ANALISI. Il processo di disintegrazione della Libia

Il rafforzamento delle compagini islamiste, l’intraprendenza egiziana ed algerina e le bandiere dello Stato Islamico che sventolavano a Derna durante l’avanzata del califfato in Iraq e Siria hanno riacceso l’interesse europeo per la questione libica. Ma non per i diritti del popolo libico

di Francesca La Bella

Roma, 21 gennaio 2015, Nena News – Ormai da molto tempo, a cadenza regolare, riaffiora nel dibattito internazionale la questione libica. Molte volte, in questi anni, gli analisti hanno dichiarato che la Libia era giunta ad un punto di svolta nel suo destino, che da quel momento in avanti tutto sarebbe stato diverso. L’intervento internazionale, la caduta di Gheddafi, il caos del dopo-Gheddafi, gli attentati contro le ambasciate e i rapimenti, le minacce di un un nuovo intervento internazionale e gli scontri tra le diverse fazioni etniche, religiose e politiche interne al Paese: tutte fasi di un processo di disintegrazione della Libia come Stato, come comunità e come soggetto internazionale.

Questa condizione di conflitto latente ha avuto anche un ulteriore risvolto. La problematica libica, essendo uscita dall’eccezionalità del momento, ritorna all’attenzione della comunità internazionale laddove altre questioni non vengano considerate più “urgenti” o nel caso la questione libica si ricolleghi ad esse. Il rafforzamento delle compagini islamiste ha così rinnovato l’intraprendenza egiziana ed algerina nelle questioni di politica interna del vicino d’area e le bandiere dello Stato Islamico che sventolavano a Derna durante l’avanzata del califfato in Iraq e Siria hanno riacceso l’interesse europeo per la questione libica.

A questo si aggiunga che il Paese, per molto tempo, è stato considerato strategico soprattutto dal punto di vista economico/energetico per l’Europa in generale e per l’Italia in particolare. La lunga fase di ostilità ha, però, indebolito enormemente le capacità di estrazione ed esportazione degli idrocarburi libici, unico settore ancora produttivo in un sistema economico pressocchè distrutto. In questo senso bisogna, quindi, leggere le dichiarazioni degli ultimi giorni di rappresentanti europei in merito alla questione libica. L’impegno delle Nazioni Unite per avviare i colloqui a Ginevra tra le diverse parti in conflitto, la disponibilità della Missione di supporto alla Libia di valutare la possibilità di trasferire i colloqui nel territorio libico in condizioni di sicurezza e le dichiarazioni del Governo italiano sono le evidenze di questa rinnovata intraprendenza. Per bocca del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti, Marco Minniti è stata, infatti, palesata la disponibilità dell’Italia a intervenire in Libia sotto egida ONU perchè “la Libia è lo specchio dell’Italia e dell’Europa, se la Libia va bene, va bene l’Italia e l’Europa, se la Libia va male […] saranno problemi non solo per l’Italia, ma anche per l’Europa”.

La prospettiva di una pacificazione è, però, ben lontana e la percezioni di insicurezza rimane molto forte nel Paese. L’amministrazione statunitense ha invitato i suoi cittadini ad abbandonare il suolo libico ed è di ieri la notizia del probabile rapimento a Tripoli del numero due della rappresentanza della Libia presso l’Opec, Samir Salem Kamal. Gli ostacoli al raggiungimento di una qualsivolglia forma di equilibrio interno sono, dunque, ancora molti ed attengono a diverse sfere di azione. Se dal punto di vista militare, il cessate il fuoco dichiarato da Libya Dawn potrebbe essere un primo passo in direzione distensiva, dal punto di vista politico molte sono le incognite.

A questo proposito sembra doveroso sottolineare un aspetto. Il dibattito internazionale si è concentrato su una rappresentazione parzialmente semplificata della questione libica. In Libia esisterebbero due forze contrapposte, una con base a Tobruk, perlopiù laica e legittimata a livello internazionale, ed una con base Tripoli vagamente assimilabile all’opposizione islamista, che dovrebbero essere aiutate dalla comunità internazionale a giungere ad un accordo per la ricostruzione del Paese. La realtà è, però, ben più articolata ed esistono attori fondamentali le cui scelte non possono essere chiaramente assimilate a quelle delle coalizioni alle quali, formalmente, apparterrebbero: dai gruppi ribelli dello Zintan alla coalizione di Misurata, dalle brigate di Khalifa Haftar agli irriducibili di Ansar al Sharia.

In questo senso, gli incontri di Ginevra potrebbero diventare solamente l’ennesimo atto di una tragedia ormai infinita. Questo è ancor più vero se si considera che il Paese, statualmente fallito, non riesce a garantire i servizi primari alla popolazione che, laddove non sia coinvolta direttamente nei combattimenti, cerca la fuga via mare verso l’Europa con drammatiche conseguenze. Al momento, dunque, nonostante i segnali di apertura per un Governo di unità nazionale non sembrano esserci le premesse per una reale soluzione di lungo termine per la Libia. Nena News

Fonte: http://nena-news.it/analisi-il-processo-di-disintegrazione-della-libia/

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Il pregiudizio sulle popolazioni della Libia in epoca coloniale (parte 2 )

«Meglio non fidarsi»
La falsità era vista come costitutiva dell’intima essenza degli Arabi e l’insidia della bugia avrebbe senz’altro colto alla sprovvista il malcapitato italiano in Colonia:

«Con il cristiano […] mancano facilmente di parola e non si fanno scrupolo di mentire, [ed anche gli Ebrei libici], abbastanza solidali fra correligionari, non si fanno scrupolo d’ingannare l’europeo»59.

Con dovizia di esempi storici, si faceva risaltare l’accondiscendenza di facciata degli indigeni, velo di una perenne rivolta covante di nascosto60, perciò alle popolazioni dell’interno, “arretrate” ogni oltre tollerabilità e destinate al non invidiabile ruolo di oggetto di studio delle numerose “spedizioni scientifiche”, spettava il “titolo” di “infide e sospettose”, magari quando emissari dell’Ufficio Fondiario facevano visita alle loro proprietà con l’improbabile intenzione di ampliarle…61.
Del resto, l’azione prefascista in Colonia, sia per non aver tenuto conto dei dati essenziali della “psicologia indigena” che per averne incoraggiato vari “difetti”, si sarebbe rivelata totalmente negativa, suscitando un atteggiamento ostile da parte delle popolazioni locali, determinato dalla “diffidenza propria della razza”62.

Primitivi, quantomeno ingenui
Ma non è finita qui. Gli improvvisati psicologi di turno non potevano fare a meno di definire i Libici irrimediabilmente ingenui.
Alcune manifestazioni d’arte popolare locale, raffiguranti scene tratte da racconti, avrebbero dimostrato in maniera lampante l’ingenuità sia dei loro autori («Ingenua è la costruzione delle scene, scorretto il disegno”; “L’artista ha ingenuamente contrapposto alla nudità e alla mostruosa singolarità delle forme del genio il carattere umano ed eroico di Alì»), che del pubblico al quale erano destinate («È naturale che i quadretti siano oggetto di ingenua curiosità e attrattiva […] per una popolazione di cultura così primitiva, come quella della Tripolitania»63).
In pratica, si era dato dell'”ingenuo” a tutti Libici.
Non è poi difficile notare quanto questi luoghi comuni fossero strettamente legati l’uno all’altro, risultando così agevole scendere dall'”ingenuità” al “primitivismo”, giù giù fino all’inferiorità totale:

«Un movimento di lieta sorpresa desta la vista di queste rozze figurazioni, che colpiscono con l’inaspettato e col drammatico, e sono più accessibili, come tutto ciò che è leggenda e novella, al cuore dei popoli anche di civiltà inferiore»64.

Ad alcune etnie dell’interno –che più delle altre catalizzavano la curiosità dei nostri connazionali– non si davano poi molte chance di venir fuori da un’estrema arretratezza materiale e morale:

«Oggi specialmente, dopo la grande guerra, mentre gli arabi hanno fatto passi notevoli verso la civiltà, i fezzanesi sono rimasti più che mai primitivi, e chiusi nel loro ambiente vegetativo e inerte. Qualcuno che è riuscito a lanciarsi verso Tripoli o Tunisi, bruciando molte tappe nel suo cammino intellettuale, è riuscito ad impadronirsi persino dei segreti del motore a scoppio, pur rimanendo primitivo in tutto il resto: ma trattasi di casi sporadici»65.

Chi si fosse avventurato in una puntata verso le regioni desertiche, avrebbe certo potuto vivere situazioni a dir poco curiose:

«A Tegerhi, estremo presidio del Sud tripolino, il primo autocarro giunse nel 1930, poco dopo l’occupazione. I Tebbu del villaggio, che costituiscono l’aristocrazia locale, fecero un sommario esame del veicolo e lo classificarono senz’altro come un cammello di strano aspetto e di maggior potenza; gli offrirono quindi un cesto di datteri perché il motore, poveraccio, si potesse ristorare dopo la sfibrante traversata del deserto»66.

Anche in questo caso, l’indagine sul tema potrebbe condurci molto lontano; si può per il momento notare che questa fu una versione del mito dell'”indigeno fanciullo”, del “primitivo”, una vera e propria suggestione evoluzionistica messa in circolazione per fini unicamente pratici, di cui si erano serviti tutti i colonialismi67.

Conclusioni
Non possiamo certamente dire di aver esaurito in questa sede l’argomento, ma quel che ci interessava non era redigere una seppur interessante lista di “macchiette”, quanto dimostrare un atteggiamento diffuso in svariati settori della società italiana, dai più ignoranti a quelli maggiormente istruiti ed informati che, nella componente specialistica, della psicologizzazione dei colonizzati avevano fatto talvolta un mestiere. Basti pensare alle relazioni congressuali in cui si esponeva con spavalderia (e in poche pagine) la cosiddetta «psicologia arabo-berbera», per non tacere di scritti a metà tra lo scientifico e l’esotico dove disquisire sull’«anima degli Arabi» non era poi tanto difficile.
Questo, dunque, quel che in Italia si pensava –in buona o in cattiva fede non importa– delle popolazioni della Libia; il fatto importante è che per molti questi scritti risultavano l’unico strumento, l’indispensabile ausilio preliminare per avviarsi alla conoscenza della realtà autoctona della Colonia.

Ora, su una realtà adeguatamente addomesticata (ed esorcizzata)68, si muoveva massicciamente con le “truppe d’assalto” di quella che ipocritamente –perché trasudante moralismo– fu chiamata la «missione civilizzatrice»; a nostro vedere, sussiste un evidente parallelismo tra i luoghi comuni sugli Arabi (e più in generale sui popoli da colonizzare) e la scelta dei settori in cui si dispiegò la «missione di civiltà». «Si ha a che fare con degli scanzafatiche? Che li si metta a lavorare!»69 «Sono sporchi?70 Educhiamoli al sapone (anche metaforico, cioè quello che toglie la patina di “vecchiume” e di obsolescenza)». «Sono fanatici? Volgiamo questo difetto a nostro vantaggio facendoli combattere per noi in Etiopia». Se al Convegno Volta del ’39 dal titolo “L’Africa” si celebrava l’ormai scarsa diffusione in Colonia della “rassegnazione” e del “fatalismo musulmano”, era segno che la “terapia” stava dando i suoi frutti.

Un’ultima considerazione. L’aver dedicato queste pagine al tema del pregiudizio sugli Arabi credendo nella loro opportunità mentre tutto un universo culturale è sottoposto ai fuochi di fila del pregiudizio e dell’ostilità preconcetta, non significa affatto ritenere che «tutto il mondo è paese». I popoli hanno effettivamente caratteri differenti, in buona parte determinati dall’osservanza dei modelli di civiltà da essi adottati; è allorché le tendenze a generalizzare e a semplificare prendono il sopravvento, giungendo alla deformazione vera e propria, che invece ci troviamo nel campo del pregiudizio, che altro non è se non frutto dell’ignoranza; al contrario, il contatto e la frequentazione diretta –senza per questo dover forzatamente rimanere entusiasti di tutto e tutti– di genti e luoghi, ci garantiscono un’idea dai contorni meglio definiti. Si può e si deve comprendere, anche senza condividere; questo per evitare facili irenismi ed esaltazioni.
Chi vorrà accontentarsi di stereotipi, sappia però che –malgrado i suoi roboanti proclami– mal celerà la sua insicurezza e la sua puerile autoconvinzione di “marciare” nella direzione giusta. Il luogo comune serve in realtà a scacciare dei fantasmi, a riversare sugli altri tutto quel che si detesta o si ritiene possa incrinare un fragile castello di certezze di carta.

