L’ONU è responsabile della Guerra Civile in Libia

27 ottobre 2015

Il Prof. Ibrahim Magdud, direttore dell’Accademia libica in Italia e docente di storia dei paesi islamici all’Università Niccolò Cusano, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “Il mondo è piccolo”, condotta da Fabio Stefanelli, su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano.
Il processo negoziale per un accordo di unità nazionale in Libia va avanti, ma il Parlamento di Tobruk non ha approvato il piano dell’inviato dell’Onu Bernardino Leon. “Non è che hanno rifiutato l’accordo –spiega Magdud-, hanno fatto le riserve senza fare la ratifica dell’accordo. Il Parlamento non ha voluto confermare quest’accordo sul governo di unità nazionale, perché non è stata rispettata la quarta bozza dove c’era la lista dei candidati al governo, su cui erano d’accordo sia quelli di Tripoli che di Tobruk. Leon ha presentato una lista al di fuori di quell’accordo. L’Onu ha voluto imporre un governo. E’ la stessa cosa che si è verificata in Afghanistan e in Iraq”.

“La questione è molto grande –prosegue Magdud-. Non c’è mai stato un discorso tra libici e libici, ci sono sempre state forti pressioni esterni, da Qatar, Turchia, Francia e Inghilterra. La notizia nuova è che si riuniranno il Parlamento di Tripoli e di Tobruk per fare in modo che si arrivi ad una soluzione che vada bene ad entrambe le parti libiche. La rappresentanza delle Nazioni Unite in Libia può solamente partecipare come consulente, non come parte in causa decisiva”.
“La maggior parte dei gruppi armati –afferma Magdud- sono finanziati da Paesi esteri e sottostanno all’accordo politico. Non è che sono proprio cani sciolti. I cani sciolti sono quelli delle bande criminali. Per quanto riguarda le minoranze, in Libia ce ne sono tre e ci sono delle dispute territoriali tra loro. Il problema sta al sud della Libia”.
“Il pericolo, con la pressione russa sulla Siria e con la convivenza della Turchia, è che molti dell’Isis potrebbero venire in Libia. La Libia potrebbe raccogliere tutti i fuggiaschi dalla Siria e diventare la culla dello Stato Islamico. Questo ovviamente diventerebbe un pericolo anche per l’Italia. Tutti quelli dell’Isis che vanno in Siria, prendono l’aereo dalla Tunisia per Istanbul e poi vanno in Siria. Questa è una situazione che conosce tutto il mondo arabo”.

Preso da: http://www.secolo-trentino.com/32648/esteri/lonu-e-responsabile-della-guerra-civile-in-libia.html

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Libia 2015: il caso Salah al-Maskhout, quando l’Italia è vittima della disinformazione.

26/09/2015

James_Wheeler_False_Twitter“Sono vivo!”. Sono queste le prime parole che Salah al-Maskhout avrebbe rilasciato al sito Migrant Report al termine di una giornata nella quale media libici, internazionali e social media avevavo riportato la sua uccisione ad opera di un commando. Quest’ultimo, secondo la ricostruzione precedentemente fornita da Libya Herald, “avrebbe bloccato nei pressi del Tripoli Medical Center la vettura sulla quale Al-Maskhout viaggiava, uccidendo lui e gli uomini della sua scorta”.

Media libici: una storia falsa?

Secondo il sito libico Akhbar Libya 24, che cita fonti ben informate, “quella dell’omicidio di Al-Maskhout è una storia falsa, senza alcun fondamento, inventata ad hoc da alcuni siti informativi con lo scopo di seminare discordia nella regione occidentale della Libia”.

La ricostruzione iniziale pubblicata da Libya Herald è stata alimentata da alcuni tweet pubblicati sul profilo di James Wheeler, molto attivo sulla Libia, secondo i quali “un commando italiano ha ucciso Salah al-Maskhout, un trafficante di esseri umani di Zwara, insieme a metà della sua scorta”.

Successivamente James Wheeler smentirà quanto scritto in precedenza, sostenendo peraltro che le immagini da lui pubblicate sono relative a un precedente incidente accaduto nei pressi di una stazione di carburante di Zwarah.

È stata poi la volta del quotidiano inglese The Guardian che ha richiamato l’attenzione dei lettori sul coinvolgimento dell’Italia negli eventi, riportando che “il Governo italiano ha confermato la morte di Salah Al-Maskhout”. Al riguardo, tuttavia, il portavoce del Ministro della Difesa italiano, Andrea Armaro, intervistato dal sito Migrant Report, aveva già dichiarato che “non abbiamo nulla a che fare con questa storia, quindi non possiamo confermare, ne smentire”.

Stazione_Carburante_TripoliNessuna dichiarazione del Presidente del General National Congress di Tripoli.

Alcuni profili Facebook libici hanno diffuso alcune frasi di accusa nei confornti delle “Forze Speciali italiane”, attribuite al Presidente del General National Congress Nouri Abu Sahmein. Nouri Abu Sahmein non ha mai rilasciato tali dichiarazioni e i contenuti sono risultati essere falsi.

Le immagini diffuse dai social media sono relative a un altro evento.

Per Akhbar Libya 24 “le immagini dell’incendio (quelle diffuse da James Wheeler e indicate come la scena dello scontro), riprese dalla maggior parte dei siti informativi, si trovavano già sulla pagina Facebook del Centro Mediatico di Zwarah molto prima della diffusione delle voci sull’uccisione di Al-Maskhout”. Il sito aggiunge che “numerosi testimoni oculari dell’area di Al-Farnaj, a Tripoli, hanno smentito qualsiasi scontro armato o incendio nell’area in cui sarebbe stato assassinato Al-Maskhut assieme ai suoi otto accompagnatori, aggiungendo che in quelle ore nell’area regnava una calma assoluta”.

Conclusioni.

Afrigatenews, Libya Herald, Akhbar Libya 24, Migrant Report e l’account Twitter di James Wheeler hanno dapprima alimentato, con diverse modalità, la tesi del blitz militare contro Salah Al-Maskhout, attribuendolo alle Forze Speciali italiane; successivamente smentito molti dei contenuti diffusi nell’arco della giornata arrivando, come nel caso di Afrigatenews e Libya Herald, a “scusarsi con Salah al-Maskhout“. Mentre Akhbar Libya 24 ha addirittura riportato che “non ci sarebbe stato alcun blitz militare”.

Iniziative mediatiche che negli ambienti di Tobruk e Tripoli favorevoli a un accordo tra il Governo riconosciuto dalla comunità internazionale e General National Congress, vengono interpretate come un tentativo di sabotare il ruolo diplomatico dell’Italia nell’ambito delle attività promosse dalle Nazioni Unite per ottenere una riconciliazione nazionale difficile, ma non impossibile.

In serata il sito libico The Libyan Observer, noto per essere vicino alle posizioni del General National Congress di Tripoli, citando fonti riconducibili alle forze “Alba della Libia”, oltre a smentire la notizia della morte di Salah al-Maskhout, ha riportato che “sono stati i media dell’operazione “Dignità” (guidata da Haftar) a diffondere voci circa un coinvolgimento delle Forze Speciali italiane nell’azione. Il Governo italiano ha smentito”.

Preso da: http://www.cosmonitor.com/site/2015/09/26/libia-salah-al-maskhout-quando-litalia-e-vittima-della-disinformazione/#

Ricordo del 2011: i liberatori della Libia, Sarkozy, Cameron ed Erdogan si congratulano con i mercenari della NATO

Retrocediamo fino al 2011 e ricordiamo come i “liberatori” della Libia, Sarkozy, Cameron ed Erdogan si congratulavano allora con i terroristi mercenari della NATO:
Quando il Presidente della Francia Francois Hollande richiama per la “neutralizzazione” di Bashar al-Assad, il britannico Ministro della Difesa Michael Fallon annunciava  preparativi per sospingere l’ISIS verso la Siria (…) “per mantenere le nostre strade sicure qui in casa”, dichiarava.

le-figaro-16-september-20111Allo stesso modo il turco Erdogan proclamava ai media che “Aleppo potrà trasformarsi nella 82a provincia della Turchia”; vale la pena ricordare che nel Settembre del 2011, gli esponenti europei,  il francese presidente Nicolas Sarkozy, il primo ministro britannico David Cameron ed il presidente turco Recep T. Erdogan, visitarono la Libia da poco occupata dai terroristi mercenari della NATO.

Le Figaro, 16 September 2011

The Guardian, 15 September 2011Cameron poses with terrorist ISIS
“Questo va più in avanti della Libia; questo è un momento in cui la primavera araba potrebbe trasformarsi in una estate araba e potremo vedere la democrazia anche in altri paesi. Credo che voi stessi potrete dare un esempio agli altri per quello che questo potrà significare”. (Il primo Ministro britannico David Cameron, in una conferenza stampa congiunta assieme al presidente francese, Nicolas Sarkozy, e quello della Libia, “Presidente” Mustafa Abdul Jalil, presso l’Hotel Corinthia, Trípoli, 15 Settembre, 2011   – The Guardian, 15 Settembre 2011

“Sapete quello che stavo pensando mentre camminavo per le strade di Tripoli e i corridoi dell’Ospedale? “Dice il presidente francese Hollande. “Stavo sognando che un giorno i giovani siriani avranno la stessa opportunità come quella di cui i giovani libici stanno usufruendo oggi giorno, e che un giorno anche loro possano dire: “la democrazia e la rivoluzione pacifica sono per noi”. Per questo forse la cosa migliore che posso fare è dedicare la nostra visita alla città di Tripoli per tutte quelle persone che hanno una speranza per la Siria, che un giorno potrà diventare un paese liberoi”. (Il presidente francese Nicolas Sarkozy alla conferenza stampa congiunta con il primo ministro Cameron in Libia ed il presidente libico, Mustafa Abdul Jalil, presso l’Hotel Corinthia, Trípoli, (15 Septiembre 2011)

Cameron Sarkpsy in LybiaLe operazioni militari in Libia condotte dalle coalizione Erdogan con pres. LibicoNATO (inclusa l’Italia) sono state effettuate dal Marzo all’Ottobre del 2011 per attaccare obiettivi all’interno del territorio libico ed annientare le forze lealiste del regime di Gheddafi. Le operazioni di terra furono condotte appoggiandosi sulle milizie jihadiste organizzate dai servizi di intelligence della NATO, le stesse che poi furono successivamente utilizzate anche in Siria per rovesciare il governo di Bashar al-Assad (operazione ancora in corso).

