La Politica dell’Assassinio che Viene Condotta nel Nostro Nome

6 luglio 2016

Jemery Scahill, Simon e Schuster- Estratto dal libro “The Assassination Complex” di Jeremy Scahill
Come fa il Governo degli Stati Uniti a dare a se’ stesso il diritto di condannare gente a morte senza un dovuto processo, nel nome della sicurezza nazionale? Nel “The Assassination Complex”, Jeremy Scahilll e lo staff di The Intercept aprono una finestra su come  le catture e gli assassinii sanguinosi mirati dei militari USA vengono preparatiS dalla stanza dei bottoni, in Afganistan, Yemen e Somalia. Ordina questo libro rivelatore donando a Truthout oggi!
L’estratto che segue e’ da The Assassination Complex: Inside the Government’s Secret Drone Warfare Program:
Per Barak Obama, fin dal primo giorno come comandante in capo, il drone e’ stata l’arma di prima scelta, usata dai militari e dalla CIA per catturare e uccidere gente che la sua amministrazione ha dichiarato- attraverso un processo segreto, senza accusa o processo- come gente che  merita di essere uccisa. C’e’ stato un focus intenso sulla tecnologia delle uccisioni remote, ma quello appunto serve spesso come un surrogato per cio’ che dovrebbe essere un esame complessivo sul potere dello stato per quanto riguarda la vita e la morte.
I droni sono i mezzi, non la politica. La politica e’ l’assassinio. Mentre tutti i presidenti (degli USA, Ndt) dai tempi di Gerald Ford, hanno mantenuto un ordine esecutivo che vieta gli assassinii da parte del personale USA, il Congresso ha evitato di fare leggi sulla questione o persino di definire la parola “assassinio”. Questo ha dato la possibilita’ ai proponenti delle guerre con i droni di ridefinire gli assassinii con caratterizzazioni piu’ accettabili, come il “term du jour”, “uccisioni mirate”.

Quando l’amministrazione di Obama ha discusso i droni pubblicamente, ha assicurato che queste operazioni costituiscono un’alternativa piu’ precisa rispetto alle truppe inviate sul luogo e che vengono autorizzati solo quando ci sia una minaccia “imminente” e quando esista una “quasi certezza” che il target voluto venga eliminato. Questi termini tuttavia sembrano essere stati ridefiniti in maniera marcata cosi’ da portare quasi nessuna rassomiglianza ai significati comunemente accettati.
Il primo attacco con droni, condotto al di fuori di una zona di guerra dichiarata, fu condotto nel 2002, ma la Casa Bianca aspetto’ fino al Maggio 2013 per rilasciare una serie di standards e procedure per condurre questi attacchi. Queste direttive contengono pochissima specificita’, asserendo che gli Stati Uniti potrebbero portare a termine attacchi letali al di fuori di un’”area di ostilita’ attiva” solo se il target rappresenta una “minaccia continua e imminente a cittadini USA”, senza descrivere alcun senso del processo interno usato per determinare se un sospetto potrebbe essere ucciso senza essere accusato o guidicato. Il messaggio implicito per quanto riguarda gli attacchi con droni da parte dell’amministrazione Obama e’ stata “Fidati” ma non verificare.
Il 15 Ottobre 2015, The Intercept ha pubblicato una quantita’ di documenti segreti che aprono una finestra sul funzionamento intimo delle operazioni di cattura e uccisione dei militari USA durante un periodo chiave nell’evoluzione delle guerre con droni: tra il 2011 e il 2013. I documenti, che descrivono anche i punti di vista interni delle forze di operazioni speciali per quanto riguarda le mancanze e i difetti del programma dei droni, furono resi pubblici da una fonte che e’ dentro la comunita’ dello spionaggio e che lavoro’ sui tipi di operazioni e programmi descritti nelle diapositive. Noi abbiamo dovuto garantire l’anonimita’ perche’ il materiale e’ considerato segreto e anche perche’ il governo USA si e’ impegnato nel perseguimento aggressivo di coloro che rivelano segreti o suonano l’allarme. In tutto il libro, noi ci riferiremo a questa persona semplicemente come “la fonte”.
La fonte ci ha detto che lui decise di rendere pubblici questi documenti perche’ egli crede che il pubblico ha il diritto di capire il processo attraverso il quale alcune persone vengono messe nelle liste da uccidere e alla fine assassinate con ordini che arrivano dagli ufficiali piu’ in alto nel governo USA: “Questa esplosione oltraggiosa di fare liste di persone da guardare, di gente che dev’essere monitorata e il raccogliere i loro nomi e metterli nelle liste, assegnando loro un numero, assegnando loro una “figurina da calcio”, condannandoli a morte senza preavviso, in un campo di battaglia mondiale, era, fin dal primo momento, sbagliato.
“Noi stiamo facendo si’ che tutto questo avvenga. E con “noi” io intendo ogni cittadino Americano che ha accesso a questa informazione adesso, ma continua a far niente per esso”.
Il Pentagono, la Casa Bianca, e il Comando per le Operazioni Speciali, hanno declinato di commentare sui documenti. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha detto :” Noi non commentiamo sui dettagli di rapporti segreti”.
La CIA e il Comando militare USA delle Operazioni Speciali Congiunte (JSOC)
(JSOC) opera dei programmi di assassinio paralleli, con droni, e i documenti segreti dovrebbero essere analizzati nel contesto in un’intensa guerra interna su quale entita’ dovrebbe avere la supremazia in queste operazioni. Due gruppi di diapositive sono centrate sulle campagne militari ad alto valore in Somalia e Yemen come vennero attuate tra il 2011 e il 2013, specificamente le operazioni di una unita’ segreta, la Task Force 48-4. Documenti aggiuntivi di operazioni di alto valore di cattura e uccidi in Afghanistan supportano descrizioni precedenti di come l’amministrazione di Obama maschera il vero numero di civili uccisi negli attacchi con droni categorizzando le persone che non sono identificabili, uccise in un attacco, come nemici, anche se questi non erano i target voluti. Le diapositive dipingono anche un quadro di una campagna in Afghanistan diretta a eliminare non solo Al Qaeda e i Talebani operativi ma anche membri di altri gruppi armati locali.
Jeremy Scahill e’ uno dei tre editori fondatori di The Intercept. E’ un giornalista investigativo, corrispondente di guerra e autore dei libri bestselling internazionali Dirty Wars: The Worls is a Battlefield e Blackwater: The Rise of the World’s Most Powerful Mercenary Army. Scahill e’ stato il corrispondente per la sicurezza nazionale per The Nation e Democracy Now! e ha ricevuto due prestigiosi premi George Polk. Scahill e’ produttore e scrittore del film, vincitori di diversi premi, Dirty Wars.
Da Z Net- Lo Spirito Della Resistenza e’ Vivo
http://www.znetitaly.org
URL: truth-out.org/opinion/item/36280-a-policy-of-assassination-is-being-conducted-in-our-name
Traduzione di Francesco D’Alessandro
©2016 ZNet Italy-Licenza Creative Commons CC By NC-SA 3.0

Preso da: http://znetitaly.altervista.org/art/20375

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I campi concentramento per i civili nell’Africa italiana

Campi di concentramento (16 in Libia 1 in Eritrea 1 in Somalia)

Campi di rieducazione (4)

Campi di punizione (3)

Nei campi vennero inviati sia le tribù allontanate dal Gebel el- Achdar sia gli indigeni appartenenti a tribù seminomadi vaganti attorno alle oasi o all’interno.

I principali campi di concentramento furono Soluch (a sud di Bengasi); Sidi el Magrum (a ovest di Bengasi) ;Agedabia (a 200 km a ovest di Bengasi) nelle vicinanze della primitiva sede della Senussia per dare un segnale alla resistenza senussita della forza dei coloniali italiani;.Marsa el Brega; el Abiar; el Agheila.

Nei campi di rieducazione inviati giovani appartenenti a tribù più evolute per trasformarli in impiegati utili all’amministrazione coloniale.

Nei campi di punizione tutti coloro che avevano commesso reati o ostacolato l’occupazione italiana.


Testimonianza di un sopravvissuto Reth Belgassen recluso ad Agheila (cfr Ottolenghi op. cit.): “Dovevamo sopravvivere con un pugno di riso o di farina e spesso si era troppo stanchi per lavorare… ricordo la miseria e le botte… Le nostre donne tenevano un recipiente nella tenda per fare i bisogni… avevano paura di uscire rischiavano di essere prese dgli etiopi o dagli italiani…le esecuzioni avvenivano… al centro del campo egli italiani portavano tutta la gente a guardare. ci costringevano a guardare mentre morivano i nostri fratelli. Ogni giorno uscivano 50 cadaveri.”

Testimonianza della propaganda fascista “L’Oltremare”: “… Nel campo di Soluch c’è ordine e una disciplina perfetta e regna ordine e pulizia“.
Dopo il crollo della dittatura Canevari, che era stato comandante in Cirenaica, scrive: “Noi non abbiamo mai creato campi di concentramento in Cirenaica ma solo delle riserve in campi splendidamente sistemati e forniti di tutto il necessario dalle tende ai servizi idrici … In tal modo il governo italiano li sottraeva dal dilemma o rifornire i ribelli o cadere sotto le loro vendette. Dopo la permanenza nei campi, le popolazioni della Cirenaica tornarono alle loro terre rinnovate dalla scienza e dalla scuola

La mancanza di volontà nell’ammettere l’esistenza di campi di concentramento in Libia, fa scrivere nel 1965, nel resoconto di G. Bucco e A. Natoli sulla “Organizzazione sanitaria in Africa” dal Ministero degli Affari Esteri, che “La maggior parte degli Auaghir viveva, prima di raccogliersi nella zona di Soluch, nelle zone… del Gebel“, quando invece queste tribù vi erano state deportate.

Motivi di chiusura dei campi

1) riduzione delle rivolte specialmente dopo l’esecuzione di Omar.el-Muktar.

2) coloni italiani già insediati nelle zone assegnate loro del Gebel cirenaico.

3) le popolazioni nomadi e seminomadi non avevano assimilato il tipo di vita sedentario imposto nei campi.

4) pericolo di epidemie per l’alto numero di individui inviati nei campi.

5) costi eccessivi sia dal punto di vista economico che militare.

