Occultare la distruzione della Libia

Occultare la distruzione della Libia

Numan Abd al-Wahid, Internationalist 360°, 23 settembre 2020

Gli inglesi, sia di destra che di sinistra, semplicemente non vogliono riconoscere il ruolo svolto dal loro governo nel distruggere la Libia e la conseguente crisi migratoria. “La distruzione della Libia ha causato il primo flusso migratorio dal Mediterraneo verso l’Europa”. The Strange Death of Europe di Douglas Murray identifica tre ondate migratorie verso l’Europa occidentale nel periodo postbellico. Inizialmente, la migrazione in Gran Bretagna e Francia proveniva dalle ex-colonie, per aiutare la ricostruzione negli anni ’50 e ’60. Anche altri Paesi dell’Europa occidentale invitarono persone da altrove per la ricostruzione. In secondo luogo, un’ondata di cittadini dell’Europa orientale arrivò negli anni ’90 e 2000 a causa dell’ampliamento dell’Unione europea. Il libro di Murray fu scritto sulla scia della terza e ultima ondata migratoria dell’ultimo decennio, aggravata dall’annuncio della cancelliera tedesca Angela Merkel, nell’agosto 2015 che accoglieva i rifugiati dalla guerra in Siria. In contrasto con la decisione di Merkel di consentire ai rifugiati siriani di entrare in Germania, Murray osserva che i Paesi che alimentano la guerra in Siria non erano ospitali come le nazioni europee. Scriveva: “In tutta la parte siriana della crisi dei rifugiati, quasi nessuno ha accusato i Paesi effettivamente coinvolti nella guerra civile, inclusi Iran, Arabia Saudita, Qatar e Russia, per il costo umano del conflitto. Non c’era ampio appello europeo all’Iran per accogliere i rifugiati dal conflitto, più di quanto non ci fosse pressione per insistere sul fatto che il Qatar avesse la giusta quota di rifugiati “. [i]
Prendiamo Murray in parola e mettiamo da parte le indicazioni di sostegno britannico ai cosiddetti ribelli siriani già nel 2012. Se si legge tra le righe tale estratto e si scompone ciò a cui si riferisce come “porzione siriana”, abbiamo di fronte l’altra parte della crisi migratoria. Vale a dire, quella stimolata dalla campagna della NATO per rovesciare il Colonnello Ghadhaffi in Libia. La cosiddetta “primavera araba”, iniziata col rovesciamento relativamente pacifico dei governi di Tunisia ed Egitto all’inizio del 2011, fu seguita da una rivolta a Bengasi, nella Libia orientale, che rapidamente divenne rivolta. I media occidentali inventarono scenari su come Gheddafi fosse sul punto di compiere massacri dopo massacri se l’occidente non fosse intervenuto. Così, il collega etoniano di Douglas Murray, David Cameron, allora primo ministro britannico, guidò la campagna globale militare in Libia nel 2011 per prevenire questa presunta orribile punizione. Cameron fu sostenuto negli appelli a intervenire in Libia da tutti i media britannici. Soprattutto quelli di destra cui Murray attualmente da ai lettori le sue opinioni. Nel 2011, il Daily Telegraph voleva vedere un’azione militare a sostegno dell’“opposizione” contro il Colonnello Gheddafi. Ad esempio, all’inizio di marzo 2011, la spinta inglese a bombardare la Libia fu mascherata come iniziativa occidentale: un rapporto affermò che “l’occidente è pronto a usare la forza contro Gheddafi” perché per Cameron, “… La caduta di Gheddafi fu la“ massima priorità ”della Gran Bretagna, aggiungendo: “Se aiutare l’opposizione in qualche modo riuscisse ad ottenere questo risultato, è certamente una cosa che dovremmo considerare… In quanto tali individui vicini all’esercito inglesi informarono i lettori che era pronta la “missione libica””. I piani d’intervento inglesi si scontrarono con un ostacolo, secondo Christopher Hope del Telegraph, quando altri leader mondiali rifiutarono l’idea. Qui Obama fu chiaramente individuato come ostacolo alla spinta inglese all’intervento militare o piuttosto a una no-fly zone. L’11 marzo 2011, un altro rapporto del Daily Telegraph apertamente mise in dubbio la natura della strategia di Obama: “È vigliaccheria? È indecisione? O è diplomazia intelligente?” prima di concludere che a causa delle “dimensioni e potenza militare degli USA, il presidente nordamericano non ha la possibilità di rimanere neutrale sempre…” Come tutti sappiamo, la Gran Bretagna ha sempre saputo cosa sia meglio quando si tratta quale direzione dovrebbe prendere la politica estera nordamericana.
Un articolo sul Sunday Telegraph del 13 marzo confrontò l’impulso di Cameron ad intervenire in Libia con la “paralisi” di Obama. L’autore continuava a “sperare” che Obama “segua l’esempio di Cameron, poiché Clinton ha seguito l’esempio di Blair in Kosovo”. Tuttavia, l’autore ebbe l’onestà di sostenere che nell’interesse della Gran Bretagna: “L’argomento della Libia non è puramente o addirittura principalmente umanitario, tuttavia. Anche se si mette da parte l’importanza come nazione produttrice di petrolio, la Libia rimane centrale negli interessi strategici e commerciali della Gran Bretagna nella regione”. È del tutto naturale che l’editoriale del Telegraph nei successivi due giorni era che il “silenzio” di Obama “danneggia l’occidente” (l’”occidente” era la metafora generica che significa interessi inglesi. Uno dei modi in cui il silenzio danneggiava l’”occidente” è perché: “… restare fuori dalle liti altrui nella regione più instabile e ricca di petrolio del pianeta non è una politica estera realistica”. Inoltre, Daily Telegraph indicò che Cameron trovava “frustrante” lavorare con Obama. [ii] Ciò è confermato nell’autobiografia di Cameron dove scrive senza scusanti di voler istituire la no fly zone per impedite il presunto possibile massacro, ma scoprì che Obama era d’ostacolo e doveva essere convinto ad intervenire militarmente in Libia. Nel 2016, un rapporto del parlamento inglese sull’intervento in Libia ammise di “non poter verificare l’effettiva minaccia ai civili rappresentata dal regime di Gheddafi; scelse elementi nominali dalla retorica di Muammar Ghadhaffi… “e che il governo britannico”, non identificò l’estremismo islamista nella ribellione”. Quindi, si basò su “ipotesi errate”. Di conseguenza, la distruzione della Libia causò il primo flusso migratorio dal Mediterraneo all’Europa. Prima del 2011, secondo fonti aperte, la Libia era un punto di destinazione per milioni di lavoratori migranti africani. Le cifre non sono definitive, ma durante i miei viaggi in Tunisia fui informato in modo attendibile che almeno 900000 tunisini lavoravano in Libia. Altri cittadini che lavoravano in Libia prima dell’intervento della NATO erano 1,5 milioni di egiziani e 1,5 milioni dell’Africa subsahariana ed altri. Inoltre, l’intervento della NATO costrinse milioni di libici a fuggire dal Paese e a sfollarne internamente centinaia di migliaia di altri. Il quotidiano Le Monde riferì che dal 2014 c’erano 600000 – 1 milione di rifugiati libici in Tunisia.
Questa “porzione” della Primavera araba fu sottovalutata nel libro di Murray. Le ricadute umane dell’intervento di Cameron in Libia ammontarono a milioni di rifugiati. Milioni di africani tornarono nei Paesi d’origine o intrapresero il pericoloso viaggio sul Mediterraneo verso l’Europa. Un’altra dimensione dell’intervento libico fu, come sostiene lo storico Mark Curtis, l’alleanza di fatto tra i bombardamenti di Gran Bretagna e Francia e combattenti islamisti. Inoltre, secondo Curtis, la Libia post-Gheddfi divenne centro di addestramento dei jihadisti poi mandati in Siria. Circa 3000 combattenti tunisini e libici si recarono in Siria per unirsi a gruppi di al-Qaida come Qatibat al-Batar al-Libi, fondato dai libici. Prima del 2015, Murray afferma che più persone sbarcavano a Lampedusa perché “in parte ciò era dovuto alle persone in fuga da cambi di governo e disordini civili”. [iii] Presumo fosse un modo subdolo per dire che fuggivano dall’operazione di cambio di regime di Cameron in Libia. Poi osserva che “il primo anno della Primavera araba fu un periodo particolarmente brutto per l’isola”. [iv] Niente merda, Sherlock! Tre anni dopo, nel 2014, “… l’anno prima che la crisi dei migranti” iniziasse, “170000 persone arrivarono [a Lampedusa, Malta o Sicilia]. I funzionari parlavano di risolvere il problema colmando il vuoto del governo libico” [v]. Questo vuoto arrivò per via aerea, atterrò sulle coste libiche e non ebbe niente a che fare con David Cameron.
