Il Gheddafi che io ho conosciuto. di Valentino Parlato

22 novembre 2011

Sono molto legato alla Libia (e un po’ lo ero anche a Gheddafi) perché ci sono nato, lì c’è stata la mia prima formazione politica e diventai comunista (clandestino, governava l’amministrazione militare britannica). E fu in Libia che entrai nell’Associazione per i Progresso della Libia di cui facevano parte compagni più anziani, come Cibelli, Prestipino, Caruso, Manzani, i fratelli Russo e altri ancora. Il combinato disposto dall’associazione per l’indipendenza della Libia e la clandestinità comunista, nel dicembre del 1951 determinarono l’arresto e l’espulsione dalla Libia mia e di un po’ di altri compagni. Questo passato provocò, nel 1998, l’invito da parte del governo libico a un soggiorno in Libia per me e mia moglie. Rivedere la Libia, Tripoli, la mia casa, la mia scuola, i bar fu per me straordinario, ma lavorando al Manifesto chiesi, e ottenni abbastanza rapidamente, un’intervista a Muammar Gheddafi.
Per l’intervista (il 5 dicembre 1998) dovetti fare un lungo viaggio a Sirte, l’ultimo caposaldo della resistenza dove Gheddafi è stato ucciso. Altri tempi. L’incontro e l’intervista furono molto interessanti. Mi colpì innanzitutto la sua passione per Rousseau, dal quale derivava la sua posizione per la democrazia diretta e i comitati del popolo, che però (povero Rousseau) produsse un po’ di confusione, una inconsistenza delle strutture statali e un Gheddafi (sono le sue parole) che era un po’ come la regina d’Inghilterra, però comandava. Ed è mia impressione che questo comando nel corso del tempo si sia deteriorato. In quell’intervista Geddafi sottolineò l’importanza di aprire buoni rapporti con l’Italia e con l’Unione europea, anche per contenere il potere degli Usa. Si parlò anche di un suo scritto «Il comunismo è veramente morto?», dove dubitava di questo decesso. In quell’occasione girai per Tripoli e mi parve di registrare una sorta di welfare petrolifero: non c’erano bidonville, non eri assalito dai mendicanti, anzi non c’erano. Apprendevi dell’esistenza di una efficace assistenza sanitaria e di un buon sistema scolastico, a giudicare almeno dal numero di laureati che incontravi. I buoni rapporti con la Libia di Gheddafi sono continuati e ho fatto anche la prefazione al volumetto «Fuga dall’inferno», dove scrive che, in questo mondo, per trovare un po’ di pace bisogna fuggire all’inferno. Invero non troppo ottimistico sullo stato delle cose esistenti. Oggi siamo all’epilogo. Nella sua Sirte, Gheddafi è stato catturato e ucciso. Lasciarlo vivere, ancorché prigioniero, sarebbe stato evidentemente un problema. Che dire, ora, a caldo, di questo esito? La prima considerazione è che ci sono voluti otto mesi di guerra e bombardamenti Nato a catena per abbattere il “tiranno”, che evidentemente aveva più di un sostegno nella popolazione libica. In secondo luogo, viene da ripetere che lo stile è l’uomo. Gheddafi, come tanti altri capi arabi, poteva fuggire in qualche paese africano e starsene tranquillo e benestante. Invece è rimasto e ha accettato di morire sul campo, di restare testimone della sua linea e della sua lotta. E qui mi viene da aggiungere, sorprendentemente d’accordo con Berlusconi, «sic transit gloria mundi». Gheddafi fino a otto mesi fa era accolto e onorato in tante capitali, ricordo soprattutto l’accoglienza di Sarkozy a Parigi e quella straordinaria a Roma, con la manifestazione di cavalleria e anche (visto in tv) il bacio di Berlusconi. Pur cosiderando tutti i limiti e gli errori di Gheddafi, la sua caduta – sempre a mio parere – segnala la sepoltura delle “primavere arabe” e un nuovo inizio di un intervento coloniale delle potenze occidentali in Africa, e non credo si possano riporre molte speranze negli ex gheddafiani che dovrebbero costituire il nuovo governo della Libia.
VALENTINO PARLATO

Preso da: http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=0000001534965

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Occidente e NATO hanno distrutto Gheddafi e tutta la Libia

 

 Gruppo armato in Libia (foto d'archivio)

10/12/2015

La Libia è stato il primo Paese ad aver vissuto la “primavera araba”. Più velocemente di qualunque altro Stato che ha subito lo stesso fenomeno è piombata nel caos. Che cosa ha ottenuto la Libia, un tempo tra i Paesi più ricchi dell’Africa, dopo l’uccisione di Muammar Gheddafi da parte dei ribelli con il supporto dell’Aviazione della NATO?
L’impunità di molti gruppi armati, ciascuno dei quali si definisce formato da “veri rivoluzionari”. Apparsi dopo l’uccisione di Muammar Gheddafi, non solo combattono tra di loro per territori e il controllo delle infrastrutture, ma allo stesso tempo uccidono su commissione ed effettuano sequestri di persona. L’esempio è il rapimento nel 2013 del primo ministro Ali Zeidan.
Se il primo ministro può essere rapito, cosa può attendere la gente comune della Libia?

