglio locale di Misurata “proibisce alla popolazione di Tawergha di tornare in città fino a quando tutti i punti dell’accordo non siano stati implementati“. Da sottolineare che almeno 2 persone sono gia morte nei campi provvisori intorno a Bani Walid, ( ma questo non lo troverete scritto da nessuna parte, nei giornali e nei siti di regime , amici di chi ha distrutto la Libia nel 2011 e continua a farlo ancora adesso).

Situazioni simili per i cittadini di Bengasi. La situazione che riguarda la popolazione di Tawergha non è l’unica: nella parte orientale della Libia, le famiglie fuggite da Bengasi sono bloccate dalle forze dell’esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar, il quale – stando a quanto afferma Human Rights Watch (Hrw) – alle famiglie in fuga avrebbe rivolto accuse di sostegno al terrorismo. Dal maggio di 4 anni fa circa 13mila famiglie sono fuggite verso la zona occidentale oppure all’estero. Secondo le testimonianze raccolte da Hrw, miliziani che sostengono di far parte dell’esercito libico, hanno sequestrato le loro proprietà, dopo aver praticato torture, rapimenti, arresti senza alcuna ragione.

Migliaia di persone vagano da un luogo all’altro del Paese. L’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR) rende noto questa situazione dei profughi interni della città di Tawaregha. che vivono nella condizione di sfollati da quando, in 40.000, furono costretti a fuggire. Circa 2.000 persone, provenienti da varie località della Libia, come Bani Walid, Tripoli e Bengasi, si sono dirette verso la città, ma sono state fermate, appunto, dai gruppi armati. Dopo essere stati respinti, molti si sono temporaneamente spostati verso due aree, a Qararat al-Qataf, a circa 40 km da Tawergha, e ad Harawa, a circa 60 km a est di Sirte. In queste località, versano in gravi condizioni più di 1.200 persone, perlopiù donne e bambini. Nelle ultime tre settimane, l’UNHCR e l’organizzazione partner LibAid hanno fornito l’assistenza necessaria distribuendo tende, coperte e vestiti pesanti dato che le temperature in quest’area sono molto basse. Estremamente necessari sono dei ripari, l’acqua potabile, il cibo, l’assistenza medica e il supporto specifico per neonati e bambini.

Tratto dall’ originale: http://www.repubblica.it/solidarieta/profughi/2018/02/23/news/libia_cresce_preoccupazione_per_le_persone_bloccate_da_lungo_tempo_a_tawergha-189585368/?refresh_ce

Cosa sta succedendo in Libia?

di PANDORA (Federico Rossi) 3/2/18

Il 2018 è appena cominciato e già rappresenta un bivio fondamentale per la Libia, divisa fra una nuova opportunità di pacificazione e un ulteriore aggravarsi del caos. Il 17 dicembre scorso sono infatti scaduti ufficialmente gli Accordi di Shikrat, il trattato firmato in Marocco che aveva dato vita al debole governo di accordo nazionale di Fayez al-Sarraj, e si è aperta la strada alla possibilità di nuove elezioni, che dovrebbero tenersi nel corso di quest’anno. I presupposti per questa tornata elettorale sembrano essere però quanto di più lontano in questo momento, alla luce dello sgretolamento progressivo del territorio libico.
Lo scenario che dipingono i media nazionali offre una visione della Libia divisa più o meno in tre con l’Esercito Nazionale Libico di Haftar da un lato, il Governo di Accordo Nazionale di Sarraj dall’altro e in mezzo trafficanti, milizie e estremisti dello Stato Islamico. Sembra un panorama molto complesso, ma se analizziamo davvero tutti gli attori in gioco scopriamo che in realtà questa è una visione estremamente semplificata, che non ci permette di capire la reale entità delle forze in gioco.

