Social network come arma non convenzionale: il caso della Libia

Con Stefano Mele (Comitato Atlantico Italiano) parliamo dell’uso dei social network a fini bellici
Un fattore interessante, portato in luce da un articolo del “New York Times”, è il ruolo che i social network hanno avuto nel corso di questa violenta battaglia. Nei giorni degli scontri, le pagine dei principali social network, sono state utilizzate dai membri delle diverse fazioni in lotta per lanciare minacce contro gli avversari al fine di galvanizzare i propri sostenitori, diffondere notizie false che esacerbassero gli animi della popolazione civile, comunicare le coordinate di obiettivi militari, individuare personalità da colpire e, infine, vendere ed acquistare armi da guerra. A ben vedere, non si tratta di vere e proprie novità: già nella lunga guerra in Siria o durante la crisi in Ucraina si erano avuti esempi simili di utilizzo dei social network, sia da parte dei Governi, che da parte delle milizie che combattevano dall’una e dall’altra parte.

Dalla diffusione a fini propagandistici di notizie, spesso fabbricate ad arte, all’incitamento all’odio nei confronti del nemico, per galvanizzare i propri soldati ed abbattere il morale degli avversari, l’utilizzo che si fa dei social network in tempo di guerra non è molto differente da quelle che, nel corso di tutto il XX secolo si è fatto di altri mezzi di comunicazione di massa, dai giornali alla radio, dal cinema alla televisione. Una novità abbastanza rilevante, invece, è stata l’effetto ‘trappola’ che i social network hanno rappresentato per molti oppositori: affascinati dalla possibilità di esprimersi aggirando la censura di Stato, molti giovani oppositori si sono incautamente esposti pubblicamente cadendo poi vittime della repressione da parte di quelli che erano stati i loro obiettivi: fin dai primi giorni della Guerra Civile Siriana, gli studenti che, tramite social network, si erano esposti nel sostenere la rivolta contro il Presidente Bashar al-Assad sono stati i primi a cadere sotto i colpi della repressioni.
In Libia, nonostante l’assenza quasi totale di potere centrale, le milizie che controllano larghe aree del Paese hanno iniziato ad utilizzare i social network esattamente allo stesso modo in cui questi vengono utilizzati dai Governi autoritari. La milizia Special Deterrence Force, ad esempio, si ispira ad una visione radicale dell’Islam e svolge un’attività di controllo sui social network, individuando i soggetti che, dal loro punto di vista, diffondono modelli morali negativi ed intervenendo per punirli (in molti casi facendoli sparire).
In un contesto di guerra, dunque, il social network diviene uno strumento di lotta, andando a coprire gli ambiti della propaganda, della guerra psicologica e dello spionaggio, nelle mani di Governi o di gruppi paramilitari particolari: un’arma non convenzionale, uno strumento bellico in piena regola.
Il caso libico ci offre la possibilità di una riflessione sul ruolo dei social network in tempo di guerra, un ruolo che certamente è destinato a divenire sempre più incisivo nei conflitti del futuro.
Per approfondire la questione, abbiamo parlato con l’Avvocato Stefano Mele, Presidente della Commissione Sicurezza Cibernetica del Comitato Atlantico Italiano.

Quale è il ruolo dei social network nell’attuale crisi libica?
Nella crisi libica, così come in qualsiasi altro caso di crisi diplomatica o di conflitto, i social network hanno ormai un ruolo molto rilevante soprattutto per l’acquisizione di informazioni su potenziali soggetti di interesse per il Governo o per i Governi che più o meno apertamente partecipano alla crisi o al conflitto. Infatti, in una società iper-connessa come quella attuale, in cui siamo sempre più portati a condividere informazioni, queste vengono sempre più massicciamente, e soprattutto inconsciamente, immesse all’interno di Internet e possono quindi rappresentare un asset molto rilevante per chi è in cerca di eventuali obiettivi.
Seppure la penetrazione dei social media in Libia è considerevolmente inferiore rispetto ai paesi limitrofi, come ad esempio l’Egitto, a causa del limitato accesso ad Internet da parte della popolazione, la crisi libica non rappresenta comunque un’eccezione a questa regola.
Contestualmente, un ulteriore ruolo dei social media può essere quello di fare da collettore ‘dal basso’ di segnalazioni e di informazioni utili per la popolazione. Proprio in Libia, ad esempio, i cittadini hanno creato gruppi su Facebook per scambiarsi informazioni su come e dove trovare stazioni di rifornimento, banche e medicine. In altri casi, vengono pubblicati post che informano la comunità su eventi pericolosi in atto e sulle aree in cui è opportuno avere maggiore cautela. Informazioni, queste, che spesso vengono aggiornate anche in tempo reale.
Quanto influisce il traffico illegale di armi ed esseri umani tramite social network sulla capacità dei gruppi armati libici di finanziarsi?
Il vero traffico di armi o peggio ancora di esseri umani difficilmente viaggia così apertamente attraverso i social network principali. Le pagine che proprio durante il conflitto libico sono state finora individuate, ammesso che fossero reali e non una semplice ‘esca’, sono state prontamente chiuse e oscurate da parte del gestore del social network. Maggiore attenzione, invece, deve essere posta sulle darknet. Semplificando, si tratta di reti virtuali private raggiungibili solo attraverso specifici software e reti, che permettono agli utenti di trasferire dati attraverso Internet in modo anonimo. Al loro interno si può trovare di tutto, dal lecito all’illecito, ivi comprese quindi droghe, armi, documenti falsi e ogni genere di attività criminale.
Quanto influisce la quasi totale assenza dello Stato sul potere che i gruppi armati possono ottenere tramite i social network?
In questo momento, i social network vengono utilizzati più come strumento di propaganda e di manipolazione delle informazioni che come strumento di potere, soprattutto in uno Stato come la Libia, che sicuramente non brilla per capacità tecnologiche e di penetrazione di Internet. Se guardiamo al contesto generale, invece, tutti gli Stati, soprattutto quelli meno democratici, hanno sviluppato delle capacità tecnologiche di sorveglianza del loro spazio Internet e quindi dei loro cittadini.
Quali sono le similitudini e quali le differenze tra l’utilizzo dei social network nel contesto libico e quello nei contesti, ad esempio, siriano ed ucraino?
Fondamentalmente non ci sono grandi differenze sul metodo, ma solo sulla capacità di utilizzarli e sull’efficacia. Se analizziamo i social network come uno strumento utile per un Governo all’interno di un conflitto, possiamo sicuramente collocarli nelle attività di information warfare, cioè di guerra dell’informazione. All’interno di questa macro-area, infatti, possiamo guardare ai social network come ad uno dei principali strumenti per svolgere oggigiorno attività di influenza, ingerenza, disinformazione e intossicazione informativa. Attività, queste, da sempre svolte all’interno conflitti: le tecnologie e la rete Internet le hanno solo amplificate e in alcuni casi facilitate.
Per quanto riguarda i dissidenti, così come i guerriglieri, i gruppi terroristici e così via, l’utilizzo dei social network riguarda soprattutto le attività di propria propaganda e di contro-propaganda nei confronti del ‘nemico’, di reclutamento, di scambio informativo, così come di pianificazione, preparazione e coordinamento operativo. In ogni caso, occorre precisare che l’utilizzo dipende molto dalle specificità del social network o dalle tecnologie utilizzate: alcuni, come ad esempio Facebook e Twitter, si prestano molto di più ad ospitare attività di propaganda e contro-propaganda; altri strumenti tecnologici, percepiti dagli utilizzatori come più sicuri e che si prestano maggiormente alle comunicazioni più riservate, vengono utilizzati per scambiare informazioni, documenti e per il coordinamento operativo.
Parlando più in generale, è possibile ritenere che oggi i social network adempiano ad una funzione di propaganda che un tempo era affidata a giornali, radio, cinema e televisione?
Non c’è dubbio. Ogni Governo, in qualsiasi parte del mondo, sia in tempo di pace che di guerra, li utilizza quantomeno per finalità di propaganda. Non sono ovviamente l’unico strumento, ovvero giornali, radio, cinema e televisione mantengono sempre la loro efficacia, ma indubbiamente i social network rappresentano sempre di più lo strumento più efficace e discreto. Quindi quello più utilizzato.
Quanto possono influire i social network sulla capacità di gruppi armati di esacerbare gli spiriti di alcuni gruppi sociali contro un nemico e, conseguentemente, di reclutare forze per le proprie battaglie?
I social network hanno un’influenza elevata: non sono decisivi, perché poi i conflitti si combattono sul territorio, però è chiaro che un’operazione di influenza e di propaganda può portare o ad esacerbare gli animi e quindi a spingere la popolazione ad agire, oppure a disinnescare eventuali tensioni sfruttando le bolle informative all’interno delle quali tutti noi viviamo.
Sul piano internazionale, quale è il ruolo dei social network? Trovare consenso? Confondere le idee agli osservatori?
Attraverso i social network si tenta di controllare l’informazione sul territorio attivamente, facendo ad esempio propaganda, oppure passivamente, cercando di comprendere ed intercettare il sentimento della popolazione. Oltre a ciò, ovviamente, si può tentare anche di sensibilizzare e sollecitare gli altri Governi a supportare le proprie attività o a contrastare le azioni di altri che si ritengono lesive.
Preso da: http://www.lindro.it/socal-network-come-arma-non-convenzionale-il-caso-della-libia/

