Lo strano parco macchine dell’Isis

24 ottobre 2016

toyota788«Raid e bombe americane su Mosul». Così il titolo di un articolo di Alberto Stabile sulla Stampa del 24 ottobre fotografa l’avanzata della coalizione anti-Isis a Mosul. Nell’articolo, Stabile dettaglia che sono entrati in azione gli F 16 dell’U.s. Air force, i quali stanno bersagliando la zona d’attacco per aprire la strada alle truppe di terra.

Nello stesso articolo si ripete la nota quanto tragica situazione dei civili, che l’Isis tiene in ostaggio. Mentre in altro articolo, stavolta di Paolo Mieli sul Corriere della Sera dello stesso giorno, si riferisce dei festeggiamenti della popolazione civile perché finalmente, dopo due anni, qualcuno attacca i terroristi che li opprimono.

Le stesse cose avvengono in Aleppo: i siriani festeggiano quando dei quartieri sono strappati al Terrore, e salutano con sollievo l’offensiva del governo contro le zone ancora occupate. Non solo, anche in Aleppo Est i civili sono ostaggio delle milizie jihadiste guidate da al Nusra (al Qaeda), le quali controllano questa parte della città. Tanto che i corridoi umanitari lasciati aperti da Damasco per consentir loro di fuggire non hanno avuto alcun esito: nessuno li ha utilizzati. Gli jihadisti lo impediscono, come a Mosul.

Eppure i bombardamenti russi e siriani, a differenza di quelli americani, sono cattivi. Questa la narrazione ufficiale, alquanto bizzarra.
Non siamo fan delle bombe, né delle guerre. E sappiamo bene che questa guerra potrebbe finire senza altro spargimento di sangue: basterebbe lasciare gli jihadisti senza soldi, ché senza pecunia non si comprano armi e munizioni, né si pagano i tanti costosi mercenari assoldati dalle Agenzie del Terrore in tutto il mondo.

Tagliati i fondi, anche le varie Agenzie del Terrore sarebbero costrette a chiudere i battenti, a Mosul come ad Aleppo come nel resto del mondo.
Ma evidentemente è rimasto lettera morta il suggerimento di John Potesta all’allora Segretario di Stato (e sembra futuro presidente Usa) Hillary Clinton di far «pressioni sui governi di Qatar e Arabia Saudita, che stanno fornendo supporto finanziario e logistico clandestino all’ISIL [Isis ndr.] e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione» (mail rivelata da wikileaks; sul punto vedi nota precedente).

Significativo anche l’accenno agli altri «gruppi radicali sunniti» della mail, che indica come gli stessi ambiti che sostengono l’Isis supportano, ovviamente allo stesso scopo, anche i miliziani di Aleppo Est, beneamini dell’Occidente.

Tale sostegno si realizza in tanti modi: a parte le armi e le munizioni, ci sono gli aiuti di natura umanitaria e sanitaria (i gruppi terroristi godono di servizi sanitari di altissimo livello, assicurati loro da diverse ong internazionali che operano sul loro territorio in cambio del placet all’assistenza dei civili). E altro.

Su un piccolo aspetto di tale ausilio ha fatto chiarezza la Toyota. Interpellata da russi e siriani sui veicoli forniti all’Isis, la casa automobilistica giapponese ha svolto una indagine interna i cui risultati sono poi stati comunicati agli interessati: in effetti «migliaia di veicoli Toyota» sono finiti nelle mani dell’Isis.

Giunti loro tramite queste vie: 22.500 veicoli sono stati acquistati da una società dell’Arabia Saudita; 32.000 sono stati acquistati dal Qatar; 4.500 sono pervenuti all’Isis tramite l’esercito della Giordania, al quale ha fatto da garante una banca dello stesso Paese.

Si tratta delle automobili immortalate nelle foto che pubblichiamo in questa pagina: veicoli nuovi fiammanti, scenografici con la loro bandiera nera che garrisce al vento quanto invisibili a droni e aerei della coalizione anti-Isis, nonostante il deserto iracheno offra invero poche opportunità mimetiche.

Val la pena accennare a questo proposito anche alle parole dell’ex ambasciatore americano alle Nazioni Unite Mark Wallace il quale ha definito la Toyota Hilux e la Toyota Land Cruiser un marchio di identificazione dell’Isis.

Non si tratta di criminalizzare la Toyota, che alla fine comunque ha risposto a una richiesta specifica sul tema, ma di notare come tale richiesta non sia mai stata avanzata prima dai volenterosi e coalizzati anti-Isis, nonostante fosse facile, come visto, porre domande e ottenere risposte.

Tale acquisto di automobili nuove peraltro è transitato tramite vie ufficiali. Si tratta di operazioni commerciali su larga scala: servono navi, banche, reti logistiche. Eppure l’intelligence occidentale non ha visto niente di niente…

Il parco macchine del Califfato è ovviamente solo una piccola parte dei tanti “aiutini” che giungono all’Agenzia del Terrore da ogni dove. Ma ha un suo significato e aiuta a intuire altro e ben più importante (qui i riferimenti, in arabo, sulla vicenda).

Preso da: http://piccolenote.ilgiornale.it/30043/lo-strano-parco-macchine-dellisis

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L’Isis e il traffico di organi

6 ottobre 2016

siria
«L’Isis ha creato un mercato in Turchia nel quale sono venduti organi umani presi dai corpi degli iracheni rapiti dai gruppi terroristici». A dare la notizia è l’Agenzia Fars il 6 ottobre.

Secondo l’Agenzia stampa iraniana, gli organi vengono portati «congelati» a «Mosul a Tal Afar a Ninive e a Raqqa in Siria» dove vengono poi rivenduti alla «mafia turca».


In particolare, a interessare i trafficanti sono i reni e il cuore. La fonte dettaglia anche i prezzi: «il rene è venduto ad un prezzo di 5.000 dinari iracheni (4.000 dollari), mentre un cuore vale la bellezza di 6.000 dollari».

Secondo l’agenzia stampa, dall’inizio di questo mese l’Isis sta «mutilando e vendendo gli organi del corpo dei bambini iracheni per compensare le perdite finanziarie».

Anche lo spagnolo el Mundo, ricorda ancora Fars, aveva riportato la notizia, accennando al «redditizio business» che l’Isis ha così creato a livello internazionale.

L’Agenzia iraniana ricorda come lo scorso anno, l’ambasciatore iracheno presso le Nazioni Unite, Mohamed Alhakim, aveva già denunciato l’orrendo traffico, spiegando che i militari di Baghdad, dissotterrando i cadaveri di vittime dell’Isis sepolti in fosse comuni, avevano trovato corpi ai quali erano stati espiantati gli organi.

Nota a margine. Non si tratta solo di denunciare un altro orrore made in Isis il cui catalogo è alquanto variegato. Quanto di denunciare un crimine cui di certo non sono estranei compratori occidentali. 

Se il traffico di reperti archeologici depredati dall’Isis da Iraq e Siria ha portato tali manufatti sui mercati europei (leggi Nota precedente), possiamo immaginare dove finiscono gli organi di cui alla nota.  

Non è la prima volta che si scopre un traffico di organi collegato a una guerra. Era già successo per la guerra nell’ex Jugoslavia, protagonisti i guerriglieri dell’Uck, ai quali l’Occidente aveva dato il compito di “liberare” il Kosovo (analogamente a quel che accade in Siria con i miliziani anti-Assad, anche loro pare dediti a tale lucroso commercio).

Danni collaterali di conflitti nati per portare la “democrazia e la libertà” nel mondo…

Preso da: http://piccolenote.ilgiornale.it/29933/lisis-traffico-organi

2016: Un informatore espone il modo in cui il principale alleato della NATO sta armando e finanziando l’ISIS

DI NAFEEZ AHMED
medium.com
+ Il capo dei servizi segreti della Turchia, Hakan Fidan, è stato nominato membro di un gruppo terroristico legato ad al-Qaeda e all’ISIS
 + L’intelligence turca ha fornito direttamente all’ISIS aiuti militari per anni
 + Il governo turco ha dirottato forniture militari all’ISIS tramite un’agenzia di aiuti umanitari
 + I combattenti dell’ISIS, tra cui il vice di al-Baghdadi, hanno ricevuto cure mediche gratuite in Turchia e “protezione” dalla polizia turca
 + Il capo dell’ISIS in Turchia ha ricevuto “protezione H24/7” all’ordine personale del presidente Erdogan
+ Le indagini di polizia turche riguardanti l’ISIS vengono sistematicamente annullate
 + Il petrolio dell’ISIS viene venduto con la complicità delle autorità in Turchia e nella regione curda del nord dell’Iraq
 + La NATO afferma il ruolo della Turchia come alleato nella guerra all’ISIS

Un ex alto funzionario antiterrorismo in Turchia ha denunciato apertamente la sponsorizzazione deliberata dello Stato Islamico (ISIS) da parte del presidente Recep Tayyip Erdogan, come strumento geopolitico per espandere l’influenza regionale della Turchia ed emarginare i suoi avversari politici in casa.
Ahmet Sait Yayla è stato capo della Divisione Antiterrorismo e Operazioni della Polizia Nazionale Turca tra il 2010 e il 2012, prima di diventare Capo della Divisione per l’Ordine Pubblico e la Prevenzione del Crimine fino al 2014. In precedenza aveva lavorato nella Divisione Antiterrorismo e Operazioni come dirigente di medio livello per tutta la sua ventennale permanenza in carica nella polizia, prima di diventare Capo della Polizia di Ankara e Sanliurfa.
Nelle interviste con INSURGE intelligence, Yayla ha rivelato in esclusiva che aveva personalmente assistito alla prova dell’alto livello di sponsorizzazione dell’ISIS da parte dello Stato turco, durante la sua carriera in polizia, ciò che alla fine lo ha portato a dare le dimissioni. Ha deciso di diventare informatore dopo il giro di vite autoritario di Erdogan, a seguito del colpo di stato militare fallito nel mese di luglio. Questa è la prima volta che l’ex capo antiterrorismo ha messo agli atti le rivelazioni relative a ciò che sa sugli aiuti dati dal governo turco a gruppi terroristici islamici.
L’ex Capo Antiterrorismo della Polizia Nazionale Turca sta alzando la voce, nonostante il notevole rischio per la propria famiglia. Come parte del giro di vite di Erdogan, dopo il colpo di stato militare fallito nel mese di luglio, al figlio diciannovenne di Yayla stato impedito di lasciare il paese ed è, infine, stato arrestato con l’accusa di terrorismo.
Quando ho parlato con Yayla, egli aveva appena lanciato il suo nuovo libro a Washington DC, ISIS Defectors: Inside Stories of the Terrorist Caliphate, scritto in collaborazione con la professoressa Anne Speckhard, consulente NATO e del Pentagono, specializzata in psicologia della radicalizzazione.
“La Turchia sta sostenendo lo Stato islamico e altri gruppi jihadisti”, ha detto Yayla.
“Lo so dapprima come ex capo della polizia nazionale turca e in seguito alle esperienze che ho avuto lì, ciò è il motivo per cui ho finito per lasciare la polizia. E in secondo luogo, a causa di ex terroristi dell’ISIS che ho intervistato come parte della mia ricerca sul fenomeno jihadista – molti dei quali dicono che l’ISIS gode del sostegno ufficiale turco.”
Preso di mira dal contro golpe di Erdogan
 Yayla è il primo funzionario turco antiterrorismo a rivendicare conoscenze di prima mano riguardanti il sostegno segreto di Erdogan, dato a gruppi terroristici islamici. Ha una profonda conoscenza della relazione del governo con l’ISIS, dopo aver lavorato a stretto contatto con i funzionari governativi di alto livello ad Ankara – tra cui lo stesso Erdogan – per discutere le operazioni.
Dopo il mio primo colloquio con Yayla, ho posto innumerevoli altre domande sulle sue specifiche esperienze della sponsorizzazione, fornita dalla Turchia all’ISIS. Ma stavo avendo difficoltà nel raggiungerlo.
Alla fine, ho ricevuto un’e-mail, in data 30 luglio, che chiariva il motivo del silenzio.

