2018: Libia. Carichi di armi ed esplosivi, la Turchia sta per rivelare la sua vera faccia in Libia

di Vanessa Tomassini –
Dopo la sua uscita anticipata dalla Conferenza di Palermo, la Turchia sembra stia preparando qualcosa di molto grosso in Libia. Due giorni fa le autorità del porto di al-Khamis, ad est della capitale Tripoli, hanno fermato una nave battente bandiera di Antigua e Barbuda che dichiarava di trasportare materiale da costruzione in 40 container, ma che in realtà nascondevano diverse tonnellate di armi. La nave sarebbe salpata il 25 novembre scorso dal porto di Mersin, nel sud della Turchia, e avrebbe fatto scalo in diversi porti turchi fino a quando non ha raggiunto il porto di Ambarli, nella regione occidentale di Istanbul. Gli ufficiali libici, secondo il quotidiano “L’Osservatorio”, avrebbero rinvenuto più di due milioni di shot gun 9 mm, circa tremila pistole 9 mm e 120 Beretta, quattrocento fucili da caccia e quasi 5 milioni tra proiettili e munizioni.
Lo stesso giornale ha reso noto che “il carico è di origine turca e prodotto dalla società turca Zoraki e dai sistemi di difesa Retay”. Giovedì le autorità aeroportuali di Alessandria d’Egitto hanno fermato un passeggero proveniente da Istanbul su un volo della Turkish Airlines per Burj al-Arab, che nascondeva, nel suo bagaglio a mano tra i vestiti 4 orologi con macchina fotografica, diverse schede di memoria, 5 accendini su cui era stata montata una videocamera e memoria USB utilizzati ai fini di spionaggio.
I due eventi arrivano dopo che le autorità tunisine hanno sequestrato un container sempre proveniente dalla Turchia che trasportava tra l’abbigliamento femminile diverse borse esplosive e materiale necessario alla costruzione di esplosivi, come riportato nel servizio della televisione di Stato tunisina, che spiega come gli agenti siano riusciti ad individuare la minaccia perché insospettiti dal peso del carico.
La Turchia continua ad essere base logistica per la realizzazione di azioni giudicate terroristiche nella regione e per supportare materialmente gruppi islamisti in Libia, fin dal 2011. Di recente, esattamente lo scorso gennaio, la Guardia costiera ellenica ha fermato la nave Andromeda che navigava al largo di Agios Nikolaos, vicino all’isola di Creta sotto bandiera della Tanzania diretta a Misurata con oltre 29 container di esplosivo ed 11 serbatoi vuoti di GPL, in contrasto con l’embargo sulle armi a cui la Libia è soggetta dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. È opportuno ricordare che gli inviati di Ankara hanno abbandonato anticipatamente la conferenza per la Libia organizzata dal governo italiano a Palermo il 12 e 13 novembre 2018 perché esclusi da un meeting informale con il maresciallo Khalifa Haftar, che si rifiuta di interloquire con la Fratellanza Musulmana per il suo noto legame con i gruppi estremisti. In molti credono che la Turchia stia preparando la sua “vendetta” con il supporto di altri attori stranieri come la Gran Bretagna, che sta adottando un atteggiamento defilato rispetto alla comunità internazionale che si troverebbe unita nel nuovo action plan riformulato in seguito alla Conferenza di Palermo.

Preso da: https://www.notiziegeopolitiche.net/libia-carichi-di-armi-ed-esplosivi-la-turchia-sta-per-rivelare-la-sua-vera-faccia-in-libia/

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Libya: MI6, Turkish Intelligence and the UN-backed Government of Accord Bringing 6,000 Terrorists from Syria’s Idlib to Tripoli and Misrata

The spokesman for the former General People’s Committee, Moussa Ibrahim, said that there are knowledgeable sources confirming the existence of tripartite coordination between the British intelligence (MI6), Turkish intelligence (MİT), and the government of the internationally-backed government of accord, to transfer about 6,000 multinational terrorists from the Syrian city of Idlib to Misrata and Tripoli through the international airports of Misrata and Mitiga.

In his blog post on the social networking site “Facebook”, Ibrahim added that this coordination comes in anticipation of the sweeping attack expected by the Syrian army to liberate Idlib, in addition to bringing Libya into the spiral of new Islamist terrorism, and to confront the inevitable result of the victory of the forces Dignity, the defeat of the Akwanji-Turkish-British project in the region.

On April 4, Khalifa Haftar announced the launch of an operation to “liberate” the capital Tripoli from the grip of “militias and armed groups”, in conjunction with the announcement by the UN envoy in Libya of the convening of the national gathering of the whole, between 14-16 last April in the city of Ghadames.

The Secretary-General of the League of Arab States called on all Libyan parties to exercise restraint and to reduce the situation of escalation in the field resulting from the recent military moves in the western regions of the country, and to abide by the political process as the only way to end the crisis in Libya and return to dialogue Aimed at achieving a purely national settlement to take the country out of the crisis it is experiencing.

Libya has been undergoing a continuing military political crisis since 2011, when two parties, the internationally-backed government of Concord, led by the winner of Al-Saraj, and the second party, the interim government of eastern Libya, supported by the Council of Representatives in the city of Tobruk, are currently fighting power.

Source: https://libya360.wordpress.com/2019/05/06/libya-mi6-turkish-intelligence-and-the-un-backed-government-of-accord-bringing-terrorists-from-syrias-idlib-to-tripoli-and-misrata/

in Russian and Arabic: http://za-kaddafi.org/node/46848

nel 1912 la Libia diventa colonia italiana

Accadde oggi: nel 1912 la Libia diventa colonia italiana, l’esercito aveva utilizzato per la prima volta autovetture Fiat Tipo
Accadde oggi: termina la guerra in Libia, le truppe italiane utilizzarono per la prima volta autovetture Fiat Tipo 2 e motociclette SIAMT

Parla un giovane di Bengasi: “Gheddafi è nel cuore di milioni”.

“Scendo in strada a bruciare le bandiere italiane” il giovane Moneim ci racconta la sua rabbia.

