Il nuovo ascaro degli USA in Medio Oriente: l’ISIS

Scritto il febbraio 16, 2015 by Federico Dezzani

Questa settimana ci occuperemo ovviamente di Libia e lo faremo con due articoli in successione. Nel primo studieremo l’origine dell’ISIS, secondo mostruoso parto dell’intelligence americana dopo Al Qaida, mentre il secondo ripartirà dal nostro pezzo “Libia: sfida Russia-USA?” pubblicato nel novembre 2014, proseguendo sino ai velleitari piani bellici di oggi.

Italiani, all’armi!

L’ISIS infatti rafforza le sue posizioni sulle coste libiche e, stando al piano strategico “The Islamic State 2015” redatto in inglese ad uso e consumo del pubblico occidentale, intende trasformare la “quarta sponda” in una base di lancio missilistica per colpire l’Italia in vista di un’invasione da sud del continente. Roma esce dal letargo libico in cui era caduta e, per bocca dei ministri Roberta Pinotti e Paolo Gentiloni, azzarda l’invio di almeno 5.000 uomini e chiede per sé la guida di una coalizione internazionale.

L’ultima volta che un presunto missile libico colpì l’Italia fu nel 1986 quando secondo i media il Colonnello Gheddafi avrebbe lanciato due missili balistici a corto raggio Scud contro Lampedusa, in risposta ai raid aerei americani con cui il presidente americano Ronald Reagan aveva cercato di liquidarlo: che l’episodio, come afferma l’allora capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare Basilio Cottone1, fosse una montura di servizi segreti stranieri finalizzata a compromettere le relazioni italo-libiche, ci ricorda che il terrorismo è lo strumento di manipolazione dell’opinione pubblica per eccellenza.

Il modus operandi dell’ISIS è talmente efferato ed amorale che obbliga a chiedersi se il suo obbiettivo sia effettivamente l’instaurazione del Califfato Islamico oppure sia l’ennesima sigla dietro cui si nascondo determinati interessi: si può fare proselitismo sgozzando cooperanti inglesi, decapitando i copti egiziani, crocifiggendo i cristiani siriani, seppellendo vivi i bambini iracheni o facendo saltare in aria le mura di Ninive?

Se l’Università cairota di Al-Azhar, una delle massime autorità dell’islam sunnita cui pretende di appartenere anche l’ISIS, ha fermamente condannato l’organizzazione terroristica e ha invocato pene esemplari per i suoi membri2, ad Occidente c’è invece chi ha interesse nel proliferare dello Stato Islamico, perché alimenta quello stato di assedio nato dopo la strage di Charlie Hebdo (“Prendere atto della Terza Guerra Mondiale” scriveva il 9 gennaio Lucia Annunziata) e consente di mettere a ferro e fuoco quegli Stati (Siria, Libano, Iraq) dove è forte l’influenza iraniana e russa.

La sua apparizione sul palcoscenico internazionale l’ISIS ( Islamic State of Iraq and al-Sham noto anche come ISIL, Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) la fa proprio in Siria nella primavera del 2013 quando l’opposizione al regime di Bashar Assad (il Free Syrian Army e l’organizzazione terroristica Fronte al-Nusra, finanziati ed equipaggiati da Turchia, Qatar, Arabia Saudita, NATO ed Israele) subisce una sconfitta strategica nella battaglia di Al-Qusayr3, la “Stalingrado” dell’insurrezione siriana.

Se un tentativo di ribaltare la situazione del campo sarà abbozzato pochi mesi dopo dal trio Washington-Londra-Parigi che cercheranno invano di bombardare l’Esercito Arabo Siriano sull’onda del falso attacco chimico di Damasco, il capo di Al Qaida, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, anticipa tutti lanciando nell’aprile del 2013 un provvidenziale appello per l’unità delle milizie sunnite e l’instaurazione di uno Stato Islamico4. Risponde pochi giorni dopo lo sceicco Abu Bakr al-Husseini al-Baghdadi che in un messaggio video proclama che l’organizzazione terroristica di cui è capo, lo Stato Islamico operante in Iraq, estenderà il suo raggio d’azione alla Siria, prendendo il nome d’ora in vanti di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante5. Così facendo l’ISIS entra in diretta concorrenza con il Fronte al-Nusra, anch’esso riconducibile all’estremismo sunnita, ed inizia un processo di inglobamento del secondo, accompagnato da saltuarie ma sanguinose faide6: a facilitare l’integrazione però concorre la reciproca presunta conoscenza tra il capo dell’ISIS, Al-Baghdadi, e quello di al-Nusra, Abu Muhammad al-Golani, entrambi veterani di Al Qaida in Iraq ed ex-camerati7.

L’ISIS sembra eclissare in questi ultimi mesi la stessa Al Qaida (l’ultima azione significativa rivendicata da quest’ultima è la strage di Charlie Hebdo) seguendo quel tipico percorso di progressiva sostituzione delle organizzazione terroristiche man mano che si usurano. Anche l’Italia ha vissuto durante gli anni della strategia della tensione una simile esperienza con l’avvidendarsi del terrorismo nero, quindi rosso ed infine mafioso.

Chi è Abu Bakr al-Baghdadi, l’enigmatico capo dell’ISIS

La voce dello sceicco Al-Baghdadi è stata diffusa pochi giorni fa dalle stazioni radio di Sirte, Libia, quando l’ISIS ha preso possesso della città: il messaggio di Al-Baghdadi, dato significativo, non è stato registrato per l’occasione ma è stato estrapolato da un sermone di diversi mesi prima dove si profetizzava l’avvento del Califfato8. Chi è dunque Al-Baghdadi e come ha creato questo temibile strumento di terrore che semina morte da Tripoli al Kurdistan iracheno? Esistono sul suo contro tre versioni, dalla più estrema alla più conservativa: le riportiamo tutte dal momento che spesso le menzogne sono deformazioni della verità.

