I tentacoli di Israele si allungano

Strategic Culture, 6 agosto 2019 (trad. ossin)
I tentacoli di Israele si allungano
Brian Cougley
Il 23 luglio, alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, un voto schiacciante ha condannato il movimento BDS [Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni], che si propone di esercitare pressioni sul governo israeliano perché «rispetti il suo obbligo di riconoscere il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione e si conformi pienamente alle prescrizioni del diritto internazionale:
1. Mettendo fine all’occupazione e alla colonizzazione di tutte le terre arabe e smantellando il muro
2. Riconoscendo i diritti fondamentali dei cittadini arabo-palestinesi di Israele alla piena uguaglianza
3. Rispettando, proteggendo e promuovendo il diritto dei rifugiati palestinesi di ritornare nelle loro case e riacquistare i loro beni, come stabilito nella risoluzione 194 delle Nazioni Unite».
Il presidente Donald Trump, come lo erano stati tutti i suoi predecessori, è ospite fisso dei meeting dell’AIPAC
Non v’è nulla di moralmente o legalmente discutibile in alcuno di questi proponimenti. Ma il Congresso degli Stati Uniti non si preoccupa di moralità né di legalità, quando siano incompatibili con la loro politica verso Israele che, come ha chiarito il rappresentante Lee Zeldin a New York, si fonda sulla convinzione che «Israele è il nostro migliore alleato in Medio Oriente; un simbolo di speranza di libertà, circondata da minacce esistenziali». Fox News ha detto che la risoluzione di condanna «è stata sollecitata dall’AIPAC, l’influente lobby israeliana a Washington», cosa che spiega molte cose, giacché l’AIPAC, [American Israel Public Affairs Committee] è un’organizzazione potentissima, dotata di tasche profonde e mani prodighe.
A febbraio 2019, The Intercept notava che l’«AIPAC, sul suo sito Web, raccoglie adesioni al suo ‘Club del Congresso’, impegnandosi a versare almeno  5 000 dollari ogni tornata elettorale, in favore degli aderenti». Nel film intitolato The Lobby, Eric Gallagher, un alto responsabile dell’AIPAC dal 2010 al 2015, racconta a un giornalista di Al Jazeera che l’AIPAC ottiene risultati. Un’intercettazione segreta ha rivelato che «…riuscire a ottenere 38 miliardi di aiuti militari per Israele è importante, ed è quello che l’AIPAC riesce a fare. Tutto quello che l’AIPAC fa è finalizzato a influenzare il Congresso».
L’AIPAC influenza il Congresso e altre istituzioni in modo estremamente efficace, fino al punto di riuscire a ottenere che Al Jazeera non trasmettesse la versione inglese di The Lobby. Il direttore dei programmi di inchiesta di Al Jazeera, Clayton Swisher, ha detto che vi sono state pressioni «di lobbisti israeliani di Washington che minacciavano di fare in modo che il Congresso classificasse la rete Al Jazeera come  ‘agente straniero’ e di accusare falsamente di antisemitismo gli autori del documentario». E basta questo: la semplice accusa di antisemitismo costringe chiunque a grattarsi la testa, ruotare gli occhi, e a farsi da parte.
E’ accaduto così che il giorno prima che il Congresso condannasse un’iniziativa diretta a premere perché Israele riconosca i diritti dei Palestinesi e rispetti il diritto internazionale, gli Israeliani realizassero un’operazione di distruzione mirata specificamente contro i diritti dei palestinesi, e contraria al diritto internazionale. Secondo la BBC, 200 soldati israeliani e 700 poliziotti, carichi di armi pronte all’impiego, sono stati dispiegati nel villaggio palestinese di Wadi Houmous alle 22 del 22 luglio, con bulldozer e scavatrici che hanno proceduto alla distruzione di case palestinesi.
L’amministrazione USA non ha mosso obiezioni. Il suo twittatore in capo aveva chiaramente espresso il suo punto di vista su Israele il 16 luglio, quando aveva annunciato che le quattro deputate donna del Congresso, non bianche, ch’egli odia in modo addirittura nevrotico, sono «un gruppo di comuniste che odiano Israele», e che «parlano di Israele come se fosse uno Stato criminale e non una vittima in quella regione». Per contro, l’Unione europea ha stabilito che «la politica di colonizzazione, ivi comprese le iniziative prese in questo contesto, come i trasferimenti forzati, le espulsioni, le demolizioni e le confische di case, è illegale dal punto di vista del diritto internazionale. Conformemente alle posizioni assunte da lunga data dalla UE, attendiamo che le autorità israeliane fermino immediatamente le demolizioni in corso». Ma comunque non cambierà nulla, visto che non c’è alcuna possibilità che gli Stati Uniti o il Regno Unito sostengano delle azioni a tutela del diritto internazionale, quando questo viene violato da Israele.
La Gran Bretagna sta per uscire dalla Unione Europea, quindi non ha voce in capitolo nella politica europea, ma non può comunque accettare critiche a Israele, giacché il Partito conservatore al potere promuove un’organizzazione chiamata «gli amici conservatori di Israele» (CFI), che raggruppa circa l’80% dei deputati conservatori.
Boris Johnson, il nuovo Primo Ministro britannico discepolo di Trump, è un fervente militante del CFI che lo ha sostenuto nella sua candidatura alla testa del Partito conservatore. Il 23 luglio, i presidenti del CFI Stephen Crabb, deputato, e Lord Pickles, insieme al presidente onorario Lord Polak, hanno dichiarato: «Dalla sua opposizione al boicottaggio dei prodotti israeliani quando era sindaco di Londra, fino al ruolo determinante svolto, da ministro degli Esteri… Boris ha una lunga storia di amicizia con Israele e la comunità ebraica. Il signor Johnson ha continuamente mostrato il suo appoggio risoluto… reiterando il suo profondo attaccamento a Israele e impegnandosi a essere un campione degli ebrei in Gran Bretagna e nel mondo».
Uno dei primi incarichi ministeriali conferiti da Johnson è stato alla signora Priti Patel al posto di segretario agli Interni. Costei si era dovuta dimettere dal Gabinetto della prima ministra Theresa May nel novembre 2017 dopo essere stata colta in flagrante mendacio, cosa non inabituale per lei, ma stavolta particolarmente rilevante. Come ebbe ad annunciare la BBC: «Priti Patel si è dimessa a seguito delle polemiche a proposito di Israele», scusandosi con la Prima Ministra «per le riunioni non autorizzate tenute in agosto con alcuni politici israeliani – compreso il Primo Ministro Benjamin Netanyahu – di cui si è avuta successivamente notizia. Ma è emerso poi che aveva tenuto altre due riunioni in settembre non in presenza di funzionari governativi». Non solo questo, ma in una intervista alla stampa «aveva fatto falsamente intendere che il Ministro degli Affari esteri, Boris Johnson, e il Foreign Office erano al corrente delle sue riunioni in Israele».
E’ uno di quei fatti che hanno suscitato tante risate nel corso delle meravigliose serie della BBC «Yes Minister» e «Yes, Prime Minister» : Ho sbagliato; dà una falsa impressione; è in prigione per avere raccontato menzogne.
Ed è decisamente strano che l’insigne Lord Polak, quello stesso che ha dichiarato che Boris Johnson è «amico di Israele», abbia accompagnato Patel in tredici delle quattrodici riunioni coi responsabili israeliani ad agosto e settembre. Cosa diavolo avranno fatto?
Ovviamente lei non aveva alcun timore di doversi dimettere per avere raccontato bugie, dal momento che Boris Johnson aveva dichiarato alla BBC : «Priti Patel è da tempo un’ottima collega e amica, una segretaria di Stato di prima classe per lo sviluppo internazionale. Lavorare con lei è stato un vero piacere, e sono certo che abbia un grande futuro davanti a sé». L’uomo ha il dono della profezia.
Poi Johnson ha nominato Michael Gove cancelliere del ducato di Lancaster, che è una strana nomina che conferisce grande potere e quasi nessuna responsabilità. Gove era stato apertamente sleale con Johnson all’epoca della prima competizione per la leadership, in quello che il Daily Telegraph aveva definito un «tradimento spettacolare», ma tutto è stato perdonato giacché, come dicono «gli amici conservatori di Israele», egli ritiene che l’antisionismo e l’antisemitismo siano «due facce della stessa medaglia», che significa che chiunque critichi la persecuzione dei Palestinesi da parte dei nazionalisti di Israele è un antisemita. Egli ritiene che «il criterio che consente di giudicare un popolo civile è che esso sia al fianco del popolo ebraico e al fianco di Israele. E’ un piacere stare col popolo ebraico, E’ un dovere stare al fianco di Israele».
I Palestinesi non ottengono alcun sostegno dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna quando le loro case vengono rase al suolo dai bulldozer, Non possono aspettarsi alcuna critica da parte di Washington o di Londra quando i loro figli vengono uccisi a Gaza dai soldati israeliani.
La Cisgiordania, tra Israele e la Giordania, è stata conquistata da Israele nella guerra del 1967 in Medio Oriente. Poi è stata annessa Gerusalemme est. Il diritto internazionale definisce le due zone come territori occupati. Per quanto tale circostanza venga ignorata dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, è interessante constatare che il 30 luglio, in Canada, in una sentenza di portata minore, ma rivelatrice, un giudice ha deciso che il vino prodotto nelle colonie ebraiche della Cisgiordania non dovranno portare etichette con la menzione «prodotto in Israele» giacché, logicamente, le colonie si trovano in territorio palestinese.
Ma non servirà a niente dirlo a Donald Trump, esperto di vino israeliano, o al Congresso statunitense, o a qualsiasi membro del Partito conservatore britannico al potere, perché il diritto internazionale non ha alcun valore, quando si hanno altre priorità.

