L’associazione Vittime della Nato in Libia lotta contro l’impunità dei potenti

28 gennaio 2018

Dalla guerra in Iraq nel 1991 a oggi, nessun tribunale internazionale ha mai processato e giudicato i vincitori delle guerre di aggressione condotte dall’Occidente e dagli alleati del Golfo. E dire che la guerra di aggressione è bandita in modo assoluto dalla carta delle nazioni unite ed è considerata il «crimine internazionale supremo» sin dall’epoca del tribunale di Norimberga (che però giudicò solo i vinti).

Alcune volte gli Stati presi di mira hanno provato a reagire ricorrendo a istanze internazionali (si pensi alla Jugoslavia durante i bombardamenti Nato del 1999); altre volte erano i cittadini danneggiati a provare le strade dei tribunali internazionali, sul lato penale e civile. Il primo non ha mai sortito effetti; per il secondo, alle vittime civili – «effetti collaterali» – afghane, irachene, pakistane sono stati elargiti risibili risarcimenti a cura dei responsabili, si vedano gli Usa con gli abitanti dei villaggi sterminati dai droni. Troppo poco, decisamente.

Si sta muovendo con coraggio contro l’impunità Khaled el Hamedi, cittadino libico, fondatore dell’associazione Vittime della Nato. Un bombardamento dell’operazione Unified Protector sterminò la sua famiglia il 20 giugno 2011 a Sorman. Dalle macerie furono estratti i corpi maciullati della moglie Safae Ahmed Azawi, incinta, dei suoi due figli piccoli Khaled e Alkhweldi, della nipote Salam, della zia Najia, del cugino Mohamed; uccisi anche i bambini dei suoi vicini di casa e due lavoratori. Abbiamo rivolto alcune domande al legale di Khaled, Jan Fermon, che sta preparando una conferenza stampa a Bruxelles, il 29 gennaio.

famiglia uccisa dalla nato
Avvocato Fermon, il 23 novembre 2017 la Corte d’appello di Bruxelles (Belgio, sede del Patto atlantico) ha risposto negativamente al ricorso del suo assistito Khaled el Hamidi; l’immunità della Nato è stata confermata…

E’ stata persa l’occasione di un passo avanti storico nell’applicazione della legislazione internazionale sui diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Una grande ingiustizia verso tante vittime. Khaled el Hamidi (che ora vive in esilio, ndr) è intenzionato ad andare avanti finché l’impunità non avrà fine. Il fatto che la sede della Nato sia qui, ha aperto la strada alla possibilità di un processo civile.

Come mai la Nato gode dell’immunità, e dunque dell’impunità?

La Nato è un organismo interstatale e multilaterale; con il trattato di Ottawa del 1951, i paesi fondatori decisero per l’immunità dalla giurisdizione cioè l’impossibilità di processare (cosa diversa dall’immunità di esecuzione cioè l’impossibilità di applicare la punizione). E’ grave, trattandosi di un’organizzazione che può dunque impunemente decidere della vita e della morte delle persone in giro per il mondo. Non è certo un incentivo, per la Nato e per altri, a rispettare il diritto internazionale…Può sfociare nell’impunità per crimini di guerra.

Paradossale. Non ci sono limiti a questa immunità?

Sì, ci sarebbero, e questa è la base della nostra azione legale. Infatti l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti umani e altri strumenti internazionali prevedono che ogni cittadino abbia il diritto di accedere a un tribunale. E, per la Convenzione di Vienna, gli Stati devono rispettare i trattati che hanno firmato. Il diritto di accesso, tuttavia, non è assoluto e può subire limitazioni, appunto di fronte all’immunità delle organizzazioni internazionali, che hanno fini da perseguire. Ma c’è una giurisprudenza, anche da parte della Corte di cassazione belga, secondo la quale la limitazione nell’accesso ai giudici non è accettabile quando l’organizzazione internazionale che dovrebbe essere messa in stato di accusa non ha una sorta di tribunale interno accessibile da parte dei cittadini che hanno subito danni dal suo operato. La Nato è priva di questo meccanismo rispetto alle sue azioni in Libia.

E dunque?