In base alla prima tesi Abu Bakr al-Baghdadi non sarebbe nato nel 1971 a Samarra, Iraq, né sarebbe uno sceicco/emiro/califfo a capo di una brigata internazionale di islamici fanatici, bensì un prodotto di marketing simile ai cantati plasmati da zero nei reality televisivi: sarebbe infatti un agente del Mossad o secondo un’altra variante avrebbe ricevuto una formazione dal Mossad in materia di teologia islamica ed oratoria9. Di certo possiamo dire che l’ISIS non ha mai costituito una seria minaccia per Israele ma al contrario un vantaggio tattico: l’organizzazione terroristica ha messo a ferro e fuoco la Siria di Assad e l’Iraq di Maliki mentre ha indotto Giordania ed Egitto a collaborare con Tel Aviv in materia di sicurezza10.

La seconda tesi prende spunto da un articolo apparso nel 2007 sull’autorevole New York Times: Al-Baghdadi sarebbe un personaggio fittizio, interpretato dall’attore Abu Adullah al-Naima e commissionato da “Al Qaida in Iraq” per leggere i suoi sermoni affinché la rete terroristica sembrasse guidata da un iracheno e non da stranieri come in realtà era. L’articolo riportava inoltre notizie di una possibile uccisione di Al-Baghdadi per mano delle truppe americane già nel 2007. Ricordiamo che Al Qaida non esisteva in Iraq prima dell’invasione anglo-americana e che la disfatta militare della coalizione non è stata opera dell’organizzazione di Bin Laden, ma dei sunniti epurati dall’esercito dopo l’abbattimento del regime di Saddam Hussein e degli sciiti della milizia Jaish al-Mahdi.

La terza tesi, quella più conservativa, ruota attorno ad un articolo del dicembre 2014 apparso su The Guardian11 secondo cui Al-Baghdadi, terrorista in carne ed ossa, sarebbe stato catturato dagli americani poco dopo l’invasione e rinchiuso nel carcere di Bucca: qui il “califfo” avrebbe fatto conoscenza con gli altri detenuti e forgiato le basi ideologiche del futuro ISIS fino alla sua provvidenziale scarcerazione del dicembre del 2004 (secondo altri sarebbe stato scarcerato nel 200912).

In definitiva, Al-Baghdadi esiste oppure no? È vivo oppure è morto nel 2007 o nel settembre 2014 sotto i bombardamenti americani su Mosul13? Sono quesiti che possono rimanere senza risposta: è importante focalizzarsi su ciò che l’ISIS fa e riflettere sul “cui prodest”.

ISIS: forza e composizione

L’ISIS è una brigata internazionale del terrorismo i cui effettivi variano, a seconda delle stime, dai 7.00014 ai 30.00015 miliziani, con una forte presenza di stranieri (circa 3.000 nel teatro iracheno e siriano16). Tranne l’uso sporadico di qualche aereo o carrarmato, dispongono delle tradizionali armi della guerriglia, alcune di fabbricazione americana paracadutate in loco direttamente dalla US Air Force17 ed alcune abbandonate dall’esercito iracheno in ritirata18.

Come nel caso di Al-Nusra in Siria, anche le milizie islamiste autoctone che controllano Tripoli, riunite sotto la sigla Fajr Lybia, hanno patito l’arrivo dell’ISIS che prende velocemente il sopravvento e marginalizza le organizzazioni islamiste locali fino alla cancellazione/inglobamento19.

A cosa serve l’ISIS

L’ISIS ha guadagno le prime pagine dei giornali quando, nella tarda primavera del 2014, esce dalle sue consolidate basi lungo la valle dell’Eufrate (Raqqa, Deir Ez-Zor, Abu Kamal) e penetra a fondo in Iraq, in direzione nord (Kurdistan iracheno) e sud (Baghdad): verso al fine di giugno la caduta della capitale sembra imminente20 ed il premier filo-iraniano Nuri Al-Maliki è costretto alle dimissioni a metà agosto, con grande gioia di Washinton.

Nel settembre gli USA ed i loro tradizionali alleati (UK, Francia, Giordania, Arabia Saudita, Kuwait, etc.) avviano una lunga serie di raid aerei contro l’ISIS dai dubbi risultati, mentre sul lato opposto l’Iran incrementa l’invio di addestratori ed ufficiali per ricostruire da zero l’esercito iracheno21 e la Russia mantiene fede ai contratti precedentemente firmati inviando a Baghdad gli elicotteri d’attacco Mi-35 ed i caccia Su-2522.

Sottolineiamo come chi avesse tutto da perdere dall’avanzata dell’ISIS fossero il governo centrale di Baghdad e l’Iran che, attraverso un Iraq unito, riusciva a proiettarsi sino alla Siria ed al Libano. Chi ha tutto da guadagnare salla politica destabilizzante dell’ISIS sono invece quei paesi (USA, UK, Francia, Israele in testa) interessati alla cancellazione delle vecchie frontiere coloniali ed alla sostituzione degli Stati attuali con una miriade di “cantoni svizzeri” diversi per etnia e religione.

L’agenda dell’ISIS (il Califfato sunnita, l’espulsione del Kurdistan dall’Iraq, lo sbarco a Tripoli,etc.) ricalca infatti punto per punto i piani per un “Nuovo Medio Oriente” che sono stati fatti trapelare dal 2006 od oggi e che, anno dopo anno, profetizzano una sembra maggiore balcanizzazione della regione e la sua divisione secondo linee etniche e religiose. Il processo, lo vediamo ogni giorno, è accompagnato da una sempre più efferata pulizia etnica di cui le prime vittime sono le minoranze religiose, specialmente quelle cristiane.