Murray delizia costantemente i lettori su terrorismo e stupri presumibilmente commessi da migranti. [vi] Eppure, per qualche ragione, non aveva spazio o tempo per informare i lettori del terrorismo sessuale più atroce e depravato dell’ultimo decennio. Vale a dire, il governo inglese invitò centinaia di libici, che aderirono all’azione inglese contro il Colonnello Gheddafi nel 2011, in Gran Bretagna per addestrarsi nel 2014. Piccoli gruppi di tali traditori libici (o “cadetti” come li chiamava il Guardian) lasciarono le baracche di Bassingbourn per aggredire la popolazione locale e tre furono condannati per aver violentato un uomo. Infatti, da quando arrivarono nell’estate 2014, la polizia fu costretta a condurre “frequenti pattugliamenti presso la base di Bassingbourn poiché i residenti del vicino villaggio temevano “fughe e attacchi”.” Ci si può solo chiedere perché Murray evitò di menzionare tale pessimo episodio. Perché la colpa alla fine sarebbe stata dell’allora primo ministro britannico David Cameron? Complessivamente, sostiene Curtis, l’intervento di Cameron in Libia finora stimolava attacchi terroristici in 14 Paesi diversi, incluso il più orribile in Europa avvenuto a Parigi nel 2015. Il capo della cellula Abdalhamid Abaud degli attacchi terroristici al Bataclan di Parigi, che uccise 129 persone, fu addestrato da un gruppo nato dai disordini causati dall’intervento in Libia. Tornando al 2011, non appena Cameron guidò l’assalto per distruggere la Libia, iniziò a rullare i tamburi militari per la Siria. Ancora una volta, tale storia non viene raccontata dalla lettura di Murray della guerra in Siria. Per lui, i principali attori esteri in quella guerra erano Iran, Arabia Saudita, Qatar e Russia. Tuttavia, nel marzo 2012, Cameron volò negli Stati Uniti per tentare di convincerli ad impegnarsi ulteriormente nella guerra alla Siria. In un’intervista con Niall Ferguson lamentò la mancanza di interesse di Washington ad intervenire in Siria. Nell’estate 2012, dopo che la metà orientale di Aleppo fu invasa dall’opposizione (cioè i jihadisti), un rapporto dell’Indipendente notò che l’intelligence inglese aiutava i jihadisti indicando i movimenti delle truppe dell’Esercito arabo siriano. Affermò anche: “Si si ritiene che MI6 e CIA tacitamente permettano l’invio di mitragliatrici pesanti dai Paesi del Golfo ai ribelli… un diplomatico [allora] negò che gli inglesi “facilitassero” la fornitura di mitragliatrici pesanti. Ma… disse di non poter escludere la possibilità che appaltatori privati finanziati da Paesi come il Qatar fossero coinvolti nella fornitura di armi”.
The Strange Death of Europe cita Merkel non meno di 58 volte, mentre cita Cameron solo cinque. È abbastanza chiaro che l’obiettivo di Murray è mascherare e assolvere la colpevolezza inglese sulle crisi migratorie e conseguente caos. Per Murray, la crisi migratoria dell’ultimo decennio è imperniata e individua nella disprezzata Merkel, soprattutto dopo il discorso del 31 agosto 2015 che consentì ai rifugiati siriani di entrare in Europa. In quanto neoconservatore, sarebbe anatema per lui anche solo suggerire che la politica estera britannica, di Cameron, inviabdo l’esercito in Libia, fosse persino un fattore nella crisi migratoria. Si è costretti a chiedersi se l’obiettivo del libro sia attribuire con nonchalance, anche patologicamente, la colpa della crisi migratoria Merkel piuttosto che al suo collega etoniano David Cameron. Nella postfazione dell’edizione tascabile del libro, Murray si vanta che nessuno a da ridire sui fatti contenuti nel libro o “persino tentato di contestarli o negarli”. [vii] Forse la ragione di ciò è che molti divenuti suoi detrattori, sostennero l’intervento libico. Se dovessero sostenere che esso causò e stimolò la crisi migratoria, ciò significherebbe che il loro sostegno o acquiescenza era sbagliato. Ad esempio, i compagni di sinistra che dirigono il gruppo Stop the War Coalition, non si convinsero ad opporsi apertamente alla guerra alla Libia. Durante i sette mesi di bombardamenti della NATO organizzarono una manifestazione a Londra, a metà settimana, in cui parteciparono non più di 35 persone. Tutti i media inglesi sostennero l’intervento in Libia e quando i ribelli islamisti catturarono Gheddafi dopo che la NATO l’aveva localizzato e bombardato, lo linciarono e violentarono, e il Guardian celebrò e gongolò il giorno dopo in prima pagina, che questa era la “Morte di un dittatore”.
Organizzazioni anglo-musulmane di alto profilo erano pienamente d’accordo. L’Associazione Musulmana della Gran Bretagna, collegata alla Fratellanza Musulmana, appoggiò la NATO e il direttore estero del gruppo per i diritti umani,Cage, Muazam Biq, ex-detenuto di Guantanamo Bay, non solo sostenne l’insurrezione, ma confermò le conclusioni di Curtis secondo cui molti jihadisti libici furono la fanteria della NATO ed immediatamente formarono gruppi per il cambio di regime in Siria. Biq affermò che “molti che… avevano iniziato la rivoluzione in Libia e vi parteciparono militarmente, avevano esperienza e continuarono a creare e sostenere alcuni primi movimenti dir esistenza in Siria”. Biq inoltre spiegò che quando era in Libia nel 2012, l’allora primo ministro turco Erdogan visitò e tenne un discorso che registrò. Erdogan disse ai libici “oggi la Libia, ghaddan (cioè domani) la Siria”. Chiarì il suo appoggio al cambio di regime… “da fare in Siria, come fu fatto in Libia”. Prima di recarsi in Siria, Biq incontrò l’agenzia d’intelligence inglese MI5.
Inoltre, un intero movimento socioculturale di intellettuali accademici associato allo studio della resistenza all’imperialismo occidentale nel Sud del mondo nelle università occidentali tacque. Il professor Laleh Khalili definiva Murray “razzista elegante e disinvolto”, ma battutine come questo sono molto più facili da esprimere che porre domande per approfondire la propria acquiescenza all’intervento militare in Libia. L’attuale nemesi di Murray, il professor Priyamvada Gopal si limita a denunciare e classificare come “gheddafista” chiunque metta in dubbio la cosiddetta ribellione in Libia o l’intervento della NATO. È incredibile come questi e molti altri intellettuali fossero reticenti mentre un Paese africano veniva distrutto dalla NATO creando milioni di rifugiati, libici e non libici, eppure si vantano di come le loro pubblicazioni celebrino la resistenza all’imperialismo occidentale o di come utilizzano citazioni da “How Europe Underdeveloped Africa” di Walter Rodney. Nonostante tutti i difetti, la Libia di Gheddafi aumentò l’aspettativa di vita da 51 a 74 anni. L’analfabetismo fu spazzato via e il problema dei senzatetto era pressoché inesistente. Il reddito medio pro capite era tra i più alti in Africa, 16500 dollari. [viii] In realtà sostenne Nelson Mandela e l’African National Congress nella lotta contro l’apartheid in Sud Africa. Ma tutto questo non significa nulla per questi e altri guerrieri culturali sistematisi nelle torri d’avorio occidentali che scambiano continuamente litigi coi passanti nel cortile della scuola con minacce al loro posto di lavoro. Inoltre, nella postfazione del libro Murray copre brevemente l’omicidio di 22 persone a Manchester da parte di un terrorista che sembra fu addestrato in Libia. È del tutto naturale che Murray non porti all’attenzione dei lettori che la famiglia del terrorista se ne andò rapidamente da Manchester, dove le fu concesso esilio, unendosi alla ribellione in Libia contro il Colonnello Ghadhaffi e che vi sarebbe stato addestrato dopo che la Libia divenne terra di nessuno dei gruppi jihadisti in guerra per il territorio.
In conclusione, l’intervento di Cameron è simile al colpo di Stato in Iran del 1953, anch’esso avviato e guidato dagli inglesi. Il primo ministro iraniano Mossadegh tolse l’industria petrolifera dalle mani della multinazionale inglese nazionalizzandola. Gli inglesi allora convinsero i nordamericani per garantirsi il rovesciamento di Mossadegh. Le ripercussioni del colpo di Stato del 1953 portarono non solo alla rivoluzione iraniana, ma anche all’ascesa dei movimenti militanti in Germania come la Fazione dell’Armata Rossa. Se allora non ci fosse stata la rivoluzione iraniana, non ci sarebbe stata la guerra Iran-Iraq e il resto è storia. [ix] Come col colpo di Stato in Iran, gli inglesi, di destra e di sinistra, semplicemente non vogliono riconoscere e persino nascondono il ruolo del governo britannico nella distruzione della Libia e nelle crisi migratoria derivatane. Finora, l’intervento libico portò a una pioggia di migranti in Europa, e la missione in Siria per il cambio di regime portò ad altri rifugiati e attentati terroristici in Europa. Chissà dove andrà a finire il loro ritorno. Inoltre, secondo Murray, i migranti si riversano in Europa perché vogliono uno standard di vita migliore, ricevere sostegno statale e perché il continente è molto più pacifico e tollerante di altri posti nel mondo. [x] O evidentemente può darsi che nell’ultimo decennio i migranti sono accorsi in Europa perché gli interventi militari degli inglesi (in collusione con jihadisti e Stati che li sostengono) hanno distrutto i loro Paesi e non ebbero scelta se non cercare un altro posto dove vivere.

