Perché la Cia spia tutti, tranne gli Emirati?

Il caso del mancato spionaggio nei palazzi del potere della monarchia del deserto da parte dalla Cia sta lasciando spazio agli interrogativi di una delle maggiori agenzia d’informazione del mondo: la Reuters, che ha avviato una sua inchiesta sul gap che separa – o unisce su piani che non possiamo nemmeno immaginare – gli interessi di Washington e Abu Dhabi.
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Come è stato reso noto anche dai nostri approfondimenti in passato, gli Emirati Arabi Uniti sono protagonisti nel finanziare il generale Haftar, che lotta da mesi per rovesciare il governo di Tripoli sostenuto dalle Nazioni Unite in Libia; stringono rapporti con Mosca; sostengono la coalizione di nazioni che impone il blocco economico del Qatar nonostante l’apparente contrarietà degli Stati Uniti; forniscono all’occorrenza armi e logistica per sostenere i propri interessi – oltre al denaro – e arruolano addirittura ex-operativi della National Security Agency (Nsa) americana come hacker d’élite per spiare “un programma che includeva gli americani tra gli obiettivi di sorveglianza”. Tutto questo però non è bastato a mettere in allerta la Central Intelligence Agency (Cia) – agenzia per le operazioni d’intelligence e spionaggio che opera al di fuori dei confini nazionali americani – che sembra non voler spiare in nessun modo i piani segreti degli emiri. Per tre ex-spie della Cia questa scelta rappresenta un pericoloso punto cieco nell’intelligence statunitense. Ma quale può essere la ragione di questa negligenza?

La postura della Cia rispetto ai rapporti con il Medio Oriente e gli stati Opec “non è nuova”, secondo quanto riportato dall’inchiesta di Reuters. Ciò che è cambiato in maniera radicale, sarebbe “la natura” degli interventi “portati avanti da questo minuscolo ma influente stato dell’Opec (gli Emirati Arabi Uniti)” nei teatri del Medio Oriente e dell’Africa. “Combattere guerre, condurre operazioni segrete e usare la propria influenza finanziaria per rimodellare la politica regionale in modi che spesso vanno contro gli interessi degli Stati Uniti”; è questa la nuova strategia adottata dagli Emirati secondo le fonti e gli esperti di politica estera consultati da Reutersche sta conducendo un’inchiesta su questa “peculiarità” della strategia spionistica di Langley. Nota per avere e aver sempre avuto occhi e orecchie ovunque nel mondo, tranne che nei palazzi del potere di Abu Dhabi, a quanto pare, nonostante le diffuse e rinomate operazioni “clandestine” più o meno segrete condotte dagli Emirati in diverse delle zone più calde del mondo, di norma all’interno dell’agenda politica della Casa Bianca dunque nelle strategia elaborate del Pentagono.
Secondo una delle tre ex-spie della Cia consultare: “Il fallimento della Cia nell’adattarsi alle crescenti ambizioni militari e politiche degli Emirati Arabi Uniti equivale a una “rinuncia al dovere”. E sebbene l’Nsa stia portano avanti un’operazione di sorveglianza elettronica che mira a raccogliere informazioni di intelligence all’interno degli Emirati Arabi Uniti – riportate però come informazioni “a basso rendimento” – la mancata sorveglianza da parte della Cia riguardo le reali mire di Abu Dabhi ha dei risvolti se non altro inquietanti. A maggior ragione dopo le voci di riguardo la presenza di una spia degli Emirati, Rashid al-Malik, “attiva” e ben infiltrata nell’amministrazione Trump.

I rapporti tra Cia e Emirati

Attualmente le relazioni della Cia con gli Emirati sono ridotte alla condivisione d’informazioni e dossier d’intelligence su nemici comuni, identificati come l’Iran e Al Qaeda. Tutto il resto, le intenzioni e le operazioni condotte dagli Emirati Arabi Uniti nella regione medio orientale e nell’Africa del nord, sarebbero un grande buco nero per le spie americane. E c’è da domandarsi il motivo. Questa leggerezza della Cia colloca gli Emirati Arabi Uniti in un elenco “estremamente corto” di altri paesi con i quali l’agenzia pare voler adottare un approccio “diverso” ed estremamente permissivo. Questa direttiva sembra essere indotta anche agli altri 4 membri di quella coalizione di intelligence occidentale rinominata “Five Eyes“: ossia gli apparati di spionaggio di Australia, Nuova Zelanda, Regno Unito e Canada.
In questo elenco di Paesi “speciali” che non andrebbero sorvegliati attentamente non compare per esempio l’Arabia Saudita. Stato in contrasto con gli Emirati, che nonostante la duratura alleanza con Washington, che vi intrattiene importanti affari in ambito petrolifero e di armamenti, viene sorvegliata dalla Cia – secondo le fonti interpellate da Reuters – e che mantiene un silenzio ossequioso anche quando le spie di Langley vengono sorprese a reclutare informatori che vogliano rivelare i segreti di Riyad.
La ragione di questa “benda” che Gina Haspel (direttore della Cia) e gli altri alti funzionari dell’agenzia continuano a tenere salda sugli occhi, potrebbe dunque essere motivata da uno spropositato fallimento, o più realisticamente dall’intenzione di non ficcare il naso degli affari di un alleato che secondo alcuni ex-funzionari dell’agenzia opera come uno vero e proprio “stato canaglia” in teatri strategici come la Libia, il Qatar, lo Yemen, e altre aree dell’Africa come il Sudan, l’ Eritrea e l’autoproclamata Repubblica del Somaliland. Proprio nello Yemen, ad esempio, gli Emirati Arabi Uniti conducono fianco a fianco con l’Arabia Saudita una coalizione che combatte i ribelli Houthi allineati all’Iran. Ribelli che sono anche nel mirino delle operazioni nere dei Navy Seal, che cercano i personaggi chiave di Al Qaeda. La conclusone dunque è quelle che finché la corrispondenza tra gli interesse degli Stati Uniti e degli Emirati Arabi Uniti sarà sufficiente, la Cia continuerà a chiudere gli occhi sui piani degli Emirati. E il motivo potrebbe essere riassunto in quell’espressione a lungo attribuita al gotha della strategia politica Niccolo Machiavelli: “Il fine giustifica i mezzi”. E in questo caso, tiene a bada anche le spie.

Preso da: https://it.insideover.com/politica/perche-la-cia-spia-tutti-tranne-gli-emirati.html

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Rivoluzione Bolivariana del Venezuela e pacifisti ‘guerrafondai’

 

Ma in Libia poi com’è finita?

