L’ATTACCO USA ALLA LIBIA NEL 1986 FU CREATO ATTRAVERSO UNA FALSE FLAG

15 agosto 2015

Premessa: l’articolo e’ stato pubblicato nel 1998 ma il suo reale scopo e’ quello di far capire come vengono create false flag per giustificare aggressioni nei confronti dei paesi sovrani.

Nel 1998 un documentario tedesco trasmesso in televisione ha mostrato prove convincenti che alcuni dei principali sospettati nel bombardamento della discoteca a Berlino nel 1986, evento che forni’ il pretesto per un attacco aereo statunitense in Libia, hanno fatto parte della CIA e del Mossad.
Il 15 aprile 1986 aerei da guerra USA hanno bombardato le citta’ libiche di Tripoli e Bengasi distruggendo la casa di Gheddafi ed ucciso almeno 30 civili tra cui molti bambini.
Due ore piu’ tardi il presidente Ronald Reagan ha giustificato l’attacco senza precedenti contro un paese sovrano, in un discorso televisivo nazionale. Sostenendo di avere la prova diretta, precisa ed inconfutabile che la Libia era responsabile di aver fatto esplodere una bomba in una discoteca di Berlino Ovest. L’esplosione avvenuta 10 giorni prima nella discoteca La Belle, un locale preferito dai soldati americani, aveva ucciso tre persone e ferito 200.
Da novembre del 1997 cinque imputati sono stati processati in un tribunale di Berlino per il presunto coinvolgimento nell’attacco alla discoteca. Ma nel corso di oltre un anno e mezzo il caso e’ proceduto molto lentamente. La televisione ZDF che ha effettuato una propria indagine sul caso ha spiegato il motivo, attraverso il magazine politico Frontal, arrivando alle seguenti conclusioni :

1)l’imputato principale attualmente sotto processo, Yasser Chraidi, e’ molto probabilmente innocente, e viene utilizzato come capro espiatorio dai servizi segreti tedeschi ed americani.
2)almeno un degli imputati, Musbah Eter, ha lavorato per la CIA nel corso di molti anni
3)alcuni dei principali indagati non sono apparsi in tribunale, perche’ sono protetti dai servizi segreti occidentali
4)almeno uno di questi, Mohammed Amaidi, e’ un agente del Mossad, il servizio segreto israeliano
L’uomo accusato di essere la mente degli attacchi alla discoteca La Belle, Yasser Chraidi, 38 anni, era un autista presso l’ambasciata libica a Berlino Est nel 1986. Successivamente si trasferi’
in Libano, da dove e’ stato estradato in Germania nel maggio 1996.
Il magazine Frontal ha intervistato i due libanesi responsabili per l’estradimento di Chraidi : l’ex-procuratore Mounif Oueidat ed il suo vicee Mrad Azoury.
Entrambi confermano che le autorita’ tedesche hanno usato l’inganno per estradare Chraidi.
Secondo Azoury non ha ricevuto prove che Chraidi era effettivamente coinvolto nell’attacco; ci sono stati solo ‘suggerimenti’. Oueidat afferma che i tedeschi hanno mostrato grande interesse ad avere Chraidi. ”Gli americani erano dietro questa richiesta” dice.”Questo e’ stato evidente. Hanno spronato i tedeschi per accellerare l’estradizione”
Alla fine Chraidi, etichettato come ‘terrorista top’, viene trasferito in Germania in un’operazione spettacolare di sicurezza.
Ma un giudice di Berlino ha trovato le prove, presentate dal pubblico ministero, cosi’ deboli. Minacciando di rilasciare Chraidi entro tre settimane se non vengono presentate maggiori prove.
A questo punto un altro uomo entra in scena che, secondo Frontal, doveva essere risparmiato dal pubblico ministero fino ad allora.
Il 9 settembre 1996 lo stesso giorno in cui il giudice di Berlino ha minacciato di rilasciare Chraidi, il procuratore di Berlino Detlev Mehlis, l’ispettore di polizia di Berliono Uwe Wihelms e Winterstein dei servizi segreti tedeschi (BND) incontrano Musbah Eter nell’isola di Malta.

Coinvolgimento della CIA
L’incontro e’ stato preparato dai servizi segreti tedeschi (BND) che mantengono stretti rapporti con la CIA.
Musbah Eter era impegnato in un business internazionale a Malta e serviva come copertura per vaste operazioni di intelligence per conto della CIA.
Le autorita’ tedesche lo volevano con l’accusa di omicidio. Ma nella riunione di Malta venne raggiunto un accordo. ”Immunita’ per Eter se incrimina Chraidi per il bombardamento della discoteca. Il giorno dopo Eter andava in Germania all’ambasciata tedesca per testimoniare. Di conseguenza il mandato contro di lui era demolito e gli fu permesso di recarsi in Germania.
Secondo Frontal, Eter e’ la figura chiave nel processo La Belle. Al momento del bombardamento della discoteca lavorava per l’ambasciata libica a Berlino Est ed inoltre visitava regolarmente l’ambasciata americana, Secondo Christian Strobele, l’avvocato per Chraidi, questo fatto estremamente insolito e’ dimostrato da ampie note della polizia segreta della Germania dell’Est, che hanno tenuto d’occhio Eter molto attentamente in quel momento.
Ci sono molte indicazioni che Eter era attivamente coinvolto nel bombardamento della discoteca La Belle. Secondo la trascrizione degli interrogatori studidati da Frontal, aveva le conoscenze dettagliate di uno dei partecipanti. Ha anche ammesso di aver portato le istruzioni operative per la bomba al piano di un coimputato.
Frontal asserisce che oltre gli imputati al presente processo, un altro gruppo era coinvolto nel bombardamento della discoteca, un gruppo di terroristi professionisti che lavoravano per qualcuno che li pagava, un certo ‘Mahmoud’ Abu Jaber.
Membri di questo gruppo, secondo Frontal, ”sono stati appena disturbati dal pubblico ministero e vivono in modo sicuro in altri paesi”
Nei mesi precedenti all’attacco alla discoteca La Belle essi vivevano a Berlino Est e si incontravano, quasi quotidianamente, con gli attuali imputati. Ore prima dell’attacco si trasferirono a Berlino Ovest, dove e’ esposta una bomba. I loro movimenti sono stati monitorati dalla Germania dell’Est ed i servizi segreti russi che hanno concluso che stavano lavorando per i servizi segreti occidentali
Secondo il KGB russo, in un documento citato da Frontal, il controspionaggio americano pianificava di usare ‘Mahmoud’ per inventare un caso di coinvolgimento di terroristi libici nell’attacco alla discoteca. Secondo lo stesso documento del KGB, Mahmoud aveva messo in guardia l’intelligence di Berlino Ovest due giorni prima dell’esplosione.
Frontal ha seguito le tracce di Mohammed Amairi, il braccio destro di ‘Mahmoud’ Abu Jaber che, secondo documenti che ha studiato, e’ stato particolarmente impegnato nella preparazione dell’attacco alla discoteca.

Un agente del Mossad
Amairi lascio’ la Germania per la Norvegia nel 1990, quando un mandato e’ stato emesso per il suo arresto. Ora vive nella citta’ norvegese di Bergen dove Frontal lo ha trovato ed intervistato.
Egli ha bloccato l’intervista quando gli fu chiesto per quale servizio segreto aveva lavorato. Il suo avvocato Odd Drevland poi racconta la storia.
Quando Amairi si e’ trasferito in Norvegia e’ stato arrestato e marchiato come ‘un pericolo per il suo paese’ sulla prima pagina dei giornali.
Ma poi il Mossad ha preso cura di lui e tutto e’ cambiato.”Amairi era un agente Mossad?’ chiese Frontal. ”Era un uomo Mossad’ rispose Drevland.
Nel frattempo la Norvegia concesse asilo ad Amairi e presto ricevera’ la cittadinanza norvegese.
Il pubblico ministero di Berlino ha tolto il mandato contro di lui.
”Questi intrighi dei servizi segreti presentano un compito per il Tribunale di Berlino che e’ quasi insolubile” concluse il rapporto Frontal-
”Ma una cosa e’ certa, la leggende americana del terrorismo di stato libico non puo’ reggere, non puo’ piu’ essere mantenuta’

Fonte :

http://100777.com/node/101

Prima dell’attentato alla discoteca, il Mossad aveva messo un trasmettitore sul suolo libico che ha fatto sembrare che la Libia stesse mandando ordini terroristici alle sue varie ambasciate che gli americani creduloni hanno pensato fossero vero

Fonte :

https://www.radioislam.org/islam/english/terror/ostrov3.htm

Preso da: http://nomassoneriamacerata.blogspot.it/2015/08/lattacco-usa-alla-libia-nel-1986-fu.html

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UN VIAGGIO A TRIPOLI

Oggi, 14 marzo 2016, dalle parti di Agrigento è spuntata una bellissima giornata, inondata da un sole tiepido, brillante, dallo squittio delle rondini, dalle vocine stridule dei bambini…
Mi affaccio alla finestra e guardo il mare, il Mediterraneo, nostro padre silente e carico di problemi e sofferenze, e non posso che pensare ai popoli dell’altra sponda, alla Libia ridotta a un cumulo di macerie e di malefatte.
Penso, con terrore, alla nuova guerra che si sta apparecchiando e da “profeta” disarmato ho selezionato alcuni brani di un mio libro,( http://www.lafeltrinelli.it/libri/spataro-agostino/osservatore-pci-nella-libia-gheddafi/9788891054913) per offrire uno piccolo squarcio del clima politico che caratterizzava, negli ’70 e ’80, i rapporti molto speciali dell’Italia con la Libia, per dire che altre vie sono possibili.
Prima che distruggano completamente Tripoli, i popoli della Libia, a noi tanto cari, desidero far notare agli scettici e ai guerrafondai che, nonostante le difficoltà, le provocazioni, i ritardi e le incomprensioni, l’Italia, l’Unione Europea riuscivano a gestire le relazioni con il regime del colonnello Gheddafi nella pace e nella cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa.
Spero che se ne ricordino, soprattutto i nostri “decisori” che si apprestano ad assumere scelte gravi, forse irreversibili. 
Prima d’incendiare e distruggere la Libia, scrissi che la Nato poteva vincere la guerra ma perdere il dopoguerra. Così è stato, è.
Oggi, si sta apparecchiando una nuova guerra che potrebbe risultare catastrofica. Per tutti. In primo luogo per la Libia, per l’Italia, per la Sicilia.
 
