Il Gheddafi che io ho conosciuto. di Valentino Parlato

22 novembre 2011

Sono molto legato alla Libia (e un po’ lo ero anche a Gheddafi) perché ci sono nato, lì c’è stata la mia prima formazione politica e diventai comunista (clandestino, governava l’amministrazione militare britannica). E fu in Libia che entrai nell’Associazione per i Progresso della Libia di cui facevano parte compagni più anziani, come Cibelli, Prestipino, Caruso, Manzani, i fratelli Russo e altri ancora. Il combinato disposto dall’associazione per l’indipendenza della Libia e la clandestinità comunista, nel dicembre del 1951 determinarono l’arresto e l’espulsione dalla Libia mia e di un po’ di altri compagni. Questo passato provocò, nel 1998, l’invito da parte del governo libico a un soggiorno in Libia per me e mia moglie. Rivedere la Libia, Tripoli, la mia casa, la mia scuola, i bar fu per me straordinario, ma lavorando al Manifesto chiesi, e ottenni abbastanza rapidamente, un’intervista a Muammar Gheddafi.
Per l’intervista (il 5 dicembre 1998) dovetti fare un lungo viaggio a Sirte, l’ultimo caposaldo della resistenza dove Gheddafi è stato ucciso. Altri tempi. L’incontro e l’intervista furono molto interessanti. Mi colpì innanzitutto la sua passione per Rousseau, dal quale derivava la sua posizione per la democrazia diretta e i comitati del popolo, che però (povero Rousseau) produsse un po’ di confusione, una inconsistenza delle strutture statali e un Gheddafi (sono le sue parole) che era un po’ come la regina d’Inghilterra, però comandava. Ed è mia impressione che questo comando nel corso del tempo si sia deteriorato. In quell’intervista Geddafi sottolineò l’importanza di aprire buoni rapporti con l’Italia e con l’Unione europea, anche per contenere il potere degli Usa. Si parlò anche di un suo scritto «Il comunismo è veramente morto?», dove dubitava di questo decesso. In quell’occasione girai per Tripoli e mi parve di registrare una sorta di welfare petrolifero: non c’erano bidonville, non eri assalito dai mendicanti, anzi non c’erano. Apprendevi dell’esistenza di una efficace assistenza sanitaria e di un buon sistema scolastico, a giudicare almeno dal numero di laureati che incontravi. I buoni rapporti con la Libia di Gheddafi sono continuati e ho fatto anche la prefazione al volumetto «Fuga dall’inferno», dove scrive che, in questo mondo, per trovare un po’ di pace bisogna fuggire all’inferno. Invero non troppo ottimistico sullo stato delle cose esistenti. Oggi siamo all’epilogo. Nella sua Sirte, Gheddafi è stato catturato e ucciso. Lasciarlo vivere, ancorché prigioniero, sarebbe stato evidentemente un problema. Che dire, ora, a caldo, di questo esito? La prima considerazione è che ci sono voluti otto mesi di guerra e bombardamenti Nato a catena per abbattere il “tiranno”, che evidentemente aveva più di un sostegno nella popolazione libica. In secondo luogo, viene da ripetere che lo stile è l’uomo. Gheddafi, come tanti altri capi arabi, poteva fuggire in qualche paese africano e starsene tranquillo e benestante. Invece è rimasto e ha accettato di morire sul campo, di restare testimone della sua linea e della sua lotta. E qui mi viene da aggiungere, sorprendentemente d’accordo con Berlusconi, «sic transit gloria mundi». Gheddafi fino a otto mesi fa era accolto e onorato in tante capitali, ricordo soprattutto l’accoglienza di Sarkozy a Parigi e quella straordinaria a Roma, con la manifestazione di cavalleria e anche (visto in tv) il bacio di Berlusconi. Pur cosiderando tutti i limiti e gli errori di Gheddafi, la sua caduta – sempre a mio parere – segnala la sepoltura delle “primavere arabe” e un nuovo inizio di un intervento coloniale delle potenze occidentali in Africa, e non credo si possano riporre molte speranze negli ex gheddafiani che dovrebbero costituire il nuovo governo della Libia.
VALENTINO PARLATO

Preso da: http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=0000001534965

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Libia, la vera emergenza nazionale oggi è la corruzione

di Alfredo Mantici
Dallo scoppio della rivoluzione che nel febbraio del 2011 ha portato alla sanguinosa caduta del regime del colonnello Muammar Gheddafi, la Libia è entrata in uno stato di instabilità e guerra civile tra milizie divise in varie fazioni e governi più o meno provvisori che hanno tentato, finora senza successo, di assumere il controllo del Paese.

