Bolivia, laboratorio di una nuova strategia di destabilizzazione

La stampa internazionale è cauta nel riferire quanto accade in Bolivia. Descrive il rovesciamento del presidente Evo Morales, parla di un ennesimo colpo di Stato, ma non riesce a inquadrare quel che sta davvero succedendo. Non si accorge del nascere d’una nuova forza politica, finora sconosciuta in America Latina. Secondo Thierry Meyssan, se le autorità religiose del continente non si assumeranno subito le proprie responsabilità, niente riuscirà a impedire il dilagare del caos.

| Damasco (Siria)

La nuova presidente dello Stato Plurinazionale della Bolivia brandisce i Quattro Vangeli e denuncia i “riti satanici” degli indios. Diversamente dai commenti della stampa internazionale, Jeanine Áñez non se la prende con gli indios – peraltro tutti cristiani – in quanto etnia, ma vuole imporre il fanatismo religioso.
Il 14 ottobre 2019, in un’intervista alla televisione Giga Vision, il presidente Evo Morales dichiarò di possedere registrazioni comprovanti la preparazione di un colpo di Stato da parte di esponenti dell’estrema destra e di ex militari, da mettere in atto qualora avesse vinto le elezioni [1].

Quel che poi è accaduto non è un vero e proprio colpo di Stato: è un rovesciamento del presidente costituzionale. Niente induce a credere che il nuovo regime saprà stabilizzare il Paese. Sono i primordi di un periodo di caos.
Le rivolte che si sono susseguite dal 21 ottobre hanno indotto a fuggire, l’uno dopo l’altro, il presidente, il vicepresidente, il presidente del senato, il presidente dell’Assemblea nazionale, nonché il primo vicepresidente del senato. Le sommosse non sono però cessate con l’intronizzazione alla presidenza ad interim, il 12 novembre scorso, della seconda vicepresidente del senato, Jeanine Áñez. Il partito di Áñez ha solo quattro deputati e senatori su 130. In compenso, la nomina di un nuovo governo senza indigeni ha spinto gli indios a scendere in piazza in sostituzione dei sicari che hanno cacciato il governo Morales.
Ovunque si registrano violenze interetniche. La stampa locale riferisce delle umiliazioni pubbliche e degli stupri. E conta i morti.

Se è evidente che la presidente Áñez ha il sostegno dell’esercito, non si sa invece chi abbia cacciato Morales: potrebbe essere una forza locale o una società transnazionale, oppure entrambe. L’annullamento di un mega-contratto per lo sfruttamento delle miniere di litio potrebbe aver spinto un concorrente a investire nel rovesciamento del presidente.
Una cosa soltanto è certa: gli Stati Uniti d’America, che adesso si rallegrano per il corso preso dagli avvenimenti, non li hanno provocati, sebbene cittadini e funzionari USA vi siano probabilmente implicati, come ha affermato il direttore dell’SVR [Servizio d’intelligence internazionale, ndt] russo, Sergueï Narychkine.
La pubblicazione della registrazione di una conversazione tra la ministra degli Esteri della Colombia, Claudia Blum, e l’ambasciatore colombiano a Washington, Francisco Santos, in un caffè della capitale statunitense, non lascia dubbi [2]: in questo momento il segretario di Stato USA Mike Pompeo è contrario a ogni intervento in America Latina; ha già mollato l’autoproclamatosi presidente del Venezuela, Juan Guaidó, facendo precipitare nello sgomento la Colombia anti-Maduro, e rifiuta ogni contatto con i numerosi apprendisti putschisti latino-americani.
Sembra che la nomina di Elliot Abrams come rappresentante speciale USA per il Venezuela non sia stata soltanto il prezzo della chiusura dell’inchiesta russa del procuratore Robert Mueller [3], ma anche un mezzo per farla finita con i neo-conservatori dell’amministrazione. Questo “diplomatico” si è comportato talmente male che in pochi mesi ha distrutto ogni speranza d’intervento imperialista USA in America Latina.
Del resto, il dipartimento di Stato USA è un cumulo di macerie: alti diplomatici hanno testimoniato contro il presidente Trump davanti alla commissione della Camera dei Rappresentanti incaricata dell’impeachment.
Ma chi conduce il gioco se non è l’amministrazione Trump a farlo? Evidentemente ci sono ancora residui importanti delle reti create dalla CIA negli anni dal 1950 al 1970. Dopo quarant’anni sono ancora presenti in numerosi Paesi dell’America Latina e possono agire autonomamente, con pochi appoggi esterni.

Le ombre del passato

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Ante Pavelić, capo della milizia degli ustascia, e il suo protettore, l’arcivescovo cattolico di Zagabria, monsignor Alojzije Stepinac. Il primo è ritenuto uno dei peggiori criminali della seconda guerra mondiale, il secondo viene considerato santo per aver lottato contro il comunismo.

Quando gli Stati Uniti decisero di arginare l’URSS, il primo direttore della CIA, Allen Dulles, e il fratello, il segretario di Stato John Foster Dulles, esfiltrarono miliziani dell’Asse un po’ ovunque nel mondo per combattere i partiti comunisti. Furono riuniti in un’associazione, la Lega Anticomunista Mondiale (WACL) [4], che organizzò in America Latina il “piano Condor” [5] per una cooperazione fra i regimi filo-USA e per assassinare i leader rivoluzionari, ovunque si rifugiassero.
Il generale-presidente boliviano Alfredo Ovando Candia (1965-1970) affidò al nazista Klaus Barbie (il “macellaio di Lione”) la caccia all’argentino Che Guevara. Barbie riuscì a eleminarlo nel 1967, come nel 1943 aveva fatto con il capo della Resistenza francese, Jean Moulin. Durante le dittature del generale Hugo Banzer Suárez (1971-1978) e di Luis Garcia Meza Tejada (1980-81), Klaus Barbie, assistito da Stefano Delle Chiaie (membro di Gladio, che organizzò in Italia il tentativo del colpo di Stato del principe Borghese), ristrutturò la polizia e i servizi segreti boliviani.
Dopo le dimissioni del presidente statunitense Richard Nixon, gli Stati Uniti si dedicarono alla grande operazione di trasparenza con le commissioni Church, Pike e Rockefeller sulle attività segrete della CIA. Il mondo scoprì soltanto le increspature di superficie, che erano comunque troppo. Nel 1977 il presidente Jimmy Carter nominò l’ammiraglio Stansfield Turner a capo della CIA, con l’incarico di ripulirla dai collaboratori dell’Asse e di trasformare i regimi filo-americani da dittature in democrazie. È perciò legittimo chiedersi come abbiano potuto Klaus Barbie e Stefano delle Chiaie supervisionare fino al 1981 il sistema repressivo della Bolivia.
Evidentemente Barbie e Delle Chiaie erano riusciti a organizzare la società boliviana in modo da prescindere dal sostegno di Casa Bianca e CIA. Gli bastava il sostegno discreto di qualche alto funzionario statunitense e il denaro di qualche multinazionale. Allo stesso modo hanno probabilmente agito i putschisti del 2019.
Durante il periodo anticomunista, Barbie favorì l’installazione in Bolivia di croati ustascia che avevano facilitato la sua fuga dall’Europa. Quest’organizzazione terrorista, creata nel 1929, rivendicava in primo luogo un’identità cattolica e aveva il sostegno della Santa Sede nella lotta contro i sovietici. Nel periodo tra le due guerre compì numerosi assassinii politici, fra gli altri quello, in Francia, del re ortodosso Alessandro I di Jugoslavia. Con la seconda guerra mondiale gli ustascia si allearono con fascisti e nazisti, pur conservando la propria specificità. Massacrarono gli ortodossi e arruolarono i mussulmani. In contraddizione con il cristianesimo cui in origine si riferivano, promossero una visione razzista del mondo e non consideravano gli slavi e gli ebrei come esseri umani a pieno titolo [6]. Alla fine della seconda guerra mondiale gli ustascia e il loro capo Ante Pavelić fuggirono dall’Europa e si rifugiarono in Argentina, dove furono accolti dal generale Juan Perón. Alcuni di loro però rifiutarono la sua politica e si staccarono: il gruppuscolo più intransigente emigrò in Bolivia [7].

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Per il neo-ustascia Luis Fernando Camacho, «la Bolivia appartiene a Cristo!»; una verità lapalissiana in una Paese al 98% cristiano. Ma cosa intende esattamente?

Gli ustascia in Bolivia

Quali che siano le ragioni etiche, è sempre difficile rinunciare a uno strumento offensivo. Così non bisogna meravigliarsi che collaboratori cacciati dal presidente Carter dalla CIA collaborarono con il vicepresidente di Ronald Reagan ed ex direttore della CIA, George Bush senior. Alcuni di loro formarono l’Antibolchevik Bloc of Nations [8]; si trattava soprattutto di ucraini [9], baltici [10] e croati. Tutti criminali oggi al potere.

Concerto di un gruppo ustascia a Zagabria nel 2007.

Gli ustascia boliviani hanno mantenuto legami con i fratelli d’armi in Croazia, in particolare durante la guerra del 1991-1995, in cui sostennero il partito cristiano-democratico di Franjo Tudman. In Bolivia hanno creato l’Unione Giovanile Cruceñista, milizia nota per le violenze antirazziali e le uccisioni d’indios aymara. Uno dei vecchi capi, l’avvocato e uomo d’affari Luis Fernando Camacho, è oggi presidente del Comitato Civico pro-Santa Cruz. È lui che apertamente dirige i sicari che hanno cacciato dal Paese l’aymara Evo Morales.
Sembra che anche il nuovo comandante in capo dell’esercito, Iván Patricio Inchausti Rioja, provenga dagli ustascia di Croazia. È lui che guida la repressione contro gli indios, munito della licenza d’uccidere della presidente Jeanine Áñes.
La forza degli ustascia boliviani non è nel numero. Sono solo un gruppuscolo. Eppure sono riusciti a cacciare il presidente Morales. La loro forza sta nell’ideologia: strumentalizzare la religione per giustificare il crimine. In un Paese cristiano nessuno osa opporsi spontaneamente a persone che si richiamano a Cristo.
Tutti i cristiani che hanno letto o sentito la nuova presidente annunciare il ritorno al governo della Bibbia e dei Quattro Vangeli — lei non sembra fare distinzione tra i due testi — e denunciare i «riti satanici degli indios» ne sono stati scioccati. Tutti hanno pensato fosse adepta di una setta. No, è soltanto una fervente cattolica.
Da molti anni mettiamo in guardia contro i partigiani al Pentagono della strategia Rumsfeld/Cebrowski, che vogliono fare nel Bacino dei Caraibi quanto fatto nel Medio Oriente Allargato. Sotto l’aspetto tecnico, il loro piano si è sempre scontrato con l’assenza di una forza latina, comparabile ai Fratelli Mussulmani e ad Al Qaeda. Tutte le macchinazioni partivano dalla tradizionale opposizione dei “capitalisti liberali” ai “socialisti del XXI secolo”. Non è più così. Ora una corrente interna al cattolicesimo predica la violenza in nome di Dio. Essa rende fattibile il caos. I cattolici latini si trovano nella stessa situazione dei sunniti arabi: devono con urgenza condannare questi individui per non essere travolti dalla loro violenza.

[1] Bolivie: Morales redoute un coup d’Etat s’il gagne les élections, AFP, 15 novembre 2019.
[2] Exclusivo: audios de polémica charla entre embajador Francisco Santos y la nueva canciller Claudia Blum, Publimetro Colombia, 20 de noviembre de 2019.
[3] “Venezuela, Iran: Trump e lo Stato Profondo”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 21 maggio 2019.
[4] «L’internazionale criminale: la Lega anticomunista mondiale», Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 3 luglio 2016, traduzione di Alessandro Lattanzio.
[5] Operación Cóndor, 40 años después. Stella Calloni, Infojus (2015).
[6] Nel 1823 il poeta Antun Mihanović, influenzato dal romanticismo tedesco, s’interrogò sulla possibile origine non-slava dei croati. Partendo da quest’ipotesi romantica, Ante Starčević teorizzò la giustificazione dell’indipendenza croata nei confronti di altri popoli dei Balcani. È su tale base che gli ustascia edificarono l’ideologia razialista, indipendentemente quindi dal nazismo. I nazisti, che avrebbero dovuto considerare i croati come sub-umani e farne i loro schiavi, trovarono comodo mobilitarli al proprio fianco, fingendo di credere a questo mito. Cf. The Racial Idea in the Independent State of Croatia. Origins and Theory, Nevenko Bartulin, Brill, 2014.
[7] Nationalism and Terror. Ante Pavelic and Ustasha Terrorism from Fascism to the Cold War, Pino Adriano and Giorgio Cingolani, Central European University Press (2018).
[8] Old Nazis, the new right and the Republican party, Russ Bellant, South End Press, 1988.
[9] «Chi sono i nazisti nel governo ucraino?», Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 4 marzo 2014, traduzione di Alessandro Lattanzio. «Ucraina: Stato canaglia neo-nazista incombente in Europa», Andrej Fomin, Fonte: Oriental Review (Russia), 28 febbraio 2014, traduzione di Alessandro Lattanzio. «Neo-nazi addestrati dagli Usa», Manlio Dinucci, Il Manifesto, 10 febbraio 2015. «Manifestazione nazista a Kiev», Rete Voltaire, 17 ottobre 2017, traduzione di Rachele Marmetti. «In Ucraina vivaio Nato di neonazisti», Manlio Dinucci, Il Manifesto, 23 luglio 2019.
[10] «La présidente de la Lettonie réhabilite le nazisme» par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 16 mars 2005. «Diritto di replica del governo lettone», ambasciatrice Solvita Aboltina, commenti di Manlio Dinucci e Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 11 ottobre 2018.

A letto col Terzo Reich: L’alleanza nascosta degli USA con la Germania nazista contro l’Unione Sovietica.

www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 18-11-19 – n. 729
https://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custjm18-022070.htm
A letto col Terzo Reich: L’alleanza nascosta degli USA con la Germania nazista contro l’Unione Sovietica.
Michel Chossudovsky | globalresearch.ca
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare 13/11/2019
La Germania nazista dipendeva in larga misura dalle forniture di petrolio della statunitense Standard Oil.

Nell’immagine: Adolf Hitler con Prescott Bush, nonno dell’ex Presidente USA George W. Bush.
Prescott Bush era un socio della Brown Brothers Harriman & Co e direttore della Union Banking Corporation, che aveva stretti rapporti con gli interessi delle imprese tedesche, come la Thyssen Steel, grande compagnia coinvolta nell’industria degli armamenti del Terzo Reich.
“… Nuovi documenti, declassificati [nel 2003], dimostrano che, anche dopo che l’America era entrata in guerra [8 dicembre 1941] e quando già esistevano significative informazioni sui piani e sulle politiche dei nazisti, egli [Prescott Bush] lavorò e fece guadagni con società strettamente legate alla finanza tedesca, la quale supportò economicamente l’ascesa al potere di Hitler. E’ stato anche evidenziato come il denaro ricavato da queste transazioni avesse aiutato a costruire la ricchezza e la fortuna della famiglia Bush, nonché a fondare la sua dinastia politica” (The Guardian, September 25, 2004).
Senza il sostegno degli USA alla Germania nazista, il Terzo Reich non sarebbe stato capace di dichiarare guerra all’Unione Sovietica. La produzione di petrolio della Germania era insufficiente per poter scatenare una grande offensiva militare. Durante tutto il conflitto, il Terzo Reich fece affidamento su regolari forniture di greggio da parte della Standard Oil, nelle mani della famiglia Rockfeller.

