Ondate migratorie dalla Libia? Tanti le evocano ma nessuno le ha viste

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In Libia, minacciata la sostenibilità dell’olivicoltura

11/1/2019

Proibizione delle esportazioni e mancanza di mezzi: a Tarhouna, gli agricoltori e i lavoratori delle presse lottano con pazienza
In Libia, minacciata la sostenibilità dell'olivicoltura
I campi di ulivi si estendono a perdita d’occhio e l’odore dei frutti è inebriante: nella regione di Tarhouna (nord – ovest della Libia), l’olio d’oliva è un tesoro secolare. Ma l’olivicoltura è oggi minacciata, bandita dall’esportazione, vittima della selvaggia urbanizzazione e della mancanza di mezzi per svilupparsi.
“Abbiamo ancora problemi con i pezzi di ricambio, diventati costosi a causa del crollo del dinaro libico contro il dollaro, ma anche a causa del costo del processo di estrazione dell’olio” dice Zahri Bahri, proprietario di una delle tante presse di Tarhouna. Nella fattoria del signor Bahri, i frutti sono raccolti a mano, in modo da non danneggiare l’albero. Le olive, disposte su grandi drappi, sono trasportate in sacchi fino al mulino per l’estrazione del prezioso succo, dorato e profumato.

Albero mediterraneo per eccellenza, l’olivo ha prosperato sulla costa libica per secoli. In una Libia finita nel caos dopo la caduta del Leader Muammar Gheddafi nel 2011, le cui entrate dipendevano esclusivamente dalle esportazioni di petrolio, le autorità avevano per un certo tempo espresso il desiderio di sviluppare l’olivicoltura e migliorare la qualità dell’olio d’oliva per conquistare i mercati europei e competere con la produzione dei vicini del Maghreb. Anche lo sviluppo del turismo e della pesca erano parte delle ambizioni.
Il paese, però, non è riuscito a diversificare la sua economia. E nel 2017, le autorità libiche hanno deciso di sospendere l’esportazione di tre dei prodotti più emblematici per l’agricoltura: l’olio d’oliva, i datteri e il miele, con grande dispiacere degli agricoltori. Obiettivo: “proteggere” le produzioni locali e soddisfare le esigenze del mercato interno. Una misura “temporanea”, assicuravano le autorità, senza annunciarne la fine. Si stima che l’olio d’oliva locale sia “esportato alla rinfusa a prezzi bassi e senza alcun valore aggiunto per l’economia libica” mentre, allo stesso tempo, è necessario importare l’olio d’oliva (più costoso) per soddisfare la domanda locale, afferma un funzionario del Ministero dell’Agricoltura per giustificare il divieto.
Un settore da modernizzare
“C’è abbastanza produzione in Libia, ma non possiamo più esportarla” dice Bahri. La Libia ha otto milioni di ulivi su solo il 2% della terra arabile, in un paese di 1,76 milioni di chilometri quadrati, secondo il Ministero dell’Agricoltura libico. Raccoglie in media 150.000 tonnellate di olive all’anno, quasi tutte destinate alla pressa per produrre 30.000 tonnellate di olio, che la rendono l’undicesima azienda olivicola più grande al mondo, dietro ai suoi vicini della riva sud del Mediterraneo come il Marocco, la Tunisia o l’Algeria, secondo la classificazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao).
Tuttavia, l’olivicoltura in Libia è lontana dall’essere moderna ed efficiente, in particolare in assenza di stabilimenti specializzati nel confezionamento o nell’imbottigliamento. E per molti anni, le esportazioni di olio d’oliva si sono limitate alle iniziative personali degli agricoltori. Gli aiuti di Stato sarebbero benvenuti, dice Ali al-Nouri, proprietario di un’azienda agricola a Tarhouna, per il controllo della qualità o l’installazione di impianti di imbottigliamento. E per prosperare, la coltivazione degli ulivi ha bisogno di più attenzione e mezzi, compresa l’irrigazione in questo paese deserto, dice il contadino.
Sradicati nell’impunità generale.
Mokhtar Ali, proprietario di una fattoria di ulivi, alcuni dei quali hanno più di 600 anni, è indignato: prima del 1969, era severamente vietato tagliare o strappare un ulivo e “ogni trasgressore era severamente punito”. L’urbanizzazione è peggiorata a partire dalla primavera araba del 2011 e ora mette a repentaglio la sostenibilità dell’olivicoltura, secondo gli esperti del settore. Ora “gli ulivi sono strappati impunemente per farne carbone o sostituirli con cemento” denuncia il signor Ali.
Nella regione di Msillata (nord – ovest), vicino a Tarhouna, è ancora possibile ammirare ulivi millenari e godere di un olio famoso in tutto il paese per la sua dolcezza e il suo gusto fruttato. Oggi, gli oli importati e meno costosi dell’olio d’oliva, in particolare del mais, sono entrati nella cucina libica, ma l’olio d’oliva locale rimane il più consumato.
Tra le sue centinaia di ulivi, Mr. Nouri presta particolare attenzione a un albero molto singolare che dà una rara oliva di colore bianco. Originario della Toscana, in Italia, questa olea leucocarpa dà frutti che non diventano scuri quando sono maturi e il cui olio è a bassa acidità, dolce e fragrante. Tarhouna ha solo cinque o sei esemplari, piantati dagli italiani e la cui produzione finirà mescolata con quella di altre olive. Il signor Nouri ricorda che gli ulivi hanno “salvato” i libici durante i periodi di magra, prima della scoperta del petrolio in Libia alla fine degli anni ’50. Quest’albero è stato a lungo “come una madre nutrice”. Di fronte allo sradicamento di questa preziosa vegetazione, Mohkar Ali rimane ottimista: molti agricoltori “iniziano a ripiantarli”, dice “che si tratti di specie autoctone… o di piante importate dalla Spagna”.
Edizione italiana a cura di Francesca Quarta
Fonte

Con le dovute correzioni dall’ originale: http://www.sudnews.it/risorsa/In_Libia__minacciata_la_sostenibilit__dell_olivicoltura/47279.html

Origini della collusione wahhabita-sionista

Numidia
La Cause Du Peuple
gio, 22 nov 2012 09:34 UTC
saudisraele

Alla fine del XVIII.mo secolo, al culmine delle conquiste coloniali, gli imperialisti britannici crearono due forze distruttive apparentemente antagoniste, il sionismo da una parte, il wahhabismo o salafismo dall’altra. Applicavano così il motto “divide et impera”. Se i sionisti sono la spada dell’imperialismo, gli islamisti ne sono gli ausiliari, gli harkis. Il sionismo è una calamità imposta dall’esterno al mondo arabo. Il wahhabismo è una degenerazione endogena inoculata agli arabi in modo che per primo attacchino i musulmani sunniti: turchi e gli altri arabi. Rashid Ghannouchi ha detto che i salafiti sono i “suoi figli”, essendo il padre del salafismo in Tunisia. Quindi evitate di dover distinguere tra salafismo, wahabismo e islamismo: sono la stessa razza.

L’islamismo è per l’Islam ciò che è il sionismo per l’ebraismo: un’ideologia di conquista del potere in nome della religione a scapito del popolo. Allo stesso modo, come non dobbiamo confondere Islam e islamismo, non confondiamo sionismo ed ebraismo. Ma quando si sostiene di essere il protettore dei luoghi santi dell’Islam, come afferma la dinastia saudita, quando finanza e dirige gruppi islamisti, spesso terroristici, e poi nascondendo la propria origine ebraica, ne fa di fatto un “sottomarino” sionista. Secondo i documenti storici pubblicati di recente, questo sarebbe il caso del wahhabismo e della dinastia saudita.

Origini

Nel 1914 inizia la prima guerra mondiale. Avrà un impatto decisivo sul successo del sionismo e del wahhabismo. Gli ottomani entrarono in guerra a fianco della Germania e dell’Austria-Ungheria contro Francia, Regno Unito, Italia e Russia zarista. Ognuna di queste quattro potenze aveva ambizioni territoriali verso l’Impero ottomano che volevano smantellare e spartirsi. Nel 1915, il leader sionista inglese Chaim Weizmann s’impegnò a convincere l’amministrazione britannica dei vantaggi nel sostenere la causa sionista. Nel 1916, l’accordo segreto Sykes-Picot divideva tra la Francia e il Regno Unito l’impero ottomano, in caso di vittoria, assegnando ai britannici le aree che bramavano. Nel 1917, Lord Balfour, rappresentante del governo britannico, inviò a Lord Lionel Walter Rothschild una lettera, la “Dichiarazione Balfour”, in cui affermava che il Regno Unito era favorevole alla creazione di un “focolare nazionale ebraico” in Palestina.