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“Mi dispiace non ho potuto tornare da Lei”, ha scritto Yayla: “Stavo cercando di far uscire mio figlio dalla Turchia ed è stato trattenuto presso il confine senza alcuna motivazione. È uno studente del college, un ragazzo di 19 anni. Non spiegano nulla e lo trattengono presso la polizia di frontiera. Naturalmente la ragione sono io, per quello che sto scrivendo e per la mia posizione contro Erdogan. Siamo così tesi all’idea che lui è detenuto. Come sapete, non vorrei pensare che la tortura e altre atrocità siano diventate cosa ordinaria nelle ultime due settimane in Turchia. Mi lasci gestire la crisi e Le parlerò in seguito, se non Le dispiace.”
Il figlio di Yayla è Yavuz Yayla, uno studente in Relazioni Internazionali presso l’Università di Cukurova. Non potevo immaginare che cosa Yayla stesse passando. Poi, in pochi giorni, la situazione è peggiorata:
“Purtroppo, hanno arrestato mio figlio”, Yayla ha scritto in un’ulteriore e-mail.
“L’accusa è avere avuto una banconota da un dollaro nello zaino, un segno per accusarlo di essere tra i sostenitori del colpo di stato. Ha 19 anni, è studente del primo anno di college, non ha connessioni con nessuno, nemmeno con i golpisti, ma è solo per vendicarsi su di me perché sto urlando i fatti e ciò a Erdogan non piace.”
Nonostante la sua conoscenza diretta della corruzione del sistema di sicurezza nazionale della Turchia, Yayla è stato preso alla sprovvista dallo sviluppo dei fatti:
“Non ho mai pensato che sarebbero andati così in basso. Non ci si può fare nulla. Letteralmente, nell’atto di accusa il pubblico ministero ha presentato due prove per considerarlo un terrorista che cercava di lasciare il paese con mezzi legali, per un passaggio di frontiera, dove è stato fermato perché non aveva il passaporto ufficiale (il passaporto verde, lui può andare solo nell’UE senza visti con questo passaporto che mi è stato dato dall’Università), e con una banconota da un dollaro nel suo zaino che aveva preso da me anni fa, quando sono tornato da una conferenza negli Stati Uniti. Siamo a un punto che le parole non possono descrivere la frustrazione che proviamo individualmente o come vittime di questo tentativo di colpo di stato.”
Ho parlato con Yayla a lungo il 4 agosto per telefono. La sua voce era notevolmente sottotono rispetto alla nostra conversazione iniziale. Come prima cosa mi ha detto che non era riuscito a smettere di piangere, a causa della paura di ciò che sarebbe accaduto a suo figlio.
La situazione era difficile. Per ottenere il rilascio di suo figlio, Yayla aveva bisogno di trovare un avvocato capace e coraggioso. Ma gli avvocati erano già stati eliminati da Erdogan – in particolare gli avvocati che hanno accettato di farsi carico dei casi delle persone arrestate dalle autorità, per aver connessioni al colpo di stato.
“Quindi non riesco a trovare un avvocato”, ha detto Yayla. “Gli avvocati hanno paura. Tutto quello che hanno da dire è ‘Anche noi abbiamo una famiglia, arresteranno anche noi’”.
Squadre di agenti antiterrorismo sono state inviate a casa del padre di Yayla ad Ankara. Hanno perquisito la casa, e hanno posto ripetute domande relative allo stesso Ahmet. Da allora, Yavuz Yayla rimane in detenzione a tempo indeterminato con l’accusa di terrorismo, e il procedimento d’appello non ha avuto successo.
Per Yayla, il vero obiettivo di queste azioni è evidente.
“Mi vogliono far tacere”, ha detto in relazione all’amministrazione Erdogan:
“Conosco vari patti interni. Come stavano aiutando l’ISIS direttamente.”
Nei due mesi durante la detenzione di suo figlio, Yayla non è stato in grado di comunicare con il figlio al telefono, anche se i detenuti hanno il diritto di una telefonata di dieci minuti ogni settimana.
Ai primi di settembre, le autorità turche hanno rilasciato temporaneamente Yavuz con tutti i suoi effetti personali, solo per trattenerlo ancora una volta sulla soglia della prigione. Questa volta è stato nuovamente arrestato per il fatto che il suo passaporto era stato annullato dal governo. L’avvocato che Ahmet aveva finalmente trovato per il figlio, ha condotto il caso sotto la pressione esercitata dall’intelligence turca.
In realtà, l’annullamento del passaporto di Yavuz era legato a suo padre. Le autorità turche avevano annullato i passaporti di Ahmet Yayla e dei membri della sua famiglia nel luglio 2016, dopo che Yayla aveva scritto un articolo nel World Policy Journal, sottolineando la prova del sostegno dato da Erdogan al terrorismo.
Ma quest’articolo ha a malapena scalfito la superficie di ciò che Ahmet Yayla sa di prima mano, in merito alla relazione incestuosa del governo turco con l’ISIS.
 Il terrore umanitario
 Yayla ha detto che le accuse controverse nella stampa turca, riguardanti il sostegno ai gruppi militanti in Siria per mezzo di un’ONG turca caritatevole, la Humanitarian Relief Foundation (IHH), sono del tutto precise riflessioni di un rapporto torbido tra il governo turco e i gruppi jihadisti.
Il 3 gennaio 2014, il quotidiano turco centrista Hurriyet ha riferito che una notevole quantità di munizioni e armi è stata trovata dalla polizia turca, in camion che trasportavano aiuti a favore dell’IHH ai ribelli islamici in Siria.
È emerso presto, dal pubblico ministero e dalla testimonianza degli agenti di polizia, nel corso di procedimenti di tribunale, che si presumeva che i camion fossero accompagnati da funzionari dell’Organizzazione Nazionale di Intelligence dello Stato Turco (MIT).
La testimonianza per i documenti in tribunale ha affermato che parti di razzi, munizioni e proiettili da mortaio erano stati trovati in camion che consegnavano le forniture alle zone della Siria sotto il controllo di gruppi jihadisti, verso la fine del 2013 e all’inizio del 2014.
Tuttavia, il governo di Erdogan ha vietato a tutti i media turchi di dare ulteriori informazioni sui procedimenti giudiziari. Le accuse, ha sostenuto il governo, facevano parte di una cospirazione per minare la presidenza di Erdogan, organizzata dal religioso musulmano in esilio Fethullah Gülen, residente negli Stati Uniti.
Secondo Ahmet Yayla, però, le accuse contro Erdogan e l’IHH sono precise, e non hanno nulla a che fare con una cospirazione gulenista.
“Sono stato coinvolto indirettamente nelle prime fasi delle indagini antiterrorismo nell’IHH”, ha detto Yayla.
“Il leader dell’IHH è stato arrestato a seguito di queste indagini, a quel tempo, a causa delle prove che avevamo ottenuto che il gruppo è dietro gran parte del sostegno all’ISIS. L’IHH ha fornito armi e munizioni a molti gruppi jihadisti in Siria, non solo all’ISIS”.
Yayla rileva che la flottiglia di Gaza 2010, dove a un vascello operativo dell’IHH è stato impedito di portare aiuti umanitari a Gaza da parte della Forza di Difesa Israeliana (IDF), era stata organizzata con l’approvazione di Erdogan:
“Erdogan ha voluto che la gente pensasse che stesse sostenendo Gerusalemme e la Palestina, forzando questa nave a Gaza. Si aspettava di diventare un eroe. Invece la gente è stata uccisa. Ma Erdogan ha utilizzato l’incidente per radicalizzare le persone in Turchia intorno a sé.”
Anche prima dell’incidente della flottiglia, l’IHH era diventato partner primario dell’Agenzia Turca per la Cooperazione Internazionale (TIKA) – l’agenzia di aiuti ufficiale del governo turco – per distribuire aiuti umanitari in tutto il mondo.
“Con la sola eccezione che l’IHH non distribuiva solo beni umanitari. Tra i beni, vi erano armi”, ha detto Yayla.
 Radici militanti
Il principale benefattore dell’IHH nel governo turco era Hakan Fidan, che ha guidato TIKA dal 2003 fino al 2007. Ex ufficiale militare turco, è diventato vice sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel 2007. Dal 2010 è stato capo dell’agenzia di intelligence dello Stato turco (MIT).
 Ma secondo Ahmet Yayla, Fidan è stato uno dei sospettati primari di una serie di attacchi terroristici nel 1990, quando Yayla lavorava come ufficiale di polizia di Ankara. Gli attacchi implicavano omicidi mirati di intellettuali turchi di sinistra affiliati al giornale Cumhuriyet, sotto forma di autobombe e pacchi bomba. Tra le vittime il giornalista Ugur Mumtu, l’attivista per i diritti delle donne Bahriye Ucok, e l’intellettuale Ahmet Taner Kislali.
Le operazioni di polizia hanno rintracciato i responsabili degli attacchi, facenti parte di una cellula terroristica gestita dall’Hezbollah turca (TH). Due persone chiave, ora vicine a Erdogan, sono state identificate dalla polizia come membri della cellula: Hakan Fidan e Faruk Koca, uno dei membri fondatori dell’Akp al potere.
L’Hezbollah turca è un’organizzazione terroristica islamista sunnita emersa nel 1980, originariamente gestita da una fazione curda. È particolarmente attiva contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e sostiene apertamente la violenza come mezzo per stabilire uno Stato Islamico in Turchia.
L’associazione non ha legami con il gruppo libanese che porta lo stesso nome. Ma secondo Yayla, operazioni di polizia turca hanno rivelato che TH aveva legami con elementi di alto livello dell’apparato di sicurezza turco, così come forti relazioni con funzionari dell’intelligence iraniana post-rivoluzionaria.
Una riunione informativa di background di Human Rights Watch, pubblicata nel 2000, ha documentato un sistema allarmante di legami tra le forze di sicurezza turche e TH, tra cui le testimonianze di alti funzionari del governo turco, come il ministro del governo Fikri Saglar, che ha sostenuto che l’Hezbollah turca era fin dall’inizio controllata dalle “Forze Armate” e che “si è ampliata e rafforzata sulla base di una decisione del Consiglio di Sicurezza nazionale nel 1985.”
Nell’aprile 1995, un rapporto ufficiale del Parlamento turco ha concluso che “le unità militari” turche fornivano “assistenza” a un campo segreto dell’Hezbollah turca “nei villaggi della regione di Seku, Gönüllü e Çiçekli, nel distretto Gercüs di Batman.”
TH da allora è stata indicata come organizzazione terroristica dal Dipartimento di Stato.
Negli ultimi dieci anni, mentre TH non ha rinunciato al suo impegno per la violenza, si è concentrata anche su attività politiche.
Eppure, la sua eredità di violenza continua a vivere. C’è una linea diretta di discendenza tra TH, al-Qaeda e l’ISIS. Halis Bayancuk, il cui nome di battaglia è Abu Hanzala, è l’emiro dell’ISIS in Turchia. In precedenza, l’emittente nazionale pubblica turca a guida statale (TRT) aveva identificato Bayancuk come capo del ramo turco di al-Qaeda. Ma Bayancuk è anche figlio di Haci Bayancuk, uno dei membri fondatori di TH.
Halis Bayancuk (sulla destra), l’emiro dell’ISIS in Turchia è figlio di Haci Bayancuk, un membro fondatore dell’Hezbollah turca è qui immortalato durante un arresto da parte della polizia turca. Non è ammanettato. Ahmet Yayla spiega che sotto Erdogan, le spie dell’ISIS hanno libertà di movimento e non vengono ammanettate da parte della polizia turca, se vengono arrestate.
Operazioni di polizia nel 2007 a Bingol e Koceeli, e nel 2008 a Istanbul, Ankara e Diyarbakir, hanno rivelato la cooperazione ad alto livello tra i leader di TH e di al-Qaeda. Una rete di al-Qaeda in Turchia, guidata da Muhammed Yasar, è stata colta a operare per conto di TH.
Emrullah Uslu, un ex analista di politica dell’Unità Antiterrorismo della Polizia Nazionale Turca, dice che la maggior parte dei membri della rete di al-Qaeda in Turchia “ha avuto contatto” con TH.
Oggi una fazione scissionista di TH che ha reclutato nuovi salafiti-jihadisti tra le sue file, sta “combattendo a fianco dell’ISIS e di altre fazioni estremiste in Siria”, riferisce il giornalista turco Sibel Hurtas.
“Centinaia di pagine di documentazione sull’Hezbollah turca sono state scoperte nei raid della polizia di Ankara che hanno avuto luogo a quel tempo”, ha riferito Yayla per quanto riguarda l’ondata di omicidi nel 1990:
“I file hanno dimostrato legami diretti tra l’intelligence iraniana e due figure che ora sono molto vicine a Erdogan: Hakan Fidan e Faruk Koca. E hanno dimostrato che sia Fidan, sia Koca facevano parte della cellula terroristica dell’Hezbollah turca dietro a quegli attentati dinamitardi.”
 A causa delle indagini della polizia, Fidan è fuggito dalla Turchia in Germania, si è poi trasferito negli Stati Uniti dove ha continuato a vivere in esilio. Quando l’AKP ha preso il potere sotto Erdogan, tuttavia, Fidan è tornato in Turchia e ha ripreso il ruolo di capo della agenzia di aiuti turca, il suo status di ‘ricercato’ è inspiegabilmente scomparso.
 Daesh: progenie bastarda dello Stato sotterraneo turco
 Grazie alle sue credenziali umanitarie l’IHH, ora in collaborazione con il governo turco sotto la guida di Fidan proveniente da TIKA, ha fornito la “copertura perfetta” a Erdogan per intensificare la sua strategia segreta in Siria.
La strategia segreta è proseguita, mentre Fidan è avanzato fino a diventare capo dei servizi segreti dello Stato turco.
Se le dichiarazioni di Yayla sono corrette, allora l’attuale capo del potente MIT della Turchia, sotto Erdogan, è membro di al-Qaeda affiliata all’Hezbollah turca, responsabile degli omicidi terroristici dei dissidenti di sinistra negli anni ‘90.
Attorno al 2012 in poi, ha spiegato Yayla, diverse centinaia di camion di rifornimenti sono stati inviati dall’IHH in Siria.
Descrivendo diverse operazioni attive di polizia contro l’IHH, a causa di relazioni dell’Agenzia con al-Qaeda, Yayla ha confermato che un’operazione importante che aveva coinvolto i raid antiterrorismo a Gazientep, Van, Kilis, Istanbul, Adana e Kayseri, aveva svelato lo stretto rapporto di lavoro dell’IHH con alti membri di al – Qaeda e dell’ISIS, fornendo armi ai gruppi jihadisti attraverso il confine.
Mentre Erdogan e i suoi ministri hanno condannato l’operazione di polizia, Yayla, che ha informato Erdogan come capo della polizia di Ankara, ha confermato che l’operazione è il risultato di un’indagine di polizia in corso sul sostegno jihadista in Turchia – non una cospirazione gulenista.
Ma l’IHH era soltanto un canale per queste azioni di sostegno ai jihadisti siriani.
“Il resto delle operazioni sono state effettuate direttamente dal MIT”, ha detto Yayla. “Il MIT ha portato varie volte, alla luce del sole, armi ed esplosivi in Siria con camion così come combattenti trasportati con autobus. Alcuni di loro sono stati catturati dalla polizia turca.”
Migliaia di foreign fighters hanno sciamato in Turchia negli ultimi anni per unirsi a gruppi che combattono il regime di Bashar al-Assad in Siria.
Per la prima volta, le interviste di Ahmet Yayla con INSURGE intelligence forniscono conferma diretta privilegiata, non solo che il governo di Erdogan aveva chiuso un occhio per quanto riguarda il movimento di questi combattenti oltre confine in Siria, ma che la polizia turca aveva rilevato il ruolo dell’Agenzia di Intelligence di Stato della Turchia nel trasferimento dei foreign fighters e che aveva implicato assistenza diretta all’ISIS:
“L’agenzia MIT ha trasportato terroristi dell’ISIS da Hatay a Sanliurfa in autobus nel 2014 e 2015. A volte venivano lasciati alla frontiera, altre volte venivano trasportati oltre il confine. Quando i terroristi tornavano in Turchia, venivano spesso fermati per il controllo di routine della droga. Negli autobus, guardie di frontiera turca hanno trovato kalashnikov e munizioni. Gli occupanti sono stati arrestati e interrogati, e gli autisti hanno ammesso apertamente che il MIT li aveva assunti per il trasporto di terroristi e foreign fighters.”
Yayla non era direttamente coinvolto in queste operazioni, ma è venuto a conoscenza dei loro risultati schiaccianti durante il suo alto ruolo in polizia, dato che aveva libero accesso alle registrazioni rilevanti.
Bombe per la beneficenza
L’IHH è stato a lungo sospettato di legami con il terrorismo da parte delle agenzie di intelligence occidentali.
Un cablogramma confidenziale, datato 21 luglio 2006, proveniente dal Dipartimento di Stato dall’ambasciata degli Stati Uniti a Istanbul, ottenuto da Wikileaks, conferma che l’IHH è “sospettato da alcuni per il finanziamento del terrorismo internazionale … Nel 1997 funzionari locali, presso il quartier generale dell’IHH a Istanbul, sono stati arrestati dopo un raid delle forze di sicurezza che hanno scoperto armi da fuoco, esplosivi e le istruzioni per fabbricare bombe.”
Il cablogramma descrive il memoriale funebre per la morte dell’affiliato ad al-Qaeda, il comandante militare ceceno Shamil Basayev, co-organizzato dall’IHH alla presenza del Presidente dell’IHH, Bulent Yildirim.
Basayev è stato indicato dal Dipartimento Statale come terrorista nel 2003 per aver ammesso il suo coinvolgimento in molti massacri di ostaggi civili e attacchi suicidi dinamitardi, così come i suoi “collegamenti ad al-Qaeda.”
In quel contesto, vale la pena notare il resto del cablogramma segreto:
“Coloro che seguivano il funerale continuavano a cantare slogan in arabo, inframmezzati con le seguenti frasi in turco: ‘Killer russi – Fuori dalla Cecenia’, ‘Killer israeliani – Fuori dalla Palestina’, ‘Killer americani – Fuori dal Medio Oriente’, ‘Shamil Basayev – La tua condotta è la nostra condotta’, e ‘Hamas – Resisti’. Come possibile riferimento alla stagione di elezione imminente, Yildirim aveva anche un messaggio per il Governo turco, ‘Non sostenete questi atei – se andate diritto, siamo pronti a seguirvi.’ Nel bel mezzo della cerimonia, i partecipanti hanno bruciato una bandiera, che noi non abbiamo visto, per grande gioia della folla. Per quanto riguarda Basayev, Yildirim ha lodato il fatto che lui non si è compromesso, sostenendo che mirava all’indipendenza ed è morto per Dio e per la causa.”