Di Vanessa Tomassini.
“Tu sei una vera giornalista? Vorrei che tu scrivessi sul tuo giornale che Muammar Gheddafi resta nel cuore di milioni e milioni di persone, forse dire un milione è dire poco. Mi chiamo Moneim Ould Elfatih e sono di Bengasi. Visto che l’Italia è un paese democratico, voglio che scriva un messaggio agli agenti della Nato. ‘Vivo in un posto dove non possono raggiungermi e uccidermi – diceva Gheddafi – avrete ucciso il mio corpo, ma non sarete in grado di uccidere la mia anima che dimora nei cuori di milioni di persone’. Beh tutto questo era vero e non lo dimenticheremo mai. Ora noi sappiamo che l’Italia vuole la sua fetta di torta, ma non è questo il modo. Siamo molto arrabbiati ed è per questo che siamo scesi in piazza a bruciare il tricolore!”.
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A dirci questo è un giovane di 27 anni che indossa una divisa militare e un foulard verde intorno al collo nelle sue foto, dove emula il saluto del rais, con il pugno chiuso verso il cielo. Occhi e capelli scuri, Moneim è arrabbiato, come molti altri, per il via via di politici dall’Italia alla Libia, e viceversa. “Difendiamo la nostra patria, come è accaduto nel secolo scorso. Rispettiamo il popolo italiano, ma non rispettiamo il vostro Governo corrotto che vuole mettere il naso su affari che non gli riguardano. Non vogliamo nemmeno assistenza, perché aprire la porta dell’aiuto significa aprire al colonialismo”. Proviamo a spiegargli che le voci di una missione militare italiana nel sud non sono vere e che l’Italia vuole solamente fermare l’immigrazione e aiutare la Libia a proteggere i suoi confini e che bruciare la bandiera italiana non risolverà poi molto. Lo lasciamo sfogare e così ci mostra i resti dei bombardamenti della Nato, città e strade di Sirte e Bengasi completamente distrutte e residui bellici abbandonati da anni.

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Vedi questi? Sono i veicoli italiani del tempo del colonialismo, messi 
a Bengasi affinché il mondo non dimentichi”.

La visita del ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, a Tripoli, anziché calmare gli animi dopo le dichiarazioni, forse tradotte male del Ministro della Difesa e dell’Interno, ha fatto discutere ancora di più i libici per alcuni dettagli del protocollo diplomatico, come il Ministro italiano che lascia indietro il suo omologo libico.
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Durante la sua missione, il capo della Farnesina ha parlato di voler riattivare l’accordo di amicizia tra la Libia e l’Italia, firmato da Gheddafi e Berlusconi nel 2008. Moneim quel giorno lo ricorda, come “uno dei momenti più belli per il popolo libico. Le scuse dell’Italia alla Libia ed il risarcimento per anni di colonizzazione erano un momento della storia che non avremmo mai potuto dimenticare”. Così mentre esperti ed analisti si interrogano se la rimessa in vigore del Trattato di amicizia possa dare i suoi frutti oggi, i libici si chiedono come possano fidarsi nuovamente dell’Italia dopo la sua partecipazione all’intervento della Nato nel 2011.

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“Da questa strada, gli ultimi 200 uomini hanno lasciato la piazza di Izz al-Azz, con un totale di 43.000 saccheggiatori e 40 paesi crociati. Da qui le anime delle candele della resistenza si sono diffuse in fiamme in tutta la Libia”.

Muammar Gheddafi – prosegue –era la coscienza del mondo, seguito da tutte quelle persone che vogliono la gloria, la libertà e non vogliono la schiavitù, un simbolo che è difficile da dimenticare”. Poi ci confessa: “amo tutto del mio paese, perfino lo sporco su cui cammino perché è narrato dal sangue dei miei antenati. Questa è la gloria che non può essere sottovalutata”. Si rattrista al pensiero che “i soldati della NATO hanno visto con loro alcuni agenti libici ed arabi. Quando ho visto alcuni di loro tra le loro file, ho capito che Israele aveva raggiunto il suo obiettivo, quello di spegnere l’ultimo simbolo dell’islam arabo, Muammar Gheddafi. Questo è ciò che mi fa più male al cuore ogni giorno. Poi c’è il Qatar, sappiamo che Doha ha ancora il controllo della Libia e che insieme alla Turchia finanzia il terrorismo nel mondo”.
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Quando gli parliamo del futuro, Moneim ci dice che non ha speranze e che le elezioni potrebbero essere una soluzione solamente se vinte da Saif al-Islam, il figlio del rais. La cosa che ci sorprende è che indossa una divisa, “sì, sono un’agente di polizia, non ho mai ucciso nessuno ed il mio lavoro rappresenta un dovere nazionale nei confronti della Libia”.
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Preso da: https://specialelibia.it/2018/07/10/scendo-in-strada-a-bruciare-le-bandiere-italiane-il-giovane-moneim-ci-racconta-la-sua-rabbia/

Intervista al Presidente del Consiglio Supremo delle Tribù, “ Si aggiunge una nuova guerra tra Italia e Francia”

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Pubblicato il
Di Vanessa Tomassini.
Dopo l’attacco da parte di Ibrahim Jadhran alla Mezzaluna petrolifera, avvenuto la settimana scorsa, malgrado l’esercito di Khalifa Haftar sia riuscito a ristabilire il controllo sulla regione, si rincorrono le voci di un intervento sul campo da parte delle Nazioni Unite. Mentre sui social si diffondono le immagini di miliziani ciadiani giunti a Misurata, c’è chi insinua anche che Jadhran avrebbe trovato ospitalità nella città dei Fratelli Musulmani, dove sorge l’ospedale da campo italiano. Diverse fonti sostengono perfino che Jadhran, aiutato forse da un esponente del Governo di Tripoli, sarebbe pronto a lasciare la Libia diretto verso la Turchia. Non è un caso che, già nel 2016, l’ex capo delle Petroleum Facility Guards incontrò, proprio ad Instanbul, i funzionari di USA e Regno Unito per discutere del sollevamento del blocco della mezzaluna petrolifera. Pur non essendoci elementi a sufficienza per stabilire se queste voci siano fondate, quel che è certo è che i libici iniziano ad essere sempre più insofferenti della politica straniera a casa loro, soprattutto se a tutto questo si aggiunge la spinosa questione “migranti” e centri di accoglienza. Per capire che aria tira, abbiamo incontrato il presidente del Consiglio Supremo delle Tribù di Warshefana, Abu Amid al-Mabrouk.
-In molti affermano che ci sia il coinvolgimento di Paesi stranieri nel disastro della Mezzaluna petrolifera, è così?
“Innanzitutto bisogna dire che il Governo di Accordo Nazionale, sotto la guida di Fayez al-Serraj e supportato dalla comunità internazionale, è coinvolto in quello che è successo nella Mezzaluna. Ci sono informazioni, anche se non ancora confermate, che alcuni italiani siano passati da Misurata per andare a Ras Lanuf. Penso che alla vecchia lotta per il potere, si sia aggiunto un altro tipo di guerra tra la Francia e l’Italia, quella attraverso le compagnie petrolifere italiane e la francese Total”.