Altra cosa sono, nei casi estremi, le “operazioni” di polizia internazionale decise, e gestite direttamente, dalle Nazioni Unite. 
Invece che accendere nuovi conflitti bisognerebbe spegnere quelli in corso e provare a capire le ragioni degli altri, ad amare tutti i popoli del Pianeta (la nostra casa comune), nel rispetto della dignità umana e della sovranità degli Stati, nella solidarietà e nella legalità.
Con questo libro ho cercato di evidenziare una verità oggi difficile da percepire: l’Italia della “prima Repubblica”, spesso con la convergenza fra maggioranza governativa e opposizione del PCI, realizzò con il regime di Gheddafi risultati economici davvero invidiabili ( effettivamente invidiati da certi nostri alleati), riuscì a risolvere crisi gravi, problemi difficili insorti con la Libia e con altri Paesi arabi mediante il dialogo, mai con la guerra!  (a.s.)

(Ecco alcuni brani del “viaggio” effettuato dal 28 agosto al 3 settembre 1984)

“A cena col “senatore” Susanna Agnelli

1… Il giardino della residenza (dell’ambasciatore italiano a Tripoli  n.d.r.) è illuminato a giorno. Susanna Agnelli è già arrivata e conversa con Eric Salerno del Messaggero. L’ambasciatore Alessandro Quaroni fa le presentazioni. Seguono i soliti con­vene­voli, ma la conversazione soffre, stenta a decollare.

Essendo l’unico deputato in carica presente, mi sento in obbligo di rompere quell’atmosfera e chiedo al sottosegretario:

Senatrice, quando pensa d’incontrare Triki?” (ministro degli esteri libico)

Lei, prima di rispondere nel merito, mi corregge sull’appellativo “Senatore, prego…”, al maschile.

Un piccolo vezzo, forse, per sentirsi in sintonia con certo rivendicazionismo femminista che intende l’emancipazione come imita­zione dei ruoli virili ossia volgendo al maschile la personalità della donna.

“Triki, ha detto? Oh, sì. Spero d’incontrarlo domani o dopodo­mani. Chissà? Siamo qua. Insciallah!”

Si cena a lume di candela, al fresco ricreante del giardino.

“Più tardi – promette la signora ambasciatrice- potremo ammirare lo spettacolo dei fuochi d’artificio. Veramente grandiosi, suggestivi direi. Speriamo anche quest’anno…” guardò il marito e ammutolì.

Forse, aveva azzardato un’inopportuna previsione dubitativa, incompa­tibile col suo ruolo di consorte.

2... A sistemare le cose per il meglio ci pensa il cuoco, naturalmente italiano, che si presenta seguito da un paio di camerieri recanti piatti di spaghetti, odorosi e fumanti, sui quali mancava soltanto la bandierina tricolore. Graditissimi.

Dopo giorni di sorbire “ciorba” (la locale zuppa agrodolce a base di pomodoro, non male ma eccessivamente riproposta) e monta-gne di cous cous a base di carne di pecora, vedersi davanti un bel piatto di spaghetti, insaporiti dall’odoroso parmi­giano, è come giungere in un’oasi ubertosa dopo una lunga traver­sata nel deserto.

Specie all’estero, questa pasta riesce a unificare le delegazioni ita­liane anche le più eterogenee e controverse. Su tutto si può pole­mizzare, ma sugli spaghetti, generalmente, si converge.

Per il caffè ci spostiamo in un altro tavolo, sotto la veranda. Sa­ranno stati l’ottimo vino, il buon caffè, fatto sta che, finalmente, la conversazione si sciolse.

La senatrice, pardon il senatore, Agnelli, che probabilmente prefe­rirebbe evitare domande sui colloqui che avrà con Triki, ci parla dei suoi guai di sindaco dell’Argentario.

Uno sfogo indignato contro la speculazione edilizia, l’abusivismo, a suo dire, dilaganti anche in quel pregiato promontorio.

Deve lottare, da sola, contro una ciurma agguerrita di costruttori senza scrupoli che trovano appoggi in tutti i settori del consiglio comunale. Sola contro tutti: una lotta impari.

Tanto da indurla a rassegnare le dimissioni da sindaco che notificherà nei prossimi giorni.

La notte di Tripoli: i cavalieri berberi e i fuochi della rivolu­zione

3… L’Argentario è interessante, ma siamo a Tripoli e sarebbe molto più interessante parlare di relazioni italo libiche, delle condizioni di stabilità, delle prospettive del regime di Gheddafi.

La conversazione si stava avviando su questo crinale, quando si odono i primi botti dei fuochi d’artificio. L’ambasciatore coglie la balla in balzo e ci invita a salire sul terrazzo per ammirare lo spet­tacolo.

Il gioco delle luci e l’esplosione dei mortaretti in cielo svelano la bellezza nascosta di questa città. Bella di notte Tripoli, un po’ meno di giorno quando la luce abbagliante del sole, avvol-gendola, la riduce a un biancore liquido, indistinto.

Di notte, invece, il gioco delle luci, i bagliori dei fuochi ne esaltano la visione, le fattezze, lo splendore della sua “corni­che”, l’allegro fluire della gente per le vie.

Sì, di notte, Tripoli ap­pare più viva e più bella.

Più mediterranea, direi.

Dall’alto della terrazza, anche il panorama della città appare grade­vole, a tratti perfino ammaliante.

Laggiù il lungomare, il porto, i grattacieli, il castello, la città intera sono un’immensa luminaria fantasmagorica.

La serata è quieta e rinfrescata da una leggera brezza di tramon­tana. Aria buona, di casa nostra, che lenisce le estenuanti calure provenienti dal sud, dall’immenso Sahara.

Il cielo nero è squarciato da conturbanti inflorescenze; i fuochi della rivoluzione cadono, a cascata, sopra il mare.

Eh, eh! Il colonnello ha fatto le cose in grande, anche stavolta” sospirò l’addetto militare, stretto nella sua divisa d’ordinanza, il quale durante la serata non aveva spiccicato una parola.

4… Ma la vera sorpresa della festa ci attendeva sulla via del ritorno in hotel.

Sul piazzale antistante al porto è in corso un raduno di centinaia di cavalieri berberi, beduini giunti dalle più remote regioni della Li­bia.

 
Tripoli, piazza Verde. 1984

Si esibiscono sul pianoro di sabbia in corse e caroselli davvero sfrenati, fra due ali di folla entusiasta. Montano cavalli snelli e agili come il vento. Le gare sono a batteria: gruppi di otto o di dieci ca­valieri per parte corrono intabarrati nei loro barracani bianchi e celesti, e sparano in aria con i loro fucili a canna lunga, simili ai vecchi archibugi.

Più che partecipanti a un palio, sembrano guerrieri di un’antica battaglia raffigurati nelle vecchie stampe coloniali.

Mezzanotte è passata, ma la festa si anima. Da ogni quartiere, da ogni via di Tripoli arriva gente. Nessuno si vuol perdere la disfida dei cavalieri berberi.

Negli occhi di tutti quei “cittadini” un po’ rammolliti, figli, ben protetti, dello stato sociale diffuso, creato dalla “rivoluzione”, si legge una nota di malinconia, forse di atavica nostalgia per quegli uomini duri, dai volti essiccati dal vento e dal sole, che corrono, con i loro mantelli bianchi, a dorso di cavalli indomiti che evocano il deserto infinito, le notti d’amore al chiaro di luna, la libertà di scorazzare per gli spazi infiniti, il senso più autentico della vita.

Per i beduini il deserto è la patria, la libertà. Non solo perché sono liberi di muoversi con le loro famiglie e tribù, con i loro armenti, ma perché nel deserto non sono mai penetrati gli eserciti invasori.

L’unico che vi si addentrò, nei primi anni ’30, fu il generale fasci­sta Rodolfo Graziani il quale, per corrispondere all’ordine di Mus­solini, perpetrò un genocidio.

(1° settembre)

  • Finalmente, il gran giorno. Quindici anni come oggi, il ventiset­tenne Muammar Gheddafi, con altri undici giovani uffi­ciali, tra i quali il maggiore Jallud e il generale Karrubi, detroniz­zavano il vecchio re Idriss, un fantoccio nelle mani degli anglo- a­mericani.

La vera abilità di Gheddafi non consiste solo nell’avere ideato e attuato il colpo di stato, quanto nell’avere saputo mantenere il po­tere per tre lustri, sfidando serie difficoltà all’interno e resis-tendo a una congiura internazionale davvero pericolosa, micidiale.                                   

Le più grandi potenze, con ogni mezzo e senza badare a scrupoli, hanno tentato prima di comprare il colonnello e dopo, non essen­dovi riuscite, di eliminarlo fisicamente.

I petrolieri angloamericani non potevano accettare di perdere il controllo su circa il 4% della produzione petrolifera mondiale.

Seppure con molti errori e ondeggiamenti, Gheddafi è ancora in sella, è il leader della “rivoluzione di Al Fatah” e questa mattina, dalla tribuna della Piazza Verde, si godrà la sua colorita e rumo-rosa parata militare.