[i] Douglas Murray, “The Strange Death of Europe: Immigration, Identity, Islam” (London: Bloomsbury Continuum, 2018), pag. 159
[ii] Per un resoconto dettagliato della richiesta d’intervento militare da Telegraph e Times, vedasi Numan Abd al-Wahid, “Britain’s Libya Adventure“.
[iii] Murray, op. cit., pg65
[iv] ibid., pg.66
[v] ibid., pg73
[vi] ibid., pg.153-4, pg.185-186, pg.194-7
[vii] ibid., pg.335
[viii] Maximilian Forte, “Slouching Towards Sirte: NATO’s War on Libya and Africa”, (Montreal: Baraka Books, 2012), pg.143-144
[ix] Numan Abd al-Wahid, “Debunking the Myth of America’s Poodle: Great Britain Wants War” (Winchester: Zero Books, 2020), pag.108-110
[x] Murray, op. cit., pag. 59

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Preso da: http://aurorasito.altervista.org/?p=13753&fbclid=IwAR1Hk5FChNyBT-CUaqn78Qe4I2kpSH5E_iUbPHyIpexUCBSnL-lWsvoA1Ew

Dalla Libia all’Azerbaigian: la guerra per procura dei mercenari siriani di Erdogan

La destabilizzazione della Siria continua a farsi sentire sull’intera regione, stimolando gli appetiti e le ambizioni delle medie e grandi potenze sulla scena

Di Andrea Lanzetta

Pubblicato il 28 Set. 2020 alle 11:15 Aggiornato il 28 Set. 2020 alle 11:27

Nagorno Karabakh: un vecchio conflitto alimentato in una remota regione del Caucaso anche da nuovi combattenti, stranieri pagati appositamente per combattere guerre che non gli appartengono, in particolare provenienti dalla Siria, dove non è difficile trovare veterani disposti a battersi all’estero.

Non è una novità il ricorso a mercenari reclutati nel Paese arabo da parte della Turchia e non solo, impiegati poi in altri teatri di conflitto come ad esempio in Libia, dove Ankara avrebbe impiegato fin quasi 18mila tra miliziani siriani e combattenti stranieri reclutati in Siria, anche da gruppi fondamentalisti, compresi centinaia di minori, di cui almeno 8.500 già smobilitati e pronti a nuove “avventure”.

Immagine di copertina

Il rinfocolarsi del conflitto fra Armenia e Azerbaigian in Nagorno Karabakh, dove si è tornato a sparare già da luglio e che nelle ultime ore ha provocato i peggiori scontri dal 2016 portando alla parziale mobilitazione delle forze armate azere, potrebbe rappresentare una nuova tappa del viaggio dei combattenti siriani a pagamento tra i vari conflitti che infiammano il bacino del Mediterraneo.

I due storici rivali, entrambe repubbliche ex sovietiche, rivendicano quest’area del Caucaso sin dall’indipendenza, coinvolgendo anche i loro grandi vicini, come Turchia e Russia, che a fine luglio, dopo i primi colpi sparati a cavallo del confine, decisero di mostrare i muscoli con una serie di esercitazioni militari congiunte: la prima con l’Azerbaigian e l’altra con l’Armenia.

Proprio il governo di Yerevan accusa Ankara di aver schierato i propri F-16 al fianco delle forze di Baku, oltre a impiegare una serie di mercenari reclutati dalle zone occupate dai militari turchi in Siria settentrionale. Quest’ultima notizia, smentita dalle forze azere e turche, è stata divulgata dall’Armenian Unified Infocenter, che raccoglie dati sul conflitto per le autorità armene, non certo una fonte indipendente.