Yayla ha confermato che il raid di polizia nell’IHH nel 1997 avevano identificato connessioni dirette tra la beneficenza e al-Qaeda. Il personale dell’IHH, ha riferito, si stava preparando a operazioni di combattimento in Cecenia, Bosnia e Afghanistan.
I documenti trovati durante il raid hanno rivelato che le armi erano fornite in segreto a gruppi connessi a Osama bin Laden.
I sostenitori dell’ISIS trasportano regolarmente, con impunità, parti per la costruzione di apparecchiature esplosive attraverso il confine tra la Turchia e la Siria.
Le fotografie fornite in esclusiva da Yayla a INSURGE, ottenute direttamente da ex membri dell’ISIS, immortalano affiliati all’ISIS mentre si occupano delle cosiddette bombe “hell fireball”, prodotte in serbatoi di gas petrolio liquido, le cui parti sono fabbricate a Konya, una città interna in Turchia dove risiede un centinaio di sostenitori dell’ISIS.
“L’ex membro dell’ISIS ha riferito che questi rifornimenti giungono da fonti protette dalle forze di sicurezza turche”, ha detto Yayla.
La fonte del disertore, raccolta da Yayla, ha confermato che le parti sono trasportate da camion attraverso il confine in Siria per fare le bombe. I camion passano di solito attraverso la dogana turca senza problemi. “Hanno ucciso centinaia di civili e bambini”, ha detto Yayla.
“Sono molto efficienti. Il disertore spiegava che le bombe sono almeno dieci volte più potenti e letali rispetto ai mortai regolari. Tutti i materiali per queste bombe sono trasportati in Siria dalla Turchia e sono stati acquistati dalla Turchia.”
Il capo della polizia ha dato l’ordine di sorvegliare l’ISIS
Ma è l’esperienza personale di Ahmet Yayla, riguardante la sponsorizzazione ufficiale turca dell’ISIS, la cosa, forse, più incriminante.
“Sono stato testimone molte volte, coi miei propri occhi ed orecchi, che il Governatore di Sanliurfa [una città prossima al confine tra Turchia e Siria] parlava ai leader di gruppi terroristi in Siria”, ha riferito Yayla.
In molte riunioni di sicurezza di alto livello che coinvolgevano i capi di polizia, Yayla e i suoi colleghi attendevano, mentre il governatore finiva le sue telefonate con i leader ribelli.
“È stato davvero scioccante”, ricorda Yayla. “Parlava apertamente della situazione in Siria e chiedeva ripetutamente al telefono come avrebbe potuto aiutare a fornire tutto ciò di cui avevano bisogno, cibo o medicine, letteralmente qualsiasi cosa di cui avevano bisogno.”
Le cose sono venute a capo quando il governatore, che è un incaricato politico del Ministero degli Interni, ha iniziato a chiedere che Yayla sovrintendesse alla protezione di centinaia di combattenti dell’ISIS che venivano spediti in Turchia per ricevere cure mediche.
“Sono il capo della polizia al quale è stato chiesto, da parte del governatore, di sorvegliare i terroristi dell’ISIS. E ho assegnato gli agenti di polizia per questo compito”, ha detto Yayla. “Ci sono ancora i dati ufficiali della polizia riguardanti questa politica, e possono essere riscontrati nei programmi di assegnazione. Questi dati non possono essere distrutti.”
“Ero l’ufficiale assegnato, affinché la polizia custodisse quei terroristi”, ha ripetuto, l’incredulità era palpabile nel suo tono.
Combattere vicino al confine turco era diventato intenso, a partire dal 2013, anno in cui centinaia di ribelli jihadisti erano stati feriti:
“I combattenti dell’ISIS venivano portati oltre confine, a Sanliurfa, per ricevere le cure mediche negli ospedali turchi. Come capo della polizia, mi veniva chiesto dal governatore di inviare i miei ufficiali a fornire una protezione H24/7 per quei terroristi feriti. Si è giunti al punto che c’erano così tanti membri dell’ISIS in trattamento sanitario, che non riuscivo nemmeno a trovare abbastanza agenti per sorvegliare quei terroristi. Si soffriva di una grave carenza di manodopera a causa di queste richieste. Quando si è raggiunto quel punto, non avevo altra scelta che dire al governatore, eh beh, che davvero di ciò non mi importa più niente e gli ho detto, guardi, non ho forza lavoro, la città è in sofferenza e non riesco a fare la mia professione.”
Il governatore era sconvolto, ha detto Yayla, ma a causa di un vero e proprio volume di combattenti dell’ISIS che entrano in Turchia per il trattamento medico, le sue richieste non potevano essere soddisfatte.
“Era pazzesco, si potevano vedere le ambulanze che arrivavano con targhe europee, le quali trasportavano membri dell’ISIS”, ha detto Yayla.
“In effetti il vice di al-Baghdadi, Fadhil Ahmed al Hayali, è stato ferito in un bombardamento americano. Ha perso una gamba ed è stato portato in un ospedale e curato. Dopo di che è tornato in Siria. Nessuno ha pagato i soldi per le cure. Sono state completamente gratuite.”
La politica di fornire assistenza medica gratuita ai combattenti dell’ISIS è andata avanti per due anni, fino al 2015. La pressione del presidente Obama di chiudere i confini ha condotto Erdogan a distendere i rapporti politici in quell’anno.
Smettiamo di combattere i terroristi
I dubbi manifesti di Yayla circa la compromissione delle operazioni di polizia, alla fine hanno portato il governatore a indurlo a uscire dall’antiterrorismo.
“Ero così entusiasta all’idea di lottare contro il terrorismo, così ho creato un sistema per seguire i terroristi prima che essi stabilissero una cellula”, ha spiegato Yayla.
“Se qualcuno fosse stato coinvolto nel terrorismo, avrei inviato agenti di polizia a intervenire, ad esempio, parlando ai membri della famiglia, per fare in modo di evitare un’ulteriore radicalizzazione. Così i miei agenti avrebbero cominciato a intervenire contro i membri dell’ISIS, non appena rilevate le loro attività.”
 Ma il governatore non era d’accordo.
“Non gli piaceva quello che stavo facendo, così mi ha fatto uscire dall’anti terrorismo. A causa della mia anzianità nella polizia nazionale turca, lui non poteva licenziarmi. Così, invece, mi ha messo a capo del Dipartimento per le Investigazioni e l’Ordine Pubblico.”
Yayla ha continuato a impegnarsi a usare la sua autorità per il giro di vite contro i terroristi. Ha chiesto agli ufficiali nel suo dipartimento di perseguire la politica di fermare e arrestare sospetti terroristi che si aggirano in città, e di consegnarli all’antiterrorismo. Non sorprende che, ha detto, “Nemmeno al governatore piacesse l’idea.”
In realtà, Yayla lamentava:
“La maggior parte delle volte il centro dispacci è stato incitato a non inviare l’antiterrorismo, e perfino non comunicare via radio, perché le comunicazioni venivano registrate. Invece gli ufficiali turchi anti terrorismo avrebbero teso la mano ai nostri ufficiali per mezzo di un contatto telefonico diretto e detto loro di rilasciare solo i terroristi. ‘Perché fermarli? Lasciateli andare’, avrebbero detto.”
 Yayla ha detto che, come conseguenza di questa politica, l’ISIS è riuscito a far decollare la propria presenza in Turchia con totale impunità:
“Fondamentalmente, alla polizia non è stato permesso di fermare l’ISIS in città.”
L’accusa più scioccante di Yayla è che il governo turco ha direttamente protetto il leader delle operazioni turche dell’ISIS, Halis Bayancuk, noto anche come Abu Hanzala, figlio di uno dei padri fondatori dell’Hezbollah turca.
“Le mie fonti di polizia confermano che Erdogan aveva assegnato a Bayancuk, nel 2015, la protezione H24/7 della polizia”, ha detto Yayla. “Sono ancora in comunicazione con altre fonti di polizia e capi. Abitualmente lamentano il fatto che le più alte autorità turche stanno lavorando con l’ISIS, e che i loro sforzi per arrestare i membri dell’ISIS in Turchia sono ostacolati dal dipartimento antiterrorismo.”
Yayla descrive diversi esempi in cui i suoi propri ufficiali avrebbero indagato membri sospetti dell’ISIS senza alcun sostegno da parte dei loro colleghi nell’antiterrorismo:
“I membri dell’ISIS che arrivano in Turchia spesso si radono la barba e si tagliano i capelli in modo da potersi confondere tra la gente. Investigatori di alto livello ne avrebbero seguito i movimenti dal loro arrivo in Turchia e le loro attività in città, raccogliendo e condividendo le prove su di loro con l’antiterrorismo. Ma non avrebbero ricevuto alcun supporto dal reparto antiterrorismo. Al contrario, a loro sarebbe stato detto ‘non li fermate, non è il vostro lavoro.’ E come se non bastasse, la polizia avrebbe aperto poi indagini in merito a questi stessi agenti per aver indagato i terroristi.”
Yayla ha riferito che il fallito colpo di stato ha fornito a Erdogan una perfetta occasione per sradicare gli ufficiali critici su queste politiche, con il pretesto di colpire una cospirazione gulenista: “Molti di questi agenti, semplicemente, non possono parlare – se parlano verranno arrestati.”
Rifugio logistico sicuro – il sangue per il petrolio
 La Turchia, membro chiave della NATO e presunto alleato dell’Occidente nella lotta contro l’ISIS, è ora diventato rifugio sicuro, aperto ai jihadisti: “L’ISIS ha una grande base di appoggio logistico a Gaziantep. Ad esempio, tutte le sue uniformi sono state confezionate dai sarti a Gaziantep, forse oltre 60.000 nel corso degli ultimi due anni. ”
Questo non è del tutto sorprendente, dato che Gazientep in precedenza era la principale base del supporto logistico per TH e più tardi per al-Qaeda in Turchia.
“Ci sono edifici a forma di cupola a Gazientep, in cui vivono i jihadisti – sia l’ISIS che Jabhat al-Nusra [un ex affiliato di al-Qaeda rinominato Jabhat Fateh al-Sham]”, ha detto Ahmet Yayla. “Questi sono enormi appartamenti pieni di jihadisti. Molti di questi jihadisti non si preoccupano neppure di confondersi tra la gente. Conservano il loro aspetto caratteristico, con il loro particolare stile di abbigliamento e le lunghe barbe. E vanno avanti e indietro attraverso il confine liberamente.”
Ma le rivelazioni sorprendenti di Yayla, circa il sostegno del governo turco dato all’ISIS, non finiscono qui. Ha anche fatto riferimento a resoconti di prima mano che aveva ottenuto da decine di interviste sensibili con disertori dell’ISIS nascosti in Turchia. Alcuni di questi resoconti sono esaminati nel nuovo libro di Yayla con la collega accademica Speckhard, ISIS Defectors, così come nel loro recente articolo sulla rivista peer-reviewed (n.d.T. revisione fatta da ricercatori indipendenti), Perspectives on Terrorism.
Accuse che il figlio e il genero di Erdogan sono stati direttamente coinvolti in operazioni di contrabbando di petrolio dell’ISIS, sono apparse sulla stampa turca, ma sono negate con fervore dal governo.
Malgrado queste affermazioni, le proprie fonti di Yayla tra i disertori dell’ISIS hanno confermato il ruolo della Turchia e del governo regionale curdo (KRG) nell’Iraq settentrionale, per facilitare le vendite di petrolio dell’ISIS.
“Il percorso principale per ottenere il petrolio dal territorio dell’ISIS è attraverso il nord dell’Iraq”, ha detto Yayla. “Il petrolio dell’ISIS è trasportato da camion e mescolato con il petrolio dell’Iraq settentrionale. Questo è il motivo per cui il KRG ed Erdogan sono amici. ”
La rete del petrolio dell’ISIS ha coinvolto una combinazione di interessi in competizione – tra cui quelli di Bashar al-Assad, presunto arci nemico dell’ISIS.
“Quando le raffinerie hanno avuto problemi, l’ISIS avrebbe teso la mano a Bashar, che avrebbe inviato ingegneri petroliferi per entrare e risolvere i problemi. I combattenti dell’ISIS avrebbero scortato e protetto gli ingegneri di Bashar, permesso loro di risolvere i problemi, poi li avrebbero inviati, in totale sicurezza, a Bashar. ”
Questo significava, forse, che Bashar al-Assad stava, in effetti, sponsorizzando l’ISIS comprando il suo petrolio?
«Sì e no”, ha detto Yayla. “Bashar non ha controllato direttamente l’ISIS, ma ha bisogno di mantenere l’approvvigionamento sicuro di petrolio, e l’ISIS ha bisogno di mantenere le sue vendite di petrolio. È un rapporto di convenienza. Alcuni disertori mi hanno detto che erano arrabbiati per ciò. La giustificazione ufficiale dell’ISIS è che loro commerciano con altri Stati, anche se sono il nemico. ”
L’ISIS stava facendo così tanti soldi dalle vendite complessive del petrolio, tanto da essere costretti a smettere di contare i soldi per valuta e, invece, a cominciare a pesarli in chilogrammi.
Un ex emiro dell’ISIS ha riferito a Yayla:
“Una certa quantità di petrolio va direttamente alla Turchia, ma soprattutto verso il nord dell’Iraq e viene mischiata con il petrolio iracheno.”
Secondo Yayla:
“Egli [il disertore dell’ISIS] sa che sia in Turchia, che nel KRG, le navi cisterna dell’ISIS venivano protette, non venivano fermate, sono intoccabili. Non solo una nave cisterna – petroliera dopo petroliera dopo petroliera. Le strade sono state bloccate ovunque per mantenere fuori l’ISIS e le altre organizzazioni terroristiche. Eppure lui e poche altre fonti dell’ISIS mi hanno riferito che quei camion e autocisterne sono stati in grado di passare attraverso i checkpoint senza problemi, senza nemmeno essere fermati. Questo dimostra semplicemente che l’ISIS aveva ricevuto l’ordine di non fare confusione con le navi cisterna turche, e viceversa”.
 Il governo turco non ha mostrato i segni che è ancora marginalmente interessato a indagare questi problemi. Richieste multiple per ricevere un commento sono state inviate all’ambasciata turca a Londra, per quanto riguarda le accuse di Yayla e il trattamento di suo figlio. Nessuna risposta è stata ricevuta.
L’alleanza della NATO con il terrore
Ho posto a Yayla la domanda più importante.
Perché?
Perché la Turchia finanzierebbe l’ISIS, soprattutto quando il gruppo terroristico non ha, negli ultimi anni, evitato di colpire obiettivi interni alla Turchia?
Yayla ipotizza che la corruzione politica ai più alti livelli del governo di Erdogan abbia eroso la sicurezza nazionale della società turca.
“Credo che Erdogan voglia stabilire un nuovo stato turco – salafita, sciita e l’Islam politico, il tutto amalgamato,” ha detto.
“Non fraintenda. Per Erdogan, l’Islam politico è solo uno strumento utile per consolidare la sua base di appoggio in Turchia. Ed è ora il suo principale strumento da usare contro ogni opposizione nazionale al suo governo, in particolare i Curdi, che sono una forza potente per combattere l’ISIS.”
La cosa più sconvolgente è il silenzio assordante della NATO.
In risposta alle accuse alla Turchia di essere lo Stato che sponsorizza l’ISIS, un portavoce della NATO era impenitente sul ruolo continuo della Turchia all’interno dell’alleanza di sicurezza, guidata dagli Stati Uniti.
In una lunga dichiarazione, il funzionario della NATO ha detto:
“La Turchia è l’alleato della NATO più immediatamente esposto alla violenza e all’instabilità in Siria e in Iraq. Tutti gli altri alleati contribuiscono a proteggere la Turchia con una serie di misure, tra cui il dispiegamento di sistemi di difesa missilistica Patriot. La lotta contro l’ISIL richiede uno sforzo globale e sostenuto, tra cui il taglio dei finanziamenti illegali all’ISIL e porre fine al flusso di foreign fighters. Tutti gli alleati della NATO stanno contribuendo alla Coalizione Globale guidata dagli Stati Uniti per contrastare l’ISIL. La Turchia sta dando un contributo determinante, tra cui il dare ospitalità a diversi altri alleati presso la base aerea NATO di Incirlik, e rafforzare la sicurezza del suo confine con la Siria. Nel nostro recente vertice di Varsavia, la NATO ha deciso che i nostri aerei AWACS contribuiranno a fornire copertura visiva e radar alla Coalizione Globale. Abbiamo inoltre deciso di intensificare la nostra formazione di ufficiali iracheni, perfino in Iraq. Il governo turco si è offerto di aiutare lo sforzo di formazione presso le strutture in Turchia. ”
La NATO, a quanto pare, non ha alcun interesse a indagare la sponsorizzazione sistematica dell’ISIS proprio all’interno dell’alleanza.
Nel frattempo, Ahmet Yayla sta pagando un prezzo molto alto per aver parlato. Dopo l’arresto del figlio, con l’accusa infondata di terrorismo, il governo turco sta ora intensificando la sua campagna contro l’ex capo antiterrorismo, etichettandolo pubblicamente come terrorista per mezzo dei media controllati dallo Stato.
Mercoledì scorso, Yayla ha testimoniato davanti alla Sottocommissione per l’Europa, l’Eurasia e le Minacce Emergenti del Congresso degli Stati Uniti, circa la prova che il fallito colpo di stato è stato “messo in scena” da elementi del proprio governo di Erdogan. Il giorno seguente, l’Agenzia turca statale Anadolu ha accusato Yayla di essere un “presunto membro della Fetullah Terrorist Organisation (FETO)” presumibilmente guidata da Fetullah Gulen.
Ma Yayla, che ha personalmente informato lo stesso Erdogan nel suo ruolo di capo della polizia, non è, nemmeno per sogno, un gulenista.
“Erdogan etichetta chiunque come gulenista, se è contro di lui”, ha detto Yayla. “Non sono un gulenista. Sono solo un musulmano praticante con regolarità”.
Il vero crimine di Yayla è semplicemente la sua tenacia nel continuare a combattere il terrorismo, non importa chi ne sia il responsabile. Il suo coraggio, però, sta avendo un prezzo per la sua famiglia. E mentre la Nato continua a proteggere il regime sempre più draconiano di Erdogan, la cosiddetta ‘guerra all’ISIS’ continua ad avanzare senza sosta.

