In Libia, minacciata la sostenibilità dell’olivicoltura

11/1/2019

Proibizione delle esportazioni e mancanza di mezzi: a Tarhouna, gli agricoltori e i lavoratori delle presse lottano con pazienza
In Libia, minacciata la sostenibilità dell'olivicoltura
I campi di ulivi si estendono a perdita d’occhio e l’odore dei frutti è inebriante: nella regione di Tarhouna (nord – ovest della Libia), l’olio d’oliva è un tesoro secolare. Ma l’olivicoltura è oggi minacciata, bandita dall’esportazione, vittima della selvaggia urbanizzazione e della mancanza di mezzi per svilupparsi.
“Abbiamo ancora problemi con i pezzi di ricambio, diventati costosi a causa del crollo del dinaro libico contro il dollaro, ma anche a causa del costo del processo di estrazione dell’olio” dice Zahri Bahri, proprietario di una delle tante presse di Tarhouna. Nella fattoria del signor Bahri, i frutti sono raccolti a mano, in modo da non danneggiare l’albero. Le olive, disposte su grandi drappi, sono trasportate in sacchi fino al mulino per l’estrazione del prezioso succo, dorato e profumato.

Albero mediterraneo per eccellenza, l’olivo ha prosperato sulla costa libica per secoli. In una Libia finita nel caos dopo la caduta del Leader Muammar Gheddafi nel 2011, le cui entrate dipendevano esclusivamente dalle esportazioni di petrolio, le autorità avevano per un certo tempo espresso il desiderio di sviluppare l’olivicoltura e migliorare la qualità dell’olio d’oliva per conquistare i mercati europei e competere con la produzione dei vicini del Maghreb. Anche lo sviluppo del turismo e della pesca erano parte delle ambizioni.
Il paese, però, non è riuscito a diversificare la sua economia. E nel 2017, le autorità libiche hanno deciso di sospendere l’esportazione di tre dei prodotti più emblematici per l’agricoltura: l’olio d’oliva, i datteri e il miele, con grande dispiacere degli agricoltori. Obiettivo: “proteggere” le produzioni locali e soddisfare le esigenze del mercato interno. Una misura “temporanea”, assicuravano le autorità, senza annunciarne la fine. Si stima che l’olio d’oliva locale sia “esportato alla rinfusa a prezzi bassi e senza alcun valore aggiunto per l’economia libica” mentre, allo stesso tempo, è necessario importare l’olio d’oliva (più costoso) per soddisfare la domanda locale, afferma un funzionario del Ministero dell’Agricoltura per giustificare il divieto.
Un settore da modernizzare
“C’è abbastanza produzione in Libia, ma non possiamo più esportarla” dice Bahri. La Libia ha otto milioni di ulivi su solo il 2% della terra arabile, in un paese di 1,76 milioni di chilometri quadrati, secondo il Ministero dell’Agricoltura libico. Raccoglie in media 150.000 tonnellate di olive all’anno, quasi tutte destinate alla pressa per produrre 30.000 tonnellate di olio, che la rendono l’undicesima azienda olivicola più grande al mondo, dietro ai suoi vicini della riva sud del Mediterraneo come il Marocco, la Tunisia o l’Algeria, secondo la classificazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao).
Tuttavia, l’olivicoltura in Libia è lontana dall’essere moderna ed efficiente, in particolare in assenza di stabilimenti specializzati nel confezionamento o nell’imbottigliamento. E per molti anni, le esportazioni di olio d’oliva si sono limitate alle iniziative personali degli agricoltori. Gli aiuti di Stato sarebbero benvenuti, dice Ali al-Nouri, proprietario di un’azienda agricola a Tarhouna, per il controllo della qualità o l’installazione di impianti di imbottigliamento. E per prosperare, la coltivazione degli ulivi ha bisogno di più attenzione e mezzi, compresa l’irrigazione in questo paese deserto, dice il contadino.
Sradicati nell’impunità generale.
Mokhtar Ali, proprietario di una fattoria di ulivi, alcuni dei quali hanno più di 600 anni, è indignato: prima del 1969, era severamente vietato tagliare o strappare un ulivo e “ogni trasgressore era severamente punito”. L’urbanizzazione è peggiorata a partire dalla primavera araba del 2011 e ora mette a repentaglio la sostenibilità dell’olivicoltura, secondo gli esperti del settore. Ora “gli ulivi sono strappati impunemente per farne carbone o sostituirli con cemento” denuncia il signor Ali.
Nella regione di Msillata (nord – ovest), vicino a Tarhouna, è ancora possibile ammirare ulivi millenari e godere di un olio famoso in tutto il paese per la sua dolcezza e il suo gusto fruttato. Oggi, gli oli importati e meno costosi dell’olio d’oliva, in particolare del mais, sono entrati nella cucina libica, ma l’olio d’oliva locale rimane il più consumato.
Tra le sue centinaia di ulivi, Mr. Nouri presta particolare attenzione a un albero molto singolare che dà una rara oliva di colore bianco. Originario della Toscana, in Italia, questa olea leucocarpa dà frutti che non diventano scuri quando sono maturi e il cui olio è a bassa acidità, dolce e fragrante. Tarhouna ha solo cinque o sei esemplari, piantati dagli italiani e la cui produzione finirà mescolata con quella di altre olive. Il signor Nouri ricorda che gli ulivi hanno “salvato” i libici durante i periodi di magra, prima della scoperta del petrolio in Libia alla fine degli anni ’50. Quest’albero è stato a lungo “come una madre nutrice”. Di fronte allo sradicamento di questa preziosa vegetazione, Mohkar Ali rimane ottimista: molti agricoltori “iniziano a ripiantarli”, dice “che si tratti di specie autoctone… o di piante importate dalla Spagna”.
Edizione italiana a cura di Francesca Quarta
Fonte