I principali produttori di greggio nei primi anni quaranta erano: gli Stati Uniti (50% della produzione globale di petrolio), l’Unione Sovietica, il Venezuela, l’Iran, l’Indonesia e la Romania.
Senza una regolare fornitura di petrolio, la Germania non sarebbe stata in grado di porre in essere l’Operazione Barbarossa, che venne lanciata il 22 giugno 1941. L’invasione dell’Unione Sovietica aveva la finalità di conquistare e prendere il controllo delle risorse petrolifere dell’Unione Sovietica nel Caucaso e nelle regioni del Mar Caspio: il petrolio di Baku.
La domanda mai posta. Da chi ha avuto il petrolio la Germania?
Già prima del dicembre 1941, il petrolio texano veniva spedito in Germania con regolarità. Sebbene la Germania fu in grado di sintetizzare il carbone in benzina sintetica, tale produzione si rivelò insufficiente. Inoltre, le risorse petrolifere di Ploesti, in Romania (sotto il controllo nazista fino al 1944) erano minime. La Germania nazista dipese largamente dalle forniture statunitensi della Standard Oil.
L’attacco di Pearl Harbor (7 dicembre 1941) avvenne appena sei mesi dopo il lancio dell’operazione Barbarossa (Luglio 1941). Gli Stati Uniti entrarono nella Seconda Guerra Mondiale dichiarando guerra al Giappone ed alle altre potenze dell’Asse.
La normativa sui commerci col nemico del 1917, ufficialmente applicata a seguito dell’ingresso degli Usa nella Seconda guerra mondiale, non impedì alla Standard Oil of New Jersey di vendere petrolio alla Germania nazista. Ciò avvenne nonostante il Senato americano avesse messo nel 1942 la Standard Oil sotto inchiesta.
Sebbene le spedizioni di greggio proveniente direttamente dagli USA fossero state ridotte e contingentate, la Standard Oil avrebbe venduto il suo petrolio tramite triangolazione con paesi terzi. Il petrolio statunitense fu spedito alla Francia occupata tramite la Svizzera, e dalla Francia fu spedito in Germania.
“… per la durata della Seconda Guerra Mondiale la Standard Oil, all’interno degli accordi che Teagle aveva supervisionato, (1) continuò a fornire di petrolio la Germania nazista. Le spedizioni vennero effettuate attraverso la Spagna, le colonie della Francia di Vichy nelle Indie Occidentali e la Svizzera”
Dovrebbe essere evidenziato che una larga fetta della domanda di petrolio della Germania nazista fu soddisfatta dalle spedizioni del Venezuela, il quale, all’epoca, era di fatto una colonia USA.
Il presidente del Venezuela sostenuto dagli USA al tempo della guerra, il Generale Isaías Medina Angarita, (al potere dal maggio 1941 all’ottobre 1945) fu messo lì per proteggere gli interessi petroliferi degli USA, così come per consentire il “commercio col nemico” sin dall’inizio dell’entrata in guerra degli USA nel dicembre 1941.
John D. Rockefeller Jr. possedeva un pacchetto azionario di controllo della Standard Oil corporation, ma il secondo più grande azionista era l’impresa chimica tedesca IG Farben, attraverso la quale la compagnia statunitense ha venduto ai nazisti oltre 20 milioni di dollari in benzina e lubrificanti. E la filiale venezuelana della medesima impresa USA ha spedito oltre 13.000 tonnellate di greggio in Germania, ogni mese, greggio che la possente industria chimica del Terzo Reich ha immediatamente trasformato in benzina.
Mentre il governo di Medina Angarita, su pressione di Washington, rimase ufficialmente neutrale sin dai primi momenti di Pearl Harbor (7.12.1941), ma di fatto allineato agli USA che avevano rotto ogni relazione colla Germania nazista, i traffici di greggio dal Venezuela verso la Germania non subirono interruzioni. Con una svolta piuttosto insolita (al limite del ridicolo) il Venezuela dichiarò guerra alla Germania nel febbraio 1945, quando il conflitto era ormai giunto al suo termine.
Senza queste spedizioni di greggio assicurate dalla Standard Oil e dai Rockfeller, la Germania nazista non sarebbe stata in grado di realizzare la propria agenda militare. Senza carburante, l’apertura del fronte orientale del Terzo Reich e l’Operazione Barbarossa probabilmente non avrebbero avuto luogo, salvando milioni di vite. Il fronte occidentale, con l’occupazione militare di Francia, Belgio e Paesi Bassi, ne avrebbe altrettanto subito conseguenze.
L’amministrazione di F.D. Roosevelt avrebbe potuto adottare severe sanzioni contro la Standard Oil, con il fermo intento di rafforzare il blocco contro la Germania nazista.
Ma gli Stati Uniti non pensavano alla pace: l’obiettivo taciuto era non soltanto quello di distruggere l’Unione Sovietica, ma anche quello di minare il ruolo della Gran Bretagna come potenza imperiale.
Togliamoci ogni illusione. Senza le spedizioni di greggio assicurate dalla statunitense Standard Oil e dalle sue affiliate, l’intero disegno imperiale della Germania nazista non avrebbe potuto essere intrapreso.
Non puoi dichiarare una guerra senza benzina.
Gli Stati Uniti sono andati a letto col nemico per tutta la Seconda guerra mondiale.
L’obiettivo degli USA era quello di distruggere l’Unione Sovietica.
Guardando avanti al 2019
L’Unione Europea ha recentemente adottato una risoluzione intitolata “Importanza della Giornata europea del ricordo per il futuro dell’Europa” che rafforza una precedente dichiarazione del 23 dicembre 2008.
La risoluzione afferma che la Seconda guerra mondiale:
“è iniziata come immediata conseguenza del noto patto di non aggressione nazisovietico del 23 agosto 1939…e dei suoi protocolli segreti, attraverso I quali due regimi totalitari condivisero il fine della conquista del mondo e divisero l’Europa in due zone di influenza”.
Questa è una proposizione assurda che distorce la storia. Asserisce che la Germania nazista e l’Unione Sovietica fossero alleati.
Nega il fatto che l’Unione Sovietica sia stata la vittima dell’aggressione nazista, la quale ha avuto come risultato l’uccisione di più di 25 milioni di sovietici (più del 10 per cento della popolazione).
La risoluzione capovolge la realtà storica. L’Unione Sovietica ha giocato un ruolo centrale sia nella sconfitta dei nazisti che in quella dei giapponesi. Inoltre vi è ampia prova che gli USA andarono a letto col nemico, con il più ampio fine di distruggere l’Unione Sovietica e uccidere la sua popolazione.
Le spedizioni di greggio alla Germania nazista (fino al 1944) furono volte a sostenere l’Operazione Barbarossa di Hitler, la quale provocò milioni di morti. Sotto questo profilo, gli Stati Uniti furono complici dei crimini di guerra commessi, sostenendo le ambizioni militari della Germania nazista.
L’ampio disegno della cooperazione tra USA e nazisti
Vendere carburante alla Germania nazista fu solo una delle diverse strategie contemplate dagli USA.
Gli interessi commerciali statunitensi continuarono a cooperare colle imprese naziste anche dopo Pearl Harbor.
Nessun tentativo venne posto in essere per vietare alla Ford di mantenere i suoi interessi e contatti coi tedeschi nella Francia occupata, neppure venne proibito alla Chase Bank o alla Morgan Bank di mantenere aperte le proprie filiali nella Parigi occupata. Si riporta che la Reichsbank e il Ministro nazista dell’Economia fecero esplicita promessa a certuni amministratori di compagnie statunitensi che le loro proprietà non sarebbero state toccate dopo la vittoria del Fuhrer. In tal modo, i capi di queste imprese, come si suol dire oggi, potevano lanciare un dado col sei su ogni faccia. Qualunque parte avesse vinto la guerra, i poteri che veramente controllano le nazioni non sarebbero stati ostacolati.
“Cancellare l’Unione Sovietica dalle mappe”
Già nel corso del 1942 (all’apice della Seconda guerra mondiale), era stato contemplato un attacco nucleare contro l’Unione Sovietica. Secondo un documento segreto (declassificato) ed emesso il 15 settembre 1945 (5 settimane dopo Hiroshima):
“il Pentagono ha previsto di fare saltare in aria l’Unione Sovietica con un attacco nucleare coordinato diretto contro le sue maggiori aree urbane… Il Pentagono ha stimato che sarebbero state necessarie un totale di 204 bombe atomiche per “cancellare l’Unione Sovietica dalle mappe”. I bersagli dell’attacco nucleare erano individuati nelle 66 maggiori metropoli. (Per maggiori dettagli vedi Michel Chossudovsky, Global Research, 10 dicembre 2017)
Una singola bomba atomica lanciata su Hiroshima il 6 agosto 1945 ebbe come conseguenza la morte immediata di più di 100.000 persone. Immaginate cosa sarebbe potuto accadere se 204 bombe atomiche fossero state lanciate su tutte le maggiori aree urbane dell’Unione Sovietica. Questo progetto diabolico, formulato quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica erano ancora alleati, è equivalente ad un vero e proprio genocidio.
Ndt
(1) Gli accordi di Achnacarry sono stata un’intesa stipulata il 17 settembre 1928 tra Henry Deterding, direttore generale della Royal Duch Shell, Walter C. Teagle, rappresentante della Standard Oli Company, e Sir John Cadman, dirigente della Anglo-Persian Oil Company (successivamente British Petroleum). Tale accordo era finalizzato a stabilire zone di estrazione e prezzi di vendita del greggio affinché non ci fosse concorrenza, bensì cooperazione tra le compagnie. Successivamente alle prime tre compagnie petrolifere si aggiunsero Mobil, Chevron, Gulf e Texaco. Le compagnie petrolifere aderenti all’accordo in seguito furono conosciute anche come le sette sorelle.(  Note storiche sugli accordi di Achnacarry nel volume “Le fonti dell’energia: Storia e prospettive”, di Maurizio Godart, UTET-De Agostini, 2014).
 

1999-2012 : Nato, Serbia, Balcani e Russia

Tratto da “Rinascita” 29 settembre 2012 – http://www.rinascita.eu/?action=news&id=17024
Intervista a Yves Bataille, geopolitico franco-serbo e attivista nazionaleuropeo impegnato contro l’occupazione atlantica dell’Europa fa il punto sulle strategie di dominio atlantiche oggi in Europa, dopo l’aggressione del 1999 a Belgrado

D: Yves Bataille, sono trascorsi oramai 13 anni dalla fine della guerra d’aggressione della Nato alla Repubblica Serba. Il 24 marzo 1999 fu ordinato d’iniziare i bombardamenti, un momento importante e tragico perché era la prima volta dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale che la guerra si riaffacciava nel cuore dell’Europa, questa volta mascherata da “volto umanitario” dalle Potenze Occidentali. Ci vuole illustrare le cause che portarono allora all’aggressione di uno Stato sovrano da parte della più forte alleanza militare d’oggi?
R: Sì, era la prima volta dalla seconda guerra mondiale che un paese europeo veniva bombardato da un esercito di una coalizione. Naturalmente le ragioni di questo attacco erano false. Dopo aver aiutato le forze separatiste in Krajina e della Bosnia, l’Occidente con la scusa di evitare una “catastrofe umanitaria” in Kosovo è intervenuto. I 78 giorni di bombardamenti sono la prosecuzione dell’ aggressione iniziato nel 1991. Come primo passo, i paesi dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (Nato) hanno stretto la Jugoslavia e in un secondo tempo si sono portati via il suo cuore, ovvero la Serbia che è la componente principale e la sua armatura centrale.
Le vere ragioni dell’attacco sono numerose. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la riunificazione della Germania, è stato necessario rimuovere il modello originale di Jugoslavia, che aveva due caratteristiche: autonomia e neutralità. La Jugoslavia era “tra Oriente e Occidente”. Come “Est” non esiste più perché è stata invasa dall’Ovest. Gli Anglo-Sassoni hanno voluto introdurre il loro “libero mercato”. La Nato ha voluto estendere ulteriormente il suo controllo al territorio lasciato libero da parte dell’Unione Sovietica nei paesi ex Patto di Varsavia. Co-fondatore del Movimento dei Paesi Non Allineati, la Jugoslavia doveva non solo scomparire, ma servire come banco di prova per le future guerre.

 

 

Nel 1990 una relazione della Cia prevedeva il crollo della Federazione. Nel novembre dello stesso anno, il Congresso degli Stati Uniti aboliva i prestiti alla Jugoslavia fino a che le elezioni si sarebbero svolte separatamente in ogni repubblica. Ciò ha contribuito a peggiorare i già difficili antagonismi socio-economici ed etnici che stavano riemergendo. Nel 1986, il Memorandum dell’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti (Sanu) indicava questi problemi e richiamava l’attenzione sulle difficoltà dei serbi della Repubblica di Serbia a vivere nella Federazione. Falsamente presentato dalla stampa occidentale come un manifesto del nazionalismo serbo, è servito ad inventare l’esistenza di un piano serbo per “conquistare la Jugoslavia.” In realtà coloro che volevano conquistare la Jugoslavia erano gli occidentali.

Per i centri finanziari di Washington, Londra, Bruxelles e Berlino, il presidente serbo Slobodan Milošević era un “dittatore” che si era opposto alla riforma del Fondo monetario internazionale (FMI) e della Banca mondiale, impedendo il cosiddetto libero scambio (“libero mercato”). Nel suo grande discorso a Gazimestan sulla scena della battaglia di Kosovo Polje nel 1989, davanti a un milione di persone, era stato presentato dagli occidentali come il punto di partenza di un viaggio verso una Grande Serbia, un pericolo per le altre repubbliche. Il moto rotatorio instaurato a Belgrado dopo la morte del maresciallo Tito, doveva essere utile nelle mani dei sostenitori delle varie repubbliche che rappresentavano la Serbia come il pericolo. La verità è che i serbi sono una memoria vivente e hanno una capacità militare riconosciuta, un vero ostacolo alla formazione di un nuovo “Drang nach Osten” Marcia ad Est.

Pur essendo un esercito in gran parte obsoleto, l’Armata Popolare Jugoslava (Jna) era una forza in grado di svolgere una resistenza nazionale sviluppato sulla base della “Dottrina della Difesa Popolare”. La gran parte dei soldati di leva erano serbi dal momento che rappresentavano la maggioranza della popolazione della Federazione. L’esercito jugoslavo però doveva essere descritto come un esercito di conquista, il popolo serbo e i suoi capi criminalizzati e collettivamente demonizzati. Tutte le tecniche di propaganda dei media sono stati usate per questo scopo aizzando contro la Serbia i gruppi etnici delle componenti periferiche della Federazione jugoslava.
Gli Ustascia, la Divisione Handschar, Balli Kombëtar, sono stati presentati come sue “vittime”. Ma in Krajina, Bosnia o in Kosovo, decine di migliaia di morti e la pulizia etnica di centinaia di migliaia di serbi ha distrutto questa favola. La guerra in Jugoslavia è stata una guerra di distruzione della Jugoslavia, una guerra di aggressione contro la Serbia e la guerra contro l’Europa geopolitica.

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D: La Nato ha sempre giustificato il suo intervento per fermare i massacri etnici a danno della popolazione kossovara a causa delle Forze Armate di Belgrado, un’ingerenza umanitaria che si è ripetuta recentemente con la Libia di Gheddafi, dove il Kosovo per la tradizione serba è la culla della propria storia centenaria. Si volle a tutti costi creare un Kosovo “indipendente” sulla base, si è sempre sostenuto, degli accordi di Rambouillet, in conformità al Diritto Internazionale e alla Carta delle Nazioni Unite, ecc. ecc. Qual è la sua opinione al riguardo? Vogliamo parlare della pulizia etnica operata nei confronti sei serbi del Kosovo?
R: La denuncia di un massacro è una ricetta che si è dimostrata vincente. Nel loro libro “War and Anti-War“ (“Guerra e Contro Guerra, sopravvivere al XXI secolo“), di Alvin e Heidi Toffler, essi evidenziano che è un requisito indispensabile per l’avvio di qualsiasi guerra. Questo permette di ottenere il sostegno del pubblico e fornisce una motivazione per le spedizioni militari. Questa idea non era nuova, ma è diventata sempre più importante con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione e di influenza moderna.

La guerra contro i serbi è da prendere come esempio, perché anticipava i successivi attacchi di Paesi della Nato nei confronti degli Stati indipendenti e sovrani. La Jugoslavia ha sempre portato come modello questo massacro, che poi è stato attuato in Libia per la guerra contro Gheddafi, e ora lo si sta utilizzando contro la Siria. Gli attacchi a Sarajevo, il “massacro” di Srebrenica in Bosnia e il Racak in Kosovo hanno preceduto di poco le nuove azioni della “comunità internazionale”, giustificando così gli incontri drammatici delle Nazioni Unite, le sanzioni, gli embarghi, i bombardamenti, e il rinvio alla Corte Penale Internazionale – Icc. Reale o percepito, l’attacco o la strage pubblicizzata serve sempre a scatenare i mezzi di comunicazione, passando poi alle testimonianze di Ong ad hoc e mobilitare gli ‘opinion leader’.
Quando si studia la cronologia degli eventi che vediamo, la questione del Kosovo è stata sull’agenda degli Stati Uniti fin dall’inizio della guerra, ma è stata tenuta in riserva. Nel 1992, il Congresso degli Stati Uniti ha preso una posizione per la minoranza albanese e ha annunciato l’intervento di Washington nella regione autonoma. Dopo il conflitto di Krajina e della Bosnia, il ministro degli Esteri tedesco, Klaus Kinkel, atlantista, ha annunciato pubblicamente che la questione del Kosovo non sarebbe rimasta un affare interno della Serbia.

Sappiamo che il risultato è stato la creazione di un movimento di mercenari reclutati localmente e all’estero e l’organizzazione di una conferenza internazionale in un Paese con l’obiettivo di imporre un diktat. Il Consigliere Speciale dei separatisti della delegazione albanese a Rambouillet non era altro che Morton Abramowitz, l’uomo che nel Dipartimento di Stato si occupava di operazioni segrete durante la guerra in Afghanistan, avendo a suo tempo fornito i famosi missili terra-aria Stinger ai mujahidin legati a Bin Laden. Quella guerra venne definita da Zbigniew Brzezinski come una guerra per smantellare l’Unione Sovietica, e i volontari islamici che credono nel Jihad sono la punta di diamante di tutte le guerre americane con il supporto delle monarchie arabe.

La messa in scena del cosiddetto “massacro di Racak” (15 gennaio 1999) dove avevamo solo raccolto i corpi sparsi di membri dell’Uck, poi rivestiti facendo credere in un massacro di poveri contadini albanesi, è stata utilizzata per dare il via libera al bombardamento della Nato. Un ruolo in tutta questa messa in scena lo hanno avuto gli “Osservatori” dell’ Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) e il loro capo, l’americano William Walker, già della Scuola delle Americhe (Soa) e implicato negli squadroni della morte in El Salvador, il quale ha seguito personalmente la messa in scena. Successivamente sono seguiti quasi tre mesi di bombardamenti indiscriminati, l’ingresso delle forze Nato in Kosovo e la pulizia etnica dei serbi. Le “catastrofi umanitarie” albanesi erano solo una farsa.

D: La Nato condusse allora una campagna militare essenzialmente aerea -Operazione Allied Force – durata 77 giorni e terminata il 10 giugno 1999, arrivando a 38 mila missioni in totale, in questo non facendo alcuna differenza tra obiettivi militari e civili, una copia di quello già visto sulla Germania durante la II Guerra Mondiale, usare il terrore delle bombe per cercare di piegare un popolo. In che misura questo riuscì in Serbia?
R: La differenza con i bombardamenti sulla Germania è stata l’evoluzione della tecnologia. Nelle operazioni in corso non sono più i bombardamenti a tappeto, ma gli ‘attacchi chirurgici‘. Bombe e missili hanno una maggiore precisione e grande capacità di distruzione. Un missile è sufficiente per far saltare un grande edificio. Ho vissuto i bombardamenti della Nato. La reazione del popolo serbo è stata esemplare. Dopo il primo momento di incertezza, i serbi si comportava come se nulla fosse accaduto. Il ricorso ai rifugi è diminuito nel corso del tempo e la gente ha cominciato a ballare e cantare sotto le bombe. L’Esercito e la Milizia hanno usato una tattica che si è rivelata molto efficace per evitare di essere colpiti, hanno evacuato le caserme e sono stati suddivisi in piccole unità ad alta mobilità, per cui i bombardamenti hanno avuto poco effetto. Nonostante non fosse modernissima, la Difesa Antiaerea (Pvo) aveva costretto gli aerei nemici a non volare al di sotto dei 5000 metri. I radar montati su vecchi camion sovietici dopo aver agganciato gli aerei della Nato e consentito alla contraerea di aprire il fuoco, in tre minuti potevano cambiare la loro posizione per evitare di essere distrutti dai missili antiradar. Ci sono state poche vittime e gli accordi militari dopo Kumanovo (9 giugno 1999) l’Armata serba del Kosovo si ritirò in buon ordine, con quasi tutto il materiale, al contrario dei civili che hanno dovuto pagare un prezzo molto alto. Si parla di almeno 3.500 morti e non 500 come sostenuto da “Amnesty International”. ‘Solo?”, affermano alcuni, come i soliti sostenitori della “guerra umanitaria” che a loro dire è una guerra pulita(?) che salva le persone. Missili e bombe a guida laser sono certamente molto accurati, ma non sempre funzionano bene e sono a volte deviati dal loro percorso. Si deve aggiungere che questo dato non tiene conto delle migliaia di altre vittime degli effetti dei bombardamenti (o decine di migliaia di serbi uccisi prima e/o dopo il bombardamento da parte della forze Nato in Krajina, Bosnia e in Kosovo).

Va ricordato l’uso di proiettili all’uranio impoverito e l’inquinamento derivante dalla distruzione (volontaria) d’impianti petrolchimici, i cui veleni si sono riversati nell’atmosfera. Esiste una correlazione tra i luoghi più bombardati e i tumori.

Specialisti dell’Accademia Militare di Medicina (Vma), mi hanno riferito dell’uso in cinque diverse località del paese di armi batteriologiche, ma l’Ambasciata degli Stati Uniti ha chiesto al governo serbo di distruggere questo file… Le perdite della Nato sono difficili da stabilire, anche se la Nato ha detto che non ne ha avute, ma vi sono state. Decine di armamenti (elicotteri, aerei e Uav) sono stati distrutti e le forze speciali inglesi e americane che appoggiavano le milizie del “Kosovo-Liberation Army” hanno perso numerosi uomini. Operazioni dell’aviazione serba hanno distrutto decine di aerei a terra degli americani a Tuzla (Bosnia) e Tirana (Albania).

