Dal tribunale dell’Onu ai crimini di guerra in Libia: ecco come Ocampo ha aiutato Haftar

Dopo aver diretto le indagini della Corte Penale Internazionale, il giurista argentino si è messo a lavorare per una delle fazioni del conflitto. Quella del generale che controlla la Cirenaica. Ben sapendo degli orrori commessi dai suoi uomini sul campo
di Stefano Vergine e EIC Network – Indagine di Hanneke Chin-A-Fo, NRC

29 settembre 2017

Dal tribunale dell'Onu ai crimini di guerra in Libia: ecco come Ocampo ha aiutato Haftar 

È stato uno dei magistrati più importanti al mondo: il primo procuratore capo dell’Icc, la Corte penale internazionale de L’Aia, il tribunale creato dall’Onu per giudicare i crimini di guerra. Ma Luis Moreno Ocampo, argentino classe 1952, non è solo questo. Migliaia di documenti ottenuti dalla testata online francese Mediapart e analizzati dal consorzio giornalistico Eic, di cui fa parte L’Espresso, permettono di svelare retroscena inediti sull’uomo che per nove anni ha diretto le più importanti indagini sui crimini di guerra.  A partire dalle sue società offshore , scatole basate in paradisi fiscali e usate per movimentare soldi, anche durante il suo mandato all’Icc.

Studiando le carte, il consorzio giornalistico Eic ha ricostruito una vicenda che interessa da vicino l’Italia. Una storia che riguarda la Libia, nazione che Ocampo conosce bene avendo condotto le indagini che portarono nel giugno del 2011 a spiccare mandati d’arresto contro Muhammar Gheddafi, suo figlio Saif al-Islam e il capo dei servizi segreti militari, Abdullah al Senussi. Una volta lasciato l’incarico al Tribunale de l’Aia, l’avvocato sudamericano si è messo in proprio. Ha ottenuto un contratto da 3 milioni di dollari per offrire consulenza legale all’uomo d’affari libico Hassan Tatanaki, con l’obiettivo ufficiale di portare “la pace nel Paese nordafricano”.

Peccato che Tatanaki non sia un uomo qualunque. È un alleato di Khalifa Haftar, il generale che controlla la parte orientale del Paese e sta oggi trattando con le potenze mondiali per disegnare il futuro assetto del Paese. Insomma, l’ex procuratore capo della Corte internazionale si è messo a lavorare per una delle fazioni in guerra. E ha continuato a farlo pur sapendo che lo stesso Tribunale stava indagando su possibili crimini contro l’umanità commessi da Haftar e dai suoi luogotenenti.

Il rapporto professionale tra Ocampo e Tatanaki inizia a marzo del 2015, tre anni dopo che il giurista argentino ha lasciato l’Aia. Il progetto si chiama Justice First, un’organizzazione fondata dallo stesso Tatanaki e definita super partes. Il compito affidato all’ex procuratore capo dell’Icc è infatti quello di raccogliere prove sulla violazione dei diritti umani da parte delle fazioni in guerra e portarle all’attenzione della Corte Internazionale, oltre che dei giudici libici. «È un modo per sbloccare i negoziati», spiegò nel maggio del 2015 Ocampo in un’intervista alla Cnn, «senza giustizia in Libia ci saranno più ritorsioni e più sangue». Come dire: se i cattivi vengono messi fuori gioco, si creeranno maggiori possibilità affinché i leader tribali si accordino per la pace.

Per tutto questo Ocampo verrà compensato, e con un paga di molto superiore rispetto a quella che percepiva a l’Aia. Il suo stipendio netto da procuratore capo del Tribunale internazionale era di 150mila dollari all’anno. L’offerta libica prevede invece un contratto di tre anni, con una paga da 1 milione di dollari lordi all’anno più un diaria da 5mila dollari. Il problema non è però lo stipendio, ma il profilo del nuovo datore di lavoro dell’avvocato argentino.

Tatanaki è un miliardario che ha fatto fortuna sotto Gheddafi, collaborando anche personalmente con la famiglia dell’ex leader libico. Proprietario della Challenger Limited, una società che lavora per le grandi compagnie petrolifere, ha presto allargato i suoi interessi all’agricoltura, all’immobiliare e al settore dei media. E subito dopo la caduta del regime, si è messo a lavorare per riportare stabilità nel Paese con il progetto Justice First. Ma Tatanaki non è un semplice peacemaker. È in stretto contatto con Haftar, da lui stesso definito un partner. Insomma sostiene una delle fazioni in guerra.

I documenti analizzati dal network Eic non aiutano a capire se Ocampo fosse consapevole fin dal principio di questo conflitto d’interessi. Ma di certo lo ha capito poco dopo aver iniziato il suo nuovo lavoro da consulente. Il 12 maggio 2015, sei giorni dopo la presentazione ufficiale del progetto Justice First, la Corte Penale Internazionale è al lavoro proprio sulla Libia. Fatou Bensouda, la giurista gambiana succeduta a Ocampo, informa il Consiglio di Sicurezza dell’Onu delle notizie a sua disposizione.

Dice di aver notato che le truppe di Haftar, così come la maggior parte delle fazioni sul campo, ignorano continuamente il rispetto dei diritti umani. La nuova responsabile della Procura de l’Aia si definisce «preoccupata» per l’Operazione Dignità, l’offensiva militare lanciata da Haftar nel 2014 intorno alla città di Bengasi con l’obiettivo ufficiale di combattere l’Isis, ma diretta in realtà anche contro altre milizie coinvolte nella guerra. La preoccupazione di Bensouda deriva dal fatto che, attraverso l’Operazione Dignità, Haftar e il suo “Esercito Nazionale Libico” stanno bombardando aree densamente popolate, causando così la morte di parecchi civili, e non mancano i sospetti di tortura sui prigionieri di guerra.

Sei giorni dopo, il 18 maggio, avviene un altro fatto che dovrebbe far capire chiaramente a Ocampo di aver scelto un cliente sbagliato. L’avvocato argentino riceve una email da una sua ex collaboratrice che lavora ancora presso il Tribunale de l’Aia. «I miei colleghi stanno trovando cose preoccupanti su Tatanaki. Volevo condividerle con te», si legge nel messaggio. Ocampo viene così a sapere che una delle televisioni possedute da Tatanaki poco tempo prima ha mandato in onda un’intervista con uno dei comandanti dell’aviazione di Haftar.

Il colonnello in questione ha dichiarato che ucciderà chiunque non si unirà all’Operazione Dignità. Questi uomini sono traditori e vanno massacrati, è il messaggio, e le loro mogli devono essere violentate. «Questo canale televisivo è di proprietà di Tatanaki», scrive l’ex collaboratrice di Ocampo nella email: «mandare in onda persone che dicono cose del genere è istigazione a commettere crimini vietati dallo Statuto di Roma (il trattato istitutivo della Corte Penale Internazionale, ndr). Sono cose di cui dovresti essere consapevole».

Nonostante l’avvertimento dell’ex collega e il discorso di Bensouda al Consiglio di Sicurezza, Ocampo sceglie di non allontanarsi da Tatanaki. Al contrario: inizia a lavorare per evitare che l’imprenditore libico finisca indagato dalla Corte Penale Internazionale. In una email inviata all’assistente di Tatanaki, l’avvocato argentino scrive che «il comandante non deve dire quelle cose….il canale non deve promuoverle». E aggiunge: «Ora dobbiamo trovare una strategia per isolare Hassan».

L’obiettivo sembra quindi chiaro: la protezione legale di Tatanaki è importante almeno quanto la fine delle ostilità in Libia. Ma pochi giorni dopo quel messaggio sulla necessità di trovare «una strategia per isolare Hassan», succede qualcosa che complica ulteriormente lo scenario. A Tobruk, una città della Cirenaica, il primo ministro del governo libico riconosciuto dalla comunità internazionale, Abdullah Al-Thinni, sfugge ad un attentato. Qualcuno nascosto in mezzo a una folla di dimostranti ha cercato di sparargli.