Nella piazza, accostati al bastione orientale del castello, sono stati eretti due palchi con tettoia.

Uno riservato alle delegazioni straniere e un’altro a Gheddafi e al suo più stretto entourage del Comando della rivoluzione (il vero centro di potere della Jamahiriya) e ad altri dignitari del regime e a qualche ospite straniero di particolare riguardo.

Quest’anno, il colonnello ha voluto accanto a se il generale Ramadan, il vicepresidente siriano, i due ministri nicaraguensi e il “presidente” della repubblica islamica degli Stati Uniti d’America.

 
Gheddafi con Arafat, 1977

Che bella soddisfazione per Gheddafi!

Nel 1979, a Bengasi, per far dispetto agli americani, volle al suo fianco lo squattrinato Bill Carter, fratello del presidente (in carica) Jimmy, oggi, addirittura, un futuro “presidente”Usa.

Noi osserviamo la “scena” dal palco delle delegazioni straniere. La guida ci dice che quest’anno il senso di marcia della parata va da occidente verso oriente, per indicare, idealmente, la via alle armate maghre­bine unite (a partire dal Marocco) verso Gerusalemme, verso la li­berazione della terra di Palestina.

  • Il Colonnello osserva attentamente i reparti dietro un paio di occhiali neri (come vuole la migliore tradizione dittatoriale), truc­cato come un attore che si prepara ad affrontare la scena madre, mentre sorseggia una bibita fresca spaparanzato sopra un’enorme poltrona di pelle.

Al passaggio dei reparti femminili da una gomitata a Ramadan, come per dire “guarda cosa ho io!”.

La Libia è l’unico paese arabo ad avere introdotto questa sconvol­gente novità.

Le donne, che la tradizione vuole chiuse in casa, schiave dei padri e dei mariti, il Colonnello le ha portate nell’esercito, innalzandole, formalmente, alla dignità di combattenti al pari degli uomini.

E, per sottolineare la bontà della scelta, ha voluto che metà della sua scorta personale fosse formata da prestanti ragazze in grigio­verde.

Per le donne il servizio militare non è obbligatorio. Possono ar­ruolarsi volontarie dietro consenso del padre o del fratello mag­giore. Comunque sia, a parte questa novità, bisogna dare atto al re­gime di aver fatto molto per migliorare la condizione della donna in Libia nei vari campi della vita sociale.

Dopo i reparti appiedati, vengono i mezzi corazzati, soprattutto carri armati. In gran parte ferraglia venduta dall’Italia, a prezzi stracciati. Ogni tanto, i governi occidentali, quando decidono di ammodernare gli arsenali, fanno di queste svendite.

Per la fortuna delle nostre orecchie, ne sfilano soltanto un centi­naio. A Bengasi furono migliaia. Un vero strazio ossia sette ore di assordante sfilata avvolti dentro una nuvola di sottile polvere bian­castra che i panzer sollevavano al loro passaggio.

  • Sotto lo spietato sole tripolino, ora è la volta dell’esibizione dei reparti missilistici. Passano camion carichi di missili di varia grandezza e gittata.

Alcuni, molto lunghi, sono trasportati da appositi tir mimetici.

Il nostro pensiero corre agli SS12 sovietici, ordigni particolarmente temuti poiché, avendo una gittata di circa mille chilometri, possono agevolmente raggiungere la Sicilia e l’Italia meridionale.

Di questa nuova minaccia al fianco sud della Nato si è molto par­lato in Italia, anche nel quadro del rafforzamento del dispositivo mediterraneo e dell’installazione dei missili nucleari a Comiso.

La questione, dunque, è molto delicata e controversa. C’è chi so­stiene che i libici siano già in possesso di tali sistemi d’arma e altri che lo escludono.

Personalmente, confido nel senso di responsabilità dei sovietici i quali non possono, davvero, permettere di far dipendere da Ghed­dafi la scelta di scatenare un conflitto contro la Nato, nel cuore del Mediterraneo.

D’altra parte, se i libici possedessero questo tipo di missili è im­probabile che li avrebbero esposti in una parata.

L’ambasciatore Quaroni, che ci sta di fianco, esclude che quei be­stioni siano gli SS12.

  • Allontanatisi le armi e gli armati, è il turno del popolo fe­stante. La piazza è invasa da masse vocianti che inneggiano al Co­lonnello e alla rivoluzione.

Invocano il nome di Gheddafi il quale, senza tanto farsi pregare, va sul podio e attacca a parlare.

Come il solito, i toni del discorso sono duri, sprezzanti. aggressivi, in sintonia con le attese della piazza.

Parla per oltre un’ora, molto meno delle precedenti celebrazioni. Parata corta, discorso breve: si vede che il colonnello avrà adottato un nuovo stile o rivisto il suo personale senso delle misure.

Il passaggio più arduo è quello in cui ha dovuto spiegare al popolo la bizzarra unione della Jamahirja con il regno del Marocco di Has­san II, fino a qualche mese addietro odiato nemico e indicato al pubblico ludibrio come servo dell’imperia-lismo franco- americano in Africa.

Le masse addestrate plaudono anche a questo accordo, tanta è la fede nella nuova “spada dell’Islam”.

 
Tripoli, presidenza conferenza mediterranea: da sin. A. Spataro, O. Di Liberto, segretario gen. libico

Tuttavia, malgrado gli applausi e gli apparenti entusiasmi, il colon­nello non è risultato molto convincente.

In privato, alcuni dirigenti libici me ne hanno parlato con un certo imbarazzo.

Anche Shahati, che è una delle persone più sagge dell’entourage di Gheddafi, pur dichiarandosi d’accordo, teme che la scelta non possa essere capita dagli altri Paesi fratelli (fronte del rifiuto) e dai movimenti di liberazione dell’Africa e in generale nel mondo.

“Quando una decisione necessita di troppe spiegazioni…tu capisci cosa voglio dire”

La propaganda ufficiale, invece, sostiene che l’unione è il primo passo verso la creazione del grande Maghreb. Una buona idea in se, da tempo, proposta dagli algerini anche al Marocco, ma senza i convitati francesi e americani.

La Tv diffonde in continuazione le immagini della parata, del co­mizio di Gheddafi e quelle del Congresso generale dei Comitati popolari, svoltosi nel tardo pomeriggio, che in pochi minuti ha rati­ficato il trattato d’unione col Marocco. Nelle stesse ore, il 99% dei marocchini rispondeva “Sì” al referendum indetto da Hassan II. L’esito del referendum è lampante, ma resta il mistero delle moda­lità e dei tempi del suo svolgimento e, soprattutto, del suo plebi­scitario consenso.

(2 settembre)

Leptis Magna: una civiltà resuscitata

  • Sveglia alle 6,00. Oggi abbiamo un programma molto denso: una visita a Leptis Magna e ai cantieri Impregilo a Homs. Viene a prelevarci il dottor Tornetta, secondo consigliere della nostra am­basciata. Passiamo al “Grande Hotel” dove è alloggiata Susanna Agnelli che farà parte della comitiva.

Siamo sul punto di avviarci verso Leptis, quando dal ministero de­gli esteri libico arriva la comunicazione che il ministro Triki ha fis­sato l’incontro con la Agnelli per le 10,30 di quella mattina.

Si con­ferma il fattore imprevedibilità, specie nella gestione del tempo, che qui è una caratteristica dominante nelle relazioni anche proto­collari.

E così, noi partiamo per Leptis e “il senatore” per il ministero degli esteri. Ci raggiungerà dopo l’incontro con Triki.

L’autostrada che da Tripoli giunge a Bengasi è un rettifilo nero che si snoda fra il blu intenso del mare della Sirte e il verde cupo degli orti e degli uliveti.

Da Tripoli a Leptis vi sono circa 120 km. L’auto va veloce. In poco più di un’ora ci porterà a Leptis, la meta da me agognata, detta “magna” dai romani per distinguerla dalla Leptis minor, fondata da mercanti fenici in Tunisia, nei pressi dell’attuale Sousse.

Il paesaggio è gradevole, addolcito dalla vegetazione della cosid­detta “fascia utile” ovvero un’ampia striscia di terra irrigata che corre lungo la costa, dove crescono, ubertosi, uliveti e giardini di agrumi, orti di verdure e, naturalmente, distese di palme.

“Fascia utile”, evidentemente tutto il resto si considerava “inutile”. Un errore per la politica coloniale italiana che concentrò i suoi im­pegni nella fascia costiera (attività agricole) e trascurò la “fascia inutile”(deserto) dove saranno rinvenuti immensi giacimenti di pe­trolio e di gas. E perfino di acqua!

Il simpatico dottor Tornetta, siciliano di Piazza Armerina, ritiene suo dovere darci alcuni chiarimenti su taluni aspetti della realtà politica libica.

Dalle prime battute (talune veramente esilaranti!), s’intuisce che non ama il regime e per indicare Gheddafi dice sempre “Pieri­no”. Non si capisce se lo faccia per precauzione diplomatica o per un chiaro intento spregiativo. Il suo dire è spesso intercalato da espressioni tipo “come ha detto Pierino, come ha fatto Pierino”.

  • Giungiamo a Leptis Magna prima di mezzogiorno. Ci atten­dono tre ragazzi (due maschi e una donna) della missione archeo­logica dell’università di Roma impegnati nei lavori di restauro del sontuoso arco di Settimo Severo.
 
Leptis Magna (foto Unesco)

Ai nostri occhi si presenta uno spettacolo davvero unico, esaltante.

La maestosità e l’ottimo stato di conservazione degli edifici e delle vie consentono di ammirare, in tutto il suo splendore, una grande città romana.

