LE RESPONSABILITA’ VATICANE NEL CONFLITTO BALCANICO: ALCUNI ELEMENTI.

  • Nei primi anni ’80, subito dopo la morte di Josip Broz Tito, viene segnalata l’apparizione della Madonna ad alcuni giovani croati a Medjugorje, una località della Erzegovina dove già durante la seconda Guerra mondiale i fascisti si erano scatenati con violenze ed uccisioni contro la popolazione di religione ortodossa. La gerarchia cattolica non ha mai voluto ufficialmente riconoscere la veridicità delle apparizioni di Medjugorje, ma il clero locale (i frati francescani dell’Erzegovina noti da secoli per il loro fondamentalismo e, nel Novecento, per il loro supporto alla causa degli ustascia) se ne è avvalso per fini propagandistici. Anche dall’Italia sono stati organizzati pellegrinaggi.

Sarebbe interessante sapere che fine hanno fatto oggi quei ragazzi “visionari” o “miracolati”: sappiamo ad esempio che Marija Pavlovic, che aveva fatto voto di entrare in convento, è oggi felicemente sposata; pare anzi che anche gli altri quattro ragazzi protagonisti della vicenda abbiano messo su famiglia, e che tre di loro siano emigrati all’estero.

Molti dicono che le cose, in Jugoslavia, cominciarono a precipitare con la morte di Tito. Ma si può anche dire che le cose cominciarono ad andare a rotoli quando “apparve” la Madonna a Medjugorje. Probabilmente sono vere entrambe le affermazioni…

  • Il 1990 è l’anno dedicato a Madre Teresa di Calcutta. Pochi sanno che questa suora era originaria di Skopje, nella ex repubblica federata di Macedonia, ed apparteneva al gruppo etnico albanese. Lo stesso anno raggiungono il culmine le tensioni tra albanesi e serbi nella regione del Kosmet (Kosovo e Metochia). Dinanzi a personalità albanesi Giovanni Paolo II, in uno dei paesini albanesi del meridione d’Italia, celebra la Madonna di Scutari, patrona e protettrice dell’Albania. Durante la celebrazione il papa afferma: “Madre della speranza regalaci il giorno Leeeeeenel quale questo popolo generoso possa essere unito”, dichiarando così esplicitamente il sostegno del Vaticano alla causa degli albanesi del Kosovo.

Negli anni successivi segnaliamo tra l’altro la visita del papa in Albania (paese – per inciso – a stragrande maggioranza atea o, al limite, musulmana) e la frequentazione di Madre Teresa con pezzi grossi dello Stato quali la vedova di Hoxha, con la quale presenzia ad una cerimonia dinanzi ad un monumento alla “Grande Albania”.

  • Nel 1991 scoppia la guerra. Il papa parla all’Angelus delle “legittime aspirazioni del popolo croato”. Il riconoscimento ufficiale della Croazia indipendente da parte del Vaticano avviene il 13 gennaio del 1992, contro il parere del resto della comunità internazionale, almeno apparentemente: gli altri paesi si adegueranno dopo due giorni.
  • Nel 1992 la guerra civile si estende in Bosnia-Erzegovina, repubblica a maggioranza relativa di musulmani. I serbi (cristiani ortodossi) costituiscono un terzo della popolazione, mentre circa il 15% sono croati (cattolici). Durante il conflitto i soldati croati compiranno i crimini più efferati (semmai sia possibile compilare statistiche su queste cose… noi comunque ci riferiamo ai dati del londinese Institute for Strategic Studies – cfr. LIMES n.3/’95, pg.60). Le cronache parlano di soldati che vanno in guerra con il rosario al collo, di preti e frati francescani erzegovesi che vanno in giro con la pistola (alcuni intervistati anche dall’italiano Avvenire) o tuonano dai pulpiti delle loro chiese, di ingiustizie nella distribuzione degli aiuti della Caritas (secondo il criterio “etnico”, applicato d’altronde da tutte le organizzazioni umanirie religiose)…
  • Il culmine dell’interventismo vaticano viene raggiunto nel 1994 con la visita del papa a Zagabria. Il viaggio di Karol Wojtyla in Croazia avviene nel pieno del conflitto bosniaco, mentre è ancora aperta la ferita delle Krajne (territori dell’odierna Croazia a maggioranza serba, in quel periodo autonomi e sotto il controllo di truppe ONU), ed è una evidente boccata d’aria per il regime di Tudjman, con il quale il papa si incontra e presenzia a cerimonie pubbliche. Scriveva La Repubblica del 12/9/1994: “…il contatto con la folla fa bene a Giovanni Paolo II. I fedeli lo applaudono ripetutamente. Specie quando ricorda il cardinale Stepinac, imprigionato da Tito per i suoi rapporti con il regime di Ante Pavelic, ma sempre rimasto nel cuore del Croati come un’icona del nazionalismo. Wojtyla, che sabato sera ha pregato sulla sua tomba, gli rende omaggio, però pensa soprattutto al futuro.”

