La Libia non era da liberare da un regime sanguinario ma è un prodotto da conquistare

La Libia non è da liberare da un regime sanguinario ma è un prodotto da conquistare

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By Edoardo Capuano – Posted on 26 agosto 2011

La verità è che la Libia non è una nazione da liberare dal regime sanguinario di Mouammar Gheddafi, ma un prodotto da conquistare! Avete ascoltato i telegiornali? È pronta l’invasione di terra e i grandi politici di tutta Europa si stanno spartendo la succulenta torta, come hanno sempre fatto.

Il pianeta è ormai in agonia, le sue risorse stanno scarseggiando. Per il regime globale non c’è più scelta: bisogna depredare il più possibile; bisogna demonizzare abbastanza una nazione per giustificare al gregge (la maggior parte della popolazione mondiale che non si pone mai domande di come mai certi eventi prendono forma) un dato intervento militare. Ricordatevi: dopo la Libia toccherà alla Siria e poi all’Iran, ma non per liberare le nazioni da fantomatici tiranni bensì per depredarli delle loro risorse ed avviare così anche un processo di ‘democratizzazione’ che vada bene non ai cittadini bensì ai grandi banchieri globali. Un po’ quello che sta succedendo con la frottola della grande crisi.

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Come è possibile che la maggior parte del popolo Libico continua a sostenere Mouammar Gheddafi con tanto fervore, e che quest’ultimo non si sia affievolito e continua a resistere, 4 mesi dopo l’inizio di una presunta “rivolta”, e dopo 3 mesi dall’inizio dei bombardamenti della Nato?

C’è da sapere che vi sono state 6 manifestazioni milionarie che hanno raccolto in totale 6 milioni di libici dall’inizio del mese di Luglio 2011.

Il 22 Luglio i libici hanno avuto l’idea di creare la più grande foto al mondo, quella di Mouammar Gheddafi che misura 180 metri di lunghezza e 60 metri di larghezza. Un popolo che non ama il suo leader farebbe tutto questo per lui? Perchè il numero d’immigrati libici in Francia, ma anche in altri paesi, come i paesi dell’Europa dell’est è infinitamente più basso di quello degli immigrati algerini, tunisini e marocchini?

La verità è semplicemente che la vita in Libia è molto lontana dall’inferno descritto dalla propaganda mediatica occidentale, e che la Libia di Gheddafi beneficia non solamente di un livello di vita molto superiore di quello dei paesi magrebini vicini, ma anche di un sistema sociale molto avanzato, su cui i paesi occidentali farebbero meglio a ispirarsi…

Negli esempi che seguono utilizzeremo le parole “stato” e “governo” solo per comodità, dal momento che, nel sistema politico libico, molto originale, non corrispondono esattamente al loro significato. Questo sistema organizzativo è chiamato “Jamahiriya”, un termine senza equivalenze in altre lingue, e che di solito è tradotto come “stato delle masse”, o “Repubblica delle masse”. Ecco dunque una lista non esaustiva che vi aiuterà a capire meglio perché la stra grande maggioranza del popolo libico resta attaccato a Gheddafi, e perché non lo considerano affatto un ignobile tiranno.

LA JAMAHIRIYA LIBICA:

Elettricità domestica gratuita per tutti
Acqua domestica gratuita per tutti
Il prezzo della benzina è di 0,08 euro al litro
Il costo della vita in Libia è molto meno caro di quello dei paesi occidentali. Per esempio il costo di una mezza baguette di pane in Francia costa più o meno 0,40 euro, quando in Libia costa solo 0,11 euro. Se volessimo comprare 40 mezze baguette si avrebbe un risparmio di 11,60 euro.
Le banche libiche accordano prestiti senza interessi
I cittadini non hanno tasse da pagaren e l’IVA non esiste.
Lo stato ha investito molto per creare nuovi posti di lavoro
La Libia non ha debito pubblico, quando la Francia aveva 223 miliardi di debito nel Gennaio 2011, che sarebbe il 6,7% del PIL. Questo debito per i paesi occidentali continua a crescere
Il prezzo delle vetture (Chevrolet, Toyota, Nissan, Mitsubishi, Peugeot, Renault…) è al prezzo di costo
Per ogni studente che vuole andare a studiare all’estero, il governo attribuisce una borsa di 1 627,11 Euro al mese.
Tutti gli studenti diplomati ricevono lo stipendio medio della professione scelta se non riescono a trovare lavoro
Quando una coppia si sposa, lo Stato paga il primo appartamento o casa (150 metri quadrati)
Ogni famiglia libica, previa presentazione del libretto di famiglia, riceve un aiuto di 300 euro al mese
Esistono dei posti chiamati « Jamaiya », dove si vendono a metà prezzo i prodotti alimentari per tutte le famiglie numerose, previa presentazione del libretto di famiglia
Tutti i pensionati ricevono un aiuto di 200 euro al mese, oltre la pensione.
Per tutti gli impiegati pubblici in caso di mobilità necessaria attraverso la Libia, lo Stato fornisce una vettura e una casa a titolo gratuito. Dopo qualche tempo questi beni diventano di proprietà dell’impiegato.
Nel servizio pubblico, anche se la persona si assenta uno o due giorni, non vi è alcuna riduzione di stipendio e non è richiesto alcun certificato medico
Tutti i cittadini della libia che non hanno una casa, possono iscriversi a una particolare organizzazione statale che gli attribirà una casa senza alcuna spesa e senza credito. Il diritto alla casa è fondamentale in Libia. E una casa deve essere di chi la occupa.
Tutti i cittadini libici che vogliono fare dei lavori nella propria casa possono iscriversi a una particolare organizzazione, e questi lavori saranno effettutati gratuitamente da aziende scelte dallo Stato.
L’eguaglianza tra uomo e donna è un punto cardine per la Libia, le donne hanno accesso a importanti funzioni e posizioni di responsabilità.
Ogni cittadino o cittadina della Libia si può investire nella vita politica e nella gestione degli affari pubblici, a livello locale, regionale e nazionale, in un sistema di DEMOCRAZIA DIRETTA (iniziando dal Congresso popolare di base, permanente, fino ad arrivare al Congresso generale del popolo, il grande Congresso nazionale che si riunisce una volta all’anno)
Citando Wikipedia:

La popolazione è in aumento, al ritmo del 1,9% annuo (1995-2008). Le condizioni socio-sanitarie sono migliorate: con una speranza di vita di 77 anni, una mortalità infantile dell’1,9% e un analfabetismo al 17,4% la Libia si colloca tra i paesi a sviluppo umanitario intermedio e, grazie al reddito relativamente elevato, davanti agli altri paesi nordafricani

In Francese:

La Libia è dotata di una struttura governamentale dualista. Il settore rivoluzionario comprende la guida della rivoluzione, Mouammar Gheddafi, i comitati rivoluzionari oltre que una dozina di membri del Consiglio della rivoluzione fondato nel 1969. Il leader della rivoluzione non è eletto e non può essere destituito legalmente. Il settore rivoluzionario definisce il potere di decisione del secondo settore, il settore della Jamahiriya. Il settore della Jamahiriya costituisce il settore legislativo del governo. È diviso in tre livelli, comunale, regionale e nazionale. A ogni corpo legislativo corrisponde un comitato esecutivo.

Il sistema politico della Libia è teoricamente basato sul Libro Verde di Gheddafi, che unisce delle teorie socialiste e islamiche e ripudia la democrazia parlamentare oltre che i partiti politici. La Libia applica ufficialmente la

democrazia diretta.

L’articolo 2 della costituzione del 1977 (detta Dichiarazione sull’avvento del Potere del Popolo) stipula che “Il Santo Corano è la Costituzione della Jamahiriya araba libica popolare socialista” e l’articolo 3, “La democrazia popolare diretta è la base del sistema politico della Jamahiriya araba libica popolare socialista, nella quale il potere è nelle mani del popolo”.

Inoltre citando i dati ONU:

la Libia aveva il più alto indice di sviluppo umano di qualsiasi paese del continente africano; la Libia ha una percentuale di persone che vivevano al di sotto della soglia di povertà inferiore ai Paesi Bassi; La Libia aveva un tasso di carcerazione inferiore alla Repubblica Ceca. (fonte: Global Research)

Ricapitolando, secondo gli indicatori ufficiali dell’ONU (più affidabili del PIL pro capite), in base all’Indice di Sviluppo Umano la Libia è al 55° posto, la Tunisia al 98°, l’Egitto al 123°.

In campo internazionale la Libia ha svolto (svolge) un importante ruolo: in Africa, essendo cofondatrice assieme al Sudafrica dell’Unione africana; in Europa e nel Mediterraneo quale filtro dell’immigrazione; nel mondo arabo arginando il “fondamentalismo”, quale fenomeno sociale e religioso reazionario.

Sta a voi di capire se i media occidentali dicono al verità a proposito del “regime di Gheddafi”, o se al contrario vi manipolano per giustificare l’attacco indiscriminato contro il popolo libico.

Dopo aver letto questo articolo vi potrebbe interessare anche questo, per capire di cosa ci stiamo rendendo complici.

fonte originale: http://www.facebook.com/pages/Jeunes-libye…189667824408959

Preso da: “http://indigesti.forumcommunity.net/?t=47564630″ target=”_blank”>http://indigesti.forumcommunity.net/?t=47564630