Con le dovute correzioni dall’ originale: http://www.sudnews.it/risorsa/In_Libia__minacciata_la_sostenibilit__dell_olivicoltura/47279.html

Nel covo della Settima Brigata, con i reduci che rivogliono la Libia

6 settembre 2018.
Ex fedelissimi del figlio di Gheddafi, ben armati e molto nervosi,
gli uomini che minacciano Tripoli sembrano non avere rivali sul campo
Ecco il quartier generale della Settima Brigata, il gruppo armato che da quasi due settimane sta attaccando Tripoli. A prima vista sembra una zona di depositi vuoti. C’è un alto muro anonimo dipinto di fresco color ocra. Le sentinelle sono quasi invisibili. Pochi i passanti. Nessun problema per arrivarci, si trova nel quartiere di Salahaddin, proprio nel centro di questa che storicamente è la città-crocevia delle tribù che sostenevano il regime di Gheddafi. Ci siamo giunti ieri verso le 14 accompagnati dal portavoce della municipalità locale di Tarhuna. E per fortuna c’era lui. Perché da subito i soldati di guardia sono stati aggressivi, minacciosi. L’entrata si affaccia ad una viuzza secondaria. Di fronte sono posteggiati due camion militari carichi di casse. «Cosa ci fa qui un giornalista italiano?», sibila una sentinella. Due altre mettono mano alla fondina. «Magari questo ce lo prendiamo», dice in arabo uno tra i più duri. Ne arrivano altre, vogliono il passaporto. Parlano tra di loro. Lo stesso portavoce mi consiglia di nasconderlo. Ci portano in una stanzetta chiusa. Vogliono vedere il permesso di una qualsiasi autorità, che per fortuna esiste. Abbiamo un accredito ufficiale. Intanto il mio interprete di Misurata sbianca. «Ma qui siamo con i vecchi combattenti della 32esima brigata di Khamis Gheddafi!», sussurra spaventato. La buona sorte vuole che arrivi anche un ufficiale più anziano col berretto rosso dei paracadutisti. Ci invita ad andarcene immediatamente. «Tornate con un permesso speciale», dice frettoloso.