“Questa città, una vera perla incastonata fra il deserto e il mare, è una testimonianza del passaggio di Roma verso il nord Africa; ma­estoso monumento, fondato dai fenici, che deve il suo splendore all’impero dei Cesari e di Settimo Severo, suo figlio diletto… In poco più di un secolo e mezzo, furono costruiti: il calcidicum, il tempio di Roma ed Augusto, il vecchio Foro, gli archi di Tiberio, Vespasiano, Traiano, Settimo Severo e Marco Aurelio; i templi de­gli Augusti, del Libero Padre e di Ercole, della Grande Madre o Cibale, gli acquedotti, le terme di Adriano e il santuario in onore dell’imperatore Antonino Pio.” [1]

E ancora, il nuovo foro, il mercato, il teatro, il ginnasio, la basilica e tanto altro.

Tutto si è salvato sotto le sabbie del deserto giunto fino al mare. Erette o per terra, le rovine sono ancora qui. Intatte o quasi. Come in altre regioni dell’immenso Sahara, la sabbia, da nemico mortale della natura e delle genti, si è trasformata nel migliore custode de­gli splendori di civiltà sepolte che diversamente non avremmo po­tuto ammirare.

Penso anche ai templi della civiltà sabea, dove officiava e gover­nava Bilqis la celebre regina di Saba, di Palmira in Siria, ai tanti tesori dell’antico Egitto, della Mesopotamia, ecc.

Grazie a queste sabbie, bionde e sericee, Leptis si è conservata e oggi, in gran parte, è stata riportata alla luce dagli scavi con-dotti, in oltre mezzo secolo, da varie missioni archeologiche italiane.

Il risultato, davvero brillante, è sotto gli occhi di tutti: credo non sia esagerato dire che per vedere l’antichità romana più auten­tica bisogna venire a Leptis Magna.

  • Domando al capo missione quali fossero i rapporti con le auto­rità libiche.

Risponde che, all’inizio, non mostrarono grande interesse per la ricerca archeologica poiché consideravano quelle rovine estranee alla loro civiltà, perfino come simboli di un’antica oppressione.

Una visione, d’altra parte, in sintonia col manicheismo islamico secondo cui tutto quello che era prima della Rivelazione (a Mao­metto) è “jahaliya”ossia il caos, il male, mentre è bene tutto quello che è venuto dopo.

Per aggirare l’ostacolo e suscitare l’interesse delle autorità, gli ar­cheologi italiani, testi alla mano, dimostrarono che al tempo dei romani qui viveva la tribù dei “Libo” dalla quale discendono i li­bici contemporanei. Lo stesso imperatore Settimo Severo nacque nato a Leptis Magna da una famiglia libo.

Pertanto, un libo/libico assurse alla più alta magistratura di Roma imperiale.

Sulla base di tali argomenti, pare che Gheddafi si sia convinto a prestare l’assistenza necessaria alle missioni italiane. Oggi esiste una proficua collaborazione fra i due Paesi: l’Italia fornisce i tec­nici, gli archeologi e la Libia i mezzi finanziari e il personale di scavo. L’area centrale della città è già tutta alla luce, ma la gran parte è ancora da scoprire.

Visitiamo la grande piazza del mercato. È molto interessante, per­fino commovente osservare i banchi di pietra dove si vendevano il pesce, le carni, i tessuti, ecc.

Di fianco, c’è una lapide sulla quale sono intagliate le unità di mi­sura dell’epoca: il braccio punico e il piede romano.

Due arti importantissimi, due simboli, qui, riuniti in un mirabile esempio di fusione di due civiltà così distinte e contrapposte.

Lungo i cardi e i decumani, davanti alle abitazioni si notano tavo­lette con sopra incisi enormi simboli fallici che la guida ci dice gli antichi esponevano contro il malocchio.

Più avanti i resti di un abbeveratoio e le relative condutture di ad­duzione dell’acqua provenienti da una cisterna.

Il teatro è di rara magnificenza. E’ tutto un grande spettacolo di eleganti architetture armonizzate con la natura circostante: il mare, le dune di sabbia finissima, i frutteti.

  • Terminata la passeggiata archeologica, i ragazzi della mis­sione ci invitano nel loro appartamento, ricavato nei locali sovra­stanti il piccolo antiquarium.

L’edificio è immerso nella fresca quiete di un giardino di frutta e di verdure. Con fare circospetto, i tre archeologi ci introducono in un ripostiglio nascosto da una tenda, promettendoci una piacevole sorpresa. Pensai a un pezzo raro o comunque a una curiosità legata al loro lavoro. Invece…

Aprono la tenda e appare un rudimentale meccanismo per la fabbricazione della birra. Una piccola fabbrica clandestina, s’intende. Assaggiamo volentieri. Da una settimana, beviamo soltanto acqua minerale e una specie di gassosa insipida, perciò la birra fredda de­gli archeologi è davvero una squisitezza da pub inglese.

Arrivano Susanna Agnelli e l’ambasciatore Quaroni, reduci dall’incontro con Triki. Il sottosegretario ha poco tempo a disposi­zione.

 
Teatro di Leptis Magna. Da sin. S. Agnelli, A. Quaroni, A. Spataro

 

Una visita veloce al teatro e all’agorà e via, di corsa, verso Homs, al cantiere del consorzio italiano “Impregilo” di cui è capofila la madre Fiat.

Qui si sta costruendo un nuovo grande porto militare. Un ingegnere ci accoglie tutto emozionato. Non capita tutti i giorni vedere sul posto di lavoro uno dei titolari della ditta, per giunta nelle vesti di rappresentante ufficiale del governo italiano.

Ci illustra le caratteristiche del progetto, davvero ambizioso ri­spetto alla consistenza della marina militare libica.

Forse, pensano di ricevere “ospiti”. I sospetti si appuntano sulle mire sovietiche ad avere, dopo quello di Tartous in Siria, un altro buon approdo nel Mediterraneo centrale.

I lavori sono a buon punto: dal mare affiorano i lunghi bracci, i moli e le altre infrastrutture del grande porto.

Al pranzo (ottimo) partecipano i dirigenti e i tecnici del consorzio con le rispettive consorti che hanno seguito i mariti in questo lembo d’Africa.

Vita difficile per le signore, costrette a vivere, isolate, dentro roventi prefabbricati metallici, un po’ simili a quelli dei terremotati dell’Irpinia.

Questi, però, sono dotati di tutti i confort, in particolare, dell’impianto di aria condizionata, di vitale importanza.

L’ambasciatore freme per rientrare a Tripoli dove, nel pomeriggio, la signora Agnelli è attesa a casa di Triki per il tè, probabilmente per continuare, al riparo da occhi indiscreti, i collo­qui della mattina.

A fronte di tali incombenze, non resta che prendere atto e ripartire.

Durante il viaggio di ritorno, il dottor Tornetta ci intrattiene piace­volmente con le sue salaci battute su “Pierino”.

È una miniera inesauribile di simpatica maldicenza: fatti e misfatti, anche minimi, bizzarrie del sottobosco politico libico che tutti sus­surrano, ma che mai diventeranno notizie di cronaca.”

 

* Brani tratti dal mio libro “NELLA LIBIA DI GHEDDAFI” in vendita presso le librerie Feltrinelli e Amazon:

 

 
B.Aires- ottobre 2015- presentazione del libro al circolo de “La campora”
  1. Per il lettore e per il “Grande fratello” (in ascolto), desidero precisare- come ampiamente spiego nel libro- che i miei rapporti con personalità e organismi ufficiali libici si sono svolti, sempre nell’ambito della mia attività di parlamentare della Repubblica italiana, per conto del PCI , dell’Associazione nazionale di amicizia italo-araba e, sovente, d’intesa col nostro Ministero degli Affari esteri. Da quando, nel 2003, i dirigenti libici si accollarono la terribile responsabilità dell’abbattimento di due aerei civili, che condannai pubblicamente, ho conseguentemente interrotto ogni residuo contatto. Su questa come su altre vicende mi limito a dare qualche (inascoltato) consiglio. . 

[1] H. Calderon, op. cit.

 

Preso da: http://montefamoso.blogspot.it/2016/03/un-viaggio-tripoli.html

Libia, l’accordo (economico) con cui l’Occidente protegge se stesso

di | 3 gennaio 2016
Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Così le potenze occidentali che hanno prodotto nel 2011 la caduta di Gheddafi e la destabilizzazione della Libia, a dicembre si sono date da fare per promuovere un accordo tra le due fazioni principali in lotta in Libia. I motivi sono strettamente economici, la Libia è infatti un Paese chiave per l’approvvigionamento energetico dell’Occidente.
Incontro internazionale sulla Libia alla Farnesina
Dal 2014 in Libia ci sono de facto due governi, uno ubicato ad oriente e l’altro ad occidente del Paese, governi sostenuti da una rosa di Stati stranieri, milizie nazionali e tribù locali. E già anche qui ci troviamo di fronte ad una guerra per procura.

