Si sapeva da anni, ma i media lo scoprono adesso: Libia, blindati turchi a milizie di Misurata: violato l’embargo Onu

Libia, blindati turchi a milizie di Misurata: violato l’embargo Onu

Lo ha riferito oggi il quotidiano ‘Asharq al-Awsat’
ROMA – Sono le milizie di Misurata le prime beneficiarie dei blindati consegnati nel fine-settimana nel porto di Tripoli da una nave battente bandiera turca: lo ha riferito oggi il quotidiano ‘Asharq al-Awsat’, che ha citato fonti militari in Libia.

Secondo questa ricostruzione, alcuni dei 30 veicoli giunti a bordo della Amazon Giurgulesti sono stati assegnati in dotazione anche alla Brigata Al-Nawasi e a milizie “estremiste” come Usama Al-Juwaili.
Della consegna dei blindati a beneficio dei combattenti di Misurata, fedeli all’esecutivo di Fayez Al-Serraj, si è scritto nel fine-settimana. In evidenza sulla stampa locale e internazionale il dato della violazione dell’embargo sulle armi approvato dall’Onu nel 2011 ma già bypassato più volte, con denunce rivolte tra gli altri a Emirati Arabi Uniti, Qatar, Francia ed Egitto. Il contesto, dal 4 aprile scorso, è quello dello scontro alle porte di Tripoli e in altre zone della Libia tra le forze di Al-Serraj e l’Esercito nazionale che fa capo al generale Khalifa Haftar.
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JUGOSLAVIA, UNA FINE ANNUNCIATA E PROGRAMMATA

1 marzo 2014,

di Massimo Iacopi –
Creato artificialmente all’indomani della Prima guerra mondiale, lo Stato jugoslavo non è sopravvissuto alla fine della guerra fredda. La sua dissoluzione, abilmente gestita dall’esterno, ha generato nuove e vacillanti organizzazioni statali che promettono nuove instabilità per il futuro.
Il secondo smembramento della Jugoslavia è stato la conclusione di un processo di disintegrazione iniziato nel corso degli anni ’80 del XX secolo. Oggi sappiamo che la Cia aveva preparato fin dal 1988 un piano di frazionamento del Paese, considerato un attore troppo importante nel momento in cui la scomparsa dell’Urss sembrava aprire nuove prospettive per il progresso della globalizzazione liberale. Fattori interni quali il desiderio di autonomia delle minoranze nazionali, le rivendicazioni irredentiste e un sistema economico “autogestito” e ormai in debito di ossigeno, possono spiegare il crollo della federazione jugoslava. Ma, sulla base di recenti ricerche, ci si può legittimamente interrogare anche sul ruolo importante rivestito dalle potenze straniere.
L’appoggio dell’Iran e dell’Arabia Saudita ai mussulmani di Bosnia e del Kosovo, il sostegno della Germania alle indipendenze croate e slovena o le proiezioni della Russia verso le popolazioni di fede ortodossa sono altrettanti fattori che hanno influito pesantemente sullo spazio ex jugoslavo a partire dagli anni ’90.
Di fatto, intervenendo direttamente in Bosnia (accordi di Dayton del 1995) e in Kosovo (1999), o indirettamente per il controllo delle rotte del gas e del petrolio, l’impero americano ha accelerato il crollo di un Paese che solo un decennio prima era stato sul punto di firmare un accordo di pre-adesione alla Comunità Economica Europea.
Tito con Nixon alla Casa Bianca, 1971

Tito con Nixon alla Casa Bianca, 1971

All’indomani della Seconda guerra mondiale, Josip Broz, detto Tito, edificò – sulle rovine del regno fondato nel 1918 e invaso nel 1941 da Tedeschi e Italiani – una nuova Jugoslavia comunista. La federazione delle sei repubbliche, create nel 1946, basava il suo collante sulla Lega dei Comunisti di Jugoslavia e sulla statura internazionale del suo leader, creatore del Movimento dei Paesi non allineati. Ma il croato Tito temeva le ambizioni e il peso politico della componente serba (8 milioni sui 26 milioni di abitanti nel 1953) e suddivise la Serbia in tre entità, fra cui la Voivodina e il Kosovo-Metochie. Eliminò anche le opposizioni stalinista e monarchica, inviando i loro capi nel campo di “rieducazione” e prigionia di Goli Otok (1948-1956).
In realtà, Tito non riuscì a risolvere la questione nazionale. A partire dal 1964 commise l’errore di creare una nazione caratterizzata dall’adesione a una religione, la “nazione musulmana” di Bosnia-Erzegovina. I musulmani, sostenuti dall’Arabia Saudita, approfittarono di questo sostegno costruendo più moschee di quante ne erano state costruite sotto il dominio ottomano.
Nel 1968, nel vicino Kosovo-Metochie, la popolazione albanese chiese, nel corso di alcune manifestazioni, la creazione di una settima repubblica. Ottenuta una parziale autonomia, il Kosovo potrà così accedere alla presidenza federale nella Costituzione del 1974. I Serbi, in minoranza e respinti dal governo provinciale, cominciano a lasciare il Kossovo.
Nel 1971 anche le gerarchie del partito comunista croato reclamano una maggiore autonomia rispetto al governo centrale, ma la loro iniziativa viene stroncata da Belgrado.
Alla sua morte, nel 1980, Tito lascia un paese diviso e disarmato di fronte alla crisi economica. Il sistema di autogestione non funziona più; durante gli anni ’70 la crescita della disoccupazione aveva spinto molti jugoslavi all’emigrazione. Questa situazione economica contribuì ad aumentare le frustrazioni e a incoraggiare le spinte nazionaliste.

Carro armato distrutto a Vukovar, 1991 - Peter Denton

Carro armato distrutto a Vukovar, 1991 – Peter Denton
L’accesso al potere di Slobodan Milosevic (1941-2006) accelera la disintegrazione del Paese. Milosevic, pervenuto alla testa della Lega dei comunisti di Serbia nel 1987, procede all’epurazione dei quadri giudicati troppo “unitaristi”, prima di annullare, nel 1988, le autonomie della Voivodina e del Kosovo-Metochie. Le altre repubbliche iniziano a preoccuparsi per la loro sorte. Nel gennaio 1990 il 14° Congresso della Lega dei Comunisti della Jugoslavia abolisce il ruolo dirigente del partito e consente l’indizione di elezioni pluraliste. Milosevic si impone e viene eletto, nello stesso anno, primo Presidente della Serbia postcomunista. Le indipendenze slovene e croate del giugno 1991 precipitano la disintegrazione dell’insieme federale. La Serbia di Milosevic propugna il mantenimento della struttura statale, soprattutto a motivo del fatto che i Serbi risultano sparsi su tutto il territorio jugoslavo. Germania e Stati Uniti approfittano invece dell’indebolimento della Russia per sostenere l’esercito croato.
Dopo quattro anni di guerra, Franjo Tudjman (1922-1999) può ricostituire uno stato croato entro le frontiere definite da Tito nel 1945. Le autorità musulmane di Sarajevo proclamano a loro volta l’indipendenza nell’aprile 1992, avviando di fatto un conflitto con i Serbi e i Croati, che la rifiutano. Il conflitto bosniaco si concluderà con gli Accordi di Dayton: il 51% del territorio spetta ai Mussulmani e ai Croati, il 49% ai Serbi. Questi accordi consentono il ritorno alla pace e alla ricostruzione economica, ma non hanno, fino ad oggi, regolato il problema del ritorno dei rifugiati alle loro case.
Dopo il 1989, gli Albanesi del Kosovo rifiutano di partecipare alle elezioni jugoslave. Nel 1992 eleggono Ibrahim Rugova (1944-2006) come Presidente dell’autoproclamata repubblica del Kosovo. Il Movimento indipendentista più radicale, l’UCK (Esercito di Liberazione del Kosovo), apparso nel 1993, inizia la lotta armata nel 1996. La polizia serba risponde con l’uso della forza alle azioni kosovare. Dopo il fallimento dei negoziati di Rambouillet, viene lanciata una campagna di bombardamenti da parte della NATO su obiettivi serbi, dal 24 marzo all’8 giugno 1999. L’Alleanza Atlantica, su mandato dell’ONU, interviene fuori della zona prevista dall’articolo 5 della sua Carta. Il movimento separatista albanese, invece di essere arginato, si espande alla Macedonia l’anno seguente ed alla Serbia meridionale nel 2002.
Nel giugno 1999 il Kosovo viene sottoposto ad amministrazione ONU e il suo primo Alto commissario è il francese Bernard Kouchner, che istituisce una frontiera doganale con la Serbia. Il potere di Milosevic, ormai esangue, non può più impedire la “rivoluzione” dell’ottobre 2000. La Serbia-Montenegro si federa nel 2003, ma, di fronte alle crescenti divisioni fra le due repubbliche, il Montenegro sceglie l’indipendenza nel giugno 2006. L’autoproclamazione, nel febbraio 2008, dell’indipendenza del Kosovo, completa lo smantellamento della Jugoslavia. Il Kosovo diventa uno stato a rischio, diretto da clan mafiosi, in preda a traffici di ogni generi e dove 135.000 Serbi vivono ancora all’interno di enclaves isolate.
Un blindato dell'ONU a Sarajevo, 1995 - Paalso

Un blindato dell’ONU a Sarajevo, 1995 – Paalso
La disintegrazione della Jugoslavia deve essere ricondotta nel contesto del nuovo ordine mondiale disegnato dagli Stati Uniti agli inizi degli anni ’90. Nel 1997 Zbigniew Brzezinski (politologo e già consigliere del presidente americano Carter) aveva scritto che l’Europa costituiva una “testa di ponte degli Stati Uniti”. La Jugoslavia rappresentava, in questa prospettiva, un insieme che era opportuno dividere. Gli americani e i loro alleati cercheranno di favorire i movimenti separatisti e secessionisti.
Scegliendo i musulmani come punto di appoggio della sua strategia jugoslava, Washington rimodellato il paese secondo i propri interessi politici, militari ed economici. Nel corso degli anni ’90 per formare l’esercito bosniaco, gli Americani allestiscono organizzazioni semi-private (MPRI) e votano dei programmi (Equip and train) favorevoli ai loro interessi militari industriali. Con la Conferenza di Dayton del 1995, che riporta la pace nell’area, il dipartimento di Stato americano impone alla Bosnia uno statuto che la rende di fatto ingovernabile, ma che consente loro di installare un laboratorio del nuovo ordine mondiale: moneta basata sul marco, occupazione militare continua dal 1995, Alto commissario che può destituire qualsiasi personalità politica legalmente eletta e congelare i beni dei leaders locali troppo indipendenti.
La realpolitik americana va incontro alla sua ora di gloria con l’affare del Kosovo. Dalla sua creazione nel 1993, l’UCK è considerato un movimento terrorista dal dipartimento di Stato. Ma nel giro di poco tempo il Segretario di Stato, Madelene Albright, intravvede l’interesse di spingere alla secessione gli Albanesi del Kosovo. In occasione della Conferenza di Rambouillet, la signora “simpatizza” con il giovane Hashim Tachi, esponente dell’UCK coinvolto in attività criminali e traffico di droga, e rovescia i negoziati in favore degli Albanesi: due settimane più tardi, il Kosovo viene bombardato in nome della giustizia e dei diritti dell’uomo. Si sa ora che, per l’occasione, sono state montate le peggiori menzogne, come ad esempio il falso massacro di Racak, o la cifra di 10.000 mila vittime inventata da Kouchner.
Sepolture per le vittime di Srebrenica, 1995 - Paul Katzenberger

Sepolture per le vittime di Srebrenica, 1995 – Paul Katzenberger
Ci si può stupire dell’improvviso interesse degli Americani, e degli Europei che li hanno seguiti, per questo territorio enclave dei Balcani. Di fatto, nel 1999, i trattori di Hulliburton, una multinazionale legata al complesso militar-industriale americano, iniziano a scavare le fondamenta di quella che deve essere la più grande base americana in Europa: Camp Bondsteel, una vera e propria città fortificata, che ospita 7.000 soldati. Quando gli Americani lasceranno l’Europa dell’Ovest, i Balcani rappresenteranno la testa di ponte avanzata verso i teatri d’operazioni del “Grande Medio Oriente”. Per di più il Kosovo si trova all’intersezione dei progetti di diversi oleodotti e gasdotti.
Altre ingerenze esterne spiegano, a partire dal 1991, la disintegrazione della Jugoslavia. La Germania ha sostenuto le indipendenze slovena e croata, finanziando attraverso i servizi segreti il movimento nazionale croato. Con la scusa di aiuti umanitari, le potenze musulmane sono intervenute anch’esse nell’area, anche in campo militare. Dal 1991 al 1995 l’Iran ha inviato armi alla Croazia mentre dei “Guardiani della Rivoluzione” hanno addestrato la 7a Brigata musulmana in Bosnia; l’Arabia Saudita ha, da parte sua, concesso un aiuto militare di 35 milioni di dollari all’esercito bosniaco.
Dal 1992, la “trasversale islamica”, che raggruppa albanesi, musulmani di Bosnia, del Kossovo, del Sangiaccato di Novi Pazar serbo (una regione montagnosa sulla frontiera fra la Serbia ed il Montenegro) e della Bulgaria, è stata oggetto di interesse di associazioni caritative islamiche, che impongono la sharia in enclaves come Tuzla, oppure riescono a creare temporaneamente piccoli emirati wahhabiti sul suolo bosniaco (è accaduto alla fine degli anni ’90). Con il nuovo millennio si assiste a una re-islamizzazione delle società bosniache o kosovare: l’Arabia Saudita invia predicatori, imam e insegnanti di arabo a predicare la jihad; ONG come l’Organizzazione Islamica Attiva provvedono alla costruzione di moschee, i cui imam provengono dal wahabismo saudita. Di conseguenza, anche il terrorismo islamista trova basi di appoggio: campi di addestramento di gruppi come Al Quaeda, El Mudzahid o Abu Bedir Sidik si trovano nel Sangiaccato e nel Kosovo (alcuni dei quali sono serviti da base arretrata per gli attentati di Londra e di Madrid). La politica condotta dagli Stati Uniti nei Balcani ha creato così le condizioni per l’attecchimento del terrorismo islamista e di quello dell’UCK nel Kosovo.
Da ultimo, i Russi hanno fatto pagare ai comunisti serbi, nel corso degli anni ’90, la loro volontà di emancipazione nei confronti della defunta URSS. Nonostante l’invio di diversi emissari a Mosca, fra i quali anche il fratello di Milosevic, a quel tempo Ministro degli Affari Esteri, Eltsin oppose sempre un diniego agli appelli del “fratello serbo”. Con Vladimir Putin la Russia sembra orientarsi nuovamente verso i suoi fedeli amici ortodossi, in una visione strategica secondo la quale i Balcani sono disposti nel “secondo cerchio” di fronte all’Impero americano. Attraverso una politica energetica molto attiva (troncone principale del gasdotto Southstream e acquisto della compagnia petrolifera NIS) e un appoggio indefettibile al non riconoscimento del Kossovo-Metochie, la Serbia è diventata un elemento fondamentale nel dispositivo strategico russo.
Stato fragile e destabilizzato dal dinamismo demografico della sua minoranza albanese, la Macedonia rischia di scoppiare in più pezzi, la parte occidentale albanofona, orientata verso il Kosovo, la parte orientale verso la Bulgaria. Il Montenegro sembra ancora più minacciato, in quanto l’etnia montenegrina era minoritaria già dalla sua nascita nel 2006. Esiste il rischio che la minoranza albanese, delusa dal rifiuto della legge sui diritti delle minoranze, si orienti progressivamente verso il partito albanese d’opposizione, incoraggiata dalla concessione dell’indipendenza al vicino Kossovo, mentre la minoranza bosniaca del nord si trova attirata dalla Bosnia-Erzegovina dove l’islam ha ritrovato tutto il suo vigore. Quanto all’importanza della minoranza serba (32%), essa non si riconosce nell’identità montenegrina e si augura il sostegno della Serbia limitrofa. Questo giovane stato potrebbe vedere ridisegnate le sue frontiere per poter tener conto delle diverse componenti etniche e ritornare, in tal modo, ai limiti etnici del principato di prima del 1878.
Moschea a Prizren, Kosozo - Shkelzen Rexha