È stata sufficiente una mezzoretta per capire tante cose. In un attimo ci siamo ritrovati di fronte a quello che per lungo tempo, sino alla rivoluzione del 2011, è stato il miglior braccio armato del vecchio regime. Stesse uniformi con i pantaloni attillati e le camice larghe, stessi modi di fare “”bruschi, aggressivi,”
—- e si se non parli male di Gheddafi non puoi scrivere.—– stesse capigliature scarmigliate e barbe malfatte. Soldati ben addestrati, magri, nervosi, muscolosi, i coltelli alla vita. Nulla a che vedere con l’aria trasandata, per nulla marziale delle milizie legate alla rivoluzione. Ce lo aveva ben raccontato più volte durante le nostre interviste Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica che era stato alto ufficiale di Gheddafi: «Con me stanno arruolandosi i militari del vecchio esercito libico. Non ci saranno più milizie, non più caos, solo un nuovo esercito unito rinato dalle ceneri del vecchio che obbedisce ad un’unica autorità centrale». Ed infatti eccoli qui: erano di Gheddafi e adesso combattono per Haftar. Ai tempi di Khamis erano 10 mila, il fiore all’occhiello delle forze della Jamariah. Oggi sono circa 7.000. Come allora vengono da Bani Walid, Sirte, Tawargha, Tarhuna, Tripoli, Zintan. Con loro sono le tribù più fedeli: Warshafanna, Gheddafi, Warfallah… Nomi noti, sembra di ripercorrere le tappe della lotta contro la rivoluzione. Sette anni fa avrebbero certamente fatto a pezzi le rivolte: addestrati, disciplinati, con cecchini ottimi. Mentre i ribelli sprecavano tonnellate di munizioni, loro sparavano precisi, metodici. Attaccarono Bengasi, accerchiarono Misurata, si lanciarono contro i quartieri di Tripoli che protestavano. Già a metà marzo 2011 sarebbe bastato molto poco per tornare al vecchio status quo precedente il 17 febbraio. Gli uomini di Khamis stavano facendo il loro dovere. Ma intervenne la Nato, con i suoi jet sofisticati, i radar, le bombe ad alta precisione, i satelliti e i missili intelligenti. Le milizie ribelli rimasero a guardare, mentre le forze straniere combattevano per loro. Ogni volta che venivano lasciate sole, venivano battute. Ma in realtà la 32esima Brigata venne fatta a pezzi dall’aria. Subì forse oltre 8 mila morti, si disse. Però sono dati che vanno verificati, la propaganda allora falsificava fatti e numeri.
Che fine ha fatto Khamis? Aveva 28 anni, era l’ultimo figlio dei sette di Gheddafi, ma anche il più combattivo, il più militante. Almeno quattro volte venne dato per morto dai ribelli. L’ultima mentre scappava in un’auto colpita forse da un missile a fine agosto 2011. Ma in verità non si sa. Che sia invece qui, dietro il recinto di questa caserma, a preparare la riscossa? «Certo è che, se questi uomini vincono, sarà il trionfo delle vendette», temono a Misurata. Perché non ci sono dubbi: la Settima Brigata non ha avversari degni di questo nome, la sua potenza militare è superiore. E oggi non ci sarà la Nato o chiunque altro a difendere le vecchie milizie della rivoluzione, il loro fallimento è scritto sui muri. Il premier Sarraj non ha i mezzi per contrattaccare.
I membri del Consiglio municipale di Tarhuna si muovono cauti. Tutto sommato la loro città è stata tra le meno danneggiate delle pro-Gheddafi e vorrebbero evitare che venga investita dai nuovi combattimenti. Sulla strada che la collega alla costa ci sono le caserme chiuse della «17 Febbraio», la milizia di Misurata che più li ha combattuti. Le strade sono abbastanza pulite, in un paio di fontane zampilla persino l’acqua, la corrente elettrica funziona una media di 18 ore al giorno, contro le 4 di Tripoli. Sirte 300 chilometri a est è largamente devastata. E Bani Walid, un’ottantina di chilometri più a sud, venne messa a ferro e fuoco. «Per quattro anni ai nostri 225 mila abitanti si sono aggiunti oltre 100 mila sfollati dalle regioni fedeli a Gheddafi», ammette Khalifa Mabruk, tra i più senior del Consiglio. Oggi i loro problemi si chiamano scarsità di benzina, carenza di gas da cucina, acqua potabile ridotta. Dice Mabruk: «La comunità internazionale dovrebbe aiutarci, qui le cose potrebbero andare molto peggio, prima di un eventuale miglioramento».

