Siria. I giornalisti occidentali che adoravano i “ribelli moderati” finanziati dagli anglosionisti, oggi riconoscono che sono solo dei terroristi

Crisi siriana, 16 ottobre 2019 – Che dramma per i giornalisti occidentali parlare oggi delle atrocità commesse dai miliziani alleati di Erdogan nel nord della Siria ! Quegli stessi miliziani che esaltavano ieri, quando combattevano contro il legittimo governo di Bachar al-Assad

Reseau International, 16 ottobre 2019 (trad.ossin)
Siria. I giornalisti occidentali che adoravano i “ribelli moderati” finanziati dagli anglosionisti, oggi riconoscono che sono solo dei terroristi
Nebojsa Malic
Dagli “Elmetti bianchi”, a tutti gli altri complici del terrorismo jihadista contro il governo legittimo di Bachar al Assad, oggi che aggrediscono i poveri Curdi vengono finalmente considerati per quello che sono sempre stati: Terroristi
Un fenomeno davvero affascinante che accompagna l’invasione turca della Siria è osservare come i giornalisti occidentali, che all’epoca esaltavano i «ribelli moderati», cadono adesso nella trappola di doverli condannare.
Avanguardie dell’invasione turca sono «l’Esercito Siriano Libero» e altri militanti «moderati» che i principali media occidentali presentano da anni come vittime del «mostro genocida» Bachar al-Assad di Damasco. Oggi, i «ribelli» sono i cattivi e Assad è il salvatore – almeno per quanto riguarda i Curdi, i media hanno condannato il «tradimento» degli alleati da parte del presidente USA Donald Trump. Che casino !
«Quando le forze turche combattono contro i Curdi, i media le definiscono come genocide maniache e supporto dello Stato Islamico», ha twittato l’erudito Max Abrahms. «Quando le forze turche combattono (contro il presidente siriano Bachar) al-Assad, i media li chiamano ribelli e rivoluzionarie»
Giornali come il Washington Post definiscono ormai «folli e inaffidabili» i militanti che, solo qualche mese fa, sostenevano come «ribelli moderati», ha sottolineato il giornalista Aaron Mate.
Da molti anni, alcuni giornalisti di sinistra, e non solo, sono stati denigrati e criticati per avere segnalato ciò che attualmente è apertamente riconosciuto: le milizie assassine — alias «ribelli moderati» — usati per combattere una guerra per procura in Siria, per conto di Stati Uniti, paesi del Golfo e Turchia, sono «folli e inaffidabili»
«Ci sono senz’altro dei fautori della guerra per procura che, in precedenza, hanno esaltato l’Esercito Siriano Libero e che, adesso, sono in pena per le loro atrocità contro i Curdi siriani», ha twittato Mate, affermando che non possono essere presi sul serio, a meno che non chiedano scusa a quelli che denunciavano come «Assadisti», ammettendo che avevano ragione .
Pur non avendo presentato alcuna scusa, i giornalisti occidentali si sono molto agitati nei media. Ecco Danny Gold, di PBS Newshour, deplorare che i combattenti anti-governativi ai quali in passato si era «legato» (quando lavorava per Vice) prendano adesso parte all’invasione del nord della Siria da parte della Turchia:
Ho aperto facebook per vedere che un combattente al quale mi ero legato nel 2013 è adesso attivo in uno dei gruppi sostenuti dalla Turchia, che attaccano il nord della Siria. E’ originario di Ras Al Ayn, militava originariamente in un gruppo misto curdo/arabo dell’Esercito Siriano Libero che ha combattuto contro le YPG laggiù nel 2013
«I falsi esperti di cose siriane si rendono conto di essere stati sempre a favore dei fanatici wahhabiti. Anni di reportage riassunti in un solo tweet. Semplicemente, non riesco a trattenere le risa»
Leggendo i media occidentali di questa settimana, viene da pensare che siano loro le vere vittime degli eventi della settimana scorsa – e non tanto i Curdi siriani di cui deplorano la sorte – perché la narrativa che hanno elaborato e mantenuto dal 2011 non regge più. Non solo l’invasione turca ha rivelato la vera natura dei «ribelli moderati», ma è servita anche da pretesto per un ritiro generale degli Stati Uniti dalla Siria e ad un accordo tra Curdi e governo siriano che Washington ha tentato, per anni, di evitare.
I giornalisti che hanno, per anni, demonizzato Assad come un criminale di guerra genocida e, per una settimana, accusato Trump di abbandonare i Curdi al «genocidio» turco, stanno ora lottando per fare fronte all’intervento dell’Esercito governativo Arabo Siriano per difendere i Curdi dalla Turchia.
Inutile dire che non è molto facile.
«Trump ha spinto i Curdi nelle braccia della Russia», ha twittato Edward Luce, editorialista capo del Financial Times, descrivendo il rafforzamento della Siria come un disastro di proporzioni globali, una disintegrazione dell’ordine mondiale che arreca benefici solo al Cremlino.
«Non lo so se oramai sia troppo tardi per ripristinare l’immagine benevola di cui gli Stati Uniti godevano nella maggior parte delle regioni del mondo. Ma la luce si sta spegnendo», ha dichiarato Luce lunedì nel corso di un thread
Val la pena di notare l’entità della catastrofe provocata da Trump in settimana dopo la sua chiamata a Erdogan 1. Lo Stato Islamico resuscitato. 2. Il controllo di Assad sulla Siria. 3. La Russia approfitta di nuovo di un’altra manna geopolitica. 4. Tradimento dei Curdi. 5. Immenso danno alla potenza USA
Il giornalista Max Blumenthal ha descritto il thread di Luce come «il panico di fronte al declino di un impero». Immagine appropriata ad un simile melodramma. Notate l’assenza quasi totale di preoccupazione per il benessere dei Siriani, che hanno sofferto per più di 8 anni a causa della guerra per procura e del terrore dello Stato Islamico – o anche degli stessi Curdi, che sono stati i primi a mettere nero su bianco, quando hanno stretto un accordo con Damasco.
E’ difficile ammettere che ci si è sbagliati, è per questo che la maggior parte dei giornalisti non lo fanno mai. E’ molto più facile incolpare la Russia, come fanno regolarmente dalle elezioni presidenziali statunitensi del 2016 e il referendum del Brexit, che hanno rivelato fino a qual punto essi siano totalmente disconnessi dalla loro stressa società. Quel che la Siria ha dimostrato, è che sono sconnessi anche con le relazioni internazionali.
Un caso italiano: Lorenzo Cremonesi
“L’inviato speciale” del Corriere della Sera, Lorenzo Cremonesi, oggi si commuove alla storia terribile di Hevrin Khalaf, militante curda, assassinata dalle milizie “in odore di qaedismo” alleate dei Turchi. Eppure, agli esordi della crisi siriana, esaltava il desiderio di libertà e di democrazia delle bande irregolari che combattevano in Siria contro Bachar al-Assad. E definiva gli attuali “terroristi” dell’Esercito Siriano Libero che hanno lapidato la militante curda come “partigiani”.
Consigliamo la lettura di un corsivo di quegli anni, per la penna del nostro terribile  diavoletto Azazello:

Il governo francese ha collaborato con l’ISIS attraverso l’azienda francese Lafarge

20 ottobre 2019.
Il 16 ottobre 2019, la Coalizione Internazionale ha dato fuoco alla cementeria francese Lafarge a Jalabia (al confine con la Turchia, a nord di Aleppo) prima dell’arrivo dell’esercito arabo siriano nell’area.
Quindi, le tracce di un’operazione segreta, che era di grande importanza, andarono letteralmente in fumo.