MILITARI USA: COME INFLUENZARE GLI UTENTI DI TWITTER GRAZIE AD UNA RICERCA FINANZIATA DA DARPA

Postato il Giovedì, 28 luglio @ 23:05:00 BST di davide

FONTE: GUARDIAN.COM
Le attività degli utenti di Twitter e altri social media sono state registrate e analizzate come parte di un grande progetto finanziato dai militari USA, all’interno di un programma che copre aspetti simili al controverso esperimento di Facebook sul controllo delle emozioni attraverso la manipolazione del suo feed di news.
La ricerca, finanziata direttamente e indirettamente dal centro di ricerca del Dipartimento di Difesa statunitense , conosciuto come DARPA, ha coinvolto utenti dei più grossi social, inclusi Facebook, Twitter, Pinterest e Kickstarter. Lo studio riguarda le connessioni tra social networks e come i messaggi si diffondono all’interno di essi.

Mentre alcuni degli aspetti della progetto (costato milioni di dollari) possono far sorridere come ad esempio la ricerca ha incluso l’analisi dei tweet di celebrità come Lady Gaga e Justin Bieber, nel tentativo di capire l’influenza che questi hanno su Twitter, altri invece hanno avuto come risultato la creazione di un enorme database di tweet ed altri messaggi di social media.

Alcuni studi sono andati oltre il semplice monitoraggio dei messaggi scambiati: ad ignari partecipanti sono stati presentati messaggi preparati ad-hoc con lo scopo di monitorare le loro risposte.

Prima che scoppiasse la controversia di Facebook, DARPA pubblico’ una lunga lista dei progetti finanziati tramite il programma SMISC (Social Media in Strategic Communication), includendo i collegamenti a tutti i paper e i riassunti delle ricerche.

La lista dei progetti comprendeva tra l’altro uno studio di come gli attivisti di Occupy avevano usato Twitter e altre immagini virali, e una ricerca per capire come azioni del tipo “mi piace”, “retweet” e “seguimi” scaturiscono e si diffondono in piattaforme come Pinterest, Twitter, Kickstarter, Digg e Reddit.

DARPA, creata nel 1958, e’ responsabile per la ricerca tecnologica all’interno della Difesa americana. Tra i suoi successi e’ bene ricordare Arpanet, il precursore dell’odierno Internet, e numerose altre innovazioni, come ad esempio Onion, la tecnologia che permette il collegamento ai server anonimi di Tor. A causa di alcuni progetti di natura più “esoterica”, tipo braccia robot controllate dalla mente, programmi di sorveglianza di intere città e eso-scheletri, l’agenzia e’ diventata il bersaglio di molte teorie complottiste e protagonista di programmi come gli X-Files.

Presentato nel 2011, il programma SMISC era considerato come una scommessa dei militari USA per l’individuazione e creazione a tavolino di campagne di propaganda sui social media.

Sulla webpage dove erano stati pubblicati i link ai paper delle ricerche, DARPA scrive che lo scopo generale del programma SMISC e’ quello di “sviluppare una nuova scienza dei social networks fondata su una base tecnologica emergente. … Attraverso il programma, DARPA cerca di sviluppare strumenti che facilitano il lavoro degli operatori umani per contrastare la disinformazione e la propaganda ingannevole con informazioni veritiere”.

Ad ogni modo, i documenti della NSA (National Security Agency) rivelati da Snowden indicano che gli USA e l’Intelligence inglese hanno lavorato a stretto contatto per pianificare l’utilizzo dei social media a scopo di propaganda e inganno.