Dr. Nafeez Mosaddeq Ahmed è un giornalista investigativo che ha ricevuto un premio per il suo impegno quindicennale, studioso di sicurezza internazionale, autore di bestseller e film-maker.
Nafeez è l’autore di A User Guide to the Crisis of Civilazation: And How to Save It (2010) e del thriller di fantascienza ZERO POINT, tra gli altri libri. Il suo lavoro sulle cause e le operazioni segrete legate al terrorismo internazionale ha dato un contributo ufficiale alla Commissione sull’11 settembre e all’Inchiesta 7/7 del medico legale.
Questa storia è stata rilasciata gratuitamente per il pubblico interesse, ed è stata resa possibile per mezzo di crowdfunding. Vorrei ringraziare la mia straordinaria comunità di sostenitori per il loro supporto, i quali mi hanno dato l’opportunità di lavorare su questa storia. Si prega di sostenere il giornalismo d’inchiesta indipendente per il bene comune globale, per mezzo del sito http://www.patreon.com/nafeez, dove è possibile donare tanto o poco, come gradite

Fonte: https://medium.com/i
Link:  https://medium.com/insurge-intelligence/former-turkish-counter-terror-chief-exposes-governments-support-for-isis-d12238698f52#.x9leu0rj0
16.09.2p016
Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org  a cura di NICKAL88

Preso da: http://comedonchisciotte.org/un-informatore-espone-modo-cui-principale-alleato-della-nato-sta-armando-finanziando-lisis/

15 anni di crimini

Gli Stati Uniti e i loro alleati commemorano il 15° anniversario dell’11 settembre. Per Thierry Meyssan è l’occasione per fare il punto sulla politica di Washington, a partire da quella data; un bilancio particolarmente cupo. Delle due l’una: o la versione degli attentati da parte della Casa Bianca è autentica, e in tal caso la sua risposta agli attacchi è particolarmente controproducente; o è menzognera e, in questo caso, è riuscita a saccheggiare il Medio Oriente allargato.

| Damasco (Siria)

15 anni fa, negli Stati Uniti, l’11 settembre 2001, il «piano di continuità del governo» è stato attivato verso le ore 10 del mattino dal coordinatore nazionale per la sicurezza, la protezione delle infrastrutture e il controterrorismo, Richard Clarke [1]. Secondo lui, si trattava di rispondere alla situazione eccezionale di due aerei che avevano colpito il World Trade Center di New York e un di terzo che avrebbe colpito il Pentagono. Tuttavia, questo piano doveva essere utilizzato solo in caso di distruzione delle istituzioni democratiche, ad esempio da un attacco nucleare. Non si era mai previsto di attivarlo fintantoché il presidente, il vicepresidente e i presidenti delle Assemblee fossero vivi e in grado di adempiere alle loro funzioni.


L’attivazione di questo piano ha trasferito le responsabilità del presidente degli Stati Uniti a un’autorità militare alternativa collocata nel Mount Weather [2]. Questa autorità ha restituito le sue funzioni al presidente George W. Bush solo a fine giornata. Fino ad oggi, la composizione di questa autorità e le decisioni che ha potuto prendere sono rimaste segrete.
Poiché il presidente era stato esonerato dalle sue funzioni durante un periodo di circa dieci ore, l’11 settembre 2001, in violazione della Costituzione degli Stati Uniti, è tecnicamente esatto parlare di un “colpo di Stato”. Naturalmente questa espressione risulta scioccante perché si tratta degli Stati Uniti, perché tutto ciò ha avuto luogo in circostanze eccezionali, perché le autorità militari non l’hanno mai rivendicato, e perché è stato restituito il potere senza problemi al presidente costituzionale. Resta il fatto che questo sia in senso stretto un “colpo di Stato”.
In un famoso libro, pubblicato nel 1968, ma ristampato e diventato il libro preferito dei neo-conservatori durante la campagna elettorale del 2000, lo storico Edward Luttwak spiegava che un colpo di Stato è ancora più riuscito se nessuno si rende conto che ha avuto luogo, e dunque non gli si oppone [3].
Sei mesi dopo questi eventi, ho pubblicato un libro sulle conseguenze politiche di questa giornata [4]. I media si sono intrattenuti soltanto sui primi quattro capitoli, nei quali mostravo l’impossibilità della versione ufficiale di questi eventi. Sono stato spesso criticato per non offrire la mia versione di quella giornata, ma non ne avevo, e rimango ancora oggi con in mano più domande che risposte.
In ogni caso, i quindici anni trascorsi ci illuminano su quanto è accaduto quel giorno.

Dall’11 settembre, il governo federale è fuori della Costituzione

In primo luogo, anche se alcune disposizioni sono state sospese per un attimo nel 2015, gli Stati Uniti vivono ancora sotto l’imperio del Patriot Act. Adottato nell’emergenza, 45 giorni dopo il colpo di Stato, questo testo costituisce una risposta al terrorismo. Dato il suo volume, sarebbe più corretto parlare di Codice antiterrorismo più che di semplice legge. Il testo era stato preparato nel corso degli ultimi due anni da parte della Federalist Society. Solo quattro deputati vi si opposero.
Questo testo sospende le limitazioni costituzionali, formulate dalla “Dichiarazione dei diritti” – cioè i primi 10 emendamenti della Costituzione – per tutte le iniziative dello Stato miranti a combattere il terrorismo. È il principio dello stato di emergenza permanente. Lo Stato federale può così praticare la tortura fuori del suo territorio e spiare la propria popolazione in maniera massiccia. Dopo quindici anni di queste pratiche, non è tecnicamente più possibile per gli Stati Uniti presentarsi come uno “Stato di diritto”.
Per applicare il Patriot Act, il governo federale ha prima ha creato un nuovo dipartimento per la sicurezza interna (Homeland Security). Il titolo di questa amministrazione è così sconvolgente che lo si traduce in tutto il mondo con “Sicurezza interna”, il che è falso. Poi, il governo federale si è dotato di un insieme di polizie politiche che, secondo un ampio studio del Washington Post nel 2010, impiegava all’epoca almeno 850 000 nuovi funzionari per spiare 315 milioni di abitanti [5].
La grande innovazione istituzionale di questo periodo è la rilettura della separazione dei poteri. Fino ad allora si riteneva, dando seguito a Montesquieu, che essa permettesse di mantenere un equilibrio tra l’Esecutivo, il Legislativo e il Giudiziario indispensabile per il buon funzionamento e la conservazione della democrazia. Gli Stati Uniti potevano vantarsi di essere l’unico Stato al mondo a metterla in pratica rigorosamente. Ma ormai, al contrario, la separazione dei poteri significa che il Legislativo e il Giudiziario non hanno più la possibilità di controllare l’esecutivo. È d’altronde in virtù di questa nuova interpretazione che il Congresso non è stato autorizzato a discutere le condizioni del colpo di Stato dell’11 settembre.
Contrariamente a quello che scrivevo nel 2002, gli Stati dell’Europa occidentale hanno resistito a questa evoluzione. È solo da un anno e mezzo in qua che la Francia ha ceduto e ha adottato il principio dello stato di emergenza permanente, in occasione dell’assassinio dei redattori di Charlie Hebdo. Questa sua trasformazione interna va di pari passo con un cambiamento radicale della politica estera.

