Accordi Italia-Libia, a un incontro del 2017 con gli 007 italiani c’era anche il boss libico Bija

Un’inchiesta esclusiva di ‘Avvenire’ mostra come nella trattativa Italia-Libia aperta nel 2017 per fermate i flussi migratori verso il nostro Paese i funzionari del governo italiano abbiano trattato anche con un pericoloso criminale, che già l’Onu aveva indicato come un boss mafioso libico, e trafficante di esseri umani.

4 ottobre 2019 12:26  di Annalisa Cangem
Uno scoop di ‘Avvenire’ mostra come, nel 2017, ci sia stato un incontro tra le autorità italiane e i libici per trovare un accordo sulle partenze dei migranti, al quale ha preso parte anche un noto trafficante di esseri umani, Abd al-Rahman al-Milad, conosciuto come Bija, entrato indisturbato nel Cara di Mineo, in Sicilia. L’incontro è avvenuto l’11 maggio 2017, in un momento in cui l’Italia – Minniti era il ministro degli Interni – stava discutendo con la Libia per arrivare a un accordo con il quale bloccare il flusso dei migranti verso il nostro Paese. ‘Avvenire’ ha pubblicato le foto della trattativa segreta, e nelle immagini, ottenute da una fonte ufficiale, si vede chiaramente Bija, seduto al tavolo.

Alla riunione, come spiega il quotidiano, c’erano “Anche delegati nordafricani di alcune agenzie umanitarie internazionali, probabilmente ignare di trovarsi seduti a fianco di un signore della guerra dedito alle violazioni dei diritti umani”. Anche all’epoca della trattativa il nome di Bija era famoso, e i dei suoi crimini si era occupata anche la stampa internazionale. Ma in quell’occasione venne presentato come ‘uno dei comandanti della Guardia costiera della Libia: “Sembra impossibile che le autorità italiane non sapessero chi era l’uomo seduto al tavolo dello strano convegno. Diversi mesi prima del suo arrivo in Italia, era finito nel mirino di una raffica di inchieste giornalistiche”, scrive Nello Scavo.

Il 14 febbraio 2017 The Times aveva pubblicato un video in cui si vede un uomo in divisa mimetica picchiare selvaggiamente un gruppo di migranti su un gommone. Ripreso di spalle, il miliziano appare con una menomazione alla mano destra, che fa pensare a quella di Bija, che durante i combattimenti contro Gheddafi del 2011 aveva perso alcune dita. Il 20 febbraio la giornalista italiana Nancy Porsia ha pubblicato un reportage in inglese per Trt World, proseguendo un’inchiesta apparsa già il 6 gennaio in italiano su ‘TPI’, in cui racconta che “Bija lavora sotto la protezione di Al Qasseb, nom de guerre di Mohamed Khushlaf, che è a capo del dipartimento di sicurezza della raffineria di Zawiyah. Supportato da suo cugino e avvocato Walid Khushlaf, Al Qasseb esercita il controllo totale sulla raffineria e sul porto di Zawiyah. I cugini Khushlaf fanno parte della potente tribù Abu Hamyra, così come Al Bija”. E altri articoli che parlavano del pericoloso trafficante furono pubblicati su ‘Il Messaggero’, ‘Il Mattino’, ‘la Repubblica’ e ‘l’Espresso’. E ancora nel 2016, ‘Panorama’ e ‘Il Giornale’ indicarono Abdou Rahman come uomo chiave del traffico di esseri umani. Di lui scrissero anche Francesca Mannocchi per l’Espresso, Sergio Scandura per Radio Radicale e altre testate estere.

Ma sono le stesse Nazioni Unite a scrivere in un rapporto che Bija è un boss a capo di una vera e propria cupola criminale, attiva nell’area di Zawyah, in Libia. Lo riconosce persino un migrante ospite della struttura, che commenta allarmato: “Mafia Libia, mafia Libia”.

Come ha spiegato la fonte, durante l’incontro Bija ascolta e prende appunti, e poi rivolge ai funzionari italiani alcune domande: “Quanto vi paga il governo italiano per ospitare ogni migrante qui? Quanto costa annualmente il Cara di Mineo?”. I libici presenti spiegano che ‘modello Mineo’, dal cui centro sono passati in questi anni oltre 30mila migranti, può essere trasferito anche in Libia, e che l’Italia potrebbe finanziare la costruzione di strutture simili per migranti in tutto il Paese. Di lì a poco sarebbe iniziata la campagna contro le ong e l’Italia e l’Europa iniziano a collaborare per la realizzazione di campi di raccolta in Libia.

Dopo l’inchiesta del quotidiano Riccardo Magi, deputato di +Europa su Facebook annuncia “un’interpellanza urgente per conoscere la composizione della delegazione italiana, gli obiettivi dell’incontro e quali contatti intrattengano le autorità italiane con con questo noto boss della mafia libica condannato dall’Onu. A fronte di queste clamorose rivelazioni – sottolinea Magi – è ancora più urgente istituire una commissione di inchiesta sugli accordi Italia-Libia, come ho chiesto attraverso una proposta di legge depositata lo scorso febbraio”.

Dopo lo scoop di ‘Avvenire’ interviene anche Matteo Orfini (Pd): “Ricordate quando tutti accusavano le ong di trattare coi trafficanti libici? Non solo non era vero, ma un’inchiesta di Nello Scavo oggi dimostra che a farlo davvero erano i servizi italiani. Una vergogna che rende ancora più urgente l’istituzione di una commissione d’inchiesta”.

“La straordinaria inchiesta di Nello Scavo pubblicata oggi sul quotidiano Avvenire rivela uno scenario tanto clamoroso quanto grave. La collaborazione che emerge tra il nostro governo e uno dei peggiori esponenti di quella criminalità libica che in questi anni è alla testa di una organizzazione dedita tanto al traffico di esseri umani che alla loro cattura, responsabile di torture e violenze indicibili, è assolutamente scandalosa”, dice Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana-Leu . “Ciò che abbiamo sempre denunciato rispetto alla cosiddetta ‘guardia costiera libica’ si conferma ancora una volta. E si conferma la necessità di chiudere la pagina vergognosa degli accordi con la Libia, in particolare in tema di politiche migratorie e di sostegno alla cosiddetta “guardia costiera libica. Per questo oltre a presentare nelle prossime ore ogni strumento di indagine parlamentare per chiedere al governo di fare luce sui fatti riportati nell’inchiesta di Avvenire, torniamo a porre la necessità, a questo punto non rinviabile, di istituire una Commissione di Inchiesta Parlamentare su tutte le vicende che circondano questa vergognosa pagina della nostra storia recente”.

Preso da: https://www.fanpage.it/politica/accordi-italia-libia-a-un-incontro-del-2017-con-gli-007-italiani-cera-anche-il-boss-libico-bija/

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I terroristi dell’UCK saranno mai processati?


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L’ex primo ministro kosovaro, Ramush Haradinaj, è stato arrestato dalla giustizia francese all’aeroporto di Basilea-Mulhouse e poi rimesso in libertà sotto controllo giudiziario. La Serbia ne chiede l’estradizione per i crimini commessi negli anni Novanta, quando Haradinaj faceva parte dell’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK).

Il Kosovo è uno Stato creato dalla NATO, ma non è riconosciuto dalla comunità internazionale.
L’UCK, che è stato formato dalla NATO partendo dalla mafia albanese, ha condotto in Jugoslavia una campagna di terrorismo cieco, provocando una repressione indiscriminata di Belgrado che servì alla NATO per giustificare la guerra. Gli ufficiali dell’UCK furono addestrati in Turchia dal KSK tedesco per conto dell’Alleanza atlantica. [1]

A distanza di 17 anni, dovrebbe vedere la luce un tribunale penale internazionale per giudicare i crimini commessi dall’UCK. I crimini imputati alla Serbia sono stati invece immediatamente puniti.
La NATO, non potendo provare i crimini contro l’umanità imputati al presidente Slobodan Milosevic, lo fece assassinare nel 2006 nella sua cella, dopo diversi anni di processo senza esito. La sua morte preannunciò quelle di Saddam Hussein e di Muammar Gheddafi, anche loro vittime della NATO.
Ramush Haradinaj è già stato giudicato nel 2007 dal Tribunale internazionale per l’ex-Jugoslavia. L’intelligence NATO si rifiutò di comunicare alla procuratrice Carla Del Ponte la documentazione su Haradinaj in suo possesso. Oltre una decina di testimoni a carico furono assassinati prima di comparire davanti alla Corte. Per cui, alla fine, Haradinaj fu assolto.
Se una giurisdizione ad hoc nascesse ora, il primo imputato sarebbe l’attuale presidente kosovaro Hashim Thaci. Nell’attesa, la Serbia chiede giustizia.
Durante l’udienza per la messa in stato d’accusa, Ramush Haradinaj ha insultato i magistrati francesi, accusandoli di essere al servizio del defunto presidente Milosevic. Il suo avvocato, Rachel Lindon, ha invocato l’incompetenza di Belgrado, adducendo che il suo cliente è già stato giudicato all’Aia. L’accusa ha però osservato che, tenuto conto della morte dei testimoni, il primo processo non ha potuto deliberare sull’insieme dei crimini.
L’estradizione di Ramush Haradinaj in Serbia richiede il consenso del governo francese.

