Fuga all’inferno e altre storie, di Muammar Gheddafi – Un brano 1

Copertina
Gheddafi Muhammar
Fuga all’inferno e altre storie
introduzione di Valentino Parlato

2005 pp.128 14,00 €

Conoscevamo il Gheddafi provocatore, arringatore di folle, profeta; qui ci si rivela, in una dozzina di sorprendenti novelle, un Gheddafi scrittore e poeta, dalla personalità complessa e profondamente riflessiva. In queste storie, tra la favola moderna e la parabola morale, emerge, forse più che nei suoi interventi politici, il carattere particolarissimo di questo personaggio del nostro tempo, tanto attento alle trasformazioni portate dalla modernità quanto legato all’antica cultura beduina con le sue radici nomadi e con il suo attaccamento alla natura solitaria del deserto. Lontani dall’immediatezza della politica, questi racconti non mancano tuttavia, in forma metaforica e visionaria, di bersagli polemici come certi potentati musulmani legati mani e piedi agli Stati Uniti o come gli integralisti, cui Gheddafi imputa un carattere retrogrado e criminale. Alla fine di questa lettura avremo scoperto un personaggio davvero fuori dal comune.

INTRODUZIONE
Valentino Parlato

1. Questa è la prima edizione in lingua italiana (tradotta direttamente dall’arabo) di Fuga all’inferno e altre storie, una raccolta di scritti letterari di Muhammar Gheddafi, il discusso leader che dal 1969 regge le sorti della Libia. Qualche parola su questa Libia, che è sfondo e materia dei racconti e che è anche il paese dove sono nato e vissuto fino all’età di vent’anni.

Senza andare troppo indietro, alle presenze puniche e romane fermiamoci un po’ sull’occupazione italiana del 1911 che già con il governo Giolitti fu ferocemente repressiva (sterminio di villaggi, deportazioni, impiccagioni)1.
Il fascismo diede poi corso con l’annessione all’Italia (la «Quarta sponda», cioè la costa sud della nostra penisola) a una colonizzazione demografica, con l’esplicito obiettivo della progressiva riduzione della popolazione libica, che, peraltro, a differenza di quanto avveniva nelle colonie francesi di Tunisia e Algeria, era esclusa dalle scuole pubbliche, salvo pochissime eccezioni ad personam. La terra coltivabile della fascia costiera, salvo poche piccole oasi, era data tutta in concessione ai cittadini italiani, tra i quali anche mio nonno in quel di Sorman. Un significativo impulso a questa «italianizzazione» si ebbe nel 1938 con la costruzione dei villaggi agricoli e lo sbarco di ventimila italiani poveri provenienti dai territori della Bassa veneta e emiliana (l’attuale vescovo di Tripoli viene da una famiglia del villaggio Breviglieri)2; era il 1938 appena un anno prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, altra prova della «lungimiranza» del governo di Mussolini e di Balbo3.
È con la memoria di questo passato che, il 29 aprile del 1990, Gheddafi annuncia questi racconti per celebrare il 75° anniversario dello sterminio della colonna Miani avvenuto nel 1915. Allora le forze militari italiane erano impegnate sul fronte della prima guerra mondiale e le forze della ribellione libica riuscirono a sconfiggere duramente (a quello scontro partecipò anche il padre di Gheddafi) la formazione militare italiana guidata dal colonnello Miani, il cui nome fu poi dato a uno dei villaggi agricoli del 1938. Vale ricordare che in quegli anni l’occupazione italiana – per la spinta della ribellione libica – si era pressoché ridotta alla sola città di Tripoli e che la riconquista portata avanti da Badoglio e Graziani (con abbondanza di impiccagioni tra le quali da ricordare quella di Omar el Muktar, il famoso «Leone del deserto» (il film non è mai stato proiettato nelle sale cinematografiche italiane) si concluse solo nel 1931 con l’occupazione dell’oasi di Cufra.
Ho scritto queste sommarie note (forse troppo sommarie) sulla storia della colonizzazione italiana della Libia e anche della sua storica dipendenza (penultimi padroni i turchi, che Gheddafi, non a caso, non ama) perché questa storia è il sottofondo, e anche il tormento, dell’autore dei racconti, che ha dato, forse per la prima volta nella storia, alla Libia la dignità di nazione. Il passaggio da «scatolone di sabbia». e poi feudo petrolifero, a nazione non è opera da poco.
La prima pubblicazione a stampa di questi racconti si ebbe nel 1993 a Sirte – residenza preferita dal leader – in forma dimessa, direi quasi clandestina, non ci fu nessun lancio propagandistico, operazioni nelle quali il leader è maestro, quasi a sottolinearne la sofferenza. Questi testi furono ripubblicati in Egitto e nel 1996 a Losanna, in francese, ad opera della casa editrice Favre, con un’introduzione di Guy Georgy, primo ambasciatore di Francia presso la repubblica libica. Subito dopo si ebbe l’edizione in lingua inglese, per una casa editrice Usa e ancora, nel 1998, un’edizione in Canada, in lingua francese, con introduzione di Pierre Salinger, già portavoce di John F. Kennedy e poi protagonista della campagna elettorale di Robert Kennedy e infine senatore della California4.

2. A questo punto è inevitabile – con implicazioni culturali e politiche – una domanda; perché solo ora, dopo tanto tempo e ancora per i tipi di una casa editrice, la manifestolibri, piccola e controcorrente, viene pubblicata quest’opera del leader libico? Perché le culture francofone e anglofone hanno valutato utile tradurre e pubblicare subito questi scritti, mentre la cultura e la politica del nostro paese hanno preferito far finta di niente, ignorare? E tutto ciò nonostante i torti dell’Italia nei confronti della Libia, nonostante gli aspri conflitti del passato, antico e recente? Presunzione o miopia?
Per correttezza vale precisare che di questi scritti la stampa quotidiana italiana si è occupata, anche con firme di prestigio, penso tra gli altri a Igor Man sulla Stampa del 25 giugno 1998. Ma anche questo – sospetto – si è avuto più sull’onda del successo del libro di Angelo Del Boca (Gheddafi, una sfida dal deserto, pubblicato da Laterza nel 1998, con un capitolo sulle novelle) piuttosto che per conoscenza diretta e interesse effettivo all’opera del leader libico.
Ma detto tutto ciò la domanda resta ed è pesante: perché solo ora, a più di dieci anni dalla sua prima pubblicazione arriva nelle librerie la traduzione italiana di questi scritti? La questione non è formale. Tocca il significato di questo libro e parla dell’Italia di oggi: de te fabula narratur.
La mia risposta è duplice e temo che possa suonare schematica e arrogante. Per un verso penso che la nostra attuale cultura sia pigra, succube delle mode che vengono dall’occidente «avanzato» e spocchiosa e supponente rispetto a quel che arriva dal Sud. Per l’altro verso, e la mia critica è più pesante, c’è l’ignavia della nostra politica e anche della nostra diplomazia, che non hanno avuto neppure il sospetto che l’edizione italiana di questi scritti avrebbe potuto essere un’importante iniziativa politica tesa a migliorare i rapporti con la Libia, che vanno piuttosto male. Ora la politica estera e la diplomazia debbono incassare il fatto che Gheddafi abbia ritirato l’ambasciatore presso la Repubblica italiana e, ben di più, abbia restaurato la giornata «del lutto» o «della vendetta»5 in esplicita polemica con il nostro paese.
È dal 1969 che Gheddafi è al potere, sono passati ben 36 anni, i rapporti sono stati anche tempestosi, ma possibile che nel corso di tutto questo tempo il governo italiano non abbia affrontato e risolto la questione dell’indennizzo che, legittimamente, la Libia richiede in riparazione dei danni, delle deportazioni, delle morti a carico del nostro passato coloniale? Nonostante i buoni uffici di Andreotti, di D’Alema e anche di Dini6 non siamo riusciti a costruire un rapporto amichevole e stabile con Tripoli. E adesso, finito l’embargo e restaurati buoni rapporti con le potenze occidentali, Usa in testa, le nostre imprese, se il governo non fa una buona politica, rischiano di essere soppiantate dagli altri concorrenti e, soprattutto, dagli americani.
Noi, stato italiano, ci siamo comportati – anche la mancata edizione di questi racconti ne è un sintomo – come i più miopi degli avari, quelli che per non dare una lira oggi, saranno condannati a darne milioni domani. Quanto ci avrebbe avvantaggiato nei confronti dei libici una grande operazione di sminamento di quel territorio dove italiani, tedeschi e inglesi hanno seminato milioni di ordigni, che ancora uccidono animali e persone; lo stesso Gheddafi porta una cicatrice di questa nostra seminagione. Quanto ci avrebbe avvantaggiato la realizzazione tempestiva di un complesso ospedaliero. E poi, per ultimo la buffoneria di Berlusconi, che, in visita a Tripoli, promette – senza neppur sapere quanto costa – duemila chilometri di autostrada per poi negare e nascondersi. Senza neppure tentare di avviare i lavori, che, peraltro, avrebbero potuto dare alle imprese italiane un bel po’ di profitti.
Ma tutto questo, potrà obiettare il lettore, ha ben poco a che vedere con la raccolta dei racconti pubblicati in questo volume. Rispondo che questa Fuga all’inferno e altre storie ha molto a che fare con i rapporti tra i due paesi. Questo è un libro di narrativa, ma fortemente politica. È letteratura, ma che – come molta buona letteratura – agisce sugli uomini e sulle cose della politica.