USA – Se vince l’impeachment di Trump, vince il partito (trasversale) della guerra

26 settembre 1919.
 
Nancy Pelosi, il presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha chiesto di avviare l’ impeachment  perchè Trump in una conversazione telefonica con il presidente ucraino Zelensky ha chiesto di riaprire un caso scabroso sul figlio del senatore Biden, candidato per i democratici nelle prossime elezioni USA.
Non è difficile indovinare il motivo per cui i democratici abbiano preso una decisione cosi’ grave: il Partito Democratico è seriamente spaventato dalla prospettiva di trasferire prove di colpevolezza dall’Ucraina agli Stati Uniti sulla famiglia Biden e che quindi questi documenti inneschino   una serie di procedimenti penali contro persone con cui Biden ha lavorato. Tutto ciò può seppellire la carriera politica di Biden, screditare la leadership del Partito Democratico, gettare un’ombra su Barack Obama e infine permettere a Trump di vincere le elezioni.
Ma la  Casa Bianca ha già declassificato la conversazione telefonica di Trump con il presidente ucraino Zelensky, avvenuta il 25 luglio ( e non emergono elementi che configurino ‘abuso di potere’, uno dei motivi per cui negli USA, è previsto l’impeachment).

Riguardo ai contenuti della telefonata, quindi:
1. Trump ha espresso interesse per il fatto che, sotto Zelensky, riprendessero le inchieste contro il figlio di Biden (che fino al 2019 è stato membro del consiglio di amministrazione della società ucraina di gas privata Burisma Holdings), mentre Biden Sr. si vanta che il caso contro di lui è stato respinto.
2. Zelensky ha assicurato a Trump che farà in modo che il nuovo procuratore generale dell’Ucraina – che è un suo uomo – a settembre riapra le indagini  sulla base di onestà e giustizia.
3. Zelensky è anche pronto ad accettare da Trump consegni agli investigatori ucraini qualsiasi informazione che possa contribuire alle indagini contro il figlio di Biden.
4.Trump ha chiesto a Zelensky di scoprire cosa è successo nel caso di CrowdStrike, che ha indagato sull’hacking dei server dei Democratici durante le elezioni presidenziali del 2016. CrowdStrike attribuì l’hacking ai militari russi dal GRU Cyber ​​Military ma Trump possiederebbe altri indizi secondo i quali quei fatti siano stati compiuti da hacker addestrati dall’Ucraina.

nota: CrowdStrike è la società di sicurezza informatica che il Comitato Nazionale Democratico (DNC) ha usato per indagare sugli hack contro di essa nel 2016 che rivelato le mail della Clinton con contenuti scioccanti. La società aveva  concluso che la Russia era responsabile, una scoperta successivamente sostenuta dalle comunità di intelligence USA e speciali il consigliere Robert Mueller. Ma a quanto pare Trump crede ancora che le sue agenzie di intelligence abbiano sbagliato perché CrowdStrike – che ha collaborato con l’FBI – non avrebbe consegnato un server fisico all’FBI e quindi era coinvolto in un insabbiamento che avrebbe portato alle indagini sulla Russia.

In definitiva, come previsto, Trump quasi immediatamente dopo la vittoria di Zelensky, ha fatto una richiesta informale a Kiev per riprendere le indagini contro Biden e chiarire la vicenda CrowdStrike.
Ciò che sta succedendo riguardo la richiesta di avviare la procedura di impeachment  a carico di Trump per quella conversazione è molto chiaro: il partito democratico vuol evitare che ciò che ha richiesto Trump avvenga ribaltando le accuse di corruzione del figlio di Biden con l’accusa che Trump abbia ecceduto nei suoi poteri ufficiali.
Cose sempre siamo alle solite, non importa il reato che emerge ma che la procedura per arrivare a quell’esito non sia formalmente corretta.
Ci sono già sei indagini su Trump con la stessa preoccupazione politica  e con il preciso e malcelato intento di defenestrare Trump e di diminuire la sua autorità. E’ per questo che probabilmente il presidente USA è stato costretto a prendere nella sua squadra ristretta elementi come Bolton che recentemente, ha licenziato.
Interessante è che anche i democratici con l’ex presidente Poroshenko hanno tentato di influenzare l’amministrazione ucraina per motivi di politica interna agli Stati Uniti, in modo che nuocesse a Trump: è così strano ed intollerabile allora che Trump ripaghi con la stessa moneta?
Di seguito, la stampa originale della conversazione Trump/ Zelensky in inglese:

Il rumore nuocerà comunque alla campagna presidenziale di Trump

Cosa succederà ora? La richiesta passerà perché i democratici hanno la maggioranza alla camera. Ma con ogni probabilità si arenerà in senato dove per l’impeachment c’è bisogno dei 2/3 dei senatori e i repubblicani godono di una leggera maggioranza.
Secondo gli standard esistenti, la presidenza del Senato può semplicemente rifiutare di prendere in considerazione la questione dell’impeachment o votare per respingerla senza considerare la richiesta che è arrivata dalla Camera dei Rappresentanti.
Quindi niente impechement ma i democratici lo sanno: è certo però che questa vicenda renderà più debole Trump e nuovamente esposto alle richieste dei falchi repubblicani. In fondo vince  il partito (trasversale) della guerra.

Preso da: https://www.vietatoparlare.it/usa-se-vince-limpeachment-di-trump-vince-il-partito-trasversale-della-guerra/

Breve analisi della situazione geopolitica

Pubblicato

Prima di godersi il quadro geopolitico generale che lentamente sta prendendo forma è necessario fare un saltino indietro di qualche mese, ed esattamente dal 30 maggio al 2 giugno all’hotel Montreux Palace di Vaud in Svizzera. Nella cittadina elvetica affacciata sul lago di Ginevra, si è svolto l’annuale incontro segreto del Gruppo Bilderberg.

Quest’anno tra gli ospiti italiani, a parte l’immarcescibile Lilli Gruber, ha fatto la sua apparizione anche il figliol prodigo Matteo Renzi, il quale è stato invitato dall’élite per ricevere ordini sul prossimo governo italiano e sulla crescente e pericolosa ondata di populismo in Italia.
Ma andiamo per ordine: alle ultime elezioni parlamentari del 4 marzo 2018, il popolo ha votato e in cattedra sono saliti due partiti agli antipodi: Lega e Movimento 5 stelle!
Tutto ovviamente secondo copione, tutto secondo la scriteriata legge elettorale, che impedisce de facto un governo stabile.

Ma il Sistema forse non aveva calcolato l’inarrestabile consenso popolare ottenuto da Matteo Salvini, dettato solo da un profondo malessere generale: della serie la gente iniziava ad avere le palle piene di un Sistema parassitario e mafioso. Così sempre più persone hanno iniziato a seguirlo e soprattutto a credergli. In pratica si stava alimentando un sentimento nazionalista (definito dai media sovranismo), cosa pericolosissima per il Sistema! Pericolo che doveva essere fermato quanto prima.
Anche perché la massoneria franco-tedesca (rappresentata dalla doppia M: Merkel-Macron) non poteva permettere che l’Italia tornasse ad essere la locomotiva economica quale era prima dell’euro; dovevano impedire che tornasse a competere con le loro industrie.