Secondo l’agenzia di stampa Associated Press, poco prima dell’attacco un leader tribale aveva minacciato il primo ministro. E ancora una volta il mezzo utilizzato era stato il canale televisivo di Tatanaki: «Questo primo ministro deve rassegnare le dimissioni, altrimenti gli spaccheremo la testa», sono state le parole pronunciate dal leader tribale sul canale di Tatanaki. L’agenzia di stampa scrive anche che, secondo fonti anonime, dietro l’attacco ad Al-Thinni c’è proprio Tatanaki. Un’accusa che non trova riscontri precisi, se non per il fatto che l’imprenditore libico è considerato da tutti un nemico del premier. La settimana dopo l’attentato Ocampo e Tatanaki si parlano. L’assistente dell’imprenditore riassume i risultati dell’incontro in un nuovo piano strategico. Al terzo punto si legge: «Proteggere HT da azioni legali». È in questo periodo che Hassan Tatanaki paga i primi 750mila dollari di stipendio a Ocampo sul suo conto corrente.

Con il passare del tempo l’ex procuratore capo del Tribunale Internazionale si rende conto che Tatanaki vuole raggiungere la pace in Libia solo se questo coincide con la vittoria di Haftar.  «Hassan è troppo fazioso e io non credo che sarà in grado di andare avanti avendo un approccio più inclusivo. Questo mi mette a disagio», scrive l’avvocato argentino in una email inviata a un conoscente americano. Ma le certezze sulle reali intenzioni del nuovo datore di lavoro non sono ancora sufficienti per abbandonare l’incarico.

Il lavoro finirà infatti per volontà dello stesso Tatanaki. Questo almeno è quello che ci ha detto Ocampo. Intervistato sulla vicenda da Der Spiegel, membro del consorzio Eic, l’ex procuratore capo dell’Icc ha ammesso l’esistenza di un contratto di tre anni fra lui e l’imprenditore libico, ma ha precisato che la collaborazione è terminata dopo soli tre mesi per volontà dello stesso Tatanaki: «Non so cosa gli sia successo: mi ha chiamato e mi ha detto: “La finiamo qui”». Ocampo ci ha anche assicurato di aver consigliato al suo cliente di non collaborare con Haftar. «Se dai soldi ad Haftar e sai cosa sta facendo, puoi finire sotto indagine: questo naturalmente gliel’ho detto», sono state le parole di Ocampo. Il quale resta comunque convinto di aver fatto la cosa giusta mettendosi al servizio dell’imprenditore vicino ad Haftar. «Mettere a posto la Libia da un punto di vista legale era una buona causa», è stata la sua risposta, «semplicemente non ha funzionato».

Su questo, in effetti, non ci sono dubbi. A sei anni dalla morte di Gheddafi, il Paese è ancora nel caos e non si vedono soluzioni credibili all’orizzonte. Di certo nel frattempo Haftar ha conquistato credibilità agli occhi della comunità internazionale, come dimostra – ultimo in ordine di tempo – l’incontro avvenuto il 26 settembre a Roma tra il generale libico e i vertici dello Stato italiano. I crimini di guerra commessi dai suoi uomini? Il mese scorso, su richiesta di Fatou Bensouda, la Corte Penale de l’Aia ha emesso un mandato d’arresto nei confronti di Mahmoud al-Werfalli, uno dei comandanti dell’esercito di Haftar, per alcuni omicidi commessi negli ultimi due anni. Segno che anche il secondo obiettivo di Ocampo – evitare le accuse nei confronti degli uomini del generale – non è stato raggiunto.

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Libia, una guerra che vale 130 miliardi: altro che esportatori di democrazia!

8 settembre 2016

Guerra in Libia, tutti a farneticare su uomini e mezzi da inviare. Ma il punto è: perché bisogna intervenire? Ecco quali sono le vere ragioni dietro l’intervento italiano, come rivela su Facebook Marcello Foa, giornalista di scuola montanelliana, ora Ceo di Corriere del Ticino/mediaTI.
Ecco la vera ragione della guerra in Libia.
L’Italia si prepara a mandare 5.000 uomini in Libia su richiesta di Washington per “combattere l’Isis”. Ma siamo proprio sicuri che sia questo il reale obiettivo?

No, infatti, caro lettore, il motivo di questa guerra è un altro e, avrete immaginato, è… ilpetrolio.
Come spiega l’ottimo Alberto Negri sul Sole 24 Ore:
“Siamo davanti a un regolamento di conti, una spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio”.
La Libia, continua Negri:
“È un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso di un ipotetico Stato libico. Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni. Una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare”.

GUERRA IN LIBIA, GLI SCENARI FUTURI
Probabilmente, una volta stabilizzato, il paese sarà diviso tra Francia, Gran Bretagna e, auspicabilmente Italia, mentre gli Stati Uniti vigileranno dall’alto.
L’Italia, che era ben posizionata con Gheddafi, e che è riuscita a cavarsela anche negli ultimi anni, ha molto da perdere e poco da guadagnare ad assumere un ruolo militare di primo piano nella sempre più probabile guerra.
Di certo, ancora una volta non ci dicono tutta la verità. Ancora una volta la lotta al terrorismo è, al più, una concausa e viene usato come pretesto per realizzare altri obiettivi, economici come sempre. E come sempre, solo pochi giornalisti avranno la lucidità e l’onestà intellettuale di raccontare la verità. Alberto Negri è uno di questi.
Nella giornata di ieri gli americani hanno bombardato obiettivi dell’Isis a Sirte, in Libia. Gli aerei statunitensi sono partiti dalla base italiana di Sigonella.

“In Libia, un regime che non rappresenta le tribú della Jamahiriya” ~ Intervista di Roberta Barbi a Paolo Sensini

ratto acrobatico

I primi raid degli Stati Uniti sulla città libica di Sirte hanno già provocato “pesanti perdite” tra i jihadisti dello ‘Stato islamico’ e hanno consentito alle truppe locali di farsi strada via terra, conquistando il quartiere centrale di Al-Dollar. I raid, autorizzati da Obama, erano stati chiesti dal governo di Tripoli, ma Mosca tuona: sono illegali. La Francia, intanto, promette maggiore collaborazione con al Sarraj. Per capire cosa sta avvenendo in Libia, Roberta Barbi ha sentito Paolo Sensini, storico e scrittore esperto dell’area.