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Note
1- L’ultima frontiera di un discorso mirato ad educare l’Altro è quella dello “sviluppo”. Cfr. G. RIST, Lo sviluppo. Storia di una credenza occidentale, (trad. it.) Bollati Boringhieri, Torino 1997. torna al testo ^

2- Un’indagine a più ampio raggio ci porterebbe a “scoprire” che molti di quei luoghi comuni venivano rifilati con estrema disinvoltura anche ad altri popoli colonizzati; si pensi ai caratteri degli orientali (gli stessi che vedremo attribuiti ai Libici) secondo Lord Cromer, il plenipotenziario inglese in Egitto: imprecisione (mente mancante di simmetria), ingenuità, mancanza di energia, e di iniziativa, spirito intrigante, mendacia, pigrizia, diffidenza. Cfr. E. Said, Orientalismo, (trad. it.) Bollati Boringhieri, Torino 1991, p. 40. torna al testo ^

3- Sulle distorsioni che in sede d’interpretazione della religione dell’Islam si produssero nel campo degli studi specialistici cfr. il nostro L’oggetto misterioso. L’immagine dell’Islàm nell’Italia tra le due guerre mondiali, «Africana», V, 1999, pp. 97-113, adesso consultabile anche sul sito EstOvest all’indirizzo http://www.estovest.net/storia/immagine_islam.html torna al testo ^

4- La degradazione che la nozione di “fato” ha subito in Occidente è ben spiegata in J. EVOLA, L’arco e la clava, Scheiwiller, Milano 1971, pp. 45-50. torna al testo ^

5- E. Petragnani, Il Sahara tripolitano, Sindacato Arti Grafiche, Roma 1928, p. 141, nota 3. torna al testo ^

6- L’Ordine religioso-militare della Sanûsiyya, radicato essenzialmente in Cirenaica, costituì il principale baluardo contro la conquista italiana della Libia. Da una bibliografia piuttosto nutrita, consigliamo l’ottimo E. E. Evans-Pritchard, Colonialismo e resistenza religiosa nell’Africa settentrionale. I Senussi di Cirenaica, (trad. it.) Ed. del Prisma, Catania 1979. torna al testo ^

7- La prigionia non era stata affatto dura, mentre si sa delle differenti e difficili condizioni dei prigionieri libici. Vedi C. Moffa, I deportati libici della guerra 1911-12, in «Rivista di Storia Contemporanea», 1, 1990, pp. 32-56. torna al testo ^

8- E. Petragnani, op. cit., p. 142. torna al testo ^

9- F. Schuon, Comprendere l’Islam, (trad. it.) SE, Milano 1989, pp. 66-67. L’Islam è per l’Autore anche la religione dell’equilibrio, ed ecco come vi si inserisce il “fatalismo”: «L’anima in cerca di Dio deve lottare. […] Ma questa lotta è soltanto un aspetto del mondo, essa svanisce con il piano al quale appartiene; per questo tutto il Corano è pervaso da un tono di possente serenità. Dal punto di vista psicologico, diremo che la combattività del musulmano è compensata dal fatalismo. […] Praticare l’Islam, a qualsiasi livello, significa riposarsi nello sforzo». Ivi, p. 54.
Inna ‘llâhu ma’a ‘s-sâbirîn (Invero Dio è con coloro che perseverano), recita il Corano (II, 153); Sabr è la pazienza, la tolleranza intesa nel suo significato originario. torna al testo ^

10- L’abusata traduzione del termine “Islâm” con «rassegnazione», «sottomissione al volere di Dio», da cui deriverebbe un «fatalismo» caratteristico appunto del mondo arabo-musulmano, non rende affatto – senza alcuna spiegazione ulteriore – il significato che il musulmano gli attribuisce, ovvero l’azione cosciente e attiva del mu’min (il credente) per mettersi in sintonia con il volere divino. È perciò fondamentale, per poter parlare di «sottomissione al volere di Dio» senza incorrere in fraintendimenti, tener presente l’atto di consapevolezza e di scelta da parte dell’uomo che accetta volontariamente il decreto divino, e che in virtù di questo abbandono fiducioso può dirsi muslim (musulmano). torna al testo ^

11- E. De renzi, Nozioni sull’Islam, con speciale riguardo alla Tripolitania, Tipolitografia del Governo, Tripoli 1918, p. 42. Il “fatalismo”, tranne alcune eccezioni, avrebbe inoltre contraddistinto l’intera storia dell’Islam. Cfr. M. GUIDI, Aspetti e problemi del mondo islamico, Settimo Sigillo, Roma 1990 (ediz. orig. I.N.C.F., Roma 1937), p. 29. torna al testo ^

12- M. Baratta, L. Visintin, Atlante delle colonie italiane, De Agostini, Novara 1928, introduzione. torna al testo ^

13- Roghi di bandiere israeliane e americane, concitate manifestazioni in occasione di funerali di attivisti islamici, donne velate che brandiscono fucili: sono solo alcune delle immagini artatamente trasmesse ogni qualvolta avviene una crisi in Medio Oriente. Sul fatto che anche a quelle latitudini vi siano degli esagitati siamo tutti d’accordo, ma è anche vero che una “informazione” di questo tipo produce l’effetto di far perdurare certi pregiudizi. La questione del cosiddetto «fondamentalismo islamico» fornisce poi ad alcuni il pretesto per fortificarsi in determinate prese di posizione, e non è un caso che i “fanatici” di parte avversa vengano definiti, in maniera più sfumata, “ultra-ortodossi” e non “integralisti”, termine quest’ultimo già squalificante in partenza (si pensi al più noto “fascista”). torna al testo ^

14- Bourbon del Monte di Santa Maria, L’Islamismo e la Confraternita dei Senussi, Tipografia dell’Unione Arti Grafiche, Città di Castello 1912, p. 86. torna al testo ^

15- Ivi, p. 198 (cfr. anche pp. 192-198). Per una preoccupazione viva anche ai nostri giorni vedi V. Fiorani Piacentini, Il pensiero militare nel mondo musulmano, Centro Militare di Studi Strategici, Roma 1991, pp. 129-155. Ascoltiamo il parere di un dotto musulmano, neppure dei più “moderati”, secondo il quale il jihâd è obbligatorio per tutti i musulmani solo in caso di aggressione da parte di non-musulmani. In tale evenienza «colui che si sottrae al gihâd è un peccatore. Si può ben dubitare della sua fede islamica. […] Tutte le sue ‘ibâdât e tutte le sue orazioni non sono che un inganno, non sono che una vana finzione di devozione». A. A. Mawdûdî, Conoscere l’Islam, (trad. it.) Ed. Mediterranee, Roma 1977, p. 120. Sul jihâd si veda anche A proposito del concetto di «jihàd», Appendice 9 a Il Corano (Cura e traduzione di H. R. Piccardo, revisione e controllo dottrinale Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia), Newton & Compton, Roma 1996, pp. 582-583: «Allah dice: “Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite. Ebbene, è possibile che abbiate avversione per qualcosa che invece è un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece vi è nociva. Allah sa e voi non sapete” (II, 216)». La guerra deve perciò essere dichiarata ogni qualvolta dei Musulmani si trovino coinvolti in uno stato di fitna (persecuzione), il quale può essere definito così: «Tutti i fenomeni, i comportamenti e le intenzioni connessi a persecuzione, sedizione, sovversione, scandalo, vizio, inquinamento, corruzione, discordia, disordine, disobbedienza, ribellione, contro Allah, le Sue leggi, le Sue creature”. Ivi, p. 49, nota 153. Tuttavia nel Corano (II, 193) è scritto: &quo;Combatteteli finché non ci sia più persecuzione e il culto sia (reso solo) ad Allah. Se desistono, non ci sia ostilità, a parte contro coloro che perseverano”. Difatti “non è la distruzione del nemico l’obiettivo dei credenti, ma la cessazione della fitna […], escludendo in seguito qualsiasi genere di rappresaglia». Ivi, p. 49, nota 154. torna al testo ^

16- Comunicato Stefani del 28 ott. 1911, cit. in Aa. Vv., La formazione dell’Impero Coloniale Italiano, F.lli Trèves, Milano 1938 (3 voll.), vol. I, p. 295. torna al testo ^

17- Bourbon del Monte di Santa Maria, op. cit., p.111. torna al testo ^

18- Aa. Vv., La formazione dell’Impero Coloniale Italiano, op. cit., vol. I, p. 522. torna al testo ^

19- Ivi, pp. 327-328. torna al testo ^

20- R. Sertoli Salis, Imperi e colonizzazioni, I.S.P.I., Milano 1942, pp. 68 e 75. torna al testo ^

21- A. Malvezzi, L’Italia e l’Islam in Libia, F.lli Trèves, Milano 1913, p. 26. In un certo senso, l’Autore aveva colto nel segno. Un musulmano s’intende senz’altro meglio con un non musulmano aderente alla propria tradizione, che non con un individuo senza alcun legame con essa, vale a dire «l’indifferente, il libero pensatore, l’ateo». torna al testo ^

22- R. Tritonj, Asia ed Europa, in «Oriente Moderno», a. XII, n. 12, dic. 1932, pp. 565-575. torna al testo ^

23- A. Piccioli (a cura di), La nuova Italia d’Oltremare, Mondadori, Milano 1933 (2 voll.), vol. I, p. 22. Un simile ragionamento era debitore dell’immagine di un Oriente perennemente governato da tiranni: «Nella quasi assoluta maggioranza gli Asiatici esaltano e rispettano la volontà dell’autocrate sì come legittima». R. Tritonj, Asia ed Europa, art. cit., p. 568. Notiamo che anche gli Africani potevano risultare sensibili solo alla forza (cfr. G. Leclerc, Antropologia e colonialismo, (trad. it.) Jaca Book, Milano 1973, p. 19), ed è facile capire come anche in questo caso si trattasse di immagini stereotipate mantenute grazie ad appositi studi “dimostrativi”.
Angelo Piccioli, funzionario coloniale attivissimo nel diffondere la già citata “coscienza coloniale”, fu protagonista di un’attività editoriale veramente imperterrita, essenzialmente mirata a convincere i lettori dei miracolosi frutti della «missione di civiltà» fatta di scuole, ospedali, strade, turismo, ecc. torna al testo ^

24- Aa. Vv., La formazione…cit., vol. I, pp. 307-308. torna al testo ^

25- D. Lombardo, Cirenaica del IV e del XX secolo, in «L’Illustrazone Coloniale», a. XVII, n. 1, gen. 1935, p. 29. torna al testo ^

26- A. Fantoli, Guida della Libia del T.C.I., Milano 1923 (2 voll.), vol. I, p. 20 (avvertenze e informazioni). Certe idee fisse circolavano davvero a tutti i livelli della società metropolitana e non risparmiavano quindi neppure il direttore degli Osservatori Metereologici della Tripolitania. torna al testo ^

27- «Le popolazioni africane, e in ispecie quelle dell’Africa del Nord, valutano la potenza di una Nazione europea anche in base a quella somma di capacità politiche ed economiche, che viene espressa dal complesso di tutti i rami della produzione». Aa. Vv., La formazione…cit., vol. I, p. 529. torna al testo ^

28- A. Piccioli (a cura di), op. cit., vol. II, p. 862. torna al testo ^

29- Giorgio Vercellin ha dedicato un lungo articolo al «leit-motiv secondo il quale gli Arabi sarebbero un “popolo lussurioso”». Harem e lussuria nel pregiudizio occidentale verso gli Arabi, in «Islam, storia e civiltà», VIII, n. 3, lug.-set. 1989, pp. 177-193. torna al testo ^

30- A. Benedetti, Nella conquistata Mecca della Senussia, la fuga dei tirannelli e le infide proteste di devozione, «Corriere della Sera», 28 gen. 1931. Anche Badoglio considerava i componenti della famiglia senussita dei degenerati. Cfr. Santarelli, Rochat, Rainero, Goglia, Omar al-Mukhtar e la riconquista fascista della Libia, Marzorati, Milano 1981, p. 89. torna al testo ^

31- F. Lattanzio, O. Besesti, Nostre terre d’Oltremare. Brevi cenni storici, geografici, politici ed economici per la gioventù studiosa, Cappelli, Bologna 1936, p. 43. torna al testo ^

32- E. De Renzi, Nozioni sull’Islam, con speciale riguardo alla Tripolitania, op. cit., p. 4. torna al testo ^

33- Bourbon del Monte di Santa Maria, op. cit., p. 111. torna al testo ^

34- Cfr. P. Villari, prefaz. a A. Malvezzi, op. cit., pp. VII-XXIV. torna al testo ^

35- Per la convinzione secondo cui il contatto e lo studio dell’Europa potevano mitigare alcuni “vizi” orientali, cfr. A. Malvezzi, op. cit., p. 174. torna al testo ^