Secondo un rapporto dell’organizzazione per i diritti umani in Libia, nella piccola città di Sabha, con una popolazione di 200mila persone, nel corso di quest’anno sono stati commessi 138 sequestri, una media di 1 ogni 2 giorni. Questo centro è in testa nella classifica delle città col più alto tasso di criminalità del mondo. Nella grande città di Misurata sono stati registrati 850 rapimenti, in 20 casi si trattava di bambini.
Secondo le organizzazioni per i diritti umani, il numero totale delle persone rapite o scomparse durante la guerra civile raggiunge 11mila persone.
L’ex portavoce dell’Unione delle tribù libiche Bassem as-Sol ha raccontato a Sputnik delle donne detenute nelle carceri illegali:
“A Bengasi, Misurata e Sirte, in palazzi trasformati in prigioni, i gruppi armati segregano le donne accusate di “sostenere il regime di Gheddafi.” Vengono torturate solo perché avevano lavorato nelle istituzioni pubbliche. Solo nella città di Misurata le donne che si trovano in questo stato sono quasi 4.300.”
Bassem as-Sol ha inoltre raccontato che i militanti rapiscono i bambini a scopo di estorsione.
I rapitori chiedono da 100mila a 200mila dollari, a seconda dello stato e della situazione finanziaria della famiglia. A volte l’importo del riscatto può raggiungere 1 milione di dollari.
Nei territori controllati dal Daesh (ISIS) spesso i bambini diventano strumenti per compiere attacchi terroristici. Secondo Bassem as-Sola, migliaia di bambini subiscono il “lavaggio del cervello” dopo essere sequestrati dai terroristi nelle zone della Libia sotto il controllo del Daesh.
“I bambini sono rapiti e convertiti in combattenti fanatici che uccidono, stuprano e compiono attacchi terroristici. Gli cambiano radicalmente il modo di pensare.”
Quanto guadagna un mercenario del Daesh?
Secondo il ministero degli Interni della Libia, oggi circa 16mila uomini fanno parte dei vari gruppi armati illegali. Tutte queste persone hanno ottenuto le armi dagli aerei della NATO, che le gettavano per sostenere i “rivoluzionari” nella guerra contro il legittimo governo di Gheddafi nel 2011.
Secondo i media, basandosi sulle pagine del Daesh nei social network, l’emiro del gruppo può ricevere fino a 6mila dollari. Se l’emiro ha donne e figli, ogni moglie viene compensata con un pagamento extra di 500 dollari, mentre per ogni bambino il bonus è di 200 dollari. Il combattente di rango più basso guadagna al mese 265 dollari.
Allo stesso tempo prima della “primavera araba” nel 2011 il salario medio in Libia ammontava a 1.000 dollari.

Ora il Paese, uno dei più ricchi di petrolio in Africa e in Medio Oriente, sta subendo la crisi petrolifera. Nel 2010, secondo la compagnia petrolifera nazionale “National Oil Corporation” (NOC), si estraevano ogni giorno 1 milione e mezzo di barili. Nel 2015, nello stesso periodo solo 500mila. La quantità di petrolio che viene prodotta nei territori controllati dal Daesh e dagli altri gruppi armati non è inclusa nelle statistiche.

Preso da: https://it.sputniknews.com/politica/201512101704506-Daesh-Caos-Terrorismo-Violenza/

LA LIBIA ED I PREDONI IMPERIALISTI (di Campo Antimperialista)

Confermato quel che sapevamo: Forze speciali italiane sono presenti da tempo sul terreno
Si parla di Sirte, ma si lotta per il petrolio


[Nella foto un mercenario della CIA in Libia]

[ 12 agosto 2016 ]

Siamo all’undicesimo giorno della campagna aerea americana su Sirte. Alcuni osservatori ritengono che l’assalto finale alla città sia imminente. Ad oggi, però, la resistenza dei combattenti dell’Isis, che da lungo tempo fronteggiano i miliziani di Misurata, braccio armato del governo Serraj, non è stata ancora piegata.
Ieri le forze di Misurata hanno conquistato il centro Ouagadougou, dove precedentemente si trovava una sorta di quartier generale delle truppe dello Stato islamico a Sirte. A simboleggiare la contraddittorietà della situazione libica, questo dettaglio sulla battaglia di ieri riferito oggi da la Repubblica: «“È l’ora della vittoria…Allah u Akbar”, hanno esultato le milizie su Twitter». Le milizie sono ovviamente quelle di Misurata, oggi appoggiate in pieno dai bombardamenti americani e sostenute da diversi paesi tra i quali l’Italia. Come non notare che anche la parte sconfitta avrebbe, nel caso, esultato allo stesso modo?

Ma veniamo al ruolo dell’Italia. Il 2 agosto scorso il governo italiano, mentre offriva agli USA la disponibilità delle basi (“qualora richieste”, questa l’ipocrita formula adoperata), smentiva recisamente la presenza di forze speciali italiane in Libia. Forze in realtà presenti da tempo al pari di quelle americane, inglesi e francesi.

Ieri è invece arrivata la conferma. Così ha scritto il governativo la Repubblica:
«Che forze speciali italiane fossero presenti in Libia era una notizia mai confermata dal governo, ma vera. Gli uomini dell’Esercito sono stati schierati prima a Tripoli per creare un nucleo di sicurezza per gli agenti dell’Aise, i servizi segreti, durante le missioni più delicate. Poi le forze speciali sarebbero passate da Benina, la base aerea del generale Haftar nell’Est del paese. E infine sono arrivati a Misurata. Dove sembra perfino che i militari britannici avessero chiesto ai libici di poter rimanere soli a lavorare con le brigate di Misurata, assieme agli americani che da giorni guidano gli attacchi aerei della Us Air Force e pilotano da terra i piccoli droni tattici che a Sirte servono a scoprire i nascondigli dell’Is. Una fonte della Difesa a Roma conferma che in Libia sono in azione nostre forze speciali, ma non vuole commentare nessuna delle operazioni in cui sono impegnate».

In realtà il governo non ha ufficialmente confermato, ma le affermazioni del presidente della Commissione Esteri del Senato, Pierferdinando Casini – «combattono il Daesh anche in nome e per conto nostro, così come gli americani impegnati su Sirte» – bastano e avanzano. Naturalmente i numeri sono piccoli, si parla di una trentina di uomini dei reparti speciali (Col Moschin e Gis), che secondo il Sole 24 Ore «agirebbero con le garanzie funzionali degli agenti segreti e sotto la guida diretta di Palazzo Chigi in base a un Dpcm in attuazione di un articolo del decreto missioni».

Siamo dunque di fronte ad una guerra che Renzi vorrebbe segreta. Che evidentemente non può esserlo, ma che deve rimanere tale almeno per il parlamento. Quello stesso parlamento che la ministra Boschi tiene in così alta considerazione, da affermare senza timore del ridicolo che una vittoria del no al referendum corrisponderebbe ad un suo inaccettabile oltraggio…

Ma lasciamo perdere, e concludiamo sul punto davvero decisivo. La guerra alla quale Renzi ha deciso di partecipare, cos’ha davvero in palio? Solo i gonzi possono pensare che si tratti soltanto dello scalpo del mini-califfato libico. Su questo punto già sappiamo come andrà. Sirte finirà nelle mani delle forze che la stanno attaccando, mentre i miliziani dello Stato islamico cercheranno di limitare i danni per riorganizzarsi in qualche altra parte del territorio libico.