Nonostante sia sparita dalle prime pagine dei giornali, la battaglia per il controllo di Tripoli sta continuando e sembra lontana dalla fine

Miliziani di Misurata a Tripoli, 9 aprile 2019 (Stringer/picture-alliance/dpa/AP Images) 

11 giugno 2019
Anche se la notizia è sparita dalle prime pagine dei giornali italiani, in Libia la battaglia per il controllo della capitale Tripoli, iniziata lo scorso aprile, non è finita. Le milizie che si stanno affrontando, riunite grossomodo attorno a due schieramenti principali, non riescono a imporsi le une sulle altre e da settimane c’è una specie di situazione di stallo che non sembra potersi sbloccare nel breve periodo. La battaglia a Tripoli non è il primo conflitto armato in Libia dalla fine del regime di Muammar Gheddafi, nel 2011, ma è di certo uno dei più rilevanti, che ha già provocato centinaia di morti e migliaia di sfollati, e che ha fatto parlare analisti ed esperti di una “nuova guerra civile“.
**IN realtà in Libia non cè una guerra civile, ma un popolo che combatte contro bande di terroristi pagati dall’ occidente, che sostengono Serraji **

Le violenze erano iniziate lo scorso aprile, in maniera piuttosto improvvisa. Il maresciallo Khalifa Haftar, il leader di fatto della Libia orientale e da qualche mese anche di quella meridionale, aveva attaccato Tripoli da sud, pochi giorni prima di un’importante conferenza internazionale di pace organizzata dall’ONU. L’obiettivo di Haftar era conquistare la capitale, sottraendola al controllo del governo guidato dal primo ministro Fayez al Serraj, riconosciuto dall’ONU come unico governo legittimo della Libia. Haftar, ha scritto tra gli altri Arturo Varvelli dell’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale), sperava di sfruttare il malcontento della popolazione verso le numerose e potenti milizie armate che operano nella capitale, e l’opposizione delle stesse milizie a un più ampio piano di riforme avviato dal governo di Serraj e finalizzato a ridurre la loro influenza in diversi ministeri del governo. Le cose però sono andate diversamente: le milizie e il governo di Tripoli si sono uniti contro il nemico comune, mettendo da parte almeno temporaneamente le loro differenze.

Le milizie fedeli ad Haftar non sono riuscite finora a imporsi su quelle schierate dalla parte di Serraj: sono rimaste bloccate nel sud di Tripoli e non sono mai riuscite ad arrivare a meno di dieci chilometri di distanza dal centro della capitale, dove sono concentrati tutti i ministeri e gli altri centri del potere.
Per il momento non sembra esserci una soluzione alla crisi libica, e in particolare alla battaglia di Tripoli, anche a causa delle influenze dei paesi stranieri che appoggiano l’una o l’altra parte. L’Italia è sempre stata apertamente schierata dalla parte di Serraj, che però nel corso degli ultimi anni non è riuscito a prendere il controllo di tutta la Libia e ha visto il suo ruolo indebolirsi sempre di più. Negli ultimi mesi anche il governo guidato da Giuseppe Conte sembra avere preso un po’ le distanze da Serraj, allineandosi a una politica meno schierata, come quella adottata dagli Stati Uniti di Donald Trump: questo non significa però che Serraj sia rimasto senza appoggi internazionali. Haftar ha potuto contare fin da subito sull’appoggio di Egitto ed Emirati Arabi Uniti, due paesi che sono schierati dalla stessa parte in diverse crisi del Medio Oriente (per esempio sul tema dell’embargo sul Qatar), e poi con il sostegno di Russia e Francia. Secondo alcuni analisti, la situazione a Tripoli potrebbe sbloccarsi solo con l’intervento e la mediazione di qualche potenza straniera in grado di influenzare le decisioni di Haftar, anche se non sarà facile: rinunciare all’operazione contro Tripoli significherebbe per il maresciallo una sconfitta politica enorme.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nei primi mesi della battaglia per il controllo di Tripoli sono state uccise più di 500 persone e 75mila sono state costrette a lasciare le proprie case. I feriti sono circa 2.500.

Preso da: https://www.ilpost.it/2019/06/11/guerra-libia-tripoli-haftar/

La caduta dell’aquila è vicina

Come una cellula segreta di Facebook manipola l’opinione pubblica

Cos’hanno in comune AfD (Alternativa per la Germania), Rodrigo Duterte, Mauricio Macri, Narendra Modi, Barack Obama, Partito nazionale scozzese e Donald Trump? Tutti hanno basato la loro campagna elettorale sui buoni consigli di Mark Zuckerberg. Basandosi sul caso delle elezioni in India, Shelley Kasli rivela come Facebook manipola i processi democratici.

| Bangalore (India)
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Un recente articolo di Bloomberg ha rivelato come una cellula segreta di Facebook abbia permesso la creazione di un esercito di troll [1] a favore di molti governi nel mondo, compresa l’India, sotto forma di propaganda digitale finalizzata a manipolare le elezioni [2].

Sotto i riflettori, seguendo il ruolo che la sua compagnia Facebook ha svolto come piattaforma di propaganda politica, il suo co-fondatore Mark Zuckerberg ha risposto dichiarando che la sua missione è al di sopra delle divisioni partigiane.
Ma in realtà, Facebook non è solo uno spettatore politico. Quello che non dice è che la sua compagnia collabora attivamente con partiti e leader, anche chi usa la piattaforma per sedare l’opposizione, a volte con l’aiuto di molti troll che diffondono menzogne ed ideologie estremiste [3].

Questa iniziativa è guidata da Washington da un team molto discreto di Facebook, specializzato in questioni di politica globale, con a capo Katie Harbath, l’ex-stratega digitale del campo repubblicano che lavorò nel 2008 per la campagna presidenziale dell’ex-sindaco di New York Rudy Giuliani, nonché alle elezioni indiane del 2014.
Da quando Facebook ha assunto Harbath per guidare questa cellula segreta, sono passati tre anni, durante i quali la sua squadra ha viaggiato in tutti gli angoli del globo (inclusa l’India). Aiutò i leader politici mettendo a disposizione i potenti strumenti digitali della compagnia sotto forma di vero esercito di troll per scopi propagandistici.
In India e molti altri Paesi, i dipendenti di questa cellula si sono trovati di fatto agenti di campagne elettorali. E una volta eletto il candidato, tocca all’azienda sorvegliare i funzionari o fornire assistenza tecnica nella trasmissione digitale durante gli incontri ufficiali tra i capi di Stato.
Negli Stati Uniti, il personale di questa cellula ha lavorato sul campo durante la campagna di Donald Trump. In India, la compagnia ha promosso la presenza sulla rete del Primo Ministro Narendra Modi, che oggi ha più fan su Facebook di qualsiasi altro leader politico mondiale.
Durante gli incontri della campagna, i membri della squadra di Katie Harbath sono affiancati dai direttori delle vendite del settore pubblicitario di Facebook, il cui ruolo è aiutare l’azienda a trarre profitto dal particolare interesse dato alle elezioni dalle masse. Formano politici e leader per creare una pagina Facebook per la loro campagna che autenticano con una tacca blu, per utilizzare al meglio i video per ottenere attenzione, oltre che scegliere gli slogan pubblicitari. Una volta che questi candidati vengono eletti, la loro collaborazione con Facebook consente alla società di estendere significativamente l’influenza politica, con la possibilità di aggirare le leggi.
Il problema s’è esacerbato quando Facebook si pose a pilastro della democrazia in modo anti-democratico. La Freedom House, pseudo-ONG statunitense che si batte per la democrazia nel mondo [4], riferiva lo scorso novembre che sempre più Stati “manipolano i social network per indebolire le fondamenta della democrazia” [5]. Ciò si traduce in campagne diffamatorie, molestie o propaganda sostenute occultamente dai governi, per imporre la loro versione dei fatti, ridurre al silenzio il dissenso e rafforzare il potere.
Nel 2007, Facebook aprì il suo primo ufficio a Washington. Le elezioni presidenziali che si svolsero l’anno successivo videro l’avvento del primo “presidente di Facebook” nella persona di Barack Obama, che con l’aiuto della piattaforma poté raggiungere milioni di elettori nelle settimane prima le elezioni. Il numero di utenti di Facebook è esploso in concomitanza con le insurrezioni della “primavera araba” in Medio Oriente nel 2010-2011, evidenziando l’enorme influenza della piattaforma sulla democrazia.
Durante il periodo in cui Facebook scelse Katie Harbath, ex-sostenitrice di Giuliani, per guidare la sua unità politica, le elezioni divennero un tema scottante sui social media. Facebook gradualmente iniziò ad essere coinvolto nei problemi elettorali in tutto il mondo.
Facebook raggiunse alcuni dei partiti politici più controversi del mondo ignorando il principio di trasparenza. Dal 2011, la società chiede alla Commissione elettorale federale degli Stati Uniti una deroga alla legge che richiede trasparenza riguardo la promozione di un partito politico, che avrebbe potuto aiutarla ad evitare l’attuale crisi relativa alle spese pubblicitarie russe, prima delle elezioni del 2016.
Le relazioni tra l’azienda e i governi sono complicate. Facebook è stata accusata dall’Unione Europea di permettere all’islamismo radicale di prosperare sulla sua rete. La società ha appena pubblicato il suo rapporto sulla trasparenza spiegando che fornirà ai governi solo i dati sui propri utenti se la richiesta è legalmente giustificata; altrimenti non esiterà a ricorrere ai tribunali [6].