36- Bourbon del Monte di Santa Maria, L’Islamismo e la confraternita dei Senussi, op. cit., p. 215. Edward Said ha osservato come il colonialismo portò a compimento l’idea «di un’Europa destinata a insegnare agli orientali il significato della libertà, concetto che si supponeva che questi ultimi, e specialmente i musulmani [in ragione del “legalismo” islamico?], ignorassero completamente». E. Said, Orientalismo, op. cit., p. 183. torna al testo ^

37- Cfr. A. Fantoli, Guida della Libia del T.C.I., vol. I, pp. 19-20. La diversa percezione del tempo da parte degli Arabi si riflette in un’esistenza sicuramente meno agitata di quella proposta dal modello dominante in Occidente: generalmente non sono interessati ai tempi di percorrenza ad es. di un autobus; si può chiedere più volte e ci verrà data un’informazione spesso diversa. È un dato che, il più delle volte, non interessa loro. Si comprende invece come a degli occidentali entusiasti della loro civiltà e dei suoi orari così esatti, tutto ciò risulti particolarmente fastidioso. torna al testo ^

38- A. Malvezzi, op. cit., pp. 23 e 25. torna al testo ^

39- F. Serra, Il viaggio del Re in Cirenaica, «L’Illustrazione Italiana», 23 apr. 1933, pp. 614-616. torna al testo ^

40- «Si incendiavano cantieri di lavoro, si interrompevano linee telegrafiche e telefoniche» …degli invasori. R. Ciasca, Storia coloniale dell’Italia contemporanea, Hoepli, Milano 1938, p. 423. torna al testo ^

41- «Il motivo dell'”attacco a tradimento” è un vero e proprio topos dell’immaginario coloniale italiano e coloniale tout court. Ogni qual volta gli africani attaccano di sorpresa o alle spalle, cosa che ogni buon comandante cerca di fare in guerra, vengono considerati traditori. Nella guerra di Libia 1911-1912 si diffuse l’immagine del perfido beduino, così come cara ad una tradizione coloniale britannica era la figura del perfido afgano». L. Goglia, Le cartoline illustrate italiane della guerra etiopica 1935-1936: il negro nemico selvaggio e il trionfo della civiltà di Roma, in Regione Emilia Romagna — Soprintendenza per i Beni librari e documentari (a cura del Centro F. Jesi), La menzogna della razza, Grafis Edizioni, Bologna 1994, p. 30. torna al testo ^

42- A. Piccioli (a cura di), La nuova Italia d’Oltremare, op. cit., vol. I, p. 121. torna al testo ^

43- F. Beguinot, voce Berberi, Enciclopedia Italiana, vol. VI, Roma 1930, p. 686. torna al testo ^

44- L. Cipriani, Visioni della Libia rigogliosa, «Il Corriere della Sera», 7 mar. 1933. torna al testo ^

45- Cit. in F. Beguinot, voce Libia, Enciclopedia Italiana, vol. XXI, Roma 1934, p. 60. torna al testo ^

46- A. Malvezzi, op. cit., p. 136. torna al testo ^

47- Il termine Tebu riunisce due gruppi linguistici costituiti dai parlanti daza e teda. I primi, attualmente circa 220.000, abitano le distese di pascoli a sud del massiccio del Tibesti, i secondi (circa 15.000), dominano invece le aree montuose. Cfr. R. Schulze, Il mondo islamico nel XX secolo. Politica e società civile, (trad. it.) Feltrinelli, Milano 1998, p. 369. torna al testo ^

48- Cfr. E. Silvani, Il Tibesti e i suoi abitatori, in «Le Vie del Mondo», a. VIII, n. 2, feb. 1940, pp. 113-124, in cui si narra come la tribù dominante si fosse assicurata il diritto di fornire il Dardè (Sultano) solo grazie ad un’astuzia nei confronti delle altre tribù. Resta da chiedersi – come regola generale per non scadere nel pregiudizio – se ciò che a noi può apparire scaltrezza, per altri non possa assumere tutto un altro significato; inoltre, ammesso che la tradizione locale fosse effettivamente colta nel suo significato negativo, rimane il dubbio sul perché non se ne citassero altre in grado di porre in risalto qualità riconosciute come positive dal lettore italiano. torna al testo ^

49- Cfr. A. Piccioli (a cura di), op. cit., vol. I, p. 612, nota. Greci e Romani avrebbero costituito l’esatto opposto in termini di attività, ma la loro considerazione negativa del lavoro era accuratamente taciuta. «Presso i Greci il lavoro –che spettava esclusivamente agli schiavi– era sentito come pena e dolore: prova ne sia che il termine greco che esprime l’idea del lavoro, è ponos, che ha la stessa radice della parola latina poena, che in italiano significa “pena”, “sforzo”, “fatica”. Una tale considerazione negativa del lavoro nasceva dalla consapevolezza che le operazioni materiali pongono inevitabilmente l’uomo in contatto con gli oggetti o con il mondo di fenomeni, proibendogli così di dedicarsi nella profondità del proprio animo alla ricerca della verità. L’opinione che il Greco ed il Romano avevano del lavoro non era diversa da quella relativa all’opulenza». C. Ferri, Il feticcio “lavoro” e le sue vittime, Edizioni di Ar, Padova 1991, p. 38. torna al testo ^

50- A. Piccioli (a cura di), op. cit., vol. II, p. 964. torna al testo ^

51- R. Paribeni, Testimonianze di Roma in Libia, in «Nuova Antologia», n. 1559, 1 mar. 1937, pp. 78-83 (cit. p. 78). torna al testo ^

52- Aa. Vv., La formazione dell’Impero Coloniale Italiano, op. cit., vol. I, p. 522. torna al testo ^

53- L. Cipriani, Razze e costumi del Fezzan, «Il Corriere della Sera», 2 mar. 1933. torna al testo ^

54- P. E. D’Emilio, Il Tibesti, «L’Illustrazione Italiana», 8 gen. 1939, pp. 55-56. torna al testo ^

55- M. Essad Bey, Maometto, (trad. it.) Bemporad, Firenze 1935, p. 4. torna al testo ^

56- F. Lattanzio, O. Besesti, Nostre terre d’Oltremare, op. cit., p. 42. torna al testo ^

57- Persino dopo la fine del dominio diretto – venendosi ad aggiungere l’irritazione per quel che si era perso – questa convinzione continuò a fare presa: «[I Garianesi] portano i segni di una desolazione che prima ancora di essere materiale, sembra consumare lo spirito, intaccarlo ed assopirlo». E. Cione, Fascino del mondo arabo, Cappelli, Bologna 1962, p. 59. Il Gariàn, zona ad altopiano della Tripolitania orientale, fu sede di uno dei primi insediamenti di coloni italiani dediti alla coltura del tabacco. torna al testo ^

58- A. Fantoli, op. cit., vol. I, p. 27. torna al testo ^

59- A. Fantoli, Guida della Libia del T.C.I., op. cit., vol. I, pp. 27 e 25. torna al testo ^

60- Cfr. Aa. Vv., La formazione…cit., vol. I, p. 327. torna al testo ^

61- Cfr. A. Piccioli (a cura di), op. cit., vol. I, p. 540. torna al testo ^

62- E. Brotto, Pacifico rifiorire della Cirenaica, «Il Corriere della Sera», 7 ott. 1933. torna al testo ^

63- G. Crisolito, Spunti di folklore in Tripolitania, in «Rivista delle Colonie», 1930, pp. 729-733 (cit. pp. 129-130). torna al testo ^

64- Ivi, p. 729. torna al testo ^

65- E. Petragnani, Il Sahara tripolitano, op. cit., p. 139. L’Autore credeva poi opportuno di ragguagliare il lettore sul carattere dei fezzanesi, un vero cocktail dei luoghi comuni che abbiamo già passato in rassegna: «Poca o nessuna volontà di lavorare; intelligenza primitiva, seppur abbastanza vivace ed assimilatrice; apatia; generosità impulsiva; spirito di rassegnazione stupefacente; nessun spirito combattivo; profonda immoralità». Ivi, p. 146. torna al testo ^

66- P. Caccia Dominioni, Ricognizione a Tummo nel Sahara, «Il Corriere della Sera», 24 mar. 1932. torna al testo ^

67- «La grande saga dei popoli bambini, creduli, capricciosi o versatili giustifica la missione dei popoli civili: gli africani, gli asiatici, gli arabi hanno troppo bisogno dei nostri lumi perché li abbandoniamo alla loro sorte». P. Bruckner, Il singhiozzo dell’uomo bianco, (trad. it.) Longanesi, Milano 1984, p. 188. Di seguito, riferendosi ad un tipo di “terzomondismo”, l’Autore spiega come a seconda della convenienza possano essere invertiti i termini della questione: «Ma non è un caso nemmeno se, nella nostra epoca in cui “la pedagogia è divenuta teologia”, si affida al bambino l’incarico opposto, quello di istruire l’adulto, così come le società primitive si vedono conferire la missione di guidare il mondo civilizzato. Questa tendenza moderna a considerare la maturità come una decadenza che non ha saputo mantenere le promesse della giovane età è l’esatto corrispettivo dell’adulazione del Sud presentato come unico avvenire del Nord» (ibidem). Dunque, “primitivi” o no, a seconda degli obiettivi. Che il concetto di “primitivismo”, con i suoi sviluppi, abbia avallato numerosi atteggiamenti dell’epoca moderna –non solo in ambito coloniale– è poi messo in luce in J. Evola, Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, Edizioni Mediterranee, Roma 1990, pp. 147-155. torna al testo ^

68- «La rappresentazione europea di musulmani, ottomani o arabi fu sempre anche un modo di controllare il misterioso, minaccioso Oriente». E. Said, op. cit., p. 64. torna al testo ^

69- Le opere pubbliche impiegarono moltissima manodopera locale sottopagata, ma anche il regime dei lavori forzati –piuttosto che la galera– avrebbe «educato al lavoro». Alle Fiere Campionarie i Libici avrebbero infine osservato i risultati del «lavoro italiano», diametralmente opposti «alla avversione e alla pigrizia degli arabi e dei berberi». F. Sapori, La VII Mostra Interafricana di Tripoli, «L’Illustrazione Italiana», 26 mar. 1933, pp. 470-471. torna al testo ^

70- «Magari prima di decidere l’acquisto stanno lì a discutere sul soldo e toccano e palpano ben bene tutte quante le paste per trovar quella che li soddisfi: ma ciò non conta, perché presto ci si fa l’abitudine e se lo stomaco è buono si può mangiare tranquillamente». E. Emanuelli, Elogio di una piccola ferrovia, «L’Illustrazione Italiana», 28 gen. 1934, p. 131. torna al testo ^

Enrico Galoppini

preso da: http://www.estovest.net/storia/pregiudizio.html

Il pregiudizio sulle popolazioni della Libia in epoca coloniale (parte 1)

Uno strumento al servizio della «missione di civiltà»
di Enrico Galoppini

Introduzione
La lettura di pubblicazioni risalenti agli anni della presenza italiana in Libia, trasmettendoci in parte –meglio di quanto possa fare la posteriore storiografia specialistica– il “sentire” di chi quelle pagine scrisse, ci ha indotto a riflettere sul ruolo del pregiudizio nel mondo occidentale moderno, in particolare di quello sugli Arabi ed i Musulmani.
Non del tutto a prescindere dalle differenti fasi in cui si articolò quella presenza, il trentennio 1911-1943 vide una crescente proliferazione di una “letteratura coloniale” tra i cui compiti vi era quello dichiarato di diffondere una sempre latitante “coscienza”, appunto, coloniale. Per chiunque avesse voluto saperne di più sulla Libia e le sue popolazioni, essa costituiva una base di sicure conoscenze, un sapere diffuso il quale forniva gli “occhiali” che il lettore avrebbe potuto “inforcare” al momento di partire per la “quarta sponda» in veste di funzionario coloniale (il tipico autore di questo genere di letteratura) o di semplice turista. Il più delle volte (non a caso) si trattava di opere celebrative dell’azione svolta dai nostri connazionali in Colonia (con gli “indigeni” a far da sfondo), ragion per cui le informazioni contenutevi –non di rado preziose– vanno prese con la debita cautela, soprattutto per quanto concerne l’aspetto storico-politico. Per altri versi esse mettono invece in risalto una mentalità comune, un vero e proprio credo con i suoi dogmi essenziali ed accessori, che negli scritti d’argomento coloniale trovava infinite occasioni d’essere professato e che gli esperti di materie coloniali, cantori della vera “civiltà” da contrapporre alla “barbarie” (di volta in volta asiatica, orientale eccetera), abbracciavano entusiasticamente.
Era, per dirla in breve, sia che si scrivesse nell'”Italietta” giolittiana o negli anni del «rinnovato Impero di Roma», la già stagionata credenza nel “Progresso” –quello con la “P” maiuscola– che viveva in Colonia e nelle pagine ad essa dedicate una seconda ed insperata giovinezza. Messa in soffitta in patria dall’impeto polemico fascista, ma forse semplicemente dissimulata, nelle terre “d’Oltremare” tornava prepotentemente come irrinunciabile corredo ideologico di quella che –al di là degli accorgimenti lessicali1– da secoli rappresenta pressappoco l’unica modalità che l’Occidente ritiene di adottare nel confronto con le altre culture: la «missione di civiltà».