Fuga all’ inferno ed altre storie- di Muammar Gheddafi un brano 2

3. Fuga all’inferno e altre storie è indubbiamente un’opera letteraria e, io credo, di apprezzabile qualità. Ma si tratta di un’opera letteraria che insieme al più noto, istituzionale e utopico Libro verde7 costituisce il corpus del pensiero politico di Gheddafi. Il pastore del deserto – così talvolta si autodefinisce – parla di politica al suo popolo nella forma della favola, dell’apologo. I racconti hanno sempre un contenuto politico: si tratti dei problemi del potere e del difficile rapporto con le masse, dell’urbanesimo e del progresso, dell’alienazione della persona di fronte alla prepotenza della modernità. Il leader Gheddafi, come è versatile nell’abbigliamento, parla più di una lingua: quella asserverativa e utopica del Libro Verde, quella fluviale dei suoi discorsi e del suo sito (www.algathafi.org/akrad-fr.htm) e quella poetica di questi racconti, spesso drammatici, nei quali assume la semplicità di un nomade pastore del deserto. «Benedetta sia tu, oh carovana» esclama scaraventato dalle circostanze al cospetto di problemi ardui e terrificanti.
Tutto questo invita a sforzarsi di capire la personalità dell’autore: non sono frequenti i capi di stato che scrivano racconti e si concedano alla letteratura non per vanità salottiera. Dobbiamo partire dal dato di fatto che Gheddafi è un capo di stato a tutti gli effetti, sperimentato nelle avversità (oltre l’embargo, l’accusa di «stato canaglia» e anche un bombardamento Usa) e tra i più longevi (in durata credo lo batte solo Fidel Castro), ha trasformato la Libia in una nazione e governa senza alcun incarico ufficiale: è soltanto il leader, el quaid, ma qui il soltanto è più di un tutto. Ma proprio per questo diventa più stringente la domanda: perché scrive racconti? La risposta la si deve cercare nella personalità di Gheddafi, utopica e realista, capace di avere tutto il cinismo del potere e di soffrirne l’angoscia, al punto di scrivere che vorrebbe fuggire all’inferno, per essere più sereno, riposare dalle fatiche di quel vero inferno che si trova nell’aldiquà.
A chi voglia saperne di più raccomando la lettura di Gheddafi, una sfida dal deserto di Angelo Del Boca e anche Di fronte a Gheddafi di Luciana Anzalone 8. Del Boca dice a Gheddafi che dovrebbe essere deluso dall’accoglienza debole che il suo popolo ha riservato al Libro Verde. La risposta di Gheddafi è secca e di verità. «La sua interpretazione – dice – è corretta. Certamente, sono deluso. I principi contenuti nel Libro Verde sono, ovviamente, principi utopistici. Se però la mia gente li avesse adottati, oggi vivremmo in un mondo più felice, più verde. Ma è difficile, con la gente di oggi, conseguire tali risultati. Di conseguenza il nostro mondo è ancora, purtroppo, di colore nero». L’uomo è utopista e realista: nello stesso Libro verde nel quale esalta la democrazia attraverso il potere del popolo, poi scrive: «Questa è la vera democrazia dal punto di vista teorico; ma nella realtà, sono sempre i più forti che dominano, e la parte più forte nella società è quella che comanda».
Resistere alle delusioni è difficile, ma il leader di delusioni ne ha subite tante, e ha resistito, senza incagliarsi o asservirsi. Ha sostenuto movimenti radicali europei, forse assimilandoli alla tradizione anticolonialista, pensiamo all’Ira e ad altri movimenti, subendo l’accusa di essere sostenitore del terrorismo. Ha sostenuto, impegnando soldi e soldati, tutte le possibili unità arabe, ma sempre deluso dai fratelli arabi, tanto che oggi è in conflitto aperto con la Lega araba. Da tempo è impegnato per l’unità africana, con il sostegno forte, che non è mai venuto meno, di Mandela, ma anche qui con risultati precari. Ma nonostante tutte queste delusioni è ancora attivo e promuove iniziative dalle sue tende di guerriero nomade. Resistere alle delusioni non è da tutti: a me sembra segno di saggezza e di fedeltà ai propri ideali.
Se quest’uomo ha preso il potere, senza spargimento di sangue, a 27 anni e lo ha conservato per 36 anni, fino a oggi è anche perché ha cominciato a pensare e agire per la realizzazione del suo progetto fin da ragazzo, quando studiava nella scuola di Sebha, da dove la polizia di re Idriss lo cacciò perché già allora faceva agitazione politica. E perché poi, anche al potere, ha continuato a studiare, osservare, sforzarsi di capire, realizzando il miracolo di essere il leader indiscusso senza nessun potere formalizzato, ma senza esercitare gli arbitri di un tiranno. Se su un fronte Gheddafi ha avuto la mano dura è stato contro gli integralisti e i fondamentalisti (il primo mandato di cattura contro Bin Laden è di matrice libica), e di questo non possiamo non essergli grati. Certo non ci sono partiti di opposizione e neppure una stampa contraria. Non c’è la democrazia come la conosciamo in occidente, però le assemblee popolari contano e a Tripoli non hai affatto l’impressione di vivere in uno stato di polizia. Non c’è – diremmo noi – la libera stampa, ma sulle case e anche per strada c’è un pullulare di antenne paraboliche che consentono tutte le informazioni possibili. Vorrei aggiungere che nessun capo di stato ha avuto la sincerità e l’ardire di scrivere e pubblicare un testo in qualche modo avvicinabile a Fuga all’inferno. E aggiungo ancora il ritratto che ne ha fatto Guy Georgy, primo ambasciatore di Francia nella Jamhaiyyria, nel suo libro, Kadhafi, le berger des Syrtes: «In uno stile accorto e molto personale, egli maneggia con disinvoltura l’humour, il paradosso, il lato buffo, la riflessione e il dardo assassino. Se a volte gioca ad apparire ingenuo, lo fa per assestare meglio qualche verità ai suoi nemici: gli integralisti arabi, gli europei pusillanimi…». E aggiungo ancora qualche mia impressione avendolo incontrato e intervistato in una delle sue tende. È innanzitutto persona di molte letture, non solo del Corano, quasi sempre presente nei suoi discorsi, ma anche della letteratura occidentale. È un attento lettore di Rousseau e degli illuministi e ama Dickens. È particolarmente attento alla questione dell’ambiente e a quella della liberazione delle donne. Riporto qui la risposta a una mia domanda del dicembre del 1998: «Per quanto riguarda l’ambiente sono enormemente preoccupato per l’indifferenza con la quale il mondo procede verso la catastrofe ecologica. Il capitalismo va alla ricerca del profitto immediato e scava a tutti la terrà sotto i piedi. Grandissima è la responsabilità degli Usa per il buco dell’ozono. Io sono e mi dichiaro alleato di tutti i verdi alternativi. Per quanto concerne la donna dobbiamo dire chiaro e forte che il nostro è un mondo fatto dai maschi, per i maschi e dominato dai maschi. È il mondo che non ci piace e che vogliamo cambiare. La donna è oppressa in Oriente e anche in Occidente, dove, al massimo del buono, la si vuole mascolinizzare. Specialmente nel mondo moderno, capitalistico non si riconoscono alla donna le sue differenze (e quindi i suoi diritti) naturali per poi limitarne, di fatto, i diritti civili e sociali. L’ambiente e la donna sono le grandi questioni dell’avvenire, se vogliamo averne uno».
È un uomo seriamente impegnato, ma anche un grande attore, già nel modo di abbigliarsi a seconda delle occasioni e degli incontri. Il vestito tunica che indossava in occasione dell’incontro con Berlusconi era un capolavoro scenico: una grande tunica con sopra, a stampa, grandi ritratti dei protagonisti dell’indipendenza africana, Nelson Mandela in testa. In questo caso l’abito faceva il monaco, era già un messaggio chiaro.

4. Questi dodici racconti vanno letti con attenzione. Non solo per i continui riferimenti al Corano, ma anche perché questi riferimenti servono a dare forza alla polemica di Gheddafi contro la superstizione e soprattutto contro i fondamentalisti ai quali il leader non ha consentito di fare proseliti in Libia. Vanno letti con attenzione perché vi si ritrovano anche radici culturali occidentali, qualcuno parla di Nietzsche e Freud9, e perché l’autore, a suo modo, si batte su due fronti: contro l’alienazione della modernità capitalistica e insieme contro la superstizione, il fanatismo e il lasciar fare, il disimpegno.
Il primo di questi racconti – La città – è un violento atto di accusa, qualcuno può anche interpretarlo come anticapitalismo reazionario, luddista, ma è difficile contestare la verità della denunzia. È difficile contestare l’autore quanto scrive: «La città spintona, non dice, per piacere», oppure «Questa è la città, un mulino che macina i suoi abitanti», oppure ancora «i miseri passatempi imposti dalla città: si possono trovare migliaia di persone che si divertono ad assistere a un combattimento di galli! Per non parlare di quei milioni che alle volte seguono ventidue individui che non fanno altro che muoversi senza senso dietro un piccolo sacco rotondo pieno di semplice aria». E scrive così pur avendo figli appassionati del «piccolo sacco rotondo». L’alienazione della persona che vive in città, la sua solitudine, sono materia di scritti e canzoni diffuse in occidente. E non va dimenticato che Gheddafi vive non gli antichi e storici processi di urbanizzazione, ma la corsa disperata alla città di persone che fuggono dalla campagna o fuggono dal loro paese. Le rivolte delle periferie di Parigi nel 2005 ci dicono, o dovrebbero dirci, molto sullo stato attuale delle nostre città. «La città è nemica dell’agricoltura… e attrae a sé i contadini lusingandoli, affinché lascino la loro attività per trasferirsi sui marciapiedi della città a fare i mendicanti…».
I due racconti successivi – Il villaggio e La terra sono un seguito, in positivo, a quello sulla città. Ma, stiamo attenti, non si tratta di una esaltazione semplicistica e nostalgica della vita di campagna, del villaggio dove c’è comunicazione e solidarietà, dove nessuno rivendica la privacy cittadina che, per un verso è la difesa necessaria nella città competitiva, ma per l’altro è l’esaltazione acritica dell’isolamento di ciascuno. La privacy, la sua rivendicazione è la conferma della critica alla città. E, sulla terra, la prosa del leader è lirica: «Non caricatene il dorso di pesi, non pavimentate le costole di pietra o di argilla… alleggerite le vecchie spalle da quanto vi hanno gettato gli irriverenti».
Il suicidio dell’astronauta è, a mio parere, un capolavoro di arguzia e ironia. Per un verso ci dice che lo spazio è vuoto, non abitabile, non è una nuova frontiera per gli umani. Ma per l’altro ci dice come l’astronauta abbia ormai una nozione della terra extraterrena, inutile. Quando il contadino chiede all’astronauta che cosa sappia della terra, sulla quale pensa di farlo lavorare e l’astronauta sciorina tutte le sue conoscenze scientifiche, il contadino si addormenta, lo manda via, e l’astronauta si suicida. Insomma il famoso nostro progresso non è illimitato: l’illusione del progresso può stravolgere il nostro intelletto e, addirittura, indurci al suicidio. Ma questo non deve indurci a ritenere che egli sia contro il progresso: nel racconto su L’erba della debolezza e l’albero maledetto si dichiara assolutamente contrario agli imbrogli dei «guaritori» e del tutto a favore della industria farmaceutica: «In realtà – scrive ironicamente – non abbiamo necessità di una casa farmaceutica sita ad al Rabta o a ra’s Lanuf dato che al-Hajj Hasan (il fattucchiero guaritore con la sua erba, ndr.) ha raccolto per noi tutte le erbe che curano qualsiasi malattia, anche i morbi della mente, del cuore e della percezione… della vertebra e della dignità» 10.
Fuga all’inferno, il racconto che dà il titolo alla raccolta, è vero e drammatico, fa pensare a Rimbaud – e non solo per «una stagione all’inferno» – che è uno dei poeti più straordinari del nostro tempo. Il vero inferno è qui, sulla terra, dove anche chi ha il potere deve temere ogni giorno il potere della maggioranza: solo all’inferno, quello vero, forse, si potrà riposare. «Dal punto di vista umano non c’è niente di peggio della tirannia di una moltitudine»: lo scrive Gheddafi e non Tocqueville. E Gheddafi continua: «Così io amo le masse e le temo proprio come amo e temo il mio stesso padre. Nel momento della gioga, di quanta devozione esse sono capaci! E come abbracciano alcuni dei loro figli!! Hanno sostenuto Annibale, Pericle, Savonarola, Danton, Robespierre, Mussolini, Nixon e quanta crudeltà poi hanno dimostrato nel momento dell’ira». Un giorno sugli altari, un giorno nella polvere, diceva Manzoni. C’è la lucida coscienza della drammaticità del potere e se un giorno (che non mi auguro) Gheddafi fosse travolto da una protesta popolare sono sicuro che non si stupirebbe. Il beduino del deserto sa più cose dell’intellettuale di città: sa che la politica non è solo, non può essere, calcolo politico dei politicanti, ma è fatta di passioni e pulsioni di massa, che difficilmente un regista politico può orientare. Fortunatamente il «1984» di Orwell, che in molti temevamo, non si è realizzato.
L’altro racconto, drammatico e di non semplice lettura è La morte, dove – a mio parere – non è tanto da capire se la morte sia maschio o femmina, ma come noi, che siamo tutti mortali, affrontiamo la morte e la accettiamo o la respingiamo. Il racconto è drammatico perché protagonista di questo appuntamento con la morte è il padre, eroico combattente, amato e temuto dal figlio Gheddafi. E anche per questo c’è il peso, il ricordo, la sofferenza nella lotta contro l’oppressione dell’Italia. Quel che mi pare si debba concludere dal racconto è che alla fine ci voglia un consenso alla morte (noi cristiani diremmo rassegnazione) e che fino a quando non c’è questo consenso la morte (per noi maschi) è maschio e quindi non dobbiamo cedere alla sua forza. Quando, anche per nostro indebolimento, ci rassegnamo, allora ci rappresentiamo la morte nel sembiante di donna. Ma questo mi pare consolatorio e un po’ maschilista. E mi scuso con l’autore per questa mia lettura.
Gli altri racconti, da Maledetta sia la famiglia di Giacobbe… e benedetta sii tu, carovana fino all’An¬nun¬ciatore del sahur di mezzogiorno sono molto coranici, e pertanto molto significativi. Siamo su un terreno coranico biblico e dobbiamo stare molto attenti alla lettura, al messaggio che Gheddafi vuole trasmettere, tanto più che questi scritti hanno un più esplicito contenuto politico. Secondo Pierre Salinger in essi più stretto è l’intreccio delle tre fondamentali ispirazioni dell’autore e cioè: letture coraniche, cultura occidentale e nasserismo e più evidente la polemica contro superstizioni e fondamentalismo.
Rompete il digiuno alla sua vista, si sofferma, e con polemica ironia, sulle conseguenze religiose della guerra del Golfo nel 1991 e in particolare della data della fine del digiuno per il Ramadan, decisa quell’anno dal generale Schwarzkopf, comandante delle truppe dell’alleanza occidentale di stanza in Arabia saudita. La preghiera dell’ultimo venerdì prosegue nella polemica contro le superstizioni inutili (se sia meglio mangiare con tre dita o con cinque) e le fumisterie teologiche e fondamentaliste, che porterebbero a negare la scuola, la ricerca scientifica, l’industria. Questi medesimi temi vengono sviluppati ancora negli ultimi due racconti È passato il venerdì senza preghiera e L’annunciatore del sahûr di mezzogiorno.