A sei anni dal crollo del regime, tuttavia, la Libia non solo non è riuscita a darsi un governo unitario e a vedere le varie fazioni impegnarsi seriamente nella ricerca di uno sbocco politico alla rivolta, ma è stata infettata da un morbo che continuerà a minarne la salute sociale, politica ed economica negli anni a venire: la corruzione diffusa a tutti i livelli. Oggi il problema della Libia non è più lo Stato Islamico. Il vero problema nazionale è la corruzione istituzionalizzata che vede i politici di tutti i colori, così come le milizie e i nuovi oligarchi (dell’est e dell’ovest) arricchirsi illegalmente in una situazione di disordine istituzionale generalizzato che favorisce ruberie di fondi pubblici e affari illegali di ogni natura.

Secondo il Rapporto 2016 degli esperti sulla Libia delle Nazioni Unite «i gruppi armati e le reti criminali libici hanno diversificato le loro fonti di finanziamento e le loro attività includono non solo i rapimenti, il traffico di migranti, il contrabbando di petrolio e l’appropriazione di fondi di solidarietà provenienti dall’estero, ma anche enormi profitti da sofisticate manovre finanziarie valutarie».

Subito dopo la rivoluzione, nei giorni in cui l’Occidente guardava con inspiegabile ingenuità alle prospettive di nascita di una Libia libera e democratica, ( ” dimenticando” che la Libia democratica era solo quella che hanno distrutto), politicanti, capi delle milizie armate e leader tribali compresero che il collasso istituzionale avrebbe aperto di lì a poco strade insperate all’arricchimento illecito. Persino coloro che combatterono contro la rivoluzione capirono che stava arrivando il momento di “fare cassa”.

La corruzione a Tripoli e in Cirenaica

In migliaia, i lealisti cambiarono casacca e da strenui difensori del regime si arruolarono nelle milizie ribelli e iniziarono ad arricchirsi. Il sistema di corruzione non riguardava solo i gruppi armati ma anche le istituzioni post-rivoluzionarie sia in Cirenaica – dove detta legge il generale Khalifa Haftar – sia in Tripolitania, dove è al potere il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Fayez Al Serraj sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Secondo Khalid Shekshak, capo dell’Audit Bureau di Tripoli (l’organismo ispettivo governativo) il governo di Serraj «ha toccato il vertice della corruzione quando ha iniziato a pagare stipendi regolari anche ai membri delle milizie armate che controllano e proteggono le installazioni petrolifere e che praticano il contrabbando di petrolio».

Nell’ultimo biennio, i ranghi del corpo diplomatico libico si sono triplicati e si sono riempiti di personaggi che, nella maggioranza, non hanno alcuna esperienza nel settore e non parlano alcuna lingua straniera, ma ricevono ricchi stipendi grazie alla loro fedeltà ai nuovi governanti. I salari nel nuovo servizio diplomatico sono così appetibili che, secondo il Libyan Observer, il ministro della Sanità del governo Serraj ha nominato suo figlio attaché sanitario presso un’ambasciata libica in Europa, dalla quale il giovane può anche controllare il flusso dei fondi di solidarietà stanziati dall’Unione Europea per sostenere gli ospedali libici.

Anche il generale Haftar non sembra essersi fatto sfuggire l’occasione per un rapido arricchimento della sua famiglia. I suoi due figli sono stati elevati al rango di ufficiali superiori del Libyan National Army presso cui hanno il compito di gestire, senza alcuna supervisione, i rifornimenti militari e umanitari. Secondo l’ex portavoce di Haftar, intervistato dal Libyan Observer, i due giovani Haftar hanno aperto consistenti conti in banca in Egitto e negli Emirati.

La corruzione nelle banche e nei ministeri

Inoltre, pratica diffusa nei ministeri è quella degli “impiegati fantasma”. Secondo un’indagine dell’Audit Bureau, attualmente il ministero della Giustizia e quello della Sicurezza Nazionale hanno rispettivamente il 63% e il 51% di impiegati che non esistono, per i quali tuttavia vengono versati mensilmente regolari stipendi.