[1] KSK: Kommando Spezialkrafte, corpo di truppe scelte dell’esercito tedesco, creato il 1° aprile 1996. Il suo organico, formalmente segreto, è stimato in 1.100 soldati. Ndt.

Preso da: https://www.voltairenet.org/article194933.html

Tripoli. La proposta disperata di Serraj, mentre tra le sue milizie spuntano nuovi terroristi

 

Di Vanessa Tomassini.
Mentre il Libyan National Army (LNA) guidato dal maresciallo Khalifa Haftar prosegue la sua guerra contro criminali e milizie, che tengono ostaggio la capitale, Tripoli, il premier Fayez al-Serraj cerca di gettare cenere negli occchi degli osservatori internazionali, non solo utilizzando ancora una volta il fattore immigrazione e terrorismo, ma anche attraverso la richiesta di elezioni e di una conferenza nazionale. In una intervista esclusiva a Sky Tg24, Serraj ha sottolineato che “c’èn un’aggressione in atto, bombardamenti sui civili, Haftar ha superato ogni limite, ogni legge internazionale”. Il premier ha anche ammesso che durante il conflitto, “l’Isis sta crescendo nel nostro Paese, proprio a causa della guerra. Molte cellule dormienti si stanno risvegliando, il rischio non è soltanto per noi ma per tutta la regione. L’Isis sta combattendo in alcune città nel sud della Libia, proprio ora”.

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L’esercito (GNA) di Fayez al-Serraj impegnato nell’asse dell’areoporto internazionale

In realtà Serraj ha tralasciato il fatto che diversi terroristi di Ansar al-Sharia ed elementi di Daesh ed al-Qaeda stanno combattendo al fianco di quelle che definisce forze legittime, o militari. Dopo la ricomparsa, al fianco delle milizie di Tripoli, di Adel al-Rubaie, fanatico della Shura dei Mujaheddin e membro di Ansar Al-Sharia fuggito dalla Cirenaica, al fronte contro l’LNA sono scesi in campo anche: Issa al-Busti, originario di Souq al-Juma, noto per la sua partecipazione ad attacchi terroristici in Cirenaica da parte di cellule collegate ad Ansara al-Sharia che nella foto a sinistra, pubblicata da lui stesso sui social network, appare con Muhammad Ghabaka, altro terrorista fuggito da Bengasi ed un’altra persona incappucciata di cui non si conosce l’identità, ma che fonti locali ritengono sia originario di Derna. Inoltre è stata confermata la presenza al fronte del terrorista Massoud al-Akouri, noto anche come Masoud al-Azari, mentre fonti delle forze armate hanno rivendicato l’uccisione di Omar Juzair, che appare con Wissam Bin Humaid, leader del Consiglio della Shura di Benghazi nella foto a destra.

La proposta di Serraj è stata fortemente criticata dal premier del Governo di Al-Beida, Abdullah al-Thani –recentemente intervistato da Speciale Libia – mentre è stata benvenuta dalla Missione di Sostegno delle Nazioni Unite (UNSMIL) che in un tweet l’ha definita “costruttiva” precisando di accogliere positivamente “ogni altra iniziativa proposta da qualsiasi grande attore” sulla scena libica. La missione ha ribadito la sua disponibilità ad offrire “i propri buoni uffici per aiutare il Paese a riemergere dalla sua lunga fase di transizione”.

Preso da: https://specialelibia.it/2019/06/17/tripoli-la-proposta-disperata-di-serraj-mentre-tra-le-sue-milizie-spuntano-nuovi-terroristi/

Mohamed al Gali parla dei video con Mahmoud al Werfalli e sfida la CPI, “Collabora con i terroristi”

Di Vanessa Tomassini.

Bengasi, 5 giugno 2019 – “Ho iniziato a pubblicare le notizie riguardanti gruppi estremisti e terroristi su Facebook e Twitter a partire dal 2012, quando la città era sotto il controllo dei jihadisti. Ho sempre utilizzato fonti locali, rispettando l’anonimato, perché in quel periodo non potevo espormi in prima persona. Nel 2014 hanno anche provato ad uccidermi, nessuno poteva mettere nemmeno un mi piace su Facebook perché sarebbe stato ammazzato. Ho documentato l’operazione dignità, al-Karama, fin dal suo lancio da parte del comando generale del Libyan National Army (LNA), lavorando come giornalista indipendente attraverso i social network. A partire dal 15 ottobre 2014, quando l’esercito è entrato ufficialmente qui a Bengasi, ho cominciato a lavorare come cronista con l’LNA per documentare quanto stava accadendo considerando che non era presente alcun canale che supportasse le operazioni militari. I miei account social sono diventati dei mezzi di informazione, fino a quando nel 2015 abbiamo creato un giornale chiamato Alwaqt News, a cui collaboravano redattori, fotografi e grafici. Abbiamo fatto tutto ciò volontariamente, senza venir retribuiti, solamente per mostrare al mondo con chi stavamo combattendo. Ho sempre rifiutato di collaborare con qualsiasi agenzia. Ho sempre raccontato tutto ciò che accadeva, compresi gli aspetti negativi, anche ciò che l’opinione pubblica non accettava. La maggior parte della gente sa che io supporto l’esercito, ma ho sempre documentato la verità anche quando alcuni canali affermavano che l’esercito perdeva questa o quella zona. Per questo la gente si è fidata di me. Dopo che la guerra è terminata ho ricevuto una mail nel mio account Yahoo dalla cancelleria della Corte Penale Internazionale (CPI)”.
A parlare è Mohamed al-Gali, capelli neri ed occhi penetranti. Il 29 enne originario di Bengasi, sospettato dalla CPI di aver filmato le esecuzioni sommarie di diversi terroristi da parte di Mahmoud al-Werfalli per il quale la corte ha emesso un mandato di arresto e consegna, è la prima volta che accetta di parlare con una giornalista.
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-Cosa voleva da te la Corte Internazionale?
“Mi hanno detto di avere informazioni che Mahmoud al-Werfalli è un mio amico”.
-Hai pubblicato tu il video di Mahmoud al-Werfalli?
Sì, io l’ho pubblicato come notizia, non per accusarlo di essere un criminale”.
-Quindi era un tuo amico?
“Conosco Mahmoud al-Werfalli. Io a Bengasi durante la guerra avevo rapporti con tutti gli ufficiali dell’esercito”.
-Ma tu su Facebook come immagine di copertina hai una foto con un gruppo di ragazzi. Tra questi c’è anche Mahmoud al-Werfalli, giusto?
“Sì”.
-Quindi cosa ti ha chiesto la CPI?
“Dopo la pubblicazione del video delle esecuzioni, mi volevano come testimone nel caso contro Mahmoud al-Werfalli. Quando ho ricevuto la mail, non ho risposto subito ed ho informato prima l’esercito. Quando la corte ha emesso il mandato di cattura per al-Werfalli, anche io sono stato fermato e ci hanno fissato un appuntamento presso il tribunale militare. Quando la gente lo ha saputo, mi ha difeso. Le persone hanno iniziato una campagna a mio favore, dicendo che io non ho fatto niente”.
-Ma chi ha girato questo video?
“La Corte pensava che io fossi con Mahmoud al-Werfalli al momento dell’esecuzione, ma io l’ho solamente condiviso. Non ho girato nessun video sanguinario”.
-Da chi l’hai ricevuto?
“Quei video erano già online. Erano reperibili da chiunque sui social networks”.
-Lo hai spiegato alla CPI?
“Quando sono stato assolto dal tribunale di Bengasi, ho ricevuto una telefonata internazionale da una persona egiziana che faceva da traduttore ad un ufficiale della CPI che sosteneva che io avessi ripreso quelle scene. Gli ho detto di averlo solamente pubblicato in qualità di giornalista”.
-Facciamo un passo indietro. Tu sei amico di Mahmoud al-Werfalli, hai anche la foto su Facebook con lui. Perché hai pubblicato il video?
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“Sì siamo amici. Questa foto di copertina è stata scattata quando la guerra è terminata, ma ci sono anche altre foto con lui. Ho pubblicato il video come reazione alle tantissime uccisioni perpetrate dai terroristi. Con un attacco terroristico hanno massacrato 42 persone. È stato un modo per me di reagire ai loro crimini. A livello internazionale questi video erano inutili, ma hanno significato tanto per la gente del posto”.
-Cosa intendi per reazione?
“Come ho detto al traduttore egiziano, negli attacchi terroristici sono morti tantissimi miei amici. Credevo che pubblicare questi video sarebbe servito da avvertimento per i militanti di Daesh, all’epoca forte ed organizzato. Volevo far loro paura anche se sapevo che era inutile. Ora questi gruppi terroristici, fuggiti da Bengasi e che stanno combattendo a Tripoli contro l’LNA, utilizzano questi video per spaventare i cittadini nella capitale, dicendo guardate cosa farà se arriverà Haftar”.
-Sei mai andato di persona all’Aia?
“Quando ho affermato di non avere il passaporto, mi hanno riposto che avrebbero provveduto loro a fornirmi i documenti per uscire dalla Libia. C’è un’agenzia che si chiama Tadamol che dice di essere attiva nella difesa dei diritti umani e sarebbe stata questa a preparare i miei documenti. Tadamol è presente a Tripoli ed in Turchia ed è conosciuta per i suoi collegamenti con la galassia jihadista. Tali connessioni sono state dimostrate anche da un documentario trasmesso dal canale Al-Jazeera. Così ho domandato alla persona della CPI come fosse possibile che un tribunale internazionale collabori con gli estremisti. Mi hanno detto: ‘Come?’ E io ho detto loro di essere stato contattato da Moftah al-Sallak, noto per essere un terrorista. In un messaggio su Facebook, Sallak mi avvertiva che avrebbe preparato un documento per la CPI”.
-Cosa ti hanno risposto?
“Non hanno risposto ed abbiamo cambiato discorso. Così ho chiesto perché volessero che comparissi di fronte alla Corte, considerando che ci sono diverse foto del momento delle esecuzioni compiute da Mahmoud al-Werfalli ed io non compaio in nessuna di queste. Ho poi riferito loro del messaggio di Moftah. Così hanno accettato di raccogliere la mia deposizione per telefono. In una seconda telefonata ho risposto alle loro domande. Mi hanno chiesto quali programmi usavo, da quando caricavo certi video ed ho inviato una serie di link con i filmati dei crimini commessi da Ansar al-Sharia e della guerra contro l’esercito libico, compreso un video del 2013 della telecamera di un negozio che mostrava Ansara al-Sharia uccidere diverse persone. Ho continuato a chiedere perché fossero in contatto con i terroristi e non mi hanno mai risposto”.
-Come puoi essere sicuro che la CPI collabori con i terroristi?
“Perché quando Moftah el-Sallak mi ha inviato il messaggio, nessuno sapeva che ero stato contattato dalla CPI. Non lo avevo detto a nessuno. E poi perché si sono concentrati sull’esecuzioni compiute da Werfalli, ma non hanno mai indagato sui tanti filmati dei crimini commessi da Ansar al-Sharia? Quello che voglio dire è che nel 2012, 2013, 2014 e 2015, ci sono stati crimini documentati con immagini e video compiuti dai terroristi. Hanno massacrato soldati, civili e donne. La CPI non è intervenuta, né se ne è interessata. Ho detto loro tutto questo, ma la loro risposta è stata che non hanno visto nulla e non erano a conoscenza di cosa è successo qui in quegli anni. Per questo la gente vede al-Werfalli come un salvatore e non crede nella corte internazionale, né alle organizzazioni per i diritti umani che ci hanno abbandonato in quegli anni bui. Continuo attraverso i miei account Facebook e Twitter a trasmettere la verità alla gente ea coloro che stanno combattendo qui in Libia contro l’esercito, specialmente a Tripoli. Ho pubblicato molti nomi, dichiarazioni e immagini che dimostrano il coinvolgimento dei sostenitori della Sharia nella guerra contro l’esercito a Tripoli. Continuerò, non mi fermerò. So di non aver fatto nulla di sbagliato in passato e spero che la verità emergerà e rivelerà i terroristi che cercano di far tacere la mia voce attraverso la CPI”.