Fonte:http://www.manifestolibri.it/vedi_brano.php?id=375

Libia: processo farsa contro Saadi Gheddafi rinviato all’11 luglio

Tripoli, 21 giu 09:40 – (Agenzia Nova) – Il tribunale della Corte d’appello di Tripoli ha rinviato all’11 luglio l’udienza del processo a carico di Saadi Gheddafi, terzo figlio del defunto colonnello libico Muhammar Gheddafi. Saadi è comparso stamattina davanti alla seconda sezione penale del tribunale di Tripoli, davanti al giudice Ramadan Balut, il quale si occupa del RIDICOLO “caso dell’uccisione dello sportivo Bashir al Riani avvenuta sotto il regime di Gheddafi” . Saadi ha fugato così le speculazioni su dove si trovasse dopo il trasferimento del carcere di al Hadba per motivi di sicurezza e la liberazione del fratello, Saif al Islam Gheddafi.

Nell’estate del 2015 alcuni video pubblicati sul web mostravano i funzionari della sicurezza di Tripoli mentre torturavano e minacciavano Saadi Gheddafi nel tentativo di estorcergli una confessione. Il terzo figlio del colonnello è accusato, tra le altre cose, dell’”omicidio di un calciatore”  quando era capo della Federcalcio libica. Le immagini mostrano un funzionario della sicurezza mentre si rivolge al figlio del colonnello in tono minaccioso: “Puoi parlare ora di sua spontanea volontà o i nostri ragazzi ti faranno sedere su un proiettile calibro 23 millimetri per avere tutte le informazioni”. Un altro funzionario ricorda che “qui dentro abbiamo rotto le costole di Abdullah Senussi”, l’ex capo dei servizi segreti di Gheddafi. Saadi, da parte sua, chiede di rimuovere la benda sugli occhi: “Non ora, dopo”, rispondono i carcerieri di Tripoli, chiedendo all’ex calciatore di Perugia, Udinese e Sampdoria dei suoi presunti collegamenti con altri gruppi islamisti. “Mi faranno del male. Giuro su dio che mi faranno del male”, risponde uno spaventato Saadi Gheddafi. In un altro video, Saadi viene ripetutamente colpito sulle piante dei piedi con un bastone.

Intanto s’infittisce il ministero sulla sorte di Saif al Islam Gheddafi, del quale si sono perse ufficialmente le tracce dalla sera del 9 giugno quando la brigata Abu Bakr al Siddiq di Zintan lo ha liberato dallo stato di detenzione nel quale si trovava da alcuni anni. Le notizie diffuse subito dopo la sua liberazione lo davano ad al Baida, protetto dalle tribù locali, mentre negli ultimi giorni sono circolate voci sulla sua presenza a Ubari, nel sud della Libia. In realtà nelle ultime ore è circolato sul web un video che, secondo fonti algerine, ritrarrebbe lo stesso Saif al Islam insieme a dei tuareg nella città di Ubari. Nel video pubblicato sul web Saif al Islam sarebbe l’uomo che, vestito di una lunga tunica marrone, cammina insieme a esponenti di tribù tuareg per le strade di Ubari, città nel sud della Libia al confine con l’Algeria le cui famiglie sono legate a quella dei Gheddafi. A riferirlo è il quotidiano algerino “al Fadjr”, secondo il quale presto il figlio del colonnello che ha guidato la Libia per decenni potrebbe ritornare ad avere un ruolo politico nel paese.

Saif al Islam era stato arrestato dalla brigata di Zintan nel novembre del 2011 mentre si trovava sulla strada per il Niger in fuga dopo la morte del padre. Nel luglio del 2015 il tribunale d’Appello di Tripoli lo aveva condannato a morte per la “repressione delle proteste”  in Libia. Si dice convinto di un ritorno sulla scena politica di Saif al Islam Gheddafi anche l’avvocato e analista politico Ibrahim Ghweil. Parlando nei giorni scorsi al Cairo nel corso di una festa organizzata nella capitale egiziana in occasione della liberazione del figlio del colonnello libico, Ghweil ha spiegato ai presenti che “nella prossima fase ci sarà una riconciliazione complessiva della società libica e verrà completato il progetto di Libia al Ghad (la Libia del domani, piano che con Gheddafi prevedeva il passaggio del potere di padre in figlio) che si è fermato nel 2011, per far uscire il paese dalla sua crisi”. A presentare questo piano, secondo Ghweil, citato dal sito informativo “Akhbar Libya”, sarà lo stesso Saif al Islam.

Il procuratore della Corte penale internazionale (Cpi), Fatou Bensouda, nel frattempo ha chiesto l’immediato arresto e la consegna alle autorità della Corte di Saif al Islam e Al Tuhamy Mohamed Khaled, sui quali spicca un mandato di cattura per “crimini contro l’umanità” . “Il mio ufficio è a conoscenza delle ultime notizie dei media secondo cui lo scorso 9 giugno Saif al Islam Gheddafi sarebbe stato liberato dal suo stato di custodia dalla brigata Abu Bakr al Siddiq della città di Zintan in Libia”, precisa la Bensouda in un comunicato stampa pubblicato dal sito della Cpi. “Attualmente stiamo verificando queste informazioni e prendendo le misure necessarie per determinare la posizione del signor Gheddafi. A tal fine, invito le autorità della Libia, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e tutti i paesi che aderiscono allo Statuto di Roma, altri stati ed entità pertinenti ad inviare al mio ufficio qualsiasi informazione pertinente in loro possesso”, si legge nella nota.

La scarcerazione della “Spada dell’Islam”, avvenuta in teoria venerdì 9 giugno, non era stata ancora confermata da un’apparizione pubblica. Sulla piattaforma Youtube erano stati caricati alcuni filmati del figlio di Gheddafi spacciati per nuovi, ma risalenti in realtà all’epoca della passata Jamahiriya. In rete circolava voce che Saif al Islam avrebbe fatto un discorso alla nazione il 27mo giorno del Ramadan (il 22 giugno), ma intanto la località dove si trova resta ancora un mistero. (Lit)

“L’attacco all’ambasciata Usa a Bengasi non è mai avvenuto”

Le dichiarazioni shock del giornalista freelance Jim Stone

La notizia è stata diffusa dal quotidiano online IbTimes. Il giornalista freelance Jim Stone, sostiene con convinzione che l’attacco all’ambasciata di Benghazi non sia mai avvenuto. Lo scrive sul suo blog. Il giornalista, si legge su IbTimes, “afferma la non esistenza di un’ambasciata Usa a Benghazi in quanto, secondo il sito ufficiale del Dipartimento di Stato Usa, l’unica ambasciata in Libia risulta essere quella di Tripoli“.

L’ambasciata di Benghazi, quindi, non esisterebbe. La prova è anche su Google Maps, dove non è possibile individuare ambasciate americane a Benghazi. Anche su Wikipedia, la lista delle ambasciate Usa confermata la presenza dell’unica ambasciata a Tripoli.