Il risultato ottenuto da quelle operazioni è stata la distruzione di basi militari, depositi ed infrastrutture,  la totale destabilizzazione del paese, oggi in preda al caos ed alla guerra civile.

Fonte: Syrian Freepress

Nelle foto a sinistra: David Cameron, Nicolas Sarkozy, il neopresidente libico Mustafa Abdul Jalil

Nella foto a destra: il presidente turco Erdogan abbraccia il neo presidente libico (verrà spodestato pochi giorni dopo)

Preso da: http://www.controinformazione.info/ricordo-del-2011-i-liberatori-della-libia-sarkozy-cameron-ed-erdogan-si-congratulano-con-i-mercenari-della-nato/

URGENTE: la famiglia di Saadi Gheddafi chiede un intervento immediato

Quello che segue è una traduzione di un articolo in inglese ed arabo.

La famiglia del martire Muammar Gheddafi chiede alle autorità legali e a tutte le parti interessate di assumersi le proprie responsabilità nel caso dell’arresto e della detenzione arbitrari del maggiore generale Saadi Gheddafi. È stato isolato da qualche tempo, incapace di contattare la sua famiglia o il suo avvocato. È detenuto nelle carceri e nei centri di detenzione gestiti da milizie terroristiche.

Nonostante la testimonianza di testimoni e il consenso che dovrebbe essere assolto dai “crimini”  a lui attribuiti, rimane imprigionato, senza alcuna giustificazione, il suo processo rinviato a tempo indeterminato, senza alcun legale.

La famiglia del martire invita i giuristi, i leader sociali e tutte le persone oneste e libere ad agire immediatamente e ad adottare misure per proteggerlo. Le milizie del 17 febbraio, i loro leader e le autorità giudiziarie competenti sono responsabili della sicurezza del maggiore generale Saadi Gheddafi.

Originale: https://rcmlibya.wordpress.com/2017/12/19/urgent-family-of-saadi-qaddafi-demand-immediate-intervention/

Urgent: Family of Saadi Qaddafi Demand Immediate Intervention

https://scontent-ort2-2.xx.fbcdn.net/v/t1.0-9/25498352_389634071480387_5115181353163834131_n.jpg?oh=c791865d6d3d653cf00c8dc251b0924c&oe=5AC8B660
UNOFFICIAL TRANSLATION
LIBYAN REVOLUTIONARY COMMITTEES MOVEMENT
The family of martyr Muammar Qaddafi call upon legal authorities and all concerned to shoulder their responsibilities in the case of the arbitrary arrest and detention of Major General Saadi Qaddafi. He has been isolated some time now, unable to contact his family or his lawyer. He is being held in prisons and detention centers run by terrorist militias.
Despite the testimony of witnesses and the consensus that he should be acquitted of crimes attributed to him, he remains imprisoned, without any justification, his trial postponed indefinitely, without legal counsel.
The martyr’s family calls on the jurists, social leaders and all honorable and free people to act immediately and take measures to protect him. The February 17th militias and their leaders as well as the relevant judicial authorities, are responsible for the safety of Major General Saadi Qaddafi.
ORIGINAL
تهيب أسرة الشهيد الصائم القائد معمر القذافي الى جميع الجهات الحقوقية والقانونية وكل ذي صلة بتحمل مسؤولياتهم تجاه اختفاء الأسير الرهينة اللواء الساعدي القذافي، حيث فقد الاتصال به منذ مدة ليست بالقصيرة ولَم تتمكن لا أسرته ولا محاميه من الاتصال بِه ولا يعلم له لا مكان احتجاز ولا ظروف احتجاز الا انه يقبع في سجون ومعتقلات تديرها الميليشيات.
وبالرغم من شهادة الشهود والإجماع على تبرئته مما نسب اليه ومع حصحصة الحق الا انه وبدون اَي مبرر يتم تأجل محاكمته وعزله عن محاميه.
وإذ تهيب أسرة الشهيد الصائم الإخوة الحقوقيين والقيادات الاجتماعية وكل الشرفاء والاحرار الى ضرورة التحرك الفوري واتخاذ الإجراءات الكفيلة بحمايته فإنها تحمل هذه الميليشيات وحكومات فبراير والجهات القضائية المعنية مسؤولية سلامة اللواء الساعدي والله غالب على أمره.

Libia 2015, oltre 600 rapiti in un anno

di Riccardo Noury | 10 agosto 2015

Abdel Moez Banoun, blogger, è stato rapito oltre 300 giorni fa. Aveva pubblicato e promosso proteste contro la presenza delle milizie armate nella capitale Tripoli.

Nasser al-Jaroushi, giudice, ha fatto la stessa fine dopo aver aperto due inchieste, sull’uccisione dell’attivista per i diritti umani Salwa Bugaighis e sul narcotraffico.

Nella totale assenza di legge, con due distinte amministrazioni statali e le milizie a fare da padrone, in Libia i sequestri di persona da parte dei gruppi armati sono all’ordine del giorno.

Secondo un rapporto di Amnesty International, che cita i dati della Società della Mezzaluna libica, negli ultimi 12 mesi sono scomparse almeno 600 persone, la sorte di 378 delle quali rimane ignota. Si tratta, nel primo come nel secondo caso, di numeri al ribasso.

Tra i rapiti vi sono attivisti, pubblici funzionari, personale delle ambasciate, migranti, lavoratori stranieri, appartenenti alla minoranza tawargha, operatori umanitari e semplici cittadini diventati obiettivo dei gruppi armati solo per la loro regione di origine, per la loro attività o perché sospettati di simpatizzare per una parte politica o un gruppo rivale.

In molti casi, i sequestrati vengono trattenuti fino a quando non viene pagato un riscatto o diventano merce di scambio per ottenere il rilascio di persone rapite dagli avversari. Nell’uno o nell’altro caso, il loro destino è comune: la tortura e non poche volte la morte, coi cadaveri ritrovati sul ciglio delle strade.

Tra i sequestri più recenti, quelli di tre operatori umanitari – Mohamed al-Tahrir Aziz, Mohamed al-Munsaf al-Shalali e Waleed Ramadan Shalhoub – rapiti il 5 giugno mentre stavano portando aiuti nelle città del sud-ovest della Libia colpite dal conflitto.

Non vanno dimenticati gli italiani rapiti il 20 luglio a Mellitah, che mentre scrivo (venerdì 7 agosto) sono ancora nelle mani dei loro sequestratori.

Il dialogo politico, promosso dalle Nazioni Unite con l’obiettivo di porre fine alla violenza e giungere a un accordo per la costituzione di un governo nazionale, si propone anche di affrontare i problemi dei sequestri e delle detenzioni illegali. Il modo più efficace per esercitare pressioni sui capi dei gruppi armati dev’essere però ancora trovato.

Preso da: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/10/libia-oltre-600-rapiti-in-un-anno/1935250/

Come un intellettuale da salotto ha portato la Libia nel caos

9 agosto 2015, adattamento di un articolo di Carlo Brenner

Tra il 2011 e il 2015 la Libia è passata da essere il primo Paese africano nell’indice di sviluppo umano (Human Development Index – Hdi), con cui le Nazioni Unite valutano lo standard di vita di una nazione, a essere uno stato fallito.

Due governi, uno islamico a Tripoli e l’altro secolare a Tobruk, una guerra civile che conta migliaia di vittime, la corte suprema privata della sua autorità, un ambasciatore americano ucciso fuori dal suo consolato in fiamme, tutte le ambasciate chiuse, ultima quella italiana, lo Stato islamico che imperversa liberamente per il Paese e addestra i suoi uomini minacciando l’Europa, e in particolare l’Italia, da molto vicino.

Solamente sei mesi dopo la fine della guerra – nell’ottobre del 2011 – con il potere nelle mani dei ribelli, Human Rights Whatch dichiarava che gli abusi apparivano “essere così diffusi e sistematici che potrebbero essere considerati crimini contro l’umanità”.

A ottobre 2013 l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha riportato che “la stragrande maggioranza degli 8.000 detenuti, per ragioni riguardanti il conflitto, sono trattenuti senza un regolare processo” in carceri dove Amnesty International ha scoperto che “sono soggetti a pestaggi prolungati con tubi di plastica, sbarre di metallo o cavi. In alcuni casi sono soggetti a shock elettrici, sospesi in posizioni contorte per ore, tenuti continuamente bendati e con le mani legate dietro la schiena o privati di acqua e cibo”.

In un video recentemente diffuso da un sito d’informazione libico, sono filmate le torture subite da Saadi Gheddafi, terzo figlio del raìs ma più noto a noi italiani per essere un ex calciatore di Perugia e Udinese.

Nella nuova Libia sognata da pensatori e politici occidentali, si stima che novantatré giornalisti siano stati attaccati, arbitrariamente arrestati, assassinati o picchiati solo nei primi nove mesi del 2014. Come conseguenza di quest’anarchia e delle violenze diffuse, le Nazioni Unite hanno calcolato che circa 400mila libici hanno lasciato le loro case e 100mila hanno lasciato del tutto il Paese. La Libia è in ginocchio. Molti oppositori del regime oggi rimpiangono l’ordine che questo, almeno un tempo, riusciva a garantire.