A febbraio 2019 al G7 a Davos, Giuseppe Conte (uomo vicino al vaticano) viene pizzicato dalle telecamere a chiedere aiuto alla Merkel. Quindi abbiamo il premier di uno stato “democratico” che chiede aiuto alla massoneria tedesca, proprio quella che sta affossando l’Italia!
Ma tutti i sondaggi continuavano ad essere a favore di Salvini, mentre i pentastellati perdevano punti costantemente, per cui necessitavano interventi anche dall’interno…
Inizia così il boicottaggio del M5S: politica di totale ostruzionismo nei confronti delle proposte leghiste, come la chiusura dei porti, flat tax, grandi opere, ecc.
L’operazione chirurgica della «Sea Watch» è un esempio illuminante per chi ha ancora il cervello funzionante. Il Sistema ha pagato una squinternata ragazza tedesca per compiere una missione che diventerà la testa di ariete per la distruzione del nemico leghista: doveva prelevare immigrati dalle coste libiche (come fanno tutte le ong) per trasportarli in Italia in barba alle leggi nazionali e internazionali. Doveva proprio violare le leggi, per scatenare la reazione di una parte del governo…

Oggi sappiamo – come ha rivelato l’ex capo dei servizi segreti tedesco Maassen – che la comandante Carola è stata inviata (e pagata) dalla Germania per volontà della stessa Merkel.
Stiamo parlando di un gravissimo incidente diplomatico, di cui nessuno però ha sottolineato la portata, forse perché non viviamo in un paese democratico e sovrano.
I capetti del M5S sapevano benissimo di andare contro gli interessi degli italiani e dello Stato, ma stavano eseguendo gli ordini che arrivano dall’alto. In premio avrebbero ricevuto potere, soldi e qualche poltroncina…
Ricordiamo che il M5S è nato all’ombra del giustizialismo di Tangentopoli, è il topolino partorito dalla Piramide: il classico movimento «anti-sistema» creato dal Sistema stesso, nato con lo scopo di assorbire e convogliare la rabbia, il malcontento sempre più crescente tra milioni di italiani.
Proprio per questo compito furono cooptati Beppe Grillo e la Casaleggio associati.
Era cruciale incanalare il malessere della gente, dando l’illusione del “cambiamento”…
Non ha molto senso a questo punto sapere se Salvini era consapevole o meno di tutto questo diabolico disegno, perché TUTTI fanno parte del meccanismo.
Va detto a onore del vero che la governance del paese era sempre più difficile a causa dei conflitti interni tra le forze politiche (Lega e M5S), per non parlare delle contromanovre e boicottaggi degli stellini: ma può essere questa una valida motivazione per far cadere il governo?
Ovviamente Salvini ha ricevuto ordini ben precisi di togliersi di mezzo al momento opportuno!
Ma mentre il Movimento di Grillo ha ricevuto ordini dalla cricca europea, dalla massoneria che gestisce la finanza internazionale, Salvini da chi li ha ricevuti? Sicuramente non dalla medesima parte, perché egli era inviso proprio per quello che stava smuovendo a livello di pancia degli italiani, quindi cosa rimane? Forse l’America di Trump.
Possiamo dire qualsiasi cosa su The Donald, ma non che con la sua elezione presidenziale non si siano scompigliate tutte le carte del gioco della politica e dell’economia.
Non erano mai venuti fuori così tanti scandali di pedofilia come in questo periodo, e non può essere una banale coincidenza. Piaccia o non piaccia The President è consigliato da personalità potenti e molto astute…

Trump infatti non doveva essere eletto perché il «Deep State» («Potere profondo», il «Sistema», il «Governo ombra») che comanda da decenni aveva puntato su Hillary Clinton.
La Clinton è una marionetta del Sistema, mentre Trump no, per questo è pericolosissimo.
Tornando in Europa, il 22 gennaio 2019 sempre la cricca franco-tedesca ha firmato un trattato di cooperazione tra i due paesi, detto «Trattato di Aquisgrana», proprio per consolidare gli impegni europeisti e contrastare l’America.
La risposta minacciosa della Casa Bianca non si è fatta attendere: dazi all’industria automobilistica tedesca Volkswagen che potrebbero costare all’azienda qualcosa come 2,5 miliardi di euro all’anno, e dazi ai vini francesi. Mossa a dir poco geniale!
A ottobre c’è anche la Brexit che metterà a dura prova non solo Francia e Germania ma l’intera unità d’Europa! Boris Johnson sembra mettercela tutta per portare fuori dalla gabbia europea il Regno di Sua Maestà, e nonostante il fortissimo ostruzionismo interno, dovrebbe farcela!

Qui da noi la goccia che ha fatto traboccare il vaso governativo, togliendo una volta per tutte il velo di Maya dell’illusione, è stata il voto in Europa del M5S a favore di Ursula von der Leyen a Presidente della Commissione Europea. La candidata guarda caso proprio della Merkel e Macron.
L’unica spiegazione plausibile del perché il Movimento ha appoggiato la tedesca, era perché doveva farlo. Punto.
Arriviamo ai primi di settembre con la ridicola votazione interna al Movimento, mediante la «Piattaforma Rousseau», un programma privato gestito e controllato da Grillo e Casaleggio.
Il risultato era scontato e infatti quasi l’80% dei votanti “avrebbe” detto SI al tradimento degli ideali grillini con l’unione tra i due partiti che più si odiavano. Ma gli ordini sono ordini e pur di spegnere il risveglio delle coscienze del popolo italiano bisognava che passasse il SI.
Sicuramente hanno “ritoccato” i risultati (per giunta arrivati dopo ben 1 ora dal termine, cosa questa assurda per una consultazione elettronica, ma aveva bisogno di un po’ di tempo per “correggere” gli errori…) perché moltissimi grillini non erano e non sono d’accordo!
Ma grazie a questa falsa votazione, il M5S è riuscito ad evitare al popolo sovrano nuove elezioni e far tornare al governo (senza che nessuno li abbia votati, come gli ultimi 4 governi) il PD, cioè il partito più indecente che ci sia, quello delle banche, dell’immigrazione di massa, delle massonerie, corporazioni e cooperative. Il partito collegato a Renzi, uomo gestito dal Gruppo Bilderberg
Va detto a questo punto che a livello geopolitico europeo è in atto una guerra senza frontiere tra vari gruppi di Potere…
Un centro è certamente rappresentato dalle massonerie franco-tedesche, quelle che hanno strutturato a loro immagine e somiglianza la carta e i diritti dell’Unione europea.

Poi c’è la City di Londra e l’America che rappresentano due potenti centri nevralgici (la City, Wall-Street e la massoneria RSAA), ultimo ma non per importanza, il polo vaticano dei gesuiti.
Non è a caso che tutti i politicanti alla fine devono sempre passare a ricevere il consenso dalla «monarchia assoluta» gesuitica…

Quindi tedeschi e francesi vogliono a tutti i costi mantenere il controllo sull’Europa, aprendo la strada alla ricchissima Cina. E non a caso la «Via della seta» è un progetto multimiliardario finanziato dai cinesi, ma anche da vari paesi tra cui l’Italia. Si tratta di un corridoio commerciale, appoggiato anche dal nuovo governo PD-M5S, che spalancherebbe le porte al mondo «Made in Cina». Ma all’America una simile apertura non va giù, e proprio per questo stanno lavorando anche sotto banco, per impedirne la realizzazione.
La clessidra che scandisce il tempo a disposizione del “governo della vergogna” è stata girata, e tra scandali internazionali come spygate, pedofilia, pedosatanismo e altri…ne vedremo delle belle prossimamente su questo canale…

Amazzonia, gli incendiari gridano al fuoco

Ieri alleati, oggi nemici: i Paesi che hanno investito in Brasile, spronando l’industria a sfruttarne le ricchezze in modo sfrenato, ora denunciano i disastri di siffatto modello economico.

| Roma (Italia)
français  Português  English  română  Español  Türkçe  Nederlands

JPEG - 33.4 Kb
A capo della lobby “ruralista”, ossia delle industrie dell’agro-business, Tereza Cristina Corrêa da Costa Dias ha svolto un ruolo importante nell’elezione del presidente Jair Bolsonaro, che l’ha nominata ministro dell’Agricoltura.
Di fronte al dilagare degli incendi in Amazzonia, il vertice del G7 ha cambiato la sua agenda per «affrontare l’emergenza».

I Sette Grandi – Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Giappone, Canada e Stati uniti – hanno assunto, insieme all’Unione europea, il ruolo di vigili del fuoco planetari. Il presidente Macron, in veste di capo pompiere, ha lanciato l’allarme «la nostra casa è in fiamme». Il presidente Donald Trump ha promesso il massimo impegno statunitense nell’opera di spegnimento degli incendi. I riflettori mediatici si concentrano sugli incendi in Brasile, lasciando in ombra tutto il resto.