CAMPI DI CONCENTRAMENTO LIBIA 1930/1933 PROVENIENZA E/OCARATTERISTICHE DEI RECLUSI LAVORI DEI RECLUSI NUMERO RECLUSI ALL’APERTURA NUMERO RECLUSI ALLA CHIUSURA
SOLUCH GEBEL EL-ACHDAR E ZONA ATTORNO BENGASI (TRIBÙ SEMINOMADI) LAVORI STRADALI E EDILIZIA COLTIVAZIONE TERRA ALLEVAMENTO 20000 14500
EL-MAGRUM GEBEL EL-ACHDAR LAVORI STRADALI E EDILIZIA COLTIVAZIONE TERRA ALLEVAMENTO 13000 8500
AGEDABIA NOMADI MOGARBA LAVORI EDILIZI FERROVIARI COLTIVAZIONE ALLEVAMENTO 9000 75OO
MARSA EL BREGA MARABTIN PROVENIENTI DA OLTRE 500 KM MARCIA DI 2 MESI ALTRI VIA MARE NE PARTIRONO13200 NE ARRIVARONO10000 LAVORI STRADALI ALLEVAMENTO 20072
EL-ABIAR TRIBÙ NOMADI ENTROTERRA DI BENGASI COSTRUZIONE DI STRADE PASTORIZIA 8000
APOLLONIA 628
BARCE 438
AIN GAZALA 426
DRIANA 275
EL NUFILIA 225
DERNA 145
COEFIA-GUARSCIA 145
SIDI CHALIFA 130
SUANI EL TERRIA 100
CAMPI DI PUNIZIONE DETENUTI COMPLESSIVI TIPOLOGIA DETENUTI
NOCRA 1895 1930 ERITREA 3000 UOMINI SINO AL1910 DELINQUENTI COMUNI POI DETENUTI POLITICI
EL AGHEILA 1930 LIBIA 30000 UOMINI 4500 DONNE TRIBÙ RIBELLI, NOTABILI SENUSSITI, DEPORTATI

FUGGIASCHI DAI CC

DANANE 1935 SOMALIA 6500UOMINI 500 DONNE VOLUTO DA GRAZIANI PER ACCOGLIERE I COMBATTENTI DELLE ARMATE DI RAS DESTA'(FRONTE SUD) MA POPOLATO DAL 1936 DI NOTABILI DI MEDIO E BASSO RANGO, DI EX UFFICIALI DI MONACI COPTI DI PARTIGIANI ETC. 3175 MUOIONO PER SCARSA ALIMENTAZIONE, MALARIA ENTEROCOLITE,MANCANZA DI IGIENE
CAMPI DI RIEDUCAZIONE ANNESSI AI CC NUMERO DI INTERNATI SCOPO DEL CAMPO
SOLUCH 500 MASCHI 60 FEMMINE INSEGNAMENTO PROFESSIONALE /ECONOMIA DOMESTICA
SIDI EL MAGRUM 200 MASCHI 30 FEMMINE ARTIGIANATO/ECONOMIA DOMESTICA
AGEDABIA 120 MASCHI 10 FEMMINE SCUOLA DI AGRICOLTURA E ORTICULTURA
MARSA EL BREGA 600 RAGAZZI SCUOLA MILITARE COMANDO TRUPPE INDIGENE

La guerra di conquista dell’Etiopia: i crimini sulle popolazioni e l’uso dei gas.

Per Africa Orientale italiana si intende quel territorio comprendente Eritrea e Somalia costituito nel gennaio del 1935 dal fascismo in previsione della guerra con l’Etiopia che, dopo la conquista italiana. costituirà parte integrante del territorio.

L’Eritrea fu la prima colonia italiana costituita dopo l’acquisto da parte del governo italiano (1882) della baia di Assab, sul mar Rosso,dalla Società Rubattino che, a sua volta, l’aveva acquistata dieci anni prima da sultani locali.

La colonizzazione italiana proseguirà nel 1885 con l’occupazione di Massaua che porrà sempre più in primo piano i rapporti con l’Impero abissinio.

Nel 1886 l’eccidio di Dogali, compiuto dagli Abissini per contrastare l’espansionismo italiano, ne sarà un esempio.

L’espansionismo italiano continuerà sino ai limiti dell’altopiano etiopico e troverà un atto significativo nel Trattato di Uccialli che, per il governo italiano ma non per quello etiope, stabiliva una sorta di protettorato dell’Italia sull’Etiopia.

Dopo l’occupazione del Tigrè, avvenuta nel1893, il colonialismo italiano subisce una battuta d’arresto con le sconfitta di Amba Alagi, Macallè e Adua.L’Eritrea costituirà la base delle operazioni del fronte nord, guidate da Graziani, nella campagna di Etiopia.

Negli stessi anni L’Italia allargava la sua influenza verso il Benadir, Merca, Mogadiscio (Somalia italiana) previ accordi con il Sultanato di Zanzibar.La Somalia diventerà la base delle operazioni del fronte sud guidate da Graziani, nella campagna di Etiopia.

Nella parte settentrionale gli accordi con l’Impero abissinio stabilivano che tutto “l’Ogaden restasse all’Abissinia”.Fu proprio nell’Ogaden a Ual/Ual, ai confini con la Somalia italiana, che si verificarono quegli incidenti che fornirono il pretesto per l’aggressione all’Etiopia. Mussolini, che aveva già deciso l’intervento, tenta di prendere tempo sul piano internazionale e, nello stesso tempo, di organizzare tempi e modi di attuazione dell’aggressione.

La campagna militare per la conquista dell’ETIOPIA

Ottobre 1935. De Bono ordina ai 3 corpi d’armata di passare il confine del Mareb (confine eritreo) avendo come primo obiettivo Adua e Adigrat.
L’armamento è considerevole in quanto i centomila uomini che stanno per muoversi dispongono di 2300 mitragliatrici, 230 cannoni, 156 carri d’assalto. Dall’Eritra sono anche pronti a decollare 126 aerei.

I militari italiani avanzano senza incontrare resistenza. L’aviazione, intanto, bombarda Adua e Adigrat facendo numerose vittime tra i civili.
L’episodio è registrato nel diario di De Bono, che così scrive: “Il Negus ha già protestato per il bombardamento aereo dicendo che si sono ammazzati donne e bambini. Non vorranno che si buttino giù dei confetti“.

Il 6 Ottobre l’armata italiana entra ad Adua incontrando poca resistenza in quanto Hailè Selassiè ha scelto la tattica del ripiegamento per portare i nemici al centro del paese, lontano dai loro centri di rifornimento.
Il ras Sejum, cognato del ras Cassa, a cui il negus aveva affidato il comando delle armate del nord, ripiega nel Tembien, camminando di notte per sfuggire all’osservazione aerea.

De Bono, intanto, provvede al rafforzamento delle posizioni occupate costruendo strade, impianti di linee telefoniche, allestendo campi…
Ma il comportamento delle truppe di occupazione si fa subito preoccupante, se De Bono il 15 Ottobre, alla vigilia dell’occupazione di Axum, scriverà al generale Maravigna “Allo scopo di evitare che si ripetano ad Axum depredazioni e danneggiamenti come si è verificato ad Adua, prego disporre che l’ingresso della città sia di massima interdetto ai militari sia metropolitani che indigeni, disponendo un servizio di vigilanza e perlustrazione all’interno della città stessa.(ASMAI AOI 181/24)

11 Ottobre. Defezione del degiac (comandante di reggimento) Gugsa, genero dell’imperatore, che produce effetti morali e militari sulle truppe etiopi.

18 Ottobre. Incontro di De Bono con Lessona, ministro delle colonie, e il maresciallo Badoglio inviati da Mussolini in Eritrea per relazionare sull’atteggiamento di De Bono, considerato troppo cauto nel procedere all’avanzata.
Mussolini, infatti, spinge per l’occupazione rapida di Macallè-Tacazzè che, secondo i suoi ordini, deve avvenire il 3 novembre.

FRONTE SUD

Ottobre 1935. Graziani ordina subito massicci bombardamenti. Occupate alcune città tra cui Dolo, Dagnerei, Oddo.

10 Ottobre. Primo bombardamento chimico a Gorrahei, campo trincerato, il più importante sulla strada di Dagahbùr.

2-4-5 novembre. 18 aerei Caproni lanciano 189 quintali di esplosivo, mentre i caccia a volo radente sparano 13.730 colpi.
Tutta la zona pare arata dalle bombe: non c’è tratto che non sia sconvolto, … l’azione aerea è stata formidabile e le sue tracce lasciano facilmente immaginare quale sia stato il tormento degli abissini che, pazzi di terrore, non hanno più resistito e sono fuggiti col loro capo morente.” (Luigi Frusci generale in “In Somalia sul fronte meridionale” Cappelli 1936).
Il capo di cui si parla è il grasmac (comandante di zona) Afeuork che, sebbene ferito, si rifiuta di lasciare il comando e morirà prima di arrivare all’ospedale di Dagabhur.

11 novembre. Hamanlei attacco etiope. Quattro carri armati Fiat-Ansaldo vengono distrutti. Perdite italiane.
Graziani è costretto ad aspettare 5 mesi prima di riprendere l’offensiva nell’Ogaden.

FRONTE NORD

De Bono, spinto da Mussolini, riprende l’operazione di conquista di Macallè.
Non trovando resistenza la città viene occupata l’8 novembre. Ma con questa occupazione la situazione peggiora perché dopo settimane di marcia le armate abissine provenienti dalle regioni centrali sono giunte a contatto con gli avamposti nemici.

18 novembre. Gli aerei italiani scoprono il concentramento di reparti nemici (formato dall’armata del ras Cassia, da quella del ras Sejum) e lo bombardano con 45 quintali di esplosivo.
Gli abissini reagiscono all’offesa aerea e sanno disperdersi in tempo per evitare gravi perdite.

11 novembre. Mussolini spinge De Bono a marciare su Amba Lagi, ma, di fronte alle perplessità di De Bono, acconsente ad una “ragionevole sosta a Macallè“.

14 novembre. Mussolini comunica a De Bono che ha nominato come suo successore Badoglio.

28 novembre. Arriva Badoglio.
Con Badoglio la guerra muta carattere diventando guerra di distruzione.
Verranno colpite le città, gli accampamenti, le strade, gli ospedali. Saranno impiegati per la prima volta i gas asfissianti e l’iprite
.

A dicembre inizia la controffensiva etiopica: le tre armate etiopiche si stanno avvicinando a quelle armate italiane.
A sud dell’Amba Aradan si trova l’armata del ras Mulughietà, quella del ras Cassa si avvia verso il Tembien, mentre quella del ras Immirù ha le sue avanguardie nel Tacazzè.

4 dicembre. Vengono lanciati 45 quintali di bombe sulle colonne di ras Immirù per rallentarne l’avanzata.

6 dicembre. 76 quintali di esplosivo distruggono la cittadina di Dessiè e le tende della Croce Rossa. Nonostante ciò gli abissini hanno imparato a camuffarsi e disperdersi e a metà dicembre sono a contatto con gli italiani su tutto il fronte.

14-15 dicembre. Le avanguardie di ras Immirù attraversano il fiume Tacazzè. Un altro contingente punta al passo di Dembeguinà dove passa l’unica via di comunicazione con le linee nemiche con lo scopo di tagliare la ritirata agli italiani.

La sconfitta di Dembeguinà apre a ras Immirù lo Scirè, mentre il ras Cassia invadendo il Tembiem, minaccia Macallè.

Di fronte a questa delicata situazione Badoglio decide di iniziare la guerra chimica, non solo per fermare l’avanzata delle truppe ma per terrorizzare le popolazioni.

Dal 22 dicembre al 18 gennaio vengono lanciati sul fronte nord duemila quintali di bombe, per una parte rilevante caricate a gas tra cui l’iprite (solfuro di etile biclorurato), che provoca la necrosi del protoplasma cellulare ed è sicuramente mortale.

Testimonianze
Hailè Selassiè dinanzi all’assemblea ginevrina il 30 giugno 1936: “fu all’epoca di accerchiamento di Macallè che il comando italiano, temendo una disfatta, applicò il procedimento che ho il dovere di denunciare al mondo. Dei diffusori furono istallati a bordo degli aerei in modo da vaporizzare, su vaste distese di territorio, una sottile pioggia micidiale. A gruppi di nove, di quindici, di diciotto, gli aerei si succedevano in modo che la nebbia emessa da ciascuno formasse una coltre continua. Fu così che, a partire dalla fine di gennaio 1936, i soldati, le donne, i bambini, il bestiame, i fiumi, i laghi, i pascoli, furono di continuo spruzzati con questa pioggia mortale. Per uccidere sistematicamente gli esseri viventi, per avvelenare con certezza le acque e i pascoli, il comando italiano fece passare e ripassare gli aerei. Questo fu il suo principale metodo di guerra.

Dottor Schuppler, responsabile dell’ambulanza n.3, in un rapporto al ministro degli Esteri etiopico: “Ho l’onore di portare a vostra conoscenza che il 14 gennaio 1936, per la prima volta, delle bombe a gas sono state impiegate dagli aviatori italiani. Queste bombe hanno ucciso 20 contadini e io ho curato 15 casi di persone colpite dal bombardamento a gas tra cui 2 bambini. Le ustioni sono state provocate dall’iprite, usata a sud del passo di Alagi“.