Moschea a Prizren, in Kosovo – Rexha
La Repubblica di Bosnia-Erzegovina, creazione artificiale degli Accordi di Dayton, e anch’essa divisa in due entità, vive una esistenza precaria da quasi un decennio. Sebbene la Comunità Europea cerchi di far avanzare le due entità verso un’unificazione forzata, la Bosnia-Erzegovina potrebbe diventare, secondo l’espressione di un leader mussulmano “solo un’unione molle di due entità costrette a vivere insieme”. Inoltre, l’entità artificiale croato-musulmana potrebbe essa stessa scoppiare: la minoranza croata d’Erzegovina, che beneficia già del diritto di voto in Croazia, non aspetta che l’occasione per associarsi allo stato croato. In definitiva il sogno o l’illusione di una Bosnia multietnica si è risolto in un fallimento.
Al contrario, il Kosovo potrebbe beneficiare, per l’avvenire, del possibile crollo della Macedonia e del Montenegro. In effetti, si può prevedere che le minoranze albanofone di questi due stati possano aggiungersi allo stesso Kosovo-Metochie per formare, con lo stesso processo che ha trasformato la provincia serba in uno stato autoproclamato, un insieme albanofono di circa 3 milioni di abitanti. Questo Grande Kosovo sarebbe più o meno legato all’Albania propriamente detta sotto la forma di una confederazione.
La Repubblica di Serbia, dopo essere stata amputata del Kosovo (che era tuttavia storicamente la sua culla), potrebbe perdere il Sangiaccato di Novi Pazar, a maggioranza mussulmana, attirato dall’entità mussulmana della Bosnia. A nord le tendenze centrifughe in Voivodina potrebbero comportare la messa in opera di una federazione Serbia-Voivodina, nella quale la seconda entità beneficerebbe di una autonomia interna, lasciando a Belgrado solo la difesa e la politica estera. La Serbia ristretta, ridotta ad una popolazione di appena 6 milioni di abitanti, ritornerebbe in tal modo alle frontiere anteriori alle guerre balcaniche del 1912-1913. Da parte loro, gli ungheresi della Voivodina, Transilvania e Slovacchia potrebbero chiedere a Bruxelles la formazione di tre euroregioni transfrontaliere, che potrebbero beneficiare di investimenti massicci dell’Austria e della Germania, e ricostituire così l’Ungheria dei 15 milioni di abitanti, promessa dal suo presidente Gyula Horn nel 1993.
Dalla fine della guerra fredda, gli americani si sono sforzati, con successo, di mantenere l’egemonia in Europa, mentre, nello stesso momento, la scomparsa dell’URSS non giustificava più la loro presenza sul suolo europeo. La volontà di ridurre la nuova Russia verso uno spazio continentale euroasiatico ha guidato gli interventi di Washington nei Balcani. L’Europa di Bruxelles, indebolita dalla crisi economica e dal rigetto che essa sta suscitando nell’opinione pubblica, non fa altro che accettare ed assumere, quasi supinamente, le volontà americane.
Di fatto, è stato rallentato il processo di integrazione dei paesi balcanici. Dopo la Croazia, entrata nell’Unione Europea nel luglio 2013, gli altri stati dell’ex Jugoslavia dovranno aspettare. Nello stesso tempo gli Europei mettono in opera, localmente, le decisioni assunte a Washington: l’Alto rappresentante in Bosnia, o la missione Eulex in Kosovo (per aiutare le autorità a costruire uno Stato di diritto) avallano di fatto la politica statunitense.
In definitiva, l’impresa che, dall’esterno, ha operato per una nuova ricomposizione dei Balcani dopo la disintegrazione jugoslava, non ha risolto nulla. L’operazione statunitense, basata su principi “democratici”, sul diritto di ingerenza e sul “dovere di proteggere”, spesso invocati a geometria variabile, è miseramente fallita. Creando, inoltre, nuovi focolai di instabilità, come lo stato Bosniaco e quello del Kossovo. L’Europa, nell’attuale versione di Bruxelles, sembra incapace di dire la sua e soprattutto è ben lontana dal portare un contributo significativo alla pace nell’area.
Ma vale la pena sottolineare, prima di chiudere, un altro aspetto che dovrebbe costituire fonte di legittima preoccupazione per gli Europei. Al di là dei semplici episodi che potranno determinare gli sviluppi futuri, le forze che comandano oggi la “tettonica” storica hanno ridato alla Turchia – potenza emergente ambiziosa e dinamica – un posto di primo piano nella regione. Il presidente turco Tayyip Erdogan ha dichiarato a Prizen, in occasione di un recente viaggio nel Kossovo, che “la Turchia è il Kosovo ed il Kosovo è la Turchia. Noi siamo tutti figli della stessa nazione, forti ed uniti come dei fratelli”. Affermazioni che hanno fatto eco a frasi già pronunciate nel corso degli anni ’90 dal presidente turco Suleyman Demirel, secondo il quale lo spazio naturale della Turchia si estendeva dall’Adriatico all’Asia centrale.
Si può constatare, in tutto questo, come la storia nei tempi lunghi è di nuovo all’opera. In effetti, quello che sotto le vestigia ottomane era un tempo il “malato d’Europa”, sembra aver ritrovato oggi una nuova volontà di potenza. Argomenti che devono far riflettere i pur diminuiti fautori dell’adesione all’Unione Europea di uno Stato, che si inscrive in modo naturale, per effetto del suo sviluppo economico e del caos del vicino Oriente, nelle visioni dottrinali “neo-ottomane” del suo ministro più in vista, quello degli affari esteri, Ahmet Davutoglu.

Per saperne di più
N. Mirkovic, Le Martyre du Kosovo – Edition Jean Picollec, Parigi 2013
P. Pean, Kosovo: une guerre juste pour creer un etat mafieux – Fayard, Parigi 2013
A. Troude, Balkans, un eclatement programmé – Xenia, 2012
A. Troude, Géopolitique de la Serbie – Ellipses, 2006
J. Pirjvec, Le guerre jugoslave 1991-1999 – Einaudi, Torino 2002

Preso da: http://www.storiain.net/storia/jugoslavia-una-disintegrazione-annunciata-e-programmata/

IL RUOLO DI TURCHIA E GERMANIA NELLA CRISI JUGOSLAVA

Il panturchismo e’ una ideologia diffusa nei Balcani, dalla quale dipende molto delle sorti della pace, ed e’ strano che in questi anni i nostri commentatori ne abbiano parlato cosi’ poco. Non ci riferiamo qui all’idea di unificare tutti i popoli che appartengono al gruppo linguistico turcofono (turchi, tartari, kasachi, usbechi, turkmeni, azeri, altri caucasici ecc.), esplicitamente perseguita dai Lupi Grigi e dai loro sponsor, bensi’ della espansione dell’influenza economica e culturale turca anche all’interno dell’Europa. Piu’ precisamente, le ambizioni pan-turche conprendono tutti quei popoli convertiti al credo islamico sotto l’Impero Ottomano, indipendentemente dalla loro origine “etnica”. Percio piu’ che di pan-turchismo si deve forse parlare di neo-turchismo, una politica che e’ divenuta politica ufficiale dello Stato turco da anni ed e’ stata formulata in termini espliciti da alti esponenti delle istituzioni e della cultura, a partire dal presidente della republica Süleyman Demirel quando ha affermato che la Turchia si estende dal mare Adriatico alla muraglia cinese (“Politika” 25/2/1992).

E’ un progetto che riguarda l’area jugoslava ed albanese, ma anche Cipro, Grecia e Bulgaria. Ricordiamo in particolare che la occupazione militare di Cipro continua ormai da piu’ di venti anni. 

 

 

Per quanto riguarda la ex Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia le zone interessate sono la Bosnia Erzegovina, il Sangiaccato, la provincia di Kosovo e Metochia (Kosmet) e la Macedonia. Gli Stati Uniti d’America, oggi unica superpotenza mondiale, esprimono dichiaratamente da anni il loro sostegno alla Turchia come potenza regionale e nei Balcani hanno appoggiato e continuano a sostenere la secessione dei suddetti territori e la creazione di una catena di protettorati che alcuni definiscono “trasversale” o “dorsale verde” (cfr. LIMES 4/1998).

Queste aree assumono un particolare valore strategico come futura direttrice per il trasporto delle materie prime dall’Asia Centrale ex-sovietica all´Europa, attraverso lo storico “corridoio” Turchia-Bulgaria-Macedonia-Albania che taglierebbe fuori definitivamente la Russia. Questo quadro strategico e’anche all’origine dell’accanimento repressivo contro il popolo Kurdo, che ha la sola colpa di vivere nel posto sbagliato, e della crescente instabilita’ dell’area caucasica.

Questo avviene grazie alla potenza militare americana ma anche grazie al sostegno di paesi islamici come l’Arabia Saudita, che controlla fondamentali strutture finanziarie, lobby di pressione ed agenzie di informazione. Contemporaneamente gli USA riescono in questo modo a destabilizzare il polo imperialistico europeo. Ricordiamo anche che da alcuni anni a questa parte lo Stato turco sta sviluppando legami militari, politici ed economici con Israele, ad esempio il progetto della diga dell’Eufrate che concentrerebbe nelle mani dei due Stati i “rubinetti” idrici di tutto il Medio Oriente.

Nel breve termine gli USA mirano alla costituzione di una grande Albania che comprenda il Kosovo, e di uno Stato islamico dei musulmani di Bosnia e Sangiaccato. Questo progetto implica la scomparsa della Republica Federale di Jugoslavia, la riduzione della Serbia e dei serbi ad entita’ irrilevante, la destabilizzazione della Macedonia e la costrizione di Grecia e Bulgaria nella morsa del pan-turchismo. Ha scritto il giornalista Nazmi Arif sul giornale turco “Turkiye Gazetesi” (citato su “Politika”, 21/2/1993): “I popoli turchi, cui e’ stato impedito fino a poco tempo fa di esprimere i loro sentimenti nazionali e religiosi… in Bulgaria, Romania” potranno ora liberarsi “alla condizione, che questi popoli a breve si riuniscano alla madre patria”. Questo spiega perche’ la Turchia si sia prodigata per la indipendenza di Bosnia Erzegovina e Macedonia come primo passo per altri tipi di pressioni sui popoli dell’area. Per questo la Turchia non puo’ accontentarsi di manovrare la piccola minoranza turca della ex RFS di Jugoslavia (centotrenta mila persone secondo il censimento del 1971) ma deve fare leva sui sentimenti di slavi e schipetari di religione musulmana. Tra questi ultimi il turco e’ ormai la prima o la seconda lingua straniera, le comunicazioni ed i commerci sono massicciamente orientate in direzione di Ankara cosi’ come i rapporti politici, finanziari, commerciali e militari delle leadership islamiste locali a cominciare dal Partito di Azione Democratica [SDA] di Alija Izetbegovic in Bosnia.

Particolarmente forte e’ il senso di appartenenza al mondo turco nella cultura e nella ideologia schipetara tradizionale, oggi strumento dei leader albanesi “democratici” dell’anticomunismo post-ottantanove.

“Noi vediamo come impossibile vivere sotto una amministrazione qualsivoglia, piu’ indipendente o piu’ autonoma, che non sia la amministrazione ottomana, ne’ di poter essere cittadini di alcuno che non sia il sultano”, scrissero alla fine del secolo scorso i rappresentanti politici degli albanesi di Tetovo, oggi in Macedonia, in un telegramma all’ambasciatore francese a Costantinopoli in un momento critico per il loro futuro politico (“La lingue albanaise de Prizren 1878-1881”, Documents I, Tirana, 1988, pag. 21).

Durante la prima Guerra mondiale, tra il 1914 e il 1915 al centro dell’Albania, gia’ Stato indipendente, esplose una rivolta contadina che tra le altre rivendicazioni espresse quella della unione con lo Stato ottomano. Dopo la guerra una parte rilevante degli schipetari del Kosovo preferi’ trasferirsi in Turchia anziche’ rimanere a far parte della Jugoslavia monarchica, optando per lo Stato di Kemal Ataturk piuttosto che per lo Stato albanese e per la lingua turca piuttosto che per quella albanese. In seguito al “Patto balcanico” del 1934 ancora 200mila albanesi del Kosmet si trasferirono in Turchia, ed oggi si calcola che circa tre milioni di turchi siano di origine albanese.

Questi fatti illustrano la possibile identificazione, in certi settori della cultura albanese, della antica conversione religiosa con la fedelta’ verso lo Stato ottomano, legame che puo’ essere alla radice di rinnovati contrasti con il mondo slavo, innanzitutto con i serbi ortodossi principali artefici della distruzione di quello Stato. Lo si vede oggi nelle dichiarazioni di intellettuali e uomini politici, come Adil Zulfikarpasic, fondatore della Libera Organizzazione dei Bosgnacchi (translitterazione italiana del termine “bosnjak” con il quale si definiscono gli slavi di religione musulmana, non solo della Bosnia, distinto da “bosanac” – “bosniaco” – ovvero abitante della Bosnia) ed ex-vicepresidente della SDA: “E’ noto che fino alle guerre balcaniche su questi territori c’era lo Stato turco … era il nostro Stato. Uno Stato che faceva i nostri interessi… cioe’ la nostra emancipazione, la nostra prosperita’, il nostro futuro erano legati a questo Stato turco e miravano a rafforzarlo … perche’ noi, voglio dire serbi e musulmani, eravamo allora grandi nemici. Quando l’Impero turco si e’ ritirato, abbiamo continuato ad essere avversari” (“Stav”, 21.02.1992, Novi Sad, p. 21). In effetti nello Stato ottomano la conversione all’Islam garantiva uno status sociale privilegiato, benche’ le altre religioni fossero tollerate nella misura in cui non mettevano in pericolo l’ordine politico-sociale (nel qual caso la repressione poteva raggiungere livelli disumani). Dopo l’assassinio negli anni Ottanta dell’ambasciatore turco nella RFS di Jugoslavia, pure attribuito ad estremisti musulmani, i rapporti tra i due Stati si deteriorarono ed aumentarono invece le relazioni tra Istanbul e Novi Pazar, principale citta’ e centro politico-culturale del Sangiaccato. Il numero degli autobus di linea tra le due citta’ e’ cresciuto enormemente durante gli ultimi anni insieme a traffici di ogni tipo, i cui intermediari sono spesso bosgnacchi o albanesi con cittadinanza turca. Con l’introduzione del sistema multipartitico in Jugoslavia tanti legami che prima esistevano in forma piu’ o meno clandestina sono venuti alla luce, e sono cosi’ usciti allo scoperto i referenti politici della influenza turca in questa parte dei Balcani.

Il principale partito politico di questo spettro e’ l’SDA, fondato e tuttora guidato dal Presidente bosniaco Izetbegovic che non ha mai fatto mistero delle sue convinzioni islamiste, messe nero su bianco gia’ negli anni Settanta nel suo libro “Dichiarazione Islamica” (stralci sono stati pubblicati su LIMES 1-2/1993; cfr. anche http://marx2001.org/crj/DOCS/alija.html ). L’SDA ha una ramificazione in Serbia, con centro a Novi Pazar dove i personaggi piu’ influenti sono Sulejman Ugljanin, Rizah Gruda, Alija Mahmutovic ed altri. La cooperazione privilegiata e’ dall’inizio quella con i partiti islamisti e nazionalisti della Turchia, come il Partito del Benessere (Refah Partisi) di Erbakan, la cui linea politica e’ persino anticostituzionale in Turchia perche’ estremamente antilaicista. Ugljanin e’ stato spesso in missione politica ad Ankara, ospite anche del Refah. Questo fino a venire incriminato per sospette mire insurrezionali e a dovervi dunque rimanere a lungo. La polizia jugoslava aveva infatti trovato a Novi Pazar armi e munizioni presso diversi militanti dell’SDA, e le armi provenivano soprattutto da Turchia ed Albania. Nel giugno 1991 alla vigilia delle dichiarazioni di indipendenza di Slovenia e Croazia, che diedero il via alla guerra, Ugljanin partecipo’ ad Istanbul ad un raduno del Refah dove retoricamente chiese alla folla “perche’ la Turchia non abbia mai sufficientemente aiutato i musulmani di Jugoslavia, ne’ politicamente ne’ economicamente” (“Muslimanski glas” – Voce Musulmana -, organo dell´SDA, 14/6/1991 p.18). In tutto il periodo successivo si sono moltiplicate le dichiarazioni di questo tipo, volte in particolare ad auspicare un intervento turco non solo nello scenario bosniaco ma nella stessa Serbia: sempre Ugljanin dichiara nel 1992: “non appena [in Sangiaccato] sara’ sparato il primo colpo, Demirel arrivera’ ” (Vecernje Novosti, 26/7/1992).

Due mesi dopo il riconoscimento dell’indipendenza della Bosnia Erzegovina (aprile 1992) Ugljanin ritorna a visitare la Turchia incontrando il Ministro degli Esteri Hikmet Cetin e lo stesso Demirel. Il crescendo di pressione anti-serba nell´opinione pubblica turca e’ opera soprattutto dai partiti dell´estrema destra, tanto che il 3 giugno 1992 il consolato Jugoslavo a Istanbul viene preso a sassate dai manifestanti. Il primo ministro Ecevit propone in quei giorni un patto militare per la sicurezza comune tra Turchia e Bosnia Erzegovina, patto che avrebbe consentito l’invio di aiuti militari e di truppe, come espressamente richiesto dai rappresentanti turchi alla riunione della Conferenza Islamica tenutasi ad Istanbul (giugno 1992). La richiesta di sollevare la Bosnia dall’embargo sui rifornimenti di armi viene presentata anche all’ONU. Particolarmente pesante e’ la pressione turca, a nome della Conferenza Islamica, alla Conferenza di Londra, tenutasi nell’agosto 1992, e poi di nuovo in occasione della visita al Consiglio di Sicurezza dell’ONU in novembre: l’idea e’ quella di rifornimenti di armi ai musulmano-bosniaci di Izetbegovic, rifornimenti che in assenza di una iniziativa da parte dell’ONU i paesi della Conferenza Islamica riunitisi in Senegal i primi di gennaio del ’93 mostrano di voler attuare unilateralmente. Ed in effetti forniture di armi e munizioni da parte della Turchia avranno luogo per tutta la durata del conflitto in Bosnia, sia per via aerea che attraverso il porto croato di Spalato.

I rapporti internazionali dell’SDA sono stati rivolti anche alle minoranze turche e musulmane di altri paesi limitrofi, come la Bulgaria dove esiste un “Movimento per i diritti e le liberta’”. Il dirigente di questo movimento Ridvan-Malik Kadiov visito’ Sarajevo gia’ nel ’91, dove fece visita ad una classe di scolari bulgari giunti a studiare presso gli Imam della Bosnia (“Muslimanski Glas” 1/3/1991, pg. 10).

Un altro scenario assai delicato per i rapporti tra mondo ortodosso e mondo islamico nei Balcani e’ quello macedone. Nella Repubblica ex-Jugoslava di Macedonia (FYROM) esiste una minoranza di lingua albanese, concentrata nelle zone occidentali, nel seno della quale pure negli ultimi 10 anni si e’ sviluppata una tendenza irredentista-separatista che mette in pericolo il sistema multinazionale su cui si fonda questo piccolo Stato. Nel luglio 1997 ad esempio, mentre Ugljanin veniva arrestato in Serbia a causa di certe dichiarazioni di segno secessionista, a Tetovo e Gostivar si verificavano dimostrazioni ed incidenti con la polizia macedone. Due i problemi principali: quello della “Universita’ parallela” di Tetovo, gestita dai nazionalisti panalbanesi con il sostegno di finanziatori occidentali (es: la Fondazione Soros), e quello della esposizione delle bandiere albanesi e – per l’appunto – turche sulle facciate dei municipi e di altre istituzioni locali. Al centro dello “scandalo delle bandiere” esposte a Gostivar fu ad esempio il sindaco Osmani, membro dell’ultradestra nazionalista di Xhaferri, che dovette scontare un anno e mezzo di prigione fino all’inizio del 1999. Merita attenzione il fatto che a questi settori e’ andato in tutti questi anni il sostegno del Partito Transnazionale Radicale di Pannella, che ha organizzato campagne per la liberazione di Osmani, dunque contro il carattere multinazionale dello Stato macedone.

Lo stesso dicasi per il Kosovo, dove dagli anni Ottanta, nonostante l’alto grado di autonomia della provincia nella RFSJ, sono riemerse le tendenze irredentiste. Dopo la abrogazione degli aspetti piu’ politici di detta autonomia, alla vigilia dello scoppio del conflitto inter-jugoslavo, i settori panalbanesi guidati da Ibrahim Rugova, leader della “Lega Democratica del Kosovo”, hanno iniziato a praticare il boicottaggio assoluto della vita politica e sociale jugoslava costruendo un sistema “parallelo” in tutte le attivita’ – dalla sanita’ all’istruzione – che ha configurato un vero e proprio “separatismo etnico”. Questo sistema parallelo e’ stato visto con apprezzamento in Occidente, anche dai settori “pacifisti” entusiasmati dal suo carattere non-violento, ed e’ stato sostenuto con finanziamenti di vario tipo provenienti dall’estero, soprattutto Germania, Svizzera ed USA. Oltre alla lobby albanese-americana, merita menzione in particolare il “governo in esilio” di Bukoshi, con sede in Germania.