-Crede che anche l’immigrazione clandestina faccia parte di questa guerra? Cosa ne pensa della proposta europea di aprire dei centri di accoglienza migranti in Libia?
“La questione dell’immigrazione clandestina e dei migranti è responsabilità dei paesi colonizzatori che hanno occupato l’Africa. Molti paesi africani ancora oggi sono economicamente e politicamente occupati, per questo i Paesi europei devono trovare soluzioni alla fonte, nei paesi di origine e non in Libia che, essendo il principale paese di transito, è la prima vittima del problema. Noi libici all’unanimità rifiutiamo la creazione di campi di accoglienza, non possiamo accettare che i migranti provenienti dal sud del continente vengano ammassati in Libia. L’unica soluzione è che l’Europa lavori sulle cause dell’immigrazione e soprattutto deve smettere di utilizzare il fascicolo umanitario politicamente ed investire i fondi per aiutare i migranti nelle loro patrie”.
-Dopo Derna, il terrorismo sarà stato sconfitto in Libia?
“In segreto il terrorismo è sostenuto ed è frutto dell’Occidente che lo utilizza per scopi specifici. Osama Bin Laden, ad esempio, è stato creato dall’America, gli ha fornito denaro ed armi per affrontare l’Unione Sovietica in Afghanistan. Dopo che la sua missione è finita, improvvisamente diventa un terrorista ed è stato ucciso dai suoi stessi creatori. Il vero Islam è una religione di pace che rifiuta la violenza e si basa sull’innocenza delle azioni”.
-Da giorni si vocifera un intervento delle Nazioni Unite in Libia, che cosa ne pensa?
“L’intervento delle Nazioni Unite è sul campo da quello militare della Nato del 2011 e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Ora la Libia, dopo sette anni, è stata distrutta diventando terreno fertile per il terrorismo, i trafficanti e l’immigrazione clandestina. È strano come la Libia sia riuscita a distruggere sé stessa sotto la guida delle Nazioni Unite…”.
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Preso da: https://specialelibia.it/2018/06/24/intervista-al-presidente-del-consiglio-supremo-delle-tribu-si-aggiunge-una-nuova-guerra-tra-italia-e-francia/

La Libia secondo l’ONU e secondo la dura realtà

Nonostante la buona volontà di alcuni partecipanti, la conferenza di Parigi per la Libia non ha prodotto, in concreto, gli effetti immaginati. Secondo Thierry Meyssan, la spiegazione è da ricercare nella doppiezza del linguaggio della NATO e dell’ONU che a parole dicono di voler stabilizzare il Paese, mentre nei fatti continuano a perseguire il piano Cebrowski, ossia la distruzione delle strutture degli Stati. Dalla messinscena di Parigi traspariva anche una profonda ignoranza delle peculiarità della società libica.

| Damasco (Siria)

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Conferenza stampa finale del summit di Parigi, il 29 maggio. Da sinistra a destra: Fayez Al-Sarraj (presidente del Governo Libico di Unione Nazionale, designato dall’ONU), Emmanuel Macron (presidente della Repubblica Francese), Ghassan Salamé (funzionario dell’ONU). Questi tre uomini, in Libia, non hanno alcuna legittimità elettiva, eppure sperano di decidere l’avvenire del popolo libico.
Dopo che, nel 2011, la NATO ha annientato la Jamahiriya Araba Libica, la situazione in Libia si è profondamente deteriorata: il PIL si è dimezzato e intere fasce di popolazione vivono nella miseria; è impossibile circolare nel Paese; l’insicurezza è generale. Negli ultimi anni due terzi della popolazione è fuggita all’estero, quantomeno provvisoriamente.

Passando un colpo di spugna sull’illegalità dell’intervento della NATO, le Nazioni Unite stanno tentando di rendere di nuovo stabile il Paese.