Documenti preparati dalla NSA e dall’inglese GCHQ (il corrispettivo del DARPA nel Regno Unito, n.d.t), e precedentemente pubblicati da the Intercept e dalla NBC News hanno rivelato alcuni aspetti di questi programmi. Si menziona un’unita’ impegnata a “screditare” i nemici dell’agenzia con false informazioni diffuse online.

All’inizio di quest’anno, la Associated Press rivelo’ inoltre la creazione da parte dell’USAid della versione cubana di un network simile a Twitter con lo scopo di screditare il governo di Havana. Il network, gestito da societa’ di comodo e finanziato da banche estere, e’ durato per più di due anni e ha attirato decine di migliaia di utenti. Ha cercato in tutti i modi di sottrarsi alle limitazioni all’accesso a internet da parte del governo di Cuba grazie ad una piattaforma molto primitiva.

DARPA ha destinato 8.9 milioni di dollari alla IBM attraverso una serie di ricercatori accademici . Altri 9.6 milioni di dollari sono stati destinati a centri di ricerca quali il Georgia Tech dell’Università’ dell’Indiana.

Facebook, il primo network al mondo, si e’ scusato per lo studio da lui promosso nel 2012, che ha coinvolto test psicologici su quasi 700,000 utenti senza il loro consenso. Il fatto provoco’ una marea di proteste sia dagli utenti che dagli esperti, essendo stato “comunicato in maniera poco chiara” al pubblico.

L’esperimento, i cui risultati sono stati pubblicati nel numero di Marzo del Proceedings of the National Academy od Sciences, si realizzo’ nascondendo una “piccola percentuale” di parole di natura emotiva dai loro feed, senza che lo sapessero, per testare l’effetto che si ha sul loro “status” o “likes”, come reazione.

Sembra comunque che Facebook fosse coinvolta in almeno un altro progetto di ricerca finanziato dai militari, secondo i dati pubblicati da DARPA recentemente.

La ricerca e’ stata portata avanti da Xuanhuai Wang, un ingegnere di Facebook, e Yi Chang, lo scienziato di punta di Yahoo Labs insieme ad altri ricercatori presso l’Università’ del Michigan e California del Sud.

Il progetto, che si occupa di studiare in che modo gli utenti comprendono e consumano le informazioni su twitter, ad un certo punto ha analizzato i tweet e retweet e altre interazioni generate da Lady Gaga (descritta come “la più popolare utente di elite su Twitter) e Justin Bieber (“che e’ estremamente popolare tra i teenagers”).

Altri studi si sono spinti oltre. Uno, in particolare, sullo “Studio delle interazioni sociali su Twitter”, che e’ stato pubblicato dall’Università’ della California del Sud, ha collezionato messaggi di 2400 utenti di twitter che hanno indicato risiedere nel Medio Oriente. Si e’ vista la frequenza di interazione con altri utenti e come questi sono geograficamente diffusi.

E’ possibile trovare molti studi circa la possibilità di automatizzare la capacita’ di determinare quanto bene differenti persone si conoscano attraverso l’analisi della frequenza, del tono e del tipo di interazione dei loro messaggi. Tali ricerche potranno avere applicazioni nell’analisi automatizzata dei metadata degli strumenti di sorveglianza, inclusi i metadata delle telefonate gia’ in possesso del governo americano, come rivelato da Snowden.

Studi che hanno ricevuto finanziamenti militari sono anche quelli della IBM. Uno di loro si intitola “Realizzazione di un modello dell’attitudine dell’utente verso argomenti controversi nei social media”, che ha analizzato le opinioni degli utenti su Twitter sul fracking.

Nel discutere le applicazioni pratiche di questa ricerca, gli autori dichiarano: “Ad esempio, una campagna governativa su Twitter in supporto delle vaccinazioni può essere fatta con il coinvolgimento degli utenti che sono più propensi a questo tipo di azioni (diffondere messaggi di campagne governative) in base alle loro opinioni favorevoli.

“Quando messaggi anti-governativi vengono diffusi sui socia media, il governo può decidere di diffondere contro-messaggi per bilanciare quell’azione e quindi identificare utenti che sono più propensi a diffondere tali contro-messaggi, in base all’analisi delle loro opinioni”.

Un paper dal titolo simile (“Il ruolo dei social media nella discussione di argomenti controversi”) prodotto dall’Università della California del Sud, studia il comportamento degli utenti di Twitter in base ai loro messaggi del 2012 su argomenti come l’aumento delle tasse, organismi geneticamente modificati e la pena di morte.

“I nostri risultati suggeriscono che Twitter viene principalmente utilizzato per diffondere informazioni tra persone con simili opinioni, piuttosto che dibattere problemi”, gli autori scrivono.

In uno studio della Georgia Tech, “Indizi di inganno nella comunicazione all’interno dei social media”, si e’ messo su un esperimento in laboratorio usando un social media sperimentale, FaceFriend, e 61 partecipanti remunerati. Mentre le ricerche passate si erano interessate di “inganno malevole per iscritto” in forme di comunicazione quali email, questo studio ha allargato il campo di interesse ai social media , e i ricercatori hanno concluso: “Le notizie dell’ultima ora e dal mondo -per esempio la Primavera Araba- fanno la parte del leone sui social media, rendendole facilmente suscettibili di tentativi di inganno”.

Molti di questi studi sono andati oltre le semplici osservazioni; al contrario, sono intervenuti direttamente con gli utenti dei social media e ne hanno analizzato le reazioni.

Uno dei tanti studi che si occupa di vedere come le notizie si diffondono sui networks si intitola “Chi ha ri-twittato questo? Metodi di identificazione automatica e interazione con sconosciuti su Twitter allo scopo di diffondere informazioni”

Il ricercatore spiega “Dato che ogni singolo e’ potenzialmente un elemento di influenza all’interno dei social media ed ha la capacita’ di diffondere informazioni, il nostro lavoro ha lo scopo di identificare e interagire con le persone giuste al momento giusto, per aiutarli a propagare informazioni utili quando e’ necessario”.

Nel paper, che include dati raccolti interagendo attivamente con un campione di 3761 utenti di Twitter su argomenti tipo sicurezza pubblica e influenza aviaria, il ricercatore aggiunge: “Al contrario di lavori già pubblicati che spesso usano solo per proprietà dei social network, la nostra ricerca prende in considerazione tratti della personalità che possono influenzare la tendenza di ciascuno a ri-twittare”.

In un comunicato ufficiale, DARPA difende il finanziamento di queste ricerche come parte degli interessi della difesa americana.