5. Ma andiamo alle conclusioni. Perché la manifestolibri, componente importante della famiglia del manifesto pubblica questa raccolta di racconti? Non è solo per sanare un colpevole ritardo della grande editoria e della politichetta italiana, ma perché il tentativo gheddafiano ci interessa molto e perché nel suo piccolo (la Libia non è una grande potenza) può essere, può diventare una grande e positiva novità nell’epoca della globalizzazione, che, peraltro, la Libia ha già conosciuto con i fenici e soprattutto con i romani, con Settimio Severo e Leptis Magna.
Il Libro verde e questi racconti ci dicono che ci può essere una innovazione culturale e politica che interessa tutti e che «il matto» – così molti hanno definito Gheddafi – è persona saggia e paziente (ha subito bombardamenti, embarghi, accuse di essere «stato canaglia» senza mai cadere nella provocazione). E di fronte a tutto questo ha tenuto ferme le sue posizioni. Oggi in Europa e in Italia si parla di crisi della democrazia rappresentativa e lui, con tutta la sua autorità, sostiene l’obiettivo di una democrazia diretta e, allo stesso modo, di fronte alle violenze e alle crisi dell’economia capitalistica, lui, libico, nato molto più a sud di Treviri, insiste nella proposta di socialismo. Gheddafi che non è mai voluto entrare nell’orbita sovietica, a differenza non solo di Castro, ma dello stesso Nasser, tuttavia nel suo saggio Il comunismo è veramente morto, dopo una denuncia degli errori e delle colpe del comunismo realizzato, scrive: «Ma noi non diciamo che il comunismo è morto e la ragione è semplice: il comunismo deve ancora nascere». Scrivere che il comunismo deve ancora nascere non è parola al vento.
E, per tutto questo, bisogna tener conto che Muhammar el Gheddafi non è un fiore nel deserto. È un libico e la Libia pur nel suo piccolo ha una storia: fenici, romani, turchi, italiani, teatro decisivo degli scontri della seconda guerra mondiale, governo britannico, monarchia, petrolio, scarsa popolazione, rivoluzione gheddafiana, centralità e sconfitte dell’unità araba, tentativi (difficili) di unità africana, crescita di una gioventù acculturata, intensificazione dei contatti internazionali (anche con le università Usa), centralità della questione ambientale, e, oso aggiungere, laicizzazione del Corano o, più cautamente, lettura non bigotta del Corano. Anche la questione ebraica e quella dello stato di Israele, rimossa o nascosta in molti stati arabi, in Libia è molto presente e viene affrontata in termini di dichiarata tolleranza per le persone di religione ebraica, di contrarietà alla formazione di due stati, ebraico e palestinese, per uno stato unico che garantisca i diritti di tutti i suoi cittadini. E in Libia la questione ebraica non è proprio leggera. Da ragazzo, a 14 anni, sono stato testimone del pogrom del 1945, di inaudita ferocia e vale ancora ricordare che fu il re Idriss a ordinare la cacciata della comunità ebraica, che in Libia aveva più di mille anni di storia. Oggi gli ebrei possono andare in Libia e li incontri nei ricevimenti delle ambasciate libiche.
L’edizione di questi racconti vuole (vorrebbe) essere un messaggio, un appello a intellettuali e politici ad avere più attenzione per la Libia, che non ha solo il petrolio. Occuparsi della Libia è anche occuparsi di noi.

NOTE

1 ERIC SALERNO, Genocidio in Libia. Le atrocità nascoste dell’avventura coloniale italiana (1911-1931), Manifestolibri 2005; ANGELO DEL BOCA, Gli italiani in Libia. Dal fascismo a Gheddafi. Laterza. Bari, 1991; SALVATORE BONO, Tripoli bel suol d’amore, Istituto Italiano per l’Africa e l’oriente, 2005.
2 DONATA PIZZI, Città metafisiche, Skira 2005.
3 Già nel dicembre del 1940 le truppe inglesi fanno prigionieri più di 120 mila militari italiani e occupano la Cirenaica fino alla Sirte e i poveri coloni ebbero i loro primi guai.
4 KADHAFI, Escapade en enfer et autres recits. Stanké 1998.
5 È la giornata del ’26, che ricorda insieme «il lutto» per i massacri compiuti dagli italiani conquistatori e «la vendetta», cioè la cacciata dalla Libia di tutti gli italiani.
6 Il 9 luglio del 1998 fu resa pubblica una dichiarazione congiunta dei governi libico e italiano, con la quale l’Italia riconosceva «le sofferenze arrecate al popolo libico» e si impegnava a indennizzare i danni. Era una dichiarazione di pacificazione, ma fino a oggi nessuno di quegli impegni è stato rispettato da parte italiana.
7 MUHAMMAR EL GHEDDAFI, Il Libro Verde. Prima parte: la soluzione del problema della democrazia, «il potere del popolo»; seconda parte, soluzione del problema economico, «il socialismo»; terza parte, base sociale della «terza teoria universale». Tripoli 1984. In una conversazione Giulio Andreotti mi disse di aver offerto il Libro Verde a Reagan, che però non gradì. Vale ricordare che nel 1986 Reagan ordinò il bombardamento della residenza di Gheddafi a Tripoli. L’edificio è stato conservato nello stato in cui era ridotto dopo il bombardamento.
8 ANGELO DEL BOCA, Gheddafi, una sfida dal deserto, Laterza, Bari. LUCIANA ANZALONE, Di fronte a Gheddafi. Arabafenice.
9 Pierre Salinger nella citata edizione canadese di Escapade en enfer.
10 È un gioco di parole poiché in arabo «dignità» (karâmah) e «vertebra» (karûmah) hanno un suono assai simile.

Fonte:http://www.manifestolibri.it/vedi_brano.php?id=375

UCCISO PER IMPEDIRE LA LIBERAZIONE DELL’AFRICA DAL 2014

Pubblicato su 17 Aprile 2013 da frontediliberazionedaibanchieri

Ogni tanto torniamo sull’argomento per cercare di contrastare l’ “operazione oblio” messa in atto dal sistema nel suo complesso.

L’omicidio di Gheddafi è stata una azione criminale.

Si è voluto dare un ” esempio ” di cosa sono capaci di fare contro i popoli della Terra che combattono l’imperialismo, a fianco della negazione di qualsiasi tipo di civiltà da parte dei selvaggi d’America e d’Asia.

L’Africa non si deve emancipare, non deve essere indipendente, ma deve continuare ad essere terreno di conquista da parte delle multinazionali che depredano questi popoli delle loro risorse naturali, facendoli morire di fame, ed alimentando l’immigrazione, che è il primo passo verso la globalizzazione.

Gli intellettuali della resa e gli arresi senza intelletto si trovano fianco a fianco, nel continuare la svendita di loro stessi ( e questa è la cosa meno importante), per perseguire lo scopo ultimo degli usurai mondialisti: non più popoli ma solo schiavi.

Claudio Marconi

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Quando Gheddafi e suoi figli furono linciati e assassinati, in occidente nessuna voce d’indignazione si alzò. Anzi, gente che si è spacciata come icona progressista e pacifista, come Danilo Zolo o Angelo Del Boca, ululò al fianco del lupo della NATO Amm. Giampaolo di Paola contro la ‘feroce e cocciuta’ resistenza di Gheddafi e della Jamahiriya Libica a Sirte, posta sotto assedio dalla NATO, dai suoi satelliti petro-monarchici e dalle bande di ascari sanguinari integralisti, che intenerivano e inteneriscono i cuoricini del ‘barboncini rossi’ del Pentagono e del social-colonialismo anglo-francese: Da Jean Ziegler, Illan Pappé, Tariq Alì, Rashid Kalili, Samir Amin, giù, fino alle loro locali riproduzioni in sedicesimo, come i già citati Del Boca, Zolo, Rossana Rossanda e ancora giù giù, fino allagauche-caviar italofona, come la compassionevole e orgogliosa bombardatrice della Libia Laura Boldrini, il vile barbocino rivoluzionario di casa Berlusconi Valerio Evangelisti, la feccia della sinistra radicale italiana rappresentata dalla teppaglia social-colonialista di PCL, PdAC, PRC, Sinistra Radicale, IlManifesto, Utopia, rossa o arancione, Campo antimperialista, tutti indefettibilmente schierati con gli stupratori islamo-atlantisti in Libia e in Siria, e tutti sulla stessa linea del fronte assieme ai reporter-mercenari sostenuti dai soldi del Qatar, che da una parte finanzia i terroristi in Libia e Siria, e dell’altra se ne assicura una favorevole copertura mediatica, accordando finanziamenti alle agenzie di disinformazione strategica, come in Italia l’ANSA (fondata dall’agente dell’intelligence inglese Renato Mieli, legato alla struttura ‘intellettuale’ di Gladio: Interdoc), la RAI, soprattutto RAI-3, TG-3 eRaiNews, gestiti da sgradevoli pupazzi e squallidi buffoncelli, coadiuvati da cosiddetti ‘freelance’ da 6/8000 euro mensili, collegati alle fazioni più screditate dell’intelligence italidiota (come quella che esprime la rivista clandestinaThéorema).
Dietro alla verbosità pseudo-rivoluzionaria di questa teppaglia massimalista e dietro i ‘sobri servizi’ di questi ‘reporter-spie’, ufficiali e ufficiosi, dell’apparato di disinformazione pubblico italiano, si nascondono i veri e concreti interessi degli apparati imperialistici e atlantisti, che perseguono i loro spregevoli obiettivi utilizzando financo questa insulsa massa di utili idioti e di laidi ruffiani. Dietro all’antirazzismo manierato e perbenista di una Boldrini, si cela la forma più ripugnante di disprezzo dell’umanità. Il pezzo seguente, semplice e chiaro, mostra quale fosse l’obiettivo reale dell’efferata campagna di disinformazione e bellica condotta contro la Repubblica Popolare Socialista della Jamahiriya Libica.
Il resto è solo mancia per prostitute e galoppini della NATO e dei petromonarchi wahhabiti.