 
L’impianto ha permesso di costruire fortificazioni sotterranee da cui poter condurre la guerra contro le forze del governo siriano sulla base della strategia descritta da Abu Musab “siriano” nel suo libro del 2004 “Gestione della barbarie”. Successivamente, la fabbrica fu utilizzata per proteggere le forze speciali norvegesi e francesi, che diedero fuoco alla fabbrica prima di fuggire.
Nel 2016, il sito web turco Zaman Al-Wasl ha pubblicato uno scambio di e-mail tra gli stessi dirigenti di Lafarge, ha confermato l’esistenza di collegamenti tra la multinazionale e Daesh.
Il quotidiano Le Monde  ha pubblicato una sua versione di fatti messi in atto per nascondere:
– le relazioni di Lafarge con la CIA nel contesto di varie operazioni, incluso il trasporto di armi durante la guerra contro l’Iraq;
– Il rapporto tra la società e il segretario di Stato americano Hillary Clinton (precedentemente membro del consiglio di amministrazione di Lafarge);
– le relazioni di Lafarge con il DGSE (servizi di intelligence esteri francesi) durante la guerra contro la Siria;
– la costruzione di infrastrutture jihadiste in Siria [con il cemento di Lafarge]
.

Ci vollero sei mesi perché l’aviazione russa usasse bombe penetranti per distruggere queste fortificazioni – le più grandi sul campo di battaglia dalla seconda guerra mondiale – che permisero all’esercito arabo siriano di liberare il suo territorio.
https://friendsforsyria.com/2019/10/19/france-torches-lafarge-cement-plant-in-syria/ – zinc
Alcuni giorni fa gli Stati Uniti hanno distrutto l’impianto del gruppo francese Lafarge : Aerei della coalizione internazionale contro lo Stato islamico hanno lanciato mercoledì bombardamenti aerei nel nord della Siria (90 km da Raqqa e 65 km da Manbij), che è stato convertito in una base militare che ora è stata abbandonata come parte del ritiro delle truppe statunitensi dalla zona. Il rappresentante della coalizione internazionale, il colonnello degli Stati Uniti Miles Keygins, ha affermato che due aerei F-15E sono stati chiamati dall’Iraq, ed hanno attaccato la fabbrica di cemento Lafarge dopo la partenza delle truppe americane.
Secondo i funzionari degli Stati Uniti, si intendeva distruggere munizioni abbandonate ed equipaggiamento militare per non farle cadere nelle mani di terzi.
Ma ci sono altre possibili ragioni per questo insolito bombardamento.

In primo luogo, si tratta di media: immagini trasmesse sulla rete russa RT di una base abbandonata in fretta e furia dai Marines americani a Manbij (con cibo sul tavolo, ecc.) Non esaltano la parte americana – e, di conseguenza, questo può essere stato deciso che non doveva essere ripetuto .
Il secondo riguarda il futuro ripristino della Siria, dal momento che i bombardamenti sono un duro colpo per la Siria. L’impianto di Lafarge è il più grande in Siria ed è stato il più grande investimento estero diretto prima della guerra (dopo quello per il settore petrolifero, valutato a $ 680 milioni. La sua capacità produttiva ha raggiunto i 3 milioni di tonnellate all’anno, che è significativamente superiore a qualsiasi degli altri sei impianti di calcestruzzo di proprietà statale nel paese. Dopo la sottrazione da parte dei “ribelli” ad Aleppo dell’infrastruttura industriale dell’allora capitale economica della Siria (con attrezzature meccaniche esportate in Turchia), la perdita dell’impianto di Lafarge penalizza grandemente la ricostruzione postbellica ancora già difficoltosa.
Ma c’è una terza ipotesi, molto più oscura sulle possibili cause dell’attentato: è il voler seppellire lo scandalo scoppiato intorno allo stabilimento di Lafarge .
Il colosso francese, fondato nel 1833, si è unito a luglio 2015 con il rivale svizzero Holcim per $ 41 miliardi. Ma il primo CEO di Lafarge-Holcim, Eric Olsen, è stato costretto a rassegnare le dimissioni dopo che la giustizia francese ha intentato una causa nel luglio 2016 in merito alle attività della società in Siria con l’accusa di “finanziamento del terrorismo” e la creazione di una minaccia alla vita delle persone.
In particolare, la giornalista Dorothea Miriam Kellou ha pubblicato sul giornale Le Monde e sulla rete FRANCE 24 i dettagli degli accordi che Lafarge avrebbe concluso con un certo numero di organizzazioni armate, tra cui lo Stato islamico, per mantenere l’operabilità del suo stabilimento di Jalalbia. ,
Ricordiamo che lo stabilimento è stato catturato dall’ISIS nel settembre 2014, che successivamente è stato ripreso a febbraio dell’anno successivo dai militanti curdi YPG che l’hanno trasformata in una base militare.
Secondo l’indagine interna di Lafarge, tra il 2011 e il 2013, il gruppo ha pagato circa 5,5 milioni di dollari ai gruppi armati nella Siria settentrionale e un totale di 15,3 milioni di dollari dal 2011 al 2013 secondo la magistratura francese. Il fatto che la compagnia Lafarge abbia avuto una grande tolleranza al terrorismo è stato rilevato anche da personalità internazionali che hanno partecipato al suo Consiglio di amministrazione nella misura di 15 persone,  durante il periodo di lavoro di Hillary Clinton.
Tuttavia, l’indagine di Olsen è stata chiusa lo scorso marzo, poiché si riteneva che non avesse alcuna responsabilità per ciò che era stato commesso prima della fusione con Holcim. Per questo si è ritenuto che avesse riacquistato il suo onore e quindi di poter riprendere le sue attività commerciali. Ma un’indagine giudiziaria non è chiusa: il 24 ottobre, la Corte d’appello di Parigi deciderà sulle accuse contro la società, mentre l’ex amministratore delegato Bruno Lafon, l’ex direttore della sicurezza Jean-Claude Weyer e l’ex direttore della giustizia della filiale siriana, Frederic Zoliboa sono sotto i riflettori.
Quello che sicuramente vuole tenere le cose aperte è Tayyip Erdogan. Parlando con l’Assemblea nazionale turca alla vigilia del bombardamento dell’impianto a Jalabia, il presidente turco ha affermato che Lafarge svolge un ruolo attivo nella costruzione di fortificazioni nell’area a favore dell’YPG. “Vediamo un tunnel di 90 chilometri nel nord della Siria. Come sono stati costruiti? Da dove viene il cemento? Venivano dalla fabbrica Lafarge, una società francese “, ha aggiunto, aggiungendo che alla Francia e alla NATO sarebbe stata chiesta una spiegazione. ,
Erdogan ha anche chiesto domande simili durante l’operazione turca per occupare Afrin all’inizio del 2018. Ma le sue affermazioni sono ora difficili da verificare.
https://www.capital.gr/diethni/3388678/giati-bombardistike-to-ergostasio-tis-lafarge-sti-suria

Permesso ISIS rilasciato ai dipendenti Lafarge.
Per ulteriori informazioni sui documenti che indicano la relazione di Lafrage con ISIS, è possibile leggere qui https://arretsurinfo.ch/french-cement-company-in-syria-buys-oil-from-isis-documents/