Paolo Sensini – “In Libia, non c’è un governo che rappresenti la totalità delle tribù, dei gruppi, delle formazioni che sono lì: c’è il governo di unità nazionale a Tripoli, voluto dall’Onu – appoggiato sostanzialmente dalle forze di Misurata, che si sono avvicinate molto dappresso a Sirte – e ci sono le forze invece che fanno riferimento al generale Khalifa Haftar, a Tobruk, che è appoggiato da Egitto e Francia. Anch’egli sta spingendo e si è avvicinato a Sirte. Gli americani sono intervenuti ottemperando a un patto che era già implicito nell’investitura di al Sarray.”
Roberta Barbi – L’apertura di un nuovo fronte di guerra da parte degli americani può essere interpretata come una volontà di accelerare la lotta al terrorismo?
Paolo Sensini – “È chiaro che c’è una volontà di intervenire, ma c’è il fatto che la Russia non è assolutamente favorevole a questi tipi di intervento, non c’è un appoggio. E c’è il fatto, per esempio, che Khalifa Haftar – il generale in contrasto con il governo di unità nazionale di Tripoli – pochi giorni fa, si è recato a Mosca. C’è una volontà di imporre un intervento preciso a guida americana e, sul piatto della bilancia, il fatto che gli americani hanno intenzione di rientrare all’interno di quello scenario.”
Roberta Barbi – È stato detto che i raid andranno avanti “fino a che la Libia lo richiederà” e specificato che saranno raid di precisione condotti con droni. Quante vite costerà questa operazione?
Paolo Sensini – “Questo lo vedremo, poi, a cose fatte. Tutte le promesse degli interventi chirurgici che c’erano in passato, che abbiamo visto, non si sono poi rivelate tali: hanno fatto, cioè, tantissimi morti.”
Roberta Barbi – Il governo di Tripoli ha fatto richiesta ufficiale di intervento agli Stati Uniti. Il premier libico, sostenuto dall’Onu, al Sarray, lo ha confermato, ma ha anche ribadito che il suo esecutivo rifiuterà ogni tipo di ingerenza straniera senza mandato: è un riferimento alla Francia che, peraltro, in una telefonata del ministro Ayrault, ha ribadito di voler rafforzare la sua cooperazione con Tripoli?
Paolo Sensini – “Ayrault e la Francia, che non hanno riconosciuto il governo di Tripoli, collaborano con Haftar. C’è una politica del doppio binario francese. È ovvio che c’è una contrapposizione. C’è una scollatura tra coloro che sono intervenuti ed è ovvio che ciascuno ha delle mire precise. La Francia vede nella Libia una cassaforte energetica e quello che a loro interessa di più è la possibilità di proiettarsi nel Sahel, che sono le aree che trafficano commercialmente e hanno come moneta nazionale il franco CFA, che è una moneta di pertinenza francese.”
Roberta Barbi – La Farnesina ha salutato positivamente l’intervento e ha fatto sapere in merito all’uso della base di Sigonella che valuterà se questa sarà richiesta. Come si configura il ruolo dell’Italia?
Paolo Sensini – “Non valuterà. È implicito con gli americani che nel momento in cui verrà richiesta Sigonella, immediatamente verrà data la possibilità di utilizzarla. Si discuteva verso la fine dell’anno che l’Italia sarebbe potuta intervenire e l’operazione sarebbe stata auspicabilmente a guida italiana. In realtà, l’Italia, come già era avvenuto nel 2011, guarda dalla finestra, non interviene e accetta passivamente tutto quello che le accade.”
Roberta Barbi – Per l’Italia un intervento in Libia è particolarmente “risolutivo”, perché da lì parte il 90% dei migranti che arrivano sulle nostre coste…
Paolo Sensini – “Certo che sarebbe risolutivo, ma non c’è alcuna capacità, alcuna intraprendenza e iniziativa da parte dell’Italia. Non c’è nessuna volontà di intervenire concretamente e si aspetta che gli eventi procedano in un modo o nell’altro.”

Gheddafi, il Libro Verde e l’attualità del suo pensiero

 In questo mese di giugno, Mu’Ammar Gheddafi avrebbe compiuto 76 anni; precisamente il 7 giugno, se gli anglo-franco-statunitensi non avessero pianificato il suo massacro nell’ottobre del 2011. Dopo la sua morte, la Libia si è trasformata in un Paese atomizzato in brigate armate che si contendono il potere attraverso tre sistemi di governo, di cui uno solo riconosciuto dalla comunità internazionale, ovvero il governo di Tobruk, di tipo nazionalista nasseriano. Gli altri due sono il governo di Tripoli, diretto dai partiti islamici moderati, e lo Stato Islamico dell’ISIS a Sirte. Lo scenario che viene presentato in Libia è quello di una balcanizzazione del Paese dove ormai nel cielo non splende più il verde di una volta.
Il verde è il colore e il titolo del libro pubblicato da Gheddafi nel 1975: il Libro Verde in cui è racchiuso il suo pensiero politico. Sintetizziamo in questa sede i tratti salienti dell’opera del Raìs; il Libro Verde critica i sistemi di governo democratici composti da partiti e parlamenti. Il voto non rappresenta la volontà popolare, ma quella del partito che raccoglie più voti. Esso non rappresenta il popolo, ma solo una parte formata dai rappresentanti in parlamento che tutelano gli interessi economici del partito. Per il Raìs, il partito è come un clan, che persegue il suo “familismo amorale”. Per Gheddafi, la vittoria di un candidato che ha ottenuto il 51% dei voti, è una falsa democrazia, perché il restante 49% degli elettori sarà governato da un governo che non ha scelto. La vera democrazia è l’Agorà greca, fondata attraverso la partecipazione diretta del popolo.
Gheddafi, nella sua critica al sistema democratico, fondò la Jamahiriyya, un governo fondato dalle masse popolari attraverso Congressi e Comitati Popolari. Un tipo di governo conforme alla società libica basata sulle tribù. Il Libro Verde spiega la funzione dei Congressi e dei Comitati Popolari; il popolo si divide in Congressi Popolari eterogenei per classe sociale, quindi rappresentanti di tutta la società, e non di una parte di esso. I Congressi Popolari formano i Comitati Popolari che si occupano dell’amministrazione governativa, e dirigono i vari settori istituzionali della società. Essi sono responsabili del loro operato dinanzi ai Congressi Popolari che controllano le azioni dei comitati. Una volta all’anno si riunisce il Congresso Generale del Popolo, dove si riuniscono i direttivi dei Congressi Popolari e dei Comitati Popolari. Con la Jamahiriyya, il popolo esercita democraticamente il suo reale diritto di governo, invece dei politicanti di professione in parlamento.
Per quanto riguarda il sistema economico, il Libro Verde delinea i principi della Terza Teoria Universale, alternativa sia al capitalismo che al socialismo reale. Per il Gheddafi ogni lavoratore deve essere considerato non un salariato, ma un produttore del suo lavoro. Quindi ognuno deve lavorare per sé oppure in aziende autogestite dai lavoratori medesimi, ove ciascuno è produttore e socio alla pari. Le istituzioni hanno come scopo il soddisfare i bisogni della società. Inoltre il popolo non deve possedere più di quanto gli sia necessario per vivere, per eliminare ogni forma di ingiustizia sociale dovuta dall’accumulazione della ricchezza. Il Libro Verde specifica chiaramente che si può essere proprietari di una sola abitazione e di un mezzo di trasporto.
Il Libro Verde è senza dubbio un’opera panafricana. Propone infatti l’indipendenza del continente africano dall’imperialismo occidentale. Gheddafi si fece promotore di una possibile Unione Africana, un movimento panafricano avente come obiettivo una maggiore autonomia del continente nel contesto della geopolitica globale. Un progetto scomodo per chi considera l’Africa un territorio da controllare e sfruttare.
Il Libro Verde è un opera da annoverare tra quei testi politici utili per la costruzione dell’Eurasia comunitarista, insieme alla “Quarta Teoria Politica” di Dugin, il “Terzo Reich” di Moeller Van der Bruck, e “L’Europa: un impero di 400 milioni di uomini” di Jean Thiriart. Mu’Ammar Gheddafi è stato un leader che ha posto la sovranità nazionale della Libia al dì sopra della sua stessa vita, lottando con dignità fino agli ultimi istanti di lucidità; ferito al volto, braccato dalle orde selvagge, dagli sbandieratori delle “primavere arabe”, che hanno smembrato il verde della Jamahiriyya in un puzzle di sangue che rimarrà indelebile nella coscienza del popolo libico.

i ratti, la cassaforte e gli scassinatori

Uno dei due “governi”  della Libia ha assunto degli scassinatori

 

Il loro compito è forzare una cassaforte di cui solo l’altro governo, riconosciuto dalla comunità internazionale, ha la combinazione: è una storia esemplare delle nuove divisioni e confusioni
22 maggio 2016

L banca centrale fa capo al “governo” di Tobruk, uno dei due che si dividono il controllo della Libia, ha assunto due scassinatori professionisti per aprire una cassaforte che contiene più di 150 milioni di euro in monete d’oro e argento. Soltanto i funzionari della banca centrale fedeli al governo rivale, quello di Tripoli appoggiato dalla comunità internazionale, conoscono la combinazione di cinque numeri che apre la cassaforte: e ovviamente non hanno nessuna intenzione di consegnarla ai loro nemici.
gheddaficoinIl Wall Street Journal è riuscito a intervistare i due scassinatori, conosciuti soltanto come “Khaled”, un ingegnere, e “al Fitouri”, un fabbro. I due progettano di aprire un buco nella parete di cemento del caveau e quindi di mettersi al lavoro sulla cassaforte utilizzando alcune tecniche che preferiscono non divulgare. Il Wall Street Journal ha intervistato i due lo scorso 13 maggio e non è chiaro se nell’ultima settimana siano riusciti a portare a termine il loro piano. Le monete custodite nella cassaforte hanno l’effigedel Leader Muammar Gheddafi, e probabilmente per utilizzarle sarebbe necessario coniarle una seconda volta.