D: In un lucido saggio, dal titolo “La Giustizia dei Vincitori”, Danilo Zolo analizza il vero volto delle “Humanitarian Intervention”, che sono presenti nei documenti preparati dalle massime autorità statunitensi, sia politiche sia militari a partire dal 1980. Proprio George Bush nel 1990, in un suo discorso nel Colorado, parlò delle linee guida di un programma di pacificazione del mondo denominato “ New World Order”; successivamente tale progetto venne perfezionato con la direttiva “ National Security Strategy of the United States“ e ulteriormente sviluppato nel “ Defence Planning Guidance”. La stessa Nato doveva trasformarsi da sistema integrato difensivo contro il Patto di Varsavia in braccio armato per i nuovi interventi, come fu presentata al Vertice di Roma del 1991 la “New strategic concept”. Dott. Batj lei che ne pensa, anche alla luce di quanto sta accadendo in Siria in questi giorni?
R: Io dico: E’ il partito che controlla la pistola. L’esercito è solo l’esecutore. Per imporre il “nuovo ordine mondiale” è stata elaborata una dottrina. Questa è la “Casa del Nuovo Ordine Mondiale.” “R2P”Responsibility to Protect è un’iniziativa delle Nazioni Unite (istituita nel 2005 si basa sull’idea che la sovranità non è un diritto, ma una responsabilità e si sviluppa nella prevenzione di genocidi, crimini contro l’umanità, crimini di guerra ed etnici), in realtà è solo una maschera che rende l’aggressore virtuoso, il trucco delle Nazioni Unite imposto dagli Anglo-Sassoni e dalla struttura globalista di Morton Abramowitz, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia, fondatore di International Crisis Group (Icg).

Si possono così presentare come aggressione “umanitaria” dello Zio Sam le spedizioni militari della sua fanteria coloniale. R2P è stata la bandiera agitata contro la Jugoslavia sotto il nome di “giusto” o “dovere di intervenire“ da Bernard Kouchner, il primo rappresentante delle Nazioni Unite come forza di occupazione. Inoltre, non è un caso che la compagna di Kouchner, Christine Ockrent, fosse la rappresentante della Francia per l’ICG o se Martti Ahtisaari, l’editore della separazione del Kosovo, apparteneva anche lui a questa struttura. Personaggi chiave del dispositivo collegato a “Human Rights Watch” (Hrw) e all’”International Crisis Group” (Icg), Gareth Evans (ex ministro degli Esteri australiano), Lee Hamilton (ex Alto Commissario per i diritti umani alle Nazioni Unite), David Hamburg (della Fondazione Carnegie), James Traub (del Council on Foreign Relations). Tutti appartengono al Global Centre for the Responsability to Protect. Questo chiamiamolo pure club anglosassone, al servizio del Anglosfera imperialista che ha imposto R2P presso le Nazioni Unite. Tutte queste persone difendono il cosiddetto “diritto internazionale”, che è una loro interpretazione del diritto e si applica solo in certi luoghi e non in altri. Dopo tre mesi di bombardamenti i serbi avevano accettato la risoluzione 1244 dell’ONU che prevedeva che il Kosovo rimanesse alla Serbia attraverso un “ampia autonomia”. La “comunità internazionale” con Morton Abramowitz ha violato tali accordi con la concessione dell’indipendenza all’entità shiptar (albanesi).

Spinto da una mentalità messianica, questo piccolo gruppo causa le guerre e la distruzione degli Stati indipendenti e sovrani, per imporre quello che loro chiamava la “governance globale”. Nel 1992, il diplomatico americano Strobe Talbott ha riassunto l’idea: “la sovranità nazionale è al termine, erosa pezzo per pezzo, in modo più efficace del vecchio attacco frontale” […] “la nazionalità sarà obsoleta e tutti gli Stati riconosceranno un’unica autorità globale”. Il termine “cittadino del mondo assumerà poi il suo vero significato.” Ecco le guerre del quarto di secolo per soddisfare questa “agenda”.

D: Uno sguardo alla Serbia di oggi del neopresidente Tomislav Nikolić, che è subentrato a Boris Tadić. Come giudica il mandato di Tadic e invece quali prospettive si possono aprire per Belgrado con Nikolić, sarà anche lui un fautore dell’integrazione europea ? E nei riguardi del problema Kosovo che farà il nuovo esecutivo e qual è il sentire del popolo serbo nei riguardi dell’Ue?
R: La posizione del nuovo presidente serbo è quello di una linea tra due linee. Sì all’integrazione europea e un buon accordo di cooperazione con la Russia. Questa posizione è vista con antipatia dagli ambienti atlantici che temono un riavvicinamento con Mosca. Con l’ex presidente Tadić, Washington e Bruxelles erano sicuri di inserire in un modo o in un altro ambito la Serbia nella sfera “euro-atlantica”. Facendo agire in sinergia questi due centri con la speranza poi di arrivare al riconoscimento dell’”indipendenza” del Kosovo.

Se ci fosse un avvicinamento tra Belgrado e Mosca tutto ciò diverrebbe molto più difficile. Indice di questo nervosismo è stato il violento attacco a mezzo stampa di un certo Michael Morgan dal titolo: “Serbia, lo Stato fantoccio russo nei Balcani”, un articolo pubblicato dalla struttura separatista Slobodna Vojvodina. Dalla scissione del Partito radicale serbo (Srs), il Partito Progressista Serbo (Sns) ha beneficiato di risorse molto ingenti per la campagna elettorale, almeno pari a quelle del Partito Democratico (Ds) di Boris Tadić.

E’ stata abbastanza sorprendente questa affermazione, dato che la sua nascita era recente. Si dice nei media che la Russia ha partecipato al finanziamento di questa campagna. Vero o falso, gli occidentali non possono lamentarsi perché hanno finanziato il Partito Democratico e una miriade di organizzazioni non governative che hanno a suo tempo fatto l’opposizione a Milosevic. La “Fondazione Soros”, il “National Endowment for Democracy” e l’ “Usaid” hanno creato una rete di associazioni e Ong che ricevono ingenti finanziamenti.

Nella composizione del nuovo governo vi è stata la nomina di un ultra-liberale caduto in disgrazia sotto Tadić, Mladjan Dinkic, al Ministero dell’economia e un riallineamento dei socialisti al nuovo regime – che “socialisti non sono” come mi ha detto a Belgrado l’ex ministro francese della Difesa Chevènement – e si pone quindi la questione del compromesso e/o del calcolo. A parte il fatto che molti settori dell’opposizione nazionale ritengono che i capi del nuovo regime, Nikolić e Vucic, hanno tradito Vojislav Seselj, il leader radicale imprigionato a L’Aia, per creare con l’appoggio americano-occidentale un partito sul modello di “Alleanza Nazionale” in Italia. Abbiamo così a che fare con dei nazionalisti moderati ansiosi di risparmiare l’Occidente, una mossa destinata a proteggere il nemico e dare tempo, o facendo il doppio gioco. Il futuro lo dirà…

D: La Russia considerata potenzialmente la nazione più vicina alla Repubblica Serba che ruolo ha giocato fino ad oggi? Il ritorno di Vladimir Putin com’è visto a Belgrado?
R: L’Occidente ha sfruttato la momentanea scomparsa della Russia dalla scena, per attaccare la Serbia con gli effetti che conosciamo. La successione di Vladimir Putin ha avuto luogo quando il gioco per la Jugoslavia era già iniziato e la disgregazione territoriale della Serbia in fase di attuazione. In Bosnia e Kosovo i volontari russi hanno combattuto con i serbi durante la guerra, ma erano iniziative individuali o di gruppi. Il ritorno di Putin al potere è stato ben visto a Belgrado, dove molti intravedono una futura alleanza con la Russia per assicurare l’indipendenza e la sicurezza nazionale. La forza dei filo-russi è dimostrata dal gran numero di associazioni serbo-russe. La cooperazione tecnica militare era già stata sviluppata sotto il precedente regime e i russi l’hanno allargata nell’ambito di una base per le emergenze di protezione civile vicino a Nis, base facilmente convertibile in militare dicono gli analisti occidentali. Quest’ultima non è lontana dal campo base statunitense Bondsteel in Kosovo.

La Serbia è diventata anche un importante collegamento – di ben 450 km – per la geopolitica del gas russo alla rete South Stream. È stato costruito a Banatski Dvor, in Vojvodina, un grande serbatoio in grado di contenere 300 milioni m3 di gas, che può fornirlo ai paesi dell’Europa occidentale per un certo periodo: la Serbia ne controllerà il rubinetto. Sembra che ci sarà un’intensificazione della cooperazione tra i due paesi, e alcuni addirittura parlano di una possibile integrazione della Serbia nell’Unione Eurasiatica di Vladimir Putin.

D: Qual è l’attuale situazione dal punto di vista geopolitico dei Balcani, dopo lo smembramento della Jugoslavia?
R: Il campo di battaglia di ieri della Jugoslavia è ora uno spazio frammentato territorialmente. Sei entità teoriche giocano la commedia dell’indipendenza. Nella ex repubbliche di Jugoslavia gli “Stati” hanno perso il controllo delle loro risorse, e l’agricoltura e i settori industriali sono stati venduti a un prezzo ridicolo agli interessi stranieri grazie alle privatizzazioni. Le banche jugoslave sono stati comperate da banche estere, alcune acque minerali della Serbia e le piante di tabacco sono in mano alla “Coca Cola” e alla “British American Tobacco”. La Dalmazia ha perso alcune delle sue isole vendute al miglior offerente. Costruita dal consorzio americano-turco Bechtel-Enka, l’autostrada Zagabria Adriatico è costata tre volte di più rispetto alla stima iniziale. Come già avvenuto nella Repubblica Ceca e in Polonia, i tedeschi hanno comprato le società dei grandi mezzi di comunicazione. Il resto è sotto il controllo degli americani, mentre i francesi controllano l’industria del cemento con Lafarge. Gli Stati Uniti inoltre controllano l’acciaio serbo e i vari supermercati sono di proprietà straniera. La Navigazione sul Danubio si è ridotta notevolmente, e la Slovenia e la Croazia non hanno più l’autosufficienza alimentare e devono importare il cibo da Germania e Austria. Il Montenegro, dove c’è il filo-occidentale Milo Djukanovic, è diventato la ventesima fortuna nel mondo, quasi tutto è stato venduto all’estero.

La Serba Zastava auto è scomparsa a favore della Fiat, mentre gli amici di George Soros con le miniere di Trpca in Kosovo hanno ingaggiato una battaglia legale per sfruttarle. Lo spazio jugoslavo ha subito il furto e il saccheggio. Al posto di un ex stato sovrano federale ci sono dei mini stati–fantoccio che giocano la commedia dell’indipendenza, con la sola eccezione della Serbia. Nonostante la rimozione di Slobodan Milošević, nonostante il disastroso periodo di “transizione democratica” a tutti i livelli (non dimentichiamo la consegna dei patrioti al Tribunale dell’Aia), lo Stato serbo ha mantenuto una forte identità e una capacità di resistenza elevati. Così non è entrato nella Nato, nonostante la “transizione democratica”, e continua a resistere in Bosnia e in Kosovo … E la Republika Srpska in Bosnia non sarà sepolta in un ente dominato dai musulmani e un giorno vorrà riunirsi alla Repubblica di Serbia. In Kosovo nel Nord vi sono le barricate che esprimono il rifiuto serbo di cedere al potere dei leader albanesi arrivati ​​con la Nato. Questo tipo di resistenza senza leader, al di fuori e al di sopra delle parti, è un modello nel suo genere e la barricata di Kosovska Mitrovica – Ponte sul fiume Ibar, è sorvegliata giorno e notte dai volontari, è un simbolo che la Nato non può accettare e l’attacca cercando di rimuoverla.

D: Infine i rapporti Italia Serbia, che hanno toccano il livello più basso dopo il via libera dato dal governo D’Alema agli aerei Nato della base di Aviano e aerei dell’AMI sono stati impegnati in operazioni belliche. Ora al governo c’è Monti uomo della Goldman Sachs, che ne pensa?
R: D’Alema o Monti, credo che per i serbi non faccia troppa differenza. E’ noto in Serbia come i primi aerei Nato per i bombardamenti, esclusi i missili da crociera sulle navi, siano partiti dall’Italia. Ma questo è secondario, perché tutta l’Europa occidentale è considerata una base Usa. Tuttavia, gli italiani sono visti ancora positivamente. Durante la seconda guerra mondiale l’occupazione italiana di una parte della Jugoslavia non ha lasciato troppi brutti ricordi. All’inizio della guerra (il 1990), Seselj ha chiesto una “frontiera comune con l’Italia” sul lato della Krajina Knin e la Dalmazia! A differenza degli “alleati”, l’Italia non ha chiuso la sua ambasciata durante i bombardamenti della Nato.

Si è rinnovato il legame con la Fiat a Kragujevac, mentre la Peugeot voleva subentrare alla Zastava Fiat, ma alla fine ha vinto il gruppo di Torino. Il comportamento del governo francese è così vile che tutti i prodotti francesi ne subiscono le conseguenze. Presto la Francia produrrà ed esporterà “i diritti umani”. Gli italiani hanno anche costruito un grande ponte sulla Sava, affluente del Danubio a Belgrado, anche se si parla di una tangente di grandi dimensioni sotto il precedente regime.


www.disinformazione.it

Preso da: http://www.disinformazione.it/guerra_balcani.htm

Chernobyl. Eroi dimenticati e traditi, o una nuova campagna antirussa e antisovietica?

Scritto da Enrico Vigna

agosto 2019

 

Improvvisamente, al di là di righe commemorative o occasionali, negli ultimi mesi su tutti i media occidentali è dilagata una marea di servizi, articoli, analisi, denunce degli errori della dirigenza dell’ex URSS ( che ci sono stati sicuramente), della “vergogna” per aver dimenticato e abbandonato i sopravvissuti, in particolare gli eroi, i “liquidatori”. Come sempre ondate di falsità e menzogne, alcune, come sempre, persino banali e surreali.

Sicuramente un ruolo propulsore l’ha avuto la miniserie televisiva “Chernobyl” di Craig Mazin, la quale come tutte le produzioni televisive o cinematografiche, trasmettono forti emozioni ai telespettatori, soprattutto se fatte bene dal punto di vista artistico. E questa di Mazin era ben fatta, toccante e struggente, peccato però che il contesto storico e il punto di vista che viene trasmesso e indotto, ha finalità che vanno molto al di là della miniserie. Infatti a partire da essa, giornalisti, esperti, studiosi e politicanti di varie tendenze, si sono buttati a capofitto per fomentare sottili odi e sentimenti anti sovietici, pochi sono stati quelli che hanno cercato letture e riflessioni circa questa tragedia, approfondendo magari la questione del “nucleare”, criticamente o favorevolmente, ma almeno in profondità e scientificamente sul controverso e delicato tema. Leggendo o ascoltando gli interventi di questi mesi, alla fine un osservatore ne esce con sentimenti minimo di avversione al sistema sovietico, se non di disprezzo alla società sovietica nel suo insieme, arrivando poi ovviamente all’oggi, attaccando la Russia attuale e il suo presidente Putin, cinici e responsabili di aver dimenticato e tradito coloro che hanno perso la vita sul momento o dopo lunghe malattie, lasciandoli soli e ai margini della società.

 

Si può capire che la reazione di una persona normale e non informata, non possa che essere di disprezzo e  sdegno verso una società di questo tipo e i suoi dirigenti. Questo io penso, sentendo reazioni intorno a me, è stato il risultato, che era anche, a mio parere, il vero obbiettivo politico.

Sarebbe bene che tutti questi scribacchini senza morale e etica, con le loro lauree e professionalità scellerate, e le loro agiate vite piatte e comode, cercassero di capire l’orrore di questa tragedia e scrivessero e operassero per impedire le continue nuove guerre innescate nel mondo, dimenticando che ci sono centinaia di tali centrali nucleari in tutto il mondo, e soprattutto centinaia di BASI MILITARI con armi nucleari, compresa l’Italia e una Terza Guerra Mondiale sarebbe l’ultima per tutta l’umanità. Le loro lauree e professionalità avrebbero così un senso per l’umanità…ma è difficile rinunciare a lauti stipendi e comode vite, occorrerebbe una coscienza etica e sociale.

Spero che questo mio lavoro di ricerca e documentale possa aiutare a conoscere la realtà dei fatti, ma soprattutto la situazione nella società russa di coloro che, per dovere o volontariamente, sono stati gli “EROI” della tragedia di Chernobyl. Non eroi in senso mitologico, ma semplici uomini che per senso del dovere etico e sociale, hanno donato o usato le proprie vite per “GLI ALTRI” loro concittadini. Capisco quanto sia difficile, se non impossibile, citare questo valore e sentimento nel nostro mondo occidentale. Ma continuo a credere che solo sulla base di alcuni valori di fondo sociali, etici, di fratellanza e politici, le nuove generazioni potranno cercare di cambiare lo stato attuale di questo insano mondo.

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Trentatre anni fa, il 26 aprile 1986, si verificò un drammatico incidente nella centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina, vicino alla cittadina di Pripyat, abitata da circa quarantamila persone, perlopiù dalle famiglie dei lavoratori della centrale, divenuta poi una “città fantasma”.

Nella quarta unità si verificò un’esplosione. Il reattore andò completamente distrutto, la spaventosa nube radioattiva copriva un vasto territorio di Ucraina, Bielorussia, Russia, oltre 200 mila chilometri quadrati. L’incidente fu considerato il più grande del suo genere nella storia dell’energia nucleare, anche se molti incidenti nucleari del secolo scorso avvenuti in paesi occidentali, sono spesso stati minimizzati nella loro reale portata distruttiva dai governi e dai media, ma certamente Chernobyl è stata una tragedia di dimensioni immani nella storia dell’umanità e del nostro pianeta.

Per dovere di cronaca riporto che nell’ex URSS non furono poche le voci, con relative indagini, che denunciavano addirittura un sabotaggio,pianificato per minare e destabilizzare l’Unione Sovietica. Ma non furono mai trovate prove sufficienti e tutto andò nell’oblio.

Ancora oggi i calcoli relativi alle vittime, non sono  definitivi, tuttavia il numero totale dei morti secondo le stime più ufficiali è di 600 mila persone, di cui 4mila persone morte per cancro o malattie del sangue immediatamente dopo l’incidente. Vi sono poi le persone decedute di cancro nei paesi limitrofi, i bambini nati nel 1986 da genitori esposti alle radiazioni che hanno ereditato il cancro. Per questo, il numero totale di decessi dopo l’incidente è incalcolabile.

Una fatto spesso tralasciato, che può dare idea della portata di questo incidente, è l’atto eroico di tre subacquei sovietici, uno ucraino Alexei Ananenko e due russi Valery Bespalov e Boris Baranov, che molto probabilmente hanno salvato una grande parte dell’umanità

 

Questi tre eroi che volontariamente, a costo della propria vita, si avventurarono a scendere nelle camere allagate del quarto reattore per evitare una seconda esplosione e salvare un’altra grande parte di umanità. Secondo molti esperti, la forza distruttiva della seconda esplosione avrebbe superato la prima esplosione di dieci volte. Nel 2009, la Scuola di Studi Russi e Asiatici fornì una stima delle conseguenze approssimative di ciò che sarebbe accaduto se non fosse stata impedita la seconda esplosione: “se il nucleo di fusione del reattore avesse raggiunto l’acqua, l’esplosione avrebbe distrutto metà Europa e reso Europa, Ucraina e alcuni altri paesi, oltre la Russia disabitati per migliaia anni… “.

Sotto le 185 tonnellate di materiale nucleare fuso c’era un serbatoio con cinque milioni di litri d’acqua.