La vera posta in gioco è in tutta evidenza un’altra. E’ il controllo della Libia e delle sue ricchezze, petrolio in primis. Non più tardi di ieri, i governi di Italia, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Spagna e Germania hanno chiesto il passaggio di tutte le risorse petrolifere sotto il controllo del governo Serraj. In realtà, alcune di queste potenze (la Francia in special modo) stanno conducendo un gioco alquanto ambiguo. L’appoggio di Parigi al governo di Al Bayda (Cirenaica), che non riconosce quello di Tripoli, è infatti cosa nota.

E le parole del portavoce del governo della Cirenaica non lasciano spazio a troppe interpretazioni: «Il petrolio libico si può comprare o vendere solo tramite la compagnia nazionale Noc con sede a Bengasi». E ancora: «Non è consentito ad alcuna petroliera di entrare e caricare greggio nei terminal di Ras Lanuf e Sidra in quanto sono in mano a forze fuori legge». Ma chi sono questi anonimi “fuorilegge”? Sono le milizie di Ibrahim Jidran, il capo della cosiddetta “Guardia delle strutture petrolifere libiche“, con il quale il governo Serraj (quello insediato dalle potenze occidentali) si è recentemente accordato.

Il ginepraio di interessi tra i vari predoni imperialisti è dunque ben lungi dall’essere sciolto. Tutti contro l’Isis, certo. Tutti contro il popolo libico, da sfruttare (insieme alle sue risorse), da manipolare attraverso le tante milizie tribali. Ma al tempo stesso divisi dai tanti appetiti in gioco.

Di sicuro a loro interessa il petrolio. Il resto è secondario e potrà essere aggiustato con la più classica delle spartizioni. L’ex amministratore delegato dell’ENI, e oggi vicepresidente della Banca Rothschild ha fornito tempo fa al Corriere la sua ricetta. «Occorre finirla con la finzione della Libia», ha detto. Bisogna «favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che faccia appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi». Bisognerebbe poi spingere la Cirenaica ed il Fezzan a fare altrettanto. Nel frattempo – ed è quello che interessa all’ex uomo ENI – «ognuno gestirebbe le sue risorse energetiche».

Scaroni ha gli occhi puntati sulla Tripolitania, dove l’ENI ha i suoi impianti, ma la sua è una chiara adesione all’idea di tripartizione del paese, con la Tripolitania sotto la tutela italiana, la Cirenaica in mano agli inglesi ed il Fezzan ai francesi.

Che poi questo disegno di spartizione imperialista funzioni è tutto da vedere. Noi ci auguriamo proprio di no. Ma è importante tenere sempre a mente che il progetto – pur con le sue inevitabili contraddizioni – è esattamente questo.

No allo smembramento della Libia!
No all’aggressione USA-NATO!
No alla partecipazione italiana!

Libia, la guerra del petrolio e gli interessi dei Grandi

A cinque anni dalla caduta di Gheddafi vengono al pettine i nodi di un intervento voluto dai francesi e poi avallato dalla Nato e dagli Usa che hanno commesso un altro errore strategico: le frontiere libiche sono sprofondate per mille chilometri nel Sahara e il caos ha portato una destabilizzazione incontrollabile che con i jihadisti ha contagiato la Tunisia e i Paesi confinanti.

di Alberto Negri – 14 settembre 2016

«It’s the oil stupid», è il petrolio la posta in gioco in Libia, scrive Issandr Al Amrani, fondatore di The Arabist. E potremmo aggiungere anche il gas: il 60% del carburante pompato dall’Eni- ogni giorno 35 milioni di metri cubi – alimenta le centrali elettriche locali, sia in Tripolitania che in Cirenaica. In poche parole è la produzione dell’Eni che accende la luce ai libici.
Nel momento in cui si mandano un centinaio di medici a Misurata protetti da 200 parà della Folgore, questo aspetto di vitale importanza per la sopravvivenza dei libici non va sottovalutato. Anche il generale Khalifa Haftar e il governo di Tobruk forse dovrebbero pagare la bolletta ma hanno fatto una scelta diversa, ovvero impadronirsi dei principali terminali petroliferi della Cirenaica fino a Ras Lanuf, a ridosso della linea del fronte dove nella Sirte comincia la battaglia al Califfato, quasi passata in secondo piano davanti alle tensioni crescenti tra le fazioni libiche.
La guerra in Libia del 2011 per abbattere il Colonnello Gheddafi, come quella in Siria per far fuori Assad, si è trasformata quasi subito in un conflitto per procura con forti connotati economici e strategici. L’intervento francese a favore dei ribelli di Bengasi accompagnato da quello della Nato ha diviso il Paese tra le due regioni principali e l’unità libica, un eredità coloniale italiana, di fatto non si è più ricostituita.  In pratica ci sono due situazioni critiche derivanti dall’attacco alla Mezzaluna petrolifera libica condotto dal generale Khalifa Haftar, l’uomo forte di Tobruk e della Cirenaica. Una è lo scontro tra Tripoli, il governo internazionalmente riconosciuto, e quello di Tobruk; l’altra è quella meno visibile degli interessi contrastanti delle potenze in campo. Nonostante le notizie diffuse dalla stampa, Francia, Russia ed Egitto continuano ad appoggiare Haftar che conquistando porti e terminali minaccia anche gli interessi italiani. Gli americani bombardando l’Isis rafforzano Tripoli e Misurata contro Haftar, quindi, con qualche sfumatura, si schierano contro la Francia, l’Egitto e la Russia, con implicazioni anche sul fronte siriano. L’Italia, appoggiando Misurata e gli Stati Uniti, prende posizione contro l’Isis ma anche nei confronti delle milizie di Haftar, appoggiate dal Cairo e fino a ieri da Parigi.
A cinque anni dalla caduta di Gheddafi vengono al pettine i nodi di un intervento voluto dai francesi e poi avallato dalla Nato e dagli Usa che hanno commesso un altro errore strategico: le frontiere libiche sono sprofondate per mille chilometri nel Sahara e il caos ha portato una destabilizzazione incontrollabile che con i jihadisti ha contagiato la Tunisia e i Paesi confinanti. L’Italia, come ha ammesso l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini, fu costretta allora a partecipare ai raid dell’Alleanza perché i terminali dell’Eni risultavano tra i bersagli da colpire. Ora rimediare è complicato e la divisione tra Tripolitania e Cirenaica si è fatta sempre più aspra. In sostanza questa guerra per procura è interna al fronte occidentale, oltre che a quello arabo, e per l’Italia è un conflitto ultrasensibile perché dopo avere perso in Libia miliardi di euro, sfumati con gli accordi firmati con Gheddafi, si trova sull’altra sponda un trampolino di lancio per i migranti.
La comunità internazionale e anche la Francia ufficialmente si sono schierati contro Haftar ma il bottino libico, 140-150 miliardi di dollari, è troppo attraente per non essere diffidenti. Del bottino petrolifero la Cirenaica costituisce la parte più ricca perché custodisce circa il 70-80% delle riserve di oro nero. Non solo: la sua proiezione verso il Sahara la rende strategica per l’influenza nella fascia sub-saheliana dove i francesi sono attori di primo piano mentre l’Egitto è fortemente interessato a estendere il suo controllo in questa area di frontiera per evidenti ragioni economiche e di sicurezza. Prima della caduta di Gheddafi un milione di egiziani lavorava in Libia.  Quando si stava disgregando la Libia italiana lo stesso monarca egiziano Farouk nel 1944 rivendicò la Cirenaica: «Non mi risulta che vi sia mai appartenuta». fu la secca replica di Churchill in un burrascoso faccia a faccia con Farouk al Cairo. Oggi forse dovrebbero essere gli americani a pronunciare le stesse parole. Ma dopo quanto è accaduto negli ultimi anni tra il Maghreb e il Medio Oriente nessuno si fa illusioni. La Libia è una lezione sui tempi che corrono: concetti come “alleato” e “nemico” non spiegano più la realtà internazionale. E l’Italia nel caso libico ha avuto la prova di quanto gli alleati siano più concorrenti che amici.
Fonte: Il Sole 24 Ore
Preso da: http://www.lintellettualedissidente.it/rassegna-stampa/libia-la-guerra-del-petrolio-e-gli-interessi-dei-grandi/