La storia degli scassinatori è solo un esempio delle divisioni, anche economiche, che attraversano il paese. Nella capitale Tripoli si è insediato il cosiddetto governo di unità nazionale, frutto degli accordi raggiunti con l’aiuto dell’ONU tra numerosi politici e leader delle milizie che controllano diverse aree del paese. Questo governo ha l’appoggio della comunità internazionale, che proprio questa settimana ha promesso l’invio di armi e addestratori militari per aiutarlo a combattere l’ISIS. Ma nell’est del paese un governo rivale con sede a Tobruk si è rifiutato di riconoscere il governo di Tripoli e ora sta cercando di entrare in possesso delle risorse finanziarie necessarie a mantenere la sua indipendenza.
Mentre il governo di Tripoli è appoggiato dalla comunità internazionale, quello di Tobruk è di fatto controllato dal generale Khalifa Haftar.
Negli anni Ottanta, Haftar tentò senza successo di rimuovere Gheddafi con un colpo di stato per poi fuggire negli Stati Uniti. Dopo la caduta del regime nel 2011 è ritornato in Libia dove è diventato uno dei signori della guerra più potenti. Le sue milizie, che Haftar definisce “l’esercito regolare libico”, sono appoggiate dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti. Molti esperti considerano la presenza di Haftar il principale ostacolo alla riunificazione del paese e al ritorno a una parvenza di normalità.
Negli ultimi anni l’economia libica si è quasi del tutto bloccata a causa della divisione del paese tra i due governi rivali e del sorgere di dozzine di milizie più o meno autonome, tra cui la più forte, l’ISIS libica, è riuscita a occupare la città di Sirte e una fascia costiera lunga decine di chilometri. Entrambi i governi e le relative banche centrali sono in difficoltà nel pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici e nell’assicurare servizi di base alla popolazione, come la distribuzione di corrente elettrica. La produzione di petrolio e gas, la principale risorsa del paese, è crollata a quasi un decimo dei livelli prima della guerra.
Per far fronte alle numerose spese, le due banche centrali hanno immesso nel paese grosse quantità di denaro liquido, cioè di banconote. Quella di Tripoli ha recentemente acquistato banconote del valore di un miliardo di dinari (circa 700 milioni di euro) da uno stampatore inglese, mentre il governo di Tobruk dice di averne messo in commercio altri quattro miliardi (circa 2,8 miliardi di euro) grazie all’aiuto della Russia. Questo afflusso di banconote ha fatto sì che oggi in Libia siano in circolo quattro volte più contanti per persona che nel Regno Unito, ha scritto il Guardian. Il rischio adesso è che il paese precipiti in una spirale di inflazione e che il dinaro libico perda completamente il suo valore.

Adattamento dall’ originale: http://www.ilpost.it/2016/05/22/libia-tobruk-scassinatori/

Libia, l’accordo (economico) con cui l’Occidente protegge se stesso

di | 3 gennaio 2016
Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Così le potenze occidentali che hanno prodotto nel 2011 la caduta di Gheddafi e la destabilizzazione della Libia, a dicembre si sono date da fare per promuovere un accordo tra le due fazioni principali in lotta in Libia. I motivi sono strettamente economici, la Libia è infatti un Paese chiave per l’approvvigionamento energetico dell’Occidente.
Incontro internazionale sulla Libia alla Farnesina
Dal 2014 in Libia ci sono de facto due governi, uno ubicato ad oriente e l’altro ad occidente del Paese, governi sostenuti da una rosa di Stati stranieri, milizie nazionali e tribù locali. E già anche qui ci troviamo di fronte ad una guerra per procura.

A Tobruk nella Libia orientale, vicino al confine con l’Egitto, è stata stabilita la sede del Parlamento libico riconosciuto a livello internazionale. Si tratta di quello eletto nel 2014. Il governo del primo ministro Abdullah al- Thinni ha sede nella città di Bayda ed è sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Egitto. In Libia conta su ciò che rimane dell’esercito libico, al momento guidato dal generale Khalifa Belqasim Haftar, che ha dichiarato guerra ad oltranza a tutte le fazioni islamiste.
Il governo di al-Thinni ha anche istituito una banca centrale parallela a quella di Tripoli e nominato il proprio capo della National Oil Company, l’azienda energetica di Stato. Ma la ricchezza del Paese, e cioè gran parte delle risorse energetiche, come pure le principali istituzioni finanziarie rimangono nelle mani delle autorità di Tripoli dove si trova il Khalifa al-Ghwell, il primo ministro nominato dal Congresso Nazionale Generale, e cioè il vecchio parlamento. Quest’ultimo nel 2014 ha esteso il proprio mandato non riconoscendo i risultati delle elezioni. I principali sostenitori internazionali di questo governo sono il Qatar e la Turchia mentre a livello nazionale al-Ghwell è sostenuto da diversi  gruppi islamici, che però negli ultimi mesi hanno perso coesione.
Alba Libica, ad esempio, una coalizione di milizie sotto il comando delle autorità di Tripoli, si è frazionata, alcune fazioni sostengono il processo di pace lanciato dalle Nazioni Unite alla fine del 2015 che ha portato agli accordi del 17 dicembre tra i due governi, ma altre non ne vogliono sentire parlare.
Mentre il governo di Tripoli controlla un territorio ben più grande di quello di Tobruk, Tripoli deve fare i conti con le milizie locali. Quelle presenti nella capitale non sono solo islamiche ma sono costituite anche da bande di criminali. Senza parlare poi delle migliaia di uomini armati che si trovano a Misurata, anche loro sono una forza militare e politica del dopo Gheddafi.
La situazione è ancora più complessa quando prendiamo in considerazione i jihadisti stranieri e quelli libici che rientrano dai campi di battaglia della Siria e dell’Iraq. Costoro si sono riversati a Sirte, la città libica costiera, che è diventata una sorta di colonia dell’Isis, e che si trova in una posizione strategica, non lontano da grossi impianti petroliferi.
Secondo le Nazioni Unite, l’Isis controlla circa 300 km di costa della Libia e conta i tra i 2.000 e 3.000 jihadisti, di cui circa 1.500 a Sirte. E’ probabile che queste statistiche siano però troppo elevate e che la presenza dell’Isis in Libia sia minore di quanto si creda. Tuttavia esiste e qualsiasi accordo di pace tra i due governi e le varie fazioni deve tenerla presente.
Tante dunque le difficoltà che si prospettano in un futuro prossimo venturo per Fayez al-Sarraj, l’imprenditore scelto per guidare il governo transitorio libico di unità nazionale. Tuttavia, la corsa alle risorse libiche da parte degli occidentali è già iniziata. Il primo ministro italiano, Matteo Renzi, ad esempio, ha subito annunciato che il suo Paese lo sostiene e che è pronto a ristabilire i rapporti speciali tra le due nazioni.
Il Regno Unito, anch’esso molto interessato ai pozzi libici, ha dichiarato di attendere di essere invitato dal nuovo governo ad inviare truppe nel paese. Gli americani hanno persino mandato un contingente che è stato subito rimandato a casa.
Memore del fiasco del 2011, quando la Nato corse in aiuto dei ribelli e da allora la Libia non è stata in grado di formare un governo, il ministro degli Esteri libico ha affermato che la Libia non ha bisogno di alcun intervento straniero per far fronte alle minacce alla sua sicurezza, compreso il terrorismo. Ha però bisogno di armi migliori, ha aggiunto, e di aiuti nella formazione e pianificazione. Insomma il solito ritornello, dateci le armi al resto pensiamo noi! Fino ad ora questa formula, come pure quella dell’intervento armato diretto, ha solo creato anarchia e terrorismo, non si capisce perché le cose dovrebbero cambiare proprio ora.