Da una mezza frase di un articolo di giornale veniamo dunque a conoscenza del fatto che il papa ha pregato sulla tomba del collaborazionista dei nazisti Stepinac, nell’entusiasmo dei seminaristi di San Girolamo (la chiesa croata di Roma, all’inizio di Via Tomacelli, nota tra l’altro per avere ospitato Pavelic in fuga dopo la guerra; cfr. il libro “Ratlines” di M. Aaron e J. Loftus) presenti a Zagabria per l’occasione.

Il 26 novembre successivo Vinko Puljic, arcivescovo cattolico di Sarajevo, è nominato cardinale dal papa insieme ad altri 30 che rispecchiano le tendenze della geopolitica vaticana. Citiamo ad es. Mikel Loliqi, 92enne cardinale di Scutari (Albania). In onore di Puljic due giorni dopo si tiene un concerto sinfonico nella stessa chiesa di San Girolamo.

  • 1995: è l’anno risolutivo. Dopo una primavera in cui la tensione cresce enormemente (Srebrenica ecc.), e si parla insistentemente di una visita del papa a Sarajevo, in luglio Giovanni Paolo II in una dichiarazione ai giornalisti si schiera per l’intervento militare (contro i “tentennamenti” della comunità internazionale, perchè si faccia finalmente “il necessario” per punire gli aggressori, e così via). Pochi giorni dopo Tudjman ordina il definitivo “repulisti” della Krajna, mentre in settembre, dopo l’ennesimo grande attentato sarajevese stile “strategia della tensione” (v. Cronologia), la tanto invocata “comunità internazionale” interviene a forza di bombe contro i serbobosniaci.

In dicembre, con gli accordi di Dayton, la guerra si interrompe.

  • Nell’ottobre 1996 il rettore della chiesa di San Girolamo (di cui sopra), monsignor Artur Benvin, viene trovato impiccato. La notizia non “passa” sui giornali. Noi l’abbiamo trovata sull’Evropske Novosti, giornale serbo, che ipotizza triangolazioni di danaro per comprare armi tra il clero croato, pezzi grossi musulmani di Sarajevo e la Trzaska Kreditna Banka di Trieste, la banca della minoranza slovena in Italia dichiarata fallita proprio in quelle settimane.
  • Durante la primavera 1997 (12 e 13 aprile) si realizza la “tanto attesa” visita del papa a Sarajevo. La visita ha un contenuto palesemente politico, essendo stata preceduta da varie polemiche (cfr. ad es. Predrag Matvejevic su “la Repubblica” del 5/3/1997, e come risposta ad es. le dichiarazioni del vescovo di Mostar in visita a Trieste) e da vari attentati alle istituzioni cattoliche in Bosnia, tra cui uno, sventato, contro il papa (i giornali parlano di un ponte nella zona musulmana da far esplodere al momento del passaggio del papa, ma la bomba sarebbe stata disinnescata dai militari stranieri della missione SFOR – cfr. i giornali di quei giorni).
• Nel maggio 1998 viene ufficialmente annunciata la prossima visita del papa in Croazia. Nell’ottobre successivo il papa andra’ a Zagabria ed a Marija Bistrica, il principale santuario cattolico della Croazia, dove celebrera’ la cerimonia per la beatificazione di Alojzije Stepinac. Sulle responsabilita’ di Stepinac in quanto collaborazionista del regime genocida di Ante Pavelic nello “Stato Croato Indipendente” instaurato durante la II Guerra mondiale suggeriamo la lettura del libro “L’Arcivescovo del genocidio”, di M.A. Rivelli (Ed. Kaos 1999).

