La Libia inquinata da mine, trappole esplosive e armi abbandonate

Un gigantesco supermercato di armi incustodite e l’ipocrisia dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu
[14 Febbraio 2020]
Il ministro degli esteri  Di Maio ieri era a Bengasi, per incontrare il capo della Libyan National Army (LNA), il generale Khalifa Haftar, che assedia Tripoli e che controlla gran parte della Libia grazie all’appoggio di Russia, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Francia. Di Maio ha ribadito ad Haftar (al fianco del quale combattono mercenari russi, ciadiani e sudanesi) che «L’Italia non accetta alcuna interferenza esterna e che bisogna lavorare con impegno per un cessate-il-fuoco permanente».
Il giorno prima il nostro ministro degli esteri era stato in missione a Tripoli, dove a aveva incontrato  il primo ministro Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj, premier del Governo di accordo nazionale (GNA), riconosciuto dalla comunità internazionale (e dall’Italia) e sostenuto dalla Turchia e dal Qatar, anche con armi e mercenari jihadisti siriani.

Lo stesso giorno in cui Di Maio a Tripoli rinnovava – con qualche buona intenzione umanitaria che non prevede però date e impegni certi – il patto anti-migranti con al-Sarrāj e per armare ancora di più le milizie che lo sostengono, il Consiglio di sicurezza dell’Onu adottava (con 14 voti a favore e l’astensione della Russia) l’ennesima risoluzione di condanna della recrudescenza delle violenze in Libia e reclamava l’attuazione del cessate il fuoco «secondo i termini convenuti dalla Commissione militare congiunta riunita la settimana scorsa a Ginevra sotto l’egida di Ghassan Salamé, il rappresentante speciale dell’Onu in Libia».
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Peccato che tra i 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza ci siano 3 dei Paesi – ma c’era anche l’Italia per la gioia dell’allora ministro della guerra Ignazio La Russa – che Di Maio a Tripoli ha accusato (giustamente) di aver compiuto un grosso errore bombardando la Libia per far fuori il regime di Gheddafi (Francia, Gran Bretagna e Usa), mentre gli altri due, Russia e Cina, sostenevano l’ex Leader.
Il Consiglio di sicurezza ha anche condannato il recente blocco degli impianti petroliferi da parte di Haftar e ha sottolineato che «Le operazioni devono continuare senza ostacoli, a vantaggio di tutti i libici», quando è invece evidente che gran parte dei profitti del petrolio finiscono nelle mani delle milizie e dei trafficanti di armi e che sarà molto difficile far rispettare l’embargo delle importazioni di armi in Libia e che, anche se ci si riuscisse, il Paese pullula di armi disponibili ovunque e a costi bassissimi.
In una situazione del genere, suona ipocrita chiedere il ritiro di tutti i mercenari stranieri e che gli Stati membri dell’Onu non intervengano in un conflitto in cui molti paesi sono coinvolti fino al collo. E questa ipocrisia è resa ancora più evidente dall’appello lanciato dal 23esimo International Meeting of Mine Action National Directors and UN Advisers (NDM-UN23) che si conclude oggi all’ufficio Onu di Ginevra, secondo il quale «Le città libiche sono state “ricontaminate” da mesi di combattimenti». Gli esperti di sminamento delle mine antiuomo e l’UN Mine Action Service (Unmas) denunciano che «Le ostilità in corso in Libia hanno lasciato numerose città gravemente “ri-contaminate” con ordigni inesplosi, minacciando scuole, università e ospedali»
Un allarme sulla presenza di ordigni inesplosi e materiale militare abbandonato (Unexploded Ordnance – UXO) che è il risultato di mesi di guerra civile e per procura alla periferia di Tripoli tra le milizie dello GNA e quelle dell’LNA.
Qualche giorno fa, il negoziatore dell’Onu per un cessate il fuoco duraturo in Libia, Ghassan Salamé ha detto che in Libia ci sono almeno 20 milioni di UXO e Bob Seddon, threat mitigation officer dell’Unmas in Libia ha aggiunto che «La spesa per gli ordigni e la minaccia rappresentata dai resti della guerra esplosivi è aumentata e, purtroppo, molte delle aree che erano state precedentemente bonificate dagli UXO sono state nuovamente contaminate a seguito dei combattimenti. La Libia ha la più grande scorta di munizioni incontrollate al mondo. Si stima che in tutta la Libia ci siano tra le 150.000 e le 200.000 tonnellate di munizioni incustodite».
Si tratta di un gigantesco supermercato diffuso di armi – e in alcuni casi abbandonato – che ha creato un’enorme insicurezza all’interno della Libia e al di fuori dei suoi confini. A margine dell’ NDM-UN23 di Ginevra, Seddon ha spiegato che l’assedio di Tripoli ha distolto le forze di sicurezza libiche dalla guerra contro Al Qaeda e lo stato Islamico/Daesh e che questo «Ora sta causando un problema in tutta l’Africa. Non ho mai visto livelli così alti di contaminazione da armi in 40 anni di carriera».
Intanto, mentre il Consiglio di Sicurezza dell’Onu crede ancora alla favola del petrolio che va a bneficio di tutti i libici, nel 2019 il numero di sfollati interni in Libia ha raggiunto la cifra record di circa 343.000 persone, con un aumento dell’80% sul 2018, e Seddon cinferma he «E’ il popolo libico che sta affrontando in pieno l’impatto dell’insicurezza protratta che ha fatto seguito al rovesciamento dell’ex Il presidente Muammar Gheddafi, nel 2011».
Secondo l’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs dell’Onu (OCHA).Alla fine del 2019 in Libia risultavano uccisi o feriti almeno 647 civili, la maggioranza a Tripoli, ma nessuno sa cosa sia successo e stia succedendo davvero nelle altre aree del Paese e cosa succeda nelle aree controllate dalle milizie tribali e da Al Qaeda e dal Daesh.
A causa della guerra in corso, in Libia sono rimasti pochissimi uomini dell’Unmas il cui compito comporta anche un approccio molto più ampio rispetto al disinnesco di una mina o della rimozione di un altro dispositivo esplosivo artigianale (Improvised explosive device – IED).
Seddon spiega ancora: «Per essere davvero efficaci nella gestione degli IED … non si tratta solo di rimuovere gli IED che sono stati posati. Richiede forze di polizia efficaci, risposte efficaci agli incidenti IED, buone analisi forensi … Non è solo un problema militare, è anche un problema di polizia. Non vedo come, in una qualsiasi fase, possa diminuire la minaccia IED, semmai aumenterà perché è una forma di attacco davvero efficace. Se guardi agli Stati che sono stati efficaci nella gestione degli IED, hanno adottato questo approccio più ampio».
Come se non bastasse, l’United Nations mission in Libya (Unsmil) ha annunciato che il suo personale non era più in grado arrivare in Libia: «Le Nazioni Unite in Libia si rammaricano del fatto che i loro voli regolari, che trasportano il loro personale da e verso la Libia, non ottengano il permesso dall’LNA di sbarcare in Libia», aggiungendo che «Questo nelle ultime settimane si è ripetuto su diverse occasioni. Impedire ai voli dell’Onu di viaggiare dentro e fuori dalla Libia ostacolerà gravemente i suoi sforzi umanitari e di buona amministrazione in un momento in cui tutto il personale sta lavorando incessantemente per portare avanti il three-track intra-Libyan dialogue in corso e per fornire il necessario aiuto e l’assistenza umanitaria ai civili più vulnerabili ai conflitti».