Secondo l’intelligence armena, sarebbero quasi 4.000 i miliziani provenienti dalla Siria schierati al fianco delle forze di Baku e tra questi ben 81 potrebbero essere rimasti vittime del conflitto in Nagorno Karabakh. Se la fonte e i numeri divulgati possono apparire sospetti, le accuse di Yerevan trovano invece conferme da parte dell’Osservatorio siriano per i diritti umani.

Varie fonti citate dall’ong con sede a Londra riferiscono infatti l’arrivo di un primo gruppo di combattenti siriani provenienti da alcune fazioni sostenute da Ankara, già arrivati in Azerbaigian attraverso la Turchia, che avrebbe già reclutato almeno 300 miliziani per questo fronte. I mercenari sarebbero giunti pochi giorni prima in Anatolia dal cantone di Afrin, nella campagna nord-occidentale della provincia siriana di Aleppo, occupata dal marzo del 2018 dalle forze turche.

I combattenti coinvolti apparterrebbero per lo più alle fazioni ribelli siriane “Brigata Sultan Murad” e “Brigata Sultan Suleiman Shah”, nota anche come milizia Al-Amshat, dispiegate nei villaggi e nelle città della provincia di Idlib e del cantone di Afrin. La pericolosità di queste voci è alimentata anche dall’aleggiare dello spettro dell’estremismo religioso sul conflitto in corso in Caucaso, visto il coinvolgimento della brigata Sultan Murad, un gruppo armato afferente all’Esercito nazionale siriano, noto in passato come Esercito Siriano Libero, una formazione sostenuta Ankara e in cui sono confluiti anche vari fondamentalisti sunniti, che potrebbero creare non pochi problemi in un Paese a maggioranza sciita come l’Azerbaigian.

Al momento nessuna fonte indipendente è stata in grado di confermare la notizia del dispiegamento di mercenari siriani in Nagorno Karabakh ma qualcosa sul fronte dei combattenti reclutati in Siria si sta certamente muovendo, soprattutto in Libia. Negli ultimi mesi si sono infatti rincorse varie voci circa il parziale ma progressivo abbandono del fronte libico sia da parte dei combattenti stranieri impiegati da Haftar che di quelli fedeli al Governo di Accordo Nazionale di Tripoli.

Di recente, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, Ankara ha ridotto gli ingaggi dei mercenari siriani schierati in Libia, diminuendone i compensi da 2.000 a 600 dollari al mese, organizzando negli ultimi 10 giorni nuovi convogli di ritorno in Siria dal Nord Africa per oltre 1.200 combattenti in scadenza di contratto.

Secondo l’analista Elizabeth Tsurkov, quasi un mese fa le chat su WhatsApp dei gruppi armati vicini all’Esercito nazionale siriano parlavano della possibilità di partire per l’Azerbaigian con compensi compresi tra i 2.000 e i 2.500 dollari mensili, un notevole aumento rispetto ai 70 dollari al mese ricevuti per combattere insieme alle forze turche nel nord della Siria. Nonostante il reclutamento di combattenti siriani per il conflitto in Nagorno Karabakh resti ancora al livello di voci non confermate e accuse di parte, varie fonti locali hanno documentato la partenza, circa una settimana fa, di decine di miliziani dalla Siria nordoccidentale attraverso la Turchia con destinazione sconosciuta.

La difficoltà di confermare l’invio di mercenari dalla Siria per combattere al fianco di Baku si scontra anche con il diverso metodo di reclutamento adottato rispetto al conflitto libico. Lo schieramento di combattenti siriani in Libia, impiegati al fianco del governo di Tripoli contro il generale Haftar, era avvenuto tramite il coinvolgimento diretto degli ufficiali turchi, accordatisi con i comandanti delle varie fazioni che compongono l’Esercito nazionale siriano.

In questo caso invece, il reclutamento avverrebbe su base diretta, attraverso l’intermediazione di compagnie private operanti in Turchia, che si occupano anche del trasporto dei combattenti al fronte. Fonti locali confermano l’apertura in due scuole del centro della città di Afrin di altrettanti uffici volti a reclutare “volontari” per il fronte azero, dove l’affluenza e le lunghe code avrebbero addirittura creato problemi di ordine pubblico, causati dalla scarsa disciplina dei combattenti.

Proprio il governo di Yerevan accusa Ankara di aver schierato i propri F-16 al fianco delle forze di Baku, oltre a impiegare una serie di mercenari reclutati dalle zone occupate dai militari turchi in Siria settentrionale. Quest’ultima notizia, smentita dalle forze azere e turche, è stata divulgata dall’Armenian Unified Infocenter, che raccoglie dati sul conflitto per le autorità armene, non certo una fonte indipendente.

Secondo l’intelligence armena, sarebbero quasi 4.000 i miliziani provenienti dalla Siria schierati al fianco delle forze di Baku e tra questi ben 81 potrebbero essere rimasti vittime del conflitto in Nagorno Karabakh. Se la fonte e i numeri divulgati possono apparire sospetti, le accuse di Yerevan trovano invece conferme da parte dell’Osservatorio siriano per i diritti umani.

Varie fonti citate dall’ong con sede a Londra riferiscono infatti l’arrivo di un primo gruppo di combattenti siriani provenienti da alcune fazioni sostenute da Ankara, già arrivati in Azerbaigian attraverso la Turchia, che avrebbe già reclutato almeno 300 miliziani per questo fronte. I mercenari sarebbero giunti pochi giorni prima in Anatolia dal cantone di Afrin, nella campagna nord-occidentale della provincia siriana di Aleppo, occupata dal marzo del 2018 dalle forze turche.

I combattenti coinvolti apparterrebbero per lo più alle fazioni ribelli siriane “Brigata Sultan Murad” e “Brigata Sultan Suleiman Shah”, nota anche come milizia Al-Amshat, dispiegate nei villaggi e nelle città della provincia di Idlib e del cantone di Afrin. La pericolosità di queste voci è alimentata anche dall’aleggiare dello spettro dell’estremismo religioso sul conflitto in corso in Caucaso, visto il coinvolgimento della brigata Sultan Murad, un gruppo armato afferente all’Esercito nazionale siriano, noto in passato come Esercito Siriano Libero, una formazione sostenuta Ankara e in cui sono confluiti anche vari fondamentalisti sunniti, che potrebbero creare non pochi problemi in un Paese a maggioranza sciita come l’Azerbaigian.

Al momento nessuna fonte indipendente è stata in grado di confermare la notizia del dispiegamento di mercenari siriani in Nagorno Karabakh ma qualcosa sul fronte dei combattenti reclutati in Siria si sta certamente muovendo, soprattutto in Libia. Negli ultimi mesi si sono infatti rincorse varie voci circa il parziale ma progressivo abbandono del fronte libico sia da parte dei combattenti stranieri impiegati da Haftar che di quelli fedeli al Governo di Accordo Nazionale di Tripoli.

Di recente, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, Ankara ha ridotto gli ingaggi dei mercenari siriani schierati in Libia, diminuendone i compensi da 2.000 a 600 dollari al mese, organizzando negli ultimi 10 giorni nuovi convogli di ritorno in Siria dal Nord Africa per oltre 1.200 combattenti in scadenza di contratto.