Anche le banche sono finite nelle mani dei capi delle milizie e dei loro alleati politici. Un “signore della guerra” molto noto a Tripoli, Haitam al Tajuri, secondo un rapporto delle Nazioni Unite ha recentemente preteso dalla Banca Centrale Libica una lettera di credito per una somma di 20 milioni di dollari, pari al cambio ufficiale a 15 milioni di dinari, e l’ha usata per rastrellare al mercato nero ben 80 milioni di dinari.

Il business dei migranti

Ma è il traffico di migranti che rappresenta una delle fonti di maggiore arricchimento delle milizie e dei politici compiacenti. Secondo i dati dell’International Organization for Migration (IOM), organizzazione intergovernativa fondata nel 1951 e alla quale aderiscono 166 stati, nel 2016 dalle coste libiche sono partiti verso l’Europa oltre 363mila migranti. I costi del trasporto clandestino variano da poche migliaia di dollari a testa a oltre 100mila dollari per le famiglie sufficientemente ricche, per le quali la traversata del Mediterraneo avviene su yacht confortevoli o su piccole navi sicure.

Il traffico avviene sotto la supervisione delle milizie che controllano i percorsi dei migranti dall’Africa Sub-sahariana fino alle coste libiche. Secondo la IOM, nel 2016 il traffico di esseri umani ha fruttato ai suoi controllori libici circa 346 milioni di dollari. Secondo fonti stampa internazionali, seppure continuano gli scontri tra le forze del generale Haftar e le milizie fedeli al governo di Al Serraj, stando ai numeri sul tasso di corruzione criminale e istituzionale presente nella Libia attuale, per risanare il Paese devastato da una falsa primavera occorrerà ben di più che una soluzione militare.

Preso da:  http://www.lookoutnews.it/libia-corruzione-banche-armi-migranti/

 

Nel covo della Settima Brigata, con i reduci che rivogliono la Libia

6 settembre 2018.
Ex fedelissimi del figlio di Gheddafi, ben armati e molto nervosi,
gli uomini che minacciano Tripoli sembrano non avere rivali sul campo
Ecco il quartier generale della Settima Brigata, il gruppo armato che da quasi due settimane sta attaccando Tripoli. A prima vista sembra una zona di depositi vuoti. C’è un alto muro anonimo dipinto di fresco color ocra. Le sentinelle sono quasi invisibili. Pochi i passanti. Nessun problema per arrivarci, si trova nel quartiere di Salahaddin, proprio nel centro di questa che storicamente è la città-crocevia delle tribù che sostenevano il regime di Gheddafi. Ci siamo giunti ieri verso le 14 accompagnati dal portavoce della municipalità locale di Tarhuna. E per fortuna c’era lui. Perché da subito i soldati di guardia sono stati aggressivi, minacciosi. L’entrata si affaccia ad una viuzza secondaria. Di fronte sono posteggiati due camion militari carichi di casse. «Cosa ci fa qui un giornalista italiano?», sibila una sentinella. Due altre mettono mano alla fondina. «Magari questo ce lo prendiamo», dice in arabo uno tra i più duri. Ne arrivano altre, vogliono il passaporto. Parlano tra di loro. Lo stesso portavoce mi consiglia di nasconderlo. Ci portano in una stanzetta chiusa. Vogliono vedere il permesso di una qualsiasi autorità, che per fortuna esiste. Abbiamo un accredito ufficiale. Intanto il mio interprete di Misurata sbianca. «Ma qui siamo con i vecchi combattenti della 32esima brigata di Khamis Gheddafi!», sussurra spaventato. La buona sorte vuole che arrivi anche un ufficiale più anziano col berretto rosso dei paracadutisti. Ci invita ad andarcene immediatamente. «Tornate con un permesso speciale», dice frettoloso.