I tentativi di pacificazione

L’ONU è presente in Libia con la MANUL (Missione d’Appoggio delle Nazioni Unite in Libia), organo esclusivamente politico. Il reale carattere dell’istituzione è lampante sin dalla nascita. Il suo primo direttore, Ian Martin (ex direttore di Amnesty International), organizzò il trasferimento di 1.500 jihadisti di Al Qaeda, in quanto “rifugiati” (sic!), dalla Libia alla Turchia per formare il cosiddetto “Esercito Siriano Libero”. Benché sia ora guidata da Ghassan Salamé [1], la MANUL dipende direttamente dal capo degli Affari Politici dell’ONU, che non è altri che Jeffrey Feltman. Ex assistente di Hillary Clinton al Dipartimento di Stato USA, è uno degli architetti del piano Cebrowski-Barnett, per distruggere Stati e società del Medio Oriente Allargato [2]. Feltman fu anche supervisore, da un punto di vista diplomatico, delle aggressioni contro Libia e Siria [3].
L’ONU parte dal presupposto che il disordine attuale sia conseguenza della “guerra civile” del 2011, che aizzò il regime di Muhammar Gheddafi contro l’opposizione. Ma, al momento dell’intervento dell’ONU, l’opposizione era costituita soltanto dagli jihadisti di Al Qaeda e dalla tribù dei Misurata. In quanto membro dell’ultimo governo della Jamahiriya Araba Libica, posso testimoniare che l’iniziativa dell’Alleanza Atlantica non fu la risposta al conflitto interno libico, bensì un’articolazione della strategia regionale di lungo respiro, che riguarda l’insieme del Medio Oriente Allargato.
Nelle elezioni legislative del 2014 gli islamisti che avevano combattuto a terra per conto della NATO ottennero scarni risultati. Decisero perciò di non riconoscere la “Camera dei Rappresentanti” (basata a Tobruk) e costituirono un’altra assemblea (basata a Tripoli), ora denominata “Alto Consiglio di Stato”. Ritenendo che le due assemblee rivali potessero formare un sistema bicamerale, Feltman mise i due gruppi su un piano di parità. Ci furono contatti tra le due parti nei Paesi Bassi e, in seguito, furono firmati gli accordi di Skhirat (Marocco), senza però l’assenso delle due assemblee. Con questi “accordi” venne istituito un “governo di unità nazionale” (con sede, inizialmente, in Tunisia), designato dall’ONU.
Per preparare l’elaborazione di una nuova Costituzione nonché le elezioni presidenziali e legislative, la Francia, sostituendosi agli sforzi di Paesi Bassi ed Egitto, ha organizzato a fine maggio un summit, cui hanno partecipato le personalità presentate dall’ONU come i quattro leader del Paese e i rappresentati dei principali Stati coinvolti della regione. L’iniziativa è stata vivacemente criticata in Italia [4].
Pubblicamente si è usato un linguaggio politico; discretamente, invece, sono stati disegnati i contorni di una Banca Centrale Libica che cancellerà il furto, da parte della NATO [5], dei Fondi sovrani libici e centralizzerà il denaro del petrolio. Comunque sia, dopo la firma di una dichiarazione comune [6] e gli abbracci di rito, la situazione sul campo è precipitata.
Il presidente francese, Emmanuel Macron, agisce in base alla propria esperienza di banchiere d’affari: ha riunito i principali leader libici scelti dall’ONU; con loro ha valutato come proteggere i rispettivi interessi, in vista della creazione di un governo riconosciuto da tutti; ha verificato che le potenze straniere non abbiano intenzione di sabotare l’iniziativa; e ha creduto di poter ottenere il plauso dei libici. Però non è andata così, perché la Libia è un Paese completamente differente dalle società occidentali.
È evidente che la Francia, che è stata, insieme al Regno Unito, la punta di lancia della NATO contro la Libia, sta cercando di incassare i dividenti dell’intervento militare, che gli alleati anglosassoni le hanno a suo tempo sottratto.
Per capire quel che sta accadendo, bisogna tornare indietro nel tempo e analizzare come vivono i libici, in virtù delle loro peculiari e personali esperienze.

La storia della Libia

La Libia esiste solo da 67 anni. Con la caduta del fascismo e la fine della seconda guerra mondiale, la colonia italiana fu occupata dai britannici (in Tripolitania e in Cirenaica) e dai francesi (nel Fezzan, che divisero e, amministrativamente, annetterono alle colonie d’Algeria e Tunisia).
Londra favorì l’instaurazione di una monarchia controllata dall’Arabia Saudita, la dinastia dei Senussi, che regnò dall’indipendenza del Paese, nel 1951. La monarchia, di religione wahabita, mantenne il nuovo Stato in un oscurantismo totale, favorendo gli interessi economici e militari degli anglosassoni.
La monarchia fu rovesciata nel 1969 da un gruppo di ufficiali che proclamò l’indipendenza autentica del Paese e mise alla porta le potenze straniere. Sul piano politico interno, nel 1975 Muhammar Gheddafi stilò un programma, il Libro Verde, con cui s’impegnò a soddisfare le principali aspirazioni delle popolazioni del deserto. Per esempio, mentre tutti i beduini desideravano possedere una propria tenda e un proprio cammello, Gheddafi promise a ogni famiglia un appartamento gratuito e un’auto. La Jamahiriya Araba Libica garantì anche acqua [7], educazione e sanità gratuite [8]. Progressivamente, la popolazione nomade del deserto si sedentarizzò lungo la costa, ma i legami delle famiglie con le tribù d’origine si mantennero più saldi delle relazioni di vicinato. Furono create istituzioni a livello nazionale, ispirate alle esperienze dei falansteri dei socialisti utopici del XIX secolo, e fu instaurata una democrazia diretta, pur mantenendo le antiche strutture tribali. Le decisioni importanti erano dapprima presentate all’Assemblea Consultiva delle tribù e, successivamente, deliberate dal Congresso Generale del Popolo (parlamento nazionale). Sul piano internazionale, Gheddafi si dedicò alla risoluzione dei conflitti secolari tra gli africani, arabi e neri. Mise fine alla schiavitù e utilizzò una parte consistente delle entrate petrolifere per sostenere lo sviluppo dei Paesi sub-sahariani, soprattutto del Mali. Le iniziative di Gheddafi scrollarono gli occidentali che perciò avviarono politiche di aiuto allo sviluppo del continente.
Tuttavia, malgrado i progressi, trent’anni di Jamahiriya non bastarono a trasformare questa sorta di Arabia Saudita africana in una società laica moderna.

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Ghassan Salamé e il suo capo, Jeffrey Feltman.