Preso da: https://specialelibia.it/2019/06/06/esclusiva-mohamed-al-gali-parla-dei-video-con-mahmoud-al-werfalli-e-sfida-la-cpi-collabora-con-i-terroristi/

I Tabligh, islamici: il terrorismo Isis viene da massoni Usa

Hamid25/2/19.
Date retta: il terrorismo islamico è roba americana, fabbricata da massoni. Chi lo dice? Un musulmano integralista, Jaouad, intervistato da Giuseppe De Lorenzo sul “Giornale”, nell’ambito di un report esclusivo sui Tabligh Eddawa, frati missionari itineranti. E’ la prima volta, a quanto pare, che sulla stampa italiana compare una denuncia simile. Le comunità islamiche hanno regolarmente condannato il terrorismo condotto in nome di Allah, sia che si trattasse di Al-Qaeda che poi dell’Isis. Ma non si erano mai spinte – sui giornali, almeno – a denunciare direttamente settori della massoneria atlantica. I grandi media, certo, evitano di ricordare che lo stesso Osama Bin Laden fu reclutato da Zbigniew Brzezinski, stratega della Casa Bianca, per guidare i muhajeddin in Afghanistan contro l’Urss. C’è voluto Gioele Magaldi per spiegare – nel saggio “Massoni” – che Brzezinski, pezzo da novanta della massoneria mondiale nonché della Commissione Trilaterale, non si limitò a ingaggiare Bin Laden come pedina strategica: il leader della futura Al-Qaeda venne “iniziato” alla superloggia “Three Eyes” (che poi abbadonò, dice sempre Magaldi, per passare coi Bush nella “Hathor Pentalpha”, una Ur-Lodge sospettata di aver ispirato il maxi-attentato dell’11 Settembre).