A giustificazione di un così impegnativo compito (che tra l’altro mai i diretti interessati avevano richiesto) si confezionò l’immagine di popolazioni tarate da innumerevoli vizi, riassumibili nel fatto che mai e poi mai, senza la nostra guida, avrebbero potuto incamminarsi verso i benefici del cosiddetto «mondo civile». Ecco quindi che nel presentare al pubblico italiano le popolazioni della Libia, la creazione dello stereotipo dell’indigeno, di un individuo artificiale “colpevole” di aver plasmato un mondo completamente da rifare, forniva agli Italiani l’onere di ridare ossigeno ad una terra, a loro dire, in piena asfissia.
Tuttavia, alla base di tutto questo vi erano alcuni equivoci di fondo, persino di “metodo”. Se da una parte l’opera dei colonizzatori si riprometteva di cambiare tutto in meglio, non si capisce come e quando i luoghi comuni sulle popolazioni della Libia sarebbero scomparsi. Vogliamo dire che anche una volta conquistate completamente le popolazioni autoctone al nostro punto di vista intellettuale («morale», si diceva), nulla lascia pensare che la scorta di immagini preconfezionate da cui attingere di volta in volta sarebbe stata messa da parte.
La verità è che i Libici e l’Islàm dovevano risultare inferiori a tutti i costi. Difatti, addirittura coloro che collaboravano con gli Italiani non potevano sperare di scrollarsi di dosso certi “abiti” confezionati appositamente per la gente a cui appartenevano: al massimo, determinate caratteristiche assegnate loro dagli Italiani potevano in tal caso assumere un segno positivo.

Ma quel che è più curioso è che mentre in Occidente la psicologia moderna dettava i caratteri dell’uomo in generale dopo aver osservato –si badi bene– solo degli occidentali, in Libia, viste le necessità d’ordine pratico, poteva bastare una sfilza di luoghi comuni, in modo da marcare l’incolmabile differenza tra «noi» e «loro»2; dunque, uomo in generale o diverse umanità, a seconda della convenienza.
Per mezzo di appositi studi “dimostrativi” venne così a prendere forma l’immagine di un tipo umano caratterialmente inferiore, la cui mentalità sarebbe stata costituita da tratti distintivi ovviamente giudicabili –dal più ampio numero di persone possibile– in termini negativi.

Ma la cosa più importante, a nostro avviso, è che quanto andiamo ad illustrare ci sembra necessario per comprendere come alla realizzazione della «missione di civiltà» –una delle ragioni d’essere di ogni colonialismo e non una semplice appendice filantropica– si aspirasse di giungere grazie al costante mantenimento di un clima adatto. Alla creazione di tale clima contribuì non poco l’artificiosa unilateralità dell’immagine delle popolazioni della Libia.
Il prodotto di quest’opera paziente, autoriproducentesi, e della quale ciascun contributo amplificava gli effetti, era l’immagine di un suddito coloniale molle e moralmente inconsistente, finanche in grado di compiere le più aberranti bassezze.

La psicologizzazione dell’indigeno
Se per un verso, il compito di ridurre la tradizione islamica entro i rigidi ed inappropriati schemi dell’indagine scientifica risultava esclusivo appannaggio degli studiosi d’islamistica3, al “puzzle” della psicologia media del Libico (variamente indicato come «arabo», «berbero» «beduino», «orientale») si giocava di preferenza nell’ambito di scritti direttamente attinenti alla nostra Colonia.
Numerosi riferimenti all’orizzonte spirituale del musulmano, al suo modo di rapportarsi con l’esistenza, in poche parole alla sua visione del mondo in quanto musulmano, apparvero sulle pubblicazioni più diffuse in materia. In questo modo si scivolò spesso e volentieri verso uno psicologismo semplicistico che si compiaceva di sviscerare le attitudini mentali dei Libici, in buona parte ascrivibili, secondo quest’ottica, al fatto di professare l’Islàm, una religione che avrebbe ricevuto tutti i suoi aspetti “positivi” (cioè graditi) dal Cristianesimo, mentre quelli “negativi” (sgraditi) non avrebbero rappresentato altro che segni di una manifesta inferiorità.
Il viaggio che ora effettueremo attraverso i più diffusi luoghi comuni sugli abitanti della Libia in epoca coloniale sarà anche l’occasione per il lettore di operare un confronto con i nostri giorni: è davvero cambiato il nostro atteggiamento nei confronti degli Arabi e dei Musulmani?

Prigionieri del fato
Un carattere ancor oggi affibbiato ai Musulmani da parte di molti occidentali è quello del fatalismo; si tratta di un pregiudizio duro a morire, le cui radici potrebbero essere rintracciate in quella percezione “superomistica” che la civiltà moderna ha di sé e che porta ad individuare del “fatalismo” ovunque non si scorga una pari volontà di dominio sul mondo. Non è poi da sottovalutare l’influenza della nozione moderna del fato, percepito come una potenza oscura e cieca4.

«La frase kan maktùb o, il semplice participio passato maktùb (scritto) riassume il fatalismo musulmano. Dio –secondo la religione islamica– s’interessa di tutto quello che succede nel mondo (dènia), ed un angelo, nel più alto dei cieli “scrive” le azioni degli uomini e le decisioni della divinità. “Ogni cosa è scritta presso Dio” = kull scèi maktùb and Allah. Nulla deve sorprendere il credente (el-Mùmen): venga la gioia, venga il dolore, bisogna dire: kan maktùb! Con la pronunzia di questa frase il musulmano ha il dovere di rassegnarsi nelle avversità”5.

Lo stesso autore di queste frasi, che, giova ricordarlo, era stato prigioniero dei Senussi6 ed aveva avuto modo di conoscerli piuttosto bene7, attribuiva agli abitanti del Fezzàn (il sud libico) una

«stoica, ammirevole dedizione ad una fatalità che li domina e li opprime»8.

Frithjof Schuon ha ben spiegato in che cosa consista questo “fatalismo” che, per la maggior parte degli occidentali, rimanda alla nota formula In shâ’a ‘llâh:

«Con tale enunciazione, il musulmano riconosce la sua dipendenza, la sua debolezza, la sua ignoranza di fronte a Dio e abdica nello stesso tempo a ogni pretesa passionale; è essenzialmente la formula della serenità. Significa parimenti affermare che il termine di tutte le cose è Dio, che egli è il solo esito assolutamente certo della nostra esistenza; non c’è futuro al di fuori di Lui. […] Il “fatalismo” musulmano, la cui fondatezza è corroborata dal fatto che si accorda perfettamente con l’attività –come è provato dalla storia– […] è la conseguenza logica della concezione fondamentale dell’Islam, secondo la quale tutto dipende da Dio e ritorna a Lui»9.

Che questo fatalismo derivasse dalla religione10, e precisamente da un malinteso principio della predestinazione, talvolta veniva espresso a chiare lettere; per di più, ad esso si amava giustapporre altre consuete peculiarità del musulmano medio e degli Arabi, come logica conseguenza

«[dell’] imperio di quel cieco fatalismo che costituisce una delle più spiccate caratteristiche della loro mentalità e che trova fondamento in altri fattori psicologici, quali l’apatia, l’indifferenza, l’imprevidenza, che più segnatamente differenziano i popoli semiti che professano l’Islam»11.

Questa caratteristica, tra le altre, era additata poi come una delle cause principali di un processo che avrebbe condotto ad un'”arretratezza” che avrebbe trovato numerose “conferme” attraverso gli studi antropologici. Era quindi del tutto ovvio che le attività dei Libici intraprese prima dell’arrivo degli Italiani fossero marchiate da una «mentalità fatalistica» che avrebbe conosciuto «la sottomissione, non la lotta contro le difficoltà della natura»12.

Fanatici guerrafondai
Il fanatismo è un altro difetto imputato solitamente agli Arabi e/o ai Musulmani, ed il termine “fanatico” –per noi rivestendo un’accezione negativa– viene a tutt’oggi associato alla religione islamica13. La cosa è piuttosto curiosa, se si pensa alla vera e propria gazzarra ideologica scatenatasi in Europa negli ultimi due secoli che, in fatto di fanatismo, ne ha prodotte di tutti i colori.
È un fatto però che ci si sentiva in dovere di ricordare «la venerazione fanatica che l’arabo ed il musulmano in generale, nutrono per Maometto e per la sua dottrina»14.

Conseguenza naturale sarebbe stata la tanto temuta “guerra santa”, facile ad essere realizzata da parte di «falsi profeti, che con la parola ardente, in nome della religione e di Maometto trascinano le masse fanatizzanti»15.

Durante i primi giorni dello sbarco a Tripoli, circolava il timore che gli Arabi opponessero resistenza a causa del loro «fanatismo religioso, abilmente eccitato»16, poiché la Sanûsiyya –«setta derivata da una religione a base di fanatismo»17– avrebbe sottoposto i propri seguaci ad una propaganda incessante, rendendoli facilmente intolleranti18.
I pericoli principali sarebbero difatti giunti da una «religione che ha instillato l’odio o il disprezzo per l’immondo cristiano e promette una vita eterna di delizie a chi muore combattendo gli infedeli», con i Turchi che, “per mezzo di fanatici marabutti”, avrebbero sparso «fra le turbe ignorantissime, le più grandi calunnie a nostro carico aizzando così sempre più l’odio già predicato dall’islamismo».
Del resto, logica deduzione era che per i Libici «l’unica distrazione alla perpetua vita d’ozio [fosse] il fare un poco di guerra»19.

Gli Italiani avrebbero quindi dovuto fare i conti con un fanatismo inscritto nel “codice genetico” dell’Islàm:

«Il motivo principe dell’espansione islamica, piuttosto che nella consapevolezza di diffondere una civiltà si deve identificare nel fanatismo religioso, [nella] essenza schiettamente fanatica e conquistatrice dell’Islam»20.

Si era senz’altro di fronte a un popolo di

«unilaterali, tenaci, fanatici. Gli arabi altro atteggiamento di vita non intendono, e, riportando essi ogni cosa alla religione, credono che altrettanto facciano gli altri popoli, e se si accorgono che non lo fanno, li disprezzano. L’indifferente, il libero pensatore, l’ateo sembra loro un essere mostruoso, un essere che va contro la natura, al quale perfino l’idolatra è infinitamente superiore»21.

In una micidiale mistura di religione e nazionalismo, il fanatismo predominante in tutti i popoli asiatici, «caratteristico specialmente tra i Maomettani», era un dato da tenere nella massima considerazione per non vedersi d’improvviso sopraffare da un autentico «potere spirituale malefico»22.

Che cosa rispettano?
Se alcuni tratti del carattere libico erano ricondotti all’influsso della loro religione, altri li avrebbero contraddistinti in qualità di «orientali». In via generale si riteneva opportuno trattarli duramente («gli orientali non rispettano che la forza»23) e sin dal momento delle prime operazioni militari si era battuto con insistenza su questo tasto, con gli Arabi che senza dubbio avrebbero preferito gli Italiani «liberatori» ai Turchi, nel caso i primi si fossero dimostrati più “forti”:

«;Sarebbe un errore credere che una politica di dolcezza, di tolleranza ci cattivi l’animo dell’arabo se non è accoppiata alla inesorabilità. […] Il diritto del più forte è l’unico riconosciuto e sopra loro una meritata lezione colle armi oggi significa la pace solidamente stabilita»24.

La legge della frusta era perciò reputata l’unica in grado di far rigare dritto:

«Né la riconoscenza né i servizi resi, né la dolcezza e l’umanità dei trattamenti, nulla farà che il barbaro dia il suo cuore o la sua fiducia al civilizzato. La forza soltanto lo costringe a rispettare l’opera civilizzatrice del signore ch’egli è incapace d’apprezzare e perfino di comprendere. Ma il giorno che questa forza cede, in cui anche il padrone s’abbandona, ci si può attendere le peggiori catastrofi»25.

Le istruzioni sul comportamento da tenere di fronte all’indigeno valevano non solo per il militare, per il funzionario, ma anche per l’italiano comune, per il turista. È per questo che in Colonia costituiva buona norma

«non fidarsi mai del primo venuto, ancorché la prima impressione ricevutane possa essere ottima; sorvegliarlo invece, dandogli prova di fermezza anziché d’eccessiva bontà»26.