Partiamo da governo di accordo nazionale di Sarraj, sostenuto a livello internazionale da Italia, Tunisia, Algeria e Arabia Saudita e appoggiato dalle Nazioni Unite. L’esecutivo di ben 32 membri di Sarraj scaturisce proprio dagli Accordi di Shikrat del 2015 e avrebbe dovuto essere la soluzione alla frammentazione politica della Libia, che in quel momento aveva due parlamenti: uno a Tripoli, espressione del primo parlamento a maggioranza islamista eletto dopo la caduta di Gheddafi, e uno a Tobruk, separatosi dal precedente dopo la ripetizione delle elezioni nel 2014.
Al contrario delle aspettative tuttavia il Governo di Accordo Nazionale è rimasto tale solo di nome, dal momento che entrambi i parlamenti hanno rifiutato la ratifica dell’accordo negando il sostegno a Sarraj, che è rimasto quindi al vertice di un esecutivo monco. Il risultato è stato quindi soltanto quello di creare un nuovo attore nel panorama libico, dotato di una legittimità molto scarsa e di un controllo minore di quello che generalmente si pensa. L’influenza di Sarraj si estende infatti solo ad una piccola parte della Tripolitania e neppure la stessa Tripoli è interamente sotto il suo controllo. Attualmente il mantenimento di questo precario potere si basa prevalentemente sulle figure di Ahmed Maiteeq e Abdulrauf Kara, nonché su fragili accordi con alcuni potenti clan della zona.
Per quanto riguarda Maiteeq, vice-primo ministro misuratino del GNA ed ex rappresentante al parlamento di Tobruk, egli è il collegamento con alcuni gruppi armati tripolini e soprattutto con la cosiddetta Terza Forza, l’alleanza di milizie che governa di fatto la città di Misurata. Questa ha avuto un ruolo di primissimo piano nella lotta contro lo Stato Islamico, tanto da avere il supporto militare statunitense, almeno in un primo momento, e resta ancora un attore influente e abbastanza indipendente dal Governo di Accordo Nazionale.
Il sostegno a Sarraj è dato infatti a fasi alterne, soprattutto per le frizioni con il pilastro del controllo di Sarraj sulla sua parte di Tripoli, la Rada. Si tratta della cupola di milizie tripoline facenti teoricamente capo al Ministero dell’Interno, ma comandate in realtà da Abdulrauf Kara, al centro di numerose polemiche per i legami con gli ambienti più estremi dell’islamismo e per gli abusi e le torture perpetrati dalle sue Forze Speciali di Deterrenza.
Il controllo del GNA sul restante territorio sotto la sua giurisdizione si basa invece su accordi con i clan che controllano le cittadine circostanti Tripoli. Quanto siano fragili questi accordi lo dimostrano i recenti scontri a Sabratha fra le forze governative e quelle di uno dei più potenti di questi gruppi, quello dei Dabbashi. Questi ultimi erano stati parte di un accordo tripartito con il GNA e l’Italia, che era principalmente interessata a ottenere dai Dabbashi, gestori di buona parte del traffico di migranti via mare, un’interruzione dei flussi migratori.
Questo accordo aveva già vacillato negli ultimi mesi del 2017, quando una delle milizie della Libia occidentale vicine ad Haftar aveva preso il controllo di parte della città, che ancora oggi resta contesa. Sabratha è infatti il principale porto di partenza per navi migranti ed è quindi al centro di un mercato molto appetibile, che i Dabbashi si sono impegnati a controllare solo sulla base del sostegno italiano attraverso il GNA. Quanto la situazione sia però fuori controllo lo testimonia la vicenda della Brigata 48, creata da Sarraj nella città per il controllo del contrabbando di petrolio, ma presto presa nella rete clientelare dei Dabbashi di cui è diventata il nuovo braccio armato nella zona.
Il potere e la legittimazione di Sarraj stanno rapidamente scomparendo sotto la spinta di numerose elementi di crisi. A indebolirlo ulteriormente concorrono non solo le frizioni politiche e militari fra i suoi alleati, ma anche il fatto che il mandato del GNA è teoricamente scaduto insieme agli Accordi di Shikrat il 17 dicembre 2017 e che la sua influenza a Tripoli è sempre più insidiata dal crescere dei gruppi salafiti anti-occidentalisti.
A tutto questo c’è da aggiungere infine l’uccisione di uno dei suoi sostenitori più importanti, il sindaco di Misurata Esthewi, recentemente vittima di un attacco rivendicato dallo Stato Islamico. Il GNA resta insomma un governo senza una reale legittimazione, essendo fra l’altro l’unico fra i tre riconosciuti della Libia a non avere alle spalle un parlamento eletto. Gran parte della sua influenza deriva dal supporto internazionale dell’Italia, che in Libia ha la più dispendiosa delle sue missioni militari all’estero.