Dottor Melly, responsabile di una delle ambulanze inglesi: “Tra il 7 e il 22 marzo allorché questa ambulanza si trovava nella regione dell’Ascianghi, curammo dai due ai trecento casi di ustioni da iprite. La maggior parte dei gasati era rimasta momentaneamente accecata. Un gran numero di ustioni presentava un carattere particolarmente grave, terribile.”

M. Junod, delegato Croce Rossa Internazionale, testimonia sul bombardamento all’iprite sull’aereoporto di Quorum.

FRONTE SUD

Contemporaneamente all’avanzata del ras Immirù a nord, il ras Destà giunge a contatto con le difese italiane del campo di Dolo.
Graziani decide di utilizzare in modo massiccio l’aviazione, ottenendo da Mussolini libertà d’azione per l’uso dei gas asfissianti.
Su Neghelli, base di rifornimento per gli etiopi, rovescia 177 quintali di esplosivo e di gas.
Testimonianza di ras Destà all’imperatore: “Dal 17 dicembre gli italiani gettano anche bombe a gas, le quali piovono come la grandine… Le lesioni, anche leggere, prodotte da tale gas gonfiano sempre più sino a diventare, per infezioni delle grandi piaghe“.

30 dicembre. Graziani ordina un bombardamento nella zona di Gogorù per colpire lo stato maggiore del ras Destà. Vengono lanciati da tre Caproni 3.134 chilogrammi di esplosivo.
Molte bombe colpiscono le tende e gli automezzi di un ospedale da campo svedese con i contrassegni della Croce Rossa provocando morti e feriti.
La notizia fa il giro del mondo.

La controffensiva di Graziani inizia il 12 gennaio nella battaglia del Ganale Doria che vede il lancio di 1.700 chilogrammi di gas asfissianti e vescicanti sulle popolazioni abissine e l’inizio del disfacimento dell’armata etiope; prosegue con la conquista di Neghelli (20 gennaio) su cui vengono lanciati ben 1.250 quintali di esplosivo. Le armate del ras Destà, bombardate e irrorate di iprite, tentano di raggiungere il Kenya, ma verranno annientate nel cosiddetto “vallone della morte”.

FRONTE NORD

La battaglia dell’Endertà.

Badoglio decide di prevenire l’avversario e dal 19 gennaio inizia la battaglia del Tembien.

23 gennaio. Ras Cassia telegrafa all’imperatore per invitarlo a protestare presso la Società delle Nazioni per l’uso di iprite da parte italiana. La battaglia si conclude il 24 e con essa la controffensiva etiopica.
Hailè Selassiè che aveva il suo quartiere generale a Dessiè decide di cambiare strategia e di andare incontro ai nemici avanzando verso Quoram. Secondo il negus questa scelta fu dovuta anche all’uso degli aggressivi chimici da parte italiana.

10 febbraio. Badoglio inizia l’offensiva sull’Amba Aradan durante la quale vengono sparate molte granate caricate con arsine.
Sull’Amba Aradan vengono catturati due europei al servizio del negus, il medico polacco Belau e il suo assistente che verranno torturati perché ritrattino la dichiarazione inviata alla SdN, che denunciavano il bombardamento indiscriminato di Dessiè.

17-18-19 febbraio. Tutti gli aerei disponibili del fronte nord inseguono l’avversario in rotta, lasciando cadere in una sola giornata 730 quintali di esplosivo. “I piloti sembravano scatenati. Si era data libertà di volo e di azione chi faceva prima a rifornirsi partiva, era una gara continua … Non c’era bisogno di abbassarsi troppo: ogni spezzone piombava in mezzo a loro seminando la morte. Era una bella lezione per quelle teste dure” (testimonianza di Vittorio Mussolini in Voli sulle ambe). Il ras Mulughietà viene ucciso mentre le armate del ras Cassa e del ras Sejum sono avvolti nella manovra a tenaglia di Badoglio.

Febbraio/marzo. Seconda battaglia del Tembien. L’aviazione scaricherà 1.950 quintali di esplosivo. Con una manovra di accerchiamento gli italiani riescono ad annientare le armate abissinie in ritirata che vengono decimate dall’aviazione.
I gruppi marciavano in pieno disordine ma l’obbligatorietà del percorso lungo la pista, la strettezza dei guadi, i binari delle pareti dei burroni, contribuivano inevitabilmente a tenerli addensati in colonna. Anche da mille metri era facile scorgerli. Poi si piombava, il veicolo imboccava il corridoio delle anguste valli, ne obbediva lo zig zag. Seminava intanto, sobbalzando agli schianti, il suo carico mortale”. (Pavolini “Corriere della sera “, 3/3/1936.)

28 febbraio. Viene occupata Amba Alagi.

29 febbraio. Mentre è in corso la seconda battaglia del Tembien, Badoglio attacca l’ultima armata etiopica del fronte nord, quella del ras Immirù nella battaglia dello Scirè. Per fiaccare il nemico Badoglio, come di consueto, all’impiego dei caccia e degli aerei da bombardamento.

2 marzo. Verranno usati per la prima volta i lanciafiamme.

3-4 marzo. Badoglio, vistosi fuggire il grosso dell’esercito del ras Immirù verso i guadi del Tacazzè, ordina all’aviazione di proseguire da sola la battaglia.
Verranno lanciati 636 quintali di esplosivo e di iprite. Lo stesso Badoglio racconta che per rendere più completa la distruzione vengono lanciate piccole bombe incendiarie che trasformano in un solo rogo i fianchi boschivi della valle del Tacazzè rendendo tragica la situazione del nemico in fuga. I piloti che scendono a volo radente per mitragliare i superstiti rilevano notevoli masse nemiche abbattute e grande quantità di uomini e di quadrupedi trasportati dalla corrente.
Intanto il ras Immirù viene inseguito a sud del Tacazzè e i ras Cassa e Sejum si ritirano su Quorum.

19 marzo. Il negus Hailè Selassiè, raggiunto nel suo quartier generale a Quorum, dal ras Cassa e dal ras Sejum, decide di avanzare verso gli italiani e di dare battaglia nel loro campo a Mau Ceu prima che arrivino forze più numerose.
Badoglio, che ancora non sa della decisione del negus, così scrive a Lessona in un telegramma del 12/3/36: “Se il nemico invece di accettare battaglia nei pressi di Quorum mi fa uno sbalzo indietro di cento chilometri, portandosi a Dessì, sono fritto. Allora non rimane che il mio vecchio progetto. Mettere in azione tutta l’aviazione e cominciare da Addis Abeba a tutti i centri importanti. Tabula rasa. Sono convinto che in una settimana metteremmo l’Abissinia in ginocchio“.

21 marzo. Badoglio apprenderà la decisione del negus e si preparerà alla battaglia di Mau Ceu.

29 marzo. Mussolini rinnova a Badoglio l’autorizzazione ad usare gas di qualunque specie (tel n.3652).

30 marzo. La battaglia durerà 13 ore durante la quale gli aerei italiani lanceranno 335 quintali di esplosivo e sparano 6.200 colpi di mitragliatrice.

1 aprile. Hailè Selassiè ordina agli uomini rimasti di ripiegare sulla pianura del lago Ascianghi dove verranno inseguiti e bombardati senza tregua.

4 aprile. Gli scampati alla battaglia di Mau Ceu verranno bombardati con 700 quintali di bombe, molte caricate ad iprite. “Per gli aviatori italiani non era più guerra era un gioco. Quale era il rischio nel mitragliare dei cadaveri e dei morenti i cui occhi erano bruciati dai gas?” ( testimonianza di Hailè Selassiè).
Il giornalista Cesco Tomaselli racconta: “Le bombe esplodono nel fitto degli uomini che arrancano curvi, tenendo le mani sulla testa come si fa quando si è colti da una grandinata sui campi.”

Molti moriranno per aver bevuto l’acqua contaminata dai gas tossici del lago dell’Endà Agafarì.
È Hailè Selassiè che racconta l’atroce visione e sottolinea come “sarebbe stato necessario fissare questa immagine per poterla presentare al mondo e distruggere per sempre nel cuore degli uomini i propositi di guerra“.

FRONTE SUD

L’avanzata di Badoglio preoccupa Graziani di restare escluso dal successo finale; così, non potendo ancora iniziare l’azione di terra, comunica che inizierà la sua offensiva aerea su Harar: “Ho ordinato che oggi 30 aerei da bombardamento distruggano Giggiga… dopo la distruzione di Giggiga distruggerò Harar” (Graziani a Badoglio e Mussolini 2/3/36).

22-23-24 marzo. 56 apparecchi lanciano 240 quintali di esplosivo.

29 marzo. Bombardata Harar, già dichiarata città aperta, e i cui obiettivi di importanza militare sono insignificanti. Sulla città verranno lanciati 120 quintali di esplosivo.
Un inviato del Corriere della sera, Mario Massai, che è a bordo di uno degli aerei scrive: “Per quaranta minuti sono sbocciati sui bersagli, nella massa del colore ocra delle casette di Harar, mostruosi funghi grigio-scuri per le esplosioni delle bombe di grosso calibro e sono sprizzate le lingue di fuoco degli incendi. La popolazione, che fin dal primo avvistamento si era rovesciata in torrenti umani per le strette vie verso l’esterno della città, ha assistito certo terrorizzata all’impressionante attacco aereo“.

Già il 3 marzo Graziani, nella Memoria segreta operativa per l’azione su Harar, tra le condizioni per la riuscita della azione, poneva il “libero uso di bombe e proiettili a liquidi speciali per infliggere al nemico le massime perdite e soprattutto per produrne il completo collasso morale“.

9 aprile. Graziani telegrafa a Lessona (sottosegretario alle colonie) per informarlo del bombardamento a iprite del giorno precedente a Bullalèh, Sassabanèh, Dagahbùr, Daagamedò, Segàg, Bircùt.
Due giorni dopo Mussolini telegrafa a Graziani ordinandogli di non fare uso di gas, ma dopo pochi giorni revoca l’ordine.

15 aprile. Graziani dà inizio all’offensiva su Harar.
Dopo aver gasato e bombardato per un mese la difesa etiope, Graziani inizia l’attacco da terra.
Il vescovo cattolico di Harar scrive ai suoi superiori in Francia: “Il bombardamento che gli italiani hanno fatto contro la città è un atto barbaro che merita la maledizione del Cielo“.

La battaglia dell’Ogaden si concluderà con la conquista delle città precedentemente bombardate.

FRONTE NORD

26 aprile. Badoglio inizia la marcia verso Addis Abeba.

2 maggio. Hailè Selassiè lascia l’Etiopia per raggiungere l’Europa.
La notizia provocherà gravi disordini e saccheggi ad Addis Abeba. La maggior parte dei seimila stranieri si rifugia nelle legazioni. Fonti italiane parlano di 600 morti.
Il cronista G.Steer sciverà: “Di quelli che ho visto morti o morenti, non ce n’è uno solo il cui sangue non ricada sulla testa di Mussolini“.
Si sa, infatti, che l’occupazione di Addis Abeba poteva avvenire la notte del 2 maggio e che il rinvio di tre giorni è da ricollegarsi al desiderio di sfruttare la tragedia in funzione antietiopica, perché fornisce l’occasione di presentare il popolo etiope semibarbaro e incapace di gestirsi da solo.

3 Maggio. Badoglio riceve un telegramma da Mussolini: “Occupata Addis Abeba V.E darà ordine perché: 1) siano fucilati sommariamente tutti coloro che in città o dintorni siano sorpresi con le armi alla mano, 2) siano fucilati sommariamente tutti i giovani etiopi, barbari, crudeli, pretenziosi, autori motali dei saccheggi, 3) siano fucilati quanti abbiano partecipato a violenze, saccheggi, incendi 4) siano sommariamente fucilati quanti, trascorse 24 ore, non abbiano consegnato armi da fuoco e munizioni.“(tel n. 5007)

5 maggio. Badoglio entra in Addis Abeba.