Anzitutto il fatto che ad essere distrutta non è solo la foresta amazzonica (per i due terzi brasiliana), ridottasi nel 2010-2015 di quasi 10 mila km2 l’anno, ma anche la foresta tropicale dell’Africa equatoriale e quella nell’Asia sud-orientale.
Le foreste tropicali hanno perso, in media ogni anno, una superficie equivalente a quella complessiva di Piemonte, Lombardia e Veneto. Pur differendo le condizioni da zona a zona, la causa fondamentale è la stessa: lo sfruttamento intensivo e distruttivo delle risorse naturali per ottenere il massimo profitto.
In Amazzonia si abbattono gli alberi per ricavarne legname pregiato destinato all’esportazione. La foresta residua viene bruciata per adibire tali aree a colture e allevamenti destinati anch’essi all’esportazione. Questi terreni molto fragili, una volta degradati, vengono abbandonati e si deforestano quindi nuove aree. Lo stesso metodo distruttivo viene adottato, provocando gravi danni ambientali, per sfruttare i giacimenti amazzonici di oro, diamanti, bauxite, zinco, manganese, ferro, petrolio, carbone. Contribuisce alla distruzione della foresta amazzonica anche la costruzione di immensi bacini idroelettrici, destinati a fornire energia per le attività industriali.
Lo sfruttamento intensivo e distruttivo dell’Amazzonia viene praticato da compagnie brasiliane, fondamentalmente controllate – attraverso partecipazioni azionarie, meccanismi finanziari e reti commerciali – dai maggiori gruppi multinazionali e finanziari del G7 e di altri paesi.
Ad esempio la JBS, che possiede in Brasile 35 impianti di lavorazione di carni dove si macellano 80 mila bovini al giorno, ha importanti sedi in Usa, Canada e Australia, ed è largamente controllata attraverso quote del debito dai gruppi finanziari creditori: la JP Morgan (Usa), la Barclays (GB) e le finanziarie della Volkswagen e Daimler (Germania).
La Marfrig, al secondo posto dopo la JBS, appartiene per il 93% a investitori statunitensi, francesi, italiani e ad altri europei e nordamericani. La Norvegia, che oggi minaccia ritorsioni economiche contro il Brasile per la distruzione dell’Amazzonia, provoca in Amazzonia gravi danni ambientali e sanitari con il proprio gruppo multinazionale Hydro (per la metà di proprietà statale) che sfrutta i giacimenti di bauxite per la produzione di alluminio, tanto che è stato messo sotto inchiesta in Brasile. I governi del G7 e altri, che oggi criticano formalmente il presidente brasiliano Bolsonaro per pulirsi la coscienza di fronte alla reazione dell’opinione pubblica, sono gli stessi che ne hanno favorito l’ascesa al potere perché le loro multinazionali e i loro gruppi finanziari abbiano le mani ancora più libere nello sfruttamento dell’Amazzonia.
Ad essere attaccate sono soprattutto le comunità indigene, nei cui territori si concentrano le attività illegali di deforestazione. Sotto gli occhi di Tereza Cristina, ministra dell’agricoltura di Bolsonaro, la cui famiglia di latifondisti ha una lunga storia di occupazione fraudolenta e violenta delle terre delle comunità indigene.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

Preso da: https://www.voltairenet.org/article207515.html

Perché la Cia spia tutti, tranne gli Emirati?

Il caso del mancato spionaggio nei palazzi del potere della monarchia del deserto da parte dalla Cia sta lasciando spazio agli interrogativi di una delle maggiori agenzia d’informazione del mondo: la Reuters, che ha avviato una sua inchiesta sul gap che separa – o unisce su piani che non possiamo nemmeno immaginare – gli interessi di Washington e Abu Dhabi.
https://it.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Imam-negli-Emirati-Arabi-Uniti-La-Presse-e1567261765489.jpg
Come è stato reso noto anche dai nostri approfondimenti in passato, gli Emirati Arabi Uniti sono protagonisti nel finanziare il generale Haftar, che lotta da mesi per rovesciare il governo di Tripoli sostenuto dalle Nazioni Unite in Libia; stringono rapporti con Mosca; sostengono la coalizione di nazioni che impone il blocco economico del Qatar nonostante l’apparente contrarietà degli Stati Uniti; forniscono all’occorrenza armi e logistica per sostenere i propri interessi – oltre al denaro – e arruolano addirittura ex-operativi della National Security Agency (Nsa) americana come hacker d’élite per spiare “un programma che includeva gli americani tra gli obiettivi di sorveglianza”. Tutto questo però non è bastato a mettere in allerta la Central Intelligence Agency (Cia) – agenzia per le operazioni d’intelligence e spionaggio che opera al di fuori dei confini nazionali americani – che sembra non voler spiare in nessun modo i piani segreti degli emiri. Per tre ex-spie della Cia questa scelta rappresenta un pericoloso punto cieco nell’intelligence statunitense. Ma quale può essere la ragione di questa negligenza?

La postura della Cia rispetto ai rapporti con il Medio Oriente e gli stati Opec “non è nuova”, secondo quanto riportato dall’inchiesta di Reuters. Ciò che è cambiato in maniera radicale, sarebbe “la natura” degli interventi “portati avanti da questo minuscolo ma influente stato dell’Opec (gli Emirati Arabi Uniti)” nei teatri del Medio Oriente e dell’Africa. “Combattere guerre, condurre operazioni segrete e usare la propria influenza finanziaria per rimodellare la politica regionale in modi che spesso vanno contro gli interessi degli Stati Uniti”; è questa la nuova strategia adottata dagli Emirati secondo le fonti e gli esperti di politica estera consultati da Reutersche sta conducendo un’inchiesta su questa “peculiarità” della strategia spionistica di Langley. Nota per avere e aver sempre avuto occhi e orecchie ovunque nel mondo, tranne che nei palazzi del potere di Abu Dhabi, a quanto pare, nonostante le diffuse e rinomate operazioni “clandestine” più o meno segrete condotte dagli Emirati in diverse delle zone più calde del mondo, di norma all’interno dell’agenda politica della Casa Bianca dunque nelle strategia elaborate del Pentagono.
Secondo una delle tre ex-spie della Cia consultare: “Il fallimento della Cia nell’adattarsi alle crescenti ambizioni militari e politiche degli Emirati Arabi Uniti equivale a una “rinuncia al dovere”. E sebbene l’Nsa stia portano avanti un’operazione di sorveglianza elettronica che mira a raccogliere informazioni di intelligence all’interno degli Emirati Arabi Uniti – riportate però come informazioni “a basso rendimento” – la mancata sorveglianza da parte della Cia riguardo le reali mire di Abu Dabhi ha dei risvolti se non altro inquietanti. A maggior ragione dopo le voci di riguardo la presenza di una spia degli Emirati, Rashid al-Malik, “attiva” e ben infiltrata nell’amministrazione Trump.

I rapporti tra Cia e Emirati

Attualmente le relazioni della Cia con gli Emirati sono ridotte alla condivisione d’informazioni e dossier d’intelligence su nemici comuni, identificati come l’Iran e Al Qaeda. Tutto il resto, le intenzioni e le operazioni condotte dagli Emirati Arabi Uniti nella regione medio orientale e nell’Africa del nord, sarebbero un grande buco nero per le spie americane. E c’è da domandarsi il motivo. Questa leggerezza della Cia colloca gli Emirati Arabi Uniti in un elenco “estremamente corto” di altri paesi con i quali l’agenzia pare voler adottare un approccio “diverso” ed estremamente permissivo. Questa direttiva sembra essere indotta anche agli altri 4 membri di quella coalizione di intelligence occidentale rinominata “Five Eyes“: ossia gli apparati di spionaggio di Australia, Nuova Zelanda, Regno Unito e Canada.
In questo elenco di Paesi “speciali” che non andrebbero sorvegliati attentamente non compare per esempio l’Arabia Saudita. Stato in contrasto con gli Emirati, che nonostante la duratura alleanza con Washington, che vi intrattiene importanti affari in ambito petrolifero e di armamenti, viene sorvegliata dalla Cia – secondo le fonti interpellate da Reuters – e che mantiene un silenzio ossequioso anche quando le spie di Langley vengono sorprese a reclutare informatori che vogliano rivelare i segreti di Riyad.
La ragione di questa “benda” che Gina Haspel (direttore della Cia) e gli altri alti funzionari dell’agenzia continuano a tenere salda sugli occhi, potrebbe dunque essere motivata da uno spropositato fallimento, o più realisticamente dall’intenzione di non ficcare il naso degli affari di un alleato che secondo alcuni ex-funzionari dell’agenzia opera come uno vero e proprio “stato canaglia” in teatri strategici come la Libia, il Qatar, lo Yemen, e altre aree dell’Africa come il Sudan, l’ Eritrea e l’autoproclamata Repubblica del Somaliland. Proprio nello Yemen, ad esempio, gli Emirati Arabi Uniti conducono fianco a fianco con l’Arabia Saudita una coalizione che combatte i ribelli Houthi allineati all’Iran. Ribelli che sono anche nel mirino delle operazioni nere dei Navy Seal, che cercano i personaggi chiave di Al Qaeda. La conclusone dunque è quelle che finché la corrispondenza tra gli interesse degli Stati Uniti e degli Emirati Arabi Uniti sarà sufficiente, la Cia continuerà a chiudere gli occhi sui piani degli Emirati. E il motivo potrebbe essere riassunto in quell’espressione a lungo attribuita al gotha della strategia politica Niccolo Machiavelli: “Il fine giustifica i mezzi”. E in questo caso, tiene a bada anche le spie.