Libia: ennesimo scontro tra RATTI a Tripoli

Ancora una volta i RATTI che occupano la Libia si scontrano tra loro, questo è uno degli articoli che si trovano sui media italiani:  http://www.repubblica.it/esteri/2018/08/27/news/libia_violenti_scontri_tra_milizie_a_tripoli-205041237/?refresh_ce
TRIPOLI – La situazione torna ad infiammarsi in Libia, dove secondo quanto riportato da Lybian Express milizie rivali si stanno scontrando in varie zone di Tripoli. Testimoni riferiscono di mezzi corazzati sulle strade e posti di blocco presidiati da pezzi di artiglieria pesante. Gli scontri, secondo le fonti, interessano l’intersezione di Wadi Al-Rabee, a sud-est di Tripoli e poi quelle di Al-Khaila e il campo di Yarmouk a sud. Le autorità hanno messo in stato di allerta tutti gli ospedali e le cliniche private, invitando a prestare immediato soccorso ai feriti. E perfino Reporter senza Frontiere ha lanciato un appello ai giornalisti sul campo perché esercitino la massima attenzione
Le autorità del distretto militare denunciano il “tentativo di alcuni gruppi armati di schierarsi nei sobborghi della Grande Tripoli e di minacciare di usare la forza” contro i soldati. Secondo un comunicato pubblicato dalle autorità libiche e citato dal quotidiano Libya Observer, questi tentativo potrebbero “far precipitare la regione in un nuovo conflitto armato”. Per ora l’esercito che presidia la capitale ha sottolineato la “ferma intenzione” di fermare “tutti coloro che tentano di destabilizzare la città o terrorizzare la popolazione pacifica e trascinare tutti in una nuova guerra che non può avere vincitori e nè vinti”. Il quotidiano libico riporta che la settima brigata e le forze di sicurezza centrale, entrambe provenienti dalla città di Tarhouna, sono attualmente di stanza nel distretto di Qaser Bin Ghashir, nella Grande Tripoli, e stanno cercando di avanzare ulteriormente in altri distretti della capitale.
La scorsa settimana, la missione dell’Onu in Libia ha invitato il governo di accordo nazionale libico a perseguire i gruppi armati che stanno impedendo il buon funzionamento delle istituzioni statali del paese nordafricano, accusando “i membri delle brigate che agiscono nominalmente sotto l’egida del ministero degli Interni del governo di accordo nazionale stanno attaccando le istituzioni sovrane e impediscono loro di operare in modo efficace”.

Nelle stesse ore in cui a Tripoli risale la tensione, il presidente francese Emmanuel Macron ha confermato oggi la sua determinazione a far rispettare l’accordo di Parigi del maggio scorso sulla Libia, che prevede tra l’altro elezioni a dicembre. “Io credo molto profondamente al ripristino della sovranità libica – ha detto Macron, parlando a Parigi in occasione della conferenza degli ambasciatori In questo Paese diventato il teatro di tutti gli interessi esterni, il nostro ruolo è di riuscire a far camminare l’accordo di Parigi del maggio scorso”.

QUELLO CHE NON CI DICONO è che questi gruppi, milizie sono tutti occupanti illegali della Libia gia dal 2011, cè chi accusa una milizia di Tarhuna di avere iniziato gli attacchi.
Il sito Libya24 parla della partenza dell’ ambasciatore italiano Perrone da Tripoli, a seguito degli scontri.
Il sito russo  Za-Kaddafi, che riprende una pagina facebook annuncia addirittura la partenza di Serraji da Tripoli, via mare.
Staremo a vedere, ma una cosa è certa, come purtoppo avevo previsto non cè pace trai ratti che occupano la Libia , ed a pagare sono sempre i cittadini inermi ed innocenti.