Adattamento dall’ originale: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/03/libia-laccordo-economico-con-cui-loccidente-protegge-se-stesso/2346256/

Cosa sta succedendo in Libia?

di PANDORA (Federico Rossi) 3/2/18

Il 2018 è appena cominciato e già rappresenta un bivio fondamentale per la Libia, divisa fra una nuova opportunità di pacificazione e un ulteriore aggravarsi del caos. Il 17 dicembre scorso sono infatti scaduti ufficialmente gli Accordi di Shikrat, il trattato firmato in Marocco che aveva dato vita al debole governo di accordo nazionale di Fayez al-Sarraj, e si è aperta la strada alla possibilità di nuove elezioni, che dovrebbero tenersi nel corso di quest’anno. I presupposti per questa tornata elettorale sembrano essere però quanto di più lontano in questo momento, alla luce dello sgretolamento progressivo del territorio libico.
Lo scenario che dipingono i media nazionali offre una visione della Libia divisa più o meno in tre con l’Esercito Nazionale Libico di Haftar da un lato, il Governo di Accordo Nazionale di Sarraj dall’altro e in mezzo trafficanti, milizie e estremisti dello Stato Islamico. Sembra un panorama molto complesso, ma se analizziamo davvero tutti gli attori in gioco scopriamo che in realtà questa è una visione estremamente semplificata, che non ci permette di capire la reale entità delle forze in gioco.

Partiamo da governo di accordo nazionale di Sarraj, sostenuto a livello internazionale da Italia, Tunisia, Algeria e Arabia Saudita e appoggiato dalle Nazioni Unite. L’esecutivo di ben 32 membri di Sarraj scaturisce proprio dagli Accordi di Shikrat del 2015 e avrebbe dovuto essere la soluzione alla frammentazione politica della Libia, che in quel momento aveva due parlamenti: uno a Tripoli, espressione del primo parlamento a maggioranza islamista eletto dopo la caduta di Gheddafi, e uno a Tobruk, separatosi dal precedente dopo la ripetizione delle elezioni nel 2014.
Al contrario delle aspettative tuttavia il Governo di Accordo Nazionale è rimasto tale solo di nome, dal momento che entrambi i parlamenti hanno rifiutato la ratifica dell’accordo negando il sostegno a Sarraj, che è rimasto quindi al vertice di un esecutivo monco. Il risultato è stato quindi soltanto quello di creare un nuovo attore nel panorama libico, dotato di una legittimità molto scarsa e di un controllo minore di quello che generalmente si pensa. L’influenza di Sarraj si estende infatti solo ad una piccola parte della Tripolitania e neppure la stessa Tripoli è interamente sotto il suo controllo. Attualmente il mantenimento di questo precario potere si basa prevalentemente sulle figure di Ahmed Maiteeq e Abdulrauf Kara, nonché su fragili accordi con alcuni potenti clan della zona.
Per quanto riguarda Maiteeq, vice-primo ministro misuratino del GNA ed ex rappresentante al parlamento di Tobruk, egli è il collegamento con alcuni gruppi armati tripolini e soprattutto con la cosiddetta Terza Forza, l’alleanza di milizie che governa di fatto la città di Misurata. Questa ha avuto un ruolo di primissimo piano nella lotta contro lo Stato Islamico, tanto da avere il supporto militare statunitense, almeno in un primo momento, e resta ancora un attore influente e abbastanza indipendente dal Governo di Accordo Nazionale.
Il sostegno a Sarraj è dato infatti a fasi alterne, soprattutto per le frizioni con il pilastro del controllo di Sarraj sulla sua parte di Tripoli, la Rada. Si tratta della cupola di milizie tripoline facenti teoricamente capo al Ministero dell’Interno, ma comandate in realtà da Abdulrauf Kara, al centro di numerose polemiche per i legami con gli ambienti più estremi dell’islamismo e per gli abusi e le torture perpetrati dalle sue Forze Speciali di Deterrenza.
Il controllo del GNA sul restante territorio sotto la sua giurisdizione si basa invece su accordi con i clan che controllano le cittadine circostanti Tripoli. Quanto siano fragili questi accordi lo dimostrano i recenti scontri a Sabratha fra le forze governative e quelle di uno dei più potenti di questi gruppi, quello dei Dabbashi. Questi ultimi erano stati parte di un accordo tripartito con il GNA e l’Italia, che era principalmente interessata a ottenere dai Dabbashi, gestori di buona parte del traffico di migranti via mare, un’interruzione dei flussi migratori.
Questo accordo aveva già vacillato negli ultimi mesi del 2017, quando una delle milizie della Libia occidentale vicine ad Haftar aveva preso il controllo di parte della città, che ancora oggi resta contesa. Sabratha è infatti il principale porto di partenza per navi migranti ed è quindi al centro di un mercato molto appetibile, che i Dabbashi si sono impegnati a controllare solo sulla base del sostegno italiano attraverso il GNA. Quanto la situazione sia però fuori controllo lo testimonia la vicenda della Brigata 48, creata da Sarraj nella città per il controllo del contrabbando di petrolio, ma presto presa nella rete clientelare dei Dabbashi di cui è diventata il nuovo braccio armato nella zona.
Il potere e la legittimazione di Sarraj stanno rapidamente scomparendo sotto la spinta di numerose elementi di crisi. A indebolirlo ulteriormente concorrono non solo le frizioni politiche e militari fra i suoi alleati, ma anche il fatto che il mandato del GNA è teoricamente scaduto insieme agli Accordi di Shikrat il 17 dicembre 2017 e che la sua influenza a Tripoli è sempre più insidiata dal crescere dei gruppi salafiti anti-occidentalisti.
A tutto questo c’è da aggiungere infine l’uccisione di uno dei suoi sostenitori più importanti, il sindaco di Misurata Esthewi, recentemente vittima di un attacco rivendicato dallo Stato Islamico. Il GNA resta insomma un governo senza una reale legittimazione, essendo fra l’altro l’unico fra i tre riconosciuti della Libia a non avere alle spalle un parlamento eletto. Gran parte della sua influenza deriva dal supporto internazionale dell’Italia, che in Libia ha la più dispendiosa delle sue missioni militari all’estero.