Eserciti di troll in India

Il mercato indiano è probabilmente il più vivace oggi per Facebook, superando quello degli Stati Uniti. Il numero di utenti aumenta due volte più velocemente; senza prendere in considerazione i 200 milioni di indiani che utilizzano il servizio di messaggistica WhatsApp, più che in qualsiasi altra parte del mondo.
Alle elezioni indiane del 2014, Facebook aveva già lavorato per diversi mesi su varie campagne. Modi trasse grande beneficio dal supporto di Facebook e WhatsApp nel reclutare volontari che, a loro volta, diffusero il messaggio sui social network. Dalla sua elezione, gli iscritti sono arrivati a 43 milioni; il doppio di quelli di Trump.
Nelle settimane successive all’elezione di Modi, Zuckerberg e la sua chief operating officer Sheryl Sandberg si trasferirono in India per sviluppare un progetto controverso per un servizio internet gratuito che, provocando feroci proteste, infine fu abbandonato. Katie Harbath e il suo team vennero pure in India per condurre sessioni di formazione con oltre 6000 funzionari pubblici.
Mentre Modi vedeva la propria influenza crescere nei social media, i suoi seguaci lanciarono su Facebook e WhatsApp una campagna di molestie contro i rivali politici. L’India diventava un focolaio di disinformazione, compresa la diffusione di una burla che portò a disordini che causarono la morte di diverse persone. Il Paese è diventato anche un luogo estremamente pericoloso per partiti e giornalisti dell’opposizione.
Tuttavia, non solo Modi o l’Indian People’s Party (BJP) furono indotti a utilizzare i servizi offerti da Facebook. La società afferma di fornire gli stessi strumenti e servizi a tutti i candidati, indipendentemente dal loro orientamento politico, nonché a gruppi più discreti della società civile.
Ciò che è interessante è che Mark Zukerberg stesso vuole diventare presidente degli Stati Uniti e ha già assegnato i servizi a David Plouffe (consigliere della campagna di Barack Obama nel 2008) e a Ken Mehlman (consigliere della campagna di George Bush Jr nel 2004). Attualmente lavora con Amy Dudley (ex-consigliere del senatore Tim Kaine), Ben LaBolt (ex-addetto stampa di Barack Obama) e Joel Benenson (ex-consigliere della campagna di Hillary Clinton nel 2016). [7]

La manipolazione delle emozioni da parte di Facebook

Uno studio pubblicato nel 2014 dal titolo: La dimostrazione sperimentale di un fenomeno di contagio emotivo su larga scala attraverso i social network [8] studia il rapporto tra i messaggi positivi e negativi visti da 689000 utenti di Facebook. Questo esperimento, che ebbe luogo tra l’11 e il 18 gennaio 2012, tentò d’identificare gli effetti del contagio emotivo modificando il peso emotivo delle informazioni diffuse agli utenti target. I ricercatori concludono che per la prima volta hanno “dimostrato che le emozioni possono diffondersi attraverso una rete di computer, (anche se) gli effetti di queste manipolazioni rimangono limitati”.
Questo studio fu criticato per le basi etiche e metodologiche. Nell’accesa polemica, Adam Kramer, uno dei principali istigatori di questa ricerca e membro del team dei dati di Facebook, difese lo studio in una dichiarazione della compagnia [9]. Qualche giorno dopo, Sheryl Sandberg, direttrice operativa di Facebook, fece una dichiarazione [10] durante il suo viaggio in India. Durante un evento organizzato dalla Camera di commercio di Nuova Delhi, dichiarò: “Questo studio è stato condotto nell’ambito delle ricerche effettuate dall’azienda per testare diversi prodotti, né più né meno. La comunicazione su questo argomento è stata pessima e ce ne scusiamo. Non volevamo annoiarvi”.
Quindi, per quale nuovo prodotto rivoluzionario Facebook ha condotto esperimenti psicologici per manipolare emotivamente i suoi utenti? Questi prodotti rivoluzionari sono eserciti di troll digitali che per scopi propagandistici diffondono informazioni false come una scia di polvere per aiutare i propri clienti durante le elezioni.
Poco dopo, il 3 luglio 2014, USA Today riportava che il gruppo EPIC, che promuove campagne per la privacy dei cittadini, presentava una denuncia ufficiale alla Federal Trade Commission affermando che Facebook ha infranto la legge conducendo la ricerca sulle emozioni dei suoi utenti senza il loro consenso, o neanche informarli [11]. Nella sua denuncia, EPIC afferma che Facebook ha ingannato i suoi utenti conducendo segretamente un esperimento psicologico sulle loro emozioni: “Al momento dell’esperimento, Facebook non dichiarò nella sua politica di utilizzo dei dati che le informazioni sugli utenti venivano utilizzate a scopi sperimentali. Facebook omise anche d’informare i suoi utenti che queste informazioni sarebbero state comunicate ai ricercatori”. La maggior parte delle cavie di questi esperimenti di manipolazione emotiva erano indiane [12].
Molti di noi non prestano veramente attenzione a ciò che viene pubblicato sui social network e la maggior parte di ciò che vediamo è piuttosto innocua. Almeno, questo è l’aspetto che ha a prima vista. La verità è che ciò che pubblichiamo in rete ha un impatto spaventoso. Secondo una recente ricerca condotta congiuntamente dal Pacific Northwest National Laboratory e dall’Università di Washington, i contenuti pubblicati sui social media potrebbero essere utilizzati dai software per predire manifestazioni future, forse anche il prossimo primo ministro indiano.
In un documento recentemente pubblicato da ArXiv, team di ricercatori, ha scoperto che i social network possono essere utilizzati per “identificare e prevedere eventi nel mondo reale” [13]. L’analisi di Twitter può prevedere con precisione i disordini sociali, ad esempio, quando persone usano determinati hashtag per discutere determinati problemi prima che la loro rabbia si diffonda nel mondo reale.
L’esempio più noto di questo fenomeno è avvenuto durante la primavera araba, quando evidenti segni di proteste ed insurrezioni imminenti furono avvistati in rete nei giorni precedenti le manifestazioni di piazza.
È vero anche il contrario, nel senso che la rabbia può anche essere generata dai social network e una volta raggiunto un livello ottimale può essere riversata su eventi della vita reale, come si può vedere da almeno due anni in India con casi di linciaggio di gruppo e altro.