UNA COSA CHE NON VI HANNO DETTO SULLA LIBIA: 2016, il regime getta merda contro il popolo libico per giustificare la prossima guerra

Ultimamente ( era il 2016)  è ritornato di moda parlare male della “Libia di Gheddafi”, proprio quando fervono i preparativi per una nuova guerra, i passi vengono compiuti uno alla volta: il RATTO Serraji ha costituito la fantomatica “guardia presidenziale” , ha chiesto aiuto ai suoi padroni per combattere l’ ” immigrazione e l’ ISIS” . Tutto è pronto per una nuova guerra, ma bisogna preparare l’ opinione pubblica, ed ecco le scuse belle e pronte:

L’ultimo segreto di Aldo Moro: «La Libia dietro Ustica e Bologna»

Tutto nasce da una direttiva di Matteo Renzi, che ha fatto togliere il segreto a decine di migliaia di documenti sulle stragi italiane. Nel mucchio, i consulenti della commissione d’inchiesta sul caso Moro hanno trovato una pepita d’oro: un cablo del Sismi, da Beirut, che risale al febbraio 1978, ossia un mese prima della strage di via Fani, in cui si mettono per iscritto le modalità del “lodo Moro”. Il “lodo Moro” è quell’accordo informale tra italiani e palestinesi che risale al 1973 per cui noi sostenemmo in molti modi la loro lotta e in cambio l’Olp ma anche l’Fplp, i guerriglieri marxisti di George Habbash, avrebbero tenuto l’Italia al riparo da atti di terrorismo.
Ebbene, partendo da quel cablo cifrato, alcuni parlamentari della commissione Moro hanno continuato a scavare. Loro e soltanto loro, che hanno i poteri dell’autorità giudiziaria, hanno potuto visionare l’intero carteggio di Beirut relativamente agli anni ’79 e ’80, ancora coperto dal timbro «segreto» o «segretissimo». E ora sono convinti di avere trovato qualcosa di esplosivo. Ma non lo possono raccontare perché c’è un assoluto divieto di divulgazione.
Chi ha potuto leggere quei documenti, spera ardentemente che Renzi faccia un passo più in là e liberalizzi il resto del carteggio. Hanno presentato una prima interpellanza. «È davvero incomprensibile e scandaloso – scrivono i senatori Carlo Giovanardi, Luigi Compagna e Aldo Di Biagio – che, mentre continuano in Italia polemiche e dibattiti, con accuse pesantissime agli alleati francesi e statunitensi di essere responsabili dell’abbattimento del DC9 Itavia a Ustica nel giugno del 1980, l’opinione pubblica non sia messa a conoscenza di quanto chiaramente emerge dai documenti secretati in ordine a quella tragedia e più in generale degli attentati che insanguinarono l’Italia nel 1980, ivi compresa la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980».
Va raccontato innanzitutto l’antefatto: nelle settimane scorse, dopo un certo tira-e-molla con Palazzo Chigi, i commissari parlamentari sono stati ammessi tra mille cautele in una sede dei servizi segreti nel centro di Roma. Dagli archivi della sede centrale, a Forte Braschi, erano stati prelevati alcuni faldoni con il marchio «segretissimo» e portati, con adeguata scorta, in un ufficio attrezzato per l’occasione. Lì, finalmente, attorniati da 007, con divieto di fotocopiare, senza cellulari al seguito, ma solo una penna e qualche foglio di carta, hanno potuto prendere visione del carteggio tra Roma e Beirut che riporta al famoso colonnello Stefano Giovannone, il migliore uomo della nostra intelligence mai schierato in Medio Oriente.
Il punto è che i commissari parlamentari hanno trovato molto di più di quello che cercavano. Volevano verificare se nel dossier ci fossero state notizie di fonte palestinese per il caso Moro, cioè documenti sul 1978. Sono incappati invece in documenti che sorreggono – non comprovano, ovvio – la cosiddetta pista araba per le stragi di Ustica e di Bologna. O meglio, a giudicare da quel che ormai è noto (si veda il recente libro «La strage dimenticata. Fiumicino 17 dicembre 1973» di Gabriele Paradisi e Rosario Priore) si dovrebbe parlare di una pista libico-araba, ché per molti anni c’è stato Gheddafi dietro alcune sigle del terrore. C’era la Libia dietro Abu Nidal, per dire, come dietro Carlos, o i terroristi dell’Armata rossa giapponese.
Giovanardi e altri cinque senatori hanno presentato ieri una nuova interpellanza. Ricordando le fasi buie di quel periodo, in un crescendo che va dall’arresto di Daniele Pifano a Ortona con due lanciamissili dei palestinesi dell’Fplp, agli omicidi di dissidenti libici ad opera di sicari di Gheddafi, alla firma dell’accordo italo-maltese che subentrava a un precedente accordo tra Libia e Malta sia per l’assistenza militare che per lo sfruttamento di giacimenti di petrolio, concludono: «I membri della Commissione di inchiesta sulla morte dell’on. Aldo Moro hanno potuto consultare il carteggio di quel periodo tra la nostra ambasciata a Beirut e i servizi segreti a Roma, materiale non più coperto dal segreto di Stato ma che, essendo stato classificato come segreto e segretissimo, non può essere divulgato; il terribile e drammatico conflitto fra l’Italia e alcune organizzazioni palestinesi controllate dai libici registra il suo apice la mattina del 27 giugno 1980».
Dice ora il senatore Giovanardi, che è fuoriuscito dal gruppo di Alfano e ha seguito Gaetano Quagliariello all’opposizione, ed è da sempre sostenitore della tesi di una bomba dietro la strage di Ustica: «Io capisco che ci debbano essere degli omissis sui rapporti con Paesi stranieri, ma spero che il governo renda immediatamente pubblici quei documenti».
Articolo su: http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2016/05/05/AS5HcFcC-bologna_segreto_dietro.shtml