A Benghazi, secondo il giornalista, non esisterebbe neanche un consolato e nessun edificio diplomatico americano.

THERE IS NO U.S. EMBASSY, CONSULATE, OR ANY U.S. REPRESENTATION OF ANY SORT IN BENGHAZI LIBYA. EMBASSY KILLINGS NEVER HAPPENED.

Le foto che circolano in rete, e che ritrarrebbero l’edificio di Benghazi distrutto, sarebbero, secondo il giornalista, false. Nessuno ne può confermare la veridicità.

Sarete preoccupati di ciò che potrà succedere in futuro. Questa menzogna è talmente ovvia che potremmo distruggere la credibilità di Cnn, Fox, Abc e quant’altro. Non perdiamo questa occasione.” Queste le pesanti parole che il giornalista ha pubblicato sul suo blog.

Il freelance ha poi pubblicato gli articoli di alcuni autorevoli quotidiani che parlano dell’attacco a Benghazi: entrambi danno due location differenti per l’ambasciata. Si tratta del Guardian e del Daily Mail. Questo va ad avvolarare la tesi della non veridicità della notizia.
Fontehttp://www.cadoinpiedi.it/2012/09/17/lattaco_allambasciata_usa_a_bengasi_non_e_mai_avvenuto.html

Il “giornalista” Paul Conroy, agente operativo del MI6

Pubblicato il: 7 marzo, 2012

Il “giornalista” Paul Conroy, agente operativo del MI6

Réseau Voltaire  6 marzo 2012

Presentato come reporter del Sunday Times, Paul Conroy, che è appena fuggito dall’Emirato Islamico di Bab Amr, è un agente dell’MI6 britannico.
 
– Mahdi al-Harati ha sposato una donna irlandese e ha vissuto a Dublino. Paul Conroy è nordirlandese, ed è cresciuto a Liverpool.
Secondo l’ex premier Jose Maria Aznar, Mahdi al-Harati è ancora ricercato in Spagna per il suo coinvolgimento negli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004.
Nel 2010, con la barba e l’accurata copertura più di una ONG, Mahdi al-Harati era stato infiltrato dall’MI6 nella “Freedom Flotilla“, che cercava di portare aiuti umanitari a Gaza.
Mahdi al-Harati ha guidato la brigata di al-Qaida che aveva assediato l’hotel Rixos a Tripoli, nell’agosto del 2011. Secondo Khamis Gheddafi, era inquadrata da istruttori francesi. Una fonte militare straniera di alto livello, al-Harati ebbe dalla NATO la missione di catturare i leader libici rifugiatisi in una struttura segreta dell’hotel, e di assassinarvi il deputato ed ex-assistente di Martin Luther King, Walter Fauntroy. Doveva eliminare anche due dipendenti della Rete Voltaire, Thierry Meyssan e Mahdi Darius Nazemroaya, che risiedevano presso l’hotel Radisson, dove al-Harati aveva posto il suo centro di tortura. Questa decisione era stata presa in una riunione ristretta del comando NATO di Napoli, pochi giorni prima. La relazione menziona la presenza alla riunione di Alain Juppé. Interrogato su ciò, la sua segreteria ha negato qualsiasi coinvolgimento del ministro degli esteri francese e disse che era in vacanza, in quella data.
Nell’ottobre 2011, Mahdi al-Harati mise in scena, in Siria, un finto villaggio occupato, situato tra le montagne al confine turco. Per due mesi ricevette i giornalisti occidentali per vantare la “rivoluzione” siriana. Il villaggio è abitato da una tribù che era stata pagata per produrre delle manifestazioni e per posare per la stampa. Al-Harati vi ricevette anche Paul Moreira di Canal Plus e Edith Bouvier di Le Figaro.
– Abdelhakim Belhaj è il braccio destro di Ayman al-Zawahiri, e attuale numero due di al-Qaida. Anche se ufficialmente è ancora uno dei criminali più ricercati del mondo, è stato promosso dalla NATO a governatore militare di Tripoli. Abdelhakim Belhaj ha anche la  residenza in Qatar.
Abdelhakim Belhaj ha recentemente fatto diversi viaggi in Turchia, dove dispone di un ufficio nella base NATO di Incirlik, e in Siria dove ha infiltrato dei gruppi per un totale di 1.500 combattenti. Secondo Ayman al-Zawahiri, i suoi uomini hanno commesso gli attentati di Damasco e Aleppo.
La sua organizzazione, il Gruppo combattente islamico in Libia, si è fusa con al-Qaida, ma è ancora sulla lista dei terroristi del Dipartimento di Stato statunitense e del Dipartimento degli Interni inglese.
Associandosi con dei noti  terroristi, Conroy cade sotto la legge degli Stati Uniti e del Regno Unito per sostegno o associazione a un gruppo terroristico. Affronterebbe 15 anni di carcere, salvo affermare la sua immunità, facendo valere la sua qualifica di agente di Sua Maestà.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Preso da:http://www.statopotenza.eu/2800/il-giornalista-paul-conroy-agente-operativo-del-mi6

Anche su: http://marionessuno.blogspot.it/2013/03/il-giornalista-paul-conroy-agente.html

Libia: petrolio rosso sangue

È uscito il secondo episodio di «Humanitarian War», famosa fiction washingtoniana sulla Libia.

25 settembre 2012

Ecco il trailer: aiutati i libici a liberarsi dal feroce dittatore, i buoni, guidati dall’eroico Chris, continuano ad aiutarli con uguale disinteresse; ma i cattivi – i terroristi ancora annidati nel paese – uccidono Chris che «rischiava la vita per aiutare il popolo libico a costruire le fondamenta di una nuova e libera nazione» (Hillary Clinton) e, «fatto particolarmente tragico, lo uccidono a Bengasi, città che aveva aiutato a salvare» (Barack Obama); il Presidente invia una «forza di sicurezza» in Libia, ma sono gli abitanti di Bengasi, scesi spontaneamente in piazza con cartelli inneggianti a Chris, a cacciare i cattivi dalle loro tane.

In attesa del terzo episodio, uno sguardo alla realtà.

Chris Stevens, ambasciatore in Libia dallo scorso maggio, era stato rappresentante speciale Usa presso il Cnt di Bengasi durante la guerra: ossia il regista dell’operazione segreta con cui erano state reclutate, finanziate e armate contro il governo di Tripoli anche milizie islamiche fino a poco prima bollate come terroriste. Novello apprendista stregone, Chris Stevens è stato travolto dalle forze da lui stesso create quando, abbattuto il governo di Tripoli, in veste di ambasciatore Usa ha diretto l’operazione per neutralizzare le milizie ritenute da Washington non affidabili e integrare nelle forze governative quelle affidabili.

Operazione estremamente complessa: ci sono in Libia almeno 100mila combattenti armati, appartenenti a svariate formazioni, comprese alcune gheddafiane. Tripoli controlla oggi solo una parte minore del territorio. È iniziata la digregazione dello stato unitario, fomentata da interessi di parte. La Cirenaica – dove si trovano i due terzi del petrolio libico – si è autoproclamata di fatto indipendente, e lo vuol essere anche il Fezzan, dove sono altri grossi giacimenti, mentre alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale.

La balcanizzazione della Libia rientra nei piani di Washington, se non riesce a controllare lo stato unitario. Ciò che preme agli Usa e alle potenze europee è controllare il petrolio libico: oltre 47 miliardi di barili di riserve accertate, le maggiori dell’Africa. Importante per loro è disporre anche del territorio libico per lo spiegamento avanzato di forze militari. La forza di rapido spiegamento dei marines, inviata da Obama in Libia con il supporto dei droni di Sigonella, ufficialmente come risposta all’uccisione dell’ambasciatore, non è né la prima né l’ultima. Il Pentagono aveva già inviato forze speciali e contractor a presidiare le maggiori piattaforme petrolifere, e ora si prepara a un’azione «antiterrorista».

Sono da tempo sbarcate le compagnie petrolifere che, con accordi ufficiali e sottobanco (grazie alla diffusa corruzione), ottengono contratti molto più vantaggiosi dei precedenti. Si prepara allo stesso tempo la privatizzazione dell’industria energetica libica.