Preso da: http://www.greenreport.it/news/geopolitica/la-libia-inquinata-da-mine-trappole-esplosive-e-armi-abbandonate/

Consiglio supremo delle tribù: “nessun processo politico senza la sconfitta di milizie e terroristi”

Di Vanessa Tomassini.

Il Consiglio Supremo delle Tribù e Città libiche ha emesso domenica 9 febbraio una dichiarazione con cui accusa il capo della Missione di Sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), Ghassan Salamé, di sostenere il Governo di Accordo Nazionale (GNA).

Dopo aver seguito il suo operato, il Consiglio “è arrivato alla convinzione che Ghassan Salamé lavora come capo della Comunità internazionale per sostenere il governo di Al-Sarraj e non per sostenere il popolo libico”. Afferma la dichiarazione aggiungendo che “l’inviato del Segretario Generale delle Nazioni Unite ha sempre pubblicato rapporti pieni di errori a favore del Governo di al-Wefaq, il che dimostra che non è neutrale”.

Il Consiglio Supremo delle Tribù e Città libiche rivela che la Fratellanza Musulmana “pur essendo una minoranza in Libia, vede assegnata la metà dei seggi all’incontro di Ginevra, mentre la stragrande maggioranza del popolo libico non è rappresentata affatto. Il che comporterà il riciclaggio dei Fratelli e delle organizzazioni terroristiche sulla scena dopo che i libici si sono pronunciati e li abbiano fatti uscire sconfitti alle elezioni tre volte di fila”.

La dichiarazione ricorda inoltre che i libici hanno affrontato i fratelli musulmani con la forza militare quando questi hanno rifiutato i risultati delle elezioni nel 2014, indicando che un “mistero” circonda il metodo del processo di pace nella scelta dei 14 mebri delle delegazioni a Ginevra, che escludono “le componenti attive e influenti che costituiscono la stragrande maggioranza della scena libica”.

La dichiarazione ha criticato la partecipazione degli ebrei in una seduta della riunione di Ginevra, “ignorando il fatto che gli ebrei se ne andarono volontariamente nel 1948 e l’ultimo se ne andò volontariamente più di mezzo secolo fa, in risposta alla chiamata della loro terra presunta, abbracciarono il pensiero sionista, rinunciando alla cittadinanza libica e occupando beni immobili dei palestinesi”.

“Ghassan Salamé ha risposto al desiderio di una persona che ha annunciato che avrebbe fatto lo sciopero della fame in un hotel e ha trascurato il desiderio di milioni di libici che avevano espresso i loro sentimenti nelle arene, nelle conferenze e negli incontri. Non ha prestato attenzione ai milioni di libici che erano stati tagliati fuori da cibo, acqua e medicine dalle milizie di Al-Sarraj che sostiene”. Aggiunge il documento riferendosi allo sciopero della fame annunciato nei giorni scorsi da Raphael Luzon, presidente dell’Unione ebrei di Libia, recentemente intervistato da Speciale Libia, prima di incontrare Ghassan Salamè e la sua vice Stephanie Williams.

Fatta questa ampia premessa, il Consiglio supremo delle tribù e delle città libiche annuncia quanto segue:

  • rifiuta categoricamente di partecipare o incontarare Louzon o qualsiasi altro sionista in qualsiasi riunione relativa alla questione libica.
  • non aderirà ai risultati di nessun incontro a cui partecipano persone come Raphael Louzon o qualsiasi altro sionista che afferma di rappresentare una componente che non esiste in Libia
  • le forze armate arabe libiche (LNA) sono lo strumento per attuare la volontà del popolo libico,
  • non si può parlare di un percorso politico o di una visione politica prima di disarmare le milizie, sconfiggere il terrorismo ed espellere i mercenari,
  • la soluzione deve essere libica e avvenire sul suolo libico, con l’amministrazione libica, attraverso un incontro globale a cui partecipino tutti i libici senza esclusione, emarginazione, favoritismo, intimidazione o ignoranza,
  • Annuncia una fase introduttiva che conduce a una fase permanente una volta che le forze armate arabe libiche hanno stabilito il controllo dell’intero territorio libico.

Preso da: https://specialelibia.it/2020/02/09/consiglio-supremo-delle-tribu-nessun-processo-politico-senza-la-sconfitta-di-milizie-e-terroristi/

Sirte è libera, la Turchia ed i suoi mercenari saranno sconfitti dall’esercito libico