Gli ingegneri sovietici consci della spaventosità della situazione, svilupparono immediatamente un piano: fu deciso che, attraverso le camere allagate del quarto reattore, dovessero andare tre sommozzatori e quando avessero raggiunto il refrigerante, dovevano aprire un paio di valvole di intercettazione per scaricare completamente l’acqua affinché il nucleo del reattore non la toccasse.
Era l’unico piano corretto, rimaneva solo di trovare tre “volontari suicidi”. Tutti avevano capito che chiunque andasse in quella miscela radioattiva avrebbe avuto una vita molto breve: poteva essere di alcune ore o alcuni giorni.
Tre uomini si offrirono volontari. Questi erano l’ingegnere anziano Alexey Ananenko, l’ingegnere di livello medio Valery Bespalov e il supervisore del turno Boris Baranov. Dovevano essere tre perché uno doveva tenere la lampada subacquea, gli altri due aprire rapidamente le valvole.
Quando il giorno successivo i sommozzatori si immersero nella pozza mortale, la piscina era completamente buia e la luce della lanterna impermeabile del supervisore del turno veniva periodicamente spenta, funzionando con discontinuità per non consumarne le scorte. Dopo qualche tempo, individuarono le valvole di drenaggio. Non senza difficoltà, nel buio pesto, quando la lanterna era già esaurita, i sommozzatori aprirono le due valvole e l’acqua si riversò e la piscina cominciò a svuotarsi rapidamente.
Quando i tre coraggiosi uomini tornarono in superficie, furono accolti come eroi.
Grazie al loro coraggio e sacrificio si riuscì a evitare la seconda esplosione e salvare le vite di milioni di persone sul pianeta.
Durante i giorni seguenti, gli eroi iniziarono a mostrare sintomi inevitabili e inconfondibili della malattia da radiazioni e dopo poche settimane, tutti e tre morirono.
Furono sepolti in bare di piombo con coperchi sigillati. I loro corpi privi di vita erano intrisi di radiazioni.

Infatti l’acqua era usata nella centrale elettrica come un vettore di calore e l’unica cosa che separava il nucleo del reattore di fusione dall’acqua era una spessa lastra di cemento. Il nucleo fuso bruciando lentamente attaccava questa lastra, andando verso l’acqua in un flusso incandescente di metallo radioattivo fuso. Se fosse passato, il nucleo di fusione del reattore avrebbe toccato l’acqua causando una ulteriore massiccia esplosione di vapore portatore di contaminazione radioattiva. Il risultato di questa esplosione termonucleare avrebbe potuto essere la radiocontaminazione di quasi tutta l’Europa

L’incidente di Chernobyl è stato un disastro indescrivibile, ma senza gli sforzi e le vittime dei tre coraggiosi, poi decorati come Eroi dell’Unione Sovietica, si sarebbe trasformato in un disastro davvero inimmaginabile.

L’operatore video della TV sovietica, che riprendeva le operazione dei tre sub, successivamente morì.

Secondo le versioni ufficiali, le cause della tragedia di Chernobyl sono state delle prove da parte di tecnici per nuovi sistemi, a seguito delle quali si sono verificati un’esplosione e un incendio in uno dei quattro reattori nucleari. A quel punto il reattore cominciò a sciogliersi e il conseguente disastro fu quello di diventare il più grande incidente nella storia dell’umanità nella storia dell’energia atomica, sia in termini di danni economici che di numero di vittime. Cinque giorni dopo l’esplosione, il 1° maggio 1986, gli esperti fecero una terribile scoperta: la zona attiva del reattore esploso di Chernobyl si stava ancora sciogliendo. Il nucleo conteneva 185 tonnellate di combustibile nucleare e la reazione nucleare continuava a velocità terrificante.

 

 

Chi sono i “Liquidatori” . Gli Eroi di Chernobyl

Una definizione che indica partecipanti e volontari preposti specificatamente alla rimozione e eliminazione delle conseguenze di incidenti di gravità massificate. Relativamente alla tragedia di Chernobyl, si è calcolato che hanno preso parte alla “liquidazione” tra le 600.000 e 900.000 persone, coinvolte nei lavori in una zona di 30 chilometri e per moltissimi di loro la salute è rimasta minata per effetto delle radiazioni.

Il simbolo dei liquidatori è l’alfa (α), beta (β) e raggio gamma (γ) passanti attraverso una goccia di sangue

A causa del crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 ci sono stati innumerevoli problemi relativi a dati relativi all’incidente, al trattamento economico e sociale delle famiglie delle vittime, delle cure sanitarie per i partecipanti, dei riconoscimenti, siccome provenienti da diversi paesi, per lo più da Ucraina, Bielorussia, Russia e Kazakistan, ma anche dalle altre ex repubbliche sovietiche. Per questo un numero definito delle vittime, non è mai stato certificato. Secondo alcuni fisici bielorussi che avevano lavorato sul reattore numero 4, “circa 100.000 liquidatori sono ormai morti” tra il milione di partecipanti. Cifra che concorda all’incirca con quella data da Vyacheslav Grishin, un rappresentante dell’Unione Chernobyl (un’organizzazione che unisce i liquidatori provenienti da tutto la CSI e gli Stati baltici). Oltre ai liquidatori sopravissuti colpiti dalle radiazioni e sottoposti a cure sanitarie e controlli periodici, calcolati in centinaia di migliaia.

L’assistenza statale sovietica fino al 1991, ai sopravvissuti e alle famiglie dei morti, ma ancora oggi mantenuta e spesso accresciuta in Russia come negli paesi ex sovietici, è consistita al di là delle decorazioni (che significano comunque anche un riconoscimento economico perenne per gli insigniti), in compensazioni economiche e una accurata e gratuita assistenza sanitaria e sociale ad essi come a tutta la popolazione dell’area in questione. Riconoscimento di pensioni e facilitazioni economiche, precedenza del diritto alla casa, dell’istruzione per i figli, di canali preferenziali per il lavoro, così come lavori adeguati alle condizioni di salute di ciascun liquidatore. Riconoscimento a periodi di ristabilimento in sanatori. Tutti aspetti tuttora in vigore in Russia come in quasi tutte le altre ex Repubbliche sovietiche, dalla Bielorussia alla Moldavia, dal Kazakistan all’Armenia e altre. Per quanto riguarda l’Ucraina la situazione è più complessa e deficitaria, seppure i liquidatori e gli abitanti ucraini, hanno sempre goduto di riconoscimenti anche superiori, per alcuni versi alle altre Repubbliche per ovvi motivi oggettivi, In questi anni seguenti al golpe di EuroMaidan, e di “ritrovate democrazia e libertà”, le cose sono decisamente peggiorate e lo stato ucraino, spesso non adempie alle convenzioni relative alle vittime e ai liquidatori di Chernobyl. Lo attesta per esempio il fatto che l’Associazione vittime di Chernobyl  è continuamente in piazza, al fianco di tutte le proteste antigovernative a Kiev come nelle altre città ucraine per rivendicare e difendere i propri diritti. Gravi problematiche vi sono soprattutto nei Paesi baltici, in particolare in Estonia, dove 200 liquidatori, che lì vivono, da anni lottano per ottenere quei riconoscimenti a loro riconosciuti fino al 1991 dall’ex URSS , oggi negati perché nella nuova legislazione estone “democratizzata”, la Costituzione dell’Estonia, si afferma che lo Stato può solo fornire assistenza ai cittadini che sono “discendenti legali” di cittadini estoni residenti sul suo territorio nell’intervallo tra gli anni  1918-1940, in quanto non viene riconosciuta l’esistenza dell’Unione Sovietica e le sue leggi….

 Riconoscimenti ai liquidatoripartecipanti dell’incidente di Chernobyl

I primi riconoscimenti andarono ai dipendenti della stazione dell’incidente dell’unità di emergenza della centrale, civili e militari. Essi immediatamente furono impegnati nel scollegare apparecchi, nelle analisi dei detriti, nella rimozione di incendi di attrezzature e altri lavori svolti direttamente nella sala del reattore, nella sala turbine e in altri locali una. Il numero delle vittime dirette al momento dell’incidente fu di 31 persone, uno dei quali ucciso subito nell’esplosione, uno è morto subito dopo l’incidente per lesioni multiple, gli altri morti entro poche settimane dopo l’incidente da ustioni, radiazioni e malattie da radiazioni acute.

Tra i liquidatori un ruolo preponderante con costi altissimi lo ebbero soldati e ufficiali dell’Armata Rossa, così come 300 agenti della polizia di Kiev, tra i primi a giungere sui luoghi contaminati, oltre ai militari del presidio a guardia della zona intorno a Chernobyl; al personale medico e sanitario da tutta l’URSS; una immensa forza lavoro proveniente da tutte le Repubbliche sovietiche (compresi militari), che fu destinata alla decontaminazione e pulizia della zona prima della costruzione del sarcofago; lavoratori edili e il personale delle unità speciali militari-costruzione del Ministero, impiegati nella costruzione del sarcofago di cemento Shelter che ricoprì e blindò l’unità distrutta, un muro di protezione profondo 30 metri e una diga sul fiume Pripyat, oltre agli edifici abitativi dei liquidatori e dell’esercito. Minatori  che scavarono un tunnel di 136 metri sotto il reattore. Tra essi vi erano camionisti, esperti scientifici sovietici e personale del governo e dei Ministeri dell’Energia e della Salute in particolare.

In particolare i Vigili del fuoco sovietici pagarono un tributo di vite altissimo, oltre a distinguersi in atti eroici per arginare gli effetti della sciagura.

I primi 5 Eroi di Chernobyl che dettero la vita. Nella loro storia, al loro nome siano onorati e identificati  TUTTI gli eroi di Chernobyl!

Questi cinque liquidatori furono i primi a combattere l’incendio nella centrale nucleare, ricevettero  postumi la decorazione di “Eroe dell’Ucraina” e dell’”URSS”.

Nikolay Vashchuk, comandante dei Vigili del fuoco. Il suo reparto posò quantità di  manichette antincendio sul tetto della centrale nucleare. Operò ad alta quota in condizioni di altissimi livelli di radiazioni, temperatura e fumo. Grazie alla sua determinazione e del suo reparto, la diffusione del fuoco verso la terza unità di potenza fu rallentata e poi interrotta.

Vasily Ignatenko , anch’egli comandante. Fu tra i primi a scalare il tetto di un reattore in fiamme. Affrontò gli incendi in alta quota da 27 a 71,5 mt. Vasily fu portato fuori dal fuoco dai suoi compagni Nikolai Vashchuk, Nikolai Titenko e Vladimir Tishuru, dopo che perse conoscenza.

Alexander Lelechenko, vice capo del dipartimento elettrico della centrale nucleare. Dopo l’esplosione, proteggendo i più giovani elettricisti, egli stesso andò nella sala dell’elettrolisi tre volte. Se non avesse spento l’attrezzatura, la stazione sarebbe esplosa come una bomba all’idrogeno. Dopo aver ricevuto assistenza medica, corse nuovamente verso l’unità di potenza

Nikolay Titenok, pompiere. Non avendo idea di cosa lo aspettasse, arrivò, come i suoi compagni, in camicia, senza alcuna protezione dalle radiazioni. Pezzi di grafite radioattiva furono gettati via con semplici stivali e guanti di tela. A causa dell’alta temperatura, furono costretti anche a levarsi le maschere antigas già nei primi 10 minuti. Senza tale dedizione, l’emissione di radiazioni sarebbe molto più grande. Morì sul posto.

Vladimir Tishura, vigile del fuoco anziano. Era tra coloro che operarono nella sala del reattore dove c’era il livello massimo di radiazioni. Mezz’ora dopo, i primi vigili del fuoco furono colpiti. Cominciarono a mostrare vomito, “abbronzatura nucleare”, la pelle fu rimossa dalle mani. Ricevettero dosi di circa 1000-2000 μR / ora e più (la norma è fino a 25 μR).

 

 

I VIGILI del FUOCO sovietici…

Monumento ai Vigili del fuoco di Chernobyl. “A coloro che hanno salvato il mondo!”

Questo monumento si trova vicino alla caserma dei pompieri di Chernobyl, dalla quale, nella notte del 26 aprile 1986 partirono i primi Vigili del fuoco. Il monumento è molto modesto, realizzato e finanziato dai liquidatori stessi e con lo stesso calcestruzzo da cui è stato costruito il Sarcofago Shelter. Orgogliosa la dedica  “A coloro che hanno salvato il mondo“. Qualcuno ha scritto che è un po’ troppo enfatico, ma sono quelli che non sanno o non hanno sentito, che non sono stati toccati dalla tragedia del più terribile incidente causato dall’uomo sul pianeta…

Alcune righe specifiche devono essere dedicate al valore e alla eroica dedizione altruista dimostrate da questi uomini.

Esattamente sette minuti dopo l’allarme, i Vigili del fuoco sovietici dell’unità locale, arrivarono sul luogo dell’esplosione della centrale nucleare ed iniziarono la loro lotta mortale contro il fuoco. Il dipartimento locale ha immediatamente iniziato a posare manichette antincendio sul tetto della centrale nucleare, lavorando ad alta quota e sul fronte diretto dell’incendio, esponendosi così ai più alti livelli di radiazioni, temperatura e fumo. Fu solo grazie alla determinazione ed al coraggio dei vigili del fuoco che la diffusione del fuoco verso la terza unità di potenza fu limitata e poi impedita Erano comandati dal Maggiore del servizio interno Leonid Petrovich Telyatnikov. Accanto a lui, nella prima fila dei vigili del fuoco, c’erano i comandanti delle guardie dei vigili del fuoco e 23 luogotenenti del servizio interno della centrale, da veri comandanti dettero ordini chiari e risoluti, andando personalmente nei punti più pericolosi. Quei pochi uomini in attesa delle altre forze in arrivo, fecero una vera impresa, al prezzo della loro vita, rallentando il divampare del fuoco e salvando migliaia di altre vite umane. Ma la dose delle radiazioni ricevute fu molto alta. Quattro di essi morirono sul posto, mentre ai Luogotenenti Viktor Kibenk e Vladimir Pravik fu assegnato postumo al titolo di Eroi dell’Unione Sovietica.

Le loro azioni furono poi subito coordinate dal Tenente colonnello e capo del dipartimento operativo-tattico del Ministero degli Affari interni dell’URSS Vladimir Maksimchuk, giunto immediatamente da Mosca.

Dopo aver valutato la situazione, Maksimchuk scelse l’unico metodo corretto e possibile per affrontare il fuoco in quella situazione e i vigili del fuoco entrarono nella zona di pericolo in gruppi  di cinque persone, lavorando lì per non più di 10 minuti, e poi immediatamente rimpiazzati da un altro gruppo. Vladimir Mikhailovich stesso prese parte personalmente alla ricognizione sul luogo del fuoco, poi per quasi 12 ore non lasciò la prima linea del fuoco e, rinunciando alle sue ultime forze, essendosi esposto alle radiazioni, calcolò quale attacco di schiuma era necessario per spegnere le restanti sacche di fuoco. Le abili azioni di Maksimchuk salvarono più di trecento persone. Le tattiche da lui adottate in quel drammatico frangente per estinguere gli incendi negli impianti nucleari non erano mai state adottate in precedenza e in seguito divennero proprietà della comunità mondiale dei vigili del fuoco. Ma in quelle ore in prima linea con i suoi uomini, sprezzante della propria incolumità e vita, da vero comandante, Maximchuk ricevette una dose enorme di radiazioni, circa 700 roentgens. Con gravi ustioni da radiazioni sulle gambe e nel tratto respiratorio, fu portato all’ospedale dell’Esercito sovietico a Kiev, dove gli furono diagnosticati pochi anni di vita, subì diverse operazioni difficili, ma continuò a dirigere grandi operazioni di estinzione di grandi incendi in Russia. Nel 1989 fu colpito da un cancro alla tiroide e allo stomaco. Nel 1990, Vladimir Maksimchuk ottenne il titolo di “Maggiore Generale del Servizio Interno”, e nello stesso anno fu nominato Primo Vice Capo del Corpo dei vigili del fuoco del Ministero degli affari interni dell’URSS. Il 22 maggio 1993 morì.

Nel 2003, il decreto del Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha insignito Vladimir Mikhailovich Maksimchuk del titolo postumo di Eroe della Russia

Nel 1986, Leonid Telyatnikov lavorava come capo dei vigili del fuoco sovietici presso la centrale nucleare di Chernobyl. Nel giro di pochi minuti dopo l’esplosione, lui, insieme a una squadra di 29 vigili del fuoco, si precipitò sul luogo dell’esplosione. “…quando arrivammo sul posto, vidi le rovine, coperte da lampi di luci, che ricordavano i Bengala. Poi notammo un bagliore bluastro sulle rovine del quarto reattore e macchie di fuoco sugli edifici circostanti. Quel silenzio e le luci tremolanti provocarono in noi sensazioni terribili…” ha raccontato. Pur comprendendo tutto il pericolo, Telyatnikov e i suoi uomini si arrampicarono due volte sul tetto della sala macchine e il compartimento del reattore per estinguere l’incendio. Era il punto più alto e più pericoloso. Grazie a questa azione – il fuoco non si diffuse ai blocchi vicini e fu poi vinto. Leonid ricevette una dose di radiazioni di 520 rem, quasi mortale, ma sopravvisse. Nel settembre del 1986, il 37enne Telyatnikov ottenne il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica e fu insignito dell’Ordine di Lenin. Fu anche decorato con la Stella d’oro dell’eroe sovietico. Dopo i trattamento sanitari, continuò il suo servizio e divenne generale. Ma la malattia non si fermò. Morì nel dicembre 2004.

 

Putin: il messaggio di ringraziamento agli Eroi “liquidatori” di Chernobyl

https://www.notizienazionali.it/archivi/immagini/2016/C/Chernobyl-liquidator-Putin.jpg

Senza il loro lavoro ed eroismo le conseguenze dell’esplosione sarebbero state molto più dannose

Nella cerimonia in occasione dei trent’anni della tragedia di Chernobyl, il presidente russo ha ricordato e ringraziato coloro che intervennero e operarono subito dopo l’incidente nucleare.

“ Trent’anni fa, il 26 aprile 1986, la centrale nucleare di Chernobyl subì una dei  peggiori e più drammatici incidenti tecnologici della storia.
Chernobyl ha insegnato una lezione importante per il genere umano, con le sue ripercussioni e conseguenze che ancora si fanno aspramente sentire e che colpiscono la natura, l’ambiente e la salute umana. 
                      

Tuttavia, la portata di quella tragedia avrebbe potuto essere incommensurabilmente più grande, se non fosse stato per il coraggio e la dedizione senza precedenti dei Vigili del Fuoco, del personale militare, degli esperti e gli operatori sanitari e tutti coloro che hanno eseguito il loro dovere professionale e civico, con onore di cittadini.

Molti di loro hanno sacrificato la propria vita per salvare gli altri.

Per diritto conquistato sul campo della loro vita, consideriamo i soccorritori che hanno partecipato nell’intervento in questa terribile catastrofe, veri eroi e rendiamo omaggio  e onore alla sacra memoria di coloro che sono morti. Di fronte a coloro che hanno partecipato alla liquidazione e sono morti a causa dell’incidente, dobbiamo chinare il capo per onorare la loro memoria cara…

Dobbiamo apprezzare profondamente gli sforzi compiuti dai superstiti per sostenere le famiglie dei loro colleghi e compagni caduti e le loro attività pubbliche per non far cadere nell’oblio il loro sacrificio….

Essi hanno lottato coraggiosamente contro questo disastro, in eccezionali condizioni di difficoltà e rischi immensi per la loro propria via- Molti di loro l’hanno persa e oggi noi riconosciamo che ciò che voi avete fatto, i rischi che avete corso, le conseguenze patite per il vostro lavoro non sono ancora pienamente conosciute…

Io ho appena visto il documentario su questa tragedia dell’Accademico Legasov, che mi ha aiutato a capire cosa è realmente accaduto lì e così ho semplicemente capito che coloro che intervenivano lì non pensavano a sé stessi ma soltanto che il disastro doveva essere fermato a qualsiasi costo…e in quella estrema situazione il loro immenso senso di responsabilità ha salvato un gran numero di vite…Oggi ho l’onore di consegnarvi queste decorazioni di stato. Esse sono consegnate a voi come riconoscimento del vostro servizio all’umanità e ve le consegno con un grande senso di rispetto e gratitudine. Grazie e complimenti!”  –   V. Putin, 26 aprile 2016

Eroi di Chernobyl, onorati o dimenticati?