Partecipa alla spartizione del bottino anche il Qatar che, dopo aver contribuito alla guerra di Libia con forze speciali infiltrate e forniture militari, spendendo oltre 2 miliardi di dollari, ha ottenuto il 49% (ma di fatto il controllo) della Banca libica per il commercio e lo sviluppo.

Un buon investimento, quello della guerra.

Manlio Dinucci
Il Manifesto, 25 settembre 2012.

Tutte le versioni di questo articolo:
Libye : pétrole rouge sang

Libia 2011: Giornalisti britannici sono accusati da un gruppo di miliziani di spionaggio in Libia (ITA-ENG)

The Guardian
[04.03.2012] di Chris Stephen        (trad. di Vera Zasulich per GilGuySparks)
Due giornalisti britannici, arrestati il mese scorso da un gruppo di una milizia libica, in diretta sfida all’autorità del nuovo governo del paese, sono stati accusati di spionaggio.
La milizia ha inscenato a tarda notte una conferenza stampa in un hotel di Tripoli per svelare ciò che essi hanno definito essere prove di attività improprie.
Gareth Montgomery-Johnson, di 36 anni, e il giornalista Nicholas Davies, di 37, che lavorano per la Press TV iraniana di proprietà statale, sono stati arrestati il 23 febbraio da una milizia di Misurata con sede a Tripoli.
Il dr. Fortia Suleiman, membro di Misrata del Consiglio Nazionale di Transizione che governa la Libia, ha detto che la milizia aveva l’autorizzazione del governo per detenere gli uomini perché [i miliziani] rappresentavano la “Rivoluzione del 17 febbraio“, data in cui è iniziata la rivoluzione libica lo scorso anno.
Faraj al-Swehli

Siamo tutti parte del governo, le milizie e il governo sono insieme“, ha detto Fortia.
I servizi di intelligence di tutto il mondo hanno la facoltà di trattenere i sospetti mentre indagano su di loro“.
Ha citato l’esempio del comandante della milizia di Tripoli, Abdul Hakim Belhaji, che è stato arrestato dagli Stati Uniti nel 2004, accusato di terrorismo, in un’operazione nella quale, ha detto Belhaji, la Gran Bretagna era complice.
La detenzione dei due uomini ha già suscitato le proteste di Amnesty International, che ha chiesto che il governo libico prenda in custodia gli uomini e chiami la milizia a renderne conto.
In una conferenza stampa a volte incoerente, Fortia, affiancato da miliziani in mimetica, ha mostrato ciò che ha riferito essere materiale sospetto, trovato sui due uomini. Ciò includeva un bendaggio da campo in un involucro nero che ha affermato essere sospetto in quanto “made in Israele” ed elenchi dei membri della milizia di Tripoli uccisi negli scontri dello scorso anno.
Inoltre ha mostrato, che erano state trovate, ancora addosso agli uomini, fotografie di miliziani libici in pose da combattimento, una fotocopia di un permesso di soggiorno iraniano in uno dei passaporti degli uomini e quello che sembra essere una scaletta di un montaggio televisivo. Alla domanda su cosa vi era di sospetto negli oggetti, Fortia ha detto che sarebbero state necessarie “ulteriori indagini“.
La milizia ha poi proiettato un filmato trovato nei computer dei due uomini, consistente in ciò sembrava essere un filmato che mostrava i due uomini ballare in piazza dei Martiri di Tripoli sopra una colonna sonora musicale.
Avevano anche materiale pornografico“, ha detto Fortia.
Ha detto di aver informato i ministeri degli interni e della difesa della Libia e di non aver ricevuto alcuna lamentela circa la loro decisione di continuare a detenere gli uomini. “Tutti [i ministeri] sanno ciò che fanno“.
Nessun ministero dispone di un ufficio stampa e nessun funzionario era disponibile per un commento domenica notte.
Abbiamo la totale responsabilità della sicurezza a Tripoli“, ha detto Faraj al-Swehli, il comandante della milizia.
Fortia ha detto che gli uomini sarebbero rimasti in detenzione presso l’ex accademia militare femminile sul lungomare di Tripoli e che sarebbero state necessarie ulteriori indagini per determinare se fossero spie.
E ‘troppo presto per decidere. Questo è un qualcosa che sarà stabilito dopo ulteriori investigazioni“.
Swehli ha detto: “Dobbiamo proteggere la Rivoluzione del 17 febbraio e non tutti coloro che portano una macchina fotografica sono in realtà dei giornalisti.”
Il loro annuncio provocherà preoccupazione tra i diplomatici, già preoccupati per l’incapacità delle autorità libiche di frenare le milizie, dopo la pubblicazione di un filmato che mostra una milizia compiere atti vandalici in un cimitero di guerra britannico.
La milizia di Swehli la scorsa settimana ha visto il suo principale posto di controlllo a Misurata attaccato da altre milizie del Consiglio militare della città, che la accusavano di tenere prigionieri sotto detenzione illegale.
Per lunedì sono previste a Tripoli proteste da parte dei cittadini contro la presenza continua nella città di milizie di Misurata e di altre unità provenienti dall’esterno della capitale libica, che dicono essere una minaccia per la sicurezza.
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  • British journalists accused by militia group of spying in Libya
Two British journalists arrested last month by a Libyan militia group in a direct challenge to the authority of the country’s new government have been accused of spying.
The militia staged a late-night press conference in a Tripoli hotel to unveil what they said was evidence of improper activities.
Gareth Montgomery-Johnson, 36, and reporter Nicholas Davies, 37, who work for Iran’s state-owned Press TV, were arrested 23 February by a Misrata militia based in Tripoli.
Dr Suleiman Fortia, a Misratan member of Libya‘s ruling National Transitional Council, said the militia had government authority to hold the men because they represented the “February 17 Revolution”, the date on which Libya’s revolution began last year.
“We are all part of the government, the militias and government are together,” said Fortia. “Intelligence services around the world have the authority to hold onto suspects while they are investigating them.” He cited the example of Tripoli’s militia commander, Abdul Hakim Bilhaj, who was detained by the United States in 2004 accused of terrorism in an operation Bilhaj has said Britain was complicit.
The detention of the two men has already prompted protests from Amnesty International, which has demanded that the Libyan government take custody of the men and call the militia to account.
In a sometimes rambling press conference, Fortia, flanked by camouflaged militiamen, showed what he said was suspicious material found on the two men.
This included a field dressing in a black wrapper which he said was suspicious because it was “made in Israel” and lists of Tripoli militia members killed in clashes last year.
Also presented were still photographs found on the men of Libyan militiamen in combat poses, a photocopy of an Iranian residence permit in one of the men’s passports and what appeared to be a television editing script. Asked what was suspicious about the items, Fortia said “further investigation” would be necessary.
The militia then screened footage found in the two men’s computers, consisting of what appeared to be home movies showing the two men dancing in Tripoli’s Martyr’s Square over a music soundtrack.
“They also had pornography,” said Fortia.
He said he had informed Libya’s interior and defence ministries, and had received no complaints about their decision to continue detaining the men. “They [the ministries] all know what they are doing.”
Neither ministry has a press office and no officials were available for comment on Sunday night.
“We have the total responsibility for security in Tripoli,” said Faraj al-Swehli, the militia commander.
Fortia said the men would remain in detention in the former women’s military academy on Tripoli’s beachfront and that more inquiries would be needed to determine if they were spies. “It is too early to decide. This is something that will be proved after further investigations.”
Swehli said: “We have to protect the 17 February Revolution and not everyone who carries a camera is really a journalist.”
Their announcement will cause concern among diplomats already worried about the inability of Libya’s authorities to rein-in militias, following the release of video footage showing a militia near Benghazi vandalising a British war graves site.
Swehli’s militia last week saw its main checkpoint in Misrata attacked by other militias of the city’s military council, who accused it of holding captives in illegal detention.
Protests are planned for Monday by Tripoli citizens against the continued presence in the city of militias from Misrata and other units from outside the Libyan capital, who they say are a threat to security.

http://www.guardian.co.uk/world/2012/mar/04/british-journalists-accused-spying-libya

Libya Free… to steal, rape and kill!