È stata sufficiente una mezzoretta per capire tante cose. In un attimo ci siamo ritrovati di fronte a quello che per lungo tempo, sino alla rivoluzione del 2011, è stato il miglior braccio armato del vecchio regime. Stesse uniformi con i pantaloni attillati e le camice larghe, stessi modi di fare “”bruschi, aggressivi,”
—- e si se non parli male di Gheddafi non puoi scrivere.—– stesse capigliature scarmigliate e barbe malfatte. Soldati ben addestrati, magri, nervosi, muscolosi, i coltelli alla vita. Nulla a che vedere con l’aria trasandata, per nulla marziale delle milizie legate alla rivoluzione. Ce lo aveva ben raccontato più volte durante le nostre interviste Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica che era stato alto ufficiale di Gheddafi: «Con me stanno arruolandosi i militari del vecchio esercito libico. Non ci saranno più milizie, non più caos, solo un nuovo esercito unito rinato dalle ceneri del vecchio che obbedisce ad un’unica autorità centrale». Ed infatti eccoli qui: erano di Gheddafi e adesso combattono per Haftar. Ai tempi di Khamis erano 10 mila, il fiore all’occhiello delle forze della Jamariah. Oggi sono circa 7.000. Come allora vengono da Bani Walid, Sirte, Tawargha, Tarhuna, Tripoli, Zintan. Con loro sono le tribù più fedeli: Warshafanna, Gheddafi, Warfallah… Nomi noti, sembra di ripercorrere le tappe della lotta contro la rivoluzione. Sette anni fa avrebbero certamente fatto a pezzi le rivolte: addestrati, disciplinati, con cecchini ottimi. Mentre i ribelli sprecavano tonnellate di munizioni, loro sparavano precisi, metodici. Attaccarono Bengasi, accerchiarono Misurata, si lanciarono contro i quartieri di Tripoli che protestavano. Già a metà marzo 2011 sarebbe bastato molto poco per tornare al vecchio status quo precedente il 17 febbraio. Gli uomini di Khamis stavano facendo il loro dovere. Ma intervenne la Nato, con i suoi jet sofisticati, i radar, le bombe ad alta precisione, i satelliti e i missili intelligenti. Le milizie ribelli rimasero a guardare, mentre le forze straniere combattevano per loro. Ogni volta che venivano lasciate sole, venivano battute. Ma in realtà la 32esima Brigata venne fatta a pezzi dall’aria. Subì forse oltre 8 mila morti, si disse. Però sono dati che vanno verificati, la propaganda allora falsificava fatti e numeri.
Che fine ha fatto Khamis? Aveva 28 anni, era l’ultimo figlio dei sette di Gheddafi, ma anche il più combattivo, il più militante. Almeno quattro volte venne dato per morto dai ribelli. L’ultima mentre scappava in un’auto colpita forse da un missile a fine agosto 2011. Ma in verità non si sa. Che sia invece qui, dietro il recinto di questa caserma, a preparare la riscossa? «Certo è che, se questi uomini vincono, sarà il trionfo delle vendette», temono a Misurata. Perché non ci sono dubbi: la Settima Brigata non ha avversari degni di questo nome, la sua potenza militare è superiore. E oggi non ci sarà la Nato o chiunque altro a difendere le vecchie milizie della rivoluzione, il loro fallimento è scritto sui muri. Il premier Sarraj non ha i mezzi per contrattaccare.
I membri del Consiglio municipale di Tarhuna si muovono cauti. Tutto sommato la loro città è stata tra le meno danneggiate delle pro-Gheddafi e vorrebbero evitare che venga investita dai nuovi combattimenti. Sulla strada che la collega alla costa ci sono le caserme chiuse della «17 Febbraio», la milizia di Misurata che più li ha combattuti. Le strade sono abbastanza pulite, in un paio di fontane zampilla persino l’acqua, la corrente elettrica funziona una media di 18 ore al giorno, contro le 4 di Tripoli. Sirte 300 chilometri a est è largamente devastata. E Bani Walid, un’ottantina di chilometri più a sud, venne messa a ferro e fuoco. «Per quattro anni ai nostri 225 mila abitanti si sono aggiunti oltre 100 mila sfollati dalle regioni fedeli a Gheddafi», ammette Khalifa Mabruk, tra i più senior del Consiglio. Oggi i loro problemi si chiamano scarsità di benzina, carenza di gas da cucina, acqua potabile ridotta. Dice Mabruk: «La comunità internazionale dovrebbe aiutarci, qui le cose potrebbero andare molto peggio, prima di un eventuale miglioramento».