I sauditi accettarono la creazione d’Israele

In occasione della Conferenza di pace di Parigi del 1919, venne firmato l’accordo Faisal-Weizmann il 3 gennaio 1919, tra l’emiro Feisal ibn Hussein (sceriffo della Mecca e re dell’Hijaz) e Chaim Weizmann (in seguito, nel 1949, primo presidente d’Israele). Grazie a questo accordo, Faisal ibn Hussein accettava, a nome degli arabi, i termini della Dichiarazione di Balfour. Questa affermazione è considerata de facto uno dei primi passi per la creazione dello Stato d’Israele. Nel marzo 1919, l’emiro Faisal inviò la seguente lettera a Felix Frankfurter, giudice statunitense e sionista sfegatato, insediato presso la Corte Suprema degli Stati Uniti. “… Il movimento ebraico è nazionale e non imperialista e il nostro movimento (wahhabismo) è nazionale e non imperialista. In Palestina c’è spazio sufficiente per entrambi i popoli. Penso che entrambi i popoli abbiano bisogno del sostegno dell’altro per avere successo. (…) Guardo con fiducia a un futuro in cui ci aiuteremo a vicenda, in modo che ogni Paese verso cui abbiamo un vivo interesse possa, ancora una volta, ritrovare il proprio posto nella comunità delle nazioni civili del mondo.” Vedasi Renee Neher-Bernheim, La Dichiarazione di Balfour, Julliard 1969.

In seguito, dopo gli accordi di Camp David, l’Arabia Saudita fu uno dei primi Paesi arabi a importare prodotti israeliani. Secondo al-Alam, l’Arabia Saudita ha importato da Israele le attrezzature necessarie per l’estrazione di petrolio, così come pezzi di ricambio per macchine agricole, frutta e verdura; è stato uno dei primi Paesi arabi ad avere forgiato legami economici e commerciali con il regime sionista. E come ben sanno i lavoratori della società “Aramco”, che è il principale operatore petrolifero saudita, in gran parte l’azienda utilizza il cosiddetto “Made in Israel”.

L’intelligence irachena svela le origini ebraiche dei wahhabiti sauditi

Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha pubblicato, di recente, le traduzioni di alcuni documenti dei servizi segreti iracheni risalenti al regime di Saddam. La relazione si basa sulle memorie di Hempher, che descrivono in dettaglio come questa spia britannica in Medio Oriente, alla metà del XVIII.mo secolo, fosse in contatto con Abdul Wahhab, per creare una versione sovversiva dell’Islam, il wahhabismo, divenendo il culto fondativo del regime saudita. Queste “Memorie di Hempher” sono state pubblicate a episodi sul giornale tedesco Der Spiegel.

Tra i vizi che gli inglesi volevano promuovere tra i musulmani attraverso la setta wahhabita, vi erano il razzismo e il nazionalismo, l’alcool, il gioco d’azzardo, la lussuria (difetti che si possono trovare negli emiri attuali). Ma la strategia più importante si basava sulla “diffusione delle eresie tra i credenti per poi criticare l’Islam come una religione di terroristi”. A tal fine, Hempher trovò in Muhammad Ibn Abdul Wahhab un individuo particolarmente recettivo. Il movimento wahhabita fu temporaneamente sconfitto dall’esercito ottomano a metà del XIX.mo secolo. Ma con l’aiuto degli inglesi, i wahhabiti sauditi tornarono al potere nel 1932. Da allora, i sauditi hanno collaborato strettamente con gli statunitensi, a cui devono la loro considerevole ricchezza petrolifera, che usano per finanziare diverse organizzazioni islamiche fondamentaliste statunitensi e arabe. Allo stesso tempo, i sauditi usarono la loro grande ricchezza per diffondere questa visione deviante e dirompente dell’Islam, in diverse parti del mondo. Questa campagna propagandistica è considerata dagli esperti la più grande campagna di propaganda della storia.

Queste sette wahhabite che vanno dai salafiti tunisini ai taliban afgani, spargono terrore ed orrore nel mondo islamico, sporcano l’Islam con il loro comportamento e le nefaste fatwa che pubblicano. Inoltre, un famoso scrittore, l’ammiraglio della flotta ottomana, che ha operato nella penisola arabica, Ayoub Sabri Pasha ha scritto la sua versione della storia, come l’ha vissuta nel 1888. Tra i suoi libri, “L’inizio e la diffusione del wahhabismo“, parla dell’associazione tra Abdul Wahhab e la spia inglese Hempher per complottare contro il governo turco-ottomano, al fine di smembrarlo a beneficio degli inglesi e della setta wahhabita. Il fatto che la spia britannica Hempher sia stata responsabile della concretizzazione dei principi estremistici del wahhabismo viene menzionato anche in “Mir’at al-Haramain“, un libro dello stesso Ayoub Sabri Pasha, del 1933-1938.

Abdul Wahhab era lo strumento con cui gli inglesi poterono insinuare una vile idea tra i musulmani dalla penisola arabica: è lecito uccidere altri musulmani con il pretesto dell’apostasia, bastò pubblicare una fatwa in tal senso. Sulla base di ciò, Wahhab sostenne l’idea che i loro fratelli musulmani turchi, offrendo preghiere ai santi, avessero tradito la loro fede e che era lecito ucciderli, e renderne schiavi le mogli e i figli. I wahhabiti distrussero anche tutte le tombe e i cimiteri sacri, tra La Mecca e Medina. Rubarono il tesoro del Profeta, che comprendeva libri sacri, opere d’arte e innumerevoli ex voto inviati alle città sante in mille anni. Il cuoio che rilegava i sacri libri islamici che avevano distrutto, venne utilizzato per farne sandali da parte dei criminali wahhabiti. Oltre a rivelare il contenuto delle memorie di Hempher, la relazione dell’intelligence irachena riporta rivelazioni inedite sulle origini ebraiche di Abdel Wahhab e della famiglia Saud.

Le origini ebraiche di Abdel Wahhab

Un altro scrittore, D. Mustafa Turan scrisse in “Gli ebrei donmeh“, che Muhammad ibn Abdul Wahhab era un discendente di una famiglia di ebrei donmeh turchi. I donmeh erano discendenti dei seguaci del famigerato falso messia dell’ebraismo Shabbatai Zevi, che scioccò il mondo ebraico nel 1666 con la sua conversione all’Islam. Considerato un sacro mistero, i seguaci di Zevi imitarono la sua conversione all’Islam, anche se questi ebrei mantennero in segreto le loro dottrine cabalistiche. Turan sostiene che il nonno di Abdul Wahhab, Sulayman, in realtà si chiamava Shulman e che apparteneva alla comunità ebraica di Bursa in Turchia. Da lì si trasferì a Damasco, dove fece finta di essere un musulmano, ma fu apparentemente espulso per aver praticato la magia cabalistica. Poi fuggì in Egitto, dove di nuovo affrontò un’altra condanna. Poi emigrò in Hijaz dove si sposò e nacque il figlio Abdul Wahhab. Secondo la relazione irachena, la stessa discendenza è confermata in un altro documento dal titolo “Gli ebrei donmeh e l’origine dei sauditi wahhabiti“, scritto da Salim Qabar Rifaat.

Le origini ebraiche della dinastia saudita

Il fatto che la famiglia saudita sia di origine ebraica è stato reso pubblico dal saudita Muhammad Saqir, che è stato poi eliminato dal regime saudita per aver osato pubblicare le sue rivelazioni. Inoltre, la relazione irachena fa riferimento ad una relazione simile alle rivelazioni di Muhammad Saqir, ma citando fonti diverse. Secondo “Il movimento wahabita: verità e origini“, di Abdul Wahhab Ibrahim al-Shammari, ibn Saud in realtà discende da Mordechai bin Ibrahim bin Mushi, un mercante ebreo di Bassora. Si unì ai membri della tribù araba degli Aniza e si recò con loro nel Najid affermando di essere un membro di questa tribù. Poi cambiò il suo nome in Ibrahim bin Mussa bin Marqan. Tuttavia, secondo Said Nasir, ambasciatore saudita a Cairo, nella sua “Storia della famiglia Saud“, Abdullah bin Ibrahim al-Mufaddal avrebbe dato a Muhammad al-Tamimi 35.000 junayh (sterline), nel 1943, per inventarsi gli alberi genealogici (1) della famiglia saudita e (2) di Abdul Wahhab, per poi fonderli in un unico albero risalente al profeta Maometto.