Intanto: la Nato ha rifiutato di comparire in giudizio (loro sostengono di limitarsi a coordinare le azioni belliche degli Stati membri, lo Stato belga l’ha rappresentata (dopotutto se si tratta di risarcire danni, spetterà poi agli Stati membri). Un primo scoglio era che Khaled non potesse invocare l’articolo 6 e dunque il diritto di accesso a un giudice perché non è cittadino europeo e il danno era avvenuto fuori dall’Europa. Ma in due sentenze, la Corte europea dei diritti umani aveva stabilito che si potesse invocare l’articolo 6 perché il paese dove la causa era cominciata lo permetteva. Nel nostro caso, però, la Corte d’appello ha deciso così: «Avete il diritto di accedere alla Corte, ma la limitazione al vostro diritto, dovuta all’immunità della Nato, rimane accettabile, proporzionata, visti gli obiettivi che l’organizzazione internazionale deve realizzare.» La Corte d’appello si è riferita a una Corte olandese che aveva sancito l’immunità per i caschi blu olandesi dell’Onu, nella vicenda di Srebrenica.

Ma l’Onu e la Nato, lei dice, non possono essere messe sullo stesso piano.

La prima è un’organizzazione che almeno in linea di principio non è di parte e riconosce la sovranità e l’eguaglianza di tutte le nazioni; ha per obiettivo l’applicazione del proprio Statuto, che è la base del diritto pubblico internazionale contemporaneo. Inoltre l’Onu dovrebbe avere il monopolio dell’uso della forza, oltretutto solo con il fine di ristabilire la pace. La Nato è praticamente illegale rispetto alla Carta dell’Onu che parla di organizzazioni regionali ma non di patti militari; è un club militare di un gruppo limitato di paesi e ha come obiettivo l’uso della forza.

Non potevate impugnare l’illegalità della guerra della Nato, che andò ben oltre il mandato della risoluzione del Consiglio di sicurezza 1973, operando un regime change e violando addirittura il mandato relativo alla protezione dei civili?

Dal punto di vista politico, è verissimo. La 1973 fu strumentalizzata. Però, questo genere di argomento renderebbe ancora più difficile le cose per un giudice belga. Ho preferito non usare l’argomento della legalità dei quella guerra perché nel caso della famiglia el Hamedi non ce n’era bisogno: prendere di mira un’abitazione civile è un crimine di guerra. La Commissione d’inchiesta dell’Onu sulla Libia al tempo si disse insoddisfatta delle spiegazioni della Nato circa l’episodio…a volte hanno tirato in ballo un errore da parte degli informatori sul campo, altre volte hanno affermato che la casa era una centrale di comando, tutto evidentemente falso.

Quali le vostre prossime mosse? Provare in altri paesi?

Dobbiamo valutare se continuare in Belgio; la Corte di cassazione non può cambiare la decisione nel merito. Altri paesi? Si potrebbe solo conoscendo la nazionalità dell’aereo che ha colpito quel giorno. Il paese è corresponsabile delle azioni. Ma è impossibile saperlo, vista l’omertà in casa Nato. Pensiamo anche alla Corte europea per i diritti umani.

E il Tribunale penale internazionale (Tpi) visto che si tratta di un crimine di guerra?

Quanto al Tpi, la risoluzione 1970 sulla Libia in effetti lo tirava in ballo …dal punto di vista letterale gli venivano affidati tutti i crimini compiuti in Libia; ma è molto chiaro che ci si riferiva solo a Gheddafi e alla sua ristretta cerchia. Inoltre per le vittime, far ricorso a quel tribunale, significa avere pochissimi diritti; il procuratore spesso non avvia nemmeno l’inchiesta; lo sanno tutti. Ci sono pressioni fortissime.

Ha assistito altre vittime delle guerre occidentali?

Ci ho provato nel 2003 durante l’occupazione dell’Iraq. Il Belgio aveva la giurisdizione universale (cioè estesa ad atti compiuti fuori dei propri confini) rispetto ai crimini di guerra. Difendevo un gruppo di cittadini iracheni contro il generale Tommy Franks e altri militari. Beh, furono impressionanti le minacce. Il Segretario Usa alla difesa Donald Rumsfeld chiese al Belgio di non accettare la mia denuncia; il paese fu minacciato di boicottaggio, di ritiro degli uffici della Nato (100mila posti di lavoro); e siccome il ministro degli esteri si era rivelato un po’ indipendente, fu imposto di estrometterlo dal governo successivo. Del resto, come non ricordare il cosiddetto «Hague Invasion Act» del 2002? Una legge che autorizza l’uso della forza per liberare i cittadini statunitensi o di un paese alleato che fossero detenuti dal Tribunale penale, con sede all’Aia. Ecco, dopo il 2003 è stata minacciata una sorta di «Brussels Invasion Act».