Alleghiamo una mappa che esemplifica la spartizione cui si sta sottoponendo il Medio Oriente: la carta è apparsa nel settembre del 2013 sul New York Times23 e l’autrice, Robin Wright, è un membro del pensatoio Carnegie Endowment for International Peace.

Conclusione: l’ISIS è uno strumento della politica estera americana

L’ISIS è un esercito itinerante di mercenari e tagliagole, spostato dagli USA in tutto il Medio Oriente con finalità di destabilizzazione: scopo dell’organizzazione terroristica è portare la guerra dentro ai confini degli stati ostili a Washington, dilaniandoli con guerre a sfondo pseudo-religioso fino allo smembramento.

Pensare di debellare l’ISIS è ingenuo come sarebbe stato credere di eliminare in Italia, durante gli anni di piombo, i vertici delle Brigate Rosse, di Ordine Nuovo o di Avanguardia Nazionale (vedi omicidio Calabresi): la simbiosi tra il terrorismo ed establishment è tale da rendere superfluo ogni tentativo.

L’Italia deve tremare per l’arrivo dell’ISIS in Libia non perché la esponga a improbabili lanci di missili, quanto piuttosto perché è il segnale che Washington ha avviato una nuova campagna di destabilizzazione in tutto il Nord Africa, a quattro anni dalla “Primavera araba” targata CIA.

Salvare la Libia dal caos è possibile ma la soluzione non passa per le velleitarie ipotesi di un intervento terrestre italiano in territorio libico, bensì nel supporto illimitato a tutte quelle forze interne ed esterne alla Libia interessate a fermare la politica destabilizzatrice di Washington.

Ce ne occuperemo nel prossimo articolo.

1http://www.paginedidifesa.it/2005/salpietro_050920.html

2http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/grande-imam-di-al-azhar-attacca-l-isis-i-terroristi-andrebbero-crocifissi-_2093784-201502a.shtml

3http://www.lastampa.it/2013/05/20/esteri/la-battaglia-di-qusayr-assad-scacco-ai-ribelli-con-l-aiuto-di-hezbollah-1cTkwynoTagFEZT3ZqGVDJ/pagina.html

4http://rt.com/news/zawahiri-qaeda-islamic-state-469/

5http://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/view/al-qaeda-announces-an-islamic-state-in-syria

6http://syriahr.com/en/2015/01/isis-clashes-with-jabhat-al-nusra-and-islamic-battalions-around-mare-town/

7http://www.repubblica.it/esteri/2015/01/01/news/al_nusra_scheda-104138230/

8http://www.adnkronos.com/aki-it/sicurezza/2015/02/13/alla-conquista-della-libia-controlla-radio-sirte-ordina-alla-popolazione-sottomettersi_w06Sn0G8Q5SsU9Ar6rkGMN.html

9http://www.agoravox.it/Il-Califfo-del-Mossad.html

10http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/.premium-1.641497

11http://www.theguardian.com/world/2014/dec/11/-sp-isis-the-inside-story

12http://www.politifact.com/punditfact/statements/2014/jun/19/jeanine-pirro/foxs-pirro-obama-set-isis-leader-free-2009/

13http://www.iraqinews.com/iraq-war/urgent-isis-leader-abu-bakr-al-baghdadi-allegedly-killed-us-airstrikes/

14http://www.theguardian.com/world/2014/jun/12/how-battle-ready-isis-iraqi-army-peshmerga

15http://www.vox.com/2014/9/12/6138977/isis-iraq-numbers

16http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21604230-extreme-islamist-group-seeks-create-caliphate-and-spread-jihad-across

17http://www.theguardian.com/world/2014/oct/22/isis-us-airdrop-weapons-pentagon

18http://www.alternet.org/world/how-isis-ended-stocked-american-weapons

19http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2015/02/15/lisis-avanza-in-libia.-gentiloni-pronti-a-combattere-con-onu_9fdcefab-3ef5-443b-b48c-3ba44c71d74d.html

20http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2014/06/28/ARjQLPx-arrivano_qaedisti_periferia.shtml

21http://www.bloombergview.com/articles/2015-02-03/exclusive-iran-s-militias-are-taking-over-iraq-s-army

22http://english.alarabiya.net/en/News/2014/07/24/Russia-delivering-weapons-to-Iraq.html

Preso da: http://federicodezzani.altervista.org/libia1-il-nuovo-ascaro-degli-usa-mo-lisis/

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LIBIA. Le 1.700 milizie che Occidente e Golfo hanno fatto proliferrare

21 aprile 2015

Un’Europa colpevole cerca a Tripoli la causa dell’emergenza rifugiati. Dietro, l’intervento militare in Libia, e l’armamento di centinaia di fazioni che puntano al potere. L’Onu annuncia il dialogo tra i parlamenti rivali, ma sul terreno è guerra civile.

Lib

 

della redazione

Roma, 21 aprile 2015, Nena News – La Libia torna sulla bocca di tutti insieme alla guerra civile che sta insanguinando il post-Gheddafi. Le autorità europee e i ministri degli Stati membri fanno a gara in questi giorni nell’indicare in Tripoli la causa delle stragi in mare, dopo il massacro di 900 migranti di domenica scorsa. Intervenire in Libia è il mantra, se non si risolve il conflitto interno a Tripoli l’emergenza rifugiati non cesserà.