Nel 1960, la radiostazione “Sawt al-Arab” di Cairo, in Egitto e le trasmissioni della radiostazione di Sanaa, nello Yemen, confermarono l’origine ebraica della famiglia saudita. Infine, il 17 settembre 1969, il re Faisal al-Saud disse al Washington Post: “Noi, la famiglia saudita, siamo cugini dei giudei: non siamo assolutamente d’accordo con le autorità arabe o musulmane che mostrano antagonismo verso gli ebrei, dobbiamo vivere in pace con loro. Il nostro Paese (Arabia Saudita) è la prima sorgente da cui provenne il primo ebreo, i cui discendenti si sono sparsi nel mondo.

Altri esempi recenti

1) L’eroe del film anti-Islam è Mossaab, figlio di Hassan Yousef, un importante leader di Hamas

Il Partito della Liberazione egiziano ha detto che l’eroe del film blasfemo contro il Profeta, che la benedizione e la salvezza siano con lui, è Mossaab, figlio di un importante leader di Hamas, Hassan Youssef. Due anni prima, Mossaab era un agente del Mossad e fu responsabile dell’omicidio e dell’arresto dei dirigenti dei partiti, tra cui al-Rantisi, Yassin, Marwan al-Barghouthi, ha scritto il partito sul suo sito web. Quando Mossaab si convertì al cristianesimo, Hamas non lo condannò per tradimento, né per apostasia. Il movimento lo lasciò emigrare negli Stati Uniti e suo fratello si rifiutò di condannarlo. Mossaab svelò i segreti di suo padre e del movimento in un libro intitolato “Il figlio di Hamas“. Mossaab si recò ad al-Quds pochi mesi prima, per partecipare al film. Secondo Wikipedia, Mossaab ibn Hasan ibn Yusuf ibn Khalil, detto Josef, era un grande collaboratore dello Shabak. Riuscì a impedire l’assassinio di importanti personalità israeliane.

2) Rashid Ghannouchi e la lobby sionista

La visita del leader del partito islamico di Washington venne organizzata dal WINEP (Istituto di Washington per la Politica del Vicino Oriente), un think tank dipendente dall’AIPAC (The American Israel Public Affairs Committee: principale gruppo di pressione operante negli Stati Uniti su interesse della difesa d’Israele). Ricordiamo che i due pilastri che sostengono i sionisti negli Stati Uniti sono AIPAC e WINEP. Sul sito del WINEP, il tema della visita di Rashid Ghannouchi venne pubblicata in formato PDF. Ma ciò sembrò imbarazzante, e quindi venne rimosso 24 ore dopo esser stato inserito online. In occasione della cerimonia organizzata dalla rivista Foreign Policy, R. Ghannouchi ricevette il riconoscimento di uno dei più grandi intellettuali del 2011, assegnato dai più prestigiosi media statunitensi. È interessante notare che tra gli oltre 100 “intellettuali di spicco”, di cui fa parte Rashid Ghannouchi, vi sono anche i sinistri Dick Cheney, Condoleezza Rice, Hillary Clinton, Robert Gates, John McCain, Nicolas Sarkozy, Tayyip Erdogan e il sionista furioso Bernard Henri Levy, oltre a una lunga lista di valletti “arabo-musulmani”. Ghannouchi si trova nella stessa banda di assassini di milioni di iracheni, palestinesi, libici, afghani e altri.

Davanti ad un pubblico di giornalisti, politici e politici che, nella loro maggioranza, sono più interessati agli interessi d’Israele che di quelli degli Stati Uniti, per non parlare di quelli arabi, Rashid Ghannouchi aveva delineato la sua visione del futuro e del ruolo svolto dai Fratelli musulmani in Tunisia, Nord Africa, mondo arabo e della loro cooperazione con gli Stati Uniti. Non contento di mostrare fedeltà e sottomissione al governo degli Stati Uniti, Rashid Ghannouchi aveva rassicurato la lobby sionista sull’articolo secondo cui lui stesso aveva proposto l’inclusione nella Costituzione della Tunisia del rifiuto del governo tunisino a collaborare con Israele. Non sarà mai sancito nella Costituzione tunisina che la Tunisia non allaccerà eventuali rapporti con l’entità sionista. Il suo passaggio al WINEP non fu un momento divertente. Credendo di essere più furbo degli altri, il nostro gianburrasca nazionale-islamista s’è fatto immortalare in un video quando ha negato di aver definito gli Stati Uniti il “Grande Satana”, nel 1989. La vergognosa grossa menzogna di questo presunto grande intellettuale arabo. Con un minimo di orgoglio, chiunque altro avrebbe rinunciato al cosiddetto riconoscimento. Ma non lui. Si disprezza meglio ciò che è ridicolo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio per SitoAurora

Originale di Hannibal Genséric su Numidia

Preso da: https://it.sott.net/article/1960-Origini-della-collusione-wahhabita-sionista

Aggressione camuffata da guerre civili

 

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Se ci si darà la pena di guardare con distacco i fatti, si constaterà che i vari conflitti che da sedici anni insanguinano l’intero Medio Oriente Allargato, dall’Afghanistan alla Libia, non sono una successione di guerre civili, bensì l’attuazione di strategie regionali. Ripercorrendo gli obiettivi e le tattiche di queste guerre, a cominciare dalla “Primavera araba”, Thierry Meyssan ne osserva la preparazione del prosieguo.

| Damasco (Siria)
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A fine 2010 cominciò una serie di guerre, presentate inizialmente come sollevamenti popolari. Tunisia, Egitto, Libia, Siria e Yemen furono poi travolti dalla “Primavera araba”, riedizione della “Grande rivolta araba del 1915” iniziata da Lawrence d’Arabia, con un’unica differenza: questa volta non si trattava di appoggiarsi ai Wahhabiti, ma bensì ai Fratelli Mussulmani.

Questi accadimenti erano stati minuziosamente pianificati sin dal 2004 dal Regno Unito, come dimostrano i documenti interni del Foreign Office, rivelati dallo whistleblower [lanciatore d’allarmi] britannico Derek Pasquill [1]. Con l’eccezione del bombardamento di Tripoli (Libia) ad agosto 2011, tali eventi erano frutto non soltanto delle tecniche di destabilizzazione non violente di Gene Sharp [2], ma anche della guerra di quarta generazione di William S. Lind [3].
Messo in atto dalle forze armate USA, il progetto britannico di “Primavera araba” si sovrappose a quello dello stato-maggiore americano: la distruzione delle società e degli Stati su scala regionale, formulata dall’ammiraglio Arthur Cebrowski, resa popolare da Thomas Barnett [4] e illustrata da Ralph Peters [5].
Nel secondo trimestre 2012 la situazione sembrò calmarsi, tanto che Stati Uniti e Russia si accordarono il 30 giugno a Ginevra su una nuova ripartizione del Medio Oriente.
Ciononostante, gli Stati Uniti non onorarono la propria firma. Una seconda guerra iniziò a luglio 2012, dapprima in Siria poi in Iraq. Ai piccoli gruppi e ai commando subentrarono vasti eserciti di terra, composti da jihadisti. Non era più una guerra di quarta generazione, bensì una classica guerra di posizione, adattata alle tecniche di Abou Bakr Naji [6].
Allorché la Cina svelò le proprie ambizioni, la volontà di prevenire la riapertura della “via della seta” si sovrappose ai due antecedenti obiettivi, conformemente agli studi di Robin Wright [7].
Nell’ultimo trimestre 2017, con la caduta di Daesh, gli avvenimenti sembrarono nuovamente placarsi, ma gli investimenti nei conflitti del Medio Oriente Allargato erano stati così ingenti che era impossibile per i partigiani della guerra rinunciarvi senza aver ottenuto risultati.
Si assistette così a un tentativo di rilancio delle ostilità con la questione kurda. Dopo un primo scacco in Iraq ce ne fu un secondo in Siria. In entrambi i casi, la violenza dell’aggressione indusse Turchia, Iran, Iraq e Siria a compattarsi contro il nemico esterno.
Alla fine il Regno Unito ha deciso di perseguire l’obiettivo iniziale di egemonia attraverso i Fratelli Mussulmani e per farlo ha costituito il “Gruppo Ristretto”, rivelato da Richard Labévière [8], struttura segreta che include Arabia Saudita, Stati Uniti, Francia e Giordania.
Da parte loro, gli Stati Uniti, applicando il “Pivot verso l’Asia” di Kurt Campbell [9], hanno deciso di concentrare le proprie forze contro la Cina e hanno di nuovo formato, con Australia, India e Giappone, il Quadriennal Security Dialogue.
Frattanto, l’opinione pubblica occidentale continua a credere che il conflitto unico che ha già devastato il Medio Oriente allargato, dall’Afghanistan alla Libia, sia una successione di guerre civili per la democrazia.