Il problema odierno

Distruggendo il regime di Gheddafi e facendo sventolare di nuovo la bandiera dei Senussi, l’ONU ha fatto retrocedere il Paese alla situazione antecedente il 1969: un coacervo di tribù che vivono nel deserto, tagliate fuori dal mondo. La Sharia, il razzismo, la schiavitù sono ricomparsi. In simili condizioni è vano cercare di ristabilire l’ordine dall’alto. È invece indispensabile, innanzitutto, rendere pacifiche le relazioni tribali. Si potranno prevedere istituzioni democratiche solo dopo aver compiuto quest’operazione. Fino a quel momento, la sicurezza di ciascuno sarà garantita solo dall’appartenenza a una tribù. Per sopravvivere, i libici impediranno a loro stessi di pensare autonomamente e faranno sempre riferimento alla posizione del proprio gruppo.
L’esempio della repressione degli abitanti di Misurata contro quelli di Tawarga è esemplare. I misurata sono discendenti di soldati turchi dell’esercito ottomano, mentre i tawarga discendono da schiavi neri. Coalizzati con la Turchia, i misurata hanno partecipato al rovesciamento della Jamahiriya. Dopo che la bandiera dei Senussi è stata di nuovo imposta, i misurata si sono scatenati, con furore razzista, contro i neri. Li hanno accusati di ogni sorta di crimini e ne hanno costretti 30.000 a fuggire.
Indubbiamente sarà difficile far emergere una personalità della statura di Gheddafi, che possa essere innanzitutto riconosciuta dalle tribù e, successivamente, dal popolo. Del resto non è questa la soluzione che sta cercando Feltman. Contraddicendo le dichiarazioni ufficiali che parlano di soluzione «inclusiva», ossia che includa tutte le componenti della società libica, Feltman, attraverso gli jihadisti – con cui, quando era al Dipartimento di Stato, aveva collaborato per combattere Gheddafi – ha imposto una legge che vieta ogni funzione pubblica alle persone che hanno servito la Guida. La Camera dei Rappresentanti si è rifiutata di applicare questa disposizione, tutt’ora in vigore a Tripoli. Questo dispositivo è simile a quello della debaasificazione che lo stesso Feltman impose all’Iraq, all’epoca in cui era uno dei dirigenti dell’Autorità Provvisoria della Coalizione. In entrambi i casi, simili leggi sono utili per privare le istituzioni statali della maggior parte delle élite politiche, spronandole alla violenza o all’esilio. È evidente come Feltman continui a perseguire gli obiettivi del piano Cebrowski, pur avendo la pretesa di lavorare per la pace.
Diversamente da quel che sembra, il problema della Libia non è la rivalità tra i leader, bensì l’assenza di pacificazione tra le tribù e l’esclusione di chi sostenne Gheddafi. La soluzione non può essere negoziata da quattro leader riuniti a Parigi, ma unicamente in seno e intorno alla Camera dei Rappresentanti di Tobruk, la cui autorità si estende ora sull’80% del territorio.

Traduzione
Rachele Marmetti
Il Cronista 

[1] Ghassan Salamé è un politico libanese e docente universitario in Francia. È padre della giornalista francese Léa Salamé e della direttrice della Fondazione Boghossian del Belgio, Louma Salamé. Ha lavorato con Jeffrey Feltman in Iraq, ma non in Libano.
[2] “Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 agosto 2017.
[3] “La Germania e l’ONU contro la Siria”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Al-Watan (Siria) , Rete Voltaire, 28 gennaio 2016.
[4] Nel 2011 il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, insorse contro l’intervento della NATO. Fu richiamato all’ordine atlantista dallo stesso parlamento.
Ndt:
L’opzione inizialmente “pacifista” di Silvio Berlusconi e il naufragio di questa si spiegano con due considerazioni.
Primo, l’atteggiamento amicale del governo Berlusconi nei confronti della Libia si pone in continuità con quello dei governi precedenti. Chiuso il capitolo coloniale e preso atto della stabilità di Gheddafi al potere, l’Italia ha sempre cercato di sfruttare in chiave affaristica i buoni rapporti con la Guida. Un’apertura mercantile che si è sempre estesa alle imprese private: basti citare la FIAT, che nel 1976, bisognosa di capitali, chiese e ottenne un finanziamento dal governo di Tripoli, in cambio del 15% della società torinese.
Ma nel 2011 (a 25 anni dall’estromissione di Gheddafi dalla FIAT, in ossequio a un diktat della NATO, pretestato dal timore che il socio libico suggesse tecnologia militare dalla FIAT), l’ostilità contro la Libia era ormai una scelta atlantica irreversibile, alla quale si era piegato il grosso del mondo politico e affaristico italiano. Persino i sindacati si convertirono alla guerra: il 22 febbraio Susanna Camusso, segretario della CGIL (il primo sinacato del Paese!), condannò le esitazioni del governo italiano a intervenire in Libia e lo spinse a muoversi. Rossana Rossanda, esponente dei comunisti storici, fece lo stesso sul Manifesto del 9 marzo. Il 2 aprile il presidente della Repubblica, il postcomunista Giorgio Napolitano, non esitò a coprirsi di ridicolo affermando che l’aggressione alla Libia non poteva considerarsi una guerra!
Berlusconi si trovò a fronteggiare non soltanto il favore generale dell’Italia verso l’aggressione a Gheddafi, ma dovette accettare un coinvolgimento diretto, ancorché discreto, del Paese: dal 17 febbraio soldati italiani furono schierati a Benghazi (accanto a truppe inglesi e francesi e saudite), in funzione provocatoria nelle manifestazioni di piazza, dove offrirono ai media atlantisti lo spettacolo artefatto di cittadini colpiti dalle truppe di Gheddafi.
[5] “La rapina del secolo: l’assalto dei «volenterosi» ai fondi sovrani libici”, di Manlio Dinucci, Il Manifesto (Italia) , Rete Voltaire, 22 aprile 2011.
[6] « Déclaration politique sur la Libye », Réseau Voltaire, 29 mai 2018.
[7] Nel 1991 la Libia iniziò a costruire il “Grande fiume artificiale”, una vasta rete per sfruttare le falde acquifere del Bacino di Nubia, che si trovano molto in profondità. Questo gigantesco sistema non ha equivalenti nel mondo.
[8] A causa della penuria di ospedali, gli interventi spesso erano effettuati all’estero, a spese dello Stato.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article201399.html

2018: Interferenze criminali in Libia da parte di Italia, Turchia e Qatar

9 marzo 2018, Libyan War The Truth 25/2/2018

Italia, Qatar e Turchia sostengono apertamente i terroristi in Libia. Queste attività sono atti criminali contro l’umanità e sono crimini di guerra internazionali. Il popolo libico ha sofferto sotto le milizie (terroristi) e altri mercenari infiltrati nel Paese con la guerra illegale iniziata sotto falsa bandiera nel 2011. Se tali terroristi venivano lasciati a se stessi, le grandi tribù della Libia (tutti i popoli libici) li avrebbero rimossi purificando il Paese e riportando stabilità e sovranità da anni. Ma non era il piano dei criminali sionisti del Nuovo Ordine Mondiale (Clinton, Obama, Cameron, Sarkozy, Qatar, Turchia, ecc.). Il loro piano è la distruzione della Libia, il furto di tutte le risorse libiche. La Libia era completamente solvibile, senza debiti, con 500 miliardi nelle riserva europea e federale, molte tonnellate di oro, argento, metalli preziosi e enormi quantità di petrolio. Questo era il suo crimine, non averli sotto il controllo dei banchieri sionisti (Rothschilds, ecc.) Con la loro moneta legale e senza debiti verso FMI, Banca Mondiale o altre banche controllate da Rothchild. Gheddafi stava creando una valuta basata sull’oro per tutta l’Africa perché capiva le attività criminali dei banchieri e il loro piano del debito per controllare il mondo col dollaro fasullo. La creazione del Dinaro d’oro per l’Africa fu ciò che lo fece uccidere.

