I piani deliranti di Clinton smascherano la sinistra social-colonialista

La sinistra italiana per cinque/sei anni ha indefessamente difeso l’operazione della CIA nota come ‘Primavera araba’ spacciandola da rivolta di popolo, e ancora oggi, come insegna la vicenda della spia anglo-statunitense Giulio Regeni, persegue l’obiettivo tracciato dalle centrali atlantiste di Washington, Londra, Parigi, Berlino e Ankara: distruggere gli Stati-nazioni arabi per sostituirli con califfati wahhabiti controllati dalle borghesie compradore allevate dalle ONG occidentali, o dominati dall’integralismo taqfirita, o Gladio-B, variante mediorientale della rete stragista nazista-atlantista nota come Gladio/Stay Behind. A tale operazione partecipano da destra organismi come Lega e Fratelli d’Italia, e a sinistra tutto lo spettro, da PD/ANPI e Italia dei Valori fino a sprofondare nell’estrema sinistra settaria anarcoide, post-piccista (contropiano e affini scalfariani), ‘post-henverista’ (Marco Rizzo), ‘trotskista’ o pseudotali, passando per le varie sfumature del grigiore rifondarolo o le varie tinte marroncine dei centri sociali (Wu Ming, Militant, e altro lerciume), senza ignorare il codazzo di finti intellettuali dalla fraseologia pseudo-marxista ma dagli intenti filo-imperialisti (Salucci, Ricci, Nachira, Moscato, Monti, Maestri, Ferrario e altro ciarpame), né i finti amici della Siria, che in realtà cercano il riconoscimento dalle sette taqfirite in altri ambiti (Libia o soprattutto Egitto post-Mursi). Tale fronte si è impegnato, con tutte le forze e tutte le risorse messigli a disposizione dai mass media di regime, di propagandare come rivolta popolare e addirittura come rivoluzione sociale, il gigantesco e ultimo tentativo dell’imperialismo di trasformare il Medio Oriente in una colonia della NATO controllata dal sicario sionista in combutta con gli ascari neo-ottomani e wahhabiti di Washington; e quindi, una volta completato tale passaggio, usare le forze taqfirite e islamiste radunate da Gladio-B per aggredire Iran, Federazione Russa e Cina popolare, assaltando l’Eurasia. In Italia, il tutto veniva e doveva essere ammantato da un’inesistente bandiera rossa da parte dei volonterosi kollabò di sinistra del Pentagono e di Langley.
La duplice sconfitta dei taqfiriti nell’Egitto di al-Sisi e nella Siria di al-Assad (e presto in Iraq) impedisce l’attuazione di tale piano delirante che vede tutta la sinistra italiana, partecipe collaborazionista.
Alessandro Lattanzio, 30/3/2016
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In effetti, nella primavera del 2012, l’allora segretaria di Stato degli USA, Hillary Clinton, nel documento datato 2000-12-31 22:00, declassificato nel 2015 e intestato “UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05794498 Date: 11/30/2015”, scrisse quanto segue:
“Il modo migliore per aiutare Israele verso la crescente capacità nucleare dell’Iran è aiutare il popolo della Siria a rovesciare il regime di Bashar Assad. I negoziati per limitare il programma nucleare iraniano non risolveranno il dilemma della sicurezza d’Israele. Né impediranno all’Iran di migliorare la parte fondamentale di qualsiasi programma per armi nucleari, la capacità di arricchire l’uranio. Nella migliore delle ipotesi, i colloqui tra grandi potenze e Iran iniziate ad Istanbul lo scorso aprile e che continueranno a Baghdad a maggio, permetteranno ad Israele di rinviare di qualche mese la decisione se lanciare un attacco contro l’Iran, che potrebbe provocare una guerra in Medio Oriente. Il programma nucleare iraniano e la guerra civile in Siria possono sembrare non collegati, ma lo sono. Per i capi israeliani, la vera minaccia di un Iran dotato di armi nucleari non è la prospettiva di un leader iraniano folle che lancia un attacco nucleare iraniano non provocato su Israele, che porterebbe alla distruzione di entrambi i paesi. Ciò che realmente preoccupa i capi militari israeliani, ma non possono dirlo, è che perdono il monopolio nucleare. Un Iran dotato di armi nucleari non solo porrà fine al monopolio nucleare, ma potrebbe anche incoraggiare altri avversari, come Arabia Saudita ed Egitto, ad adottare il nucleare. Il risultato sarebbe un equilibrio nucleare precaria in cui Israele non potrebbe rispondere alle provocazioni con attacchi militari convenzionali in Siria e Libano, come può oggi. Se l’Iran dovesse divenire uno Stato dotato di armi nucleari, Teheran troverebbe molto più facile incitare gli alleati Siria ed Hezbollah a colpire Israele, sapendo che le sue armi nucleari servirebbero da deterrente contro la risposto d’Israele contro l’Iran.
Tornando alla Siria. La relazione strategica tra Iran e il regime di Bashar Assad in Siria rende possibile all’Iran di minare la sicurezza d’Israele, non attraverso un attacco diretto, che in trent’anni di ostilità tra Iran e Israele non s’è mai verificato, ma attraverso il suo delegato in Libano, Hezbollah, sostenuto, armato e addestrati dall’Iran attraverso la Siria. La fine del regime di Assad porrebbe fine a questa alleanza pericolosa. La leadership d’Israele se bene che sconfiggere Assad è ora nel suo interesse. Parlando con Amanpour della CNN la scorsa settimana, il ministro della Difesa Ehud Barak ha sostenuto che “il rovesciamento di Assad sarà un duro colpo per l’asse radicale, un duro colpo per l’Iran….
E’ l’unico avamposto dell’influenza iraniana nella mondo arabo… e indebolirà drasticamente sia Hezbollah in Libano e Hamas e Jihad islamica a Gaza. Rovesciare Assad non solo sarebbe un vantaggio enorme per la sicurezza di Israele, ma anche allevierebbe la comprensibile paura di Israele di perdere il monopolio nucleare. Poi, Israele e Stati Uniti potrebbero sviluppare una visione comune quando il programma iraniano è così pericoloso che l’azione militare potrebbe essere giustificata. In quel momento, la combinazione tra alleanza strategica dell’Iran con la Siria e il costante progresso del programma di arricchimento nucleare iraniano hanno portato i capi israeliani a contemplare un attacco a sorpresa, se necessario, nonostante le obiezioni di Washington. Con Assad caduto e non più in grado di minacciare Israele attraverso i suoi agenti l’Iran, è possibile che Stati Uniti e Israele concordino le linee rosse quando il programma iraniano varcherà la soglia accettabile. In breve, la Casa Bianca può allentare la tensione che si sviluppata con Israele sull’Iran facendo la cosa giusta in Siria. La rivolta in Siria dura ormai da più di un anno. L’opposizione non cede, e il regime accetta una soluzione diplomatica dall’esterno. Con la vita e la famiglia a rischio, solo la minaccia o l’uso della forza convincerà il dittatore siriano Bashar Assad…
L’amministrazione Obama era comprensibilmente prudente ad impegnarsi in un’operazione aerea in Siria come quella condotta in Libia, per tre ragioni principali. A differenza delle forze di opposizione libiche, i ribelli siriani non sono uniti e non controllano alcun territorio. La Lega araba non ha chiesto l’intervento militare estero come fece in Libia. E i russi si oppongono.
Ma il successo in Siria sarebbe un evento che muterebbe il Medio Oriente. Non solo un altro dittatore spietato soccomberebbe all’opposizione di massa per le piazze, ma la regione cambierebbe in meglio, mentre l’Iran non avrebbe più un punto d’appoggio in Medio Oriente da cui minacciare Israele e minare la stabilità della regione. A differenza della Libia, un intervento di successo in Siria richiederebbe una sostanziale della leadership diplomatica e militare degli Stati Uniti. Washington dovrebbe iniziare ad esprimere la volontà di collaborare con gli alleati regionali Turchia, Arabia Saudita e Qatar ed organizzare, addestrare e armare le forze ribelli siriane. L’annuncio di tale decisione, di per sé, probabile causerebbe defezioni sostanziali nell’esercito siriano. Quindi, utilizzando il territorio in Turchia e, eventualmente, in Giordania, diplomatici statunitensi e ufficiali del Pentagono inizierebbero a rafforzare l’opposizione. Ci vorrà del tempo, ma la ribellione andrà avanti per molto tempo, con o senza il coinvolgimento degli Stati Uniti. Il secondo passo è sviluppare il sostegno internazionale per un’operazione aerea della coalizione. La Russia non potrà mai sostenere tale missione, quindi non c’è alcun punto che passi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Alcuni sostengono che il coinvolgimento degli Stati Uniti rischi la guerra con la Russia. Ma l’esempio del Kosovo dimostra il contrario. In tal caso, la Russia aveva legami etnici e politici con i serbi, che non esistono tra Russia e Siria, e anche allora la Russia fece poco più che lamentarsi. I funzionari russi hanno già riconosciuto che non si opporrebbero all’intervento.
Armare i ribelli siriani e usando la potenza aerea occidentale per tenere a terra gli elicotteri e gli aerei siriani è un approccio ad alto profitto e a basso costo. Fin quando i capi politici di Washington saranno decisi a che le truppe di terra statunitensi non siano impiegate, come in Kosovo e la Libia, i costi per gli Stati Uniti saranno limitati. La vittoria non si avrà rapidamente o facilmente, ma arriverà. E la vittoria sarà sostanziale. L’Iran sarebbe isolato strategico, incapace di influenzare il Medio Oriente. Il regime risultante in Siria vedrà gli Stati Uniti come amico, non un nemico. Washington otterrebbe il riconoscimento sostanziale dalla gente in lotta nel mondo arabo, non dai regimi corrotti. Per Israele, la razionale paura che spinge ad attaccare gli impianti nucleari iraniani verrebbe alleviata. E il nuovo regime siriano potrebbe anche essere aperto a un’azione tempestiva sui colloqui di pace congelati con Israele. Hezbollah in Libano verrebbe isolato dallo sponsor iraniano in quanto la Siria non sarebbe più via di transito per addestramento aiuto e missili iraniani.
Tutti questi vantaggi strategici e la prospettiva di salvare migliaia di civili dall’omicidio per mano del regime di Assad (10000 sono già stati uccisi nel primo anno di guerra civile). Togliendo il velo della paura al popolo siriano, che apparirebbe determinato a combattere per la libertà. Gli USA possono e devono aiutarlo, e così facendo aiuterà Israele e contribuire a ridurre il rischio di una grande guerra”.Hillary-Clinton-emails-arming-terrorists-Syria-Libya-middle-eastRiferimenti:
Grasset Philippe, Note su una nota di Hillary Clinton, Dedefensa, 24 marzo 2016

Originale su: https://aurorasito.wordpress.com/2016/03/30/i-piani-deliranti-di-clinton-smascherano-la-sinistra-social-colonialista/

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Bahar Kimyongür: “Le elite occidentali e le monarchie del Golfo hanno gli stessi obiettivi e la stessa immoralità”

Gli ultimi sviluppi nel Medio Oriente e nel Maghreb analizzati dall’attivista, scrittore e giornalista belga di origine turca, Bahar Kimyongür, in un intervista concessa al portale di informazione, “Algerie Patriotique”.