Le prove? Magaldi dichiara di disporre di 6.000 pagine di documenti da poter esibire. Ma nessuno, dal 2014, si è mai fatto avanti per contestare le sue rivelazioni, secondo cui alla “Three Eyes” apparterrebbero personaggi di primissimo piano, daHenry Kissinger a Giorgio Napolitano. Quanto all’Isis, è illuminante il saggio “Dalla massoneria al terrorismo” firmato da Gianfranco Carpeoro nel 2016: un libro che analizza il retroterra simbolico – non islamico, ma interamente massonico e “templarista” – dei sanguinosi attentati condotti in Europa negli ultimi anni. Stragi affidate a manovalanza islamista e finite tutte nello stesso modo, con l’uccisione dei killer da parte della polizia, prima che un interrogatorio potesse consentire agli inquirenti di risalire agli eventuali mandanti. Ora, a confermare che sarebbe stato il braccio oscuro dell’Occidente a passare “dalla massoneria al terrorismo” sono i Tabligh Eddawa, asceti islamici che battono anche le nostre strade, di moschea in moschea. «Gli studiosi – scrive De Lorenzo, sul “Giornale” – li chiamano i “testimoni di Geova dell’Islam”. E forse i Tabligh Eddawa lo sono. O se volete sono i “frati di Maometto” che islamizzano l’Italia».
Tabligh Eddawa in preghieraMissionari, itineranti e radicali. «Predicano il vero Islam, vivono imitando lo stile di vita del Profeta e su questa strada cercano di riportare tutti i musulmani dalla fede affievolita». Il movimento nacque cent’anni fa in Pakistan dall’idea di Muhammad Ilyas Kandhalawi. «Da allora si sono diffusi in tutto il mondo, Italia compresa».  Ogni membro, spiega De Lorenzo, deve seguire sei principi fondamentali: la preghiera, il ricordo continuo di Dio, lo studio, la generosità, la predicazione e la missione. «Ognuno deve sforzarsi in un percorso di auto-riforma verso il “vero”, unico Islam». “Eddawa” significa “parlare di Dio”, “Tabligh” invece “andare a portare il messaggio”: per questo, il loro obiettivo ultimo è la predicazione. Nel mondo, ricorda il “Giornale”, ci sono tra i 70 e gli 80 milioni di musulmani itineranti. Ma di loro si sa poco: non ci sono elenchi ufficiali dei membri e non esistono bilanci scritti. Non esiste una sede centrale italiana, ma solo cellule – in ogni moschea – che scelgono i responsabili «in base alla saggezza e al percorso di crescita personale». Durante le missioni i partecipanti si auto-tassano per sostenere le attività e gli spostamenti. «Il più delle volte dormono a terra, nelle moschee delle città dove si recano a predicare».
Di loro, l’antiterrorismo italiano sa molto: anche se rifiutano categoricamente la violenza, sono strettamente monitorati dall’apparato di sicurezza che finora ha impedito che in Italia si verificassero gravi fatti di sangue, come invece è accaduto nel resto d’Europa. Nel suo pregevolissimo reportage, Giuseppe De Lorenzo restituisce perfettamente il clima dei colloqui intrapresi durante i tre giorni trascorsi insieme ai Tabligh Eddawa. «Uccidere è il più grande dei peccati», spiega Maufakir: un fedele può impugnare le armi solo per «combattere chi ci impedisce di professare la nostra fede». E poiché in Italia non è vietato praticare il Ramadan, non è lecito sposare la causa terrorista. L’atteggiamento del gruppo islamico radicale è duplice, osserva De Lorenzo: da una parte condannano senza mezzi termini gli attentati, dall’altra non nascondono una vena di complottismo sull’origine del jihadismo. «Un comportamento – annota il reporter – che tende a spostare le responsabilità dal mondo islamico a quello occidentale. Negano, infatti, che le bombe siano diretta espressione di una ideologia che trova nel Corano il suo testo di riferimento». Lo confermano le parole di alcuni di loro, come Jaouad: «Gli attacchi non sono opera dei musulmani. È tutto costruito: c’è qualcuno dietro».
Un giovane TablighDi fronte ai microfoni, scrive De Lorenzo, nessuno si sbilancia sugli autori di questo presunto complotto. E l’attenzione si sposta sui media, accusati dai Tabligh di falsificare i video degli attentati. Un altro esponente della comunità, Hamid, ripete che le eventuali colpe dei singoli non possono ricadere sulle spalle di tutta la religione. L’Isis? Secondo i Tabligh Eddawa non è opera di Allah, ma del demonio. Abu-Bakr Al-Bahdadi? Per Magadi è un supermassone, esponente – come già Bin Laden – della “Hathor Pentalpha”. «Un criminale da sconfiggere», lo giudicano i “frati di Maometto”. Osserva De Lorenzo: «Daesh non è visto come metastasi di un tumore nato all’interno dell’Islam, ma come qualcosa di eterodiretto». Letteralmente: una pedina politica delle potenze straniere. «Per me – sentenzia Jaouad – l’Isis è una organizzazione criminale organizzata da qualche furbetto che cerca di sporcare la faccia dei musulmani». Furbetto manovrato da chi? «Dovreste indagare», risponde con sicurezza Jaouad: «Daesh è una cellula americana». Tombola: così si spiegano meglio anche le foto che, qualche anno fa in Siria, ritraevano Al-Baghdadi con l’inviato di Obama, John McCain.
E’ comunque la prima volta – grazie al quotidiano milanese diretto da Alessandro Sallusti – che i media italiani registrano la denuncia del complotto, per bocca di esponenti musulmani radicali: si scrive Isis, ma si legge massoneria Usa. O meglio: spezzoni occulti della massoneria di potere di stampo reazionario, quella che alimenta il Deep State e la strategia della tensione internazionale, con il terrorismo “false flag”, sotto falsa bandiera, regolarmente proposto al pubblico occidentale sotto mentite spoglie, a colpi di “fake news”. Al “Giornale” ha collaborato a lungo Marcello Foa, la cui elezione alla presidenza della Rai – sostiene Gianfranco Carperoro – è stata a lungo ostacolata dal supermassone francese Jacques Attali, “padrino” di Macron. Ad Attali, addirittura Napolitano avrebbe consigliato di premere su Berlusconi, attraverso Tajani, per far mancare a Foa i numeri necessari. Nel saggio “Gli stregoni della notizia”, lo stesso Foa spiega come la verità venga sistematicamente deformata. Non è un caso, probabilmente, che sia proprio il “Giornale” a firmare lo scoop che accusa di terrorismo la massoneria atlantica, attraverso la voce dei “missionari del Profeta”.

Preso da: http://www.libreidee.org/2019/02/i-tabligh-islamici-il-terrorismo-isis-viene-da-massoni-usa/

Il terrorista Amri sbarcò come finto ‘minore’, quanti sulla SeaWatch?

Il terrorista tunisino sbarcò in Italia a febbraio del 2011, assieme alle altre migliaia di tunisini che in quei mesi lasciarono il paese in seguito alla famigerata primavera araba. Quando venne identificato, Anis Amri dichiarò, come molti adulti, di essere minorenne e dunque fu trasferito in un centro di accoglienza per minori in Sicilia.
L’avvocata che oggi difende l’ong Open Arms divenne così tutore del minore che farà strage al mercatino di Berlino Berlino.
La Ong spagnola Proactiva Open Arms, a marzo nominò come difensore proprio l’avvocato catanese Rosa Emanuela Lo Faro, in seguito all’apertura delle indagini presso la Procura di Catania di Carmelo Zuccaro.

Dopo qualche mese di permanenza nel centro il tunisino partecipò ad una violenta rivolta e commise diversi reati. Diventato nel frattempo maggiorenne, venne dunque arrestato, processato e condannato a 4 anni.
Dal carcere, Amri uscì nella primavera del 2015. Ma questa è un’altra storia, la cosa che ci interessa qui è che la stessa persona che difese Amri oggi difende una ong che traghetta altri clandestini come Amri.
Alcuni non imparano. Chi scrive avrebbe rimorsi a sapere di avere aiutato un terrorista islamico che ha ucciso innocenti. E di certo eviterebbe di difendere chi altri potenziali terroristi sta traghettando.
Invece no. Loro continuano.
E’ evidente una cosa: se lo avessero abbattuto sul barcone che lo conduceva a casa nostra, o quantomeno respingerlo invece di raccattarlo, ci sarebbero 12 vittime in meno.
E, chissà, quante vittime ci saranno grazie ai 47 sbarcati ieri.

Preso da: https://voxnews.info/2019/02/01/il-terrorista-amri-sbarco-come-finto-minore-quanti-sulla-seawatch/

Perché la Libia non sta né con Serraj né con Haftar

dicembre 2018

di Barbara Ciolli

Libia guerra dopo Gheddafi Derna Haftar Bengasi
Libia guerra dopo Gheddafi Derna

 Il premier della Fayyez al Serraj e il generale Haftar si contendono il Paese alla vigilia del voto.
  Il premier della Fayyez al Serraj e il generale Haftar si contendono il Paese 
 
È diventata una consuetudine che quando il premier Fayyez al Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale come primo interlocutore politico della Libia, va all’estero si tentano assalti ai palazzi delle istituzioni di Tripoli. Ogni occasione è buona per rovesciare l’assetto di comando, vista la fragilità dell’esecutivo che di fatto governa – e detta legge attraverso le sue milizie di un cartello ormai criminale – solo la capitale: le brigate escluse dalla torta non aspettano altro ed è forte ormai, per le ristrettezze vissute ormai da anni da una parte crescente della popolazione, anche il malcontento popolare. L’ultima sommossa è stata più civile, perché a rompere il cordone di sicurezza e a entrare nel palazzo del Consiglio presidenziale di al Serraj non sono stati gruppi armati con mitragliatori e bombe, ma centinaia di manifestanti, cittadini arrabbiati che hanno vandalizzato il palazzo del governo.

IL CONFLITTO TRA ISLAMISTI

A calmare le famiglie dei veterani e dei feriti di guerra che protestano per il ritardo nel pagamento dei sussidi e per la mancanza di assistenza medica, mentre al Serraj era in visita di Stato in Giordania, è stato il vice premier Ahmed Maitig, noto per parlare bene l’italiano e dialogare molto con Roma e, in Libia, anche per essere stato bersagliato anni fa con dei lanciarazzi in casa. Nei mesi scorsi sono state attaccate anche le residenze di altri vice di al Serraj e dello stesso premier, mentre a Tripoli esplodevano a più riprese scontri tra milizie per divisioni ormai non solo tra il blocco sommariamente definito laico del generale Khalifa Haftar, che comanda di fatto il Sud e l’Est della Libia, e il blocco sommariamente definito islamista che formò il governo di al Serraj. Il conflitto ora è soprattutto interno agli islamisti: Misurata e altri Comuni che nel 2014 erano nel movimento Alba libica sono sempre più insofferenti verso le ruberie e lo strapotere dei tripolini.
Libia guerra dopo Gheddafi Derna Serraj © GETTY Libia guerra dopo Gheddafi Derna Serraj

I SOLDI DEL PETROLIO ALLE LOBBY

Tra i manifestanti che hanno assaltato la sede del governo c’erano anche diversi ex combattenti di Alba libica. La disaffezione verso la politica è forte, perché, spiega a Lettera43.it lo scrittore e giornalista libico Farid Adly, «una parte ingente dei grandi introiti del petrolio, attraverso la Banca centrale libica che non a caso dal 2011 non ha mai messo di funzionare, va a finire ogni mese in sussidi e lauti stipendi pubblici a cittadini libici legati al governo o alle milizie rispondenti ai ministeri». Un fiume di soldi, oltre ai gruppi armati, raggiunge «tanti libici che vivono all’estero senza lavorare». Mentre in Libia sempre più famiglie comuni sono costrette, ormai da anni perché dal 2016 il governo di al Serraj non ha risolto nulla, a fare la fila ai bancomat per prelevare il corrispondente di poche centinaia di euro a settimana. Non c’è liquidità, i prezzi del pane e di altri beni di prima necessità sono alle stelle e la corrente elettrica salta per ore.