Secondo un’analisi di Alan J. Kuperman, professore presso The University of Texas at Austin, pubblicata sulla rivista americana Foreign Affairs nel marzo del 2015, prima dell’intervento occidentale la guerra civile libica era sul punto di concludersi con un costo complessivo di circa mille vite umane. Sul numero finale delle vittime le stime sono discordi: variano da 8mila a 30mila morti. Il dato più accreditato è fornito dal ministero per i Martiri e i Dispersi del governo post-Gheddafi, che ne conta 11.500.

L’intervento Nato avrebbe quindi aumentato le morti di almeno dieci volte. A questo dato vanno aggiunte le morti causate dalla guerra civile scoppiata al termine del conflitto: il sito internet Lybia Body Count stima che il numero delle vittime solamente nel 2014 sia stato di 2.825. Nel corso del 2015, fino al 30 luglio, sarebbero almeno 1.063.

Inoltre è riportato che le milizie che combattono oggi in Libia fanno un uso indiscriminato della forza: ad agosto del 2014 il Tripoli Medical Center ha calcolato che su cento morti nei recenti scontri, cinquanta erano donne o bambini. Al contrario di quanto sostenuto dalla propaganda dei ribelli, i dati dimostrano che il regime di Gheddafi si era invece dimostrato tollerante nei confronti dei ribelli che avessero deposto le armi, e che aveva anche cercato di evitare morti tra donne e bambini.

Non c’è dubbio che la Libia di Gheddafi, era molto meglio di quello che abbiamo oggi: un Paese nell’anarchia dove nessun diritto è rispettato. La responsabilità di questo disastro, costato migliaia di vite umane, è stata principalmente della Francia dell’ex presidente Nicolas Sarkozy.

In secondo luogo degli Stati Uniti e del Regno Unito che, stimolati dalla Francia, hanno visto non solo la “necessità ma anche la possibilità di intervenire”, come ha sostenuto il primo ministro britannico David Cameron. Ma quello che sorprende di più è la responsabilità da imputare a un solo uomo. Non è un politico né un militare, ma un filosofo francese: Bernard Henry Levy (BHL).

I fatti

Il 17 marzo del 2011 il consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vince finalmente le resistenze di Russia e Cina, e fa passare la risoluzione 1973 che autorizza l’intervento militare in Libia. Con la tradizionale retorica americana, il presidente statunitense Barack Obama spiega che l’intervento sarebbe servito a salvare la vita dei buoni democratici contro il cattivo dittatore. Un modo di ragionare per contrasti che, fortunatamente, non ha mai convinto gli italiani, consapevoli, per natura e tradizione, della complessità della realtà e della superficialità di tali giudizi.

Pochi giorni dopo la risoluzione, la Francia insieme ad alcuni Paesi della Nato istituisce una no-fly zone. Questo perché Gheddafi aveva suscitato il grande sdegno della comunità occidentale per aver “”impiegato l’aviazione nella repressione della rivolta””. L’obiettivo della no-fly zone doveva essere quello di impedire che i caccia del regime si alzassero in volo. Tuttavia, a un occhio neanche troppo attento, sarebbe bastato leggere un articolo del Corriere della Sera, firmato dal giornalista italiano Guido Olimpio nei primi giorni del conflitto, per rendersi conto che i velivoli dispiegati dalle varie forze militari coinvolte erano sia per il combattimento aria-aria che per quello aria-terra.

Sette mesi dopo, nell’ottobre del 2011, dopo una campagna militare intensa, i ribelli, grazie a un ampio sostegno delle forze armate francesi, americane e britanniche prendono il controllo del Paese. La guerra si conclude con la cattura di Gheddafi, in fuga verso la sua città natale, Sirte, seguito da un convoglio di fedelissimi, che non sarebbe mai stato raggiunto dai ribelli senza l’aiuto degli aerei Mirage francesi che l’hanno bombardato. Gheddafi è stato catturato, picchiato e ucciso come un cane. ( almeno è questo che noi DOBBIAMO credere, per volere dei media).Questo è stato il primo gesto della nuova, buona Libia, democratica e giusta.

L’uccisione di un leader politico che ha guidato un Paese per quarantadue anni è stata accolta con entusiasmo da tutti i governi occidentali. L’unico commento fuori dal coro è stato quello dell’allora premier italiano Silvio Berlusconi che usò il latino per dire “sic transit gloria mundi”. Un commento né positivo né negativo ma realista, machiavelliano, da uomo che proviene da una cultura più complessa, come la nostra. Fu ovviamente anche il commento di un uomo che pochi mesi prima aveva concluso accordi molto vantaggiosi con il regime e che si trovava nella situazione contraddittoria di fornire le sue basi per attaccare un alleato.

Una situazione come questa richiama alla memoria il giurista e filosofo politico tedesco Carl Schmitt, il quale sosteneva che il progresso non deve essere perseguito a ogni costo perché non sempre porta verso il meglio. Talvolta la società raggiunge risultati che possono essere già sufficientemente evoluti da non richiedere ulteriore progresso, che può anche trasformarsi in regresso. In questa situazione sembra che il regresso della nostra morale sia evidente.

Se 2.217 anni fa Scipione l’Africano e Annibale Barca, in guerra fra loro, potevano incontrarsi in mezzo al campo di battaglia di Zama per discutere con rispetto reciproco le sorti della guerra – guardandosi da nemici, ma soprattutto da uomo a uomo che rappresentano interessi diversi – oggi sembrerebbe che non siamo in grado di una simile raffinatezza morale. Sembra che non siamo capaci di vedere l’uomo oltre la maschera. Grazie alla narrativa americana, oggi ragioniamo solo attraverso la dicotomia cattivi-buoni e chiediamo la testa di quello scelto, di volta in volta, come il cattivo. Dobbiamo vederlo morto per essere soddisfatti. Una pratica barbara e intollerabile.

Il ruolo di un uomo

Nella vicenda è interessante esaminare il ruolo che un solo uomo ha avuto nella decisione di intraprendere una campagna militare in Libia. Bernard Henry Levy (BHL), celebre filosofo francese, personaggio televisivo e stimata firma di svariati giornali, viene tradotto e pubblicato anche in Italia dal Corriere della Sera. Il filosofo, per sua stessa ammissione e vanto, si è impegnato in prima persona a organizzare gli incontri tra il leader dei ribelli, Mahmoud Jibril, e il presidente francese Sarkozy che hanno convinto quest’ultimo della necessità di intervenire.

Il tutto è raccolto nell’autocelebrativo documentario Le Serment de Tobrouk, scritto, diretto e interpretato dallo stesso BHL e uscito nelle sale francesi il 6 giugno del 2012. Quando gli è stato chiesto perché avesse adottato questa causa, BHL ha risposto: “Perché? Non lo so! Certo era per i diritti umani, per prevenire un massacro e bla, bla, bla – ma volevo anche fargli vedere un ebreo che difendeva la lotta contro una dittatura, per dimostrare fratellanza. Volevo che i musulmani vedessero che un francese – occidentale ed ebreo – poteva essere dalla loro parte”.

Il filosofo francese aveva già cercato di rendersi protagonista della politica estera del suo Paese cercando di portare la voce del leader afghano Ahmad Shah Massoud, in lotta contro i Taliban, al presidente Jacques Chirac nel 2001, senza successo. Ha invece fortuna con il suo ruolo di mediatore a Bengasi nel 2011 quando, incontrando il leader dei ribelli Jibril, promise di farsi portavoce della sua causa presso il presidente Sarkozy.

È evidente che i momenti politici erano diversi: la causa anti-talebana di Massoud era troppo lontana dagli interessi francesi e occidentali prima dell’attacco alle Torri Gemelle, e Chirac era un presidente più attento alle sfumature rispetto a Sarkozy (come apparve evidente quando il suo ministro degli Esteri Dominique De Villepin si schierò contro l’intervento militare in Iraq nel 2003).

Al momento dell’intervento in Libia si presentava un panorama molto più allettante per Sarkozy: l’opportunità di mettersi in mostra come un sostenitore della primavera araba e la reimpostazione degli interessi economici, più favorevoli per l’Italia che per la Francia nel 2011.

Insomma, BHL in Libia è stato l’uomo giusto al momento giusto. Pensava probabilmente di essere il protagonista del supporto occidentale ai ribelli libici, ma allo stesso tempo si è ritrovato a essere una mascotte pubblicitaria di interessi più grandi e complessi. Il suo ruolo non è tuttavia da sottovalutare ma da condannare con forza: le avventure esotiche di un intellettuale mondano sono state concause della distruzione di un Paese e di migliaia di vittime che sognavano un futuro migliore. Come suggerisce il diplomatico italiano Roberto Toscano in un recente articolo, bisognerebbe attribuirgli il premio Nobel per la pace al contrario.

La Libia di domani

Oggi il futuro della Libia rimane incerto. Le fazioni in lotta di Alba Libica a Tripoli, vicina alla fratellanza musulmana, e Operazione Dignità a Tobruk, comandata dal laico Generale Haftar, non sembrano poter scendere a compromessi.
Sicuramente la situazione non può rimanere tale a lungo. L’anarchia imperante nel Paese ha ridotto il benessere della popolazione e la possibilità per qualsiasi partner commerciale di partecipare alla sua economia. Oggi in Libia le interruzioni energetiche sono la normalità, anche fino a 18 ore al giorno, e la sicurezza non è garantita da nessuna autorità centrale ma da milizie non organizzate e soprattutto non sottoposte a nessuna regola.

Anche l’economia è in ginocchio: se la Libia prima della guerra poteva contare su una produzione di 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno, il dato è sceso a zero durante l’intervento Nato e oggi è al 30 per cento del periodo pre-guerra. Inoltre, a causa degli scontri continui, le due principali città, Tripoli e Bengasi, hanno dovuto chiudere sia i porti che gli aeroporti.