“In Libia, un regime che non rappresenta le tribú della Jamahiriya” ~ Intervista di Roberta Barbi a Paolo Sensini

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I primi raid degli Stati Uniti sulla città libica di Sirte hanno già provocato “pesanti perdite” tra i jihadisti dello ‘Stato islamico’ e hanno consentito alle truppe locali di farsi strada via terra, conquistando il quartiere centrale di Al-Dollar. I raid, autorizzati da Obama, erano stati chiesti dal governo di Tripoli, ma Mosca tuona: sono illegali. La Francia, intanto, promette maggiore collaborazione con al Sarraj. Per capire cosa sta avvenendo in Libia, Roberta Barbi ha sentito Paolo Sensini, storico e scrittore esperto dell’area.


Paolo Sensini – “In Libia, non c’è un governo che rappresenti la totalità delle tribù, dei gruppi, delle formazioni che sono lì: c’è il governo di unità nazionale a Tripoli, voluto dall’Onu – appoggiato sostanzialmente dalle forze di Misurata, che si sono avvicinate molto dappresso a Sirte – e ci sono le forze invece che fanno riferimento al generale Khalifa Haftar, a Tobruk, che è appoggiato da Egitto e Francia. Anch’egli sta spingendo e si è avvicinato a Sirte. Gli americani sono intervenuti ottemperando a un patto che era già implicito nell’investitura di al Sarray.”
Roberta Barbi – L’apertura di un nuovo fronte di guerra da parte degli americani può essere interpretata come una volontà di accelerare la lotta al terrorismo?
Paolo Sensini – “È chiaro che c’è una volontà di intervenire, ma c’è il fatto che la Russia non è assolutamente favorevole a questi tipi di intervento, non c’è un appoggio. E c’è il fatto, per esempio, che Khalifa Haftar – il generale in contrasto con il governo di unità nazionale di Tripoli – pochi giorni fa, si è recato a Mosca. C’è una volontà di imporre un intervento preciso a guida americana e, sul piatto della bilancia, il fatto che gli americani hanno intenzione di rientrare all’interno di quello scenario.”
Roberta Barbi – È stato detto che i raid andranno avanti “fino a che la Libia lo richiederà” e specificato che saranno raid di precisione condotti con droni. Quante vite costerà questa operazione?
Paolo Sensini – “Questo lo vedremo, poi, a cose fatte. Tutte le promesse degli interventi chirurgici che c’erano in passato, che abbiamo visto, non si sono poi rivelate tali: hanno fatto, cioè, tantissimi morti.”
Roberta Barbi – Il governo di Tripoli ha fatto richiesta ufficiale di intervento agli Stati Uniti. Il premier libico, sostenuto dall’Onu, al Sarray, lo ha confermato, ma ha anche ribadito che il suo esecutivo rifiuterà ogni tipo di ingerenza straniera senza mandato: è un riferimento alla Francia che, peraltro, in una telefonata del ministro Ayrault, ha ribadito di voler rafforzare la sua cooperazione con Tripoli?
Paolo Sensini – “Ayrault e la Francia, che non hanno riconosciuto il governo di Tripoli, collaborano con Haftar. C’è una politica del doppio binario francese. È ovvio che c’è una contrapposizione. C’è una scollatura tra coloro che sono intervenuti ed è ovvio che ciascuno ha delle mire precise. La Francia vede nella Libia una cassaforte energetica e quello che a loro interessa di più è la possibilità di proiettarsi nel Sahel, che sono le aree che trafficano commercialmente e hanno come moneta nazionale il franco CFA, che è una moneta di pertinenza francese.”
Roberta Barbi – La Farnesina ha salutato positivamente l’intervento e ha fatto sapere in merito all’uso della base di Sigonella che valuterà se questa sarà richiesta. Come si configura il ruolo dell’Italia?
Paolo Sensini – “Non valuterà. È implicito con gli americani che nel momento in cui verrà richiesta Sigonella, immediatamente verrà data la possibilità di utilizzarla. Si discuteva verso la fine dell’anno che l’Italia sarebbe potuta intervenire e l’operazione sarebbe stata auspicabilmente a guida italiana. In realtà, l’Italia, come già era avvenuto nel 2011, guarda dalla finestra, non interviene e accetta passivamente tutto quello che le accade.”
Roberta Barbi – Per l’Italia un intervento in Libia è particolarmente “risolutivo”, perché da lì parte il 90% dei migranti che arrivano sulle nostre coste…
Paolo Sensini – “Certo che sarebbe risolutivo, ma non c’è alcuna capacità, alcuna intraprendenza e iniziativa da parte dell’Italia. Non c’è nessuna volontà di intervenire concretamente e si aspetta che gli eventi procedano in un modo o nell’altro.”