Dall’11 settembre, il governo federale, che sta al di fuori della costituzione, ha saccheggiato il Medio Oriente allargato

Nei giorni che seguirono, George W. Bush – di nuovo presidente degli Stati Uniti dopo l’11 settembre alla sera – dichiarò alla stampa: «Per questa crociata, questa guerra al terrorismo ci vorrà del tempo» [6]. Sebbene abbia dovuto chiedere scusa per essersi espresso in quei termini, la scelta presidenziale delle parole indicava chiaramente che il nemico si richiamava all’Islam e che questa guerra sarebbe stata lunga.
Infatti, per la prima volta nella loro storia, gli Stati Uniti sono in guerra ininterrotta da 15 anni. Hanno definito la propria Strategia contro il terrorismo [7] che l’Unione europea si è affrettata a copiare. [8]
Se le successive amministrazioni statunitensi hanno presentato questa guerra come un inseguimento trafelato dall’Afghanistan all’Iraq, dall’Iraq all’Africa, al Pakistan e alle Filippine, poi in Libia e in Siria, l’ex comandante supremo della NATO, il Generale Wesley Clark, al contrario, ha confermato l’esistenza di un piano a lungo termine. L’11 settembre, gli autori del colpo di Stato hanno deciso di cambiare tutti i governi amici del “Medio Oriente allargato” e di fare la guerra con i sette governi che resistevano loro in questa regione. L’ordine è stato registrato ufficialmente dal presidente Bush quattro giorni più tardi, nel corso di un incontro a Camp David. È chiaro che questo programma è stato messo in opera e non è finito.
Questi cambiamenti dei regimi amici tramite rivoluzioni colorate e queste guerre contro i regimi che resistevano non avevano come scopo la conquista di quei paesi secondo il senso imperiale classico (Washington già controllava i suoi alleati) bensì il loro saccheggio. In questa regione del mondo, in particolare nel Levante, lo sfruttamento di questi paesi si scontrava non solo con la resistenza delle popolazioni, ma anche con la presenza – assolutamente ovunque – delle rovine di antiche civiltà. Non sarebbe stato dunque possibile fare bottino senza “rompere le uova”.
Secondo il presidente Bush, gli attentati dell’11 settembre sarebbero stati perpetrati da Al-Qa’ida, cosa che meglio giustificava l’attacco all’Afghanistan che la rottura dei negoziati petroliferi con i taliban, nel luglio 2001. La teoria di Bush è stata sviluppata dal suo segretario di Stato, il generale Colin Powell, che promise di presentare una relazione in materia al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Non solo gli Stati Uniti non hanno trovato il tempo di redigere questo rapporto negli ultimi 15 anni, ma il 4 giugno scorso, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha affermato che il suo omologo statunitense gli aveva chiesto di non colpire i suoi alleati di al-Qa’ida in Siria; una dichiarazione sconcertante che non è stata smentita.
In un primo tempo, il governo federale incostituzionale ha proseguito il suo programma mentendo spudoratamente al resto del mondo. Dopo aver promesso una relazione sul ruolo dell’Afghanistan nell’11 settembre, lo stesso Powell mentì frase per frase in occasione di un lungo discorso al Consiglio di sicurezza che puntava a collegare il governo iracheno agli attentati e ad accusarlo di volerli continuare con armi di distruzione di massa [9].
Il governo federale uccise in pochi giorni la maggior parte dell’esercito iracheno, saccheggiò i sette principali musei e bruciò la Biblioteca Nazionale [10]. Installò al potere l’Autorità provvisoria della Coalizione, che non era un organo della Coalizione di Stati contro il presidente Hussein, ma una società privata, controllata dalla Kissinger Associates, sul modello della lugubre Compagnia delle Indie [11]. Per un anno, questa azienda ha saccheggiato a più non posso. In definitiva, restituì il potere a un governo iracheno fantoccio, non senza avergli fatto firmare che non avrebbe mai chiesto delle riparazioni e che non avrebbe sfidato per un secolo le leggi commerciali leonine redatte dall’Autorità Provvisoria.
In 15 anni, gli Stati Uniti hanno sacrificato più di 10.000 loro connazionali, mentre la loro guerra ha provocato oltre due milioni di morti nel “Medio Oriente allargato” [12]. Per aver ragione di quelli che designano come i loro nemici, hanno speso oltre 3,5 mila miliardi di dollari [13]. E annunciano che il massacro e il caos continueranno.
Stranamente, queste migliaia di miliardi di dollari non hanno indebolito economicamente gli Stati Uniti. Si trattava di un investimento che ha permesso loro di saccheggiare un’intera regione del mondo; di rubare per somme ancora ben più elevate.
A differenza della retorica dell’11 settembre, quella della guerra al terrorismo ha un senso. Ma essa si appoggia su quantità di bugie presentate come realtà. Ad esempio, viene spiegata la filiazione tra Daesh (ISIS) e al Qa’ida tramite la personalità di Abu Musab al-Zarqawi, al quale il generale Powell aveva dedicato gran parte del suo discorso al Consiglio di Sicurezza nel febbraio 2003. Tuttavia, lo stesso Powell ha ammesso di aver mentito spudoratamente in quel discorso, ed è impossibile verificare il minimo elemento della biografia di Zarqawi secondo la CIA.
Se ammettiamo che Al-Qa’ida è la continuazione della Legione Araba di bin Laden, integrata in quanto truppa supplementare nella NATO durante le guerre della Jugoslavia [14] e della Libia, dobbiamo parimenti ammettere che al Qa’ida in Iraq, diventata Stato islamico in Iraq, poi Daesh, è la sua continuazione.
Poiché il saccheggio e la distruzione del patrimonio storico sono illegali secondo il diritto internazionale, il governo federale incostituzionale ha dapprima subappaltato il suo lavoro sporco a degli eserciti privati come la Blackwater [15]. Ma la sua responsabilità era ancora troppo visibile [16]. Lo ha anche subappaltato al suo nuovo braccio armato, i jihadisti. Ormai il saccheggio del petrolio – consumato in Occidente – è attribuibile a questi estremisti e la distruzione del patrimonio al loro fanatismo religioso.
Per comprendere la collaborazione della NATO e dei jihadisti, dobbiamo chiederci che ne sarebbe oggi dell’influenza degli Stati Uniti se non ci fossero i jihadisti. Il mondo sarebbe diventato multipolare e Washington avrebbe chiuso la maggior parte delle sue basi militari in tutto il mondo. Gli Stati Uniti sarebbero tornati a essere una potenza tra le altre.
Questa collaborazione della NATO e dei jihadisti sconvolge molti alti responsabili statunitensi come il generale Carter Ham, comandante di AfriCom, che ha rifiutato nel 2011 di lavorare con Al-Qa’ida e ha dovuto rinunciare a comandare l’attacco alla Libia; o il generale Michael T. Flynn, comandante della Defense Security Agency, che ha rifiutato di approvare la creazione di Daesh ed è stato costretto a dimettersi nel 2014 [17].
Questo è diventato il vero soggetto della campagna elettorale presidenziale: da un lato Hillary Clinton, un membro di The Family, la setta dei capi di Stato Maggiore [18], dall’altro Donald Trump, consigliato da Michael T. Flynn e 88 alti ufficiali [19].
Proprio come durante la guerra fredda Washington controllava i suoi alleati europei tramite “Gli eserciti segreti della NATO”, ossia Gladio [20], allo stesso modo oggi controlla il Medio Oriente allargato, il Caucaso, la valle del Ferghana e va fin nello Xinjiang con la “Gladio B” [21].
15 anni dopo, le conseguenze del colpo di Stato dell’11 settembre non provengono affatto dai musulmani, né dal popolo statunitense, ma da coloro che lo hanno perpetrato e dai loro alleati. Sono loro che hanno banalizzato la tortura, le esecuzioni extragiudiziali ovunque nel mondo, indebolito le Nazioni Unite, ucciso più di due milioni di persone, saccheggiato e distrutto l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e Siria.

Traduzione
Matzu Yagi
[1] Against All Enemies, Inside America’s War on Terror, Richard Clarke, Free Press, 2004, Si ved il primo capitolo, «Evacuate the White House».
[2] A Pretext for War, James Bamford, Anchor Books, 2004, si veda il capitolo 4 «Site R».
[3] Coup d’État: A Practical Handbook, Edward Luttwak, Allen Lane, 1968. Luttwak costituiva con Richard Perle, Peter Wilson e Paul Wolfowitz i «Quattro moschettieri» di Dean Acheson.
[4] L’Effroyable imposture, Thierry Meyssan, Carnot, 2002. Réédition avec Le Pentagate, Demi-Lune. Edizioni italiane: L’incredibile menzogna, Thierry Meyssan, Fandango, 2002; Il Pentagate. Altri documenti sull’11 settembre, Thierry Meyssan, Fandango, 2003.
[5] Top Secret America: The Rise of the New American Security State, Dana Priest & William M. Arkin, Little, Brown and Company, 2011.
[6] «A Fight vs. Evil, Bush and Cabinet Tell U.S.», Kenneth R. Bazinet, Daily News, September 17th, 2001.
[7] National Strategy for Combating Terrorism, The White House, February 2003.
[8] Strategia europea in materia di sicurezza, Javier Solana, Consiglio europeo, 8 dicembre 2003.
[9] “Colin Powell Speech at the UN Security Council”, Colin L. Powell, Voltaire Network, 11 February 2003.
[10] « Discours du directeur général de l’Unesco», Koïchiro Matsuura, 6 juin 2003, Réseau Voltaire, 6 juin 2003.
[11] The Coalition Provisional Authority (CPA): Origin, Characteristics, and Institutional Authorities, Congressional Research Service, L. Elaine Halchin, April 29, 2004.
[12] Body Count, Casualty Figures after 10 Years of the “War on Terror”, Physicians for Social Responsibility (PSR), March 2015.
[13] The Three Trillion Dollar War, Joseph Stiglitz & Linda Bilmes, W. W. Norton, 2008.
[14] Wie der Dschihad nach Europa Kam, Jürgen Elsässer, NP Verlag, 2005.
[15] Blackwater: The Rise of the World’s Most Powerful Mercenary Army, Jeremy Scahill, Avalon Publishing Group/Nation Books, 2007.
[16] The Powers of War and Peace: The Constitution and Foreign Affairs after 9 11; War by Other Means: An Insider’s Account of the War on Terror, John Yoo, University Of Chicago Press, Atlantic Monthly Press, 2006.
[17] DIA Declassified Report on ISIS, August 12, 2012.
[18] The Family: The Secret Fundamentalism at the Heart of American Power, Jeff Sharlet, Harper, 2008.
[19] “Open Letter From Military Leaders Supporting Donald Trump”, Voltaire Network, 9 September 2016.
[20] Nato’s Secret Armies : Operation Gladio and Terrorism in Western Europe, Daniele Ganser, Frank Cass, 2004. Versione italiana : Gli eserciti segreti della NATO. Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Fazi, 2008.
[21] Classified Woman, The Sibel Edmonds Story: A Memoir, Sibel D. Edmonds, SE 2012.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article193214.html

VIDEOCORSO PER SMASCHERARE LE BUFALE DI GUERRA

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Tu dammi le fotografie e io ti darò la guerra” tuonava l’editore William Hearst al suo fotografo Frederick Remington che, nel 1898, non trovava a Cuba nessuna scena che giustificasse una invasione USA.
Da allora molte cose sono cambiate, ovviamente in peggio. E oggi, secondo Sheldon Rampton – già autore di un libro che ha fatto scuola – soltanto negli USA, le organizzazioni governative e gli istituti, organizzazioni e fondazioni ad esse aggregate spenderebbero annualmente più di un miliardo di dollari per promuovere, tramite la Rete, le guerre dell’Impero. Un lavoro condotto, spesso con maestria, da legioni di giornalisti, pubblicitari, esperti in video… e che gli ignari utenti della Rete (un miliardo e mezzo di persone solo Facebook) provvedono a diffondere in ogni dove.

Per cercare di arginare questo fiume di menzogne, pochi attivisti NoWar e qualche giornalista ancora onesto si industriano nell’analizzare e smascherare le “bufale” che – sopratutto dopo la guerra alla Libia del 2011 – ci vengono tutti i giorni propinate. E per far crescere questa fondamentale rete di controinformazione Sibialiria ha realizzato un videocorso che illustra alcuni segreti di bottega per smascherare queste bufale.
Qui sotto le prime due puntate.