Il testo dell’intervista originale su “Algerie Patriotique”.

La Francia ha appena consegnato al principe ereditario saudita la Legione d’Onore, mentre il Belgio ha concesso al presidente turco Recep Tayyip Erdogan l’Ordine di Leopoldo. Si tratta di due alti riconoscimenti per i paesi che sostengono il terrorismo. Come si spiega. L’Occidente premia  gli sponsor del terrorismo?

Le elite occidentali e le monarchie del Golfo sono parte dello stesso mondo. I nostri leader ed i loro re hanno gli stessi obiettivi e la stessa immoralità. I leader francesi e belgi vogliono mantenere buoni rapporti con gli amici, clienti e alleati strategici. Essi sono disposti a compromessi per soddisfare i peggiori interessi personali.

Come ha detto il consulente di Hollande per il Medio Oriente, David Cvach, “è giunto il momento di comprare azioni MBN” iniziali di Mohammed Bin Nayaf. Il capo del paese dei diritti umani compra i favori dei torturatori, assassini e criminali di guerra e viceversa. È il contrario di quello dovrebbe sorprendere.

I nostri leader cercano di giustificarsi dicendo che i regimi sauditi e turchi lottano contro il terrorismo, mentre questi due regimi sono i principali sponsor del terrorismo in Medio Oriente. Si dice che il denaro non ha colore o odore. Tuttavia, il denaro che il principe Mohammed Bin Najaf offre Hollande ha un odore: l’odore del sangue delle vittime del terrorismo.

C’è stato un tempo in cui l’Occidente ha elogiato il “modello turco”, definendo il governo di Erdogan di “moderata e liberale”. Tuttavia, il coinvolgimento diretto di Erdogan in conflitti interni in Iraq, Egitto, Iraq e Siria e la persecuzione contro i media opposizione lo hanno fatto l’uomo più odiato della regione. Come spieghi il suo passo da riformatore a dittatore?

Erdogan è sempre stato un dittatore insaziabile. In un primo momento, ha dovuto nascondere il suo gioco e affidarsi alla confraternita di Fethullah Gülen, flirtando con l’élite intellettuale, d’accordo con le forze politiche e gli attori economici, seducendo l’Unione europea, sostenendo la causa palestinese di fronte a Shimon Peres al Forum economico di Davos, etc. Ha praticato la dissimulazione, al fine di salire le scale e ottenere pieni poteri.

Tuttavia, quando la sua popolarità ha portato alle vittorie elettorali ripetute e sentiva che c’era una rete di sostegno internazionale dei Fratelli Musulmani, ha poi mostrato il suo temperamento da bullo. L’amministrazione Obama ha spinto Erdogan ad impegnarsi in una guerra contro la Siria di Bashar al-Assad come l’amministrazione Carter e Reagan hanno spinto Saddam Hussein ad attaccare l’Iran di Khomeini.

Le pressioni degli Stati Uniti su Erdogan affinché si implicasse nel conflitto siriano sono state rivelati dal quotidiano Sabah, un media pro-Erdogan, che ha raccontato di un incontro tra il leader turco e poi con direttore della CIA, Leon Panetta, a marzo 2011. La missione di Panetta era quella di convincere Erdogan ad affrontare Assad ha e lo ha fatto. Erdogan ha ricevuto il FSA(Esercito siriano libero ndr), la Coalizione Nazionale Siriano (CNS) e poi i terroristi di tutto il mondo. Tutte queste forze agiscono nell’interesse e per conto di Erdogan che, a sua volta, agisce per conto degli USA.

Infine, Erdogan è diventato un dittatore, ma anche un semplice esecutore degli ordini di Washington e intermediario tra gli Stati Uniti e la Galassia ISIS-Nusra-Ahrar-FSA.

“L’ISIS scomparirà quando Assad andra via”, ha detto il ministro degli Esteri saudita Adel al Jubeir, in visita in Francia pochi giorni fa. Non è questa una ammissione indiretta che il gruppo terroristico agisce sostenuto dall’Arabia Saudita?

Il regime wahhabita è consapevole che la sua dottrina è la stessa dell’ISIS. Egli osserva, non senza timore che la simpatia della popolazione saudita è in crescita verso l’ISIS. La monarchia rifiuta la presenza dell’ISIS nel suo territorio. Al contrario, questa monarchia vede l’ISIS come un male minore in Siria, Yemen e Iraq perché questo gruppo terroristico combattere gli stati, le ideologie e le comunità che giudica ostili: la laicità della Siria, l’Iran sciita, Zaidi, lo Yemen, gli alawiti e le minoranze cristiane in Siria.

Quindi, vi è una chiara strumentalizzazione dell’ISIS da parte del regime saudita. Durante la conquista di Mosul da parte dell’ISIS nel 2014, i media vicini al potere saudita, lo hanno accolto come il trionfo di quello che chiamavano “rivoluzione sunnita” contro, gli sciiti, (il primo ministro iracheno Nuri al Maliki).

Il gran numero di sauditi nell’ISIS, tra cui alti funzionari dell’esercito saudita, è un’illustrazione della vicinanza ideologia e strategica tra ISIS e Al Saud. Le guerre del regime saudita contro l’Iraq, la Siria, il Libano e Yemen sono condotte attraverso il sostegno all’ISIS e Al Qaida nella regione. Se l’Arabia Saudita aveva davvero voluto il benessere del popolo yemenita, si sarebbe alleata con l’esercito e gli Huthi contro l’ISIS e Al Qaida. Invece no. Re Salman sta cercando di distruggere le sole forze yemenite che resistono contro i due gruppi terroristici più barbari del mondo.

La Tunisia soffre gli attacchi terroristici dallo scorso anno, l’ultimo dei quali è stato quello di Ben Guerdane. Il trionfalismo mostrato dai tunisini potrebbe  avere un effetto nefasto per la lotta contro il terrorismo?

Il giorno dopo un fatto così traumatizzante come l’ operazione jihadista di Ben Guerdane, il trionfalismo può essere utile per tenere unito il popolo tunisino intorno al suo esercito. Ma il governo tunisino deve stare attento a non riposare sugli allori in quanto il jihadismo tunisino non è stato eliminato. Quasi 5.000 tunisini combattono in Siria e più di mille in Libia.

La Tunisia non è più un teatro frequente di attacchi terroristici di ampiezza, come l’attacco del Museo del Bardo, di Sousse, l’esplosione in un autobus militare, in Tunisia, per non parlare dei delitti diretti contro attivisti di sinistra come Chokri Belaid e Mohammed Brahmi. Il santuario terrorista libico è alle porte della Tunisia. La guerra del popolo tunisino contro l’ISIS è tutt’altro che finita.

Cosa pensa della situazione attuale in Siria?

Dopo l’intervento russo, i terroristi in Siria non hanno raggiunto alcuna vittoria. Gli attacchi lanciati contro esercito siriano finiscono sempre nella sconfitta. Damasco è salda. I distretti di Aleppo occupati dai terroristi vengono gradualmente cancellati da parte dell’esercito. La provincia di Latakia è stata completamente liberato. A Deraa, i gruppi terroristici si sono ritirate. Palmira è diventato una tomba per l’ISIS. Sono le province di Idleb, il bastione di Al-Nusra, e poi Raqqa e Deir ez-Zor, le due province quasi interamente occupate dall’ISIS.

Sul fronte settentrionale, le Forze Democratiche siriane, guidati da YPG curde milizie sono riuscite a espellere l’ISIS, in provincia di Hasaka e avanzare nel nord di Aleppo.

L’annuncio del presidente russo di ritirare la maggior parte delle truppe sul fronte siriano indica che la Siria dovrà prendersi cura di se stessa e fare lo sforzo di eliminare i resti dei gruppi terroristici. Detto questo, l’esercito siriano continuerà ad essere sostenuto dal cielo dai russi e da terra daller Forze di Difesa Nazionale, dagli iraniani, dal Hezbollah libanesi, da volontari afgani e dalle milizie sciite, dai volontari internazionali sunniti (Guardia nazionale araba),dalle tribù sunnite siriane (Shaitat, Magawir), dai drusi dello Scudo della Nazione, dalle Brigate assire (Sotoro) etc.

Parallelamente, diverse iniziative di riconciliazione si svolgono a margine dei negoziati di Ginevra. Allo stesso tempo, si registra l’ingresso di aiuti umanitari nelle città assediate. Cinque anni dopo l’inizio della controrivoluzione siriana, siamo in grado di credere che possiamo vedere la fine dell’incubo.