Al-Marsad, 8 gennaio 2020

Il Dott. Arif Ali Nayad, presidente dell’Istituto libico di studi avanzati (LIAS), commentava la liberazione per mano delll’Esercito nazionale libico (LNA) della città di Sirte in un’operazione che non richiese più di 3 ore per essere completata.
Il Dott. Arif Ali Nayad confermava in un’intervista a Sputnik che la città di Sirte e tutte le aree circostanti erano ora sotto il pieno controllo dell’Esercito nazionale libico (LNA) guidato dal Feldmaresciallo Qalifa Haftar, affiliato al parlamento libico di Bengasi. Affermava che la rapida liberazione di Sirte era stata incredibile e “risultato di operazioni combinate di terra, mare e aria da parte dell’esercito”. Affermava che l’operazione riuscita fu il culmine di “vaste reti e operazioni d’intelligence oltre ad accordi” con le tribù libiche e le componenti sociali di Sirte, aggiungendo: “Dall’annuncio degli accordi turchi illegali e non validi col governo di accordo nazionale (GNA), tutte le tribù libiche, anche di Sirte, dimostravano enorme sostegno al Parlamento debitamente eletto e all l’Esercito nazionale libico. È il supporto del tessuto sociale oltre la complessa pianificazione delle operazioni combinate che hanno portato alla vittoria completa e decisiva con la totale liberazione di Sirte”. Ciò smentisce certe notizie basate sulla disinformazione del GNA e dei suoi organi di informazione, tra cui alcune pubblicate anche da Sputnik Arabic. Un rapporto diceva che le milizie di Misyrata si raggruppavano pianificando di riconquistare Sirte e richiamando i loro camerati da Tripoli. Nayed dichiarava: “Avevano anche annunciato la chiusura dell’università per convincere gli studenti a mobilitarsi”. Disse che si aspettava che tali tentativi fallissero totalmente perché “la distanza tra Misurata e Sirte è un’area totalmente aperta” agli attacchi aerei dell’Aeronautica del LNA. Informava i misuratini che il massimo che “Misurata può fare ora è difendersi e mi aspetto che le sue milizie si ritirino da Tripoli per l’urgenza di proteggere Misurata”. Ha aggiunto: “Sirte è in buone mani, comprese le aree circostanti, e ora esiste un completo collegamento terrestre tra i territori controllati dal LNA in Oriente, Centro, Sud e Ovest, che aiuta la logistica e fa sì che la presa dell’esercito libico sul territorio della Libia sia del 97%”.
Sulla possibilità che la Turchia mandi forze in Libia, commentava: “Le forze dell’esercito turco non aspettano di venire in Libia. Sono in Libia dagli ultimi sei mesi. Sono principalmente tuttora forze speciali per operazioni con cecchini, sabotaggi e varie altre, oltre ad addestratori per operazioni speciali, esperti di comunicazioni e blocco, di guerra elettronica, operatori di droni o velivoli senza equipaggio”.
Arif Nayed: Erdogan pensa di essere il sultano Abdul Hamid e la Libia una provincia ottomana grazie ai Fratelli Musulmani. Osservava che la Turchia aveva anche inviato terroristi dalla Siria in Libia e questo è ciò di cui il Presidente Putin aveva allertato il mondo diversi mesi prima, aggiungendo che i turchi inviavano terroristi da Idlib, Siria settentrionale e altre regioni, e che erano già a Tripoli. Disse: “In realtà sono arrivati a centinaia, alcuni dicono che sono già oltre un migliaio, ma vengono sistematicamente sconfitti dal ‘LNA” e che alcuni siti davano già la morte di alcuni dei terroristi siriani attualmente in Libia. Nayad espresse rammarico per il fatto che la Turchia esportasse tali terroristi in Libia invece di esportare materiali da costruzione e forniture vitali, e notava che sarebbero stati “sistematicamente sconfitti, come tutti i terroristi prima ad est furono sconfitti a Bengasi, Darna e nel sud, e lo saranno di nuovo a Tripoli e dintorni”. Il presidente del LIAS continuava l’affondo alla Turchia senza mezzi termini: “L’arrogante piano della Turchia di riconquistare la Libia e di recuperare la colonia ottomana è destinato al fallimento”. Aveva detto che la resistenza all’imperialismo turco spingeva il movimento popolare in Libia con tribù e abitanti di città, paesi e oasi a manifestazioni numerose. E questo, aggiungeva, era anche combinato col rifiuto regionale da Egitto, Grecia, Cipro, Italia e Francia. Nayad ringraziava i russi per la loro posizione e per aver rifiutato di partecipare al complotto turco, aggiungendo di aver apprezzato il sostegno della Russia al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che impediva qualsiasi tentativo di minare il LNA o tentare di accusarlo di qualsiasi cosa. Dichiarava: “Abbiamo fiducia che la dinamica regionale sia alla base del parlamento e del suo esercito debitamente eletto in Libia e del governo ufficiale e unico legittimo della Libia guidato dal Primo Ministro Abdullah Thani e riteniamo che il piano turco sia destinato al fallimento”.
Sulle celebrazioni degli abitanti di Sirte, Nayad dichiarava: “Ciò che è accaduto in Sirte liberata è un buon indicatore di ciò che accadrà a Tripoli liberata. Già scuole ed ospedali vengono riaperti, la polizia è ovunque. Il ministero degli Interni ha effettivamente pil controllo di tutte le strade e dei luoghi chiave. Si è già passati da operazione militare ad operazione di polizia. Adesso c’è totale sicurezza in città”. Sulle misure prese dal governo libico di Abdullah al-Thini per riportare la normalità a Sirte, dichiarava: “Il governo della Libia guidato da Abdullah al-Thini ha già ordinato un comitato di emergenza per l’attuazione dei servizi di base dal pane alle medicine, filtrare l’acqua, per tutto ciò che è necessario alla popolazione e mantenere la rete elettrica e delle comunicazioni. Questo riuscito coordinamento tra le forze di liberazione militari e la governance di governo e forze di polizia è esemplare, e prevediamo di vedere molto presto esattamente lo stesso risultato a Tripoli con lo sforzo concertato del popolo libico e il sostegno del tessuto sociale della Libia, compresi i giovani della stessa Tripoli”.
Il presidente dell’Istituto per gli studi avanzati della Libia concluse l’intervista aggiungendo: “Tutto il tessuto sociale e i notabili di Sirte si sono riuniti annunciando pubblicamente il saluto all’esercito libico e il parlamento libico e al governo legittimo di Sirte, impegnandosi a sostenerli nell’armonia sociale, nella sicurezza e nel benessere di tutti gli interessati. Questa dinamica tra parlamento, governo, esercito e tessuto sociale è la chiave del successo cui abbiamo appena assistito a Sirte e sarà la chiave del successo a Tripoli e nel 3% rimanente fuori dalla Libia”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Preso da: http://aurorasito.altervista.org/?p=9762&fbclid=IwAR1mnbm8886P0DI8OIpOXfMJg0X0qaRnVD6KZyG_wZ8May8PTjatakP1ayE

Libyan National Army Frees Libyan City of Sirte, After 9+ years Suffering Under Terrorist Militias VIDEO

Submitted by JoanneM on

The Libyan town of Sirte, home of the Ghadafi tribe was destroyed by NATO in 2011 using banned white phosphorus bombs and depleted uranium cluster bombs. After the destruction of Sirte, the terrorist mercenaries brought into Libya by the US/NATO/UN, took the town, stole everything that was left by going house to house and began using the city as their terrorist headquarters.

The legitimate Libyan people left behind in Sirte after NATO have suffered for the last 9+ years under the occupation of the terrorist mercenary militias. They controlled by force, roamed the streets with weapons and did not allow normal functions of the city to return.

Finally after almost 10 years of criminal occupation, the Libyan Peoples army (LNA) fully supported by all the great tribes of Libya has freed Sirte of the criminal occupation. The video below was taken in Sirte today as the people celebrate their freedom from terrorist occupation.

All over Libya, Libyans are celebrating because this is one of the FINAL steps required to take their country back from the GNA illegitimate regime of the Muslim Brotherhood in Tripoli. This regime was appointed by the UN without authority of the Libyan people and was sneaked into Libya by sea at night in 2015. Once they touched the ground in Tripoli the UN recognized them as the legitimate Libyan Government, giving them the authority to steal, control, arrest and basically destroy Libya. This UN puppet of the Muslim Brotherhood had a 2 year mandate that ran out almost 3 years ago. It holds it place only by force of terrorist mercenary militias supplied by Turkey and Qatar. Both of these countries are puppets of the Muslim Brotherhood.

Just a warning, much of what you will see reported in the lame-stream media is propaganda. They are using word-smithing in an attempt to portray that Sirte has been taken by some illegal rebel force. They have tagged the Libyan National Army with such terms as “rebel groups”, “Haftar’s groups”, “gangs of the east” , “strongman Haftar” and other typical slurs. These are intentional misrepresentations and the continuing of the dirty game that has been played against the legitimate Libyan people since forever. The real criminals are running the illegitimate regime of the GNA in Tripoli (full of nepotism and theft) using their radical terrorists militias paying them with stolen Libyan money, never mind doing any governmental activities that would help the Libyan people.