• Durante la sua visita in Croazia all’inizio di ottobre 1998 Karol Wojtyla oltre a beatificare Stepinac pronunzia alcune frasi rispetto alla situazione in Kosovo, oggetto di una violentissima campagna-stampa, che alludono al diritto di “ingerenza umanitaria” da parte della “Comunita’ Internazionale”, cioe’ alla liceita’ di un intervento armato per “aiutare chi soffre”.

 

  Quando il 24 marzo 1999 la NATO effettivamente attacca la Repubblica Federale di Jugoslavia con il pretesto del Kosovo, il papa cita una frase di Pio XII, vale a dire di quel suo predecessore che non solo non aveva fatto nulla per denunziare e fermare il nazifascismo, ma che viceversa benedi’ Pavelic e lo sostenne tramite il clero croato (si veda a proposito il libro di Carlo Falconi “Il silenzio di Pio XII” uscito nel 1965, nonche’i gia’citati “Ratlines” e “L’Arcivescovo del genocidio”). La frase recita: “Con la guerra tutto e’ perduto, con la pace niente e’ perduto”. All’Angelus pasquale, una settimana dopo, il papa afferma retoricamente: “Ma come si puo’ parlare di pace quando si costringono le popolazioni [albanesi] a fuggire… e se ne incendiano le abitazioni?… E come rimanere insensibili di fronte alla fiumana dolente dei profughi dal Kosovo?”. Percio’, a parte la discutibile richiesta di una “pausa” nei bombardamenti in occasione della Pasqua (cattolica, non ortodossa), il Papa non fa appello per la loro cessazione incondizionata.

  Nei giorni successivi la stampa riporta anche le dichiarazioni del Cardinale croato di Sarajevo Vinko Puljic che rivendica la giustezza dell’intervento militare argomentandola con la necessita’ “di estirpare la malattia” e di sconfiggere una volta per tutte “il creatore della guerra” Slobodan Milosevic.

 

 

SI STANNO REALIZZANDO GLI AUSPICI DEL “VECCHIO LEONE” CHURCHILL?

di Dara Janekovic (da “Hrvatska Ljevica” – Sinistra croata, 1996)

 

(…) Quelli che da vicino seguivano l’azione e le intenzioni di Winston Churchill, uomo politico dallo “sguardo offuscato dal whiskey”, come disse a suo tempo anche De Gaulle, affermano che [questi] aveva la fissazione dei Balcani e del loro futuro. Lo dicono nelle loro memorie sia il figlio di Churchill che quello di Roosevelt, ma anche il Comandante in Capo del II Fronte alleato antifascista in Europa nel 1944, Dwight Eisenhower. In una occasione, questi ha affermato che Churchill non riusciva a concentrarsi sul problema militare immediato, cioè sull’apertura del II fronte, perché “il suo primo pensiero era il futuro dei Balcani”. E quale futuro egli desiderasse per i nostri territori e per la penisola balcanica in generale, lo ha testimoniato lui stesso nelle sue memorie, per le quali ha ricevuto anche il premio Nobel per la letteratura nel 1953.

Churchill voleva una variante aggiornata della monarchia austroungarica, con la formazione di una Federazione danubiano-cattolica che avrebbe compreso Croazia, Slovenia, una parte dell’Italia, cioè tutto il suo Nord, l’Austria, l’Ungheria, la Baviera, per un totale di 267.389 kmq (nel cuore dell’Europa) con 37 milioni di abitanti! Per realizzare questa sua idea ossessiva, Churchill si è impegnato fino all’ultimo momento perché il II fronte (nel 1944) si aprisse nei Balcani, cioè nella Jugoslavia alleata nella grande coalizione antifascista, che si trovava già verso la fine della grande guerra di liberazione di tutti i popoli jugoslavi, con a capo Josip Broz Tito.

Perché allora uno sbarco sulla costa adriatica? Soltanto perché così si sarebbe potuto realizzare il suo intento di dividere la Jugoslavia e i Balcani in “penisola asiatica” e “paesi cattolici” i quali sarebbero rientrati nella “sua” federazione Pandanubiana e si sarebbero legati all’Europa Centrale.