[1] When Progressives Treat with Reactionaries. The British State’s flirtation with radical Islamism, Martin Bright, Policy Exchange, September 2004. “I had no choice but to leak”, Derek Pasquill, New Statesman, January 17, 2008.
[2] Making Europe Unconquerable: The Potential of Civilian-based Deterrence and Defense, Gene Sharp, Taylor & Francis, 1985.
[3] “The Changing Face of War: Into the Fourth Generation”, William S. Lind, Colonel Keith Nightengale, Captain John F. Schmitt, Colonel Joseph W. Sutton, Lieutenant Colonel Gary I. Wilson, Marine Corps Gazette, October 1989.
[4] The Pentagon’s New Map, Thomas P.M. Barnett, Putnam Publishing Group, 2004.
[5] “Blood borders – How a better Middle East would look”, Colonel Ralph Peters, Armed Forces Journal, June 2006.
[6] The Management of Savagery : The Most Critical Stage Through Which the Umma Will Pass, Abu Bakr Naji, 2005. English version translated by William McCants, Harvard University, 2006.
[7] “Imagining a Remapped Middle East”, Robin Wright, The New York Times Sunday Review, 28 septembre 2013.
[8] « Syrieleaks : un câble diplomatique britannique dévoile la “stratégie occidentale” », Richard Labévière, Observatoire géostratégique, Proche&Moyen-Orient.ch, 17 février 2018.
[9] The Pivot: The Future of American Statecraft in Asia, Kurt M. Campbell, Twelve, 2016.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article199869.html

Un altra vittoria di Muammar Gheddafi

L’ultima vittoria di Muammar Gheddafi

Il 6 marzo 2011 era chiaro che il regime libico aveva soppresso la rivolta interna e sospeso il caos nel mondo arabo. Una missione clandestina di un diplomatico inglese protetto da 8 ufficiali delle SAS nella base orientale dell’opposizione libica si concluse con la loro detenzione e “interrogatorio” da parte dei capi ribelli. L’articolo del Sunday Times fu la “bandiera bianca” issata dagli organizzatori delle proteste in Medio Oriente e Nord Africa del 2010-2011. Fin dall’inizio la catena di eventi in Libia ebbe una svolta inaspettata per le élite globali. Muammar Gheddafi si rifiutò di abbandonare Tripoli e, insieme alla famiglia e al clan, mantenne i contatti coi libici attraverso la TV nazionale e regolari apparizioni pubbliche. Nell’impressionante discorso del 22 febbraio 2011, ripristinò il sostegno pubblico ed incoraggiò i libici a resistere alla rivolta. Da allora i media mainstream internazionali diffusero bugie inaudite sugli eventi in Libia. Si sentì parlare di “mercenari stranieri che uccidono civili”, “attacchi aerei sui dimostranti”, “bombardamenti delle posizioni ribelli”, “grandi proteste contro Gheddafi a Tripoli”, “migliaia di rifugiati libici” e tanti altri annunci che, come risultò, non avevano nulla a che fare con la realtà.
Le fonti interne libiche, ad esempio del Centro di San Pietroburgo per il Medio Oriente moderno, descrivevano una realtà piuttosto diversa. Non c’erano proteste a Tripoli e dintorni. Pochi gruppi di emarginati operavano ad al-Zawiya (sobborgo occidentale di Tripoli) e al centro (l’incendio doloso della Sala del Popolo la notte del 21 febbraio è apparentemente l’atto più noto) furono prontamente neutralizzati dalla polizia municipale. Gli “attacchi aerei” dell’Aeronautica libica prendevano di mira depositi di munizioni nelle vicinanze di Bengasi, quando la minaccia che venissero catturati dai separatisti orientali era ancora alta. La questione dei “mercenari stranieri che proteggevano Gheddafi”, è apparentemente la più interessante. È chiaro che qualsiasi mercenario combatte per soldi. Quindi nel conflitto in cui sono coinvolti gli interessi delle mafie petrolifere internazionali, i mercenari sono la forza meno affidabile. Avrebbero tradito Gheddafi ben prima. Quindi Gheddafi è un uomo intelligente e ne è perfettamente consapevole. Non poteva arruolarli. Ma supponiamo che la loro presenza in Libia fosse un fatto provato. Potevano essere “gentilmente” proposti a Gheddafi dai vicini “simpatizzanti” africani? Si, perché no. Qual era la loro missione? Dovevano avere l’ordine dai loro veri padroni di essere spietati e feroci contro i “manifestanti” locali il più possibile per intensificare il conflitto. Non c’è da stupirsi che dopo i primi scontri con la loro partecipazione e annunci nel mondo dei media, i mercenari siano “scomparsi”. Certamente avremo modo di conoscere dettagli sorprendenti sulle operazioni militari dell’esercito libico contro i mercenari “alleati” di fine febbraio 2011. Guardando la CNN riportare la “guerra civile” in Libia va capito che ciò significa che le forze governative localizzavano ed eliminavano questi “alleati”.
Ora, perché tale scenario rischioso? Perché il regime di Gheddafi era il più stabile in Medio Oriente. Si noti che tutti i “dittatori arabi” andati al potere col sostegno degli Stati Uniti negli anni ’80 furono facilmente eliminati nel gennaio-febbraio 2011, prontamente “caduti in coma”. Non avevano l’autorità morale per combattere per un potere ottenuto illegittimamente. Qual era la componente chiave di tale illegittimità? Quando aspirarono al potere, si allearono segretamente con una nazione straniera che li sostenne completamente. Da allora non sono leader sovrani. Questo è il motivo per cui non possono sconfiggere la rivoluzione. Non possono dire la verità al popolo e alla comunità internazionale, perché iniziare a dire la verità significa dirla TUTTA. E TUTTA la verità include le circostanze della loro ascesa al potere… Ma c’è una soluzione per tale situazione di “stallo”. Se un leader politico riconosce i vergognosi rapporti clandestini con una potenza straniera, non sarà mai condannato ma PERDONATO e sostenuto dal popolo. Dopo di che lealtà e professionalità delle guardie del corpo impediranno che il futuro politico sia il caos. Le alternative sono la forca di Sadam, i letti da moribondi di Mubaraq e Ben Ali.
Torniamo alle “rivoluzioni popolari in Medio Oriente”. Vediamo che per avere successo c’era disperatamente bisogno di “masse infuriate”. Quindi qualcuno doveva infuriarle. Come in Iran nel giugno 2009? Cecchini sconosciuti uccisero astanti a Teheran durante le proteste (i dettagli sono nell’articolo “Cosa decidono i Bilderberger dell’Iran“). Cosa successe in Egitto nel gennaio 2011? Ancora una volta cecchini sconosciuti spararono alla folla dal tetto dell’edificio del Ministero degli Interni di Cairo. Si noti che in entrambi i casi fu fatto di tutto per convincere il pubblico che i perpetratori fossero le forze governative. Ma dov’era la prova? C’è qualche logica nei servizi di sicurezza che uccidono dimostranti per provocarli a commettere atti violenti? Al contrario, la loro missione è disperdere pacificamente la folla, identificare e arrestare le “teste calde” tra i manifestanti ed evitare vittime! Allora, chi sparava dal tetto del Ministero degli Interni egiziano? Non lo sappiamo ancora. Ma chi fece lo stesso in Tunisia durante l’agitazione pubblica fu catturato e mostrato da RT. Si guardi il seguente video:

Credete che costoro dai passaporti svedesi e inlgesi cacciassero davvero cinghiali per le strade di Tunisi?
Ora possiamo fare alcune conclusioni. Innanzitutto, non c’era nulla di spontaneo nell’ondata delle rivoluzioni del Nord Africa e Medio Oriente del 2011. I disordini popolari in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, ecc. furono accuratamente preparati, organizzati, finanziati e sostenuti dai media internazionali. Abbastanza sorprendentemente, al-Jazeera svolse un ruolo fondamentale nel sostenere i conflitti nelle società arabe diffondendo disinformazione e silenziando le voci della verità e sobrie. In secondo luogo, chi architettò tali insurrezioni, generalmente fallì. Non c’è dubbio che l’idea era organizzare caos e guerre civili nel mondo arabo, provocare imbarazzo nelle élite nazionali, imporre l’opposizione radicale anti-progressista al potere nei Paesi chiave della regione. Poi si aspettavano che, a tempo debito, standard sociali degradati e cattiva gestione del governo catalizzata dalla propaganda dei media internazionali creassero le condizioni per imporre il controllo estero su questi Stati islamici. La Libia con le sue ricche riserve naturali era il premio più ambito. Ma con Muammar Gheddafi ancora al potere che riacquistava sostegno pubblico e si sbarazzava dei rami “secchi” tra gli alti funzionari, gli attori globali soffrivano molto mentre il fantasma del presidente Bush Jr. si profila di nuovo al largo delle coste libiche. Apparentemente le élite non ebbero altra scelta che attivare le super-portaerei statunitensi. Messi all’angolo e sotto la pressione schiacciante della piramide del dollaro. Terzo e più importante, questi eventi rivelavano il legame occulto tra “islamisti” ed élite globali. Muammar Gheddafi combattendo gli islamisti di al-Qaida e allo stesso tempo sostituendo solennemente bin Ladin come incarnazione del “Male assoluto” nei media tradizionali, fu un cambiamento notevole. I radicali dovevano essere la nuova generazione di leader arabi. Non avrebbero portato prosperità o giustizia nelle loro società. La loro missione era stringere saldamente la pentola a pressione del mondo musulmano con regole e retorica pseudo-islamiche. Una volta esplosa, l’energia di milioni di giovani fanatici ignoranti che si diffondono nel mondo avrebbe aperto la strada allo scaltro Gran Pacificatore. I semi di tale misteriosa simbiosi furono piantati dall’intelligence inglese nel XIX secolo. Per esempio, se si segue la storia del fondatore della Fratellanza musulmana Hasan al-Bana, si vedrà che il “controllore generale” inglese in Egitto dal 1878 era Evelyn Baring, rampollo di una vecchia dinastia di banchieri che nominò lo sceicco Muhamad Abduh Gran Mufti d’Egitto. Non ne va sottovalutata l’importanza. Il Gran Mufti d’Egitto del tempo era la massima autorità spirituale nel mondo musulmano. Perché lo sceicco Abduh, noto salafita, fu scelto dal residente inglese? Perché lo scenario della falsa guida del mondo islamico delle élite globali era già stato scritto. Volevano che i musulmani fossero carne da cannone per imporre il loro dominio. Dovevano corrompere la fede islamica, sostituirla con un surrogato pseudo-islamico. Ecco perché Evelyn Baring scrisse dei salafiti: “Sono gli alleati naturali del riformatore europeo” (Goodgame, Peter. La Fratellanza Musulmana: l’arma segreta dei globalisti). A quel tempo Sheikh Adbuh divenne murshid (insegnante) di Muhamad al-Bana, padre di Hasan…
Quindi entriamo in tempi molto interessanti, forse decisivi. Muammar Gheddafi ha vinto la sua ultima battaglia nonostante vigore e pressione insolente da ogni parte. Ci saranno nuovi Gheddafi nati da madri musulmane che resisteranno al nuovo ordine mondiale? Speriamo e preghiamo di sì.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

LA SICILIA, LE BASI STRANIERE E LE GUERRE NEL MONDO ISLAMICO

martedì 11 aprile 2017

 

Traduzione in arabo del libro “Oltre il Canale”

Di Agostino Spataro

Quello che abbiamo temuto, e denunciato, è avvenuto: la Sicilia è stata trasformata in una formidabile piattaforma militare, convenzionale e nucleare, in mano straniere, al servizio di progetti avventuristici e di dominio verso il mondo arabo e il Mediterraneo che nulla hanno a che fare con gli interessi veri dei siciliani, anzi li danneggiano seriamente.
Storicamente, verso questo “mondo” la Sicilia, i suoi regnanti più illuminati, hanno tenuto un comportamento ispirato ai buoni rapporti, alla pace. Con risultati importanti per il bene dell’Isola e dell’Europa. Oggi, ci hanno arruolato in guerre, in pericolosi atti d’ingerenza in contrasto con il diritto internazionale vigente ed estranei alla nostra tradizione di Isola amante della pace e della cooperazione con i popoli del Mediterraneo e del mondo arabo. Tradizione rinverdita negli 70-80 del secolo trascorso, durante i quali abbiamo realizzato grandiosi progetti di cooperazione con il mondo arabo fra i quali ricordo: il metanodotto transmediterraneo Algeria, Tunisia, Sicilia, Italia (se volete vi spiego perché ho citato la Sicilia come un po’ a se stante) a quello con la Libia di Gheddafi, entrambi approdati sulle coste sud dell’Isola.
A proposito del “transmed” ricordo che, a un certo punto, a causa di pretese eccessive da parte tunisina, il progetto del metanodotto fu annullato. In quel caso, l’Italia non dichiarò guerra alla Tunisia che rifiutava il passaggio del “pipeline” sul suo territorio, non aprì le ostilità ma aprì una lunga e proficua trattativa (alla quale mi onoro di aver dato una mano, con alcuni deputati siciliani*) che portò a un accordo soddisfacente.
Oggi, la Siria è sotto attacco anche perché rifiuta di far passare, a certe condizioni, sul suo territorio alcuni oleodotti sauditi e del golfo Persico.
Questione di civiltà! Noi facemmo la trattativa, questi qui fanno la guerra!
Tutto ciò, conferma come la Sicilia, l’Italia con questi popoli desiderano convivere, lavorare, cooperare per far rinascere, in forme nuove e possibili, lo spirito della “civiltà mediterranea” (dai greci ai romani, dai fenici agli arabi, agli egizi, ecc) che, per secoli, ha illuminato, illumina la “civiltà occidentale”.
Tale, forzato coinvolgimento, infatti, non solo contrasta col sentimento pacifista dei siciliani, ma stride con una certa tradizione storica della Sicilia che, fin dall’antichità, quasi mai ha visto di buon occhio le guerre espansionistiche dell’Occidente contro i territori dell’Oriente islamico e ha fatto di tutto per evitare di parteciparvi.
Celebre è rimasto il comportamento, esemplare per saggezza e lungimiranza, di Federico II, re di Sicilia e imperatore del Sacro Romano Impero, il quale, inviato, suo malgrado, in Terra Santa (nel 1228) a capo della IX Crociata, “conquistò” Gerusalemme senza colpo ferire, sulla base di un accordo, lungamente e piacevolmente negoziato, con Malik al Kamil, sultano musulmano.
Addirittura, Qirtay Al-Izzi nel suo “Gotha” (manoscritto arabo del 1655) rileva che : “Quando l’imperatore, principe dei Franchi, aveva lasciato la Terra Santa e si era congedato da Al-Malik Al-Kamil ad Ascalona, i due monarchi si erano abbracciati promettendosi mutua amicizia, assistenza e fraternità”.
Prima di questo evento memorabile, accadde a Palermo un altro episodio di uguale valenza che vide protagonista un illustre avo del grande Federico, Ruggero I, il normanno, il quale riuscì a preservare la Sicilia dal coinvolgimento diretto nella prima Crociata, anche per non inimicarsi i vari regni del nord-Africa con i quali i normanni intrattenevano ottime relazioni politiche ed economiche.
L’episodio è riportato nella cronaca musulmana della prima Crociata, dallo storico arabo Ibn Al-Athir che, nel suo “Kamil” (Edizione Torneberg), scrive, fra l’altro:
“Nel 484/1091, i franchi portarono a termine la conquista della Sicilia … Nel 490/1097, essi invasero la Siria ed eccone i motivi: il loro re Baldovino era imparentato con Ruggero il Franco (il normanno n.d.r.) che aveva conquistato la Sicilia, e gli mandò a dire che, avendo riunito un grande esercito, sarebbe venuto nel suo paese e da là sarebbe poi passato in Africa (in Tunisia) per conquistarla …
Ruggero convocò i suoi fedeli e chiese loro consiglio in merito a questo problema …
“Per il Vangelo – risposero – ecco un’occasione eccellente per loro come per noi, l’Africa sarà terra cristiana…”
“Allora – annota lo storico arabo con disarmante naturalezza – Ruggero sollevò l’anca, fece un gran peto (sic!) e disse: Affè mia, questa è buona. Come? Se essi verranno dalle mie parti, andrò incontro a spese enormi per equipaggiare le navi …”
Quindi convocò l’ambasciatore di Baldovino per notificargli la sua contrarietà acché l’esercito crociato attraversasse la Sicilia per raggiungere l’Africa e gli disse le testuali parole: “Per quanto concerne l’Africa, tra me ed i suoi abitanti ci sono impegni di fiducia e trattati”
Oggi, purtroppo non c’è un nuovo Ruggero!