Anche l’economia è in ginocchio: se la Libia prima della guerra poteva contare su una produzione di 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno, il dato è sceso a zero durante l’intervento Nato e oggi è al 30 per cento del periodo pre-guerra. Inoltre, a causa degli scontri continui, le due principali città, Tripoli e Bengasi, hanno dovuto chiudere sia i porti che gli aeroporti.

Questo ha portato a situazioni drammatiche come quella dei quattro italiani rapiti a luglio del 2015, dei quali non abbiamo notizie anche perché manca qualsiasi meccanismo d’intelligence unificato, efficiente e in grado di collaborare le nostre autorità. La recente condanna a morte emanata da un tribunale di Tripoli a Saif al-Islam, secondogenito di Muammar Gheddafi, con l’accusa di genocidio è un altro segnale dell’instabilità del Paese, ma potrebbe portare ad alcuni risvolti interessanti.

La sentenza non sarà eseguita perché Saif è nelle mani di una milizia della città di Zintan, nel nordovest della Libia, che si oppone al governo di Tripoli. Inoltre, il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, a Tobruk, reputa illegittimo il verdetto della corte perché il tribunale si trova in una città non controllata dallo stato. Saif potrebbe ora diventare una pedina molto importante dello scacchiere libico, vista la sua influenza e la sua reputazione di riformista.

Tra il 2009 e il 2010 Saif aveva anche, lentamente, convinto il padre a rilasciare quasi tutti i prigionieri politici ricevendo anche il plauso occidentale. Dato interessante è anche che molti leader della rivolta avevano precedentemente ricevuto incarichi di governo da Saif, tra cui anche il loro leader Mohmoud Jibril.

Insomma, la Libia merita di uscire da questa terribile impasse e ritrovare il suo posto nel mondo. Le soluzioni sono complesse ma possibili. La comunità internazionale non può lavarsi le mani dal disastro che ha creato e deve riconoscere le sue responsabilità aiutando il Paese a ritrovare l’ordine di cui l’ha privata.

L’Italia, in particolare, può e deve svolgere un ruolo importante in questa faccenda perché la Libia è un Paese che non possiamo ignorare, non solo per la vicinanza geografica e per ragioni storiche, ma anche per i risvolti sociali diretti che l’instabilità provoca: la tragedia dei migranti che intraprendono il viaggio della speranza verso le nostre coste e che sono tratti in salvo in mare dalla nostra Marina Militare ci impone di giocare un ruolo di primo piano.

Fino a oggi, anche grazie a operazioni congiunte con altri Paesi, abbiamo salvato 188mila vita umane. L’Italia, incapace di parlar bene di se stessa, deve rivendicare con orgoglio il grande ruolo che sta svolgendo in questa situazione: 188mila persone hanno visto la bandiera italiana come un segno di salvezza, e i nostri militari non hanno deluso le aspettative.

Purtroppo tutto lo sforzo non ha permesso di evitare la morte di 2mila esseri umani nel solo 2015: questo il dato drammatico comunicato dall’Organizzazione internazionale dei migranti (Oim). L’incontrollato flusso dei migranti è una diretta conseguenza dell’anarchia vigente in Libia, dove il traffico degli esseri umani è diventato una pratica diffusa.

Nell’affrontare la problematica libica, la lezione che dobbiamo trarre dagli errori commessi è che non ci si può far guidare dalle emozioni del momento e farsi trascinare dalla propaganda. L’interventismo va evitato, ma nel caso le circostanze lo rendessero inevitabile è necessario studiare a fondo la situazione interna e i possibili risvolti che la nostra ingerenza potrebbe provocare.

Molti governi destinano troppo poco tempo e fondi allo studio delle dinamiche interne degli altri Paesi oppure non hanno sviluppato una sana interazione tra la politica e le strutture di ricerca, come le università, i think tank e la diplomazia.

La politica estera è fatta da statisti, diplomatici e ricercatori, non da filosofi mondani alla ricerca di brividi.

Libero adattamento da: http://www.thepostinternazionale.it/mondo/libia/libia-intervento-sbagliato-bernard-henry-levy

Le autoblindo donate da Mario Monti fanno strage in Libia: “Sono micidiali”

L’Espresso, con un articolo di Gianluca Di Feo, racconta di quel “dono del governo Monti che fa strage in Libia”. Alcune milizie fondamentaliste che stanno dalla parte dell’autorità di Tripoli hanno trasformato le autoblindo regalate dall’Italia due anni fa in lanciamissili micidiali

18 luglio 2015
Una notizia che mette i brividi e che rend esempre più urgente un dibattito serio e responsabile sull’export di armi verso paesi instabili. L’Espresso, con un articolo di Gianluca Di Feo, racconta di quel “dono del governo Monti che fa strage in Libia”. In pratica alcune delle milizie fondamentaliste che stanno dalla parte dell’autorità di Tripoli hanno trasformato le autoblindo regalate dall’Italia due anni fa in lanciamissili micidiali. I missili vengono sparati a caso contro la popolazione civile.

La “creatività” delle milizie ha conseguenze infauste per i civili. Le autoblindo Puma che il governo di Roma aveva donato alla Libia per il nuovo esercito non sono un “prodotto” particolarmente fortunato. Prodotte da Iveco, non sono state in grado di affrontare le asperità del territorio e del conflitto afghano, ed erano così finite in magazzino. L’Italia ha così pensato che potessero essere utili alla Libia post-Gheddafi.

L’omaggio voleva anche essere lo stimolo per una successiva vendita dei surplus all’armata di Tripoli e per questo abbiamo fornito un pacchetto completo: nel cadeux era compreso l’addestramento degli equipaggi e una scorta di ricambi. Dopo la cerimonia ufficiale di consegna, presenziata dall’allora ministro Giampaolo Di Paola, i militari locali hanno fatto una gran festa al nuovo regalo.

Ora però le autoblindo sono usate da brigate che stanno dalla parte dell’autorità di Tripoli nella sanguinosa guerra civile libica.

Le Puma sono state fotografate durante gli scontri per il controllo dell’aeroporto principale del paese. E ora alcuni siti specializzati hanno mostrato questa metamorfosi sorprendente. Tecnici locali infatti hanno installato sui veicoli un lanciatore trinato per missili antiaerei russi Kub.

Preso da: http://www.today.it/rassegna/autoblindo-mario-monti-vendute-libia.html

LIBIA: LA LUCROSA CACCIA AL NEGRO PER MANDARCELO

Postato il Giovedì, 11 giugno @ 23:10:00 BST di davide

DI MAURIZIO BLONDET

effedieffe.com

«Siamo qui per essere venduti»: così i migranti – quasi tutti subsahariani – che sono parcheggiati nel centro di raccolta di Zaouia, in Libia, un 50 chilometri ad ovest di Tripoli. Due inviati di Le Monde sono riusciti a avvicinarli (non si conoscono i particolari): come risultati dai loro agghiaccianti racconti, diversi sono rimasti vittime di retate delle ‘autorità’ libiche della zona e del momento.

«Le autorità ci accusano di voler partire per l’acqua, ma è falso», dice uno (Le Monde lo mostra in video): «C’è chi viene preso in casa, negli appartamenti, altri sono presi per strada; come me, io sono stato preso per strada».

«I veri traghettatori sono loro», spiega un compagno. «Dicono agli europei che ci hanno catturato in mare ma è falso! Ci stanno vendendo. Sono loro che gestiscono la prigione e organizzano le partenze per andare in Italia. Sono padroni di appartamenti in riva all’acqua, raccolgono la gente nelle ‘connection houses’. La ‘connessione’ sono loro, la fanno tra di loro, è il loro business. Siamo qui per essere venduti, alcuni a quasi mille dinari (libici). Mangiamo pochissimo, Quando arrivate voi giornalisti, fanno finta, è organizzato».

«Mi chiamo Roland», interviene un terzo, «sono nigeriano. Siamo venuti qui per lavorare, io e i miei amici. Guarda, ho addosso ancora i miei abiti da lavoro. La polizia ci ha arrestato per la strada. Noi non siamo venuti per fare la traversata, siamo venuti per lavorare. Io lavo le auto, questo faccio. Non so più che fare. Tutti i miei soldi, il telefono… tutto! Mi hanno preso tutto, sono in piedi senza niente. Non abbiamo alcun contatto… il mio telefono, tutto! Tutto m’hanno preso. Guardami, sono davanti a te».

«Io mi chiamo Samir, sono somalo. Siamo rifugiati e adesso cerchiamo una vita migliore… ma siamo stati arrestati in Libia. Nove mesi in Libia, capisci, e tre mesi in questa prigione. Cerchiamo la libertà, chiediamo aiuto».

«Mi chiamo Fussa. Sono venuto in Libia tre mesi fa, vivo in Libia, io lavoro. Sono venuto con i miei amici. Ieri tornavamo dal lavoro quando ci hanno arrestati. Ci hanno preso tutti i nostri beni, non abbiamo più niente… e l’acqua qui, è acqua salata. Qui siamo perduti, non mangiamo bene, per favore, domandiamo al Governo di Questo paese di venire in nostro aiuto, e di lasciarci rientrare a casa, nel nostro Paese. Chiediamo la libertà. Prego il Governo di questo Paese di aiutarci. Per favore, chiediamo soccorso, per favore…».

«Se ho l’opportunità di lavorare ancora in Libia lo farò», dice un altro, «se ho questa possibilità lavoro: sono muratore, sono un buon lavoratore».

Un altro ancora: «La sola cosa che vogliamo è tornare al nostro Paese –– è tutto quello che si vuole perché ci hanno affaticato qui, non si mangia, non si beve, non si dorme. Ci sono molte persone malate qui. Abbiamo perduto tutto: il denaro, i nostri passaporti….».