Rugova e’ stato piu’ volte in Turchia, dove ha incontrato l’allora Presidente Özal che gli ha garantito il suo appoggio (Vecernje Novosti, 17/2/1992). E’ curioso che da noi di Rugova si sia detto solamente che e’ un “pacifista”, mentre nessuno ha mai citato le sue dichiarazioni, piu’ volte rilasciate agli organi di stampa stranieri, come lo zagrebino “Danas” (1992), secondo le quali l’ideale per il Kosovo e’ uno status transitorio di protettorato internazionale, per poi unirsi all’Albania.  

La collaborazione politica e militare tra Turchia ed Albania e’ nota da anni ormai. Lo scenario e’ particolarmente preoccupante a causa dell’aggravarsi della situazione nel Kosmet, dove a partire dal 1997 si e’ scatenata l’attivita’ terroristica, gia’ presente, dell’UCK (“Esercito di Liberazione del Kosovo”), sostenuto dalla lobby albanese negli USA (spec. la Albanian-American Civil League legata a J. Dioguardi e Bob Dole) attraverso la destra di Sali Berisha in Albania.

Cristophe Chiclet rivela su “Le Monde Diplomatique” di gennaio 1999 che il nucleo fondatore dell’UCK fu costituito dal Movimento Popolare del Kosovo (LPK), una organizzazione apparentemente marxista-leninista in conflitto con le dirigenze della provincia autonoma del Kosovo, ai tempi di Tito, e con la leadership di Rugova successivamente.

In effetti pero’ il Movimento Popolare del Kosovo e’ stato fondato nel 1982, nella citta’ TURCA di IZMIR (Smirne). Non ci vuole molto a capire il perche’.

Nel 1982 in Turchia governava una feroce cricca militarista-fascista che aveva effettuato un golpe due anni prima contro il legittimo governo socialdemocratico. Questa cricca era (e’) specializzata nel reprimere i movimenti, i partiti e le organizzazioni di sinistra, comuniste, marxiste, leniniste, socialiste, rivoluzionarie e operaie dei popoli turchi, alawiti, kurdi, armeni e siriani.

Poteva il governo militar-fascista di Ankara concedere graziosamente, al sedicente movimento “marxista-leninista” kosovaro, di indire il suo congresso di fondazione? Piu’ realisticamente l’UCK deve essere visto come uno strumento della guerra a bassa intensita’ contro la Repubblica Federale di Jugoslavia, atto alla sua destabilizzazione.

In questa organizzazione sono stati arruolati mercenari da svariati paesi islamici; nel 1998, nei giorni della caccia ad Osama Bin Laden, la CIA ha dovuto persino fare irruzione nella rappresentanza UCK a Tirana, in cerca di documenti.

Tuttavia la strategia della tensione in Kosmet ha mostrato di non dare immediatamente i suoi frutti, pertanto nella seconda meta’ del 1998 si e’ andati ad un crescendo di minacce di bombardamenti contro la RF di Jugoslavia, fino al reale, brutale attacco del 24 marzo 1999, giustificato con la non accettazione da parte jugoslava dell'”accordo”-capestro di Rambouillet, che prevedeva la occupazione militare NATO nel Kosmet ed una consultazione popolare che avrebbe portato alla secessione della provincia nel giro di tre anni. Durante i bombardamenti i diplomatici USA (es. E. Luttwak alla trasmissione televisiva italiana “Pinocchio”) hanno incominciato a dire apertamente che la loro cessazione e’ condizionata alla rinunzia da parte jugoslava alla sovranita’ sulla provincia. Ma il Kosmet, oltre ad essere il cuore storico-culturale della Serbia, e’ anche ricco di materie prime e nelle sue centrali a carbone si produce una rilevante quantita’ di energia elettrica, della quale deve viceversa usufruire tutta la popolazione della Repubblica Federale.

 

IL RUOLO DELLA GERMANIA NELLA DISTRUZIONE DELLA JUGOSLAVIA

 

[l’articolo, di Rudiger Göbel, è comparso sui Marxistische Blätter – Fogli marxisti – del marzo 1995]

Secondo la propaganda occidentale, la convivenza dei popoli della Jugoslavia era stata imposta attraverso la repressione di Stato sotto il “regime monopartitico”, perciò lo sfascio ed i conflitti armati erano inevitabili con la crisi del sistema socialista. Questa tesi è priva di qualsivoglia fondamento. Viceversa: la Jugoslavia si formò dopo la II Guerra Mondiale come unione libera e volontaria di tutte le popolazioni. La guerra civile è iniziata in seguito alla divisione del paese nel 1991/’92.

La crisi della Jugoslavia e la conseguente guerra civile nella ex Bosnia-Erzegovina certo non si lasciano spiegare soltanto adducendo la politica interventista degli Stati imperialisti, e da sola la spinta al riconoscimento di Croazia e Slovenia da parte della diplomazia tedesca non è certo ragione e cagione dello smembramento della Jugoslavia (1). Tuttavia essa ha esercitato un influsso determinante per lo scoppio della crisi e l’escalation di questi giorni, rendendo i problemi connessi davvero irrisolvibili. Gli interessi perseguiti in questo caso non sono così univocamente riconoscibili come ad es. nella guerra contro l’Iraq. Gli Stati imperialisti perseguono chiaramente molteplici obiettivi, in parte persino differenti. Erano tutti d’accordo sulla necessità di farla finita, anche in Jugoslavia, con i resti di una società socialista, e sulla cancellazione del paese in quanto soggetto autonomo nello scenario internazionale. Tutti gli Stati hanno ora la possibilità di avere un’influenza la più grande e diretta possibile sugli avvenimenti dei Balcani.

Gli interessi più facili da riconoscere sono quelli dell’imperialismo tedesco, che si riallaccia immediatamente alla sua politica per l’Europa del Sudest dalla seconda metà del XIX secolo sino al 1945. Proprio come allora, questo guarda ai Balcani come al suo naturale “cortile” e ponte verso la Turchia e più avanti, fino al Medio Oriente. Pertanto si è potuto riportare in vita il tradizionale stereotipo dei “Serbi assetati di sangue”, utile a sostegno della politica estera tedesca.

GERMANIA – LA POTENZA CENTRALE D’EUROPA

Lo storico conservatore e biografo di Adenauer Hans-Peter Schwarz apre il suo ultimo lavoro sul ruolo della Germania in quanto “potenza centrale d’Europa” con la considerazione che tra le grandi svolte della storia tedesca è da annoverare il 1 Settembre 1994, giorno della partenza delle ultime unità russe dalla Germania. “Con ciò un’epoca, iniziata mezzo secolo prima, volge alla fine” (2). Cosicchè, quattro anni dopo l’annessione della RDT, la RFT è di nuovo tre cose in una: è uno Stato nazionale, è una grande potenza europea ed è la potenza centrale d’Europa. “Perchè esiste un solo paese che, grazie alla sua posizione geografica, alle sue potenzialità economiche ed alla sua influenza culturale, grazie alle sue dimensioni ed ancora grazie al dinamismo di cui dispone può sentire il compito di una potenza centrale – e questo è proprio la Germania” (3). La Germania è già una grande potenza europea. Ma poichè il concetto di “grande potenza” risveglia il ricordo di sfrenata politica egemonica, guerra ed annientamento, Schwarz propone il nuovo concetto di “potenza centrale d’Europa” – che vuol dire la stessa cosa.

E puntualmente, proprio il giorno della grande svolta, 1 Settembre 1994, il leader della frazione CDU/CSU Wolfgang Schäuble insieme con il portavoce per la politica estera del gruppo parlamentale, Lamers, hanno pubblicato un documento strategico contenente “Riflessioni sulla politica europea”. Ivi sono formulati gli obiettivi della nuova politica tedesca da grande potenza – proprio nello stesso senso di Schwarz – e ci si pronunzia a favore della costruzione di un “nocciolo duro europeo” comprendente Germania, Francia e gli Stati del Benelux come nocciolo, mentre Germania e Francia sarebbero il “nocciolo del nocciolo duro” – con l’intenzione di risorgere finalmente dopo quasi 50 anni d’astinenza come potenza ordinatrice nel continente. Di fianco alla “stabilizzazione dell’Est” Schäuble e Lamers citano l’accesso allo spazio mediterraneo e lo sviluppo di una partnership strategica con la Turchia come ulteriori obiettivi strategici.

Il loro testo di 14 pagine può essere considerato come abbozzo strategico di base per il salto della RFT a potenza mondiale. I suoi autori ritengono che il paese sia destinato a diventare una grande potenza “in base alla sua posizione geografica, alle sue dimensioni ed alla sua storia”. E se la Francia e gli Stati del Benelux non dovessero essere d’accordo sulla costruzione del nocciolo europeo, la RFT potrebbe “essere tentata, in base a considerazioni sulla propria sicurezza, di effettuare da sola la stabilizzazione dell’Europa orientale, nella maniera tradizionale” (4). Le “tradizionali” risistemazioni tedesche dell’Est in questo secolo hanno causato al mondo per due volte milioni di morti ed anni di oppressione e distruzione bellica.

Per le loro tesi sull'”Europa del nocciolo duro” Schäuble e Lamers hanno trovato sostegno nel portavoce della direzione della Deutsche Bank, Hilmar Kopper, che nell’edizione domenicale della FAZ [Frankfurter Allgemeine Zeitung, il più influente quotidiano tedesco, legato all’apparato industriale-finanziario, ndt] rendeva noto che nel documento della Unione era stato detto solamente ciò che tutti in effetti già “pensavano, sapevano o temevano”. Nello stesso tempo il presidente della Bundesbank, Hans Tietmeyer, riproponeva alla discussione il concetto dei “cerchi concentrici”, relativamente al futuro della politica europea della Germania (5).

In conclusione del turno di presidenza tedesco della UE il governo Kohl, in occasione del vertice di Essen del Dicembre ’94, decideva un “approccio strategico” per gli Stati dell’Europa orientale, mirante all’estensione ad Est dell’Unione Europea – attualmente la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria sono associati all’Unione, mentre con gli Stati Baltici e la Slovenia si preparano i relativi accordi. Sarà innanzitutto la RFT a trarre profitto dall’allargamento della Unione, visto che il 50 per cento degli scambi commerciali della UE con l’Europa dell’Est toccano alla RFT. Pertanto l’Est è visto come “campo d’azione della politica estera tedesca”.

 

LA FINE DEL BLOCCO DELL’IMPERIALISMO TEDESCO

Con la fine della contrapposizione Est-Ovest e lo scioglimento dell’Unione Sovietica, dopo circa 50 anni di interdizione in politica estera nella RFT si discute apertamente delle ambizioni politiche da grande potenza in direzione Est, e si passa anche alle azioni concrete. Il riconoscimento di Croazia e Slovenia nel Dicembre 1991 – contro gli intendimenti degli alleati occidentali – doveva dimostrare a tutti il ritorno della Germania nella sua posizione di potenza mondiale a tutti gli effetti. I vecchi piani di pressione verso Est poterono esser nuovamente tirati fuori dal cassetto.

Già Friedrich Naumann sapeva bene che la costruzione di uno spazio d’influenza economica sarebbe stata possibile solo sfruttando le tendenze indipendentiste di parte dei Cechi, degli Slovacchi, dei Croati, degli Sloveni e così via. A lui parevano essenziali due elementi chiave: l’unione economica dell’Europa centrale e gli “Stati del nocciolo mitteleuropeo” (6). Al presente questi due elementi chiave sotto un certo punto di vista sono l’Unione Europea ed i già esposti pensieri sugli Stati del nocciolo duro, attraverso i quali si perseguirebbe una estensione ulteriore dell’egemonia tedesca. Dopo il 1945 tutto questo non era ancora stato possibile. La “‘Mitteleuropa’ appariva come pallida immagine di una storia irriproponibile” (7).

Il pensiero di una “Mitteleuropa” tornò in auge solamente negli anni ’70 ed ’80 – esso doveva essere usato solo in funzione della destabilizzazione degli Stati del blocco dell’Est. La “Mitteleuropa” fu invocata dagli intellettuali ungheresi, croati e polacchi tanto apprezzati qui in Occidente, poichè d’opposizione, a partire dalla metà degli anni ’80. A ciò aveva contribuito l’allora Vicepresidente degli USA, George Bush, che nel Settembre 1983 dopo un viaggio in Jugoslavia, Romania ed Ungheria tenne una conferenza nella Hofburg viennese, proclamandosi a favore di una politica della differenziazione regionale, allo scopo di favorire l’indipendenza di questi Stati – già allora quindi la sovranità jugoslava era messa apertamente in questione. Il concetto per mezzo del quale egli identificava questa regione – Ungheria, Slovenia, Croazia, Cecoslovacchia, Polonia, ecc. – era espresso dalla parola tedesca “Mitteleuropa” (8). Tra gli intellettuali di quell’area “Mitteleuropa” divenne così una specie di parola in codice che doveva segnalare che si sentivano parte della cultura politica dell’Ovest.

Nel 1991 veniva pubblicato un discorso, nel quale si dava rilievo al ruolo della Germania per il futuro. “Se le difficoltà dell’unificazione verranno superate – tra cinque, dieci o venticinque anni – la Germania non eluderà affatto la penetrazione economica dell’Europa orientale, e probabilmente le toccherà su questa strada di arrivare a ciò che il Terzo Reich con alcune centinaia di divisioni non aveva raggiunto – il predominio su quelle aree estese a perdita d’occhio tra Weichsel, Bug, Dnjepr e Don”. Questa la predizione dell’editore conservatore Wolf Jobst Siedler. E per di più questi sosteneva che la Germania sarebbe nuovamente la potenza egemone di tutta la Mitteleuropa: “essa sarà per i Cecoslovacchi, per gli Ungheresi ed in parte anche per i Polacchi la potenza-guida” (9).

“Per lungo tempo in Europa orientale non ci sarà più di fatto alcuno Stato veramente sovrano; tutti, chi più chi meno, si dovranno inchinare dinanzi al dettato del Leviatano germanico. No, la futura, già avviata germanizzazione dell’Europa orientale non avverrà più per mezzo della guerra e della violenza, bensì sarà una versione allargata della ‘Mitteleuropa’ concepita nei primi decenni di questo secolo da Friedrich Naumann, una specie di costruzione k.u.k. ingrandita [kaiserlich und königlich – imperiale e reale, detto dell’Impero Austroungarico, ndt]”, secondo il pubblicista spagnolo Heleno Saña nel suo libro “Il quarto Reich – la vittoria ritardata della Germania” (10).

I rapporti economici con la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria, la Bulgaria e la Slovenia già oggi riportano al modello degli anni ’30: con bilanci commerciali asimmetrici, a favore della RFT, che rappresenta in questa area l’effettiva potenza economica, insieme alla Francia. Il consulente imprenditoriale tedesco Roland Berger ha descritto il ruolo della Germania proprio nel senso della politica dei “cerchi concentrici”, di intensità e pressione economica via via minore, in una intervista allo Spiegel nel 1992: “I tedeschi dovrebbero rendersi conto della propria forza ed innanzitutto lasciar stare ciò che altri già possono (perdipiù con minori costi). (…) Noi siamo forti in tutti i lavori ad alta intensità di sapere ed in quelli creativi, nell’inventare, nello sviluppare, nel costruire, nella realizzazione di parti essenziali e prodotti tecnologici all’avanguardia. (…) Il nostro futuro in quanto paese industriale è quello di un cervello del sistema, non quello d’un produttore di profilati in alluminio o d’un sarto di camicie. (…) Il mercato mondiale diviene unitario, pertanto dobbiamo riorganizzare la divisione del lavoro tra i vari paesi, secondo il motto: il know-how in Germania, più componenti da fuori ed assemblaggio sul posto (dentro o fuori il paese)” (11).

 

L’INTERVENTO DELLA RFT NELLA GUERRA CIVILE JUGOSLAVA

Negli ultimi anni uno slogan essenziale della politica tedesca riguardo l’attuazione dei suoi interessi in Europa orientale e meridionale è stato quello del “diritto all’autodeterminazione dei popoli”. Con questo la RFT cerca di ricollegarsi ai conflitti esistenti tra gruppi di diversa lingua o Weltanschauung all’interno di uno stesso Stato o di una Federazione di Stati. Conflitti, che riportano più che altro a problemi e diseguaglianze di tipo economico – diverso livello di sviluppo tecnico o industriale, mancanza di beni di consumo, ecc. -, sono esplicitati per il loro carattere etnico (la “etnicizzazione del sociale”). Così è stato ad es. per le Repubbliche baltiche della ex Unione Sovietica o per le Repubbliche slovena e croata all’interno dello Stato federale jugoslavo, che pure avevano una posizione economica privilegiata. “La politica della RFT si riallaccia a queste contraddizioni interne dei paesi, con l’obiettivo della frammentazione o della riduzione dello Stato o Federazione, oppure con l’obiettivo della cancellazione o separazione della parte in questione dalla Federazione di Stati” (12). Questo tuttavia soltanto allo scopo di portare le parti distaccate verso la dipendenza economica e politica.

Possiamo attualizzare meglio le riflessioni che fanno da sfondo riferendoci forse alla teoria “dell’arancia” di Paul Rohrbach, politico del colonialismo: essa intendeva portare l’Impero russo a sciogliersi nelle sue varie componenti, o perlomeno ridurlo in parti controllabili dalla Germania; l’Impero degli Zar, secondo Rohrbach, era scomponibile nelle sue varie parti come un’arancia – se si suddivide abilmente un’arancia non si ottiene un insieme caotico inutilizzabile, nè distruzione, bensì i vari spicchi restano intatti ed appetibili (13). Dietro la politica della RFT di sconvolgere la Jugoslavia tramite “il piede di porco (…) del riconoscimento di Croazia e Slovenia” (14) nel Dicembre 1991 non c’è nient’altro che l’antica tattica del divide et impera – niente a che vedere con l'”umanità”, i “diritti umani” o il “diritto all’autodeterminazione dei popoli”.