Spietato controllo delle milizie, sofferenza di massa: benvenuti nella Libia post-guerra NATO

Intervista esclusiva con Linda Ulstein, portavoce delle tribù libiche: le colpe dell’Occidente, l’orrore di oggi nella Libia degli occidentali

Libia: ennesimo scontro tra RATTI a Tripoli

Ancora una volta i RATTI che occupano la Libia si scontrano tra loro, questo è uno degli articoli che si trovano sui media italiani:  http://www.repubblica.it/esteri/2018/08/27/news/libia_violenti_scontri_tra_milizie_a_tripoli-205041237/?refresh_ce
TRIPOLI – La situazione torna ad infiammarsi in Libia, dove secondo quanto riportato da Lybian Express milizie rivali si stanno scontrando in varie zone di Tripoli. Testimoni riferiscono di mezzi corazzati sulle strade e posti di blocco presidiati da pezzi di artiglieria pesante. Gli scontri, secondo le fonti, interessano l’intersezione di Wadi Al-Rabee, a sud-est di Tripoli e poi quelle di Al-Khaila e il campo di Yarmouk a sud. Le autorità hanno messo in stato di allerta tutti gli ospedali e le cliniche private, invitando a prestare immediato soccorso ai feriti. E perfino Reporter senza Frontiere ha lanciato un appello ai giornalisti sul campo perché esercitino la massima attenzione
Le autorità del distretto militare denunciano il “tentativo di alcuni gruppi armati di schierarsi nei sobborghi della Grande Tripoli e di minacciare di usare la forza” contro i soldati. Secondo un comunicato pubblicato dalle autorità libiche e citato dal quotidiano Libya Observer, questi tentativo potrebbero “far precipitare la regione in un nuovo conflitto armato”. Per ora l’esercito che presidia la capitale ha sottolineato la “ferma intenzione” di fermare “tutti coloro che tentano di destabilizzare la città o terrorizzare la popolazione pacifica e trascinare tutti in una nuova guerra che non può avere vincitori e nè vinti”. Il quotidiano libico riporta che la settima brigata e le forze di sicurezza centrale, entrambe provenienti dalla città di Tarhouna, sono attualmente di stanza nel distretto di Qaser Bin Ghashir, nella Grande Tripoli, e stanno cercando di avanzare ulteriormente in altri distretti della capitale.
La scorsa settimana, la missione dell’Onu in Libia ha invitato il governo di accordo nazionale libico a perseguire i gruppi armati che stanno impedendo il buon funzionamento delle istituzioni statali del paese nordafricano, accusando “i membri delle brigate che agiscono nominalmente sotto l’egida del ministero degli Interni del governo di accordo nazionale stanno attaccando le istituzioni sovrane e impediscono loro di operare in modo efficace”.

Nelle stesse ore in cui a Tripoli risale la tensione, il presidente francese Emmanuel Macron ha confermato oggi la sua determinazione a far rispettare l’accordo di Parigi del maggio scorso sulla Libia, che prevede tra l’altro elezioni a dicembre. “Io credo molto profondamente al ripristino della sovranità libica – ha detto Macron, parlando a Parigi in occasione della conferenza degli ambasciatori In questo Paese diventato il teatro di tutti gli interessi esterni, il nostro ruolo è di riuscire a far camminare l’accordo di Parigi del maggio scorso”.

QUELLO CHE NON CI DICONO è che questi gruppi, milizie sono tutti occupanti illegali della Libia gia dal 2011, cè chi accusa una milizia di Tarhuna di avere iniziato gli attacchi.
Il sito Libya24 parla della partenza dell’ ambasciatore italiano Perrone da Tripoli, a seguito degli scontri.
Il sito russo  Za-Kaddafi, che riprende una pagina facebook annuncia addirittura la partenza di Serraji da Tripoli, via mare.
Staremo a vedere, ma una cosa è certa, come purtoppo avevo previsto non cè pace trai ratti che occupano la Libia , ed a pagare sono sempre i cittadini inermi ed innocenti.

I libici protestano per le condizioni di vita

4 agosto 2018.

Di Vanessa Tomassini

Venerdì pomeriggio, diversi libici sono scesi in strada e nelle piazze per protestare contro la crisi e le condizioni di vita in tutto il paese nordafricano. Movimenti pacifici si sono registrati a Misurata, Surman, Bengasi ed anche a Zawiya dove si sono appena concluse le elezioni per il consiglio municipale.

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Nella parte orientale del paese, ed in particolare a Bengasi, i cittadini sono scesi in piazza contro la corruzione dei politici. Il giovane Ali ci ha detto: “la Camera dei Rappresentanti non è riuscita nemmeno ad emanare la legge costituzionale, vogliamo le elezioni. Non è giusto che chi non ci rappresenta continui a prendere decisioni importanti e fare accordi con potenze straniere senza nemmeno considerare i bisogni e la volontà dei propri cittadini”. In molti hanno anche chiesto la liberazione di alcuni prigionieri, detenuti ingiustamente, ed il ripristino di un reale sistema giudiziario.