In queste foto e immagini ciascuno dotato di proprio intelletto e pensiero può rispondere da sé a questo interrogativo, subdolamente fatto filtrare da media “mainstream” occidentali.

 

In queste foto invece come si rappresenta la memoria storica perenne  per le nuove generazioni

 

Dopo Chernobyl, per i lavoratori, gli abitanti locali evacuati, i liquidatori e le loro famiglie fu fondata la nuova città di Slavutich.

L’audacia e il valore degli eroi, semplici uomini sovietici a Chernobyl, sarà per sempre, insieme ai pompieri sovietici, come esempio eterno di coraggio, professionalità e lealtà al loro dovere e al  proprio popolo.

A cura di Enrico Vigna, CIVG – agosto 2019

Preso da:  http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1583:chernobyl-eroi-dimenticati-e-traditi-o-una-nuova-campagna-antirussa-e-antisovietica2&catid=2:non-categorizzato

Quella nuova base degli Usa per sfidare la Russia nell’Artico

L’Artico ha rappresentato, durante la Guerra fredda, una lunghissima regione di confine tra due blocchi contrapposti, così come lo è stata l’Europa attraversata dalla Cortina di Ferro; a differenza di quest’ultima, però, la regione artica, col suo clima estremo, è sempre stata più una zona di passaggio: passaggio per i sottomarini atomici che potevano navigare agevolmente sotto la calotta polare, e passaggio per i bombardieri strategici e per i missili balistici intercontinentali.
Per questo durante tutto l’arco della contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, tra Nato e Patto di Varsavia, la regione artica, o meglio la sua periferia composta dalle terre emerse che vi rientrano, ha visto la nascita di basi per la sorveglianza radar – la famosa catena Dew Line americana ad esempio – e di altre installazioni militari come porti e aeroporti.
Questo confine, questo limes non meglio definito tra i più sorvegliati al mondo, fu gradatamente abbandonato a partire dal 1990 con il collasso del sistema sovietico: non essendoci più “un nemico” la sorveglianza fu ridotta al minimo, e da parte russa possiamo dire che fu praticamente abbandonata.

La riscoperta dell’Artico: tra rotte commerciali e sfruttamento minerario

Il riscaldamento globale che sta caratterizzando il clima terrestre ha portato ad una graduale riduzione della copertura dei ghiacci nell’Artico: il mare è il termometro principale che misura “la febbre” della Terra, ed il raffronto dei dati degli ultimi 40 anni ci dice che l’estensione stagionale del pack è arrivata ad un punto tale da permettere la navigazione marittima anche durante i mesi invernali attreverso quello che viene comunemente chiamato “Passaggio a Nord Est”, una rotta, ricercata sin dall’1700, che mette in comunicazione l’Atlantico col Pacifico passando per il Mar Glaciale Artico antistante la Siberia.
Non è questa la sede per discutere quanto di questo riscaldamento sia imputabile all’attività antropica: una parte della comunità scientifica, anche italiana, è fortemente dubbiosa in merito come riportato da Roberto Vivaldelli in un recente articolo. Quello che è certo, il dato di fatto, è che il pianeta si è riscaldato e che porzioni di mare (o di terra) un tempo inaccessibili perché perennemente ricoperte dai ghiacci ora non lo sono più, aprendo la strada al loro possibile sfruttamento economico, minerario, militare.
La Russia da questo punto di vista parte sicuramente in vantaggio: il suo confine nord, lungo più di 11mila chilometri, si affaccia proprio sulla regione artica, anzi ne fa parte quasi interamente, pertanto la maggiore accessibilità ai mari e a quei territori un tempo perennemente ghiacciato ha liberato non solo una nuova arteria per il commercio marittimo, il “Passaggio a Nord Est” già citato e noto come “Rotta Nord” in Russia, ma anche un immenso serbatoio di risorse minerarie da sfruttare.
Non è infatti un caso che, da più di un decennio, siano cominciate le diatribe sulla sovranità della piattaforma continentale artica che vedono coinvolti, oltre alla Russia, Stati Uniti, Canada, Norvegia, Danimarca, Islanda. Nella piattaforma continentale artica, ovvero la porzione di crosta terrestre sommersa e che poi si inabissa precipitando verso i più alti fondali oceanici delle piane abissali, sono custodite immense risorse minerarie: non solo idrocarburi, ma anche noduli di manganese e altri metalli preziosi.
Mosca pertanto da qualche anno ha iniziato a “riaprire” le sue vecchie basi artiche e a costruirne di nuove tornando a rimilitarizzare l’area per avere un controllo strategico sia sulle risorse minerarie – e sulle rivendicazioni territoriali – sia sulle rotte est-ovest che passano dall’ormai (quasi sempre) navigabile Mar Glaciale Artico.

Mosca blinda l’Artico

90 miliardi di barili di petrolio, 44 miliardi di barili di condensati e la cifra astronomica di 47mila miliardi di metri cubi di gas naturale. Queste sono le stime fornite dall’Usgs, il servizio geologico degli Stati Uniti, nel lontano 2008, delle riserve di idrocarburi in tutta la regione; una regione enorme, il cui offshore,, calcolato sino alla profondità massima dei 200 metri, misura 1.191.000 km quadrati, quasi 4 volte la superficie totale dell’Italia per intenderci.
La Russia pertanto, in forza della sua nuova dottrina militare strategica, sta letteralmente blindando l’Artico per poter proteggere queste enormi riserve minerarie.
La “Nuova Dottrina Navale della Federazione Russa”, risalente al 2010 ma aggiornata nel 2015, ha previsto infatti la creazione di un comando interforze per l’Artico: al momento questo comando dispone di due brigate motorizzate (la 200esima e la 80esima dislocate a Pechenga e Alakurtii) che sono adibite al supporto delle attività di ricerca che i russi stanno effettuando nell’area. A queste due brigate di fanteria, i cui elementi però provengono dagli Specnaz, si aggiungono varie unità aeree e sistemi di difesa antiaerei basati a terra che, unitamente alle unità navali della Flotta del Nord, attivano una bolla A2/AD quasi pari a quelle viste in Siria, Crimea o Kaliningrad. Oltre a questo, ovviamente, c’è stata una implementazione dei sistemi di sorveglianza, monitoraggio, tracciamento dei bersagli a medio, lungo e lunghissimo raggio. Tutte queste unità sono poste sotto il nuovo comando interforze creato a Severomorsk che ha assorbito interamente le funzioni di comando della Flotta del Nord e della Prima Divisione Difesa Aerea.
Da questo comando dipende quindi il totale controllo delle attività militari e di ricerca nella zona dell’Artico. In dettaglio dispone di: 120 velivoli tra ala fissa e rotante suddivisi in 6 reggimenti e uno squadrone (dotati di Su-33, Su-25, Mig-29K, Mig-31, Su-24, Tu-22M più vari elicotteri e aerei da trasporto), 4 reggimenti missilistici antiaerei (tutti dotati dei moderni sistemi S-400 Triumf), 4 reggimenti EW/SIGINT, la totalità del naviglio in forza alla Flotta del Nord, la più importante della Russia (41 sommergibili e due divisioni di navi di superficie con comando a Poljarniy).
Ovviamente questo nuovo dispiegamento di forze ha creato investimenti in infrastrutture. La Russia. infatti. negli ultimi quattro anni ha svolto enormi interventi per la creazione di nuove strutture e per il ripristino di quelle vecchie. Oltre alla riattivazione di 13 piste che sono diventate operative nel 2018, sono state costruite nuove infrastrutture per permettere la presenza costante, a rotazione, delle truppe della Task Force Artica divisa tra il Mar di Barents, quello di Kara e di Laptev, oltre a tutta una serie di installazioni minori che corrono da Murmansk sino alle Curili.
I centri nevralgici però sono siti nelle isole della Novaya ZemljaKotelny e Zemlja Aleksandry dove è stato costruito il nuovo complesso chiamato “Trifoglio Artico” in grado di accogliere 150 uomini in modo permanente e con una nuovissima pista di atterraggio già divenuta operativa che vedrà anche arrivare il sistema S-300 a integrazione del già presente sistema a corto raggio Pantsir-S1. Sull’isola di Kotelny invece è sito il complesso “Severny Klever” in grado di ospitare 250 uomini e sede dalla Task Force Artica, anche questo dotato di pista di atterraggio e sistemi di difesa antiaerea come quelli presenti a Zemlja Aleksandry. Le due brigate artiche ( forti di 9mila uomini) hanno in dotazione, oltre a vari mezzi cingolati tipo MT-LB/B, un totale di 71 carri tra T-72B3 e T-80 oltre a vari veicoli su ruota tipo BTR-80 e, ovviamente, agli eccellenti sistemi antiaerei tipo ZSU-23.

La risposta Usa: polar pivot?

Washington, sebbene molto di recente – e capiremo perché più avanti – sembra essersi decisa a rispondere a questo spiegamento di forze dettato dalla volontà di Mosca di sfruttare la regione Artica a proprio vantaggio facendone una sorta di “giardino di casa”.
Il 2020 National Defense Authorization Act che è emerso dalla recente commissione senatoriale sui servizi armati, ha dato indicazioni al Segretario della Difesa di costituire una “task force” col il Capo di Stato Maggiore, il Genio dell’Esercito e la Guardia Costiera che individui dei potenziali siti per la costruzione di almeno un porto militare nella zona dell’Artico di competenza americana.
Il Congresso Usa, infatti, come riporta Defense News, sembra molto preoccupato per lo scioglimento dei ghiacci del Polo Nord e la conseguente fervente attività militare e commerciale che abbiamo già evidenziato. In particolare si lamenta la carenza non solo di infrastrutture atte a sostenere logisticamente il naviglio militare Usa, ma anche la stessa carenza di mezzi speciali come le navi rompighiaccio: gli Stati Uniti ne dispongono solo due, di cui una usata praticamente per fornire pezzi di ricambio, a fronte della dozzina – di cui alcuni a propulsione atomica – posseduti dalla Russia.
L’opinione degli esperti americani, ancora una volta, è divisa non solo sulla possibile localizzazione del nuovo porto militare – alcuni lo vorrebbero a Nome, altri più a nord nella baia di Prudhoe, ma anche sulla reale necessità di contrastare la presenza russa nell’Artico con nuove infrastrutture.
Per alcuni impegnare le risorse per costruire una base ex novo nel Grande Nord sarebbe uno spreco di soldi: la base sarebbe poco sfruttabile a causa delle condizioni meteo avverse e per lo scioglimento del permafrost durante la stagione estiva, che trasforma il terreno in un pantano, pertanto consigliano, semmai, l’adeguamento delle infrastrutture di Nome, un piccolo insediamento nel Mare di Bering non lontano dalle coste della Russia.
Secondariamente la stessa geografia, diversa tra Russia e Usa, della regione Artica impone una riflessione più accurata: al contrario della Russia, che come abbiamo visto ha più di 11 mila chilometri di costa continua sul Mar Glaciale Artico, gli Stati Uniti ne condividono solo una piccola frazione, in quanto la maggior parte appartiene al Canada, pertanto militarizzare l’Artico così come stanno facendo i russi sarebbe solo uno spreco di soldi e di risorse: la vulnerabilità di quella frontiera, per gli Stati Uniti, sarebbe un “non problema” al contrario di quanto pensano a Mosca.
Altri invece ritengono che una politica di militarizzazione spinta dell’Artico americano costringa la Russia in uno scenario “da Guerra Fredda” ovvero incastrandola in un meccanismo di simmetria della minaccia: investire risorse in un fronte, se pur secondario, come l’Artico, costringerebbe Mosca a impegnarne di più per mantenere il predominio, distogliendo così soldi, uomini e mezzi da altri fronti importanti, come quello europeo o mediorientale. Una sorta di strategia delle “Guerre Stellari” degli anni ’80 rivisitata e corretta per adattarsi al quadro tattico attuale; strategia che, allora, fu una concausa del collasso del sistema sovietico.
Una base di certo non significa una corsa all’Artico, almeno non allo stesso livello di quella russa, ma il solo fatto che il Congresso si stia finalmente chiedendo come fare per arginare la presenza di Mosca in quel fondamentale scacchiere globale lascia presagire che il Pentagono potrebbe richiedere all’esecutivo maggiori fondi da destinare al pattugliamento e al rinforzo della, se pur piccola in confronto a quella russa, frontiera nord statunitense.

Preso da: https://it.insideover.com/guerra/quella-nuova-base-degli-usa-per-sfidare-la-russia-nellartico.html

La pagliacciata dell’Unione Europea

Secondo Thierry Meyssan, gli europei sono ciechi perché non vogliono vedere. Nonostante gli innegabili fallimenti, insistono a ritenere che l’Unione Europea significhi pace e prosperità. Credono che sul piano interno ci sia contrapposizione tra patrioti e populisti, in realtà entrambe le parti si pongono sotto la protezione del Pentagono, che le difende dalla Russia. La strategia internazionale nata dopo la seconda guerra mondiale va avanti a loro spese, senza che ne abbiano consapevolezza.

| Damasco (Siria)

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Dopo la comune vittoria della seconda guerra mondiale, Sati Uniti e Regno Unito fecero propria l’immagine dell’alleato sovietico descritta dall’ambasciatore USA a Mosca, George Kennan: l’URSS, un impero totalitario che ambiva conquistare il mondo. Sicché invertirono la rotta e studiarono la strategia del contenimento (containment): il mondo si divideva in tre parti, la parte già sotto il dominio sovietico, la parte libera e, infine, la parte da decolonizzare e da proteggere dall’orco sovietico.


Inizialmente, quando Stalin continuava a deportare popolazioni nei gulag, l’analisi poteva sembrare corretta. Ma, almeno dopo la morte di Stalin, la sua falsità avrebbe dovuto essere evidente. Infatti, Che Guevara, ministro dell’Economia a Cuba, scrisse un libro contro il modello sovietico e proseguì la rivoluzione in Africa senza chiedere permesso ai sovietici, contando però sul loro appoggio.
Comunque sia, Stati Uniti e Regno Unito decisero di proteggere l’Europa Occidentale dal giogo sovietico e di creare gli “Stati Uniti d’Europa”, secondo un modello che si richiamava a quello che gli europei, stanchi di farsi la guerra, concepirono all’inizio del XX secolo. In realtà si trattava di un modello completamente diverso, paragonabile invece a quello della Lega Araba o a quello dell’Organizzazione degli Stati Americani, istituita nello stesso periodo.
Poche furono le personalità dell’Europa Occidentale che vi si opposero. Tuttavia, mettendo a frutto la lezione della divisione del mondo uscita dalla Conferenza di Yalta, gollisti e comunisti francesi non sciolsero l’alleanza che strinsero durante la guerra mondiale e ostacolarono la creazione di una struttura sovranazionale, nell’intento di preservare, più o meno, le sovranità nazionali, benché sotto le bandiere britannica e statunitense. Per questa ragione gollisti e comunisti francesi si opposero insieme al comando integrato della NATO e alla riformulazione della costruzione europea degli anglosassoni. Gollisti e comunisti francesi consideravano l’Europa coincidente con l’intero continente, «da Brest a Vladivostok». In effetti, dopo aver concepito il loro particolare sistema giuridico, gli inglesi si erano allontanati dalla cultura europea, mentre i russi l’avevano estesa conquistando la Siberia.
La dissoluzione dell’URSS nel 1991 avrebbe dovuto mettere fine a queste discussioni. Non fu così. Infatti, il segretario di Stato James Baker annunciò che Comunità Europea e NATO avrebbero integrato tutti gli Stati europei liberatisi dal giogo sovietico. Gli Stati accettarono. Baker fece contemporaneamente redigere il Trattato di Maastricht, che trasformava gli Stati del Vecchio Continente in «Stati Uniti d’Europa», sotto la tutela della NATO. La moneta unica di questa entità sovranazionale, l’euro, avrebbe dovuto essere emessa a equivalenza del dollaro. Tutto fu fatto troppo rapidamente perché così avvenisse. Come sempre diffidenti verso la Russia, Washington e Londra ne respinsero l’adesione all’Unione Europea, però l’associarono nella gestione delle leve del potere, aprendole la porta del G7, che divenne così G8 con prerogative decisionali.
Nel 1999 la caduta di Boris Eltsin e l’ascesa al potere di Vladimir Putin mise fine a questo periodo di titubanza. Le istituzioni controllate da Washington divennero più rigide. La strategia del containment – fallita durante la guerra fredda – fu rispolverata e nell’immaginario anglosassone l’orso russo sostituì l’orso sovietico. Oggi, con i pretesti più diversi, e persino senza alcun pretesto, Washington adotta ogni genere di sanzioni economiche, politiche e militari contro Mosca. La Russia è stata anche espulsa dal G8.

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Manfred Weber (a sinistra) sarà democraticamente eletto alla successione di Jean-Claude Juncker (a destra). Juncker fu costretto a dimettersi da primo ministro del Lussemburgo dopo che furono accertate le sue responsabilità nel rete clandestina «stay-behind» della NATO.