Alessandro Lattanzio, 15 aprile 2013

Ucciso per impedire la liberazione dell’Africa dal 2014
285615Eliminarlo subito o perdere il controllo totale dell’Africa a partire dal 2014, ecco la ragione che ha spinto la Francia, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e i loro alleati nella campagna contro Gheddafi. Valuta, Fondo Monetario Africano, Banca Centrale Africana, telecomunicazioni, trasporti, Stati Uniti d’Africa… Muammar Gheddafi aveva abilmente pianificato tutto, ponendosi entro l’anno 2014 la creazione della banca centrale, una base monetaria e molto altro ancora per liberare il continente dopo mezzo secolo d’indipendenza, una parola seguita da nessun atto o “governata senza controllare”. Dopo aver proposto, nel 2000 al vertice dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) a Lomé, di realizzare il sogno di Kwame Nkrumah e di sheikh Anta Diop, e aver ottenuto la creazione dell’Unione africana (UA) pochi anni dopo, il leader libico si spingeva oltre.

Satelliti africani e Afriqiya: Due idee concrete per l’unità
Gheddafi spinse i suoi colleghi a comprare un satellite per l’Africa, l’Africa ha la sua indipendenza nelle comunicazioni, pre-finanziando questo acquisto con centinaia di milioni di dollari. “Seppe spendere generosamente (…) e per acquistare il satellite africano, ci sono voluti trecento milioni di dollari pronti“, dice Moustapha Cissé, ex-ambasciatore senegalese in Libia ed ex-consigliere speciale dell’ex presidente del Senegal Abdiou Diouf, responsabile del mondo arabo-islamico.
La Guida della Jamahiriya libica offrì così RASCOM-QAF1, il primo satellite per telecomunicazioni dedicato al continente africano e alle sue isole. Fu messo in orbita il 20 dicembre 2007! Fu il primo lancio di un satellite nella storia di tutti i Paesi africani.
Gheddafi lanciò anche la compagnia aerea Afriqiyah Airwyas, che assicurava i collegamenti tra le capitali africane e le regioni del continente. La società offriva quattro voli regolari tra Tripoli e Dakar, Abidjan e Cairo… ecc. “Molte persone usarono la linea Afriqiyah per andare a Parigi. Perché potemmo fare Dakar, Tripoli, Parigi, andata e ritorno per 400.000 FCFA (615 euro)“, aggiunge il diplomatico senegalese. “Così Tripoli era diventata la piattaforma di comunicazione tra l’Africa, il mondo arabo e l’Europa.”

Valuta e la Banca centrale africana nel 2014
Gheddafi propose l’istituzione di un’unità monetaria africana (AMU). Aveva versato 30 miliardi (di dollari) per la creazione dell’AMU, che avrebbe avuto sede a Yaoundé (Camerun). Aveva inoltre in programma la creazione di una Banca Centrale Africana (ACB), che avrebbe dovuto installare il suo quartier generale ad Abuja, la capitale federale della Nigeria. La banca africana doveva iniziare ad emettere una moneta africana nel 2014. “Cosa che non piacque all’occidente, perché ci avrebbe permesso di abbandonare il CFA ed altre valute che servono solo a corrompere le nostre economie” dice indignato Cissé

Investitore africano in Africa
Gheddafi aveva una dinamica politica africana. Dal Senegal al Ciad, passando per Guinea, Costa d’Avorio, Ghana, Liberia, Benin, Togo, Nigeria, Niger, Mali, ecc. La guida libica aveva investito miliardi di dollari nel settore agricolo, nel petrolio, turismo e infrastrutture. In Mali, il più piccolo investimento libico era pari a 50 miliardi (di CFA) nel settore alberghiero. “Gli investimenti libici nel settore alberghiero erano stimati in oltre 50 miliardi di franchi CFA“, ha detto Balla Umar Touré, direttore generale dell’Ufficio del Turismo del Mali. Diverse altre centinaia di miliardi di dollari furono investiti nel settore agricolo. Per i maliani Gheddafi era “un uomo che si era impegnato per la causa d’Africa“.
Il Consiglio nazionale di transizione (CNT) venne considerato in Mali un organo dei ribelli sostenuti dalla comunità internazionale. Fin dall’inizio della rivolta a Bengasi, e dall’arrivo delle  aeronautiche straniere, associazioni musulmane e partiti politici organizzarono manifestazioni a Bamako, a sostegno di Gheddafi, denunciando “l’invasione occidentale“.
Il leader libico aveva, secondo i suoi nemici, versato diversi miliardi di dollari per la creazione delle banche Sahelo-Sahariane in Senegal, Mali, Niger, Mauritania, Ciad, ecc., e per l’acquisizione di diverse società occidentali in Africa, per ridurne l’influenza sulle economie del continente. Questo fu, per esempio, il caso dell’azienda petrolifera Mobile,del gruppo statunitense Exxon-Mobil, che divenne la Oil Libia in gran parte della sub-regione dell’Africa occidentale.
La Guinea-Conakry deve il suo primo canale televisivo a Muammar Gheddafi, che glielo offrì in nome del popolo libico quale regalo al “popolo fratello” della Guinea, nel 1979. Inoltre rifornì l’esercito della Guinea, dalle armi pesanti alle uniformi dei soldati, per diversi decenni. Oltre a un enorme sostegno finanziario. “E ora certi finanzieri dicono che gli investimenti libici nella sub-regione superavano tutti gli altri investimenti“, ha sottolineato l’ambasciatore Mustapha Cissé.

La vita dei libici, con Gheddafi
1 – La Libia era l’ultimo nell’elenco dei Paesi indebitati! Il debito era il 3,3% del PIL! In Francia è l’84,5%! L’88,9% negli Stati Uniti! Il 225,8% in Giappone!
2 – La luce era gratuita!
3 – L’acqua calda era gratuita!
4 – Il prezzo di un litro di benzina era di 0,08 euro!
5 – Le banche libiche prestavano senza interesse!
6 – I cittadini non pagavano tasse e l’IVA non esisteva!
7 – Ogni famiglia libica, su presentazione del libretto di famiglia, riceveva 300 euro di aiuti al mese!
8 – A ogni studente che voleva studiare all’estero, il “governo” dava una borsa di studio di 1627,11 euro al mese!

Wadr.org

Tratto da: aurorasito.wordpress.com

 

Discorso del Leader Muammar Al-Gheddafi all’Incontro Ministeriale di Unione Africana e Unione Europea su Migrazioni e Sviluppo

Discorso del Leader Muammar Al-Gheddafi all’Incontro Ministeriale di Unione Africana e Unione Europea su Migrazioni e Sviluppo 22.11.2006 Nel Nome di Dio. Benvenuti in Libia. Porgo i miei saluti a questa riunine dell’Unione Europea (UE) e dell’Unione Africana (UA). Visto che l’argomento della nostra riunione è migrazione e sviluppo, questo ritrovarsi di continenti testimonia il senso di responsabilità dei governi e degli altri attori verso i cittadini delle nostre due unioni.

In aggiunta ad esprimere il senso di responsabilità delle due Unioni verso i cittadini, ciò riflette anche la consapevolezza di una crescita del fenomeno che si è imposta di recente in maniera da far riflettere tutti gli interessati sulla maniera migliore di affrontarlo.

Non voglio parlare a lungo e nemmeno ripetere ciò che avete detto oggi o quanto è stato detto in altra sede sul fenomeno in questione. Su di esso è stata fatta luce ed è stato esaminato fino in fondo. Voglio invece soffermarmi su alcuni principi costanti umani e naturali e affrontare la natura della vita della gente.

Agire contro natura è nuotare contro corrente. Nuotare contro corrente è la maniera migliore di fallire. Molti dei problemi importanti del mondo d’oggi sono un nuotare contro corrente Perciò c’è un vizio in molti dei problemi politici, economici, sociali e riguardanti la sicurezza nel mondo. Il fallimento deriva dall’ignorare le regole della natura.

È nella natura delle cose che la Terra appartenga agli esseri umani. Dio creò la Terra per tutti. Egli ci istruì su come muovercisi. Noi abbiamo un libro Rivelato dal Cielo chiamato Corano (che vi si creda o no è un’altra storia); in esso, Dio ci ordina di migrare in varie parti della Terra. Ci dice di andare dovunque vogliamo in essa. È un riconoscimento che la Terra appartiene a tutti i popoli e che hanno il diritto di muoversi in essa per guadagnarsi da vivere. Per tutte queste ragioni, ognuno ha il diritto di migrare in diverse parti della Terra: perché Dio la creò per tutti.

Qui è necessaria una pausa. Dobbiamo credere che la Terra appartenga a tutti noi. I popoli hanno il diritto di migrare e di vivere in qualsiasi parte della Terra. I confini politici, i trattati ufficiali e via di seguito sono invenzioni trovate da poco. La natura non li riconosce comunque.

Avete visto come alcune di queste nuove invenzioni hanno causato problemi, dispute di confine e guerre tra stati. A volte, centinaia o anche migliaia di persone vengono uccise una guerra per pochi centimetri di terra. Il problema che considerate ora e che sta dando tanta apprensione è come affrontare col movimento di popoli e con le migrazioni sulla Terra. Il problema è il risultato dei confini da noi creati, dell’identità costruita per ogni gruppo umano e dei documenti ufficiali che debbono portarsi appresso. Abbiamo creato tutte queste cose innaturali e artificiali.

È naturale per i popoli muoversi, vivere e trovare da vivere dappertutto sulla Terra. Chi sono gli abitanti attuali dell’Europa? Sono immigrati dall’Asia. L’Europa era disabitata. Se l’immigrazione fosse stata proibita, l’Europa sarebbe disabitata ancora oggi. Chi sono gli abitanti del Nord e del Sud America? Sono immigrati dagli altri continenti: in Nord America vengono dall’Europa; in Sud America vennero dalla Penisola Iberica, dall’Africa e da altre part del mondo. Ecco un altro fatto.

Anche noi in Nord Africa siamo immigrati. Venimmo dalla Penisola Araba 1000 anni fa. Alcuni di noi vennero 5000 anni fa. I cosiddetti berberi sono arabi enigrati dalla Penisola Araba 5000 anni fa. Gli arabi, che vennero con l’Islam, sono stati qui per più di 1000 anni. Questi flussi migratori crearono i popoli che attualmente abitano il Nord Africa.