Preso da: https://it.insideover.com/politica/perche-la-cia-spia-tutti-tranne-gli-emirati.html

Rivoluzione Bolivariana del Venezuela e pacifisti ‘guerrafondai’

 

Ma in Libia poi com’è finita?

Nonostante sia sparita dalle prime pagine dei giornali, la battaglia per il controllo di Tripoli sta continuando e sembra lontana dalla fine

Miliziani di Misurata a Tripoli, 9 aprile 2019 (Stringer/picture-alliance/dpa/AP Images) 

11 giugno 2019
Anche se la notizia è sparita dalle prime pagine dei giornali italiani, in Libia la battaglia per il controllo della capitale Tripoli, iniziata lo scorso aprile, non è finita. Le milizie che si stanno affrontando, riunite grossomodo attorno a due schieramenti principali, non riescono a imporsi le une sulle altre e da settimane c’è una specie di situazione di stallo che non sembra potersi sbloccare nel breve periodo. La battaglia a Tripoli non è il primo conflitto armato in Libia dalla fine del regime di Muammar Gheddafi, nel 2011, ma è di certo uno dei più rilevanti, che ha già provocato centinaia di morti e migliaia di sfollati, e che ha fatto parlare analisti ed esperti di una “nuova guerra civile“.
**IN realtà in Libia non cè una guerra civile, ma un popolo che combatte contro bande di terroristi pagati dall’ occidente, che sostengono Serraji **

Le violenze erano iniziate lo scorso aprile, in maniera piuttosto improvvisa. Il maresciallo Khalifa Haftar, il leader di fatto della Libia orientale e da qualche mese anche di quella meridionale, aveva attaccato Tripoli da sud, pochi giorni prima di un’importante conferenza internazionale di pace organizzata dall’ONU. L’obiettivo di Haftar era conquistare la capitale, sottraendola al controllo del governo guidato dal primo ministro Fayez al Serraj, riconosciuto dall’ONU come unico governo legittimo della Libia. Haftar, ha scritto tra gli altri Arturo Varvelli dell’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale), sperava di sfruttare il malcontento della popolazione verso le numerose e potenti milizie armate che operano nella capitale, e l’opposizione delle stesse milizie a un più ampio piano di riforme avviato dal governo di Serraj e finalizzato a ridurre la loro influenza in diversi ministeri del governo. Le cose però sono andate diversamente: le milizie e il governo di Tripoli si sono uniti contro il nemico comune, mettendo da parte almeno temporaneamente le loro differenze.

Le milizie fedeli ad Haftar non sono riuscite finora a imporsi su quelle schierate dalla parte di Serraj: sono rimaste bloccate nel sud di Tripoli e non sono mai riuscite ad arrivare a meno di dieci chilometri di distanza dal centro della capitale, dove sono concentrati tutti i ministeri e gli altri centri del potere.
Per il momento non sembra esserci una soluzione alla crisi libica, e in particolare alla battaglia di Tripoli, anche a causa delle influenze dei paesi stranieri che appoggiano l’una o l’altra parte. L’Italia è sempre stata apertamente schierata dalla parte di Serraj, che però nel corso degli ultimi anni non è riuscito a prendere il controllo di tutta la Libia e ha visto il suo ruolo indebolirsi sempre di più. Negli ultimi mesi anche il governo guidato da Giuseppe Conte sembra avere preso un po’ le distanze da Serraj, allineandosi a una politica meno schierata, come quella adottata dagli Stati Uniti di Donald Trump: questo non significa però che Serraj sia rimasto senza appoggi internazionali. Haftar ha potuto contare fin da subito sull’appoggio di Egitto ed Emirati Arabi Uniti, due paesi che sono schierati dalla stessa parte in diverse crisi del Medio Oriente (per esempio sul tema dell’embargo sul Qatar), e poi con il sostegno di Russia e Francia. Secondo alcuni analisti, la situazione a Tripoli potrebbe sbloccarsi solo con l’intervento e la mediazione di qualche potenza straniera in grado di influenzare le decisioni di Haftar, anche se non sarà facile: rinunciare all’operazione contro Tripoli significherebbe per il maresciallo una sconfitta politica enorme.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nei primi mesi della battaglia per il controllo di Tripoli sono state uccise più di 500 persone e 75mila sono state costrette a lasciare le proprie case. I feriti sono circa 2.500.

Preso da: https://www.ilpost.it/2019/06/11/guerra-libia-tripoli-haftar/

La caduta dell’aquila è vicina

Come una cellula segreta di Facebook manipola l’opinione pubblica

Cos’hanno in comune AfD (Alternativa per la Germania), Rodrigo Duterte, Mauricio Macri, Narendra Modi, Barack Obama, Partito nazionale scozzese e Donald Trump? Tutti hanno basato la loro campagna elettorale sui buoni consigli di Mark Zuckerberg. Basandosi sul caso delle elezioni in India, Shelley Kasli rivela come Facebook manipola i processi democratici.

| Bangalore (India)
English  français  Español  Türkçe
JPEG - 25.6 Kb

Un recente articolo di Bloomberg ha rivelato come una cellula segreta di Facebook abbia permesso la creazione di un esercito di troll [1] a favore di molti governi nel mondo, compresa l’India, sotto forma di propaganda digitale finalizzata a manipolare le elezioni [2].

Sotto i riflettori, seguendo il ruolo che la sua compagnia Facebook ha svolto come piattaforma di propaganda politica, il suo co-fondatore Mark Zuckerberg ha risposto dichiarando che la sua missione è al di sopra delle divisioni partigiane.
Ma in realtà, Facebook non è solo uno spettatore politico. Quello che non dice è che la sua compagnia collabora attivamente con partiti e leader, anche chi usa la piattaforma per sedare l’opposizione, a volte con l’aiuto di molti troll che diffondono menzogne ed ideologie estremiste [3].