La Redazione di Sibialiria

Alcuni link per analizzare bufale segnalate nella seconda puntata
“Aerei siriani lanciano bombe al Cloro”
“I Barili Bomba di Assad”
“Cecchini di Assad si allenano sparando su donne incinte”
“Sarin sganciato da missili siriani a Goutha”
“Panetteria bombardata a Halfaya”
“Fosse comuni di Gheddafi”
“Scuola colpita dal napalm dell’aviazione di Assad”
“Il bambino nell’ambulanza”
“Donne in gabbia vendute come schiave dall’ISIS”

9 settembre 2016
Fonte: sibialiria.org

Originale con 2 video: https://desertoepace.wordpress.com/2016/09/14/videocorso-per-smascherare-le-bufale-di-guerra/

Occidente fariseo

Molte sono state e sono le bugie degli organi d’informazione circa la situazione in Siria. L’obiettivo? Sempre il solito. La conquista delle coscienze e del consenso. E a riguardo non si può dire che questo: il nostro è un Occidente fariseo, dove la menzogna tiene banco di prova. Sta alla vera stampa invertire la narrativa Neocon della guerra.

di Claudio Davini – 10 settembre 2016 

Narrativa manichea: ecco il marchio di fabbrica di certa stampa occidentale. Soprattutto per quel che riguarda l’apologetica dei conflitti scatenati dagli Stati Uniti. Non sono trascorsi troppi anni da quando Colin Powell, segretario di Stato Usa nel 2003, agitava in mondovisione una boccettina da un grammo d’antrace per mostrare come la guerra d’Iraq fosse l’impresa dei giusti contro il male. Sappiamo tutti com’è andata a finire: armi di distruzione di massa inesistenti e Paese devastato. Storia simile per la Siria. Sin dall’inizio del conflitto, Bashar al-Assad – legittimo Presidente della Nazione – è stato dipinto come il diavolo fatto persona, mentre i cosiddetti ribelli moderati sono stati presentati nelle vesti della bontà più sincera. E forse a nulla vale ricordare ciò che la Decima Brigata ha fatto al pilota russo atterrato col paracadute su suolo siriano dopo che il suo caccia era stato abbattuto da un F-16 turco.

Molte sono state le bugie degli organi d’informazione circa la situazione in Siria, tanto che farne una lista completa richiederebbe battute per un saggio più che per un articolo. Escludendo il ritornello sulle armi chimiche – il cui utilizzo da parte del Governo non è mai stato provato, mentre è stato dimostrato l’uso che ne hanno fatto i ribelli qaedisti – alcune delle più clamorose menzogne riguardano la battaglia di Aleppo, decisiva per l’esito della guerra e per lo stesso futuro di Bashar al-Assad, che vincendo si ritroverebbe in una posizione di forza nei negoziati internazionali. Si è scritto ovunque che il secondogenito di Hafiz al-Asad sta assediando la sua capitale, ma questo non è vero che in parte: se fino a luglio erano le forze governative con l’aiuto dei Russi a bloccare completamente l’accesso ai quartieri est della città lardellati di terroristi, non si può certo dire che ad assediare Aleppo siano state le stesse forze governative. Sono stati invero i ribelli jihadisti ad aver circondato la Bigia, dopo esser penetrati in Siria dal confine turco nell’estate del 2012. Si sono poi accusati i Russi di aver impedito la fuga dei civili dai quartieri est: un’altra frottola. Infatti, prima che i ribelli qaedisti rompessero a luglio l’accerchiamento dei quartieri est – come ha ricordato Gian Micalessin su IlGiornale.it – sia i Russi che i soldati della Repubblica garantivano il libero passaggio a tutti i civili che desiderassero abbandonare la zona ribelle e a tutti quei militanti che fossero pronti ad arrendersi. Per non parlare dell’accusa, rivolta al Presidente Bashar al-Assad, di tenere sotto scacco un’intera città d’oppositori sostenuti dalla maggioranza sunnita del Paese. Se così fosse, Aleppo, città di quasi due milioni di abitanti in larga parte sunniti, sarebbe dovuta cadere ormai da un pezzo.
Detto questo, non resta che compatire l’ipocrisia dei MogheBoys: di coloro che hanno pianto lacrime di coccodrillo sulla foto di Omran Daqneesh – il piccoletto siriano coperto di sangue e polverume. E non solo in quanto zimbelli del pietismo mediatico degli Organi d’Infarinatura McMondiani. Ma anche perché incapaci d’avvedersi della burla quotidiana dei vari Teletruffa e FuffaPost, e quindi d’affrancarsene. Poveri piccini, vittime della guerra! Ecco il ritornello che i Me(r)dia fischiettano quotidianamente. Il motivetto col quale i creduloni sciacquano la loro buona coscienza. Nondimeno, dobbiamo domandarci: chi beneficia di questa fantasiosa della guerra in Siria? Di certo ne traggono vantaggio Arabia Saudita, Qatar e Stati Uniti, che dopo aver finanziato i ribelli jihadisti e non esser però riusciti a rovesciare il legittimo governo del Presidente Bashar al-Assad non possono vendere al mondo la versione del vincitore, e debbono quindi distogliere l’attenzione dalle loro gravi responsabilità. Per farlo, come s’è visto, non esitano ad imbracciare le armi della guerra mediatica, una guerra per la conquista delle coscienze e del consenso. E a riguardo non si può dire che questo: il nostro è un Occidente fariseo, dove la menzogna tiene banco di prova. Sta dunque alla vera stampa sbugiardare le miriadi di non banali verità sulla situazione in Siria, condite d’un voluto pressappochismo circa i risultati conseguiti dalle Forze Armate della Federazione Russa e dalle Forze Armate siriane contro l’Isis. Sta dunque alla vera stampa evitare che si butti giù la pillolina lava panni dell’antiputinismo aprioristico e dei posatissimi gentilissimi pacatissimi ribelli moderati. Sta dunque alla vera stampa invertire la narrativa Neocon della guerra in Siria. E questo, in nome della verità.

Preso da: http://www.lintellettualedissidente.it/esteri-3/occidente-fariseo/

E ricordati di santificare il potere

6 settembre 2016

Madre Teresa è santa? Urge riflettere su cosa e chi si santifica nei momenti più solenni. Schizofrenia dell’Occidente, tra iperlaicismo e iperoscurantismo

Nei giorni di Madre Teresa resa santa, urge una riflessione su cosa e chi si santifica nei momenti più solenni.
Io credo – mi disse, e questo lo disse proprio a me – che, se la gente pensa che Hitler abbia ucciso 6 milioni di ebrei, certamente esagera. Hitler non era così malvagio. Potrebbe aver ucciso al massimo tre o quattro milioni di ebrei“.


[Intervista a padre Vladimir Felzmann, ex dirigente dell’Opus Dei, su Josemaría Escrivá de Balaguer, 11 maggio 1984 (da Peter Hertel: “Opus Dei. Documenti e retroscena“. Claudiana 1997 – Peter Hertel è un giornalista cattolico; meglio specificarlo, non si sa mai).]
Queste dunque le parole – “sante” pour cause – del fondatore dell’Opus Dei. Questo personaggio fu canonizzato nel corso di una cerimonia tenutasi il 6 ottobre 2002 alla presenza di politici, 400 vescovi e circa 300mila pellegrini provenienti da tutto il mondo. Tra gli illustri ospiti, indimenticabile fu l’ex premier ex comunistaMassimo D’Alema. Ricordate le sue parole?
Questa canonizzazione è un grandissimo evento che non può passare inosservato. Ho accettato l’invito per questo e non solo. Sono qui, infatti, anche per il rispetto che si deve alla Chiesa cattolica, alle sue istituzioni, alla sua storia, ai suoi testimoni, ai suoi simboli: ed il nuovo santo Escrivá de Balaguer è certamente uno di questi“.
Si beccò le critiche di Gianni Vattimo, Paolo Flores D’Arcais e Antonio Tabucchi. Ma in fin dei conti, cosa non si fa per il potere!
E ora papa Francesco (notasi: “Francesco”, il santo dei poveri – sic!), completando il processo iniziato dal suo predecessore, canonizzamadre Teresa di Calcutta.
Ecco, Calcutta. Vado in quella città con regolarità da non so quanti anni e non ci ho messo molto a scoprire che i kolkatiani svicolavano come anguille quando gli chiedevo un parere su madre Teresa. Alla fine ho messo le carte in tavola e ho ammesso che a me non piaceva. Si è aperta allora una fiumana di critiche circostanziate e spesso durissime alla oggi neo santa e al suo operato.
Ho sentito testimonianze dirette, letteralmente raccapriccianti, di persone che avevano visitato le sue “cliniche”, ovvero le sue topaie(censurate senza mezzi termini dalle prestigiose riviste The Lancet eBritish Medical Journal), dove l’unica cura che i malati, lasciati praticamente a se stessi, ricevevano era il “tocco” della miracolante “madre”.
Chissà perché mi ricorda un po’ il Tibet sotto il regno di Sua Santità ilDalai Lama, dove l’unica cura ammessa era il santo piscio dei lama stessi (con buona pace degli “umanitaristi” e degli “antimperialisti antiautoritari” à la “Free Tibet”).
E non si venga a tirare in ballo la povertà dell’India. A Calcutta ci sono ospedali pubblici dignitosissimi, dove il paziente è curato da personale specializzato che si avvale di tecnologie mediche moderne. L’unica stravaganza che potreste vedere sono le capre e gli altri animali che a volte i parenti in visita si portano con sé e lasciano nel cortile dell’ospedale.
Obnubilata dall’orrida ideologia della sofferenza (che per le menti bacate “avvicinerebbe a Dio”) la neo-santa negava antidolorifici ai malati terminali. In compenso riservava le migliore cure a se stessa, in cliniche svizzere esclusive. Singolare quindi che, nel suo caso, il rifiuto della sofferenza l’abbia invece talmente avvicinata a Dio da diventare santa. Misteri della fede.
Ci sono fondatissime inchieste che, con logica stringente, basata anche sul confronto tra le entrate e lo stato indegno in cui erano lasciati i suoi “assistiti”, deducono che la santa si riservava oltre che le migliori cure anche la gran parte del cucuzzaro delle donazioni miliardarie che riceveva.
Amica e sostenitrice dei peggiori arnesi politici della sua epoca, dai criminali dittatori haitiani Papa Doc e Baby Doc (i famigerati Duvalier) al dittatore nicaraguense Somoza, c’è il sospetto fondato che una parte del cucuzzaro andasse a loro.
Noi aspettiamo con curiosità di vedere quali nuovi vip si succederanno a D’Alema nel tessere le lodi dei fondamentalisti e oscurantisti periodicamente esaltati dal Vaticano (non dimentichiamoci che a seguito di un’inchiesta ordinata dalle alte sfere cattoliche, Padre Pio era stato definito da padre Agostino Gemelli, un medico e non propriamente un progressista, un “imbroglione psicopatico”; ma tant’è).
Nel frattempo faccio notare un’analogia mediatica. Il TG2 (e siamo nel 2016!) dava per scontata la verità oggettiva della famosa “guarigione” su cui si basa la canonizzazione di madre Teresa. Ne parlava come si può parlare del fatto che 2+2=4. Un dato certo, ovvio.
Allo stesso modo lo stesso organo informativo pubblico, prendendo l’occasione della manifestazione “umanitarista” sulla Siria (alla quale hanno partecipato un numero risibile di stipendiati delle organizzazioni promotrici – veramente quattro gatti), dava per scontato l’altro giorno che i buoni sono i “ribelli” e il cattivo è “Assad”.
Insomma, la guerra contro Assad come atto di fede. A seguito di questo assioma cosucce come la decapitazione di bambini venivano descritte come semplici marachelle da parte dei “ribelli”, su cui non valeva nemmeno la pena di soffermarsi più di tanto.
Ovviamente questi disinformatori pubblici nemmeno si ponevano il dubbio che magari queste cosucce, assieme a molte altre, riescono a spiegare come mai il 75% dei Siriani stia col loro Presidente, il 10% sia neutrale e solo uno stimato 15% stia coi “ribelli” (secondo l’ultima stima occidentale nota).
Mi ricorda un reporter più onesto del New York Times che un anno e mezzo fa scriveva all’incirca così: “Qui a Latakia le ragazze siriane fanno il bagno in bikini. A Raqqa se non portano il burqa rischiano la fustigazione. Non sorprende che a Latakia siano tutti dalla parte di Assad”.
L’Occidente in fase terminale, alla ricerca di antidolorifici e di inesistenti cure miracolose, che fa un santo dietro l’altro perché non sa più a che santo votarsi, rivela così tutta la sua schizofrenia: da un polo, iperlaicismo progressista come religione ufficiale e arma ideologica mirata (ad esempio da non utilizzare con l’Arabia Saudita) e, dall’altro polo, iperoscurantismo come religione occulta ma profonda, come sentimento e arma da scatenare contro i nemici dell’Impero.
Una religione profonda perché insita negli strati psichici di chi fa della propria vita una ricerca del potere e del dominio sugli altri.
E tra poco si arriverà a un’altra boa di questo viaggio verso l’oscurità. Perché se Donald Trump non è il verso giusto, la possibile elezione alla Casa Bianca della sanguinaria psicopatica Hillary Clinton è di sicuro il verso sbagliato dei prossimi eventi.
di Piotr
Fonte: Megachip

Preso da: http://www.cogitoergo.it/ricordati-santificare-potere/

Sono assassini, o in nome della democrazia possono massacrare chi vogliono?

di Giuseppe Righetti

Tony Blair George – G. W. Bush – Nicolas Sarkosy

I pianti di vergogna. In tanta bassezza ed orrore morale dei governi occidentali che si coinvolgono in questi sporchi giochi con criminali e formazioni delinquenziali o jihadiste, brilla per nettezza il saluto del presidente Assad ai morti francesi: “Parigi prova adesso quel che i siriani provano da cinque anni”.