Ora si parla parecchio a livello mondiale delle popolazioni indigene, dei loro diritti, della loro tragica storia e dei loro stermini.

Cosa significa ciò? Significa che gli immigrati giunsero in un luogo preciso e diventarono così dominanti in esso che oggi c’è un appello internazionale alla protezione dei loro diritti. Quando si parla di “popoli indigeni” si intende che gli emigranti vennero e si stabilirono in un certo luogo—sia esso l’Australia, le Americhe, l’Africa o parti dell’Asia. Gli abitanti attuali dell’Australia sono indigeni?

Niente affatto. Sono immigranti. Dove sono i popoli indigeni dell’Austraia? Ce ne sono rimasti pochi. Il resto venne oppresso e sterminato. Chi sono le popolazioni indigene dell’America? Sono i cosiddetti Indiani Pellirossa. Dove sono ora? Sono stati uccisi e sterminati.

Se vogliamo bandire la migrazione, bisogna che bandiamo anche la presenza umana in tutti i continenti. Si permetta a tutti di ritornare da dove sono venuti. Si lasci che gli abitanti dell’America ritornino in Europa.

Si lasci che gli europei ritornino in Asia. Gli arabi del Nord Africa dovrebbero ritornare alla Penisola Araba. Gli abitanti dell’Australia dovrebbero tornare in Gran Bretagna, in Olanda o da qualsiasi altre paese di provenienza. I boeri in Sudafrica, ormai parte integrante della popolazione, debbono ritornare in Olanda.

Sono i fatti; anche se nelle loro riunioni ministri ed esperti non li affrontano. Questi fatti irrefutabili e perturbanti vengono ignorati. Ci concentriamo sui rami e sulle foglie dell’albero senza prestare attenzione alle radici. È un tentativo destinato a fallire.

Milioni di neri vennero trasferiti dall’Africa all’Europa e all’America. Perché ora li si ferma? Ecco: due pesi e due misure. Quando c’era bisogno dei neri per usarli come bestie da soma, nessuno diceva che dovessero essere rispettati e lasciati vivere nel loro continente.

Al contrario, si pretendeva che la loro trasferta fosse legittima. Erano spediti come merci attraverso l’oceano. Chi non era fisicamente adatto veniva buttato in mare a nutrire i pesci. Nord America ed Europa debbono il loro sviluppo al lavoro dei neri.

Era una migrazione forzata. Quando il movimento di popolazione da un posto a un altro andava a beneficio di una certa parte, la migrazione era imposta. Si cacciava la gente come fossero animali nelle giungle dell’Africa. Ora proprio a questa gente, i neri d’Africa, si dice che il loro uscire ed emigrare dall’Africa mette in allarme e bisogna farlo cessare.

Quelle povere anime chiedono: “Quando ne avevate bisogno, avete spiantato i nostri avi e detto che la migrazione era necessaria. Perché è diverso adesso?” È proprio vero che quello che ho appena detto è in qualche modo presente nella mente di tanti, analfabeti inclusi.

Tali pensieri spingono all’emigrazione. Nel loro dialogo interno si domandano: “Se hanno spiantato i miei avi, perché si mettono a sbarrarmi la strada? “ La migrazione era il motore di sviluppo del mondo. Certe razze sono emigrate in altri posti.

Gli indigeni vennero assimilati. Gli emigranti lavorarono per lo sviluppo dell’Australia, delle isole del Pacifico e dell’Atlantico. Si stabilirono ed effettuarono lo sviluppo di tutti i continenti del mondo. Questo dice tra sé e sé il povero africano analfabeta. Perché mi fermano adesso? La risposta alla domanda è ciò che lo costringe a salire a bordo dei ‘barconi della morte’ di cui avete parlato.

“L’ultima epoca di schiavitù fu quella in cui i neri vennero fatti schiavi dai bianchi. La memoria di quell’epoca rimane viva in mente ai neri fino a quando si sentano riabilitati e restituiti alla loro dignità. Questo evento tragico, la consapevolezza dolorosa di esso e la ricerca psicologica di risarcimento che risulta dalla riabilitazione di una razza intera sono le ragioni del movimento di rivendicazione del potere della razza nera. Queste ragioni non possono venire ignorate”. Questo è parte di ciò che il “Libro Verde” dice a proposito della Razza Nera. Per farvi risparmiare tempo, rimando chi avesse ulteriore interesse al capitolo terzo del Libro Verde.

La terra appartiene a tutti gli esseri umani. Le migrazioni ebbero luogo in passato. Vi seguì la schiavitù. Non ci fu obiezione allo spiantare popoli dai loro paesi per impiegarli come schiavi. Dopo di ciò iniziò l’era del colonialismo. Tutti questi elementi si intrecciano nel cuore e nella mente del popolo africano migrante di oggi. E tutti si armano contro tale migrazione.

Il colonialismo diede agli africani e agli altri popoli colonizzati l’impressone che la terra appartenesse a tutti e che nessuna parte di essa fosse proprietà esclusiva di un gruppo e proibita ad altri. I popoli del cuore dell’Africa videro i belgi entrare e stabilirsi nelle loro terre e prendere possesso di parte di esse; videro il Congo intero diventare proprietà personale di Leopoldo.

Videro gli stranieri stabilirsi nello Zimbabwe e nel Malawi e chiamarli Rhodesia del Nord e del Sud. La Libia era considerata Quarta Costa di Roma e ciò diede ai libici l’impressione che Italia e Libia fossero uno stato solo. Se la Libia è la Quarta Costa di Roma, perché allora si proibisce a un libico di andare in Italia? Quando era necessario rendere la Libia la “quarta costa” vi si mosse guerra. Ora si dice: “No, tu sei un immigrato illegale, non sei ben accetto qui, sei libico e straniero”. Non avevate detto che la Libia era la vostra “quarta costa”? Era accettabile perché serviva ai vostri interessi e ora che serve ai miei non lo è più?

Solo di recente la Francia ha ammesso che l’Algeria era parte integrante del suolo francese. La Francia ha governato l’Algeria per 130 anni; l’ha annessa nel 1930 e l’ha dichiarata parte invisibile del suo territorio. Il fatto convinse gli algerini che loro e la Francia erano parti di uno stesso intero.

Quando vanno in Francia, vanno quindi nel loro paese. Come si può dire oggi agli algerini che sono immigranti? Come può essere? Ci avete detto che l’Algeria era parte della Francia. Quando abbiamo messo in discussione tale assunto, ci avete combattuto. Un milione e mezzo di algerini pagarono con la loro vita per mettere in discussione quell’assunto. Allo stesso tempo la Francia e l’Europa continuarono a insistere che l’Algeria era parte integrante della Francia. Convinsero gli algerini che erano francesi ed europei. E allora perché non potevano andare in Francia?

Il Marocco è uno stato indipendente. È membro della Lega Araba, dell’ONU e de’l’Organizzazione della Conferenza Islamica. Geograficamente, Ceuta e Melilla sono in Marocco; però sono parte della Spagna. Come si potrebbe mai convincere un marocchino che Spagna e Marocco sono la stessa cosa? Come si potrebbe dire ai marocchini che sono stranieri e immigranti in Spagna? Dovrebbero poter andare a Madrid come vanno a Rabat.

Durante l’era coloniale, ai popoli dell’Africa si faceva credere che Europa e Africa fossero un tutt’uno integrato. Il Re del Belgio era proprietario di tutto il Congo. In tale caso i congolesi, come proprietà del Re del Belgio, avrebbero potuto andare liberamente nella terra del loro Re e Proprietario. Potevano trasferirsi in Belgio e viverci e lavorarci come se fossero in Congo. Lo stesso valeva per gli algerini in Francia. Essendo il loro paese considerato la Quarta Costa di Roma, i libici avevano il diritto di andare a Roma. Ai cittadini di Zambia, Zimbabwe, Malawi e Rhodesia si disse che i loro paesi appartenevano all’Inghilterra; quindi potevano andare in Inghilterra come se si muovessero all’interno del loro paese.

A un certo punto, il Canale di Suez era britannico. Come si poteva impedire a un cittadino egiziano di andare in Inghilterra se questa era proprietaria di una parte di Egitto? Come non gli si può permettere di lavorare o anche di risiedere in Gran Bretagna? Se il Canale di Suez, parte integrante dell’Egitto, fosse proprietà della Gran Bretagna, come si potrebbe negare agli egiziani il diritto di vivere in Gran Bretagna? Cos’è più grave? Il riconoscimento della proprietà da parte di una potenza straniera dell’intero canale che si trova in territorio egiziano o la presenza di alcuni egiziani che cercano lavoro in Gran Bretagna?

Ancora oggi gli Alti Commissari della Corona Britannica sono in vari continenti. L’India era il Gioiello della Corona. All’epoca, i cittadini indiani potevano andare in Gran Bretagna a milioni, visto che erano soggetti alla Corona. Come si può dir loro che siano immigranti stranieri?

Alla Prima e alla Seconda Guerra Mondiale diedero inizio i paesi europei. Decine di milioni di uomini vennero uccisi in esser. L’Europa aveva bisogno di manodopera e quindi si caldeggiò l’immigrazione dall’Africa e dall’Asia per rimediare alla carenza. È un fatto molto importante perché diede agli africani e agli asiatici il senso che, in tempi di bisogno, potevano andare in Europa.

Quando l’Europa ebbe bisogno di loro, vennero trasferiti. Quando c’era bisogno di loro come schiavi, soldati o manodopera a basso prezzo, vennero trasferiti. Quando l’Europa ebbe bisogno di colonie, entrò nei loro paesi.

Sarebbe ignorante e superficiale da parte nostra ignorare questi accumuli storici e psicologici. Oltre a ciò, l’era coloniale si risolse nel saccheggio delle ricchezze africane. Le miniere d’oro vennero esaurite e lasciate come crateri aperti nella terra. Diamanti, rame, minerali ferrosi, cobalto, manganese e fosfati vennero trasferiti nelle vecchie potenze coloniali.

Dopo aver conseguito la cosiddetta indipendenza, i popoli delle ex-colonie vollero ricostruire i loro paesi. Scoprirono che delle ricchezze era stata fatta razzia e sentirono di dover inseguire le ricchezze perdute. Uno scrittore francese di cui ora non ricordo il nome disse: “O la ricchezza va al popolo o il popolo andrà dove la ricchezza si trova”.

L’assunto è vero. Le ricchezze vennero trasferite dall’Africa all’Europa. Gli africani inseguono le ricchezze della loro terra; non possono rinnovarle. Quindi emigrano come manodopera nelle fabbriche costruite con le ricchezze del loro continetne. Avvertono che la rete viaria, il sistema irriguo e le ferrovie che attraversano l’Europa e l’America sono il frutto del lavoro dei loro avi. Si sentono quindi in diritto a una parte di quella ricchezza.

Si possono restituire le materie prime all’Africa? Se ciò fosse il caso, bene. Questa è la prima decisione da prendere. Gli africani andarono in Europa a cercare una parte della loro ricchezza saccheggiata. Se fosse restituita loro, la migrazione si fermerebbe e loro tornerebbero al loro continente per trovare l’oro, i diamanti, il carbone e gli altri materiali loro restituiti. Ciò concorrerebbe alla fine delle migrazioni.