“I social media stanno cambiando il modo in cui la gente si informa, condivide idee, e si organizza in gruppi di interesse, alcuni dei quali potrebbero danneggiare gli Stati Uniti”, ha detto il portavoce. “DARPA supporta ricerche accademiche che cercano di capire alcune di queste dinamiche attraverso l’analisi di discussioni pubblicamente disponibili sui social media”.

Il Guardian ha contattato alcuni dei ricercatori coinvolti, domandando lor sul perché’ la difesa USA dovrebbe essere in qualche modo interessata a finanziare ricerche di questo tipo, e sul consenso che e’ stato richiesto alle persone i messaggi dei quali sono stati presi in analisi.

Tra coloro che hanno risposto, Emilio Ferrara, che e’ stato coinvolto nella ricerca il cui paper si intitola “La rivoluzione digitale di Occupy Wall Street”, ha detto: “Secondo la regolamentazione federale sugli esperimenti umani, per studi che non influenzano l’ambiente degli utenti online e per i quali le informazioni sono pubblicamente accessibili (per esempio dal feed di Twitter), non e’ necessario richiedere il consenso. Questo e’ il modello utilizzato per gli studi su Twitter. Inoltre tutti i nostri studi si basano su dati aggregati e non individuali”.

Un suo collega, Dott. Filippo Menczer ha aggiunto: “Nel nostro laboratorio studiamo tutti gli aspetti della diffusione nei social media. Questo lavoro ha applicazioni vaste nel momento in cui cerchiamo di capire i meccanismi fondamentali della comunicazione sociale, ad esempio come idee e immagini/video virali competono per la nostra attenzione, e come esattamente si diffondono in maniera virale”.

Fonte: www.theguardian.com
Link: https://www.theguardian.com/world/2014/jul/08/darpa-social-networks-research-twitter-influence-studies
8.07.2016
Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da COLOSSEUM

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=16720

GLI ACCOUNT TWITTER DELLO STATO ISLAMICO PORTANO AL GOVERNO INGLESE

Pubblicato il: 23/03/2016

Twitter ha bloccato gli utenti accusati di ‘molestare’ gli account collegati allo SIIL [Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, chiamato anche ISIS o “Daesh”, ndr]. Nel frattempo, gli hacker hanno rivelato che gli account Twitter utilizzati dallo SIIL riconducono ad Arabia Saudita e governo inglese. Sorpresa?
Uno degli argomenti centrali utilizzati dai governi che cercano di limitare le libertà su internet e giustificarne la sorveglianza totale è che i social media e le varie piattaforme internet permettono ai “terroristi” di diffondere propaganda e incitare alla violenza. E naturalmente l’unico modo per fermare tale fenomeno orribile, secondo la saggezza comune, sia regolare attentamente gli interventi su internet, così come un’ampia sorveglianza. O almeno così ci è stato detto. È per questo che molti sono disorientati dalla decisione di Twitter di bloccare gli “hacktivisti” accusati di “molestare” gli account collegati a SIIL e altri gruppi terroristici.

La cosa ha fatto notizia all’inizio del mese:

“Rapidamente lo SIIL apre account e diffonde propaganda, secondo gruppi hacker come Anonymus e Ctrl Sec impegnati nella campagna online #OpISIS. Il gruppo segue i followers, i collegamenti degli account individuati dagli appelli ad unirsi allo Stato islamico e riporta i profili dei jihadisti. Ma ora dicono che il social media li chiude. Difendendosi, Twitter vanta che non meno di 125000 account collegati a organizzazioni terroristiche sono stati rimossi. Ma gli attivisti di internet dicono che Twitter ha fatto ben poco, a parte agire su reclamo di utenti: “Una dichiarazione di WauchulaGhost, hacker antiterrorismo del collettivo Anonymus, ha detto: Chi ha sospeso 125000 account? Anonymus, i suoi gruppi affiliati e comuni cittadini. Vi rendete conto che se sospendessimo la segnalazione degli account dei terroristici e dalle immagini violente, Twitter sarebbe inondata di terroristi. Dopo l’annuncio di Twitter, gli arrabbiati membri di Anonymus rivelavano di aver avuto i loro account chiusi, non lo SIIL. Un giorno di febbraio 15 hacker hanno avuto i loro account chiusi da Twitter, nonostante mesi di indagini sui jihadisti”.

Perché Twitter bannerebbe gli utenti che segnalano account collegati allo SIIL? Forse perché alcuni di tali account portano all’Arabia Saudita e anche al governo inglese. Come fu segnalato il 16 dicembre 2015:

“Gli hacker hanno affermato che numerosi account sui social media di sostenitori dello Stato islamico ‘sono gestiti da indirizzi internet collegati al Dipartimento del lavoro e delle pensioni del Regno Unito’. Un gruppo di quattro esperti informatici, che si chiama VandaSec, ha scoperto prove che indicano che almeno tre account filo-SIIL porterebbero al Dipartimento“.

Sopra: la notizia riportata dal Daily Mirror

Ma la storia è ancora più strana. Il governo inglese avrebbe venduto una grande quantità di indirizzi IP “a due aziende saudite”, il che spiega perché lo SIIL utilizza indirizzi IP riconducibili al governo inglese. Sembra che:

“il governo inglese abbia venduto numerosi indirizzi IP a due aziende saudite. Dopo la vendita alla fine di ottobre scorso, sono stati utilizzati dagli estremisti per diffondere il loro messaggio di odio. Jamie Turner, della ditta PCA Predict, ha scoperto la registrazione della vendita di indirizzi IP, numerosi dei quali trasferiti in Arabia Saudita nell’ottobre scorso. Ci ha detto che probabilmente gli indirizzi IP potrebbero riportare ancora al Dipartimento perché i dati degli indirizzi non erano stati ancora completamente aggiornati. L’Ufficio del Gabinetto ha ammesso di aver venduto gli indirizzi IP alla Saudi Telecom e alla Saudi Mobile Telecommunications Company all’inizio dell’anno, nell’ambito della liquidazione di numerosi indirizzi IP del Dipartimento lavoro e pensioni”.

Così le imprese saudite utilizzano gli indirizzi IP acquistati dal governo inglese per diffondere la propaganda dello SIIL su Twitter. Nel frattempo, gli attivisti che cercano di rimuovere tali account vengono bannati. Per coronare il tutto, David Cameron ora celebra la “brillante” esportazione di armi inglesi in Arabia Saudita. Siamo sicuri che i sauditi useranno le armi e gli indirizzi IP inglesi per fare del bene. Altra domanda?