Di questa sua intenzione Churchill ha parlato pubblicamente in varie occasioni. Era un accanito sostenitore dell’attacco alleato alla Germania dai Balcani, con la scusa che l’Istria e Trieste sono “l’ascella dell’Europa”…

In una parte delle sue memorie egli scrive: “Sono molto interessato a quello che riguarda l’Austria e spero che Vienna possa diventare capitale di una grande federazione pandanubiana”. Il suo progetto Churchill lo sottopose a Stalin e Roosevelt in occasione della Conferenza a Teheran nel 1943. Diceva che l’asse di questa federazione danubiana sarebbe stato formato dall’Austria e dalla Baviera. Sembra che Stalin gli abbia chiesto che cosa ne sarebbe stato dell’Ungheria. Il premier britannico gli rispose che l’avrebbe vista bene all’interno delle frontiere di questa federazione.

Delle intenzioni e dei desideri di Churchill era informato anche Josip Broz Tito, il comandante supremo dell’Armata Popolare di Liberazione e dei reparti partigiani della Jugoslavia… [Tito] si opponeva fermamente allo sbarco degli alleati in Jugoslavia, preparandosi anche, nel caso che questo fosse avvenuto senza il consenso dell’Armata popolare e suo personale, a reagire con le armi. Questo lo disse anche pubblicamente. Ricordo molto bene quei giorni e mesi del 1944. (Tito si incontrò con Churchill quello stesso anno a Napoli).

Josip Broz Tito sapeva anche di quel famoso biglietto sul quale Churchill scrisse “fifty-fifty”, che passò a Stalin durante la conferenza di Jalta, quando si parlò della Jugoslavia. Tito menzionò tante volte quel biglietto e quel “fifty-fifty”, quando si esprimeva pubblicamente contro “l’oppressione e le imposizioni dei potenti, anche nei confronti dei popoli e degli stati che hanno pagato cara la propria libertà”.

A Jalta, città di villeggiatura e porto in Crimea, Churchill, dopo il fallito sbarco sulla costa adriatica nel 1944 (al quale era decisamente contrario anche l’allora presidente americano F. D. Roosevelt, che aveva l’ultima parola), voleva imporre ancora una volta la sua visione per quanto riguardava il futuro della Jugoslavia e dei Balcani, ma nemmeno questa volta ebbe successo.

La Jugoslavia aveva grandi meriti come alleata nella lotta antifascista. Naturalmente Churchill era di nuovo scontento e arrabbiato; però, si dice, rimase convinto che la Jugoslavia fosse destinata a morire e che la sua idea, riguardo alla divisione, prima o poi, si sarebbe avverata.

Non sta succedendo questo adesso negli anni Novanta in una maniera simile o peggiore ancora? Perché proprio l’Austria era ed è rimasta così interessata alla spaccatura della Jugoslavia? E la Germania, naturalmente, in prima fila?

Leggendo le memorie di Churchill è possibile capire anche tutta la sua titubanza e le sue contraddizioni riguardo il movimento partigiano, la Jugoslavia, il governo jugoslavo in esilio a Londra, e verso il capo cetnico Draza Mihajlovic. Dovette passare del tempo prima che lo stesso Churchill riconoscesse i veri combattenti contro il fascismo e mandasse suo figlio Randolph da Tito. Ma, dicono, nemmeno allora aveva desistito dalla sua idea della spartizione della Jugoslavia.

Churchill è morto il 24 gennaio 1965, ma con lui non è morta la sua idea di dividere la Jugoslavia e i Balcani. Su questo lavoravano con fervore diverse forze nel Paese e nel mondo, preparando il male, l’odio e la divisione, nella quale sono stati gettati tutti i popoli della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, per qualcuno fino al completo sterminio.

Voglio ricordare altri fatti ai quali bisognerebbe pensare e ricordare in questi tempi malvagi e malsani, con delle persone ancora peggiori, che non cercano di placare i loro impulsi guerrafondai e barbari!