Per comprendere le elezioni del parlamento europeo del 23-26 maggio, nonché la successiva nomina del presidente della Commissione Europea, bisogna collocarle in questo contesto storico e strategico. Gli Stati Uniti hanno deciso che alla presidenza della Commissione siederà Manfred Weber, che hanno incaricato di sabotare l’approvvigionamento dell’Unione Europea di idrocarburi russi. La prima battaglia di Weber sarà fermare la costruzione del gasdotto Nord Stream 2, nonostante i miliardi di euro investiti e i miliardi di euro che si risparmierebbero.
Affinché il parlamento europeo elegga democraticamente Weber non è necessario il sostegno della maggioranza dei parlamentari. È sufficiente che il suo gruppo, il PPE [Partito Popolare Europeo] ottenga il maggior numero di voti: il Trattato prescrive solo che il Consiglio Europeo deve «tener conto del risultato delle elezioni». Washington ha perciò preparato un parlamento dominato dal PPE e, in seconda posizione, dall’Europa delle Nazioni e della Libertà (ENL).
Steve Bannon è stato spedito in Europa per consigliare Matteo Salvini e creare una spinta da parte dei partiti identitari – non indipendentisti –, facendo però particolare attenzione a che l’ENL non possa ottenere la maggioranza.
-  Per questa ragione, nonostante le fatiche di Salvini, il partito polacco Diritto e Giustizia è stato convinto a restare in seno ai Conservatori e Riformisti Europei (CRE), in cambio di un aumento “significativo” dei soldati USA in Polonia.
-  Il 13 maggio Donald Trump ha ricevuto alla Casa Bianca l’ungherese Viktor Orban, ingiungendogli di mantenere il proprio partito all’interno del PPE, in cambio di armi e di gas naturale.
-  Infine, è stato fatto trapelare alla stampa tedesca un video in cui Heinz-Christian Strache, capo del Partito della Libertà Austriaco (FPÖ), si fa corrompere. Il video è di vecchia data ed è stato messo in scena e filmato da una donna che si presenta come agente russo, ma che verosimilmente è un’agente della CIA.
Nonostante quel che la stampa ripete insistentemente, non c’è contrasto di fondo tra il Partito Popolare Europeo (PPE) e l’Europa delle Nazioni e della Libertà (ENL): entrambi non muovono obiezioni alla NATO, che impone le proprie decisioni politiche fondamentali. Esiste solo una ripartizione dei ruoli.
La propaganda ufficiale per lo svolgimento delle elezioni ripete in continuazione che «L’Europa è pace e prosperità». Uno slogan incompatibile con la funzione antirussa svolta dall’Unione Europea.
-  Cominciamo dalla pace: l’Unione è stata incapace di liberare Cipro ¬– membro della UE dal 2004 – occupata dal 1974. L’esercito turco occupa un terzo dell’isola e ha creato un’unità di collaborazione, chiamata Repubblica Turca di Cipro del Nord. I ciprioti che vi abitano non hanno potuto essere iscritti nelle liste elettorali per le elezioni del parlamento. Non solo Bruxelles se ne infischia della loro sorte, stende anche un tappeto rosso al presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, cui elargisce sovvenzioni per miliardi di euro. Vero è che la Turchia è membro della NATO.
-  Riguardo alla prosperità, questione del gasdotto Nord Stream 2 a parte, l’Unione ha già applicato così bene la strategia USA che, mentre il resto del mondo è in crescita, essa è in stagnazione. Nel decennio successivo alla crisi finanziaria del 2008 la Cina è cresciuta del 139%, l’India del 96%, gli Stati Uniti del 34%, l’Unione Europea è invece in decrescita del 2%.
Dal momento che non esiste un sentimento di appartenenza all’Unione, la campagna elettorale si compie a livello degli Stati membri: non ci sono partiti politici su scala europea, bensì unioni di partiti politici dei diversi Paesi. Non c’è nemmeno una giornata elettorale unica, ma elezioni organizzate su quattro giorni, secondo le tradizioni nazionali.
Dal momento che negli elettori prevale un diffuso sentimento di mancanza di chiarezza e di poca onestà, l’astensione dovrebbe essere massiccia. Nonostante in alcuni Paesi il voto sia obbligatorio e in altri si svolgano contemporaneamente elezioni nazionali, oltre metà degli elettori diserterà le urne. Di conseguenza, sebbene le procedure siano perfettamente democratiche, il risultato non sarà rappresentativo della volontà dell’insieme del corpo elettorale, quindi non sarà democratico. Manfred Weber sarà eletto dalla minoranza di un parlamento a sua volta eletto dalla minoranza degli elettori.

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo  

 

Così l’Occidente divora i propri figli

Secondo Thierry Meyssan, scendendo in piazza i francesi sono stati il primo popolo occidentale disposto a correre rischi personali per opporsi alla globalizzazione finanziaria. Benché non ne siano consapevoli e ancora pensino che i loro problemi siano prettamente nazionali, il loro nemico è lo stesso che ha annientato la regione africana dei Grandi Laghi e parte del Medio Oriente Allargato. Solamente i popoli che capiranno la logica che li sta distruggendo e la respingeranno potranno sopravvivere alla crisi esistenziale dell’Occidente.

| Damasco (Siria)

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Rivolta a Parigi (1° dicembre 2018)

La causa della recessione occidentale

Le relazioni internazionali hanno subito un profondo mutamento con la paralisi dell’Unione Sovietica del 1986, quando lo Stato non riuscì a controllare l’incidente nucleare civile di Tchernobyl [1]; poi con la ritrattazione del Patto di Varsavia del 1989, quando il Partito Comunista della Germania dell’Est [2] distrusse il Muro di Berlino; infine con il crollo dell’URSS del 1991.


In quell’anno il presidente degli Stati Uniti, George Bush senior, decise di smobilitare un milione di soldati e investire gli sforzi del Paese nella prosperità. Bush ambiva trasformare l’egemonia, esercitata dagli USA nella loro zona d’influenza, in leadership a livello mondiale, nonché in un ruolo di garante della stabilità del pianeta. Bush Sr. gettò le basi del “Nuovo Ordine Mondiale”, dapprima nel discorso pronunciato il 2 agosto 1990 all’Aspen Institute, a fianco del primo ministro britannico Margaret Thatcher, poi nel discorso al Congresso dell’11 settembre 1990, in cui annunciò l’operazione “Tempesta del deserto” [3].
Il mondo post-Unione Sovietica è il mondo della libera circolazione delle merci, nonché dei capitali mondiali, sottoposto a un unico controllo: quello degli Stati Uniti. Vale a dire è il passaggio dal capitalismo all’egemonia della finanza: non compimento del libero scambio, bensì forma esacerbata di sfruttamento coloniale, esteso al mondo nella sua interezza, incluso l’Occidente. In un quarto di secolo le grandi fortune USA si sono moltiplicate numerose volte e la ricchezza globale mondiale si è incrementa ragguardevolmente.
Lasciando libero corso al capitalismo, Bush Sr. auspicava l’estensione al mondo intero della prosperità. Ma il capitalismo non è un progetto politico, è unicamente una logica per conseguire profitto. Ebbene, per accrescere l’utile le multinazionali USA hanno subito approfittato dell’apertura del mercato cinese e delocalizzato la produzione nel Paese dove i salari erano i più bassi al mondo.
Ben pochi hanno saputo stimare il prezzo per l’Occidente di questa progressione. Certamente le classi medie cominciano ad affacciarsi anche nel terzo mondo – benché meno ricche di quelle occidentali – permettendo a nuovi Stati, soprattutto asiatici, di ritagliarsi un ruolo nella scena internazionale. Le classi medie occidentali cominciano però contestualmente a scomparire [4], rendendo impossibile la sopravvivenza delle istituzioni democratiche che loro stesse avevano forgiato.
Ma la catastrofe maggiore investe soprattutto popolazioni di intere regioni, a cominciare da quella dei Grandi Laghi africani, che vengono completamente annientate. Nell’incomprensione e indifferenza generali, questa prima guerra regionale provoca 6 milioni di morti in Angola, Burundi, Namibia, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Zimbabwe. L’obiettivo era continuare a depredare le risorse naturali di questi Paesi, pagandole però sempre meno, dunque scendendo a patti con gang invece che trattare con Stati che hanno il dovere di nutrire il proprio popolo.
La trasformazione sociologica del mondo intero è molto rapida e non ha precedenti. Attualmente non disponiamo di strumenti statistici adeguati per valutarla correttamente. Tuttavia, sono sotto gli occhi di tutti l’ascesa di potenze dell’Eurasia (non nel senso gollista «da Brest a Vladivostok», bensì di Russia e Asia, senza Europa occidentale e centrale) alla ricerca di libertà e prosperità e, per contro, la progressiva decadenza delle potenze occidentali, Stati Uniti compresi, che limitano le libertà individuali e sospingono metà della popolazione nella povertà.
Oggi il tasso di detenzione dei cinesi [il numero di detenuti in rapporto alla popolazione, ndt] è quattro volte inferiore a quello degli Stati Uniti; il loro potere d’acquisto è invece leggermente superiore. Obiettivamente, nonostante i difetti, la Cina è diventato un Paese più libero e prospero degli Stati Uniti.
Questo processo avrebbe potuto essere previsto sin dall’inizio. La sua messa in atto fu oggetto di lunghe discussioni. Basti ricordare che il 1° settembre 1987 un quarantenne statunitense fece pubblicare una pagina di pubblicità controcorrente su New York Times, Washington Post e Boston Globe, per mettere in guardia i concittadini sul ruolo di responsabili del “Nuovo Ordine Mondiale” in costruzione, che il presidente Bush padre voleva far assumere a loro spese agli Stati Uniti. L’iniziativa fece molto ridere. L’autore altri non era che il promotore immobiliare Donald Trump.

L’applicazione del modello economico alle relazioni internazionali

Un mese dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, mise l’amico Arthur Cebrowski a dirigere il nuovo Ufficio per la Trasformazione della Forza (Office of Force Transformation), con l’incarico di trasformare la mentalità di tutti i militari statunitensi e prepararli a un cambiamento radicale della loro missione.
Le forze armate USA non sarebbero più state utilizzate per difendere principi o interessi, bensì strumentalizzate per riorganizzare il mondo dividendolo in due: gli Stati integrati nell’economia globalizzata da una parte, gli Stati rimanenti dall’altra [5]. Il Pentagono non avrebbe più scatenato guerre per impadronirsi delle risorse naturali, ma per controllare l’accesso delle regioni globalizzate a tali risorse. Una divisione che s’ispirava direttamente al processo di globalizzazione, che già aveva spinto ai margini metà della popolazione occidentale. Questa volta sarebbe stata la metà della popolazione mondiale a essere esclusa [6].
La riorganizzazione del mondo iniziò nella zona politica chiamata Medio Oriente Allargato, che va dall’Afganistan al Marocco, con esclusione di Israele, Libano e Giordania. Ebbe così inizio quella che si pretende essere stata un’epidemia di guerre civili in Afganistan, Iraq, Sudan, Libia, Siria e Yemen, che ha già causato diversi milioni di morti [7].
Come un mostro che divora i propri figli, il sistema finanziario globale basato negli Stati Uniti conobbe una prima crisi nel 2008, con lo scoppio della bolla dei subprimes. Contrariamente a quanto comunemente si pensa, non si è trattato affatto di una crisi globale, bensì esclusivamente occidentale. Per la prima volta gli Stati della NATO subivano le conseguenze della loro stessa politica. Ciononostante, le classi dirigenti occidentali non cambiarono atteggiamento e, compassionevoli, assistettero al naufragio delle classi medie. L’unica modifica significativa fu l’adozione della “regola Volcker” [8], che vieta alle banche di sfruttare le informazioni ottenute dai clienti per speculare contro gli interessi di questi ultimi. Però, sebbene i conflitti d’interesse abbiano permesso a dei poco di buono di arricchirsi rapidamente, essi non sono l’origine del problema, che è molto più vasto.

La rivolta degli Occidentali

La rivolta delle classi medie e popolari occidentali contro la classe dirigente globalizzata è iniziata due anni fa.
Consapevoli della recessione dell’Occidente rispetto all’Asia, i britannici furono i primi a compiere un tentativo di salvaguardare il proprio livello di vita, decidendo di lasciare l’Unione Europea per volgersi verso la Cina e il Commonwealth (referendum del 23 giugno 2016) [9]. Sfortunatamente, la classe dirigente del Regno Unito non è riuscita a concludere l’accordo sperato con la Cina e sta incontrando grosse difficoltà a ripristinare i rapporti con il Commonwealth.
Al Regno Unito seguirono gli Stati Uniti dove, constatando l’affossamento dell’industria civile, l’8 novembre 2016 parte degli elettori ha votato per l’unico candidato contrario al Nuovo Ordine Mondiale, Donald Trump. Si trattava di tornare al “sogno americano”. Sfortunatamente per loro, Trump, benché abbia cominciato a rimettere in discussione le regole del commercio globalizzato, non ha una squadra che lo supporti all’infuori della famiglia. Trump riesce solo a modificare, ma non a cambiare, la strategia militare USA, i cui ufficiali generali hanno adottato, pressoché all’unisono, il pensiero di Rumsfeld-Cebrowski e non sanno immaginarsi in un ruolo diverso da quello di difensori della globalizzazione finanziaria.
Consapevoli della fine dell’industria nazionale e certi di essere stati traditi dalla classe dirigente, il 4 marzo 2018 gli italiani hanno votato per i partiti anti-sistema: la Lega e il Movimento 5 Stelle. Questi due partiti si sono alleati per attuare una politica sociale. Sfortunatamente per loro l’Unione Europea vi si oppone [10].
In Francia, mentre negli ultimi dieci anni decine di migliaia di PME [piccole e medie imprese, ndt] subappaltatrici dell’industria sono fallite, nello stesso periodo i prelevamenti obbligatori, già tra i più elevati al mondo, sono aumentati del 30%. Diverse centinaia di migliaia di francesi sono inaspettatamente scesi in strada per protestare contro una fiscalità eccessiva. Sfortunatamente per loro, la classe dirigente francese è stata contaminata dal discorso che gli statunitensi rifiutano. Il governo si sforza perciò di adattare le proprie scelte politiche alla rivolta popolare invece di cambiarne i fondamenti.
Se analizziamo in maniera distinta quel che accade in ognuno di questi quattro Paesi, troveremo spiegazioni differenti. Se invece lo analizziamo come fenomeno unitario, pur espresso da culture diverse, troveremo gli stessi meccanismi: in questi Paesi, consecutivamente alla fine del capitalismo, le classi medie spariscono più o meno velocemente e con esse il regime politico da loro incarnato: la democrazia.
O la classe dirigente occidentale abbandona il sistema finanziario che ha costruito e torna al capitalismo produttivo del tempo della guerra fredda, oppure deve inventare un’organizzazione differente, che però nessuno ha ancora pensato; in caso contrario l’Occidente, che ha governato il mondo per cinque secoli, sprofonderà in conflitti interni a lungo termine.
I siriani sono stati il primo popolo non globalizzato capace di sopravvivere e resistere alla distruzione dell’inframondo di Rumsfeld-Cebrowski. I francesi sono il primo popolo globalizzato a ribellarsi alla distruzione dell’Occidente, sebbene non siano consapevoli di lottare contro il nemico comune all’intera umanità. Il presidente Emmanuel Macron non è uomo che possa affrontare la situazione, non perché porti la responsabilità di quanto fatto dal sistema precedente, ma perché è puro prodotto di questo stesso sistema. Alle sommosse in Francia, Macron ha saputo soltanto rispondere dichiarando che, secondo lui, il G20 di Buenos Aires era stato un successo (fatto non vero) e che avrebbe proseguito con più efficacia nella direzione (cattiva) dei predecessori.

Come salvare i privilegi

Sembra che la classe dirigente britannica abbia una propria soluzione: se Londra, in particolare, e gli Occidentali, in generale, non sono più in grado di governare il mondo, conviene salvare il salvabile e dividere il pianeta in due zone ben distinte. È la politica messa in atto da Obama negli ultimi mesi di presidenza [11], poi da Theresa May, ora da Donald Trump, che si sono rifiutati di cooperare, riversando granitiche accuse prima contro la Russia, poi contro la Cina.
Sembra anche che Russia e Cina, malgrado la rivalità storica, siano coscienti di non potersi alleare con gli Occidentali che, dal loro canto, insistono a volerle smembrare. Da questa consapevolezza nasce il progetto «Partenariato dell’Eurasia Allargata»: se il mondo deve scindersi in due parti, che ciascuno organizzi la propria. In concreto significa che Pechino rinuncia a metà della “via della seta” e, insieme a Mosca, la riorganizza facendola passare solo nell’Eurasia Allargata.

Determinare la linea di demarcazione

Sia all’Occidente sia all’Eurasia Allargata converrebbe determinare al più presto la linea di demarcazione. Per esempio, da quale lato si collocherà l’Ucraina? La costruzione da parte della Russia del ponte di Kertch mirava a dividere l’Ucraina, assorbire il Donbass e il bacino del Mare d’Azov, nonché Odessa e la Transnistria. L’incidente di Kertch, organizzato dagli Occidentali, mirava invece a far entrare l’Ucraina nella NATO prima della frantumazione.
Poiché il bastimento della globalizzazione finanziaria sta colando a picco, molti cominciano a mettere in salvo i propri interessi, senza curarsi di alcuno. Da qui nasce, per esempio, la tensione tra Unione Europea e Stati Uniti. In questa gara, il movimento sionista ha come sempre una lunghezza di vantaggio: ha mutato rapidamente la strategia israeliana, lasciando la Siria alla Russia e volgendosi verso il Golfo e l’Africa orientale.

Prospettive

Tenuto conto di quanto c’è in gioco, è evidente che la rivolta in Francia non è che l’inizio di un processo molto più vasto che si allargherà ad altri Paesi occidentali.
È assurdo credere che nell’epoca della globalizzazione finanziaria un governo, qualunque esso sia, possa risolvere i problemi del proprio Paese senza rimettere in discussione le relazioni internazionali e ritrovare simultaneamente la propria capacità d’agire. Ma dopo il crollo dell’Unione Sovietica è proprio la politica estera a essere esclusa dall’ambito democratico. Conviene perciò ritirarsi con urgenza da pressoché tutti i trattati e gli impegni internazionali degli ultimi trent’anni.

[1] Secondo Michail Gorbaciov questo è l’avvenimento che ha portato alla dissoluzione del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica, poiché ha delegittimato lo Stato.
[2] Contrariamente a un’idea preconcetta diffusa in Occidente, sono stati i nazionalisti del Partito Comunista della Germania dell’Est (e le chiese luterane), non gli anti-comunisti (e i pro-USA) a far crollare il simbolo della dominazione sovietica, il Muro.
[3] Lo scopo principale dell’invasione dell’Iraq non era liberare il Kuwait, bensì strumentalizzare la vicenda per costituire una coalizione il più possibile estesa, che comprendesse anche l’Unione Sovietica, al comando degli Stati Uniti.
[4] Global Inequality. A new Approach for the Age of Globalization, Branco Milanovic, Harvard University Press, 22 agosto 2017.
[5] «Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 24 agosto 2017, traduzione di Rachele Marmetti.
[6] È evidente che le guerre di Bush Jr. e di Obama non hanno mai avuto lo scopo di propagare la democrazia. In primo luogo perché, per definizione, la democrazia non può che emanare dal popolo e non può dunque essere imposta con le bombe. In secondo luogo perché gli Stati Uniti erano già una plutocrazia.
[7] Ho conteggiato non solo il milione di morti causati direttamente dalle guerre, bensì anche le vittime dei disordini da esse ingenerati.
[8] L’ex presidente della Riserva Federale USA, Paul Volcker, è al contrario uno degli architetti della finanziarizzazione globale. È stato lui che, in nome dell’ONU, ha perseguito le persone e le istituzioni che avevano aiutato l’Iraq ad aggirare l’embargo delle Nazioni Unite (affare “petrolio in cambio di cibo”). Volcker è una delle personalità più di spicco della Pilgrim’s Society, il club transatlantico presieduto dalla regina Elisabetta II. A tale titolo divenne
[9] “La nuova politica estera britannica”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 4 luglio 2016.
[10] Il Mercato Comune Europeo, un sistema di cooperazione tra Stati, è stato sostituito dall’Unione Europea che, definita dal Trattato di Maastricht, è uno Stato sovranazionale sotto protezione militare della NATO. Ha perciò facoltà di mettere in scacco le decisioni nazionali.
[11] “Due mondi distinti”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 9 novembre 2016.