L’avanzata del generale Khalifa Haftar

Ma Sarraj e i suoi non sono la sola autorità presente a Tripoli. Una parte della città è infatti ancora controllata dal parlamento eletto nel 2012 e riconosciuto ad oggi soltanto dalla Turchia e dal Qatar. Il Congresso Generale Nazionale non ha approvato la ratifica degli Accordi di Shikrat e sostiene attualmente il Governo di Salvezza Nazionale di Khalifa al-Ghawil, la cui forza si fonda su una cupola di milizie islamiste non-jihadiste riunite nella coalizione Alba Libica. Esso mantiene oggi soltanto un potere limitato a parte di Tripoli e ad altri centri minori della Tripolitania, ma rappresenta un attore chiave da coinvolgere in eventuali elezioni.
Il protagonista attuale della guerra civile libica sembra essere però il generale Khalifa Haftar, leader dell’Esercito Nazionale Libico. Formalmente Haftar ricopre solo posizioni militari, ma è riconosciuto da tutti come l’uomo forte che controlla di fatto il parlamento di Tobruk e il governo di Abdullah al-Thani, riconosciuto da Egitto, Emirati Arabi e Russia e appoggiato dalla Francia di Macron.
L’esercito di Haftar è al momento la forza militare più organizzata in Libia e sta procedendo alla conquista di uno degli snodi fondamentali nelle lotte di potere, la cosiddetta Mezzaluna Petrolifera, che offrirebbe un vantaggio enorme a Tobruk. L’Esercito di Haftar controlla attualmente una buona parte della Cirenaica, ma estende il suo potere anche sulla Tripolitania e sul Fezzan grazie al sostegno di varie milizie sparse per il paese.
I rapporti più difficili negli ultimi anni di guerra sono stati quelli con Misurata, che nell’ascesa del generale ha visto fin da subito quella di un nuovo Gheddafi e ha provato a contendergli in particolare il controllo sul sud del paese. Ciò nonostante un punto in comune fra questi avversari si è avuto nella lotta contro lo Stato Islamico soprattutto nella regione di Sirte. Se per le milizie misuratine però questa lotta si è fermata allo jihadismo, Haftar ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia e ha esteso la sua guerra a tutto l’islamismo, compresi i Fratelli Musulmani che ancora restano una forza politica considerevole in alcune zone.
Nonostante sia un attore in piena ascesa, non mancano le spine nel fianco anche per le forze di Haftar. Ad essere particolarmente problematiche sono le città di Ajdabiya e Derna, ancora in mano allo Stato Islamico, e soprattutto Bengasi. Qui, oltre al fatto che una buona parte della città resta in mano allo Consiglio Rivoluzionario della Shura, gruppo jihadista legato all’IS, si è consumata anche la rottura con il potente gruppo degli Awakir in seguito all’arrivo del rappresentante di Tripoli Faraj Egaim, ex membro del governo di Tobruk. Haftar ha infine perso anche parte dell’appoggio delle Brigate di Zintan, influente milizia adesso divisa fra i chi sostiene il generale e una componente più moderata.
Tutte queste difficoltà non sembrano tuttavia sufficienti ad arrestare l’avanzata di Haftar, che a luglio dello scorso anno ha centrato un enorme vittoria politica durante il vertice organizzato da Macron. Nell’accordo non solo è riuscito a strappare il riconoscimento della Francia e un vantaggioso cessate il fuoco con Sarraj, ma ha anche ottenuto sostegno alla sua lotta senza quartiere all’islamismo, che è stato interpretato dal generale in maniera piuttosto estensiva ed usato anche per attaccare la Terza Forza misuratina nel sud della Libia.
Nonostante sia in rapida ascesa, Haftar resta comunque dubbioso nei confronti delle elezioni, tanto che ha recentemente dichiarato che, a suo avviso, la Libia non sarebbe pronta per un regime democratico. Tuttavia, qualora le elezioni si svolgessero effettivamente e lui decidesse di candidarsi, sarebbe senz’altro uno dei maggiori favoriti.

Lo Stato Islamico e gli altri attori in campo

Finora ci siamo soffermati soltanto sugli attori che godono di un certo riconoscimento ufficiale, ma essi non controllano che una parte della Libia. Una frazione ancora molto consistente è infatti in mano a milizie di provenienza molto variegata. Fra queste sicuramente un ruolo importante lo hanno quelle di stampo jihadista, non solo lo Stato Islamico, ma anche Ansar al-Sharia, legata alla filiale di Al-Qaeda operante nel Maghreb e diffusa in buona parte del deserto libico.
Lo Stato Islamico in Libia ha perso molto terreno rispetto all’emirato che era riuscito a creare nel 2014 nella regione di Sirte. Gli attacchi delle forze di Haftar e delle milizie misuratine, uniti alla progressiva perdita di consensi fra i gruppi clientelari principali della zona hanno ridotto di molto gli effettivi dell’IS, ma essi sono tutt’altro che scomparsi. Restano infatti presenti in zone circoscritte della regione di Sirte e l’organo di propaganda dell’IS, Amaq, ha fatto sapere che l’espansione in Libia sarà una delle priorità per l’organizzazione jihadista ormai in ritirata da Siria e Iraq.
Oltre a queste sacche lo Stato Islamico resta presente soprattutto in tre città della Cirenaica, almeno parzialmente gestite dai Consigli Rivoluzionari della Shura: Ajdabiya, Derna e Bengasi. Le milizie jihadiste in queste città sono risorte dopo il rallentamento dell’Operazione Dignità lanciata da Haftar in Cirenaica e ora si contendono le città con gli altri attori della zona, restando padroni fra l’altro di quasi tutta Derna. Altri gruppi affiliati all’IS sono poi presenti in varie aree del Fezzan, attorno a Koufra e nella zona di confine con l’Egitto, una nuova crescita che ha portato anche alla ripresa degli attacchi contro personaggi importanti delle forze anti-jihadiste.
Proprio nel Fezzan però le milizie dello Stato Islamico si ritrovano marginalizzate da altri attori informali in grado di controllare una buona parte di questo spazio. Fra questi particolare importanza è assunta dalle fazioni tebu e tuareg, due gruppi etnici originari della zona sahelo-sahariana. I primi in particolare nel 2014 erano riusciti a creare una propria entità territoriale, arrivando a controllare un’ampia fascia da Qatrun a Murzuq grazie a frequenti cambi di alleanza fra gli schieramenti in lotta.
Tuttavia dopo l’uccisione nel 2016 di Barka Wardougu, leader principale dei tebu in Libia, le milizie si sono frammentate in numerosi gruppi indipendenti, solo parzialmente riuniti nell’Assemblea Nazionale Tebu. Queste milizie si contendono oggi i principali traffici del Fezzan scontrandosi coi gruppi tuareg e le forze degli Awlad Suleiman in un conflitto a cui l’Italia, sempre nell’ottica di controllare le migrazioni, ha cercato di mettere fine diplomaticamente.
L’incontro tripartito proposto a Roma tuttavia, molto superficialmente definito da alcuni come un “accordo fra tribù”, ha dimostrato quanto poco si comprenda ancora di cosa accade in quest’area. L’accordo, oltre a non comprendere gli altri belligeranti nel conflitto, i Qadhafa, i Maghara e gli Zwai, è stato accettato per i tebu solo dalle poche milizie di Zilawi Minah Salah e rigettato da tutto il resto dell’assemblea tebu. Attualmente sembra che molti di questi gruppi siano in ripresa grazie a un presunto ruolo di collegamento nel traffico di armi fra Boko Haram in Nigeria e i gruppi affiliati all’IS in Libia.
Per quanto riguarda le milizie tuareg esse sono attive soprattutto al confine con l’Algeria, nella regione sud-occidentale di Ghat, e godono del sostegno dei gruppi secessionisti del nord del Mali. Nonostante alcuni esponenti di queste milizie abbiano preso parte all’incontro di Roma, la loro partecipazione al conflitto per le risorse petrolifere e le rotte del traffico nel Fezzan non si è fermata e adesso controllano un’area significativa del deserto libico, che permette loro di esercitare la propria influenza su una parte dei traffici provenienti dall’Algeria.
Gli altri esponenti della lotta per il controllo del Fezzan sono i principali gruppi formati sulla base di reti clientelari e familiari, che sono stati a lungo la base del potere politico della Libia. La regione di Sebha è quella dove la situazione è più complessa: la lotta per il controllo degli snodi economici (rotte del traffico e giacimenti di petrolio) vede da un lato gli Awlad Suleiman, che hanno recentemente avuto il sostegno dell’Italia, e dall’altro i due influenti clan dei Qadhafa e dei Maghara, il cui potere deriva essenzialmente dalla posizione di rilievo di cui godevano sotto il regime di Gheddafi. Non trascurabile sono infine le milizie facenti capo agli Zwai, forti soprattutto a Koufra.