Il gruppo Lafarge è sospettato di aver pagato circa 13 milioni di euro a gruppi jihadisti, tra cui Daesh, dal 2013 al 2014 per mantenere una delle sue strutture in Siria, in un’area occupata da gruppi islamisti in un paese devastato dalla guerra. Il gruppo potrebbe continuare a gestire il suo stabilimento con un’attività molto redditizia, l’azienda  nel 2014 a aveva un fatturato di  12,843 miliardi di euro.
Se ciò è dimostrato, lo stato francese non ha impedito tale pratica, ma piuttosto: ha fatto di tutto per far funzionare l’impianto il più a lungo possibile. È impossibile rifiutare tali investimenti: la fabbrica costa $ 600 milioni. “Vediamo ogni sei mesi l’ambasciatore francese in Siria [a Parigi], e nessuno ci ha detto:” Ora devi partire “, afferma Christian Herro, ex vicedirettore generale delle operazioni del gruppo. Il governo francese raccomanda vivamente di rimanere, è ancora il più grande investimento francese in Siria ed è la bandiera francese. Quindi sì, Bruno Lafon dice: “Restiamo”.
Inoltre,durante l’inchiesta, alcuni degli accusati hanno dichiarato di aver mantenuto contatti regolari con il Ministero degli affari esteri e la direzione generale della Sicurezza esterna. Lo stato sapeva che “il più grande investimento francese in Siria” è stato utilizzato per finanziare Daesh?
Secondo Jean-Claude Veyillard, ex direttore della sicurezza di Lafarge, tutto è abbastanza ovvio. L’argine di Orsay non solo ha spinto la compagnia a rimanere per mantenere i suoi investimenti, ma anche a partecipare alle operazioni militari in Siria. Sostiene di aver inviato informazioni al DGSE contattando l’agenzia al suo indirizzo e-mail creato per questo caso. Sostiene inoltre di aver incontrato agenti per conoscere la situazione in Siria. Sostiene addirittura di essere la loro unica fonte nella regione.
Diverse e-mail e informazioni divulgate da Jean-Claude Weillard mostrano una netta connessione tra il servizio di sicurezza del gigante del cemento e il servizio di intelligence. Il 22 settembre 2014 ha riferito al DGSE che “la fabbrica è attualmente occupata da Daech, che beneficia della nostra mensa, clinica e infrastrutture di base” e che stava cercando “un modo per pagare la” tassa “di Daesh. Il 17 novembre 2014, secondo quanto riferito, ha ripreso i servizi, annunciando che Amro Taleb, uno dei principali intermediari tra Lafarge e Daech, ha proposto di “rilanciare la fabbrica sotto il controllo degli” uomini d’affari “dell’ISIS. Il 23 dicembre dello stesso anno, contattò i servizi e li informò che erano stati stabiliti contatti con i rappresentanti di Daesh. La risposta della DGSE sarebbe categorica: esprime il suo interesse “con qualsiasi rappresentante Daech in contatto con i tuoi dipendenti … Telefono, posta, descrizioni, ecc.” Nonostante il problema della sicurezza delle persone, il servizio ha dato il via libera alle comunicazioni tra il gruppo finanziario internazionale e i gruppi terroristici “.
https://www.revolutionpermanente.fr/On-ne-peut-pas-porter-une-barbe-mais-Lafarge-peut-verser-13-millions-a-Daesh –
Quindi quando l’Isis ha fatti l’attentato in Francia lo stesso governo francese  di sua spontanea volontà ha dato il via libera alla cooperazione con l’ISIS e ha fornito alla società francese l’opportunità di lavorare nel califfato, compreso il pagamento di tasse al tesoro dello Stato islamico.

Preso da: https://www.vietatoparlare.it/il-governo-francese-ha-collaborato-con-lisis-attraverso-lazienda-francese-lafarge/

US Launches a New Propaganda Campaign Around the Assassination of Their Asset, Abu Baker al-Baghdadi

Editorial Comment:

Airstrikes that the US claim were instrumental in the killing of their Daesh asset,Abu Baker al-Baghdadi, did not actually happen, according to Maj.Gen. Igor Konashenkov, of the Russian Ministry of Defense:

“No airstrikes performed by US aircraft or aircraft belonging to the so called ‘international coalition’ were detected on Saturday or during the following days.Since the moment of the final Daesh’s defeat at the hands of the Syrian government army supported by Russian Aerospace Forces in early 2018, yet another ‘death’ of Abu Bakr al-Baghdadi does not have any strategic importance regarding the situation in Syria or the actions of the remaining terrorists in Idlib.”

Abubakr al-Baghdadi

This latest announcement follows Russia’s publication of evidence of the US theft and export of Syrian oil and the release of a statement by the Russian and Syrian Joint Coordination Committee on crimes committed against civilians and refugees by the US and their proxies and the obstruction of efforts to free citizens living in inhumane conditions in Rukban Camp.

A.V.

Related:

Unione nazionale in Siria e Venezuela

All’inizio di settembre siamo stati i soli ad annunciare il passo decisivo contemporaneamente compiuto in Siria e Venezuela. Paesi che ora non cercano più di negoziare con i terroristi, bensì di costruire un nuovo regime in collaborazione con l’opposizione patriottica.

| Damasco (Siria)

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I presidenti Bashar al-Assad e Nicolás Maduro.
Siria e Venezuela si giocano contemporaneamente e parallelamente il proprio futuro. Ed è normale sia così, perché trattasi di conflitti che non hanno origine locale, ma sono frutto della strategia del Pentagono di distruzione delle strutture statali, avviata dapprima nel Medio Oriente Allargato, in seguito nel Bacino dei Caraibi (dottrina Rumsfeld/Cebrowski [1]).

La situazione e le capacità dei due Stati sono molto diverse, ma la resistenza al capitalismo globale è la medesima. Hugo Chávez (presidente dal 1999 al 2013) è stato portavoce delle popolazioni delle periferie del mondo, di fronte alle ambizioni delle società transnazionali. Deluso dalla defezione di alcune nazioni del Movimento dei Paesi Non-allineati, diventate vassalle degli Stati Uniti, Chávez e il presidente siriano Bashar al-Assad immaginarono di rifondare il Movimento su basi rinnovate e di chiamarlo Movimento dei Liberi Alleati [2]. A chi si poneva domande sui tempi di realizzazione di quest’ambizioso progetto, il presidente venezuelano rispondeva con la previsione che l’omologo siriano avrebbe occupato il suo posto sulla scena internazionale. Nel piano quinquennale 2007-2013, che redasse in prima persona, Chávez inserì anche istruzioni per le amministrazioni del Paese affinché sostenessero un alleato politico tanto lontano, la Siria [3].