* * *

Rudy Panko, Global Research, 20 marzo 2016 – Russian Insider
Traduzione italiana di Alessandro Lattanzio – Fonte: aurorasito.wordpress.com


Autore:  Rudy Panko  

Preso da: http://www.nexusedizioni.it/it/CT/gli-account-twitter-dello-stato-islamico-portano-al-governo-inglese-5049

Perchè non siamo capaci di ribellarci?

15 giugno 2014

Ti sei mai chiesto perché nessuno reagisce difronte all’infame ondata di oppressione e abuso di ogni tipo che stiamo subendo? Non rimani perplesso del fatto che non succede assolutamente nulla, viste le tante rivelazioni di casi di corruzione, ingiustizia, ruberie e prese in giro della legge e della popolazione in genere, alla quale si è rubato letteralmente il presente e il futuro? Ti sei mai chiesto perché non scoppia una rivoluzione di massa e perché tutti sembrano essere addormentati e ipnotizzati?

In questi ultimi anni ogni tipo di informazione resa “pubblica” di politici corrotti, mazzette e quant’altro – che avrebbe dovuto danneggiare la “struttura del Sistema” fino alle sue fondamenta – continua a essere intatta senza neppure un graffio superficiale. Questo rende palese un fatto veramente preoccupante che sta sotto gli occhi di tutti e al quale nessuno presta attenzione.

Il fatto è che CONOSCERE LA VERITA’ – oggi – non importa più a nessuno. Sembra incredibile, ma i fatti lo confermano giorno dopo giorno.

L’informazione non è rilevante.
Rivelare i più oscuri segreti e renderli di dominio pubblico non produce nessun effetto, nessuna risposta da parte della popolazione per quanto i segreti siano terribili e scioccanti.

Per decenni abbiamo creduto che chi lottava per la verità, gli informatori capaci di svelare fatti nascosti o mettere in piazza i panni sporchi potevano cambiare le cose, potevano alterare il divenire della storia.

Siamo cresciuti in realtà, con la convinzione che conoscere la verità era cruciale per creare un mondo migliore e più giusto e di chi lottava per rivelare il nemico più grande dei potenti tiranni.

E forse per un periodo è stato così.

Oggi, però, “l’evoluzione” della società e soprattutto della psicologia di massa ci ha portato a un nuovo stato di cose: uno stato mentale della popolazione che non avrebbe osato immaginare il più alienato dei dittatori. Il sogno di ogni tiranno della faccia della terra: non dover nascondere né occultare niente al suo popolo.

Poter mostrare pubblicamente tutta la sua corruzione, malvagità e prepotenza senza doversi preoccuparsi di alcuna risposta da parte di quelli che opprime. Questa è la realtà del mondo in cui viviamo. E se credete che questa sia un’esagerazione, osservate voi stessi ciò che vi circonda.

Il caso della Spagna è lampante. Un paese immerso in uno stato di putrefazione generalizzato, divorato fino all’osso dai vermi della corruzione in tutti gli ambiti:
•giuridico
•industriale
•sindacale
•politico (soprattutto)
Uno stato di decomposizione che ha ecceduto tutti i limiti immaginabili, fino a infettare con la sua pestilenza tutti i partiti politici in maniera irreparabile.

Eppure, nonostante siano resi pubblici continuamente tutti questi scandali di corruzione politica, gli spagnoli continuano a votare per la maggior parte gli stessi partiti politici, dando tuttalpiù alcuni dei loro voti a partiti più piccoli che non rappresentano in nessun modo una possibilità reale.

Ecco l’allucinante caso della Comunità Valenciana, la regione più rappresentativa del saccheggio vergognoso perpetrato dal Partito Popolare e dove, nonostante tutto, questo partito di autentici fuorilegge e banditi continua a vincere le elezioni con maggioranza assoluta.

E sfortunatamente il caso di Valencia è solo un esempio in più dello stato generale del paese: lì abbiamo il caso indegno dell’Andalusia dominata da decadi dall’altra grande mafia dello stato, lo PSOE, che con i suoi soci del Sindacato e l’appoggio puntuale della Sinistra Unita hanno rubato a piene mani per anni e anni.

O il caso della Catalogna con “Convergència i Unió”, un partito di baroni ladri d’élite, tanto per dare un altro esempio. E potremmo continuare così per tutte le comunità autonome o il governo proprio centrale dove le due grandi famiglie politico-criminali del paese, PP e PSOE, si sono dedicate a saccheggiare senza alcuna moderazione.

E nonostante siano stati resi pubblici tutti questi casi di corruzione generalizzata, siano state rivelate le implicazioni delle alte sfere finanziarie e industriali con il tacito consenso del potere giuridico, la dimostrazione che in forma attiva o passiva riguarda il Sistema in tutti gli ambiti e si rende impossibile la creazione di un futuro sano per il paese, nonostante tutto ciò, la risposta della popolazione è stata… non fare niente.

La cittadinanza ha risposto al massimo con “l’esercitare il legittimo diritto di manifestazione”, un’attività molto simile a quella che fa la massa quando la sua squadra di calcio vince una competizione ed esce per strada a celebrarla. Nessuno ha fatto niente di effettivo per cambiare le cose, salvo un piccolo spuntino.

Nel caso della corruzione venuta alla luce in Spagna e l’inesistente reazione della popolazione, è un solo esempio tra i tanti nel mondo. Adesso riportiamo il caso dello sport di massa, sotto pressione per il sospetto di corruzione, di manipolazione di dopaggio e per la molto probabile adulterazione di tutte le competizioni sotto il controllo commerciale delle grandi marche…nonostante questo, continuano ad apparire in televisione con un seguito sempre più numeroso.

Tutto ciò si impoverisce davanti alla gravità delle rivelazioni di Edward Snowden e confermate dai governi in causa che ci hanno detto in faccia alla luce di riflettori che tutte le nostre telefonate, le attività sui social networks, il nostro navigare in Internet è controllato e che ci stiamo dirigendo inesorabilmente verso l’incubo del Grande Fratello vaticinato da George Orwell nel “1984”.

E la cosa più allucinante è che “una volta filtrate” queste informazioni, nessuno si è preoccupato di ribatterle. Tutti i mezzi di comunicazione, i poteri politici e le grandi imprese di Internet implicate nello scandalo, hanno confermato pubblicamente come un qualcosa di reale e indiscutibile questo stato di sorveglianza. L’unica cosa che hanno promesso, in maniera poco convincente e a mezza bocca che non continueranno a farlo…e si sono permessi anche di darci alcuni dettagli tecnici!