I prodotti agricoli dell’Africa come il mango, l’ananas, il cacao, il caffè e la papaya diventano shampoo e lozioni per il corpo in Europa quando ne hanno invece bisogno gli africani. Invece di lavarsi con l’ananas, che gli europei lo restituiscano agli africani, che ne hanno bisogno per mangiare. Oppure andiamo tutti in Europa a lavarci con l’ananas.

Chi ha trasformato un cibo nutriente in un cosmetico? Il settore privato, che non cerca altro che il profitto a spese della miseria di milioni di persone. Si sente parecchio in merito al bisogno di incentivare il settore privato. Però era proprio quel settore a rubare il cibo ai bambini affamati e a trasformarlo in prodotti cosmetici per profitto mentre i bimbi morivano di fame. Di uova, cacao, latte e tutte le varietà di frutta si fece shampoo!

E ora passiamo ad alcune misure in vigore che nei fatti favoriscono la migrazione. Lo scopo della nostra riunione è di affrontare la migrazione e di invertirne il corso. Però ci sono alcune misure politiche e amministrative in atto che vanno contro tale proposito e favoriscono la migrazione.

Prendiamo il processo di Barcellona, di cui fanno parte il Nord Africa, il Medio Oriente, l’Europa e il Mediterraneo. Quindi, come cittadino sotto l’ombrello di Barcellona, ho diritto a muovermi per l’Europa.

Il Processo di Barcellona non ha forse invocato la cooperazione, l’eliminazione della povertà, la libertà di movimento e di lavoro?

Non ha forse difeso l’aiuto reciproco e il vivere in pace gli uni con gli altri? Non punta alla creazione di un solo parlamento e all’armonizzazione legislativa e al raggiungimento di condizioni simili tra le sue parti componenti? Come possiamo essere simili quando tu sei ricco e io povero? Io debbo diventare ricco quanto te. Poi, tu cittadino europeo devi permettere a me cittadino africano di condividere la tua ricchezza.

Il Processo di Barcellona ha caldeggiato questa linea di pensiero. Come si può dare inizio al processo e poi decidere di mettersi contro i suoi logici risultati? Questo incontro è contrario allo spirito di Barcellona.

Lo spirito di Barcellona sostiene l’integrazione, per permetterci di trasferirci in Europa a milioni. Finite il Processo di Barcellona: quando ciò succederà si potrà dire che Europa e Africa sono due entità distinte separate dal mare. Sì, quando quel processo sarà annullato mi convincerò che siamo due identità separate e non una. Però, quando parlate di cooperazione Euro-Mediterranea, mi avete incluso nell’Europa; avete fatto di me in Libia una parte dell’Europa.

Sotto l’egida di Barcellona ho il diritto di andare fino in Scandinavia. Se ciò è inaccettabile, allora bisogna porre fine a questo processo contraddittorio.

C’è un’altra nozione: quella della Nuova Vicinanza presentata dalla UE, interessante quanto il Processo di Barcellona. Se vogliamo Barcellona, allora dobbiamo accettare i suoi risultati. Ma che non sia come la schiavitù o il colonialismo, un bene se è di vantaggio a te e un male se lo è a me.

Algeria, Marocco, Tunisia, Egitto e Giordania sono diventati i “vicini” dell’Europa per la nuova iniziativa. I vicini hanno diritti e doveri reciproci. Quando hanno bisogno, si rivolgono ai vicini. Qualcuno potrebbe dire: “Sono del Quartiere: vado dai miei vicini”. Chi sono quei vicini? Sono gli europei che mi hanno accettato come loro vicino. Avete detto che l’Algeria, il Marocco, la Tunisia, l’Egitto e persino la Giordania nel Medio Oriente sono vostri vicini? Allora quei popoli hanno il diritto di andare dai loro vicini in Europa.

Uno dei risultati di questi accordi (Barcellona, il Nuovo Vicinato e la Cooperazione Euro-Mediterranea) è che gli africani che non fanno parte del nuovo circolo ora entrano nei paesi confinanti per entrare in Europa attraverso i suoi ‘vicini’. Uno viene da un paese africano che non fa parte del Processo di Barcellona; entra in un paese che invece ne fa parte e quindi va in Europa in virtù di quegli accordi.

“Da dove viene?” “Dall’Algeria”, rispose. “Perché viene in Europa?” La risposta sarebbe: “Perché l’Algeria è parte del Processo di Barcellona. Non comprende forse l’Europa e il Mediterraneo? Io vengo dal Mediterraneo. Perché mi impedite di migrare Io sono qui a vivere e a godere dei benefici di Barcellona e del Nuovo Vicinato”.

C’è un’altra cosa chiamata Società Mediterranea o qualcosa di simile. Una società implica che come soci si divida tutto. Quando si parla di società e tu sei ricco e io povero, vuol dire che io debbo poter accedere alla tua ricchezza. Questa è la società. È questo il significato di società proposto ai paesi nordafricani? Se sì, bene: diventiamo soci e condividiamo tutto.

Questi sono slogan attraenti. Nessuno potrebbe avere obiezioni. Però, il fatto che siano pensati per secondi fini e basati su doppi standard potrebe distruggere la cooperazione internazionale. Le loro contraddizioni sono una minaccia grave alla politica internazionale. Prima parlate di società e poi dite che non potete dividere. Tornate da dove siete venuti. Non mi avete detto che ero il vostro socio? Se siete seri sulle risoluzioni che volete adottare, allora tutte quelle cose, la Società, il Vicinato e Barcellona, vanno annullate. Bisogna ritornare ai visti.

Tra le cose che facilitano la migrazione c’è il Visto Schengen. Ora la gente cerca di avvicinarsi al paese europeo più vicino; appena arrivati, tirano un respiro di sollievo perché si apre a loro l’intera Europa.

Sotto l’accordo di Schengen non vengono richiesti visti tra paesi europei. Li avete annullati e poi vi chiedete perché le migrazioni aumentano? Avete lasciato la porta spalancata. Reistituite i visti. In passato qualcuno che volesse andare in Germania si sarebbe chiesto: “Come ci arrivo?” Ora non deve fare altro che arrivare per nave in Francia e andare in Germania da lì.

Schengen gli permette di farlo; quando saprà che non è più un accordo valido, ci penserà due volte. Se ci sono confini e visti richiesti, come riuscirà a passare dalla Francia alla Germania? Tali ostacoli lo scoraggeranno dal lasciare il Ghana, il Mozambico o lo Zimbabwe. Ora credono che andare in Europa sia facile.

Basta solo arrivare al paese europeo più vicino, anche se solo a nuoto. Una volta lì, uno ha il resto dell’Europa aperto di fronte a sé. Per fermare l’immigrazione bisogna abolire il visto Schengen. Altrimeni non ha senso chiedere perché i flussi migratori aumentano. Anche la Libia deve reistituire il requisito del visto per i paesi arabi e non-arabi. Qualsiasi arabo può entrare in Libia senza un visto. La Libia è un paese arabo con una piccola popolazione e senza povertà. È logico che tanti Arabi vogliano andarci.

Però la Libia non è la loro destinazione. Dalla Libia vanno in Europa. Le statistiche dicono che l’80% degli emigranti dalla Libia sono arabi. Il restante 20% viene dall’Africa. Si avvantaggia del mancato requisito del visto per entrare in Libia. Lì trovano le squadre e i contrabbandieri, le barche e gli agenti per andare in Italia. Le indagini in sono in corso in Libia.

S’è scoperto che alcuni funzionari qui prendono bustarelle e sono coinvolti in operazioni di contrabbando. Hanno creato le loro mafie e le loro bande assieme ai cittadini di Egitto, Algeria, Marocco e altri paesi africani ed europei. Alcune turiste europee trovano un marito libico o egiziano. Ecco un modo per i loro mariti per entrare legalmente in Europa.

Ci sono tanti modi di aggirare la legge. Sono sicuro che ne siete al corrente. Alcuni distruggono il loro passaporto all’arrivo e riversano su di voi il problema e il peso di occuparsi di loro.

Ci sono anche altri appelli ai diritti umani, al diritto d’asilo, ai diritti dei popoli migranti, a combattere la discriminazione e il razzismo. Sono slogan meravigliosamente umani. Sono addirittura rivoluzionari. Sono tra gli elementi che incoraggiano la migrazione.

Se volete limitare la migrazione dovete fare i conti con quegli elementi. Se dal momento in cui chiunque metta piede in Europa gli si pùo garantire lo stato di rifugiato e uno stipendio mensile, verranno a migliaia.

Siete stati voi a inquinare il concetto di diritto d’asilo. Ci sono limiti precisi alla definizione di chi è o non è rifugiato politico. Ora, un criminale può scrivere che è stato il presidente di un partito democratico. Può andare in Svizzera o in qualsiasi altro paese e dire che è stato perseguitato nel suo.

E viene accettato come rifugiato politico e riceve sostegno finanziario. Quando la gente vede che un criminale vive felice e contento in Svizzera, pensa di dover seguirne l’esempio.

Ogni criminale, ogni ladro e ogni ‘cane sciolto’ è tentato di fare lo stesso: falsificare qualche documento e far finta di essere all’opposizione nel paese d’origine. Appena sentono parlare di diritti umani e di libertà, questi imbroglioni saltano sul carrozzone e si dicono difensiori dei diritti umani e della libertà di asilo. Tale atteggiamento ha incoraggiato tutti, cani e porci, a fare lo stesso.

Cos’è un rifugiato politico? È qualcuno coinvolto in politica – ministro, presidente, re, membro del parlamento, possessore di passaporto diplomatico o membro di un partito politico legittimo – che fa fronte a persecuzioni nel suo paese per ragioni puramente politiche.

Se tale persona chiede asilo in un altro paese, lo si può accettare. Alcuni sono colpevoli di omicidio nei loro paesi. Una volta scoperti, fuggono in Europa e sono trattati come rifugiati politici. Questa è una farsa. Alcuni non hanno posizioni politiche nei loro paesi, quindi scappano e diconodi essere all’opposizione e chiedono asilo politico. Ma non sono politici; sono solo cani sciolti. Come si possono ricevere in quanto rifugiati politici? Tale atteggiamento ha spinto tanti a comportarsi così per potersi poi trasferire in Europa.

L’Europa deve riconsiderare e ridefinire i rifugiati politici. Può forse essere rifugiato politico chiunque vi inganni? Guardate quelli a cui è stato concesso asilo politico e poi sono diventati terroristi. In Europa la scelta è semplice. Potete essere fedeli ai vostri slogan, che vuol dire che non potete ridiscutere la migrazione: dovete accettare tutti gli immigranti che vi vengono alla porta anche se fossero cento milioni.

Oppure dovete riconsiderare i vostri slogan e le vostre politiche per tappare tutte le scappatoie che incoraggiano l’immigrazione. L’approccio di sicurezza all’immigrazione è destinato a fallire. I confini della Libia si estendono per seimila chilometri. Non possiamo prevenire il contrabbando di cibarie sovvenzionate a basso prezzo a Ciad, Niger, Sudan o altri paesi confinanti. Qualsiasi cosa facciamo, anche se coinvolgiamo la NATO, non saremo mai capaci di controllare quei confini.