[06.11.2011] di GilGuySparks

I lealisti e le forze governative lo avevano detto dai primi giorni dei disordini in Libia nella parte orientale del paese; coloro che si presentavano come i democratici, vittime di repressioni efferate, erano, per lo più, una congerie mal assortita di estremisti islamici, esuli dalla dubbia fama e qualche migliaio di giovanissimi tra i 18 e i 25 anni che hanno dimostrato fin da subito quali fossero  le loro reali intenzioni. Lo si era visto nei numerosi filmati e nelle fotografie che rappresentavano, senza dubbio alcuno, l’inaudita ferocia, la compiaciuta adorazione e ostentazione per le torture efferate, la negazione di qualsiasi, anche minimo, rispetto per gli esseri umani e le loro cose.

Lo avevano sperimentato, questo mix spietato, gli abitanti di Bengasi diversi mesi fa, il cui terrore era andato crescendo, man mano che il potere passava dalle mani del legittimo governo libico in quelle delle bande criminali e assassine che spadroneggiavano, picchiando a morte, razziando, stuprando e commettendo ogni genere di abuso sulla popolazione civile. Questi giovani, che il colonnello Gheddafi aveva descritto come invasati e drogati, agivano e continuano ad agire in un delirio di onnipotenza, tipico di coloro che sono stati testimoni complici di inenarrabili bagni di sangue e orge di violenze. Questi bravi ragazzi imberbi sono stati educati, in poco più di otto mesi, alla barbarie deliberata; hanno perpetrato o hanno visto perpetrare violenze inaudite rivolte prevalentemente ad esseri umani inermi. Le vittime sono state senz’altro anche le forze militari lealiste, le cui fosse comuni sparse tra Bengasi e Misurata, tra Sirte e Tripoli nessun organismo umanitario internazionale, nessun giornalista occidentale andrà mai a documentare e denunciare. I barbuti pseudo rivoluzionari che si accompagnavano con torme di quei ragazzi invasati della peggiore teppaglia, con la scure e il machete alla cinta hanno amputato le dita, le mani, i piedi e le teste di un numero di esseri umani incommensurabile. Non sono stati risparmiati a questo scempio né i bambini, né le donne, né gli anziani. Centinaia di migliaia sono ormai i desaparecidos libici e le efferatezze continuano sotto lo sguardo indifferente della comunità internazionale e delle autorità neo insediate che dovrebbero essere portate in giudizio per aver infranto qualsiasi legge nazionale ed internazionale sui diritti civili, umani in tempo di pace così come di guerra.
La violenza feroce, disumana, spettacolarizzata da quelle decine di videofonini che riprendevano, tra una torma di degenerati ululanti un mal riposto “Allah Akbar”, le torture, ampiamente censurate, alle quali è stato sottoposto l’anziano leader e colonnello del popolo libico, Muammar Gheddafi, sono state la rappresentazione di quello che ha subito la Libia e il suo popolo dagli inizi di febbraio ad oggi, cioè da quando è scattato il piano golpistico dei paesi occidentali per rovesciare uno Stato sovrano. Difficilmente la Libia potrà mai tornare a i livelli di sviluppo che aveva raggiunto con la Jamahiriya; più di otto mesi di bombardamenti di infrastrutture civili hanno ridotto la Libia ad un cumulo di macerie, mentre i saccheggi, le ruberie e le violenze più atroci hanno trasformato un popolo che aveva il più alto benessere tra i popoli dell’Africa, in un popolo in condizioni di grave indigenza, privato di servizi essenziali, privato della stessa sicurezza per sé, per i propri familiari e per le proprie cose. Con la risoluzione Onu 1973 gli Stati occidentali aderenti alla Nato hanno distrutto assieme agli edifici, la possibilità di una serena esistenza, la certezza del diritto e della stessa vita di migliaia di persone. Con la pretesa, assurda e menzognera, di difendere i diritti umani e civili della popolazione libica, la Nato e i suoi alleati arabi hanno, in tutti questi mesi, difeso una banda di stragisti, malfattori, estremisti islamici e criminali efferati della peggior specie.

Usando le parole del prof. James Petras : “fondamentalisti […], delinquenti, assassini. […] Come possiamo vedere in Libia, nel saccheggio e nel terrore che sta accadendo dentro il paese, […] le uniche forze sulle quali gli Stati Uniti possono contare sono quelle che potremmo chiamare la spazzatura della società, teppa sottoproletaria che si presta al saccheggio del paese.”
Una parte minoritaria della popolazione aveva appoggiato i ribelli, aveva parteggiato per loro anche a Tripoli anche se in minoranza evidente; a distanza di poco più di due mesi dalla caduta di Tripoli nelle mani di quel miscuglio di milizie islamiste e bande armate di facinorosi, assettati di violenze e facili arricchimenti, moltissimi dei simpatizzanti dei ribelli cominciano a realizzare che quei bravi ragazzi sono mossi unicamente dalla ricerca senza scrupoli della brama di ricchezze e di un potere che nelle loro teste si declina come esercizio senza freni del sopruso sull’altro, sul diverso, sulle donne, su tutti coloro che gli si oppongono. Aveva ragione Gheddafi che li definiva drogati per i loro comportamenti, non sapendo dare altra spiegazione alle loro azioni, ma non erano drogati con droghe sintetiche o di altra natura, erano e sono come animali feroci che assaggiato il sapore del sangue, il gusto per la sadica tortura e quello della polvere da sparo dei loro fucili mitragliatori, si muovono come degli invasati, si comportano come tossici all’ultimo stadio; necessitano, come fossero in astinenza, dell’appagamento quotidiano nell’esercizio di violenze barbare, catturando prede inermi da poter seviziare impunemente e commettendo abusi sfrenati, giunti come sono all’apice della loro volontà di potenza.
Tuttavia questa violenza inaudita comincia a riversarsi indistintamente, non più sulla popolazione vicina al colonnello Gheddafi, ma investe anche quella parte minoritaria a Tripoli che aveva scelto la fazione dei ribelli e ne aveva sposato la causa. Lo ha compreso e realizzato un abitante di Tripoli, Abdul Mojan nel momento in cui sono venuti dei bravi ragazzi lo hanno gettato nel bagagliaio della loro auto, […] e sono partiti con lui un prigioniero dentro. Quando finalmente si sono fermati e lo hanno trascinato fuori, ha chiesto a loro: “Che cosa state facendo io sono un rivoluzionario come voi non ho mai sostenuto Gheddafi”-  Ma agli ex ribelli non importava. Avevano preso in simpatia l’edificio del nuovo ufficio nella zona occidentale di Tripoli che il signor Mojan gestiva e volevano le chiavi e i documenti di proprietà. Ha cercato di ragionare con loro, sottolineando che c’erano un sacco di edifici governativi vuoti in ​​piedi. Inutilmente, però. Da un arrogante diciottenne gli fu detto: “Ci siamo sacrificati per questa rivoluzione e tu non lo hai fatto, e ora noi ci prendiamo quello che vogliamo. Potrai riavere l’edificio quando la rivoluzione sarà finita.
Il signor Mojan era ancora incredulo quando rilasciava al Telegraph la sua intervista “ammettendo che si sentiva fortunato ad esserne uscito senza un pestaggio anche se non c’era nulla che potesse fare per i  5.000 dinari (£ 2.550) che avevano rubato dalla sua auto.”

Molti degli abitanti di Tripoli hanno avuto un momento simile di triste risveglio in queste ultime settimane. I loro liberatori, ancora spavaldi girano per la città armati fino ai denti e non sono tornati alle loro città di origine come avevano promesso.
Qualche abitante di Tripoli che ha ancora lo spirito per fare ironia ha sibilato “Quando hanno detto Libia Free, intendevano le auto, i frigoriferi e i televisori a schermo piatto“.
Le case private dei cittadini di Tripoli e di Sirte, e quelle di quasi tutti i villaggi caduti nelle mani dei ribelli, sono state prese d’assalto e saccheggiate di tutto il loro arredo. Camion di televisori al plasma, lampadari, mobili impianti stereo e tutto ciò che potesse avere un valore vengono caricati e trasportati verso Bengasi dove finiscono nei bazaar e nei mercati a basso costo.
Nella Tripoli liberata può accadere di essere fermati ad un posto di blocco e sentirsi requisire l’auto, ricevendo in cambio ricevute che dicono che verrà restituita dopo la rivoluzione.