Getto di nuovo uno sguardo nelle memorie di Churchill, parte VI, “Il trionfo e la tragedia”, pag. 677 e 678! “Il vecchio leone” – come lo chiamavano i suoi compatrioti durante la II guerra mondiale – pubblicò alcune delle sue tipiche lettere, che sono più attuali ora di allora, dell’aprile 1945, quando Churchill scriveva al suo Ministro degli Esteri, Anthony R. Eden, e nelle quali tra l’altro diceva anche questo: “A questa guerra non si sarebbe mai arrivati se, sotto la spinta dell’America e dei tempi moderni non avessimo cacciato gli Asburgo dall’Austria e Ungheria e gli Hohenzollern dalla Germania”.

Diciotto giorni più tardi, in un’altra lettera, Churchill scriveva (lo stesso anno, il 1945, subito dopo la disfatta del nazifascismo di Hitler): “Il mio governo non si opportà all’iniziativa di Otto von Habsburg per la restaurazione dell’Austria-Ungheria…” (…)

E chi è questo signor arciduca Otto d’Asburgo [ora deputato europeo per la CSU bavarese e leader del movimento “Paneuropa”- n.d.t.]? “Legittimo erede al trono”, come si presenta lui stesso. Pronipote dell’imperatrice Maria Teresa! Per quanto si sa dai giornali, questo signore, con l’epiteto di “Sua Maestà Reale” è partito nel 1940 per gli USA, ma con la speranza che il suo desiderio si avverasse, cioè che un giorno gli venisse restituito il trono e alla fine della II Guerra mondiale venissero fissate nuove frontiere, come avviene dopo ogni guerra. In questo senso Sua Maestà Reale svolgeva un’attività molto impegnativa, e in ciò veniva aiutato, con anima e corpo, dal vescovo cattolico newyorchese Speelman [si veda “Ratlines” di Aaron-Loftus, n.d.t.], il quale già nel 1943 aveva visitato il Vaticano e dialogato per la creazione di un nuovo stato cattolico in europa, del quale sarebbe stato capo l’arciduca. L’intento era naturalmente anche quello di aiutare il Vaticano a far ritornare la stima offuscatasi a causa della politica prohitleriana e promussoliniana, e così aiutare e salvare i fedeli criminali fascisti e i fedeli “quisling” di Hitler, nell’Ungheria del regente Horthy, nella Slovacchia di monsignor Tiso, nella Croazia di Ante Pavelic. L’arcivescovo newyorchese si è incontrato in Vaticano (se i documenti non mentono!) anche con l’inviato di A. Pavelic, malgrado Pavelic avesse dichiarato guerra agli USA!.

Ma le cose non seguivano un corso favorevole a Otto d’Asburgo, in quel periodo. Non si è realizzata l’idea alla quale aspiravano Churchill e, naturalmente, anche il Vaticano. Non è forse stata ormai ridisegnata ufficialmente, questa Europa centrale cattolica, con Otto d’Asburgo quale imperatore, e che riunirebbe intorno a sé Croazia, Slovenia, Vojvodina, Bosnia, Austria, Ungheria, Slovacchia e Cechia?! Eccoci qui! Anche la Bosnia e la Vojvodina!

Che gli storici e i politici contrari a un tale “impero” riflettano su tutto quello che si è tentato dopo e che si è svolto dietro le quinte, affinché nel momento giusto, in qualche maniera, questo “impero” si realizzasse. L’iniziativa “Alpe-Adria”, di collegamento e cooperazione tra gli stati, viene già denominata a Zagabria “Danubio-Alpe-Adria”! E risulta evidente anche da tutto quello che si fa (in questo senso) con la Bosnia e la Vojvodina – in quest’ultima vivevano ca. 340.000 ungheresi, mentre i croati, secondo il censimento del 1991, erano soltanto 74.000.

Ogni persona coscienziosa si dovrebbe domandare: non si poteva sviluppare la cooperazione tra i popoli, forse, senza la guerra, senza distinzione di religione o nazionalità? Quanta gente ancora dovrà perdere la vita, quante generazioni saranno distrutte o storpiate dall’odio e dalle guerre, perché si realizzino le intenzioni anche del Vaticano, che ancora non si è pacificato con lo scisma della Chiesa greco-ortodossa e dei suoi fedeli, nel 1054?