Gheddafi, il Libro Verde e l’attualità del suo pensiero

 In questo mese di giugno, Mu’Ammar Gheddafi avrebbe compiuto 76 anni; precisamente il 7 giugno, se gli anglo-franco-statunitensi non avessero pianificato il suo massacro nell’ottobre del 2011. Dopo la sua morte, la Libia si è trasformata in un Paese atomizzato in brigate armate che si contendono il potere attraverso tre sistemi di governo, di cui uno solo riconosciuto dalla comunità internazionale, ovvero il governo di Tobruk, di tipo nazionalista nasseriano. Gli altri due sono il governo di Tripoli, diretto dai partiti islamici moderati, e lo Stato Islamico dell’ISIS a Sirte. Lo scenario che viene presentato in Libia è quello di una balcanizzazione del Paese dove ormai nel cielo non splende più il verde di una volta.
Il verde è il colore e il titolo del libro pubblicato da Gheddafi nel 1975: il Libro Verde in cui è racchiuso il suo pensiero politico. Sintetizziamo in questa sede i tratti salienti dell’opera del Raìs; il Libro Verde critica i sistemi di governo democratici composti da partiti e parlamenti. Il voto non rappresenta la volontà popolare, ma quella del partito che raccoglie più voti. Esso non rappresenta il popolo, ma solo una parte formata dai rappresentanti in parlamento che tutelano gli interessi economici del partito. Per il Raìs, il partito è come un clan, che persegue il suo “familismo amorale”. Per Gheddafi, la vittoria di un candidato che ha ottenuto il 51% dei voti, è una falsa democrazia, perché il restante 49% degli elettori sarà governato da un governo che non ha scelto. La vera democrazia è l’Agorà greca, fondata attraverso la partecipazione diretta del popolo.
Gheddafi, nella sua critica al sistema democratico, fondò la Jamahiriyya, un governo fondato dalle masse popolari attraverso Congressi e Comitati Popolari. Un tipo di governo conforme alla società libica basata sulle tribù. Il Libro Verde spiega la funzione dei Congressi e dei Comitati Popolari; il popolo si divide in Congressi Popolari eterogenei per classe sociale, quindi rappresentanti di tutta la società, e non di una parte di esso. I Congressi Popolari formano i Comitati Popolari che si occupano dell’amministrazione governativa, e dirigono i vari settori istituzionali della società. Essi sono responsabili del loro operato dinanzi ai Congressi Popolari che controllano le azioni dei comitati. Una volta all’anno si riunisce il Congresso Generale del Popolo, dove si riuniscono i direttivi dei Congressi Popolari e dei Comitati Popolari. Con la Jamahiriyya, il popolo esercita democraticamente il suo reale diritto di governo, invece dei politicanti di professione in parlamento.
Per quanto riguarda il sistema economico, il Libro Verde delinea i principi della Terza Teoria Universale, alternativa sia al capitalismo che al socialismo reale. Per il Gheddafi ogni lavoratore deve essere considerato non un salariato, ma un produttore del suo lavoro. Quindi ognuno deve lavorare per sé oppure in aziende autogestite dai lavoratori medesimi, ove ciascuno è produttore e socio alla pari. Le istituzioni hanno come scopo il soddisfare i bisogni della società. Inoltre il popolo non deve possedere più di quanto gli sia necessario per vivere, per eliminare ogni forma di ingiustizia sociale dovuta dall’accumulazione della ricchezza. Il Libro Verde specifica chiaramente che si può essere proprietari di una sola abitazione e di un mezzo di trasporto.
Il Libro Verde è senza dubbio un’opera panafricana. Propone infatti l’indipendenza del continente africano dall’imperialismo occidentale. Gheddafi si fece promotore di una possibile Unione Africana, un movimento panafricano avente come obiettivo una maggiore autonomia del continente nel contesto della geopolitica globale. Un progetto scomodo per chi considera l’Africa un territorio da controllare e sfruttare.
Il Libro Verde è un opera da annoverare tra quei testi politici utili per la costruzione dell’Eurasia comunitarista, insieme alla “Quarta Teoria Politica” di Dugin, il “Terzo Reich” di Moeller Van der Bruck, e “L’Europa: un impero di 400 milioni di uomini” di Jean Thiriart. Mu’Ammar Gheddafi è stato un leader che ha posto la sovranità nazionale della Libia al dì sopra della sua stessa vita, lottando con dignità fino agli ultimi istanti di lucidità; ferito al volto, braccato dalle orde selvagge, dagli sbandieratori delle “primavere arabe”, che hanno smembrato il verde della Jamahiriyya in un puzzle di sangue che rimarrà indelebile nella coscienza del popolo libico.

UNA COSA CHE NON VI HANNO DETTO SULLA LIBIA: 2016, il regime getta merda contro il popolo libico per giustificare la prossima guerra

Ultimamente ( era il 2016)  è ritornato di moda parlare male della “Libia di Gheddafi”, proprio quando fervono i preparativi per una nuova guerra, i passi vengono compiuti uno alla volta: il RATTO Serraji ha costituito la fantomatica “guardia presidenziale” , ha chiesto aiuto ai suoi padroni per combattere l’ ” immigrazione e l’ ISIS” . Tutto è pronto per una nuova guerra, ma bisogna preparare l’ opinione pubblica, ed ecco le scuse belle e pronte:

L’ultimo segreto di Aldo Moro: «La Libia dietro Ustica e Bologna»