Khaled el Hamedi, che ora vive rifugiato all’estero, ha creato l’associazione Vittime della guerra della Nato in Libia. Quali gli obiettivi?

Vuole aprire una possibilità per gli altri; unire le forze. Intanto per stabilire la verità. Sarà anche utili aiutarli a raccogliere elementi di prova sull’operato della Nato. E la pressione giudiziaria, è anche quella che viene dalle vittime…

Ma l’impunità delle potenze egemoni, è proprio invincibile?

La lotta contro l’impunità, anche in un mondo multipolare, è prima di tutto una lotta di popolo. E’ più politica che giuridica, anche se poi va tradotta in principi giuridici che superino, appunto, l’impunità. E’ un po’ lo stesso nella giustizia nazionale, che non è neutra rispetto al censo, come sappiamo. Comunque sono i popoli a doversi battere per imporre una giustizia imparziale e seria.

Le foto sono tratte da questo sito.

Documentario di Michel Collon sul massacro di Sorman

Video di RT su familiari di vittime dei bombardamenti in Siria che reclamano giustizia

Marinella Correggia – sibialiria.org

Fonte

Il popolo Libico festeggia la rivoluzione di Al Fateh nonostante 7 anni di occupazione ed i divieti.

è dal 2011 che la Jamahiriya Libica è occupata dalla NATO e dai suoi agenti, ( i RATTI) sempre in guerra tra loro, nonostante questo , nonostante i divieti le persone scendono in strada con le bandiere verdi e festeggiano.

La foto mostra un momento dei festeggiamenti a Brak

festeggiamenti a brak: https://libya24.tv/news/168309

A Bani Walid molte persone hanno alzato le bandiere verdi……. https://www.facebook.com/LibyaTodayTv/posts/686506971701731

 

A Toronto, Canada gli espatriati libici hanno tenuto una manifestazione in cui hanno partecipato anche cittadini Canadesi… https://www.facebook.com/groups/ZALAZL/permalink/2435114719854187/

A Bengasi bandiere verdi ed auto in città … https://www.facebook.com/QnatAljamahiriya/videos/874214162775112/?hc_ref=ARSJ_lc8xGQznfyIjM-hyLul1khpJlCtmWkGCEZisMt5QGM0oDMPOBvJkU8X-osRgX8&__xts__[0]=68.ARCmAJLcu8zoQUbQpkK6Z7eJ8WnJOv2j2B7XapIM5V6UB0dYO6ojboEGBoxIjc10D_q9fVB-2K0LGo_VofrVdFh3YxEVmQftwZGnEiaETpVXUgBG-mYScugStIzS8LRti9YQ1t1j5_NsCDdsp-CnEWpw4AGy2DAZfHyMncIm6f0rL5ucy3pHZbj0IDT4w-IZSUN7mb1ah-7gBP00Ym4Z2bdFkZQFiR9LTy6HtF0Rog&__tn__=FC-R&fb_dtsg_ag=AdwlDofPJNfO8a48EIaaJf_2GVLGS1hZIaf2z4tVvISZMQ%3AAdxnZGybUpWiq4XwJ58QSeLoNHaoQaRCJQB8kswbtUK02A

A Sorman 35 persone sono state “arrestate” per aver festeggiato, i ratti gli hanno tagliato i capelli, e poi rilasciate: http://za-kaddafi.org/node/45544

Sui social si trovano decine di foto, a testimonianza dell’ evento, molti cittadini hanno festeggiato a casa loro, in segreto, indossando qualcosa di verde, o preparando una torta verde, molti utenti su facebook hanno cambiato la loro immagine, mettendo quella del Leader, Muammar Gheddafi. Possono sembrare piccole cose, ma danno il segno della realtà che ancora una volta è totalmente diversa da come ci viene presentata.

Intanto a Tripoli, agli scontri tra ratti si è sostituita una offensiva della 7a brigata che ora ha l’ appoggio delle tribù Libiche, le tribù sono il popolo, si mette male per Serraji e per i suoi padroni.

I libici protestano per le condizioni di vita

4 agosto 2018.

Di Vanessa Tomassini

Venerdì pomeriggio, diversi libici sono scesi in strada e nelle piazze per protestare contro la crisi e le condizioni di vita in tutto il paese nordafricano. Movimenti pacifici si sono registrati a Misurata, Surman, Bengasi ed anche a Zawiya dove si sono appena concluse le elezioni per il consiglio municipale.