A Slovenia e Croazia era assegnata una particolare e specifica funzione nel mercato interno della Jugoslavia. Lo standard di vita di queste regioni industrializzate era più alto che in qualunque altra parte della Federazione jugoslava. Mentre durante la crisi politico-economica degli anni ’80 lo sviluppo era in stagnazione, i rapporti di scambio con le Repubbliche più povere avuti fino allora furono percepiti come “zavorra” e si cercarono prospettive nell’annessione al mercato CEE o a quello mondiale.

Che la strada di Slovenia e Croazia verso la “autodeterminazione” avrebbe portato alla rovina lo avevano pronosticato già il FMI e la Banca Mondiale nell’estate del 1991. Il Vicepresidente della Banca Mondiale, Wapenhans, aveva detto allora: “Secondo la nostra opinione non sussiste alcun dubbio sul fatto che nessuna delle parti componenti la Jugoslavia trarrà profitto dallo sfascio della Jugoslavia o della sua economia nel breve e medio periodo” (15). In tale maniera egli ammetteva indirettamente che con la salvaguardia della Federazione e del mercato interno jugoslavo era sì dato un fondamento per la sopravvivenza anche di Croazia e Slovenia, piuttosto che con uno status slegato da questa base comune – cioè l'”indipendenza”, che sfocia per forza di cose nel legame con l’area tedesco-europea.

Sicuramente esiste anche una continuità storica, che ha determinato la spinta e l’appoggio di una grande parte della popolazione slovena e croata alla svolta verso la Germania. L’antico legame nella “divisione del lavoro” con l’economia globale tedesco-imperiale e pantedesca è rimasta nella coscienza di parte di quelle popolazioni come un fatto positivo. L’odierno Presidente croato Tudjman potè trovare parecchi sostenitori promettendo che alla separazione dalla Federazione jugoslava sarebbe conseguito l'”appoggio” della Comunità Europea, ed in particolare della vecchia amica Germania. Gli slogan anticomunisti hanno fatto il resto.

Il giornalista americano John Newhouse aveva reso noto sulla rivista The New Jorker dell’agosto 1992 che “Genscher era stato quotidianamente in contatto col Ministro degli Esteri croato. Egli incitava i Croati ad abbandonare la Federazione e a dichiarare l’indipendenza” (16). E questo benchè i leader politici della Bosnia premessero sulle potenze occidentali perchè si ritirasse il riconoscimento di Slovenia e Croazia, altrimenti sarebbero stati costretti essi stessi a chiedere l’indipendenza. La loro sicurezza, dicevano, era fondata sull’esser parte di uno Stato multinazionale (17).

Nel Novembre 1991 il Presidente bosniaco Izetbegovic’ aveva fatto visita al Ministero degli Esteri di Bonn. Egli si opponeva alla politica dei riconoscimenti, poichè era convinto che questa avrebbe “invitato” Serbia e Croazia ad aggredire la Bosnia, con la conseguenza di un inimmaginabile bagno di sangue. Anche l’Ambasciatore tedesco a Belgrado considerava il riconoscimento come una cattiva idea ed aveva fornito ad Izetbegovic’ argomenti per il suo colloquio con Genscher, ci informa Newhouse (18). Ciò che ad Izetbegovic’ fu promesso da Genscher non ci è ancora dato di sapere: fatto sta che, dopo il colloquio, egli aveva ripiegato dalla sua iniziale posizione apprensiva.

Prima ancora delle sanzioni ufficiali da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU la RFT, durante l’inverno, poco prima del suo riconoscimento di Croazia e Slovenia, aveva imposto unilateralmente il blocco dei traffici con la RFJ; poi, puntualmente a Natale, ebbe luogo il promesso riconoscimento – e la prevedibile e fino ad oggi proseguita escalation della guerra civile jugoslava. In tal modo l’imperialismo tedesco manifestava il suo ritorno alla “normalità” dopo la fine del “blocco”. Il 23 Dicembre 1991 va pertanto segnato sul calendario – analogamente al 1 Settembre 1994 di Hans-Peter Schwarz – tra le “svolte importanti” della storia tedesca.

 

LA JUGOSLAVIA E LA “NORMALIZZAZIONE” TEDESCA

La discussione sui riconoscimenti ed il conseguente dibattito sulla Bosnia è nel segno del “ritorno alla normalità”, un obiettivo dello Stato preordinato dall’alto con il quale dovrebbe concludersi la fase quarantennale di interdizione della Germania dai traffici di politica estera.

In politica interna, sin dall’inizio della guerra in Jugoslavia, si persegue “una quasi-normalizzazione del Nazionalsocialismo per mezzo della moltiplicazione delle sue forme di apparizione”, e la corrispondenza giornalistica tedesca mira a creare “una, due, tante Auschwitz” per poter gettare finalmente nella spazzatura dodici anni di storia propria. Così esistono persino “campi di sterminio serbi”, “campi di concentramento”, la “Grande Serbia”, una “Endlösung” [soluzione finale, detto per l’Olocausto degli Ebrei, ndt] operata dai Serbi e la “follia di dominio” serba, stese a copertura della propria storia (19). Con l’istituzione, su iniziativa della RFT, di un Tribunale internazionale per i crimini di guerra a L’Aia, si cerca da parte tedesca di relativizzare finalmente lo “smacco di Norimberga”. Naturalmente a Bonn si nega ogni corresponsabilità nei crimini e nella guerra in Jugoslavia: nella versione ufficiale c’è solo un gruppo di responsabili e criminali di guerra – i Serbi. Quale sia lo scopo dell’arresto e dell’atteso processo contro Dusko Tadic’, un serbo abitante a Monaco, lo ha chiarito un avvocato di Amburgo, che avrebbe condotto le autorità tedesco-federali sulle tracce di Tadic’, nel corso di una trasmissione speciale della ARD: Tadic’ sarebbe in effetti soltanto un Hess, un guardiano di campi di concentramento; per suo tramite si vuole arrivare ad Himmler – Karadzic’ – ed Hitler – Milosevic’.

Questo genere di demagogia e revisionismo storico hanno permesso al giornalista americano David Binder, pure conservatore, di chiedere che anche Kohl e Genscher vengano messi nella lista dei criminali di guerra in un procedimento giudiziario sulla guerra in Bosnia, poichè questi “hanno preso decisioni che hanno portato all’estensione e all’intensificazione della guerra” (20).

Attraverso il riconoscimento della anticostituzionale secessione delle Repubbliche ex-jugoslave alla politica tedesca ed occidentale era riuscito di internazionalizzare un conflitto essenzialmente di carattere interno, impegnandosi più apertamente per un intervento nel senso di “garantire la pace”. Persino Genscher ha potuto farsi passare da critico difensore dei diritti umani, mentre spingeva gli alleati europei al riconoscimento: “Anche nel futuro la Germania si porrà dalla parte dei diritti umani, dei diritti delle minoranze e del diritto all’autodeterminazione, contro l’aggressione e l’oppressione. (…) Alla Comunità Europea si impone di aprire una prospettiva europea ai popoli della Jugoslavia per il futuro” (21). Avendo sottolineato, come premessa, che soltanto ai popoli della Jugoslavia spetta di decidere sul proprio futuro, egli metteva poi in guardia esplicitamente: “Non possiamo lasciare da sole le Repubbliche indipendenti (…). Non le possiamo spingere nell’isolamento rispetto alla comunità internazionale degli Stati!”. Con ciò egli riusciva a dare al “futuro dei popoli jugoslavi” una precisa prospettiva nel quadro comunitario, con l’obiettivo (suddetto) della decomposizione o del rimpicciolimento di quello Stato, e della conseguente annessione di queste parti distaccate ad una vasta area di influenza in qualità di soggetti economicamente e politicamente dipendenti, nel quadro della gerarchia raffigurata dal già citato Roland Berger.

L’Handelsblatt [importante quotidiano economico e finanziario, ndt] descriveva nel Settembre 1991 lo sviluppo economico dell’Europa nella seguente maniera: la “storia dell’economia [insegna] che la dinamica economica non si sviluppa mai in senso superficiale-orizzontale, bensì di regola a partire da centri le cui attività si estendono verso l’esterno come anelli che si allargano. Così lo sviluppo economico del continente ha potuto evolvere secondo i seguenti binari: i centri mitteleuropei si irradiano verso Est, conquistando innanzitutto gli ex paesi satelliti. Solo in seguito verranno raggiunte le regioni di confine dell’impero sovietico. Tralasciando alcuni punti di forza industriali propri presenti sul territorio dell’Unione Sovietica, attorno al nocciolo duro europeo si formeranno anelli concentrici con livelli di attività economica decrescente, il cui standard produttivo fluttua nel contatto con l’Europa…” (22).

Per poter esercitare più influenza su questi “anelli concentrici che circondano il nocciolo dell’Europa con attività economica decrescente”, e per controllarli meglio, tramite lo slogan dell'”autodeterminazione” è stata distrutta la Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia.

“L’attuale politica interventista contro la Jugoslavia, in interazione con gli attuali meccanismi di formazione della opinione pubblica all’interno della RFT, ancora non si configurano come uno stato di guerra [palese, nda]. Si mira però a raggiungere una capacità di mobilitazione bellica, tanto all’esterno quanto all’interno” (23).

Come questo può avere luogo ce lo indica la seguente considerazione: “Le circostanze mi hanno costretto per anni a parlare quasi soltanto di pace. Solo tramite la costante proclamazione del desiderio tedesco di pace e delle intenzioni pacifiche mi è stato possibile procacciare al popolo tedesco la libertà, pezzetto per pezzetto, e l’equipaggiamento che fu sempre necessario come condizione per poter fare il passo successivo (…). E’ stato altresì indispensabile mutare a poco a poco la psicologia del popolo tedesco, e chiarirgli lentamente che esistono cose che vanno ottenute per mezzo della violenza, se non possono esserlo con mezzi pacifici. Tuttavia a tale scopo si è reso necessario non solo propagandare la violenza in quanto tale, bensì illuminare il popolo tedesco in merito a certi accadimenti di politica estera, in modo che nel cervello delle masse si generasse lentamente la seguente convinzione: se questo non si può cambiare con le buone, allora lo sarà con la violenza”. Così si esprimeva Adolf Hitler dinanzi alla stampa tedesca il 10-11-1938 (24).

La “illuminazione” sistematica e persuasiva su avvenimenti di politica estera, compiuta in maniera tale da indurre gran parte della popolazione ad esprimersi a favore di misure violente contro un altro Stato, è un costituente essenziale della formazione di una propria capacità bellica. E sotto questo aspetto vanno analizzati anche gli ultimi tre anni di politica riguardo la Jugoslavia.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

L’economista egiziano e teorico marxista Samir Amin ha recentemente individuato quali compiti oggi si pongano concretamente nella discussione riguardante interventi propagandati con la copertura dell’umanitarismo e dei diritti umani: “Sotto ogni aspetto, in ogni tempo ed in ogni forma, il fatto che il Nord si immischi negli affari del Sud (ed a maggior ragione quando si tratta di un intervento violento, militare o politico) è un fatto negativo. Gli eserciti occidentali non porteranno mai pace, benessere o democrazia ai popoli di Asia, Africa ed America Latina. In futuro come da cinque secoli a questa parte potranno portare solo schiavitù, sfruttamento del loro lavoro e delle loro ricchezze, negazione dei loro diritti. E’ compito delle forze progressiste dell’Ovest capire questo” (25).

Mentre un tempo ampi settori della sinistra solidarizzavano con i movimenti di liberazione, si preoccupavano dello sfruttamento dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo e dimostravano contro FMI e Banca Mondiale, oggi in Occidente si è sviluppata una cultura di stampo chauvinista che non ha origine dagli ambienti conservatori e nazionalisti, bensì dal centrosinistra liberale – dal luogo politico cioè in cui era situato il movimento pacifista. Sorprendentemente l’idea che la Germania sia una grande potenza, che cerca senza riguardi di perseguire il proprio interesse, è assolutamente scomparsa, anche in Germania – e nella stessa sinistra. Tanto quanto il concetto di imperialismo è passato di moda (innanzitutto in relazione alla società tedesca).

E così non sono stati nè gli incitamenti all’odio di Herr Reißmüller sulla FAZ nè i racconti dell’orrore del deputato CDU Stefan Schwarz a far sì che, dopo lo scoppio del conflitto in Jugoslavia, si proclamasse da ogni parte ad alta voce e per la strada la necessità dell’intervento occidentale contro i Serbi. Sono stati al contrario partiti come i Grünen [Verdi, ndt] e fogli liberali (di sinistra) come la TAZ, il Frankfurter Rundschau, Die Zeit, il francese Liberation e il britannico Guardian a diffondere un panico antiserbo tale da influenzare fino ad oggi la percezione del conflitto degli intellettuali occidentali. Frattanto il movimento pacifista e terzomondista gioca qui un ruolo non sottovalutabile, rendendo popolari gli interventi occidentali nei paesi del Tricontinente. Da questa parte è giunta la maggioranza delle proposte, ad es. quella di porre termine finalmente al conflitto jugoslavo attraverso un intervento (militare o meno). Purtroppo in questi ambienti l’antico slogan del tempo della I Guerra Mondiale

“il principale nemico si trova nel proprio paese” è finito nel dimenticatoio, e conseguentemente la protesta non è diretta contro lo chauvinismo occidentale di fronte agli altri popoli, nè contro l’intromissione del proprio Stato nelle faccende degli altri Stati sovrani. Al contrario, le campagne dell’opposizione antimilitarista sono dirette in primo luogo ad es. contro l’esportazione di armamenti, quindi contro la fornitura di armi a regimi considerati particolarmente terribili, e non contro il militarismo tedesco. Il messaggio lanciato da tali campagne può essere considerato a tutt’oggi uno solo: ci sono due categorie di Stati – quelli per i quali il possesso di armamenti è legittimo e senza problemi (l’Occidente), e quelli per i quali è interdetto (i paesi del cosiddetto Terzo Mondo) (26).

Un “movimento per la pace” che incita il proprio Stato ad immischiarsi nelle questioni di altri popoli non è un movimento per la pace. Questo deve essere chiarito assolutamente. E conseguentemente il vecchio slogan “combattere il nemico nel proprio paese” deve essere rimesso all’ordine del giorno dell’agenda politica della sinistra – contro qualsiasi forma di preparativo alla guerra, all’interno come all’estero, sia essa di tipo economico, politico, militare o ideologico.

Rispetto al conflitto in Jugoslavia, ciò significa concretamente schierarsi contro ogni tipo di intervento ed anzi chiederne la cessazione. Perchè, come ci ha detto Samir Amin, una intromissione dell’imperialismo non può mai portare nè pace, nè benessere nè democrazia (27). Questa deve essere la posizione di partenza inalienabile di un lavoro internazionalista ed antiimperialista, ed a partire da questa si possono discutere ulteriori rivendicazioni e prospettive politiche.

 

NOTE

  1. Sui retroscena del conflitto Jugoslavo sia a livello politico che economico cfr. il contributo di Jochen Gester: Retroscena economici del conflitto jugoslavo, sui Marxistische Blätter 1-’95, ppgg. 8-17.
  2. H.-P. Schwarz: Die Zentralmacht Europas – Deutschlands Rückkehr auf die Weltbühne [La potenza centrale d’Europa – Il ritorno della Germania sul proscenio mondiale]. Berlino 1994. Pag. 7.
  3. H.-P. Schwarz, op. cit., pag. 8.
  4. Citato dai Politische Berichte 19-’94, pag.3.
  5. Cfr. il Frankfurter Rundschau del 13-9-1994, a pag. 1.
  6. Cfr. Schwarz, op. cit., pag. 245.
  7. Schwarz, op. cit., pag. 248.
  8. Schwarz, op. cit., pag. 249.
  9. Schwarz, op. cit., pag. 251.
  10. Heleno Saña: Das Vierte Reich – Deutschlands später Sieg. Amburgo 1990. Pag. 108.
  11. Der Spiegel n.18-’94, pag. 154. Queste considerazioni non sono nuove, bensì sono in continuità con la costruzione di una vasta area d’influenza durante il fascismo. Già nel 1941 Theo Suranyi-Unger aveva formulato riflessioni di questo tipo sulla Zeitschrift für die gesamte Staatswirtschaft – Rivista per l’economia statale globale: “I paesi subordinati potranno coprire non soltanto il loro fabbisogno (…) bensì anche quello del paese-guida, mentre quest’ultimo si dedicherà sempre più a quei rami dell’industria che richiedono manodopera altamente qualificata e processi produttivi particolarmente lunghi…”. Citato da: Hunno Hochberger, Sull’intervento della RFT nella guerra civile jugoslava – Alcune riflessioni sull’espressione “europa tedesca”. In: A. Meurer, H. Vollmer, H. Hochberger: Die Intervention der BRD in den jugoslawischen Bürgerkrieg. Hintergründe, Methoden, Ziele. GNN-Verlag. Colonia 1992. Pag. 33.
  12. Hochberger, op. cit., pag. 30.
  13. Cfr. Wolf-Dieter Gudopp: Auf dem Weg in den dritten Weltkrieg ? [Verso la terza guerra mondiale?] Verein Wissenschaft und Sozialismus e.V.- Francoforte 1993, pag.18.
  14. Schwarz, op. cit., pag. 156.
  15. Citato da: Hochberger, op. cit., pag. 31.
  16. John Newhouse: Bonn, der Westen und die Auflösung Jugoslawiens. Das Versagen der Diplomatie – Chronik eines Skandals [Bonn, l’Occidente e il disfacimento della Jugoslavia. La sconfitta della diplomazia – cronaca di uno scandalo]. In: Blätter für deutsche und internationale Politik 10-’92, pag.1195.
  17. Newhouse, op. cit., pag.1193.
  18. Newhouse, op. cit., pag.1196.
  19. Tutte le citazioni da: Arthur Heinrich: Wunderbare Wandlung. Die Nachkriegsdeutschen und der Bosnien-Einmarsch. Ein Frontbericht [Metamorfosi miracolosa. I tedeschi del dopoguerra e la marcia sulla Bosnia. Un reportage dal fronte]. In: Blätter für deutsche und internationale Politik 4-’93, pag.411.
  20. Citato da: Heinrich, op. cit., pag. 413.
  21. Citato da: Hochberger, op. cit., pag.32.
  22. Hochberger, op. cit., pag. 33.
  23. Hochberger, op. cit., pag. 42.
  24. Gudopp, op. cit., pag. 3.
  25. Samir Amin: Das Reich des Chaos – Der neue Vormarsch der Ersten Welt [L’impero del caos – la nuova avanzata del Primo Mondo]. VSA-Verlag. Amburgo 1992, pag. 18.
  26. Cfr. Sabine Reul: Friedenslobby und politisch korrekter militarismus [Lobby pacifista e militarismo politically correct]. In: NOVO n.13, 11/12-1994, ppgg. 35-37; Ernst Woit: Imperialistische Ziele und Strategien [Obiettivi e strategie imperialiste]. In: Marxistische Blätter 5-’94, ppgg. 55-59.
  27. Fuori luogo è appellarsi ad una “razionalità del capitalismo”, e sperare in una “politica socioeconomica di pace a livello globale”, come fa Werner Ruf sui Marxistische Blätter 5-1994. Cfr. Rüdiger Göbel in: Prokla n.95, 24-6-’94, ppgg. 287-301.