L’Algeria ha rifiutato di partecipare alla coalizione saudita contro lo Yemen e di etichettare Hezbollah una “organizzazione terroristica”.L’ Algeria si è trasformata in un bastione contro l’egemonismo saudita con l’Iraq, Siria e Libano?

L’Algeria conosce meglio di qualsiasi altro paese il colonialismo occidentale e il terrorismo jihadista. Il popolo algerino ha subito queste due calamità per due decenni e alla fine le ha superate: nel 1954-1962 e 1991-2002, rispettivamente. L’Algeria conosce meglio di qualsiasi altro Paese musulmano le devastazioni ideologici e culturali del wahhabismo nel mondo islamico ed i valori sacri e universali di resistenza nel mondo islamico incarnate da Hezbollah. Anche durante i momenti più critici della crisi siriana, l’Algeria non ha mai nascosto la sua simpatia per il popolo siriano, il suo governo e il suo esercito insistendo sulla necessità di trovare una soluzione politica alla crisi siriana. Questa posizione di rispetto per la sovranità nazionale siriana ha fatto in modo che l’ Algeria si guadagnasse l’attacco costante del regime saudita. Diversi paesi arabi hanno continuato più o meno apertamente, i rapporti con la Siria, in particolare l’Egitto, la Tunisia e l’Oman, ma solo l’Algeria ha mantenuto una forte solidarietà con la Siria.

Nonostante le pressioni saudite e occidentali, l’Algeria ha mantenuto ottimi rapporti con l’Iran distruggendo così il mito di uno scontro tra sunniti e sciiti. L’Algeria, come capitale del Terzo Mondo, ha mantenuto fedele alla sua storia. Questo è un grande onore per il popolo algerino. Il popolo siriano, che continua a resistere, gli sarà infinitamente grato.

Fonte: Algerie Patriotique
Notizia del:

IL DELIRIO DI GEORGE SOROS…E I VERI NEMICI DELL’EUROPA

Postato il Giovedì, 18 febbraio @ 19:56:22 GMT di davide

DI GIAMPAOLO ROSSI
ISIS? NO PUTIN

blog.ilgiornale.it
In un recente editoriale sul Guardian (lo storico quotidiano britannico della sinistra laburista) George Soros, lo speculatore “illuminato”, è tornato a parlare di politica estera; ma, vuoi per l’età ormai avanzata, vuoi per il delirio di onnipotenza tipico di chi è abituato a manipolare impunemente verità e denaro, stavolta sembra aver superato la soglia del ridicolo.
Secondo Soros, la minaccia per l’Europa è Putin, non l’Isis.

E quale sarebbe la ragione di un’affermazione tanto azzardata? Semplice, Putin starebbe orchestrando la distruzione dell’Europa attraverso la crisi dei migranti. Siccome “l’obiettivo di Putin è la disintegrazione dell’Unione Europea –scrive Soros- il modo migliore per realizzarla è quello di inondare l’Europa di profughi siriani”.
I russi, in Siria, ci starebbero per bombardare la popolazione civile così da costringere milioni di disperati a fuggire e invadere il nostro continente.
Quindi l’esodo biblico d’immigrati che sta mettendo a rischio la tenuta sociale ed economica dell’Europa e il suo futuro, sarebbe opera di Putin. I barconi che attraversano il Mediterraneo, i milioni di profughi islamici (di cui più della metà non sono profughi) che premono ai nostri confini, il rischio di trasformarci in Eurabia, tutto questo sarebbe un complotto russo finalizzato a far implodere l’Unione Europea.
INCONGRUENZE
Che l’emergenza profughi sia iniziata molto prima dell’intervento russo in Siria, è una constatazione che non sembra scalfire le certezze di Soros. Così come nelle sue considerazioni, non vi è alcun cenno alle  “guerre umanitarie” che l’Occidente ha condotto in questi anni, destabilizzando l’intera area che va dal nord Africa, al Medio Oriente.
Non rappresenta un elemento di valutazione neppure il fallimento della “Primavera araba” e il disastro libico (altro capolavoro occidentale) che hanno aperto la porta al dilagare dell’integralismo islamico nel Mediterraneo; né il fatto che l’Isis sia un prodotto di laboratorio delle centrali d’intelligence americane e saudite, creato apposta per distruggere la Siria e costruire una entità salafita sul Mediterraneo come ultimo tassello di un effetto domino che avrebbe dovuto portare alla rimozione di tutti i governi dell’area ostili al potere dei regnanti del Golfo.
Ma al di là delle incongruenze storiche, perché la Russia dovrebbe cercare di distruggere l’Europa col rischio di ampliare la minaccia islamica non solo in Asia centrale ma anche ai suoi confini occidentali? Per Soros la risposta è semplice: siccome la Russia sta per finire in default (altra vecchia ossessione del finanziere), “il modo più efficace con cui il regime di Putin può evitare il collasso è causare prima il crollo dell’Unione Europea. Una UE a pezzi non sarà in grado di mantenere le sanzioni inflitte alla Russia dopo la sua incursione in Ucraina”.
Ecco che nello schemino semplice di Soros, tutto viene riportato al suo maggiore interesse: l’Ucraina e il governo fantoccio di Kiev ennesimo prodotto delle rivoluzioni democratiche costruite a tavolino nei think tank d’oltreoceano e nei consigli d’amministrazione delle banche d’affari e dei fondi d’investmento degli amici di Soros che poi lui fa nominare ministri anche se sono cittadini stranieri (le collusioni scandalose tra Soros e il governo ucraino le abbiamo rivelate in questo articolo del Luglio scorso).
Questa mescolanza tra delirio e ossessione, tra interessi e manipolazione della verità attraverso i media di sistema, porta Soros a negare persino l’evidenza: e cioè che l’Isis ha fermato la sua avanzata solo dopo che la Russia è entrata in campo.
UN AVVERTIMENTO ALL’EUROPA
Quello di Soros è in realtà un avvertimento agli europei: “lasciate perdere l’Isis che tanto l’abbiamo creato noi e quindi lo distruggiamo quando non ci servirà più. Voi occupatevi della Russia, e non sognatevi di decidere liberamente quali sono i vostri interessi strategici”.
L’articolo di Soros non va relegato nel capitolo “disturbi senili” perché è lo specchio di cosa passa nella testa dell’élite tecnocratica che domina l’Occidente, la cui folle ideologia mischiata ad un’aggressività senza scrupoli, ci sta spingendo verso la guerra globale.
Questa élite che è finanziaria e tecno-militare, contamina i governi occidentali, controlla la Nato, domina Wall Street e condiziona l’informazione globale; ha bisogno di allargare la propria sfera d’influenza nella ricerca compulsiva di dominio.
PERCHÈ L’EUROPA MUORE
A differenza di ciò che dice Soros, l’Europa sta morendo non per colpa di Putin ma a causa della perdita di sovranità (monetaria, democratica e militare) che sta distruggendo le economie, la coesione sociale e l’identità delle nostre nazioni. Passo dopo passo gli spazi di libertà si stanno chiudendo ed una élite di tecnocrati senza volto, alchimisti della moneta, burocrati e politici scodinzolanti sta prendendo il potere sulle nostre vite e sul nostro destino.
Sono questi i veri nemici dell’Europa.

Giampaolo Rossi
Fonte: http://blog.ilgiornale.it
Link: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2016/02/18/il-delirio-di-george-soros-e-i-veri-nemici-delleuropa/
18.02.2016

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=16249

Esecuzioni di massa e riferimenti a Hitler, ecco gli “amici” dell’Occidente

Scritto da: G.B. il 2 gennaio 2016

Il cosiddetto “mondo libero” di cui faremmo parte ha l’arroganza di indicare al mondo i buoni e i cattivi, partendo dal presupposto di far parte dei primi. Eppure tra gli alleati degli Stati Uniti e della Nato abbiamo paesi come l’Arabia Saudita, dove sono state giustiziate 47 persone in un giorno con l’accusa di terrorismo, e paesi come la Turchia il cui presidente Erdogan ha citato Adolf Hitler tra gli esempi di un sistema presidenziale forte a cui ispirarsi. Per non parlare dei neonazisti d’Ucraina..
Obama si mostra spesso con un volto tirato e un tono drammatico di fronte ai microfoni della stampa ricordando al mondo come gli Usa rappresentino i “buoni” del mondo, quelli insomma che pur tra mille difetti combattono per i nostri diritti e per la nostra libertà.
Ricordiamo tutti il suo volto severo nell’accusare Gheddafi e Assad di abusi dei diritti umani, e ricordiamo ancor meglio come la retorica del governo americano sia molto abile nel costruire mediaticamente i propri nemici in modo da proporre lo schema “buoni” contro “cattivi”, esattamente lo stesso adottato ai tempi della Guerra Fredda, quando l’Urss era diventato l’ “Impero del Male”. La realtà però incalza ed esige un tributo, e nell’era di internet diventa difficile oscurare e occultare i fatti, per quanto i media ovviamente ci provino. Tra i nostri alleati dell’Occidente possiamo contare su paesi come l’Arabia Saudita, e sarebbe inutile continuare ancora una volta e elencare tutte le violazioni dei diritti umani che avvengono nel regno saudita, l’ultima è la notizia dell’esecuzione di massa di 47 persone in un sol giorno con l’accusa di terrorismo, tra cui anche il clerico sciita Nimr al-Nimr, scatenando così rabbia e proteste da parte di Teheran. L’accusa era quella di aver orchestrato proteste antigovernative trai il 2011 e il 2013.
Eppure non si alza una voce che sia una in Occidente per prendere le distanze da un paese dove esistono esecuzioni di massa e dove si rischia la pena di morte per un nonnulla. Gli alleati si sa, sono alleati, e con gli alleati l’Occidente è sempre stato generoso, basti pensare all’Ucraina, dove in nome della “libertà” è stato favorito un golpe che ha portato al potere personaggi apertamente neonazisti e ultranazionalisti senza che nessuno a Washington provasse il minimo imbarazzo. Tutto questo per non parlare della Turchia, paese ormai fuori controllo, dove il presidente Erdogan fa parlare di sè per il modo autoritario con il quale si sta comportando. Da un lato la repressione feroce contro i curdi, dall’altro pesantissime accuse da parte di Mosca di essere formalmente alleato dello Stato Islamico in Siria e in Iraq e di utilizzarlo per saccheggiare questi due paesi delle loro risorse. In politica interna basta insultare su internet il presidente turco per finire dietro le sbarre, e dulcis in fundo, proprio Erdogan nelle scorse ore ha citato nientemeno che Adolf Hitler tra gli esempi di presidenzialismo a cui ispirarsi. Il tutto ancora una volta senza che nessuna “anima bella” della Nato e del governo Usa si indignasse.
Da tempo Erdogan vorrebbe imporre in Turchia un presidenzialismo forte, ma il fatto che si ispiri a Hilter non sembra turbare nessuno.  A riportare le parole del presidente turco ci ha pensato l’agenzia Dogan, ripresa anche da La RepubblicaInsomma chiunque voi siate potreste andare comunque bene agli Stati Uniti qualora doveste loro servire per motivi geopolitici. La cosa beffarda e quasi carnevalesca è che Europa e Usa lanciano sanzioni contro la Russia di Putin, accusata di aggressività, e intrattengono ottimi rapporti con paesi che praticano la sharia e le esecuzioni di massa, o con paesi che guardano con ispirazione a Hitler.  E dire che negli Usa c’è anche chi ha il coraggio di ritenere l’Ucraina un paese amico e che continua a ritenere giusto mantenere l’embargo contro Cuba…
Photo Credit
@Gb
Fonti: RT.com, Repubblica