Come funziona l’industria della disinformazione in India

In India è emersa un’enorme industria della disinformazione, che esercita un’influenza molto maggiore del tradizionale discorso politico e potenzialmente potrebbe diventare un problema di sicurezza similmente alla primavera araba se non viene padroneggiata. Nel momento in cui il linciaggio del dibattito infuria in India, è importante capire che tali incidenti non avrebbero avuto un impatto così veloce se i giovani non avessero avuto accesso a Facebook, Twitter, Youtube e altri social network. Ciò permette a tale industria della disinformazione di gestire e condividere video e informazioni falsi. Il fenomeno del linciaggio è apparso da alcuni anni come diretta conseguenza di questa industria della propaganda che si diffonde dai social network al mondo reale.
Ciò ha una dimensione completamente nuova ora che è stato rivelato che Facebook e WhatsApp hanno complottato con l’establishment creando “un esercito di troll” ai fini della propaganda digitale, scatenando le violenze in India. È un tipico caso di terrorismo. Quest’ultimo è definito come “l’uso sistematico del terrore o della violenza da parte di un individuo o di un gruppo per fini politici”. In questo caso, tale terrorismo è perpetrato da una compagnia straniera (Facebook) sul suolo indiano attraverso una guerra digitale di (dis)informazione. Cosa aspettiamo per reagire?
Una campagna di disinformazione fu condotta durante le elezioni presidenziali statunitensi. Era parte integrante della campagna ufficiale stessa in collaborazione con aziende leader. Questo stesso metodo fu utilizzato anche per guidare il dibattito sulla Brexit. Mentre parliamo, questa vasta impresa di disinformazione dipana i suoi tentacoli in India. Molti famosi atleti, celebrità, economisti, politici sono già stati vittime della diffusione di contenuti fuorvianti. Questa è una tendenza pericolosa che va attentamente monitorata dai nostri servizi d’intelligence per impedire futuri disastri.
Ecco come funziona. Molti siti e portali web legittimi e dai vari finanziamenti ricevono pubblicità fluttuanti. Il contenuto specifico è creato per diverse categorie di persone in base a loro regioni, ideologia, età, religione… mescolati con una grande quantità di contenuti erotici che offuscano il vero obiettivo. Tale contenuto fallace viene quindi iniettato nel social network e gruppi specifici vengono presi di mira attraverso strumenti analitici sviluppati da aziende leader. Man mano che questa falsa informazione si diffonde, acquisisce lentamente slancio e finisce per essere ripresa da una personalità: celebrità, politico e talvolta persino giornalista. Quello che succede dopo è pura pazzia.
Sia per scelta che per ignoranza, i media mainstream iniziano a diffondere questo tessuto di bugie, dedicando tutte le loro recensioni sulla stampa a tale falsa informazione: chi ha detto cosa e perché e bla bla bla… invece di cercare di verificare l’autenticità di quest’ultima. A causa della natura sensazionale di tali bufale, anche perché diffuse da personalità influenti, questa visione distorta del mondo si diffonderà nel mondo reale, testimoniata dalle vittime del linciaggio. Senza controllo, questo fenomeno di disinformazione potrebbe contaminare tutta l’opinione pubblica. Arriveremo in un momento in cui sarà quasi impossibile distinguere il vero dal falso, il fatto dalla finzione, con l’intera società radicalizzata in diverse fazioni sulla base di menzogne.

Facebook e le elezioni indiane

Al momento delle elezioni indiane del 2014, un articolo titolava: “Può Facebook influenzare l’esito delle elezioni indiane?”. Sotto questo titolo c’era un iceberg, se Facebook può cambiare le nostre emozioni e farci votare, di che altro è capace? [14]
Sorprendentemente, la stessa Commissione elettorale indiana stipulò una partnership con Facebook sulla registrazione degli elettori durante il processo elettorale. [15] Il dott. Nasim Zaidi, capo-commissario della Commissione elettorale (ECI), dichiarò: “Sono lieto di annunciare che la Commissione elettorale indiana avvierà una procedura speciale per arruolare i non votanti, in particolare chi non ho mai votato. Questo rappresenta un passo verso la realizzazione del motto dell’ECI, “Nessun cittadino va abbandonato”. Partita partecipando a questa campagna, Facebook trasmetterà un promemoria in diversi dialetti indiani per ricordare le elezioni a tutti gli utenti di Facebook dell’India. Invito tutti i cittadini elettori a registrarsi e a votare; vale a dire, a riconoscere i propri diritti e assumersi i propri doveri. Sono convinto che Facebook darà una nuova dimensione al censimento della campagna elettorale avviata dalla Commissione ed incoraggerà i futuri elettori a partecipare al processo elettorale e a diventare cittadini responsabili”.
Le 17 maggiori agenzie d’intelligence statunitensi hanno serie riserve sull’impatto di questo fenomeno di disinformazione sul processo elettorale e sulla società. Secondo un centro di ricerca di statistica, la maggioranza degli statunitensi (uno spettacolare 88%) pensa che la diffusione di notizie false sia dannosa per la percezione della realtà quotidiana [16]. E noi in India andiamo verso uno scenario ancora più catastrofico. Perché? Perché a differenza dell’India, il governo e la comunità dei servizi segreti degli Stati Uniti hanno denunciato pubblicamente il problema e lavorato a una soluzione alla minaccia. L’India può fare lo stesso con Facebook che ha il naso negli affari interni del Paese?
Organizziamo ogni sorta di commissioni, audizioni senatorie siano programmate per aggiornare questo caso e vengano create nuove cellule per contrastare efficacemente questa minaccia alla società. Mentre è in corso un’indagine sul ruolo di Facebook nelle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, poca attenzione è dedicata al modo in cui la cellula segreta di Facebook ha influenzato le elezioni indiane. Alla luce di queste rivelazioni, va condotta un’indagine rigorosa sull’impatto di Facebook sulle elezioni indiane. È ovvio che per fare ciò, il governo deve prima riconoscere l’esistenza di questa industria della disinformazione per agirvi contro.
In compagnia di Facebook, American Microchip Inc. e la giapponese Renesas incaricate di hackerare il codice segreto EVM (database degli utenti), dovrebbero essere indagate per interferenza nelle elezioni indiane con tutti coloro che vi hanno cospirato. Sarebbe un grave errore prendere questa minaccia, legata all’intrusione di compagnie straniere nel processo elettorale indiano, alla leggera [17].