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Nella parte orientale del paese, ed in particolare a Bengasi, i cittadini sono scesi in piazza contro la corruzione dei politici. Il giovane Ali ci ha detto: “la Camera dei Rappresentanti non è riuscita nemmeno ad emanare la legge costituzionale, vogliamo le elezioni. Non è giusto che chi non ci rappresenta continui a prendere decisioni importanti e fare accordi con potenze straniere senza nemmeno considerare i bisogni e la volontà dei propri cittadini”. In molti hanno anche chiesto la liberazione di alcuni prigionieri, detenuti ingiustamente, ed il ripristino di un reale sistema giudiziario.

Motivazioni condivise anche dai cittadini di Misurata nella zona nord occidentale del paese che hanno protestato per alcuni elementi definiti “criminali” che farebbero parte delle forze di sicurezza. “Le regole devono valere per tutti” grida qualcuno tra la folla. A Zawyia i cittadini hanno chiesto al nuovo Consiglio municipale di lavorare fin da subito per risolvere i problemi che affliggono la città, la crisi dei prodotti da forno, la mancanza di servizi e la crisi elettrica. A Surman, città sulla costa mediterranea della Libia, in  Tripolitania, la gente ha chiesto la dipartita del Consiglio Presidenziale e della Camera dei Rappresentanti.

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L’aumento dei prezzi, la crisi elettrica e la percezione della corruzione stanno esasperando il popolo libico. Le proteste, ordinate e pacifiche, hanno visto la partecipazione di molti giovani con cartelli dagli slogan “dov’è la mia pagnotta?” in riferimento alla crisi del pane che il Governo sta cercando di risolvere da tempo, ma la senzazione resta quella che qualsiasi investimento si perda per strada, o finisca nelle mani sbagliate. La presenza dei giovani assume sicuramente una valenza positiva,  rispetto al silenzio e alla rassegnazione, perchè a volte non solo si può gridare, ma è necessario farlo.

Alcuni giorni fa un ragazzo di Tripoli ci ha detto, commentando la notizia di due giovani uccisi in circostanze ancora da chiarire: “Amo la vita e voglio vivere, odio la guerra e le armi. Vorrei studiare, trovare un lavoro, divertirmi, e spendere la mia vita come voglio, ma la situazione nel mio Paese non me lo permette. Forse non verrò ucciso da un colpo di pistola, ma sarà questa realtà a farmi morire”.

Preso da: https://specialelibia.it/2018/08/04/i-libici-protestano-per-le-condizioni-di-vita/

L’associazione Vittime della Nato in Libia lotta contro l’impunità dei potenti

di Marinella Correggia

Dalla guerra in Iraq nel 1991 a oggi, nessun tribunale internazionale ha mai processato e giudicato i vincitori delle guerre di aggressione condotte dall’Occidente e dagli alleati del Golfo.  E dire che la guerra di aggressione è bandita in modo assoluto dalla carta delle nazioni unite ed è considerata il «crimine internazionale supremo» sin dall’epoca del tribunale di Norimberga (che però giudicò solo i vinti).

Alcune volte gli Stati presi di mira hanno provato a reagire ricorrendo a istanze internazionali (si pensi alla Jugoslavia durante i bombardamenti Nato del 1999); altre volte erano i cittadini danneggiati a provare le strade dei tribunali internazionali, sul lato penale e civile. Il primo non ha mai sortito effetti; per il secondo, alle vittime civili – «effetti collaterali» – afghane, irachene, pakistane sono stati elargiti risibili risarcimenti a cura dei responsabili, si vedano gli Usa con gli abitanti dei villaggi sterminati dai droni. Troppo poco, decisamente.

Si sta muovendo con coraggio contro l’impunità  Khaled el Hamedi, cittadino libico,  fondatore dell’associazione Vittime della Nato. Un bombardamento dell’operazione Unified Protector sterminò la sua famiglia il 20 giugno 2011 a Sorman. Dalle macerie furono estratti i corpi maciullati della moglie Safae Ahmed Azawi, incinta, dei suoi due figli piccoli Khaled e Alkhweldi, della nipote Salam, della zia Najia, del cugino Mohamed; uccisi anche i bambini dei suoi vicini di casa e due lavoratori. Abbiamo rivolto alcune domande al legale di Khaled, Jan Fermon, che sta preparando una conferenza stampa a Bruxelles, il 29 gennaio.