A Tobruk nella Libia orientale, vicino al confine con l’Egitto, è stata stabilita la sede del Parlamento libico riconosciuto a livello internazionale. Si tratta di quello eletto nel 2014. Il governo del primo ministro Abdullah al- Thinni ha sede nella città di Bayda ed è sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Egitto. In Libia conta su ciò che rimane dell’esercito libico, al momento guidato dal generale Khalifa Belqasim Haftar, che ha dichiarato guerra ad oltranza a tutte le fazioni islamiste.
Il governo di al-Thinni ha anche istituito una banca centrale parallela a quella di Tripoli e nominato il proprio capo della National Oil Company, l’azienda energetica di Stato. Ma la ricchezza del Paese, e cioè gran parte delle risorse energetiche, come pure le principali istituzioni finanziarie rimangono nelle mani delle autorità di Tripoli dove si trova il Khalifa al-Ghwell, il primo ministro nominato dal Congresso Nazionale Generale, e cioè il vecchio parlamento. Quest’ultimo nel 2014 ha esteso il proprio mandato non riconoscendo i risultati delle elezioni. I principali sostenitori internazionali di questo governo sono il Qatar e la Turchia mentre a livello nazionale al-Ghwell è sostenuto da diversi  gruppi islamici, che però negli ultimi mesi hanno perso coesione.
Alba Libica, ad esempio, una coalizione di milizie sotto il comando delle autorità di Tripoli, si è frazionata, alcune fazioni sostengono il processo di pace lanciato dalle Nazioni Unite alla fine del 2015 che ha portato agli accordi del 17 dicembre tra i due governi, ma altre non ne vogliono sentire parlare.
Mentre il governo di Tripoli controlla un territorio ben più grande di quello di Tobruk, Tripoli deve fare i conti con le milizie locali. Quelle presenti nella capitale non sono solo islamiche ma sono costituite anche da bande di criminali. Senza parlare poi delle migliaia di uomini armati che si trovano a Misurata, anche loro sono una forza militare e politica del dopo Gheddafi.
La situazione è ancora più complessa quando prendiamo in considerazione i jihadisti stranieri e quelli libici che rientrano dai campi di battaglia della Siria e dell’Iraq. Costoro si sono riversati a Sirte, la città libica costiera, che è diventata una sorta di colonia dell’Isis, e che si trova in una posizione strategica, non lontano da grossi impianti petroliferi.
Secondo le Nazioni Unite, l’Isis controlla circa 300 km di costa della Libia e conta i tra i 2.000 e 3.000 jihadisti, di cui circa 1.500 a Sirte. E’ probabile che queste statistiche siano però troppo elevate e che la presenza dell’Isis in Libia sia minore di quanto si creda. Tuttavia esiste e qualsiasi accordo di pace tra i due governi e le varie fazioni deve tenerla presente.
Tante dunque le difficoltà che si prospettano in un futuro prossimo venturo per Fayez al-Sarraj, l’imprenditore scelto per guidare il governo transitorio libico di unità nazionale. Tuttavia, la corsa alle risorse libiche da parte degli occidentali è già iniziata. Il primo ministro italiano, Matteo Renzi, ad esempio, ha subito annunciato che il suo Paese lo sostiene e che è pronto a ristabilire i rapporti speciali tra le due nazioni.
Il Regno Unito, anch’esso molto interessato ai pozzi libici, ha dichiarato di attendere di essere invitato dal nuovo governo ad inviare truppe nel paese. Gli americani hanno persino mandato un contingente che è stato subito rimandato a casa.
Memore del fiasco del 2011, quando la Nato corse in aiuto dei ribelli e da allora la Libia non è stata in grado di formare un governo, il ministro degli Esteri libico ha affermato che la Libia non ha bisogno di alcun intervento straniero per far fronte alle minacce alla sua sicurezza, compreso il terrorismo. Ha però bisogno di armi migliori, ha aggiunto, e di aiuti nella formazione e pianificazione. Insomma il solito ritornello, dateci le armi al resto pensiamo noi! Fino ad ora questa formula, come pure quella dell’intervento armato diretto, ha solo creato anarchia e terrorismo, non si capisce perché le cose dovrebbero cambiare proprio ora.

Adattamento dall’ originale: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/03/libia-laccordo-economico-con-cui-loccidente-protegge-se-stesso/2346256/

L’ONU è responsabile della Guerra Civile in Libia

27 ottobre 2015

Il Prof. Ibrahim Magdud, direttore dell’Accademia libica in Italia e docente di storia dei paesi islamici all’Università Niccolò Cusano, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “Il mondo è piccolo”, condotta da Fabio Stefanelli, su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano.
Il processo negoziale per un accordo di unità nazionale in Libia va avanti, ma il Parlamento di Tobruk non ha approvato il piano dell’inviato dell’Onu Bernardino Leon. “Non è che hanno rifiutato l’accordo –spiega Magdud-, hanno fatto le riserve senza fare la ratifica dell’accordo. Il Parlamento non ha voluto confermare quest’accordo sul governo di unità nazionale, perché non è stata rispettata la quarta bozza dove c’era la lista dei candidati al governo, su cui erano d’accordo sia quelli di Tripoli che di Tobruk. Leon ha presentato una lista al di fuori di quell’accordo. L’Onu ha voluto imporre un governo. E’ la stessa cosa che si è verificata in Afghanistan e in Iraq”.

“La questione è molto grande –prosegue Magdud-. Non c’è mai stato un discorso tra libici e libici, ci sono sempre state forti pressioni esterni, da Qatar, Turchia, Francia e Inghilterra. La notizia nuova è che si riuniranno il Parlamento di Tripoli e di Tobruk per fare in modo che si arrivi ad una soluzione che vada bene ad entrambe le parti libiche. La rappresentanza delle Nazioni Unite in Libia può solamente partecipare come consulente, non come parte in causa decisiva”.
“La maggior parte dei gruppi armati –afferma Magdud- sono finanziati da Paesi esteri e sottostanno all’accordo politico. Non è che sono proprio cani sciolti. I cani sciolti sono quelli delle bande criminali. Per quanto riguarda le minoranze, in Libia ce ne sono tre e ci sono delle dispute territoriali tra loro. Il problema sta al sud della Libia”.
“Il pericolo, con la pressione russa sulla Siria e con la convivenza della Turchia, è che molti dell’Isis potrebbero venire in Libia. La Libia potrebbe raccogliere tutti i fuggiaschi dalla Siria e diventare la culla dello Stato Islamico. Questo ovviamente diventerebbe un pericolo anche per l’Italia. Tutti quelli dell’Isis che vanno in Siria, prendono l’aereo dalla Tunisia per Istanbul e poi vanno in Siria. Questa è una situazione che conosce tutto il mondo arabo”.

Preso da: http://www.secolo-trentino.com/32648/esteri/lonu-e-responsabile-della-guerra-civile-in-libia.html

Libia 2015: il caso Salah al-Maskhout, quando l’Italia è vittima della disinformazione.

26/09/2015

James_Wheeler_False_Twitter“Sono vivo!”. Sono queste le prime parole che Salah al-Maskhout avrebbe rilasciato al sito Migrant Report al termine di una giornata nella quale media libici, internazionali e social media avevavo riportato la sua uccisione ad opera di un commando. Quest’ultimo, secondo la ricostruzione precedentemente fornita da Libya Herald, “avrebbe bloccato nei pressi del Tripoli Medical Center la vettura sulla quale Al-Maskhout viaggiava, uccidendo lui e gli uomini della sua scorta”.

Media libici: una storia falsa?

Secondo il sito libico Akhbar Libya 24, che cita fonti ben informate, “quella dell’omicidio di Al-Maskhout è una storia falsa, senza alcun fondamento, inventata ad hoc da alcuni siti informativi con lo scopo di seminare discordia nella regione occidentale della Libia”.

La ricostruzione iniziale pubblicata da Libya Herald è stata alimentata da alcuni tweet pubblicati sul profilo di James Wheeler, molto attivo sulla Libia, secondo i quali “un commando italiano ha ucciso Salah al-Maskhout, un trafficante di esseri umani di Zwara, insieme a metà della sua scorta”.

Successivamente James Wheeler smentirà quanto scritto in precedenza, sostenendo peraltro che le immagini da lui pubblicate sono relative a un precedente incidente accaduto nei pressi di una stazione di carburante di Zwarah.

È stata poi la volta del quotidiano inglese The Guardian che ha richiamato l’attenzione dei lettori sul coinvolgimento dell’Italia negli eventi, riportando che “il Governo italiano ha confermato la morte di Salah Al-Maskhout”. Al riguardo, tuttavia, il portavoce del Ministro della Difesa italiano, Andrea Armaro, intervistato dal sito Migrant Report, aveva già dichiarato che “non abbiamo nulla a che fare con questa storia, quindi non possiamo confermare, ne smentire”.

Stazione_Carburante_TripoliNessuna dichiarazione del Presidente del General National Congress di Tripoli.

Alcuni profili Facebook libici hanno diffuso alcune frasi di accusa nei confornti delle “Forze Speciali italiane”, attribuite al Presidente del General National Congress Nouri Abu Sahmein. Nouri Abu Sahmein non ha mai rilasciato tali dichiarazioni e i contenuti sono risultati essere falsi.

Le immagini diffuse dai social media sono relative a un altro evento.

Per Akhbar Libya 24 “le immagini dell’incendio (quelle diffuse da James Wheeler e indicate come la scena dello scontro), riprese dalla maggior parte dei siti informativi, si trovavano già sulla pagina Facebook del Centro Mediatico di Zwarah molto prima della diffusione delle voci sull’uccisione di Al-Maskhout”. Il sito aggiunge che “numerosi testimoni oculari dell’area di Al-Farnaj, a Tripoli, hanno smentito qualsiasi scontro armato o incendio nell’area in cui sarebbe stato assassinato Al-Maskhut assieme ai suoi otto accompagnatori, aggiungendo che in quelle ore nell’area regnava una calma assoluta”.

Conclusioni.

Afrigatenews, Libya Herald, Akhbar Libya 24, Migrant Report e l’account Twitter di James Wheeler hanno dapprima alimentato, con diverse modalità, la tesi del blitz militare contro Salah Al-Maskhout, attribuendolo alle Forze Speciali italiane; successivamente smentito molti dei contenuti diffusi nell’arco della giornata arrivando, come nel caso di Afrigatenews e Libya Herald, a “scusarsi con Salah al-Maskhout“. Mentre Akhbar Libya 24 ha addirittura riportato che “non ci sarebbe stato alcun blitz militare”.