LA PIAGA DEL CONTRABBANDO

Diverse attività legali si sono dovute fermare, a causa della penuria e della mancanza di sicurezza, anche a Tripoli. Mentre in Cirenaica «a Derna i problemi sono tutt’altro che risolti e anche Bengasi resta colpita dal terrorismo. In Libia», precisa Adly, «ci sono ancora dei rapiti dell’Isis». Nell’Est e nel Sud della Libia Haftar ha insediato giunte militari, ma lo Stato rimane assente. Nella regione del Sahara c’è da sempre la piaga dei traffici illeciti, la sola forma di economia reale della zona, intensificati dalla caduta del regime. Tra questi, con il proliferare di vari capimilizie foraggiati dalle potenze straniere, di pari passo con il traffico di esseri umani e altri business del mercati nero, è gonfiato anche sulla costa il contrabbando del petrolio. Attraverso Malta arriva “lavato” anche in Italia: una fuga di greggio che costa alla Compagnia nazionale del petrolio (Noc) libica – attaccata a settembre 2018 dall’Isis – milioni di dollari al giorno di mancati incassi.
© GETTY Libia guerra dopo Gheddafi Derna Haftar Bengasi

L’EMBARGO FITTIZIO SULLE ARMI

Non di meno l’ex colonia italiana non collassa, lo status quo fa comodo a chi drena liquidità dalle risorse, «la loro redistribuzione non è equa» commenta Adly. La situazione è grave – sempre più grave – ma non è seria. Un altro carburante delle divisioni e della criminalità sono le armi che continuano ad arrivare dall’estero alla Libia, in violazione dell’embargo dell’Onu (rinnovato con la Risoluzione 2420 del 2018 ma lettera morta) e i finanziamenti stranieri alle milizie che taglieggiano i politici e impongono il racket nei quartieri di Tripoli. Per bloccare i migranti in Libia e tutelare lo stabilimento dell’Eni a Mellitah, con Marco Minniti ministro dell’Interno e il generale Paolo Serra consigliere militare per la Libia, fino al dicembre 2017, l’Onu, l‘Italia e di riflesso le istituzioni Ue hanno stretto un patto soprattutto con il governo di Tripoli, che intanto si isolava nel cartello di milizie della capitale.

I PASSI AVANTI VERSO IL VOTO

Misurata, capofila delle rivolte del 2011 e unico centro, in Libia, dove è a garantita una certa sicurezza, è in rotta con al Serraj e si sta avvicinando ai francesi che, rovesciato Gheddafi, tentano, con qualsiasi alleato, di allargare la loro influenza. Dopo il flop del vertice di Palermo sulla Libia, qualche timido progresso per il voto nazionale, rimandato al 2019, potrebbe venire dai contatti in Giordania tra il premier di Tripoli in visita dal re Abdullah II e gli emissari di Haftar che fa spesso base ad Amman. La Camera dei rappresentati di Tobruk, nell’Est, che fa capo ad Haftar e non riconosce il governo di al Serraj, alla fine di novembre in accordo con la controparte del Consiglio di Stato di Tripoli ha approvato il referendum per la costituzione e la riforma della composizione del Consiglio presidenziale di al Serraj, in favore di Haftar. Resta il nodo dell’incarico a capo dell’esercito, bramato dal generale di Tobruk.
© GETTY Libia guerra dopo Gheddafi Derna

LA SOCIETÀ CIVILE ALL’ESTERO

Come se agli elettori importasse delle poltrone delle milizie e dei movimenti più finanziati dall’estero che, dalle rivolte del 2011, hanno approfittato del vuoto di potere. Gli interlocutori di Tripoli e Tobruk hanno tentato o compiuto golpe e non possono essere considerati affidabili. L’affluenza alle ultime Legislative del 2014 fu del 30% e la Fratellanza musulmana alla quale fa riferimento, attraverso gli sponsor della Turchia e del Qatar, il blocco islamista di al Serraj firmatario dei negoziati di pace in Marocco dell’Onu, le perse. Il suo consenso è all’11%, una decina di altri partiti e sigle democratiche non partecipa alla politica interna, i suoi leader e intellettuali sono riparati all’estero e non vengono invitati agli incontri internazionali. La società civile è uscita dalla Libia e i leader del mondo preferiscono trattare con le milizie che stanno depredando il Paese.

Preso da: https://www.msn.com/it-it/notizie/mondo/perch%c3%a9-la-libia-non-sta-n%c3%a9-con-serraj-n%c3%a9-con-haftar/ar-BBQsEvU?fullscreen=true#image=1

Libia: da Gheddafi a “15.000 milizie”

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Foto: Newsweek (da Google)

Nel memorandum 1) sulla Libia in merito alle politiche di disinformazione dell’Occidente sullo stato e sull’esercito libico, prima e durante la guerra d’aggressione scatenata dalla Nato e soci a partire dal marzo del 2011, Saif al Islam Khaddafi calcola che siano operanti allo stato attuale circa 15.000 milizie, gran parte delle quali ben armate e ben addestrate.
Il figlio di Gheddafi 2) non cita, perché presumibilmente lo da per scontato. la penetrazione di truppe d’invasione statunitensi, inglesi, francesi, italiane (trecento, di cui cento paracadusti della Folgore). E non cita la “rinascita” del terrorismo jihadista in particolare a Sirte e a Bengasi in seguito al ritorno dalla Siria degli oppositori più o meno democratici al governo di Assad (terrorismo che suo padre e il regime della Giamahiria aveva saputo contenere).

Lo stato considerato “fallito” da uomini di grande spessore morale come Giorgio Napolitano, oltre che dalle sinistre umanitarie e pacifiste, desiderose di bombardare e di uccidere, ora è realmente “fallito”, o , detto meglio, si trova nella condizione ideale perché gli avvoltoi dell’Occidente imperiale e i tagliagole locali possano disporne a loro piacimento.