[Tratto da: Jugoslawien-Bulletin 4-’95, raccolta di documentazione “contro le sanzioni, l’incitamento guerrafondaio e la politica tedesca da grande potenza”. Per contatti, contributi e abbonamenti: Jugoslawien-Bulletin c/o Friedensladen, Schillerstr. 28, 69115 Heidelberg (Germania)] 

Preso da: http://www.fisicamente.net/GUERRA/index-791.htm

Chi, come e perché ha distrutto la Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia

comitato unitario contro la guerra alla Jugoslavia

Indice

 

  1. Tappe dello squartamento della Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia
  2. IL RUOLO DELLA TURCHIA NELLA CRISI JUGOSLAVA

III.      IL RUOLO DELLA GERMANIA NELLA DISTRUZIONE DELLA JUGOSLAVIA

  1. LE RESPONSABILITA’ VATICANE NEL CONFLITTO BALCANICO: ALCUNI ELEMENTI.
  2. SI STANNO REALIZZANDO GLI AUSPICI DEL “VECCHIO LEONE” CHURCHILL?
  3. La NATO in Jugoslavia. Perché?

 

… se restiamo uniti
– aveva detto nel suo ultimo discorso a Capodanno –
non dobbiamo aver paura di niente….

(intestazione del fondo de L’Unità del 5 maggio 1980,
riportante la notizia della morte di Jozip Broz Tito

  Tko nece brata za brata,
on ce tudjinca za gospodara

(proverbio slavo)

 

TAPPE DELLO SQUARTAMENTO DELLA RFS DI JUGOSLAVIA

Nel corso degli anni Ottanta il sistema sociale e politico della Repubblica Federativa e Socialista di Jugoslavia (RFSJ) entra progressivamente in crisi a causa delle fortissime pressioni cui e’ soggetto ad opera del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. A cavallo del 1990 il premier Markovic tenta la via liberista, con effetti ulteriormente disastrosi (9). Di fronte allo scontento popolare ed alla crisi si rafforzano da una parte le tendenze centrifughe dei micronazionalismi, finanziati e sponsorizzati in Occidente, a loro volta eredi del nazifascismo; dall’altra le politiche centralistiche e socialdemocratiche dei socialisti serbi. Nell’occasione del 600esimo anniversario della battaglia di Campo dei Merli il leader socialista Slobodan Milosevic, facendosi portavoce delle preoccupazioni dei serbi del Kosovo, dichiara che saranno prese tutte le misure atte ad impedire la secessione del Kosovo dalla Serbia. In effetti, con il consenso della maggioranza dei membri della Presidenza collegiale della RFSJ, nel giro di alcuni mesi vengono abrogate alcune prerogative dell’autonomia politica della provincia(5) mentre viene conservata l’autonomia culturale (bilinguismo). Nel 1990 tuttavia, dinanzi all’atteggiamento di sloveni e croati all’ultimo Congresso della Lega dei Comunisti, di stampo analogo a quello dei leghisti italiani, anche i socialisti serbi mostrano di rinunciare al patrimonio ideale della RFSJ sancendo la disgregazione della Lega e del paese intero.

 

 

4 ottobre 1990: la Croazia ottiene un prestito ad interesse zero attraverso il Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM), per l’esattezza due miliardi di dollari USA restituibili entro 10 anni ed un giorno (1).

Il 5 novembre 1990 Il Congresso degli USA, “grazie” all’impegno del senatore Bob Dole, approva la legge 101/513, che sancisce la dissoluzione della Jugoslavia attraverso il finanziamento diretto di tutte le nuove formazioni “democratiche” (nazionaliste e secessioniste) (2). A fine mese un rapporto della CIA “profetizza” che la Jugoslavia ha solamente pochi mesi di vita; la notizia viene diffusa dalle agenzie di stampa occidentali e viene pubblicata il 29 novembre, giorno della Festa Nazionale della RFSJ (si celebra la fondazione della Repubblica avvenuta a Jajce, in Bosnia, nel 1943).

Il 22 dicembre 1990 il Sabor (parlamento) della Repubblica di Croazia, controllato dall’HDZ di Franjo Tudjman che aveva vinto le prime elezioni multipartitiche il 30 maggio precedente, emana la “nuova Costituzione” in base alla quale la Croazia e’ “patria dei croati” (non piu’ quindi dei croati e dei serbi, entrambi fino allora “popoli costituenti”) ed e’ sovrana sul suo territorio. Il 25 maggio 1991 il Papa riceve Tudjman in Vaticano; tre giorni dopo nello stadio di Zagabria Tudjman tiene un inquietante raduno circondato da esponenti del clero, nel quale sfila la nuova Guardia Nazionale Croata.

Il 25 giugno 1991 i parlamenti sloveno e croato proclamano l’indipendenza. Incomincia la campagna di stampa contro l’esercito federale, impropriamente definito “serbo”. Notizie incontrollate, come quella del bombardamento di Ljubljana, campeggiano sulle prime pagine dei giornali e nessuno si preoccupera’ di smentirle, benche’ false. Solo dopo anni l’allora Ministro degli Esteri italiano De Michelis rivelera’, sulla rivista “LIMES” ed in vari dibattiti pubblici, che la campagna disinformativa era stata pianificata da ambienti filosloveni dell’Universita’ di Gorizia e dell’Austria, ma continuera’ ad essere reticente sui nomi.

Gli scontri in Slovenia causano decine di vittime (alcune slovene) nelle fila dell’Esercito federale, ed una decina di vittime tra gli indipendentisti. Alla conferenza di Brioni del 7 luglio si decide di sospendere gli effetti delle dichiarazioni di indipendenza per tre mesi, in attesa di ridiscutere le struttura federale della RFSJ.

La campagna di stampa contro l’esercito federale, contro la Jugoslavia in quanto tale e contro i serbi prosegue forsennata. Otto d’Asburgo dichiara il 15 agosto su “Le Figaro”: “I croati, che sono nella parte civilizzata dell’Europa, non hanno niente a che spartire con il primitivismo serbo nei Balcani. Il futuro della Croazia risiede in una Confederazione Europea cui l’Austria-Ungheria puo’ servire come modello”. Nell’ottobre, piu’ di 25mila serbi sono scacciati dalla Slavonia Occidentale; ancora in novembre infuriano gli scontri nella Vukovar occupata dalle milizie irregolari di Mercep, legate al partito di governo di Tudjman. Dopo settimane di stallo l’esercito federale interviene bombardando massicciamente e ri-occupando la citta’. I reportage sull’avvenimento sono unilaterali se non bugiardi: per aver raccontato aspetti meno noti di quella battaglia, la giornalista della RAI Milena Gabanelli e’ vittima di un linciaggio cui partecipano anche settori del Vaticano. Dopo di allora non l’abbiamo piu’ vista in TV… La sua vicenda e’ stata da lei stessa narrata nell’appendice al libro di M. Guidi “La sconfitta dei media” (Baskerville, Bologna 1993).

Solo nel settembre 1997 Miro Bajramovic, un miliziano di Mercep, raccontera’ in dichiarazioni a “Feral Tribune” (10) che cosa fecero le milizie paramilitari croate in quel periodo.

Il 17 dicembre 1991 a Maastricht si pongono le fondamenta della Unione Europea, che iniziera’ a concretizzarsi nel 1999 con la introduzione dell’Euro, ma contemporaneamente si decide di sancire lo squartamento della Jugoslavia: il documento UE numero 1342, seconda parte, del 6/11/1992 indichera’ che in quella sede l’unita’ europea era stata raggiunta proprio a scapito della Jugoslavia, con una cinica manovra da parte essenzialmente della Germania. Il 23 dicembre la Germania dichiara unilateralmente e pubblicamente il suo riconoscimento delle repubbliche di Croazia e Slovenia, con effetto a partire dal 15 gennaio successivo. Per questo “regalo di Natale” tedesco si organizzano festeggiamenti nelle piazze croate. Il giorno dopo (24 dicembre) i serbi della Croazia proclamano a loro volta la “autodeterminazione” costituendo formalmente la Repubblica Serba della Krajina nelle zone, da secoli a maggioranza serba, situate lungo il confine con la Bosnia-Erzegovina. La “Comunita’ Internazionale” si rifiuta di considerare il problema e prosegue nella guerra mediatica e militare contro i serbi.

Il 13 gennaio 1992 lo Stato della Citta’ del Vaticano riconosce la Croazia come Stato indipendente, seguita due giorni dopo da tutti i paesi della UE che riconoscono anche la Repubblica di Slovenia.

Gennaio 1992: Alija Izetbegovic, musulmano presidente di turno della Bosnia-Erzegovina, manca di passare la consegna al serbo Radovan Karadzic: si tratta di un vero “golpe bianco” che infrange la regola della “presidenza a rotazione”.

La storia politica di Izetbegovic e’ tuttora ignota al pubblico occidentale. Basti dire che era uscito dal carcere solo nel 1988, dopo aver scontato 6 anni su 14 di pena che gli erano stati inflitti per “istigazione all’odio tra le nazionalita’”.

Febbraio 1992: staccate la Bosnia! La “Comunita’ Internazionale” promette agli islamisti sarajevesi aiuto ed accoglienza nelle istituzioni euro-atlantiche in cambio della proclamazione della indipendenza della Bosnia-Erzegovina. Viene percio’ indetto un referendum (anticostituzionale) per il giorno 29 dello stesso mese, che sara’ boicottato dal 35 per cento degli aventi diritto. Solo il 65% dei votanti, essenzialmente croati e musulmani di Bosnia, voteranno a favore della secessione.

La creazione di uno Stato indipendente nei confini della ex-repubblica federata di Bosnia ed Erzegovina e’ il colpo piu’ grave inferto ai valori della “Fratellanza ed Unita’” ed alla struttura multi-nazionale della Jugoslavia dall’inizio della crisi. Ogni discorso su “Sarajevo multietnica” diventa a quel punto demagogico: era la Jugoslavia stessa ad essere multietnica. I serbi e chi si proclama jugoslavo si rifiutano di diventare minoranza discriminata in uno Stato retto da settori islamisti legati ad alcuni paesi arabi, all’Iran ed alla Turchia (vedi Parte II). Pesa come un macigno la memoria dei crimini commessi durante la II Guerra mondiale dalle divisioni inquadrate nelle SS, collaborazioniste degli ustascia croati, contro antifascisti ed ortodossi.

I serbi scelgono dunque a loro volta l'”autodeterminazione” nei confini della “Republika Srpska” [RS], corrispondente al territorio abitato prevalentemente da contadini di religione ortodossa. Le piu’ importanti citta’, i collegamenti ed i centri produttivi della Bosnia-Erzegovina, a parte Banja Luka, restano invece nelle mani dei musulmani e dei cattolici (Sarajevo, Zenica, Mostar, Neum).

Anche i quartieri di Sarajevo a maggioranza serba si aggregano alla RS: la citta’ risulta divisa, il cuore della Bosnia e della Jugoslavia multinazionale e’ lacerato. Mentre la leadership musulmana fa base nel centro storico di Sarajevo, capitale della RS e’ Pale, ex sobborgo residenziale a poca distanza. Con lo scoppio del conflitto, tra i serbi di Bosnia prevale la posizione nazionalista del Partito Democratico di Radovan Karadzic e Biljana Plavsic, che rivendicano una continuita’ con la monarchia serba di prima della II Guerra mondiale e con le milizie serbiste dei cetnici; le posizioni scioviniste della leadership di Pale contribuiscono ad aumentare la frattura tra le varie nazionalita’ ed a cancellare la memoria della Jugoslavia unitaria e socialista e della guerra partigiana. I serbi di Bosnia giocheranno il ruolo di “macellai pazzi” nella truffa massmediatica scatenata in tutto il mondo occidentale e nei paesi islamici, mentre la leadership islamista parlera’ di “assedio” da parte dei serbi, indicati come “invasori” ed “aggressori” di una Bosnia-Erzegovina mai esistita storicamente come Stato a se’. Intellettuali e politici di mezzo mondo si impegneranno per mesi ed anni a creare e vezzeggiare una “identita’ nazionale bosniaca” inesistente, contribuendo di fatto alla propaganda bellica contro una delle parti in causa.

A marzo del 1992, quando la guerra non e’ ancora scoppiata, la prima Conferenza per la pace in Bosnia, a Lisbona, si conclude con un accordo (il “piano Cutileiro”) per la cantonalizzazione della ex-repubblica federata. Immediatamente rappresentanti delle delegazioni croata e musulmana sono convocati negli Stati Uniti, dove l’ex-ambasciatore a Belgrado Zimmermann li persuade a ritirare la loro firma dall’accordo. Lo stesso Cutileiro imputera’ alle parti musulmana e croata la rottura del patto, ad esempio nella lettera pubblicata sull'”Economist” del 9/12/1995, e Zimmermann in persona raccontera’ quei fatti, come riportato da David Binder sul “New York Times” del 29/8/1993.

Il 6 aprile 1992, anniversario della invasione della Jugoslavia da parte dei tedeschi nel 1941, Europa ed USA riconoscono la Bosnia-Erzegovina come Stato indipendente. L’iniziativa contraddice persino le raccomandazioni di politici e mediatori occidentali come Lord Carrington. Per tutta risposta i serbi proclamano la costituzione della Repubblica Serba di Bosnia nei territori a maggioranza serba (7-8 aprile), vale a dire circa il 65 per cento del territorio. La bandiera adottata e’ quella tradizionale della Serbia, con la croce e le quattro “C” nel centro, diversa dalla bandiera jugoslava.

Quattro giorni dopo la neonata Armija (esercito) bosniaca attacca le caserme federali. Due settimane dopo il governo jugoslavo decide il ritiro delle forze armate dalla Bosnia, ritiro che viene incominciato il 19 maggio e sara’ completato il 6 giugno.

Il 27 aprile 1992 Serbia e Montenegro proclamano la nuova Federazione Jugoslava.

Il 22 maggio Croazia e Slovenia sono ammesse all’ONU. Lo stesso giorno la indipendenza della Repubblica ex-Jugoslava di Macedonia (FYROM), proclamata il 17/9/1991 ma ancora non riconosciuta dalla UE, viene sancita a livello internazionale.

Il 27 maggio 1992 avviene la prima grande strage a Sarajevo: persone in fila per il pane a Vasa Miskin sono bersaglio di un colpo di mortaio. Le telecamere erano state piazzate in precedenza, pronte a filmare. Anche grazie all’emozione suscitata da questo episodio il 30 maggio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU viene fatta passare una risoluzione che condanna la Jugoslavia come paese aggressore ed occupatore della Bosnia, ed un’altra (la 757) che impone sanzioni economiche contro la nuova Federazione.

Il 2 luglio i croati dell’Erzegovina proclamano la Repubblica Croata di Erzeg-Bosnia, con la stessa bandiera, la stessa valuta, le stesse targhe automobilistiche adottate in Croazia, lo Stato con il quale esiste una unita’ territoriale de facto; ciononostante nessun provvedimento viene preso dall’ONU nei confronti della Croazia.

Solo successivamente emerge un rapporto confidenziale dell’ONU che afferma che la strage di Vasa Miskin e’ stata commessa da estremisti musulmani; lo stesso viene scritto sul rapporto della Task Force antiterrorismo del governo USA intitolato “Iran’s European Spring board?”, datato 1/9/1992.

Il 9 ottobre un’altra risoluzione ONU (la 816) decreta il divieto di sorvolo della Bosnia-Erzegovina – divieto che negli anni successivi verra’ largamente disatteso da croati e musulmani, viceversa armati ed addestrati con il contributo statunitense e tedesco.

Per la Bosnia, a partire dal 1992, pacifisti e sinistra in trappola: si scatena la campagna “Sarajevo assediata”. Dalla citta’ partiranno a ripetizione falsi “scoop” giornalistici su atrocita’ gratuite delle truppe serbe. Vengono organizzate spedizioni a Sarajevo, generalmente presentate come iniziative di protesta nonviolenta contro la guerra (“interposizione non armata”), in effetti pero’ si parla unilateralmente di “assedio” e si rifiuta una presenza di pace nella parte serba della citta’. In una di queste iniziative, organizzata dall’associazione cattolica “Beati i Costruttori di Pace”, viene assassinato il pacifista Moreno Lucatelli: solo dopo anni un film di Giancarlo Bocchi sull’omicidio svela le responsabilita’ delle milizie islamiste, impegnate a montare le strumentalizzazioni in chiave antiserba e ad attizzare l’odio tra le nazionalita’ (11).

Nel luglio 1992 gli USA effettuano il primo tentativo di rovesciamento del governo della nuova Repubblica Federale di Jugoslavia. Giunge a Belgrado Milan Panic, miliardario cittadino americano di origine serba, accompagnato da un codazzo di consiglieri statunitensi; la leadership jugoslava si lascia convincere che quello sia l’uomo giusto per la normalizzazione delle relazioni con la Comunita’ Internazionale, ed il 14 luglio Panic viene designato Primo Ministro – benche’ non ancora cittadino jugoslavo! L’11 agosto, insieme al Presidente federale recentemente eletto, il nazionalista-liberista Dobrica Cosic, Panic incontra i mediatori Vance ed Owen a Ginevra. Il primo settembre in TV Panic afferma che “per il mondo Milosevic [Presidente della Repubblica di Serbia] e’ una persona che non mantiene la parola”. Il 10 settembre il Ministro degli Esteri della RFJ si dimette, mentre sono in corso i colloqui a Ginevra, accusando Panic di lavorare contro gli interessi dei serbi. Due mozioni di sfiducia sono presentate contro Panic in quel periodo, ma non passano in Parlamento per un soffio. Alle elezioni per la Presidenza della Repubblica di Serbia, il 20/12/1992, Panic si candida ed ottiene solo il 34 per cento contro il 56 per cento di Milosevic (il resto va ai candidati di destra) nonostante la enorme pressione americana a favore della sua elezione. Il governo Panic viene comunque sfiduciato.