Ancora non basta, seconda bufala:

Libia: Le tribù libiche Gaddafah, Warfalah e Ould Suleiman giurano fedeltà a Isis

La tribù del defunto rais Muammar Gheddafi ha giurato fedeltà all’Isis: lo riferisce il Site.
“Le tribù libiche Gaddafah, Warfalah, e Ould Suleiman in Libia hanno pubblicato un resoconto accompagnato da foto annunciando la propria affiliazione alla provincia di Tripoli dello Stato Islamico”, scrive il sito di monitoraggio dell’estremismo islamico sul web.
Fonte: http://www.guerrenelmondo.it/index.php/2016/05/09/libia-le-tribu-libiche-gaddafah-warfalah-e-ould-suleiman-giurano-fedelta-a-isis/

Vorrei solo ricordare che l’ ISIS è stato creato, finanziato ed inviato in Libia dall’ occidente a partire dal 2011, Le tribù libiche sono sempre state contro l’ ISIS, lo hanno sempre combattuto. Vorrei dire a questi idioti che inventano tali calunnie che la tribù Warfalla è la tribù più grande in Libia, conta un milione di persone, su 6 milioni di abitanti. Questa tribù ha pagato a caro prezzo la fedeltà al Leader Muammar Gheddafi, basti ricordare l’ assedio di Bani Walid nel 2012, ad un anno esatto dalla conclusione della RATvoluzione. Non parliamo delle migliaia di famiglie costrette a fuggire da Sirte, sotto l’ ISIS e che hanno trovato rifugio proprio ( guarda caso) a Bani Walid e Tarhuna. Per quanto riguarda la tribù Gaddafa … beh parlare male di Gheddafi è sempre di moda.

Terza bufala:

Libia, al Serraj “contatti in corso con esponenti regime Gheddafi”
Il premier libico, Fayez al Serraj, ha confermato che sono in corso trattative conesponenti del passato regime di Muammar Gheddafi residentiall’estero per arrivare ad una riconciliazione nazionalepiena. Intervistato dal giornale arabo “al Sharq al Awsat”,al Serraj ha affermato che ‘”ci sono contatti in corso conil Consiglio per la riconciliazione nazionale, che comprendeanche il vecchio regime.