In maldestri tentativi di definire ciò che gli Arabi reputassero superiore, si trova tutto e il contrario di tutto, dalla forza bruta alla capacità economica27, dalla dimostrazione di potenza alla ostentazione di ricchezza. È così che ci si poteva atteggiare a fini psicologi plaudendo alla costruzione di un adeguato palazzo del Governo a Tripoli, capace di «influire […] sulla mentalità araba proclive a riconoscere la potenza della ricchezza»28.

Un popolo dedito al piacere
Lo stereotipo dell’arabo lussurioso29, circondato da diafane fanciulle ed efebi coppieri, in barba alle regole della legge religiosa, fu tra quelli che, con l’intento di castigarne la presunta immoralità, vennero agitati contro i

«santoni senussiti, [uno dei quali] possiede un harem di una trentina di donne […]. Poiché non può essere permesso, nemmeno nel Sahara, un simile sconcio, sarà bene un po’ d’isolamento per questo capo da operetta, vivente in un mondo così poco pulito, [in cui] il traffico più importante era, sino a ieri, quello degli schiavi»30.

La stessa fede religiosa islamica, con il suo realismo scambiato per basso senso pratico, sarebbe stata alla radice della pretesa lussuria degli Arabi. La rottura del digiuno si prestava così (come oggi) a descrizioni ironiche che rafforzavano il senso di superiorità morale occidentale:

«Tutta quella gente che sembrava estatica dinanzi allo spettacolo meraviglioso della natura, si precipita sulle vivande, sul caffè, sulle sigarette, sull’idromele; e con sorprendente voracità divora tali quantità di cibo, che noi non riusciremmo a mangiare in un’intera settimana. Calmata “la furia famelica”, si beve e si fanno “fantasie”»31.

Per rinsaldare quel senso di superiorità, anche un vecchio argomento polemico come la supposta lussuria della raffigurazione musulmana del Paradiso era ancora buono:

«Per la vita futura infine, la religione di Maometto assicurava mollezze, delizie, felicità materiali»32.

Alcune incapacità mentali
Se però andava ravvisato un aspetto particolarmente grave di questa «mentalità araba», si trattava dell’incapacità, «pur nelle persone più intelligenti ed istruite, a comprendere la civiltà occidentale»33, e già all’epoca dell’aggressione ci si domandava il perché di tante difficoltà, da parte di razze giudicate apertamente inferiori, ad assimilare la nostra civiltà34. Che ne sarebbe stato del buon esito della «missione di civiltà», considerato il limitato numero di Libici «intelligenti ed istruiti», ovvero gli educati “all’occidentale”, quelli che i Francesi –con un termine estremamente rivelatore– chiamavano «évolués»35?
L’idea dominante era quella di popoli talmente calcificati nelle loro abitudini da voltare le spalle ad un mondo di delizie offerto amorevolmente:

«È un profondo errore il credere che gli Arabi siano pronti ad apprezzare il valore ed i benefici della nostra civiltà. […] Quei termini di civiltà che per noi sono i telegrafi e le ferrovie, l’agricoltura intensiva e l’industria delle macchine, quella agiatezza che insomma è frutto della nostra quotidiana e instancabile attività di lavoro, rimangono incomprensibili a quei popoli abituati, ormai fatti a una vita misera, sudicia e inerte. Essi sperimentano soltanto, che i ritrovati della nostra civiltà in nessun modo compensano la perdita d’una egoistica ed anarchica libertà individuale, che per loro è il supremo dei beni»36.

Altra insopportabile caratteristica mentale araba era l’incapacità totale di quantificare la lunghezza di un percorso in relazione al tempo occorrente per percorrerlo: l’italiano in Colonia avrebbe perciò fatto bene a diffidare delle informazioni date da un libico prima di mettersi in viaggio37.
Così, dall’esercitarsi in uno psicologismo da quattro soldi al diagnosticare delle patologie, il passo è breve:

«La facoltà di generalizzare, quella di assurgere dallo individuale all’universale e l’associazione costruttiva, si può dire che gli sono, se non ignoti, certo inconsueti; [di qui il] disordine caratteristico che si riscontra nei ragionamenti, nella filosofia, nella letteratura degli arabi. […] Ogni loro manifestazione intellettuale è caratterizzata da un logico e ordinato disordine»38.

Irrequieti e turbolenti per natura
Abbiamo dunque già appreso come differenti luoghi comuni venissero applicati alle popolazioni della Libia a seconda del fatto che se ne mettesse in risalto il carattere “arabo”, “orientale”, “musulmano”.
Il “beduino”, il “nomade” –assolutamente fuori luogo nel quadro dell’opera “civilizzatrice”– non sfuggiva alla regola ed anche per lui vi era la classica scorta di immagini precostituite.

«L’irrequietezza delle genti, per cui fu già famosa in antico la Cirenaica e che provocò memorabili repressioni romane, si perpetua nelle tribù beduine»39.

Il giudizio sui nomadi sconfitti era drastico: il “Bene” aveva avuto ragione di gente “ribelle” che neppure era in grado di immaginare i benefici derivanti dalla (loro) sottomissione e che impediva di estendere l’«opera di avvaloramento» sul Jebel cirenaico40.

Ecco due esempi –tratti da una pubblicazione destinata al grande pubblico– del modo in cui questi venivano descritti:

«Sono gli estremi rappresentanti della barbarie africana che, sospinti nelle solitudini desertiche, tessono disperatamente le ultime trame del loro medioevo: nemici d’ogni legge e d’ogni ordine sociale: che non volendo inquadrarsi con le popolazioni civili, stanno asservite alla volontà di mestatori e di filibustieri, e vivono di guerra, di aggressioni e di rapina: la sola storia che sanno creare”; “Il brigante della tradizione popolare d’occidente era generoso, e si batteva anche ad armi ineguali. Ma il predone libico è un ladro che spia, che sta in agguato, e si lancia sulla preda solo in condizioni di perfetta sicurezza41. [Egli] è di una scaltrezza e di una violenza sanguinaria senza limiti»42.

Inguaribili «predoni» sarebbero stati in particolar modo i Berberi, l’elemento indigeno discendente dagli antichi Libi, caratterizzato da un «minuto incoercibile particolarismo di gruppo, di tribù, di paese, di quartiere»43; individuarne le caratteristiche era un gioco da ragazzi, visto che nei millenni… non erano cambiate di un capello:

«Di fronte a poche doti, quali la sobrietà, il coraggio, la resistenza alla fatica e al dolore fisico, gli antichi li accusarono di essere sensuali, crudeli, dissimulatori, leggeri, incostanti, pigri, turbolenti, vendicativi, tendenti al furto e al saccheggio, non curanti della verità e della parola data, disposti a tradire in caso di convenienza, forti coi deboli e deboli coi forti; né forse, ove fossero lasciati fare, si dimostrerebbe inesatto anche oggi un tanto fosco quadro»44.

Negativo era anche il giudizio dello studioso d’islamistica Leone Caetani (uno dei pochi che in Parlamento si opposero all’«impresa di Libia»), che li dipingeva come

«nomadi, turbolentissimi, ribelli a ogni influenza esterna, avversi a ogni miglioramento della propria condizione morale»45.

Il Malvezzi, riunendo in un collage le supposte peculiarità di vari popoli al fine di giungere alla definizione delle caratteristiche naturali dei Berberi, da quelle dell’arabo sceglieva

«l’egoismo, la violenza, la tendenza all’odio, la sete di vendetta, il senso dell’indipendenza»46.

Com’è facilmente intuibile, da una vera e propria riserva di stereotipi e di pure e semplici ingiurie –adattabili a qualsiasi popolo– il polemista di turno poteva attingere a seconda delle proprie inclinazioni.
La “bocciatura” era poi drastica anche per i Tebu del massiccio del Tibesti47. In un paesaggio spesso paragonato ad un inferno dantesco vivevano popolazioni la gerarchia tra le cui tribù risultava confermata da una tradizione locale: riferirla minuziosamente serviva anche ad illustrarne la scaltra mentalità48.

L’ignavia araba opposta al dinamismo occidentale
Quello della pigrizia degli abitanti della Libia era un vero e proprio ritornello; da una parte, l’intero sistema di vita libico, caratterizzato da tempi tutt’altro che frenetici, veniva giudicato pigro e indolente, dall’altra, si trovava il pretesto per svolgere –con la coscienza a posto– quella missione di cui gli Italiani in Colonia si sentivano investiti.
In quadretti di vita indigena si ritraevano uomini inoperosi e completamente apatici, il cui unico obiettivo sarebbe stato il guadagnare lo stretto indispensabile per la sopravvivenza.

L’ignavia indigena era a dir poco proverbiale: il problema dell’acqua sussisteva a causa di un difetto atavico che, nei secoli, avrebbe fatto sì che le opere idrauliche greche e romane cadessero in un penoso stato49; pascoli, boschi e frutteti del Jebel cirenaico si erano “inselvatichiti per l’indolenza e l’ignavia araba”50.
I resti di Leptis Magna, invasi per secoli da dune di sabbia, non avevano

«scosso l’apatia dei pochi arabi dei dintorni, contenti delle loro tende e delle loro capanne, e ben lontani dall’idea di interrompere i loro riposi per affaticarsi intorno a delle pietre poste una sull’altra»51.

Mettendo in moto l’immaginazione si veniva così a delineare il ritratto di un’intera zona pullulata di sfaccendati: «Il carattere degli abitanti di Giofra è piuttosto mite, tranquillo, indolente»52. Gli abitanti del Tibesti, per i quali «il lavorare è un’onta come per noi il rubare»53, pigri ogni oltre decenza, venivano perciò bollati come «chiusi a ogni influenza della civiltà: […] si beano in un ozio quasi completo, quando non camminano, e si limitano a fabbricare qualche strano e ridicolo oggetto di cuoio e di giunchi»54.

Per spiegare il perché di questa grave tara, non si trascurava quindi di fare appello a considerazioni dettate da un marcato determinismo geografico («La pigrizia orientale è nata nel deserto nelle interminabili traversate a dorso di cammello per desolate solitudini»55) o da un approccio quanto mai semplicistico verso la religione islamica:

«Durante queste ore [del digiuno di Ramadân] i fedeli non possono né bere, né mangiare, né fumare: non possono neanche lavarsi il viso, per téma che qualche goccia d’acqua entri in bocca; si può lavorare, ma il puro necessario per procurarsi il cibo per la notte. […] Del resto gli arabi lavorano sempre così»56.

L’infingardaggine araba –ma in fondo di tutti i popoli non conquistati al nostro modello– era in definitiva qualcosa di ben più grande di una semplice non-voglia di lavorare; era semmai una malattia dell’anima, una vera prostrazione interiore57, al punto che neppure l’«educazione al lavoro italiano» sarebbe servita a molto:

«Generalmente coraggiosi, non sono molto resistenti alle fatiche come si potrebbe supporre. Per i lavori pesanti, in genere sono poco adatti, rendono un terzo dell’operaio europeo e debbono essere costantemente sorvegliati»58.

Elucubrazioni tayloristiche di questo tipo avrebbero comunque trovato una sistematizzazione nell’ambito delle teorizzazioni sul ruolo da riservare agli indigeni in un sistema interamente controllato dagli Italiani.

Fonte: http://www.estovest.net/storia/pregiudizio.html

 

Da notare come anche questo articolo è stato fatto sparire dal sito originale

Haftar: come un traditore viene fatto passare per “salvatore” della Libia

in questi giorni (eravamo a dicembre 2014), si trovano molti articoli, reportage, perfino qualche intervista al generale Haftar, ci viene spiegato che è l’ unica salvezza per la Libia, che combatte gli islamisti, ecco uno di questi articoli.