Steer scrive: “Gli italiani istituirono immediatamente la pena di morte per due reati: il primo riguardava la partecipazione al saccheggio, il secondo il possesso di armi… Ottantacinque etiopi, accusati di saccheggio, furono giudicati e condannati a morte da una corte sommaria. Ma le fucilazioni eseguite dai carabinieri sul posto furono molte di più, ed esse vennero fatte senza alcuna parvenza di processo. Se oggetti che essi ritenevano rubati venivano scoperti in un tucul, il proprietario era immediatamente ucciso. Inquirenti francesi hanno calcolato che almeno 1.500 sono stati liquidati in questo modo“.

FRONTE SUD

9 maggio. Graziani incontrerà Badoglio alla stazione di Dire Daua. Con la stretta di mano tra i due e l’incontro tra le armate italiane del nord quelle del sud, si conclude ufficialmente la guerra.

26 maggio. Badoglio lascia definitivamente l’Africa.
Graziani diventa vicerè, governatore generale e comandante superiore delle truppe.

Preso da: http://www.criminidiguerra.it/campagnaetiopia.shtml

La copertura mediatica della crisi dei migranti in Europa ignora la causa del fenomeno: la NATO

La portata della crisi migratoria che Europa sta affrontando oggi non può essere sottovalutata. E’ veramente senza precedenti. Deve essere chiaro però che il numero di migranti che i paesi europei hanno accolto o si sono impegnati a ad accogliere è irrisorio rispetto ai numeri che sono ospitati in altri paesi del Medio Oriente. Il Libano, per esempio, ospita 1,1 milioni di rifugiati siriani. La Giordania ospita più di 600.000 rifugiati. L’Iraq ospita quasi 250mila. La Turchia ospita 1,6 milioni.

Ciò che è abitualmente sottovalutato, però – e di fatto quasi completamente ignorato dai media tradizionali – sono le vere radici della crisi, si legge su Russia Insider.

Il dibattito intorno alla migrazione nell’UE si sta sviluppando quasi interamente senza riferimento alle cause del recente afflusso di migranti dal Nord Africa e dal Medio Oriente. L’elefante nella stanza è la NATO e nessuno vuole davvero parlarne.

Il modus operandi della NATO è chiaro. Il modello, ripetuto più e più volte, comporta la completa destabilizzazione di una regione, che sarà rapidamente seguita con un’altra ‘soluzione’ NATO al problema.

Discutere della crisi dei migranti in Europa senza riconoscere il contesto in cui è nata è inutile. Sarebbe come chiedere agli americani di discutere la brutalità della polizia senza parlare di razza. Le due cose sono inevitabilmente interconnesse e qualsiasi “soluzione” proveniente da un dibattito incompleto alla fine fallirà.

Una soluzione più semplice, ovviamente, sarebbe che la NATO ponesse fine alla sua campagna di destabilizzazione in Medio Oriente e Nord Africa, ma questo richiederebbe l’accettazione e il riconoscimento di alcune verità molto dure.

In un articolo di Telesur – tradotto da Vocidallestero – che vi avevamo proposto lo scorso aprile si ricordava quello che spesso viene taciuto riguardo alle tragedie dei migranti nel Mediterraneo, ossia che i migranti che si imbarcano verso l’Europa “fuggendo da guerre e miseria” fuggono da guerre e da miseria che sono state causate in primo luogo dall’Occidente stesso, Europa inclusa.

“In Libia, Siria, Somalia ed Eritrea, l’Europa e in generale il mondo occidentale si è trovato davanti per decenni a una semplice scelta: sostenere la pace oppure incoraggiare il conflitto. In tutti e quattro i casi, il mondo occidentale è stato inequivocabilmente dalla parte della guerra, della sofferenza e della violazione dei più basilari diritti umani. Ora che questi paesi sono stati saccheggiati a sufficienza, l’UE lascia che i rifugiati prodotti dai tanti conflitti sostenuti dall’Occidente muoiano annegati in mare.

I politici possono dare la colpa agli scafisti, e possono parlare finché vogliono della “fortezza Europa”. Ma alla fine il solo modo che l’Occidente ha per fermare le navi dei migranti è di smetterla di sostenere la guerra e l’oppressione. Potrebbero iniziare col trattare con umanità i rifugiati che attraversano il Mediterraneo, invece che con quel disprezzo che l’Europa ha dimostrato verso l’Africa e il Medio Oriente per tutto il secolo passato”.

Per la traduzione completa dell’articolo di Telesur si ringrazia e si rimanda a Vocidallestero.it

Preso da: http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=11&pg=12082

LIBIA: LA LUCROSA CACCIA AL NEGRO PER MANDARCELO

Postato il Giovedì, 11 giugno @ 23:10:00 BST di davide

DI MAURIZIO BLONDET

effedieffe.com

«Siamo qui per essere venduti»: così i migranti – quasi tutti subsahariani – che sono parcheggiati nel centro di raccolta di Zaouia, in Libia, un 50 chilometri ad ovest di Tripoli. Due inviati di Le Monde sono riusciti a avvicinarli (non si conoscono i particolari): come risultati dai loro agghiaccianti racconti, diversi sono rimasti vittime di retate delle ‘autorità’ libiche della zona e del momento.

«Le autorità ci accusano di voler partire per l’acqua, ma è falso», dice uno (Le Monde lo mostra in video): «C’è chi viene preso in casa, negli appartamenti, altri sono presi per strada; come me, io sono stato preso per strada».

«I veri traghettatori sono loro», spiega un compagno. «Dicono agli europei che ci hanno catturato in mare ma è falso! Ci stanno vendendo. Sono loro che gestiscono la prigione e organizzano le partenze per andare in Italia. Sono padroni di appartamenti in riva all’acqua, raccolgono la gente nelle ‘connection houses’. La ‘connessione’ sono loro, la fanno tra di loro, è il loro business. Siamo qui per essere venduti, alcuni a quasi mille dinari (libici). Mangiamo pochissimo, Quando arrivate voi giornalisti, fanno finta, è organizzato».

«Mi chiamo Roland», interviene un terzo, «sono nigeriano. Siamo venuti qui per lavorare, io e i miei amici. Guarda, ho addosso ancora i miei abiti da lavoro. La polizia ci ha arrestato per la strada. Noi non siamo venuti per fare la traversata, siamo venuti per lavorare. Io lavo le auto, questo faccio. Non so più che fare. Tutti i miei soldi, il telefono… tutto! Mi hanno preso tutto, sono in piedi senza niente. Non abbiamo alcun contatto… il mio telefono, tutto! Tutto m’hanno preso. Guardami, sono davanti a te».

«Io mi chiamo Samir, sono somalo. Siamo rifugiati e adesso cerchiamo una vita migliore… ma siamo stati arrestati in Libia. Nove mesi in Libia, capisci, e tre mesi in questa prigione. Cerchiamo la libertà, chiediamo aiuto».

«Mi chiamo Fussa. Sono venuto in Libia tre mesi fa, vivo in Libia, io lavoro. Sono venuto con i miei amici. Ieri tornavamo dal lavoro quando ci hanno arrestati. Ci hanno preso tutti i nostri beni, non abbiamo più niente… e l’acqua qui, è acqua salata. Qui siamo perduti, non mangiamo bene, per favore, domandiamo al Governo di Questo paese di venire in nostro aiuto, e di lasciarci rientrare a casa, nel nostro Paese. Chiediamo la libertà. Prego il Governo di questo Paese di aiutarci. Per favore, chiediamo soccorso, per favore…».

«Se ho l’opportunità di lavorare ancora in Libia lo farò», dice un altro, «se ho questa possibilità lavoro: sono muratore, sono un buon lavoratore».

Un altro ancora: «La sola cosa che vogliamo è tornare al nostro Paese –– è tutto quello che si vuole perché ci hanno affaticato qui, non si mangia, non si beve, non si dorme. Ci sono molte persone malate qui. Abbiamo perduto tutto: il denaro, i nostri passaporti….».

«Ci sono persone che sono qui da più di sei mesi, sette mesi… altri quattro mesi… senza contatto coi parenti. Le nostre famiglie non sanno se siamo vivi o morti».

Il pezzo di Le Monde (qui) non dice molto di più, è costruito come un articolo «di colore», di impressioni e sentimenti (sarebbe come, ai tempi di Stalin, entrare in un Lager siberiano e fare del «colore»). Tuttavia, dal poco si ricava questa visione:

I prigionieri sono tutti negri dell’Africa nera, non vengono dal Medio Oriente, non fuggono le guerre e l’IS.

Molti di loro sostengono essere emigrati per lavoro nella Libia di Gheddafi; si dicono vittime di sistematiche retate da parte di poliziotti (o quel che sono) libici, comunque gente di un qualche «Governo» in combutta con i trafficanti, o trafficanti essi stessi, per essere mandati in Italia su barconi o gommoni.

In Libia c’è la caccia all’africano nero, perché il traffico rende. Siccome l’Italia li accoglie tutti (Manconi e Papa Francesco: «Accogliamoli tutti!») l’industria della tratta libica ce ne manda sempre di più. Se ne procura di sempre nuovi con arresti e retate, li caccia nei suoi campi, e li imbarca –– alcuni contro la loro volontà: quanti? Non sappiamo. Altri di sicuro si sono mossi per venire in Italia via mare. Sarebbe interessante sapere se il business li raccoglie nei loro Paesi, li attrae con la promessa: in Italia vi prendono tutti! Dateci tremila dollari.. .poi furto di denaro, dei passaporti, dei cellulari (tanto in Italia ve ne danno uno nuovo), in compenso un costoso satellitare sul barcone per chiamare i soccorritori italioti.

In un certo senso è una storia di razzismo libico che continua.

Cercando in archivio trovo un titolo del 2011: «È caccia all’africano nero in Libia, ma nessuno lo dice». È un comunicato dell’agenzia Habeshia per la comunicazione e lo sviluppo (un gruppo di eritrei), e parlava di un altro genere di caccia in voga allora: tutti i neri, per lo più immigrati lavoratori nella prospera Libia di Gheddafi (i libici si sa non lavorano; avevano – diciamo – il reddito di cittadinanza, potevano pagarsi i negri come servi e schiavi) quando Gheddafi è stato rovesciato sono stati presi di mira come «mercenari al soldo del colonnello, e per questo inseguiti, perseguitati e uccisi. (…)» . Vi si racconta di «una donna eritrea, picchiata e buttata fuori di casa dal proprietario, a Tripoli, zona Medina, perché nera. Voi neri africani, gli ha detto, siete mercenari del regime. E fatti di questo genere stanno accadendo ovunque, soprattutto di notte».

«A Bengasi due eritrei sono stati linciati e uccisi dalla folla mentre cercavano di portare assistenza a due connazionali gravemente feriti. I profughi rimasti in vita hanno chiesto aiuto ad una nave inglese, pregando che mettesse in salvo almeno i due feriti, ma hanno ricevuto un rifiuto secco».

A Tripoli, «le famiglie di origine sub-sahariana non possono uscire nemmeno a fare la spesa perché temono il linciaggio. Sono le vittime preferite degli sciacalli depredatori. Molti sono stati rapinati, altri sequestrati. È una persecuzione». «Centinaia di richiedenti asilo politico che erano tenuti nelle carceri libiche, con l’aggravarsi della crisi sono stati costretti dai loro carcerieri a imbracciare le armi per colpire la piazza. Chi si è rifiutato di farlo, è stato ucciso».

La pulsione del linciaggio razzista, la caccia al negro di allora, sembra adesso perfezionata in industria del rastrellamento e vendita del negro all’Italia, che li accoglie tutti.