E quale è stata la risposta della popolazione mondiale quando è stata rivelata questa verità? Quale è stata la reazione generale di fronte a queste rivelazioni?

Nessuna.

Tutti continuano ad essere assorbiti dal loro smartphone, continuano a rotolarsi nel dolce fango dei social network e continuano a navigare nelle acque infestate di Internet senza muovere nemmeno una falange di un dito… A cosa serve, allora, dire la verità?

Nel caso ipotetico che Edward Snowden o Julian Assange siano personaggi reali e non creazioni mediatiche con una missione segreta, a cosa sarebbe servito il loro sacrificio?
•Che utilità ha accedere all’informazione e rivelare la verità se non provoca nessun cambiamento, alterazione, trasformazione?
•A che serve conoscere in forma esplicita e documentata il fatto che l’energia nucleare può solo portare disgrazie come dimostrato dai terribili incidenti di Chernobyl e Fukushima, se queste rivelazioni non provocano nessun effetto?
•A cosa serve sapere che le banche sono enti criminali dediti al saccheggio di massa, se continuiamo a utilizzarle?
•A cosa serve sapere che il mangiare è adulterato e contaminato da ogni tipo di prodotti tossici, cancerogeni o transgenici, se continuiamo a mangiarli?
•A cosa serve sapere la verità su qualsiasi fatto importante se non reagiamo per quanto gravi siano le sue implicazioni.
Non inganniamoci da soli per quanto sia duro accettare tutto questo. Affrontiamo la realtà così com’è… Nella società attuale, conoscere la verità non significa nulla.

Informare sui fatti che veramente succedono, non ha nessuna reale utilità; anzi la maggior parte della popolazione è arrivata a un livello tale di degradazione psicologica che come dimostreremo, la rivelazione della verità e accedere all’informazione, rafforzano ancora di più la loro incapacità di risposta e l’inerzia mentale.

La grande domanda è: perchè? Che cosa ha portato tutti noi a quest’apatia generale?

E la risposta, come succede sempre quando ci rivolgiamo domande di questo tipo, è tra le più inquietanti. Ed è in relazione con il condizionamento psicologico cui è sottoposto l’individuo della società attuale. I meccanismi che disattivano la nostra risposta quando accediamo alla verità per quanto scandalosa possa essere, sono semplici ed effettivi. E sono nella nostra vita quotidiana.

Tutto si basa su un eccesso d’informazione.

E’ un bombardamento degli stimoli così esagerato che provoca una catena di avvenimenti logici che finiscono con lo sfociare in un’effettiva mancanza di risposta: in pura apatia.

E per lottare contro questo fenomeno è bene conoscere come si sviluppa il processo…

Per prima cosa dobbiamo capire che questo stimolo sensoriale che riceviamo è carico d’informazioni.

Il nostro corpo è predisposto alla percezione e alla lavorazione di stimoli sensoriali, ma la chiave del tema sta nella percezione di carattere linguistico dell’informazione; per linguistico sta a indicare ogni sistema organizzato con il fine di codificare e trasmettere informazione di ogni tipo.

Per esempio: ascoltare una frase o leggerla comporta la sua entrata nel nostro cervello a livello linguistico. Ma lo stesso avviene quando guardiamo il logo di un’impresa, l’ascolto delle note musicali di una canzone, guardare un segnale del traffico o udire la sirena dell’ambulanza, tanto per fare alcuni esempi.

Oggi, una persona è sottoposta ogni giorno a migliaia di stimoli linguistici di questo tipo; molti li percepiscono in forma cosciente, ma la grande maggioranza in forma non cosciente che deve essere elaborata dal nostro cervello.

Potremmo dividere il processo di captare ed elaborare questa informazione in tre fasi:
1.percezione
2.valorizzazione
3.risposta
Percezione.

Indubbiamente, in tutta la storia dell’umanità, apparteniamo alla generazione che ha la capacità più grande di elaborare informazioni a livello celebrale, con potere di differenziare soprattutto a livello visivo e auditivo.

Man mano che nascono e crescono nuove generazioni acquisiscono una maggiore velocità di percezione dell’informazione. Una dimostrazione di quanto affermato la ritroviamo nel cinema.

Guardate un vecchio film western di John Wayne, una scena qualsiasi di azione per esempio una sparatoria. E poi guardate una scena di sparatoria o di inseguimento di macchine di un film odierno. Una qualsiasi scena d’azione di un film attuale è piena di successioni rapidissime di primi piani di breve durata.

Solo per 3 o 4 secondi si vedranno diverse figure:

il volto del protagonista che guida, quella del compagno che grida, la mano sul cambio della macchina, il piede che spinge il pedale, la macchina che schiva un pedone, l’inseguitore che slitta, il cattivo che afferra la pistola, che spara dal finestrino, ecc… e ogni primo piano sarà durato al massimo una decina di secondi.

Le immagini si succedono a tutta velocità come gli spari di una mitragliatrice. Eppure siete in grado di vederle tutte e di elaborare il messaggio che contengono.

Adesso rivedete il film di John Wayne. Non troverete successioni di scene a ritmo di mitragliatrice, ma successioni di scene dalla durata più lunga e con un campo visivo più ampio. Probabilmente uno spettatore dell’epoca di John Wayne si sarebbe sentito male vedendo un film attuale poiché non era abituato a elaborare tanta informazione visiva a tale velocità. Questo è un semplice esempio del bombardamento di informazioni cui è sottoposto il cervello di ognuno di noi oggi rispetto a quello di una persona di cinquant’anni fa.

Aggiungeteci tutte le fonti di informazioni che ci circondano, come la televisione, la radio, la musica, l’onnipresente pubblicità, i segnali del traffico, i diversi tipi di abbigliamento che indossano le persone che incrociamo per la strada e che rappresentano ognuna di loro, un codice linguistico per il tuo cervello, l’informazione che vedete sul cellulare, sul tablet, in internet e inoltre i vostri impegni sociali, le fatture, le bollette da pagare, l’assicurazione dell’auto, le preoccupazioni e i desideri che hanno programmato tu avessi, ecc. ecc.

Si tratta di un’autentica inondazione di informazione che il vostro cervello deve elaborare continuamente. Tutto questo con un cervello della stessa misura e capacità di quello spettatore dei western di John Wayne di cinquant’anni fa. Per quanto ne sappiamo, sembra che il nostro cervello abbia la capacità sufficiente per percepire tali volumi di informazione e comprendere il messaggio associato a questi stimoli.