Da 18 anni la guerra imperversa nel Medio Oriente Allargato e da otto in Siria. Afghanistan, Iraq e Libia sono già stati distrutti. Lo Yemen è ridotto alla fame. In Siria un governo in esilio è stato riconosciuto dagli Stati Uniti e da un pugno di loro alleati. Il patrimonio del Paese in Occidente è stato confiscato. Nella Lega Araba un governo alternativo ha rimpiazzato quello costituzionale. I vassalli regionali del Pentagono si sono messi agli ordini della NATO.
Nel Bacino dei Caraibi il preludio alla guerra è già in fase avanzata, soprattutto in Nicaragua e a Cuba. In Venezuela un autoproclamato presidente è stato riconosciuto dagli Stati Uniti e da un pugno di loro alleati. Il patrimonio del Paese in Occidente è stato confiscato. Nell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) un governo alternativo ha rimpiazzato quello costituzionale. I vassalli regionali del Pentagono stanno riattivando il Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR).
La guerra in Siria è al termine perché la presenza militare russa rende impossibile l’invio di nuove truppe per combattere il governo [legittimo] del Paese, siano esse formate da soldati regolari statunitensi, da mercenari ufficialmente ingaggiati dal Pentagono o da mercenari ufficiosamente ingaggiati dagli alleati della NATO. Ma la vittoria contro decine di migliaia di mercenari dell’Esercito Arabo Siriano non significa pace.
In Siria e Venezuela la pace sarà possibile solo a condizione che la società fratturata – dalla guerra nel primo caso e dalla sua preparazione nel secondo – venga riparata. In Siria la riparazione potrà avvenire attraverso la redazione e l’adozione d’una nuova Costituzione, come previde quattro anni fa la risoluzione ONU 2254. Anche in Venezuela la pace dovrà passare dalla creazione di un regime di unione nazionale, ove si associno gli chavisti e l’opposizione patriottica, ancora viva nel Paese, cui sta a cuore la preservazione della nazione.
Con l’assenso del presidente Trump, nonostante l’opposizione dei generali del Pentagono e dei diplomatici del dipartimento di Stato, il 16 settembre Siria e Venezuela hanno fatto passi avanti in questa direzione. Lo stesso giorno Iran, Russia e Turchia hanno annunciato la formazione della Commissione Costituzionale Siriana [4] e il Venezuela l’apertura di un Tavolo di dialogo che riunisce rappresentanti del governo e dell’opposizione patriottica [5]. Un’iniziativa che si sostituisce ai negoziati che il governo costituzionale aveva intavolato alle Barbados – alla presenza di mediatori norvegesi – con i rappresentanti dell’autoproclamato presidente Guaidó; negoziati che quest’ultimo dichiarò esauriti e abbandonò. Analogamente, la Commissione Costituzionale Siriana mette fine ai negoziati che il governo conduceva da anni con gli jihadisti “moderati”, sotto gli auspici dell’ONU.
Dopo l’inizio della guerra in Siria il principio di Unione Nazionale si è gradualmente affermato. Il presidente Assad riuscì a organizzare nel 2014 un’elezione presidenziale conforme agli standard internazionali dei regimi democratici. In Venezuela invece questo principio rappresenta una novità, di cui ancora non tutti sono convinti. Un precedente tentativo avviato da papa Francesco è fallito. Questa volta, in poche ore, i negoziatori sono riusciti ad accordarsi su tutto quel che Guaidó asserisce di rivendicare, ma che in realtà rifiuta di formalizzare. Gli chavisti hanno smesso di disertare le sedute dell’Assemblea Nazionale; la riforma della Commissione elettorale è in gestazione; il vice-presidente dell’Assemblea Nazionale, prima agli arresti, è stato rilasciato; e via di questo passo.
La diffusione della notizia di questi considerevoli progressi ha coinciso con la vacanza del posto di Consigliere per la Sicurezza Nazionale USA. La sostituzione di John Bolton con Robert O’Brien favorisce l’avvio di un nuovo indirizzo a Washington. I due uomini hanno le medesime referenze ideologiche, l’“eccezionalismo statunitense”, ma stili opposti: il primo minaccia di guerra l’intero pianeta, il secondo è consumato negoziatore.
Giacché i partigiani del terrorismo – gli jihadisti “moderati” e i guarimberos di Juan Guaidó – ne sono esclusi, Unione Europea e Gruppo di Lima, privi del pragmatismo del presidente Trump, condannano questi progressi.

[1] The Pentagon’s New Map, Thomas P. M. Barnett, Putnam Publishing Group, 2004. “Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 agosto 2017.
[2] “Assad e Chavez chiedono la formazione di un movimento di liberi alleati”, Rete Voltaire, 3 luglio 2010.
[3] Proyecto Nacional Simón Bolívar. Primer Plan Socialista (PPS) del Desarrollo Económico y Social de la Nación (2007/2013), Presidencia de la República Bolivariana de Venezuela.
[4] “Joint Statement by Iran, Russia and Turkey on the International Meeting on Syria”, Voltaire Network, 16 September 2019.
[5] «Venezuela : Mesa Nacional», Red Voltaire, 26 de septiembre de 2019.

Libia 2011: quando la Nato supportò al Qaeda contro Gheddafi

Piccole Note 16/8/2019.

In Libia la Nato intervenne in supporto di al Qaeda. Lo rivela il documentato studio di Alan J. Kuperman, che ha analizzato l’immane documentazione pubblicata al tempo dai rivoltosi sul web. Fonti dirette, dunque, inequivocabili.

Nell’articolo pubblicato sul National Interest il professore della lbj School of Public Affairs di Austin (Texas) dettaglia quanto avvenne in quel fatidico 2011, quando la Libia fu teatro di un’insurrezione contro Muammar Gheddafi, travolto poi dall’intervento Nato.

Libia 2011: quando la Nato supportò al Qaeda contro Gheddafi
Libia: falsità di una narrazione

Kuperman rammenta quanto ormai acclarato da indagini precedenti, che cioè l’intervento dell’Occidente ebbe “false giustificazioni”.

Non era vero che Gheddafii stesse “massacrando civili”, in realtà il regime stava contrastando “con attenzione delle forze ribelli che avevano attaccato per prime”.

In secondo luogo, l’apparente “missione umanitaria” era in realtà un’operazione di regime-change che accrebbe “il bilancio delle vittime di almeno dieci volte, promuovendo l’anarchia che ancora persiste”.

La narrazione ufficiale vuole che i disordini libici abbiano avuto inizio con proteste pacifiche, contro le quali. Il regime avrebbe usato la forza letale, costringendo i manifestanti a prendere le armi.

“Questi ribelli dilettanti – secondo tale narrazione – presero poi il controllo della Libia orientale in pochi giorni, spingendo Gheddafi a schierare forze per commettere un genocidio, che fu interrotto solo dall’intervento” Nato.

In verità, “studiosi e gruppi per i diritti umani hanno da tempo smentito parti fondamentali di questa narrazione: la rivolta è stata violenta sin dal primo giorno, il regime ha preso di mira i militanti e non i manifestanti pacifici e Gheddafi non ha minacciato nemmeno verbalmente i civili disarmati”.

La Nato in soccorso di Al Qaeda

Resta però il mistero su chi “ha effettivamente realizzato la ribellione nella Libia orientale”, ovvero su quei “militanti che hanno salvato i manifestanti dalla sconfitta e hanno aiutato a rovesciare Gheddafi”.

La narrazione convenzionale suggerisce “improbabilmente” che i pacifici manifestanti, “reagendo spontaneamente alla violenza del regime, si siano in qualche modo impossessati di armi e abbiano conquistato metà del Paese in una settimana”.

“La verità ha molto più senso: la ribellione è stata guidata da veterani islamici delle guerre in Afghanistan, Iraq e Libia. Pertanto, gli Stati Uniti e i suoi alleati, non rendendosene conto in quel momento, intervennero per sostenere Al Qaeda”.

Questo, in sintesi, quanto scoperto da Kuperman, che dettaglia giorno per giorno, scontro per scontro, i primi giorni di insorgenza.

E spiega come in realtà Gheddafi fu più che moderato rispetto ai manifestanti pacifici, “facilitando in tal modo la rivoluzione di al Qaeda”.

Egli, infatti, “ha perseguito la riconciliazione politica con gli islamisti, liberando centinaia di prigionieri, che lo hanno ricambiato rovesciandolo e uccidendolo”.

“In secondo luogo, all’inizio del 2011, Gheddafi si è astenuto da compiere forti ritorsioni contro l’insurrezione armata per evitare di recare danno ai civili, ma ciò ha dato slancio agli insorti e ha incoraggiato altri libici a unirsi a loro, aiutandoli a conquistare rapidamente l’Oriente”.

Il leader libico, sostiene Kuperman, avrebbe invece avuto facilmente la meglio sugli insorti se non si fosse aperto a una riconciliazione con i suoi avversari e avesse lasciato in galera gli islamisti.