«Ci sono persone che sono qui da più di sei mesi, sette mesi… altri quattro mesi… senza contatto coi parenti. Le nostre famiglie non sanno se siamo vivi o morti».

Il pezzo di Le Monde (qui) non dice molto di più, è costruito come un articolo «di colore», di impressioni e sentimenti (sarebbe come, ai tempi di Stalin, entrare in un Lager siberiano e fare del «colore»). Tuttavia, dal poco si ricava questa visione:

I prigionieri sono tutti negri dell’Africa nera, non vengono dal Medio Oriente, non fuggono le guerre e l’IS.

Molti di loro sostengono essere emigrati per lavoro nella Libia di Gheddafi; si dicono vittime di sistematiche retate da parte di poliziotti (o quel che sono) libici, comunque gente di un qualche «Governo» in combutta con i trafficanti, o trafficanti essi stessi, per essere mandati in Italia su barconi o gommoni.

In Libia c’è la caccia all’africano nero, perché il traffico rende. Siccome l’Italia li accoglie tutti (Manconi e Papa Francesco: «Accogliamoli tutti!») l’industria della tratta libica ce ne manda sempre di più. Se ne procura di sempre nuovi con arresti e retate, li caccia nei suoi campi, e li imbarca –– alcuni contro la loro volontà: quanti? Non sappiamo. Altri di sicuro si sono mossi per venire in Italia via mare. Sarebbe interessante sapere se il business li raccoglie nei loro Paesi, li attrae con la promessa: in Italia vi prendono tutti! Dateci tremila dollari.. .poi furto di denaro, dei passaporti, dei cellulari (tanto in Italia ve ne danno uno nuovo), in compenso un costoso satellitare sul barcone per chiamare i soccorritori italioti.

In un certo senso è una storia di razzismo libico che continua.

Cercando in archivio trovo un titolo del 2011: «È caccia all’africano nero in Libia, ma nessuno lo dice». È un comunicato dell’agenzia Habeshia per la comunicazione e lo sviluppo (un gruppo di eritrei), e parlava di un altro genere di caccia in voga allora: tutti i neri, per lo più immigrati lavoratori nella prospera Libia di Gheddafi (i libici si sa non lavorano; avevano – diciamo – il reddito di cittadinanza, potevano pagarsi i negri come servi e schiavi) quando Gheddafi è stato rovesciato sono stati presi di mira come «mercenari al soldo del colonnello, e per questo inseguiti, perseguitati e uccisi. (…)» . Vi si racconta di «una donna eritrea, picchiata e buttata fuori di casa dal proprietario, a Tripoli, zona Medina, perché nera. Voi neri africani, gli ha detto, siete mercenari del regime. E fatti di questo genere stanno accadendo ovunque, soprattutto di notte».

«A Bengasi due eritrei sono stati linciati e uccisi dalla folla mentre cercavano di portare assistenza a due connazionali gravemente feriti. I profughi rimasti in vita hanno chiesto aiuto ad una nave inglese, pregando che mettesse in salvo almeno i due feriti, ma hanno ricevuto un rifiuto secco».

A Tripoli, «le famiglie di origine sub-sahariana non possono uscire nemmeno a fare la spesa perché temono il linciaggio. Sono le vittime preferite degli sciacalli depredatori. Molti sono stati rapinati, altri sequestrati. È una persecuzione». «Centinaia di richiedenti asilo politico che erano tenuti nelle carceri libiche, con l’aggravarsi della crisi sono stati costretti dai loro carcerieri a imbracciare le armi per colpire la piazza. Chi si è rifiutato di farlo, è stato ucciso».

La pulsione del linciaggio razzista, la caccia al negro di allora, sembra adesso perfezionata in industria del rastrellamento e vendita del negro all’Italia, che li accoglie tutti.

«Dal gennaio 2015 la guardia costiera libica non salpa più in mare per pattugliamenti», scrive Deutsche Welle in un servizio di poche settimane fa. In aprile, Deutsche Welle non ha fatto un pezzo di colore, ha persino parlato col capo della guardia costiera libica, Mohamed Baithi: il marpione, pieno di compassione umana, gli ha detto che i migranti presi in mare «non vogliono tornare in Libia –– e non si fa fatica a crederlo. Sono loro che «vogliono andare in Europa. Certe volte quando li prendiamo e portiamo indietro, piangono o cercano di distruggere le nostre imbarcazioni».

Messe insieme, le asserzioni del brav’uomo con il servizio fotografico-impressionistico di Le Monde, si intuisce che è la guardia costiera libica a fare i business, o almeno a prenderci la sua parte. Infatti Baithi spiega a DW (qui) quel che già sappiamo: «I barconi mandano un messaggio di SOS, le navi mercantili o i pescherecci nelle vicinanze sono obbligati in base al diritto internazionale marittimo a soccorrerli. Devono prender tutta questa gente a bordo». E il gioco è fatto.

«Siamo qui per essere venduti», dicono i negri imprigionati, e gli impressionisti di Le Monde non chiedono dettagli: venduti da chi? E soprattutto: a chi? Chi vi vuole comprare? Per quanti soldi?

Allo stesso modo, i valorosi inchiestisti di DW non chiedono a Baithi: come mai la guardia costiera libica «non esce più in mare dal gennaio 2015»? Si capirebbe avesse detto: non usciamo più in mare dal 2011, perché l’apparato statale è collassato. Invece: dal gennaio 2015, ossia dall’inizio di quest’anno. Perché? E da allora che il numero dei migranti gettati sui barconi volenti o nolenti è aumentato in modo esponenziale. Ancor più dei 17 0 mila del 2014, che erano già quattro volte di più di quelli messi in mare nel 2013. Centinaia e centinaia arrivano ormai ogni giorno, immediatamente soccorsi dall’Italia e dalla UE, la cui operazione è stata potenziata.

Ad alimentare quella che anche Le Monde chiama «una cinica industria. Il numero degli annegati in mare è salito alle stelle: alla data del 7 maggio, 1829 affogati, nove volte di più del periodo corrispondente del 2014. Fanno economie, li gettano in galleggianti marci promessi a naufragio certo. Sulle coste libiche, i trafficanti li parcheggiano in stamberghe dopo averli spogliati, le autorità li arrestano per mostrare all’Europa che fanno qualcosa e mascherare le loro connivenze occulte».

La nostra carità senza limiti aumenta il numero degli annegati? È una modesta domanda. Tanto più urgente visto che anche da noi fiorisce il business sull’immigrato salvato-in-mare: con la differenza che a pagare il business criminale italiota siamo noi contribuenti italioti. Carità pelosa?

Da noi domina l’accoglienza totale, la carità senza limiti, e guai a chi storce il naso; che non sia quello il fomite dell’industria del negro con retate dall’altra sponda? Che più ne accogliamo e più loro ce ne trovano?

«Siamo qui per essere venduti»; dicono i poveri negri del campo di Zaouia: venduti a chi, precisamente? I trafficanti della loro carne hanno preso i 3-4 mila dollari a ciascuno di loro, li hanno depredati del cellulare e del soldino in tasca, li hanno già puliti e spolpati come ossi di seppia: da loro non possono certo prendere altro. E allora da chi aspettano altri soldi? A chi li hanno venduti o intendono venderli?

Chi li compra in Italia, in Europa, in Occidente?

Viene qualche dubbio: che ci siano organizzazioni occidentalissime che «comprano» i negri dai libici. I complottisti più fanatici (da cui mi dissocio) dicono che c’è un interesse globalista ad inondarci di immigrati, un progetto per affondarci nella destabilizzazione che l’Occidente ha portato in Libia, Siria, Iraq, Yemen. Perché «una fonte dell’intelligence di Londra» accredita la stima di “migliaia di migranti” in pericolo e rilancia l’allarme su possibili ulteriori partenzeimminenti, indicando in almeno “mezzo milione” le persone radunate sulle coste libiche in attesa di nuovi imbarchi? Come sanno quella cifra? E perché le navi inglesi che raccolgono gli immigrati dai barconi, prodigandosi in modo eccezionale, poi li sbarcano in Italia? Perché non se li prendono e se li portano? Dopotutto, le navi militari sono pezzi di territorio nazionale.

Maurizio Blondet

Fonte: www-effedieffe.com

8.06.2015

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15166

Memorandum sulla Libia: disinformazione contro Stato, Guida ed Esercito di Saïf al-Islam Kadhafi

Mentre la NATO ha deliberatamente falsificato il dossier libico per arrogarsi il diritto di distruggere la Libia e assassinarne la Guida per gettarla nel caos, Sayf al-Islam Gheddafi rimane l’unica personalità capace di unire rapidamente le diverse tribù. Liberato di recente, ha scritto questo memorandum per esaminare la situazione giuridica del suo Paese.

| Tripoli (Libia)

Questo memorandum mira ad identificare ciò che il popolo libico ha subito negli ultimi sei anni. Questi crimini sono stati commessi in nome dell’interventismo umanitario, della protezione dei civili, dell’introduzione della democrazia e della prosperità. Le forze della NATO, con l’aiuto di certi Stati arabi e di certi libici, attaccarono la Libia con tutti i mezzi a disposizione. Le giustificazioni avanzate erano false quanto quelle per l’invasione dell’Iraq nel 2003. Fu la distruzione sistematica di un Paese sovrano e di una nazione pacifica. Questa nota tenta di presentare tali crimini alla comunità internazionale, alle organizzazioni per i diritti umani e alle ONG, al fine di sostenere la Libia e il suo popolo negli innumerevoli sforzi per ricostruire questo piccolo Paese.