Potreste anche accettare la realtà. Potreste anche riconoscere che le migrazioni sono un fenomeno naturale con cause storiche, psicologiche ed economiche. Potreste accettare il fenomeno come si accetano le Tsunami e altri fenomeni naturali.

Così non ci sarebbe bisogno di sforzarsi in incontri come questo. Potreste farlo oppure affrontare le cause che incoraggiano la migrazione. Le cause di oggi sono ben note. Bisogna porvi fine: al problema del visto, a Barcellona, all’Euro-Mediterraneo, ai diritti umani, alla maniera di concedere asilo politico, ai diritti degli immigranti e degli altri rifugiati. Tutto questo va rivisto in maniera tale da non incoraggiare l’immigrazione. Tutto quanto fate ora o è già in atto la incoraggia. E poi chiedete perché c’è? Se un animale affamato vede il cibo vicino, sicuramente cerca di prenderlo. Come potrebbe altrimenti? È naturale che si avventi sul cibo quando questo è disponibile.

La gente va in Europa perché ogni cosa che attuate li incoraggia a farlo. Barcellona, l’Euro-Mediterraneo, il saccheggio, il visto unico, i diritti umani, i diritti dei rifugiati, i diritti di non so che, l’organizzazione della società civile e tutti gli altri elementi di questa confusione, tutto ciò spinge alla migrazione.

Tutti questo fattori osteggiano questo nostro incontro. Anche la lingua ha il suo ruolo in ciò. Se la Nigeria è un paese di lingua inglese, come potrebbe un nigeriano non andare in Inghilterra? Se è stato fatto parte di una lingua e di una cultura, come e perché gli si impedisce di andare nel paese d’origine?

Anche il Ghana è di lingua inglese. Perché non si consente a un suo cittadino – colonizzato, oppresso, ridotto schiavo, a cui si è imposta una lingua – di andare in Inghilterra? Nessuno ha mai pensato che un giorno egli potesse usare tale condizione e creare problemi rivendicando il diritto di entrare nel vostro paese perché parla la stessa lingua.

Lo stesso vale per i francofoni. Farebbero fatica a capire perché un incontro come questo, contro l’immigrazione, abbia addirittura luogo. Direbbero che sono francofoni e che quindi hanno il diritto di andare in Francia. “Parliamo la stessa lingua e facciamo parte della stessa cultura e quindi siamo lo stesso popolo. A cosa serve l’incontro? Annullatelo perché noi andiamo dritti in Francia”.

Conoscete bene questi fatti, ma preferite negarli. Sarebbe una catastrofe se non li conosceste. C’è un’altra dimensione pericolosa riguardo alle migrazioni. Guardate la carta del mondo e vedrete i paesi da cui gli immigranti partono e quelli a cui arrivano. Una grande esplosione demografica è cominciata in Asia.

Avrà conseguenze nel mondo intero. Onde di immigranti andranno ovunque ci sia un vuoto demografico. Ora affrontate l’immigrazione dall’Africa all’Europa. Presto tutti noi in Africa e in Europa dovremo far fronte alla nuova sfida di vaste onde migratorie dall’Asia. Verranno come sciami di locuste in seguito all’esplosione demografica in Cina, nell’Oceano Indiano e nell’Estremo Oriente. Uno sguardo alla carta del mondo rende molto chiara tale minaccia. Come vi proponete di far fronte alla sfida?

Siete qui riuniti per discutere le migrazioni dall’Africa all’Europa. Ora, sta per verificarsi un diluvio di proporzioni astronomiche. Verranno, ome Gog e Magog nella Bibbia. Sto suonando il campanello d’allarme per il mondo intero. L’esplosione demografica in Asia è un altro grave problema e inghiottirà l’Africa e l’Europa. Per favore prendete nota e siate miei testimoni.

Un altro sguardo alla carta rivelerebbe altre cause per l’aumento delle migrazioni. Gli attuali interventi militari in Iraq, nel Golfo, nel Medio Oriente, nelle regioni curde in Turchia e in Iran e le condizioni del Corno d’Africa, tutto ciò aumenta l’immigrazione; e così anche le numerose guerre civili nelle Filippine del Sud, nel sud della Thailandia, in Cecenia, nella Regione dei Grandi Laghi dell’Africa Centrale, nella Costa d’Avorio, nel Corno d’Africa, in Ciad e nel Sudan. Tutte queste guerre civili aumentano l’immigrazione. Chi c’è dietro? Le stesse mani che crearono il colonialismo e causarono disastri nel mondo: il settore privato, i fabbricanti e i commercianti d’armi che ne traggono profitto.

I servizi segreti europei scelgono qualcuno, lo addestrano, gli assegnano fondi adeguati e la responsabilità di far scoppiare una guerra tra tribù, una disputa di confine, un conflitto entico o religioso in qualche parte del mondo. Quando questa guerra inizia va tutto a vantaggio dei mercanti e dei fabbricanti d’armi.

Diventa anche un pretesto opportuno per l’intervento internazionale. Chi finanzia i Caschi Blu ne trae profitto, anche le Nazioni Unite. È un tale giro d’affari! Quando una guerra scoppia l’ONU manda settantamila agenti di page, che hanno bisogno di fondi. Il denaro si dà all’ONU. Se il costo stimato dell’operazione è di dieci milioni di dollari, l’ONU ne spende sei e se ne tiene quattro per sé. Anche l’ONU è diventata un mercante di guerra o un agente che lavora su commissione.

Concludendo, non voglio che ci siano confuzioni o malintesi su quanto ho detto. Non voglio scoraggiarvi né obiettare alle misure per combattere le migrazioni. Al contrario, sono del tutto con voi. Spero di vedere la fine delle migrazioni. La Libia è tra i paesi seriamente toccati dalle migrazioni.

Hanno esaurito le nostre risorse. La popolazione in Libia è il doppio o il triplo rispetto ai locali; e consumano la loro parte dei prodotti a basso costo sovvenzionati dallo Stato libico. Speriamo veramente che troviate una soluzione al problema.

Sono stato del tutto onesto con voi. Ho svelato la verità e l’ho lasciata nuta di fronte a voi perché troviate una soluzione; ciò è prova della mia sincerità. Se un paziente ha bisogno di un intervento chirurgico non gli si somministrano gli antidolorifici. Sarebbe un ingatnno, un atto che solo una persona ignorante potrebbe compiere. L’onesta detta che un medico di professione si esprima onestamente col paziente e gli dica la verità sul suo caso; e lo informi se ha bisogno di un intervento chirurgico importante e non solo di antidolorifici.

Ciò che ho tentato di fare è stato di mettervi la verità di fronte. La terra appartiene a tutti gli esseri umani. Gli abitanti di tutti i continenti sono in origine migranti. Ciò va tenuto in conto, assieme ai fatti riguardanti le epoche di schiavitù e colonialismo e il saccheggio delle risorse naturali. Non possiamo trascurare che il Primo e il Secondo Mondo hanno tolto la vita a milioni di persone e quindi ora incoraggiano la migrazione verso l’Europa e verso altre parti del mondo. Dobbiamo ricordare le ragioni e le cause di quelle guerre.

Erano le potenze coloniali a imporre il loro linguaggio ai popoli colonizzati. Erano loro a dare l’impressione che gli africani e gli europei fossero dello stesso continente e che fossero lo stesso popolo. Come mai si potrebbe parlare di due continenti distinti quando allo stesso tempo si parla di Congo Belga, Libia Italiana, Sudan Francese, Sudan Britannico e Algeria Francese? Ciò dà alla gente l’impressione di avere il diritto di recarsi nella loro “Madre Patria”.

Inoltre, devo dire che gli argomenti summenzionati, come il visto singolo, Barcellona, la cooperazione Euro-Mediterranea e gli appelli ai diritti umani e ai diritti dei rifugiati hanno, tutti assieme, facilitato le migrazioni. Lo dico schietto di fronte a voi per potervi aiutare nel vostro compito. Se volete risolvere il problema potete farlo solo facendo fronte a questi fatti.

Vi auguro ogni riuscita. La pace e la benedizione di Dio siano con voi.

Preso da: http://algaddafi.org/muammaralgheddafiparlaitaliano/muammar-al-gheddafi-parla-italiano—discorso-del-leader-muammar-al-gheddafi-allincontro-ministeriale-di-unione-africana-e-unione-europea-su-migrazioni-e-sviluppo–2-5-

PARLA MUAMMAR GHEDDAFI

intervista tratta da: Panorama, 12 ottobre 2000

di STELLA PENDE fotografie di PIGI CIPELLI

Amsa’d (deserto del Sahara), 2/3 ottobre 2000

L’automobile corre nel buio da un’ora. Nessuno sa dove andiamo. Il silenzio nero del deserto è rotto solo da qualche lampeggio del mare che appare e scompare come una cartolina strappata. Lasciamo a cento chilometri Tobruk, piccolo porto libico che nell’ultima guerra è stato la sconfìtta del generale Erwin Rommel. Posto di blocco. Qualche minuto d’attesa e l’apparizione: d’improvviso davanti a noi: il Sahara è attraversato da un serpente luminoso di macchine che muove la coda dentro la strada ondulata. «È la fila delle auto per la frontiera con l’Egitto» mente uno degli accompagnatori, tenuto, come tutti, al pegno del silenzio. Una voce, un nome, cade come un sasso fra noi: «E’ Gheddafi». «E’ lui che si muove con i suoi Caravan e più di cento Toyota al seguito». «Gli ultimi in coda sono due pullman: il primo, immenso, è una casa viaggiante. L’altro porta i generatori». Per fare cosa? «Per illuminare la sua tenda. La pianta dovunque. A Tripoli in mezzo alle macerie della sua casa bombardata, in mezzo al deserto, davanti al mare. Sta andando in Egitto, al Cairo la farà montare dentro il parco dell’ambasciata. Lui non occupa mai piani interi di alberghi. Dorme solo sotto la tenda. Anche l’intervista la farete lì sotto». La voce aveva ragione. Oggi, davanti alla guerra del Medio Oriente e a quella del petrolio, davanti alla liberazione degli ostaggi francesi e al nuovo accordo firmato con l’Italia, un incontro con lui diventa sempre più importante e difficile. Forse impossibile. Invece, dopo un’attesa di un’ora nel comando di Amsa’ad, alla frontiera con l’Egitto, arriva il via. «È pronto». Tutti corrono. I libici hanno per il loro leader rispetto e paura. Entriamo da un cancello presidiato da guardie. Decine. Donne e uomini armati. Dopo il controllo, una tenda dai colori arlecchino. Muammar Gheddafi aspetta in piedi. Ha una camicia a onde verdi e marroni. Sulle spalle una casacca araba nera come gli occhi. Piccoli e brillanti.

Lei ha detto: «Mi hanno accusato di essere contro la pace perché finanziavo i movimenti rivoluzionali di liberazione nel mondo. Oggi è tutto cambiato. Oggi è chiaro che avevo ragione io». Mi perdoni, colonnello, ma la Palestina che lei ha aiutato è praticamente in guerra con Israele. Niente sembra cambiato in Medio Oriente, niente finito.