Al Qaeda, dalla Libia alla Siria

Per Kuperman gli errori di valutazione dell’Occidente furono causati da una mancanza di approfondimento da parte di media, intelligence e politici.

Lettura minimalista, che nulla toglie al coraggio dell’autore dello studio.
Resta però arduo credere che l’intelligence Usa, che dopo l’attentato alle Torri Gemelle monitorava costantemente al Qaeda, non fosse a conoscenza che i bastioni della rivoluzione anti-Gheddafi nella Libia orientale coincidevano con i presidi di al Qaeda.

Insomma, una grande menzogna, la narrazione della rivolta libica propagandata allora, che nonostante tutto perdura.

Pur non potendo negare la tragedia prodotta dall’intervento, evidente dal caos in cui è sprofondata la Libia, resta comunque consegnata alla storia l’idea di un regime che ha massacrato civili inermi, che andava comunque rovesciato.

Solo, è l’autocritica di oggi, occorreva una pianificazione’ più accurata, che prevedesse un nuovo ordine post-Gheddafi.

Ma al di là, la scoperta che l’intervento della Nato in Libia è stato in supporto di al Qaeda non ha solo implicazioni storiche. Riguarda anche il presente. Basti pensare alle Siria, dove l’ambigua convergenza tra Occidente e al Qaeda si è
replicata, in maniera altrettanto tragica, contro Assad.

Ma sul punto torneremo, limitandoci per ora a registrare che l’ultima enclave siriana di al Qaeda vacilla: l’esercito di Assad, infatti, sembra sul punto di riprendere il controllo di Khan Sheikhoun, città chiave dell’enclave di Idlib, ultimo baluardo del Terrore nella Siria tornata sotto il controllo di Damasco (resta agli Usa il Nord Est). Potrebbe rappresentare un punto di svolta decisivo dopo otto anni di tragedie inenarrabili.

preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-libia_2011_quando_la_nato_support_al_qaeda_contro_gheddafi/16658_30090/?fbclid=IwAR2X10cUMn2rUtUupSVId9BvpShyF7PYA4OkHFS3bM9gASoPv—CuiUbHk

Giornata dell’acqua, “nei paesi in guerra uccide come proiettili”

Nuovo rapporto dell’Unicef in occasione della giornata mondiale. Nei paesi colpiti da conflitti protratti nel tempo, i bambini sotto i 15 anni hanno probabilità 3 volte maggiori di morire a causa della mancanza di acqua sicura e servizi igienico-sanitari che per violenza

22 marzo 2019

Foto: Unicef/Water Under Fire
Unicef/Water Under Fire

Roma – Secondo un nuovo rapporto dell’Unicef, lanciato oggi, in occasione della Giornata Mondiale dell’acqua, i bambini sotto i 15 anni nei paesi colpiti da conflitti protratti nel tempo, in media, hanno probabilita’ 3 maggiori di morire a causa di malattie diarroiche dovute alla mancanza di acqua sicura e servizi igienico-sanitari che per violenza diretta. Il rapporto “Acqua sotto attacco” (Water Under Fire) mostra i tassi di mortalita’ in 16 paesi durante conflitti prolungati e mostra che, nella maggior parte, i bambini sotto i 5 anni hanno probabilita’ 20 volte maggiori di morire per malattie legate alla diarrea dovuta alla mancanza di accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari sicuri che per violenza diretta.

“Le probabilita’ gia’ sono contro i bambini che vivono conflitti prolungati – molti di loro non possono raggiungere fonti di acqua sicura,” ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore generale Unicef. “La realta’ e’ che ci sono piu’ bambini che muoiono per la mancanza di accesso ad acqua sicura che per proiettili”. Senza acqua, i bambini semplicemente non -possono sopravvivere. Secondo gli ultimi dati, nel mondo 2,1 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua sicura e 4,5 miliardi di persone non usano servizi igienico-sanitari sicuri.

Senza acqua sicura e servizi igienico sanitari efficaci, i bambini sono a rischio di malnutrizione e malattie prevenibili che comprendono anche diarrea, tifo, colera e polio. Le ragazze sono particolarmente colpite: sono vulnerabili a violenza sessuale mentre raccolgono acqua o si apprestano ad utilizzare le latrine. Devono fare i conti con la loro dignita’ mentre si lavano e curano l’igiene mestruale. Non vanno a scuola durante il periodo mestruale se le scuole non hanno acqua e strutture igieniche adatte. Queste minacce sono acuite durante i conflitti quando attacchi indiscriminati distruggono infrastrutture, feriscono personale e tagliano l’energia che consente di ricevere acqua e utilizzare i sistemi igienico sanitari. I conflitti armati limitano anche l’accesso alle attrezzature di riparazione essenziali e ai materiali di consumo come carburante o cloro – che possono essere esauriti, razionati, dirottati o bloccati alla distribuzione. Fin troppo spesso i servizi essenziali vengono deliberatamente negati.
“Attacchi deliberati su strutture idriche e igienico sanitarie sono attacchi contro bambini vulnerabili,” ha dichiarato Fore. “L’acqua e’ un diritto di base. È una necessita’ per la vita”. L’Unicef lavora nei paesi in conflitto per fornire acqua sicura da bere e servizi igienico-sanitari adeguati migliorando e riparando i sistemi idrici, trasportando acqua, costruendo latrine e promuovendo informazioni sulle pratiche igieniche. L’Unicef chiede ai governi e ai partner di: fermare gli attacchi contro infrastrutture idriche e igienico-sanitarie e personale; collegare la risposta salva vita umanitaria a uno sviluppo del sistema idrico e sanitario sostenibile per tutti; rinforzare la capacita’ dei governi e delle agenzie di fornire consistentemente servizi idrici e igienico sanitari di alta qualita’ durante le emergenze.
Il rapporto ha calcolato i tassi di mortalita’ in 16 paesi con conflitti prolungati: Afghanistan, Burkina Faso, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Iraq, Libia, Mali, Myanmar, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Siria e Yemen. In tutti questi paesi, ad eccezione di Libia, Iraq e Siria, i bambini di 15 anni e piu’ giovani hanno piu’ probabilita’ di morire per malattie legate all’acqua rispetto che a causa di violenze collettive. Eccetto in Siria e Libia, i bambini sotto i 5 anni hanno possibilita’ 20 volte maggiori di morire per malattie diarroiche legate ad acqua e servizi igienico sanitari non sicuri rispetto che a violenze collettive. (DIRE)

Preso da: http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/627715/Giornata-dell-acqua-nei-paesi-in-guerra-uccide-come-proiettili

Quando si vogliono sanzionare Stati, li si definisce “terroristi”

Le nuove sanzioni unilaterali degli Stati Uniti contro Iran, Russia e Siria si sommano alle precedenti. L’insieme di queste misure costituisce l’embargo più duro della storia. Per di più, la maniera in cui sono state strutturate vìola la Carta delle Nazioni Unite: sono armi da guerra concepite per uccidere.

| Damasco (Siria)
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Il segretario della Difesa, James Mattis, applaudito dal segretario del Tesoro, Steven Mnuchin.
La missione a Mosca dell’8 novembre dell’ambasciatore James Jeffrey era spiegare la preoccupazione degli Stati Uniti per il progressivo espandersi dell’influenza persiana nel mondo arabo (Arabia Saudita, Bahrein, Iraq, Libano, Siria, Yemen). Ora, proprio mentre Teheran sta organizzando la propria difesa attorno ad avamposti sciiti arabi, Washington pone il problema in termini geostrategici, invece che religiosi (sciiti/sunniti).