L’avanzata del generale Khalifa Haftar

Ma Sarraj e i suoi non sono la sola autorità presente a Tripoli. Una parte della città è infatti ancora controllata dal parlamento eletto nel 2012 e riconosciuto ad oggi soltanto dalla Turchia e dal Qatar. Il Congresso Generale Nazionale non ha approvato la ratifica degli Accordi di Shikrat e sostiene attualmente il Governo di Salvezza Nazionale di Khalifa al-Ghawil, la cui forza si fonda su una cupola di milizie islamiste non-jihadiste riunite nella coalizione Alba Libica. Esso mantiene oggi soltanto un potere limitato a parte di Tripoli e ad altri centri minori della Tripolitania, ma rappresenta un attore chiave da coinvolgere in eventuali elezioni.
Il protagonista attuale della guerra civile libica sembra essere però il generale Khalifa Haftar, leader dell’Esercito Nazionale Libico. Formalmente Haftar ricopre solo posizioni militari, ma è riconosciuto da tutti come l’uomo forte che controlla di fatto il parlamento di Tobruk e il governo di Abdullah al-Thani, riconosciuto da Egitto, Emirati Arabi e Russia e appoggiato dalla Francia di Macron.
L’esercito di Haftar è al momento la forza militare più organizzata in Libia e sta procedendo alla conquista di uno degli snodi fondamentali nelle lotte di potere, la cosiddetta Mezzaluna Petrolifera, che offrirebbe un vantaggio enorme a Tobruk. L’Esercito di Haftar controlla attualmente una buona parte della Cirenaica, ma estende il suo potere anche sulla Tripolitania e sul Fezzan grazie al sostegno di varie milizie sparse per il paese.
I rapporti più difficili negli ultimi anni di guerra sono stati quelli con Misurata, che nell’ascesa del generale ha visto fin da subito quella di un nuovo Gheddafi e ha provato a contendergli in particolare il controllo sul sud del paese. Ciò nonostante un punto in comune fra questi avversari si è avuto nella lotta contro lo Stato Islamico soprattutto nella regione di Sirte. Se per le milizie misuratine però questa lotta si è fermata allo jihadismo, Haftar ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia e ha esteso la sua guerra a tutto l’islamismo, compresi i Fratelli Musulmani che ancora restano una forza politica considerevole in alcune zone.
Nonostante sia un attore in piena ascesa, non mancano le spine nel fianco anche per le forze di Haftar. Ad essere particolarmente problematiche sono le città di Ajdabiya e Derna, ancora in mano allo Stato Islamico, e soprattutto Bengasi. Qui, oltre al fatto che una buona parte della città resta in mano allo Consiglio Rivoluzionario della Shura, gruppo jihadista legato all’IS, si è consumata anche la rottura con il potente gruppo degli Awakir in seguito all’arrivo del rappresentante di Tripoli Faraj Egaim, ex membro del governo di Tobruk. Haftar ha infine perso anche parte dell’appoggio delle Brigate di Zintan, influente milizia adesso divisa fra i chi sostiene il generale e una componente più moderata.
Tutte queste difficoltà non sembrano tuttavia sufficienti ad arrestare l’avanzata di Haftar, che a luglio dello scorso anno ha centrato un enorme vittoria politica durante il vertice organizzato da Macron. Nell’accordo non solo è riuscito a strappare il riconoscimento della Francia e un vantaggioso cessate il fuoco con Sarraj, ma ha anche ottenuto sostegno alla sua lotta senza quartiere all’islamismo, che è stato interpretato dal generale in maniera piuttosto estensiva ed usato anche per attaccare la Terza Forza misuratina nel sud della Libia.
Nonostante sia in rapida ascesa, Haftar resta comunque dubbioso nei confronti delle elezioni, tanto che ha recentemente dichiarato che, a suo avviso, la Libia non sarebbe pronta per un regime democratico. Tuttavia, qualora le elezioni si svolgessero effettivamente e lui decidesse di candidarsi, sarebbe senz’altro uno dei maggiori favoriti.