Preso da: http://www.tribunodelpopolo.it/esecuzioni-di-massa-e-riferimenti-a-hitler-ecco-gli-amici-delloccidente/

Un esponente USA getta la maschera e rivela il piano di spartizione degli USA per il Medio Oriente

Bolton John speaks 
L’ex ambasciatore di Washington alle Nazioni Unite, John Bolton, ha dichiarato ieri, Domenica 24. 05 che il suo paese dovrebbe approfittare del caos creato dalla banda terrorista dell’ISIS (Stato Islamico) per creare un “nuovo Stato sunnita”.
Credo che il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di costituire un nuovo stato sunnita a partire dalla regione occidentale dell’Iraq e che comprenda la parte orientale della Siria che dovrebbe essere diretto da moderati, o per lo meno, autoritario che non siano islamisti radicali”, ha dichiarato Bolton nel corso di una intervista con la rete TV Fox News.
L’esponente politico USA, neoconservatore in materia di politica estera, ha criticato inoltre il Presidente Barack Obama, per il fallimento della sua politica di fronte al terrorismo takfiri. “Stiamo perdendo questa guerra di questo non c’è alcun dubbio”, ha aggiunto.


Secondo Bolton, l’amministrazione Obama si rifiuta di riconoscere la sua sconfitta e, di fatto, “viene dagli ultimi 6 anni e più negando la guerra contro il terrorismo”, quello che l’ideologo repubblicano ha spiegato nella sua intervista è che ” Obama ed il suo entourage sono accecati dalla loro stessa ideologia”
Stiamo perdendo e non ci sono dubbi.
“Credono che questo (la guerra contro il terrorismo) ci porterà inesorabilmente a coinvolgere ancora di più gli USA nell’estero”, ha argomentato.
Il presidente dell’Istituto Gatestone ha reclamato inoltre che Washington aiuti la Turchia ed i suoi alleati arabi nel Golfo Persico a distruggere la banda terrorista, visto che questi paesi, ha detto Bolton, necessitano della “leadership americana”.
D’altra parte la caduta di Ramadi (la capitale della provincia di Al-Anbar, nell’Ovest dell’Iraq) nelle mani dell’ISIS dalla la scorsa settimana ha ispirato anche le accuse del segretario alla Difesa statunitense Ashton Carter, contro l’ Esercito iracheno.
“Quello che sembra sia accaduto è che le forze irachene non hanno mostrato una reale volontà di combattere”, ha dichiarato Carter ieri Domenica, alla catena CNN:
Come reazione alla accuse degli statunitensi, l’ex assessore della sicurezza nazionale irachena Mowafak al-Rubaie, ha segnalato proprio ieri, nel corso di una intervista con la catena TV in inglese Press TV, la mancanza di combattività della coalizione formata da Washington per combattere presumibilmente contro lo Stato Islamico. Inoltre ha ricordato che gli USA si fanno pagare per le armi che poi non consegnano.
Dall’anno scorso, Washington comanda una coalizione di alleati regionali che dice di dedicarsi alla lotta contro l’ISIS in Iraq ed in Siria, ma che in realtà secondo i respnsabili iracheni, risulta del tutto inefficace i direttamente favorisce i terroristi.
D’altra parte è noto che la creazione della banda terrorista fu promossa ed appoggiata dagli USA e dai loro alleati con l’obiettivo di rovesciare il Governo siriano.
Da almeno gli inizi della decade del 2000, i circoli conservatori e sionisti cercano di spingere in piano di riconfigurazione delle frontiere in Medio Oriente attraverso la guerra, diretta o indiretta per mezzo di gruppi di affini, o meglio seminando discordia tra i vari gruppi etnici e confessionali.
Questa strategia è stata denominata come “caos costruttivo” o “caos creativo” e si sostiene con slogans come “promozione della democrazia” o “lotta al terrorismo”.
Nota:  In realtà tutti gli analisti indipendenti hanno compreso da tempo che gli USA , in accordo con Israele, agiscono con secondi fini nella regione e l’avanzata dei gruppi terroristi come l’ISIS ed al Nusra, risulta utile per il loro disegno strategico di arrivare ad una nuova suddivisione degli Stati del Medio Oriente, nonostante che questo abbia portato ad alcune guerre prolungate con eccidio di centinaia di migliaia di persone, immani distruzioni e sofferenze per le popolazioni civili  della Siria e dell’Iraq.  Vedi: Il piano di balcanizzazione del Medio Oriente
Nei calcoli di Washington, l’espansione del terrorismo di matrice islamica e la dura contrapposizione tra le etnie e le confessioni  religiose della regione favorisce la strategia di balcanizzazione del Medio Oriente che porta un forte vantaggio agli USA ed a Israele.  Questo rappresenta nella sua essenzialità un già visto nella Storia: il vecchio “Divide et impera”.
Fonte: Hispan TV 
Traduzione e nota : Luciano Lago

Preso da: http://www.controinformazione.info/un-esponente-usa-getta-la-maschera-e-rivela-il-piano-di-spartizione-degli-usa-per-il-medio-oriente/

Genocidi Washington Style – tocca al Venezuela?

9 febbraio 2018 

DI PETER KOENIG
Ci sarà un motivo per cui nessuno osa parlare di “genocidio” quando si pensa alle atrocità commesse da Washington in tutto il mondo? – Se c’è una nazione che è colpevole di omicidio di massa, questa nazione è gli Stati Uniti d’America insieme ai suoi manipolatori sionisti. Ma sembra che nessuno ci faccia caso, o meglio che nessuno osi dirlo. È diventata una cosa normale che è ormai entrata nel cervello della gente. La nazione eccezionale può fare quello che vuole, quando vuole e dove vuole – può seminare guerre e conflitti, uccidere milioni e milioni di persone e poi dare la colpa a Russia e Cina e, naturalmente, Iran, Venezuela, Siria, Cuba, Corea del Nord … ma potremo andare avanti.
Quando un certo Mr. Tillerson parla apertamente di colpo di stato militare in Venezuela, sta incitando ad un genocidio in questo pacifico vicino del sud. Questo significa, per chi sta ascoltando, come Capriles e Co., che può contare sull’appoggio degli Stati Uniti, cosa che, ovviamente,  sapeva da sempre. Ma ora la cosa è ufficiale, quando il Segretario di Stato USA chiede apertamente un intervento militare – chiede sangue – sta provocando un bagno di sangue. Questo è genocidio. Per definizione, è un assassino.

Eppure, quest’uomo  e ne va in giro liberamente.
Proviamo a immaginare, chiunque altro si permetta di fare una affermazione del genere nel resto del mondo – un qualsiasi altro politico  a livello di Tillerson – uno che non si piega ai desideri di Washington sarebbe subito messo in cima alla lista di Washington, e potrebbe aspettarsi da un momento all’altro che lo colpisca un drone, o una pozione di veleno – o una qualsiasi altra cosa che la CIA sa fare ottimamente per  “neutralizzare” le persone inopportune. Eppure, nessuno nemmeno osa pensare di mandare Tillerson davanti a un tribunale internazionale o semplicemente di provare a neutralizzarlo.
Nelle basi statunitensi – del tutto illegali – che si trovano nel triangolo nord-orientale della Siria, al confine tra Iraq e Turchia, vicino a Raqqa, a Tabqa, dove le forze americane hanno preso il controllo di una base aerea siriana a al-Tanf,  Rex Tillerson chiede di aumentare l’attuale contingente di circa 2.000 soldati, fino a 30.000 – reclutandoli per lo più tra i curdi. Questa dichiarazione suona, e probabilmente è, come una espansione dell’esercito ‘ribelle’ YPG dei curdi o, piuttosto,  dell’esercito di terroristi sponsorizzati dagli USA, completamente finanziato, armato e addestrato dagli Stati Uniti. Un esercito che, in realtà,  appoggia la nuova ISIS, appena addestrata dagli USA con l’obiettivo di riuscire finalmente a mettere a segno il “Regime Change”, spodestando il presidente legittimo e democraticamente eletto Bashar al-Assad.
Ci si potrebbe anche chiedere, come mai il presidente Assad abbia tollerato queste basi illegali nel proprio paese. Avrebbe potuto chiedere di convocare un Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per farle espellere. Ovviamente non sarebbe successo niente, dato che gli Stati Uniti hanno il diritto di veto, ma questo avrebbe fatto molta pubblicità e avrebbe permesso al mondo intero di sapere che gli Stati Uniti stanno occupando il suolo di qualsiasi paese vogliano occupare – illegalmente ovviamente.