Traduzione
Alessandro Lattanzio
(Sito Aurora)
[1] Nel gergo di Internet, un troll designa chi mira a generare polemiche. Può essere un messaggio (per esempio su un forum), un dibattito conflittuale nell’insieme o la persona all’origine.
[2] “How Facebook’s Political Unit Enables the Dark Art of Digital Propaganda”, Lauren Etter, Vernon Silver & Sarah Frier, Bloomberg, December 21, 2017.
[3] “India’s Fake News Industry & Mob Lynchings”, Great Game India News, July 6, 2017.
[4] « Freedom House : quand la liberté n’est qu’un slogan », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 7 septembre 2004.
[5] “Freedom on the Net 2017. Manipulating Social Media to Undermine Democracy”, Freedom House, November 14, 2017.
[6] “Facebook Transparency Report 2017”, Facebook, January 2017.
[7] “Mark Zuckerberg possibile futuro presidente degli Stati Uniti”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 4 agosto 2017.
[8] “Experimental evidence of massive-scale emotional contagion through social networks”, Adam D. I. Kramer, Jamie E. Guillory & Jeffrey T. Hancock, Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America (PNSA), Vol 111, #24, July 17, 2014.
[9] “The Author of a Controversial Facebook Study Says He’s ‘Sorry’”, Stephanie Burnett, Time, June 30, 2014.
[10] “Facebook still won’t say ’sorry’ for mind games experiment”, David Goldman, CNN, July 2, 2014.
[11] “Privacy watchdog files complaint over Facebook study”, Jessica Guynn, USA Today, July 3, 2014.
[12] “Facebook apologises for psychological experiments on users”, Samuel Gibbs, The Guardian, July 2, 2014.
[13] “Using Social Media To Predict the Future: A Systematic Literature Review”, Lawrence Phillips, Chase Dowling, Kyle Shaffer, Nathan Hodas & Svitlana Volkova, ArXiv, June 19, 2017.
[14] “If Facebook can tweak our emotions and make us vote, what else can it do?”, Charles Arthur, The Guardian, June 30, 2014.
[15] “Election Commission of India partners with Facebook to launch first nationwide voter registration reminder”, Facebook, June 28, 2017.
[16] “Many Americans Believe Fake News Is Sowing Confusion”, Michael Barthel, Amy Mitchell & Jesse Holcomb, Pew Research Center, December 15, 2016.
[17] “Are Indian Elections Hacked By Foreign Companies?”, Shelley Kasli, Great Game India News, December 17, 2017.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article199351.html

Previsione dei Rothschild: l’ordine mondiale sull’orlo del crollo

13/6/2018
Banque Privee Edmond de Rothschild

Il famigerato Lord Jacob Rothschild aveva indirizzato un messaggio agli investitori del suo fondo RIT Capital Partners, in cui aveva toccato non solo lo stato del sistema finanziario, ma anche i problemi dell’ordine mondiale.

Questa volta, ha attirato l’attenzione sulle minacce al sistema economico globale istituito dopo la seconda guerra mondiale — e quando una delle persone che hanno fatto innumerevoli ricchezze nel dopoguerra avverte del pericolo di un collasso, si dovrebbe almeno ascoltare.

Trump rompe il globalismo

Come i fattori chiave che provocano il collasso del sistema globale, il miliardario ha indicato la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, così come la crisi dell’eurozona. Un altro problema, secondo lui, è la mancanza di un “approccio comune”. Tutto questo, riassume Lord Rothschild, provoca una deviazione dalla globalizzazione e, per molti aspetti, il processo è collegato alla regola del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Il capo del fondo ha detto che è stato Trump a rendere “molto più difficile la collaborazione oggi”.
“Negli eventi dell’11 settembre e nella crisi finanziaria del 2008, il mondo ha collaborato e ha seguito un approccio comune. Oggi la cooperazione è diventata molto più difficile. Ciò pone in gioco l’ordine postbellico nella sfera dell’economia e della sicurezza  “, ha detto Rothschild.
In questa situazione, secondo il Lord dell’antica dinastia, la politica del fondo è di sostenere le azioni e le capitali esistenti e di “affrontare i nuovi obblighi con grande cura”.

In effetti, il numero di titoli azionari quotati del RIT (equity quotato) è registrato a un livello storicamente basso (47%). Il motivo è che la famosa famiglia di miliardari di origine ebraica è preoccupata del fatto che il ciclo ottimistico dei 10 anni e la crescita delle quotazioni nel mercato stanno volgendo al termine. A questo proposito, recentemente il FMI ha previsto anche un rallentamento della crescita economica.

Rischi della zona euro e dei mercati emergenti

Rothschild ha riconosciuto che negli ultimi dieci anni molte economie si sono notevolmente rafforzate e, dopo la crisi finanziaria del 2008, circa 120 paesi hanno dimostrato una crescita. Tuttavia, ritiene il miliardario, i rischi per l’economia globale rimangono elevati: le attuali valutazioni del mercato azionario sono sopravvalutate dagli standard storici, ma sono gonfiate da anni di bassi tassi di interesse e politica di  “quantitative easing”, che stanno giungendo al termine. Uno dei rischi potenziali è l’economia europea, in cui i livelli del debito hanno raggiunto “livelli potenzialmente devastanti”, ha detto il signore.

“I problemi che l’area dell’euro deve affrontare sono pericolosi — sia politici che economici — dati i livelli potenzialmente devastanti di debito in molti paesi”.

Secondo Rothschild, i rischi della guerra commerciale globale sono in aumento — dato che i cinesi stanno imparando dall’amara esperienza:

“La probabilità di una guerra commerciale è aumentata e con essa  le tensioni,  l’impatto è stato registrato per le azioni — per esempio, all’inizio di luglio, l’indice azionario di Shanghai è sceso di circa il 22% dal suo picco nel mese di gennaio.”

Rothschild ha anche ripetuto un avvertimento recente fatto dal capo della Banca centrale dell’India, dicendo che la riduzione della liquidità globale dollaro ha colpito anche i mercati emergenti.

“È probabile che i problemi continuino nei mercati emergenti, coperti dall’aumento dei tassi di interesse e dalla politica monetaria della Fed americana, che ha esaurito la liquidità del dollaro globale. Abbiamo già visto l’impatto sulle valute turche e argentine “, ha ricordato il miliardario.

Infine, Rothschild si è detto preoccupato per “problemi geopolitici, tra cui il Regno Unito fuori dell’Unione europea, la Corea del Nord e del Medio Oriente, mentre il populismo si estende a livello globale.”
Rothschild: verità e astuzia

Ricordiamo che il fondo di investimento Rothschild è aumentato negli anni ’90, e nel 1998 il rendimento raggiunto tassi di spazio di 2400%. Grazie al successo ottenuto dagli investimenti dei miliardari del  clan Rothschild, questi vengono molto ascoltati e gli investitori e i più importanti esponenti delle politica sono tra i suoi partner commerciali — in particolare Warren Buffett e Henry Kissinger. Rothschild da  lungo tempo indica la vulnerabilità dell’economia mondiale: nel 2016 scrisse che la Banca centrale è stato “l’esperimento più grande nella politica monetaria” nella storia del genere umano, e ha sottolineato che le conseguenze sono imprevedibili.
Negli ultimi quattro anni, la Fondazione Rothschild divenne in realtà il portavoce dei cambiamenti imminenti: prima del referendum Brexit, che avevano precedentemente liquidato le attività in sterline. Nell’appello del 2016, quando tutti erano fiduciosi della vittoria di Hillary Clinton nelle elezioni presidenziali americane, Rothschild aveva avvertito che il processo elettorale sarebbe stato “straordinariamente stressante”.
Ora c’è la sensazione che il miliardario sia in qualche modo disonesto e intimidatorio per gli investitori. Vale la pena notare che la stessa RIT Capital Partners  investe attivamente in Asia (si tratta di beni cinesi, giapponesi, indiani). Inoltre, il fondo sta sviluppando la sfera delle tecnologie IT: a titolo illustrativo, sta investendo in servizi Dropbox e Alphabet-Google, oltre a biotecnologie, grandi infrastrutture (comunicazione ferroviaria negli Stati Uniti) e, naturalmente, energia.