Secondo l’analista Elizabeth Tsurkov, quasi un mese fa le chat su WhatsApp dei gruppi armati vicini all’Esercito nazionale siriano parlavano della possibilità di partire per l’Azerbaigian con compensi compresi tra i 2.000 e i 2.500 dollari mensili, un notevole aumento rispetto ai 70 dollari al mese ricevuti per combattere insieme alle forze turche nel nord della Siria. Nonostante il reclutamento di combattenti siriani per il conflitto in Nagorno Karabakh resti ancora al livello di voci non confermate e accuse di parte, varie fonti locali hanno documentato la partenza, circa una settimana fa, di decine di miliziani dalla Siria nordoccidentale attraverso la Turchia con destinazione sconosciuta.

La difficoltà di confermare l’invio di mercenari dalla Siria per combattere al fianco di Baku si scontra anche con il diverso metodo di reclutamento adottato rispetto al conflitto libico. Lo schieramento di combattenti siriani in Libia, impiegati al fianco del governo di Tripoli contro il generale Haftar, era avvenuto tramite il coinvolgimento diretto degli ufficiali turchi, accordatisi con i comandanti delle varie fazioni che compongono l’Esercito nazionale siriano.

In questo caso invece, il reclutamento avverrebbe su base diretta, attraverso l’intermediazione di compagnie private operanti in Turchia, che si occupano anche del trasporto dei combattenti al fronte. Fonti locali confermano l’apertura in due scuole del centro della città di Afrin di altrettanti uffici volti a reclutare “volontari” per il fronte azero, dove l’affluenza e le lunghe code avrebbero addirittura creato problemi di ordine pubblico, causati dalla scarsa disciplina dei combattenti.

Preso da: https://www.tpi.it/esteri/azerbaigian-mercenari-siria-turchia-20200928672100/

 

 

Italian Report on Qatari Role in Training Terrorist Groups During 2011 in Libya

August 25, 2020

Italian political analyst Giuseppe Gagliano analysed the military cooperation agreement between Qatar, Libya, and Turkey announced this month, arguing that it is part of a well-planned strategy of cooperation, training, and funding of proxy radical Islamist groups since 2011.

“Doha openly supported the Turkish military Operation Spring of Peace in north-eastern Syria to expand the influence of the Muslim Brotherhood.”— Giuseppe Gagliano

(Libya, 25 August 2020) – According to the Egyptian newspaper Al-Yawm Al-Sabi’, with regard to bilateral relations between Turkey and Qatar, the Italian political analyst Giuseppe Gagliano said: “Turkey has always supported Qatar militarily and received ample financial support in exchange. It is sufficient to recall that, for example, the deputy commander of the Ankara forces, Ahmed bin Muhammad, is also the head of the Qatari Military Academy. In other words, the training of military cadres depends on the pro-Turkish political and religious loyalty.”

He pointed out that the presence of the Turkish security forces in Qatar tangibly represents the importance of the Turkish political-military influence in Doha represented by the Tariq ibn Ziad base that embraces the command of the “Qatari-Turkish joint force.”

The report drew attention to the fact that Qatar’s arms imports from Turkey have increased dramatically allowing Ankara to obtain revenues of US$335 million. “Doha openly supported the Turkish military Operation Spring of Peace in north-eastern Syria to expand the influence of the Muslim Brotherhood,” argued Gagliano.

According to the report: “On the investment side, Qatar has disbursed US$15 billion since 2018 and purchased a 50% stake in BMC, a Turkish armored vehicle manufacturer. There is also the state-controlled military software company in Ankara, which has signed a partnership agreement with Al-Mesned International Holdings in Qatar for a joint venture specializing in cyber-security. However, one of the most important agreements to rectify the ailing Turkish  economy is that of 20 May thanks to which the Turkish Central Bank announced that it had tripled its currency exchange agreement with Qatar.”

The Italian analyst added: “As regards Libya-Qatar relations, Doha took advantage of the political weaknesses of both the European Union and the UN. Furthermore, the relative US disengagement from the Middle Eastern theatre – given that the Trump administration’s priorities are China, the Indo-Pacific, and Russia – have in fact granted an undoubted strategic advantage to Doha.”

On Libya, Gagliano said, “Taking advantage of this situation of instability, Qatar has tried to exploit this propitious opportunity to gain greater weight and significance at the geopolitical level in Libya. Precisely for this reason, Qatar’s military presence in the 2011 conflict, alongside NATO, was certainly significant not only thanks to the use of air force but also through the training of Libyan rebels both on Libyan territory and in Doha. We should not also forget the relevant role that their special forces played in the final assault against Gaddafi.”

Qatari Emir, Tamim bin Hamad Al Thani, kissing the forehead of the radical Islamist cleric Yusuf al-Qaradawi who lives in Doha.

He continued, “With the fall of Gaddafi’s regime, Qatar recognized the National Transitional Council as a legitimate political institution and supported it at all levels. Another leverage, and at the same time a means of penetration into Libya, was certainly the brothers Ali Sallabi and Ismail al-Sallabi persecuted by the Gaddafi regime. In particular, Ali Sallabi is certainly one of the most important men linked to the Muslim Brotherhood. Another key man for Qatar was certainly Abdel-Hakim Belhaj, considered by both the CIA and the US State Department as a dangerous terrorist as leader of the Libyan Islamic Fighting Group (LIFG).”

Qatar’s Hamad al-Marri with the Emir of the Libyan Islamic Fighting Group (LIFG), Abdel-Hakim Belhaj and Mahdi Harati in August 2011.

According to the article: “Qatar invests heavily in the reconstruction of Tripoli’s military infrastructure. Indeed, it is not a coincidence that the Qatari delegation that recently visited Tripoli comprised military advisers and instructors who held meetings with their Libyan and Turkish counterparts.”

Source: https://almarsad.co/en/2020/08/25/italian-report-on-qatari-role-in-training-terrorist-groups-during-2011-in-libya/

After Entry in Bab al-Aziziyah in 2011, Qatar’s Al-Marri Returns to Tripoli with Turkey and GNA

The controversial and sinister Qatari Special Forces officer Hamad al-Marri, who is wanted on charges of terrorism by the Artab Quartet, has resurfaced in the capital Tripoli when he entered Tripoli for the first time in 2011 to overthrow Muammar Gaddafi. However, today, he is a visitor through the offices of the Government of National Accord (GNA) and Turkey.

Qatari Special Forces officer Hamad al-Marri,

(Libya, 17 August 2020) – Although his name and identity were not announced to the media as being part of the delegation, Al-Marsad managed to identify Qatar’s Hamad al-Marri whose full name is Hamad Abdullah bin Fatees al-Marri from the photos of the delegation that accompanied the Qatari Defense Minister to Tripoli, Khalid al-Attiyah—despite wearing a military uniform and covering half of his face with a military cap.

Qatar’s Hamad al-Marri sitting near Qatari Defense Minister to Tripoli, Khalid al-Attiyah at the meeting at Al-Mahary Hotel in the present of the State Council’s Khaled Al-Mishri.

Al-Marri appeared in these pictures during a meeting of the Qatari and Turkish defense ministers with the Head of the High Council of the State, Khaled al-Mishri, at Al-Mahary Hotel, accompanied by the Undersecretary of the GNA’s Ministry of Defense, Salah al-Din al-Namroush.

WHO IS HAMAD AL-MARRI?