Hitler fu finanziato da Federal Reserve e Banca d’Inghilterra

1 giugno 2017

Hitler

Ru-polit Fort Russ 14 maggio 2016
Più di 70 anni fa iniziò il peggior massacro della storia. La recente risoluzione dell’Assemblea parlamentare dell’OSCE equipara il ruolo di Unione Sovietica e Germania nazista allo scoppio della Seconda guerra mondiale, salvo il fatto che abbia per scopo estorcere soldi dalla Russia per via di certe economie fallite, è volta a demonizzare la Russia successore dell’URSS e preparare il terreno giuridico per la privazione del diritto di pronunciarsi contro la revisione dei risultati della guerra. Ma se ci affidiamo al problema della responsabilità della guerra, va prima risposto alla domanda chiave: chi aiutò i nazisti ad andare al potere? Chi li spinse verso la catastrofe mondiale? La storia della Germania prima della guerra dimostra che politiche “necessarie” furono dettate dalle turbolenze finanziarie, in cui, all’epoca, il mondo era immerso.
Le istituzioni finanziarie centrali di Gran Bretagna e Stati Uniti, Banca d’Inghilterra e Sistema della riserva federale (FRS), e le organizzazioni finanziarie e industriali associate definirono le strutture fondamentali che decisero la strategia post-bellica dell’occidente.
Obiettivo era imporre il controllo assoluto sul sistema finanziario della Germania per controllare i processi politici dell’Europa centrale. Per attuare tale strategia è possibile tracciare le seguenti fasi:
1°: dal 1919 al 1924, preparare la base per un massiccio investimento finanziario statunitense nell’economia tedesca;
2°: dal 1924 al 1929, istituzione del controllo sul sistema finanziario della Germania e sostegno finanziario al nazionalsocialismo;
3°: dal 1929 al 1933 , provocare e scatenare una profonda crisi finanziaria ed economica e assicurarsi che i nazisti arrivassero al potere;
4°: dal 1933 al 1939, cooperazione finanziaria con il governo nazista e sostegno alla sua politica estera espansionista, volta a preparare e scatenare una nuova guerra mondiale.
Nella prima fase per la leva principale per assicurarsi la penetrazione della capitale statunitense in Europa iniziò coi debiti di guerra e il problema strettamente correlato delle riparazioni tedesche. Dopo l’ingresso formale degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale, diedero prestiti agli alleati (in primo luogo Regno Unito e Francia) per 8,8 miliardi di dollari. Il totale dei debiti di guerra, inclusi i prestiti concessi dagli Stati Uniti nel 1919-1921, fu oltre 11 miliardi di dollari. Per risolvere il problema, i Paesi debitori cercarono d’imporre una grande quantità di condizioni estremamente dure per il pagamento delle riparazioni alla Germania. Ciò causò la fuga di capitali tedeschi all’estero e il rifiuto di pagare le tasse comportando un deficit di bilancio dello Stato che poté essere colmato solo attraverso la stampa di marchi senza copertura.
Il risultato fu il crollo della valuta tedesca, la “grande inflazione” del 1923, pari al 512% quando un dollaro valeva 4,2 miliardi di marchi. Gli industriali tedeschi iniziarono a sabotare apertamente gli obblighi di riparazione, causando la celebre crisi della Ruhr, l’occupazione franco-belga della Ruhr nel gennaio 1923. Gli ambienti governativi anglo-statunitensi, per intraprendere la propria iniziativa, aspettarono che la Francia venisse coinvolta nell’avventura dimostrandosi incapace di risolvere il problema. Il segretario di Stato degli USA Hughes osservò: “È necessario attendere che l’Europa maturi per accettare la proposta statunitense“. Il nuovo piano fu sviluppato dalla “JP Morgan & Co.” su istruzione del capo della Banca d’Inghilterra Montagu Norman. Al centro dell’idea vi era il rappresentante della “Banca Dresdner” Hjalmar Schacht, che la formulò nel marzo 1922 su suggerimento di John Foster Dulles (futuro segretario di Stato del presidente Eisenhower) e consulente legale del presidente W. Wilson alla conferenza di pace di Parigi. Dulles diede questa nota al fiduciario principale della “JP Morgan & Co.” e poi JP Morgan lo raccomandò a H. Schacht, M. Norman e all’ultimo ai governanti di Weimar.

Nel dicembre 1923, H. Schacht divenne direttore della Reichsbank, permettendo di riunire i finanzieri anglostatunitensi e tedeschi. Nell’estate 1924, il progetto denominato “piano Dawes” (nominato dal presidente del comitato di esperti che lo creò, banchiere e direttore di una delle banche del gruppo Morgan), fu adottato alla conferenza di Londra. Chiedeva di dimezzare le riparazioni e di risolvere la questione delle fonti della loro copertura. Tuttavia, il compito principale era garantire condizioni favorevoli agli investimenti statunitensi, possibili solo stabilizzando il marco tedesco. A tal fine, il piano prestò alla Germania 200 milioni di dollari, di cui per metà della JP Morgan, nel mentre le banche anglostatunitensi acquisirono il controllo non solo del trasferimento dei pagamenti tedeschi, ma anche di bilancio, circolazione monetaria e in larga misura del credito del Paese. Nell’agosto 1924, il vecchio marco tedesco fu sostituito da una nuova nota finanziaria stabilizzata in Germania e, come scrisse il ricercatore GD Preparata, la Repubblica di Weimar fu pronta per “gli aiuti economici più pittoreschi della storia, seguiti dalla raccolta peggiore nella storia del mondo, un inondazione di sangue statunitense si riversò nelle vene finanziarie della Germania“. Le conseguenze di ciò non tardarono a comparire. Ciò fu dovuto principalmente al fatto che le riparazioni annuali dovevano coprire l’importo del debito pagato dagli alleati, formato dal cosiddetto “circolo assurdo di Weimar”.
L’oro con cui la Germania pagava le riparazioni di guerra, fu venduto, pignorato e scomparve negli Stati Uniti, dove ritornò in Germania sotto forma di piano di “aiuto” che poi consegnava a Regno Unito e Francia che lo giravano per pagare i debiti di guerra con gli Stati Uniti. Quindi sovraccaricato di interessi veniva rispedito in Germania. Alla fine, tutti in Germania vivevano con il debito e fu chiaro che se Wall Street avesse ritirato i prestiti, il Paese sarebbe fallito completamente.
In secondo luogo, anche se il credito formale fu aperto per garantire i pagamenti, fu speso effettivamente per ripristinare la potenza militare-industriale del Paese. Il fatto è che i tedeschi furono pagati in azioni di società coi prestiti, quindi il capitale statunitense s’integrò attivamente nell’economia tedesca. L’importo degli investimenti esteri nell’industria tedesca nel 1924-1929 ammontò a 63 miliardi di marchi d’oro (30 miliardi contabilizzati come prestiti) e il pagamento delle riparazioni a 10 miliardi di marchi. Il 70% dei ricavi fu fornito dalle banche degli Stati Uniti in maggioranza dalla JP Morgan. Di conseguenza, nel 1929, l’industria tedesca era al secondo posto nel mondo, ma era in gran parte nelle mani dei principali gruppi finanziari-industriali degli USA.
Le “Interessen-Gemeinschaft Farbenindustrie“, fornitore principale della macchina da guerra tedesca, finanziò il 45% della campagna elettorale di Hitler nel 1930, ed era sotto il controllo della “Standard Oil” di Rockefeller. Morgan, tramite la “General Electric“, controllava l’industria radioelettrica tedesca tramite AEG e Siemens (fino al 1933, il 30% delle azioni di AEG erano della “General Electric”) e attraverso la società ITT, il 40% della rete telefonica della Germania. Inoltre possedevano il 30% della società aeronautica “Focke-Wulf“. “General Motors“, della famiglia DuPont, controllava la “Opel“. Henry Ford controllava il 100% delle azioni della “Volkswagen“. Nel 1926, con la partecipazione della banca “Dillon, Reed & Co.” dei Rockefeller, il secondo maggiore monopolio industriale della Germania, dopo “IG Farben“, apparve; era il cartello metallurgico “Vereinigte Stahlwerke” (Unione delle acciaierie) tra Thyssen, Flick, Wolff, Feglera ecc.
La cooperazione statunitense con il complesso militare-industriale tedesco fu così intensa e pervasiva che nel 1933 i settori chiave dell’industria tedesca e delle grandi banche come Deutsche Bank, Dresdner Bank, Donat Bank ecc. erano controllati dal capitale finanziario statunitense. La forza politica che doveva svolgere un ruolo cruciale nei piani anglo-statunitensi fu preparata simultaneamente. Si trattò del finanziamento del partito nazista e di A. Hitler stesso. Come scrisse il cancelliere tedesco Brüning nelle sue memorie, dal 1923 Hitler riceveva grandi somme dall’estero. Da dove è ignoto, ma passarono da banche svizzere e svedesi. È anche noto che nel 1922 a Monaco di Baviera si ebbe una riunione tra A. Hitler e l’addetto militare degli Stati Uniti in Germania, capitano Truman Smith, che redasse una relazione dettagliata per i suoi superiori di Washington (dell’ufficio d’intelligence militare), in cui elogiava Hitler. Fu attraverso il giro di conoscenze di Smith, in primo luogo, che Hitler fu presentato a Ernst Franz Sedgwick Hanfstaengl (Putzie), laureato all’Harvard University, e che svolse un ruolo importante nella formazione politica di A. Hitler, dandogli un notevole sostegno finanziario e assicurandogli contatti con importante figure inglesi. Hitler era preparato in politica, tuttavia, mentre la Germania regnava in prosperità, il suo partito rimase periferico nella vita pubblica. La situazione cambiò drammaticamente con la crisi.
Dall’autunno 1929, dopo il crollo della borsa statunitense attivata dalla Federal Reserve, iniziò la terza tappa della strategia dei circoli finanziari anglo-statunitensi. Federal Reserve e JP Morgan decisero di smettere di prestare alla Germania, ispirati dalla crisi bancaria e depressione economica dell’Europa centrale. Nel settembre 1931 il Regno Unito abbandonò il gold standard, distruggendo deliberatamente il sistema internazionale dei pagamenti e togliendo l’ossigeno finanziario alla Repubblica di Weimar. Ma nel partito nazista si ebbe un miracolo finanziario: nel settembre 1930, a seguito di grandi donazioni da Thyssen e IG Farben, il partito di Kirdorf ebbe 6,4 milioni di voti e fu al secondo posto nel Reichstag, dopo di che ricevette ampi finanziamenti esteri.
Il legame principale tra i maggiori industriali tedeschi e i finanzieri esteri fu H. Schacht. Il 4 gennaio 1932 si ebbe una riunione tra il maggiore finanziatore inglese M. Norman, A. Hitler e von Papen, concludendo un accordo segreto sul finanziamento del NSDAP. In questa riunione furono inoltre presenti i politici statunitensi Dulles, cosa che i loro biografi non menzionano. Il 14 gennaio 1933 si ebbe un incontro tra Hitler, Schroder, Papen e Kepler, dove il programma di Hitler fu adottato. Fu qui che finalmente si decise il passaggio di potere ai nazisti, e il 30 gennaio Hitler divenne cancelliere. L’avvio della quarta fase della strategia così cominciò.

L’atteggiamento degli ambienti governativi anglo-statunitensi verso il nuovo governo fu di netta simpatia. Quando Hitler si rifiutò di pagare le riparazioni, naturalmente mettendo in discussione il pagamento dei debiti di guerra, né Gran Bretagna né Francia avanzarono pretese. Inoltre, dopo la visita negli Stati Uniti nel maggio 1933, Schacht fu posto nuovamente a capo della Reichsbank, e dopo l’incontro con il presidente e i più grandi banchieri di Wall Street, gli USA assegnarono alla Germania nuovi prestiti per un miliardo di dollari.
A giugno, durante un viaggio a Londra e l’incontro con M. Norman, Schacht cercò un prestito inglese di 2 miliardi di dollari e la riduzione o cessazione dei pagamenti dei vecchi prestiti. Così, i nazisti ebbero ciò che non poterono avere con il precedente governo. Nell’estate 1934 la Gran Bretagna firmò l’accordo di trasferimento anglo-tedesco, uno dei fondamenti della politica inglese verso il Terzo Reich e alla fine degli anni ’30 la Germania era il principale partner commerciale del Regno Unito. La Schroeder Bank fu l’agente principale della Germania nel Regno Unito e nel 1936 il suo ufficio a New York collaborò con i Rockefeller per creare la “Schroeder, Rockefeller & Co. Investment Bank”, che la rivista “Times” chiamò “l’asse propagandistico economico Berlino-Roma”. Come ammise Hitler, concepì il suo piano quadriennale sulla base dei prestiti finanziari esteri, quindi non creò il minimo allarme.
Nell’agosto 1934, la “Standard Oil” in Germania acquistò 730000 ettari di terreno e costruì grandi raffinerie di petrolio che fornirono la benzina ai nazisti. Allo stesso tempo, la Germania prese segretamente in consegna dagli Stati Uniti le attrezzature più moderne per le fabbriche di aeromobili, che iniziarono la produzione di aerei. La Germania ottenne numerosi brevetti militari dalle ditte statunitensi “Pratt e Whitney“, “Douglas“, “Curtis Wright” e con la tecnologia statunitense produsse lo “Junkers Ju-87”. Gli investimenti nell’economia della Germania ammontarono a 475 milioni di dollari. La “Standard Oil” investì 120 milioni di dollari, “General Motors” 35, ITT 30 e “Ford” 17,5. La stretta collaborazione finanziaria ed economica degli ambienti aziendali anglo-statunitensi e nazisti fece da sfondo, negli anni ’30, alla politica di appoggio che portò alla Seconda guerra mondiale.
Oggi, quando l’élite finanziaria mondiale iniziava ad attuare il piano “Grande depressione – 2”, con la successiva transizione al “nuovo ordine mondiale”, l’identificazione del ruolo chiave nell’organizzazione dei crimini contro l’umanità diventa una priorità.

Jurij Rubtsov è dottore in scienze storiche, accademico dell’Accademia delle scienze militari e membro dell’Associazione internazionale degli storici della Seconda guerra mondiale.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: http://www.cogitoergo.it/hitler-fu-finanziato-federal-reserve-banca-dinghilterra/

L’internazionale criminale: la Lega anticomunista mondiale

Fondata a Taiwan da Chiang Kai-shek, Reverendo Moon e da criminali nazisti e di guerra giapponesi, la Lega anticomunista mondiale (WACL) con Nixon la prima volta estese i metodi contro-insurrezionali nel sud-est asiatico e nell’America Latina. Sette capi di Stato parteciparono alle sue riunioni. Poi, rediviva con l’era Reagan, divenne uno strumento del complesso militare-industriale degli USA e della CIA durante la Guerra Fredda. Gli furono commissionati omicidi politici e l’addestramento controinsurreazionale in tutti i conflitti, tra cui l’Afghanistan dove era rappresentata da Usama bin Ladin.
| Parigi (Francia)
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Alla fine della seconda guerra mondiale, i servizi segreti statunitensi utilizzarono fascisti, ustascia e nazisti per creare una rete di agenti anticomunisti: Stay-behind [1]. Se reclutati negli Stati Uniti i futuri agenti atlantici dovevano rimanere segreti, negli Stati sotto il controllo sovietico, al contrario, dovevano agire pubblicamente. Fu creata quindi, nel 1946, una sorta di ente internazionale per coordinare l’azione degli agenti orientali trasferiti in occidente: il Blocco delle Nazioni anti-bolsceviche (ABN). Fascisti ucraini, ungheresi, rumeni, croati, bulgari, slovacchi, lituani, ecc. si unirono sotto la guida di Yaroslav Stetsko. Ex-capo collaborazionista ucraino, Stetsko è considerato il responsabile del massacro di 700 persone, per lo più ebrei, a Leopoli del 2 luglio 1941.

Otto anni più tardi, alla fine della guerra di Corea, gli Stati Uniti sostituirono la Francia in Indocina [2]. Il presidente Eisenhower creò un sistema di difesa regionale diretto contro l’URSS e la Cina. L’8 settembre 1954, seguendo il modello della NATO, fu creata la SEATO che raggruppava Australia, Nuova Zelanda, Pakistan, Filippine, Thailandia, Regno Unito e Stati Uniti. Il 2 dicembre il dispositivo fu completato con un trattato di difesa bilaterale tra Stati Uniti e Taiwan [3]. In parallelo, la CIA, sotto la direzione di Allen Dulles, struttura i servizi spionistici di tali Stati e crea un’organizzazione di contatto tra i partiti anticomunisti nella regione. Quindi, viene creata attorno Chiang Kai-shek la Lega anti-comunista dei popoli dell’Asia (APACL).

Oltre al presidente di Taiwan Chiang Kai-shek, l’APACL conta tra i suoi membri Paek Chun-hee, futuro presidente della Corea del Sud; Ryiochi Sasakawa, criminale di guerra divenuto milionario e benefattore del Partito liberale giapponese; e il Reverendo Sun Myung Moon [4], profeta della Chiesa dell’Unificazione. Inoltre, nelle file dell’APACL vi erano il generale Prapham Kulapichtir (Thailandia), il presidente Ferdinando Marcos (Filippine), il principe Sopasaino (Laos) [5] il colonnello Do Dang Cong, rappresentante del presidente del Vietnam Nguyen Van Thieu), ecc.
L’APACL è sotto il controllo totale di Ray S. Cline, allora capo della stazione della CIA a Taiwan [6], e pubblica l’Asian Bulletin redatto da Michael Lasater, futuro capo del dipartimento dell’Asia della Heritage Foundation [7].

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1967

La creazione della WACL

1976 The WACL 9th Conf. held at Seoul, Korea Dal 1958, il presidente del Blocco delle Nazioni anti-bolsceviche (ABN) presenziò a Taipei, in occasione della conferenza annuale della Lega anticomunista dei Popoli dell’Asia (APACL). Stetsko e Cline supervisionarono la fondazione della Political Warfare Cadres Academy di Taiwan, l’istituzione responsabile dell’addestramento dei quadri del regime di Chiang Kai-shek nella repressione anticomunista. L’accademia è l’equivalente asiatico del Psychological Warfare Center di Fort Bragg (Stati Uniti) e della Scuola delle Americhe a Panama [8]. Progressivamente, la CIA formò una rete di gruppi politici ed istruttori in controinsurrezione in tutto il mondo. Nel 1967, ABN e APACL si fusero denominandosi Lega anticomunista mondiale (World Anti-Communist League, WACL) estendendo le attività a tutto il “mondo libero”. Tra i nuovi membri vi erano i Los Tecos o Legione di Cristo Re, formazione fascista messicana creata durante la Seconda Guerra Mondiale. La Lega nella prima fase conobbe un boom negli anni ’73-’75, quando Richard Nixon e il consigliere per la sicurezza Henry Kissinger occupavano la Casa Bianca.

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Il suo finanziamento è assicurato generosamente dalla Chiesa della Riunificazione. Tuttavia, tale realtà non è più riconosciuta pubblicamente dal 1975. Il Rev. Sun Myung Moon disse poi di aver rotto i legami con la Lega, ma continuava ad esercitare la propria leadership tramite il suo rappresentante giapponese Osami Kuboki.

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Il ruolo della WACL nell’attuazione dei piani Fenice (1968-1971) e Condor (1976-1977), con l’assassinio di migliaia di sospetti simpatizzanti del comunismo nel sud-est asiatico e in America Latina, non è sufficientemente documentato.
L’Operazione Phoenix fu probabilmente applicata in Vietnam dal Joint Unconventionnal Warfare Task Force del maggiore-generale John K. Singlaub, poi presidente della WACL. Tuttavia, Singlaub ha sempre negato il coinvolgimento in tale operazione.
D’altra parte, il generale Hugo Banzer, che impose la sua dittatura in Bolivia nel 1971-1978, presiedette la sezione latinoamericana della WACL. Banzer organizzò un piano per eliminare fisicamente i suoi oppositori comunisti nel 1975. Il piano Banzer fu presentato come modello da seguire in un vertice latinoamericano della WACL ad Asuncion, nel 1977, alla presenza del dittatore paraguaiano Alfredo Stroessner. Una mozione diretta a procedere nello stesso modo, l’eliminazione di tutti i sacerdoti e religiosi seguaci della teologia della liberazione nell’America Latina, fu presentata dalla delegazione del Paraguay e adottata dalla Conferenza mondiale della WACL nel 1978 [9].
Non si sa con certezza il ruolo della WACL nella strategia della tensione che colpì l’Europa in quel periodo. François Duprat, fondatore di Ordine Nuovo francese; Giorgio Almirante, fondatore del MSI; lo spagnolo Jesus Palacio, fondatore di CEDADE; il belga Paul Vankerhoven, presidente del Circolo delle nazioni, e altri come loro, militarono nella WACL. La Lega esfiltrò dall’Italia Stefano delle Chiaie [10] ricercato per terrorismo, e l’inviò in Bolivia, allora sotto il regime di Hugo Banzer, dove fu nominato subito secondo di Klaus Barbie alla testa degli squadroni della morte.
La documentazione è scarsa anche sul ruolo della WACL nella guerra in Libano. E’ noto, al massimo, che reclutò mercenari per le milizie cristiane del presidente Camille Chamoun nel 1975, una settimane prima dello scoppio del conflitto.