E poi: “Ipocriti, chiamate ‘terroristi’ quelli che colpiscono voi, e ‘ribelli moderati’ quando colpiscono noi”.

La “guerra al terrorismo” ha prodotto almeno 13 milioni di morti fra Iraq, Afghanistan e Pakistan: crimini contro l’umanità che restano impuniti e a cui abbiamo preso parte anche noi.

 

Laurent Fabius, il ministro degli esteri di Hollande, nel dicembre 2012 si rifiutò che fosse messa nella lista delle formazioni terroriste Al-Nusrah (ossia Al Qaeda in Siria) con la motivazione che “sul terreno, fanno un buon lavoro” (uccidendo i soldati siriani e, en passant, cristiani, donne, bambini…). Ora piange?

Nell’agosto 2014, Le Monde ha rivelato che Hollande aveva dato ordini ai servizi francesi di consegnare clandestinamente armi da guerra ai ribelli in Siria, contro le norme internazionali che mettevano l’embargo su simili consegne. E ora piange? I francesi sono i maggiori artefici di quanto sta succedendo in Europa.

 

Nicolas Sarkosy – Nell’intervista esclusiva a il Giornale del 15/03/2011, l’ultima alla stampa italiana, prima di venire catturato e linciato pochi mesi dopo, Gheddafi aveva ribadito che senza il suo regime «il Mediterraneo diventerà un mare di caos». E mandava a dire al governo italiano guidato da Berlusconi: «Sono scioccato dall’atteggiamento dei miei amici europei. In questa maniera hanno messo in pericolo e danneggiato una serie di grandi accordi sulla sicurezza, nel loro interesse e la cooperazione economica che avevamo».

Alcuni giorni prima aveva detto al giornalista francese Laurent Valdiguié del Journal du Dimanche. «La situazione è grave per tutto l’Occidente e tutto il Mediterraneo. Come possono, i dirigenti europei, non capirlo?». «Che voi sareste le prime vittime, avreste milioni di immigrati illegali, i terroristi salterebbero dalle spiagge di Tripoli verso Lampedusa e la Sicilia. Sarebbe un incubo per l’Italia, svegliatevi!».

¾ Il documento che attesta l’accordo per un ingente contributo finanziario di Gheddafi alla campagna di Nicolas Sarkozy per le presidenziali del 2007 è autentico. Lo dice la perizia consegnata negli scorsi giorni al tribunale di Parigi (da Il Fatto Quotidiano).

¾ Gheddafi stava predisponendo un accordo con la maggior parte dei leader africani, per la costruzione e la messa in orbita di un satellite per l’Africa, di proprietà dei paesi africani, capace di coprire sia la trasmissione telefonica e televisiva, sia la diffusione di internet. Il tutto a danno degli interessi occidentali, specie americani.

¾ Gheddafi voleva ottenere l’indipendenza finanziaria del continente con la costituzione della Banca Centrale Africana, con sede in Nigeria, avente lo scopo di creare una moneta indipendente ed il Fondo Monetario Africano con sede in Camerun, con lo scopo di concedere prestiti agli stati africani a condizioni molto più convenienti di quelle del FMI.

Ora, viene da chiedersi: la Francia ha fatto la guerra in Libia e massacrato Gheddafi per prendersi il petrolio italiano o per evitare che il colonnello libico rendesse pubblico il finanziamento, per non perdere il potere finanziario a favore di una moneta africana?

Bruxelles. L’11/02/2016, al quartier generale della Nato, il capo del Pentagono ha convocato i colleghi ministri della Difesa di 49 paesi. Scopo: discutere una invasione terrestre della Siria. Non per combattere l’Isis, ma per cacciare Assad!

La notizia è stata taciuta da tutti i media europei. Unica eccezione, il britannico Guardian, da cui si apprendono le poche cose che son filtrate.

Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati (ecco i nostri alleati) si son detti pronti a fornire truppe di terra sostenute da 50 teste di cuoio Usa, fino  all’intervento su grande scala attraverso la Turchia, per creare un santuario per i ribelli  che combattono contro Assad e il suo regime.

La rapidità dell’avanzata delle truppe governative sostenute dai bombardamenti aerei russi nel Nord della Siria e dalle milizie appoggiate dall’Iran, ha preso la coalizione  americana di sorpresa”, scriveva il Guardian. Ecco il motivo della riunione.

Non sono bastate le esperienze di Iraq (assassinato Saddam Hussein) e della Libia (assassinato Gheddafi). Gli americani hanno molte armi da vendere.

E gli Europei sono solo capaci di piangere (o fingere di piangere) i morti.

Iraq. Secondo la commissione inglese, guidata da Sir John Chilcot, la guerra della Gran Bretagna al fianco degli Usa nel 2003 non era necessaria. Blair presentò prove “inesatte” sulle armi chimiche. “La guerra alimentò il terrorismo”

Inoltre, il presidente della Commissione ha accusato il governo allora guidato da Tony Blair di aver sottovalutato le possibili conseguenze del conflitto. “Se la guerra – ha detto – fosse stata giusta il Regno Unito avrebbe potuto essere (e dovuto essere) più preparato per gli accadimenti che seguirono”, nonostante Blair fosse “stato messo in guardia con espliciti avvertimenti che un’azione militare avrebbe aumentato la minaccia di al-Qaeda al Regno Unito e agli interessi britannici. Era stato anche avvertito che un’invasione avrebbe potuto far finire le armi e le capacità militari irachene nelle mani dei terroristi”. In poche parole, insomma, la guerra a Saddam non fece altro che alimentare il terrorismo, assicurando loro le armi. E questo il Regno Unito lo sapeva.

Ma già il 22/11/2011 a Kuala Lumpur in Malesia, fu intentato un processo per crimini di guerra. Sul banco degli imputati: l’ex presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, e l’ex premier britannico Tony Blair.

I due sono accusati di “crimini contro la pace in Iraq e crimini di guerra e torture”, in quanto l’occupazione dell’Iraq ha violato le disposizioni della Carta delle Nazioni Unite, della Convenzione di Ginevra (1949) e della Convenzione contro le torture (1984).

Gli Stati Uniti, simbolo della democrazia occidentale, sono stati in guerra il 93% del tempo, dalla loro creazione nel 1776.  Nei 240 anni della loro esistenza in 219 anni sono stati in guerra solo in 21 anni sono stati in pace.

Eppure ci sono ancora alcuni nord americani che si chiedono: “Perché tutte queste persone nel mondo ci odiano?”

Il grave è che ora sono odiati anche i loro servi europei.

E in Italia? Chi ha inneggiato all’Isis?

Da Il Fatto Quotidiano (28 marzo 2012).

Chi spiega a Bersani che i liberatori a cui inneggiava sono gli stessi che compiono massacri in Europa? Eccolo in Piazza del Pantheon a Roma contro Assad. Era stato appena massacrato Gheddafi ed esposto vergognosamente in un capannone …. ed il PD era entusiasta di ripetere con Assad lo stesso …

Anche il PD è andato in Francia a piangere?

 

TI SEI ACCORTO? L’EUROPA É SOLO CAPACE DI PIANGERE!

E tu, sei tra quelli che l’hanno ridotta così?

 

19/07/2016

Preso da: http://www.italiasociale.net/alzozero16/az16-07-19.html

Ritratto di George Soros, il magnate pro-immigrazione

11 luglio 2016

George Soros se ne sta approfittando, ancora una volta. L’attivista 85enne politico e filantropo è assurto agli onori della cronaca post-Brexit affermando che questo evento ha scatenato “una crisi finanziaria ed economica”. La crisi però, ancora una volta, non lo ha colpito in prima persona. Soros stava fiutando l’affare giusto, togliendo capitale dall’inquieta Deutsche Bank e dalla S&P, per un valore di 2.1 milioni in azioni.
Ancora più interessante, è il fatto che Soros avesse recentemente rimosso 264 milioni di partecipazioni da Barrick Gold, il cui valore in azioni era aumentato del 14% dopo la Brexit. Oltre a questi affari, Soros aveva venduto le sue azioni in molte delle sue storiche società. Dopo il suo ritiro nel 2000, ed essere tornato attivo nel 2007, piazzò un numero di aste tendenti al ribasso nel settore immobiliare degli Stati Uniti, creando così un profitto di oltre il miliardo di dollari da questo giro di affari. Sin dagli anni 80, Soros si è dedicato attivamente all’Agenda Globale, sostenendola attraverso la sua “Open Society Foundations (OSF)”. Ma che cos’è l’Agenda Globale, e da dove trae le sue origini?