Avvocato Fermon, il 23 novembre 2017 la Corte d’appello di Bruxelles (Belgio, sede del Patto atlantico) ha risposto negativamente al ricorso del suo assistito Khaled el Hamidi; l’immunità della Nato è stata confermata…

E’ stata persa l’occasione di un passo avanti storico nell’applicazione della legislazione internazionale sui diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Una grande ingiustizia verso tante vittime. Khaled el Hamidi (che ora vive in esilio, ndr) è intenzionato ad andare avanti finché l’impunità non avrà fine. Il fatto che la sede della Nato sia qui, ha aperto la strada alla possibilità di un processo civile.

Come mai la Nato gode dell’immunità, e dunque dell’impunità?

La Nato è un organismo interstatale e multilaterale; con il trattato di Ottawa del 1951, i paesi fondatori decisero per l’immunità dalla giurisdizione cioè l’impossibilità di processare (cosa diversa dall’immunità di esecuzione cioè l’impossibilità di applicare la punizione). E’ grave, trattandosi di un’organizzazione che può dunque impunemente decidere della vita e della morte delle persone in giro per il mondo. Non è certo un incentivo, per la Nato e per altri, a rispettare il diritto internazionale…Può sfociare nell’impunità per crimini di guerra.

Paradossale. Non ci sono limiti a questa immunità?

Sì, ci sarebbero, e questa è la base della nostra azione legale. Infatti l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti umani e altri strumenti internazionali prevedono che ogni cittadino abbia il diritto di accedere a un tribunale. E, per la Convenzione di Vienna, gli Stati devono rispettare i trattati che hanno firmato. Il diritto di accesso, tuttavia, non è assoluto e può subire limitazioni, appunto di fronte all’immunità delle organizzazioni internazionali, che hanno fini da perseguire. Ma c’è una giurisprudenza, anche da parte della Corte di cassazione belga, secondo la quale la limitazione nell’accesso ai giudici non è accettabile quando l’organizzazione internazionale che dovrebbe essere messa in stato di accusa non ha una sorta di tribunale interno accessibile da parte dei cittadini che hanno subito danni dal suo operato. La Nato è priva di questo meccanismo rispetto alle sue azioni in Libia.

E dunque?

Intanto: la Nato ha rifiutato di comparire in giudizio (loro sostengono di limitarsi a coordinare le azioni belliche degli Stati membri, lo Stato belga l’ha rappresentata (dopotutto se si tratta di risarcire danni, spetterà poi agli Stati membri). Un primo scoglio era che Khaled non potesse invocare l’articolo 6 e dunque il diritto di accesso a un giudice perché non è cittadino europeo e il danno era avvenuto fuori dall’Europa. Ma in due sentenze, la Corte europea dei diritti umani aveva stabilito che si potesse invocare l’articolo 6 perché il paese dove la causa era cominciata lo permetteva. Nel nostro caso, però, la Corte d’appello ha deciso così: «Avete il diritto di accedere alla Corte, ma la limitazione al vostro diritto, dovuta all’immunità della Nato, rimane accettabile, proporzionata, visti gli obiettivi che l’organizzazione internazionale deve realizzare.» La Corte d’appello si è riferita a una Corte olandese che aveva sancito l’immunità per i caschi blu olandesi dell’Onu, nella vicenda di Srebrenica.

Ma l’Onu e la Nato, lei dice, non possono essere messe sullo stesso piano.

La prima è un’organizzazione che almeno in linea di principio non è di parte e riconosce la sovranità e l’eguaglianza di tutte le nazioni; ha per obiettivo l’applicazione del proprio Statuto, che è la base del diritto pubblico internazionale contemporaneo. Inoltre l’Onu dovrebbe avere il monopolio dell’uso della forza, oltretutto solo con il fine di ristabilire la pace. La Nato è praticamente illegale rispetto alla Carta dell’Onu che parla di organizzazioni regionali ma non di patti militari; è un club militare di un gruppo limitato di paesi e ha come obiettivo l’uso della forza.

Non potevate impugnare l’illegalità della guerra della Nato, che andò ben oltre il mandato della risoluzione del Consiglio di sicurezza 1973, operando un regime change e violando addirittura il mandato relativo alla protezione dei civili?

Dal punto di vista politico, è verissimo. La 1973 fu strumentalizzata. Però, questo genere di argomento renderebbe ancora più difficile le cose per un giudice belga. Ho preferito non usare l’argomento della legalità dei quella guerra perché nel caso della famiglia el Hamedi non ce n’era bisogno: prendere di mira un’abitazione civile è un crimine di guerra. La Commissione d’inchiesta dell’Onu sulla Libia al tempo si disse insoddisfatta delle spiegazioni della Nato circa l’episodio…a volte hanno tirato in ballo un errore da parte degli informatori sul campo, altre volte hanno affermato che la casa era una centrale di comando, tutto evidentemente falso.