Il caos allarma coloro che l’hanno creato perché è andato ben oltre quello preventivato. In tali condizioni è difficile infatti avviare in sicurezza la produzione di petrolio e gas e difendere gli oleodotti e i gasdotti. Ricorrere alle milizie costituite da bande di mercenari per la protezione degli impianti e delle infrastrutture diventa irrinunciabile.
Da qui i grandi sforzi che i carnefici della Libia stanno compiendo per approdare alla unificazione politica e giuridica del grande Paese africano. Dopo gli incontri a Madrid e Ginevra sotto gli auspici dell’ONU, si è registrato a Shkirat, cittadina del Marocco, tra Casablanca e Rabat, un accordo 3) che è stato ritenuto dalle parti importante e positivo. Ma gli entusiasmi son durati ben poco.
L’accordo prevedeva che il parlamento di Tobruk conservasse la maggioranza dei suoi membri e accogliesse al suo interno quaranta rappresentanti del parlamento di Tripoli, diventando in tal modo il parlamento ufficiale della Libia. Il premierato del governo di unità nazionale sarebbe spettato a Fayez Al Serray, pedina farsesca dell’Occidente, arrivato dal mare a Tripoli con la protezione armata delle navi dell’Impero e talmente amato dai suoi connazionali che solo dopo alcuni mesi è riuscito ad insediarsi a Tripoli.
L’accordo non è stato gradito né a Tripoli né a Tobruk.
L’Occidente imperiale sembra sostenere il debole governo di Tripoli, più facilmente manipolabile (l’Italia è particolarmente interessata, con l’ineffabile Minniti, alla regolazione dei flussi immigratori anche con strumenti di detenzione criminale), 4) sebbene il fronte presenti vistose smagliature con la Francia che “tratta” con Haftar, mentre gli stessi Stati Uniti sembrano avvicinarsi all’uomo forte di Tobruk, il feldmaresciallo Haftar che a sua volta gode dell’appoggio della Russia, dell’Egitto,degli  Emirati Arabi.
In un articolo 5) avevo affermato che Haftar sembrava avviato verso il controllo pieno della LIbia. Certamente ha saputo conquistare, ponendola sotto il controllo del governo di Tobruk la ricchissima “Mezzaluna del petrolio”6), situata tra Bengasi e Sirte ma è anche vero che la sua marcia si è rallentata in Tripolitania. Infatti, in appoggio all’intervento militare del generale Usama Juwahili, comandante della zona militare occidentale contro bande di fuorilegge7), le Brigate di Zintan e la Brigata rivoluzionaria di Tripoli alleate un tempo a Khalifa Haftar, seppure indipendenti, hanno attaccato l’esercito nazionale libico (LNA), costretto ad abbandonare la sua posizione.
La Tripolitania sembra perduta per il momento per il feldmaresciallo Haftar, mentre si profilano nell’area nuove alleanze. Al servizio di Al-Serray ? Al momento è difficile fare previsioni.
In tale contesto non va trascurata la presenza e l’azione politica dei Gheddafiani e in particolare della figura di Sail-Al-Khaddafi, personalità di alto prestigio, già a suo tempo considerato l’architeto di una nuova Libia, capace di “parlare” con le tante tribù della sua terra e proporre una politica di unificazione. A suo vantaggio va ricordato il rapporto politico favorevole, lui e la sua gente, con Khalifa Haftar
NOTE
1) Saif al-Islam Khaddafi ” Memorandum sulla Libia: disinformazione contro Stato Guida ed Esercito” in “Voltaire” 30/10/17
2) Saif al-Islam Khaddafi è attualmente perseguito dalla Corte Penale internazionale, indecemente gestito dall’Occidente imperiale, per “presunti” crimini contro l’umanità. Richiesto l’arresto del figlio di Muammar Gheddafi alle autorità giudiziarie locali
3) Il Post “Cosa rimane della Libia” 1/12/17
4) Amnesty international ” Libia: i governi europei complici di torture e violenze” 12/12/17
5) A. B. ” Haftar si avvia…” in Cagliaripad e in l’Interferenza 5/8/17
6) Il post, art. cit. 1/12/17
7) Andrey Akulov ” Eventi recenti in Libia: una sfida…” In “The Saker Italia”

Preso da: http://www.linterferenza.info/esteri/libia-gheddafi-15-000-milizie/

Salman Abedi, autore dell’attentato di Manchester, era stato salvato dalla Royal Navy e non è il primo “errore” britannico

1 agosto 2018.
Di Vanessa Tomassini.
Salman Abedi, è colui che la sera del 22 maggio 2017 ha nascosto una bomba fatta in casa davanti la biglietteria della Manchester Arena, dove si teneva il concerto di Ariana Grande. L’esplosione ha ucciso 22 persone, tra cui 7 bambini. Oggi ad un anno e due mesi dalla strage, scopriamo che lo stesso Salman Abedi era stato salvato a Tripoli dalla Royal Navy. Sì proprio così, nel 2014, l’attentatore e suo fratello Hashem sono stati messi in salvo dai disordini nella capitale Tripoli, dalla HMS Enterprise, insieme ad un centinaio di cittadini inglesi. Salman che in quel periodo aveva solamente 19 anni, è stato portato insieme a tutti gli altri nel Regno Unito, passando da Malta. “In seguito al deterioramento della situazione della sicurezza in Libia nel 2014” ha confermato un portavoce del Governo “i funzionari della Border Force erano schierati per aiutare l’evacuazione dei cittadini britannici e dei loro dipendenti”. Salman e Hashem si troverebbero ora in arresto a Tripoli, malgrado la richiesta di estradizione avanzata dal Regno Unito.

Durante gli interrogatori condotti dalla RADA, o Forze di Deterrenza del Ministero dell’Interno del Governo di Accordo Nazionale, il fratello dell’attentatore di Manchester avrebbe confessato nei giorni successivi alla strage di “star progettando un attentato terroristico a Tripoli”, aggiungendo che “sapeva tutto quello che suo fratello avrebbe fatto a Manchester, poiché lo avrebbe chiamato per telefono prima dell’inizio dell’operazione”.  Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, Salman Abedi aveva lasciato Tripoli per il Regno Unito il 17 maggio 2017, dicendo alla sua famiglia che avrebbe fatto Umrah, un pellegrinaggio alla Mecca. Durante gli interrogatori è emerso anche che l’attentatore avrebbe telefonato a “sua madre e suo fratello 15 minuti prima dell’inizio dell’operazione”.Sebbene la famiglia abbia condannato l’attacco, in molti nutrono sospetti sul padre del jihadista, Ramadan Abedi, colpevole di aver cresciuto i propri figli in ambiente islamista.

R. Abedi
Ramadan Abedi

Ramadan Abedi, 52 anni, è nato in Libia il 24 dicembre 1965, è stato un agente dei servizi interni sotto il colonnello Muammar Gheddafi fino a quando nel 1992 fu accusato di flirtare con i Fratelli Musulmani ed altri filoni estremisti, rifugiandosi in Inghilterra. Secondo fonti dell’Intelligence dell’ex Jamahiriya, Abedi aveva aderito per anni al Gruppo Combattente Islamico Libico che aveva come scopo quello di rovesciare il rais per instaurare un governo islamico basato sulla legge della Sharia. Durante una recente intervista realizzata da Middle East Eye, il ministro britannico degli Affari Esteri per il Medio Oriente, Alister James, ha rivelato che “durante il conflitto libico nel 2011, il governo britannico era in comunicazione con una vasta gamma di libici coinvolti nel conflitto contro le forze del regime Gheddafi. È probabile che questo includesse ex membri del Gruppo combattente islamico libico e la Brigata Martiri del 17 febbraio”. Il parlamentare ha anche spiegato l’esistenza di un collegamento tra alcuni di questi soggetti e Salman al-Obeidi. Nel 2000 la polizia fece irruzione nella casa di Manchester di Anas al-Libi, una figura di alto livello del LIFG morto in custodia negli USA nel 2013, trovando nell’appartamento una copia del manuale di al-Qaeda. Abedi ha postato sul suo account Facebook, inutilizzato dal 2013, un’immagine di al-Lib descritto come “un leone”. Sulla stessa pagina l’attentatore di Manchester ha postato una sua foto con una mitragliatrice in mano con su scritto “leone in allenamento”.

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I fratelli di Abedi, Hashem e Ismael, posano con le mitragliatrici

“Abedi father” tornò in Libia nel 2011, con il benestare del Governo britannico, unendosi alle file del LIFG di Abdel Hakim Belhadj, il Gruppo dei combattenti islamici libici, un’organizzazione terroristica fondata negli anni ottanta del XX secolo dai mujaheddin libici veterani della guerra tra Unione Sovietica e Afghanistan ed inserita dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a partire dal 6 ottobre 2001, fra le organizzazioni legate ad Al Qaeda, Osama bin Laden e i talebani. Gli oppositori del LIFG in Libia hanno affermato che Abedi aveva allevato i suoi figli in un ambiente islamista, cosa che li rendeva facili prede per i reclutatori di Daesh. Rami el-Obeidi, un capo dell’intelligence con una fazione che si oppone al LIFG, ha dichiarato che “Salman Abedi sarebbe stato un obiettivo facile per i reclutatori dell’Isis, dato il background di suo padre”. Secondo gli amici di famiglia, invece, i genitori di Salman sarebbero stati così preoccupati per la sua radicalizzazione in Gran Bretagna che lo hanno trasferito in Libia confiscando il suo passaporto. Salman Abedi, ad ogni modo, sarebbe uscito dai binari diversi anni prima quando ha iniziato a sviluppare vedute religiose sempre più estreme.