«Dal gennaio 2015 la guardia costiera libica non salpa più in mare per pattugliamenti», scrive Deutsche Welle in un servizio di poche settimane fa. In aprile, Deutsche Welle non ha fatto un pezzo di colore, ha persino parlato col capo della guardia costiera libica, Mohamed Baithi: il marpione, pieno di compassione umana, gli ha detto che i migranti presi in mare «non vogliono tornare in Libia –– e non si fa fatica a crederlo. Sono loro che «vogliono andare in Europa. Certe volte quando li prendiamo e portiamo indietro, piangono o cercano di distruggere le nostre imbarcazioni».

Messe insieme, le asserzioni del brav’uomo con il servizio fotografico-impressionistico di Le Monde, si intuisce che è la guardia costiera libica a fare i business, o almeno a prenderci la sua parte. Infatti Baithi spiega a DW (qui) quel che già sappiamo: «I barconi mandano un messaggio di SOS, le navi mercantili o i pescherecci nelle vicinanze sono obbligati in base al diritto internazionale marittimo a soccorrerli. Devono prender tutta questa gente a bordo». E il gioco è fatto.

«Siamo qui per essere venduti», dicono i negri imprigionati, e gli impressionisti di Le Monde non chiedono dettagli: venduti da chi? E soprattutto: a chi? Chi vi vuole comprare? Per quanti soldi?

Allo stesso modo, i valorosi inchiestisti di DW non chiedono a Baithi: come mai la guardia costiera libica «non esce più in mare dal gennaio 2015»? Si capirebbe avesse detto: non usciamo più in mare dal 2011, perché l’apparato statale è collassato. Invece: dal gennaio 2015, ossia dall’inizio di quest’anno. Perché? E da allora che il numero dei migranti gettati sui barconi volenti o nolenti è aumentato in modo esponenziale. Ancor più dei 17 0 mila del 2014, che erano già quattro volte di più di quelli messi in mare nel 2013. Centinaia e centinaia arrivano ormai ogni giorno, immediatamente soccorsi dall’Italia e dalla UE, la cui operazione è stata potenziata.

Ad alimentare quella che anche Le Monde chiama «una cinica industria. Il numero degli annegati in mare è salito alle stelle: alla data del 7 maggio, 1829 affogati, nove volte di più del periodo corrispondente del 2014. Fanno economie, li gettano in galleggianti marci promessi a naufragio certo. Sulle coste libiche, i trafficanti li parcheggiano in stamberghe dopo averli spogliati, le autorità li arrestano per mostrare all’Europa che fanno qualcosa e mascherare le loro connivenze occulte».

La nostra carità senza limiti aumenta il numero degli annegati? È una modesta domanda. Tanto più urgente visto che anche da noi fiorisce il business sull’immigrato salvato-in-mare: con la differenza che a pagare il business criminale italiota siamo noi contribuenti italioti. Carità pelosa?

Da noi domina l’accoglienza totale, la carità senza limiti, e guai a chi storce il naso; che non sia quello il fomite dell’industria del negro con retate dall’altra sponda? Che più ne accogliamo e più loro ce ne trovano?

«Siamo qui per essere venduti»; dicono i poveri negri del campo di Zaouia: venduti a chi, precisamente? I trafficanti della loro carne hanno preso i 3-4 mila dollari a ciascuno di loro, li hanno depredati del cellulare e del soldino in tasca, li hanno già puliti e spolpati come ossi di seppia: da loro non possono certo prendere altro. E allora da chi aspettano altri soldi? A chi li hanno venduti o intendono venderli?

Chi li compra in Italia, in Europa, in Occidente?

Viene qualche dubbio: che ci siano organizzazioni occidentalissime che «comprano» i negri dai libici. I complottisti più fanatici (da cui mi dissocio) dicono che c’è un interesse globalista ad inondarci di immigrati, un progetto per affondarci nella destabilizzazione che l’Occidente ha portato in Libia, Siria, Iraq, Yemen. Perché «una fonte dell’intelligence di Londra» accredita la stima di “migliaia di migranti” in pericolo e rilancia l’allarme su possibili ulteriori partenzeimminenti, indicando in almeno “mezzo milione” le persone radunate sulle coste libiche in attesa di nuovi imbarchi? Come sanno quella cifra? E perché le navi inglesi che raccolgono gli immigrati dai barconi, prodigandosi in modo eccezionale, poi li sbarcano in Italia? Perché non se li prendono e se li portano? Dopotutto, le navi militari sono pezzi di territorio nazionale.

Maurizio Blondet

Fonte: www-effedieffe.com

8.06.2015

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15166

La grande ipocrisia

22 aprile 2015 di Alain Goussot*

L’ipocrisia del cosiddetto mondo civilizzato è assoluta, le ‘buone coscienze’ si dicono dispiaciute oppure propongono soluzioni – vedi sparare sui barconi, combattere gli scafisti (come?) – che sono peggiori del dramma in atto. Quello che viene nascosto e non viene detto all’opinione pubblica europea e italiana è quali sono le cause di questa fuga dall’Africa e dal Medio-Oriente.

Basta vedere da dove provengono i profughi che tentano di arrivare sulle coste italiane e greche: Corno dell’Africa (Somalia, Eritrea e Etiopia), Sudan, Nigeria, Mali , Iraq, Siria, Palestina. Stupisce il fatto che nessuno giornalista italiano si ponga la domanda: ma in Somalia, Eritrea e Etiopia non ci siamo stati noi per quasi un secolo? E poi con il dittatore Siad Barre e i militari Etiopi non abbiamo fatto affari, e quali risultati ha avuto l’intervento militare americano in Somalia bel 1991/1992? Gli shabaab somali sono nati in quel caos provocato dall’intervento italo-americano! In Nigeria sappiamo che la questione della guerra civile e interetnica e di Boko Haram nasce anche dalla presenza del petrolio nel più grande paese dell’Africa nera, petrolio sfruttato dalle multinazionali euro-americane, eppure la popolazione vive in una povertà assoluta. In Mali c’è una guerra civile e la rivolta armata dei tuareg e dei gruppi islamisti provengono dalla Libia dopo la distruzione dello Stato libico in seguito ai bombardamenti francesi, inglesi e statunitensi. L’Iraq è stato distrutto dalle guerre Usa, la Siria è al collasso con milioni di profughi perché gli Stai uniti con i loro alleati sauditi hanno armato e finanziato i gruppi di opposizione armata, compreso l’Isis; per abbattere Assad e accerchiare ai suoi confini il ‘nemico’ russo.

Poi se a questo aggiungiamo i paesi dell’Africa centrale e centro-occidentale (dal Congo al Camerun, Costa d’Avorio e il Ghana) piegati, sfruttati e strangolati dalle politiche del Fondo monetario internazionale nonché da chi sfrutta l’oro, l’argento, il rame e il coltan – quello che fa funzionare le batterie dei nostri cellulari e computer (leggi anche Benvenuto coltan nell’Europa vigliacca ndr) – che si trovano soprattutto nella zona dei Grandi laghi della Repubblica democratica del Congo e in repubblica centrafricana, se vediamo il Sud del Sudan con le sue ricchezze in petrolio sfruttato dalle multinazionali euro-americane: se partiamo da questa analisi ci rendiamo conto che i veri responsabili di questo disastro umanitario, di questo vero genocidio si trovano nei governi Occidentali, nei consigli di amministrazione delle multinazionali e delle grandi società finanziarie euro-americane.

Con freddezza e in nome del profitto stanno uccidendo popoli interi. Questo con la complicità delle classi dirigenti corrotte di quei paesi dall’Europa all’Africa.

Se non si mette in discussione radicalmente il modello capitalistico di sviluppo umano il disastro continuerà e non potrà che produrre intolleranza, odio e violenza, cioè disumanità.

* Alain Goussot è docente di pedagogia speciale presso l’Università di Bologna. Pedagogista, educatore, filosofo e storico, collaboratore di diverse riviste, attento alle problematiche dell’educazione e del suo rapporto con la dimensione etico-politica, privilegia un approccio interdisciplinare (pedagogia, sociologia, antropologia, psicologia e storia). Ha pubblicato: La scuola nella vita. Il pensiero pedagogico di Ovide Decroly (Erickson); Epistemologia, tappe costitutive e metodi della pedagogia speciale (Aracneeditrice); L’approccio transculturale di Georges Devereux (Aracneeditrice); Bambini «stranieri» con bisogni speciali (Aracneeditrice); Pedagogie dell’uguaglianza (Edizioni del Rosone). Il suo ultimo libro è L’Educazione Nuova per una scuola inclusiva (Edizioni del Rosone)

Preso da: http://comune-info.net/2015/04/la-grande-ipocrisia-profughi/

Gli “aiuti umanitari” vanno ad al-Qaida

Aangirfan 11 agosto 2013

mi6C’è una teoria secondo cui i governi degli Stati Uniti e del Regno Unito utilizzano parte del loro denaro per gli ‘aiuti all’estero’ finanziando milizie come al-Qaida. Dal novembre 2011 al febbraio 2012, terroristi di al-Qaida in Somalia riuscirono ad ottenere il controllo su 480.000 sterline di aiuti britannici. Il ‘furto’ degli aiuti e delle attrezzature ‘venne nascosto nell’ultimo rendiconto pubblico del Regno Unito.’ Dailymail
Ci si potrebbe chiedere perché il governo del Regno Unito ha aumentato la spesa per gli aiuti all’estero, mentre riduce la spesa in altri settori. Il denaro degli aiuti viene utilizzato per corrompere dittatori amichevoli, finanziare gruppi terroristici e destabilizzare i Paesi che progrediscono?

justin-forsythJustin Forsyth, ex-direttore per la comunicazione strategica di Tony Blair. Forsyth poi è diventato direttore generale di Save the Children UK. Secondo l’eccellente Andrew Gilligan del Telegraph:Gli aiuti all’estero della Gran Bretagna sono caduti nelle mani di al-Qaida, ammette il Dipartimento per lo sviluppo internazionale:
1. In Somalia, “gli al-Shabaab di al-Qaida hanno ‘confiscato’ le apparecchiature dei contractors del Dipartimento per lo sviluppo internazionale in molteplici episodi negli ultimi tre mesi, prima di prendere una qualsiasi azione.”
2. “Gli aiuti finanziari inglesi furono spesi sovvenzionando ospiti in hotel a cinque stelle l’anno scorso, durante le Olimpiadi.”
3. “La percentuale degli aiuti inglesi spesi presso i Paesi più poveri è scesa dall’80 per cento a poco più del 65 per cento…
4. “Molti cittadini inglesi si sono recati in Somalia per addestrarsi con il gruppo (al-Qaida).