“Cambiare il regime” con qualsiasi mezzo – questo è il nome del gioco – questo è l’obiettivo finale dei Maestri del Genocidio – che fa piombare un paese nel caos, in una guerra eterna, in una occupazione eterna per  una usurpazione eterna.
Perché tutti quegli occidentali  che amano tanto la pace non vedono niente?  Perché non gridano contro questi crimini? Solo perché i media occidentali raccontano qualcosa di diverso? – Forse è così. Ma è umanamente impossibile che gli umani abbiano dei  cervelli così mieri da non poter più distinguere quello che è moralmente, eticamente corretto – da quello che è assoluta falsità.
È la “comfort zone” occidentale – stupidi! – Starcene seduti sulle nostre belle poltrone a guardare lo sport e quelle stupide e avvilenti sit-com o qualche spettacolo comico di Hollywood, mentre sorseggiamo una birra, è molto più facile che chiederci: Che cosa stiamo permettendo che accada a gente del tutto innocente? – E’ mai capitato a nessuno di pensare che chi non salta in piedi per protestare contro questi assassini di massa , compresa quest’ ultima minaccia fatta da Tillerson di “cambiamento di regime” in Venezuela con un colpo di stato militare, istigato dall’estero, è correo per complicità, per non aver fatto niente, per aver lasciato che avvenga questo nuovo genocidio ordito dagli USA? Quanto ci vorrà ancora per infrangere questa “comfort zone” ? – Forse,  alzeremo il culo solo quando aremo colpiti direttamente, noi, in Europa o negli Stati Uniti, mentre stiamo  allungati sulla nostra comoda poltrona  ad ubriacarci in un mondo  occidentale consumatore di notizie fresche?  Beh, a quel punto potrebbe essere troppo tardi.
È nostro obbligo nei confronti dell’umanità fermare questi violenti attacchi, questi genocidi che avvengono in tutto il mondo,  condotti sempre dallo stesso autore e dai suoi burattinai e mercenari: gli Stati Uniti, l’Europa, suo vassallo e la NATO.

Possiamo stare sicuri solo di una cosa, gli Stati Uniti non molleranno mai. Hanno un obiettivo e lo perseguiranno fino alla fine – e la fine può essere solo il Dominio Assoluto dello Spectrum o, si rischia la fine dell’impero. Le oscure forze che si muovono dietro gli Stati Uniti e l’esercito alleato non hanno nessuno scrupolo nel commettere un enorme genocidio pur di raggiungere il loro obiettivo. Lo hanno dimostrato negli ultimi 20 anni con una “guerra al terrore” senza fine, che ha devastato il Medio Oriente, l’Iraq, l’Afghanistan, la Siria e milioni di persone sono state uccise, mutilate o si sono trovate senza casa, senza nome, malati, profughi, gente che muore di fame e di stenti – senza un tetto sulla testa da anni –  gente che viene espulsa dal proprio paese, dagli stessi che hanno distrutto le loro case e tutto quello che serviva loro per potersi sostentare in primo luogo …… e il mondo è così timido che non vuole ammettere che questo genocidio ha assunto proporzioni bibliche?
Ora Tillerson, l’arrogante multi-miliardario, ex capo di Exxon, diventato un diplomatico per the Donald – o per il lungo braccio dell’Oscuro-Stato-Anglo-Sionista, chiede solo un genocidio in Venezuela. Solo pochi giorni fa questo mostro disumano ha espresso piacere e soddisfazione parlando dei nordcoreani che soffrono e muoiono di fame, perché le “sanzioni” stanno funzionando.
Come possiamo immaginare  il livello a cui è sprofondata l’umanità? – Nessuno nemmeno batte più ciglio nel sentire certe atrocità pronunciate dal front-man dell’ imperatore malvagio, per non parlare di chi si fa ammazzare sulle barricate. Ammazzare e il piacere di ammazzare e di far  soffrire e,  contemporaneamente, non dimenticare la massimizzazione dei profitti aziendali è diventata la nuova normalità. Abbiamo digerito il genocidio – e la maggior parte di chi vive in occidente ci convive abbastanza comodamente.
Mondo svegliati! – E’ passato Mezzogiorno! – Anche se non è Tillerson in persona a premere il grilletto, è sempre uno che fa ammazzare la gente, è quello che ordina agli altri chi devono ammazzare. Gente come Tillerson e come tutti i suoi predecessori, i capi del Pentagono e della CIA e naturalmente i capi esecutori, lo stesso Trump e i suoi predecessori, devono essere mandati davanti a un tribunale come quello di Norimberga, dove sarà applicato quello stesso tipo di giustizia  delle forze alleate che presiedettero i processi nazisti dopo la seconda guerra mondiale.
In effetti, molti dei crimini compiuti dai nazisti impallidiscono rispetto a quello che le forze degli Stati Uniti, della NATO e dei loro vassalli europei stanno compiendo – e che hanno compiuto nel corso del secolo scorso – in tutto il mondo, in Africa, in Asia, in Sud America – genocidi a pieno regime. Trump trema per “fire and fury”, Tillerson incita al colpo di stato militare in Venezuela e vuole rovesciare il governo legittimo e democraticamente eletto in Siria e, naturalmente, l’Iran è sempre nel mirino, non importa che si sia firmato e controfirmato un accordo nucleare  dai  5 + 1 , il 14 luglio 2015 a Vienna. Nessun accordo, nessun contratto, nessuna promessa viene onorata da Washington. Chi sarà il prossimo? Forse la Bolivia e, naturalmente, Cuba, dove le relazioni diplomatiche appena ristabilite con la nuova  ambasciata americana a L’Avana non sono altro che un cavallo di Troia appena velato?
Andiamo a guardare gli insulti e le provocazioni infinite di Washington contro la Russia, con le forze USA e della NATO schierate lungo i confini del Baltico, dell’Europa orientale e del Mar Nero con la Russia. Se non fosse per il Presidente Putin e per il suo avveduto ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ci sarebbe già stato qualche scontro  hot and bloody  tra Stati Uniti e Russia.
Quando Nikki Haley dichiarò apertamente che il Presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, doveva essere rovesciato,  un alto funzionario palestinese presso le Nazioni Unite le disse  “shut up- Statti-zitta!”. Ben detto. È tempo che il mondo cominci a parlare con la pancia e dica ai criminali guerrafondai, come Tillerson,  di stare zitto, quando chiede golpe militari nei paesi che vogliono soggiogare, come il Venezuela e Cuba, le uniche vere democrazie nell’emisfero occidentale. Le uniche vere democrazie, queste non sono parole mie – anche se le sottoscrivo pienamente – ma sono parole di una eccellenza intellettuale, sono del professor Noam Chomsky.
Se qualcuno si preoccupasse di comprendere quale sia il sofisticato processo  della democrazia di rappresentanza delle persone in Venezuela, sicuramente i renderebbe meglio conto di cosa è la nostra democrazia in stile occidentale, una democrazia in cui le persone che vanno a votare, sono totalmente manipolabili e vengono manipolate in modo categorico, è tutto un trucco che ci fa credere di vivere ancora al tempo delle favole. Processi articolati e puliti come quello del Venezuela regolano anche le elezioni a Cuba.

La CIA in tandem con il Mossad e altre forze segrete, oltre alla NATO, recluta, addestra, finanzia e arma mercenari-terroristi  per fare il lavoro sporco di Washington. Il Pentagono, la CIA, il Dipartimento di Stato e la NATO non si fermeranno prima che venga raggiunto il “cambio di regime” in Siria, e prima che il Venezuela soccomba alla calunnia costante, al ricatto, alle manipolazioni valutarie e ad una miriade di altre pressioni dall’estero; e prima che Russia e Cina siano sottomesse – a meno che questo impero sempre più indebolito non si afflosci strada facendo. E alla fine questo imperò si affloscerà. Ma quanta altra gente dovrà morire prima che il mostro morda la polvere e che lasci che la vita e la natura si evolvano e si sviluppino per portare uguaglianza e pace nel mondo?
Ripetiamolo di nuovo: l’unico paese al mondo che commette un  genocidio costante e la fa  sempre franca, è la nazione eccezionale, gli Stati Uniti d’America. Noi, il Popolo, dobbiamo e possiamo ancora fermarlo.

Peter Koenig 
economista e analista geopolitico. Ha lavorato per la  World Bank  e  – ha girato il mondo lavorando molto nel campo dell’ambiente e delle risorse idriche.  Tiene conferenze nelle  università di  USA, Europa e Sud America. Scrive regolarmente per Global Research, ICH, RT, Sputnik, PressTV, The 21st Century (China), TeleSUR, The Vineyard of The Saker Blog, ar altri siti internet. E’  autore di f Implosion – An Economic Thriller about War, Environmental Destruction and Corporate Greed – fiction basata su fatti e su esperienze di  30 anni di  World Bank  intorno al globo. E’ anche co-autore di The World Order and Revolution! – Essays from the Resistance.
7.02.2018
Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org  e l’autore della traduzione Bosque Primario

IN CHE MODO ISRAELE E L’ISIS SONO CULO E CAMICIA

Postato Domenica, 13 dicembre @ 23:10:00 GMT di davide

DI F. WILLIAM ENGDAHL
darkmoon.me
Quest’articolo è un altro pezzo del rompicapo. Ci fornisce informazioni cruciali che ci rendono in grado di vedere attraverso la nebbia che circonda le connessioni tra gli USA, Israele, Turchia e l’organizzazione più fanatica a livello mondiale: ISIS, ISIL, Stato Islamico o Daesh.
Il cosiddetto Stato Islamico non è ciò che afferma di essere. Così come la Federal Reserve, che non è federale e nemmeno ha riserve, lo Stato Islamico non è Islamico e nemmeno è uno Stato. È un gruppo terrorista che è stato creato dall’intelligence americana e da mercenari alleati dei sionisti, addestrati presso le basi CIA in Giordania e lasciati a dare libero sfogo sulla popolazione di Siria e Irak, per destabilizzare quei Paesi, in assistenza a Israele.