Il problema quindi non sta lì. Sembra – infatti – che il nostro cervello ne goda poiché ci siamo trasformati in tossicodipendenti degli stimoli.

Il problema reale risiede nella fase che segue.

Valutazione.
Noi ci scontriamo con i nostri limiti quando dobbiamo valutare l’informazione ricevuta, cioè quando arriva l’ora di giudicare e analizzare le implicazioni che comporta.

Questo succede perché non abbiamo il tempo materiale per fare una valutazione profonda di quell’informazione.

Prima che la nostra mente, da sola e con i criteri che le sono propri, possa giudicare in maniera più o meno profonda l’informazione che riceviamo, siamo bombardati da un’ondata di stimoli che la distraggono in continuazione.

E per questa ragione che non arriviamo a valutare nella giusta misura l’informazione che riceviamo per quanto importanti siano le implicazioni che comporta.

Per capire meglio tutto questo, utilizzeremo un’analogia sotto forma di una piccola storia.

Immaginiamo una persona molto introversa che passa la maggior parte del suo tempo rinchiusa in casa. Praticamente non ha amici e non intavola relazioni sociali di nessun tipo.

Supponiamo adesso che questa persona vada al supermercato a comprare una bottiglia di latte e quando va a pagare gli cade per terra e la rompe causando grande scompiglio e macchiandosi i vestiti sotto gli occhi di tutti e della cassiera.

Quando questa persona torna a casa, isolata com’è e senza uno stimolo sociale, darà probabilmente un gran valore a quanto avvenuto al supermercato.

Si domanderà perché gli è caduto il latte e quale movimento falso abbia fatto perché questo avvenisse; si domanderà se la colpa fosse sua, o della bottiglia che era troppo spigolosa; nella sua testa analizzerà lo sguardo della cassiera e i gesti e i commenti di ogni cliente; osserverà anche le macchie sui vestiti e tenterà di carpire ciò che hanno pensato gli altri.

Si sentirà ridicola e giudicherà quel fatto meramente aneddotico molto più importante di quanto lo sia stato in realtà. Solo perché quella situazione ridicola al supermercato sarà il grande avvenimento del giorno o della settimana. E forse non lo dimenticherà mai.

Adesso sostituiamo la persona introversa e senza relazioni con un modello opposto.

Una persona estroversa che passa tutto il giorno circondata da una gran quantità di persone e di fatti, interagendo freneticamente con clienti e compagni di lavoro, che parla al telefono, organizza incontri, compra, vende, fa riunioni, ride, si arrabbia e termina la giornata bevendo un bicchiere con gli amici.

Supponiamo che questa persona vada a comprare del latte e anche a lei cade la bottiglia causando un gran scompiglio e macchiandosi i vestiti.

La sua valutazione dell’accaduto sarà realivamente imbarazzante poiché rappresenta un evento in più tra tutti quelli a carattere sociale che sperimenta durante la giornata. E in poche ore se ne sarà dimenticata.

Una persona della società attuale, assomiglia molto al secondo modello, sottoposta a una grande quantità di stimoli sensoriali, sociali e linguistici.

Per noi ogni informazione ricevuta è rapidamente digerita e dimenticata, portata via dalla corrente incessante di informazioni che entrano nel nostro cervello come un fiume in piena.

Perché viviamo immersi nella cultura del “tweet”, un mondo dove ogni riflessione su un evento dura 140 caratteri. E questa è la profondità massima cui arriva la nostra capacità di analisi.

E’ per questa ragione, per la nostra impotenza di valutare e giudicare da soli il volume di informazione al quale siamo sottoposti, che l’informazione che ci è trasmessa, porta incorporata l’opinione che dobbiamo averne, cioè quello che dovremmo pensare dopo aver realizzato una valutazione approfondita dei fatti, cioè chi emette l’informazione risparmia al ricevente lo sforzo di dover pensare.

Questo è il procedimento che utilizzano i grandi mezzi di comunicazione e in un mondo di individui autenticamente pensanti sarebbe tacciato di manipolazione e lavaggio del cervello.

La televisione è un esempio lampante. L’esempio degli onnipresenti incontri politici dove gli ospiti sono presentati come “opinionisti”. La loro funzione è generare l’opinione che noi dovremmo costruire da soli.

Così il bombardamento di informazione continuo e incessante nel nostro cervello ci impedisce di giudicare adeguatamente il valore dei fatti, con un criterio nostro. Ci toglie il tempo che dovremmo avere per soppesare le conseguenze di un avvenimento; lo frammenta in pezzettini da 140 caratteri e lo trasforma in un giudizio breve e superficiale.

Risposta.
Una volta che la valorizzazione personale dei fatti è ridotta alla minima espressione, entriamo nella fase decisiva del processo, quella che è priva della nostra risposta.

Qui entrano in gioco le emozioni e i sentimenti, il motore di ogni risposta e azione. Frammentando e riducendo il nostro tempo, riduciamo la carica emotiva che associamo all’informazione.

Osserviamo le nostre reazioni: possiamo indignarci molto nel vedere una notizia in un tg, per esempio lo sgombero forzato di una famiglia, ma dopo pochi secondi siamo bombardati da un’informazione diversa che ci porta verso un’altra emozione più superficiale e diversa che ci farà dimenticare la precedente.

Per esprimere questo in forma grafica e chiara: la nostra capacità di giudizio e di analisi è pari a un “tweet”, la nostra risposta emotiva è pari a un emoticon.

E qui sta la chiave.

Qui rimane disattivata la nostra possibile risposta. Per capire meglio, torniamo all’analogia della persona introversa ed estroversa che rompeva la bottiglia di latte al supermercato.

La persona introversa chiusa nel suo mondo che ha dato un valore più profondo ai fatti avvenuti al supermercato continuerà a rimuginarci sopra più volte. Non dimenticherà facilmente le emozioni legate al ridicolo che ha provato in quel momento e con molta probabilità esporre continuamente le proprie emozioni finirà con provare un certo imbarazzo solo a ripensarci.

E’ possibile che non torni per un certo periodo a fare spesa in quel supermercato, anche se implica il fatto di dover andare più lontano a comprare il latte; arriverà anche a provare repulsione per il luogo e le persone che l’hanno reso ridicola. L’energia emotiva che ha emesso su questo accadimento diventerà una reazione effettiva.