Hamad al-Marri was the Qatari officer responsible for the joint Qatari Special Forces, both arming and conducting special operations in Libya in 2011. He was also closely associated with the Emir of the Libyan Islamic Fighting Group (LIFG), Abdel-Hakim Belhaj (also known as Abu Abdullah al-Sadiq), whom he brought to the Bab al-Aziziyah camp on 20 August 2011, as shown in this footage. Al-Marri was later promoted as a reward for his work in Libya with the Islamist insurgents.

At the time, the Qataris showcased Belhaj as the “liberating commander” of Tripoli which aroused the discontent of many revolutionaries, especially the Zintan fighters who knew that Belhaj did not deserve such credit and the completely false publicity given to him by Al Jazeera and various other Islamist networks. The Zintanis were suspicious of the media campaign around Belhaj and as the Libya revolution progressed they were proved right.

One of those who was suspicious of Qatar’s intentions and its role at the time was Osama al-Juwaili who, ironically enough, today was among those who received the Qatari and Turkish delegations that includes al-Marri at Mitiga airport in Tripoli. Some leaders from the Zintan and other cities, and even from the former Transitional Council, its executive office, and even the former regime, accused al-Marri and Belhaj of stealing the Libyan state security archive.

Qatar’s Hamad al-Marri with the Emir of the Libyan Islamic Fighting Group (LIFG), Abdel-Hakim Belhaj and Mahdi Harati in August 2011.

Moreover, al-Marri on the day of the entry into Tripoli in 2011 was carrying his weapon when he reopened the Qatari embassy in Tripoli with other officers of the Qatari forces. Furthermore, he placed the Qatari flag on the monument of the US raid in 1986 located in the headquarters in Bab al-Aziziyah in such a insulting and provocative manner, the footage of which Libyans have never forgotten or forgiven.

 

Al-Marri is also accused in Tunisia of opening suspicious bank accounts to carry out sabotage operations and pay bribes. Since 2017, Tunisia has placed his name on the lists of those banned from entering its territory according to a Tunisian parliamentary investigation.

The Qatari opposition describes al-Marri as the “thug” of the Special Forces and the arm of the Emiri Diwan for secret operations, including funding in various such as Syria through his dealings and support for al-Nusra Front as admitted by Qatar.

Al-Marri also played a prominent role in supporting Operation Libya Dawn with money and weapons, as well as the collapsed Shura Councils in Benghazi and Derna. He is also on the terrorist lists issued by the Arab Quartet on charges of secret communication with the Houthi militia in Yemen, which led to the killing of Arab soldiers while Qatar was part of the Coalition to Support Legitimacy in Yemen before its withdrawal therefrom and later siding with the Houthis and Iran.

Source:https://suriyayahabibati.wordpress.com/wp-admin/post-new.php

Turkish Ambitions in Libya Extend to the Sahel and Sahara Countries

https://i.alarab.co.uk/styles/article_image_800x450_scale/s3/2020-05/boc1.jpg?N2ua2x9k_nXkdV76jONEqeKAAJyPmEkg&itok=IgV6ybwgIn recent months, Ankara has put its full weight behind the financial and military support of the Fayez al-Sarraj government. In light of the unanimity that the Turkish goal is to protect the project of political Islam in Libya and throughout North Africa, its second dream transcends Libya and goes further in considering expansion throughout the Sahel and Sahara countries by seeking to secure the southern gate. There is a trend towards Chad based on the extremist groups supported by Ankara and Doha.

CAIRO – Whoever thinks that Turkey’s ambitions will stop at Libya or North Africa is mistaken. It is more than wrong to imagine that the ties that brought together Ankara and terrorist organizations are limited to penetration in Arab countries.

The Turkish system paved the way for its Islamic project years ago in Africa, and began to prepare the soil with soft and rough tools. The first was the weapon of aid.  The latter was to embrace militants and provide them with logistical support that enabled them to penetrate local fronts across the continent.

Supporting terrorism to establish influence in Africa
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Perhaps many did not pay attention to the depth and details of the infrastructure links between Turkey and the extremists in countries such as Chad, Niger, Mali, Nigeria, Cameroon, and others, because the Qatari interface diverted their gaze. Monitoring focused on the relations that link Doha and extremist movements operating in these countries, and Qatar was caught red-handed providing support and numerous charges were brought against it, until evidence revealed the joint role of Turkey and Qatar in Libya and the attendant expectations regarding the willingness Ankara to extend its influence beyond the Libyan borders.

The environment near Libya seems ripe for closer cooperation and coordination between Ankara and the broad spectrum of active terrorist organizations, which have increased their movements during the past weeks in conjunction with the increasing Turkish presence in Libya, and gained new areas of land and influence as major powers were engaged in fighting Corona,  mitigating campaigns against extremists. All which aided the Turkish  agenda as Ankara launched expanded campaigns on new fronts, granting the takfiris a greater opportunity for freedom of movement beyond Libya’s borders. The Boko Haram group, which was originally born in Nigeria, began to be seen extensively in the area known as the countries of the Chad Basin, as if it received a signal of this further expansion becoming a tangible reality, and moved to achieve victories in conjunction with Turkish gains in Libya.

The Chadian army was able to pursue many terrorist elements supported by Ankara and Doha
https://i.alarab.co.uk/s3fs-public/inline-images/boc2%2B.jpg?OeB1vVvl54Qx31v7mS5hzoEB4_YYbDDw

It succeeded in dragging the Chadian army into direct engagement, relieving pressure on the southern Libyan front, which turned into an open theatre of differentiated Chadian forces, and a source of supply for mercenaries to fight the wars in which the Tripoli government was involved.

Chad has become a central target of the Boko Haram and fierce battles have occurred between the Chadian forces and elements belonging to this group, in which dozens of victims have fallen on both sides. The main objective was to place the Chadian Front over a volcano of successive tensions and revive the role played by extremist movements who suffered losses at the hands of the Libyan National Army forces two years ago in cooperation with the tribes there.

Chad has a bitter history with the extremists, and Qatar, Turkey’s stepdaughter, is the equation that controls them.  They cut ties with Doha in August 2017, closed its embassy in N’djamena, and called on Qatar to desist from all actions that undermine the security of Chad, as well as the security of the countries of the Lake Chad Basin and the coast, accusing Doha of trying to destabilize Chad through Libya.

Hard-line organizations maintain a degree of inter-party differences but they overcome them when they face a single opponent, and this is the strategy Turkey has employed with some success in Syria, which ultimately enabled them to maintain an ideological umbrella for all the various Takfiri factions.  They are repeating this game in the Sahel and Sahara countries. Even with the battles that have taken place between al-Qaeda and ISIS in Mali or elsewhere, it is easy for Turkey to contain them because tactical interest demands it.

The observer discovered that this project was being prepared at an accelerated pace years ago, when Qatar and later Turkey extended the lines of cooperation with the opposition factions in Chad, Sudan, Mali and Nigeria, sometimes under the pretext of sponsoring negotiations aimed at achieving peace, and another times through various channels to deliver support to terrorists. Local governments have become fragile, unable to confront the plot, and some have weakened to the point of bowing to external pressures, and accepting the opening of lands for the so-called soft powers that are merely a cloak for Turkish intelligence services to operate behind.

Ankara has a  network of terrorists in the Sahel and Sahara region. Now Turkey is sending thousands of Syrian terrorists to add to the generous African stockpile, linking its members through a complex network of interests in which the local dimensions coincide with the regional.