Andiamo con ordine. Per anni la comunità internazionale mi ha accusato di essere un terrorista. Oggi si rende conto che le cause che aiutavo erano legittime e che i capi dei movimenti che sostenevo sono diventati capi di stato, come in Sud Africa Nelson Mandela, in Zimbabwe Robert Mugabe, Idriss Deby nel Ciad e, perché no, Yasser Arafat. Se parliamo invece di quello che succede oggi tra palestinesi e israeliani, il discorso è tutto diverso: quel conflitto rischia di rimanere uguale a se stesso all’infinito.

È la fine del processo di pace?

Se aspettiamo la pace fra i due stati dovremmo aspettare la fine del mondo.

Non le pare di esagerare?

Neanche un po’. E poi mi rimproverano oggi di non aver accettato la partecipazione di Israele alla Conferenza mediterranea di Barcellona. Nè israeliani nè palestinesi, con quello che accade fra loro, possono stare seduti accanto a noi. Con quale diritto potrebbero farlo, con il comportamento che tengono? Non si tratta di capire o di giudicare chi fra i due ha torto o ragione. Questa gente lotta ancora oggi per cercare e stabilire terre e identità. Ma non sa ancora chi è. Israeliani e palestinesi non hanno ancora capito che non si possono costruire stati a base di principi etnici e religiosi. È assurdo, anacronistico e pericoloso. E’ come pretendere che una piccola palla di sabbia rimanga insieme se tu la affondi nell’acqua del mare. Israele in particolare è, e sarà sempre, uno stato surreale. Il suo cittadino non sarà mai cittadino del mondo, ma solo del luogo dove avverrano i suoi investimenti. Anche la lingua ebraica si perderà dentro la globalizzazione.

Questo è il suo odio atavico per Israele.

No, è la realtà. E le dirò di più: anche l’alleanza sionista-americana si sbriciolerà. Perché la fame colonialista di quei due paesi è reazionaria e li metterà uno contro l’altro. Gli ebrei strumentalizzano l’America, ma prima o poi, come Mosca ha dovuto rinunciare alla Germania dell’Est così Washington dovrà rinunciare a Gerusalemme. E, quando avverrà, il conflitto tra i due paesi sarà terribile.

Chi fa meglio all’America, George Bush o Al Gore?

Non vedo alcuna sensibile differenza tra l’uno e l’altro candidato. La battuta fa il miracolo: un sorrìso. Ma Gheddafi ci mette un attimo a tornare Gheddafi. Si toglie e si mette le scarpe. Lui, beduino figlio dell’Africa, sta sempre a piedi nudi. Si racconta che una volta un piccolo scorpione passeggiava per la sua tenda. Lui lo prese in una morsa tra le dita dei piedi e lo stritolò.

Colonnello, parliamo della liberazione degli ostaggi francesi. Alcuni dicono che è stato un gesto contro il fondamentalismo islamico, altri per dar lustro alla sua immagine. Qual è la verità?

La nostra immagine non ci pareva così cattiva da sobbarcarci queste iniziative. La nostra battaglia contro il fondamentalismo islamico è già molto nota. Non ha bisogno di palcoscenico. Inoltre ricordo che l’intervento è stato fatto dalla fondazione Gheddafi e non dallo stato della Libia.

Ma se è stato suo figlio ad accogliere gli ostaggi liberati e a raccontare di aver pagato 1 milione di dollari a ostaggio. Che ruolo ha oggi Seif Al Islam e quale avrà domani nella Libia moderna?

La domanda gli incendia gli occhi. Chi fa queste domande viene qui e non sa che la Jamahyria vuol dire stato delle masse. Nessuno in Libia ha ruoli singoli. Nè Gheddafi nè altri. Il potere e le decisioni spettano solo al popolo. I presidenti della repubblica europei decidono quasi tutto. Niente è approvato in Libia senza il consenso dei comitati popolari. Mio figlio è, come me, un semplice cittadino. Posso aggiungere che la fondazione di cui è presidente si occupa di lotta alla droga e di handicappati.

Bene, torneremo in Italia con uno scoop: spiegheremo agli italiani che abbiamo scoperto che Gheddafi non ha in Libia alcun potere.

Muto. Proviamo con l’Africa.

L’Africa muore: minata dalla crisi economica, martirizzata da guerre fratricide e da morbi tenibili come l’aids.

Comincia a parlare come se la domanda fosse trasparente. La verità è che il mondo corre alla velocità del suono. Cambiano i paesi e i loro destini. Lo stato nazionalistico è entrato nella seconda fase: quella degli spazi regionali, nuova forma della globalizzazione. Le grandi nazioni sono sparite. Ingoiate. Una volta il Portogallo era una potenza che aveva invaso il mondo. Oggi è solo un piccolo paese dell’Unione Europea. La Gran Bretagna, nazione immensa, oggi non riesce a tener testa a un piccolo gruppo di guerriglieri come quelli dell’Ira. Chi l’avrebbe mai detto, scusi, che una signora come la Thatcher sarebbe scappata dalla finestra di una cucina per la paura di un agguato? Anche l’Africa è cambiata. Ha lottato per l’indipendenza, ha vinto, ma paga cara la sua vittoria. La libertà non basta più, ha bisogno dell’unità.

Per questo sogna gli Stati Uniti d’Africa?

Sì, e riuscirò a vedere il risveglio africano. Intanto ho fondato la Comunità degli stati sahael-sahariani: Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad, Centrafrica, Sudan ed Eritrea. E abbiamo vinto la sfida. Il deserto del Sahara da sempre barriera di immensità per linguaggi e culture diverse, oggi è diventato un ponte naturale fra il Nord Africa e i paesi al di là. E adesso stiamo pensando e investendo in infrastrutture: strade e mezzi di comunicazione ed elettricità. La malattia dell’Africa è soprattutto la solitudine e l’isolamento. Nel 1991 il trattato di Abuja lanciò la comunità economica africana, ma da allora niente è accaduto. Io spero che l’Europa ci aiuterà in quest’impresa.

È vero che Gheddafi vuole la Banca centrale africana e che prepara la moneta dell’Africa unita?

È per questo che l’Europa non ci aiuterà… Certo oggi il Fondo monetario tratta con una cinquantina di paesi e di monete in Africa. La nostra moneta potrebbe essere come quella nuova europea e la banca come quella Mondiale. Prima però bisogna rimettere in piedi la Banca di sviluppo africana. Vogliamo un Fondo monetario per l’Africa. Ci sarebbe una giusta parità fra lo yen, l’euro e le monete africane.

Parliamo di Italia, colonnello. Per questo paese lei ha sempre dimostrato odio e amore. Oggi dov’è l’odio e dove l’amore?

L’Italia è stata per lungo tempo nemica della Libia. Prima dell’accordo di cooperazione firmato nel ’98 con il governo dell’Ulivo e di D’Alema avevamo deciso di farla restare nella lista dei nemici. Abbiamo aspettato inutilmente vent’anni. Oggi tutto può cambiare se l’accordo verrà rispettato. Attenzione, per ora poco è stato fatto.

Si dice che per Massimo D’Alema e per Romano Prodi, cioè per l’Italia e per l’Europa, il suo discorso sul colonialismo dell’Europa al vertice del Cairo sia arrivato come una bomba.

La verità è che Prodi si è fermato solo al mio dissenso sulla partecipazione alla Conferenza mediterranea di Barcellona. Barcellona potrebbe essere un fatto positivo per la Libia. La legherebbe a un continente progredito e aperto come l’Europa, ma ci sono cose in quel trattato che non accetteremo mai. Prima di tutto la divisione del territorio geografico dell’Africa che la Conferenza propone. L’Africa rimane unica e unita. Poi la partecipazione di Israele alla Conferenza, come ho già detto. Non potrò mai sedere accanto a quel paese. Dalla Turchia alla Palestina, bisogna tirare una linea rossa.

Come è andata davvero la storia dell’invito a Bruxelles che è poi saltato?

È stato un errore di Prodi. Prodi è un po’ amico e un po’ nemico. Lui mi ha telefonato per invitarmi. Ha fissato perfino la data. Poi ho saputo che il viaggio doveva essere considerato sospeso finché non avessi firmato un comunicato dove approvavo Barcellona. In questo caso bastava che lui mi avvisasse prima: o firmi o non vieni. Oppure vediamoci per discutere della cosa. Io credo che Prodi sia stato pressato e messo in imbarazzo da sionisti e americani. «Sei pazzo a invitare Gheddafi?». Si è trovato davanti a un muro e ha ceduto.

L’ex presidente Francesco Cossiga ha lavorato molto per la fine dell’embargo. Durante gli incontri con lui furono decisi progetti finanziari, cooperazione politica ed economica. Cosa resta di quegli accordi? È vero che si ricomincia a parlare di nuovi affari con la Fiat? Che ne è del grande gasdotto progettato dall’Agip petroli e dalla Oil corporation libica? La Libia ha una grande presenza anche nella seconda banca italiana, la Banca di Roma. Con quali obiettivi strategici?

Noi siamo aperti alla collaborazione finanziaria ed economica con l’Italia. Il gasdotto è un progetto immenso e sacro che va avanti. Dalla Libia all’Italia e dall’Italia al resto d’Europa. Inoltre, la nostra partecipazione alla Banca di Roma verrà aumentata di molto. In quest’operazione i libici stanno facendo grandissimi passi avanti. Per finire, finché la porta di Tripoli resterà aperta all’Italia, la Fiat o qualunque altra azienda italiana sarà la benvenuta.

Se sarà la benvenuta, perché ha fatto aspettare inutilmente Giovanni Agnelli a Tripoli prima dell’estate?

Agnelli ha detto? Perché il presidente della Fiat dovrebbe incontrare Gheddafi? Sarebbe solo un incontro simbolico. Agnelli deve incontrare gli enti competenti per discutere certe cose.

Colonnello Gheddafi, una domanda che interessa molto agli italiani: quanto dureranno i prezzi folli del petrolio? E quanto potrebbero crescere ancora?

Faccio appello agli europei e agli italiani: riducete le tasse sui prodotti petroliferi! I governi europei incassano quattro volte di più dei paesi produttori del petrolio. Se noi guadagniamo 20 dollari netti al barile, loro ne prendono 80.

Verrà prima o poi in Italia?

Sì, se il popolo libico darà il suo consenso al viaggio.

Nonostante la posizione di certi cattolici nei confronti dei musulmani? Il cardinale Giacomo Biffi ha ribadito la sua crociata contro l’Islam. A Giacarta due settimane fa la World islamic call society, che raggruppa 180 paesi islamici, ha invece predicato comprensione per le culture diverse. Lei come risponde?

Che chi parla mi rende perplesso. Chi critica e attacca un musulmano perché prega e rispetta la sua religione non ha un vero Dio. Pregare Dio sotto una tenda, dentro una moschea o una chiesa non fa e non deve fare differenza. La diversità è tra qualcuno che prega Dio e qualcun altro che adora il diavolo.

L’«Herald tribune» dice che nel processo in corso in Olanda sul caso Lockerbie non sono emerse prove certe sulla colpevolezza dei cittadini libici accusati. Se dovessero essere assolti, lei cosa farebbe?

Pretenderò risarcimenti esattamente uguali ai danni che abbiamo ricevuto.
Muammar Gheddafi è stanco. Si alza. E in un attimo la sua tenda è vuota.

Preso da: http://www.francocenerelli.com/antologia/parla_gheddafi.htm