Libia al crocevia: l’inizio

L’agonia della Libia iniziava il 15 febbraio 2011, quando alcuni cittadini si riunirono per protestare in modo pacifico contro l’incidente nella prigione di Abu Salim. La dimostrazione divenne rapidamente ostaggio dei gruppi jihadisti come il Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG). Questi elementi attaccarono le stazioni di polizia e le caserme di Derna, Bengasi, Misurata e Zuiya per rubare le armi e utilizzarle nella guerra pianificata contro il popolo libico e il suo governo legittimo. Tali azioni furono accompagnate dalla propaganda di al-Jazeera, al-Arabiya, BBC, France24 e altri che incoraggiarono i libici ad affrontare la polizia che cercava di proteggere edifici pubblici e proprietà private da attacchi e saccheggi.

Scene di orrore si videro per le strade, i ponti e contro le indifese forze di sicurezza su cui i manifestanti commisero crimini contro l’umanità. Membri delle forze di sicurezza, militari e di polizia furono massacrati, i loro cuori furono strappati dai corpi e fatti a pezzi; uno spettacolo di brutalità selvaggia. Ad esempio, il primo giorno dei disordini, il 16 febbraio 2011, nella città di Misurata i cosiddetti manifestanti pacifici uccisero e bruciarono un uomo, Musa al-Ahdab. Lo stesso giorno a Bengasi, un agente di polizia fu ucciso e smembrato [1]. Questa barbarie fu commessa da elementi che usavano carri armati, mitragliatrici e cannoni antiaerei a Misurata, Bengasi e Zuiyah [2]. Queste scene sono ben documentate e possono essere viste su YouTube [3] e Internet.

Così, si ebbero dozzine di vittime contrariamente a quanto riportato dai media menzogneri. Secondo al-Jazeera, al-Arabiya e gruppi di opposizione libici, alla fine del 2011 il numero di persone uccise era di 50000. Tuttavia nel 2012 il governo di Abdarahim al-Qib annunciò che il numero di vittime registrate tra il 17 febbraio 2011 e la fine della guerra nell’ottobre 2011, era di 4700, incluse le morti naturali [4]. Nonostante il numero elevato di vittime menzionate dalle statistiche, i loro nomi ed identità non vengono riportati e nessuna famiglia ha chiesto di essere compensata dal governo.

La propaganda e le bugie che accompagnarono le accuse contro i militari non si fermarono all’inflazione del numero di vittime, ma affermarono che il regime usò aerei militari per attaccare i civili, ordinò massacri all’esercito e alle forze di sicurezza [5], col Viagra trovato nei carri armati [6], e fece ricorso a mercenari africani e algerini e subendo la diserzione dei piloti a Malta [7]. Alcuna di tali accuse è stata dimostrata finora e non corrispondono a verità. Le indagini di Nazioni Unite, Amnesty International e Human Rights Watch [8] non hanno confermato alcuno degli 8000 rapimenti segnalati dall’opposizione libica. In realtà, tali accuse furono fabbricate e non hanno credibilità. Allo stesso modo, l’accusa di utilizzare i Mirage della base aerea di al-Withy, nell’estremo ovest della Libia, per attaccare i civili di Bengasi ignoravano il fatto che questi aerei non potevano rientrare considerando il consumo di carburante. È impossibile per questo tipo di aereo attaccare obiettivi a 1500 km e rientrare senza rifornimento ed esistono basi aeree presso Bengasi che potevano essere utilizzate dal governo libico, se necessario. Allo stesso modo, il presunto Viagra trovato nei carri armati esce dallo stesso cilindro: la Libia aveva un esercito giovane, professionista e morale, che non pensava a commettere tali crimini e non aveva bisogno del Viagra per badare ai propri desideri sessuali. Queste storie sono semplicemente disinformazione come i sette minuti necessari alle armi di distruzione di massa irachene per attaccare l’occidente. Oggi, la questione irachena e libica fanno ridere i popoli di Iraq, Libia, Stati Uniti ed Europa. (Relazione di Amnesty International [9]).

La Corte Internazionale di Giustizia (ICC)

L’ICC [10] emise un mandato d’arresto nel 2011 contro Muammar Gheddafi, Sayf al-Islam Gheddafi [11] e Abdallah Senussi, accusati di reati contro l’umanità. Nonostante la gravità del crimine, l’ICC non svolse alcuna indagine sul campo e tracciò le conclusioni ed individuò i responsabili a due settimane dalla sessione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il calendario dato al procuratore non fu presentato e comunque non ebbe il tempo per specificare le accuse. A tal fine, Ahmad al-Jahani, coordinatore del CNT nel CPI-Libia dichiarò che “il caso dell’ICC contro la Libia è puramente politico perché la NATO chiese al Consiglio nazionale di transizione (NTC) di elaborare l’elenco dei funzionari da accusare di crimini contro l’umanità”. Il CNT nominò al-Jahani per la preparazione di tale elenco con circa dieci nomi, tuttavia l’ICC ne perseguì solo tre. Al-Jahani inoltre aggiunse che tutte le accuse erano fabbricate. Ribadì il suo punto di vista durante l’incontro con Sayf al-Islam e l’assicurò che la giustizia libica non poteva condannarlo. Al-Jahani aggiunse che con la sua squadra l’aveva fatto perché sapeva che era persa in anticipo e che l’aveva perseguita per implicare Sayf al-Islam in casi finanziari e di corruzione.

Al-Jahani giustificò le sue fabbricazioni e menzogne affermando che sono (legalmente) legittime in guerra (dichiarazione di al-Jahani documentata il 1° gennaio 2012 e al tribunale di Zintan).

L’ICC adottò il doppiopesismo nella guerra alla Libia e nell’intervento della NATO. Accusò figure politiche libiche di crimini inventati ignorando il massacro barbaro di Muammar Gheddafi [12] e suo figlio Muatasim da parte delle milizie sostenute dalla NATO [13]. L’unica reazione dell’ICC fu far cadere le accuse contro Muammar Gheddafi dopo la morte. Tuttavia, l’ICC persisteva, dato che i media documentarono l’omicidio, non c’era bisogno di ulteriori prove per processare i responsabili. L’ICC poteva facilmente arrestare i responsabili politici e diplomatici nelle varie capitali europee. Una posizione simile fu presa dall’ICC contro Abdallah Senussi dopo che fu rapito in Mauritania dal governo libico [14]. La Corte semplicemente smise di chiederne l’estradizione. Nemmeno ne seguì la violazione dei suoi diritti, né il trattamento inumano subito nella prigione della milizia, anche se era detenuto da noti jihadisti del Gruppo combattente islamico libico (LIFG). Il direttore della prigione non era altri che il capo del LIFG Abdalhaqim Bilhadj.

Bilhadj è noto a CIA e governi occidentali. La CIA l’arrestò dopo la fuga da Kandahar, interrogato ed estradato in Libia nel 2002 con l’accusa di terrorismo [15]. Nel 2009, lui e membri del LIFG furono liberati dalla prigione in base alla legge di amnistia generale. [16] Il passato terroristico di Bilhadj parla da sé. Nel 1994-1997 ordinò la strage di 225 persone. Nel 1997 ordinò l’omicidio dei turisti tedeschi Steven Baker e Manuela Spiatzier. Tuttavia, assunse un’alta carica in Libia. Fu ministro della Difesa e Sicurezza a Tripoli, direttore generale delle prigioni libiche e come tale direttamente responsabile della detenzione di Abdallah Senussi. Informato dei crimini di Bilhadj, l’ICC espresse la certezza che al-Senussi fosse in buone mani e ne sostenne il processo in Libia.

La NATO e i paesetti del Golfo ignorarono le attività terroristiche di Bilhadj e lo riconobbero capo politico e militare e affarista. Ha il maggiore canale televisivo nel Nord Africa, la più grande compagnia aerea della Libia, un cementificio, proprietà in Spagna e Turchia e un aeroporto privato a Tripoli. Questo aeroporto però viene usato per trasportare terroristi dalla Libia alla Siria. Questi terroristi ricebvettero160 miliardi di dollari nel 2010.

Bilhadj e altri sono responsabili dell’uso improprio dei beni della Libia e della fine del piano di sviluppo della Libia da 200 miliardi di dollari, secondo la Banca mondiale. Bilhadj è un esempio della vita sontuosa dei signori della guerra quando i comuni cittadini libici sprofondano nella povertà estrema.

Violazioni dei diritti umani da parte delle milizie

I capi militari e i signori della guerra hanno commesso crimini spregevoli contro l’umanità, distruggendo città e infrastrutture vitali negli ultimi sei anni, tra cui:
- persone bruciate vive o sottoposte alle forme più terribili di tortura.
- prigionieri politici, agenti di sicurezza e soldati bruciati vivi a Misurata.
- soprattutto, le milizie organizzano il traffico di organi umani prelevati dai prigionieri.
- nel contesto della complessa scena politica libica, Daish ha aggiunto altre atrocità massacrando, crocifiggendo e schiacciando persone.

Una pulizia razziale ed etnica senza precedenti, un genocidio commesso contro cinque città libiche e la loro popolazione. Il 55% dei libici è stato costretto a fuggire dal proprio Paese negli Stati vicini. Inoltre, a Bani Walid furono bruciate centinaia di case [17] come altre nella città di Warshafana [18], la città di Sirte fu rasa al suolo [19], le aree residenziali di Bengasi [20] e Derna furono bombardate. Persino Tripoli, città cosmopolita, subì la pulizia etnica e razziale, in particolare nelle zone leali a Muammar Gheddafi.

Oltre alle violazioni sistematiche dei diritti umani, le milizie e i loro capi distrussero infrastrutture cruciali [21]. Nel luglio 2014 incendiarono l’aeroporto di Tripoli e la flotta aerea nonché i serbatoi di petrolio [22] [23] [24] [25].

Nonostante le azioni distrutte e le torture brutali delle milizie, la comunità internazionale e gli organi delle Nazioni Unite ignorarono tali crimini e non processarono tali signori della guerra [26].