Tutto nasce da una direttiva di Matteo Renzi, che ha fatto togliere il segreto a decine di migliaia di documenti sulle stragi italiane. Nel mucchio, i consulenti della commissione d’inchiesta sul caso Moro hanno trovato una pepita d’oro: un cablo del Sismi, da Beirut, che risale al febbraio 1978, ossia un mese prima della strage di via Fani, in cui si mettono per iscritto le modalità del “lodo Moro”. Il “lodo Moro” è quell’accordo informale tra italiani e palestinesi che risale al 1973 per cui noi sostenemmo in molti modi la loro lotta e in cambio l’Olp ma anche l’Fplp, i guerriglieri marxisti di George Habbash, avrebbero tenuto l’Italia al riparo da atti di terrorismo.
Ebbene, partendo da quel cablo cifrato, alcuni parlamentari della commissione Moro hanno continuato a scavare. Loro e soltanto loro, che hanno i poteri dell’autorità giudiziaria, hanno potuto visionare l’intero carteggio di Beirut relativamente agli anni ’79 e ’80, ancora coperto dal timbro «segreto» o «segretissimo». E ora sono convinti di avere trovato qualcosa di esplosivo. Ma non lo possono raccontare perché c’è un assoluto divieto di divulgazione.
Chi ha potuto leggere quei documenti, spera ardentemente che Renzi faccia un passo più in là e liberalizzi il resto del carteggio. Hanno presentato una prima interpellanza. «È davvero incomprensibile e scandaloso – scrivono i senatori Carlo Giovanardi, Luigi Compagna e Aldo Di Biagio – che, mentre continuano in Italia polemiche e dibattiti, con accuse pesantissime agli alleati francesi e statunitensi di essere responsabili dell’abbattimento del DC9 Itavia a Ustica nel giugno del 1980, l’opinione pubblica non sia messa a conoscenza di quanto chiaramente emerge dai documenti secretati in ordine a quella tragedia e più in generale degli attentati che insanguinarono l’Italia nel 1980, ivi compresa la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980».
Va raccontato innanzitutto l’antefatto: nelle settimane scorse, dopo un certo tira-e-molla con Palazzo Chigi, i commissari parlamentari sono stati ammessi tra mille cautele in una sede dei servizi segreti nel centro di Roma. Dagli archivi della sede centrale, a Forte Braschi, erano stati prelevati alcuni faldoni con il marchio «segretissimo» e portati, con adeguata scorta, in un ufficio attrezzato per l’occasione. Lì, finalmente, attorniati da 007, con divieto di fotocopiare, senza cellulari al seguito, ma solo una penna e qualche foglio di carta, hanno potuto prendere visione del carteggio tra Roma e Beirut che riporta al famoso colonnello Stefano Giovannone, il migliore uomo della nostra intelligence mai schierato in Medio Oriente.
Il punto è che i commissari parlamentari hanno trovato molto di più di quello che cercavano. Volevano verificare se nel dossier ci fossero state notizie di fonte palestinese per il caso Moro, cioè documenti sul 1978. Sono incappati invece in documenti che sorreggono – non comprovano, ovvio – la cosiddetta pista araba per le stragi di Ustica e di Bologna. O meglio, a giudicare da quel che ormai è noto (si veda il recente libro «La strage dimenticata. Fiumicino 17 dicembre 1973» di Gabriele Paradisi e Rosario Priore) si dovrebbe parlare di una pista libico-araba, ché per molti anni c’è stato Gheddafi dietro alcune sigle del terrore. C’era la Libia dietro Abu Nidal, per dire, come dietro Carlos, o i terroristi dell’Armata rossa giapponese.
Giovanardi e altri cinque senatori hanno presentato ieri una nuova interpellanza. Ricordando le fasi buie di quel periodo, in un crescendo che va dall’arresto di Daniele Pifano a Ortona con due lanciamissili dei palestinesi dell’Fplp, agli omicidi di dissidenti libici ad opera di sicari di Gheddafi, alla firma dell’accordo italo-maltese che subentrava a un precedente accordo tra Libia e Malta sia per l’assistenza militare che per lo sfruttamento di giacimenti di petrolio, concludono: «I membri della Commissione di inchiesta sulla morte dell’on. Aldo Moro hanno potuto consultare il carteggio di quel periodo tra la nostra ambasciata a Beirut e i servizi segreti a Roma, materiale non più coperto dal segreto di Stato ma che, essendo stato classificato come segreto e segretissimo, non può essere divulgato; il terribile e drammatico conflitto fra l’Italia e alcune organizzazioni palestinesi controllate dai libici registra il suo apice la mattina del 27 giugno 1980».
Dice ora il senatore Giovanardi, che è fuoriuscito dal gruppo di Alfano e ha seguito Gaetano Quagliariello all’opposizione, ed è da sempre sostenitore della tesi di una bomba dietro la strage di Ustica: «Io capisco che ci debbano essere degli omissis sui rapporti con Paesi stranieri, ma spero che il governo renda immediatamente pubblici quei documenti».
Articolo su: http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2016/05/05/AS5HcFcC-bologna_segreto_dietro.shtml

Ancora non basta, seconda bufala:

Libia: Le tribù libiche Gaddafah, Warfalah e Ould Suleiman giurano fedeltà a Isis

La tribù del defunto rais Muammar Gheddafi ha giurato fedeltà all’Isis: lo riferisce il Site.
“Le tribù libiche Gaddafah, Warfalah, e Ould Suleiman in Libia hanno pubblicato un resoconto accompagnato da foto annunciando la propria affiliazione alla provincia di Tripoli dello Stato Islamico”, scrive il sito di monitoraggio dell’estremismo islamico sul web.
Fonte: http://www.guerrenelmondo.it/index.php/2016/05/09/libia-le-tribu-libiche-gaddafah-warfalah-e-ould-suleiman-giurano-fedelta-a-isis/

Vorrei solo ricordare che l’ ISIS è stato creato, finanziato ed inviato in Libia dall’ occidente a partire dal 2011, Le tribù libiche sono sempre state contro l’ ISIS, lo hanno sempre combattuto. Vorrei dire a questi idioti che inventano tali calunnie che la tribù Warfalla è la tribù più grande in Libia, conta un milione di persone, su 6 milioni di abitanti. Questa tribù ha pagato a caro prezzo la fedeltà al Leader Muammar Gheddafi, basti ricordare l’ assedio di Bani Walid nel 2012, ad un anno esatto dalla conclusione della RATvoluzione. Non parliamo delle migliaia di famiglie costrette a fuggire da Sirte, sotto l’ ISIS e che hanno trovato rifugio proprio ( guarda caso) a Bani Walid e Tarhuna. Per quanto riguarda la tribù Gaddafa … beh parlare male di Gheddafi è sempre di moda.

Terza bufala:

Libia, al Serraj “contatti in corso con esponenti regime Gheddafi”
Il premier libico, Fayez al Serraj, ha confermato che sono in corso trattative conesponenti del passato regime di Muammar Gheddafi residentiall’estero per arrivare ad una riconciliazione nazionalepiena. Intervistato dal giornale arabo “al Sharq al Awsat”,al Serraj ha affermato che ‘”ci sono contatti in corso conil Consiglio per la riconciliazione nazionale, che comprendeanche il vecchio regime.