Iniziative mediatiche che negli ambienti di Tobruk e Tripoli favorevoli a un accordo tra il Governo riconosciuto dalla comunità internazionale e General National Congress, vengono interpretate come un tentativo di sabotare il ruolo diplomatico dell’Italia nell’ambito delle attività promosse dalle Nazioni Unite per ottenere una riconciliazione nazionale difficile, ma non impossibile.

In serata il sito libico The Libyan Observer, noto per essere vicino alle posizioni del General National Congress di Tripoli, citando fonti riconducibili alle forze “Alba della Libia”, oltre a smentire la notizia della morte di Salah al-Maskhout, ha riportato che “sono stati i media dell’operazione “Dignità” (guidata da Haftar) a diffondere voci circa un coinvolgimento delle Forze Speciali italiane nell’azione. Il Governo italiano ha smentito”.

Preso da: http://www.cosmonitor.com/site/2015/09/26/libia-salah-al-maskhout-quando-litalia-e-vittima-della-disinformazione/#

Ricordo del 2011: i liberatori della Libia, Sarkozy, Cameron ed Erdogan si congratulano con i mercenari della NATO

Retrocediamo fino al 2011 e ricordiamo come i “liberatori” della Libia, Sarkozy, Cameron ed Erdogan si congratulavano allora con i terroristi mercenari della NATO:
Quando il Presidente della Francia Francois Hollande richiama per la “neutralizzazione” di Bashar al-Assad, il britannico Ministro della Difesa Michael Fallon annunciava  preparativi per sospingere l’ISIS verso la Siria (…) “per mantenere le nostre strade sicure qui in casa”, dichiarava.

le-figaro-16-september-20111Allo stesso modo il turco Erdogan proclamava ai media che “Aleppo potrà trasformarsi nella 82a provincia della Turchia”; vale la pena ricordare che nel Settembre del 2011, gli esponenti europei,  il francese presidente Nicolas Sarkozy, il primo ministro britannico David Cameron ed il presidente turco Recep T. Erdogan, visitarono la Libia da poco occupata dai terroristi mercenari della NATO.

Le Figaro, 16 September 2011

The Guardian, 15 September 2011Cameron poses with terrorist ISIS
“Questo va più in avanti della Libia; questo è un momento in cui la primavera araba potrebbe trasformarsi in una estate araba e potremo vedere la democrazia anche in altri paesi. Credo che voi stessi potrete dare un esempio agli altri per quello che questo potrà significare”. (Il primo Ministro britannico David Cameron, in una conferenza stampa congiunta assieme al presidente francese, Nicolas Sarkozy, e quello della Libia, “Presidente” Mustafa Abdul Jalil, presso l’Hotel Corinthia, Trípoli, 15 Settembre, 2011   – The Guardian, 15 Settembre 2011

“Sapete quello che stavo pensando mentre camminavo per le strade di Tripoli e i corridoi dell’Ospedale? “Dice il presidente francese Hollande. “Stavo sognando che un giorno i giovani siriani avranno la stessa opportunità come quella di cui i giovani libici stanno usufruendo oggi giorno, e che un giorno anche loro possano dire: “la democrazia e la rivoluzione pacifica sono per noi”. Per questo forse la cosa migliore che posso fare è dedicare la nostra visita alla città di Tripoli per tutte quelle persone che hanno una speranza per la Siria, che un giorno potrà diventare un paese liberoi”. (Il presidente francese Nicolas Sarkozy alla conferenza stampa congiunta con il primo ministro Cameron in Libia ed il presidente libico, Mustafa Abdul Jalil, presso l’Hotel Corinthia, Trípoli, (15 Septiembre 2011)

Cameron Sarkpsy in LybiaLe operazioni militari in Libia condotte dalle coalizione Erdogan con pres. LibicoNATO (inclusa l’Italia) sono state effettuate dal Marzo all’Ottobre del 2011 per attaccare obiettivi all’interno del territorio libico ed annientare le forze lealiste del regime di Gheddafi. Le operazioni di terra furono condotte appoggiandosi sulle milizie jihadiste organizzate dai servizi di intelligence della NATO, le stesse che poi furono successivamente utilizzate anche in Siria per rovesciare il governo di Bashar al-Assad (operazione ancora in corso).

Il risultato ottenuto da quelle operazioni è stata la distruzione di basi militari, depositi ed infrastrutture,  la totale destabilizzazione del paese, oggi in preda al caos ed alla guerra civile.

Fonte: Syrian Freepress

Nelle foto a sinistra: David Cameron, Nicolas Sarkozy, il neopresidente libico Mustafa Abdul Jalil

Nella foto a destra: il presidente turco Erdogan abbraccia il neo presidente libico (verrà spodestato pochi giorni dopo)

Preso da: http://www.controinformazione.info/ricordo-del-2011-i-liberatori-della-libia-sarkozy-cameron-ed-erdogan-si-congratulano-con-i-mercenari-della-nato/

URGENTE: la famiglia di Saadi Gheddafi chiede un intervento immediato

Quello che segue è una traduzione di un articolo in inglese ed arabo.

La famiglia del martire Muammar Gheddafi chiede alle autorità legali e a tutte le parti interessate di assumersi le proprie responsabilità nel caso dell’arresto e della detenzione arbitrari del maggiore generale Saadi Gheddafi. È stato isolato da qualche tempo, incapace di contattare la sua famiglia o il suo avvocato. È detenuto nelle carceri e nei centri di detenzione gestiti da milizie terroristiche.

Nonostante la testimonianza di testimoni e il consenso che dovrebbe essere assolto dai “crimini”  a lui attribuiti, rimane imprigionato, senza alcuna giustificazione, il suo processo rinviato a tempo indeterminato, senza alcun legale.

La famiglia del martire invita i giuristi, i leader sociali e tutte le persone oneste e libere ad agire immediatamente e ad adottare misure per proteggerlo. Le milizie del 17 febbraio, i loro leader e le autorità giudiziarie competenti sono responsabili della sicurezza del maggiore generale Saadi Gheddafi.

Originale: https://rcmlibya.wordpress.com/2017/12/19/urgent-family-of-saadi-qaddafi-demand-immediate-intervention/

Urgent: Family of Saadi Qaddafi Demand Immediate Intervention

https://scontent-ort2-2.xx.fbcdn.net/v/t1.0-9/25498352_389634071480387_5115181353163834131_n.jpg?oh=c791865d6d3d653cf00c8dc251b0924c&oe=5AC8B660
UNOFFICIAL TRANSLATION
LIBYAN REVOLUTIONARY COMMITTEES MOVEMENT
The family of martyr Muammar Qaddafi call upon legal authorities and all concerned to shoulder their responsibilities in the case of the arbitrary arrest and detention of Major General Saadi Qaddafi. He has been isolated some time now, unable to contact his family or his lawyer. He is being held in prisons and detention centers run by terrorist militias.
Despite the testimony of witnesses and the consensus that he should be acquitted of crimes attributed to him, he remains imprisoned, without any justification, his trial postponed indefinitely, without legal counsel.
The martyr’s family calls on the jurists, social leaders and all honorable and free people to act immediately and take measures to protect him. The February 17th militias and their leaders as well as the relevant judicial authorities, are responsible for the safety of Major General Saadi Qaddafi.
ORIGINAL
تهيب أسرة الشهيد الصائم القائد معمر القذافي الى جميع الجهات الحقوقية والقانونية وكل ذي صلة بتحمل مسؤولياتهم تجاه اختفاء الأسير الرهينة اللواء الساعدي القذافي، حيث فقد الاتصال به منذ مدة ليست بالقصيرة ولَم تتمكن لا أسرته ولا محاميه من الاتصال بِه ولا يعلم له لا مكان احتجاز ولا ظروف احتجاز الا انه يقبع في سجون ومعتقلات تديرها الميليشيات.
وبالرغم من شهادة الشهود والإجماع على تبرئته مما نسب اليه ومع حصحصة الحق الا انه وبدون اَي مبرر يتم تأجل محاكمته وعزله عن محاميه.
وإذ تهيب أسرة الشهيد الصائم الإخوة الحقوقيين والقيادات الاجتماعية وكل الشرفاء والاحرار الى ضرورة التحرك الفوري واتخاذ الإجراءات الكفيلة بحمايته فإنها تحمل هذه الميليشيات وحكومات فبراير والجهات القضائية المعنية مسؤولية سلامة اللواء الساعدي والله غالب على أمره.

Libia 2015, oltre 600 rapiti in un anno

di Riccardo Noury | 10 agosto 2015

Abdel Moez Banoun, blogger, è stato rapito oltre 300 giorni fa. Aveva pubblicato e promosso proteste contro la presenza delle milizie armate nella capitale Tripoli.

Nasser al-Jaroushi, giudice, ha fatto la stessa fine dopo aver aperto due inchieste, sull’uccisione dell’attivista per i diritti umani Salwa Bugaighis e sul narcotraffico.

Nella totale assenza di legge, con due distinte amministrazioni statali e le milizie a fare da padrone, in Libia i sequestri di persona da parte dei gruppi armati sono all’ordine del giorno.

Secondo un rapporto di Amnesty International, che cita i dati della Società della Mezzaluna libica, negli ultimi 12 mesi sono scomparse almeno 600 persone, la sorte di 378 delle quali rimane ignota. Si tratta, nel primo come nel secondo caso, di numeri al ribasso.

Tra i rapiti vi sono attivisti, pubblici funzionari, personale delle ambasciate, migranti, lavoratori stranieri, appartenenti alla minoranza tawargha, operatori umanitari e semplici cittadini diventati obiettivo dei gruppi armati solo per la loro regione di origine, per la loro attività o perché sospettati di simpatizzare per una parte politica o un gruppo rivale.

In molti casi, i sequestrati vengono trattenuti fino a quando non viene pagato un riscatto o diventano merce di scambio per ottenere il rilascio di persone rapite dagli avversari. Nell’uno o nell’altro caso, il loro destino è comune: la tortura e non poche volte la morte, coi cadaveri ritrovati sul ciglio delle strade.