Negli ultimi anni l’Italia ha lentamente inviato soldati in terra libica. Non è legale, né voluto dal popolo libico. È già abbastanza grave che invadano la Libia illegalmente ma, peggio ancora, si sono schierati coi terroristi contro il popolo libico. Ancora una volta, l’Italia dimostra la propria corruzione preoccupando la Libia. L’Italia collabora col governo fantoccio illegittimo delle Nazioni Unite di Saraj a Tripoli, un governo di terroristi. L’Italia invia anche truppe a Misurata, sede delle peggiori milizie criminali in Libia. La scorsa settimana, Derna, nell’est della Libia, veniva assediata dall’Esercito nazionale libico, la ragione è la patria dell’islam radicale in Libia ed è piena di terroristi, molti dei quali ricercati dalle autorità mondiali. L’esercito egiziano ha iniziato a bombardare i noti nascondigli di questi terroristi a Derna. Questo aiuta il popolo libico nella lotta per ripulire il Paese e anche aiuta a proteggere l’Egitto dai terroristi che l’attraversano. Con un atto di estrema arroganza, il governo italiano ha contattato quello egiziano chiedendogli di smettere di attaccare Derna. Ha detto all’Egitto che non era autorizzato a bombardare in Libia. Chi diavolo pensa di essere l’Italia? Non ha il controllo della Libia, e non è certamente responsabili dell’Egitto e del suo diritto di proteggere il proprio popolo. Questa è l’arroganza degli italiani che lavorano per i sionisti passandogli la Libia per una caramella, essendo al verde e disperatamente bisognosi di derubare ancora le ricchezze della Libia. Ovviamente gli italiani devono schierarsi coi mercenari terroristi perché i libici li butterebbero fuori se potessero scegliere
Per chi non sa cosa fece l’Italia in Libia in passato…

La storia dei crimini di guerra italiani contro il popolo libico è orrenda. C’è un eccellente film realizzato anni fa, intitolato il “Leone del Deserto”, con Anthony Quinn. (scaricabile qui). Questo film fu realizzato nel 1981 ed è la storia di Omar Muqtar, un grande eroe libico che combatté l’esercito fascista di Mussolini nel deserto. Il film è vicino a fatti storici. L’Italia non poteva combattere i beduini nel deserto; perdeva, e così Mussolini inviò uno spietato capo militare (Graziani. NdT) che pose il filo spinato nel deserto, uccidendo persone e animali. Imprigionò tutti i libici nei campi di concentramento e ne uccise molti per fame e sete. Quando l’Italia finì in Libia, rimasero vivi solo 250000 cittadini libici. Dopo di che l’Italia occupò la Libia, prendendosi terra, beni, città, ecc. Si costruirono ville e case estive. Il popolo libico non era autorizzato a possedere terra ed era schiavo dei ricchi italiani. Nel 1969, la Libia era il Paese più povero dell’Africa, cogli italiani che rubavano la ricchezza della Libia e Stati Uniti, Regno Unito e Francia che ne prendevano il petrolio. Il Regno Unito piazzò un vecchio re dispotico (i libici non ne ha mai avuti) e ne fu il burattino. Il salario medio di un libico era 60 dinari all’anno. Questo portò il colpo di Stato incruento (Rivoluzione di al- Fatah del 1969) delle grandi tribù della Libia allontanando il Paese da ladri ed occupanti illegali. Dal 1969 alla rivoluzione fasulla sotto falsa bandiera della NATO e alla guerra illegale, la Libia divenne il Paese più sviluppato e ricco d’Africa. Questo sotto la guida di Muamar al-Qadafi.
Ora Qatar e Turchia sostennero la destabilizzazione della Libia dall’inizio della falsa bandiera del 2011. Il Qatar è un Paese piccolo con risorse limitate ma grande appetito. È sede della più grande base militare degli Stati Uniti nel mondo e ospita i più grandi campi di addestramento per terroristi mercenari. Il Qatar cercò avidamente di rubare le risorse della Libia per anni ed approfittò dell’aiuto offerto da Hillary Clinton nel 2011 unendosi nell’attacco alla Libia. Finora il Qatar sostiene apertamente i terroristi e le milizie islamiste che occupano la Libia e opprimono il popolo libico. Il Qatar arma e finanzia apertamente le milizie criminali in Libia e impedisce intenzionalmente al legittimo popolo libico di controllare i propri governo e terra. Questi sono atti di guerra e crimini contro l’umanità in quanto tali milizie sono spietate, prendendo libertà e denaro del popolo libico. La Turchia arma, finanzia e invia mercenari in Libia ogni giorno. La Turchia è ora casa e rifugio di tutti i principali terroristi del mondo. Bilhaj, fondatore del Libya Islamic Fighting Group, nota organizzazione terroristica, vive felicemente in Turchia godendo dei miliardi che ha rubato alla Libia e usa l’LIFG per controllare Tripoli; e sempre pianifica il terrorismo nel mondo. Tripoli è ora sede di alcuni dei peggiori estremisti islamici, che lavorano con LIFG, governo fantoccio delle Nazioni Unite di Saraj e milizie di Misurata di Hillary Clinton. Tripoli è controllata da tali milizie terroristiche. Gli abitanti di Tripoli vivono in una prigione, sono controllati e maltrattati da tali milizie armate. Non c’è governo ma solo i dittatori terroristici che derubano dalla Libia e abusano del popolo libico ogni giorno. Ancora una volta, il sostegno della Turchia a terrorismo e corruzione in Libia è un crimine contro l’umanità e contro tutte le leggi internazionali.
A proposito di crimini contro l’umanità, va fatta una dichiarazione sulla tribù dei Tawargha. Una tribù libica di colore, rimasta senza case per mano dalle milizie di Misurata (terroristi) che distrussero le loro città negli ultimi 7 anni. Il 1° febbraio 2018 è il giorno in cui tutta la Libia (incluso il governo fantoccio) decise che i Tawargha tornino a case. Naturalmente, non vi è alcun rispetto per lo Stato di diritto quando bande e milizie controllano il Paese. Di conseguenza, la tribù dei Tawargha viaggiò per rientrare casa per centinaia di miglia nel deserto, ma prima che raggiungesse le proprie case, le milizie di Misurata bloccarono le strade e non li lasciò passare. Ora, dal 1° febbraio, circa 60000 uomini, donne e bambini vivono nel deserto senza acqua, cibo o rifugio. Il mondo chiude gli occhi su tali atrocità mentre i media favoriscono le milizie di Misurata che compiono tale terrorismo. Dimostrando ancora una volta che chi ha preso la Libia con la forza, ha distrutto il Paese e continua a mantenere uno Stato fallito è la stessa Cabala del Nuovo Ordine Mondiale Sionista che controlla i media in tutto il mondo. Non si basano all’umanità, si preoccupano solo della loro agenda, Paesi, famiglie e vite distrutti sono solo danni collaterali accettabili. Le Grandi Tribù della Libia lavorano ogni giorno per ripulire il Paese da tali intrusi e terroristi. Il popolo libico non è estremista, odia l’Islam radicale, quindi è un bersaglio dei radicali. Le tribù lavoreranno per una nuova elezione quest’anno, una in cui un nuovo governo e un nuovo leader saranno eletti dal popolo libico (non piazzato con la forza delle Nazioni Unite o dai sionisti). Dei circa 5 milioni di libici legittimi, oltre 3,5 milioni sono ora registrati per votare. Questa è la stragrande maggioranza della popolazione adulta. Tribù e popolo libici non hanno perso la volontà di ottenere sovranità e libertà. Sanno che è un compito difficile quando i terroristi che occupano il Paese sono sostenuti ogni giorno da altri Paesi. Sanno che hanno bisogno di aiuto anche dall’estero perché sono stati appositamente esclusi dai loro fondi e dalla capacità di acquistare armi (embargo dell’ONU dal 2011). Le grandi tribù della Libia hanno bisogno di più voci che gridino al mondo l’ingiustizia commessa ogni giorno nel loro Paese con le interferenze illegali di altri Paesi. Hanno bisogno di aiuto per liberare il proprio Paese (e il mondo) dai terroristi in Libia. Guardano ai vicini per l’aiuto perché anch’essi sono minacciati dagli stessi mercenari terroristi e rivolgono gli occhi alla madre Russia, che vedono come forse l’unico Paese giusto per chi ha perso Paese nei continui crimini della Cabala sionista del Nuovo ordine mondiale
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Traduzione di Alessandro Lattanzio