Tutti gli sforzi che stiamoconducendo per la riconciliazione passano attraverso questoorgano. Siamo in contatto con quelli che sono all’esterocompreso in Egitto”. I contatti avvengono tramite leassociazioni della societa’ civile e I capi tribu’ perche'”l’obiettivo e’ quello di riconciliarci con tutti senzaesclusione”. (AGI)

Fonte: http://www.agi.it/estero/2016/05/14/news/libia_al_serraj_contatti_in_corso_con_esponenti_regime_gheddafi-775039/

Cosa dire? Serraji ovviamente ci prova, ha bisogno di consenso, ammesso che la notizia sia vera, non avrà l’ appoggio dei cosidetti ” esponenti del vecchio regime” semplicemente perchè lui è abusivo in Libia, lui e tutti quelli inviati in Libia prima di lui a partire dal 2011 sono abusivi, occupanti, invasori. Proprio per questo hanno bisogno di una nuova guerra, hanno bisogno che i loro padroni intervengano, ed ogni scusa è buona.

Libia, il vero scopo di Haftar non è sconfiggere l’Isis

Il generale con le sue truppe assedia Sirte. Non per debellare lo Stato Islamico. Ma per ottenere da Serraj la guida dell’esercito. Sullo sfondo, il ruolo di al Sisi.

11 Maggio 2016

Il generale Khalifa Haftar non sta affatto assediando Sirte per sconfiggere l’Isis, come proclama, ma con tutt’altro fine: contrattare con Fayez al Serraj il proprio ruolo preminente nella formazione del nuovo esercito libico.
Ennesimo episodio della totale irresponsabilità dei leader libici nei confronti del Paese e della lotta al terrorismo, l’assedio alla città controllata dall’Isis, condotto dalle forze di Haftar, ha un solo scopo: mettere al Serraj di fronte al fatto compiuto, evidenziare la totale inaffidabilità delle milizie di Misurata (spina dorsale della sua forza militare) sul campo in un confronto militare serio e chiudere una trattativa in cui gli venga riconosciuto o il comando del nuovo esercito libico agli ordini del governo di Tripoli o, in subordine, che esso venga affidato a un generale di fiducia.


LE INAFFIDABILI MILIZIE DI MISURATA. Quanto a provare l’inaffidabilità militare delle milizie di Misurata, Haftar ha avuto gioco facile: nel corso del primo scontro con le sue truppe del 3 maggio scorso a Zillah, si sono squagliate come il burro.
Stesso desolante scenario l’8 maggio: al cospetto di un avamposto dell’Isis, le milizie di Misurata si sono date a un vergognoso fuggi fuggi generale, concluso persino con l’uccisione per fuoco amico di alcuni combattenti.
Il segnale vero della trattativa in corso è venuto peraltro alcuni giorni fa, quando il presidente egiziano Fattah al Sisi ha incontrato al Cairo al Serraj e il suo vicepresidente del Consiglio Ahmed Meitig.
IL RUOLO DELL’EGITTO DI AL SISI. Nel corso del vertice infatti al Sisi, per la prima volta – a detta di Meitig – ha espresso «appoggio totale dell’Egitto al popolo libico e al governo presieduto da al Serraj», sconfessando così qualsiasi ipotesi di appoggio all’“esecutivo di Tobruk”, presieduto da al Thinni, che ha sinora dato piena copertura politica e, per così dire, istituzionale a tutte le azioni militari condotte da Haftar.
Una volta che l’Egitto ha sconfessato il governo di Tobruk, senza al Sisi, Haftar può fare ora pochi passi, perché è l’Egitto a fornirgli armi e finanziamenti e a indirizzarlo sulla scena libica, ma non ha da preoccuparsi.
«IL FUTURO DI HAFTAR LO DECIDE TRIPOLI». Questo riconoscimento egiziano alla piena legittimità dell’esecutivo libico significa una sola cosa: d’ora in poi Serraj dovrà contrattare con al Sisi le linee generali del proprio governo, incluse le nomine militari, pena la decadenza di questo fondamentale appoggio.
Lo stesso Paolo Gentiloni, nel suo viaggio a Tripoli di due giorni fa, ha dato segnale di questa trattativa affermando che «il ruolo di Haftar sarà deciso dal governo di Tripoli», tirando elegantemente fuori l’Italia (che sinora ha seguito Serraj passo passo) da questo scabroso contenzioso.
Si vedrà come si svilupperà questa trattativa basata, al solito, sulla strategia della ammuina. Ma una cosa è certa: sino a quando i libici adotteranno questi standard di comportamento, l’Isis non avrà problemi.

Libia, l’accordo (economico) con cui l’Occidente protegge se stesso

di | 3 gennaio 2016
Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Così le potenze occidentali che hanno prodotto nel 2011 la caduta di Gheddafi e la destabilizzazione della Libia, a dicembre si sono date da fare per promuovere un accordo tra le due fazioni principali in lotta in Libia. I motivi sono strettamente economici, la Libia è infatti un Paese chiave per l’approvvigionamento energetico dell’Occidente.
Incontro internazionale sulla Libia alla Farnesina
Dal 2014 in Libia ci sono de facto due governi, uno ubicato ad oriente e l’altro ad occidente del Paese, governi sostenuti da una rosa di Stati stranieri, milizie nazionali e tribù locali. E già anche qui ci troviamo di fronte ad una guerra per procura.