Tra i sequestri più recenti, quelli di tre operatori umanitari – Mohamed al-Tahrir Aziz, Mohamed al-Munsaf al-Shalali e Waleed Ramadan Shalhoub – rapiti il 5 giugno mentre stavano portando aiuti nelle città del sud-ovest della Libia colpite dal conflitto.

Non vanno dimenticati gli italiani rapiti il 20 luglio a Mellitah, che mentre scrivo (venerdì 7 agosto) sono ancora nelle mani dei loro sequestratori.

Il dialogo politico, promosso dalle Nazioni Unite con l’obiettivo di porre fine alla violenza e giungere a un accordo per la costituzione di un governo nazionale, si propone anche di affrontare i problemi dei sequestri e delle detenzioni illegali. Il modo più efficace per esercitare pressioni sui capi dei gruppi armati dev’essere però ancora trovato.

Preso da: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/10/libia-oltre-600-rapiti-in-un-anno/1935250/

Come un intellettuale da salotto ha portato la Libia nel caos

9 agosto 2015, adattamento di un articolo di Carlo Brenner

Tra il 2011 e il 2015 la Libia è passata da essere il primo Paese africano nell’indice di sviluppo umano (Human Development Index – Hdi), con cui le Nazioni Unite valutano lo standard di vita di una nazione, a essere uno stato fallito.

Due governi, uno islamico a Tripoli e l’altro secolare a Tobruk, una guerra civile che conta migliaia di vittime, la corte suprema privata della sua autorità, un ambasciatore americano ucciso fuori dal suo consolato in fiamme, tutte le ambasciate chiuse, ultima quella italiana, lo Stato islamico che imperversa liberamente per il Paese e addestra i suoi uomini minacciando l’Europa, e in particolare l’Italia, da molto vicino.

Solamente sei mesi dopo la fine della guerra – nell’ottobre del 2011 – con il potere nelle mani dei ribelli, Human Rights Whatch dichiarava che gli abusi apparivano “essere così diffusi e sistematici che potrebbero essere considerati crimini contro l’umanità”.

A ottobre 2013 l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha riportato che “la stragrande maggioranza degli 8.000 detenuti, per ragioni riguardanti il conflitto, sono trattenuti senza un regolare processo” in carceri dove Amnesty International ha scoperto che “sono soggetti a pestaggi prolungati con tubi di plastica, sbarre di metallo o cavi. In alcuni casi sono soggetti a shock elettrici, sospesi in posizioni contorte per ore, tenuti continuamente bendati e con le mani legate dietro la schiena o privati di acqua e cibo”.

In un video recentemente diffuso da un sito d’informazione libico, sono filmate le torture subite da Saadi Gheddafi, terzo figlio del raìs ma più noto a noi italiani per essere un ex calciatore di Perugia e Udinese.

Nella nuova Libia sognata da pensatori e politici occidentali, si stima che novantatré giornalisti siano stati attaccati, arbitrariamente arrestati, assassinati o picchiati solo nei primi nove mesi del 2014. Come conseguenza di quest’anarchia e delle violenze diffuse, le Nazioni Unite hanno calcolato che circa 400mila libici hanno lasciato le loro case e 100mila hanno lasciato del tutto il Paese. La Libia è in ginocchio. Molti oppositori del regime oggi rimpiangono l’ordine che questo, almeno un tempo, riusciva a garantire.

Secondo un’analisi di Alan J. Kuperman, professore presso The University of Texas at Austin, pubblicata sulla rivista americana Foreign Affairs nel marzo del 2015, prima dell’intervento occidentale la guerra civile libica era sul punto di concludersi con un costo complessivo di circa mille vite umane. Sul numero finale delle vittime le stime sono discordi: variano da 8mila a 30mila morti. Il dato più accreditato è fornito dal ministero per i Martiri e i Dispersi del governo post-Gheddafi, che ne conta 11.500.

L’intervento Nato avrebbe quindi aumentato le morti di almeno dieci volte. A questo dato vanno aggiunte le morti causate dalla guerra civile scoppiata al termine del conflitto: il sito internet Lybia Body Count stima che il numero delle vittime solamente nel 2014 sia stato di 2.825. Nel corso del 2015, fino al 30 luglio, sarebbero almeno 1.063.

Inoltre è riportato che le milizie che combattono oggi in Libia fanno un uso indiscriminato della forza: ad agosto del 2014 il Tripoli Medical Center ha calcolato che su cento morti nei recenti scontri, cinquanta erano donne o bambini. Al contrario di quanto sostenuto dalla propaganda dei ribelli, i dati dimostrano che il regime di Gheddafi si era invece dimostrato tollerante nei confronti dei ribelli che avessero deposto le armi, e che aveva anche cercato di evitare morti tra donne e bambini.

Non c’è dubbio che la Libia di Gheddafi, era molto meglio di quello che abbiamo oggi: un Paese nell’anarchia dove nessun diritto è rispettato. La responsabilità di questo disastro, costato migliaia di vite umane, è stata principalmente della Francia dell’ex presidente Nicolas Sarkozy.

In secondo luogo degli Stati Uniti e del Regno Unito che, stimolati dalla Francia, hanno visto non solo la “necessità ma anche la possibilità di intervenire”, come ha sostenuto il primo ministro britannico David Cameron. Ma quello che sorprende di più è la responsabilità da imputare a un solo uomo. Non è un politico né un militare, ma un filosofo francese: Bernard Henry Levy (BHL).

I fatti

Il 17 marzo del 2011 il consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vince finalmente le resistenze di Russia e Cina, e fa passare la risoluzione 1973 che autorizza l’intervento militare in Libia. Con la tradizionale retorica americana, il presidente statunitense Barack Obama spiega che l’intervento sarebbe servito a salvare la vita dei buoni democratici contro il cattivo dittatore. Un modo di ragionare per contrasti che, fortunatamente, non ha mai convinto gli italiani, consapevoli, per natura e tradizione, della complessità della realtà e della superficialità di tali giudizi.

Pochi giorni dopo la risoluzione, la Francia insieme ad alcuni Paesi della Nato istituisce una no-fly zone. Questo perché Gheddafi aveva suscitato il grande sdegno della comunità occidentale per aver “”impiegato l’aviazione nella repressione della rivolta””. L’obiettivo della no-fly zone doveva essere quello di impedire che i caccia del regime si alzassero in volo. Tuttavia, a un occhio neanche troppo attento, sarebbe bastato leggere un articolo del Corriere della Sera, firmato dal giornalista italiano Guido Olimpio nei primi giorni del conflitto, per rendersi conto che i velivoli dispiegati dalle varie forze militari coinvolte erano sia per il combattimento aria-aria che per quello aria-terra.

Sette mesi dopo, nell’ottobre del 2011, dopo una campagna militare intensa, i ribelli, grazie a un ampio sostegno delle forze armate francesi, americane e britanniche prendono il controllo del Paese. La guerra si conclude con la cattura di Gheddafi, in fuga verso la sua città natale, Sirte, seguito da un convoglio di fedelissimi, che non sarebbe mai stato raggiunto dai ribelli senza l’aiuto degli aerei Mirage francesi che l’hanno bombardato. Gheddafi è stato catturato, picchiato e ucciso come un cane. ( almeno è questo che noi DOBBIAMO credere, per volere dei media).Questo è stato il primo gesto della nuova, buona Libia, democratica e giusta.

L’uccisione di un leader politico che ha guidato un Paese per quarantadue anni è stata accolta con entusiasmo da tutti i governi occidentali. L’unico commento fuori dal coro è stato quello dell’allora premier italiano Silvio Berlusconi che usò il latino per dire “sic transit gloria mundi”. Un commento né positivo né negativo ma realista, machiavelliano, da uomo che proviene da una cultura più complessa, come la nostra. Fu ovviamente anche il commento di un uomo che pochi mesi prima aveva concluso accordi molto vantaggiosi con il regime e che si trovava nella situazione contraddittoria di fornire le sue basi per attaccare un alleato.

Una situazione come questa richiama alla memoria il giurista e filosofo politico tedesco Carl Schmitt, il quale sosteneva che il progresso non deve essere perseguito a ogni costo perché non sempre porta verso il meglio. Talvolta la società raggiunge risultati che possono essere già sufficientemente evoluti da non richiedere ulteriore progresso, che può anche trasformarsi in regresso. In questa situazione sembra che il regresso della nostra morale sia evidente.

Se 2.217 anni fa Scipione l’Africano e Annibale Barca, in guerra fra loro, potevano incontrarsi in mezzo al campo di battaglia di Zama per discutere con rispetto reciproco le sorti della guerra – guardandosi da nemici, ma soprattutto da uomo a uomo che rappresentano interessi diversi – oggi sembrerebbe che non siamo in grado di una simile raffinatezza morale. Sembra che non siamo capaci di vedere l’uomo oltre la maschera. Grazie alla narrativa americana, oggi ragioniamo solo attraverso la dicotomia cattivi-buoni e chiediamo la testa di quello scelto, di volta in volta, come il cattivo. Dobbiamo vederlo morto per essere soddisfatti. Una pratica barbara e intollerabile.

Il ruolo di un uomo

Nella vicenda è interessante esaminare il ruolo che un solo uomo ha avuto nella decisione di intraprendere una campagna militare in Libia. Bernard Henry Levy (BHL), celebre filosofo francese, personaggio televisivo e stimata firma di svariati giornali, viene tradotto e pubblicato anche in Italia dal Corriere della Sera. Il filosofo, per sua stessa ammissione e vanto, si è impegnato in prima persona a organizzare gli incontri tra il leader dei ribelli, Mahmoud Jibril, e il presidente francese Sarkozy che hanno convinto quest’ultimo della necessità di intervenire.