Quali le vostre prossime mosse? Provare in altri paesi?

Dobbiamo valutare se continuare in Belgio; la Corte di cassazione non può cambiare la decisione nel merito. Altri paesi? Si potrebbe solo conoscendo la nazionalità dell’aereo che ha colpito quel giorno. Il paese è corresponsabile delle azioni. Ma è impossibile saperlo, vista l’omertà in casa Nato.  Pensiamo anche alla Corte europea per i diritti umani.

E il Tribunale penale internazionale (Tpi) visto che si tratta di un crimine di guerra?

Quanto al Tpi, la risoluzione 1970 sulla Libia in effetti lo tirava in ballo …dal punto di vista letterale gli venivano affidati tutti i crimini compiuti in Libia; ma è molto chiaro che ci si riferiva solo a Gheddafi e alla sua ristretta cerchia. Inoltre per le vittime, far ricorso a quel tribunale, significa avere pochissimi diritti; il procuratore spesso non avvia nemmeno l’inchiesta; lo sanno tutti. Ci sono pressioni fortissime.

Ha assistito altre vittime delle guerre occidentali?

Ci ho provato nel 2003 durante l’occupazione dell’Iraq. Il Belgio aveva la giurisdizione universale (cioè estesa ad atti compiuti fuori dei propri confini) rispetto ai crimini di guerra. Difendevo un gruppo di cittadini iracheni contro il generale Tommy Franks e altri militari. Beh, furono impressionanti le minacce. Il Segretario Usa alla difesa Donald Rumsfeld chiese al Belgio di non accettare la mia denuncia; il paese fu minacciato di boicottaggio, di ritiro degli uffici della Nato (100mila posti di lavoro); e siccome il ministro degli esteri si era rivelato un po’ indipendente, fu imposto di estrometterlo dal governo successivo. Del resto, come non ricordare il cosiddetto «Hague Invasion Act» del 2002? Una legge che autorizza l’uso della forza per liberare i cittadini statunitensi o di un paese alleato che fossero detenuti dal Tribunale penale, con sede all’Aia. Ecco, dopo il 2003 è stata minacciata una sorta di «Brussels Invasion Act».

Khaled el Hamedi, che ora vive rifugiato all’estero, ha creato l’associazione Vittime della guerra della Nato in Libia. Quali gli obiettivi?

Vuole aprire una possibilità per gli altri; unire le forze. Intanto per stabilire la verità. Sarà anche utili aiutarli a raccogliere elementi di prova sull’operato della Nato. E la pressione giudiziaria, è anche quella che viene dalle vittime…

Ma l’impunità delle potenze egemoni, è proprio invincibile?

La lotta contro l’impunità, anche in un mondo multipolare, è prima di tutto una lotta di popolo. E’ più politica che giuridica, anche se poi va tradotta in principi giuridici che superino, appunto, l’impunità. E’ un po’ lo stesso nella giustizia nazionale, che non è neutra rispetto al censo, come sappiamo. Comunque sono i popoli a doversi battere per imporre una giustizia imparziale e seria.

 

Marinella Correggia

 

Le foto sono tratte da questo sito:

 

Sul massacro di Sorman, ecco il documentario di Michel Collon:

 

e con sottotitoli in inglese:

Qui un video di RT su familiari di vittime dei bombardamenti in Siria che reclamano giustizia

 

Preso da: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=3471

I maggiori mezzi d’informazione hanno falsificato i rapporti sulla Libia

August 18th, 2011

by Stephen Lendman

Traduzione:levred

I principali media si specializzano in quello che sanno fare meglio: rovesciare la verità (sinonimo di cattiva fiction), non fare ciò che i giornalisti sono tenuti a fare, il loro lavoro, e in particolare coprire le guerre imperiali per il dominio e per le sostanziose spoliazioni.