Nella capitale le bande dei miliziani si scontrano sempre più spesso tra di loro, ma non per questioni tribali come qualche volta riportano i giornali e i media, piuttosto per dissidi sulla spartizione dei territori e dei bottini. Le milizie ribelli del CNT hanno assaltato sistematicamente tutti i depositi di armi, di prima necessità, non una sola banca è stata risparmiata, sono state tutte assaltate svuotate del loro contenuto e dati alle fiamme tutti i documenti dei depositi; non sono stati risparmiati neppure i musei da questi saccheggi sfrenati. Come riportato da varie fonti i musei di Bengasi , quello Soltane nella parte est di Sirte, e quello Nazionale e Islamico a Tripoli sono stati razziati di tutto ciò che aveva un valore. Nikolai Sologubovsky, giornalista e vice capo di un comitato russo di solidarietà con il popolo di Libia e Siria aveva dichiarato alla televisione russa, verso la fine di agosto, che il Museo Nazionale di Tripoli al-Jamahiriya era stato saccheggiato e i manufatti venivano spediti via mare verso l’Europa.

Ma ciò che allarma ancora di più, anche quella parte di popolazione che, sebbene minoritaria, aveva appoggiato la pseudo rivoluzione, è  il fatto che i presunti liberatori si siano rivelati essere criminali della peggior specie, spesso ubriachi fradici, che girano armati di tutto punto come se fossero i padroni della città di Tripoli. Numerose sono le segnalazioni di scontri armati tra milizie, solo limitandosi la scorsa settimana, sono state registrate non meno di cinque sparatorie di una certa entità che hanno coinvolto gruppi di miliziani di Zintan e quelli delle forze legate al terrorista islamico, ora consigliere militare di Tripoli, Abdel Akim Belhaji. Proprio ieri 5 novembre queste milizie contrapposte si sono affrontate duramente nel quartiere Al Andalous, situato nella zona turistica; mentre in un altro scontro a fuoco tra le stesse milizie, nella Piazza Verde, un bambino sarebbe stato colpito, assieme un’altra persona, da proiettili vaganti.

Altri scontri sono stati registrati nell’ultima settimana presso diversi ospedali, presso l’aeroporto e il porto di Tripoli; gli scontri erano sempre tra fazioni contrapposte di ribelli che hanno lasciato sul campo parecchi morti e decine di feriti.

Perfino a Bengasi dove ha preso inizio il colpo di stato sono stati registrati negli ultimi giorni numerosi scontri tra le stesse milizie; i motivi di questi scontri ruotano sempre attorno alle forniture di armi e ultimamente anche sulle paghe che sarebbero state distribuite tra i ribelli.

I signori della guerra occidentali hanno seminato le divisioni, esasperato la violenza, incoraggiato e spalleggiato estremisti islamici e imberbi ragazzotti che educati alla mattanza gratuita ora si aggirano come belve assetate in cerca della propria soddisfazione, e che continuano a sequestrare, torturare e stuprare migliaia di libici, tutti dichiarati “sospetti sostenitori Gheddafi”  in una vasta caccia alle streghe, basata spesso sulla base di  accuse che sono poco più di voci.
Capita così in Libia che anche gente che aveva sostenuto la rivoluzione ingenuamente e che fino ad un mese fa era piena di speranza, descriva come un fallimento la rivoluzione. Abbacinati dal sogno surreale di trasformare la Libia in uno stato europeo si sono svegliati in una Libia che aveva come vittoriosi, oscurantisti terroristi islamici e brigate di criminali rabbiosi. Non rimpiangono ancora la Libia di Gheddafi ma avranno tempo per farlo.
E’ il caso di Omar che ha potuto toccare con mano il profilo tagliente della Libia liberata, quando uomini armati di Misurata lo hanno preso e sequestrato. Quei ribelli avevano agito per un ricco uomo d’affari della città, con il quale Omar aveva avuto una controversia parecchi anni fa. “Sono giunti  a casa sua e Omar è andato con loro perché credeva nella rivoluzione e ha pensato che era un equivoco che presto sarebbe stato risolto. Ma quando sono arrivati ​​a Misurata lo hanno  gettato nella loro prigione privata e hanno detto che avrebbero battuto le piante dei suoi piedi fino a quando non avrebbe confessato. E ‘una vecchia tortura turca chiamata falakha.

Oggi si possono vedere “questi rivoluzionari” guidare sui  loro pick-up con grandi mitragliatrici e girare tra i bungalow nel sobborgo di Regata, un delizioso quartiere di palme e bungalow di fronte al mare, mentre raccolgono congelatori e televisori a schermo piatto frutto dei saccheggi.

La storia più di colore, non negata dal comandante Mohammed al-Madhni, è quella che racconta che i ribelli di  Zintan rubarono perfino “un elefante dallo zoo di  Tripoli come un trofeo di guerra, portando  la bestia sfortunata alla loro città in un camion.

Siamo qui per aiutare a costruire la democrazia e proteggere la rivoluzione“, ha detto lo stesso Mohammed al-Madhni, con un sorriso furbo.
C’è da credergli.

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Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/11/06/libya-free-to-steal-rape-and-kill/

Le bombe a grappolo della Clinton e le rivendicazioni di vittoria

  • Le bombe a grappolo della Clinton e le rivendicazioni di vittoria
    [19.10.2011] trad. di Vera Zasulich per GilGuySparks

Hillary Clinton è il più alto ufficiale americano a visitare la Libia dopo la caduta del legittimo governo libico. La “visita a sorpresa” della Clinton faceva seguito ad una ancor più “ilare” rivendicazione di vittoria, e all’annuncio della NATO del ritiro della Svezia dalla Libia, per arrivare ai progressi nella sua campagna militare. I media corporati occidentali si concentrano  su Hillary e Mahmud, una foto opportunity in un ospedale, la narrativa umanitaria, e la  dichiarazione di un “Gheddafi, ricercato vivo o morto”, mentre la NATO lanciava bombe al fosforo su Bani Walid.
dal Dr. Christof Lehmann

Che incubo logistico deve essere stato per i servizi segreti e l’intelligence della NATO recapitare la Clinton salva a Tripoli. Pesanti combattimenti attorno all’aeroporto di Tripoli e sull’altopiano di Abu Salim avrebbero reso il suo aereo vulnerabile ad attacchi. Così è stata introdotta clandestinamente a Tripoli in barca? Molto probabilmente. Si poteva quasi vedere dal sorrisetto sul suo viso, quando ha affrontato una selezione di media compiacenti assieme a Jibril, che era “eccitata” dall’avventura. Dopo anni insieme al marito, dipendente dalla Coca (n.d.t. il significato è giocato sull’ambiguità del termine coca cola/cocaina) ed ex presidente degli Stati Uniti, William Jefferson Clinton, Hillary ne ha l’abitudine per stare “su di giri”, quindi chissà, potrebbe essere che Jibril e Hillary si siano fatti una Coca e un sorriso prima di affrontare la stampa. Accanto alla speculazione, però, ci sono alcuni dei sintomi psicologici di abuso di coka a lungo termine, le manie di grandezza, l’umore instabile, la paranoia e i comportamenti aggressivi, che sono una perfetta descrizione della politica che lei rappresenta riguardo alla Libia.

Se alcuni dei media che erano presenti alla foto opportunity con Jibril avessero onorato l’etica del loro mestiere, che cosa ci sarebbe stato sui titoli e sulle prime pagine di oggi, ci sarebbe “La canaglia di Stato Hillary chiede la cattura di un legittimo capo di Stato in Libia, vivo o morto” o che dire di “Hillary una photo opportunity umanitaria in ospedale, mentre la NATO bombarda Bani Walid con bombe al fosforo bianco“. Ma no, i media occidentali corporati sono compiacenti e assolvono con  precisione la funzione che sono destinati a soddisfare, mantenere le popolazioni dell’occidente in uno stato di sonno confortevole e di illusione. Una foto opportunity all’ospedale di Tripoli avrebbe dovuto coprire la situazione caotica e disastrosa a Sirte. Il semplice fatto che Clinton pronunci pubblicamente la sua speranza che “Gheddafi presto venga ucciso o catturato” dovrebbe farle guadagnare un atto d’accusa per crimini di guerra. Quanti capi di stato  hanno ucciso gli Stati Uniti dagli anni 60.