Un modo colpevole di cancellare con un colpo di spugna le responsabilità occidentali. Se si volesse restare alla Libia, se si volessero davvero circoscrivere le ragioni dell’emergenza al paese nordafricano, allora si dovrebbe prima di tutto fare un esame di coscienza: la Libia di oggi è il frutto dell’attacco della Nato e del sostegno armato fornito ai cosiddetti ribelli, gruppi di miliziani anti-Gheddafi che prima hanno fatto il gioco occidentale e poi – come spesso è accaduto – non hanno abbandonato le armi.

Tra gli ultimi effetti dell’intervento occidentale c’è l’Isis, anche questo prodotto più o meno indiretto delle strategie statunitensi in Medio Oriente e degli interessi politici dei paesi del Golfo. Lo Stato Islamico è tornato a far parlare di sé in questi giorni, per le barbare uccisioni commesse: in un video di 29 minuti pubblicato domenica, si vedono miliziani islamisti sparare e decapitare trenta cristiani etiopi. Sarebbero stati catturati e uccisi nella provincia orientale di Barqa.

E ieri notte il califfato ha rivendicato su Twitter l’esplosione di fronte all’ambasciata spagnola a Tripoli. Nessun ferito, fa sapere il funzionario locale Issam Naas, che aggiunge: “Gli estremisti dello Stato Islamico hanno posto un ordigno esplosivo vicino alle mura esterne dell’ambasciata spagnola a Tripoli, che ha causato alcuni danni materiali agli edifici vicini”.

Da alcuni mesi gruppi che si richiamano allo Stato Islamico hanno preso la città orientale di Derna, facendone una sorta di loro roccaforte. Un’occupazione che ha fatto strepitare le cancellerie europee che hanno cominciato a discutere di un possibile intervento in Libia. A monte, però, sta la profonda divisione interna del paese, fisicamente diviso in due governi e due parlamenti (uno islamista a Tripoli, uno laico a Tobruk, sostenuto dall’Occidente), ma ulteriormente frammentato in poteri e autorità diverse, ognuna padrona di enclavi il cui controllo armato rappresenterebbe il modo per garantirsi una fetta di potere politico e economico.

Sarebbero almeno 1.700 i gruppi armati attivi in Libia, un proliferare di milizie tribali, laiche o islamiste che sotto il regime di Gheddafi erano state messe sotto silenzio o fatte partecipare al delicato equilibrio di spartizione del potere interno. La totale assenza dello Stato ha ucciso 2.800 persone nel 2014, provocato 400mila sfollati interni e trasformato le coste libiche nel regno di nessuno, o meglio nel regno dei trafficanti di uomini che controllano le vie di transito dei profughi africani e mediorientali, in fuga dalla fame o da conflitti armati.

L'Isis a Derna

L’Isis a Derna

Lo scorso fine settimana il presidente statunitense Obama ha chiesto ai paesi del Golfo di utilizzare la loro influenza per porre fine alla guerra civile: “Stiamo incoraggiando alcuni paesi del Golfo che hanno influenza su varie fazioni libiche”, ha detto Obama, dando un’ulteriore giustificazione alle petromonarchie alleate per infilare le mani nel più vasto conflitto mediorientale, dalla Siria allo Yemen.

Chi cerca ancora il dialogo politico sono le Nazioni Unite: l’inviato speciale per la Libia, Bernardino Leon, ha detto domenica che le fazioni rivali avrebbero raggiunto un accordo nell’ultimo round di negoziati nella città marocchina di Skhirat. Secondo Leon, l’80% dell’accordo è già pronto e entro due settimane si terrà l’ultima fase del negoziato. “Questa è la prima volta che gruppi armati, chi ha le armi e combatte sul terreno, si incontrano – ha detto l’inviato Onu – Vogliamo questo meeting faccia a faccia, un dialogo diretto, con il sostegno delle Nazioni Unite”.

Sullo sfondo restano però le divisioni interne e le reciproche accuse: il premier libico di Tobruk, Abdullah al-Thinni, ha accusato la Turchia e il Qatar di essere i principali sostenitori delle milizie islamiste che controllano Tripoli dallo scorso agosto. Un’accusa mossa anche dal generale Haftar, postosi a capo di un vero e proprio esercito in chiave anti-islamista e oggi considerato valido partner di Tobruk e dell’Occidente. E così il governo laico, che non ha ancora ottenuto dall’Onu (nonostante le pressioni) la fine dell’embargo sulle armi, si rivolge alla Russia per ottenere armi e addestramento. Nena News

Preso da: http://nena-news.it/libia-le-1-700-milizie-che-occidente-e-golfo-hanno-fatto-proliferare/

Libia allo sbando anche ( soprattutto) per colpa degli interessi internazionali

di Alberto Negri 20 aprile 2015

La tragedia libica ha due dimensioni, una interna e l’altra internazionale. Viene spesso detto che il Paese è precipitato nel caos: giusta affermazione ma sarebbe più esatto dire che in Libia prima di tutto c’è la guerra, un conflitto civile tra le fazioni di Tripoli e quelle di Tobruk di cui adesso sta approfittando anche lo Stato Islamico, che con i combattenti di ritorno dalla Siria si è inserito nella destabilizzazione generale e sfrutta la situazione conquistando posizioni nella Sirte.

La guerra civile libica ha una dimensione internazionale derivata proprio dall’intervento del 2011 per abbattere Gheddafi. Le fazioni sono sostenute dalle potenze internazionali: l’Egitto – con Francia, Arabia Saudita e in parte la Russia (che ha appena ricevuto a Mosca il premier di Tobruk) – sta con il generale Khalifa Haftar in Cirenaica; la Turchia e il Qatar sostengono a loro volta le milizie islamiche di Tripoli. L’Italia è in una posizione di mezzo e cerca di salvagurdare i suoi interessi: l’Eni, appoggiandosi alle fazioni locali dell’Ovest e del Sud, è l’unica multinazionale rimasta a estrarre gas e petrolio.