Alan-Duncan-2_1986189bAlan Duncan

Alan Duncan è il ministro inglese per lo Sviluppo internazionale. Dal 1982 al 1988 ha lavorato per il famigerato Marc Rich. Alan Duncan è stato membro del Circolo Pinay. In altre parole, sembra avere collegamenti con alcuni sionisti e fascisti? Gran parte degli aiuti per l’estero del governo viene consegnata ad associazioni di beneficenza come l’USAID. “L’USAID è ‘il braccio umanitario della CIA’ e Americares lo è anche. World Vision è anch’essa una copertura della CIA.” I molti volti della CIA
Sembra che le grandi associazioni di beneficenza internazionali come World Vision siano in realtà operazioni dell’intelligence nell’ambito delle attività per le operazioni clandestine di controllo mentale ed altre attività di disinformazione in tutto il mondo… Molti enti di beneficenza sono  facciate della CIA e dei suoi amici. Ai primi di settembre 2012, il Pakistan ha ordinato agli stranieri che lavoravano per Save the Children di lasciare il Pakistan. Il Pakistan ha dichiarato che Save the Children viene utilizzata dalle spie occidentali. Un medico accusato di aiutare la CIA ha affermato che Save the Children l’aveva introdotto presso gli ufficiali d’intelligence statunitensi. Il Pakistan ordina ai lavoratori stranieri di Save the Children di andarsene
Oxfam, come molti altri enti di beneficenza, è stata accusata di essere una copertura del servizio di sicurezza MI6 del Regno Unito. “Nei primi anni ’70, le Tigri Tamil cominciarono a stabilire campi di addestramento e depositi segreti di armi sotto la copertura di una rete di fattorie per la riabilitazione dei rifugiati della Società gandhiana. I fondi per le aziende agricole provenivano da Oxfam, una delle più potenti e segrete organizzazioni d’intelligence britanniche che agiscono sotto la copertura di organizzazione non governativa… John Glover, un autore inglese, ha scritto sul Western Mail del Galles degli attuali e futuri programmi di addestramento dei giovani tamil da parte dei mercenari inglesi. Una banda di mercenari reclutati nel sud del Galles addestra l’esercito dei Tamil che lotta per uno Stato separato nello Sri Lanka. Circa 20 mercenari furono arruolati dopo una riunione a Cardiff e trascorsero gli ultimi due mesi nel sud dell’India, preparando un esercito segreto per combattere la maggioranza sinhala, per la causa dello Stato tamil indipendente nello Sri Lanka’, aveva detto...” (LarouchePUB)

david-miliband_1487254cDavid Miliband, il cui fratello Ed sarebbe il prossimo Primo ministro del Regno Unito.
David Miliband è stato il ministro del governo britannico responsabile del servizio segreto inglese MI6. Ora è a capo dell’International Rescue Committee (IRC), un ente di beneficenza degli Stati Uniti d’America attivo in oltre 40 Paesi. L’IRC fornisce “aiuto di emergenza, sviluppo post-conflitto e servizi di reinsediamento.” L’IRC sarebbe un’organizzazione di facciata della CIA. L’IRC è “un collegamento della rete coperta della CIA.Questia
Negli ultimi 60 anni almeno 1.000 miliardi dollari di aiuti per lo sviluppo sono stati trasferiti dai Paesi ricchi all’Africa. Eppure il reddito reale pro-capite è oggi inferiore a quello che degli anni ’70, e più del 50% della popolazione – oltre 350 milioni di persone – vive con meno di un dollaro al giorno… I Paesi africani pagano ancora quasi 20 miliardi di dollari in rimborso annuo del debito, un duro monito, l’aiuto non è gratuito… Jeffrey Winters, professore alla Northwestern University, ha sostenuto che la Banca Mondiale ha partecipato alla corruzione con circa 100 miliardi di dollari dei suoi fondi destinati al finanziamento dello sviluppo.” Perché l’aiuto estero danneggia l’Africa
In altre parole, il denaro degli aiuti all’estero va ai ricchi governanti fantoccio e ai leader delle milizie impiegate da Stati Uniti e Regno Unito?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Fonte: https://aurorasito.wordpress.com/2013/08/12/gli-aiuti-umanitari-vanno-ad-al-qaida/

Libia, i soldi europei

giugno 2013

L’appello accorato di don Moses Zerai direttore di Habeshia Agency Cooperation for Development, un’agenzia di informazione eritrea, al mondo politico dell’Unione Europea, affinché si ponga fine al martirio dei profughi africani, in fuga dai paesi subsahariani e dalle regioni occidentali del continente, assiepati nei gulag libici, costruiti con i fondi della commissione europea ROMA – Il 20 Giugno prossimo verrà celebrata  la “Giornata mondiale dei rifugiati”. “Ma cosa c’è da celebrare?” – si domanda in una nota diffusa da Habeshia Agency Cooperation for Development, diretta da don Moses Zerai –  nei ultimi anni, complice anche la crisi morale e sociale del continente europeo, dove si nota una forte regressione dei diritti umani, dove avanzano sempre più le politiche meno propense all’accoglienza, abbiamo ascoltato discorsi apertamente xenofobi. La verità – prosegue il documento – è che c’è in giro una forte insicurezza, volutamente disseminata nei ultimi anni, amplificando a dismisura notizie di cronaca che vede coinvolti gli ‘extracomunitari’, addirittura inventando un reato inesistente, come quello della ‘clandestinità’, facendo cosi allarmare maggiormente l’opinione pubblica, per un tornaconto elettorale”.

Nella galera con la targa della Commissione Europea. Si tratta, in verità di una tendenza in atto un po’ in tutta l’europa, “compresa la ‘civilissima’ Svizzera – sottolinea Zerai – si appresta a celebrare un referendum per tentare di modificare la legge sul diritto di asilo, praticamente per tentare di chiudere le porte in faccia, a migliaia di richiedenti asilo. Cosi l’Europa preferisce finanziare paesi come la Libia, affinhcè trattenga nei suoi lager centinaia di profughi in fuga dai loro paesi come la Somalia, l’Eritrea, il Sudan. Ecco – dice il direttore

di Habeshia – ho ricevuto due segnalazioni dalla libia da gruppi di profughi eritrei che sono trattenuti nei lager, dove è affissa la targa della Commissione Europea e quello del IOM” (l’Organizzazione mondiale delle migrazioni).

Bersagli da tiro a segno per militari ubriachi. “I profughi – dice ancora Zerai – mi chiedevano il perché si trovassero in una struttura costruita con fondi europei, dove 54 eritrei di fede cristiana sono costretti a vivere ammassati, e dove ogni giorno vivono l’incubo a causa dei militari ubriachi o drogati che sparano all’impazzata, o si divertono a tirare i sassi per colpire nel mucchio”. Tutto questo accade ogni sera, secondo molte testimonianze, nel centro di Burshada, targato IOM e Commissione Europea, strutture nate con fondi europei usati per costruire galere dove i profughi subiscono torture e umiliazioni inimmaginabili. “E’ questo l’uso che si voleva fare di quelle strutture? – si chiede il direttore di Habeshia – in cosa consiste la ‘via libera alla cooperazione tra UE e Libia per combattere l’immigrazione clandestina?”

Tra i detenuti anche 15 bambini. In un altro centro, a Suman (Libia), sono trattenute donne africane, di cui 95 eritrei, 10 etiope, altre 10 di diversa provenienza dalle regioni occidentali del continente. Ci sono 10 donne in avanzato stato di gravidanza, alcune stanno quasi per partorire, all’ottavo e nono mese, che non hanno mai visto un medico, nessuna assistenza o controlli preventivi per evitare rischi legati al parto, in luoghi non idonei per le pessime condizioni igenico sanitarie delle strutture e per il sovraffollamento. Con loro ci sono anche 15 bambini, di età variabile, dai 7 mesi ai 5 anni, tutti costretti a vivere in detenzione senza nessuna colpa. Devono subire sofferenze inspiegabili, e tutto – a quanto pare – in nome della protezione della “fortezza Europa”. “Le donne – afferma ancora Zerai – mi hanno riferito che tra loro ci sono anche delle malate bisognose di cure, che soffrono al cuore, che hanno gravi problemi all’utero, altre ancora asmatiche. Tutte faticano a sopravvivere in quelle condizioni di violenza e sporcizia”.

“Che uso si sta facendo dei fondi in Libia?”. “Quello che ci chiediamo – scrive ancora nel suo documento Moses Zerai – è chi deve proteggere i profughi e rifugiati, se le persone bisognose di protezione internazionale sono stipate in questo modo nei lager, sulla facciata dei quali ci sono le targhe dell’UE o dell’IOM, istituzioni che dovrebbero rappresentare per molti profughi e rifugiati la ‘salvezza’, la protezione, l’accoglienza, invece di vivere in un incubo che sembra non finire mai. Faccio appello all’Unione Europea – conclude la nota – di cooperare con la Libia per combattere le violazioni dei diritti umani, contro le discriminazioni di cui sono vittime le comunità Cristiane e quelli di origine Sub-Sahariana. L’Unione Europea dovrebbe combattere i motivi che spingono i popoli dell’Africa Orientale a lasciare la loro terra, per cercare un posto più sicuro dove vivere. Serve una seria lotta contro la fame, contro le guerre e le dittature. l’UE non deve diventare complice degli abusi, dei lager dove le persone vengono massacrate di botte fino alla morte. L’UE rischia di spingere questa gente nelle mani dei trafficanti, spesso in divisa militare e per questo chiedo ai politici europei di chiarire che uso si sta facendo dei fondi europei in Libia”.

Fonte:http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2013/06/07/news/habeshia-60605522/

Missili cruise all’uranio impoverito sulla Libia : studio sulle conseguenze

Il sostegno militare ai golpisti di Bengasi contro il “dittatore” di Tripoli si effettua a danno dei civili. Circa 1 su 10 missili sfugge al controllo e si schianta a caso nell’area bersaglio. Ma tutti i missili, che hanno una testata rivestita di uranio impoverito o che soltanto hanno i loro stabilizzatori di uranio esaurito, inquinano la zona. Così, il presunto bombardamento “umanitario” ucciderà nei prossimi anni, migliaia di civili”, ha detto il professor Massimo Zucchetti.

| Turino (Italia) | 22 aprile 2011

Le questioni che riguardano l’Uranio impoverito e la sua tossicità hanno talvolta, negli anni recenti, esulato dal campo della scienza. Lo scrivente si occupa di radioprotezione da circa un ventennio e di uranio impoverito dal 1999. Dopo un’esperienza di pubblicazione di lavori scientifici su riviste, atti di convegni internazionali e conferenze in Italia, sul Uranio impoverito, questo articolo cerca di fare una stima del possibile impatto ambientale e sulla salute dell’uso di uranio impoverito nella guerra di Libia (2011). Notizie riguardanti il suo utilizzo sono apparse nei mezzi di informazione fin dall’inizio del conflitto. [1]

Per le sue peculiari caratteristiche fisiche, in particolare la densità che lo rende estremamente penetrante, ma anche il basso costo (il DU costa alla produzione circa 2$ al kg) e la scomodità di trattarlo come rifiuto radioattivo, il DU ha trovato eccellenti modalità di utilizzo in campo militare.

Se adeguatamente trattata, la lega U-Ti costituisce un materiale molto efficace per la costruzione di penetratori ad energia cinetica, dense barre metalliche che possono perforare una corazza quando sono sparate contro di essa ad alta velocità.

Il processo di penetrazione polverizza la maggior parte dell’Uranio che esplode in frammenti incandescenti (combustione violenta a quasi 5000 °C) quando colpisce l’aria dall’altra parte della corazzatura perforata, aumentandone l’effetto distruttivo. Tale proprietà è detta “piroforicità”, per fare un esempio, la caratteristica dello zolfo dei fiammiferi. Quindi, oltre alla elevata densità, anche la piroforicità rende il DU un materiale di grande interesse per queste applicazioni, in particolare come arma incendiaria (API: Armour Piercing Incendiary cioè penetratore di armature incendiario).

Infine, in fase di impatto sull’obiettivo, la relativa durezza del DU (in lega con il Titanio) fornisce al proiettile capacità autoaffilanti: in altre parole, il proiettile non si “appiattisce” contro la corazza che deve sfondare, formando una “testa piatta” – come fa ad esempio un proiettile di Pb – ma mantiene la sua forma affusolata fino alla completa frammentazione, senza quindi perdere le proprietà penetranti.

In battaglia il DU è sicuramente stato impiegato nella Guerra del Golfo del 1991, durante i bombardamenti NATO/ONU sulla Repubblica Serba di Bosnia nel settembre 1995, sulla Jugoslavia nella primavera 1999; in questo secolo, durante l’attacco all’Afghanistan e successivamente ancora in Iraq nel 2003.

L’uso di dispositivi al DU nelle guerre in Somalia ed in Bosnia centrale e centro-orientale (soprattutto ampie aree intorno a Sarajevo) negli anni ‘90, in Palestina ed in poligoni di tiro di competenza delle forze militari NATO, è ancora incompletamente documentato [2].