* Su tale trattativa esistono ampi resoconti di stampa, documenti parlamentari e politici.

 

Preso da: http://montefamoso.blogspot.it/2017/04/la-sicilia-le-basi-straniere-e-le.html

Sarkozy, BHL, NATO dietro gli attacchi terroristi in Tunisia e Mali

di Olivier Ndenkop

7dic2015.- Martedì 24 novembre 2015, un attacco terroristico, il terzo del genere rivendicato dal Daesh, ha preso di mira un autobus della guardia presidenziale, uccidendo 12 persone in Tunisia. 24 ore dopo l’attacco kamikaze, il governo tunisino ha deciso di chiudere il suo confine con la Libia. Per il presidente Beji Caid Essebsi, le cose sono chiare: i colpevoli di questa barbarie, qualunque sia la loro nazionalità, provengono dalla Libia, dove, dopo l’assassinio di Gheddafi, migliaia vengono addestrati ed equipaggiati, per andare a seminare la morte in tutto il Nord Africa e oltre. Quando Gheddafi era vivo, nessuno poteva azzardarsi a montare una base di addestramento per la jihad in questo eldorado particolarmente sicuro e sorvegliato giorno e notte da un esercito che era tra i più attrezzati del continente. Gli assassini di Gheddafi sono dunque responsabili dell’aumento della Jihad che colpisce il Nord dell’Africa.

Come ogni guerra, la guerra contro la Libia è stata venduta ai popoli come una guerra di liberazione. Una guerra “giusta”. Dovevamo aiutare i Libici a liberarsi dalla dittatura di Gheddafi, ci hanno detto. Il francese Bernard-Henri Levy, in posa con un ribelle a Bengasi, ha fatto credere che il futuro sarebbe stato radioso per i Libici. L’allora Presidente francese Nicolas Sarkozy è salito sul palco per indicare che la pace nel mondo arabo o nel mondo tout court passava per la neutralizzazione di Gheddafi, presentato come il diavolo incarnato sulla terra! I media del mondo intero hanno adottato questa propaganda di guerra. Peggio ancora, senza alcuna verifica, i media hanno riferito che Gheddafi ha bombardato il proprio popolo; che ha usato armi da guerra e altre bombe letali contro persone inermi.

L’occasione fa l’uomo ladro, un certo Ali Zeidan si è auto-proclamato portavoce della Lega libica per i Diritti Umani. Per mantenere l’attenzione del pubblico, il signor Zeidan ha dichiarato che Gheddafi ha bombardato il proprio popolo, facendo sei mila morti. Nessuna prova di queste affermazioni è stata fornita. Eppure, i media hanno iniziato a diffondere i risultati di queste morti, che esistevano solo nella testa di Ali Zeidan.

Sulla base di queste cifre prefabbricate, la Francia di Sarkozy ha proceduto a strumentalizzare l’Organizzazione delle Nazioni Unite, al fine di ottenere luce verde per uccidere Gheddafi. Così, il 26 febbraio 2011, su richiesta del ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha votato la risoluzione 1973, che istituisce una no-fly zone sulla Libia. Forniti di questo paravento legale, i paesi dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), guidati dalla Francia di Sarkozy, hanno preso a bombardare intensamente la Libia, uccidendo il suo leader!

Rifiutando tutte le mani tese di Gheddafi, rifiutando il negoziato proposto dal Gabonese Jean Ping (1), Presidente della Commissione dell’Unione Africana, la NATO, dominata dagli imperialisti occidentali, ha fatto fuori Gheddafi.

 

L’uccisione di Gheddafi ha portato il terrorismo e non lo sviluppo promesso 

Dopo la guerra della NATO contro la Libia, il paese più prospero dell’Africa è diventato un cimitero gigante! Una terra di nessuno, in cui gli esseri umani vengono macellati come le pecore del Tabaski (2)! Il paese è diventato una tana di jihadisti. Le scuole e gli ospedali sono stati in gran parte distrutti. Conseguentemente, le persone non possono più andare a scuola né curarsi gratuitamente e su scala di massa, come all’epoca di Gheddafi. I gruppi ribelli rivali si scontrano per controllare i pozzi di petrolio. Il governo di Tripoli contesta la legalità e la legittimità di quello di Tobruk e viceversa. L’economia del Paese è a un punto morto. In Libia, lo sviluppo ha ceduto alla miseria! Ecco come una guerra neo-coloniale, mascherata da “guerra umanitaria (3)” ha spento le speranze di un intero popolo. Le conseguenze di questa guerra neo-coloniale vanno oltre e nessuno è sicuro di esserne totalmente risparmiato, ovunque si trovi.

È ovvio constatare che tutti i vicini della Libia (Tunisia, Algeria, Niger, Ciad e Sudan) gradualmente sprofondano nell’insicurezza. Ciascuno di questi cinque paesi è già stato, almeno una volta, vittima di un attacco terroristico. Il paese di Gheddafi occupa un posto importante nell’internazionale terrorista per almeno tre ragioni: 1- La Libia è uno dei principali fornitori di fondi al terrorismo (soldi provenienti dalla vendita del petrolio e altri traffici, in zone controllate dai barbuti). 2- È una base per il reclutamento e la formazione. 3- È una base di ripiego.

Il cerchio di stati vittime dell’insicurezza in Libia è molto più grande. Per destabilizzare la Repubblica Centrafricana, nel dicembre 2013, la Seleka di Michel Djotodia metteva in atto un progetto franco-ciadiano con armi venute tra l’altro dalla … Libia. Gli specialisti della sicurezza spiegano che Boko Haram deve la sua forza in gran parte al caos libico, che permette al gruppo terroristico di ottenere finanziamenti e armi senza grandi controlli. Gli Islamisti che hanno provocato stragi in Mali sono stati riforniti a buon mercato dagli arsenali libici. Così, negli attacchi di Timbuktu, di Gao e Bamako, troverete che la Libia ha contribuito con l’indottrinamento, la formazione, il finanziamento e/o l’armamento.

Per giungere a decostruire la Libia, i cittadini degli Stati Uniti riconoscono di aver lanciato oltre 192 missili BGM-109 Tomahawk. La Francia si vanta di aver fatto 2.225 attacchi aerei, di cui 11 missili da crociera. Inoltre, al culmine della guerra contro Gheddafi, la Francia ha armato i terroristi, perché combattessero e uccidessero un governante in carica. Come confermato da Tony Cartalucci, l’organizzazione terroristica che ha combattuto il regime di Gheddafi nel 2011, ha beneficiato del sostegno diretto della NATO “che ha formato i suoi membri, ha fornito loro le armi, delle forze speciali e anche aerei per aiutare a rovesciare il governo libico.” (4) Ci sarà un tribunale di Norimberga per queste persone un giorno?

Curiosamente, quando gli specialisti, a volte di circostanza, spiegano l’ascesa del terrorismo in Africa dopo il Telegiornale delle 20h, si trattengono dal dirci perché tutto questo accade, accade così facilmente e con tale frequenza. Come se la legge di causalità, secondo cui non c’è mai un effetto senza una causa, improvvisamente fosse diventata inoperante. Avrete notato che nessuno di questo esercito di “esperti d’Africa”, che sono sfilati sul piccolo schermo a “spiegare” l’attacco al Radisson Blu di Bamako ha ritenuto utile dire che il famoso Mokhtar Belmokhtar, che ha rivendicato l’attacco di questo stabilimento, è un puro prodotto della CIA, che ha reclutato, addestrato, armato e utilizzato su diversi “fronti”.

 

La Libia di Gheddafi: i numeri della verità

Al di là della propaganda condotta dagli imperialisti e dai loro media sulla Libia, è importante dire quello che Gheddafi ha fatto per il suo paese e per l’Africa, con le limitazioni inerenti alla natura umana.

La Libia ottiene l’indipendenza il 24 dicembre 1951, dopo una guerra contro i coloni italiani. Supportato dai cittadini britannici e americani, il re Idriss, capo della confraternita religiosa dei Senoussi diventa presidente della giovane Repubblica. Nel 1951, il petrolio libico non è ancora scoperto, ancora meno sfruttato.