Ciò non doveva decisamente accadere. Sembra che un soldato israeliano con il rango di colonnello sia stato “colto in flagrante con l’IS.” Con ciò intendo che è stato catturato da soldati dell’esercito iracheno, nel bel mezzo di un branco di terroristi del cosiddetto IS o Stato Islamico o ISIS o DAESH, a voi la scelta. Sotto interrogatorio da parte dell’intelligence irachena ha rivelato, a quanto pare, il ruolo dell’IDF (NdT. Israel Defense Forces) di Netanyahu nel dare supporto all’IS.
Alla fine di ottobre un’agenzia di notizie iraniana, citando un ufficiale superiore dell’intelligence irachena, ha riferito della cattura di un colonnello dell’esercito israeliano, di nome Yusi Oulen Shahak, secondo testimonianze connesso al Battaglione Golani dell’ISIS che opera in Iraq sul fronte di Salahuddin. In una dichiarazione all’agenzia di notizie Fars, un Comandante dell’Esercito iracheno ha affermato, “Le forze popolari e di sicurezza hanno tenuto prigioniero un colonnello israeliano”.
Ha aggiunto che il colonnello dell’IDF aveva “partecipato a operazioni del gruppo terrorista Takfiri ISIL”. Ha detto che il colonnello è stato arrestato assieme a un certo numero di terroristi ISIL o IS, fornendone i dettagli: il nome del colonnello israeliano è Yusi Oulen Shahak e ha il rango di colonnello nella Brigata Golani… con il codice militare e di sicurezza di Re34356578765az231434.”
Perché Israele?                   
Sin dall’inizio del bombardamento molto efficace da parte della Russia di target scelti dell’IS in Siria il 30 settembre, dettagli del ruolo molto sporco non solo di Washington, ma anche della Turchia, Stato membro della Nato sotto la presidenza di Erdogan, del Qatar e di altri Stati, sono venuti alla luce del sole per la prima volta.
Sta diventando sempre più evidente che almeno una fazione nell’Amministrazione di Obama abbia rivestito un ruolo molto sporco dietro le quinte nel dare sostegno all’IS, in modo tale da avanzare la rimozione del Presidente siriano Bashar al Assad e spianare la strada a ciò che inevitabilmente diventerebbe un caos a mo’ di Libia e alla distruzione che renderebbe, in paragone, l’attuale crisi dei rifugiati siriani in Europa solo un’anticipazione.
La fazione di Washington a favore dell’IS include i cosiddetti neo-conservatori concentrati attorno al disonorato ex capo della CIA e carnefice dell’”impeto” iracheno, il Generale David Petraeus. Include anche il Generale degli Stati Uniti John R. Allen, il quale dal settembre 2014 aveva servito come Inviato Speciale Presidenziale del Presidente Obama per la Coalizione Globale per contrastare l’ISIL (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) e, finché non si è dimessa nel febbraio 2013, ha incluso il Segretario di Stato Hillary Clinton.
Il 23 ottobre 2015 è stato, in modo significativo, rilevato dall’incarico il Generale John Allen, continuo propugnatore di una “No Fly Zone” guidata dagli Stati Uniti dentro la Siria lungo il confine con la Turchia, un qualche cosa che il Presidente Obama ha rifiutato. Ciò è avvenuto da lì a poco, in seguito al lancio di attacchi russi altamente efficaci sui siti dei terroristi dell’IS siriano e del Fronte Al Nusra di Al Qaeda, che hanno cambiato la situazione nella sua interezza, per quanto concerne il quadro geopolitico della Siria e dell’intero Medio Oriente.
Il Rapporto dell’ONU menziona Israele
Che il Likud di Netanyahu e le forze militari israeliane lavorino strettamente con i falchi di guerra neo-conservatori di Washington, è risaputo, così come l’opposizione veemente del Primo Ministro Benjamin Netanyahu alla questione di Obama sul nucleare con l’Iran. Israele considera il gruppo militante islamista Sciita, Hezbollah, con base in Libano e appoggiato dall’Iran, come nemico giurato. Hezbollah ha combattuto, e continua a farlo, in modo attivo assieme all’esercito siriano contro l’ISIS in Siria. La strategia del Generale Allen di bombardare l’ISIS, da quando gli è stato dato l’incarico dell’operazione a settembre 2014, per quanto il Ministro degli Esteri della Russia di Putin, Lavrov, abbia indicato ripetutamente che lungi dal distruggere l’ISIS in Siria, aveva espanso di gran lunga il loro controllo territoriale del Paese. Ora è chiaro che ciò era precisa intenzione di Allen e della fazione guerrafondaia di Washington.
Almeno dal 2013 le forze militari israeliane hanno anche bombardato a viso aperto, quelli che sostengono fossero target di Hezbollah in Siria. L’indagine ha rivelato che Israele stava infatti colpendo le forze militari siriane e target di Hezbollah, che sta lottando in modo valoroso contro l’ISIS e altri terroristi.
De facto, con ciò Israele stava in realtà aiutando l’ISIS, così come i bombardamenti “anti-ISIS” del Generale John Allen durati un anno.
Che una fazione del Pentagono abbia lavorato in segreto dietro le quinte per addestrare, armare e finanziare quello che oggi è chiamato ISIS o IS in Siria, ora è questione di precedente di dominio pubblico.
Nell’agosto 2012 un documento del Pentagono classificato come “Segreto”, poi declassificato sotto pressione dell’ONG degli Stati Uniti Judicial Watch, ha elencato in modo dettagliato e preciso la comparsa di ciò che è divenuto lo Stato Islamico o ISIS, il quale è emerso dallo Stato Islamico in Iraq, poi affiliato ad Al Qaeda.
Il documento del Pentagono dichiarava, “…c’è la possibilità di stabilire un Principato Salafita, dichiarato o non dichiarato, in Siria orientale (Hasaka e Der Zor) e questo è esattamente ciò che vogliono le autorità che sostengono l’opposizione [ad Assad-w.e.], in modo tale da isolare il regime siriano, considerata la profondità strategica dell’espansione dello Sciismo (Iraq and Iran).”
I poteri a sostegno dell’opposizione nel 2012 includevano allora il Qatar, la Turchia, l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti e dietro le quinte, l’Israele di Netanyahu.
Precisamente questa creazione di un “Principato Salafita nella Siria orientale”, territorio odierno di ISIL o IS, era l’agenda di Petraeus, del Generale Allen e altri a Washington, in modo tale da annientare Assad. Ciò è quello che ha messo l’Amministrazione di Obama in disaccordo con la Russia, la Cina e l’Iran sulla richiesta bizzarra degli Stati Uniti che per prima cosa Assad se ne debba andare, prima che l’ISIS possa essere annientato.
Ora il giochetto è di dominio pubblico per il mondo, affinché si veda la doppiezza di Washington nell’appoggiare coloro che i russi chiamano in maniera precisa “terroristi moderati”, contro un Assad debitamente eletto. Che Israele sia anche nel mezzo di questo covo di ratti delle forze terroriste d’opposizione in Siria, è stato confermato in un recente rapporto dell’ONU.
Ciò che il rapporto non ha menzionato, è stato il motivo per cui le forze militari israeliane dell’IDF avrebbero un interesse appassionato in Siria, specialmente per le Alture del Golan siriane.
Perché Israele vuole mandare via Assad
A dicembre 2014 il Jerusalem Post in Israele ha riportato le scoperte di un rapporto ampiamente ignorato e politicamente esplosivo, che dettaglia avvistamenti realizzati da parte dell’ONU delle forze militari israeliane con i combattenti terroristi dell’ISIS. La forza di peacekeeping dell’ONU, Forza di disimpegno degli osservatori delle Nazioni Unite (UNDOF), collocata fin dal 1974 lungo il confine delle Alture del Golan tra Siria e Israele ha rivelato che. . .
Israele lavorava, e continua a farlo, a stretto contatto con i terroristi dell’opposizione siriana, incluso il Fronte Al Nusra di Al Qaeda e l’IS nelle Alture del Golan, e “ha mantenuto contatto stretto durante gli ultimi 18 mesi”. Il rapporto è stato sottoposto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. I media mainstream degli Stati Uniti e dell’Occidente hanno insabbiato le scoperte esplosive.
I documenti dell’ONU hanno mostrato che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stavano mantenendo contatto regolare con membri del cosiddetto Stato Islamico, fin dal maggio 2013. L’IDF ha dichiarato che ciò era solamente per prestare cure mediche per i civili, ma l’inganno è stato svelato quando gli osservatori dell’UNDOF hanno comprovato il contatto diretto tra le forze IDF e i soldati dell’ISIS, incluso il prestare cure mediche ai combattenti dell’ISIS. Osservazioni hanno anche incluso il trasferimento di due casse dall’IDF all’ISIS, il contenuto delle quali non è stato confermato.
L’UNDOF è stata creata in seguito a una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del 1974, la numero 350, successivamente alle tensioni della guerra dello Yom Kippur, dell’ottobre 1973, tra Siria e Israele. Ha stabilito una zona cuscinetto tra Israele e le Alture del Golan della Siria, che doveva essere governata e pattugliata dalle autorità siriane secondo l’Accordo di Disimpegno delle Forze del 1974. Nessun altra forza militare, che non sia l’UNDOF, è permessa al suo interno. Oggi conta 1.200 osservatori.
Fin dal 2013 si sono intensificati gli attacchi israeliani sulla Siria lungo le Alture del Golan, asserendo che avessero luogo per la ricerca dei “terroristi di Hezbollah”; l’UNDOF stessa, per la prima volta dal 1974, è stata soggetto di attacchi massicci da parte dell’ISIS o dei terroristi del Fronte Al Nusra di Al Qaeda nelle Alture del Golan, di rapimenti, di uccisioni, di furto di armi, munizioni, veicoli, altre disponibilità dell’ONU, il saccheggio e la distruzione di installazioni. Qualcuno non vuole, con tutta evidenza, che l’UNDOF rimanga a pattugliare le Alture del Golan.
LA ZONA UNDOF SULLE ALTURE DEL GOLAN
I soldati ONU in questa zona cuscinetto lungo le Alture del Golan
sono ora sotto attacco, ordinato da Israele,
in chiara violazione della legge internazionale.