«Combatto il terrorismo anche per voi: se vince in Libia arriva in Italia»
Parla il leader degli anti-islamici, il generale Haftar, ex comandante di Gheddafi, tornato in Libia nel 2011: «Non sono un uomo della Cia, ma ora mi servono armi»
di Francesco Battistini, Generale Haftar, state per conquistare Bengasi?
«Lo spero. L’importante è che il parlamento libico lasci Tobruk e torni a lavorare nella città liberata dalle milizie islamiche. Il mio compito è di portarcelo. Mi sono dato una deadline: il 15 dicembre…».
Di colpo, salta la luce e gli uomini della sicurezza gli sono subito addosso. Nel buio, il generale dice «è la guerra a Bengasi, afwan»: scusate… L’unico sorriso che ci concede è di sollievo, quando la stanza si riaccende. Vecchio uomo nuovo della rivoluzione libica, una faccia socchiusa alle emozioni, a 71 anni Khalifa Haftar sa maneggiare la paura. Il più osservato dai lealisti di Tobruk e dalle milizie di Zintan, che sospettano della sua ambizione. Il più odiato dai fratelli musulmani di Tripoli, che hanno messo una taglia su di lui temendone i grandi protettori al Cairo e nel Golfo. Vive nascosto tra questa casamatta color senape dell’eliporto di Al Marj, l’antica Barca alle porte di Bengasi, e decine di rifugi che cambia ogni notte. Sospettoso di tutti, irraggiungibile da molti. Ci vogliono due settimane d’appuntamenti mancati, i fedelissimi della brigata 115-S che ti svitano

pure la biro, e controllano ogni pulsante del fotoreporter Gabriele Micalizzi, prima d’arrivare a stringergli la mano e chiedergli un’intervista in esclusiva per il Corriere . Tre figli al fronte con lui. Due figlie all’estero sotto copertura. Dopo vent’anni d’America, a metà fra la guerra lampo e il golpe, lo scorso febbraio il generale è spuntato dal nulla e ha lanciato la sua Operazione Karama (dignità) contro gl’islamisti di Alba libica e Ansar al Sharia. Alle spalle ha un piccolo mappamondo. In mente, una Libia senza barbe fanatiche. Nel cuore, un antico condottiero dell’Islam: «Khaled Ibn Al Walid. Lo conosce? E’ il più grande stratega della storia. Prima combatté i musulmani, poi si convertì e si mise con loro. Senza perdere mai una battaglia. Ancora oggi uso certe sue tattiche…».
Come quella su Tripoli? Ha appena lanciato un’offensiva pesante…
«Con Tripoli è solo l’inizio: ci servono più forze, più rifornimenti. Mi sono dato tre mesi, ma forse ne basteranno meno: gl’islamisti d’Alba libica non sono difficili da combattere, come non lo è l’Isis che sta a Derna. La priorità resta Bengasi: Ansar al
Sharia è ben addestrata, richiede più impegno. Anche se non ha grandi strateghi militari e ormai siamo in vantaggio: controlliamo l’80 per cento della città».
A Vienna i leader mondiali hanno detto che il vuoto di potere, in questa guerra civile, fa paura.
«Finalmente se ne accorgono. Il parlamento a Tobruk è quello eletto dal popolo. Quella di Tripoli è un’assemblea illegale e islamista che vuole portare indietro la storia. Ma la vera minaccia sono i fondamentalisti che cercano d’imporre ovunque la loro volontà. Tripoli s’affida a loro, lascia che combattano contro di noi a Bengasi. Ansar al Sharia usa la spada in tutto il mondo arabo ed è appena finita nella lista Onu del terrorismo. Se prende il potere qui, la minaccia arriverà da voi in Europa. Nelle vostre case».
Vuol dire che lei sta combattendo per noi?
«Certo. Combatto il terrorismo nell’interesse del mondo intero. La prima linea passa per la Siria, per l’Iraq. E per la Libia. Gli europei non capiscono la catastrofe che si rischia da questa parte di Mediterraneo. Attraverso l’immigrazione illegale, ci arrivano jihadisti turchi, egiziani, algerini, sudanesi. Tutti fedeli ad Ansar al Sharia o all’Isis: quanti italiani sanno che davanti a casa loro, a Derna, è stato proclamato il califfato e si tagliano le teste? L’Europa deve svegliarsi».
S’aspetta un sostegno in armi, come quello dato ai curdi?
«Non c’è bisogno di venire e dirvi: per favore, aiutatemi. Siete voi che dovete capire se è il caso di aiutare Haftar. L’Egitto, l’Algeria, gli Emirati, i sauditi ci mandano armi e munizioni, ma è tecnologia vecchia. Non chiediamo che ci mandiate truppe di terra o aerei a bombardare: se abbiamo le forniture militari giuste, facciamo da noi. Il mondo vede i nostri soldati decapitati, le autobombe, le torture: potete accettare tutto questo?».
Vuole ricacciare in un angolo i fratelli musulmani: Haftar si candida a essere per la Libia quel che è stato il generale Al Sisi per l’Egitto?
«L’Egitto e Al Sisi sono una cosa molto diversa dalla Libia. L’unica cosa in comune è che finalmente sono i popoli a scegliere. Poi, c’è la mia posizione politica. Ho iniziato Karama per rispondere alla richiesta dei libici che non ne potevano più. Se sarà necessario, continueremo insieme la nostra battaglia militare e poi politica».
Operazione Dignità: l’ha inventato lei, questo nome?
«Certo. Ci sono due parole: operazione, che significa il percorso militare per raggiungere un risultato; karama, che nasce dalla domanda “di che cosa abbiamo bisogno?”. L’ho chiesto ai miei ufficiali. Molti suggerivano il nome d’Omar Mukhtar, l’eroe libico. Ma quello che stiamo affrontando è più di quel che affrontò Mukhtar. Dignità è una parola che dà la speranza in qualcosa che i soldi o il petrolio non ti possono dare».
Amnesty ha avuto parole molto dure sulle sue milizie. E si dice che lei sia pagato dagli Usa: gli americani che la liberarono da una prigione del Ciad, quando Gheddafi l’aveva mollata; la Cia che le diede casa a pochi chilometri dalla sua sede di Fort Langley…
«Karama non è legata ad altri Paesi. Nasce dai libici. Io sto combattendo una guerra chiara e trasparente a pochi chilometri da dove sono nato. Ho fatto molte campagne, dal Kippur al Ciad, sono abituato alla vita militare, ma questa è la mia sfida più dura. Purtroppo, ci sono politicanti che mestano nel torbido, m’associano alla Cia per screditarmi».
Si può dire almeno che gli americani l’apprezzeranno, se riuscirà a vendicare l’uccisione del loro ambasciatore a Bengasi, Chris Stevens…
«Deborah Jones, l’ambasciatrice Usa, non mi sponsorizza, tutt’altro. Quando l’ho sentita parlare, ho pensato che piuttosto sostenesse i Fratelli musulmani: Washington sta giocando una partita ambigua e doppia, come gli europei…».
Ha parlato della sua guerra del Kippur: accetterebbe un aiuto da Israele?
«Il nemico del mio nemico è mio amico. Perché no? Ma non credo che Israele mi appoggerebbe, sono troppo impegnati a destabilizzare la Libia attraverso il terrorismo».
Preso da: http://www.corriere.it/esteri/14_novembre_28/combatto-terrorismo-anche-voi-se-vince-libia-arriva-italia-194b88b0-76c9-11e4-90d4-0eff89180b47.shtml

Non dimentichiamo mai che Haftar è un uomo della CIA, ha avuto un suo ruolo nella finta rivoluzione, INVASIONE NATO/RATTI del 2011, ed adesso gli stessi invasori vogliono metterlo a capo della loro colonia Libia.
Dalle poche notizie che arrivano dalla Libia ( peraltro tutte presenti sui social media), NON è Haftar che combatte i terroristi islamici, ma le tribù libiche oneste, il popolo, la gente, quelli che non si sono venduti.

Come l’Occidente desiderava installare per forza Haftar in Libia

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Come l’Occidente desidera installare per forza Haftar in Libia: il Times ( Gran Bretagna) : Haftar si sta preparando a marciare verso la capitale Tripoli
il Times britannico ha detto Giovedi che il Maggiore Generale Khalifa Belqasim Haftar, è stato accettato dalla Camera dei Rappresentanti a Tobruk al servizio nell’esercito libico, infine si è dichiarato disposto a lanciare un’offensiva di terra per liberare Tripoli. **** (Quello che non dicono è che Haftar non ha qualità di leadership, tutta la pulizia degli estremisti di Bengasi è stato fatto dalle tribù d’onore e dei civili di Bengasi mentre Haftar era a chilometri da tutti i combattimenti a Bengasi. Gran Bretagna, USA e Francia vogliono fare Haftar un eroe. non dimentichiamoci che è un uomo della CIA che ha combattuto contro la Jamahiryia per rovesciare Gheddafi, aveva anche la sua milizia. Dal 2011 al febbraio 2014 ha reso la vita di libici un inferno, fino a che USA , Regno Unito e Francia hanno deciso che non possono avere uno stato fallito così hanno finanziato Haftar, per inventare un colpo di stato in febbraio 2014, che nessun cittadino libico lo prese sul serio ed è stato condannato da tutti i libici, a questo punto si rifugiò a casa del Ambasciatore Deborah Jones a Tripoli è rimasto lì fino a che (USA / CIA) lo potevano prendere da Tripoli e lo spediremo via a Bengasi, dove gli sono state date tutte le forniture militari, aerei, consulenti, PR ed uomini dell’ ” esercito nazionale” che lo hanno seguito ed ha reso il secondo colpo di stato in maggio 2014.
 Haftar è stata assistito dai suoi PR e dai consiglieri dell’ esercito di fare una dichiarazione in cui si ammette che la rivoluzione Jamahirya è stata la vera rivoluzione e senza spargimento di sangue. Il 17 Feb non è una vera e propria rivoluzione, perché hanno usato un intervento straniero che ha concluso con bombardamenti NATO . Questo può ingannare i libici per un paio di settimane, perché nella prima difficoltà che Haftar ha incontrato con Ansar Al Sharia è scappato fuori Bengasi e le tribù hanno assunto il controllo . Quindi, per favore non lasciatevi ingannare che Haftar sta facendo tutto il lavoro. Nessuno dei leader delle Tribù è con lui l né il governo confinato in Tobruk. Il PM Thani è un ottimo diplomatico e la FUKUS ha insistito sul fatto che, se si vuole avere un paese con pace e piuttosto si dovrà lasciare Haftar prendere l’iniziativa e questo è ciò che hanno fatto. In realtà Haftar ha solo poche centinaia di soldati che lo proteggono, mentre le tribù d’onore sono quelli che combattono e puliscono del paese.)
Haftar ha detto che il suo governo riconosciuto a livello internazionale si è affidato a lui, sotto la guida della missione il primo ministro Abdullah al-Thani per scovare i militanti islamisti , ha detto: “Molte migliaia di soldati si preparano a entrare nella capitale, gestito da milizie all’alba della Libia “, secondo il giornale.
È interessante notare che il generale di Haftar,ha lanciato da metà maggio l’ operazione dignità a Bengasi, in Libia orientale, che è controllata degli islamisti, e ha promesso di sradicare loro da ogni angolo del paese.
È interessante notare che la Libia è testimone di una lotta tra milizie rivali, sia a livello politico, governata dai due governi e due parlamenti, Uno il governo della Camera dei rappresentanti ” eletti” e riconosciuto a livello internazionale in Tobruk, a Tripoli l’altro governo guidato da Omar Hassi, la Conferenza nazionale
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How the West want to Install by force Haftar in Libya:Britain’s Times: Haftar preparing to march to the capital Tripoli
Britain’s Times newspaper said on Thursday that Major General Khalifa Haftar, has been accepted by the House of Representatives in Tobruk to service in the Libyan army, finally declared its readiness to launch a ground offensive to liberate Tripoli. ****(What they are not saying is that Haftar has no leadership qualities, all the cleaning of extremists in Benghazi has been done by the Honorable Tribes and the Benghazi civilians while Haftar was kilometers away from all the fighting in Benghazi. Britain, USA and France want to make Haftar a hero. Lets not forget he is a CIA asset who fought against the Jamahiryia to topple Qaddafi he also had his own Militia. From 2011 till February 2014 he made the lives of Libyans a living hell till the USA, UK AND FRANCE decided that they can not have a failed state so they financed Haftar to invent a coup de tat in February 2014 which no Libyan citizen took him seriously and was condemned by all Libyans at this point he took refuge at the house of the Ambassador Deborah Jones in Tripoli he stayed there till they(USA/CIA) could take him out of Tripoli and ship him off to Benghazi where he was given all of the army supplies, planes, advisors, PR and got through to some of the National Army who followed him and made the second coup de tat in May 2014. Haftar was advised by his PR and army advisors to make a statement where he admits that the Jamahirya revolution was the real revolution & bloodless. The 17 Feb is not a real revolution because they used foreign intervention which concluded by NATO bombing us. This fooled the Libyans for a few weeks, because in the first difficulty that Haftar encountered with the Ansar Al Sharia he escaped out of Benghazi and THE TRIBES TOOK OVER. So please do not be fooled that Haftar is doing all the work. None of the Tribe leaders trust him and neither the government in Tobruk. The PM Thani is a very good diplomat and the FUKUS has insisted that if you want to have a country with peace and quite you will have to let Haftar take the lead and that is what they have done. In reality Haftar has only a few hundred soldiers who are protecting him while the Honorable Tribes are the ones who are fighting and cleaning the country.)
Haftar said, which its internationally recognized government entrusted to him under the leadership of Prime Minister Abdullah al-Thani mission to flush out militants from among Islamist backed by Libya, said: “Many thousands of soldiers are preparing to enter the capital, run by militias dawn of Libya,” according to the paper.
It is noteworthy that Major General Haftar, launched since mid-May dignity process in Benghazi, eastern Libya, to be cleared of the Islamists, and vowed uproot them from every corner of the country.
It is noteworthy that Libya is witnessing a fight between rival militias, and at the political level, governed by the two governments and Parliaments, One the government of the House of Representatives elected and internationally recognized in Tobruk, in Tripoli the other government led by Omar Hassi, the National Conference of the year.
Source: http://libyaagainstsuperpowermedia.org/2014/11/28/how-the-west-want-to-install-by-force-haftar-in-libyabritains-times-haftar-preparing-to-march-to-the-capital-tripoli/

Fuga all’inferno e altre storie, di Muammar Gheddafi – Un brano 1

Copertina
Gheddafi Muhammar
Fuga all’inferno e altre storie
introduzione di Valentino Parlato

2005 pp.128 14,00 €

Conoscevamo il Gheddafi provocatore, arringatore di folle, profeta; qui ci si rivela, in una dozzina di sorprendenti novelle, un Gheddafi scrittore e poeta, dalla personalità complessa e profondamente riflessiva. In queste storie, tra la favola moderna e la parabola morale, emerge, forse più che nei suoi interventi politici, il carattere particolarissimo di questo personaggio del nostro tempo, tanto attento alle trasformazioni portate dalla modernità quanto legato all’antica cultura beduina con le sue radici nomadi e con il suo attaccamento alla natura solitaria del deserto. Lontani dall’immediatezza della politica, questi racconti non mancano tuttavia, in forma metaforica e visionaria, di bersagli polemici come certi potentati musulmani legati mani e piedi agli Stati Uniti o come gli integralisti, cui Gheddafi imputa un carattere retrogrado e criminale. Alla fine di questa lettura avremo scoperto un personaggio davvero fuori dal comune.