Gli inizi.
Il “seme globalista” è stato ereditato dal padre Tiwadar, un avvocato ebreo che era un gran sostenitore dell’Esperanto. L’esperanto è una lingua inventata nel 1887 da L.L. Zamenhof, un oculista polacco, con il proposito di “trascendere i confini nazionali” e “oltrepassare l’indifferenza del genere umano”. Tiwadar insegnò al giovane figlio George l’esperanto e lo obbligò a parlarlo in casa.
La famiglia si trasferì dalla Germania a Budapest dove cambiò il cognome da Schwartz a Soros, un lemma esperanto che appunto significava colui che s’innalzerà: il giovane George trasse grandi benefici dalla scelta del padre della modifica del cognome. Secondo alcuni documenti, Soros lavorò fino alla fine della guerra per un ufficiale del governo, aiutandolo a confiscare le proprietà degli ebrei installati nel luogo. In un documentario del 1998 Soros descrisse gli anni dell’occupazione della Germania come “il periodo più felice della sua vita”.
Il rischio di Soros nella finanza
Al termine della guerra, Soros si trasferì a Londra, e nel 1947 si iscrisse alla London School of Economics, dove studiò sotto Karl Popper, il filosofo austro-inglese che fu uno dei primi sostenitori di una “società aperta.” Soros lavorò successivamente presso diverse banche d’affari a Londra prima di trasferirsi a New York nel 1963. Nel 1970 fondò la “Soros Fund Management” e nel 1973 la “Quantum Fund” con l’appoggio dell’investitore Jim Rogers. Il fondo rendeva annualmente più del 30% consolidando la reputazione di Soros e mettendolo così in una posizione di potere.
Le speculazioni sulla valuta che portarono la Gran Bretagna e l’Asia in crisi
Negli anni 90, Soros iniziò una serie di speculazioni contro le valute delle varie nazioni. La prima fu nel 1992, quando vendette allo scoperto la sterlina facendo 1 miliardo di profitto in un solo giorno. La sua seconda grande speculazione sulla valuta fu quella del 1997, dove la sua mano generò, di fatto,  il deprezzamento delle monete malesi e thailandesi e la crisi asiatica finanziaria che coinvolse anche Indonesia e Corea del Sud.
Sforzi “Umanitari”
Oggigiorno, la rete di Soros ha un patrimonio che si aggira sui 23 miliardi di dollari. Dopo essersi ritagliato un ruolo di minore importanza nella sua compagnia, la Soros Fund Menagement, egli cominciò ad impegnarsi dal 2000 nelle sue attività “filantropiche”, che supporta tutt’ora attraverso la Open Society Foundations, da lui stesso fondata nel 1993. Quindi, chi beneficia delle donazioni del magnate? Che cosa implica il suo supporto? Durante gli anni ’80 e ’90, Soros impiegò la sua straordinaria ricchezza per finanziare rivoluzioni in dozzine di nazioni europee, tra cui la Cecoslovacchia, la Iugoslavia e la Croazia.
Riuscì in tutto ciò facendo transitare soldi a partiti politici d’opposizione e pubblicizzando i media indipendenti di quelle nazioni. Se vi domandate perché Soros avesse a cuore gli affari delle sopracitate nazioni, parte della risposta sta nel fatto che durante e dopo il caos, egli investì parecchio nelle risorse e nei patrimoni di ognuno di quei paesi. Egli poi trovò appoggio e aiuto dell’economista Jeffrey Sachs della Columbia University, a cui chiese di suggerire a quei governi di privatizzare tutte le risorse di pubblico dominio, permettendo così a Soros di vendere tutti i beni che aveva acquisito durante le fasi di disordini in nuovi mercati appena aperti. Avendo avuto successo e tratto profitto sul fronte Europeo, decise presto di volgere il suo sguardo a un traguardo ancora più ambizioso: gli Stati Uniti.
Il “grande” periodo
Nel 2004 il magnate annunciò: “Credo profondamente nei valori di una società aperta: negli ultimi 15 anni ho focalizzato i miei sforzi all’estero, da ora opererò negli Stati Uniti”. George Soros fondò gruppi come: “L’istituto americano per la giustizia sociale”, il cui scopo è “trasformare le comunità povere attraverso il lobbismo per migliorare il governo dal punto di vista del sociale”; o La “New America Foundation”,  il cui scopo è “influenzare l’opinione pubblica in argomenti come l’ambientalismo e l’autorità globale”; o ancora “L’istituto delle politiche migrazionali” il cui scopo è “apportare una nuova politica per l’insediamento illegale d’immigrati e migliorare i benefici dei sussidi pubblici sociali”. Soros inoltre usa la sua società per far pervenire soldi all’organo di stampa “Media Matters”. Ma perché Soros donò così tanta liquidità a queste organizzazioni?
Per una semplice ragione: comprare potere politico. I democratici che andranno contro i suoi diktat vedranno i propri fondi tagliati e saranno successivamente snobbati da organi stampa come Media Matters, che lavora in partnership con siti come NBC, Al Jazeera e The New York Times. Oltre ai 5 miliardi donati ai gruppi sopraccitati, Soros diede grandi contributi al Partito Democratico degli Stati Uniti e ai suoi più illustri esponenti, come Barack Obama, Joe Biden e, ovviamente, Bill e Hillary Clinton.
L’amicizia coi Clinton 
L’amicizia con la famiglia Clinton risale al 1993, quando venne fondata la OSF. Soros tuttavia cominciò a supportare Hillary Clinton attivamente solo dal 2013, quando iniziò la campagna per l’attuale corsa alle presidenziali acquisendo visibilità nel gruppo “Ready for Hillary” e donando oltre 15 milioni di dollari ai gruppi di sostenitori filo-Clintoniani. Non contento, il magnate donò oltre 33 milioni di dollari a “The Black Lives Matter”, che fu coinvolto in scontri violenti nel Missouri e nel Maryland nel 2015. Entrambi gli incidenti hanno portato a un peggioramento delle relazioni tra le varie etnie negli Stati Uniti.
Banalmente: ciò che Soros vuole, lo ottiene. Ed è chiaro dalla sua storia che ciò che egli vuole è abbattere ogni confine e ogni barriera per creare quella specie di incubo mondialista che alla fine può essere ricondotto all’attuale Unione Europea: l’obiettivo è l’omologazione e la cancellazione di ogni tradizione nazionale. Recentemente Soros ha focalizzato la sua attenzione nuovamente sull’Europa. E’ solo una coincidenza il fatto che questo continente sia attualmente in una profonda crisi economia?
Un altro fuori campo: il conflitto ucraino
L’intromissione di Soros negli affari Europei ha portato ad un ennesimo conflitto: quello russo-ucraino, che vede le sue origini all’inizio del 2014. In un’intervista di maggio 2014 rilasciata da CNN, Soros ammette di essere responsabile della creazione di una fondazione in Ucraina che fondamentalmente portò alla deposizione dell’allora legittimo leader del governo e alla successiva instaurazione di una giunta selezionata personalmente dal Dipartimento di Stato statunitense, al tempo guidato da niente meno che da Hillary Clinton. Giornalista Cnn: “Ciò che molte persone hanno notato in lei (rivolgendosi a Soros) è che durante le rivoluzioni dell’89 finanziò molte attività dissidenti, gruppi sociali civili nell’est Europa in Polonia e in Repubblica Ceca. Sta facendo qualcosa di simile ora in Ucraina?”
George Soros: “Bé, ho dato vita ad una fondazione in Ucraina prima che essa diventasse indipendente dalla Russia. Tale fondazione funziona d’allora e impiega un importante ruolo in parte degli eventi di oggi”. La guerra che travolse la regione ucraina del Donbass portò alla morte di 10.000 persone e il dislocamento di oltre 1.4 milioni di persone. Inoltre, come danno collaterale, venne colpito il jet della Malesia Airlines che provocò la morte di 289 persone. Ancora una volta, Soros era là, ad approfittare del caos che aveva aiutato a generare qualche anno prima. Il premio che ottenne da questa battaglia in Ucraina fu il business del monopolio dell’energia “Naftogaz”.
Il suo ultimo successo: la crisi dei rifugiati in Europa
L’attuale obiettivo di Soros è fondamentalmente la distruzione di tutti i confini nazionali. Ciò è stato recentemente confermato molto chiaramente dai suoi investimenti per la crisi dei rifugiati in Europa. Causa dell’immigrazione dal Medio Oriente, secondo i media internazionali più autorevoli, è la guerra civile in Siria scoppiata nel 2011. Ma vi siete mai chiesti come mai tutte queste persone hanno improvvisamente intuito che l’Europa avrebbe aperto i suoi confini per accoglierli in massa? La crisi dei rifugiati non ha origini del tutto “naturali”. Anzi.
Una crisi che, guarda caso, coincide con la donazione di liquidità da parte della OSF all’ “Istituto Di Base Statunitense Per La Politica Della Migrazione” e alla “Piattaforma per la a Cooperazione Internazionale Sui Migranti Senza Documenti”: nient’altro che due organizzazioni sponsorizzate dallo stesso miliardario di origini ungheresi. Entrambi i gruppi patteggiano per l’insediamento dei migranti in Europa.
Nel 2015 un reporter di Sky trovò un “Manuale per migranti” sull’isola greca di Lesbo. Venne rivelato che tale manuale era scritto in arabo e distribuito ai rifugiati prima di attraversare il Mediterraneo da un gruppo chiamato “Welcome to the EU”. “Welcome to the EU” è finanziato – indovina da chi – dalla Open Society Foundations. Soros quindi, non solo appoggia il nuovo insediamento dei migranti in Europa, ma è anche l’artefice del piano Merkel. Il piano Merkel fu creato dall’ “European Stability Initiative”, il cui presidente del consiglio di amministrazione, il signor Gerald Knaus, è un socio in affari di Soros. Il piano sostanzialmente dice che la Germania garantirà asilo a 500.000 rifugiati siriani; dice inoltre che la Germania, insieme ad altre nazioni europee, dovrebbe aiutare la Turchia, uno stato per il 98% mussulmano, ad ottenere libertà di movimento per i suoi cittadini all’interno dell’UE.
Trattazione politica
La crisi dei rifugiati ha ottenuto grande attenzione in stati europei come l’Ungheria. In risposta al transito di 7000 migranti al giorno nel territorio ungherese, il governo ha rinforzato i controlli alle frontiere per impedire alle orde di rifugiati di entrare nel paese.
Ovviamente questa politica non era condivisa da Soros e dalla sua alleata Hillary Clinton. Bill Clinton ha affermato che Polonia e Ungheria “non gradiscono la democrazia” e vogliono una “dittatura autoritaria Putiniana”. Soros si espresse così in risposta alla politica del primo ministro ungherese Viktor Orbán: “I suoi piani trattano la protezione dei confini nazionali come l’oggetto della loro attenzione, mentre noi mettiamo in primo piano i rifugiati, e solo secondariamente i confini nazionali.” E’ difficile credere che  Soros possa essere più chiaro di così, riguardo le sue idee mondialiste.
Il movente
In conclusione, resta un’ultima domanda da porsi: perché Soros sta impiegando tutte queste forze per inondare l’Europa con orde di rifugiati? Momentaneamente, pare che stia generando grande caos in Europa e soffiando sul fuoco dei disordini sociali negli Stati Uniti, facendo così crollare il mercato mondiale.
La distruzione dell’Europa, attraverso una migrazione di massa, è traducibile in un infernale piano per creare caos sociale ed economico nel vecchio continente. Il suo intento è di distruggere i confini nazionali e creare un’unica struttura globalista, dotata di un’autorità con potere illimitato su tutto il pianeta. Soros si presenta al mondo come un missionario che vuole portare a termine l’Agenda Globale insegnatagli dai suoni mentori. Egli usa le sue vaste conoscenze politiche per creare crisi e influenzare la politica dei governi.
(di David Galland e Stephen McBride per Garret/Galland Research. Traduzione a cura di Caterina Ioppi)

Obama peggio di Bush: tutte le guerre del Nobel per la Pace

obama-jokerRoma, 13 mag – Manca ormai solo qualche mese all’uscita di scena di Obama, la figura centrale di questi anni tormentati, caratterizzati da crisi economica e tensioni internazionali. Un presidente inevitabilmente “buono” per via del suo colore della pelle, come vuole il pensiero debole dei nostri tempi. Un idolo dei media e delle sinistre radical occidentali, di cui è stato simbolo incontrastato, tanto da meritare un Nobel per la Pace prima ancora di fare un passo in politica estera. Ma basta analizzare le sue mosse nel corso degli anni per capire come Obama abbia in realtà agito in continuità con l’istinto imperiale americano, riuscendo dove altri non erano arrivati grazie anche al pregiudizio favorevole che ha caratterizzato la sua amministrazione. I conflitti durante la sua presidenza si sono susseguiti senza sosta, mentre l’utilizzo dei droni, i sistemi a pilotaggio remoto con cui condurre attacchi aerei, si è addirittura sestuplicato rispetto al periodo Bush. Gli interventi di cui parliamo sono ben diversi dalle “guerre classiche”. Si tratta di azioni di destabilizzazione, manipolazione dell’opinione pubblica, finanziamento di gruppi eversivi e invio massiccio di contractors, cioè mercenari, attraverso le quali tentare di favorire il regime-change nei paesi di interesse geopolitico. Sul tema gli States hanno una lunga tradizione, di cui le “rivoluzioni colorate” sono la parte più nota.

Come inizio ci sono state le “primavere arabe” (2011), rivolte popolari che, accanto alle sacrosante proteste, hanno nascosto più d’una interferenza occidentale. Seguendo la bandiera propagandistica di libertà e diritti umani gli USA hanno contribuito alla distruzione delle realtà statuali esistenti, spianando la strada al fondamentalismo e gettando nel caos l’intero Nord Africa. La Libia è stata il caso esemplare: appoggiando Inghilterra e Francia, Obama ha detto che uccidere Gheddafi significava stare dalla «parte giusta della storia». Risultato: senza il collante del suo Leader

il paese è finito nell’inferno delle divisioni tribali, e inoltre l’IS (insieme ad altri gruppi fondamentalisti) imperversa nell’ex colonia italiana, minaccioso più che mai. Senza contare le falle che si sono inevitabilmente aperte nei confini, invasi da masse di disperati, che ora premono alle porte dell’Europa. Di pari gravità la situazione ucraina (2014). Anche qui, le proteste popolari contro l’allora governo di Kiev sono sfociate nella guerra civile, mentre gli USA soffiavano sul fuoco. McCain e una serie impressionante di ONG (con Soros in prima fila) i simboli della pesante ingerenza, per completare l’accerchiamento NATO ai danni della Russia. D’altro canto, Brzezinski ha da sempre descritto questa “terra di mezzo” come il passaggio chiave per minare alla base la forza di Mosca (che rimane uno dei nemici “geopolitici” principali) e per dividere Putin dall’Europa. Intento che in questo caso appare raggiunto, come testimoniano le “inique” sanzioni, che saranno rinnovate con la benedizione della Germania riavvicinatasi a Washington. Nel frattempo il nuovo governo ucraino è nato grazie alle indicazioni a stelle e strisce, come ha testimoniato il nome dell’americana Natalie Jaresco quale ministro delle Finanze, mentre il paese rimane diviso in due.
Ancor peggiore lo scenario siriano, dove gli USA si sono spesi in appoggio ai “ribelli moderati” in funzione anti – Assad. Peccato che dietro questi ribelli si nascondessero il più delle volte gruppi estremisti, foraggiati anche dalle petromonarchie del Golfo e dalla Turchia, tradizionali partners americani, sebbene ben più rigidi in materia religiosa rispetto alla Siria. All’Arabia Saudita, in nome della realpolitik, è stata concessa mano libera in Yemen senza batter ciglio. Gli stessi USA, quando si sono decisi sotto la pressione dell’opinione pubblica, hanno combattuto l’ISIS in maniera blanda per non smuovere troppo le acque (al contrario della Russia). Si è parlato di una strategia ispirata alla “geopolitica del caos”, per impedire l’ascesa di egemonie regionali, come ha più volte sottolineato l’analista Dario Fabbri di Limes. In buona sostanza quindi, l’inferno dell’estremismo islamico che agita l’Europa è in gran parte colpa occidentale e del suo presidente simbolo.
Altri venti di guerra, di tipo commerciale, hanno riguardato l’accelerazione dei trattati Ttp e Ttip, che mirano in primo luogo ad escludere i due grandi rivali (Cina e Russia) da accordi di portata storica per la liberalizzazione dei mercati. Nel caso del Ttip l’Europa diventerebbe definitivamente satellite statunitense, allineandosi agli standard sanitari e sociali a stelle e strisce e spianando la strada al predominio delle multinazionali sulla politica e sugli Stati. D’altronde, il rispetto verso gli europei non è stato una caratteristica dell’amministrazione Obama, come ha testimoniato lo scandalo Datagate riguardante lo spionaggio globale ai danni degli alleati oltreoceano, come l’Italia. Per chiudere, dobbiamo tornare sul nome di Brzezinski, centrale per capire le linee guida dell’amministrazione Obama e la sua continuità con la tradizione interventista democratica dei Wilson, Roosevelt e Clinton. Sin dalla candidatura del 2008 il giornalista Webster Griffin Tarpley denunciò le influenze nascoste dietro l’apparenza, i sorrisi e gli «yes we can» di Barack, tanto da definirlo «burattino di Brezinski» e delle sue spregiudicate teorie realiste. Non a caso, suo figlio Mark figurò tra i primi consiglieri politici del presidente, accanto a una folta schiera di banchieri, uomini dell’era – Clinton e residui neo-cons come Victoria Nuland. Per Tarpley, un personaggio costruito mediaticamente a tavolino, tramite qualcosa di somigliante a una vera e propria “rivoluzione colorata”.
Nel libro Obama the postmodern coup emerge la vera natura del presidente: «Obama si è messo al servizio dell’egemonia statunitense promossa dai finanzieri di Wall Street, agendo tra l’altro come affossatore di quei movimenti di protesta popolare emersi durante il regime di Bush e Cheney. Infatti, grazie a lui, ampie frange del movimento per la pace, del movimento per l’impeachment e del movimento per la verità sull’11 settembre hanno cessato semplicemente di esistere. La capacità di Obama di mobilitare persino la sinistra pacifista per i suoi disegni di aggressione si è vista soprattutto con l’attacco alla Libia, iniziato il 19 marzo 2011, ironicamente l’anniversario dell’aggressione di Bush contro l’Iraq otto anni prima. Gran parte della pseudo-sinistra, pagata dalle fondazioni reazionarie e nell’orbita dell’ala sinistra della CIA, ha agito come claque per questa nuova guerra imperialistica». Le prossime elezioni ci diranno se l’America continuerà a effettuare le sue ingerenze con la scusa dei “diritti umani” o prenderà una strada più isolazionista di cui potrebbero beneficiarne diversi attori, Europa in primis.
Francesco Carlesi

Preso da: http://www.ilprimatonazionale.it/esteri/obama-guerre-44905/#ZBlevJDVRt0sES77.99