La mediazione delle Nazioni Unite dell’inviato Bernardino Leòn finora è fallita proprio per questo motivo: se non si mettono d’accordo le potenze internazionali e quelle regionali, anche le fazioni non raggiungeranno un’intesa. Il problema è che tutti pensano, con i loro padrini alle spalle, di potere vincere la partita militarmente e non con la diplomazia. Le agende delle parti in campo finora sono state troppo contrastanti per arrivare a un accordo, quindi è quasi un imperativo convocarle se si vuole arrivare a qualche traguardo tangibile.

Le tragedie del mare nascono proprio da questo contesto: i profughi annegano per colpa dei trafficanti ma affogano anche nella retorica di una comunità internazionale che dice di volere salvare il Paese dal caos e lascia la Libia allo sbando sperando di ricavarne dei vantaggi politici e strategici.

Forse qualcuno si ricorda ancora i trionfalistici discorsi del settembre 2011 a Bengasi di Sarkozy, Cameron, Erdogan? Bene, da allora niente è stato fatto di duraturo per stabilizzare la Libia, né dall’Europa né dagli Stati Uniti, né dalle potenze regionali. Sono stati investiti miliardi per i raid aerei, spese parole colme di retorica contro la “dittatura” di Gheddafi e a favore della democrazia: e adesso? Dove è finita la Nato che allora guidava baldanzosamente le operazioni aeree? Come si vede sono più le domande che le risposte: la Libia è un caso disperato che gioca con le vite di altre migliaia di disperati.

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-04-20/libia-tagedia-negri-121351.shtml?uuid=ABWp3LSD

Geopolitica, quello che i media non dicono – Guerra del Gas: il caso Libia

di Naman Tarcha 2 aprile 2015
Nel mondo della geopolitica nulla avviene per caso: potrebbe anche sembrare una coincidenza, ma è certo che tutte le crisi e i conflitti avvengono in paesi con enormi risorse energetiche, produttori ed esportatori, oppure posizionati sulle vie di passaggio dell’energia. Se un giorno i cartelli dei pacifisti inascoltati contro le guerre portavano la scritta No Oil War, oggi tutti sanno (e pochi ne parlano) che siamo nell’era del Gas War.
Siamo di fronte ad una guerra mondiale a puntate, in zone che sembrano scollegate ma che in realtà compongono un mosaico di un nuovo equilibrio energetico mondiale, che riguarda da un lato riserve e giacimenti di gas e dall’altro i gasdotti e le vie di commercializzazione ed esportazione. Diversi obiettivi che riflettono gli interessi dei paesi coinvolti.
Partiamo dalla Libia. La scusa è sempre la stessa: aiutare il popolo libico sostenendo i ribelli, liberatori della Libia, ma è il gas il vero motore.
La Libia rischia di frantumarsi: è divisa tra due governi, uno legittimo riconosciuto dalla comunità internazionale, e uno guidato dal movimento dei Fratelli Musulmani legato alla Turchia e sponsorizzato dal Qatar. La questione principale resta quella delle fonti energetiche controllate da questi governi, che potrà avere effetti sulla spartizione delle riserve economiche. Le conseguenze di ciò che sta accadendo oggi sono un diverso assetto del paese, che ne faciliti il controllo, dividendolo per ridistribuire i contratti di petrolio, fermando però i progetti e gli scavi di gas, sotto le minaccia dell’IS.
Resta finora sulla carta invece la risoluzione contro le fonti di finanziamento del cosiddetto “stato islamico” e di altre organizzazioni jihadiste approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la possibilità di infliggere sanzioni economiche a chi non la rispetta. La risoluzione proibisce, oltre al saccheggio, il contrabbando del patrimonio culturale di Siria e Iraq, esorta gli Stati membri a non pagare riscatti per gli ostaggi, e vieta il commercio del petrolio da cui l’IS ricaverebbe circa 900mila euro.
Infatti i sospetti sui traffici turchi riguardano i diversi siti delle industrie petrolifere nelle mani dei vari gruppi armati del cosiddetto Stato Islamico che gestiscono la rivendita illegale del petrolio e dei suoi derivati finanziando direttamente il terrorismo. Le milizie islamiche Alba Libica, nemiche del governo libico, contano pare sull’appoggio di Ankara, grazie ad un intenso traffico di aeri passeggeri e cargo fuori controllo.
Il governo libico non usa mezzi termini e punta il dito contro la Turchia, escludendola dai contratti petroliferi: “Sebbene nel recente passato abbiamo prove che Sudan e Qatar abbiano sostenuto gruppi terroristici, oggi è dalla Turchia che arriva un impatto negativo sulla sicurezza e sulla stabilità della Libia”. Il capo di governo Al Thani con queste parole accusa dichiaratamente questi due paesi di ingerenze attraverso il sostegno al governo parallelo di Tripoli guidato dai Fratelli musulmani e ai gruppi armati.
Nella guerra della Libia , dichiarata in tre giorni, finanziata e guidata direttamente dal Qatar con l’esecuzione della Francia, l’unico piano effettivo stabilito era che il Qatar si impegnava a commercializzare ed esportare l’energia libica.
In Libia si ripete lo stesso film dell’Afganistan, ma con attori diversi. Il Qatar, il primo paese al mondo per riserve di gas naturale, guardava in realtà con attenzione la Libia e le sue risorse energetiche, per la sua posizione geografica molto più strategica nei confronti delle’Europa. Shell, dopo due contratti, uno nel 2005 e un’altro nel 2008, stranamente aveva bloccato temporaneamente suoi progetti di esplorazione nei giacimenti di gas in Libia dichiarando che non avevano dato buoni risultati.
Secondo fonti americane il Qatar ha saldato il conto della guerra in Libia, costata 200 milioni di dollari ogni giorno: soldi spesi bene per l’obbiettivo finale di bloccare il flusso di gas libico in Europa.
Gli Usa in effetti non erano molto entusiasti per la guerra in Libia: otto società americane avevano già contratti petroliferi vantaggiosi. La Francia invece, ignorando gli interessi dell’Italia, con la pressione del Qatar che controlla l’economia francese e ne detta le regole e la politica estera, aveva invece grande interesse.Cosa guadagnano gli Stati Uniti? Bloccare intanto la Russia e il suo potere crescente che, insieme al gruppo del BRICS, potrebbe danneggiare gli interessi americani e l’alleanza Nato, confermandosi come unico produttore energetico mondiale.