La riunificazione delle varie autorità riconosciute della Libia

Le possibilità di coinvolgere tutti questi soggetti nelle eventuali elezioni che si terranno nel 2018 sembrano ad oggi molto scarse. Gheddafi si era assicurato la stabilità attraverso una forte alleanza al vertice fra i gruppi di potere principali, una via che oggi, con il cambiare degli equilibri di potenza per effetto dei sostegni alterni degli Stati stranieri, appare poco praticabile. La priorità delle Nazioni Unite e del suo rappresentante in Libia, Ghassan Salamé resta comunque soprattutto la riunificazione delle varie autorità riconosciute della Libia, un punto di partenza indispensabile, ma che rischia di fallire se si baserà sulle attuali fragili premesse.
Oltre al quadro che abbiamo tracciato fin qui esiste infatti un’ultima criticità, che rischia di rendere le elezioni un ennesimo punto di rottura piuttosto che un’opportunità. Il problema riguarda nuovi attori, che sembrano essere attirati in Libia dalla finestra di possibilità offerta loro dalle elezioni. Due in particolare sembrano poter giocare un ruolo rilevante.
Il primo di essi è Basit Igtet, imprenditore libico da anni residente in Svizzera, che può vantare importanti legami con il Qatar e un ruolo non irrilevante avuto nel finanziamento degli oppositori di Gheddafi nella guerra civile e che oggi gode anche di un certo sostegno fra i giovani delle grandi città, come ha dimostrato la notevole manifestazione da lui guidata il 25 settembre scorso a Tripoli.
L’altra incognita è invece il ritorno di Sayf al-Islam, figlio di Gheddafi e a lungo volto moderato del regime del padre, che gode di non poco seguito fra la popolazione libica. Dopo essere rimasto prigioniero fino al 2016 del governo miliziano di Zintan, è stato recentemente graziato dalle autorità di Tobruk e potrebbe essere davvero uno dei favoriti, evocando spettri di un passato ancora molto vicino, nonostante la distanza politica col padre non sia messa in discussione.
Le problematiche sono molte e sicuramente la pacificazione della Libia sembra oggi lontana, ma, malgrado le difficoltà appaiano insormontabili, riuscire a tenere libere elezioni e formare un unico governo riconosciuto internazionalmente rappresenterebbe la base per poter costruire in futuro una pace nel paese. Tutto questo non può però prescindere da una ridefinizione degli obiettivi degli attori stranieri coinvolti, in modo da tenere in reale considerazione l’importanza del coinvolgimento della popolazione libica e da cessare di favorire la destabilizzazione del paese sostenendo alternativamente milizie rivali.

Dietro chi si nasconde l’Isis in Libia

Fusione, coabitazione, sopportazione, conflitto: come interagiscono Stato islamico e Ansar al-Sharia, i gruppi più pericolosi del Paese, e perché ci deve interessare

Daniele Raineri* | venerdì 4 dicembre 2015

Misurata – L’ascesa dello Stato islamico in Libia pone il problema dei suoi rapporti con il gruppo jihadista più forte del Paese, Ansar al-Sharia. Questa è una fazione nata durante i mesi della rivolta contro il rais Muammar Gheddafi nel 2011 e salita alla ribalta l’anno seguente, grazie all’ostentazione di forza militare in pubblico e all’assalto mortale contro i diplomatici americani dell’11 settembre 2012.

Si tratta di un rapporto complesso, che varia di città in città – e questo rispecchia la situazione della Libia, un Paese frammentato. Vale la pena fare una ricognizione, perché se Ansar al-Sharia si unisse allo Stato islamico (cosa improbabile, perché tende in senso opposto, verso al-Qaida) allora di colpo lo Stato islamico in Libia non avrebbe più i problemi di mancanza di manodopera di cui soffre oggi. Se, per contro, scoppiasse una lotta senza quartiere fra le due formazioni, lo Stato islamico sarebbe costretto a fronteggiare un nemico a lui molto simile, e quindi più letale.

Quattro esempi possono descrivere bene le diverse sfumature di questa relazione. Il caso di sintonia più completa si è verificato a Sirte, dove la colonna locale di Ansar al-Sharia è confluita quasi totalmente nello Stato islamico (tranne alcuni individui, che si sono allontanati dall’area o che hanno promesso di non fare proselitismo). Secondo fonti del quotidiano inglese Telegraph, è stato proprio Ansar al-Sharia a formare il nucleo originale dello Stato islamico a Sirte, che oggi non sarebbe così forte in quella zona se non avesse avuto questo vantaggio al momento dell’avviamento.

Lo scudo contro interventi militari
A Sabratha, molto più a ovest, a metà strada tra la capitale Tripoli e il confine tunisino, tra Ansar al-Sharia e lo Stato islamico c’è un rapporto di convivenza funzionale. Lo Stato islamico nasconde la propria esistenza dietro lo schermo creato dalla presenza molto forte di Ansar al-Sharia, che pur essendo considerato un gruppo jihadista ed estremo non è associato al terrorismo internazionale come lo Stato islamico (anche se è sulla lista dei gruppi terroristici), e quindi non attira proposte di interventi militari esterni. Una fonte nella vicina cittadina portuale di Zuwara tende a descrivere questa doppia presenza come una sorta di illusione ottica: “In realtà sono tutti la stessa cosa, con etichette diverse”, ma è importante notare che fino a quando si ripara sotto il mantello di Ansar al-Sharia, lo Stato islamico di Sabratha non corre pericolo di essere disturbato.

A Bengasi, il fronte più violento della guerra dei gruppi islamisti contro l’esercito libico del generale Khalifa Haftar, leale al governo di Tobruk, esiste tra Stato islamico e Ansar al-Sharia un patto pragmatico di non belligeranza. È un terzo tipo di rapporto: non è la fusione come a Sirte, non è la coabitazione interessata come a Sabratha, è piuttosto una deconfliction, una parola in voga per descrivere la relazione tra Russia e Stati Uniti nella guerra in Siria contro lo Stato islamico: non si intralciano, ma non possono essere considerati alleati. A Bengasi tra i due gruppi funziona nello stesso modo. Tra loro ci sono forti tensioni, ma non hanno le forze per contrastarsi mentre stanno facendo la guerra alle forze del generale Haftar. Dal punto di vista tattico la loro situazione è difficile, perché non hanno accesso alla città se non via mare, con le barche. Se si scontrassero, la prima cosa a saltare sarebbe questo accesso logistico attraverso la zona del porto, e senza logistica non potrebbero tenere il fronte contro i soldati governativi. Una fonte di Misurata spiega che a Bengasi lo Stato islamico aprirebbe volentieri le ostilità contro Ansar al-Sharia, come rappresaglia per i fatti di Derna.

Lo scontro totale
Derna è il modello all’altro capo della gamma: conflitto totale. A metà giugno il consiglio locale dei mujaheddin, di cui fa parte anche Ansar al-Sharia, ha cacciato via armi in pugno lo Stato islamico e lo ha costretto a ritirarsi verso le campagne a sud-est, nella zona di Fattayah. Se a Bengasi Ansar al-Sharia è al comando del Consiglio locale dei rivoluzionari, a Derna è invece una componente minoritaria. Ma si può dire che in generale gli altri gruppi gravitino nella sua orbita, in Libia, e non il contrario.

Lo Stato islamico, in un video rilasciato da poco, ha definito Ansar al-Sharia “un gruppo deviante”, che è un gradino in direzione dell’accusa di apostasia. Questa dinamica ricorda quella della Siria, dove lo Stato islamico si trattiene dallo scomunicare completamente alcuni movimenti, nella speranza di cooptarli, ma facendo sempre chiara una inevitabile premessa: nessun movimento è consentito dove c’è lo Stato islamico, chi non si scioglie è ipso facto un nemico. È molto eloquente che lo Stato islamico abbia inserito in un’immagine il logo di Ansar al-Sharia tra i gruppi che, anche senza avere preso una decisione conscia, stanno di fatto aiutando l’America “infedele”.