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Abdel Hakim Belhadj e Ibrahim Awad Ibrahim Ali al-Badri, alias Abou Bakr al-Baghdadi

Abdel Hakim Belhadj fu rinchiuso da Muammar Gheddafi nelle prigioni di Abu Salim dopo che la CIA e il MI6 britannico lo portarono a Tripoli nel marzo del 2004. Belhaj è stato liberato nel 2010 nell’ambito di un processo di de-radicalizzazione sostenuto da Saif al-Islam Gheddafi che insieme al capo dell’intelligence Senussi ed il suo amico Mohamed Ibrahim, aveva iniziato i colloqui con i Fratelli Musulmani, alleati di Belhadj in Turchia e Qatar. Il 10 maggio 2018, Belhadj ha ricevuto le scuse del Governo britannico per averlo arrestato insieme alla moglie e consegnato ai servizi di sicurezza del Rais, sebbene fossero note le sue strette relazioni con i leader di al-Qaeda ed il capo dei talebani, mullah Omar. Negli anni ’80, questo brillante soggetto abbandonò gli studi di ingegneria a Tripoli e si unì a Bin Laden in Afghanistan, combattendo al suo fianco contro i sovietici; nei primi anni ’90, lo seguì in Sudan mentre alcuni dei suoi uomini si stabilirono nel Regno Unito, a Manchester. Nel 2011, grazie al prezioso contributo del Qatar e del DGSE francese, la Brigata Belhadj ha combattuto contro il governo Gheddafi. I Fratelli Musulmani subito dopo le primavere arabe avevano il vento in poppa: hanno vinto le elezioni in Tunisia, con Ennahdha, poi in Egitto, con Mohamed Morsi ed in Libia, Belhaj, abbandonati i panni del terrorista, sarebbe stato il candidato ideale. Tuttavia il piano fallisce nelle elezioni del 2012, ricevendo solamente il 2,5% dei voti. Da quel momento Abdel Hakim Belhadj si dedica agli affari. Conti correnti milionari intestati a società, a lui direttamente o indirettamente riconducibili, sono sparsi in diverse parti del mondo, in uno di questi il Regno Unito ha versato 500 mila sterline come risarcimento alla moglie, Fatima Boudchar in quanto sarebbe stata in dolce attesa al momento dell’arresto, avvenuto in Thailandia nel 2004. Belhadj continua a mantenere il supporto di molti membri dei gruppi armati della capitale, ai quali i veterani del LIFG hanno trovato il modo in passato di far arrivare armi direttamente dalla Turchia. Ufficialmente è alla guida del partito al-Watan, o Homeland party, con Ali al-Sallabi, un autorevole religioso salafita che ha forti legami anche con Yusuf al-Qaradawi, leader spirituale della Fratellanza Musulmana internazionale. Risiede in Turchia, dove può contare del supporto di media e canali di lettura, in quanto – come ha dichiarato lui stesso – il lavoro gli richiede costanti spostamenti che in Libia non sarebbero possibili. Il suo ritorno a Tripoli è atteso presto per partecipare alle elezioni, dopo diversi meeting preparatori a Tunisi, Istanbul e non ultimi a Dakar, che gli hanno permesso di rafforzare vecchie e nuove alleanze.

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Abdel Hakim Belhadj, abbandonati i panni del terrorista oggi è un imprenditore di successo
 
Preso da: https://specialelibia.it/2018/08/01/salman-abedi-autore-dellattentato-di-manchester-era-stato-salvato-dalla-royal-navy-e-non-e-il-primo-errore-britannico/

La Libia secondo l’ONU e secondo la dura realtà

Nonostante la buona volontà di alcuni partecipanti, la conferenza di Parigi per la Libia non ha prodotto, in concreto, gli effetti immaginati. Secondo Thierry Meyssan, la spiegazione è da ricercare nella doppiezza del linguaggio della NATO e dell’ONU che a parole dicono di voler stabilizzare il Paese, mentre nei fatti continuano a perseguire il piano Cebrowski, ossia la distruzione delle strutture degli Stati. Dalla messinscena di Parigi traspariva anche una profonda ignoranza delle peculiarità della società libica.

| Damasco (Siria)

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Conferenza stampa finale del summit di Parigi, il 29 maggio. Da sinistra a destra: Fayez Al-Sarraj (presidente del Governo Libico di Unione Nazionale, designato dall’ONU), Emmanuel Macron (presidente della Repubblica Francese), Ghassan Salamé (funzionario dell’ONU). Questi tre uomini, in Libia, non hanno alcuna legittimità elettiva, eppure sperano di decidere l’avvenire del popolo libico.
Dopo che, nel 2011, la NATO ha annientato la Jamahiriya Araba Libica, la situazione in Libia si è profondamente deteriorata: il PIL si è dimezzato e intere fasce di popolazione vivono nella miseria; è impossibile circolare nel Paese; l’insicurezza è generale. Negli ultimi anni due terzi della popolazione è fuggita all’estero, quantomeno provvisoriamente.

Passando un colpo di spugna sull’illegalità dell’intervento della NATO, le Nazioni Unite stanno tentando di rendere di nuovo stabile il Paese.

I tentativi di pacificazione

L’ONU è presente in Libia con la MANUL (Missione d’Appoggio delle Nazioni Unite in Libia), organo esclusivamente politico. Il reale carattere dell’istituzione è lampante sin dalla nascita. Il suo primo direttore, Ian Martin (ex direttore di Amnesty International), organizzò il trasferimento di 1.500 jihadisti di Al Qaeda, in quanto “rifugiati” (sic!), dalla Libia alla Turchia per formare il cosiddetto “Esercito Siriano Libero”. Benché sia ora guidata da Ghassan Salamé [1], la MANUL dipende direttamente dal capo degli Affari Politici dell’ONU, che non è altri che Jeffrey Feltman. Ex assistente di Hillary Clinton al Dipartimento di Stato USA, è uno degli architetti del piano Cebrowski-Barnett, per distruggere Stati e società del Medio Oriente Allargato [2]. Feltman fu anche supervisore, da un punto di vista diplomatico, delle aggressioni contro Libia e Siria [3].
L’ONU parte dal presupposto che il disordine attuale sia conseguenza della “guerra civile” del 2011, che aizzò il regime di Muhammar Gheddafi contro l’opposizione. Ma, al momento dell’intervento dell’ONU, l’opposizione era costituita soltanto dagli jihadisti di Al Qaeda e dalla tribù dei Misurata. In quanto membro dell’ultimo governo della Jamahiriya Araba Libica, posso testimoniare che l’iniziativa dell’Alleanza Atlantica non fu la risposta al conflitto interno libico, bensì un’articolazione della strategia regionale di lungo respiro, che riguarda l’insieme del Medio Oriente Allargato.
Nelle elezioni legislative del 2014 gli islamisti che avevano combattuto a terra per conto della NATO ottennero scarni risultati. Decisero perciò di non riconoscere la “Camera dei Rappresentanti” (basata a Tobruk) e costituirono un’altra assemblea (basata a Tripoli), ora denominata “Alto Consiglio di Stato”. Ritenendo che le due assemblee rivali potessero formare un sistema bicamerale, Feltman mise i due gruppi su un piano di parità. Ci furono contatti tra le due parti nei Paesi Bassi e, in seguito, furono firmati gli accordi di Skhirat (Marocco), senza però l’assenso delle due assemblee. Con questi “accordi” venne istituito un “governo di unità nazionale” (con sede, inizialmente, in Tunisia), designato dall’ONU.
Per preparare l’elaborazione di una nuova Costituzione nonché le elezioni presidenziali e legislative, la Francia, sostituendosi agli sforzi di Paesi Bassi ed Egitto, ha organizzato a fine maggio un summit, cui hanno partecipato le personalità presentate dall’ONU come i quattro leader del Paese e i rappresentati dei principali Stati coinvolti della regione. L’iniziativa è stata vivacemente criticata in Italia [4].
Pubblicamente si è usato un linguaggio politico; discretamente, invece, sono stati disegnati i contorni di una Banca Centrale Libica che cancellerà il furto, da parte della NATO [5], dei Fondi sovrani libici e centralizzerà il denaro del petrolio. Comunque sia, dopo la firma di una dichiarazione comune [6] e gli abbracci di rito, la situazione sul campo è precipitata.
Il presidente francese, Emmanuel Macron, agisce in base alla propria esperienza di banchiere d’affari: ha riunito i principali leader libici scelti dall’ONU; con loro ha valutato come proteggere i rispettivi interessi, in vista della creazione di un governo riconosciuto da tutti; ha verificato che le potenze straniere non abbiano intenzione di sabotare l’iniziativa; e ha creduto di poter ottenere il plauso dei libici. Però non è andata così, perché la Libia è un Paese completamente differente dalle società occidentali.
È evidente che la Francia, che è stata, insieme al Regno Unito, la punta di lancia della NATO contro la Libia, sta cercando di incassare i dividenti dell’intervento militare, che gli alleati anglosassoni le hanno a suo tempo sottratto.
Per capire quel che sta accadendo, bisogna tornare indietro nel tempo e analizzare come vivono i libici, in virtù delle loro peculiari e personali esperienze.