INTRODUZIONE
Valentino Parlato

1. Questa è la prima edizione in lingua italiana (tradotta direttamente dall’arabo) di Fuga all’inferno e altre storie, una raccolta di scritti letterari di Muhammar Gheddafi, il discusso leader che dal 1969 regge le sorti della Libia. Qualche parola su questa Libia, che è sfondo e materia dei racconti e che è anche il paese dove sono nato e vissuto fino all’età di vent’anni.

Senza andare troppo indietro, alle presenze puniche e romane fermiamoci un po’ sull’occupazione italiana del 1911 che già con il governo Giolitti fu ferocemente repressiva (sterminio di villaggi, deportazioni, impiccagioni)1.
Il fascismo diede poi corso con l’annessione all’Italia (la «Quarta sponda», cioè la costa sud della nostra penisola) a una colonizzazione demografica, con l’esplicito obiettivo della progressiva riduzione della popolazione libica, che, peraltro, a differenza di quanto avveniva nelle colonie francesi di Tunisia e Algeria, era esclusa dalle scuole pubbliche, salvo pochissime eccezioni ad personam. La terra coltivabile della fascia costiera, salvo poche piccole oasi, era data tutta in concessione ai cittadini italiani, tra i quali anche mio nonno in quel di Sorman. Un significativo impulso a questa «italianizzazione» si ebbe nel 1938 con la costruzione dei villaggi agricoli e lo sbarco di ventimila italiani poveri provenienti dai territori della Bassa veneta e emiliana (l’attuale vescovo di Tripoli viene da una famiglia del villaggio Breviglieri)2; era il 1938 appena un anno prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, altra prova della «lungimiranza» del governo di Mussolini e di Balbo3.
È con la memoria di questo passato che, il 29 aprile del 1990, Gheddafi annuncia questi racconti per celebrare il 75° anniversario dello sterminio della colonna Miani avvenuto nel 1915. Allora le forze militari italiane erano impegnate sul fronte della prima guerra mondiale e le forze della ribellione libica riuscirono a sconfiggere duramente (a quello scontro partecipò anche il padre di Gheddafi) la formazione militare italiana guidata dal colonnello Miani, il cui nome fu poi dato a uno dei villaggi agricoli del 1938. Vale ricordare che in quegli anni l’occupazione italiana – per la spinta della ribellione libica – si era pressoché ridotta alla sola città di Tripoli e che la riconquista portata avanti da Badoglio e Graziani (con abbondanza di impiccagioni tra le quali da ricordare quella di Omar el Muktar, il famoso «Leone del deserto» (il film non è mai stato proiettato nelle sale cinematografiche italiane) si concluse solo nel 1931 con l’occupazione dell’oasi di Cufra.
Ho scritto queste sommarie note (forse troppo sommarie) sulla storia della colonizzazione italiana della Libia e anche della sua storica dipendenza (penultimi padroni i turchi, che Gheddafi, non a caso, non ama) perché questa storia è il sottofondo, e anche il tormento, dell’autore dei racconti, che ha dato, forse per la prima volta nella storia, alla Libia la dignità di nazione. Il passaggio da «scatolone di sabbia». e poi feudo petrolifero, a nazione non è opera da poco.
La prima pubblicazione a stampa di questi racconti si ebbe nel 1993 a Sirte – residenza preferita dal leader – in forma dimessa, direi quasi clandestina, non ci fu nessun lancio propagandistico, operazioni nelle quali il leader è maestro, quasi a sottolinearne la sofferenza. Questi testi furono ripubblicati in Egitto e nel 1996 a Losanna, in francese, ad opera della casa editrice Favre, con un’introduzione di Guy Georgy, primo ambasciatore di Francia presso la repubblica libica. Subito dopo si ebbe l’edizione in lingua inglese, per una casa editrice Usa e ancora, nel 1998, un’edizione in Canada, in lingua francese, con introduzione di Pierre Salinger, già portavoce di John F. Kennedy e poi protagonista della campagna elettorale di Robert Kennedy e infine senatore della California4.

2. A questo punto è inevitabile – con implicazioni culturali e politiche – una domanda; perché solo ora, dopo tanto tempo e ancora per i tipi di una casa editrice, la manifestolibri, piccola e controcorrente, viene pubblicata quest’opera del leader libico? Perché le culture francofone e anglofone hanno valutato utile tradurre e pubblicare subito questi scritti, mentre la cultura e la politica del nostro paese hanno preferito far finta di niente, ignorare? E tutto ciò nonostante i torti dell’Italia nei confronti della Libia, nonostante gli aspri conflitti del passato, antico e recente? Presunzione o miopia?
Per correttezza vale precisare che di questi scritti la stampa quotidiana italiana si è occupata, anche con firme di prestigio, penso tra gli altri a Igor Man sulla Stampa del 25 giugno 1998. Ma anche questo – sospetto – si è avuto più sull’onda del successo del libro di Angelo Del Boca (Gheddafi, una sfida dal deserto, pubblicato da Laterza nel 1998, con un capitolo sulle novelle) piuttosto che per conoscenza diretta e interesse effettivo all’opera del leader libico.
Ma detto tutto ciò la domanda resta ed è pesante: perché solo ora, a più di dieci anni dalla sua prima pubblicazione arriva nelle librerie la traduzione italiana di questi scritti? La questione non è formale. Tocca il significato di questo libro e parla dell’Italia di oggi: de te fabula narratur.
La mia risposta è duplice e temo che possa suonare schematica e arrogante. Per un verso penso che la nostra attuale cultura sia pigra, succube delle mode che vengono dall’occidente «avanzato» e spocchiosa e supponente rispetto a quel che arriva dal Sud. Per l’altro verso, e la mia critica è più pesante, c’è l’ignavia della nostra politica e anche della nostra diplomazia, che non hanno avuto neppure il sospetto che l’edizione italiana di questi scritti avrebbe potuto essere un’importante iniziativa politica tesa a migliorare i rapporti con la Libia, che vanno piuttosto male. Ora la politica estera e la diplomazia debbono incassare il fatto che Gheddafi abbia ritirato l’ambasciatore presso la Repubblica italiana e, ben di più, abbia restaurato la giornata «del lutto» o «della vendetta»5 in esplicita polemica con il nostro paese.
È dal 1969 che Gheddafi è al potere, sono passati ben 36 anni, i rapporti sono stati anche tempestosi, ma possibile che nel corso di tutto questo tempo il governo italiano non abbia affrontato e risolto la questione dell’indennizzo che, legittimamente, la Libia richiede in riparazione dei danni, delle deportazioni, delle morti a carico del nostro passato coloniale? Nonostante i buoni uffici di Andreotti, di D’Alema e anche di Dini6 non siamo riusciti a costruire un rapporto amichevole e stabile con Tripoli. E adesso, finito l’embargo e restaurati buoni rapporti con le potenze occidentali, Usa in testa, le nostre imprese, se il governo non fa una buona politica, rischiano di essere soppiantate dagli altri concorrenti e, soprattutto, dagli americani.
Noi, stato italiano, ci siamo comportati – anche la mancata edizione di questi racconti ne è un sintomo – come i più miopi degli avari, quelli che per non dare una lira oggi, saranno condannati a darne milioni domani. Quanto ci avrebbe avvantaggiato nei confronti dei libici una grande operazione di sminamento di quel territorio dove italiani, tedeschi e inglesi hanno seminato milioni di ordigni, che ancora uccidono animali e persone; lo stesso Gheddafi porta una cicatrice di questa nostra seminagione. Quanto ci avrebbe avvantaggiato la realizzazione tempestiva di un complesso ospedaliero. E poi, per ultimo la buffoneria di Berlusconi, che, in visita a Tripoli, promette – senza neppur sapere quanto costa – duemila chilometri di autostrada per poi negare e nascondersi. Senza neppure tentare di avviare i lavori, che, peraltro, avrebbero potuto dare alle imprese italiane un bel po’ di profitti.
Ma tutto questo, potrà obiettare il lettore, ha ben poco a che vedere con la raccolta dei racconti pubblicati in questo volume. Rispondo che questa Fuga all’inferno e altre storie ha molto a che fare con i rapporti tra i due paesi. Questo è un libro di narrativa, ma fortemente politica. È letteratura, ma che – come molta buona letteratura – agisce sugli uomini e sulle cose della politica.

Fonte:http://www.manifestolibri.it/vedi_brano.php?id=375

Libia: processo farsa contro Saadi Gheddafi rinviato all’11 luglio

Tripoli, 21 giu 09:40 – (Agenzia Nova) – Il tribunale della Corte d’appello di Tripoli ha rinviato all’11 luglio l’udienza del processo a carico di Saadi Gheddafi, terzo figlio del defunto colonnello libico Muhammar Gheddafi. Saadi è comparso stamattina davanti alla seconda sezione penale del tribunale di Tripoli, davanti al giudice Ramadan Balut, il quale si occupa del RIDICOLO “caso dell’uccisione dello sportivo Bashir al Riani avvenuta sotto il regime di Gheddafi” . Saadi ha fugato così le speculazioni su dove si trovasse dopo il trasferimento del carcere di al Hadba per motivi di sicurezza e la liberazione del fratello, Saif al Islam Gheddafi.

Nell’estate del 2015 alcuni video pubblicati sul web mostravano i funzionari della sicurezza di Tripoli mentre torturavano e minacciavano Saadi Gheddafi nel tentativo di estorcergli una confessione. Il terzo figlio del colonnello è accusato, tra le altre cose, dell’”omicidio di un calciatore”  quando era capo della Federcalcio libica. Le immagini mostrano un funzionario della sicurezza mentre si rivolge al figlio del colonnello in tono minaccioso: “Puoi parlare ora di sua spontanea volontà o i nostri ragazzi ti faranno sedere su un proiettile calibro 23 millimetri per avere tutte le informazioni”. Un altro funzionario ricorda che “qui dentro abbiamo rotto le costole di Abdullah Senussi”, l’ex capo dei servizi segreti di Gheddafi. Saadi, da parte sua, chiede di rimuovere la benda sugli occhi: “Non ora, dopo”, rispondono i carcerieri di Tripoli, chiedendo all’ex calciatore di Perugia, Udinese e Sampdoria dei suoi presunti collegamenti con altri gruppi islamisti. “Mi faranno del male. Giuro su dio che mi faranno del male”, risponde uno spaventato Saadi Gheddafi. In un altro video, Saadi viene ripetutamente colpito sulle piante dei piedi con un bastone.