Mosca ha quindi creduto di poter negoziare l’allentamento delle sanzioni unilaterali USA contro l’Iran in cambio del ritiro militare di Teheran dalla Siria. Nell’incontro a Parigi dell’11 novembre, in occasione del centenario della fine della prima guerra mondiale, il presidente Vladimir Putin ha ribadito la proposta all’omologo USA, nonché al primo ministro israeliano.
Putin ha tentato di convincere gli Occidentali che sarebbe preferibile che in Siria rimanesse la Russia da sola invece del tandem Iran-Russia. Putin ha però precisato di non poter garantire di avere un’autorità sufficiente sullo Hezbollah per ordinargli il ritiro, come invece pretendono Washington e Tel Aviv.
La risposta di Washington è arrivata nove giorni dopo con l’annuncio dell’undicesima serie di sanzioni unilaterali contro la Russia da inizio agosto, accompagnato da un discorso ridicolo secondo cui Russia e Iran avrebbero congiuntamente messo in atto un vasto traffico per mantenere al potere il presidente Assad e allargare il dominio persiano nel mondo arabo.
Questa retorica, che si pensava desueta, paragona tre Stati (Federazione di Russia, Repubblica Araba Siriana e Repubblica Islamica d’Iran) a congegni al servizio di tre uomini, Bashar al-Assad, Ali Khamenei e Vladimir Putin, accomunati dall’odio per i rispettivi popoli, trascurando il fatto che i tre sono sostenuti da un massiccio appoggio popolare, mentre gli Stati Uniti sono profondamente dilaniati.
Sorvoliamo sull’affermazione stupida che la Russia aiuterebbe la Persia a conquistare il mondo arabo.
Secondo quanto affermato dal segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Steven Mnuchin, presentando il 20 novembre le sanzioni unilaterali, queste ritorsioni non costituiscono l’aspetto economico della guerra in corso, ma puniscono le «atrocità» di questi tre «regimi». Ebbene, con l’inverno alle porte, esse riguardano principalmente l’approvvigionamento di petrolio raffinato che serve al popolo siriano per illuminare e scaldarsi.
È superfluo rilevare che i tre Stati nel mirino negano le “atrocità” di cui sono accusati, mentre gli Stati Uniti pretendono di proseguire di fatto la guerra che hanno scatenato in Afganistan, Iraq, Libia e Siria.

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Le sanzioni USA non sono state decise dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, bensì unilateralmente dagli Stati Uniti. Secondo il diritto internazionale non sono legali perché per renderle devastanti Washington cerca di costringere Stati terzi ad associarsi, il che costituisce una minaccia agli Stati bersaglio, dunque una violazione della Carta delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti hanno il diritto sovrano di rifiutarsi di commerciare con altri Stati, ma non di esercitare pressione su Stati terzi al fine di colpire i propri bersagli. Un tempo il Pentagono affermava che infliggere un trattamento punitivo a una particolare nazione avrebbe indotto la popolazione di quella nazione a rovesciare il governo. Questo ragionamento servì da giustificazione teorica al bombardamento di Dresda durante la seconda guerra mondiale e all’embargo infinito contro Cuba, iniziato con la guerra fredda. Ebbene, in 75 anni mai, assolutamente mai, questa teoria è stata confermata dai fatti. Ora invece il Pentagono considera i trattamenti punitivi contro un Paese armi al pari delle altre. Gli embargo sono voluti per uccidere i civili.
Il complesso delle ritorsioni contro Iran, Russia e Siria costituisce il più vasto sistema di assedio della storia [1]. Non si tratta di misure economiche, bensì, indubbiamente, di azioni militari in campo economico. Con il tempo dovrebbero condurre nuovamente a una divisione del mondo in due, come al tempo della rivalità USA-URSS.
Il segretario del Tesoro Mnuchin ha insistito a lungo sul fatto che le sanzioni mirano innanzitutto a interrompere la vendita di idrocarburi, ossia a privare questi Paesi, soprattutto esportatori, della loro principale risorsa finanziaria.
Il meccanismo descritto da Mnuchin è questo:
-  La Siria non può più raffinare petrolio da quando gli impianti sono stati distrutti da Daesh, nonché dai bombardamenti della Coalizione Internazionale contro Daesh.
-  Da quattro anni l’Iran fornisce petrolio raffinato alla Siria, in violazione di precedenti sanzioni unilaterali USA. Questo petrolio è trasportato da compagnie occidentali che operano per la società pubblica russa Promsyrioimport. Questa società è remunerata dalla compagnia privata siriana Global Vision Group, a sua volta sovvenzionata dalla società iraniana Tair Kish Medical and Pharmaceutical.
-  Infine, Global Vision Group versa parte di quanto riceve allo Hezbollah e a Hamas.
È una storia che non sta né in cielo né in terra:
-  L’obiettivo della Coalizione Internazionale è lottare contro Daesh. Negli ultimi quattro anni numerose testimonianze attestano che essa ha in modo alterno bombardato lo Stato Islamico quando debordava dalla zona assegnatagli dal Pentagono (piano Wright) e gli ha, al contrario, paracadutato armi per poter restare nella zona assegnata. Coalizione Internazionale e Daesh hanno lavorato di concerto per distruggere le raffinerie siriane.
-  Perché coinvolgere il governo russo in trasferimenti di petrolio dalle raffinerie iraniane verso i porti siriani?
-  Perché l’Iran all’improvviso avrebbe bisogno della Siria per far arrivare denaro allo Hezbollah e a Hamas?
-  Perché la Siria farebbe avere denaro ad Hamas quando l’organizzazione palestinese, i cui dirigenti sono membri della Confraternita dei Fratelli Mussulmani, le fa la guerra?
Mnuchin non si addentra in complicate spiegazioni. Il suo ragionamento è semplice: la Siria è un Paese criminale e la Russia è suo complice; Iran, Hezbollah e Hamas sono tutti quanti “terroristi”. “Terroristi” è la parola magica che taglia corto ed evita ogni ragionamento complesso.
Un proverbio francese dice che «Quando si vuole annegare il proprio cane, si dice che ha la rabbia». Non bisogna perciò sperare che la risposta del segretario Mnuchin alla proposta di mediazione di Putin sia conforme alla logica.
Gli Stati Uniti stanno gradualmente ritirando le truppe dai conflitti in cui le avevano impegnate, sostituendole con mercenari sul campo (gli jihadisti) e con sanzioni economiche, moderna versione dell’assedio medievale.

[1] Nel Medioevo la cristianità ammetteva guerre tra eserciti di sovrani cattolici, condannava però le azioni militari deliberate contro civili. Per questo motivo nel XIII secolo la Chiesa Cattolica condannò tutti gli assedi che riguardavano, oltre ai soldati, anche popolazioni. Questa è ancor oggi l’etica della Santa Sede. Per esempio, papa Giovanni Paolo II si oppose agli Stati Uniti che, al tempo di Saddam Hussein, adottarono sanzioni economiche contro gli iracheni. Il papa attuale, Francesco, sull’argomento tace.
Thierry Meyssan

Thierry Meyssan Consulente politico, presidente-fondatore della Rete Voltaire. Ultima opera in francese: Sous nos yeux – Du 11-Septembre à Donald Trump (“Sotto i nostri occhi. Dall’11 settembre a Donald Trump”).