The other point that you will see them address is that the terrorist militias occupying Sirte had rousted out all the ISIS forces that had been in Sirte in the past. This is true but won’t they don’t say is that the terrorist militias who fought ISIS were just as bad as ISIS and the only reason they fought ISIS was to maintain or regain their criminal control over Sirte.

The Libyan National Army is a REAL army it is not a group of rebels, it is made up of great Libyan patriots who are willing to give their lives to free their country of the terrorist disease that has infected it since 2011.

Today is a day of celebration for Libya, we stand with them and praise the good lord that he has given Libya back one of their most beloved cities.

Il Califfo, film Cia tra fiction e realtà

È un prodotto ben confezionato. Al termine di una vasta operazione speciale in cui è stata utilizzata un’arma inconfessabile, è bene inscenare la morte di chi ne è stato il simbolo. È il modo migliore per cancellarne le tracce nella memoria collettiva. Dopo la morte di Bin Laden, ecco quella di al-Baghdadi.

| Roma (Italia)

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«È stato come guardare un film», ha detto il presidente Trump dopo aver assistito alla eliminazione di Abu Bakr al Baghdadi, il Califfo capo dell’Isis, trasmessa nella Situation Room della Casa Bianca. Qui, nel 2011, il presidente Obama assisteva alla eliminazione dell’allora nemico numero uno, Osama Bin Laden, capo di Al Qaeda. Stessa sceneggiatura: i servizi segreti Usa avevano da tempo localizzato il nemico; questi non viene catturato ma eliminato: Bin Laden è ucciso, al Baghdadi si suicida o è «suicidato»; il corpo sparisce: quello di Bin Laden sepolto in mare, quello di al Baghdadi disintegrato dalla cintura esplosiva. Stessa casa produttrice del film: la Comunità di intelligence, formata da 17 organizzazioni federali. Oltre alla Cia (Agenzia centrale di intelligence) vi è la Dia (Agenzia di intelligence della Difesa), ma ogni settore delle Forze armate, così come il Dipartimento di stato e quello della Sicurezza della patria, ha un proprio servizio segreto.


Per le azioni militari la Comunità di intelligence usa il Comando delle forze speciali, dispiegate in almeno 75 paesi, la cui missione ufficiale comprende, oltre alla «azione diretta per eliminare o catturare nemici», la «guerra non-convenzionale condotta da forze esterne, addestrate e organizzate dal Comando».
È esattamente quella che viene avviata in Siria nel 2011, lo stesso anno in cui la guerra Usa/Nato demolisce la Libia. Lo dimostrano documentate prove, già pubblicate sul manifesto.
- Ad esempio, nel marzo 2013 il New York Times pubblica una dettagliata inchiesta sulla rete Cia attraverso cui arrivano in Turchia e Giordania, con il finanziamento di Arabia Saudita e altre monarchie del Golfo, fiumi di armi per i militanti islamici addestrati dal Comando delle forze speciali Usa prima di essere infiltrati in Siria [1].
- Nel maggio 2013, un mese dopo aver fondato l’Isis, al Baghdadi incontra in Siria una delegazione del Senato degli Stati uniti capeggiata da John McCain, come risulta da documentazione fotografica [2].
- Nel maggio 2015 viene desecretato da Judicial Watch un documento del Pentagono, datato 12 agosto 2012, in cui si afferma che c’è «la possibilità di stabilire un principato salafita nella Siria orientale, e ciò è esattamente ciò che vogliono i paesi occidentali, gli stati del Golfo e la Turchia che sostengono l’opposizione» [3].
- Nel luglio 2016 viene desecretata da Wikileaks una mail del 2012 in cui l’allora segretaria di stato Hillary Clinton scrive che, data la relazione Iran-Siria, «il rovesciamento di Assad costituirebbe un immenso beneficio per Israele, facendo diminuire il suo timore di perdere il monopolio nucleare» [4].
Ciò spiega perché, nonostante gli Stati uniti e i loro alleati lancino nel 2014 la campagna militare contro l’Isis, le forze dello Stato islamico possono avanzare indisturbate in spazi aperti con lunghe colonne di automezzi armati.
L’intervento militare russo nel 2015, a sostegno delle forze di Damasco, rovescia le sorti del conflitto. Scopo strategico di Mosca è impedire la demolizione dello Stato siriano, che provocherebbe un caos tipo quello libico, sfruttabile da Usa e Nato per attaccare l’Iran e accerchiare la Russia. Gli Stati uniti, spiazzati, continuano a giocare la carta della frammentazione della Siria, sostenendo gli indipendentisti curdi, per poi abbandonarli per non perdere la Turchia, avamposto Nato nella regione.
Su questo sfondo si capisce perché al Baghdadi, come Bin Laden (già alleato Usa contro la Russia nella guerra afghana), non poteva essere catturato per essere pubblicamente processato, ma doveva fisicamente sparire per far sparire le prove del suo reale ruolo nella strategia Usa. Per questo a Trump è piaciuto tanto il film a lieto fine.

[1] « Arms Airlift to Syria Rebels Expands, With Aid From C.I.A. », par C. J. Chivers and Eric Schmitt, The New York Times, March 14, 2013. “Miliardi di dollari in armi contro la Siria”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 21 luglio 2017.
[2] “John McCain, maestro concertatore della “primavera araba“, e il Califfo ”, di Thierry Meyssan, Traduzione Luisa Martini, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 18 agosto 2014.
[3] Rapport de l’Agence de Renseignement militaire aux divers services de l’administration Obama sur les jihadistes en Syrie (document déclassifié en anglais), 12 août 2012.
[4] « New Iran and Syria », Hillary Clinton, December 31, 2012, Wikileaks.

Preso da: https://www.voltairenet.org/article208166.html

Siria. I giornalisti occidentali che adoravano i “ribelli moderati” finanziati dagli anglosionisti, oggi riconoscono che sono solo dei terroristi

Crisi siriana, 16 ottobre 2019 – Che dramma per i giornalisti occidentali parlare oggi delle atrocità commesse dai miliziani alleati di Erdogan nel nord della Siria ! Quegli stessi miliziani che esaltavano ieri, quando combattevano contro il legittimo governo di Bachar al-Assad