Intanto s’infittisce il ministero sulla sorte di Saif al Islam Gheddafi, del quale si sono perse ufficialmente le tracce dalla sera del 9 giugno quando la brigata Abu Bakr al Siddiq di Zintan lo ha liberato dallo stato di detenzione nel quale si trovava da alcuni anni. Le notizie diffuse subito dopo la sua liberazione lo davano ad al Baida, protetto dalle tribù locali, mentre negli ultimi giorni sono circolate voci sulla sua presenza a Ubari, nel sud della Libia. In realtà nelle ultime ore è circolato sul web un video che, secondo fonti algerine, ritrarrebbe lo stesso Saif al Islam insieme a dei tuareg nella città di Ubari. Nel video pubblicato sul web Saif al Islam sarebbe l’uomo che, vestito di una lunga tunica marrone, cammina insieme a esponenti di tribù tuareg per le strade di Ubari, città nel sud della Libia al confine con l’Algeria le cui famiglie sono legate a quella dei Gheddafi. A riferirlo è il quotidiano algerino “al Fadjr”, secondo il quale presto il figlio del colonnello che ha guidato la Libia per decenni potrebbe ritornare ad avere un ruolo politico nel paese.

Saif al Islam era stato arrestato dalla brigata di Zintan nel novembre del 2011 mentre si trovava sulla strada per il Niger in fuga dopo la morte del padre. Nel luglio del 2015 il tribunale d’Appello di Tripoli lo aveva condannato a morte per la “repressione delle proteste”  in Libia. Si dice convinto di un ritorno sulla scena politica di Saif al Islam Gheddafi anche l’avvocato e analista politico Ibrahim Ghweil. Parlando nei giorni scorsi al Cairo nel corso di una festa organizzata nella capitale egiziana in occasione della liberazione del figlio del colonnello libico, Ghweil ha spiegato ai presenti che “nella prossima fase ci sarà una riconciliazione complessiva della società libica e verrà completato il progetto di Libia al Ghad (la Libia del domani, piano che con Gheddafi prevedeva il passaggio del potere di padre in figlio) che si è fermato nel 2011, per far uscire il paese dalla sua crisi”. A presentare questo piano, secondo Ghweil, citato dal sito informativo “Akhbar Libya”, sarà lo stesso Saif al Islam.

Il procuratore della Corte penale internazionale (Cpi), Fatou Bensouda, nel frattempo ha chiesto l’immediato arresto e la consegna alle autorità della Corte di Saif al Islam e Al Tuhamy Mohamed Khaled, sui quali spicca un mandato di cattura per “crimini contro l’umanità” . “Il mio ufficio è a conoscenza delle ultime notizie dei media secondo cui lo scorso 9 giugno Saif al Islam Gheddafi sarebbe stato liberato dal suo stato di custodia dalla brigata Abu Bakr al Siddiq della città di Zintan in Libia”, precisa la Bensouda in un comunicato stampa pubblicato dal sito della Cpi. “Attualmente stiamo verificando queste informazioni e prendendo le misure necessarie per determinare la posizione del signor Gheddafi. A tal fine, invito le autorità della Libia, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e tutti i paesi che aderiscono allo Statuto di Roma, altri stati ed entità pertinenti ad inviare al mio ufficio qualsiasi informazione pertinente in loro possesso”, si legge nella nota.

La scarcerazione della “Spada dell’Islam”, avvenuta in teoria venerdì 9 giugno, non era stata ancora confermata da un’apparizione pubblica. Sulla piattaforma Youtube erano stati caricati alcuni filmati del figlio di Gheddafi spacciati per nuovi, ma risalenti in realtà all’epoca della passata Jamahiriya. In rete circolava voce che Saif al Islam avrebbe fatto un discorso alla nazione il 27mo giorno del Ramadan (il 22 giugno), ma intanto la località dove si trova resta ancora un mistero. (Lit)

“L’attacco all’ambasciata Usa a Bengasi non è mai avvenuto”

Le dichiarazioni shock del giornalista freelance Jim Stone

La notizia è stata diffusa dal quotidiano online IbTimes. Il giornalista freelance Jim Stone, sostiene con convinzione che l’attacco all’ambasciata di Benghazi non sia mai avvenuto. Lo scrive sul suo blog. Il giornalista, si legge su IbTimes, “afferma la non esistenza di un’ambasciata Usa a Benghazi in quanto, secondo il sito ufficiale del Dipartimento di Stato Usa, l’unica ambasciata in Libia risulta essere quella di Tripoli“.

L’ambasciata di Benghazi, quindi, non esisterebbe. La prova è anche su Google Maps, dove non è possibile individuare ambasciate americane a Benghazi. Anche su Wikipedia, la lista delle ambasciate Usa confermata la presenza dell’unica ambasciata a Tripoli.

A Benghazi, secondo il giornalista, non esisterebbe neanche un consolato e nessun edificio diplomatico americano.

THERE IS NO U.S. EMBASSY, CONSULATE, OR ANY U.S. REPRESENTATION OF ANY SORT IN BENGHAZI LIBYA. EMBASSY KILLINGS NEVER HAPPENED.

Le foto che circolano in rete, e che ritrarrebbero l’edificio di Benghazi distrutto, sarebbero, secondo il giornalista, false. Nessuno ne può confermare la veridicità.

Sarete preoccupati di ciò che potrà succedere in futuro. Questa menzogna è talmente ovvia che potremmo distruggere la credibilità di Cnn, Fox, Abc e quant’altro. Non perdiamo questa occasione.” Queste le pesanti parole che il giornalista ha pubblicato sul suo blog.

Il freelance ha poi pubblicato gli articoli di alcuni autorevoli quotidiani che parlano dell’attacco a Benghazi: entrambi danno due location differenti per l’ambasciata. Si tratta del Guardian e del Daily Mail. Questo va ad avvolarare la tesi della non veridicità della notizia.
Fontehttp://www.cadoinpiedi.it/2012/09/17/lattaco_allambasciata_usa_a_bengasi_non_e_mai_avvenuto.html

Il “giornalista” Paul Conroy, agente operativo del MI6

Pubblicato il: 7 marzo, 2012

Il “giornalista” Paul Conroy, agente operativo del MI6

Réseau Voltaire  6 marzo 2012

Presentato come reporter del Sunday Times, Paul Conroy, che è appena fuggito dall’Emirato Islamico di Bab Amr, è un agente dell’MI6 britannico.
 
– Mahdi al-Harati ha sposato una donna irlandese e ha vissuto a Dublino. Paul Conroy è nordirlandese, ed è cresciuto a Liverpool.
Secondo l’ex premier Jose Maria Aznar, Mahdi al-Harati è ancora ricercato in Spagna per il suo coinvolgimento negli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004.
Nel 2010, con la barba e l’accurata copertura più di una ONG, Mahdi al-Harati era stato infiltrato dall’MI6 nella “Freedom Flotilla“, che cercava di portare aiuti umanitari a Gaza.
Mahdi al-Harati ha guidato la brigata di al-Qaida che aveva assediato l’hotel Rixos a Tripoli, nell’agosto del 2011. Secondo Khamis Gheddafi, era inquadrata da istruttori francesi. Una fonte militare straniera di alto livello, al-Harati ebbe dalla NATO la missione di catturare i leader libici rifugiatisi in una struttura segreta dell’hotel, e di assassinarvi il deputato ed ex-assistente di Martin Luther King, Walter Fauntroy. Doveva eliminare anche due dipendenti della Rete Voltaire, Thierry Meyssan e Mahdi Darius Nazemroaya, che risiedevano presso l’hotel Radisson, dove al-Harati aveva posto il suo centro di tortura. Questa decisione era stata presa in una riunione ristretta del comando NATO di Napoli, pochi giorni prima. La relazione menziona la presenza alla riunione di Alain Juppé. Interrogato su ciò, la sua segreteria ha negato qualsiasi coinvolgimento del ministro degli esteri francese e disse che era in vacanza, in quella data.
Nell’ottobre 2011, Mahdi al-Harati mise in scena, in Siria, un finto villaggio occupato, situato tra le montagne al confine turco. Per due mesi ricevette i giornalisti occidentali per vantare la “rivoluzione” siriana. Il villaggio è abitato da una tribù che era stata pagata per produrre delle manifestazioni e per posare per la stampa. Al-Harati vi ricevette anche Paul Moreira di Canal Plus e Edith Bouvier di Le Figaro.
– Abdelhakim Belhaj è il braccio destro di Ayman al-Zawahiri, e attuale numero due di al-Qaida. Anche se ufficialmente è ancora uno dei criminali più ricercati del mondo, è stato promosso dalla NATO a governatore militare di Tripoli. Abdelhakim Belhaj ha anche la  residenza in Qatar.
Abdelhakim Belhaj ha recentemente fatto diversi viaggi in Turchia, dove dispone di un ufficio nella base NATO di Incirlik, e in Siria dove ha infiltrato dei gruppi per un totale di 1.500 combattenti. Secondo Ayman al-Zawahiri, i suoi uomini hanno commesso gli attentati di Damasco e Aleppo.
La sua organizzazione, il Gruppo combattente islamico in Libia, si è fusa con al-Qaida, ma è ancora sulla lista dei terroristi del Dipartimento di Stato statunitense e del Dipartimento degli Interni inglese.
Associandosi con dei noti  terroristi, Conroy cade sotto la legge degli Stati Uniti e del Regno Unito per sostegno o associazione a un gruppo terroristico. Affronterebbe 15 anni di carcere, salvo affermare la sua immunità, facendo valere la sua qualifica di agente di Sua Maestà.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Preso da:http://www.statopotenza.eu/2800/il-giornalista-paul-conroy-agente-operativo-del-mi6

Anche su: http://marionessuno.blogspot.it/2013/03/il-giornalista-paul-conroy-agente.html

Libia: petrolio rosso sangue

È uscito il secondo episodio di «Humanitarian War», famosa fiction washingtoniana sulla Libia.

25 settembre 2012

Ecco il trailer: aiutati i libici a liberarsi dal feroce dittatore, i buoni, guidati dall’eroico Chris, continuano ad aiutarli con uguale disinteresse; ma i cattivi – i terroristi ancora annidati nel paese – uccidono Chris che «rischiava la vita per aiutare il popolo libico a costruire le fondamenta di una nuova e libera nazione» (Hillary Clinton) e, «fatto particolarmente tragico, lo uccidono a Bengasi, città che aveva aiutato a salvare» (Barack Obama); il Presidente invia una «forza di sicurezza» in Libia, ma sono gli abitanti di Bengasi, scesi spontaneamente in piazza con cartelli inneggianti a Chris, a cacciare i cattivi dalle loro tane.

In attesa del terzo episodio, uno sguardo alla realtà.

Chris Stevens, ambasciatore in Libia dallo scorso maggio, era stato rappresentante speciale Usa presso il Cnt di Bengasi durante la guerra: ossia il regista dell’operazione segreta con cui erano state reclutate, finanziate e armate contro il governo di Tripoli anche milizie islamiche fino a poco prima bollate come terroriste. Novello apprendista stregone, Chris Stevens è stato travolto dalle forze da lui stesso create quando, abbattuto il governo di Tripoli, in veste di ambasciatore Usa ha diretto l’operazione per neutralizzare le milizie ritenute da Washington non affidabili e integrare nelle forze governative quelle affidabili.

Operazione estremamente complessa: ci sono in Libia almeno 100mila combattenti armati, appartenenti a svariate formazioni, comprese alcune gheddafiane. Tripoli controlla oggi solo una parte minore del territorio. È iniziata la digregazione dello stato unitario, fomentata da interessi di parte. La Cirenaica – dove si trovano i due terzi del petrolio libico – si è autoproclamata di fatto indipendente, e lo vuol essere anche il Fezzan, dove sono altri grossi giacimenti, mentre alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale.

La balcanizzazione della Libia rientra nei piani di Washington, se non riesce a controllare lo stato unitario. Ciò che preme agli Usa e alle potenze europee è controllare il petrolio libico: oltre 47 miliardi di barili di riserve accertate, le maggiori dell’Africa. Importante per loro è disporre anche del territorio libico per lo spiegamento avanzato di forze militari. La forza di rapido spiegamento dei marines, inviata da Obama in Libia con il supporto dei droni di Sigonella, ufficialmente come risposta all’uccisione dell’ambasciatore, non è né la prima né l’ultima. Il Pentagono aveva già inviato forze speciali e contractor a presidiare le maggiori piattaforme petrolifere, e ora si prepara a un’azione «antiterrorista».

Sono da tempo sbarcate le compagnie petrolifere che, con accordi ufficiali e sottobanco (grazie alla diffusa corruzione), ottengono contratti molto più vantaggiosi dei precedenti. Si prepara allo stesso tempo la privatizzazione dell’industria energetica libica.

Partecipa alla spartizione del bottino anche il Qatar che, dopo aver contribuito alla guerra di Libia con forze speciali infiltrate e forniture militari, spendendo oltre 2 miliardi di dollari, ha ottenuto il 49% (ma di fatto il controllo) della Banca libica per il commercio e lo sviluppo.

Un buon investimento, quello della guerra.

Manlio Dinucci
Il Manifesto, 25 settembre 2012.

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