La NATO e la sua leadership politica sono alla disperata ricerca di una vittoria, sapendo che le proteste nazionali che infuriano in Europa e negli Stati Uniti, che finora sono state ben gestite e controllate, potrebbero essere cooptati dai loro stessi popoli, chiedendo uno stop immediato alla guerra assassina. La NATO è disperata, perché a dispetto di mesi di massicce campagne militari in Libia, il popolo della Libia e i suoi militari rifiutano di dare un pollice per l’esercito ribelle da quattro soldi di mercenari e i loro Comandanti delle Forze Speciali, senza combattere per essi. Uno degli sbocchi più favoriti della propaganda CIA, il Washington Post sta cercando di convincere i suoi lettori di una vittoria imminente, cosa che è tanto credibile quanto la promessa degli imperatori della Germania al popolo tedesco, che le truppe sarebbero tornate a casa prima di Natale, all’inizio della prima guerra mondiale. Così cosa può fare la NATO per contrastare ciò che sempre più si sta trasformando in un disastro di pubbliche relazioni. Lasciare che la Svezia ritiri gli otto aerei da combattimento.
Quelli sono qualcosa che le portaerei americane hanno comunque di riserva, forse il pubblico potrà acquistare la nostra narrativa sulla vittoria se ritiriamo alcuni get svedesi, giusto. Oppure inviare ancora un po ‘dal Qatar. Il problema più grande con il quale si misura sia Hillary e la NATO è che, indipendentemente dalla bugia alla quale crede la gente, la situazione sul terreno sostanzialmente non cambia, e guardare la situazione sul terreno mentre si parla di vittoria, sarebbe veramente vicino all’ “H-ilare” se non fosse che la popolazione libica ha ricevuto alla fine i crimini di guerra della NATO.

Tripoli e Abu Salim sono state ancora una volta il bersaglio delle bombe della NATO, e la dura resistenza continua a sfidare la narrazione della vittoria della NATO in tutta la città. A Sirte il fronte è rimasto fermo, e una zona in più è stata sommersa dall’acqua. Anche se del territorio sta cambiando di mano, e anche se la città è stata oggetto di un massiccio fuoco di artiglieria e di carri armati, la resistenza sta resistendo nella parte occidentale della città. Per sapere quanto costosamente, pericolosamente e con estrema lentezza proceda la guerriglia urbana, uno può studiare Stalingrado o Beirut durante la guerra civile libanese. Non c’è vittoria facile per la NATO, a prescindere da quanto a Hillary piacerebbe procedere e attaccare la Siria, il popolo di Sirte sfida la sua maestà che chiede la resa.

Un giornalista libico per nsnbc è stato in grado di riferire che Bani Walid è stata oggetto di un massiccio attacco via terra e via aria. Truppe del CNT, ha riferito, sono riuscite a mettere in sicurezza un distretto industriale di Bani Walid, pagando il prezzo di enormi perdite umane, e solo dopo che gli aerei della NATO hanno usato bombe FAE, che disperdono una nuvola di microscopiche particelle di combustibile in aria prima di esplodere. L’arma è stata già utilizzata da Israele, contro obiettivi civili a Beirut. Il reporter ha visto anche l’uso di munizioni a grappolo e al fosforo. Anche altre fonti hanno segnalato l’impiego da parte della NATO di armi inumane e illegali contro Bani Walid. Algeria ISP ha riferito dell’uso di fosforo bianco contro Bani Walid. Bombe FAE* e al fosforo bianco difficilmente sono armi che ci si aspetterebbe vengano utilizzate da forze che combattono solo contro poche sacche di resistenza residua.

Gli Stati Uniti d’America e la NATO hanno un unica vittoria sorprendente però. Venti anni di guerre illegali dall’Afghanistan al Kosovo, in Iraq, Ossezia, Cecenia, Costa d’Avorio, Libia, con Iran, Siria, Uganda e altre ancora segretamente già in corso, senza una comunità internazionale che richiede all’aggressiva espansione dell’impero anglo americano di fermarsi, è una vittoria senza precedenti. La NATO ha ottenuto una vittoria massiccia di propaganda contro le proprie popolazioni che tranquillamente accettano che la stessa Al Qaeda che è stata utilizzata per una stretta sempre più fascista delle libertà civili e dei diritti, sia usata come fanteria in guerre illegali contro Stati sovrani. Quanto a lungo le sarà permesso di continuare è una questione completamente diversa.

Christof Lehmann

http://nsnbc.wordpress.com/2011/10/19/clinton-cluster-bombs-and-claimes-of-victory/

(* N.d.t. Le bombe FAE sono state utilizzate in vari teatri di guerra e con tutta probabilità fecero la loro comparsa sui campi di battaglia nella prima guerra del Golfo contro l’Iraq. Queste bombe dette anche termobariche vengono utilizzate in maniere differenti; a seconda dell’altezza alla quale viene dato avvio all’innesco della miscela di idrocarburi che contengono. La modalità utilizzata in Iraq e in Libia sembra essere quella di disperdere a circa 300-400 metri d’altezza la miscela che poi viene, da un apposito meccanismo, incendiata; l’aria sottostante verrebbe risucchiata dal fuoco e tutti quelli che si trovano al di sotto del raggio d’azione della bomba FAE morirebbero per asfissia.)

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  • (Crimini di guerra)  Bombe a grappolo sulla Libia (Sirte)
  • (Crimini di guerra)  Bombe al fosforo bianco sulla Libia (Bani Walid)

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/10/20/le-bombe-a-grappolo-della-clinton-e-le-rivendicazioni-di-vittoria/

La Libia e le narrazioni assassine della NATO

  • La Libia e le narrazioni assassine della NATO
    [16.10.2011] trad. di Vera Zasulich per GilGuySparks

Le parole possono uccidere. La prima vittima della guerra è la verità. Conosciamo i proverbi, ma tendiamo a dimenticare che la forza assassina delle narrazioni è mille volte potenziata quando c’è la guerra, e la forza della penna è combinata con la forza della spada. Vari media, tra cui Arrai TV, hanno riportato ieri e oggi della morte di Khamis Gheddafi, comandante della 32° Brigata d’Elite che era impegnato ad attuare la strategia a seguito della quale è stata causata alla Nato un’ammaccatura seria nella sua armatura, ed è stato decimato l’esercito NATO fatto di mercenari, terroristi jihadisti indottrinati e avvoltoi opportunisti, assunti da imprenditori come XE (n.d.t. ex Black Water). Finora, la morte di Khamis Gheddafi non ha potuto essere confermata da nsnbc, e anche i media alternativi sembrano essere mancanti su questo punto. La liberazione libica è una lotta contro il nuovo colonialismo che non è diretto contro una famiglia, ma contro tutti gli africani. La resistenza non è una famiglia o persona, ma il Popolo Africano che si stanno svegliando all’aggressione dell’impero anglo americano. Le parole possono uccidere anche se trascurano di concentrarsi sulle questioni centrali.
dal Dr. Christof Lehmann

Dopo la riuscita attuazione della nuova fase di resistenza di venerdì, che ha avuto inizio con manifestazioni in tutta la nazione, e ha portato alla liberazione di gran parte di Tripoli, e di altre città nel nord della Libia, [giunge] il messaggio che il comandante della 32° Brigata d’Elite delle Forze armate libiche, Khamis Gheddafi è stato ucciso. I reports sono stati mandati in onda su vari media, tra cui Arrai TV, che è ampiamente riconosciuta come la “voce ufficiale” del legittimo governo libico. Altri media solitamente ben informati, come l’ISP Algeria informano che la morte di Khamis Gheddafi è fabbricata dall’ Intelligence della NATO.
Alla luce dei  ripetuti falsi allarmi di questi ultimi mesi, e del fatto che nsnbc finora non ha ricevuto una conferma positiva, sarebbe prematuro confermare o respingere le relazioni.