Ma quello che è veramente interessante: Il Lord miliardario sta richiamando a preservare il capitale e non il rischio, così come lui stesso aveva accusato la Russia di aggressione  per aver espulso la banca Rothshild dal paese, in precedenza, aveva incorporato nelle azioni “Cassa di Risparmio” e “Novatek” (RIT Capital Partners investito in BlackRock Emerging Markets Fund). Ma in questo caso  Rothschild dimostra di  non essere astuto, così come lo è nel rottamare l’ordine mondiale attuale. Apparentemente, il fondo prevede di incassare benefici dal  naufragio dell’impero globalista e di passare pragmaticamente a mercati promettenti.
Rothschild stava parlando degli aspetti economici del crollo della globalizzazione, ma l’allarme suonava fra gli architetti politici del dispositivo  atlantista. Ricordiamo che questo riguarda l’ideologo dell’ordine mondiale  liberal, Bernard Henri Levy, che era fra i promotori alle origini del rovesciamento di Gheddafi, ed è responsabile per istruire gli islamisti dell’opposizione libica e ucraina di Maidan, e per incitamento alla guerra siriana e gli eventi in Iraq. Nel discorso di Amsterdam, ha dichiarato apertamente che il mondo sta cambiando, e l’egemonia americana tradizionale si sta erodendo.

E la critica di Trump alle dimissioni di Levy con l’indignazione di Rothschild: il presidente americano non esita nello smantellare l’infrastruttura del modello della precedente amministrazione nell’arena internazionale. Levy è indignato dal fatto che Trump semplicemente distrugga coerentemente quei progetti a cui il teorico liberale ha partecipato in passato. Cambiamenti negli ultimi anni non possono non eccitare gli ideologi globalisti del liberalismo e la crema della elite finanziaria mondiale: questi si riassumono nell’incipiente divisione in due del mondo occidentale, e nell’aumento delle posizioni forze di destra in Europa, e nello sviluppo di posizioni anti-americane e anti-sioniste in coalizione in Medio Oriente, e la fase economica (e non solo) che rappresenta un miracolo per la Cina. Il mondo sta cambiando e i globalisti stanno tentando freneticamente di adeguarsi alle nuove sfide.
Fonte: controinformazione.info
L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Preso da: https://it.sputniknews.com/punti_di_vista/201808136360569-previzione-dei-rothschild-fine-del-ordine-mondiale/

La storia genocida degli Stati Uniti d’America.

Gli Stati Uniti sono nati nella guerra, dapprima hanno combattuto contro l’Impero francese: la “Nuova Francia” in Canada, a nord nella San Lorenzo Valley e a ovest nella Mississippi Valley. Hanno poi mosso guerra ai possedimenti della Spagna a sud, strappando a questa gli attuali stati americani del sud-ovest. Fecero guerra anche contro l’Olanda, nelle zone del centro, rinominando New Amsterdam col nome di New York. Sbaragliati gli avversari coloniali europei, si dedicarono ai nativi americani, massacrati con ferocia disumana. Riguardo ai nativi, invito a riflettere sui film western hollywoodiani che andavano di moda nel dopoguerra in occidente: la vergognosa narrazione in chiave eroica di uno scellerato genocidio!

Soldati Statunitensi gettano nelle fosse comuni i corpi delle vittime indiane a Wounded Knee
Nella loro guerra contro i nativi americani, c’era in ballo una morbosa volontà di macellazione genocida “Yankee”, l’accanimento della borghesia tramite l’esercito americano, di annientare una società ecologico-comunitarista primitiva, basata su caccia e raccolta, che strideva col rampante capitalismo commerciale, industriale e massonico-finanziario statunitense.

Quella società nascente, la più espansionista nel mondo moderno, non poteva tollerare l’esistenza di popolazioni che contrapponevano uno stile di vita mutualistico al modello Wall Street, futuro tempio del capitalismo globale occidentalista.
Tornando alle origini, gli Stati Uniti subirono sonore batoste dalla Francia, la quale nel 1803 vendette loro a suon di quattrini la Louisiana. Nel 1812 persero contro il Canada che a sua volta prese la “Nuova Francia”, odierno Quebec. Dopo aver vinto acquisendo gli stati del sud-ovest dall’impero spagnolo nel 1819, persero contro il Messico guerra del 1845-1853, infine le due fazioni “Yankee” si rivoltarono l’una contro l’altra.
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Scoppiò così la guerra di secessione, cioè la guerra civile americana, combattuta dal 12 aprile 1861 al 9 aprile 1865 tra gli Stati Uniti d’America e gli Stati Confederati d’America, entità politica quest’ultima, che riuniva gli Stati secessionisti del sud. Realisticamente fu una guerra tra il sud degli attuali Stati Uniti, legato a valori tradizionali europei, contro il nord ultra capitalista.
Nella guerra di secessione si prefigura per la prima volta il “False Flag” USA, cioè gli stati del nord si ersero a difensori degli schiavi negri contro il sud schiavista. Nella realtà dei fatti, di schiavi negri ce n’erano più a nord che a sud, inoltre l’esercito degli stati del sud era formato in maniera consistente da autentici volontari afro-americani, l’esercito del nord ne era privo e formato da bianchi.
La guerra civile americana fu in realtà lo scontro tra il sud identitario e libertariano contro un nord massonico-capitalista, che metteva al primo posto la finanza rispetto all’individuo; piccola curiosità: Giuseppe Garibaldi si schierò fin dalla prima ora coi confederati del sud.
Più di 620.000 tra volontari, militari e civili persero la vita in quella guerra, ma gli Stati Uniti, dopo la schiacciante vittoria sugli Stati Confederati, non si fermarono più e proseguirono la loro marcia sanguinaria contro il mondo esterno.
La loro strategia fu quella di attaccare finanziariamente l’Ancien Régime, cioè l’impero britannico, il Secondo Impero francese e quello spagnolo, imponendosi con un moderno imperialismo finanziario contrapposto all’imperialismo coloniale. Il vecchio sistema commerciale non poté opporsi al nuovo modello statunitense che univa la conquista para-coloniale e il predominio economico-finanziario mondiale.
Tutte le guerre di “liberazione nazionale” delle ex-colonie, furono frutto di manovre statunitensi per conquistare finanziariamente quei territori, dapprima monopolizzando la borghesia nazionalista locale e chiedendo, in cambio dell’affrancamento coloniale, agevolazioni per gli investitori statunitensi, che oltre a sfruttare le risorse materiali locali, imposero uno sfruttamento capitalista estremo, a danno dei lavoratori autoctoni, arrivando a reprimere nel sangue, con l’appoggio delle autorità locali, ogni richiesta di miglior trattamento da parte del proletariato: era l’embrione delle moderne multinazionali!
In questo senso, Theodore Roosevelt intuì, prima ancora di Lenin e dei bolscevichi, che unendo una forma di sciovinismo alle istanze del socialismo, si potevano battere le ex potenze coloniali, sostituendole nel caso statunitense con l’imperialismo finanziario, in quello di Lenin per mettere il potere nelle mani della classe proletaria, vera produttrice di plusvalore, che negli USA viene ghermito con mani rapaci dalla classe capitalista globalizzata.
L’esperimento di Lenin fallì per cause sia interne che esterne e comunque col pesante coinvolgimento del capitalismo globale. Non per nulla, per decenni, i sovietici ci sono stati propagandati come i cattivi che “mangiavano i bambini”, contrapponendoli agli americani buoni. Nella realtà, la vecchia URSS crollò, perché, costretta a inseguire la corsa agli armamenti statunitensi, sottrasse risorse al welfare sovietico per destinarlo all’industria bellica. Ripensando alla sottigliezza della propaganda USA, basti considerare che l’URSS sostanzialmente se ne stava a casa sua (salvo alcune eccezioni), mentre gli statunitensi spadroneggiavano in giro per il pianeta.