Il tutto è raccolto nell’autocelebrativo documentario Le Serment de Tobrouk, scritto, diretto e interpretato dallo stesso BHL e uscito nelle sale francesi il 6 giugno del 2012. Quando gli è stato chiesto perché avesse adottato questa causa, BHL ha risposto: “Perché? Non lo so! Certo era per i diritti umani, per prevenire un massacro e bla, bla, bla – ma volevo anche fargli vedere un ebreo che difendeva la lotta contro una dittatura, per dimostrare fratellanza. Volevo che i musulmani vedessero che un francese – occidentale ed ebreo – poteva essere dalla loro parte”.

Il filosofo francese aveva già cercato di rendersi protagonista della politica estera del suo Paese cercando di portare la voce del leader afghano Ahmad Shah Massoud, in lotta contro i Taliban, al presidente Jacques Chirac nel 2001, senza successo. Ha invece fortuna con il suo ruolo di mediatore a Bengasi nel 2011 quando, incontrando il leader dei ribelli Jibril, promise di farsi portavoce della sua causa presso il presidente Sarkozy.

È evidente che i momenti politici erano diversi: la causa anti-talebana di Massoud era troppo lontana dagli interessi francesi e occidentali prima dell’attacco alle Torri Gemelle, e Chirac era un presidente più attento alle sfumature rispetto a Sarkozy (come apparve evidente quando il suo ministro degli Esteri Dominique De Villepin si schierò contro l’intervento militare in Iraq nel 2003).

Al momento dell’intervento in Libia si presentava un panorama molto più allettante per Sarkozy: l’opportunità di mettersi in mostra come un sostenitore della primavera araba e la reimpostazione degli interessi economici, più favorevoli per l’Italia che per la Francia nel 2011.

Insomma, BHL in Libia è stato l’uomo giusto al momento giusto. Pensava probabilmente di essere il protagonista del supporto occidentale ai ribelli libici, ma allo stesso tempo si è ritrovato a essere una mascotte pubblicitaria di interessi più grandi e complessi. Il suo ruolo non è tuttavia da sottovalutare ma da condannare con forza: le avventure esotiche di un intellettuale mondano sono state concause della distruzione di un Paese e di migliaia di vittime che sognavano un futuro migliore. Come suggerisce il diplomatico italiano Roberto Toscano in un recente articolo, bisognerebbe attribuirgli il premio Nobel per la pace al contrario.

La Libia di domani

Oggi il futuro della Libia rimane incerto. Le fazioni in lotta di Alba Libica a Tripoli, vicina alla fratellanza musulmana, e Operazione Dignità a Tobruk, comandata dal laico Generale Haftar, non sembrano poter scendere a compromessi.
Sicuramente la situazione non può rimanere tale a lungo. L’anarchia imperante nel Paese ha ridotto il benessere della popolazione e la possibilità per qualsiasi partner commerciale di partecipare alla sua economia. Oggi in Libia le interruzioni energetiche sono la normalità, anche fino a 18 ore al giorno, e la sicurezza non è garantita da nessuna autorità centrale ma da milizie non organizzate e soprattutto non sottoposte a nessuna regola.

Anche l’economia è in ginocchio: se la Libia prima della guerra poteva contare su una produzione di 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno, il dato è sceso a zero durante l’intervento Nato e oggi è al 30 per cento del periodo pre-guerra. Inoltre, a causa degli scontri continui, le due principali città, Tripoli e Bengasi, hanno dovuto chiudere sia i porti che gli aeroporti.

Anche l’economia è in ginocchio: se la Libia prima della guerra poteva contare su una produzione di 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno, il dato è sceso a zero durante l’intervento Nato e oggi è al 30 per cento del periodo pre-guerra. Inoltre, a causa degli scontri continui, le due principali città, Tripoli e Bengasi, hanno dovuto chiudere sia i porti che gli aeroporti.

Questo ha portato a situazioni drammatiche come quella dei quattro italiani rapiti a luglio del 2015, dei quali non abbiamo notizie anche perché manca qualsiasi meccanismo d’intelligence unificato, efficiente e in grado di collaborare le nostre autorità. La recente condanna a morte emanata da un tribunale di Tripoli a Saif al-Islam, secondogenito di Muammar Gheddafi, con l’accusa di genocidio è un altro segnale dell’instabilità del Paese, ma potrebbe portare ad alcuni risvolti interessanti.

La sentenza non sarà eseguita perché Saif è nelle mani di una milizia della città di Zintan, nel nordovest della Libia, che si oppone al governo di Tripoli. Inoltre, il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, a Tobruk, reputa illegittimo il verdetto della corte perché il tribunale si trova in una città non controllata dallo stato. Saif potrebbe ora diventare una pedina molto importante dello scacchiere libico, vista la sua influenza e la sua reputazione di riformista.

Tra il 2009 e il 2010 Saif aveva anche, lentamente, convinto il padre a rilasciare quasi tutti i prigionieri politici ricevendo anche il plauso occidentale. Dato interessante è anche che molti leader della rivolta avevano precedentemente ricevuto incarichi di governo da Saif, tra cui anche il loro leader Mohmoud Jibril.

Insomma, la Libia merita di uscire da questa terribile impasse e ritrovare il suo posto nel mondo. Le soluzioni sono complesse ma possibili. La comunità internazionale non può lavarsi le mani dal disastro che ha creato e deve riconoscere le sue responsabilità aiutando il Paese a ritrovare l’ordine di cui l’ha privata.

L’Italia, in particolare, può e deve svolgere un ruolo importante in questa faccenda perché la Libia è un Paese che non possiamo ignorare, non solo per la vicinanza geografica e per ragioni storiche, ma anche per i risvolti sociali diretti che l’instabilità provoca: la tragedia dei migranti che intraprendono il viaggio della speranza verso le nostre coste e che sono tratti in salvo in mare dalla nostra Marina Militare ci impone di giocare un ruolo di primo piano.

Fino a oggi, anche grazie a operazioni congiunte con altri Paesi, abbiamo salvato 188mila vita umane. L’Italia, incapace di parlar bene di se stessa, deve rivendicare con orgoglio il grande ruolo che sta svolgendo in questa situazione: 188mila persone hanno visto la bandiera italiana come un segno di salvezza, e i nostri militari non hanno deluso le aspettative.

Purtroppo tutto lo sforzo non ha permesso di evitare la morte di 2mila esseri umani nel solo 2015: questo il dato drammatico comunicato dall’Organizzazione internazionale dei migranti (Oim). L’incontrollato flusso dei migranti è una diretta conseguenza dell’anarchia vigente in Libia, dove il traffico degli esseri umani è diventato una pratica diffusa.

Nell’affrontare la problematica libica, la lezione che dobbiamo trarre dagli errori commessi è che non ci si può far guidare dalle emozioni del momento e farsi trascinare dalla propaganda. L’interventismo va evitato, ma nel caso le circostanze lo rendessero inevitabile è necessario studiare a fondo la situazione interna e i possibili risvolti che la nostra ingerenza potrebbe provocare.

Molti governi destinano troppo poco tempo e fondi allo studio delle dinamiche interne degli altri Paesi oppure non hanno sviluppato una sana interazione tra la politica e le strutture di ricerca, come le università, i think tank e la diplomazia.

La politica estera è fatta da statisti, diplomatici e ricercatori, non da filosofi mondani alla ricerca di brividi.

Libero adattamento da: http://www.thepostinternazionale.it/mondo/libia/libia-intervento-sbagliato-bernard-henry-levy

Le autoblindo donate da Mario Monti fanno strage in Libia: “Sono micidiali”

L’Espresso, con un articolo di Gianluca Di Feo, racconta di quel “dono del governo Monti che fa strage in Libia”. Alcune milizie fondamentaliste che stanno dalla parte dell’autorità di Tripoli hanno trasformato le autoblindo regalate dall’Italia due anni fa in lanciamissili micidiali

18 luglio 2015
Una notizia che mette i brividi e che rend esempre più urgente un dibattito serio e responsabile sull’export di armi verso paesi instabili. L’Espresso, con un articolo di Gianluca Di Feo, racconta di quel “dono del governo Monti che fa strage in Libia”. In pratica alcune delle milizie fondamentaliste che stanno dalla parte dell’autorità di Tripoli hanno trasformato le autoblindo regalate dall’Italia due anni fa in lanciamissili micidiali. I missili vengono sparati a caso contro la popolazione civile.

La “creatività” delle milizie ha conseguenze infauste per i civili. Le autoblindo Puma che il governo di Roma aveva donato alla Libia per il nuovo esercito non sono un “prodotto” particolarmente fortunato. Prodotte da Iveco, non sono state in grado di affrontare le asperità del territorio e del conflitto afghano, ed erano così finite in magazzino. L’Italia ha così pensato che potessero essere utili alla Libia post-Gheddafi.

L’omaggio voleva anche essere lo stimolo per una successiva vendita dei surplus all’armata di Tripoli e per questo abbiamo fornito un pacchetto completo: nel cadeux era compreso l’addestramento degli equipaggi e una scorta di ricambi. Dopo la cerimonia ufficiale di consegna, presenziata dall’allora ministro Giampaolo Di Paola, i militari locali hanno fatto una gran festa al nuovo regalo.

Ora però le autoblindo sono usate da brigate che stanno dalla parte dell’autorità di Tripoli nella sanguinosa guerra civile libica.

Le Puma sono state fotografate durante gli scontri per il controllo dell’aeroporto principale del paese. E ora alcuni siti specializzati hanno mostrato questa metamorfosi sorprendente. Tecnici locali infatti hanno installato sui veicoli un lanciatore trinato per missili antiaerei russi Kub.

Preso da: http://www.today.it/rassegna/autoblindo-mario-monti-vendute-libia.html