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2018/03/09/interferenze-criminali-in-libia-da-parte-di-italia-turchia-e-qatar/

Così le ambasciate europee aiutano i jihadisti a tornare a casa

20 maggio 2017

Centinaia di foreign fighters intasano i centralini delle rappresentanze diplomatiche europee in Turchia chiedendo aiuto per tornare in patria.

«Pronto, chiamo dalla Siria, sospetto che consultando le vostre liste riconoscerete il mio nome – esordiscono -. Ho combattuto per lo Stato Islamico ma ora sono pentito, davvero, e mi vengono le lacrime agli occhi ogni volta che penso alla mia vera casa».

Sono conversazioni telefoniche – scrive Lerner su La Stampa –  che suonano quasi inconcepibili, quelle raccontate da chi le ha vissute in prima persona, e invece avvengono con cadenza settimanale, a volte perfino ogni giorno.

«In questo momento sto gestendo ben 15 casi di francesi che vogliono svignarsela dalla Siria», racconta un funzionario dell’Ambasciata di Francia ad Ankara. «Alcuni si inventano storie improbabili su come sono finiti lì, altri dicono di avere svolto solo attività umanitarie. Ma dopo aver lavorato su 160 casi ne sono convinto: non c’è rimorso sincero, soltanto stanchezza e paura».

Rientrare in sicurezza non è uno scherzo. Non solo perché lo Stato Islamico ha dichiarato guerra alle diserzioni, condannate alla stregua di atti d’apostasia.
[…]
Secondo un recente rapporto europeo sarebbero circa 1.500 su cinquemila i foreign fighters europei che hanno fatto ritorno, cioè il 30 per cento. Di regola, chi decide di rientrare attraverso canali ufficiali finisce nelle gattabuie turche e poi, dopo l’espulsione, in quelle del paese di appartenenza. «La paura di finire in carcere nel momento del rientro a casa scoraggia molti foreign fighters che farebbero altrimenti ritorno», avverte Veronique Roi, la madre di un convertito francese che è morto combattendo in Siria. «È assurdo che si condannino i pentiti più che i loro reclutatori, come se i foreign fighters fossero al cento per cento responsabili di ciò che hanno fatto».

Preso da: http://www.imolaoggi.it/2017/05/20/cosi-le-ambasciate-europee-aiutano-i-jihadisti-a-tornare-a-casa/

 

Dalla Libia alla Siria, la strana storia di un giornalista free-lance finanziato da George Soros

Dalla Libia alla Siria, la strana storia di un giornalista free-lance finanziato da un miliardario