Motivazioni condivise anche dai cittadini di Misurata nella zona nord occidentale del paese che hanno protestato per alcuni elementi definiti “criminali” che farebbero parte delle forze di sicurezza. “Le regole devono valere per tutti” grida qualcuno tra la folla. A Zawyia i cittadini hanno chiesto al nuovo Consiglio municipale di lavorare fin da subito per risolvere i problemi che affliggono la città, la crisi dei prodotti da forno, la mancanza di servizi e la crisi elettrica. A Surman, città sulla costa mediterranea della Libia, in  Tripolitania, la gente ha chiesto la dipartita del Consiglio Presidenziale e della Camera dei Rappresentanti.

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L’aumento dei prezzi, la crisi elettrica e la percezione della corruzione stanno esasperando il popolo libico. Le proteste, ordinate e pacifiche, hanno visto la partecipazione di molti giovani con cartelli dagli slogan “dov’è la mia pagnotta?” in riferimento alla crisi del pane che il Governo sta cercando di risolvere da tempo, ma la senzazione resta quella che qualsiasi investimento si perda per strada, o finisca nelle mani sbagliate. La presenza dei giovani assume sicuramente una valenza positiva,  rispetto al silenzio e alla rassegnazione, perchè a volte non solo si può gridare, ma è necessario farlo.

Alcuni giorni fa un ragazzo di Tripoli ci ha detto, commentando la notizia di due giovani uccisi in circostanze ancora da chiarire: “Amo la vita e voglio vivere, odio la guerra e le armi. Vorrei studiare, trovare un lavoro, divertirmi, e spendere la mia vita come voglio, ma la situazione nel mio Paese non me lo permette. Forse non verrò ucciso da un colpo di pistola, ma sarà questa realtà a farmi morire”.

Preso da: https://specialelibia.it/2018/08/04/i-libici-protestano-per-le-condizioni-di-vita/

Libia, una guerra che vale 130 miliardi: altro che esportatori di democrazia!

8 settembre 2016

Guerra in Libia, tutti a farneticare su uomini e mezzi da inviare. Ma il punto è: perché bisogna intervenire? Ecco quali sono le vere ragioni dietro l’intervento italiano, come rivela su Facebook Marcello Foa, giornalista di scuola montanelliana, ora Ceo di Corriere del Ticino/mediaTI.
Ecco la vera ragione della guerra in Libia.
L’Italia si prepara a mandare 5.000 uomini in Libia su richiesta di Washington per “combattere l’Isis”. Ma siamo proprio sicuri che sia questo il reale obiettivo?

No, infatti, caro lettore, il motivo di questa guerra è un altro e, avrete immaginato, è… ilpetrolio.
Come spiega l’ottimo Alberto Negri sul Sole 24 Ore:
“Siamo davanti a un regolamento di conti, una spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio”.
La Libia, continua Negri:
“È un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso di un ipotetico Stato libico. Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni. Una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare”.

GUERRA IN LIBIA, GLI SCENARI FUTURI
Probabilmente, una volta stabilizzato, il paese sarà diviso tra Francia, Gran Bretagna e, auspicabilmente Italia, mentre gli Stati Uniti vigileranno dall’alto.
L’Italia, che era ben posizionata con Gheddafi, e che è riuscita a cavarsela anche negli ultimi anni, ha molto da perdere e poco da guadagnare ad assumere un ruolo militare di primo piano nella sempre più probabile guerra.
Di certo, ancora una volta non ci dicono tutta la verità. Ancora una volta la lotta al terrorismo è, al più, una concausa e viene usato come pretesto per realizzare altri obiettivi, economici come sempre. E come sempre, solo pochi giornalisti avranno la lucidità e l’onestà intellettuale di raccontare la verità. Alberto Negri è uno di questi.
Nella giornata di ieri gli americani hanno bombardato obiettivi dell’Isis a Sirte, in Libia. Gli aerei statunitensi sono partiti dalla base italiana di Sigonella.

Libia 2016: il terzo “governo” di occupazione assassina i prigionieri innocenti appena liberati.