Questa iniziativa è guidata da Washington da un team molto discreto di Facebook, specializzato in questioni di politica globale, con a capo Katie Harbath, l’ex-stratega digitale del campo repubblicano che lavorò nel 2008 per la campagna presidenziale dell’ex-sindaco di New York Rudy Giuliani, nonché alle elezioni indiane del 2014.
Da quando Facebook ha assunto Harbath per guidare questa cellula segreta, sono passati tre anni, durante i quali la sua squadra ha viaggiato in tutti gli angoli del globo (inclusa l’India). Aiutò i leader politici mettendo a disposizione i potenti strumenti digitali della compagnia sotto forma di vero esercito di troll per scopi propagandistici.
In India e molti altri Paesi, i dipendenti di questa cellula si sono trovati di fatto agenti di campagne elettorali. E una volta eletto il candidato, tocca all’azienda sorvegliare i funzionari o fornire assistenza tecnica nella trasmissione digitale durante gli incontri ufficiali tra i capi di Stato.
Negli Stati Uniti, il personale di questa cellula ha lavorato sul campo durante la campagna di Donald Trump. In India, la compagnia ha promosso la presenza sulla rete del Primo Ministro Narendra Modi, che oggi ha più fan su Facebook di qualsiasi altro leader politico mondiale.
Durante gli incontri della campagna, i membri della squadra di Katie Harbath sono affiancati dai direttori delle vendite del settore pubblicitario di Facebook, il cui ruolo è aiutare l’azienda a trarre profitto dal particolare interesse dato alle elezioni dalle masse. Formano politici e leader per creare una pagina Facebook per la loro campagna che autenticano con una tacca blu, per utilizzare al meglio i video per ottenere attenzione, oltre che scegliere gli slogan pubblicitari. Una volta che questi candidati vengono eletti, la loro collaborazione con Facebook consente alla società di estendere significativamente l’influenza politica, con la possibilità di aggirare le leggi.
Il problema s’è esacerbato quando Facebook si pose a pilastro della democrazia in modo anti-democratico. La Freedom House, pseudo-ONG statunitense che si batte per la democrazia nel mondo [4], riferiva lo scorso novembre che sempre più Stati “manipolano i social network per indebolire le fondamenta della democrazia” [5]. Ciò si traduce in campagne diffamatorie, molestie o propaganda sostenute occultamente dai governi, per imporre la loro versione dei fatti, ridurre al silenzio il dissenso e rafforzare il potere.
Nel 2007, Facebook aprì il suo primo ufficio a Washington. Le elezioni presidenziali che si svolsero l’anno successivo videro l’avvento del primo “presidente di Facebook” nella persona di Barack Obama, che con l’aiuto della piattaforma poté raggiungere milioni di elettori nelle settimane prima le elezioni. Il numero di utenti di Facebook è esploso in concomitanza con le insurrezioni della “primavera araba” in Medio Oriente nel 2010-2011, evidenziando l’enorme influenza della piattaforma sulla democrazia.
Durante il periodo in cui Facebook scelse Katie Harbath, ex-sostenitrice di Giuliani, per guidare la sua unità politica, le elezioni divennero un tema scottante sui social media. Facebook gradualmente iniziò ad essere coinvolto nei problemi elettorali in tutto il mondo.
Facebook raggiunse alcuni dei partiti politici più controversi del mondo ignorando il principio di trasparenza. Dal 2011, la società chiede alla Commissione elettorale federale degli Stati Uniti una deroga alla legge che richiede trasparenza riguardo la promozione di un partito politico, che avrebbe potuto aiutarla ad evitare l’attuale crisi relativa alle spese pubblicitarie russe, prima delle elezioni del 2016.
Le relazioni tra l’azienda e i governi sono complicate. Facebook è stata accusata dall’Unione Europea di permettere all’islamismo radicale di prosperare sulla sua rete. La società ha appena pubblicato il suo rapporto sulla trasparenza spiegando che fornirà ai governi solo i dati sui propri utenti se la richiesta è legalmente giustificata; altrimenti non esiterà a ricorrere ai tribunali [6].

Eserciti di troll in India

Il mercato indiano è probabilmente il più vivace oggi per Facebook, superando quello degli Stati Uniti. Il numero di utenti aumenta due volte più velocemente; senza prendere in considerazione i 200 milioni di indiani che utilizzano il servizio di messaggistica WhatsApp, più che in qualsiasi altra parte del mondo.
Alle elezioni indiane del 2014, Facebook aveva già lavorato per diversi mesi su varie campagne. Modi trasse grande beneficio dal supporto di Facebook e WhatsApp nel reclutare volontari che, a loro volta, diffusero il messaggio sui social network. Dalla sua elezione, gli iscritti sono arrivati a 43 milioni; il doppio di quelli di Trump.
Nelle settimane successive all’elezione di Modi, Zuckerberg e la sua chief operating officer Sheryl Sandberg si trasferirono in India per sviluppare un progetto controverso per un servizio internet gratuito che, provocando feroci proteste, infine fu abbandonato. Katie Harbath e il suo team vennero pure in India per condurre sessioni di formazione con oltre 6000 funzionari pubblici.
Mentre Modi vedeva la propria influenza crescere nei social media, i suoi seguaci lanciarono su Facebook e WhatsApp una campagna di molestie contro i rivali politici. L’India diventava un focolaio di disinformazione, compresa la diffusione di una burla che portò a disordini che causarono la morte di diverse persone. Il Paese è diventato anche un luogo estremamente pericoloso per partiti e giornalisti dell’opposizione.
Tuttavia, non solo Modi o l’Indian People’s Party (BJP) furono indotti a utilizzare i servizi offerti da Facebook. La società afferma di fornire gli stessi strumenti e servizi a tutti i candidati, indipendentemente dal loro orientamento politico, nonché a gruppi più discreti della società civile.
Ciò che è interessante è che Mark Zukerberg stesso vuole diventare presidente degli Stati Uniti e ha già assegnato i servizi a David Plouffe (consigliere della campagna di Barack Obama nel 2008) e a Ken Mehlman (consigliere della campagna di George Bush Jr nel 2004). Attualmente lavora con Amy Dudley (ex-consigliere del senatore Tim Kaine), Ben LaBolt (ex-addetto stampa di Barack Obama) e Joel Benenson (ex-consigliere della campagna di Hillary Clinton nel 2016). [7]

La manipolazione delle emozioni da parte di Facebook

Uno studio pubblicato nel 2014 dal titolo: La dimostrazione sperimentale di un fenomeno di contagio emotivo su larga scala attraverso i social network [8] studia il rapporto tra i messaggi positivi e negativi visti da 689000 utenti di Facebook. Questo esperimento, che ebbe luogo tra l’11 e il 18 gennaio 2012, tentò d’identificare gli effetti del contagio emotivo modificando il peso emotivo delle informazioni diffuse agli utenti target. I ricercatori concludono che per la prima volta hanno “dimostrato che le emozioni possono diffondersi attraverso una rete di computer, (anche se) gli effetti di queste manipolazioni rimangono limitati”.
Questo studio fu criticato per le basi etiche e metodologiche. Nell’accesa polemica, Adam Kramer, uno dei principali istigatori di questa ricerca e membro del team dei dati di Facebook, difese lo studio in una dichiarazione della compagnia [9]. Qualche giorno dopo, Sheryl Sandberg, direttrice operativa di Facebook, fece una dichiarazione [10] durante il suo viaggio in India. Durante un evento organizzato dalla Camera di commercio di Nuova Delhi, dichiarò: “Questo studio è stato condotto nell’ambito delle ricerche effettuate dall’azienda per testare diversi prodotti, né più né meno. La comunicazione su questo argomento è stata pessima e ce ne scusiamo. Non volevamo annoiarvi”.
Quindi, per quale nuovo prodotto rivoluzionario Facebook ha condotto esperimenti psicologici per manipolare emotivamente i suoi utenti? Questi prodotti rivoluzionari sono eserciti di troll digitali che per scopi propagandistici diffondono informazioni false come una scia di polvere per aiutare i propri clienti durante le elezioni.
Poco dopo, il 3 luglio 2014, USA Today riportava che il gruppo EPIC, che promuove campagne per la privacy dei cittadini, presentava una denuncia ufficiale alla Federal Trade Commission affermando che Facebook ha infranto la legge conducendo la ricerca sulle emozioni dei suoi utenti senza il loro consenso, o neanche informarli [11]. Nella sua denuncia, EPIC afferma che Facebook ha ingannato i suoi utenti conducendo segretamente un esperimento psicologico sulle loro emozioni: “Al momento dell’esperimento, Facebook non dichiarò nella sua politica di utilizzo dei dati che le informazioni sugli utenti venivano utilizzate a scopi sperimentali. Facebook omise anche d’informare i suoi utenti che queste informazioni sarebbero state comunicate ai ricercatori”. La maggior parte delle cavie di questi esperimenti di manipolazione emotiva erano indiane [12].
Molti di noi non prestano veramente attenzione a ciò che viene pubblicato sui social network e la maggior parte di ciò che vediamo è piuttosto innocua. Almeno, questo è l’aspetto che ha a prima vista. La verità è che ciò che pubblichiamo in rete ha un impatto spaventoso. Secondo una recente ricerca condotta congiuntamente dal Pacific Northwest National Laboratory e dall’Università di Washington, i contenuti pubblicati sui social media potrebbero essere utilizzati dai software per predire manifestazioni future, forse anche il prossimo primo ministro indiano.
In un documento recentemente pubblicato da ArXiv, team di ricercatori, ha scoperto che i social network possono essere utilizzati per “identificare e prevedere eventi nel mondo reale” [13]. L’analisi di Twitter può prevedere con precisione i disordini sociali, ad esempio, quando persone usano determinati hashtag per discutere determinati problemi prima che la loro rabbia si diffonda nel mondo reale.
L’esempio più noto di questo fenomeno è avvenuto durante la primavera araba, quando evidenti segni di proteste ed insurrezioni imminenti furono avvistati in rete nei giorni precedenti le manifestazioni di piazza.
È vero anche il contrario, nel senso che la rabbia può anche essere generata dai social network e una volta raggiunto un livello ottimale può essere riversata su eventi della vita reale, come si può vedere da almeno due anni in India con casi di linciaggio di gruppo e altro.