Israele e il petrolio delle Alture del Golan
Nel suo incontro del 9 novembre con il Presidente degli Stati Uniti Obama alla Casa Bianca, il Primo Ministro Israeliano Netanyahu ha chiesto a Washington di riconsiderare il fatto che fin dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967 tra Israele e i Paesi arabi, Israele ha occupato illegalmente una parte significativa delle Alture del Golan. Durante il loro incontro Netanyahu, apparentemente senza successo, ha invitato Obama a sostenere l’annessione formale israeliana delle Alture del Golan illegalmente occupate, sostenendo che l’assenza di un governo siriano in attività “permetta un pensiero diverso”, riguardo lo status futuro dell’area importante dal punto di vista strategico.
Di certo Netanyahu non ha affrontato la questione in modo onesto, riguardo alla maniera in cui l’IDF Israeliana e altre forze erano state responsabili dell’assenza di un governo siriano in attività, dando il loro appoggio all’ISIS e al Fronte Al Nusra di Al Qaeda.
Nel 2013, quando l’UNDOF ha iniziato a documentare il contatto crescente tra la forza militare israeliana, l’IS e Al Qaeda lungo le Alture del Golan, una società petrolifera poco nota di Newark (New Jersey), la Genie Energie, con una società affiliata Israeliana Afek Oil & Gas, ha iniziato a perforare anche le Alture del Golan per la ricerca del petrolio, con il permesso del governo di Netanyahu. In quello stesso anno, ingegneri militari israeliani hanno revisionato la barriera di confine di quarantacinque miglia con la Siria, sostituendola con una barricata in acciaio che ha incluso il filo spinato, sensori tattili, rivelatori di movimento, macchine fotografiche a raggi infrarossi e radar di terra, mettendosi alla pari con il Muro che Israele ha costruito nella West Bank (NdT. Cisgiordania).
È interessante constatare che l’8 ottobre Yuval Bartov, capo geologo di Afek Oil & Gas, sussidiaria israeliana di Genie Energy, ha raccontato al canale televisivo israeliano Channel 2 che la sua società aveva trovato una notevole riserva di petrolio sulle Alture del Golan: “Abbiamo trovato uno strato di petrolio dello spessore di 350 metri nelle Alture del Golan meridionali. Gli strati, su scala mondiale, hanno in media spessore dai 20 ai 30 metri, e questo in comparazione è di 10 volte più grande; in questo modo stiamo parlando di quantità significative.”
Come ho osservato in un articolo precedente, l’International Advisory Board di Genie Energie include nomi noti come Dick Cheney, ex capo della CIA e l’infame neo-con James Woolsey, Jacob Lord Rothschild e altri.
Di certo nessuna persona sana di mente, suggerirebbe la presenza di un collegamento tra le relazioni militari israeliane con l’ISIS e altri terroristi contrari ad Assad in Siria, specialmente nelle Alture del Golan, la scoperta del petrolio da parte di Genie Energie nello stesso luogo e l’ultima supplica al “ripensamento” da parte di Netanyahu a Obama, riguardante le Alture del Golan. La situazione sarebbe troppo in odore di complotto e tutte le persone sane di mente sanno che i complotti non esistono, esistono solo coincidenze.
In effetti, parafrasando le parole immortali di Brad Pitt nel ruolo del Primo Tenente della West Virginia Aldo Raine, nella scena finale del fantastico film di Tarantino Bastardi senza gloria, sembra che il Vecchio Netanyahu e i suoi amici succhiacazzi dell’IDF e del Mossad, siano appena stati colti con le mani in una marmellata molto zozza in Siria.

F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente a contratto, ha un diploma dell’Università di Princeton in politica ed è autore di successo sul petrolio e la geopolitica, esclusivamente per il periodico on-line “New Eastern Outlook”.
Fonte: www.darkmoon.me
Link: https://www.darkmoon.me/2015/how-israel-and-isis-are-joined-at-the-hip/
2.12.2015

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di NICKAL88

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15989

NOTE A MARGINE DI ALCUNI ARTICOLI SUI CONFLITTI MEDIORIENTALI E SULL’ISIS

siria

 

Interessanti alcune osservazioni di Alberto Negri (1) in un articolo sul Sole 24 ore (del 25.11.2015):

<< Se nel Levante ognuno fa la sua guerra Al Baghdadi potrebbe persino dire la sua nella spartizione dell’Iraq e della Siria, un’ipotesi improponibile adombrata dalla Bbc ma non così remota se ciascuno vuole portarsi a casa un pezzo di Medio Oriente. Non sarebbe la prima volta: gli inglesi con Lawrence fomentarono una celebre rivolta araba per poi spartirsi la regione con i francesi. Ma questa volta né gli arabi anti-Isis né gli iraniani sono disposti a fare la fanteria dell’Occidente>>.

Lo stesso autore in un articolo del febbraio 2015 scriveva che, a tutti gli effetti, le forze impegnate a combattere il Califfato sul campo vedevano schierati i curdi, il fragile esercito iracheno con l’assistenza americana e dei pasdaran iraniani, gli Hezbollah libanesi alleati di Teheran e le forze di Assad. Giordania, Arabia Saudita, Barhein, Emirati Arabi Uniti e Qatar sarebbero stati, invece, i cinque paesi sunniti che si erano affiancati “politicamente” agli Usa e si erano dichiarati pronti a bombardare l’Isis, anche se in realtà le cose, già allora, si presentavano in maniera diversa e l’Arabia Saudita e il Qatar erano accusati di avere sostenuto i gruppi salafiti e jihadisti. In giugno gli organi di informazione (es. Il Fatto Quotidiano) riproponevano questo schieramento anche se si teneva a precisare che in Iraq:

<<le sole forze che combattono effettivamente sul terreno sono i curdi e le milizie sciite sostenute dall’Iran. Gli obiettivi di queste due forze, apparentemente comuni, sono però abbastanza divergenti. I primi combattono in quei territori che in futuro potrebbero aggregarsi alla formazione di uno Stato curdo; i secondi hanno mostrato che la loro lotta di liberazione anti-Isis ha riproposto comportamenti anti sunniti>>.

E ancora più chiaro e esemplificativo appare questo frammento di Roberto Bongiorni tratto dal Sole 24 ore del 25 giugno 2015:

<<In teoria, guardando i numeri, c’è da stupirsi su come lo Stato islamico riesca a mantenere il suo ampio territorio, in alcuni periodi perfino ad estenderlo (ormai controlla quasi metà della Siria e quasi un terzo dell’Iraq), con una “esercito” di gran lunga inferiore in quanto a mezzi, uomini e tecnologia militare a quello messo in campo da Iraq, Siria, Peshmerga kurdi, milizie filoiraniane sostenute da Teheran, oltre alla grande forza aerea messa in campo dalla coalizione internazionale. Forse il punto vulnerabile del fronte anti-Isis è proprio dato dal fatto della sua eterogeneità; un coacervo di soldati appartenenti a nazioni che spesso hanno interessi diametralmente opposti nello scacchiere politico mediorientale. E che quindi preferiscono spesso agire da soli, anziché coordinarsi. La notizia, subito smentita dalle autorità turche, secondo cui l’Isis sarebbe riuscita a penetrare a Kobane passando attraverso la Turchia, (storica nemica dei curdi) restituisce con efficacia la complessità della situazione. Ma è senza dubbio importantissimo il sostegno di parte della comunità sunnita irachena. Senza di loro l’Isis non può essere vinto. Discriminati dal Governo sciita di Baghdad per anni, i sunniti avevano già mostrato la loro insofferenza sollevandosi in diverse aree del Paese. L’avanzata dello Stato islamico è arrivata come una sorta di rivincita. Pur non condividendo né la violenta ideologia né i mezzi brutali dell’Isis, agli occhi di non pochi sunniti iracheni la bandiera nera dello Stato islamico rischia dunque di essere il male minore rispetto alle potenziali e feroci rappresaglie contro di loro da parte delle milizie sciite irachene. Una situazione che non lascia intravvedere sbocchi>>.

 

Ritornando ai sostenitori dell’Isis che lavorano sotto la precisa regia degli Usa, i quali con magnifica faccia tosta si presentano anche come la forza leader della coalizione “antiterrorismo”, abbiamo visto che era ormai noto da molto tempo quello che è riportato in un articolo del 01.12.2015 su “Il Giornale”:

<<E colpisce duro[V. Putin-N.d.r.].”Difendere i turcomanni – aggiunge a proposito della linea ufficiale della Turchia – è solo un pretesto”. Il Cremlino ha ricevuto “recentemente” nuovi rapporti d’intelligence che mostrerebbero un traffico di petrolio dai territori controllati dall’Isis alla Turchia “su scala industriale”. Le parole di Putin aprono un vaso di Pandora. Perché, se la Turchia protegge i jihadisti dello Stato islamico, ci sono Paesi come l’Arabia Saudita e il Qatar che li finanziano>>.