Tra gli armamenti che usano DU, citiamo anche il missile Cruise Tomahawk il cui utilizzo durante la guerra nei Balcani della primavera 1999, pur non ammesso dalla NATO è stato confermato da ritrovamenti in loco e da fonti della Unione Europea [3].

D’altra parte, nel decalogo degli ufficiali, consegnato a tutti gli uomini in divisa spediti in Kosovo, vi erano delle raccomandazioni da seguire alla lettera, circa la presenza di Uranio impoverito sul territorio e in particolare nei missili Cruise Tomahawk. L’introduzione recita così:

«I veicoli ed i materiali dell’esercito serbo in Kosovo possono costituire una minaccia alla salute dei militari e dei civili che ne dovessero venire a contatto. I veicoli e gli equipaggiamenti trovati distrutti, danneggiati o abbandonati devono essere ispezionati e maneggiati solamente da personale qualificato. I pericoli possono derivare dall’Uranio impoverito in conseguenza dei danni dovuti alla campagna di bombardamento NATO relativamente a mezzi colpiti direttamente o indirettamente. Inoltre, i collimatori contengono trizio e le strumentazioni e gli indicatori possono essere trattati con vernice radioattiva, pericolosa per chi dovesse accedere ai mezzi per ispezionarli». Seguono consigli su come evitare l’esposizione all’Uranio impoverito. Testuale: «Evitate ogni mezzo o materiale che sospettate essere stato colpito da munizioni contenenti Uranio impoverito o missili da crociera Tomahawk. Non raccogliere o collezionare munizioni con DU trovate sul terreno. Informate immediatamente il vostro comando circa l’area che ritenete contaminata. Ovunque siate delimitate l’area contaminata con qualsiasi materiale trovato in loco. Se vi trovate in un’area contaminata indossate come minimo la maschera ed i guanti di protezione. Provvedete a un’ottima igiene personale. Lavate frequentemente il corpo e i vestiti».

Le valutazioni sulla quantità di DU utilizzato nei missili Cruise divergono.

In particolare, essi variano, nelle diverse fonti, fra valori intorno ai 3 kg, per andare invece fino a 400 kili circa. In nota si ha una compilazione delle diverse fonti reperibili su questo aspetto, assai importante ai fini della stima dell’impatto ambientale. [4]

Le prevedibili smentite sulla presenza di Uranio in questi missili si scontrano con la pubblicistica sopra riportata, ed anche su fonti di origine militare [5]

Questa grossa variabilità nei dati può essere facilmente spiegata. Alcuni Cruise sono con testata appesantita all’uranio impoverito, altri no. Anche quegli altri, tuttavia, hanno uranio impoverito non nella testata del missile, ma nelle ali, come stabilizzatore durante il volo.

Allora possiamo definire due casi

WORST CASE: Cruise all’Uranio nella testata. Assumiamo 400 kili di DU.

BEST CASE: Cruise NON all’Uranio nella testata. Assumiamo 3 kili di DU nelle ali.

Calcolo di impatto ambientale e sulla salute

Nell’ampia letteratura dedicata dall’autore al problema Uranio Impoverito [6] era già stato affrontato un calcolo di contaminazione radioattiva da Uranio dovuto ai missili Cruise, in particolare quelli lanciati sulla Bosnia nel 1995. Lo studio e’ reperibile anche su internet, oltre che sulla rivista scientifica Tribuna Biologica e Medica. [7], [8].

Riprendendo i modelli utilizzati nell’articolo citato, si può dedurre quale è la situazione di teatro, sui luoghi di inalazione, con un calcolo inteso solo ad accertare se, in almeno un caso realistico, l’ordine di grandezza delle dosi in gioco non permetta di trascurare il problema.

Consideriamo l’impatto di un missile Cruise Tomahawk che porti 3 kg (best case), oppure 400 kg (worst case) di DU.

L’impatto produce una nuvola di detriti di varie dimensioni, dopo combustione violenta a circa 5000°C. Il pulviscolo è, come detto, composto da particelle di dimensioni nel range [0.5 – 5] micron. Tra 500 e 1000 metri dall’impatto si possono respirare nubi con densità sufficiente a causare dosi rilevanti, composte da particelle che hanno una massa da circa 0.6 a circa 5 nanogrammi (6-50×10-10 g). E’ stata effettuata una stima mediante il codice di calcolo di dose GENII [9], trascurando gli effetti dovuti all’incendio e considerando soltanto l’esposizione per una inalazione di un’ora dovuta al semplice rilascio del materiale, non considerando alcuni fattori che potrebbero far ulteriormente crescere l’esposizione. In un’ora si può inalare pulviscolo radioattivo proveniente dalla nube in quantità già notevoli.

Occorre tener conto che i moti fluidodinamici del corpo atmosferico (direzione e velocità del vento, gradiente verticale di temperatura, etc.) possono causare, in angoli solidi relativamente piccoli, concentrazioni dell’inquinante anche parecchi ordini di grandezza superiori a quelli che si avrebbero con un calcolo di dispersione uniforme, che non ha senso in questo scenario. Gruppo critico, in questo caso, sono proprio quelle persone “investite” dalla nube di pulviscolo.

Un missile che colpisce il bersaglio può prendere fuoco e disperdere polveri ossidate nell’ambiente, secondo la stima delle probabilità che verrà in questo lavoro.

Circa il 70% del DU, contenuto nei missili che si suppone vadano sempre a segno, essendo “intelligenti”, brucia. Di questo, circa la metà sono ossidi solubili.

La granulometria delle particelle costituenti la polvere di ossido di DU appartiene totalmente alle poveri respirabili, e vengono anche create polveri ultrafini. In particolare, il diametro delle particelle è in questo caso più fine rispetto alle polveri di uranio di origine industriale, comuni nell’ambito dell’industria nucleare. Si parla delle grande maggioranza delle polveri contenuta nel range [1-10] micron, con una parte rilevante con diametro inferiore al micron.

Per quanto riguarda il destino delle polveri di DU nel corpo umano, la via di assunzione principale è – come noto – l’inalazione. Come detto, parte delle polveri sono solubili e parte insolubili nei fluidi corporei.

Date le caratteristiche degli ossidi di DU di origine militare, occorre rilevare come esse abbiano comportamento differente rispetto alle polveri industriali di uranio. Si può comunque ancora supporre, secondo ICRP [10] che circa il 60% dell’inalato venga depositato nel sistema respiratorio, il resto viene riesalato.

Si può assumere che circa il 25% delle particole di diametro intorno a 1 micron vengano ritenute per lungo periodo nei polmoni, mentre il resto si deposita nei tratti aerei superiori, passa nel sistema digerente e da qui viene eliminato per la maggior parte attraverso le vie urinarie, mentre piccole parti passano ad accumularsi nelle ossa .

Del 25% di micro-particelle ritenute nei polmoni, circa la metà si comporta come un materiale di classe M secondo ICRP, ovvero è lentamente solubile nei fluidi corporei, mentre il resto è insolubile.

Questo tipo di comportamento e di esposizione non è stato studiato in nessuna situazione precedente di esposizione ad alfa emettitori nei polmoni, riscontrate in ambito civile. La modalità di esposizione è quindi molto differente da quelle sulla base delle quali si sono ricavate le equivalenze dose-danno in radioprotezione.

Non è pertanto del tutto corretto – sebbene costituisca un punto di riferimento – estrapolare valutazioni di rischio per esposizione a questo tipo di micro-polveri radioattive dai dati ricavati per i minatori di uranio, e neppure ovviamente dagli alto-irraggiati di Hiroshima e Nagasaki. Gli standard di radioprotezione dell’ICRP si basano su queste esperienze, e pertanto possono portare a sottostime del rischio in questo caso.

Passando poi ad altro tipo di tossicità rispetto a quella radiologica, è poi plausibile che:

- vista la componente fine ed ultrafine delle polveri di DU d’origine militare,

- vista la tossicità chimica dell’uranio,

la contaminazione ambientale da ossidi di DU di origine militare abbia tossicità sia chimica che radiologica: deve essere valutato l’effetto sinergico di queste due componenti.

In altre parole, la radioattività e la tossicità chimica dell’uranio impoverito potrebbero agire insieme creando un effetto “cocktail” che aumenta ulteriormente il rischio.

Si mette poi in risalto il fatto che il clima arido della Libia favorisce la dispersione nell’aria delle particelle di uranio impoverito, che possono venire respirate dai civili per anni. Il meccanismo principale di esposizione a medio-lungo termine riguarda la risospensione di polveri e la conseguente inalazione.

La metodologia e le assunzioni relative a questo modello sono già state pubblicate in altri lavori dell’autore [11] ai quali si rimanda. Vengono messe in evidenza qui soltanto le rifiniture e variazioni rispetto al modello applicato e già pubblicato, ed in particolare:

- Il calcolo di impegno di dose è a 70 anni e non più a 50 anni, secondo quanto raccomandato da ICRP.

- Si sono utilizzati dati per ora approssimati sulla distribuzione della popolazione intorno ai punti di impatto, che tengono anche conto dell’utilizzo principale dei proiettili al DU in aree popolate.

I risultati del modello possono essere così riassunti:

- CEDE (Dose collettiva): 370 mSvp in 70 y, per 1 kg di DU ossidato e disperso nell’ambiente.

- CEDE annuale massima nel primo anno (76 mSvp), cui segue il secondo anno (47 mSvp) e il terzo (33 mSvp).

- La via di esposizione è tutta da inalazione di polveri. L’organo bersaglio sono i polmoni (97.5% del contributo alla CEDE).

- Fra i nuclidi responsabili, 83% della CEDE è da U238, ed il 14% da U234

Per quanto riguarda la quantità totale di DU ossidato disperso nell’ambiente, si parte per questa valutazione dai dati riportati dalla stampa internazionale: nel primo giorno di guerra, circa 112 missili Cruise hanno impattato sul suolo libico [12]. Quanti missili verranno sparati prima della fine della guerra? Non è dato saperlo, faremo un’assunzione di circa 1000 missili sparati, e in ogni caso i valori che verranno stimati saranno variabili con una semplice proporzione.

Se tutti i missili fossero “privi” di DU, si avrebbe comunque una quantità di:

1000 * 3 = 3000 kili = 3 Tonnellate di DU (best case)

Se tutti i missili fossero con testate al DU avremmo una quantità fino a

400.000 kili = 400 tonnellate di DU.

Si confronti questo dato con le 10-15 Tonnellate di DU sparate nel Kossovo nel 1999 per valutarne la gravità.

Si supponga che circa il 70% dell’uranio bruci e venga disperso nell’ambiente, arrivando così ad una stima della quantità di ossidi di DU dispersa pari a circa 2,1 tonnellate (best case) e 280 tonnellate (worst case).

Questo permette di stimare pertanto una CEDE (dose collettiva) per tutta la popolazione pari a:

Best case: 370 mSvp/kg * 2100 kg = 780 Svp circa.

Worst case: 370 mSvp/kg * 280.000 kg = 104000 Svp circa

Ribadiamo come non sia del tutto corretto – sebbene costituisca un punto di riferimento – estrapolare valutazioni di rischio per esposizione a questo tipo di micro-polveri radioattive dagli standard di radioprotezione dell’ICRP, che sono quelli adottati dal codice GEN II.

Se tuttavia applichiamo anche qui il coefficiente del 6% Sv-1 per il rischio di insorgenza di tumori, otteniamo circa

Best case: circa 50 casi di tumore in più, previsti in 70 anni.

Worst case: circa 6200 casi di tumore in più, previsti in 70 anni.