I media mainstream italiani stanno dando grande enfasi in queste ore alla storia eroica di Gabriele Del Grande, 35 anni, giornalista mai iscrittosi all’Ordine dei Giornalisti italiano, originario di Lucca. E’ stato fermato in Turchia nella provincia sud-orientale di Hatay, al confine con la Siria e sarà espulso dal Paese. Fonti giornalistiche occidentali affermano che Del Grande sia stato preso in consegna dalle autorità turche perché sprovvisto del necessario permesso stampa, senza il quale non puoi esercitare come giornalista. Ma, forse, c’è dell’altro…
Un free-lance e un magnate
La fiaba di un free-lance idealista e di un magnate filantropo
Bisogna infatti sapere che Del Grande, che deve la sua popolarità ai flussi migratori, gestisce il blog Fortress Europe, creato nel 2006 come “osservatorio sulle vittime della frontiera”, il quale è stato finanziato nientemeno che dalla Open Society Foundation del miliardario George Soros. A confermarlo è anche la Agenzia Giornalistica Italiana (AGI) ma basterebbe navigare sul sito di Soros per scoprirlo (vedi). La Open Society Foundation è un ente che – stando anche a WikiLeaks – oltre a lucrare sull’emigrazione di massa, finanzia i partiti politici anti-russi e favorevoli all’Unione Europa, e gestisce una rete di think tank atti a influenzare l’opinione pubblica a favore del globalismo. In modo particolare Soros è ritenuto vicino ai movimenti eversivi filo-imperialisti, protagonisti ad esempio del colpo di stato fascista in Ucraina e delle cosiddette “primavere arabe” che hanno destabilizzato la Libia e la Siria facendo esplodere il dramma dei profughi. Insomma: con questi sponsor Del Grande non è propriamente l’immagine del free-lance indipendente e idealista di cui si parla e già nel 2013 la Radiotelevisione pubblica della Svizzera Italiana gli dava ampio spazio (link).
Prima di affrontare la guerra siriana questo strano free-lance ha raccontato il conflitto libico accusando i giornalisti della sinistra anti-imperialista di raccontare il falso: fra le vittime dei suoi anatemi non solo Valentino Parlato de “Il Manifesto”, ma anche “TeleSur”, il canale Tv latinoamericano promosso dal Venezuela di Hugo Chavez, definito in sostanza come poco affidabile. Insomma: solo Del Grande sapeva quello che accadeva davvero in Libia ed era naturalmente la solita retorica mielosa di una presunta rivolta di popolo per la libertà e la democrazia, senza alcuna ingerenza neo-coloniale estera. Basta vedere cosa è la Libia oggi per capire quali interessi rappresentava in realtà questo giornalista. Ma andiamo a leggere quale era l’accusa che Del Grande rivolgeva al governo libico di Muammer Al-Gheddafi: “l’unica forma di opposizione interna negli ultimi decenni è stata quella dell’islam politico. Represso durissimamente dalla dittatura!”. In pratica l’aver contrastato con forza il terrorismo di matrice islamista sarebbe stato …negativo!
Del Grande davanti a una bandiera dell'insurrezione filo-atlantica in Siria
Del Grande davanti a una bandiera dell’insurrezione filo-atlantica
Ma questa uscita quasi simpatetica nei confronti dell’eversione islamista non è una gaffe… in altre occasioni il nostro strano free-lance si è espresso in termini ambigui, tanto che sembra, secondo voci per ora non confermate, che il suo fermo sia avvenuto mentre tentava di entrare illegalmente in territorio siriano dalla Turchia in compagnia di miliziani jihadisti. Del Grande, in effetti, ha più volte parlato dell’aggressione ai danni della Siria come di un movimento “rivoluzionario” e ha definito i terroristi come dei “partigiani”. In un suo testo è arrivato persino a descrivere la bandiera nera delle bande armate integraliste come un “simbolo dell’internazionalismo islamista” (sic!) arrivando a spiegare che molti terroristi “sono venuti semplicemente per seguire un grande ideale di solidarietà con la comunità musulmana sunnita siriana, a cui sentono di appartenere al di là delle frontiere”. Solidarietà sì, ma per rovesciare un governo laico, instaurare un regime di terrore estremista dedito alle decapitazioni? Non mancano foto che lo ritraggono con la bandiera dei ribelli siriani, quelli armati dagli Stati Uniti, mentre fa il segno della vittoria. Anche qui: più che un reporter super partes, appare come un militante ben addentro a una dinamica di guerra.
“Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono” diceva Malcolm X

1 SETTEMBRE 1969

«Popolo di Libia!
Interpretando la tua libera volontà; esaudendo i tuoi voti supremi; accogliendo il tuo appello incessante al cambiamento di regime e la tua aspirazione ad agire; ascoltando le tue esortazioni alla rivolta, le tue forze armate hanno rovesciato il regime reazionario e corrotto, il cui fetore ci soffocava, il cui spettacolo ci ripugnava.
D’un solo colpo, la tua valente armata ha fatto cadere gl’idoli e li ha mandati in frantumi. D’un solo colpo, essa ha illuminato la notte oscura in cui s’erano succedute la dominazione turca, la dominazione italiana, la dominazione – infine – d’un regime reazionario e putrefatto in seno al quale regnavano la concussione, le fazioni, la fellonia e il tradimento.
La Libia è, a partire da adesso, una repubblica libera e sovrana, che assume il nome di Repubblica Araba Libica e che, per grazia di Dio, si mette all’opera. Essa procederà sulla strada della libertà, dell’unità e della giustizia, garantendo a tutti i suoi figli l’equità e la fratellanza ed aprendo dinanzi a loro le porte di un’attività onesta, dalla quale saranno bandite l’ingiustizia e lo sfruttamento, dove non ci saranno né servi né padroni, dove tutti saranno liberi fratelli. Questa attività si collocherà in un mondo che vedrà regnare, per la grazia di Dio, il bene comune e la giustizia.
Tendete a noi le vostre mani, aprite a noi i vostri cuori, dimenticate le avversità e fate fronte, uniti in un unico blocco, al nemico della Nazione Araba, al nemico dell’Islam, al nemico dell’Uomo, a colui che ha bruciato i nostri templi e ha dileggiato il nostro Onore. Noi costruiremo l’edificio della nostra gloria, faremo rivivere il nostro retaggio, vendicheremo la nostra dignità offesa e i nostri diritti spogliati.
O voi che siete stati testimoni della sacra lotta del nostro eroe Omar EI-Muktar, lotta per la Libia, per l’Arabismo e per l’Islam; o voi che avete combattuto al fianco di Ahmed EI-Sherif per un giusto ideale; voi, i figli del deserto; voi, i figli delle nostre antiche città; voi, i figli delle nostre verdeggianti campagne; voi, i figli dei nostri bei villaggi: l’ora dell’azione è arrivata.
Andiamo avanti, e che la pace sia con voi
».

MUAMMAR GHEDDAFI
alla radio il 1 settembre 1969 proclama la fine della monarchia e la nascita della repubblica.