Al Arab

Translation by Internationalist 360°

German report reveals Erdogan’s plan in Libya

18 May، 2020

The Address | Benghazi – Libya

ANKARA – A German report revealed the existence of a new Turkish plan for the war in Libya managed by the head of the Turkish intelligence, Hakan Fidan, to turn the country and the region into a chaos like Syria.

The report, published by ANF News, under the title “A new Libyan plan bearing the signature of Hakan Fidan”, said that this plan is supervised by Fidan using the method of “creating pretexts” that he had previously pursued in Syria.

 

It also referred to several incidents that occurred in Tripoli that were followed by a secret visit by the head of Turkish intelligence to western Libya in early May.

The German report stated that among those incidents was the bombing of the Turkish and Italian embassies in Tripoli a week after the visit.

Media platforms and satellite channels affiliated with the terrorist group the Muslim Brotherhood have pushed for the claim that it was the Libyan National Army (LNA) that did so, which LNA’s spokesman, Major General Ahmed Al-Mismari, refuted in detail.

Based on these incidents, the Turkish Foreign Ministry said that it would consider LNA forces as legitimate targets, if its missions and interests in Libya were threatened.

Erdogan also announced days ago that he was waiting for good news from Libya, in a sign that the visit of his intelligence chief had awakened hopes that he would take back advantage.

The German report indicated that the incident of targeting the two embassies comes within the framework of creating an excuse for more public aggression against Libya. The history of Hakan Fidan is full of such excuses that he used in Syria.

According to the report, this incident brings back to mind the audio recording leaked of Hakan Fidan in which he said, “With regard to the creation of excuses, I can send 4 people to the other side of the border [with Syria] to launch 8 missiles on free areas of Turkish territory to create the excuses… Do not worry, the excuses exist”.

The German report indicated that this leaked recording was at a secret meeting, held in 2014 to discuss the situation in Syria, which included former Foreign Minister Ahmet Davutoglu and his advisor Feridun Sinirlioglu, the second deputy commander in chief of the Turkish army, General Yasar Collier and the then Turkish intelligence advisor Fidan.

The German report listed facts of the “excuses” made by Fidan in several Syrian cities to drive the international public opinion into accepting the Turkish intervention by committing massacres against its residents.

It pointed out that on August 24, 2016, the Turkish army began a military operation with the aim of occupying Jarablus, Azaz and Al-Bab. Four days before the operation, ISIS terrorists carried out an attack on a wedding of a Kurdish family in the city of Antab to create an excuse to interfere in those Syrian cities.

On the motive behind Turkey changing its plan, the German report indicated that the conditions in Tripoli do not go as well as Turkey had hoped. The Brotherhood and terrorist organizations supported by the Turkish government there under the leadership of Prime Minister Fayez Al-Sarraj are not doing the required of them. The fact that Turkish President Recep Tayyip Erdogan sent Fidan for a mysterious visit to Tripoli earlier this month indicates that he is molding a new plan aimed at creating “excuses” that pave the way for more direct intervention along the lines of the Syrian model.

Source:https://www.addresslibya.co/en/archives/56479?fbclid=IwAR1GUoAh2kHjXO3FkO8N2aP4NuhRVU7_LMsbcmR8pWhDUlbdT38S-QcdoWk

The Libyan People Challenge the International Community’s Obsession with the “Legitimacy” of a Foreign- Imposed, Unelected Terrorist Regime

on

The Libyan people are paying dearly for the dysfunctional balances of international legitimacy, and the blood of their children is sacrificed  to satisfy the whims of major powers and to achieve the ambitions of regional and international mafias that regard Libya only as a lake of oil, gas, frozen funds in foreign banks and vast land that can be turned into laboratories of creative chaos in the region.

The world is still deluding itself that there is legitimacy in Tripoli for the government of reconciliation that no one elected, without popular support or the recommendation of parliament, that also failed to implement its goals that it was established for, documented in the Skhirat agreement, serving only as a Brotherhood cell that executes orders from Qatar and Turkey,  and maintains power with hired armed  militia.

What happened in Skhirat in 2015 was a conspiracy in which regional and international actors tampered with the elected Parliament. While agendas and  interests played a major role,  intelligence services implemented their schemes to perpetuate crisis and enable the Brotherhood to overcome electoral defeat. The goal of the United Nations was to ease the pain without addressing the cause, and the result was that the government of reconciliation,  lacking any legitimacy,  has become a dictatorship. It is the caliphate operating under the dilapidated cloak of  international legitimacy, while before the eyes of the world, Erdogan transports thousands of mercenaries from northern Syria, the majority of whom are terrorists, to fight against the Libyan people and army, and from the Mediterranean Sea, Turkish  battleships are launched with NATO flags and missiles to bomb Libyan cities and villages.

Turks, Qataris, the Brotherhood, their trumpets benefited from the turbulent and shaky international reality caused by policies of leaders obsessed with competing to lead the world, and they spread their lies about Russian influence, mercenaries from Sudan, and aircraft from Egypt in the ranks of the national army, to incite  Western opposition against  the General Command of the Armed Forces.

The advocates of terrorism, warlords, human traffickers, public money robbers, al-Qaeda remnants and ISIS presented themselves as the protectors of the civil state, and huge sums were leaked from under the dialogue tables to purchase the conscience of influential political, human rights, and media actors, and the diplomacy of the Qatari and Brotherhood deals. In turn, Erdogan reaped the benefits. A blatant interference that challenges everyone and confirms for the millionth time that international legitimacy is nothing but a lie that destroys the homeland. The Security Council has not uttered a word about Turkish aggression, and the United Nations mission equates a regular army with militias, between documented facts and rumours. NATO finds in the Turkish adventure, an opportunity to penetrate the southern Mediterranean and open the way into the Sahara. The European Union faces internal divisions due t o the legacy of old colonial rivalries,  and Arab countries are unable to accept the painful truth that confirms that Libya is only an episode in a series of Erdogan ambitions to target them all, while the African Union is swayed by Qatari money and Turkish propaganda.

Who can face this reality? Some may be quick to say that it is the Libyan people. Indeed, it may take a long time for people to absorb the major issues concerning their destiny.  Even though the majority are supportive of the army and believe in their cause, what happened from 2011 to today has negatively affected the social fabric and has led to fractures even within the same family. Voices that have emerged during the past two days to divide the army ranks are only the latest expression of the lack of awareness of the fatefulness of the moment and the magnitude of the challenge.

The army leadership has made many mistakes since the launch of the Flood of Dignity to liberate Tripoli in April 2019, the most prominent of which is wasting time and not taking advantage of opportunities to enter the capital, not paying attention to the perpetuation of the war serving the militias and not fulfilling many of the promises made haphazardly, neglecting positions that were under the control of the army, starting from Gharyan, passing through Sorman, Sabratha, Ajilat, Al-Ajil, Al-Jameel, Tiji and Badr, resulting in crimes committed against those who supported this project, revealing military plans and locations of the army to be exploited by the opposite side, as  happened with the air defense platform at the base of al-Watiyah, the exclusion of leaders, poor media performance, with too much emphasis on  international public opinion through exposing the government of reconciliation and Turkish invaders.