Il conflitto tra l’impero dei Soviet e l’Impero occidentale, nacque nel secondo dopoguera, quando divenne chiaro che i bolscevichi non intendevano coinvolgere il capitalismo speculativo globale nello sfruttamento delle risorse e dei cittadini, sovietici. La guerra fredda, dopo molte tribolazioni per il popolo russo, si concluse nel 1991 quando assurse al potere lo spregevole Eltsin pronto a dare in pasto ai globalizzatori parte delle Repubbliche dell’Unione Sovietica. Costui sciolse l’Unione Sovietica e lasciò al proprio destino stati poveri che fino a quel momento erano sopravvissuti grazie al sistema: quelle nazioni finirono immediatamente in mano a mafiosi
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La fine dell’Uninione Sovietica lasciò le mani libere agli USA, che spesso senza mandato dell’ONU, devastarono e ancora oggi lo fanno, i Balcani, tutto il medio oriente, l’Afganistan fermandosi solo ai confini con la Cina. Direttamente o indirettamente sono coinvolti con le rivolte in Nordafrica e Ucraina, con il genocidio degli Sciiti nello Yemen, sono collusi con l’Isis e Al-Qaeda, che peraltro sono direttamente un loro strumento.

L’immagine sopra si commenta da se, sotto militare dell’Ucraina pro-Unione Europea del Battaglione Azov
Da parte nostra continueremo a documentare e osservare, su quel che combinerà il presidente Trump, non possiamo fare previsioni, tuttavia saremo puntualmente presenti a smascherare e diffondere tutto ciò che il regime occidentalista censurerà.
Luciano Bonazzi

Preso da: http://lucianobonazzi.altervista.org/la-storia-genocida-degli-stati-uniti-damerica/

I media e l’Antartide

 

 

Tra il 10 e il 12 luglio 2017 un gigantesco iceberg di 5.800 km di superficie si è staccato dall’Antartide. Fenomeni analoghi si sono verificati nel 1995 e nel 2002.

Secondo The New York Times l’evento conferma la previsione del ricercatore statunitense John H. Mercer, pubblicata su Nature nel 1978: la calotta polare (inlandsis) sta sciogliendosi per effetto del riscaldamento climatico. Molti media lanciano l’allarme, soprattutto dopo che il presidente Trump ha ritirato gli USA dall’Accordo di Parigi sul clima.
Quello che il New York Times non dice è che non si tratta affatto di un evento straordinario: nel 1956 e nel 1927 si sono staccati dall’Antartide iceberg di volume, rispettivamente, sei volte e quattro volte maggiore dell’attuale. Non ci sono dati per i secoli precedenti.

Del reso, Donald Trump ha ritirato il proprio Paese dall’Accordo di Parigi esclusivamente perché si oppone al sistema finanziario della Borsa del carbone [1]. La decisione di Trump non riguarda dunque l’ambiente. La Borsa del carbone è stata creata da David Blood (ex direttore della banca Goldman Sachs) e Al Gore (ex vicepresidente degli Stati Uniti). Lo statuto è stato redatto da Barack Obama (futuro presidente degli Stati Uniti).

[1] «L’ecologia finanziaria (1997-2010)» di Thierry Meyssan, Rete Voltaire 6 giugno 2010, traduzione di Matteo Sardini.

Preso da:  http://www.voltairenet.org/article197126.html

FIUMI DI LETAME dai media di regime. “1984” di George Orwell, è già tra noi. Il pericolo nr. 1 della nostra società sono i GIORNALISTI!!

8 febbraio 2017
Il livello raggiunto oggi dai media di regime non solo è imbarazzante ma fa davvero molta paura. Difficilmente seguo i loro notiziari o leggo la loro merda. Ieri, per caso, facendo un po’ di zapping,  a causa del dominante vuoto della televisione, mi sono soffermato su tgcom24.
C’era davvero da rabbrividire nell’ascoltare le montagne di menzogne che sono riusciti a raccontare. I loro notiziari e giornali sono pura propaganda. Non si fa altro che gettare MERDA su Putin, su Trump, su Marine Le Pen e su tutti gli avversari del loro criminale europeismo/globalismo!
Non ho mai visto nulla del genere!
Mi chiedo, la gente normale, si porrà qualche domanda quando ascolta/legge queste notizie?
Cioè l’Italia è oramai con la merda alla bocca e questi assassini di giornalisti parlano quasi esclusivamente di Trump, di Putin e di Marine Le Pen? E poi che razza di giornalismo è mai questo? Questi balordi dovrebbero raccontare i fatti in maniera obiettiva senza alcun indirizzo. Ed invece attaccano:
    • Marine Le Pen mettendole in bocca parole che non ha mai pronunciato.
    • Difendono Emmanuel Macron, l’altro candidato francese alle prossime presidenziali, dicendo che hacker russi hanno pronto un dossier sulla sua vita privata, sostenendo addirittura che oggi ha un’indice di gradimento del 65%. Senza citare la fonte di questa baggianata. Macron, in Francia, praticamente manco lo conoscono. Proviene dalla Banca dei Rothschild ed ha fatto il ministro delle finanze per qualche mese nel governo Hollande, oggi con un gradimento al di sotto del 10%. Oltre ad aver disprezzato la classe operaia e i meno abbienti non si hanno altre notizie di rilievo.
    • François Fillon, il candidato della destra francese, sempre per le solite coincidenze pre-elettorali, lo stanno massacrando, dal punto di vista mediatico, perché non è gradito al potere mondialista per la sua voglia di ristabilire i rapporti con la Russia.
    • Ogni cosa che fa Donald Trump viene attaccato in maniera becera. Senza parlare delle continue proteste contro la sua elezione. Non si è mai vista una cosa del genere.
    • Il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, che insieme all’Iran, al legittimo governo siriano, ad Hezbollah, alla Cina e all’Iraq stanno sconfiggendo il terrorismo wahabita creato, finanziato ed armato da Arabia Saudita, Petro-monarchie, israele, nato ed europa, viene accusato di uccidere civili e di ingerenze nelle elezioni tedesche e francesi, dopo le infondate accuse su quelle americane.
Siamo a livelli davvero pericolosissimi. Soprattutto perché a livello occidentale i media di regime si sono accordati nel creare uno strumento per segnalare una notizia come falsa.
Ci vogliono imporre la loro verità!
Solo questo basterebbe per comprendere il livello allarmante raggiunto. Sempre più persone vengono perseguite per aver esposto il proprio pensiero o per divulgare verità scomode al potere assassino.
Siamo in balia di colpa di coda di un sistema sofferente, ferito profondamente e impaurito! Abbiamo il dovere di reagire al più presto prima di soccombere definitivamente!
Questi personaggi mentono sapendo di mentire macchiandosi di crimini contro l’umanità! Dobbiamo agire al più presto. Quanto riportato in “1984” di George Orwell è già tra noi. Teniamo sempre bene a mente le parole di Giovanna Botteri corrispondente Rai da New York dopo l’elezione di Trump. Riflettiamo su queste parole tanto importanti quanto inquietanti

 

E dell’invito fatto dalla giornalista Letizia Leviti ai suoi colleghi prima di morire
«Il nostro lavoro è dire la verità. Abbiamo un debito nei confronti di chi ci ascolta. Ci credono a quello che noi raccontiamo e noi dobbiamo raccontare la verità ed essere onesti intellettualmente».