I cecchini albanesi di al-Qaeda a Idlib

4 ottobre 2018

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A fine settembre Matteo Puxton, specializzato in questioni di difesa e osservatore del conflitto siriano, ha realizzato per France-Soir un articolo su un gruppo di cecchini albanesi che hanno aderito al gruppo jihadista dominante nella provincia siriana di Idlib, ultima sacca di resistenza dei ribelli anti-Assad.
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Il 4 agosto 2018, il sito Xhemati Alban trasmise un video della durata di 33 minuti e 15 secondi dal titolo “Snajperistat Shqiptar Në gettone Ë Shamit” (cecchini albanesi nello Sham).

Xhemati Alban sembra essere il braccio multimediale di un Jamaat (katiba, battaglione) albanese costituito in Siria sulla base di un reclutamento nazionale e sembra vicino, o meglio integrato, nella milizia in Hayat Tahrir al-Sham (HTC) già nota come Fronte al-Nusra e braccio di al-Qaeda nel paese arabo.
Secondo le fonti, questo katiba riunisce un centinaio di albanesi, guidati da Hattab Albani, che avrebbe guidato il settore operativo orientale di Latakya, è considerato intimo di Jolani, il leader del gruppo jihadista dominante a Idlib.
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Un altro albanese, lo sceicco Abu Qatada al-Albani (vero nome Abdul Jashari, cittadino macedone di etnia albanese) era stato l’emiro militare del Fronte al-Nusra nell’estate del 2014. Un anno dopo dirigeva le operazioni di questo gruppo nel nord della Siria e il  Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti lo aggiunse alla lista nera dei terroristi nel novembre 2016.
Gli albanesi sono da tempo presenti nei contingenti di combattenti stranieri che operano in Siria e in Iraq tra gruppi jihadisti. Nel marzo 2015 c’erano in Iraq e Siria più di 500 foreign fighters di etnia albanese, principalmente provenienti dal Kosovo ma anche dalla Macedonia.
Tra di essi veterani della guerriglia Kosovo o in Macedonia, ma anche gli ex membri dei commando dell’esercito albanese. La Jamaat albanese nei pressi di Tahrir al-Sham Hayat sembra particolarmente attivo sul dall’inizio del 2018.
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Il video di cecchini sui social network (Facebook e Telegram) è sottotitolato in inglese e fa quindi parte di una campagna mediatica per aumentare la visibilità del contingente schipetaro e incentivare arruolamenti.
Il primo tandem da tiratore scelto visibile, prima dell’immagine del titolo, include un osservatore con un binocolo e, accanto a lui, un fucile d’assalto AK-74M con vernice mimetica e mirino ottico.
Gli snipers dispongono di fucili Dragunov SVD e AK-74M ma, ammette un anonimo membro della katiba albanese, ci sono anche vecchi fuculi Mosin-Nagant.
Foto Xhemati Alban via France Soir

Preso da: https://www.analisidifesa.it/2018/10/i-cecchini-albanesi-di-al-qaeda-a-idlib/

Occidente compatto al fianco di al-Qaeda…17 anni dopo l’11/9

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Diciassette anni dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, l’Occidente è il migliore alleato di al-Qaeda e degli altri jihadisti spalleggiati dalle monarchie del Golfo Persico. Lo si vede bene in Siria, dove Usa ed Europa fanno di tutto per impedire che le truppe di Assad appoggiate da russi e iraniani conquistino l’ultima roccaforte ribelle nella provincia di Idlib.
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Qui si stima combattano 10/15 mila miliziani per lo più di Tharir al-Sham (ex Fronte al Nusra, braccio di al-Qaeda in Siria) le cui milizie controllano il 60 per cento di quel territorio.

La caduta dell’ultimo lembo di Siria in mano ai jihadisti è vista come una sciagura dall’Occidente che, dopo aver aiutato con armi e “consiglieri militari” i ribelli anti-Assad, oggi minaccia raid aerei come quelli scatenati nell’aprile scorso se il regime siriano dovesse impiegare armi chimiche.
Ipotesi improbabile poichè Assad non avrebbe alcun vantaggio politico o militare ad impiegare armi chimiche ma l’intelligence russo ha raccolto molte prove che i jihadisti stanno organizzando, con l’aiuto di contractors britannici, un finto-attacco col cloro per attribuirne la colpa a Damasco e giustificare un blitz.
Una sceneggiata già vista più volte in Siria, necessaria all’Occidente per coprire un appoggio ai qaedisti che farà rivoltare nella tomba le vittime dell’11/9 e del terrorismo islamico.
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Per il segretario di Stato americano, Mike Pompeo i russi hanno ragione a dire che a Idlib ci sono i terroristi ma “devono combatterli senza mettere a rischio la vita di civili innocenti”. Come hanno fatto gli Usa in Somalia, Afghanistan, Iraq, Yemen e in ogni altro Stato dove sono intervenuti in armi?
Da quale pulpito viene la predica: 16 anni di “guerra dei droni” hanno provocato migliaia di “danni collaterali” e solo nella battaglia di Mosul centinaia di civili sono stati colpiti per errore dai raid aerei Usa. L’Isis, come i qaedisti e tutti i gruppi insurrezionali, utilizzando i civili come scudi umani ma per Pompeo solo le bombe russe rischiano di uccidere innocenti.
Con sommo sprezzo del ridicolo, il segretario di Stato ha infatti dichiarato poco dopo che nel conflitto yemenita i militari sauditi ed emiratini (alleati di ferro degli Usa) “prendono misure evidenti per ridurre il rischio contro i civili nel quadro delle loro operazioni militari”.
Esercito conquista al Nusra
Anche la Francia è un convinto fans dei qaedisti: il ministro degli Esteri, Jean Yves Le Drian, minaccia rappresaglie in caso di attacco chimico e teme che l’offensiva siriana “rischi di disperdere migliaia di foreign fighter all’estero, mettendo in pericolo l’Occidente”.
Strano che la stessa preoccupazione non l’abbia avuta in occasione delle offensive della Coalizione contro l’Isis a Raqqa e Mosul a cui hanno preso parte anche i militari francesi e che hanno fatto crollare lo Stato Islamico determinando il ritorno in Europa di molti foreign fighters.
Persino la Germania, nonostante la Costituzione “pacifista, valuta di partecipare ai raid aerei anglo-franco-americani che verrebbero scatenati in seguito ad attacchi chimici, veri o falsi che siano.
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Dovrebbe far riflettere il fatto che Berlino non abbia mai lanciato un solo ordigno contro l’Isis né contro i talebani ma sia pronta a combattere Assad per aiutare i tagliagole di al-Nusra, 50 dei quali sono peraltro ricercati come terroristi dalla polizia criminale tedesca.
Del resto l’Europa vendutasi ai petrodollari del Golfo, sta aiutando il terrorismo islamico anche sul fronte interno: jihadisti scarcerati in massa, foreign fighters lasciati liberi di muoversi, estremisti sovvenzionati dal nostro welfare e immigrazione islamica dilagante.
“Dobbiamo impedire che la Siria sia distrutta dalla guerra civile” ha detto l’11 settembre il presidente del parlamento europeo, Antonio Tajani. Ora è troppo tardi ma avremmo potuto farcela sei anni fa se non ci fossimo schierati con al-Qaeda e gli altri jihadisti.
@GianandreaGaian
da Libero del 15 settembre 2018
Foto:  AP, Ghouta media center, AFP, Fronte al-Nusra

Preso da: https://www.analisidifesa.it/2018/09/occidente-compatto-al-fianco-di-al-qaeda-17-anni-diopo-l119/

Così l’amministrazione dell’ONU organizza la guerra

Il documento interno delle Nazioni Unite che pubblichiamo dimostra come l’amministrazione dell’ONU agisca in contrasto con le finalità dell’Organizzazione. La gravità della situazione è tale da rendere necessaria una spiegazione del segretario generale, António Guterres; spiegazione che il ministro degli Esteri russo, Sergueï Lavrov, ha già chiesto nei giorni scorsi. Se questo chiarimento non arriverà, gli Stati membri potrebbero rimettere in discussione l’ONU.