Gli analisti militari e di intelligence che cooperano con nsnbc hanno per lungo tempo avuto il sospetto che i ripetuti messaggi fabbricati della cattura di importanti funzionari politici e militari del legittimo governo libico sono funzioni di un’operazione con lo scopo di tracciare le linee di comunicazione tra la leadership politica e militare e mediatica. L’ipotesi è stata fortemente sostenuta, quando nsnbc ha ricevuto rapporti che la NATO aveva cominciato prendere di mira edifici a Sirte, da dove venivano fatte telefonate con cellulari satellitari all’estero. Gli analisti hanno convenuto che questo non era solo un tentativo di isolare la popolazione, e di prevenire che reports di massicci crimini di guerra uscissero tra il pubblico europeo ed americano. Con i media occidentali corporati saldamente controllati, quella sarebbe solo una considerazione secondaria. La funzione principale della strategia aveva previsto la riduzione delle linee di comunicazione per il governo libico e la leadership militare verso i media, nel tentativo di mirare alle strutture della leadership. Algeria ISP potrebbe oggi aver confermato l’ipotesi, nel riferire che la NATO e il CNT hanno attuato la campagna di disinformazione per permettere loro di trovare funzionari governativi e militari.


L’attenzione sui principali funzionari politici e militari del legittimo governo libico ha più di una funzione altrettanto critica, che è distrarre l’opinione pubblica dal fatto che la guerra non è diretta contro il “governo libico”, o “una famiglia libica” “un leader libico politico o militare” o “lo Stato della Libia”, ma che fa parte da lungo tempo di una pianificazione, una guerra gradualmente attuata in ogni stato nazione indipendente nell’Africa del nord e nord occidentale, come parte di una guerra su Cina e Russia.

Per quanto Muammar Gheddafi, Khamis Gheddafi, il Dr. Ibrahim Moussa, e altri funzionari governativi e militari leader del legittimo governo libico siano amati dal popolo libico, per quanto sia un fatto, che l’omicidio deplorevole di uno di essi non fermerebbe la guerra coloniale della NATO, né farebbe diminuire la volontà e la capacità del popolo libico a resistere. La NATO è disperata nel tentar di mantenere una narrazione a spettro ristretto di copertura mediatica, e questo racconto ristretto è quello che sta uccidendo migliaia di persone, tenendo le popolazioni occidentali europee e americane sospese in una soap opera, allo stesso modo della copertura di ciò che fa parte della nuova colonizzazione dell’Africa. Oltre a ciò, la narrazione distrae l’attenzione dal fatto, che la NATO e il CNT stanno perdendo la guerra sul terreno, e il fatto che crimini di guerra dei più grotteschi sono commessi sul popolo libico su base quotidiana. Per quanto riguarda nsnbc, un necrologio per Khamis Gheddafi sarà ritardato, fino a quando il legittimo governo libico non avrà avuto il tempo di utilizzare canali di comunicazione sicuri per confermare o respingere le rivendicazioni della NATO e del CNT.

La situazione militare in Libia è instabile, ma nonostante il dominio assoluto della NATO in aria, delle forze speciali, e dei mercenari importati, la resistenza sta facendo un progresso con estrema lentezza, ma costante. Secondo gli ultimi rapporti che nsnbc ha ricevuto direttamente dalla Libia, la maggior parte dei quartieri residenziali di Tripoli sono controllati dalle forze libiche e dalla resistenza popolare. La bandiera verde è stata issata sopra l’Hotel Rixos, e nel campo militare 77 di Tripoli. Ci sono pesanti scontri nel centro della città così come per tutta la grande Tripoli. A Bani Walid la maggior parte della città è sotto il controllo delle forze libiche, ma un gruppo isolato di combattenti del CNT è tiene circa il 20% della città sotto il loro controllo. La città di Zawiyah è libera. Ci sono pesanti combattimenti a Tarhuna, dove uno dei più importanti leader militari del CNT, Hakim Abu Zoadh Naaji, è stato ucciso. Naaji Hakim era uno dei membri del Gruppo combattente islamico libico e dei prigionieri che erano stati rilasciati dalla prigione di Abu Salim, durante l’amnistia concessa da Saif Al-Islam.

L’avvio della nuova fase di resistenza di venerdì e il trasferimento della lotta a Tripoli ha costretto il CNT e la NATO a ritirare una quantità significativa di combattenti da Sirte. La quantità di attacchi in città è stata ridotta, e là sono stati lanciati feroci controattacchi. Sembra che ci sia uno spostamento verso una strategia non meno letale, e non meno criminale. Per tutta la notte, Sirte è stata oggetto di raffiche implacabili di fuoco, di artiglieria pesante e a medio raggio.

Non sono solo il fuoco di artiglieria, le bombe e le mitragliatrici ad essere le armi più potenti della Nato contro la Libia. Una delle più grandi armi contro il popolo della Libia e del popolo dell’Africa è la penna della NATO, rappresentata dai grandi media, che non riportano il fatto che gli USA, la UE e la NATO sono nella fase di attuazione di una colonizzazione aggressiva dell’Africa del nord ed occidentale, che può avere come conseguenza un conflitto globale di conseguenze incalcolabili.

Dr. Christof Lehmann

http://nsnbc.wordpress.com/2011/10/16/libya-and-nato%c2%b4s-killer-narratives/

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/10/16/la-libia-e-le-narrazioni-assassine-della-nato/

RATTI “democratici” del 2011: Il Museo Islamico di Tripoli saccheggiato

12 ottobre 2011

Il Museo Islamico di Tripoli che era stato affidato dalla caduta di Tripoli nelle mani delle milizie del CNT perchè lo proteggessero, è stato saccheggiato completamente. Nulla di quello che si poteva ammirare in precedenza è rimasto nelle stanze che nell’800 facevano parte di un palazzo che era residenza estiva dell’ottomano Yusuf Pasha.
Il museo era in via di allestimento quando sono emerse le prime avvisaglie del colpo di stato contro lo stato e il popolo libico.
La ristrutturazione del palazzo era stata affidata da Saif Gaddafi ad una ditta italiana, la Studio Italia Costruzioni, che ne aveva avviato i lavori poi interrotti; l’inaugurazione sarebbe stata inizialmente prevista per settembre ma gli sconvolgimenti a seguito della rivolta sponsorizzata dagli stati occidentali avevano rappresentato la fine dei lavori.

Come il Museo Nazionale di Tripoli anche il Museo Islamico è stato oggetto di saccheggio da parte delle brigate pseudorivoluzionarie dei  ribelli che come volgari banditi hanno messo a soqquadro le stanze e si sono impossessati di tutto ciò che poteva avere un valore. Tra gli oggetti trafugati, alcuni dei quali sono raffigurati dalle fotografie in bianco e nero sottostanti, si potevano ammirare i pezzi di antiquariato, i bracciali e le collane di proprietà della contessa Volpi.

Molti degli oggetti della collezione Volpi sarebbero già stati venduti ad antiquari e collezionisti italiani e di altri paesi europei, nonostante rimangano dettagliati inventari dei pezzi posseduti dal Museo.



Nel clima di caos succeduto al golpe promosso dal Consiglio Nazionale di Transizione su mandato ONU; niente è stato risparmiato dalla furia razziatrice dei ribelli, estremisti islamici e malfattori, che si sono avventati su qualsiasi cosa avesse un valore e continuano a farlo, rappresentando, paradossalmente, la legge.
Gli scorsi giorni si aveva notizia dell’assalto perpetrato da più di 200 uomini armati dei cosidetti ribelli che, arrivati verso le 23:00 alla moschea di Tripoli, la hanno dapprima tempestata con i colpi dei mitragliatori che tenevano sui pickup poi la hanno completamente saccheggiata, distruggendo arredi e testi sacri e profanando le tombe di due imam, Abdel Rahman el-Masri e Salem Abu Seif.
La scorsa settimana un cimitero mussulmano nel distretto occidentale di Gargaresh e uno nei pressi dell’aeroporto di Tripoli sono stati profanati e saccheggiati dalle bande di razziatori ribelli che da quando hanno in mano Tripoli si danno, impuniti, alle devastazioni deliberate, agli stupri punitivi, alle esecuzioni sommarie, alle torture più sadiche.
Questi ribelli sciacalli della Nato non hanno rispetto di nulla, nè della cultura, nè dei morti, nè dei vivi; la popolazione di Tripoli e degli altri centri è sprofondata in un cupo incubo da quando imperversano le orde dei delinquenti e degli islamisti amici e complici della NATO.

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/10/12/il-museo-islamico-di-tripoli-saccheggiato/