Con il Consiglio nazionale di transizione (NTC) di Libya che cade a pezzi e le forze ribelli allo sbando, i titoli di oggi, riportati da una indipendente non-a-letto-con*  giornalisti ed altre fonti, smentiscono la verità  (*n.d.t. gioco di parole  un-bed-with con unbedded  giornalismo che compila i reports seguendo le veline rilasciate dalle unità  militari sul campo).
Il 16 agosto il diario libico di  Lizzie Phelan “ha chiarito le ultime notizie spazzatura dei media sulla Libia”, dicendo:

Le forze di Gheddafi hanno liberato la città di Misurata “finora in mano ai ribelli”. “La scorsa notte, l’esercito libico si è spostato nel centro della città, e ora i ribelli sono intrappolati fra Misurata e Tawergha”. Circa tre quarti della città  son al sicuro, compreso il suo porto, ” che è stato un’ancora di salvezza” per il trasporto ai ribelli di armi e di altre forniture.
Circa 200 tribù  (includendo le quattro più grandi che comprendono la metà della popolazione) hanno partecipato  ad una conferenza stampa, il portavoce dei media della Libia, il Dr. Ibrahim Moussa, lo ha confermato. Le quattro principali, tra cui Warfalla, Tarhouna, Zlitan e Washafana, tutte stanno in appoggio a Gheddafi.
“I leader tribali hanno inoltre hanno anche confermato che Zawiya e Sorman sono sicure, in contrasto con le asserzioni
(false)  dei giornalisti stranieri (un-bed-with)  a Tripoli e Djerba (Tunisia) che [hanno sostenuto] fossero state prese dai ribelli.”
Inoltre, le affermazioni che i ribelli controllino  Ghuriyan non sono vere. Scontri ancora in corso proseguono.

I principali reports dei media mentono, anche se sacche di resistenza dei ribelli rimangono. Tuttavia, sono “isolati e circondati dall’esercito libico e dalle tribù”.
I rapporti falsificati dei media  principali sono in netto contrasto alle affermazioni delle “tribù libiche  che,  naturalmente, conoscono la loro terra profondamente”.


E ‘chiaro che i boss dei media vogliono libici demoralizzati che pensino che tutto è perduto così che rinuncino.  Inoltre, la NATO sta “disperatamente cercando di ottenere qualche vittoria prima del 17 agosto (17 ° giorno di Ramadan), una data molto importante nel calendario islamico.
Il 17 ° giorno di Ramadan nel 624 d.C. nel calendario islamico, il Profeta Muhammad riportò un’importante vittoria a Badr, in Arabia Saudita ai giorni nostri. E ‘stato un punto di svolta fondamentale contro i suoi avversari.

Sull’avanzata veloce di oggi  le fonti dei maggiori media falsificano i rapporti “per creare confusione e panico sul terreno.”
In un discorso telefonico del 15 agosto inviato ai sostenitori ammassati in Piazza Verde, Gheddafi “, ha ribadito i suoi appelli per il popolo libico a rimanere saldi nello sconfiggere gli alleati della Nato a terra e della stessa  Nato.”
Phelan ha anche riportato notizie non confermate che dicono che sarebbe stato catturato il comandante ribelle Khalifa Hefter,  ex ufficiale dell’esercito [libico] trasformatosi in risorsa della CIA, che aveva precedentemente vissuto vicino a Langley, il quartier generale  della CIA in Virginia, a partire dai primi anni 1990.

Se fosse vero, creerebbe ancora più scompiglio tra i leader del Consiglio Nazionale di Transizione (TNC), forse sarebbe meglio descritto come la banda che non può sparare o procurarsi le proprie storie in maniera leale.

“Così la guerra mediatica va avanti”, ha detto Phelan, sul terreno a Tripoli, riportando importanti verità sul suo sito Lizzie’s Liberation, al quale si accede tramite il seguente link:

http://lizziesliberation.wordpress.com/

Contrastando i rapporti falsificati dei più grandi media

La volgarità del mentire non ha bisogno di commento. Farlo per una vita è più che una vergogna. Non scoraggia gli acquirenti, tuttavia, come titolano gli scrittori David Kirkpatrick e Kareem Fahim del New York Times, “Un alto funzionario libico sembra defezionare, come i ribelli difendono i recenti guadagni “, dicendo:

Il ministro Nassr al-Mabrouk “è atterrato al Cairo in un aereo privato con nove membri della famiglia che erano in viaggio con visti per turismo …. La defezione potrebbe segnalare una nuova crepa nel governo di Gheddafi ….”

Riscontro del fatto:

Al-Mabrouk non ha defezionato, come ampiamente riportato. Ha lasciato per un intervento al Cairo, dicendo che sta saldamente con Gheddafi. Non sorprende che volesse membri della famiglia con lui per un sostegno.

Kirkpatrick e Fahim hanno continuato dicendo: “i (R)ibelli, incoraggiati dai loro guadagni nei giorni scorsi, stanno perdendo la spinta a fare delle concessioni”.