Nuove evidenze confermano l’aiuto militare degli USA al gruppo takfiri dell’ISIS tanto in Libia come in Iraq

18 febbraio 2015

“Come mai gli equipaggiamenti militari di fabbricazione statunitense sono arrivati nelle mani dello Stato Islamico?”
Un giorno dopo dall’esecuzione dei 21 cristiani copti egiziani in Libia da parte dell’ISIS, lo scorso Lunedì, vari utilizzatori egiziani delle reti sociali hanno diretto la loro attenzione dei cittadini di tutto il mondo agli equipaggiamenti militari di fabbricazione statunitense che utilizzano i componenti dello Stato Islamico.

Si tratta delle baionette che vengono utilizzate dai terroristi dell’ ISIS nel nuovo video in cui decapitano le loro vittime cristiane. Gli utenti egiziani si domandano come questo tipo di pugnali , che appartengono all’Esercito statunitense come armi d’ordinanza, siano arrivati nelle mani dello Stato Islamico.

Parallelamente il Movimento di Resistenza Islamica (Hezbollah) dell’Iraq ha pubblicato questo Lunedì immagini che mostrano un elicottero da trasporto di carico pesante, modello Chinook, che fornisce armi all’ISIS nella provincia occidentale del Al-Anbar.
L’elicottero ha sbarcato armi, il giorno 5 di febbraio, a due veicoli che appartenevano all’ISIS, nella zona est della città di Faluya , così come ha spiegato Hezbollah dell’Iraq, citato dall’agenzia di notizie “Al-Sumaria”.

Atre evidenze testimoniano l’appoggio degli USA all’ISIS

Il presidente della Commissione della Sicurezza e difesa del Parlamento Iracheno, Hakem al-Zameli, ha assicurato che lo scorso mercoledì che questo Parlamento dispone di documenti che mettono in evidenza come gli aerei degli USA offrono appoggio all’ISIS.
In data precedente, il vice segretario generale di Hezbollah dell’Iraq, Husein al-Ramahi, ha divulgato la notizia che “gli aerei statunitensi lanciano di frequente armi per l’ISIS nelle regioni sotto il controllo di questo gruppo e dopo adducono che non si tratta di una misura premeditata e tutto avviene in modo accidentale”.

Nel corso degli ultimi mesi, in reiterate occasioni i media ed i funzionari siriani e gli iracheni hanno rivelato e hanno condannato gli appoggi che gli Stati Uniti offrono in segreto al gruppo dell’ISIS, autore di massacri e azioni di violenza nella regione.

Questa azione paradossale degli USA, rispetto ai gruppi armati mette in tela di giudizio la loro serietà e quella dei loro alleati rispetto al combattimento contro il terrorismo, visto che i gruppi estremisti come l’ISIS si sono rafforzati nel corso degli ultimi anni grazie al sostegno ed all’aiuto finanziario di paesi come gli USA, la Turchia, l’Arabia Saudita ed il Qatar che cercavano di rovesciare il governo siriano con l’utilizzo dei gruppi terroristi.

Nel frattempo si registrano le dichiarazioni rilasciate dall’ex collaboratore della CIA, Steven Kelley , il quale ha riferito, nel corso di una intervista rilasciata alla PressTV, che l’ISIS è un nemico totalmente creato e finanziato dagli Stati Uniti. “ Intervista registrata ad Anaheim, in California.

“I finanziamenti arrivano dagli Stati Uniti e dai loro alleati e il fatto che l’opinione pubblica pensi che questo sia un nemico e che deve essere combattuto in Siria o in Iraq è soltanto una farsa, dato che è chiaramente qualcosa che abbiamo creato, che controlliamo, e solo adesso è diventato svantaggioso attaccare questo gruppo come un nemico legittimo”, ha aggiunto l’ex agente della CIA.

Le parole di Kelley arrivano in un momento in cui il presidente degli Stati Uniti Barack Obama cerca l’approvazione del Congresso prima di estendere la campagna aerea americana su obiettivi Isis in Iraq e Siria. Il Pentagono ha lanciato finora circa cento raid su obiettivi Isis nel nord dell’Iraq da quando è stato autorizzato l’uso della forza a inizio agosto.

“Se si vuole risolvere il problema alla radice e rimuovere questa organizzazione, bisogna togliere i finanziamenti e occuparsi delle entità responsabili della creazione di questo gruppo. Credo che il gruppo probabilmente si dissolverebbe, sarebbe sconfitto dalle armate di Bashar Assad”, ha concluso Kelley.