*Daniele Raineri è inviato del Foglio

Preso da: http://www.oasiscenter.eu/it/articoli/jihadismo-e-violenza/2015/12/04/dietro-chi-si-nasconde-l-isis-in-libia

RATTI senza vergogna, Leon prendeva 50000 euro al mese dagli Emirati

Cè poco da dire, lo veniamo a sapere da uno dei tanti articoli in rete, ovviamente adesso Leon ha terminato il suo mandato, il suo “piano di riconciliazione” è fallito, entrambi i “parlamenti” dei RATTI lo hanno respinto, il popolo libico intero, ha manifestato contro,  ma questo la dice lunga sulla gente che dovrebbe decidere le sorti del popolo Libico?  ( ANCORA PER POCO)

5 Nov 2015 16.39

All’inviato dell’Onu in Libia un lavoro da 50mila euro al mese negli Emirati

L’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, Bernardino León, dirigerà un centro governativo di studi diplomatici negli Emirati Arabi Uniti, i cui vertici politici sono coinvolti nella crisi libica come sostenitori delle autorità di Tobruk, riconosciute dalla comunità internazionale. La notizia è uscita sul Guardian, che denuncia un possibile conflitto d’interesse rispetto all’attività di mediatore che l’ex ministro degli esteri spagnolo ha portato avanti nell’ultimo anno.
Secondo il quotidiano britannico, León ha discusso l’estate scorsa i termini del suo nuovo contratto da circa 50mila euro al mese. Il mandato come negoziatore delle Nazioni Unite terminerà venerdì 6 novembre, quando León sarà sostituito dal diplomatico tedesco Martin Kobler. León ha negato qualsiasi conflitto di interessi, sottolineando che aveva comunicato la propria intenzione di lasciare l’incarico all’Onu prima dell’inizio di settembre.
Le linee guida per i mediatori internazionali delle Nazioni Unite stabiliscono che i diplomatici con questo tipo di ruolo non devono “accettare forme di sostegno da parte di attori esterni che potrebbero influenzare l’imparzialità del processo di mediazione” e che dovrebbero “cedere l’incarico nel caso in cui sentano di non poter mantenere un approccio imparziale”.
Le forze in campo in Libia. Dal 2011 il paese nordafricano è diviso tra diverse fazioni in guerra per il potere e al momento ha due governi e due parlamenti. Gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto appoggiano il governo di Tobruk che controlla l’est del paese ed è riconosciuto dalla comunità internazionale. Il parlamento di Tobruk è stato eletto il 25 giugno 2014, ma la corte costituzionale di Tripoli, dove ha sede l’altro governo, ha dichiarato incostituzionali le elezioni il 6 novembre 2014 – che hanno registrato un’affluenza del 18 per cento. Turchia e Qatar, sospettati di aiutare i gruppi di jihadisti, sostengono il governo di Tripoli, dove si riunisce ancora il vecchio parlamento libico, in cui c’è una forte presenza di Fratelli musulmani e che è appoggiato dai miliziani islamici della coalizione Alba libica.
Le email sulla Libia tra León e il ministro degli Emirati. I giornalisti del Guardian sono entrati in possesso di diverse email di León. Cinque mesi dopo l’inizio del suo incarico in Libia il diplomatico spagnolo ha scritto un messaggio dal suo indirizzo personale al ministro degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Abdullah bin Zayed. León riferisce che i governi europei e gli Stati Uniti insistono perché si tenga una conferenza di pace sulla Libia e aggiunge: “Questa opzione a mio parere è peggiore del dialogo politico perché metterebbe sullo stesso piano entrambi gli attori”. Nel messaggio, León illustra un piano per mettere fine all’alleanza tra gli islamisti che sostengono il governo di Tripoli e i ricchi commercianti di Misurata e ribadisce la necessità di appoggiare il parlamento di Tobruk.
Nella stessa email León ammette che non sta lavorando a “un piano politico che coinvolga tutte le parti”, citando una strategia per “delegittimare completamente” il parlamento di Tripoli. L’ex ministro spagnolo ammette che tutte le sue proposte sono sempre state discusse con Tobruk, con l’ambasciatore libico negli Emirati, Aref Nayed, e con Mahmud Gibril, ex primo ministro della Libia. León conclude l’email scrivendo: “Posso controllare il processo finché sono qui. Tuttavia non penso di restare a lungo, sono visto come uno sponsor del parlamento di Tobruk. Ho consigliato agli Stati Uniti, al Regno Unito e all’Unione europea di lavorare con voi”.
Chiamato a commentare questo scambio di informazioni dal Guardian, León ha negato di aver favorito una delle parti protagoniste del conflitto e ha detto di aver avuto corrispondenze simili anche con paesi che appoggiavano Tripoli “in uno spirito simile” con l’obiettivo di costruire un rapporto di fiducia.
La proposta di lavoro. León ha ricevuto la proposta di lavoro dagli Emirati nel giugno scorso e per tutta l’estate ha contrattato le condizioni per il nuovo impiego, in particolare la questione delle spese dell’alloggio ad Abu Dhabi. In un’email tra il sottosegretario alla presidenza Ahmed al Jaber e il ministro Abdullah bin Zayed si legge che León non riesce a trovare una sistemazione per sé e per la famiglia che rientri nel budget di 90mila euro l’anno previsti dal contratto, e per questo vorrebbe circa il doppio della somma per una casa dello stesso livello di quella dove vive a Madrid.
In agosto León ha scritto al ministro degli esteri degli Emirati per avvertirlo di essere in lizza per un importante incarico dell’Onu dando piena disponibilità a rifiutare il ruolo nel caso in cui l’impegno con il centro studi governativo lo richiedesse.
Il 2 novembre León, contattato dal Guardian, ha scritto di non aver accettato il lavoro negli Emirati Arabi Uniti, precisando di non aver ancora firmato nessun contratto: ha proposto un’intervista al quotidiano per spiegare le sue ragioni, ma prima che fosse possibile realizzarla è arrivato l’annuncio ufficiale sul suo incarico da parte delle autorità di Abu Dhabi. Il diplomatico ha anche dichiarato che le email pubblicate sono state manipolate e gettano una luce parziale sul suo operato.

 http://marionessuno.blogspot.it/2015/11/ratti-senza-vergogna-leon-prende-50000.html

L’ONU è responsabile della Guerra Civile in Libia

27 ottobre 2015

Il Prof. Ibrahim Magdud, direttore dell’Accademia libica in Italia e docente di storia dei paesi islamici all’Università Niccolò Cusano, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “Il mondo è piccolo”, condotta da Fabio Stefanelli, su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano.
Il processo negoziale per un accordo di unità nazionale in Libia va avanti, ma il Parlamento di Tobruk non ha approvato il piano dell’inviato dell’Onu Bernardino Leon. “Non è che hanno rifiutato l’accordo –spiega Magdud-, hanno fatto le riserve senza fare la ratifica dell’accordo. Il Parlamento non ha voluto confermare quest’accordo sul governo di unità nazionale, perché non è stata rispettata la quarta bozza dove c’era la lista dei candidati al governo, su cui erano d’accordo sia quelli di Tripoli che di Tobruk. Leon ha presentato una lista al di fuori di quell’accordo. L’Onu ha voluto imporre un governo. E’ la stessa cosa che si è verificata in Afghanistan e in Iraq”.

“La questione è molto grande –prosegue Magdud-. Non c’è mai stato un discorso tra libici e libici, ci sono sempre state forti pressioni esterni, da Qatar, Turchia, Francia e Inghilterra. La notizia nuova è che si riuniranno il Parlamento di Tripoli e di Tobruk per fare in modo che si arrivi ad una soluzione che vada bene ad entrambe le parti libiche. La rappresentanza delle Nazioni Unite in Libia può solamente partecipare come consulente, non come parte in causa decisiva”.
“La maggior parte dei gruppi armati –afferma Magdud- sono finanziati da Paesi esteri e sottostanno all’accordo politico. Non è che sono proprio cani sciolti. I cani sciolti sono quelli delle bande criminali. Per quanto riguarda le minoranze, in Libia ce ne sono tre e ci sono delle dispute territoriali tra loro. Il problema sta al sud della Libia”.
“Il pericolo, con la pressione russa sulla Siria e con la convivenza della Turchia, è che molti dell’Isis potrebbero venire in Libia. La Libia potrebbe raccogliere tutti i fuggiaschi dalla Siria e diventare la culla dello Stato Islamico. Questo ovviamente diventerebbe un pericolo anche per l’Italia. Tutti quelli dell’Isis che vanno in Siria, prendono l’aereo dalla Tunisia per Istanbul e poi vanno in Siria. Questa è una situazione che conosce tutto il mondo arabo”.

Preso da: http://www.secolo-trentino.com/32648/esteri/lonu-e-responsabile-della-guerra-civile-in-libia.html