Reseau International, 16 ottobre 2019 (trad.ossin)
Siria. I giornalisti occidentali che adoravano i “ribelli moderati” finanziati dagli anglosionisti, oggi riconoscono che sono solo dei terroristi
Nebojsa Malic
Dagli “Elmetti bianchi”, a tutti gli altri complici del terrorismo jihadista contro il governo legittimo di Bachar al Assad, oggi che aggrediscono i poveri Curdi vengono finalmente considerati per quello che sono sempre stati: Terroristi
Un fenomeno davvero affascinante che accompagna l’invasione turca della Siria è osservare come i giornalisti occidentali, che all’epoca esaltavano i «ribelli moderati», cadono adesso nella trappola di doverli condannare.
Avanguardie dell’invasione turca sono «l’Esercito Siriano Libero» e altri militanti «moderati» che i principali media occidentali presentano da anni come vittime del «mostro genocida» Bachar al-Assad di Damasco. Oggi, i «ribelli» sono i cattivi e Assad è il salvatore – almeno per quanto riguarda i Curdi, i media hanno condannato il «tradimento» degli alleati da parte del presidente USA Donald Trump. Che casino !
«Quando le forze turche combattono contro i Curdi, i media le definiscono come genocide maniache e supporto dello Stato Islamico», ha twittato l’erudito Max Abrahms. «Quando le forze turche combattono (contro il presidente siriano Bachar) al-Assad, i media li chiamano ribelli e rivoluzionarie»
Giornali come il Washington Post definiscono ormai «folli e inaffidabili» i militanti che, solo qualche mese fa, sostenevano come «ribelli moderati», ha sottolineato il giornalista Aaron Mate.
Da molti anni, alcuni giornalisti di sinistra, e non solo, sono stati denigrati e criticati per avere segnalato ciò che attualmente è apertamente riconosciuto: le milizie assassine — alias «ribelli moderati» — usati per combattere una guerra per procura in Siria, per conto di Stati Uniti, paesi del Golfo e Turchia, sono «folli e inaffidabili»
«Ci sono senz’altro dei fautori della guerra per procura che, in precedenza, hanno esaltato l’Esercito Siriano Libero e che, adesso, sono in pena per le loro atrocità contro i Curdi siriani», ha twittato Mate, affermando che non possono essere presi sul serio, a meno che non chiedano scusa a quelli che denunciavano come «Assadisti», ammettendo che avevano ragione .
Pur non avendo presentato alcuna scusa, i giornalisti occidentali si sono molto agitati nei media. Ecco Danny Gold, di PBS Newshour, deplorare che i combattenti anti-governativi ai quali in passato si era «legato» (quando lavorava per Vice) prendano adesso parte all’invasione del nord della Siria da parte della Turchia:
Ho aperto facebook per vedere che un combattente al quale mi ero legato nel 2013 è adesso attivo in uno dei gruppi sostenuti dalla Turchia, che attaccano il nord della Siria. E’ originario di Ras Al Ayn, militava originariamente in un gruppo misto curdo/arabo dell’Esercito Siriano Libero che ha combattuto contro le YPG laggiù nel 2013
«I falsi esperti di cose siriane si rendono conto di essere stati sempre a favore dei fanatici wahhabiti. Anni di reportage riassunti in un solo tweet. Semplicemente, non riesco a trattenere le risa»
Leggendo i media occidentali di questa settimana, viene da pensare che siano loro le vere vittime degli eventi della settimana scorsa – e non tanto i Curdi siriani di cui deplorano la sorte – perché la narrativa che hanno elaborato e mantenuto dal 2011 non regge più. Non solo l’invasione turca ha rivelato la vera natura dei «ribelli moderati», ma è servita anche da pretesto per un ritiro generale degli Stati Uniti dalla Siria e ad un accordo tra Curdi e governo siriano che Washington ha tentato, per anni, di evitare.
I giornalisti che hanno, per anni, demonizzato Assad come un criminale di guerra genocida e, per una settimana, accusato Trump di abbandonare i Curdi al «genocidio» turco, stanno ora lottando per fare fronte all’intervento dell’Esercito governativo Arabo Siriano per difendere i Curdi dalla Turchia.
Inutile dire che non è molto facile.
«Trump ha spinto i Curdi nelle braccia della Russia», ha twittato Edward Luce, editorialista capo del Financial Times, descrivendo il rafforzamento della Siria come un disastro di proporzioni globali, una disintegrazione dell’ordine mondiale che arreca benefici solo al Cremlino.
«Non lo so se oramai sia troppo tardi per ripristinare l’immagine benevola di cui gli Stati Uniti godevano nella maggior parte delle regioni del mondo. Ma la luce si sta spegnendo», ha dichiarato Luce lunedì nel corso di un thread
Val la pena di notare l’entità della catastrofe provocata da Trump in settimana dopo la sua chiamata a Erdogan 1. Lo Stato Islamico resuscitato. 2. Il controllo di Assad sulla Siria. 3. La Russia approfitta di nuovo di un’altra manna geopolitica. 4. Tradimento dei Curdi. 5. Immenso danno alla potenza USA
Il giornalista Max Blumenthal ha descritto il thread di Luce come «il panico di fronte al declino di un impero». Immagine appropriata ad un simile melodramma. Notate l’assenza quasi totale di preoccupazione per il benessere dei Siriani, che hanno sofferto per più di 8 anni a causa della guerra per procura e del terrore dello Stato Islamico – o anche degli stessi Curdi, che sono stati i primi a mettere nero su bianco, quando hanno stretto un accordo con Damasco.
E’ difficile ammettere che ci si è sbagliati, è per questo che la maggior parte dei giornalisti non lo fanno mai. E’ molto più facile incolpare la Russia, come fanno regolarmente dalle elezioni presidenziali statunitensi del 2016 e il referendum del Brexit, che hanno rivelato fino a qual punto essi siano totalmente disconnessi dalla loro stressa società. Quel che la Siria ha dimostrato, è che sono sconnessi anche con le relazioni internazionali.
Un caso italiano: Lorenzo Cremonesi
“L’inviato speciale” del Corriere della Sera, Lorenzo Cremonesi, oggi si commuove alla storia terribile di Hevrin Khalaf, militante curda, assassinata dalle milizie “in odore di qaedismo” alleate dei Turchi. Eppure, agli esordi della crisi siriana, esaltava il desiderio di libertà e di democrazia delle bande irregolari che combattevano in Siria contro Bachar al-Assad. E definiva gli attuali “terroristi” dell’Esercito Siriano Libero che hanno lapidato la militante curda come “partigiani”.
Consigliamo la lettura di un corsivo di quegli anni, per la penna del nostro terribile  diavoletto Azazello:

Il governo francese ha collaborato con l’ISIS attraverso l’azienda francese Lafarge

20 ottobre 2019.
Il 16 ottobre 2019, la Coalizione Internazionale ha dato fuoco alla cementeria francese Lafarge a Jalabia (al confine con la Turchia, a nord di Aleppo) prima dell’arrivo dell’esercito arabo siriano nell’area.
Quindi, le tracce di un’operazione segreta, che era di grande importanza, andarono letteralmente in fumo.

 
L’impianto ha permesso di costruire fortificazioni sotterranee da cui poter condurre la guerra contro le forze del governo siriano sulla base della strategia descritta da Abu Musab “siriano” nel suo libro del 2004 “Gestione della barbarie”. Successivamente, la fabbrica fu utilizzata per proteggere le forze speciali norvegesi e francesi, che diedero fuoco alla fabbrica prima di fuggire.
Nel 2016, il sito web turco Zaman Al-Wasl ha pubblicato uno scambio di e-mail tra gli stessi dirigenti di Lafarge, ha confermato l’esistenza di collegamenti tra la multinazionale e Daesh.
Il quotidiano Le Monde  ha pubblicato una sua versione di fatti messi in atto per nascondere:
– le relazioni di Lafarge con la CIA nel contesto di varie operazioni, incluso il trasporto di armi durante la guerra contro l’Iraq;
– Il rapporto tra la società e il segretario di Stato americano Hillary Clinton (precedentemente membro del consiglio di amministrazione di Lafarge);
– le relazioni di Lafarge con il DGSE (servizi di intelligence esteri francesi) durante la guerra contro la Siria;
– la costruzione di infrastrutture jihadiste in Siria [con il cemento di Lafarge]
.