Fonti:

■Hispantv
■PressTv
Traduzione e sintesi: Luciano Lago per Controinformazione

Fonte: http://www.informarexresistere.fr/2015/02/18/nuove-evidenze-confermano-laiuto-militare-degli-usa-al-gruppo-takfiri-dellisis-tanto-in-libia-come-in-iraq/

Geopolitica del caos

Pubblicato il: 13 dicembre, 2011
Esteri / Opinioni | Di Fabio Falchi

Geopolitica del caos

Quel che si temeva, allorché alcuni mesi fa s’iniziò la vergognosa aggressione alla Libia da parte della Nato e dei suoi tagliagole bengasini, purtroppo si sta verificando, grazie anche all’opera di mistificazione dei media mainstream occidentali, veri e propri portavoce di una macchina criminogena, che pretende di esportare i diritti umani in ogni angolo della terra, sebbene in Occidente generi miseria, disperazione e devianza(1). Ci riferiamo naturalmente a quanto sta accadendo in Siria. L’incendio che ha appena distrutto la Giamahiria, alimentato anche da vari gruppi e associazioni per i diritti umani e dai servizi di diversi paesi, si è rapidamente spostato dall’Africa Settentrionale verso il Vicino e Medio Oriente. Un “arco di fuoco” che si estende dalla Libia al Pakistan e che minaccia di mutare la mappa geopolitica di una regione che è tra le più importanti del pianeta. Di conseguenza, in Siria, si è venuta a creare una situazione così fluida che ogni analisi rischia di essere superata dal corso degli eventi, anche se è da immaginare che dietro le quinte siano in molti a tirare le fila di quelli che i pennivendoli italiani – che non hanno nemmeno più il senso del ridicolo – si ostinano a definire “attivisti” o “manifestanti”. In realtà, una delle poche certezze è che il Presidente Assad deve fronteggiare una insurrezione armata, il cui scopo consiste nel rovesciare, con l’aiuto di forze straniere, il legittimo governo siriano, che pure gode di un forte e vasto consenso popolare.