Le atrocità delle milizie della NATO e libiche contro civili e figure pubbliche

Gli aerei della NATO colpirono i civili in varie città, come Zlitan, Sirte, Surman, Tripoli e Bani Walid. A sud di Zlitan e precisamente a Majir [27], 84 famiglie, in gran parte donne e bambini, furono uccise a sangue freddo dagli attacchi aerei della NATO di notte. [28] I media mostrarono corpi di bambini e di una donna, Minsyah Qalefa Hablu, tagliata a metà, estratti dalle macerie. Altri morirono in questo scenario inquietante. In un altro caso, la famiglia di Qalid Q. al-Hamadi fu colpita dagli attacchi aerei della NATO in casa, uccidendo i figli. [29] Inoltre, la famiglia al-Jafarah fu uccisa a Bani Walid [30], quando la NATO ne bombardò la casa durante il mese santo del Ramadan. Per non parlare del bombardamento ben documentato del convoglio di Muammar Gheddafi a Sirte e dell’assassinio del figlio Sayf al-Arab nella casa di Tripoli [31].

Le violazioni dei diritti umani, gli omicidi sistematici e la tortura contro i civili libici continuano dopo che le milizie presero il controllo della Libia. Le vittime erano civili che non avevano partecipato alla guerra. La maggioranza era anziana e non poteva portare armi. Il comico popolare Yusif al-Gharyani fu arrestato e torturato dalla milizia di al-Zuiyah.

La milizia di Misurata arrestò e torturò l’ex-muftì 80enne Shayq Madani al-Sharif [32] perché non approvò e sostenne l’intervento della NATO [33]. Il famoso cantante Muhamad Hasan fu brutalizzato e messo agli arresti domiciliari [34]. Altri, come l’economista Abdalhafid Mahmud al-Zulaytini, furono processati e condannati a lunghi periodi di carcere. Allo stesso modo, il presidente del Soccorso Islamico, Dr. Muhamad al-Sharif, fu condannato a un lungo periodo di carcere. Il direttore delle dogane e il responsabile dell’addestramento del Ministero degli Interni furono condannati a lunghi periodi di reclusione con altri condannato a morte o a vari periodi di carcere. Sembra assurdo che queste personalità siano accusate di traffico di stupefacenti, tratta di esseri umani, stupro, oltre a 17 altri capi di accusa [35]. La domanda è, come avrebbero potuto riunirsi per commettere tali crimini per nove mesi?

Dopo che la Nato misero tali milizie al governo, altri crimini terroristici furono commessi contro i cittadini libici e stranieri. Un copto fu ucciso dal battaglione di Misurata [36], altri a Sirte [37], molti operai cristiani etiopi furono uccisi [38], l’insegnante anglo-statunitense Roni Smith fu assassinato a Bengasi nel 2014 [39], il personale della Croce Rossa di Misurata fu ucciso [40], fu commesso un attentato contro l’ambasciata francese a Tripoli [41], e in particolare l’ambasciatore statunitense fu ucciso a Bengasi nel 2012 [42].

Tutte le suddette vittime furono segnalate da Human Rights Watch e, in alcuni casi, la NATO ne ammise la responsabilità. Tuttavia, l’ICC chiuse un occhio e non indagò su tali crimini malgrado i vari organi nazionali e internazionali chiedessero l’apertura di un’indagine trasparente. L’ICC ha fallito sulla guerra in Libia. Non produsse un unico mandato di arresto contro i capi delle milizie e delle forze della NATO. Sembra che la politica deliberata dell’ICC sia ignorare questi crimini comprovati e concentrarsi solo su accusa e processo di Sayf al-Islam.

Per quanto riguarda la famiglia di Muammar Gheddafi, l’ICC non è seria, come nel caso delle torture di Saadi Gheddafi, di cui il procuratore dell’ICC sostenne la prosecuzione dell’inchiesta. Tuttavia, un video mostrò che veniva picchiato durante l’interrogatorio. La stessa procedura si applica al caso Abdallah Senussi, dove il procuratore della ICC disse che deve ancora deliberare sulla sua condanna a morte (pronunziata in Libia). Una dichiarazione simile fu fatta dal predecessore riguardo il bombardamento e l’assassinio di Muammar Gheddafi e di centinaia di persone nel suo convoglio. L’ICC non è mai stato serio verso i crimini commessi dalle milizie contro migliaia di libici. Il suo unico interesse è silenziare la voce di Sayf al-Islam ed eliminare ogni possibile leadership.

Gli Stati membri della NATO e gli staterelli del Golfo dovrebbero essere considerati responsabili del caos creato in Libia dal 2011. Intervennero in Libia col pretesto che Muammar Gheddafi massacrasse il popolo. La scena di un leader che uccide il proprio popolo ricorda Tony Blair sull’Iraq. Disse nel 2016 che era “la cosa giusta da fare e che se Saddam fosse rimasto al potere durante la primavera araba avrebbe massacrato i ribelli” [43]. Di conseguenza, dei Paesi sono stati distrutti, migliaia di persone sfollate e proprietà nazionali derubate. Come risultato dell’intervento militare della NATO in Libia, Muammar Gheddafi, i suoi figli e migliaia di libici sono stati uccisi e milioni di persone sfollate.

Sei anni dopo, la stabilizzazione della Libia è ben lungi dall’essere raggiunta. In breve, le milizie libiche si combattono e le forze militari dei Paesi occidentali affiancano le varie milizie. La Francia rimane militarmente implicata e perse tre soldati a Bengasi nel luglio 2016 uccisi dai gruppi che sostenne nella rivolta del 2011. Parigi aveva allora chiamato la rivolta “rivoluzione” da sostenere. Se questo credo era vero, perché continua la guerra oggi? E perché 700 persone sono state uccise? Perché il personale del consolato statunitense è stato ucciso a Bengasi? Perché l’occidente ignora la barbarie del Daish, che sgozza a Sirte, Misurata e Derna?

La risposta a quest’ultima domanda è chiara, questi criminali furono sostenuti dall’occidente nel 2011 perché combattessero il governo, apostata secondo le loro dichiarazioni. Perché il Daish indossava la stessa uniforme dei soldati libici, e chi gliel’ha data? Perché i membri del Daish ricevono uno stipendio dal ministero della Difesa Libico? La risposta a queste domande va trovata preso il vero capo del Paese, Bilhadj, Sharif, il Gruppo di combattimento islamico libico e i loro sodali del Congresso Nazionale. Chi governa oggi la Libia è ben noto al popolo libico e a certe ONG internazionali. Finora la Libia è ancora controllata dai gruppi jihadisti e l’occidente li appoggia nonostante i crimini commessi contro la Libia e il suo popolo.

Non è strano che i Paesi occidentali, dalla Norvegia al Canada a Nord, da Malta all’Italia a Sud, per non parlare di Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Sudan e Marocco, si siano associati all’aggressione militare contro i civili che non gli erano ostili, contro Sayf al-Arabi, Muammar Gheddafi e la famiglia Quaylidi e le 84 vittime innocenti di Majir? Mentre questi stessi Stati sono pazienti e tolleranti col Daish a Sirte, Misurata e Bengasi, sopportano gli attentati nelle città francesi e belghe. Tuttavia, gli Stati membri della NATO e i loro alleati dovrebbero attaccarli e bombardarli come fecero in Libia nel 2011.

Infine, oltre a tale serie di crimini, gli Stati occidentali scelsero come leader libico il criminale di guerra responsabile della distruzione di Bani Walid e dell’uccisione dei suoi figli, Abdarahman Suihli. Nominò primo ministro il nipote Ahmad Mitig [44], direttrice generale agli Esteri la nipote Nihad Mitig [45] e il cognato Fayaz al-Saraj nuovo primo ministro. Inoltre, Abdarahman Suihli si accordò con Abdalhaqim Bilhadj, capo del Gruppo combattente islamico libico (LIFG), per partecipare con gli islamisti alle elezioni presidenziali. Tuttavia, in Libia è ben noto che se le elezioni dovessero essere tenute oggi, tali persone non avrebbero garantito il voto, neanche dalle proprie famiglie. La popolarità di Bilhadj apparve nelle elezioni generali quando ottenne solo 50 voti nel quartiere Suq al-Jumah, che ha 250000 abitanti.

Durante questo tempo e durante la stesura di queste pagine, la popolazione delle città della Libia, inclusa la capitale Tripoli dove abita un terzo della popolazione, soffre di carenza di acqua, vive nel buio a causa dei blackout, ed è priva di strutture mediche e mezzi per soddisfare le esigenze umane di base. Secondo l’ONU, il 65% degli ospedali ha smesso di funzionare [46]. Mentre il dinaro libico è crollato e la produzione di petrolio sceso da 1,9 milioni di barili al giorno a 250000 barili. [47] Acuendo le sofferenze del popolo libico, le strade principali sono interrotte dalle operazioni militari e dal banditismo, oltre ai bombardamenti da Derna ad est di Sirte, da ovest di Bengasi ad Aghedabia. Le notizie quotidiane più comuni sono sequestri di persona e traffico di armi vendute su Internet.

In conclusione, dobbiamo ringraziare i nostri fratelli di Qatar, Emirati Arabi Uniti, Sudan, Tunisia, Lega araba, NATO, Unione europea e tutti coloro che hanno trasformato la Libia in uno Stato fallito. Dopo la liberazione dei prigionieri islamici e altri, la Libia è diventata un’area che ospita le più grandi prigioni private. Un Paese che attirava investitori da tutto il mondo è diventato uno Stato esportatore di migranti, inclusi propri cittadini. Il 55% della popolazione è migrata e rifugiata all’estero. Uno Stato che riuniva i migliori esperti legali e costituzionali del mondo, che poté forgiare una costituzione nuova e moderna, è ora divenuta un’area governata da 1500 milizie. E infine uno Stato in cui il furto era considerato strano e insolito è divenuto luogo in cui corpi umani mutilati e decomposti vengono scaricati quotidianamente per le strade, evento divenuto banale in tutto il Paese.