Riscontro del fatto:

Le vittorie ribelli falsificate sono, infatti, sconfitte non dichiarate e confusione. Inoltre, senza il sostegno aereo della NATO, sarebbero stati sbaragliati mesi fa. La copertura aerea ha anche dato la possibilità  alla NATO di massacrare e ferire migliaia di civili libici, così come causare una distruzione di massa orribile, collegata ad obiettivi imperiali, non militari.
Entrambi gli scrittori del Times hanno anche riportato le pretese dei ribelli di avere circondato Tripoli così come di aver tagliato le linee di rifornimento chiave. Niente di tutto questo è vero, ma controllare i fatti non fa parte del lavoro di descrizione degli scrittori del Times – che riportano solo resoconti ordinati dai loro padroni.

Da Tripoli, una giornalista indipendente analista del Medio Oriente e Asia centrale, Mahdi Nazemroaya  ha spiegato in una e-mail questa mattina:

“L’insurrezione è stata  sconfitta a Misurata. La NATO ha risposto con bombardamenti massicci. Una via è controllata. Zawiya e Sorman non sono cadute. Ci sono stati attacchi lungo il percorso. Stanno cercando di tagliare le vie di approvvigionamento ma non ci sono riusciti.

Il 15 agosto, la scrittrice Leila Fadel del Washington Post non ha fatto meglio di altri resoconti titolando, “Gheddafi isolato, come avanzano i ribelli, aiutante vola al Cairo,” falsificando la stessa propaganda come le loro controparti del Times, e sostenendo che  i ribelli tengono “una morsa sulla capitale libica, Tripoli. ”

A Londra sono complici anche scrittori del Guardian , che titolano le seguenti storie del 15 agosto e 16 agosto, meglio chiamarle come menzogne ​​dei media:

15 agosto: “Il ministro dell’Interno della Libia vola in Egitto in un apparente defezione”
15 agosto: “ribelli libici entrano nella città petrolifera dove una battaglia decisiva può ancora essere combattuta”

Riscontro del fatto: Zawiya, fu riferito, era saldamente controllata dalle forze di Gheddafi.

15 agosto: “Nessuna situazione di stallo in Libia – la scritta è sul muro per Gheddafi”
16 agosto: “La Libia mostra segni di scivolare dalle mani di Muammar Gheddafi”
16 agosto: “Live Siria, Libia e Medio Oriente disordini – aggiornamenti in tempo reale,” molti, nei fatti, falsificati come gli altri.

Anche Al Jazeera è complice di dichiarazioni mistificate  sulla Libia. Il 16 agosto ha titolato, “ribelli libici spingono per isolare Tripoli,” suonando più come CNN, Fox News e New York Times che come [opera di] validi giornalisti.
Il rapporto, riguardo l’isolamento di Tripoli  che invece controlla la maggior parte di Zawiya, ha ripetuto la stessa disinformazione e altri fatti distorti.

Un precedente rapporto del 12 agosto ha sostenuto “Libici in fuga dicono che il regime di Gheddafi  è in pezzi”, come i ribelli avanzano verso la capitale.

Ancora una volta falsità.
Al Jazeera, ovviamente, ha sede, è  finanziata  ed è controllata dal Qatar, un partner di coalizione della Nato contro la Libia, le sue forze armate sostengono i ribelli a terra.
Come risultato, [Al Jazeera] riporta cose  prive di credibilità e deve essere evitata. Un arrabbiato editore arabo  As’ad AbuKhalil dice che è “come guardare MSNBC dopo che è stata acquistata da Murdoch”.
Naturalmente, [Al Jazeera] è priva di valore sotto il suo attuale proprietario, Comcast, e sotto quello precedente, General Electric, in particolare sulle questioni della guerra e della pace, così come sull’imperialismo senza legge statunitense.

Un commento finale

La battaglia per la Libia continua. Numeri schiaccianti sostengono Gheddafi e [i libici] vogliono il loro paese libero dal controllo imperiale. Sono anche pronti a lottare per esso, consapevoli dell’inaccettabile alternativa – colonizzazione, saccheggi, perdita della libertà, e forse della propria vita.

Quale migliore motivi per resistere a quelli!

Stephen Lendman vive a Chicago e può essere raggiunto a lendmanstephen@sbcglobal.net oppure visitare il suo blog  www.sjlendman.blogspot.com

Fonte: http://www.thepeoplesvoice.org/TPV3/Voices.php/2011/08/18/falsified-major-media-reports-on-libya

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/08/19/i-maggiori-mezzi-d%e2%80%99informazione-hanno-falsificato-i-rapporti-sulla-libia/