Fine 1992: Bill Clinton sostituisce George Bush alla Presidenza degli Stati Uniti. Inizia la fase dell’interventismo militare diretto degli USA contro la Jugoslavia.

Su “Defence and Foreign Affairs Strategic Policy” del Dicembre 1992 vengono elencati con dovizia di particolari i rifornimenti di armi leggere e pesanti (60 panzer) alla Croazia da parte soprattutto tedesca.

All’inizio del 1993, su iniziativa della Danimarca, la Repubblica Federale di Jugoslavia viene estromessa persino dalla Organizzazione Mondiale della Sanita’. Questo in un momento in cui il paese registrava un afflusso di circa 600mila profughi da varie parti della RFSJ. Alla fine dell’anno nel paese si registrera’ una inflazione pari a circa il 300.000.000 per cento.

Il 1993 e’ anche l’anno delle “rivelazioni” di Roy Gutman, giornalista destinato a vincere il Premio Pulitzer, sui “campi di sterminio”, e del Ministro degli Esteri bosniaco-musulmano Haris Silajdzic sulle “decine di migliaia di donne musulmane fatte oggetto di violenza sessuale a scopo di pulizia etnica” (3). In effetti la disinformazione sulle questioni bosniache, come in tutto il corso della crisi jugoslava a partire dal 1990, non e’ episodica o casuale ma strategica e persistente. Sempre nel 1993 esce in Francia un libro dal titolo “Le verita’ jugoslave non sono tutte buone a dirsi”, nel quale J. Merlino dimostra il ruolo avuto da agenzie specializzate come la “Ruder&Finn Global Public Affairs”, il cui direttore afferma di aver lavorato per i governo sloveno, croato, bosniaco-musulmano e per il governo del “Kosova”, cioe’ per i secessionisti albanesi di Rugova (8). Su “Foreign Policy” Peter Brock pubblica un lungo articolo in cui elenca tutta una serie di falsificazioni, scatenando un putiferio ed una levata di scudi da parte dei suoi colleghi giornalisti in mezzo mondo (12).

Il 1993 e’ anche l’anno in cui Slovenia, Croazia e Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro) consolidano o rinnovano le loro legislazioni e strutture istituzionali. In particolare, la Croazia introduce la nuova moneta, denominata “kuna” – nel segno della continuita’ con la moneta in corso legale sotto Pavelic – le cui banconote vengono stampate in Germania.

Nell’aprile 1993 Clinton invia a Belgrado Mr. Ralph Reginald Bartholomew, accompagnato da pezzi grossi del Dipartimento di Stato e delle Forze Armate. Al loro arrivo, i delegati creano momenti di tensione cercando di imporre incontri separati con i rappresentanti delle istituzioni e dell’esercito, e chiedendo che si prema sui serbi di Bosnia per l’accettazione incondizionata del piano Vance-Owen. In quella occasione i toni della discussione sono particolarmente aspri con gli ufficiali dell’Esercito Jugoslavo (JNA), che alludono al Vietnam. Ad un ricevimento presso l’ambasciata USA vengono invitati solamente i rappresentanti della opposizione.

8 aprile 1993: la FYROM diventa membro dell’ONU nonostante le gravi questioni rimaste in sospeso con la Grecia.

Il 20 settembre 1993 i musulmani della regione del Bihac, fedeli a Fikret Abdic, proclamano l’indipendenza dal governo di Sarajevo. Abdic, uomo d’affari della Agrokomerc buttatosi in politica nel 1991 quando aveva ottenuto piu’ voti dello stesso Izetbegovic nelle elezioni presidenziali, aveva dovuto rinunciare all’incarico a causa di pressioni dal carattere mai chiarito. Con la proclamazione dell’indipendenza Abdic e decine di migliaia di musulmani scelgono la strada della collaborazione con i croati e con i serbi.

5 febbraio 1994: prima strage di Markale, la principale piazza del mercato di Sarajevo. Il 6 giugno successivo Jasushi Akashi, delegato speciale ONU per la Bosnia, dichiara alla Deutsche Presse Agentur che un rapporto segreto ONU aveva attribuito da subito ai musulmani la paternita’ della strage, ma che il Segretario Generale Boutros Ghali non ne aveva parlato per ragioni di opportunita’ politica. Poco tempo dopo Akashi viene rimosso dall’incarico. Alla Conferenza di Ginevra il clima e’ decisamente sfavorevole ai serbi. Gli americani dichiarano apertamente di voler accrescere il sostegno alla parte musulmana.

In marzo gli USA impongono la costituzione di una Federazione tra croati e musulmani. Questo passo consente la cessazione dei violenti scontri in atto da un anno tra queste due parti in conflitto. Ricordiamo ad esempio le distruzioni avvenute a Mostar, dove persino tre giornalisti italiani sono stati uccisi dai croati per avere filmato “altre verita’”, distruzioni culminate con l’abbattimento del ponte simbolo della citta’ e della Bosnia. L’ultranazionalismo croato in Erzegovina, regione di cui Mostar e’ il capoluogo, continuera’ comunque a rendere impossibile la convivenza con i musulmani, impedendo persino all’incaricato europeo Koschnik di ristabilire condizioni minime di vivibilita’: Koschnik si dimettera’ dopo pochi mesi.

Ma con la costituzione formale di una Federazione tra croati e musulmani gli USA intendono concentrare gli sforzi contro la parte serba. Nei mesi successivi, sotto l’egida USA, viene creato un comando congiunto delle forze armate croato-musulmane, mentre aumentano le indicazioni della presenza di volontari mujaheddin arruolati tra gli islamisti. La brigata dei mujaheddin fa capo a Zenica, dove pure e’ accampato il battaglione turco della missione ONU e sono concentrate 14 organizzazioni umanitarie islamiche. A comandare i mujaheddin ci sono il saudita Abdul Aziz, reduce dell’Afghanistan, un libico, ed altri strani personaggi, come raccontato ad es. da Rampoldi su “Repubblica” del 27/11/1994.

Il 12 giugno 1994 il presidente Clinton, in visita a Berlino, tiene un discorso altamente simbolico dinanzi alla Porta di Brandeburgo: la Germania e’ ormai il partner privilegiato degli USA in Europa, e la leadership tedesca nella UE e’ nell’interesse degli Stati Uniti, che vi si appoggiano per realizzare la penetrazione militare, politica ed economica verso Est. Le dichiarazioni di Clinton creano un incidente diplomatico con la stessa Gran Bretagna.

Il 19 agosto 1994 il V corpo d’armata bosniaco-musulmano attacca la sacca di Bihac generando molti morti e la fuga di decine di migliaia di persone. La sorte di questa gente a tutt’oggi non e’ ancora chiara. In ogni caso, di questi musulmani di Bosnia non legati all’SDA di Izetbegovic i media occidentali si sono occupati in misura irrilevante, magari solo per denigrarli come “traditori”, probabilmente in quanto rappresentavano un grande punto interrogativo sulla natura “democratica e pluralista” dello Stato bosniaco governato dagli ultranazionalisti dell’SDA.

Nei primi mesi del 1995 aumentano fortemente i rifornimenti di armi ai croato-musulmani: all’aereoporto di Tuzla e’ segnalato un traffico intenso di Hercules C130. Sulla “Frankfurter Rundschau” del 11/3/1995, ad esempio, si rivela il misterioso carattere dei traffici verso l’aeroporto di Tuzla e le dichiarazioni in proposito di vari esponenti UNPROFOR. Tuttavia sulla stampa occidentale e in particolare negli ambienti pacifisti si sottolinea solo il carattere di Tuzla città “modello di convivenza multietnica” minacciata dal terrore serbo, omettendo completamente la questione dell’aeroporto. Si noti che dagli accordi di Dayton in poi l’aeroporto di Tuzla diverrà cuore dell’impegno militare statunitense in Bosnia.

Primo maggio 1995. Il regime croato sceglie una data assai particolare per attaccare la Slavonia occidentale: la Festa dei Lavoratori. Nel giro di due giorni tutta questa parte del territorio della Repubblica Serba di Krajina viene occupata, compresa l’area del lager-memoriale di Jasenovac, dove durante la Seconda Guerra Mondiale centinaia di migliaia di persone erano state trucidate dagli ustascia. La forza di protezione ONU sembra inesistente.

L'”Operazione Lampo” (come in tedesco “Blitzkrieg”) si avvale della preparazione acquisita con il supporto degli Stati Uniti e della Germania. In particolare, agenzie di mercenari e generali-addestratori dell’esercito USA hanno lavorato e lavoreranno negli anni successivi per le truppe croate. L’operazione Train and Equip proseguira’ anche dopo gli accordi di Dayton, a sostegno di croati e musulmani ed in vista dell’annientamento della Repubblica serbobosniaca.

Il 3 maggio anche i musulmani attaccano su piu’ fronti, specialmente sulle alture dello strategico Monte Igman a Sarajevo, con la copertura di aerei NATO impegnati a colpire obbiettivi militari serbi. Gli attacchi aerei cessano solo quando i serbo-bosniaci prendono in ostaggio militari ONU. Contemporaneamente i croati attaccano a Livno e Drvar. Oltre Sarajevo, verso Srebrenica, i serbi lasciano avanzare i musulmani chiudendoli infine in trappola in una valle, dove scatenano una carneficina. In seguito a questa, i musulmani attaccano da tutte le “enclave” (Gorazde, Srebrenica, Tuzla, Bihac, Zepa) verso i dintorni, abitati da serbi. A giugno i serbo-bosniaci occupano Srebrenica. Negli anni precedenti le milizie musulmane, guidate da Naser Oric, avevano raso al suolo circa trenta villaggi serbi situati attorno l’enclave protetta dall’ONU. L’attacco dei serbi causa 1430 vittime: altri circa seimila musulmano-bosniaci vengono segretamente allontanati dalla cittadina poco prima dell’ingresso dei serbi. L’operazione, curata dall’Armata musulmana, sara’ descritta nel documento della Croce Rossa Internazionale ICRC n.37 del 13/9/1995. Negli anni successivi i media racconteranno incessantemente la storia dello “sterminio di ottomila civili di Srebrenica” e delle relative “fosse comuni”.

Nell’agosto 1995 l’esercito croato attacca le zone della Croazia ancora sotto controllo serbo, teoricamente “protette” da una forza di interposizione ONU, costringendo alla fuga la popolazione nella sua totalita’, circa 170mila persone (cfr. il libro di Giacomo Scotti “Operazione Tempesta”, Ed. Gamberetti, 1996). In quella occasione diviene palese il sostegno strutturale dato dall’Occidente al regime di Tudjman. In particolare vengono fuori la fornitura di armi da parte tedesca e l’addestramento dato da agenzie USA specializzate, pseudo-private, come la Military Professional Resources Inc., che impiegano militari USA in “prepensionamento”. La suddetta agenzia ha lavorato anche per il governo di Izetbegovic, per il quale ha offerto una prestazione del valore di 400 milioni di dollari, in gran parte sborsati da Stati islamici come la Malaysia e l’Arabia Saudita (6).

28 agosto 1995: la seconda strage a Markale suscita fortissima emozione nell’opinione pubblica. All’inizio di settembre la NATO attacca i serbi della Bosnia, distruggendone gran parte delle potenzialita’ militari. In seguito emergera’ l’uso di proiettili all’uranio impoverito, per i quali in Jugoslavia si pensa di denunciare la NATO al Tribunale dell’Aia per i crimini di guerra.

Solo successivamente (7) emergera’ che pure la strage del 28/8 ha ben altri responsabili: si parla di strutture segrete, appoggiate dai servizi occidentali, impegnate nella strategia della tensione contro la popolazione della Bosnia. A dicembre gli accordi di Dayton consentono comunque la cessazione delle ostilita’. Il prezzo da pagare per i serbi e’ la rinuncia a parte del territorio ed ai quartieri a maggioranza serba di Sarajevo (in piu’ di centomila li abbandoneranno all’inizio del 1996). Il prezzo da pagare per i musulmani e’ la rinunzia ad una Bosnia unitaria, da loro dominata. Il prezzo da pagare per i croati e’ la rinunzia formale alla costituzione di una loro entita’ separata, da annettere alla Croazia. Il prezzo da pagare per tutti i cittadini della Bosnia sono le conseguenze di tre anni di conflitto e la occupazione militare da parte delle truppe straniere, a controllare un territorio ormai privato di qualsiasi sovranita’ reale.

 

LA STRATEGIA DELLA TENSIONE CONTINUA IN KOSOVO

 

Dal 1997 il movimento separatista kosovaro-albanese acquista un fortissimo impulso dal punto di vista strettamente militare a causa degli appoggi in Albania, Turchia ed Occidente, dopo che per anni il governo “parallelo” di Rugova, con la sua politica del separatismo su base etnica e del boicottaggio totale, e’ stato non solo finanziato ed appoggiato a livello propagandistico, ma anche incensato dai “pacifisti” che hanno visto con favore la spartizione della Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia.

In seguito alla rivolta delle “piramidi” un fiume di armi ed equipaggiamento passa le frontiere in sostegno di una organizzazione militare detta UCK (“Esercito di Liberazione del Kosovo”).

Dietro all’exploit di questa organizzazione c’e’ anche l’interessamento di George Tenet, attuale capo della CIA, di origine albanese: sua madre “ha lasciato l’Albania meridionale alla fine della Seconda guerra mondiale, a bordo di un sottomarino britannico, per sfuggire al comunismo… Lei e’ un vero eroe. E’ con queste esperienze di vita e di valori in mente che io spero di guidare la nostra comunita’ di intelligence…” (“il manifesto” 24/2/1999). L’irredentismo panalbanese e’ appoggiato dalla lobby schipetara degli USA, che fa capo alla Albanian-American Civil League vicina a Bob Dole ed al suo protetto Joseph Dioguardi. Come per le precendenti secessioni jugoslave, anche nel caso del “Kosova” la disinformazione mirata a suscitare un clima di mobilitazione bellica nelle popolazioni dei paesi aggressori, e’ mossa da agenzie di pressione specializzate come la “Ruder&Finn” (8), e da tutto l’immenso apparato legato alla “Fondazione Soros”, legata alla CIA.

Per L’UCK si raccolgono fondi, e su giornali come il “Washington Post” appaiono interviste a questi “freedom fighters”. Il 9 marzo 1998 Madeleine Albright enuncia la nuova dottrina statunitense, in base alla quale la crisi del Kosovo “non e’ un affare interno della RF di Jugoslavia”. Anche gli estremisti albanesi della FYROM godono dell’appoggio dato da pseudo organizzazioni umanitarie (Fondazione Soros, Partito Radicale, ecc.) nonostante le preoccupazioni per la tenuta pure di quel paese, dove un terzo della popolazione e’ di lingua albanese. Una destabilizzazione della Macedonia porterebbe alla sua spartizione tra Albania e Bulgaria, proprio come durante il nazifascismo. Progressivamente anche la Macedonia si va riempiendo di truppe occidentali, mentre diventano esplicite le mire della Bulgaria, ad esempio con il documento “Dottrina Nazionale Bulgara” e con le dichiarazioni del presidente Petar Stojanov (13).

Nell’agosto 1998 Erich Rathfelder, giornalista tedesco gia’ noto per reportage faziosi sulla guerra in Croazia e Bosnia, sulla “Tageszeitung” denuncia la strage di 567 albanesi del Kosovo, dei quali 430 bambini, nei pressi di Orahovac. La notizia non ha alcuna conferma, ne’ puo’ averla essendo falsa, ma sortisce ugualmente un forte effetto.

Tra l’ottobre 1998, quando ha inizio la missione OSCE in Kosovo in seguito ai ricatti della NATO contro la Jugoslavia, e l’inizio di marzo secondo la Tanjug nell’area ci sono 975 attacchi terroristici che causano 141 morti, 305 feriti ed 86 scomparsi. Armi dirette ai secessionisti panalbanesi vengono sequestrate nei porti italiani, conti in banca vengono aperti in Europa per il finanziamento dell’UCK (vedasi tra l’altro l’interrogazione parlamentare di G. Russo Spena a riguardo), le polizie di molti paesi europei individuano i legami tra l’UCK ed i traffici di droga e prostituzione.

Alla fine del 1998 una campagna stampa del Partito Radicale Transnazionale per la incriminazione del Presidente della Jugoslavia dinanzi al Tribunale dell’Aia raccoglie il consenso e la firma anche di esponenti dell’UCK come Adem Demaci, nonche’ di ultranazionalisti albanesi della Macedonia, di Sali Berisha e leader albanesi di ogni orientamento. Ancora all’inizio del 1999 il premier Majko chiede che Milosevic sia processato per crimini contro l’umanita’ (“il manifesto” 20/1/1999), appellandosi alla NATO, agli USA ed alla UE.

Il 15 gennaio 1999 in seguito agli scontri attorno a Racak tra le forze jugoslave ed i miliziani dell’UCK, il capo degli osservatori OSCE William Walker, noto “falco” USA in Vietnam e America Latina (caso Iran-contras, squadroni della morte in Salvador, e cosine simili), inscena in collaborazione con i terroristi uno spettacolo macabro indicando come “civili inermi” le vittime. I cadaveri sono stati ammucchiati in un fossato e cambiati di abiti, ma sono guerriglieri dell’UCK. Le immagini e le parole di Walker fanno il giro del mondo ad attestare la “gratuita ferocia dei serbi contro i civili” (4).

La vicenda di Racak e’ il culmine di una serie di operazioni di disinformazione strategica. L’anno precedente erano state segnalate fosse comuni inesistenti, come ad Orahovac, ed anche sui profughi le speculazioni della stampa sono ripugnanti. Le azioni dell’UCK, tese a far crescere la tensione, scatenare la reazione jugoslava ed indurre l’Occidente all’intervento militare diretto, non destano preoccupazione nei nostri media: quasi inosservate passano le stragi di Klecka – quando per la prima volta dalla fine della II Guerra mondiale ritornano in funzione i forni crematori – e Pec – in dicembre un gruppo di ragazzini serbi della cittadina viene massacrato.

La violenta pressione psicologica esercitata dai mass-media, mirata dall’inizio a montare un clima di mobilitazione bellica nelle opinioni pubbliche in Occidente, impedisce strutturalmente lo sviluppo di movimenti di opposizione alla NATO e contro le scelte strategiche euro-atlantiche. L’irredentismo kosovaro diventa “lotta per la liberta’”, l’idea di diritti di cittadinanza per tutti indipendentemente da dove passino i confini statuali e’ considerata antiquata: secondo i redattori della rivista “Guerre&Pace”, capofila del pacifismo italiano, la autonomia politica della provincia sarebbe ormai “una concessione dall’alto”, percio’ si punta direttamente al protettorato e/o alla Grande Albania mascherandola come “auto-determinazione”. Informazioni “fuori dal coro” vengono censurate da tutti i media, anche dai settori della sinistra “antagonista”. Gli “autodeterminatori” del “Kosova” abitano in Occidente.