Tutti gli sforzi che stiamoconducendo per la riconciliazione passano attraverso questoorgano. Siamo in contatto con quelli che sono all’esterocompreso in Egitto”. I contatti avvengono tramite leassociazioni della societa’ civile e I capi tribu’ perche'”l’obiettivo e’ quello di riconciliarci con tutti senzaesclusione”. (AGI)

Fonte: http://www.agi.it/estero/2016/05/14/news/libia_al_serraj_contatti_in_corso_con_esponenti_regime_gheddafi-775039/

Cosa dire? Serraji ovviamente ci prova, ha bisogno di consenso, ammesso che la notizia sia vera, non avrà l’ appoggio dei cosidetti ” esponenti del vecchio regime” semplicemente perchè lui è abusivo in Libia, lui e tutti quelli inviati in Libia prima di lui a partire dal 2011 sono abusivi, occupanti, invasori. Proprio per questo hanno bisogno di una nuova guerra, hanno bisogno che i loro padroni intervengano, ed ogni scusa è buona.

Riepilogo delle manifestazioni del popolo libico a favore del suo leader contro Nato e ribelli golpisti

2 agosto 2011

  • Riepilogo delle manifestazioni del popolo libico a favore del suo leader contro Nato e ribelli golpisti

17.06.2011 Manifestazione affollata a Tripoli (Libia)
http://www.youtube.com/watch?v=8q4OGVEyK1c&feature=related

01.07.2011 Manifestazione affollata a Tripoli (Libia)
http://www.youtube.com/watch?v=WRE-y8KNEsc

06.07.2011 Manifestazione affollata a Tawerga (Libia)
http://www.youtube.com/watch?v=Q9gIshVM9yU

08.07.2011 Manifestazione affollata a Sabha (Libia)
http://www.youtube.com/watch?v=oZBiMIJ1gjA&feature=player_embedded

08.07.2011 Manifestazione affollata a Tripoli (Libia)
http://www.youtube.com/watch?v=IdN8w4CmvMU&feature=related

14.07.2011 Manifestazione affollata a Ajelat (Libia)
http://www.youtube.com/watch?v=birEDIfANTw&feature=player_embedded

15.07.2011 Manifestazione affollata a Zleetin (Libia)
http://www.youtube.com/watch?v=ILo7STMlsw8&feature=related

16.07.2011 Manifestazione affollata a Zawia (Libia)
http://www.youtube.com/watch?v=MRvY-SW2Z88&feature=player_embedded

19.07.2011 Manifestazione affollata a Aziziya (Libia)
http://www.youtube.com/watch?v=n7P9RjGBZ50&feature=youtu.be

21.07.2011 Manifestazione affollata a Sirte (Libia)
http://www.youtube.com/watch?v=AHff6HDpN1Y

26.07.2011 Manifestazione affollata a Al Khums (Libia)
http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=BypSnTIixx8

27.07.2011 Manifestazione affollata a Zaltan (Libia)
http://www.youtube.com/watch?v=RaPcVsVvq-I&feature=player_embedded#at=14

28.07.2011 Manifestazione affollata a Ghadames (Libia)
http://www.youtube.com/watch?v=I8TCQ-hZsVc&feature=channel_video_title

30.07.2011 Manifestazione affollata a Tarhuna (Libia)
http://www.youtube.com/watch?v=9xnJCtdbA5U&feature=channel_video_title

30.07.2011 Manifestazione affollata a Janzour (Libia)
http://www.youtube.com/watch?v=hQr6zGU-pAE&feature=relmfu

31.07.2011 Manifestazione affollata a Bani Walid (Libia)
http://www.youtube.com/watch?v=uBC5zgchc_I&feature=channel_video_title

La lista delle manifestazioni a favore del governo legittimo contina ad aumentare ma non si permette che venga diffusa dalle principali reti dei media radio-televisivi che sui fatti accaduti in questi ultimi giorni hanno riportato in tutta Europa e in Italia in particolare il più completo silenzio.

El pueblo es con Muammar!

gilguy

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/08/02/riepilogo-delle-manifestazioni-del-popolo-libico-a-favore-del-suo-leader-e-contro-nato-e-ribelli-golpisti/