In Libia dal 2011, anno dell’ occupazione della NATO il numero dei prigionieri innocenti detenuti senza accuse e senza processo è di alcune migliaia, il numero vero non lo conosce nessuno, nemmeno i tre “governi” di occupazione che si sono succeduti in questi 5 anni.

L’ episodio più recente riguarda alcuni prigionieri detenuti nel carcere di Hadba, a Tripoli, dopo innumerevoli appelli riguardanti le condizioni disumane di detenzione, torture, maltrattamenti, violenze, finalmente la corte suprema ha deciso il rilascio immediato di pochi innocenti detenuti, non è passato neanche un giorno dalla liberazione, e vengono trovati i cadaveri di 15 persone, assassinate dalle guardie della prigione di Hadba, altri 13 corpi vengono trovati ad Ain Zara, ed altri vicino all’ ospedale di Tripoli, il numero esatto ancora una volta è sconosciuto, alcuni siti vicini al popolo Libico parlano di 15 assassinati, Al Jazeerea di 12, altri siti vicini ai RATTI di 17, ( evidentemente 1l 17 è il loro numero preferito). tenendo il conto dei ritrovamenti si arriverebbe a 39.

Questi i nomi degli assassinati accertati: Mohamed Alwash, Ibrahim Alwash. Salah Swahih, Marwan Enbia, Asharf Lamlum, Ali Alwaher. Mohamed Alriahi, Rabih Khalifa, Wajdi Alhadi, Ali Trabelsi, Mohamed Abdel Atti, Akram Naser and Ali Mohamed Waher.
Un altro dei tanti crimini commessi dai RATTI che da 5 anni occupano la Libia, in questo caso le milizie e le guardie rispondono al “governo” di Serraji, piazzato in Libia dalla “comunità internazionale”.
I RATTI non potevano permettersi che uomini rimasti fedeli al loro paese, ed alla guida, Muammar Gheddafi, fossero messi in libertà. Non potevano permettersi che una volta liberi andassero a raccontare quello che era stato fatto a loro in 5 anni.
Anche questo crimine resterà impunito? Soltanto il popolo Libico può impedire questo, soltanto liberando la Libia dagli stranieri , i colpevoli potranno pagare.

Per seguire la situazione controllate qui: arabo ed inglese https://libya360.wordpress.com/2016/06/10/justice-for-15-prisoners-murdered-in-tripoli-urgent-appeal-to-the-united-nationshuman-rights-organizations-international-community/

La fabbrica degli immigrati: «Io, strappata a forza da Tripoli e costretta a salire su un barcone»

31 maggio 2016 Genova –
Fousea ha solo un pezzo di carta tra le mani, piuttosto malconcio. Lo estrae con cautela dalla tasca dei jeans, sotto a un pancione già gonfio di vita. È al terzo mese di gravidanza e il 26 maggio scorso si è salvata per un soffio, insieme alla sorella e al cognato, quando il barcone su cui viaggiavano si è rovesciato. Decine di persone sono morte, le altre 562 sono state tratte in salvo dai militari della Marina. A Ragusa, dopo averle preso impronte digitali e foto, le hanno dato quel fazzoletto bianco con il timbro del giorno dello sbarco e un numero identificativo. È l’unica cosa che possiede.


Fousea ha 30 anni ed è originaria del Marocco, ma viveva, fino a poco tempo fa, a Tripoli, insieme alla sorella. I poliziotti genovesi l’hanno fermata nella stazione di Principe, pensando che, insieme alla famiglia, volesse raggiungere il confine. In realtà aveva un biglietto per Sanremo, «perché lì abita un parente». Fousea non stava affatto fuggendo. Anzi, secondo quanto lei stessa racconta con le lacrime agli occhi, sarebbe rimasta volentieri in Libia, dove vive dal 2007. «Io, mia sorella Souhir e suo marito siamo stati prelevati dalla nostra casa di Tripoli da un gruppo di miliziani armati. Siamo stati derubati di tutto: soldi, gioielli, vestiti, passaporti. Quindi ci hanno rinchiuso in un posto che non conoscevamo, sulla costa». Un sequestro che, a detta dei protagonisti, si inserirebbe nel quadro caotico della guerra civile libica che vede contrapporsi milizie diverse, in guerra tra loro per il controllo delle città.