Ci vollero sei mesi perché l’aviazione russa usasse bombe penetranti per distruggere queste fortificazioni – le più grandi sul campo di battaglia dalla seconda guerra mondiale – che permisero all’esercito arabo siriano di liberare il suo territorio.
https://friendsforsyria.com/2019/10/19/france-torches-lafarge-cement-plant-in-syria/ – zinc
Alcuni giorni fa gli Stati Uniti hanno distrutto l’impianto del gruppo francese Lafarge : Aerei della coalizione internazionale contro lo Stato islamico hanno lanciato mercoledì bombardamenti aerei nel nord della Siria (90 km da Raqqa e 65 km da Manbij), che è stato convertito in una base militare che ora è stata abbandonata come parte del ritiro delle truppe statunitensi dalla zona. Il rappresentante della coalizione internazionale, il colonnello degli Stati Uniti Miles Keygins, ha affermato che due aerei F-15E sono stati chiamati dall’Iraq, ed hanno attaccato la fabbrica di cemento Lafarge dopo la partenza delle truppe americane.
Secondo i funzionari degli Stati Uniti, si intendeva distruggere munizioni abbandonate ed equipaggiamento militare per non farle cadere nelle mani di terzi.
Ma ci sono altre possibili ragioni per questo insolito bombardamento.

In primo luogo, si tratta di media: immagini trasmesse sulla rete russa RT di una base abbandonata in fretta e furia dai Marines americani a Manbij (con cibo sul tavolo, ecc.) Non esaltano la parte americana – e, di conseguenza, questo può essere stato deciso che non doveva essere ripetuto .
Il secondo riguarda il futuro ripristino della Siria, dal momento che i bombardamenti sono un duro colpo per la Siria. L’impianto di Lafarge è il più grande in Siria ed è stato il più grande investimento estero diretto prima della guerra (dopo quello per il settore petrolifero, valutato a $ 680 milioni. La sua capacità produttiva ha raggiunto i 3 milioni di tonnellate all’anno, che è significativamente superiore a qualsiasi degli altri sei impianti di calcestruzzo di proprietà statale nel paese. Dopo la sottrazione da parte dei “ribelli” ad Aleppo dell’infrastruttura industriale dell’allora capitale economica della Siria (con attrezzature meccaniche esportate in Turchia), la perdita dell’impianto di Lafarge penalizza grandemente la ricostruzione postbellica ancora già difficoltosa.
Ma c’è una terza ipotesi, molto più oscura sulle possibili cause dell’attentato: è il voler seppellire lo scandalo scoppiato intorno allo stabilimento di Lafarge .
Il colosso francese, fondato nel 1833, si è unito a luglio 2015 con il rivale svizzero Holcim per $ 41 miliardi. Ma il primo CEO di Lafarge-Holcim, Eric Olsen, è stato costretto a rassegnare le dimissioni dopo che la giustizia francese ha intentato una causa nel luglio 2016 in merito alle attività della società in Siria con l’accusa di “finanziamento del terrorismo” e la creazione di una minaccia alla vita delle persone.
In particolare, la giornalista Dorothea Miriam Kellou ha pubblicato sul giornale Le Monde e sulla rete FRANCE 24 i dettagli degli accordi che Lafarge avrebbe concluso con un certo numero di organizzazioni armate, tra cui lo Stato islamico, per mantenere l’operabilità del suo stabilimento di Jalalbia. ,
Ricordiamo che lo stabilimento è stato catturato dall’ISIS nel settembre 2014, che successivamente è stato ripreso a febbraio dell’anno successivo dai militanti curdi YPG che l’hanno trasformata in una base militare.
Secondo l’indagine interna di Lafarge, tra il 2011 e il 2013, il gruppo ha pagato circa 5,5 milioni di dollari ai gruppi armati nella Siria settentrionale e un totale di 15,3 milioni di dollari dal 2011 al 2013 secondo la magistratura francese. Il fatto che la compagnia Lafarge abbia avuto una grande tolleranza al terrorismo è stato rilevato anche da personalità internazionali che hanno partecipato al suo Consiglio di amministrazione nella misura di 15 persone,  durante il periodo di lavoro di Hillary Clinton.
Tuttavia, l’indagine di Olsen è stata chiusa lo scorso marzo, poiché si riteneva che non avesse alcuna responsabilità per ciò che era stato commesso prima della fusione con Holcim. Per questo si è ritenuto che avesse riacquistato il suo onore e quindi di poter riprendere le sue attività commerciali. Ma un’indagine giudiziaria non è chiusa: il 24 ottobre, la Corte d’appello di Parigi deciderà sulle accuse contro la società, mentre l’ex amministratore delegato Bruno Lafon, l’ex direttore della sicurezza Jean-Claude Weyer e l’ex direttore della giustizia della filiale siriana, Frederic Zoliboa sono sotto i riflettori.
Quello che sicuramente vuole tenere le cose aperte è Tayyip Erdogan. Parlando con l’Assemblea nazionale turca alla vigilia del bombardamento dell’impianto a Jalabia, il presidente turco ha affermato che Lafarge svolge un ruolo attivo nella costruzione di fortificazioni nell’area a favore dell’YPG. “Vediamo un tunnel di 90 chilometri nel nord della Siria. Come sono stati costruiti? Da dove viene il cemento? Venivano dalla fabbrica Lafarge, una società francese “, ha aggiunto, aggiungendo che alla Francia e alla NATO sarebbe stata chiesta una spiegazione. ,
Erdogan ha anche chiesto domande simili durante l’operazione turca per occupare Afrin all’inizio del 2018. Ma le sue affermazioni sono ora difficili da verificare.
https://www.capital.gr/diethni/3388678/giati-bombardistike-to-ergostasio-tis-lafarge-sti-suria

Permesso ISIS rilasciato ai dipendenti Lafarge.
Per ulteriori informazioni sui documenti che indicano la relazione di Lafrage con ISIS, è possibile leggere qui https://arretsurinfo.ch/french-cement-company-in-syria-buys-oil-from-isis-documents/