In Albania in piu’ occasioni si manifesta solidarieta’ con il movimento irredentista kosovaro e con l’UCK, soprattutto da parte della destra di Berisha. Il 5 febbraio 1999 la dimostrazione per le strade di Tirana e’ unitaria, e si scandisce continuamente la sigla UCK (“il manifesto” 6/2)

A Rambouillet vicino Parigi, in seguito alla impressione suscitata dalla macabra sceneggiata di Racak, l’Occidente organizza un falso negoziato: le due parti vengono fatte incontrare un’unica volta in circa venti giorni di sedute (in due riprese tra febbraio e marzo), ed alla fine la delegazione albanese-kosovara, che e’ guidata dall’UCK, firma un “accordo” che prevede il referendum per l’indipendenza e l’occupazione militare da parte della NATO. Consiglieri del Dipartimento di Stato e della NATO stessa accompagnano l’UCK a Rambouillet. Anche il Ministro degli Esteri albanese Milo li assiste (B92, 17 marzo 1999). Pure Filippo di Robilant, ex-portavoce della leader radicale italiana Bonino, fa parte del codazzo dell’UCK (Corriere della Sera). Alla fine, la Jugoslavia viene accusata all’unisono per non avere firmato un “accordo” che tale non e’ – poiche’ un accordo presuppone due parti consenzienti.

Il 22 marzo 1999 rappresentanti dell’UCK si accordano a Tirana con le istituzioni albanesi per una piu’ stretta collaborazione, secondo quanto riportato dalla stessa televisione di Stato albanese. Un altro tassello della ridefinizione degli assetti europei secondo il modello definito dal nazismo si sta realizzando. La guerra puo’ ricominciare.

Il 24 marzo la NATO scatena i bombardamenti su tutto il territorio della Repubblica Federale di Jugoslavia.

NOTE:

(1) Rajko Dolecek: “J’accuse L’Unione Europea, la NATO e l’America” (Ed. Futura, Praga 1998 – in lingua ceca), e T.W. “Bill” Carr: “German and US Involvement in the Balkans” (intervento al Simposio “Jugoslavia: passato e presente”, Chicago 31/8-1/9/1995). Nel 1994 l’ambasciata croata a Washington nega che questo prestito sia mai avvenuto; T.W. Carr, editore associato della “Defense & Foreign Affairs Publications” di Londra, elenca allora le persone direttamente coinvolte nella faccenda, mentre lo SMOM le invita ad esibire tutta la documentazione a riguardo. Firmatari per parte croata risultano essere il vicepresidente della Repubblica Mate Babic e la signora Maksa Zelen Mirijana, autorizzata ad agire in nome e per conto del Ministero delle Finanze di Zagabria.

Il ruolo dello SMOM nella crisi jugoslava e’ tanto importante quanto sconosciuto… A Zagabria la villa sede nel 1990-’91 dell’HDZ di Tudjman diventera’ Ambasciata dello SMOM in Croazia dopo l’indipendenza. Lo SMOM e’ una potente organizzazione direttamente legata al Vaticano che dopo l’89 ha enormemente accresciuto la sua influenza nell’Europa centroorientale: praticamente in tutte le capitali dell’Est europeo esiste ormai una rappresentanza diplomatica dell’Ordine. Tra gli aderenti allo SMOM spicca, per il ruolo specifico avuto come “sponsor” di Slovenia e Croazia, Francesco Cossiga. Lo SMOM fu, insieme al Vaticano ed alla Croce Rossa, una delle ancore di salvezza per i nazisti ustascia in fuga alla fine della II G.M. (cfr. “Ratlines” di M. Aaron e J. Loftus, Ed. Newton Compton 1993)

(2) Cfr. “Nato in the Balkans”, AAVV., edito dall’IAC (New York 1998)

(3) Dichiarazione rilasciata alla Conferenza di Pace di Ginevra. Nell’ottobre 1993 la Commissione ONU per i crimini di guerra sara’ in grado di contare in tutto 330 casi di stupro, relativamente cioe’ a tutte e tre le parti in conflitto.

(4) Vedansi gli articoli apparsi su “Le Monde” e “Le Figaro” nei giorni successivi.

(5) La “autonomia speciale”, in vigore in Kosovo sia dal 1974, prevedeva il diritto di veto della minoranza sulle decisioni della Repubblica di Serbia (e non il viceversa), nonche’ la non-giudicabilita’ degli albanesi da parte di corti che non fossero quelle kosovare. Norme del genere rappresentavano chiaramente una non-reciprocita’ normativa tra istituzioni serbe e gruppo nazionale serbo da una parte, istituzioni kosovare e gruppo nazionale albanese dall’altra. Oltre a questo, la “autonomia speciale” istituiva uno status di “Settima Repubblica” de facto per il Kosovo nella RFSJ, e ciononostante per tutti gli anni Ottanta si erano intensificati gli episodi e si era rafforzato l’indirizzo centrifugo-secessionista negli ambienti politici albanesi-kosovari.

(6) Cfr. ad es. Ken Silverstein su “The Nation”, 28/7/1997.

(7) Cfr. il dispaccio ITAR-TASS 6/9/1995 che fa riferimento alle operazioni segrete “Ciclone Uno” e “Ciclone Due”, coordinate dal capo dell’esercito musulmano Rasim Delic. Vedansi anche Michele Gambino su “Avvenimenti” del 20/9/1995 e Tommaso Di Francesco sul “Manifesto” del 3/10/1995.

 (8) Sulla disinformazione strategica nel caso jugoslavo si vedano ad es. i libri POKER MENTEUR (“Il poker dei bugiardi”, in francese), di Michel Collon (Ed. EPO e M. Collon, 20A Rue Hozeau de Lehaie, 1080 Bruxelles, Belgio – tel. +32-2-414 2988, fax +32-2-414 9224, e-mail: editions@epo. be), e “Le verites yougoslaves ne sont pas toutes bonne a dire”, di Jacques Merlino (Ed. Albin Michel, 1993).

(9) Sulle politiche economiche degli anni Ottanta si veda di M. Chossudovsky “La globalizzazione della poverta’”, Ed. Gruppo Abele 1998, ed il capitolo 4 di “NATO in the Balkans”, Ed. International Action Center, New York 1998.

(10) “Feral Tribune”, 1/9/1997; cfr. la trad. italiana su “Internazionale” n.202, 10/10/1997 pg.39.

(11) Vedansi gli articoli di G. Bocchi apparsi sul “Manifesto” tra settembre ’98 e gennaio 1999, nonche’ l’apposito capitolo dedicato al caso Lucatelli sul libro di Luca Rastello “La guerra in casa”, Einaudi 1998.

(12) Si veda la traduzione italiana (non integrale) apparsa su “Internazionale” del 26/2/1994.

(13) Alla fine del 1997 i giornali di Sofia pubblicano alcuni estratti di un documento intitolato “Dottrina Nazionale Bulgara”, redatto da vari accademici, nel quale si lascia intendere che la Macedonia e’ territorio storicamente bulgaro. Il 12 maggio 1998 Stojanov dice testualmente: “La Bulgaria e’ pronta a intervenire militarmente in Macedonia, qualora il conflitto in Kosovo si allarghi a questo paese che, nei fatti, e’ una provincia bulgara” (cfr. “Notizie Est #46” – http://www.ecn.org/est/balcani).
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Preso da: http://www.fisicamente.net/GUERRA/index-791.htm

2018: Libia. Carichi di armi ed esplosivi, la Turchia sta per rivelare la sua vera faccia in Libia

di Vanessa Tomassini –
Dopo la sua uscita anticipata dalla Conferenza di Palermo, la Turchia sembra stia preparando qualcosa di molto grosso in Libia. Due giorni fa le autorità del porto di al-Khamis, ad est della capitale Tripoli, hanno fermato una nave battente bandiera di Antigua e Barbuda che dichiarava di trasportare materiale da costruzione in 40 container, ma che in realtà nascondevano diverse tonnellate di armi. La nave sarebbe salpata il 25 novembre scorso dal porto di Mersin, nel sud della Turchia, e avrebbe fatto scalo in diversi porti turchi fino a quando non ha raggiunto il porto di Ambarli, nella regione occidentale di Istanbul. Gli ufficiali libici, secondo il quotidiano “L’Osservatorio”, avrebbero rinvenuto più di due milioni di shot gun 9 mm, circa tremila pistole 9 mm e 120 Beretta, quattrocento fucili da caccia e quasi 5 milioni tra proiettili e munizioni.
Lo stesso giornale ha reso noto che “il carico è di origine turca e prodotto dalla società turca Zoraki e dai sistemi di difesa Retay”. Giovedì le autorità aeroportuali di Alessandria d’Egitto hanno fermato un passeggero proveniente da Istanbul su un volo della Turkish Airlines per Burj al-Arab, che nascondeva, nel suo bagaglio a mano tra i vestiti 4 orologi con macchina fotografica, diverse schede di memoria, 5 accendini su cui era stata montata una videocamera e memoria USB utilizzati ai fini di spionaggio.
I due eventi arrivano dopo che le autorità tunisine hanno sequestrato un container sempre proveniente dalla Turchia che trasportava tra l’abbigliamento femminile diverse borse esplosive e materiale necessario alla costruzione di esplosivi, come riportato nel servizio della televisione di Stato tunisina, che spiega come gli agenti siano riusciti ad individuare la minaccia perché insospettiti dal peso del carico.
La Turchia continua ad essere base logistica per la realizzazione di azioni giudicate terroristiche nella regione e per supportare materialmente gruppi islamisti in Libia, fin dal 2011. Di recente, esattamente lo scorso gennaio, la Guardia costiera ellenica ha fermato la nave Andromeda che navigava al largo di Agios Nikolaos, vicino all’isola di Creta sotto bandiera della Tanzania diretta a Misurata con oltre 29 container di esplosivo ed 11 serbatoi vuoti di GPL, in contrasto con l’embargo sulle armi a cui la Libia è soggetta dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. È opportuno ricordare che gli inviati di Ankara hanno abbandonato anticipatamente la conferenza per la Libia organizzata dal governo italiano a Palermo il 12 e 13 novembre 2018 perché esclusi da un meeting informale con il maresciallo Khalifa Haftar, che si rifiuta di interloquire con la Fratellanza Musulmana per il suo noto legame con i gruppi estremisti. In molti credono che la Turchia stia preparando la sua “vendetta” con il supporto di altri attori stranieri come la Gran Bretagna, che sta adottando un atteggiamento defilato rispetto alla comunità internazionale che si troverebbe unita nel nuovo action plan riformulato in seguito alla Conferenza di Palermo.

Preso da: https://www.notiziegeopolitiche.net/libia-carichi-di-armi-ed-esplosivi-la-turchia-sta-per-rivelare-la-sua-vera-faccia-in-libia/

Libya: MI6, Turkish Intelligence and the UN-backed Government of Accord Bringing 6,000 Terrorists from Syria’s Idlib to Tripoli and Misrata

The spokesman for the former General People’s Committee, Moussa Ibrahim, said that there are knowledgeable sources confirming the existence of tripartite coordination between the British intelligence (MI6), Turkish intelligence (MİT), and the government of the internationally-backed government of accord, to transfer about 6,000 multinational terrorists from the Syrian city of Idlib to Misrata and Tripoli through the international airports of Misrata and Mitiga.

In his blog post on the social networking site “Facebook”, Ibrahim added that this coordination comes in anticipation of the sweeping attack expected by the Syrian army to liberate Idlib, in addition to bringing Libya into the spiral of new Islamist terrorism, and to confront the inevitable result of the victory of the forces Dignity, the defeat of the Akwanji-Turkish-British project in the region.

On April 4, Khalifa Haftar announced the launch of an operation to “liberate” the capital Tripoli from the grip of “militias and armed groups”, in conjunction with the announcement by the UN envoy in Libya of the convening of the national gathering of the whole, between 14-16 last April in the city of Ghadames.

The Secretary-General of the League of Arab States called on all Libyan parties to exercise restraint and to reduce the situation of escalation in the field resulting from the recent military moves in the western regions of the country, and to abide by the political process as the only way to end the crisis in Libya and return to dialogue Aimed at achieving a purely national settlement to take the country out of the crisis it is experiencing.

Libya has been undergoing a continuing military political crisis since 2011, when two parties, the internationally-backed government of Concord, led by the winner of Al-Saraj, and the second party, the interim government of eastern Libya, supported by the Council of Representatives in the city of Tobruk, are currently fighting power.

Source: https://libya360.wordpress.com/2019/05/06/libya-mi6-turkish-intelligence-and-the-un-backed-government-of-accord-bringing-terrorists-from-syrias-idlib-to-tripoli-and-misrata/

in Russian and Arabic: http://za-kaddafi.org/node/46848

nel 1912 la Libia diventa colonia italiana

Accadde oggi: nel 1912 la Libia diventa colonia italiana, l’esercito aveva utilizzato per la prima volta autovetture Fiat Tipo
Accadde oggi: termina la guerra in Libia, le truppe italiane utilizzarono per la prima volta autovetture Fiat Tipo 2 e motociclette SIAMT

Parla un giovane di Bengasi: “Gheddafi è nel cuore di milioni”.

“Scendo in strada a bruciare le bandiere italiane” il giovane Moneim ci racconta la sua rabbia.

Di Vanessa Tomassini.
“Tu sei una vera giornalista? Vorrei che tu scrivessi sul tuo giornale che Muammar Gheddafi resta nel cuore di milioni e milioni di persone, forse dire un milione è dire poco. Mi chiamo Moneim Ould Elfatih e sono di Bengasi. Visto che l’Italia è un paese democratico, voglio che scriva un messaggio agli agenti della Nato. ‘Vivo in un posto dove non possono raggiungermi e uccidermi – diceva Gheddafi – avrete ucciso il mio corpo, ma non sarete in grado di uccidere la mia anima che dimora nei cuori di milioni di persone’. Beh tutto questo era vero e non lo dimenticheremo mai. Ora noi sappiamo che l’Italia vuole la sua fetta di torta, ma non è questo il modo. Siamo molto arrabbiati ed è per questo che siamo scesi in piazza a bruciare il tricolore!”.
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A dirci questo è un giovane di 27 anni che indossa una divisa militare e un foulard verde intorno al collo nelle sue foto, dove emula il saluto del rais, con il pugno chiuso verso il cielo. Occhi e capelli scuri, Moneim è arrabbiato, come molti altri, per il via via di politici dall’Italia alla Libia, e viceversa. “Difendiamo la nostra patria, come è accaduto nel secolo scorso. Rispettiamo il popolo italiano, ma non rispettiamo il vostro Governo corrotto che vuole mettere il naso su affari che non gli riguardano. Non vogliamo nemmeno assistenza, perché aprire la porta dell’aiuto significa aprire al colonialismo”. Proviamo a spiegargli che le voci di una missione militare italiana nel sud non sono vere e che l’Italia vuole solamente fermare l’immigrazione e aiutare la Libia a proteggere i suoi confini e che bruciare la bandiera italiana non risolverà poi molto. Lo lasciamo sfogare e così ci mostra i resti dei bombardamenti della Nato, città e strade di Sirte e Bengasi completamente distrutte e residui bellici abbandonati da anni.

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Vedi questi? Sono i veicoli italiani del tempo del colonialismo, messi 
a Bengasi affinché il mondo non dimentichi”.

La visita del ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, a Tripoli, anziché calmare gli animi dopo le dichiarazioni, forse tradotte male del Ministro della Difesa e dell’Interno, ha fatto discutere ancora di più i libici per alcuni dettagli del protocollo diplomatico, come il Ministro italiano che lascia indietro il suo omologo libico.
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Durante la sua missione, il capo della Farnesina ha parlato di voler riattivare l’accordo di amicizia tra la Libia e l’Italia, firmato da Gheddafi e Berlusconi nel 2008. Moneim quel giorno lo ricorda, come “uno dei momenti più belli per il popolo libico. Le scuse dell’Italia alla Libia ed il risarcimento per anni di colonizzazione erano un momento della storia che non avremmo mai potuto dimenticare”. Così mentre esperti ed analisti si interrogano se la rimessa in vigore del Trattato di amicizia possa dare i suoi frutti oggi, i libici si chiedono come possano fidarsi nuovamente dell’Italia dopo la sua partecipazione all’intervento della Nato nel 2011.

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“Da questa strada, gli ultimi 200 uomini hanno lasciato la piazza di Izz al-Azz, con un totale di 43.000 saccheggiatori e 40 paesi crociati. Da qui le anime delle candele della resistenza si sono diffuse in fiamme in tutta la Libia”.