Lo Stato Islamico e gli altri attori in campo

Finora ci siamo soffermati soltanto sugli attori che godono di un certo riconoscimento ufficiale, ma essi non controllano che una parte della Libia. Una frazione ancora molto consistente è infatti in mano a milizie di provenienza molto variegata. Fra queste sicuramente un ruolo importante lo hanno quelle di stampo jihadista, non solo lo Stato Islamico, ma anche Ansar al-Sharia, legata alla filiale di Al-Qaeda operante nel Maghreb e diffusa in buona parte del deserto libico.
Lo Stato Islamico in Libia ha perso molto terreno rispetto all’emirato che era riuscito a creare nel 2014 nella regione di Sirte. Gli attacchi delle forze di Haftar e delle milizie misuratine, uniti alla progressiva perdita di consensi fra i gruppi clientelari principali della zona hanno ridotto di molto gli effettivi dell’IS, ma essi sono tutt’altro che scomparsi. Restano infatti presenti in zone circoscritte della regione di Sirte e l’organo di propaganda dell’IS, Amaq, ha fatto sapere che l’espansione in Libia sarà una delle priorità per l’organizzazione jihadista ormai in ritirata da Siria e Iraq.
Oltre a queste sacche lo Stato Islamico resta presente soprattutto in tre città della Cirenaica, almeno parzialmente gestite dai Consigli Rivoluzionari della Shura: Ajdabiya, Derna e Bengasi. Le milizie jihadiste in queste città sono risorte dopo il rallentamento dell’Operazione Dignità lanciata da Haftar in Cirenaica e ora si contendono le città con gli altri attori della zona, restando padroni fra l’altro di quasi tutta Derna. Altri gruppi affiliati all’IS sono poi presenti in varie aree del Fezzan, attorno a Koufra e nella zona di confine con l’Egitto, una nuova crescita che ha portato anche alla ripresa degli attacchi contro personaggi importanti delle forze anti-jihadiste.
Proprio nel Fezzan però le milizie dello Stato Islamico si ritrovano marginalizzate da altri attori informali in grado di controllare una buona parte di questo spazio. Fra questi particolare importanza è assunta dalle fazioni tebu e tuareg, due gruppi etnici originari della zona sahelo-sahariana. I primi in particolare nel 2014 erano riusciti a creare una propria entità territoriale, arrivando a controllare un’ampia fascia da Qatrun a Murzuq grazie a frequenti cambi di alleanza fra gli schieramenti in lotta.
Tuttavia dopo l’uccisione nel 2016 di Barka Wardougu, leader principale dei tebu in Libia, le milizie si sono frammentate in numerosi gruppi indipendenti, solo parzialmente riuniti nell’Assemblea Nazionale Tebu. Queste milizie si contendono oggi i principali traffici del Fezzan scontrandosi coi gruppi tuareg e le forze degli Awlad Suleiman in un conflitto a cui l’Italia, sempre nell’ottica di controllare le migrazioni, ha cercato di mettere fine diplomaticamente.
L’incontro tripartito proposto a Roma tuttavia, molto superficialmente definito da alcuni come un “accordo fra tribù”, ha dimostrato quanto poco si comprenda ancora di cosa accade in quest’area. L’accordo, oltre a non comprendere gli altri belligeranti nel conflitto, i Qadhafa, i Maghara e gli Zwai, è stato accettato per i tebu solo dalle poche milizie di Zilawi Minah Salah e rigettato da tutto il resto dell’assemblea tebu. Attualmente sembra che molti di questi gruppi siano in ripresa grazie a un presunto ruolo di collegamento nel traffico di armi fra Boko Haram in Nigeria e i gruppi affiliati all’IS in Libia.
Per quanto riguarda le milizie tuareg esse sono attive soprattutto al confine con l’Algeria, nella regione sud-occidentale di Ghat, e godono del sostegno dei gruppi secessionisti del nord del Mali. Nonostante alcuni esponenti di queste milizie abbiano preso parte all’incontro di Roma, la loro partecipazione al conflitto per le risorse petrolifere e le rotte del traffico nel Fezzan non si è fermata e adesso controllano un’area significativa del deserto libico, che permette loro di esercitare la propria influenza su una parte dei traffici provenienti dall’Algeria.
Gli altri esponenti della lotta per il controllo del Fezzan sono i principali gruppi formati sulla base di reti clientelari e familiari, che sono stati a lungo la base del potere politico della Libia. La regione di Sebha è quella dove la situazione è più complessa: la lotta per il controllo degli snodi economici (rotte del traffico e giacimenti di petrolio) vede da un lato gli Awlad Suleiman, che hanno recentemente avuto il sostegno dell’Italia, e dall’altro i due influenti clan dei Qadhafa e dei Maghara, il cui potere deriva essenzialmente dalla posizione di rilievo di cui godevano sotto il regime di Gheddafi. Non trascurabile sono infine le milizie facenti capo agli Zwai, forti soprattutto a Koufra.