 

SIAMO IN PERICOLO!! La VIOLENTA magistratura NAZISIONISTA di Francia ha arrestato Alain Soral per DIFFAMAZIONE! Bienvenue à la Dictature!
“Dossier russi contro Macron”… il Corriere della Sera e il “continuare a fare bene il proprio mestiere”
Rapporto Intelligence tedesca – “nessuna prova della campagna russa contro Angela Merkel”
Le fake news provengono dai media più prestigiosi. Oliver Stone
“Fake news”, il Documento-diktat della Boldrini e la battaglia per la libertà d’espressione in rete
Da Brividi. Accordo Facebook-corporazioni mediatiche francesi per il controllo preventivo delle notizie

SPEGNETE LA TV, NON LEGGETE PIU’ I GIORNALI E LE LORO MERDATE. Boicottate questi infami TRADITORI e MANIPOLATORI. Informatevi in rete.  
AGGIORNAMENTO 09.02.2017
Interessante articolo
AGGIORNAMENTO 10.02.2017
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Fermiamo i signori della guerra


Trovo vergognosa l’indifferenza con cui noi assistiamo a una ‘guerra mondiale a pezzetti’ , a una carneficina spaventosa come quella in Siria, a un attacco missilistico da parte di Trump contro la base militare di Hayrat in Siria ,ora allo sgancio della Super- Bomba GBU-43( la madre di tutte le bombe) in Afghanistan e a un’incombente minaccia nucleare.
L’Italia , secondo l’Osservatorio sulle armi , spendere quest’anno 23 miliardi di euro in armi (l’1,18% del Pil) che significa 64 milioni di euro al giorno! Ora Trump, che porterà il bilancio militare USA a 700 miliardi di dollari, sta premendo perché l’Italia arrivi al 2% del Pil che significherebbe 100 milioni di euro al giorno. “Pronti a rivedere le spese militari- ha risposto la ministra della Difesa  R. Pinotti- come ce lo chiede l’America .”La Pinotti ha annunciato anche  che vuole realizzare il Pentagono italiano a Centocelle (Roma) dove sorgerà una nuova struttura con i vertici di tutte le forze armate.
La nostra ministra della Difesa ha inoltre preparato il Libro Bianco della Difesa in cui si afferma che l’Italia andrà in guerra ovunque  i suoi interessi vitali saranno minacciati. E’ un autentico golpe democratico che cancella l’articolo 11 della Costituzione. Dobbiamo appellarci al Parlamento italiano perchè non lo approvi. Il Libro Bianco inoltre definisce l’industria militare italiana ‘pilastro del Sistema paese’ . ” Infatti nel 2015 abbiamo esportato armi pesanti per un valore di oltre sette miliardi di euro! Vendendo armi ai peggiori regimi come l’Arabia Saudita . Questo in barba alla legge 185/90 che vieta la vendita di armi a paesi in guerra o dove i diritti umani sono violati. L’Arabia Saudita è in guerra contro lo Yemen, dove vengono bombardati perfino i civili con orribili tecniche speciali. Secondo l’ONU, nello Yemen è in atto una delle più gravi crisi umanitarie del Pianeta. All’Arabia Saudita abbiamo venduto bombe aeree MK82, MK83, MK84, prodotte dall’azienda RMW Italia con sede legale a Ghedi (Brescia) e fabbrica a Domusnovas in Sardegna. Abbiamo venduto armi anche al Qatar e agli Emirati arabi con cui quei paesi armano i gruppi jihadisti in Iraq, in Libia, ma soprattutto in Siria dov’è in atto una delle guerre più spaventose del Medio Oriente.In sei anni di guerra ci sono stati 500.000 morti e dodici milioni di rifugiati o sfollati su una popolazione di 22 milioni! Come italiani, stiamo assistendo indifferenti alla tragica guerra civile in Libia, da noi causata con la guerra contro Gheddafi. E ora , per fermare il flusso dei migranti, abbiamo avuto la spudoratezza di firmare un Memorandum con il governo libico di El Serraj che non riesce neanche a controllare Tripoli. E così aiutiamo la Libia a frantumarsi ancora di più. E con altrettanta noncuranza assistiamo a guerre in Sud Sudan, Somalia, Sudan, Centrafrica, Mali. Senza parlare di ciò che avviene nel cuore dell’Africa in Congo e Burundi. E siamo in guerra in Afghanistan : una guerra che dura da 15 anni ed è costata agli italiani 6,6 miliardi di euro.
Mentre in Europa stiamo assistendo in silenzio al nuovo schieramento della NATO nei paesi baltici e nei paesi confinanti con la Russia. In Romania, la NATO ha schierato razzi anti-missili e altrettanto ha fatto in Polonia a Redzikovo. Ben cinquemila soldati americani sono stati spostati in quei paesi. Anche il nostro governo ha inviato 140 soldati italiani in Lettonia. Mosca ha risposto schierando a Kalinin- grad Iscander ordigni atomici, i 135-30. Siamo ritornati alla Guerra Fredda con il terrore nucleare incombente. (La lancetta dell’Orologio dell’Apocalisse a New York è stata spostata a due minuti dalla mezzanotte come ai tempi della Guerra Fredda).
Ecco perché all’ONU si sta lavorando per un Trattato sul disarmo nucleare promosso dalle nazioni che non possiedono il nucleare, mentre le 9 nazioni che la possiedono non vi partecipano. E’ incredibile che il governo Gentiloni ritenga che tale Conferenza “costituisca un elemento fortemente divisivo “, per cui l’Italia non vi partecipa. Eppure l’Italia ha sul territorio una settantina di vecchie bombe atomiche che ora verranno rimpiazzate dalle più micidiali B61-12.  Quanta ipocrisia da parte del nostro governo!
Davanti a una così grave situazione, non riesco a capire il quasi silenzio del movimento italiano per la pace. Una cosa è chiara: siamo frantumati in tanti rivoli, ognuno occupato a portare avanti le proprie istanze! Quand’è che decideremo di metterci insieme e di scendere unitariamente  in piazza per contestare un governo sempre più guerrafondaio? Perché non rimettiamo tutti le bandiere della pace sui nostri balconi?Ma ancora più male mi fa il silenzio della CEI e delle comunità cristiane. Questo nonostante le forti prese di posizione sulla guerra di Papa Francesco. E’ un magistero il suo, di una lucidità e forza straordinaria. Quando verrà recepito dai nostri vescovi, sacerdoti, comunità cristiane? Dopo il suo recente messaggio inviato alla Conferenza ONU, in cui ci dice che “ dobbiamo impegnarci per un mondo senza armi nucleari”, non si potrebbe pensare a una straordinaria Perugia- Assisi, promossa dalle realtà ecclesiali insieme a tutte le altre realtà, per dare forza al tentativo della Nazioni unite di mettere al bando le armi atomiche e dire basta alla  ‘follia’ delle guerre e dell’industria delle armi? Sarebbe questo il regalo di Pasqua che Papa Francesco ci chiede: “Fermate i signori della guerra, la violenza distrugge il mondo e a guadagnarci sono solo loro.”

Preso da: https://www.articolo21.org/2017/04/fermiamo-i-signori-della-guerra/