Preso da: http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2016/05/31/ASCv3fvC-tripoli_strappata_costretta.shtml

i ratti, la cassaforte e gli scassinatori

Uno dei due “governi”  della Libia ha assunto degli scassinatori

 

Il loro compito è forzare una cassaforte di cui solo l’altro governo, riconosciuto dalla comunità internazionale, ha la combinazione: è una storia esemplare delle nuove divisioni e confusioni
22 maggio 2016

L banca centrale fa capo al “governo” di Tobruk, uno dei due che si dividono il controllo della Libia, ha assunto due scassinatori professionisti per aprire una cassaforte che contiene più di 150 milioni di euro in monete d’oro e argento. Soltanto i funzionari della banca centrale fedeli al governo rivale, quello di Tripoli appoggiato dalla comunità internazionale, conoscono la combinazione di cinque numeri che apre la cassaforte: e ovviamente non hanno nessuna intenzione di consegnarla ai loro nemici.
gheddaficoinIl Wall Street Journal è riuscito a intervistare i due scassinatori, conosciuti soltanto come “Khaled”, un ingegnere, e “al Fitouri”, un fabbro. I due progettano di aprire un buco nella parete di cemento del caveau e quindi di mettersi al lavoro sulla cassaforte utilizzando alcune tecniche che preferiscono non divulgare. Il Wall Street Journal ha intervistato i due lo scorso 13 maggio e non è chiaro se nell’ultima settimana siano riusciti a portare a termine il loro piano. Le monete custodite nella cassaforte hanno l’effigedel Leader Muammar Gheddafi, e probabilmente per utilizzarle sarebbe necessario coniarle una seconda volta.

La storia degli scassinatori è solo un esempio delle divisioni, anche economiche, che attraversano il paese. Nella capitale Tripoli si è insediato il cosiddetto governo di unità nazionale, frutto degli accordi raggiunti con l’aiuto dell’ONU tra numerosi politici e leader delle milizie che controllano diverse aree del paese. Questo governo ha l’appoggio della comunità internazionale, che proprio questa settimana ha promesso l’invio di armi e addestratori militari per aiutarlo a combattere l’ISIS. Ma nell’est del paese un governo rivale con sede a Tobruk si è rifiutato di riconoscere il governo di Tripoli e ora sta cercando di entrare in possesso delle risorse finanziarie necessarie a mantenere la sua indipendenza.
Mentre il governo di Tripoli è appoggiato dalla comunità internazionale, quello di Tobruk è di fatto controllato dal generale Khalifa Haftar.
Negli anni Ottanta, Haftar tentò senza successo di rimuovere Gheddafi con un colpo di stato per poi fuggire negli Stati Uniti. Dopo la caduta del regime nel 2011 è ritornato in Libia dove è diventato uno dei signori della guerra più potenti. Le sue milizie, che Haftar definisce “l’esercito regolare libico”, sono appoggiate dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti. Molti esperti considerano la presenza di Haftar il principale ostacolo alla riunificazione del paese e al ritorno a una parvenza di normalità.
Negli ultimi anni l’economia libica si è quasi del tutto bloccata a causa della divisione del paese tra i due governi rivali e del sorgere di dozzine di milizie più o meno autonome, tra cui la più forte, l’ISIS libica, è riuscita a occupare la città di Sirte e una fascia costiera lunga decine di chilometri. Entrambi i governi e le relative banche centrali sono in difficoltà nel pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici e nell’assicurare servizi di base alla popolazione, come la distribuzione di corrente elettrica. La produzione di petrolio e gas, la principale risorsa del paese, è crollata a quasi un decimo dei livelli prima della guerra.
Per far fronte alle numerose spese, le due banche centrali hanno immesso nel paese grosse quantità di denaro liquido, cioè di banconote. Quella di Tripoli ha recentemente acquistato banconote del valore di un miliardo di dinari (circa 700 milioni di euro) da uno stampatore inglese, mentre il governo di Tobruk dice di averne messo in commercio altri quattro miliardi (circa 2,8 miliardi di euro) grazie all’aiuto della Russia. Questo afflusso di banconote ha fatto sì che oggi in Libia siano in circolo quattro volte più contanti per persona che nel Regno Unito, ha scritto il Guardian. Il rischio adesso è che il paese precipiti in una spirale di inflazione e che il dinaro libico perda completamente il suo valore.

Adattamento dall’ originale: http://www.ilpost.it/2016/05/22/libia-tobruk-scassinatori/