La riunificazione delle varie autorità riconosciute della Libia

Le possibilità di coinvolgere tutti questi soggetti nelle eventuali elezioni che si terranno nel 2018 sembrano ad oggi molto scarse. Gheddafi si era assicurato la stabilità attraverso una forte alleanza al vertice fra i gruppi di potere principali, una via che oggi, con il cambiare degli equilibri di potenza per effetto dei sostegni alterni degli Stati stranieri, appare poco praticabile. La priorità delle Nazioni Unite e del suo rappresentante in Libia, Ghassan Salamé resta comunque soprattutto la riunificazione delle varie autorità riconosciute della Libia, un punto di partenza indispensabile, ma che rischia di fallire se si baserà sulle attuali fragili premesse.
Oltre al quadro che abbiamo tracciato fin qui esiste infatti un’ultima criticità, che rischia di rendere le elezioni un ennesimo punto di rottura piuttosto che un’opportunità. Il problema riguarda nuovi attori, che sembrano essere attirati in Libia dalla finestra di possibilità offerta loro dalle elezioni. Due in particolare sembrano poter giocare un ruolo rilevante.
Il primo di essi è Basit Igtet, imprenditore libico da anni residente in Svizzera, che può vantare importanti legami con il Qatar e un ruolo non irrilevante avuto nel finanziamento degli oppositori di Gheddafi nella guerra civile e che oggi gode anche di un certo sostegno fra i giovani delle grandi città, come ha dimostrato la notevole manifestazione da lui guidata il 25 settembre scorso a Tripoli.
L’altra incognita è invece il ritorno di Sayf al-Islam, figlio di Gheddafi e a lungo volto moderato del regime del padre, che gode di non poco seguito fra la popolazione libica. Dopo essere rimasto prigioniero fino al 2016 del governo miliziano di Zintan, è stato recentemente graziato dalle autorità di Tobruk e potrebbe essere davvero uno dei favoriti, evocando spettri di un passato ancora molto vicino, nonostante la distanza politica col padre non sia messa in discussione.
Le problematiche sono molte e sicuramente la pacificazione della Libia sembra oggi lontana, ma, malgrado le difficoltà appaiano insormontabili, riuscire a tenere libere elezioni e formare un unico governo riconosciuto internazionalmente rappresenterebbe la base per poter costruire in futuro una pace nel paese. Tutto questo non può però prescindere da una ridefinizione degli obiettivi degli attori stranieri coinvolti, in modo da tenere in reale considerazione l’importanza del coinvolgimento della popolazione libica e da cessare di favorire la destabilizzazione del paese sostenendo alternativamente milizie rivali.

ecco un bell esempio dei RATTI nella “nuova Libia”.

Quello che segue è un articolo interessante che fa luce sui RATTI che dal 2011 occupano la Libia. Meno male che è un articolo che non è stato scritto da un sostenitore di Gheddafi. Buona lettura.

Chi sta distruggendo la cultura in Libia

BREKING: Serraji paga 50 milioni di dinar ai mercenari per attaccare Wershafana.

NOTA: Prima di proseguire è necessaria una premessa, al contrario di quanto accade nei media italiani, ed occidentali, ( silenzio di tomba), sui siti libici ed internazionali, in questi giorni sentirete che in Libia, uomini di Zintan hanno attaccato i “”criminali”” a Wershafana. SEMPLICEMENTE QUESTO é FALSO, questi non sono parte della tribù di Zintan, ma sono mercenari pagati dal governo di occupazione di Al Serraji, ( quello voluto dall’ ONU e sostenuto dall’ italia , per capirci). A cui si è aggiunta la cosiddetta Brigata rivoluzionaria di Tripoli

Il consiglio degli anziani della tribù Zintan si è dissociata da questi criminali guidati da Osama al-Juwaily, e non riconosce questi ratti come membri della tribù.