Come funziona l’industria della disinformazione in India

In India è emersa un’enorme industria della disinformazione, che esercita un’influenza molto maggiore del tradizionale discorso politico e potenzialmente potrebbe diventare un problema di sicurezza similmente alla primavera araba se non viene padroneggiata. Nel momento in cui il linciaggio del dibattito infuria in India, è importante capire che tali incidenti non avrebbero avuto un impatto così veloce se i giovani non avessero avuto accesso a Facebook, Twitter, Youtube e altri social network. Ciò permette a tale industria della disinformazione di gestire e condividere video e informazioni falsi. Il fenomeno del linciaggio è apparso da alcuni anni come diretta conseguenza di questa industria della propaganda che si diffonde dai social network al mondo reale.
Ciò ha una dimensione completamente nuova ora che è stato rivelato che Facebook e WhatsApp hanno complottato con l’establishment creando “un esercito di troll” ai fini della propaganda digitale, scatenando le violenze in India. È un tipico caso di terrorismo. Quest’ultimo è definito come “l’uso sistematico del terrore o della violenza da parte di un individuo o di un gruppo per fini politici”. In questo caso, tale terrorismo è perpetrato da una compagnia straniera (Facebook) sul suolo indiano attraverso una guerra digitale di (dis)informazione. Cosa aspettiamo per reagire?
Una campagna di disinformazione fu condotta durante le elezioni presidenziali statunitensi. Era parte integrante della campagna ufficiale stessa in collaborazione con aziende leader. Questo stesso metodo fu utilizzato anche per guidare il dibattito sulla Brexit. Mentre parliamo, questa vasta impresa di disinformazione dipana i suoi tentacoli in India. Molti famosi atleti, celebrità, economisti, politici sono già stati vittime della diffusione di contenuti fuorvianti. Questa è una tendenza pericolosa che va attentamente monitorata dai nostri servizi d’intelligence per impedire futuri disastri.
Ecco come funziona. Molti siti e portali web legittimi e dai vari finanziamenti ricevono pubblicità fluttuanti. Il contenuto specifico è creato per diverse categorie di persone in base a loro regioni, ideologia, età, religione… mescolati con una grande quantità di contenuti erotici che offuscano il vero obiettivo. Tale contenuto fallace viene quindi iniettato nel social network e gruppi specifici vengono presi di mira attraverso strumenti analitici sviluppati da aziende leader. Man mano che questa falsa informazione si diffonde, acquisisce lentamente slancio e finisce per essere ripresa da una personalità: celebrità, politico e talvolta persino giornalista. Quello che succede dopo è pura pazzia.
Sia per scelta che per ignoranza, i media mainstream iniziano a diffondere questo tessuto di bugie, dedicando tutte le loro recensioni sulla stampa a tale falsa informazione: chi ha detto cosa e perché e bla bla bla… invece di cercare di verificare l’autenticità di quest’ultima. A causa della natura sensazionale di tali bufale, anche perché diffuse da personalità influenti, questa visione distorta del mondo si diffonderà nel mondo reale, testimoniata dalle vittime del linciaggio. Senza controllo, questo fenomeno di disinformazione potrebbe contaminare tutta l’opinione pubblica. Arriveremo in un momento in cui sarà quasi impossibile distinguere il vero dal falso, il fatto dalla finzione, con l’intera società radicalizzata in diverse fazioni sulla base di menzogne.

Facebook e le elezioni indiane

Al momento delle elezioni indiane del 2014, un articolo titolava: “Può Facebook influenzare l’esito delle elezioni indiane?”. Sotto questo titolo c’era un iceberg, se Facebook può cambiare le nostre emozioni e farci votare, di che altro è capace? [14]
Sorprendentemente, la stessa Commissione elettorale indiana stipulò una partnership con Facebook sulla registrazione degli elettori durante il processo elettorale. [15] Il dott. Nasim Zaidi, capo-commissario della Commissione elettorale (ECI), dichiarò: “Sono lieto di annunciare che la Commissione elettorale indiana avvierà una procedura speciale per arruolare i non votanti, in particolare chi non ho mai votato. Questo rappresenta un passo verso la realizzazione del motto dell’ECI, “Nessun cittadino va abbandonato”. Partita partecipando a questa campagna, Facebook trasmetterà un promemoria in diversi dialetti indiani per ricordare le elezioni a tutti gli utenti di Facebook dell’India. Invito tutti i cittadini elettori a registrarsi e a votare; vale a dire, a riconoscere i propri diritti e assumersi i propri doveri. Sono convinto che Facebook darà una nuova dimensione al censimento della campagna elettorale avviata dalla Commissione ed incoraggerà i futuri elettori a partecipare al processo elettorale e a diventare cittadini responsabili”.
Le 17 maggiori agenzie d’intelligence statunitensi hanno serie riserve sull’impatto di questo fenomeno di disinformazione sul processo elettorale e sulla società. Secondo un centro di ricerca di statistica, la maggioranza degli statunitensi (uno spettacolare 88%) pensa che la diffusione di notizie false sia dannosa per la percezione della realtà quotidiana [16]. E noi in India andiamo verso uno scenario ancora più catastrofico. Perché? Perché a differenza dell’India, il governo e la comunità dei servizi segreti degli Stati Uniti hanno denunciato pubblicamente il problema e lavorato a una soluzione alla minaccia. L’India può fare lo stesso con Facebook che ha il naso negli affari interni del Paese?
Organizziamo ogni sorta di commissioni, audizioni senatorie siano programmate per aggiornare questo caso e vengano create nuove cellule per contrastare efficacemente questa minaccia alla società. Mentre è in corso un’indagine sul ruolo di Facebook nelle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, poca attenzione è dedicata al modo in cui la cellula segreta di Facebook ha influenzato le elezioni indiane. Alla luce di queste rivelazioni, va condotta un’indagine rigorosa sull’impatto di Facebook sulle elezioni indiane. È ovvio che per fare ciò, il governo deve prima riconoscere l’esistenza di questa industria della disinformazione per agirvi contro.
In compagnia di Facebook, American Microchip Inc. e la giapponese Renesas incaricate di hackerare il codice segreto EVM (database degli utenti), dovrebbero essere indagate per interferenza nelle elezioni indiane con tutti coloro che vi hanno cospirato. Sarebbe un grave errore prendere questa minaccia, legata all’intrusione di compagnie straniere nel processo elettorale indiano, alla leggera [17].

Traduzione
Alessandro Lattanzio
(Sito Aurora)
[1] Nel gergo di Internet, un troll designa chi mira a generare polemiche. Può essere un messaggio (per esempio su un forum), un dibattito conflittuale nell’insieme o la persona all’origine.
[2] “How Facebook’s Political Unit Enables the Dark Art of Digital Propaganda”, Lauren Etter, Vernon Silver & Sarah Frier, Bloomberg, December 21, 2017.
[3] “India’s Fake News Industry & Mob Lynchings”, Great Game India News, July 6, 2017.
[4] « Freedom House : quand la liberté n’est qu’un slogan », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 7 septembre 2004.
[5] “Freedom on the Net 2017. Manipulating Social Media to Undermine Democracy”, Freedom House, November 14, 2017.
[6] “Facebook Transparency Report 2017”, Facebook, January 2017.
[7] “Mark Zuckerberg possibile futuro presidente degli Stati Uniti”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 4 agosto 2017.
[8] “Experimental evidence of massive-scale emotional contagion through social networks”, Adam D. I. Kramer, Jamie E. Guillory & Jeffrey T. Hancock, Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America (PNSA), Vol 111, #24, July 17, 2014.
[9] “The Author of a Controversial Facebook Study Says He’s ‘Sorry’”, Stephanie Burnett, Time, June 30, 2014.
[10] “Facebook still won’t say ’sorry’ for mind games experiment”, David Goldman, CNN, July 2, 2014.
[11] “Privacy watchdog files complaint over Facebook study”, Jessica Guynn, USA Today, July 3, 2014.
[12] “Facebook apologises for psychological experiments on users”, Samuel Gibbs, The Guardian, July 2, 2014.
[13] “Using Social Media To Predict the Future: A Systematic Literature Review”, Lawrence Phillips, Chase Dowling, Kyle Shaffer, Nathan Hodas & Svitlana Volkova, ArXiv, June 19, 2017.
[14] “If Facebook can tweak our emotions and make us vote, what else can it do?”, Charles Arthur, The Guardian, June 30, 2014.
[15] “Election Commission of India partners with Facebook to launch first nationwide voter registration reminder”, Facebook, June 28, 2017.
[16] “Many Americans Believe Fake News Is Sowing Confusion”, Michael Barthel, Amy Mitchell & Jesse Holcomb, Pew Research Center, December 15, 2016.
[17] “Are Indian Elections Hacked By Foreign Companies?”, Shelley Kasli, Great Game India News, December 17, 2017.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article199351.html

Previsione dei Rothschild: l’ordine mondiale sull’orlo del crollo

13/6/2018
Banque Privee Edmond de Rothschild

Il famigerato Lord Jacob Rothschild aveva indirizzato un messaggio agli investitori del suo fondo RIT Capital Partners, in cui aveva toccato non solo lo stato del sistema finanziario, ma anche i problemi dell’ordine mondiale.