Muammar Gheddafi – prosegue –era la coscienza del mondo, seguito da tutte quelle persone che vogliono la gloria, la libertà e non vogliono la schiavitù, un simbolo che è difficile da dimenticare”. Poi ci confessa: “amo tutto del mio paese, perfino lo sporco su cui cammino perché è narrato dal sangue dei miei antenati. Questa è la gloria che non può essere sottovalutata”. Si rattrista al pensiero che “i soldati della NATO hanno visto con loro alcuni agenti libici ed arabi. Quando ho visto alcuni di loro tra le loro file, ho capito che Israele aveva raggiunto il suo obiettivo, quello di spegnere l’ultimo simbolo dell’islam arabo, Muammar Gheddafi. Questo è ciò che mi fa più male al cuore ogni giorno. Poi c’è il Qatar, sappiamo che Doha ha ancora il controllo della Libia e che insieme alla Turchia finanzia il terrorismo nel mondo”.
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Quando gli parliamo del futuro, Moneim ci dice che non ha speranze e che le elezioni potrebbero essere una soluzione solamente se vinte da Saif al-Islam, il figlio del rais. La cosa che ci sorprende è che indossa una divisa, “sì, sono un’agente di polizia, non ho mai ucciso nessuno ed il mio lavoro rappresenta un dovere nazionale nei confronti della Libia”.
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Preso da: https://specialelibia.it/2018/07/10/scendo-in-strada-a-bruciare-le-bandiere-italiane-il-giovane-moneim-ci-racconta-la-sua-rabbia/

Intervista al Presidente del Consiglio Supremo delle Tribù, “ Si aggiunge una nuova guerra tra Italia e Francia”

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Pubblicato il
Di Vanessa Tomassini.
Dopo l’attacco da parte di Ibrahim Jadhran alla Mezzaluna petrolifera, avvenuto la settimana scorsa, malgrado l’esercito di Khalifa Haftar sia riuscito a ristabilire il controllo sulla regione, si rincorrono le voci di un intervento sul campo da parte delle Nazioni Unite. Mentre sui social si diffondono le immagini di miliziani ciadiani giunti a Misurata, c’è chi insinua anche che Jadhran avrebbe trovato ospitalità nella città dei Fratelli Musulmani, dove sorge l’ospedale da campo italiano. Diverse fonti sostengono perfino che Jadhran, aiutato forse da un esponente del Governo di Tripoli, sarebbe pronto a lasciare la Libia diretto verso la Turchia. Non è un caso che, già nel 2016, l’ex capo delle Petroleum Facility Guards incontrò, proprio ad Instanbul, i funzionari di USA e Regno Unito per discutere del sollevamento del blocco della mezzaluna petrolifera. Pur non essendoci elementi a sufficienza per stabilire se queste voci siano fondate, quel che è certo è che i libici iniziano ad essere sempre più insofferenti della politica straniera a casa loro, soprattutto se a tutto questo si aggiunge la spinosa questione “migranti” e centri di accoglienza. Per capire che aria tira, abbiamo incontrato il presidente del Consiglio Supremo delle Tribù di Warshefana, Abu Amid al-Mabrouk.
-In molti affermano che ci sia il coinvolgimento di Paesi stranieri nel disastro della Mezzaluna petrolifera, è così?
“Innanzitutto bisogna dire che il Governo di Accordo Nazionale, sotto la guida di Fayez al-Serraj e supportato dalla comunità internazionale, è coinvolto in quello che è successo nella Mezzaluna. Ci sono informazioni, anche se non ancora confermate, che alcuni italiani siano passati da Misurata per andare a Ras Lanuf. Penso che alla vecchia lotta per il potere, si sia aggiunto un altro tipo di guerra tra la Francia e l’Italia, quella attraverso le compagnie petrolifere italiane e la francese Total”.

-Crede che anche l’immigrazione clandestina faccia parte di questa guerra? Cosa ne pensa della proposta europea di aprire dei centri di accoglienza migranti in Libia?
“La questione dell’immigrazione clandestina e dei migranti è responsabilità dei paesi colonizzatori che hanno occupato l’Africa. Molti paesi africani ancora oggi sono economicamente e politicamente occupati, per questo i Paesi europei devono trovare soluzioni alla fonte, nei paesi di origine e non in Libia che, essendo il principale paese di transito, è la prima vittima del problema. Noi libici all’unanimità rifiutiamo la creazione di campi di accoglienza, non possiamo accettare che i migranti provenienti dal sud del continente vengano ammassati in Libia. L’unica soluzione è che l’Europa lavori sulle cause dell’immigrazione e soprattutto deve smettere di utilizzare il fascicolo umanitario politicamente ed investire i fondi per aiutare i migranti nelle loro patrie”.
-Dopo Derna, il terrorismo sarà stato sconfitto in Libia?
“In segreto il terrorismo è sostenuto ed è frutto dell’Occidente che lo utilizza per scopi specifici. Osama Bin Laden, ad esempio, è stato creato dall’America, gli ha fornito denaro ed armi per affrontare l’Unione Sovietica in Afghanistan. Dopo che la sua missione è finita, improvvisamente diventa un terrorista ed è stato ucciso dai suoi stessi creatori. Il vero Islam è una religione di pace che rifiuta la violenza e si basa sull’innocenza delle azioni”.
-Da giorni si vocifera un intervento delle Nazioni Unite in Libia, che cosa ne pensa?
“L’intervento delle Nazioni Unite è sul campo da quello militare della Nato del 2011 e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Ora la Libia, dopo sette anni, è stata distrutta diventando terreno fertile per il terrorismo, i trafficanti e l’immigrazione clandestina. È strano come la Libia sia riuscita a distruggere sé stessa sotto la guida delle Nazioni Unite…”.
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Preso da: https://specialelibia.it/2018/06/24/intervista-al-presidente-del-consiglio-supremo-delle-tribu-si-aggiunge-una-nuova-guerra-tra-italia-e-francia/

La Libia secondo l’ONU e secondo la dura realtà

Nonostante la buona volontà di alcuni partecipanti, la conferenza di Parigi per la Libia non ha prodotto, in concreto, gli effetti immaginati. Secondo Thierry Meyssan, la spiegazione è da ricercare nella doppiezza del linguaggio della NATO e dell’ONU che a parole dicono di voler stabilizzare il Paese, mentre nei fatti continuano a perseguire il piano Cebrowski, ossia la distruzione delle strutture degli Stati. Dalla messinscena di Parigi traspariva anche una profonda ignoranza delle peculiarità della società libica.

| Damasco (Siria)

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Conferenza stampa finale del summit di Parigi, il 29 maggio. Da sinistra a destra: Fayez Al-Sarraj (presidente del Governo Libico di Unione Nazionale, designato dall’ONU), Emmanuel Macron (presidente della Repubblica Francese), Ghassan Salamé (funzionario dell’ONU). Questi tre uomini, in Libia, non hanno alcuna legittimità elettiva, eppure sperano di decidere l’avvenire del popolo libico.
Dopo che, nel 2011, la NATO ha annientato la Jamahiriya Araba Libica, la situazione in Libia si è profondamente deteriorata: il PIL si è dimezzato e intere fasce di popolazione vivono nella miseria; è impossibile circolare nel Paese; l’insicurezza è generale. Negli ultimi anni due terzi della popolazione è fuggita all’estero, quantomeno provvisoriamente.

Passando un colpo di spugna sull’illegalità dell’intervento della NATO, le Nazioni Unite stanno tentando di rendere di nuovo stabile il Paese.

I tentativi di pacificazione

L’ONU è presente in Libia con la MANUL (Missione d’Appoggio delle Nazioni Unite in Libia), organo esclusivamente politico. Il reale carattere dell’istituzione è lampante sin dalla nascita. Il suo primo direttore, Ian Martin (ex direttore di Amnesty International), organizzò il trasferimento di 1.500 jihadisti di Al Qaeda, in quanto “rifugiati” (sic!), dalla Libia alla Turchia per formare il cosiddetto “Esercito Siriano Libero”. Benché sia ora guidata da Ghassan Salamé [1], la MANUL dipende direttamente dal capo degli Affari Politici dell’ONU, che non è altri che Jeffrey Feltman. Ex assistente di Hillary Clinton al Dipartimento di Stato USA, è uno degli architetti del piano Cebrowski-Barnett, per distruggere Stati e società del Medio Oriente Allargato [2]. Feltman fu anche supervisore, da un punto di vista diplomatico, delle aggressioni contro Libia e Siria [3].
L’ONU parte dal presupposto che il disordine attuale sia conseguenza della “guerra civile” del 2011, che aizzò il regime di Muhammar Gheddafi contro l’opposizione. Ma, al momento dell’intervento dell’ONU, l’opposizione era costituita soltanto dagli jihadisti di Al Qaeda e dalla tribù dei Misurata. In quanto membro dell’ultimo governo della Jamahiriya Araba Libica, posso testimoniare che l’iniziativa dell’Alleanza Atlantica non fu la risposta al conflitto interno libico, bensì un’articolazione della strategia regionale di lungo respiro, che riguarda l’insieme del Medio Oriente Allargato.
Nelle elezioni legislative del 2014 gli islamisti che avevano combattuto a terra per conto della NATO ottennero scarni risultati. Decisero perciò di non riconoscere la “Camera dei Rappresentanti” (basata a Tobruk) e costituirono un’altra assemblea (basata a Tripoli), ora denominata “Alto Consiglio di Stato”. Ritenendo che le due assemblee rivali potessero formare un sistema bicamerale, Feltman mise i due gruppi su un piano di parità. Ci furono contatti tra le due parti nei Paesi Bassi e, in seguito, furono firmati gli accordi di Skhirat (Marocco), senza però l’assenso delle due assemblee. Con questi “accordi” venne istituito un “governo di unità nazionale” (con sede, inizialmente, in Tunisia), designato dall’ONU.
Per preparare l’elaborazione di una nuova Costituzione nonché le elezioni presidenziali e legislative, la Francia, sostituendosi agli sforzi di Paesi Bassi ed Egitto, ha organizzato a fine maggio un summit, cui hanno partecipato le personalità presentate dall’ONU come i quattro leader del Paese e i rappresentati dei principali Stati coinvolti della regione. L’iniziativa è stata vivacemente criticata in Italia [4].
Pubblicamente si è usato un linguaggio politico; discretamente, invece, sono stati disegnati i contorni di una Banca Centrale Libica che cancellerà il furto, da parte della NATO [5], dei Fondi sovrani libici e centralizzerà il denaro del petrolio. Comunque sia, dopo la firma di una dichiarazione comune [6] e gli abbracci di rito, la situazione sul campo è precipitata.
Il presidente francese, Emmanuel Macron, agisce in base alla propria esperienza di banchiere d’affari: ha riunito i principali leader libici scelti dall’ONU; con loro ha valutato come proteggere i rispettivi interessi, in vista della creazione di un governo riconosciuto da tutti; ha verificato che le potenze straniere non abbiano intenzione di sabotare l’iniziativa; e ha creduto di poter ottenere il plauso dei libici. Però non è andata così, perché la Libia è un Paese completamente differente dalle società occidentali.
È evidente che la Francia, che è stata, insieme al Regno Unito, la punta di lancia della NATO contro la Libia, sta cercando di incassare i dividenti dell’intervento militare, che gli alleati anglosassoni le hanno a suo tempo sottratto.
Per capire quel che sta accadendo, bisogna tornare indietro nel tempo e analizzare come vivono i libici, in virtù delle loro peculiari e personali esperienze.

La storia della Libia

La Libia esiste solo da 67 anni. Con la caduta del fascismo e la fine della seconda guerra mondiale, la colonia italiana fu occupata dai britannici (in Tripolitania e in Cirenaica) e dai francesi (nel Fezzan, che divisero e, amministrativamente, annetterono alle colonie d’Algeria e Tunisia).
Londra favorì l’instaurazione di una monarchia controllata dall’Arabia Saudita, la dinastia dei Senussi, che regnò dall’indipendenza del Paese, nel 1951. La monarchia, di religione wahabita, mantenne il nuovo Stato in un oscurantismo totale, favorendo gli interessi economici e militari degli anglosassoni.
La monarchia fu rovesciata nel 1969 da un gruppo di ufficiali che proclamò l’indipendenza autentica del Paese e mise alla porta le potenze straniere. Sul piano politico interno, nel 1975 Muhammar Gheddafi stilò un programma, il Libro Verde, con cui s’impegnò a soddisfare le principali aspirazioni delle popolazioni del deserto. Per esempio, mentre tutti i beduini desideravano possedere una propria tenda e un proprio cammello, Gheddafi promise a ogni famiglia un appartamento gratuito e un’auto. La Jamahiriya Araba Libica garantì anche acqua [7], educazione e sanità gratuite [8]. Progressivamente, la popolazione nomade del deserto si sedentarizzò lungo la costa, ma i legami delle famiglie con le tribù d’origine si mantennero più saldi delle relazioni di vicinato. Furono create istituzioni a livello nazionale, ispirate alle esperienze dei falansteri dei socialisti utopici del XIX secolo, e fu instaurata una democrazia diretta, pur mantenendo le antiche strutture tribali. Le decisioni importanti erano dapprima presentate all’Assemblea Consultiva delle tribù e, successivamente, deliberate dal Congresso Generale del Popolo (parlamento nazionale). Sul piano internazionale, Gheddafi si dedicò alla risoluzione dei conflitti secolari tra gli africani, arabi e neri. Mise fine alla schiavitù e utilizzò una parte consistente delle entrate petrolifere per sostenere lo sviluppo dei Paesi sub-sahariani, soprattutto del Mali. Le iniziative di Gheddafi scrollarono gli occidentali che perciò avviarono politiche di aiuto allo sviluppo del continente.
Tuttavia, malgrado i progressi, trent’anni di Jamahiriya non bastarono a trasformare questa sorta di Arabia Saudita africana in una società laica moderna.

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Ghassan Salamé e il suo capo, Jeffrey Feltman.

Il problema odierno

Distruggendo il regime di Gheddafi e facendo sventolare di nuovo la bandiera dei Senussi, l’ONU ha fatto retrocedere il Paese alla situazione antecedente il 1969: un coacervo di tribù che vivono nel deserto, tagliate fuori dal mondo. La Sharia, il razzismo, la schiavitù sono ricomparsi. In simili condizioni è vano cercare di ristabilire l’ordine dall’alto. È invece indispensabile, innanzitutto, rendere pacifiche le relazioni tribali. Si potranno prevedere istituzioni democratiche solo dopo aver compiuto quest’operazione. Fino a quel momento, la sicurezza di ciascuno sarà garantita solo dall’appartenenza a una tribù. Per sopravvivere, i libici impediranno a loro stessi di pensare autonomamente e faranno sempre riferimento alla posizione del proprio gruppo.
L’esempio della repressione degli abitanti di Misurata contro quelli di Tawarga è esemplare. I misurata sono discendenti di soldati turchi dell’esercito ottomano, mentre i tawarga discendono da schiavi neri. Coalizzati con la Turchia, i misurata hanno partecipato al rovesciamento della Jamahiriya. Dopo che la bandiera dei Senussi è stata di nuovo imposta, i misurata si sono scatenati, con furore razzista, contro i neri. Li hanno accusati di ogni sorta di crimini e ne hanno costretti 30.000 a fuggire.
Indubbiamente sarà difficile far emergere una personalità della statura di Gheddafi, che possa essere innanzitutto riconosciuta dalle tribù e, successivamente, dal popolo. Del resto non è questa la soluzione che sta cercando Feltman. Contraddicendo le dichiarazioni ufficiali che parlano di soluzione «inclusiva», ossia che includa tutte le componenti della società libica, Feltman, attraverso gli jihadisti – con cui, quando era al Dipartimento di Stato, aveva collaborato per combattere Gheddafi – ha imposto una legge che vieta ogni funzione pubblica alle persone che hanno servito la Guida. La Camera dei Rappresentanti si è rifiutata di applicare questa disposizione, tutt’ora in vigore a Tripoli. Questo dispositivo è simile a quello della debaasificazione che lo stesso Feltman impose all’Iraq, all’epoca in cui era uno dei dirigenti dell’Autorità Provvisoria della Coalizione. In entrambi i casi, simili leggi sono utili per privare le istituzioni statali della maggior parte delle élite politiche, spronandole alla violenza o all’esilio. È evidente come Feltman continui a perseguire gli obiettivi del piano Cebrowski, pur avendo la pretesa di lavorare per la pace.
Diversamente da quel che sembra, il problema della Libia non è la rivalità tra i leader, bensì l’assenza di pacificazione tra le tribù e l’esclusione di chi sostenne Gheddafi. La soluzione non può essere negoziata da quattro leader riuniti a Parigi, ma unicamente in seno e intorno alla Camera dei Rappresentanti di Tobruk, la cui autorità si estende ora sull’80% del territorio.

Traduzione
Rachele Marmetti
Il Cronista 

[1] Ghassan Salamé è un politico libanese e docente universitario in Francia. È padre della giornalista francese Léa Salamé e della direttrice della Fondazione Boghossian del Belgio, Louma Salamé. Ha lavorato con Jeffrey Feltman in Iraq, ma non in Libano.
[2] “Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 agosto 2017.
[3] “La Germania e l’ONU contro la Siria”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Al-Watan (Siria) , Rete Voltaire, 28 gennaio 2016.
[4] Nel 2011 il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, insorse contro l’intervento della NATO. Fu richiamato all’ordine atlantista dallo stesso parlamento.
Ndt:
L’opzione inizialmente “pacifista” di Silvio Berlusconi e il naufragio di questa si spiegano con due considerazioni.
Primo, l’atteggiamento amicale del governo Berlusconi nei confronti della Libia si pone in continuità con quello dei governi precedenti. Chiuso il capitolo coloniale e preso atto della stabilità di Gheddafi al potere, l’Italia ha sempre cercato di sfruttare in chiave affaristica i buoni rapporti con la Guida. Un’apertura mercantile che si è sempre estesa alle imprese private: basti citare la FIAT, che nel 1976, bisognosa di capitali, chiese e ottenne un finanziamento dal governo di Tripoli, in cambio del 15% della società torinese.
Ma nel 2011 (a 25 anni dall’estromissione di Gheddafi dalla FIAT, in ossequio a un diktat della NATO, pretestato dal timore che il socio libico suggesse tecnologia militare dalla FIAT), l’ostilità contro la Libia era ormai una scelta atlantica irreversibile, alla quale si era piegato il grosso del mondo politico e affaristico italiano. Persino i sindacati si convertirono alla guerra: il 22 febbraio Susanna Camusso, segretario della CGIL (il primo sinacato del Paese!), condannò le esitazioni del governo italiano a intervenire in Libia e lo spinse a muoversi. Rossana Rossanda, esponente dei comunisti storici, fece lo stesso sul Manifesto del 9 marzo. Il 2 aprile il presidente della Repubblica, il postcomunista Giorgio Napolitano, non esitò a coprirsi di ridicolo affermando che l’aggressione alla Libia non poteva considerarsi una guerra!
Berlusconi si trovò a fronteggiare non soltanto il favore generale dell’Italia verso l’aggressione a Gheddafi, ma dovette accettare un coinvolgimento diretto, ancorché discreto, del Paese: dal 17 febbraio soldati italiani furono schierati a Benghazi (accanto a truppe inglesi e francesi e saudite), in funzione provocatoria nelle manifestazioni di piazza, dove offrirono ai media atlantisti lo spettacolo artefatto di cittadini colpiti dalle truppe di Gheddafi.
[5] “La rapina del secolo: l’assalto dei «volenterosi» ai fondi sovrani libici”, di Manlio Dinucci, Il Manifesto (Italia) , Rete Voltaire, 22 aprile 2011.
[6] « Déclaration politique sur la Libye », Réseau Voltaire, 29 mai 2018.
[7] Nel 1991 la Libia iniziò a costruire il “Grande fiume artificiale”, una vasta rete per sfruttare le falde acquifere del Bacino di Nubia, che si trovano molto in profondità. Questo gigantesco sistema non ha equivalenti nel mondo.
[8] A causa della penuria di ospedali, gli interventi spesso erano effettuati all’estero, a spese dello Stato.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article201399.html