Ma nessun organo di informazione italiano potrà mai neanche lontanamente ammettere che alcuni gruppi con grandi risorse e potere facenti capo agli Usa costituiscono la vera direzione strategica di questo cosiddetto conflitto a bassa intensità (LIC)(2) e perciò il suddetto quotidiano riporta anche questa sorta di “denuncia” avanzata da un organismo governativo statunitense:

<<Nell’audizione dedicata al Terrorism Financing and the Islamic State, organizzata il 13 novembre 2014 dalla Commissione per i Servizi finanziari del Congresso americano, è emerso con chiarezza che “mentre al Qaeda poteva contare dopo l’attentato dell’11 settembre su circa mezzo milione di dollari di sostegni al giorno, l’Isis aveva introiti di 1-2 milioni di dollari al giorno attraverso la vendita di petrolio, i riscatti degli ostaggi e i sostegni da parte delle organizzazioni caritatevoli [??-N.d.r.] soprattutto dei Paesi del Golfo, a cominciare dal Qatar e dall’Arabia Saudita”>>.

Ma ritorniamo ora all’articolo da cui eravamo partiti. Nel 2011, l’anno della “primavera araba”, la rivolta in Siria era stata pensata, dalle potenze sunnite, dagli Usa e dai suoi alleati, anche “occidentali”, come una guerra per procura dall’esito scontato. Con ogni probabilità, però, almeno i principali centri strategici statunitensi erano consapevoli del pericolo insito nello scatenamento di un caos che aveva fatto “saltare“ anche regimi per nulla ostili alle potenze euro-atlantiche. Si pensava, poi, scrive Negri :

<< che le milizie islamiche sarebbero ricadute sotto il controllo di chi le sponsorizzava, Turchia e monarchie del Golfo. Ma i jihadisti sono confluiti nell’Isis, la cui intuizione strategica è stata quella di unire il campo di battaglia iracheno a quello siriano. Non bastava ancora: si è pensato che il Califfato potesse essere manovrato nella guerra tra sunniti e sciiti per disegnare nuovi confini ed equilibri. E ora che i jihadisti hanno portato il terrorismo in Europa, Turchia compresa, i leader protagonisti di questo disastro geopolitico […] reagiscono in maniera sconcertante per difendere dei calcoli sbagliati>>.

L’intervento di Putin contro l’Isis – anche se non sufficiente a rivitalizzare le esangui truppe del regime di Assad ormai guidate da Pasdaran iraniani ed Hezbollah libanesi – è apparso giustificato di fronte al fallimento delle potenze occidentali nel gestire la situazione. La prospettiva di un fronte comune, corroborata dall’accordo obamiano con l’Iran (alleato stretto della Russia in questa fase) sul nucleare, ha però trovato nella Turchia – nonostante che, almeno apparentemente, Erdogan tenti di evitare lo scontro dopo l’abbattimento del jet russo – un ostacolo importante. A questo proposito Negri osserva che la difficile situazione che si è venuta a creare ha fatto

<< perdere la testa a Erdogan, punto sul vivo da Putin nel cortile di casa, e ai suoi alleati del Golfo, che comunque qualche cosa da rimproverare agli Stati Uniti e agli europei ce l’hanno. Si sentono traditi. La Siria, a maggioranza sunnita, doveva essere l’ambito premio per avere perso l’Iraq nel 2003 con l’intervento americano contro Saddam. Allora la Turchia rifiutò il passaggio delle truppe Usa, applaudita dalla stessa Russia. Prima l’accordo sul nucleare con l’Iran, poi l’alleanza tra Mosca e Teheran e ora l’ipotesi che la Francia e gli europei concordino con Putin e gli ayatollah la strategia anti-Califfato: è troppo da sopportare per un fronte sunnita passato da una sconfitta all’altra>>.

Negri conclude il suo discorso accennando alla teoria, e alla pratica, Usa del doppio contenimento che sembrerebbe sostanzialmente un corollario alla più complessiva strategia del caos. I due esempi da lui riportati sono abbastanza chiari. Il primo partirebbe dal presunto errore di Bush junior – la “fallimentare” seconda guerra contro l’Iraq – che avrebbe portato, in funzione anti sciita e anti Iran, a scelte come quella del giugno dell’anno scorso, quando gli Usa hanno guardato, senza fare una piega, il Califfato conquistare Mosul, città di due milioni di abitanti, e arrivare a una trentina di chilometri da Baghdad. Come dire ai sunniti: accomodatevi pure e vendicatevi. Il secondo sarebbe il ben noto antecedente che negli anni’ 80 portò prima alla guerra Iran-Iraq (un milione di morti) e poi << a uno degli equivoci storici più sconcertanti, quando nell’estate del 1990 l’ambasciatrice Usa a Baghdad, April Glaspie, incontrando Saddam diede un implicito via libera all’occupazione del Kuwait. “Non potevamo sapere che gli iracheni si prendessero “tutto” il Kuwait”, fu la sua giustificazione. Sostituite Kuwait con Siria e avete l’equazione con il Califfato>>.

 

(1)Alberto Negri è nato a Milano nel 1956. Il suo primo viaggio in Iran e in Medio Oriente risale al 1980. È stato ricercatore all’Istituto di studi di politica internazionale e nel 1981 ha iniziato la carriera giornalistica. Autore del libro Il Turbante e la Corona – Iran, trent’anni dopo (Marco Tropea Editore, 2009), è giornalista del Sole 24 Ore, per cui ha seguito negli ultimi vent’anni i principali eventi politici e bellici in Medio Oriente, Africa, Balcani, Asia centrale.

(2) Nello US Army Field Manual, documento ufficiale statunitense, è contenuta la seguente definizione: « … un confronto politico-militare tra stati o gruppi contendenti, al di sotto della guerra convenzionale e oltre l’ordinaria, pacifica competizione tra stati. Spesso implica prolungate lotte di principi ed ideologie concorrenti fra loro. Il LIC spazia dalla sovversione all’uso delle forze armate. Si sostanzia di una combinazione di mezzi, adopera strumenti politici, economici, informativi e militari. I LIC sono spesso circoscritti a certe aree, generalmente nel Terzo Mondo, ma implicano questioni di sicurezza regionale e globale. »

Mauro Tozzato                       02.12.2015

Fonte: http://www.conflittiestrategie.it/note-a-margine-di-alcuni-articoli-sui-conflitti-mediorientali-e-sullisis

Le reti di reclutamento del terrorismo offrono finti contratti di lavoro per attrarre i giovani disoccupati del Nord Africa.

24/10/2015 08:31

Cartoon_ISIS

Il quotidiano algerino Echorouk ha recentemente pubblicato sul proprio sito web un articolo esclusivo che porta all’attenzione una nuova tattica elaborata dalle organizzazioni terroristiche, in particolare da ISIS, per reclutare combattenti tra le folte file dei giovani disoccupati in Nord Africa.

Il quotidiano riporta che “l’apparato dell’antiterrorismo algerino ha iniziato a combattere le reti di reclutamento che mirano a convincere con l’inganno i giovani disoccupati ad unirsi alle organizzazioni terroristiche in Siria, Iraq e Yemen, utilizzando contratti di lavoro falsi”. Le fonti dello stesso quotidiano hanno riferito che “finti uomini d’affari contattano i salafiti sfruttando applicazioni come WhatsApp e Viber, tramite cui vengono inviati falsi contratti di lavoro come autista o altre posizioni in un dato paese arabo, aiutandoli ad ottenere visti e perfino biglietti aerei per poi metterli in contatto con le organizzazioni terroristiche attive nella regione”.

Riportando la testimonianza di un gruppo di giovani algerini disoccupati che hanno riferito di aver ricevuto via WhatsApp e Viber offerte di lavoro (che non hanno accettato perché resisi conto che si trattava di un inganno), il quotidiano algerino segnala che questa nuova tattica di adescamento “non prende di mira soltanto salafiti, ma anche giovani disoccupati disperati” del Nord Africa.

Da tempo l’organizzazione terroristica guidata da Abu Bakr al-Baghdadi ripone particolare interesse in quello che considera un importante bacino di reclutamento, i giovani arabi disoccupati, cui l’ISIS offre dei veri e propri stipendi per convincerli ad andare a combattere in Siria, Iraq e Libia. È evidente come questa strategia abbia gioco facile fornendo la prospettiva concreta di un salario laddove invece questa prospettiva è assente o difficilmente realizzabile (per avere un quadro complessivo del tasso di disoccupazione giovanile in Nord Africa è possibile visitare il sito del World Bank).

L’esperto algerino in movimenti islamisti Ahmed Mizab, intervistato da Echorouk, ha correttamente evidenziato che “i metodi tramite cui sono reclutati i jihadisti vengono regolarmente cambiati per sfuggire ai controlli degli apparati di sicurezza”. A questo proposito, segnaliamo che l’emittente britannica BBC ha riferito che “il 26 settembre l’ISIS ha annunciato su Twitter il lancio di un proprio canale sulla nuova app Telegram”. Questa diversificazione dei canali di propaganda e di reclutamento, adottata anche da altre organizzazioni terroristiche come Ansar al-Sharia in Libia e AQAP (Al-Qaeda nella Penisola arabica), risponde a una duplice finalità: sfuggire al monitoraggio dei social media tradizionali (Facebook e Twitter) da parte dei servizi di sicurezza internazionali ed amplificare la portata del proprio messaggio.

Per affrontare le sorprendenti capacità dimostrate dalle organizzazioni terroristiche nello sfruttare le nuove tecnologie per far presa sulle giovani generazioni e, in particolare, sulle fasce più deboli e svantaggiate della popolazione, è necessario che i paesi arabi (e non solo) adottino un approccio proattivo in grado di contrapporsi a queste organizzazioni sia sul fronte del contrasto dei contenuti jihadisti sui canali social sia su quello economico-sociale.

Preso da: http://www.cosmonitor.com/site/2015/10/24/le-reti-di-reclutamento-del-terrorismo-offrono-finti-contratti-di-lavoro-per-adescare-i-giovani-disoccupati-del-nord-africa/