Questa volta, ha attirato l’attenzione sulle minacce al sistema economico globale istituito dopo la seconda guerra mondiale — e quando una delle persone che hanno fatto innumerevoli ricchezze nel dopoguerra avverte del pericolo di un collasso, si dovrebbe almeno ascoltare.

Trump rompe il globalismo

Come i fattori chiave che provocano il collasso del sistema globale, il miliardario ha indicato la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, così come la crisi dell’eurozona. Un altro problema, secondo lui, è la mancanza di un “approccio comune”. Tutto questo, riassume Lord Rothschild, provoca una deviazione dalla globalizzazione e, per molti aspetti, il processo è collegato alla regola del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Il capo del fondo ha detto che è stato Trump a rendere “molto più difficile la collaborazione oggi”.
“Negli eventi dell’11 settembre e nella crisi finanziaria del 2008, il mondo ha collaborato e ha seguito un approccio comune. Oggi la cooperazione è diventata molto più difficile. Ciò pone in gioco l’ordine postbellico nella sfera dell’economia e della sicurezza  “, ha detto Rothschild.
In questa situazione, secondo il Lord dell’antica dinastia, la politica del fondo è di sostenere le azioni e le capitali esistenti e di “affrontare i nuovi obblighi con grande cura”.

In effetti, il numero di titoli azionari quotati del RIT (equity quotato) è registrato a un livello storicamente basso (47%). Il motivo è che la famosa famiglia di miliardari di origine ebraica è preoccupata del fatto che il ciclo ottimistico dei 10 anni e la crescita delle quotazioni nel mercato stanno volgendo al termine. A questo proposito, recentemente il FMI ha previsto anche un rallentamento della crescita economica.

Rischi della zona euro e dei mercati emergenti

Rothschild ha riconosciuto che negli ultimi dieci anni molte economie si sono notevolmente rafforzate e, dopo la crisi finanziaria del 2008, circa 120 paesi hanno dimostrato una crescita. Tuttavia, ritiene il miliardario, i rischi per l’economia globale rimangono elevati: le attuali valutazioni del mercato azionario sono sopravvalutate dagli standard storici, ma sono gonfiate da anni di bassi tassi di interesse e politica di  “quantitative easing”, che stanno giungendo al termine. Uno dei rischi potenziali è l’economia europea, in cui i livelli del debito hanno raggiunto “livelli potenzialmente devastanti”, ha detto il signore.

“I problemi che l’area dell’euro deve affrontare sono pericolosi — sia politici che economici — dati i livelli potenzialmente devastanti di debito in molti paesi”.

Secondo Rothschild, i rischi della guerra commerciale globale sono in aumento — dato che i cinesi stanno imparando dall’amara esperienza:

“La probabilità di una guerra commerciale è aumentata e con essa  le tensioni,  l’impatto è stato registrato per le azioni — per esempio, all’inizio di luglio, l’indice azionario di Shanghai è sceso di circa il 22% dal suo picco nel mese di gennaio.”

Rothschild ha anche ripetuto un avvertimento recente fatto dal capo della Banca centrale dell’India, dicendo che la riduzione della liquidità globale dollaro ha colpito anche i mercati emergenti.

“È probabile che i problemi continuino nei mercati emergenti, coperti dall’aumento dei tassi di interesse e dalla politica monetaria della Fed americana, che ha esaurito la liquidità del dollaro globale. Abbiamo già visto l’impatto sulle valute turche e argentine “, ha ricordato il miliardario.

Infine, Rothschild si è detto preoccupato per “problemi geopolitici, tra cui il Regno Unito fuori dell’Unione europea, la Corea del Nord e del Medio Oriente, mentre il populismo si estende a livello globale.”
Rothschild: verità e astuzia

Ricordiamo che il fondo di investimento Rothschild è aumentato negli anni ’90, e nel 1998 il rendimento raggiunto tassi di spazio di 2400%. Grazie al successo ottenuto dagli investimenti dei miliardari del  clan Rothschild, questi vengono molto ascoltati e gli investitori e i più importanti esponenti delle politica sono tra i suoi partner commerciali — in particolare Warren Buffett e Henry Kissinger. Rothschild da  lungo tempo indica la vulnerabilità dell’economia mondiale: nel 2016 scrisse che la Banca centrale è stato “l’esperimento più grande nella politica monetaria” nella storia del genere umano, e ha sottolineato che le conseguenze sono imprevedibili.
Negli ultimi quattro anni, la Fondazione Rothschild divenne in realtà il portavoce dei cambiamenti imminenti: prima del referendum Brexit, che avevano precedentemente liquidato le attività in sterline. Nell’appello del 2016, quando tutti erano fiduciosi della vittoria di Hillary Clinton nelle elezioni presidenziali americane, Rothschild aveva avvertito che il processo elettorale sarebbe stato “straordinariamente stressante”.
Ora c’è la sensazione che il miliardario sia in qualche modo disonesto e intimidatorio per gli investitori. Vale la pena notare che la stessa RIT Capital Partners  investe attivamente in Asia (si tratta di beni cinesi, giapponesi, indiani). Inoltre, il fondo sta sviluppando la sfera delle tecnologie IT: a titolo illustrativo, sta investendo in servizi Dropbox e Alphabet-Google, oltre a biotecnologie, grandi infrastrutture (comunicazione ferroviaria negli Stati Uniti) e, naturalmente, energia.

Ma quello che è veramente interessante: Il Lord miliardario sta richiamando a preservare il capitale e non il rischio, così come lui stesso aveva accusato la Russia di aggressione  per aver espulso la banca Rothshild dal paese, in precedenza, aveva incorporato nelle azioni “Cassa di Risparmio” e “Novatek” (RIT Capital Partners investito in BlackRock Emerging Markets Fund). Ma in questo caso  Rothschild dimostra di  non essere astuto, così come lo è nel rottamare l’ordine mondiale attuale. Apparentemente, il fondo prevede di incassare benefici dal  naufragio dell’impero globalista e di passare pragmaticamente a mercati promettenti.
Rothschild stava parlando degli aspetti economici del crollo della globalizzazione, ma l’allarme suonava fra gli architetti politici del dispositivo  atlantista. Ricordiamo che questo riguarda l’ideologo dell’ordine mondiale  liberal, Bernard Henri Levy, che era fra i promotori alle origini del rovesciamento di Gheddafi, ed è responsabile per istruire gli islamisti dell’opposizione libica e ucraina di Maidan, e per incitamento alla guerra siriana e gli eventi in Iraq. Nel discorso di Amsterdam, ha dichiarato apertamente che il mondo sta cambiando, e l’egemonia americana tradizionale si sta erodendo.

E la critica di Trump alle dimissioni di Levy con l’indignazione di Rothschild: il presidente americano non esita nello smantellare l’infrastruttura del modello della precedente amministrazione nell’arena internazionale. Levy è indignato dal fatto che Trump semplicemente distrugga coerentemente quei progetti a cui il teorico liberale ha partecipato in passato. Cambiamenti negli ultimi anni non possono non eccitare gli ideologi globalisti del liberalismo e la crema della elite finanziaria mondiale: questi si riassumono nell’incipiente divisione in due del mondo occidentale, e nell’aumento delle posizioni forze di destra in Europa, e nello sviluppo di posizioni anti-americane e anti-sioniste in coalizione in Medio Oriente, e la fase economica (e non solo) che rappresenta un miracolo per la Cina. Il mondo sta cambiando e i globalisti stanno tentando freneticamente di adeguarsi alle nuove sfide.
Fonte: controinformazione.info
L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Preso da: https://it.sputniknews.com/punti_di_vista/201808136360569-previzione-dei-rothschild-fine-del-ordine-mondiale/