La notizia dei 50 milioni pagati si trova qui: http://www.libya24.tv/news/116779

Ecco uno dei pochi articoli in italiano:

Libia. Wearshefana sotto attacco, il leader Abu Amid lancia un appello all’Onu

di Vanessa Tomassini –

Dopo la pausa dei giorni scorsi, gli uomini del Consiglio militare di Zintan guidati da Osama al-Juwaily avrebbero ripreso la spedizione contro la città di Wearshefana. Una prima offensiva era partita mercoledì sera, causando la morte di alcuni bambini, ma senza grandi successi dal punto di vista militare. al-Juwaili avrebbe anche sferrato un attacco con gas tossici contro la tribù dei Mahashia. Abbiamo raggiunto il capo del Consiglio supremo delle tribù di Wearshefana, al-Mabrouk Abu Amid, con cui il nostro giornale è in contatto per seguire l’evoluzione della vicenda. “Wearshefana è stata esposta per quattro anni ad uccisioni e sequestri, dal 2011 ha subito crimini ingiustificati, immorali ed illegali con la distruzione e l’incendio di 7.500 case. La vera motivazione di questa guerra è quella ​​di cambiare l’assetto demografico della popolazione che ha un’importanza strategica. In questi giorni siamo stati attaccati con il pretesto di una campagna militare contro alcuni guerriglieri sospettati di criminalità e terrorismo, ma la vera ragione è quella di controllare la Quarta Brigata in Aziziyah, che appartiene all’esercito. Inoltre, siamo sotto attacco per via della presenza dei sostenitori di Gheddafi, usando il pretesto della presenza di bande responsabili di rapimenti e barbarie”, ci ha spiegato il capo del Consiglio supremo di Wearshefana. “Il responsabile di tutto ciò è il Consiglio presidenziale, che ha commissionato Osama al-Juwaily con la regione occidentale. Siamo sorpresi che l’arresto dei criminali venga compiuto con razzi, artiglieria pesante, carri armati e bombardamenti sui civili, su donne e bambini, rifiutando la collaborazione delle forze di sicurezza di Wearshefana”, ha proseguito. Poi lancia un monito tramite il nostro giornale all’occidente, in particolare alle Nazioni Unite: “Siamo sorpresi del fatto che per arrestare i criminali sostenuti da loro stessi, la regione debba essere svuotata delle banche e degli istituti che offrono educazione, salute e servizi alla popolazione. Siamo sorpresi – prosegue- del mancato arresto delle vere figure terroristiche che affrontano nei tribunali libici e nel Tribunale Penale Internazionale casi di rapimento, sequestri e distruzione di case. Siamo sorpresi che tutto ciò avvenga nel silenzio della Comunità Internazionale, del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che permette l’uccisione dei civili, di bambini innocenti, l’assedio e la fame della città di Wearshefana”. Infine al-Mabrouk Abu Amid ci dice che “Ci chiedono riconciliazione, riparazione e compensazione, ma le milizie che stanno controllando Tripoli ed altre aree sono sempre contro tutte le soluzioni e sappiamo che l’obiettivo finale, dopo Wearshefana, è proprio la capitale, per distruggerla. Abbiamo costituito un comitato giuridico per trascinare i vari casi davanti ai tribunali libici ed internazionali contro al-Serraj, il ministro della Difesa, il capo di Stato, il ministro dell’Interno e il comandante della regione occidentale, Osama al-Juwaily. Vi invieremo le immagini delle case distrutte, dei bambini, uomini e donne morti. Vi mostreremo le immagini della devastazione causata dai razzi. Invitiamo le organizzazioni dei diritti umani e i media a fare qualcosa per salvare mezzo milione di persone e fornire aiuto e medicinali e cure adeguate ai feriti”. Questo appello non deve passare inosservato, non è possibile fare finta di nulla, Notizie Geopolitiche si impegna a continuare ad informarvi su questa vicenda.

Preso da: http://www.notiziegeopolitiche.net/libia-wearshefana-sotto-attacco-il-leader-abu-amid-lancia-un-appello-allonu/

Per chi volesse sapere la verità invece, consiglio la lettura di alcuni articoli come QUESTO di Libyan war the truth 

Aggiornamenti su RCLM Libya 

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e non date ascolto alle bufale che appariranno sul Libya Herald, ed altri giornali dei RATTI.