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Al suo arrivo alla Casa Bianca nel 1977, Jimmy Carter volle porre fine alle pratiche sordide dei predecessori. L’Ammiraglio Stanfield Turner fu nominato capo della CIA e si dedicò ad eliminare i regimi autoritari in America Latina. Fu dura per la WACL, che non ricevette più finanziamenti dai suoi membri. Allora divenne un covo di anti-Carter, preparandosi a giorni migliori e creando spontaneamente rapporti con la principale organizzazione anti-Carter degli Stati Uniti, la Coalizione Nazionale per la Pace Attraverso la Forza (National Coalition for Peace Through Strength). Tale fronte del rifiuto promanava dal Consiglio di sicurezza nazionale statunitense, che il presidente Eisenhower designò con il termine “complesso militare-industriale” [11]. I suoi co-presidenti erano il generale Daniel O’Graham [12], che partecipò con George H. Bush alla Commissione Pipes per la rivalutazione della minaccia sovietica, denominata Team B [13], e il generale John K. Singlaub [14].
Numerosi funzionari della Lega erano legati ai comitati per l’elezione di Ronald Reagan. Per molti di loro, il governatore repubblicano della California non era un estraneo. In effetti, alla fine della seconda guerra mondiale, Reagan fu portavoce della Crociata per la libertà, la raccolta fondi per accogliere negli Stati Uniti gli immigrati dall’Europa orientale in fuga dal comunismo. Difatti si trattava di radunare nazisti, fascisti ed ustascia nel Blocco delle Nazioni anti-bolsceviche (ABN). E il vicepresidente George H. Bush era un altro amico. Da direttore della CIA fu a capo dell’Operazione Condor.

L’età d’oro della WACL

Con l’arrivo di Ronald Reagan e George H. Bush alla Casa Bianca, la WACL riacquista vigore e continua a svilupparsi. I vecchi contatti danno frutti. Il complesso militare-industriale degli Stati Uniti finanzia la creazione della sezione statunitense della WACL denominata Consiglio per la Libertà Mondiale (Council for World Freedom, USCWF). Il presidente era il generale John K. Singlaub e il vicepresidente era il generale Daniel O’Graham. Ma non solo. Il complesso militare-industriale fece della WACL lo strumento centrale della repressione anticomunista mondiale. Singlaub divenne così presidente della WACL.

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La Lega agisce su tutti i fronti :
Per combattere la presenza sovietica in Afghanistan, il Consiglio di Sicurezza Nazionale statunitense [15] finanziò una sezione della WACL: il Comitato per un Afghanistan Libero con sede presso la Fondazione Heritage. L’operazione inizia con la visita ufficiale di Margaret Thatcher e Lord Nicholas Bethell, capo dipartimento dell’MI6, negli Stati Uniti, e la dirige il generale J. Milnor Roberts. Il Comitato è direttamente coinvolto nel supporto logistico ai “combattenti per la libertà”, autorizzati dal direttore della CIA William Casey [16] e diretti da Usama bin Ladin [17]. Il legame tra la WACL e l’affarista saudita l’assicura un collaboratore dello sceicco, Ahmad Salah Jamjun dell’impresa di costruzioni Bin Ladin Group, e un ex-primo ministro dello Yemen del Sud [18].
Nelle Filippine, il presidente Ferdinando Marcos rappresenta la WACL. Ma quando viene estromesso nel 1986, John K. Singlaub e Ray Cline arrivano nel Paese per scegliere nuovi partner, quindi creano un gruppo paramilitare antiguerriglia e scelgono il generale Fidel Ramos [19], amico di Frank Carlucci [20], George H. Bush e Bin Ladin.
Per combattere la rivoluzione sandinista in Nicaragua, la WACL crea una base logistica nella proprietà di John Hull in Costa Rica, con istruttori argentini. La Lega usa anche i servizi offerti dal Capo di Stato Maggiore dell’Honduras, generale Gustavo Alvarez Martinez, che recluta mercenari utilizzando la copertura umanitaria del Refugee Relief International.
In Guatemala, la WACL conta su Mario Sandoval Alarcon, capo del Movimento di Liberazione Nazionale. Sandoval, vicepresidente nel 1974-1978, era il vero padrone del Paese, essendo il generale-presidente Romeo Lucas Garcia null’altro che un burattino. Sandoval creò gli squadroni della morte che uccisero più di 13000 persone in cinque anni.
Nel Salvador, la WACL si affidò a Roberto D’Aubuisson, formatosi all’accademia di Taiwan e beneficiario degli aiuti dai guatemaltechi. D’Aubuisson divenne capo dell’ANSESAL, equivalente locale della CIA, e di un’organizzazione paramilitare di destra, il Partito Repubblicano Nazionalista (ARENA). Inoltre, creò gli squadroni della morte e fece uccidere l’arcivescovo Oscar Romero.

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Harry Aderholt & John Singlaub

Ma il successo della WACL ne causò anche la caduta. Nel 1983, il sottosegretario alla Difesa Fred C. Iklé [21] creò al Pentagono un comitato segreto di otto esperti, il Consiglio per la Difesa della Libertà, guidato dal generale John K. Singlaub [22]. E’ noto che la commissione decise che l’intervento segreto in Afghanistan fosse un modello da seguire anche in Nicaragua, Angola, Salvador, Cambogia e Vietnam, ma non vi sono abbastanza documenti sui dettagli delle loro operazioni.
Nel 1984 Ronald Reagan lasciò alla Lega in generale e in particolare a John Singlaub, il finanziamento congiunto dell’Irangate sotto la diretta autorità del colonnello Oliver North del Consiglio di Sicurezza Nazionale. Lo scandalo scoppiò nel 1987, svelando tutto e distruggendo la WACL.

Traduzione
Alessandro Lattanzio
(Sito Aurora)
[1] « Stay-behind : les réseaux d’ingérence américains », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 20 août 2001.
[2] L’esercito francese perse la battaglia di Dien Bien Phu il 7 maggio 1954.
[3] D’altra parte, il 29 gennaio 1955, il Congresso diede carta bianca al presidente Eisenhower autorizzandolo ad entrare in guerra per difendere Taiwan se attaccata dai comunisti.
[4] « Révérend Moon : le retour », Réseau Voltaire, 26 mars 2001.
[5] Il principe Sopasaino, vicepresidente dell’Assemblea Nazionale del Laos, fu intercettato dalle autorità francesi nell’aeroporto Orly di Parigi, il 23 aprile 1971. Aveva nei bagagli 60 kg di eroina pura.
[6] Ray S. Cline fu l’analista più ascoltato allo scoppio della guerra di Corea. Fu capo della stazione della CIA a Taipei dal 1958 al 1962. La sua copertura era direttore dell’US Naval Auxiliary Communications Center. Divenne vicedirettore della CIA grazie al cambio del personale causato dal fiasco della Baia dei Porci. Pubblicò un libro di memorie, Secrets, Spies and Scholars, Editorial Acropolis Books, 1976.
[7] Michael Laseter era il principale responsabile della Chiesa universale e trionfante (CUT) di Elizabeth Claire. A metà degli anni ’70, la setta fu al centro di uno scandalo quando un arsenale militare fu scoperto presso la sede in California. Uno dei suoi capi fu nominato direttore esecutivo della rappresentanza della WACL in Afghanistan, negli anni ’80.
[8] La Scuola delle Americhe (SOA) fu poi trasferita a Fort Benning negli Stati Uniti. La nostra biblioteca elettronica offre una guida completa agli studenti della scuola nel 1947-1996.
[9] Questa operazione sembra essere stata condotta in coordinamento con monsignor Alfonso Lopez Trujillo, allora Segretario Generale della Conferenza Episcopale Latinoamericana (CELAM).
[10] « 1980 : carnage à Bologne, 85 morts », Réseau Voltaire, 12 mars 2004.
[11] La Coalizione Nazionale per la Pace attraverso la Forza ebbe fino a 257 congressisti.
[12] Il tenente-generale Daniel O’Graham fu vice direttore della CIA incaricato delle relazioni con le altre agenzie d’intelligence (1973-1974) e successivamente direttore della DIA (1974-1976). Direttore esecutivo del Consiglio di Sicurezza Nazionale degli USA, fu uno dei principali fautori della proposta “Star Wars”. Fondò High Frontier che presiedette fino alla morte nel 1995.
[13] Nel 1975, l’estrema destra accusò la CIA di essere stata penetrata da infiltrati comunisti e di minimizzare il pericolo rosso. Il presidente Ford quindi nominò George H. Bush direttore dell’Agenzia ed autorizzò il completamento di una contro-verifica. Richard Pipes creò “Team B” che pubblicò un rapporto allarmista per giustificare la ripresa della corsa agli armamenti. Oggi è noto che la Commissione Pipes travisò deliberatamente i dati per aprire mercati al complesso militare-industriale. Su questo argomento, vedasi: « Les marionnettistes de Washington », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 13 novembre 2002. “Daniel Pipes, esperto dell’odio”, Traduzione di Franco Cilli, Rete Voltaire, 5 maggio 2004.
[14] John K. Singlaub fu un ufficiale dell’OSS durante la seconda guerra mondiale. Creò la guerriglia del Kuomintang di Chiang Kai-shek contro i giapponesi. Durante la guerra di Corea fu a capo della stazione della CIA, e più tardi, durante la guerra del Vietnam, diresse i Berretti Verdi. Fu istruttore di controinsurrezione a Fort Benning. Andato in pensione, divenne il direttore della formazione presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale degli USA. Fu in quella posizione che divenne co-presidente della Coalizione e, in seguito presidente della Lega.
[15] La National Endowment for Democracy finanzia il Comitato dal 1984. Questi poi trasmetteva parte dei fondi ricevuti a organizzazioni umanitarie per i propri scopi politici in Afghanistan, in particolare Medici senza frontiere, Bernard Kouchner e Assistenza medica internazionale.
[16] Gli Stati Uniti destabilizzarono deliberatamente l’Afghanistan, ma non si aspettarono l’entità della reazione militare di Mosca. Washington quindi mobilitò gli alleati nella guerra, non per “liberare” gli afgani, ma esplicitamente per evitare che l’URSS avanzasse verso il Mare Arabico.
[17] Nel 1983, la WACL stampò T-shirt con l’effige di Usama bin Ladin e la scritta “Sostieni i combattenti per la libertà afgani. Combattono per te!“.
[18] Usama bin Ladin non veniva presentato come un musulmano credente, ma come affarista anticomunista scelto dal principe Turqi, capo dei servizi segreti sauditi, per partecipare alla guerra degli Stati Uniti contro i sovietici. Bin Ladin fu prima responsabile della direzione della costruzione delle infrastrutture necessarie ai “combattenti per la libertà”, dopo gestì i rifornimenti ai mujahidin stranieri che li raggiunsero. Usama Bin Ladin divenne solo alla fine un credente musulmano per imporre la sua autorità.
[19] Il generale Fidel Ramos fu eletto presidente nel 1992. Alla fine del mandato, nel 1998, entrò nel Gruppo Carlyle. Vedasi: « Le Carlyle Group, une affaire d’initiés », Réseau Voltaire, 9 février 2004.
[20] « L’honorable Frank Carlucci », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 11 février 2004.
[21] Fred C. Iklé era il secondo di Caspar Weinberger al Pentagono. Questo storico guerriero freddo è attualmente membro di Center for Security Policy (CSP) e di Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC), ed amministratore della Smith Richardson Foundation.
[22] Tale comitato comprende i generali Harry Aderholt e Edward Lansdale, il colonnello John Waghelstein, Seale Doss, Edward Luttwak, il maggiore F. Andy Messing Jr. e Sam Sarkessian.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article192711.html

Le origini naziste della NATO

Mision Verdad, 10 aprile 2018
Sui nazisti ci sono molti miti e persino fantasie, tuttavia alcune storie su ciò che accadde a certi ufficiali, scienziati, intellettuali del Terzo Reich sono state confermate da documenti, rapporti e dossier declassificati. Si trova sul web la storia delle ratlines (linee dei topi), di cui il Vaticano tesse la logistica. Consisteva in una serie di rotte e punti di transizione per alcuni personaggi del nazismo che il governo statunitense volle arruolare, aiutandosi nella clandestinità. Da qui anche il riferimento ai ratti. La riconversione dal nazismo all’occidente contro il comunismo fu solo proforma, poiché già il Terzo Reich cercò nella Seconda guerra mondiale di sconfiggere l’Unione Sovietica. Come si sa, fallì. Ma alti comandanti nazisti furono poi riciclati nella struttura della coalizione transatlantica guidata dagli Stati Uniti contro il blocco sovietico. Di seguito presentiamo brevi profili dei seguenti ufficiali che, da nazisti, divennero importanti ufficiali dell’Organizzazione del Nord Atlantico (NATO).

Adolf Heusinger, al centro, Hitler a destra, a sinistra di Heusinger, Paulus.

Adolf Heusinger ascese ai vertici delle gerarchie militari del Terzo Reich.
Divenne capo di Stato Maggiore nel 1944 per un breve periodo, e poi fu ridotto a capo della divisione cartografica per una possibile collaborazione all’attentato a Hitler.
Fu coinvolto nei piani d’invasione nazista di Polonia, Norvegia, Danimarca e Francia.
La sua storia è la più interessante, poiché dopo la guerra divenne spia della CIA, braccio destro militare del governo di Konrad Adenauer nel 1957-1961, nella Repubblica Federale di Germania, per poi avere la presidenza del Comitato militare della NATO, il massimo grado militare dell’organizzazione, fino al 1964.

Heusinger alle spalle di Adenauer.
– Hans Speidel fu tenente-generale nazista, Capo di Stato Maggiore e uno dei più importanti ufficiali da campo di Erwin Rommel. Aderì all’esercito tedesco di Adenauer come consigliere e supervisionò l’integrazione della Bundeswehr (forze armate tedesche) nella NATO. Fu poi nominato comandante supremo delle forze alleate della NATO in Europa centrale dal 1957 al 1963.
1944; Speidel, Lang e Rommel
1.12.1955, Heusinger, Blank e Speidel

Johannes Steinhoff fu uno dei più audaci piloti dell’aviazione militare nazista.
Il suo record di 176 aerei nemici abbattuti, e la sua esperienza in 993 missioni durante la carriera di pilota da combattimento, fu abbattuto 12 volte e sempre salvato, gli valse la decorazione più importante del Terzo Reich durante la guerra: la Croce di Ferro da Cavaliere.
Steinhoff fu capo di Stato Maggiore e comandante delle Forze aeree alleate dell’Europa centrale (1965-1966), capo di Stato Maggiore della Luftwaffe della Bundeswehr (1966-1970) e presidente del Comitato militare della NATO (1971-1974).
Steinhoff e il Generale statunitense JR Holzapple
Steinhoff a sinistra, con Willy Brandt al centro; Bonn
– Johann von Kielmansegg fu ufficiale di Stato Maggiore Generale dell’Alto Comando nazista, dove divenne colonnello e comandò diversi reggimenti sul campo. Dopo la guerra, aderì alla marina tedesca e promosso generale di brigata, scalò i vertici della NATO come comandante in capo delle forze speciali dell’Europa centrale nel 1967.
Kielmansegg, Hoepner, Schoen Angerer e Landgraf, durante l’invasione dell’URSS, presso Leningrado
Il capo di Stato Maggiore USA Lyman Lemnitzer e Johann Adolf Graf von Kielmansegg; 1968
– Jürgen Bennecke faceva parte dello Stato Maggiore del Gruppo d’Armate Centro dei nazisti. Fu promosso generale durante la formazione dell’esercito tedesco nel dopoguerra, e dal 1968 al 1973 fu comandante in capo del Comando delle forze alleate della NATO in Europa centrale.
Jurgen Bennecke col Maresciallo dell’Aria Sir August Walker, comandante della RAF; 1968
– Ernst Ferber fu promosso tenente-colonnello nello Stato Maggiore della Wehrmacht, venne decorato con la Croce di ferro di prima classe. Dopo il reclutamento post-bellico, fu comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale dal 1973 al 1975.
Ernest Feber al centro
– Karl Schnell fu primo ufficiale dello Stato Maggiore di importanti corpi e divisioni e ricevette la Croce di ferro di seconda classe. Successivamente studiò economia aziendale e divenne tenente-generale, sostituendo il generale Ferber a comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale, nel 1975 – 1977.
Karl Schnell, a sinistra
 Ferdinand von Senger und Etterlin combatté come tenente nell’invasione nazista dell’Unione Sovietica (operazione Barbarossa) e partecipò alla battaglia di Stalingrado, una delle più importanti della Seconda guerra mondiale che ribaltò l’equilibrio di forze per gli alleati. Tra le tre decorazioni più importanti c’era la Croce tedesca in oro, ed alla fine della guerra fu assistente del Comando supremo della marina del Terzo Reich. In seguito comandò diversi battaglioni di carri armati divenendo generale e comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale nel 1979 – 1983.

– Franz-Josef Schulze fu tenente nelle forze aeree naziste e comandante di reggimento, ricevette la Croce di ferro di cavaliere. Nella Germania del dopoguerra divenne generale e fu comandante in capo delle f forze alleate della NATO in Europa centrale nel 1977 – 1979.–

Tali ufficiali nazisti hanno parecchie cose in comune, tra cui aver scritto e pubblicato libri sulle loro esperienze da nazisti nella Seconda guerra mondiale, essendo stati catturati (in maggioranza) dalle forze armate statunitensi offrirono i loro servigi agli ordini della struttura più importante che affrontò, durante gli anni della cosiddetta Guerra Fredda, i sovietici e la loro influenza in Europa. L’obiettivo principale della Germania nazista era distruggere il progetto sovietico, così come la NATO aveva intenzione di fare fino alla caduta del muro di Berlino. Questo è il motivo per cui gli ufficiali nazisti con esperienza sul campo di battaglia e conoscenza delle tattiche che la NATO poi usò contro Jugoslavia e Libia, per nominare due casi, furono reclutati dalle élite statunitensi e tedesche per riprendere l’Operazione Barbarossa con modi più sottili e la stessa audacia ideologica. Proprio come l’Organizzazione Gehlen fu attivata da Stati Uniti e Germania Federale nel dopoguerra, partendo dalle reti spionistiche che i nazisti avevano nell’Europa dell’Est, gli stessi ufficiali che ebbero successo nelle campagne militari furono riattivati per adempiere al loro ruolo secondo nuovi tempi ed interessi. La ricapitolazione sulle origini naziste di tale organizzazione transatlantica spiega ciò che molti altri analisti militari a lungo pensano: che il nazismo in Europa si manifesta storicamente oggi nella NATO. Il sogno di Hitler si materializza oggi e punta direttamente contro Russia e progetto eurasiatico.
Hans Landgraf, Georg Reinhardt, ignoto, e von Kielmansegg, a destra, durante l’invasione dell’URSS, estate 1941
Traduzione di Alessandro Lattanzio