Ma l’Inghilterra e gli Stati Uniti hanno creato delle basi militari in questo paese, che permettono loro di controllare il Mar Rosso e il Mar Mediterraneo. Nel 1954, Nelson Bunker Hunt, un ricco texano, scopre il petrolio in questo Paese (5).

Il potenziale è enorme, di 44 miliardi di barili. E c’è anche la qualità. Per un decennio, il re Idriss petrolio libico cederà il petrolio al 30% del prezzo mondiale. Il poco denaro ottenuto viene utilizzato principalmente per l’arricchimento personale del re e della sua famiglia. Il 1° settembre 1969, un giovane ufficiale militare sotto i 30 anni sale al potere dopo un colpo di stato contro il re Idriss. Il suo nome? Muammar Gheddafi. Come prima decisione, Gheddafi decide di chiudere le basi militari straniere nel suo Paese. Aumenta il prezzo del petrolio libico, che si è affrettato a nazionalizzare. Le grandi somme di denaro generato dalla vendita del petrolio venduto sono ora meglio investite nello sviluppo della Libia.

Sotto Gheddafi, il tasso di alfabetizzazione è aumentato dal 10% nel 1969 all’88% nel 2011. La speranza di vita alla nascita è aumentato dai 57 anni del 1969 ai 74 anni del 2010. Prima del suo assassinio, Gheddafi aveva portato il PIL della Libia a 12.062 dollari pro capite. I Libici beneficiavano di credito per 20 anni senza interessi per costruire la loro casa. Gli sposi ricevevano 64.000 dollari per acquistare il loro appartamento coniugale. Lo Stato concedeva un aiuto finanziario di 20.000 dollari ai Libici che avviavano un’attività privata ​​che potesse avere un impatto positivo sull’economia del paese …

A livello africano, Gheddafi ha permesso al continente di avere il suo primo satellite, pagando la somma di $ 300 milioni nel 2006, per consentire all’Africa di avere un satellite, necessario per la telefonia a basso costo e per la TV su larga scala. E non si è fermato qui. Gheddafi ha costituito una riserva di $ 30 miliardi di dollari, per finanziare la Banca Centrale Africana (Nigeria), la Banca Africana di Investimenti (Sirte) e il Fondo Monetario Africano (Yaoundé).

 

Perché abbiamo abbiamo ucciso un uomo, nonostante il suo bilancio in gran parte positivo?

La guerra lanciata il 19 Marzo 2011 contro Gheddafi ha avuto un unico obiettivo: fermare lo sviluppo della Libia e la liberazione dell’Africa coraggiosamente avviate dal leader libico.

Una precisazione importante: prima del primo satellite africano finanziato per ¾ da Gheddafi, l’Africa pagava annualmente la somma di $ 500 milioni di dollari per affittare satelliti occidentali. Questo vuol dire che Gheddafi ha privato i capital-imperialisti di una rendita di $ 500 milioni all’anno.

Dotando l’Africa di istituzioni finanziarie, come la Banca Centrale Africana, il Fondo Monetario Africano e l’African Investment Bank, il capitalismo finanziario internazionale è stato minacciato di morte. Perché questi istituti puramente africani avrebbero comportato tre conseguenze fatali per gli imperialisti: 1) Fine del ruolo del debito, che genera interessi astronomici per l’FMI e la Banca Mondiale; 2) L’euro e il dollaro avrebbero perso il loro potere di monete egemoniche, indispensabili nel commercio Nord-Sud e talvolta Sud-Sud (la Banca Centrale Africana era incaricata di battere una moneta africana); 3) Rafforzare la cooperazione Sud-Sud, in vista dello sviluppo del continente.

Note:

  1. Jean Ping nel 2014 ha pubblicato un libro dal titolo: Eclissi sull’Africa: si doveva uccidere Gheddafi? Rammaricandosi del fatto che gli stati imperialisti hanno rifiutato qualsiasi soluzione negoziata alla crisi libica, considera questi ultimi responsabili del caos che regna nel paese.
    2. L’immagine dei 20 copti egiziani in Libia massacrati dai terroristi ha fatto il giro del mondo.
    3. Per comprendere meglio la guerra della NATO contro la Libia, leggere il libro di Michel Collon intitolato La Libia, la NATO e le bugie dei media. Manuale di contro-propaganda, Libri Investig’Action-Colore, 2011.
  2. “Il riordino geo-politico dell’Africa: il sostegno nascosto degli U.S. ad Al Qaeda nel nord del Mali, la Francia ‘viene in soccorso’”, Global Research, gennaio 2013.
  3. Michel Collon, Gregorio Lalieu, La strategia del caos. L’imperialismo e l’Islam. Intervista a Mohamed Hassan, Libri Investig’Action-Colore, Bruxelles, 2011, P.203.

Fonte: Investig’Action

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Preso da: https://albainformazione.com/2015/12/08/802151023/

Gheddafi lo aveva predetto:”Se vado via io Libia ai terroristi e Mediterraneo in caos”.

16 febbraio 2015

gheddafi libia profezie

Gheddafi lo aveva predetto:”Se vado via io Libia ai terroristi e Mediterraneo in caos”.Ecco di seguito la sua intervista UFFICIALE al Corriere Della Sera del 7/03/2011 ,la quale vi farà capire tante cose…

Cosa succede?

«Tutti hanno sentito parlare di Al Qaeda nel Maghreb islamico. In Libia c’erano cellule dormienti. Quando è esplosa la confusione in Tunisia e in Egitto, si è voluto approfittare della situazione e Al Qaeda ha dato istruzioni alle cellule dormienti affinché tornassero a galla. I membri di queste cellule hanno attaccato caserme e commissariati per prendere le armi. E’ successo a Bengasi e a Al-Baida, dove si è sparato. Vi sono stati morti da una parte e dall’altra. Hanno preso le armi, terrorizzando la gente di Bengasi che oggi non può uscir di casa e ha paura».
Da dove vengono queste cellule di Al Qaeda?

«I leader vengono dall’Iraq (ISIS), dall’Afghanistan o anche dall’Algeria. E dal carcere di Guantanamo sono stati rilasciati alcuni prigionieri».
Come possono convincere i giovani di Bengasi a seguirli?

«I giovani non conoscevano Al Qaeda. Ma i membri delle cellule forniscono loro pastiglie allucinogene, vengono ogni giorno a parlare con loro fornendo anche denaro. Oggi i giovani hanno preso gusto a quelle pastiglie e pensano che i mitra siano una sorta di fuoco d’artificio».
Pensa che tutto questo sia pianificato?

«Sì, molto. Purtroppo, gli eventi sono stati presentati all’estero in modo molto diverso. E’ stato detto che si sparava su manifestanti tranquilli… ma la gente di Al Qaeda non organizza manifestazioni! Non ci sono state manifestazioni in Libia! E nessuno ha sparato sui manifestanti! Ciò non ha niente a che vedere con quanto è successo in Tunisia o in Egitto! Qui, gli unici manifestanti sono quelli che sostengono la Jamahiriya».
Quando ha visto cadere, in poche settimane, i regimi di Tunisia e Egitto, non si è preoccupato?

«No, perché? La nostra situazione è molto diversa. Qui il potere è in mano al popolo. Io non ho potere, al contrario di Ben Ali o Mubarak. Sono solo un referente per il popolo. Oggi noi fronteggiamo Al Qaeda, siamo i soli a farlo, e nessuno vuole aiutarci».
Quali opzioni le si offrono?

«Le autorità militari mi dicono che è possibile accerchiare i gruppuscoli per lasciare che si dileguino e per portarli pian piano allo sfinimento. Questa è gente che sgozza le persone. Che ha tirato fuori i prigionieri dalle carceri, distribuendo loro le armi, perché andassero a saccheggiare le case, a violentare le donne, ad attaccare le famiglie. Gli abitanti di Bengasi hanno cominciato a telefonare per chiederci di bombardare quella gente».
Le inchieste delle organizzazioni umanitarie parlano di 6.000 morti. Contesta questa cifra?