Today, Libya is facing a fateful moment and its living, patriotic forces, against Turkish interference, Brotherhood crimes, militia rule, employment and treachery of the reconciliation government, must meet towards one goal which is the liberation of the country, by supporting the army and organizing effective popular resistance to the enemy,  transcending the topic of international legitimacy to one of popular legitimacy, assuring the world that the national army is  not a person (Haftar), but rather is a national institution with a regular hierarchy and military craftsmanship whose roots go back to1939 through the royal and mass covenants, up to the process of dignity and beyond.

The international community that has been behind the crisis since 2011,  has ignored terrorism, militia rule, and pillaged wealth, has closed its eyes to Turkish intervention and the transfer of thousands of mercenaries from northern Syria to western Libya, and from crimes against civilians. Now, they are either positioned  on the side of the people, the sole source of authority and legitimacy, or with terrorist groups and mercenaries strengthened through broad international recognition and entrenched with Turkish mercenaries.

Al Arab

Translation by Internationalist 360°

Parla Ali, il siriano che combatte in Libia: “Ai turchi non interessa di noi, ma temo per la mia famiglia in Siria”

Di Vanessa Tomassini.

Ali è un giovane siriano di 25 anni che sta combattendo in Libia a fianco delle forze del Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Fayez al-Serraj. È molto difficile parlare con lui, nelle aree di combattimento è senza internet e quando ha accesso alla rete ha paura. “I turchi controllano le comunicazioni, controllano tutto. Se ci scoprono, mi porterebbero via il telefono”. Ci confessa, lasciando intravedere un velo di malinconia quando parla della Siria.

Dopo settimane di tentativi, siamo riusciti ad avere un po’ della sua fiducia. “Ai turchi non importa di noi. Fanno delle cose orribili”, racconta parlando di stupri ed uccisioni.  “Quando abbiamo capito che non ci lasceranno tornare a casa, alcuni di noi hanno smesso di combattere. Siamo diventati più un peso morto che un aiuto per Serraj e per la Turchia. Alcuni dei miei compagni che sono arrivati in Libia con me 3 mesi fa, se ne sono andati. Hanno detto di provare ad andare in Europa via mare. Ai turchi non interessa, a loro non interessa un bel niente di ciò che facciamo. Se ci siamo o se ce ne andiamo in Italia è lo stesso. È stata tutta una presa in giro fin dall’inizio”.

Non sembra un terrorista Ali, ha il viso pulito dei ragazzi della sua età. Infatti, nel suo arruolamento in Libia c’è poco di ideologico, ma solo un gran bisogno di soldi. È disgustato dalla violenza usata verso i civili ai posti di blocco che sono stati assegnati a lui e al suo gruppo, e dopo 3 mesi di servizio in Libia, gli ufficiali turchi rifiutano loro di poter tornare a casa. “Questo non è il mio Paese, non è la mia gente, ma da musulmano vedere certe cose non è accettabile, soprattutto ora, durante il Ramadan. Umiliano le persone, le insultano, mentre danno fastidio alle ragazze. Uno dei turchi, una volta, mentre entravamo in una casa ha trovato una donna e ha fatto sesso con lei con la forza”.

Sono stato reclutato da un combattente del gruppo siriano Jaysh al-Watani. Ho fatto le procedure amministrative come volontario a dicembre 2019. Avendo esperienza nell’esercito è stato facile essere accettato”. Racconta, precisando che a lui dei soldi non interessa molto, ma ci tiene ad ottenere la nazionalità turca perché così dice che gli è stato promesso. “Non ci credo più, ma sono venuto qui per questo. Voglio la nazionalità turca così potrò avere una nuova vita, ma non credo che me la daranno. Altri dei miei compagni che sono stati uccisi, Dio abbia misericordia di loro, non l’hanno avuta”.

Ali afferma di aver firmato un contratto di sei mesi, di aver ricevuto tre mesi di salari, che ha dato alla sua famiglia prima di partire per la Libia. “Ho paura per la mia famiglia in Siria, quando mi hanno preso ho dovuto scrivere come si chiamano i miei genitori e i miei fratelli. Mia madre non voleva nemmeno che partissi, ecco perché non scappo. Ho paura che succeda qualcosa a loro”. Aggiunge, indicando di essere arrivato in Libia con un aereo, dopo aver passato 15 giorni in un campo militare in Turchia per seguire un addestramento. Non sa dove si trovava esattamente questo campo, ma ricorda che “c’erano soldati turchi e traduttori dalla Siria, tra cui alcuni del gruppo Sultan al-Murad”.

Riguardo al coronavirus, Ali dice qualcosa di inquietante: “Molti di noi stanno e sono stati male, anche alcuni di quelli che sono andati in Italia, o in Europa. Non sappiamo se è il virus o meno, perché nessuno ci fa il test. I turchi ci hanno detto che se stiamo male è meglio, perché chi sopravvive capisce di più il campo di battaglia”.

Preso da: https://specialelibia.it/2020/05/13/parla-ali-il-siriano-che-combatte-in-libia-ai-turchi-non-interessa-di-noi-ma-temo-per-la-mia-famiglia-in-siria/

Il mufti libico incita i giovani a compiere attentati suicida contro l’esercito

17 Aprile 2020

Il gran Mufti libico, Al-Sadiq al-Gharyani, ha sollecitato i giovani tra le forze allineate al Governo di Accordo Nazionale (GNA) ad effettuare operazioni kamikaze qualora queste possano indebolire i ranghi del nemico. In un’intervista televisiva, il controverso imam di Tripoli ha affermato che gli attacchi suicida sono “legittimi ed ammissibili perché molti dei compagni del Profeta si gettarono dalle mura e morirono per aprire il forte”.

Al-Gharyani ha aggiunto che se i giovani tre le file di Serraj sono in grado di lanciare attacchi suicida che provochino un grande impatto, sconfitta o perdita pesante tra le file dell’LNA, allora questo è un progetto che vale la pena provare. Va sottolineato che l’anziano Al-Gharyani non ha basato la sua fatwa, la legge nel diritto islamico che corrisponde ai responsa del diritto romano, sulle parole del Corano o un racconto della vita del Profeta Maometto, bensì si ispira ai principi della Sharia.

La nuova fatwa di Al-Gharyani invita i giovani di Tripoli e gli estremisti siriani ad immolarsi contro il Libyan National Army (LNA) esattamente come i jihadisti dal 2011 fanno in tutta la Libia, attaccando sedi della polizia e avamposti dell’esercito. L’imam è stato già bandito dall’entrare nel Regno Unito per aver incoraggiato gli estremisti nel 2014 nella presa di Tripoli.

Ghariani è fuggito dal Regno Unito nel mese di agosto dopo che il quotidiano britannico ‘The Guardian” ha rivelato che stava trasmettendo discorsi estremisti ai militanti in Libia dal Regno Unito, attraverso la stazione televisiva libica Tanasuh, con cui invitava i giovani ad unirsi alla milizia islamista guidata da Salah Badi, Libya Dawn, responsabile della distruzione dell’aeroporto internazionale di Tripoli e della fuga dell’ultimo Governo eletto nell’est del Paese.

Preso da: https://specialelibia.it/2020/04/17/il-mufti-libico-incita-i-giovani-a-compiere-attentati-suicida-contro-lesercito/

i mercenari di Al Serraji continuano i loro crimini contro il popolo Libico.

Rossella Giordano
16 aprile alle ore 21:35