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Nella foto, l’ex assistente di Hillary Clinton, Jeffrey Feltman, presta giuramento il 2 luglio 2012 sulla Carta delle Nazioni Unite, davanti al segretario generale, il corrottissimo Ban Ki-moon, e diventa il numero due dell’Organizzazione.
A ottobre 2017 il sottosegretario generale delle Nazioni Unite agli Affari Politici, Jeffrey Feltman, ha redatto in segreto un documento per istruire tutte le Agenzie dell’ONU sul comportamento da adottare rispetto al conflitto siriano.

Gli Stati membri dell’Organizzazione non ne sono mai stati informati, neppure quelli del Consiglio di Sicurezza, almeno fino a quando il ministro degli Esteri russo, Sergueï Lavrov, il 20 agosto scorso ne ha rivelato l’esistenza [1].
Ce ne siamo procurati una copia [2].

Il suo contenuto è un tradimento dello spirito della Carta delle Nazioni Unite [3], perché ne capovolge le priorità: per statuto, l’obiettivo fondamentale dell’ONU è «mantenere la pace e la sicurezza internazionale»; per contro, le istruzioni di Feltman gli antepongono il «rispetto dei diritti dell’uomo». Così la difesa dei diritti umani diviene strumento contro la pace.
L’espressione «diritti dell’uomo» esisteva molto prima della sua formulazione giuridica (ossia prima che tali diritti potessero essere fatti valere davanti a un giudice). Il ministero degli Esteri britannico ne fece ampio uso nel XIX secolo per giustificare alcune guerre del Regno Unito. Per esempio, assicurò che, in nome della difesa dei diritti umani, l’Inghilterra era pronta a combattere l’Impero Ottomano. Si trattava in realtà di uno scontro tra l’Impero britannico e la Sublime Porta. I popoli che Londra pretendeva aver liberato non furono certamente più felici ritrovandosi sottomessi al tiranno inglese piuttosto che ad altro tiranno. Nel XX secolo i «diritti dell’uomo» furono dapprima il marchio di fabbrica delle ONG «senza frontiere», poi lo slogan dei trotzkisti collegati alla CIA: i neoconservatori.
La Carta delle Nazioni Unite utilizza sei volte l’espressione «diritti dell’uomo», senza però farne un ideale in sé. Solo la pace può garantirne il rispetto. La guerra, è bene ricordarlo, è un periodo di sconvolgimenti in cui i diritti individuali sono messi da parte, è un contesto di ferocia dove può accadere che, per salvare un popolo, si sia costretti a scegliere di sacrificarne una parte.
Ed è per questo che si fa distinzione tra polizia ed esercito: la polizia protegge i diritti individuali, l’esercito quelli collettivi. La polizia deve rispettare i «diritti dell’uomo», l’esercito può essere costretto a ignorarli. Sembra che nell’epoca contemporanea gli individui, avvolti nel bozzolo della loro agiatezza, abbiano smarrito il senso di queste distinzioni elementari.
Se l’invocazione della difesa dei diritti umani è inizialmente servita da travestimento delle conquiste territoriali, ora, spinta all’estremo, è diventata l’ideologia per giustificare la distruzione delle strutture statali nazionali. Stanno tentando di convincerci che, affinché i nostri diritti vengano rispettati, dobbiamo essere «cittadini del mondo» e accettare una «società aperta», «senza frontiere», amministrata da un «governo mondiale».
Imporre a ognuno di questi «cittadini del mondo» quel che è bene per noi… e dunque per loro, significa disdegnare la storia e la loro cultura.
Nelle istruzioni alle agenzie ONU Feltman prende a pretesto per l’ennesima volta i «diritti dell’uomo». Proprio Feltman, personaggio che, in quanto membro dell’Autorità provvisoria della Coalizione — denominazione abusiva di una società privata, strutturata sul modello della Compagnia delle Indie —, ha governato l’Iraq [4] mostrando così poco rispetto per i diritti degli iracheni.
Ebbene, Feltman ha già esplicitato il suo reale obiettivo per la Siria in una serie di documenti, noti come Piano Feltman [5], ove si propone di abolire la sovranità del popolo siriano e di instaurare, come in Iraq, un’amministrazione straniera.
Nel documento alle Agenzie ONU Feltman, con sfacciataggine, scrive: «Il Piano di azione umanitaria deve continuare a essere umanitario per garantire all’ONU la possibilità di condurre in porto attività umanitarie essenziali per salvare vite e assicurare il soddisfacimento dei bisogni essenziali delle popolazioni. Attività di sviluppo e ricostruzione che vadano al di là dovranno essere trattate in ambiti diversi che, per natura, richiederanno negoziazioni di più lunga durata con i governi coinvolti. È essenziale, tenuto conto delle complesse questioni giuridiche e politiche in gioco». In altri termini, date da mangiare ai rifugiati, ma non combattete la carestia che li rode: si faccia in modo che la ragione del loro morir di fame rimanga uno strumento di cui disporre nei negoziati con il governo siriano.
Giordani, libanesi, turchi ed europei rimarranno sopresi leggendo: «L’ONU non favorirà il rientro dei rifugiati e dei profughi, sosterrà invece i rimpatriati per garantire loro un rientro e una reintegrazione sicuri, dignitosi, informati, volontari e duraturi, nonché il diritto dei siriani di chiedere asilo». Facendo propria la teoria del professor Kelly Greenhill [6], Feltman non vuole aiutare i siriani in esilio a ritornare nel loro Paese, ma intende utilizzare il loro esodo per indebolire la Siria.
«L’assistenza delle Nazioni Unite non deve aiutare chi ha commesso crimini di guerra o crimini contro l’umanità», precisa Feltman, vietando così a titolo cautelativo ogni aiuto a qualunque potere.
Feltman stabilisce anche che: «Solo dopo una transizione politica vera e inclusiva negoziata dalle parti l’ONU sarà disposto a favorire la ricostruzione». Siamo lontanissimi dall’ideale espresso dalla Carta delle Nazioni Unite.

[1] “Sergey Lavrov news conference with Gebran Bassil”, by Sergey Lavrov, Voltaire Network, 20 August 2018.
[2] “Parameters and Principles of UN assistance in Syria”, by Jeffrey D. Feltman, Voltaire Network, 3 September 2018.
[3] « Charte des Nations unies », Réseau Voltaire, 26 juin 1945.
[4] « Qui gouverne l’Irak ? », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 13 mai 2004.
[5] “Draft Geneva Communique Implementation Framework”, “Confidence Building Measures”, “Essential Principles”, “Representativness and Inclusivity”, “The Preparatory Phase”, “The Transitional Governing Body”, “The Joint Military Council and Ceasefire Bodies”, “The Invitation to the International Community to Help Combat Terrorist Organizations”, “The Syrian National Council and Legislative Powers during the Trasition”, “Transitional Justice”, “Local Governance”, “Preservation and Reform of State Institutions”, “Explanatory Memorandum”, “Key Principles revealed during Consultations with Syrian Stake-holders”, “Thematic Groups” (documents non publiés). “La Germania e l’ONU contro la Siria”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Al-Watan (Siria) , Rete Voltaire, 28 gennaio 2016.
[6] “Strategic Engineered Migration as a Weapon of War”, Kelly M. Greenhill, Civil War Journal, Volume 10, Issue 1, July 2008.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article202734.html