La persona estroversa – invece – tornerà al supermercato senza nessun problema poiché mentalmente – quanto accaduto – non ha rilevanza emotiva; tuttalpiù arrossirà al vedere la cassiera o qualche cliente. La persona estroversa non intraprenderà azioni effettive e tangibili che possano derivare da una bottiglia di latte rotta..

Oltre le valutazioni fatte su questi personaggi inventati, questi esempi ci servono per dimostrare che il bombardamento incessante dell’informazione cui siamo sottoposti finisce con lo sfociare in una frammentazione della nostra energia emotiva e perciò finiamo col dare una risposta superficiale o nulla.

E’ una risposta che per il momento in cui viviamo intuiamo che dovrebbe essere molto più contundente eppure non arriviamo a darla perché ci manca l’energia sufficiente per farlo. E tutti guardiamo disperati gli altri e ci domandiamo: “Perché non reagiscono? Perché non reagisco?”

E questa impotenza alla fine diventa una sensazione di frustrazione e di apatia generale. Questa sembra essere la ragione per cui non avviene una Rivoluzione quando per la logica dei fatti dovrebbe essere già scoppiata. Si tratta quindi di un fenomeno psicologico. Questo è il meccanismo di base che interrompe ogni risposta della popolazione davanti ai continui abusi che riceve.

E’ la base sulla quale si poggiano tutte le manipolazioni mentali cui ci sottopongono oggi. E’ il meccanismo psicologico che rende la popolazione docile e sottomessa.

Potremo riassumere il tutto così:

L’eccessivo bombardamento di informazioni ci impedisce di avere il tempo necessario per dare il giusto valore a ogni informazione ricevuta e, di conseguenza, associarla a una carica emotiva sufficiente per generare una reazione effettiva e reale.

COSPIRAZIONE O FENOMENO SOCIALE?

Non ha importanza se tutto questo fa parte di una grande cospirazione atta a controllarci o se siamo arrivati a questo punto per via dell’evoluzione della società, perché le conseguenze sono esattamente le stesse: i più potenti faranno il possibile per mantenere attivi questi meccanismi e fomenteranno anche il loro sviluppo secondo le loro potenzialità solo perché ne ricevono benefici.

Rivelare la verità, in effetti, favorisce questi meccanismi.

Ai più potenti non importa mostrarsi come sono o svelare i propri segreti per quanto sporchi e oscuri siano. Rivelare queste verità occulte contribuisce in gran parte all’aumento del volume di informazione con il quale siamo bombardati.

Ogni segreto portato alla luce produce nuove ondate di informazioni che possono essere manipolate e rese tossiche con l’aggiunta di dati falsi, contribuendo così alla confusione e al caos dell’informazione e da qui arrivano nuove ondate secondarie di informazioni che ci stordiscono ancora di più e ci fanno sprofondare di più nell’apatia.

Se combattiamo quest’apatia, frutto della poca energia emotiva con cui cerchiamo di rispondere, con le tremende difficoltà che il sistema ci mette davanti quando è il momento di punire i responsabili, si generano nuove ondate di frustrazione sempre più forti che ci portano passo dopo passo alla resa definitiva e alla totale sottomissione.

Non ponetevi nessun dubbio: alle persone che ostentano il potere interessa bombardarvi con enormi volumi di informazioni il più superficiali possibili, perché una volta instaurata questa forma di interagire con l’informazione ricevuta, tutti noi ci trasformeremo in persone dipendenti da questo incessante scambio di dati. ll bombardamento di stimoli è una droga per il nostro cervello che ha bisogno di sempre più velocità per lo scambio di informazioni ed esige meno tempo per poterle vagliare.

Succede a tutti noi: ci costa sempre più fatica leggere un lungo articolo pieno di informazioni strutturate e ragionate. Abbiamo l’esigenza che sia stringato, più veloce, che si legga in una sola riga e che si possa ingerire come una pasticca e non come un lauto pranzo.

Anche il prof a scuola: “oggi mi sforzerò di essere più breve e conciso”.

Il nostro cervello si è trasformato in un tossicodipendente da informazione rapida, in un drogato avido di continui dati da ingerire pensati e analizzati da un altro cervello in modo che noi non dobbiamo fare lo sforzo di fabbricare una nostra opinione complessa e contraddittoria.

Il fatto è che noi odiamo il dubbio perché ci obbliga a pensare. Non vogliamo farci domande. Vogliamo solo risposte rapide e facili. Siamo e vogliamo essere antenne riceventi e replicanti di informazioni come meri specchi che riflettono immagini esterne. Gli specchi però sono piani e non hanno vita propria, tutto quello che riflettono viene da fuori.

L’essere umano a gran velocità si sta dirigendo verso questo stato di fatto. Lo permetteremo?

CONCLUSIONE

Tutto quanto è stato scritto, forse non lo avreste voluto leggerlo. E’ poco stimolante ed è qualcosa di complicato e farraginoso, ma le complesse realtà non possono essere ridotte in un titolo ingegnoso di Twitter.

Per intraprendere una profonda trasformazione del mondo, per iniziare un’autentica Rivoluzione che cambi tutto e ci porti verso una migliore realtà, dovremmo discendere nelle profondità della nostra psiche, fino alla sala macchine, dove si muovono tutti i meccanismi che determinano le nostre azioni e i nostri movimenti.

E’ lì che si risolve l’autentica guerra per il futuro dell’umanità.

Nessuno ci salverà facendo da un pulpito dei proclami brillanti e delle promesse per una società più giusta ed equa. Nessuno ci salverà raccontandoci una verità presunta o rivelandoci i segreti più oscuri dei poteri occulti.

Come abbiamo visto, l’informazione e la verità non sono importanti perché i nostri meccanismi di risposta sono invariati. Dobbiamo scendere fino a loro e ripararli e per fare ciò dobbiamo sapere come funzionano. E non sarà necessario fare un complesso corso di psicologia; osserviamo con attenzione e ragioniamo da soli e potremo raggiungere il risultato.

Non si tratta di qualcosa di esoterico o basato su strane credenze dal carattere Mistico, Religioso o New Age. E’ pura logica: non c’è rivoluzione possibile senza una profonda trasformazione della nostra psiche a livello individuale perché la nostra Mente è programmata dal Sistema.

Per cambiare quindi il Sistema che ci imprigiona, prima lo dobbiamo disinstallare dalla nostra mente.
Lo faremo?

Preso da: http://voxinsana.blogspot.ru/2014/06/perche-non-siamo-capaci-di-ribellarci.html