(Risata). «Le porto un esempio. C’è un villaggio abitato da meno di mille persone, compreso il segretario del comitato popolare. E’ stato detto che lui era in fuga verso l’estero. Invece, era qui, con me, sotto la mia tenda! E’ stato detto che c’erano stati 3.000 morti in questo villaggio che ne conta 1.000, e resta un luogo tranquillo, dove la gente non guarda nemmeno la tv».
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha preso una risoluzione contro la Libia…

«Non è competente per gli affari interni di un Paese. Se vuole immischiarsi, che invii una commissione d’inchiesta. Io sono favorevole».
Dal 1969 lei ha conosciuto 8 presidenti americani. L’ultimo, Barack Obama, dice che lei deve «andarsene» e lasciare il Paese…

«Che io lasci cosa? Dove vuole che vada?».
Cosa si aspetta oggi?

«Che Paesi come la Francia si mettano al più presto a capo della commissione d’inchiesta, che blocchino la risoluzione dell’Onu al Consiglio di sicurezza e che facciano interrompere gli interventi esterni nella regione di Bengasi».
Quali interventi?

«So che esistono contatti semi-ufficiali, dei britannici o di altri europei, con personaggi di Bengasi. Abbiamo bloccato un elicottero olandese atterrato in Libia senza autorizzazione».
I piloti sono vostri prigionieri?

«Sì, ed è normale».
A sentir lei, tutto va bene».

«Il regime qui in Libia va bene. E’ stabile. Cerco di farmi capire: se si minaccia, se si cerca di destabilizzare, si arriverà alla confusione, a Bin Laden, a gruppuscoli armati. Migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. Bin Laden verrà ad installarsi nel Nord Africa e lascerà il mullah Omar in Afghanistan e in Pakistan. Avrete Bin Laden alle porte». (nel 2001 la minaccia era Bin Laden,quindi Al Qaeda che oggi si è unita all’ ISIS)
Lei agita lo spettro della minaccia islamica…

«Ma è la realtà! In Tunisia e in Egitto c’è il vuoto politico. Gli estremisti islamici già possono passare di lì. Ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo. La Sesta Flotta americana sarà attaccata, si compiranno atti di pirateria qui, a 50 chilometri dalle vostre frontiere. Si tornerà ai tempi di Barbarossa, dei pirati, degli Ottomani che imponevano riscatti sulle navi.(*) Sarà una crisi mondiale, una catastrofe che dal Pakistan si estenderà fino al Nord Africa. Non lo consentirò!».

Come volevasi dimostrare: caduto Gheddafi la Libia è caduta nel caos, e oggi i terroristi dell’ISIS sono arrivati sino alle coste occidentali della regione.

E giusto per farvi capire quanto profetiche sono le parole di Gheddafi riportiamo una notizia di qualche giorno fa:
Degli uomini armati su un barchino hanno minacciato una motovedetta della Guardia Costiera italiana che stava soccorrendo un’imbarcazione con migranti a bordo, a circa 50 miglia da Tripoli. Gli uomini armati hanno intimato agli italiani di lasciare loro l’imbarcazione dopo il trasbordo dei migranti. E così è avvenuto. Il personale della Guardia Costiera a bordo delle motovedette che fanno operazioni di ricerca e soccorso migranti nel canale di Sicilia non è armato.

Gli ultimi italiani rimpatriati da Tripoli hanno dichiarato che a Tripoli l’ISIS c’è già da tempo. Ora fate uno più uno per capire chi fossero gli “uomini armati sul barchino”.

 L’ennesima politica disastrosa di un occidente imperialista ed assassino.

Gli inganni in Libia nel 2011: Attivisti politici e di difesa dei diritti umani bloccano a Tunisi carico d’armi dei ribelli

  • Attivisti politici e di difesa dei diritti umani bloccano a Tunisi carico d’armi dei ribelli
di GilGuySparks 14.08.2011
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A Tunisi attivisti politici e di difesa dei diritti umani contro la guerra si oppongono allo scarico di armi destinate ai golpisti di Benghasi.
Gli attivisti hanno bloccato il porto, dove una nave tunisina nazionale con carichi di armi e attrezzature militari, destinati all’opposizione delle forze libiche armate, era in procinto di scaricare il suo carico al porto di Zarzis nella capitale della Tunisia.

Il segretario generale del Movimento 14 gennaio, Mouldi Dakhli, secondo United Press International, ha detto che “attivisti politici e attivisti dei diritti umani nella città di Zarzis appreso che una serie di navi cariche di armi e attrezzature militari erano attraccate nel porto commerciale di Zarzis per scaricare il loro carico, così hanno deciso di affrontare la situazione.

Dakhli, residente nella città di Zarzis, a circa 500 km a sud est di Tunisi, ha dichiarato che oltre 30 persone residenti della città si sono riuniti venerdì sera (12.08.2011) – e sabato di fronte al porto, dove hanno visto “Il tonnellaggio delle navi sospette e deciso di evitare lo scarico del loro carico.

Egli ha osservato che truppe dell’esercito tunisino di stanza nella zona sono intervenute per disperdere i manifestanti, il comandante dell’unità militare ha detto loro che il porto di Zarzis “è una zona militare ed è vietato avvicinarsi”.

Secondo Mouldi Dakhli, questa azione ha sollevato le ire dei residenti che hanno deciso di “prendere nuovi provvedimenti per tagliare la strada, e impedire l’uscita delle merci sospette dal porto”, aggiungendo che “navi del Qatar sono attraccate sempre più numerose durante le ultime settimane.”

Mouldi Dakhli ha affermato che contro la guerra: “ci rifiutiamo di trasformare la nostra città in un ponte per il trasferimento di armi a Gheddafi o all’opposizione.

I blogger hanno pubblicato oggi sul social network “Facebook” video che mostrano la veglia di fronte al porto di Zarzis, compresi i pareri e gli interventi, il numero dei partecipanti, tra cui un avvocato White, che ha dichiarato: “Come vedete, in questo paese vi sono navi cariche di armi, e noi siamo i figli di Zarzis rifiutiamo di trasformare la nostra città in un ponte per il trasferimento di armi a Gheddafi o all’opposizione.

Questa è la prima volta che un’immagine che testimonia spostamenti di armi dalla Tunisia all’opposizione armata libica viene divulgata.

Il Ministro degli Interni tunisino esiliato ha detto che la volontà dell’attuale governo di Tunisi è quella di trasformare la provincia di Tataouine, la porta berbera del Sahara tunisino, adiacente al confine con la Libia in una zona militare. Egli ha detto in una dichiarazione rilasciata mercoledì che il governo ad interim in Tunisia, è “complice con sistemi di lavoro in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, e alcuni governi arabi, e sta trasformando in un paese militare la zona intorno alla città di Tataouine“. Numerosi rapporti indicano che, per ovviare al blocco di vendita di armi ONU, francesi e inglesi abbiano delegato al Quatar di approvvigionare di armi ed equipaggiamenti militari i ribelli golpisti di Benghasi utilizzando sia i porti marittimi della Tunisia che la Military Air Force di Tunisi.
La situazione in Tunisia non appare per niente stabile; in questi mesi numerosi sono stati gli sforzi di ricompattare l’esercito tunisino. Negli ultimi due giorni (venerdì sera e sabato) nella città di Gafsa della provincia di Zanosh è stato necessario ad opera del governo ad interim di Tunisi rafforzare lo schieramento dell’esercito dopo che si sono verificate rivolte e violenze culminate nell’incendio della Gendarmeria  della Guardia Nazionale.

Una fonte a Ganosh ha sottolineato che “L’esercito aveva sparato diversi colpi in aria per disperdere un gruppo di cittadini, marciava venerdì sera e sabato nel centro della città per protestare contro la disoccupazione dilagante tra i loro figli, e la mancanza di interesse per i problemi del sociale del governo ad interim”.

La News Agency tunisina  ha detto che “il popolo della città  di Zanosh ha realizzato blocchi per tagliare la strada statale n. 14, il collegamento  di Gafsa, il governo ha richiesto l’intervento delle forze congiunte della Guardia, della sicurezza e dell’esercito per sgomberare la strada, per rompere le schermaglie tra manifestanti e gli elementi delle forze congiunte, che hanno portato all’arresto di quattro giovani uomini.

L’incendio della gendarmeria sarebbe avvenuto al culmine delle manifestazioni di intensa protesta quando un certo numero di persone del centro ha circondato a Zanosh la caserma della Guardia Nazionale per chiedere la liberazione dei detenuti  prima di dargli fuoco.

Originale, con video (che intanto è stato fatto sparire):

https://gilguysparks.wordpress.com/2011/08/14/attivisti-politici-e-di-difesa-dei-diritti-umani-bloccano-a-tunisi-carico-darmi-dei-ribelli/