Tuttavia, la vera posta in gioco pare essere la distruzione dell’asse Iran-Hezbollah, come ha esplicitamente dichiarato il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. Se così fosse si sarebbe in presenza non solo di una rivolta degli “islamisti” contro il regime di Assad, ma di una iniziativa strategica sionista e atlantista per “pilotare” la rivolta, offrendo alla Turchia la possibilità di svolgere un ruolo di potenza regionale. La cosiddetta “primavera araba” da potenziale pericolo per lo Stato sionista diventerebbe un inconsapevole strumento della politica israeliana, in quanto quella geopolitica del caos che permette agli Stati Uniti di evitare che si formi un’alternativa multipolare, verrebbe ad essere parte integrante della stessa strategia di Tel Aviv. D’altra parte è logico supporre che Israele non sia stato in questi ultimi mesi, solo ad osservare quel che accadeva nel mondo arabo (quasi che la Palestina fosse in Oceania…) e non si sia preoccupato, dopo il grave incidente della Navi Marmara, di ridefinire, tramite gli Stati Uniti, le proprie relazioni con la Turchia. Di fatto, tutto lascia pensare che tra israeliani ed americani si sia raggiunto un accordo (nonostante non sia un mistero che tra Washington e Tel Aviv vi sono divergenze non affatto marginali) per impedire la formazione di un “polo regionale”, costituito da Ankara, Tehran e Damasco, tanto più pericoloso dopo la caduta di Mubarak – una caduta che sembra anche favorire la nascita di un particolare “asse politico” tra Il Cairo ed Ankara. D’altronde, di deve riconoscere che, se gli Stati Uniti sono di vitale importanza per Israele, anche Washington difficilmente pare poter fare a meno dell’intelligence e dell’apparato bellico di Tel Aviv, se vuole continuare a perseguire il suo disegno di egemonia planetaria.
Comunque sia, è innegabile che si debba pure tener conto dell’incognita rappresentata dalla galassia “islamista”. Una galassia che potrebbe riservare brutte sorprese tanto ad Israele che agli Stati Uniti. Anche questo però sembra essere un “fattore” che i circoli atlantisti e sionisti possono controllare, in virtù di un’immensa superiorità in un settore decisivo, che viene invece trascurato da paesi del Terzo Mondo o in via di sviluppo (ma stranamente anche da molti europei). Vale a dire quel soft power che consente di condizionare lo stile di vita dei ceti medi e, in particolare, delle nuove generazioni, al punto tale che Zbigniew Brzezinski sostiene che l’american way of live sia ormai accettato non solo dalla quasi totalità degli “attori politici”, ma soprattutto da coloro che fanno professione di antiamericanismo. Peraltro – oltre al fatto che Hezbollah ed Hamas possono contare proprio sul sostegno dell’Iran e della Siria – non è una novità né il fatto che molti esponenti di movimenti “islamisti” (malgrado la retorica antisionista ed antiamericana) abbiano rapporti di ogni specie con i servizi israeliani ed anglo-americani, né il fatto che i musulmani sono talmente divisi tra di loro da lasciarsi accecare dall’odio, come dimostra l’ostilità dell’Iran nei confronti di Gheddafi, che non è venuta meno neanche quando i “cirenaici” si sono ribellati contro il governo di Tripoli, sebbene fossero evidenti tanto il loro ruolo di traditori disposti a vendere il proprio paese allo straniero, quanto il fatto che senza la potenza di fuoco occidentale sarebbero stati sconfitti rapidamente dalle forze governative del leader libico. Inoltre, è da rilevare il ruolo sempre maggiore delle monarchie petrolifere nella destabilizzazione del mondo arabo – come prova anche il loro ruolo nell’aggressione alla Libia ed ora contro la Siria – in modo del tutto funzionale agli interessi dell’oligarchia atlantista. In quest’ottica, acquisiscono un’importanza decisiva il comportamento della Russia e quello della Cina. Un altro “passo falso”, dopo l’annientamento della sovranità della Libia – che indirettamente ha “ridimensionato” il significato politico della presenza cinese nel continente africano e mostrato i gravi limiti del raggio di azione della potenza russa – comporterebbe un “arretramento” geopolitico di queste due potenze, tale da rendere meno credibile l’opposizione della Russia allo scudo antimissile americano nell’Europa orientale e, in ogni caso, tale da porre le premesse per un accerchiamento della massa eurasiatica da parte degli Stati Uniti che, avvalendosi dell’appoggio di nuovi partner geostrategici, potrebbero con più facilità superare gli ostacoli che incontrano nello svolgere il ruolo di gendarme del mondo. In sostanza, sembra che si stia passando dall’unipolarismo statunitense, che ha caratterizzato l’ultimo scorcio del Novecento e i primi dieci anni del Duemila, ad un modello internazionale contraddistinto da una geopolitica del caos che avvantaggia la potenza capitalistica occidentale dominante, ma solo in quanto si permette a determinati paesi o gruppi subdominanti di partecipare in misura maggiore alla “spartizione della torta”, anche ai danni di altri “alleati” più deboli.
Sotto questo profilo, si tratta di comprendere allora se vi sia un relazione tra la destabilizzazione dell’intera area mediterranea e medio-orientale e il terremoto finanziario che ha messo in ginocchio i paesi dell’Europa meridionale. Non perché si debba sospettare che vi sia “dietro” un unico disegno strategico, ma perché ci si deve domandare se vi sia una griglia strutturale in grado di spiegare diversi fenomeni come effetti di un unico processo di “occidentalizzazione” a guida statunitense. In tal caso, l’attenzione, per così dire, dovrebbe spostarsi dalla superficie al sottosuolo, onde rilevare il “soggetto impersonale” di tale processo, ovvero la funzione strategica che articola le diverse espressioni (politiche, militari, economiche, sociali e culturali) dell’Occidente, nell’attuale fase storica, che si suole definire come “postmoderna”.
Nondimeno, non v’è dubbio che, se le interpretazioni economicistiche sono del tutto obsolete e fuorvianti, anche un’analisi geopolitica (pur se necessaria, come del resto un’analisi di carattere socio-economico) sia insufficiente, se non si prendono parimenti in esame quei fattori geoculturali (soft-power incluso), indispensabili per capire i fenomeni politici. Perciò sembrerebbe che la cosiddetta “geopolitica del caos” sia da intendere anche nel significato di un “caos” che, in qualche modo, si organizza – che prova ad essere “soggetto” – posto che sia lecito ritenere che il termine “caos”, in un contesto geopolitico, denoti e connoti l’agire strategico e comunicativo che si può giustificare soltanto nella prospettiva ideologica del “politicamente corretto”. Al riguardo, Alain de Benoist osserva giustamente che «non può non essere motivo di preoccupazione il vedere che le società occidentali, pur facendo vistoso riferimento ai diritti dell’uomo, non cessano di mettere in opera procedure di controllo generalizzato e di sorveglianza totale che evidentemente ledono le libertà, grazie a tecniche sempre più sofisticate che i regimi totalitari del secolo scorso avrebbero potuto solo sognare»[2]. E non pare neanche un caso che l’affermazione di de Benoist (che indubbiamente presuppone la riflessione di Heidegger sulla tecnica nell’epoca del nichilismo) possa, in un certo senso, riferirsi alla politica sociale ed economica dell’Occidente, ma anche e soprattutto al modo in cui le forze occidentali agiscono sul piano internazionale, tanto che si è addirittura giunti a considerare l’alienazione dei propri diritti sociali e culturali come sinonimo di “libertà” ed una guerra d’aggressione come un intervento umanitario – a patto, ovviamente, che il fine sia quello di difendere la “libertà” di essere (come gli) occidentali. Peraltro, ci si può meravigliare del fatto che non solo ogni specie di contraffazione spirituale ma anche e soprattutto la stessa economia libidinale delle macchine desideranti e delle moltitudini deterritorializzate postmoderne sia necessariamente connessa con l’organizzazione totale della società e del mondo? E non si dovrebbe quindi vedere in tutti quei fenomeni che si contrappongono al “caos globale”, indipendentemente da ogni altra considerazione, l’azione di una diversa “ragione (meta)politica”, veramente capace di contrastare la barbarie occidentale?

Note:

1. Negli Stati Uniti, alla fine del 2005, circa sette milioni di persone si trovavano in carcere o erano libere sulla parola; nel 2010, i detenuti erano circa due milioni e mezzo; mentre i poveri o “quasi poveri” durante la presidenza di Obama hanno raggiunto la cifra di cento milioni. Vedi http://saluteinternazionale.info/2011/10/la-salute-in-carcere-problema-globale-e-italiano/;http://www.ilpost.it/2010/07/24/prigione-stati-uniti-economist/;http://www.liberoquotidiano.it/news/872944/In-America-100-milioni-di-poveri-Il-merito-Di-Obama.html.
2. Intervista ad Alain de Benoist e Danilo Zolo sui temi del libro di A. de Benoist “Oltre i diritti dell’uomo. Per difendere la libertà”. A cura di Maurizio Messina (http://www.movimentozero.org/index.phpoption=com_content&task=view&id=183&Itemid=53).
Fonte:http://www.statopotenza.eu/1039/geopolitica-del-caos

Disponibile anche su: http://marionessuno.blogspot.it/2013/03/geopolitica-del-caos.html