Conclusioni

I rischi da esposizione ad uranio impoverito della popolazione della Libia in seguito all’uso di questo materiale nella guerra del 2011 sono stati valutati con un approccio il più possibile ampio, cercando di tenere in conto alcuni recenti risultati di studi nel settore.

Questo tipo di esposizione non è stato studiato in nessuna situazione precedente di esposizione ad alfa emettitori nei polmoni, riscontrate in ambito civile.

Tuttavia, la valutazione fatta delle dosi e del rischio conseguente alle due situazioni (Cruise “senza uranio” o “con uranio”) permette di trarre alcuni conclusioni.

Nel primo caso (best case), il numero di tumori attesi e’ molto esiguo d assolutamente non rilevante dal punto di vista statistico. Questa difficoltà statistica – come è appena ovvio rimarcare – nulla ha a che vedere con una assoluzione di questa pratica, una sua accettazione, o meno che mai con una asserzione di scarsa rilevanza o addirittura di innocuità.

Nel secondo caso (worst case), invece, siamo di fronte ad un numero di insorgente tumorali pari ad alcune migliaia. Queste potrebbero tranquillamente essere rilevabili a livello epidemiologico e destano, indubbiamente, forte preoccupazione.

Occorre, perciò, che gli eserciti che bombardano la Libia chiariscano con prove certe, e non asserzioni di comodo, la presenza o meno, e in che quantità, di uranio nei loro missili.

In passato, ci sono state smentite “ufficiali” della presenza di uranio nei missili Cruise [13], ma provenendo esse da ambienti militari, l’autore si permette di considerarle, come minimo, con una certa cautela.

Sulla base dei dati a nostra disposizione, le stime sull’andamento dei casi di tumore nei prossimi anni in Libia a causa di questa pratica totalmente ingiustificata sono assolutamente preoccupanti. La discussione sull’incidenza relativa di ognuno degli agenti teratogeni utilizzati in una guerra (Chimici, radioattivi, etc.) ci pare – ad un certo livello – poco significativa ed anche, sia consentita come riflessione conclusiva, poco rispettosa di un dato di fatto: i morti in Libia a causa di questo attacco superano e supereranno di gran lunga qualunque cifra che possa venire definita “un giusto prezzo da pagare”.

E’ importante infine raccogliere dati e ricerche – e ve ne sono moltissimi – nel campo degli effetti delle “nuove guerre” su uomo e ambiente; bisogna mostrare come le armi moderne, per nulla chirurgiche, producano dei danni inaccettabili; occorre studiate cosa hanno causato, a uomini e ambiente che le hanno subite, le guerre “umanitarie” a partire dal 1991.

Fonte
ComeDonChisciotte.org (Italie)

[1] « Uranio impoverito nei Tomahawk sulla Libia », Contropiano, 20 mars 2011.

[2] Zajic V.S., 1999. Review of radioactivity, « Military use and health effects of DU ; Liolos Th. E.(1999), « Assessing the risk from the Depleted Uranium Weapons used in Operation Allied Forces », Science and Global Security, Volume 8:2, pp.162 (1999) ; Bukowski, G., Lopez, D.A. and McGehee, F.M., (1993) « Uranium Battlefields Home and Abroad : Depleted Uranium Use by the U.S. Department of Defense » March 1993, pp.166, published by Citizen Alert and Rural Alliance for Military Accountability.

[3] Satu Hassi, Ministro dell’Ambiente Finlandese, ha inviato una lettera ai suoi pari grado nella UE, comunicando che la maggior parte dei 1500 missili sparati sulla Serbia, compreso il Kosovo, contenevano circa 3 kg di DU ognuno. Tra le altre cose, il ministro, nella lettera, fa un appello alla Commissione europea e ai suoi colleghi ministri dell’ambiente a prendere iniziative in favore del bando del DU.

[4] Varie fonti sulla presenza e quantita’ di DU nei missili Cruise Tomahawk :
- « Known & suspected DU weapon systems » in « Depleted Uranium weapons 2001-2002 », (Téléchargement).
- « The use of depleted uranium bullets and bombs by NATO forces in Yugoslavia ». Nadir.org, décembre 1996.
- « Alcune testi e fatti sull’uranio impoverito, sul suo uso nei balcani, sulle conseguenze sulla laute di militari e popolazione », Comitato Scienziate e Scienziati contro la guerra, 9 janvier 2001.
- « Depleted Uranium Weapons & the New World Order, International Coalition toi Ban Uranium Waepons.
- « About 100 cruise missiles fired at targets in Afghanistan (Interfax), « NATO using depleted uranium weapons » (Sunday Herald).
- « Pentagon Dirty Bombers: Depleted Uranium in the USA », Dave Lindorff, Atlantic Free Press, 28 octobre 2009.
- « Review of Radioactivity, Military Use, and Health Effects of Depleted Uranium », Vladimir S. Zajic, 1999.
- « Depleted uranium: Recycling death », Uranium medical research center, Progressive Review.
- « Radiation in Iraq Equals 250,000 Nagasaki Bombs », Bob Nichols, Online Journal, 3 août 2004.
- « Depleted uranium: ethics of the silver bullet », Iliya Pesic, Santa Clara University.

[5] While the US Navy claims that they have replaced the MK149-2 Phalanx round with a DU penetrator by the MK149-4 Phalanx round with a tungsten penetrator (with the DU round remaining in the inventory), new types of DU ammunition are being developed for other weapons systems, such as the M919 rounds for Bradley fighting vehicles. Depleted uranium is also placed into the tips of the Tomahawk land-attack cruise missiles (TLAM) during test flights to provide weight and stability. The TLAM missile has a range of 680 nautical miles (1,260 km) and is able to carry a conventional warhead of 1000 lb. (454 kg). Older warheads were steel encased. In order to increase the missile range to 1,000 nautical miles (1,850 km), the latest Tomahawk cruise missiles carry a lighter 700 lb. (318 kg) warhead WDU-36 developed in 1993, which is encased in titanium with a depleted uranium tip

[6] – M. Zucchetti, ’Measurements of Radioactive Contamination in Kosovo Battlefields due to the use of Depleted Uranium Weapons By Nato Forces’’, Proc. 20th Conf. of the Nuclear Societies in Israel, Dead Sea (Israel), dec. 1999, p.282.
- M. Cristaldi, A. Di Fazio, C. Pona, A. Tarozzi, M. Zucchetti “Uranio impoverito (DU). Il suo uso nei Balcani, le sue conseguenze sul territorio e la popolazione”, Giano, n.36 (sett-dic. 2000), pp. 11-31.
- M. Zucchetti, “Caratterizzazione dell’Uranio impoverito e pericolosità per inalazione”, Giano, n.36 (sett-dic. 2000), pp. 33-44.
- M. Cristaldi P. Angeloni, F. Degrassi, F. Iannuzzelli, A. Martocchia, L. Nencini, C. Pona, S. Salerno, M. Zucchetti. “Conseguenze ambientali ed effetti patogeni dell’uso di Uranio Impoverito nei dispositivi bellici”. Tribuna Biologica e Medica, 9 (1-2), Gennaio-Giugno 2001: 29-41.
- M. Zucchetti, “Military Use of Depleted Uranium: a Model for Assessment of Atmospheric Pollution and Health Effects in the Balkans”, 11th International Symposium on “Environmental Pollution And Its Impact On Life In The Mediterranean Region”, MESAEP, Lymassol, Cyprus, October 2001, p.25.
- M. Zucchetti “Some Facts On Depleted Uranium (DU), Its Use In The Balkans And Its Effects On The Health Of Soldiers And Civilian Population”, Proc. Int. Conf. NURT2001, L’Avana (Cuba), oct. 2001, p.31.
- M. Zucchetti, M. Azzati “Environmental Pollution and Population Health Effects in the Quirra Area, Sardinia Island (Italy)”, 12th International Symposium on Environmental Pollution and its Impact on Life in the Mediterranean Region, Antalya (Turkey), October 2003, p. 190, ISBN 975-288-621-3.
- M. Zucchetti, R. Chiarelli ‘Environmental Diffusion of DU. Application of Models and Codes for Assessment of Atmospheric Pollution and Health Effects’, Convegno ‘Uranio Impoverito. Stato delle Conoscenze e Prospettive di Ricerca’, Istituto Superiore di Sanità (Roma) Ottobre 2004.
- R. Chiarelli, M. Zucchetti, ‘Effetti sanitari dell’uranio impoverito in Iraq’, Convegno ‘La Prevenzione Primaria dei Tumori di Origine Professionale ed Ambientale’, Genova, Novembre 2004.
- R. Chiarelli, M. Zucchetti, ‘Applicazione di modelli e codici di dose alla popolazione alla dispersione ambientale di Uranio impoverito’, Convegno ‘La Prevenzione Primaria dei Tumori di Origine Professionale ed Ambientale’, Genova, Novembre 2004.
- M. Zucchetti, “Environmental Pollution and Population Health Effects in the Quirra Area, Sardinia Island (Italy) and the Depleted Uranium Case”, J. Env. Prot. And Ecology 1, 7 (2006) 82-92.
- M. Zucchetti, “Scenari di esposizione futura In Iraq: convivere con l’uranio impoverito” in: M.Zucchetti (a cura di) “Il male invisibile sempre più visibile”, Odradek, Roma, giugno 2005, pp. 81-98.
- M. Zucchetti, “Uranio impoverito. Con elementi di radioprotezione ed utilizzo delle radiazioni ionizzanti”, CLUT, Torino, febbraio 2006. ISBN 88-7992-225-4.
- M. Zucchetti “Depleted Uranium”, European Parliament, GiethoornTen Brink bv, Meppel (Holland), 2009. ISBN 978-90-9024147-0.

[7] « Alcune testi e fatti sull’uranio impoverito, sul suo uso nei balcani, sulle conseguenze sulla laute di militari e popolazione », Comitato Scienziate e Scienziati contro la guerra, 9 janvier 2001. op. cit.

[8] Cristaldi M. et al., Conseguenze ambientali ed effetti patogeni dell’uso di Uranio Impoverito nei dispositivi bellici. Tribuna Biologica e Medica, 9 (1-2), Gennaio-Giugno 2001: 29-41.

[9] Si tratta di un codice elaborato da un laboratorio statunitense, riconosciuto ed utilizzato a livello internazionale. Si veda la referenza: B.A.Napier et al. (1990), GENII – The Hanford Environmental Radiation Dosimetry Software System, PNL-6584, Pacific Northwest Laboratories (USA). Può venire in questo caso utilizzato solo per una stima delle dosi da inalazione, vista la particolarità dello scenario in esame.

[10] ICRP, 1995. Age-dependent Doses to Members of the Public from Intake of Radionuclides: Part 3 – Ingestion Dose Coefficients. Publication 69 Annals of the ICRP. 25 (no 1).

[11] M. Zucchetti, ‘Caratterizzazione dell’Uranio impoverito e pericolosità per inalazione’, Giano, n.36 (sett-dic. 2000), pp. 33-44 ; R. Chiarelli, M. Zucchetti, ‘Applicazione di modelli e codici di dose alla popolazione alla dispersione ambientale di Uranio impoverito’, Convegno ‘La Prevenzione Primaria dei Tumori di Origine Professionale ed Ambientale’, Genova, Nov.2004.

[12] « U.S. Tomahawk Cruise Missiles Hit Targets in Libya », Devin Dwyer, Luis Martinez, ABC News, 19 mars 2011.

[13] ME Kilpatrick, “No depleted uranium in cruise missiles or Apache helicopter munitions – comment on an article by Durante and Publiese,” Health Physics, June 2002; 82(6): 905; Chief of the Radiation Protection Division, Air Force Medical Operations Agency, e-mail message, Subject: “Cruise Missiles,” May 6, 1999; Head of Radiological Controls and Health Branch, Chief of Navy Operations, e-mail message, Subject: “NO DU in Navy Cruise Missiles,” August 4, 1999.