Commento al rapporto Herland:
Sayf al-Islam Gheddafi e l’ICC

Prima della rivolta, Saiy al-Islam era l’architetto della nuova Libia. Presentò la sua nuova visione della Libia libera dalle carceri politiche, legata alla Carta dei Diritti Umani, alla distribuzione di ricchezza e prosperità e alla democrazia [48]. Intraprese riforme politiche ed economiche con cui i prigionieri islamisti acquisirono la libertà, venendo riabilitati e integrati nella società libica. Dopo la violenta rivolta in alcune città, le fonti locali confermano di aver aiutato gli sfollati in tutto il Paese, liberando i prigionieri della rivolta e protetto la popolazione di Misurata dai combattimenti, o di Bengasi fuggiti dalle zone dei combattimenti.

Invocò e sostenne gli sforzi di pace per risolvere la guerra. Secondo le fonti locali, chiese all’amministrazione dell’Università di Sirte di stampare 5000 volantini e distribuirli col convoglio pacifico partito per Bengasi, osservando i diritti umani. Invitò l’esercito a rispettare le regole d’ingaggio, proibendo l’uso della forza contro i manifestanti, secondo il capo della centro operativo dell’esercito nel marzo 2011, Maresciallo Hadi Ambarish, fatto prigioniero dai miliziani di Zintan, che lo torturarono e gli negarono la cure mediche fino a morire di cancro in carcere nel 2014 [49].

Nonostante gli sforzi inesorabili per la pace di Sayf al-Islam Gheddafi, gli aerei della NATO cercarono di assassinarlo, uccidendo o ferendo 29 suoi compagni. [50] Inoltre, perse delle dita e subì diverse ferite. Tuttavia, l’ICC non indagò su tale attacco aereo e non ne supervisionò i cinque anni d’isolamento. [51] Inoltre, l’ICC persisteva nel chiederne l’arresto e il processo dopo che fu condannato a morte da un tribunale libico nella prigione di al-Hadaba, guidato da Qalid al-Sharif, uomo di Bilhaj.

Perciò l’istruzione è ingiusta, l’archiviazione del caso è l’unico passo che va approvato. Si potrebbe sostenere che il caso nella sua interezza dovrebbe essere abbandonato, soprattutto dopo l’assassinio del procuratore generale a Bengasi e la fuga della maggior parte dei pubblici ministeri, mentre subivano enormi pressioni dalla milizia. In queste circostanze, gli argomenti dell’ICC sono che la sua condanna a morte non fu applicata e che pertanto dovrebbe essere arrestato e imprigionato nella prigione di al-Hadaba.

Tuttavia, il ministero della Giustizia libica si appellò contro la condanna a morte per via del processo sleale, in un tribunale nel carcere controllato da al-Sharif, che ha il potere su giudici e magistrati. Tuttavia, l’ICC continuò a chiedere un nuovo processo e ignorò il fatto che Sayf al-Islam era detenuto presso la prigione di Zintan e che il tribunale di Tripoli lo processò per teleconferenza. L’ICC dovrebbe rispettare la legge libica ed essere consapevole che una persona non va processata due volte per il presunto stesso reato. Ma scopo dell’occidente e dell’ICC è sbarazzarsi di Sayf al-Islam Gheddafi come fecero col padre Muammar Gheddafi e i fratelli.

È giunto il momento che l’ICC abbandono il doppiopesismo e aiuti il popolo libico nello scopo di salvare il proprio Paese da tali milizie e costruire una nuova Libia dove vigano diritti umani, prosperità, lo sviluppo e stato di diritto. Chiediamo anche all’ICC di abbandonare la pretesa che Sayf al-Islam sia estradato e processato a L’Aja.

L’ICC dovrebbe riconoscere e rispettare la legge di amnistia generale del ministero della Giustizia libico. Sayf al-Islam Gheddafi dovrebbe poter assumere il proprio ruolo nella lotta per una nuova Libia democratica. A tal proposito, e dopo che gli Stati occidentali comprenderanno i propri errori, dovrebbero collaborare coi libici e le ONG sincere per processare le milizie e i loro capi per il bene della pace e della riconciliazione.

Traduzione
Alessandro Lattanzio
(Sito Aurora)

Preso da: http://www.voltairenet.org/article198566.html

LIBIA. Le 1.700 milizie che Occidente e Golfo hanno fatto proliferrare

21 aprile 2015

Un’Europa colpevole cerca a Tripoli la causa dell’emergenza rifugiati. Dietro, l’intervento militare in Libia, e l’armamento di centinaia di fazioni che puntano al potere. L’Onu annuncia il dialogo tra i parlamenti rivali, ma sul terreno è guerra civile.

Lib

 

della redazione

Roma, 21 aprile 2015, Nena News – La Libia torna sulla bocca di tutti insieme alla guerra civile che sta insanguinando il post-Gheddafi. Le autorità europee e i ministri degli Stati membri fanno a gara in questi giorni nell’indicare in Tripoli la causa delle stragi in mare, dopo il massacro di 900 migranti di domenica scorsa. Intervenire in Libia è il mantra, se non si risolve il conflitto interno a Tripoli l’emergenza rifugiati non cesserà.

Un modo colpevole di cancellare con un colpo di spugna le responsabilità occidentali. Se si volesse restare alla Libia, se si volessero davvero circoscrivere le ragioni dell’emergenza al paese nordafricano, allora si dovrebbe prima di tutto fare un esame di coscienza: la Libia di oggi è il frutto dell’attacco della Nato e del sostegno armato fornito ai cosiddetti ribelli, gruppi di miliziani anti-Gheddafi che prima hanno fatto il gioco occidentale e poi – come spesso è accaduto – non hanno abbandonato le armi.

Tra gli ultimi effetti dell’intervento occidentale c’è l’Isis, anche questo prodotto più o meno indiretto delle strategie statunitensi in Medio Oriente e degli interessi politici dei paesi del Golfo. Lo Stato Islamico è tornato a far parlare di sé in questi giorni, per le barbare uccisioni commesse: in un video di 29 minuti pubblicato domenica, si vedono miliziani islamisti sparare e decapitare trenta cristiani etiopi. Sarebbero stati catturati e uccisi nella provincia orientale di Barqa.

E ieri notte il califfato ha rivendicato su Twitter l’esplosione di fronte all’ambasciata spagnola a Tripoli. Nessun ferito, fa sapere il funzionario locale Issam Naas, che aggiunge: “Gli estremisti dello Stato Islamico hanno posto un ordigno esplosivo vicino alle mura esterne dell’ambasciata spagnola a Tripoli, che ha causato alcuni danni materiali agli edifici vicini”.

Da alcuni mesi gruppi che si richiamano allo Stato Islamico hanno preso la città orientale di Derna, facendone una sorta di loro roccaforte. Un’occupazione che ha fatto strepitare le cancellerie europee che hanno cominciato a discutere di un possibile intervento in Libia. A monte, però, sta la profonda divisione interna del paese, fisicamente diviso in due governi e due parlamenti (uno islamista a Tripoli, uno laico a Tobruk, sostenuto dall’Occidente), ma ulteriormente frammentato in poteri e autorità diverse, ognuna padrona di enclavi il cui controllo armato rappresenterebbe il modo per garantirsi una fetta di potere politico e economico.

Sarebbero almeno 1.700 i gruppi armati attivi in Libia, un proliferare di milizie tribali, laiche o islamiste che sotto il regime di Gheddafi erano state messe sotto silenzio o fatte partecipare al delicato equilibrio di spartizione del potere interno. La totale assenza dello Stato ha ucciso 2.800 persone nel 2014, provocato 400mila sfollati interni e trasformato le coste libiche nel regno di nessuno, o meglio nel regno dei trafficanti di uomini che controllano le vie di transito dei profughi africani e mediorientali, in fuga dalla fame o da conflitti armati.

L'Isis a Derna

L’Isis a Derna

Lo scorso fine settimana il presidente statunitense Obama ha chiesto ai paesi del Golfo di utilizzare la loro influenza per porre fine alla guerra civile: “Stiamo incoraggiando alcuni paesi del Golfo che hanno influenza su varie fazioni libiche”, ha detto Obama, dando un’ulteriore giustificazione alle petromonarchie alleate per infilare le mani nel più vasto conflitto mediorientale, dalla Siria allo Yemen.

Chi cerca ancora il dialogo politico sono le Nazioni Unite: l’inviato speciale per la Libia, Bernardino Leon, ha detto domenica che le fazioni rivali avrebbero raggiunto un accordo nell’ultimo round di negoziati nella città marocchina di Skhirat. Secondo Leon, l’80% dell’accordo è già pronto e entro due settimane si terrà l’ultima fase del negoziato. “Questa è la prima volta che gruppi armati, chi ha le armi e combatte sul terreno, si incontrano – ha detto l’inviato Onu – Vogliamo questo meeting faccia a faccia, un dialogo diretto, con il sostegno delle Nazioni Unite”.

Sullo sfondo restano però le divisioni interne e le reciproche accuse: il premier libico di Tobruk, Abdullah al-Thinni, ha accusato la Turchia e il Qatar di essere i principali sostenitori delle milizie islamiste che controllano Tripoli dallo scorso agosto. Un’accusa mossa anche dal generale Haftar, postosi a capo di un vero e proprio esercito in chiave anti-islamista e oggi considerato valido partner di Tobruk e dell’Occidente. E così il governo laico, che non ha ancora ottenuto dall’Onu (nonostante le pressioni) la fine dell’embargo sulle armi, si rivolge alla Russia per ottenere armi e addestramento. Nena News

Preso da: http://nena-news.it/libia-le-1-700-milizie-che-occidente-e-golfo-hanno-fatto-proliferare/