Il gruppo Lafarge è sospettato di aver pagato circa 13 milioni di euro a gruppi jihadisti, tra cui Daesh, dal 2013 al 2014 per mantenere una delle sue strutture in Siria, in un’area occupata da gruppi islamisti in un paese devastato dalla guerra. Il gruppo potrebbe continuare a gestire il suo stabilimento con un’attività molto redditizia, l’azienda  nel 2014 a aveva un fatturato di  12,843 miliardi di euro.
Se ciò è dimostrato, lo stato francese non ha impedito tale pratica, ma piuttosto: ha fatto di tutto per far funzionare l’impianto il più a lungo possibile. È impossibile rifiutare tali investimenti: la fabbrica costa $ 600 milioni. “Vediamo ogni sei mesi l’ambasciatore francese in Siria [a Parigi], e nessuno ci ha detto:” Ora devi partire “, afferma Christian Herro, ex vicedirettore generale delle operazioni del gruppo. Il governo francese raccomanda vivamente di rimanere, è ancora il più grande investimento francese in Siria ed è la bandiera francese. Quindi sì, Bruno Lafon dice: “Restiamo”.
Inoltre,durante l’inchiesta, alcuni degli accusati hanno dichiarato di aver mantenuto contatti regolari con il Ministero degli affari esteri e la direzione generale della Sicurezza esterna. Lo stato sapeva che “il più grande investimento francese in Siria” è stato utilizzato per finanziare Daesh?
Secondo Jean-Claude Veyillard, ex direttore della sicurezza di Lafarge, tutto è abbastanza ovvio. L’argine di Orsay non solo ha spinto la compagnia a rimanere per mantenere i suoi investimenti, ma anche a partecipare alle operazioni militari in Siria. Sostiene di aver inviato informazioni al DGSE contattando l’agenzia al suo indirizzo e-mail creato per questo caso. Sostiene inoltre di aver incontrato agenti per conoscere la situazione in Siria. Sostiene addirittura di essere la loro unica fonte nella regione.
Diverse e-mail e informazioni divulgate da Jean-Claude Weillard mostrano una netta connessione tra il servizio di sicurezza del gigante del cemento e il servizio di intelligence. Il 22 settembre 2014 ha riferito al DGSE che “la fabbrica è attualmente occupata da Daech, che beneficia della nostra mensa, clinica e infrastrutture di base” e che stava cercando “un modo per pagare la” tassa “di Daesh. Il 17 novembre 2014, secondo quanto riferito, ha ripreso i servizi, annunciando che Amro Taleb, uno dei principali intermediari tra Lafarge e Daech, ha proposto di “rilanciare la fabbrica sotto il controllo degli” uomini d’affari “dell’ISIS. Il 23 dicembre dello stesso anno, contattò i servizi e li informò che erano stati stabiliti contatti con i rappresentanti di Daesh. La risposta della DGSE sarebbe categorica: esprime il suo interesse “con qualsiasi rappresentante Daech in contatto con i tuoi dipendenti … Telefono, posta, descrizioni, ecc.” Nonostante il problema della sicurezza delle persone, il servizio ha dato il via libera alle comunicazioni tra il gruppo finanziario internazionale e i gruppi terroristici “.
https://www.revolutionpermanente.fr/On-ne-peut-pas-porter-une-barbe-mais-Lafarge-peut-verser-13-millions-a-Daesh –
Quindi quando l’Isis ha fatti l’attentato in Francia lo stesso governo francese  di sua spontanea volontà ha dato il via libera alla cooperazione con l’ISIS e ha fornito alla società francese l’opportunità di lavorare nel califfato, compreso il pagamento di tasse al tesoro dello Stato islamico.

Preso da: https://www.vietatoparlare.it/il-governo-francese-ha-collaborato-con-lisis-attraverso-lazienda-francese-lafarge/

US Launches a New Propaganda Campaign Around the Assassination of Their Asset, Abu Baker al-Baghdadi

Editorial Comment:

Airstrikes that the US claim were instrumental in the killing of their Daesh asset,Abu Baker al-Baghdadi, did not actually happen, according to Maj.Gen. Igor Konashenkov, of the Russian Ministry of Defense:

“No airstrikes performed by US aircraft or aircraft belonging to the so called ‘international coalition’ were detected on Saturday or during the following days.Since the moment of the final Daesh’s defeat at the hands of the Syrian government army supported by Russian Aerospace Forces in early 2018, yet another ‘death’ of Abu Bakr al-Baghdadi does not have any strategic importance regarding the situation in Syria or the actions of the remaining terrorists in Idlib.”

Abubakr al-Baghdadi

This latest announcement follows Russia’s publication of evidence of the US theft and export of Syrian oil and the release of a statement by the Russian and Syrian Joint Coordination Committee on crimes committed against civilians and refugees by the US and their proxies and the obstruction of efforts to free citizens living in inhumane conditions in Rukban Camp.

A.V.

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Accordi Italia-Libia, a un incontro del 2017 con gli 007 italiani c’era anche il boss libico Bija

Un’inchiesta esclusiva di ‘Avvenire’ mostra come nella trattativa Italia-Libia aperta nel 2017 per fermate i flussi migratori verso il nostro Paese i funzionari del governo italiano abbiano trattato anche con un pericoloso criminale, che già l’Onu aveva indicato come un boss mafioso libico, e trafficante di esseri umani.

4 ottobre 2019 12:26  di Annalisa Cangem
Uno scoop di ‘Avvenire’ mostra come, nel 2017, ci sia stato un incontro tra le autorità italiane e i libici per trovare un accordo sulle partenze dei migranti, al quale ha preso parte anche un noto trafficante di esseri umani, Abd al-Rahman al-Milad, conosciuto come Bija, entrato indisturbato nel Cara di Mineo, in Sicilia. L’incontro è avvenuto l’11 maggio 2017, in un momento in cui l’Italia – Minniti era il ministro degli Interni – stava discutendo con la Libia per arrivare a un accordo con il quale bloccare il flusso dei migranti verso il nostro Paese. ‘Avvenire’ ha pubblicato le foto della trattativa segreta, e nelle immagini, ottenute da una fonte ufficiale, si vede chiaramente Bija, seduto al tavolo.

Alla riunione, come spiega il quotidiano, c’erano “Anche delegati nordafricani di alcune agenzie umanitarie internazionali, probabilmente ignare di trovarsi seduti a fianco di un signore della guerra dedito alle violazioni dei diritti umani”. Anche all’epoca della trattativa il nome di Bija era famoso, e i dei suoi crimini si era occupata anche la stampa internazionale. Ma in quell’occasione venne presentato come ‘uno dei comandanti della Guardia costiera della Libia: “Sembra impossibile che le autorità italiane non sapessero chi era l’uomo seduto al tavolo dello strano convegno. Diversi mesi prima del suo arrivo in Italia, era finito nel mirino di una raffica di inchieste giornalistiche”, scrive Nello Scavo.