La storia della Libia

La Libia esiste solo da 67 anni. Con la caduta del fascismo e la fine della seconda guerra mondiale, la colonia italiana fu occupata dai britannici (in Tripolitania e in Cirenaica) e dai francesi (nel Fezzan, che divisero e, amministrativamente, annetterono alle colonie d’Algeria e Tunisia).
Londra favorì l’instaurazione di una monarchia controllata dall’Arabia Saudita, la dinastia dei Senussi, che regnò dall’indipendenza del Paese, nel 1951. La monarchia, di religione wahabita, mantenne il nuovo Stato in un oscurantismo totale, favorendo gli interessi economici e militari degli anglosassoni.
La monarchia fu rovesciata nel 1969 da un gruppo di ufficiali che proclamò l’indipendenza autentica del Paese e mise alla porta le potenze straniere. Sul piano politico interno, nel 1975 Muhammar Gheddafi stilò un programma, il Libro Verde, con cui s’impegnò a soddisfare le principali aspirazioni delle popolazioni del deserto. Per esempio, mentre tutti i beduini desideravano possedere una propria tenda e un proprio cammello, Gheddafi promise a ogni famiglia un appartamento gratuito e un’auto. La Jamahiriya Araba Libica garantì anche acqua [7], educazione e sanità gratuite [8]. Progressivamente, la popolazione nomade del deserto si sedentarizzò lungo la costa, ma i legami delle famiglie con le tribù d’origine si mantennero più saldi delle relazioni di vicinato. Furono create istituzioni a livello nazionale, ispirate alle esperienze dei falansteri dei socialisti utopici del XIX secolo, e fu instaurata una democrazia diretta, pur mantenendo le antiche strutture tribali. Le decisioni importanti erano dapprima presentate all’Assemblea Consultiva delle tribù e, successivamente, deliberate dal Congresso Generale del Popolo (parlamento nazionale). Sul piano internazionale, Gheddafi si dedicò alla risoluzione dei conflitti secolari tra gli africani, arabi e neri. Mise fine alla schiavitù e utilizzò una parte consistente delle entrate petrolifere per sostenere lo sviluppo dei Paesi sub-sahariani, soprattutto del Mali. Le iniziative di Gheddafi scrollarono gli occidentali che perciò avviarono politiche di aiuto allo sviluppo del continente.
Tuttavia, malgrado i progressi, trent’anni di Jamahiriya non bastarono a trasformare questa sorta di Arabia Saudita africana in una società laica moderna.

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Ghassan Salamé e il suo capo, Jeffrey Feltman.

Il problema odierno

Distruggendo il regime di Gheddafi e facendo sventolare di nuovo la bandiera dei Senussi, l’ONU ha fatto retrocedere il Paese alla situazione antecedente il 1969: un coacervo di tribù che vivono nel deserto, tagliate fuori dal mondo. La Sharia, il razzismo, la schiavitù sono ricomparsi. In simili condizioni è vano cercare di ristabilire l’ordine dall’alto. È invece indispensabile, innanzitutto, rendere pacifiche le relazioni tribali. Si potranno prevedere istituzioni democratiche solo dopo aver compiuto quest’operazione. Fino a quel momento, la sicurezza di ciascuno sarà garantita solo dall’appartenenza a una tribù. Per sopravvivere, i libici impediranno a loro stessi di pensare autonomamente e faranno sempre riferimento alla posizione del proprio gruppo.
L’esempio della repressione degli abitanti di Misurata contro quelli di Tawarga è esemplare. I misurata sono discendenti di soldati turchi dell’esercito ottomano, mentre i tawarga discendono da schiavi neri. Coalizzati con la Turchia, i misurata hanno partecipato al rovesciamento della Jamahiriya. Dopo che la bandiera dei Senussi è stata di nuovo imposta, i misurata si sono scatenati, con furore razzista, contro i neri. Li hanno accusati di ogni sorta di crimini e ne hanno costretti 30.000 a fuggire.
Indubbiamente sarà difficile far emergere una personalità della statura di Gheddafi, che possa essere innanzitutto riconosciuta dalle tribù e, successivamente, dal popolo. Del resto non è questa la soluzione che sta cercando Feltman. Contraddicendo le dichiarazioni ufficiali che parlano di soluzione «inclusiva», ossia che includa tutte le componenti della società libica, Feltman, attraverso gli jihadisti – con cui, quando era al Dipartimento di Stato, aveva collaborato per combattere Gheddafi – ha imposto una legge che vieta ogni funzione pubblica alle persone che hanno servito la Guida. La Camera dei Rappresentanti si è rifiutata di applicare questa disposizione, tutt’ora in vigore a Tripoli. Questo dispositivo è simile a quello della debaasificazione che lo stesso Feltman impose all’Iraq, all’epoca in cui era uno dei dirigenti dell’Autorità Provvisoria della Coalizione. In entrambi i casi, simili leggi sono utili per privare le istituzioni statali della maggior parte delle élite politiche, spronandole alla violenza o all’esilio. È evidente come Feltman continui a perseguire gli obiettivi del piano Cebrowski, pur avendo la pretesa di lavorare per la pace.
Diversamente da quel che sembra, il problema della Libia non è la rivalità tra i leader, bensì l’assenza di pacificazione tra le tribù e l’esclusione di chi sostenne Gheddafi. La soluzione non può essere negoziata da quattro leader riuniti a Parigi, ma unicamente in seno e intorno alla Camera dei Rappresentanti di Tobruk, la cui autorità si estende ora sull’80% del territorio.

Traduzione
Rachele Marmetti
Il Cronista 

[1] Ghassan Salamé è un politico libanese e docente universitario in Francia. È padre della giornalista francese Léa Salamé e della direttrice della Fondazione Boghossian del Belgio, Louma Salamé. Ha lavorato con Jeffrey Feltman in Iraq, ma non in Libano.
[2] “Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 agosto 2017.
[3] “La Germania e l’ONU contro la Siria”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Al-Watan (Siria) , Rete Voltaire, 28 gennaio 2016.
[4] Nel 2011 il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, insorse contro l’intervento della NATO. Fu richiamato all’ordine atlantista dallo stesso parlamento.
Ndt:
L’opzione inizialmente “pacifista” di Silvio Berlusconi e il naufragio di questa si spiegano con due considerazioni.
Primo, l’atteggiamento amicale del governo Berlusconi nei confronti della Libia si pone in continuità con quello dei governi precedenti. Chiuso il capitolo coloniale e preso atto della stabilità di Gheddafi al potere, l’Italia ha sempre cercato di sfruttare in chiave affaristica i buoni rapporti con la Guida. Un’apertura mercantile che si è sempre estesa alle imprese private: basti citare la FIAT, che nel 1976, bisognosa di capitali, chiese e ottenne un finanziamento dal governo di Tripoli, in cambio del 15% della società torinese.
Ma nel 2011 (a 25 anni dall’estromissione di Gheddafi dalla FIAT, in ossequio a un diktat della NATO, pretestato dal timore che il socio libico suggesse tecnologia militare dalla FIAT), l’ostilità contro la Libia era ormai una scelta atlantica irreversibile, alla quale si era piegato il grosso del mondo politico e affaristico italiano. Persino i sindacati si convertirono alla guerra: il 22 febbraio Susanna Camusso, segretario della CGIL (il primo sinacato del Paese!), condannò le esitazioni del governo italiano a intervenire in Libia e lo spinse a muoversi. Rossana Rossanda, esponente dei comunisti storici, fece lo stesso sul Manifesto del 9 marzo. Il 2 aprile il presidente della Repubblica, il postcomunista Giorgio Napolitano, non esitò a coprirsi di ridicolo affermando che l’aggressione alla Libia non poteva considerarsi una guerra!
Berlusconi si trovò a fronteggiare non soltanto il favore generale dell’Italia verso l’aggressione a Gheddafi, ma dovette accettare un coinvolgimento diretto, ancorché discreto, del Paese: dal 17 febbraio soldati italiani furono schierati a Benghazi (accanto a truppe inglesi e francesi e saudite), in funzione provocatoria nelle manifestazioni di piazza, dove offrirono ai media atlantisti lo spettacolo artefatto di cittadini colpiti dalle truppe di Gheddafi.
[5] “La rapina del secolo: l’assalto dei «volenterosi» ai fondi sovrani libici”, di Manlio Dinucci, Il Manifesto (Italia) , Rete Voltaire, 22 aprile 2011.
[6] « Déclaration politique sur la Libye », Réseau Voltaire, 29 mai 2018.
[7] Nel 1991 la Libia iniziò a costruire il “Grande fiume artificiale”, una vasta rete per sfruttare le falde acquifere del Bacino di Nubia, che si trovano molto in profondità. Questo gigantesco sistema non ha equivalenti nel mondo.
[8] A causa della penuria di ospedali, gli interventi spesso erano effettuati all’estero, a spese dello Stato.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article201399.html