A Tobruk nella Libia orientale, vicino al confine con l’Egitto, è stata stabilita la sede del Parlamento libico riconosciuto a livello internazionale. Si tratta di quello eletto nel 2014. Il governo del primo ministro Abdullah al- Thinni ha sede nella città di Bayda ed è sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Egitto. In Libia conta su ciò che rimane dell’esercito libico, al momento guidato dal generale Khalifa Belqasim Haftar, che ha dichiarato guerra ad oltranza a tutte le fazioni islamiste.
Il governo di al-Thinni ha anche istituito una banca centrale parallela a quella di Tripoli e nominato il proprio capo della National Oil Company, l’azienda energetica di Stato. Ma la ricchezza del Paese, e cioè gran parte delle risorse energetiche, come pure le principali istituzioni finanziarie rimangono nelle mani delle autorità di Tripoli dove si trova il Khalifa al-Ghwell, il primo ministro nominato dal Congresso Nazionale Generale, e cioè il vecchio parlamento. Quest’ultimo nel 2014 ha esteso il proprio mandato non riconoscendo i risultati delle elezioni. I principali sostenitori internazionali di questo governo sono il Qatar e la Turchia mentre a livello nazionale al-Ghwell è sostenuto da diversi  gruppi islamici, che però negli ultimi mesi hanno perso coesione.
Alba Libica, ad esempio, una coalizione di milizie sotto il comando delle autorità di Tripoli, si è frazionata, alcune fazioni sostengono il processo di pace lanciato dalle Nazioni Unite alla fine del 2015 che ha portato agli accordi del 17 dicembre tra i due governi, ma altre non ne vogliono sentire parlare.
Mentre il governo di Tripoli controlla un territorio ben più grande di quello di Tobruk, Tripoli deve fare i conti con le milizie locali. Quelle presenti nella capitale non sono solo islamiche ma sono costituite anche da bande di criminali. Senza parlare poi delle migliaia di uomini armati che si trovano a Misurata, anche loro sono una forza militare e politica del dopo Gheddafi.
La situazione è ancora più complessa quando prendiamo in considerazione i jihadisti stranieri e quelli libici che rientrano dai campi di battaglia della Siria e dell’Iraq. Costoro si sono riversati a Sirte, la città libica costiera, che è diventata una sorta di colonia dell’Isis, e che si trova in una posizione strategica, non lontano da grossi impianti petroliferi.
Secondo le Nazioni Unite, l’Isis controlla circa 300 km di costa della Libia e conta i tra i 2.000 e 3.000 jihadisti, di cui circa 1.500 a Sirte. E’ probabile che queste statistiche siano però troppo elevate e che la presenza dell’Isis in Libia sia minore di quanto si creda. Tuttavia esiste e qualsiasi accordo di pace tra i due governi e le varie fazioni deve tenerla presente.
Tante dunque le difficoltà che si prospettano in un futuro prossimo venturo per Fayez al-Sarraj, l’imprenditore scelto per guidare il governo transitorio libico di unità nazionale. Tuttavia, la corsa alle risorse libiche da parte degli occidentali è già iniziata. Il primo ministro italiano, Matteo Renzi, ad esempio, ha subito annunciato che il suo Paese lo sostiene e che è pronto a ristabilire i rapporti speciali tra le due nazioni.
Il Regno Unito, anch’esso molto interessato ai pozzi libici, ha dichiarato di attendere di essere invitato dal nuovo governo ad inviare truppe nel paese. Gli americani hanno persino mandato un contingente che è stato subito rimandato a casa.
Memore del fiasco del 2011, quando la Nato corse in aiuto dei ribelli e da allora la Libia non è stata in grado di formare un governo, il ministro degli Esteri libico ha affermato che la Libia non ha bisogno di alcun intervento straniero per far fronte alle minacce alla sua sicurezza, compreso il terrorismo. Ha però bisogno di armi migliori, ha aggiunto, e di aiuti nella formazione e pianificazione. Insomma il solito ritornello, dateci le armi al resto pensiamo noi! Fino ad ora questa formula, come pure quella dell’intervento armato diretto, ha solo creato anarchia e terrorismo, non si capisce perché le cose dovrebbero cambiare proprio ora.

Adattamento dall’ originale: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/03/libia-laccordo-economico-con-cui-loccidente-protegge-se-stesso/2346256/

Libia, un pentito racconta: ecco come funziona l’Isis a Sirte

10/12/2015

Quanti sono, come si muovono e chi è il loro capo?

Libia, un pentito racconta: ecco come funziona l'Isis a Sirte

Roma, 10 dic. (askanews) – Come è organizzato lo Stato Islamico (Isis) a Sirte, ultima roccaforte jihadista in Libia; chi è il capo dei militanti, quanti sono e da dove vengono, cosa guadagnano dai traffici di migranti che partono per l’Europa e soprattutto quali sono gli obbiettivi dei jihadisti in questa città strategica della Libia. C’è tutto questo nel racconto fatto al portale libico “Al Wasat”, uno degli uomini del Califfato nero catturato nei giorni scorsi.
L’uomo è un egiziano che si chiama “Abu Obeidah al Masry”, ed afferma di essere partito per Sirte sette mesi fa proprio per unirsi all’Isis che aveva preso il controllo della città agli inizi dello scorso giugno.
Ecco alcune delle sue rivelazioni riportate dal portale libico:
GLI STRANERI DELL’ISIS SONO IL 70% Il jihadista, ora pentito, afferma che a Sirte “i foreign fighters in città rappresentano il 70% dei combattenti” dell’Isis, di questi “300 egiziani, 400 tunisini e altrettanti sudanesi”. Abu Obeidah aggiunge che l’emiro (“il comandante”) dell’organizzazione “è un saudita che si fa chiamare Abu Amer al Jazrawi”, ma spiega di non averlo mai visto in faccia “perché appare sempre con il volto coperto”, così come fanno tutti gli altri membri del gruppo terroristico.
PERCHE’ APPAIANO SEMPRE CON IL VOLTO COPERTO? E sull’abitudine dei jiahdisti di scoprire la faccia, l’ex membro dell’organizzazione ha un’idea precisa: “Si coprono la faccia per non rivelare le loro identità, certo, oppure per impaurire la gente, ma anche per apparire in manggior numero rispetto a quanti sono realmente”, assicura spiegando che “quando un paio di centinaia di combattenti appaiano in parate in cinque luoghi diversi consecutivamente, questo non significa che l’organizzazione conti 1.000 persone”.
RECLUTAMENTO DI MIGRANTI CLANDESTINI Obeidah rivela anche come l’Isis trae vantaggio della massiccia presenza nel Paese Nordafricano in Libia di migranti clandestini: più che infiltrare tra loro dei jihadisti, l”l’organizzazione reculta gli aspiranti migranti nelle sue file”.
FINANZE E STIPENDI DEL CALIFFATO Poi il pentito parla delle finanze dell’Isis, che oltre a Sirte controlla “altre 8 città e località vicine”: “La paga mensile è di 200 dinari (l’equivalente di poco meno di 150 dollari) al combattente scapolo, e il doppio per quelli sposati”, afferma, spiegando che “i fondi vengono reperiti da quello che chiamano ‘Ganaim’ (‘bottino’) di guerra”.
OBBIETTIVO: PUNTARE SU CAMPI PETROLIFERI Obeidah ha le idee chiare sugli obbiettivi futuri dell’organizzazione, soprattutto per autofinanziarsi: “Dopo aver assaggiato il sapore dei soldi ricavati dal petrolio in Siria e in Iraq”, la filiale libica dell’Isis punta ora a “prendere il controllo dei campi e dei terminal petroliferi” del Paese.

Preso da: http://www.prealpina.it/pages/libia-un-pentito-racconta-ecco-come-funziona-lisis-a-sirte-104197.html