Il 14 febbraio 2017 The Times aveva pubblicato un video in cui si vede un uomo in divisa mimetica picchiare selvaggiamente un gruppo di migranti su un gommone. Ripreso di spalle, il miliziano appare con una menomazione alla mano destra, che fa pensare a quella di Bija, che durante i combattimenti contro Gheddafi del 2011 aveva perso alcune dita. Il 20 febbraio la giornalista italiana Nancy Porsia ha pubblicato un reportage in inglese per Trt World, proseguendo un’inchiesta apparsa già il 6 gennaio in italiano su ‘TPI’, in cui racconta che “Bija lavora sotto la protezione di Al Qasseb, nom de guerre di Mohamed Khushlaf, che è a capo del dipartimento di sicurezza della raffineria di Zawiyah. Supportato da suo cugino e avvocato Walid Khushlaf, Al Qasseb esercita il controllo totale sulla raffineria e sul porto di Zawiyah. I cugini Khushlaf fanno parte della potente tribù Abu Hamyra, così come Al Bija”. E altri articoli che parlavano del pericoloso trafficante furono pubblicati su ‘Il Messaggero’, ‘Il Mattino’, ‘la Repubblica’ e ‘l’Espresso’. E ancora nel 2016, ‘Panorama’ e ‘Il Giornale’ indicarono Abdou Rahman come uomo chiave del traffico di esseri umani. Di lui scrissero anche Francesca Mannocchi per l’Espresso, Sergio Scandura per Radio Radicale e altre testate estere.

Ma sono le stesse Nazioni Unite a scrivere in un rapporto che Bija è un boss a capo di una vera e propria cupola criminale, attiva nell’area di Zawyah, in Libia. Lo riconosce persino un migrante ospite della struttura, che commenta allarmato: “Mafia Libia, mafia Libia”.

Come ha spiegato la fonte, durante l’incontro Bija ascolta e prende appunti, e poi rivolge ai funzionari italiani alcune domande: “Quanto vi paga il governo italiano per ospitare ogni migrante qui? Quanto costa annualmente il Cara di Mineo?”. I libici presenti spiegano che ‘modello Mineo’, dal cui centro sono passati in questi anni oltre 30mila migranti, può essere trasferito anche in Libia, e che l’Italia potrebbe finanziare la costruzione di strutture simili per migranti in tutto il Paese. Di lì a poco sarebbe iniziata la campagna contro le ong e l’Italia e l’Europa iniziano a collaborare per la realizzazione di campi di raccolta in Libia.

Dopo l’inchiesta del quotidiano Riccardo Magi, deputato di +Europa su Facebook annuncia “un’interpellanza urgente per conoscere la composizione della delegazione italiana, gli obiettivi dell’incontro e quali contatti intrattengano le autorità italiane con con questo noto boss della mafia libica condannato dall’Onu. A fronte di queste clamorose rivelazioni – sottolinea Magi – è ancora più urgente istituire una commissione di inchiesta sugli accordi Italia-Libia, come ho chiesto attraverso una proposta di legge depositata lo scorso febbraio”.

Dopo lo scoop di ‘Avvenire’ interviene anche Matteo Orfini (Pd): “Ricordate quando tutti accusavano le ong di trattare coi trafficanti libici? Non solo non era vero, ma un’inchiesta di Nello Scavo oggi dimostra che a farlo davvero erano i servizi italiani. Una vergogna che rende ancora più urgente l’istituzione di una commissione d’inchiesta”.

“La straordinaria inchiesta di Nello Scavo pubblicata oggi sul quotidiano Avvenire rivela uno scenario tanto clamoroso quanto grave. La collaborazione che emerge tra il nostro governo e uno dei peggiori esponenti di quella criminalità libica che in questi anni è alla testa di una organizzazione dedita tanto al traffico di esseri umani che alla loro cattura, responsabile di torture e violenze indicibili, è assolutamente scandalosa”, dice Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana-Leu . “Ciò che abbiamo sempre denunciato rispetto alla cosiddetta ‘guardia costiera libica’ si conferma ancora una volta. E si conferma la necessità di chiudere la pagina vergognosa degli accordi con la Libia, in particolare in tema di politiche migratorie e di sostegno alla cosiddetta “guardia costiera libica. Per questo oltre a presentare nelle prossime ore ogni strumento di indagine parlamentare per chiedere al governo di fare luce sui fatti riportati nell’inchiesta di Avvenire, torniamo a porre la necessità, a questo punto non rinviabile, di istituire una Commissione di Inchiesta Parlamentare su tutte le vicende che circondano questa vergognosa pagina della nostra storia recente”.

Preso da: https://www.fanpage.it/politica/accordi-italia-libia-a-un-incontro-del-2017-con-gli-007-italiani-cera-anche-il-boss-libico-bija/

I terroristi dell’UCK saranno mai processati?


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L’ex primo ministro kosovaro, Ramush Haradinaj, è stato arrestato dalla giustizia francese all’aeroporto di Basilea-Mulhouse e poi rimesso in libertà sotto controllo giudiziario. La Serbia ne chiede l’estradizione per i crimini commessi negli anni Novanta, quando Haradinaj faceva parte dell’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK).

Il Kosovo è uno Stato creato dalla NATO, ma non è riconosciuto dalla comunità internazionale.
L’UCK, che è stato formato dalla NATO partendo dalla mafia albanese, ha condotto in Jugoslavia una campagna di terrorismo cieco, provocando una repressione indiscriminata di Belgrado che servì alla NATO per giustificare la guerra. Gli ufficiali dell’UCK furono addestrati in Turchia dal KSK tedesco per conto dell’Alleanza atlantica. [1]

A distanza di 17 anni, dovrebbe vedere la luce un tribunale penale internazionale per giudicare i crimini commessi dall’UCK. I crimini imputati alla Serbia sono stati invece immediatamente puniti.
La NATO, non potendo provare i crimini contro l’umanità imputati al presidente Slobodan Milosevic, lo fece assassinare nel 2006 nella sua cella, dopo diversi anni di processo senza esito. La sua morte preannunciò quelle di Saddam Hussein e di Muammar Gheddafi, anche loro vittime della NATO.
Ramush Haradinaj è già stato giudicato nel 2007 dal Tribunale internazionale per l’ex-Jugoslavia. L’intelligence NATO si rifiutò di comunicare alla procuratrice Carla Del Ponte la documentazione su Haradinaj in suo possesso. Oltre una decina di testimoni a carico furono assassinati prima di comparire davanti alla Corte. Per cui, alla fine, Haradinaj fu assolto.
Se una giurisdizione ad hoc nascesse ora, il primo imputato sarebbe l’attuale presidente kosovaro Hashim Thaci. Nell’attesa, la Serbia chiede giustizia.
Durante l’udienza per la messa in stato d’accusa, Ramush Haradinaj ha insultato i magistrati francesi, accusandoli di essere al servizio del defunto presidente Milosevic. Il suo avvocato, Rachel Lindon, ha invocato l’incompetenza di Belgrado, adducendo che il suo cliente è già stato giudicato all’Aia. L’accusa ha però osservato che, tenuto conto della morte dei testimoni, il primo processo non ha potuto deliberare sull’insieme dei crimini.
L’estradizione di Ramush Haradinaj in Serbia richiede il consenso del governo francese.

[1] KSK: Kommando Spezialkrafte, corpo di truppe scelte dell’esercito tedesco, creato il 1° aprile 1996. Il suo organico, formalmente segreto, è stimato in 1.100 soldati. Ndt.

Preso da: https://www.voltairenet.org/article194933.html