La Chiesa cattolica, il potente Vaticano, sono molto attivi nell’espansione dell’ecumenismo e, nello stesso tempo, di un forte anticomunismo… Soltanto chi è cieco per ignoranza non può ravvisare l’eccezionale ruolo attivo del Vaticano nei Balcani, particolarmente sul territorio dell’ex-Jugoslavia (sia verso l’ortodossia che verso l’Islam). Era da molto tempo, nella storia, che non si assisteva ad una così impetuosa, aperta e aggressiva ascesa delle principali religioni monoteiste anche su questi nostri spazi.

Di questi tempi, mentre il ruolo della religione di fronte al fantastico sviluppo della scienza e la computerizzazione globale, la rivoluzione informatica, dovrebbe secondo ogni logica indebolirsi, assistiamo invece a un suo ampliamento e rafforzamento, e in alcune regioni quasi si torna al Medioevo, non soltanto nei Balcani, in Russia e nei paesi dell’Europa Orientale, ma anche altrove.

 

  Quasi che le strutture conservatrici nel mondo non stiano cedendo, ma si stiano momentaneamente rinforzando; malgrado ostinatamente dappertutto si faccia molto parlare di “democrazia”, sembra che sul piano mondiale si stiano facendo passi avanti verso un totalitarismo dalle sfumature e dai colori più vari. Siamo già alle soglie di pericolosi incendi mondiali di grandi dimensioni? Nell’imminenza di mosse pazze e incontrollate di alcuni estremisti conservatori, di alcuni Hitler contemporanei?! Forse anche peggiori, perché in possesso di armi nucleari ancora più pericolose (…)

(traduzione di Ivan Istrijan)

Preso da: http://www.fisicamente.net/GUERRA/index-791.htm

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Chiesa e potere: “Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio quindi chi si oppone all’autorità si oppone a l’ordine stabilito da Dio“.



Nella Lettera ai Romani di Paolo rinveniamo il nucleo originario della teologia politica cristiana, sia nel caso della concezione dell’autorità e dell’obbedienza sia per il nesso tra autorità e trascendenza.
Precisamente al capitolo 13 nei versi dall’ 1 al 7 che esordiscono con “Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio quindi chi si oppone all’autorità si oppone a l’ordine stabilito da Dio“.
I padri della Chiesa presero in considerazione notevolmente quanto indicato nel capitolo 13 predicando la totale sottomissione all’autorità estrapolando dal suo contesto “Omnis potestas a Deo” una formula che diventerà vero e proprio Leitmotiv della cooperazione fra Chiesa e Stato nei secoli successivi.
Inoltre nella concezione Paolina si evince il ruolo ambivalente assunto dal potere politico: da un lato infatti è necessario per ostacolare il male, dall’altro l’autore è contemporaneamente consapevole che il tempo della politica non può mai essere quello della sede della salvezza. Il potere dunque assume il ruolo quasi del katechon, di frenare il caos.

Bisogna tenere in considerazione, come fatto da diversi esegeti, un dato importante: nel Nuovo Testamento il termine utilizzato per indicare autorità è “Exousiai“, che designa potenze di carattere astratto e spirituale. Sempre negli scritti attribuiti all’apostolo dei Gentili infatti ai cristiani viene intimato di combattere tali potenze.
Poiché si usa lo stesso termine per le autorità terrene deve appunto esserci una relazione in base alla quale queste ultime hanno in realtà il loro fondamento proprio in un rapporto con potenze spirituali demoniache .Ciò implica che il potere politico non è mai l’ultima istanza ma è sempre relativo: se è vero che ogni potere viene da Dio è altresì vero, come delineato da Paolo in altri passi, che ogni potere è vinto in Cristo.
Compiendo qualche passo indietro possiamo constatare gli effetti che ebbe sul popolo scelto da Dio, quello ebraico, la decisione di adottare una forma di governo distaccata dalla presenza di Dio stesso, così come la si può constatare nel libro dei Giudici, all’interno di un sistema in cui Dio sceglieva direttamente una guida militare-spirituale per il popolo.
Nel libro di Samuele comincia il periodo monarchico di Israele che a causa delle tante dispute e conflitti interni decide di darsi un re come le altre nazioni. Secondo il racconto veterotestamentario quando Samuele si lamenta della richiesta del Popolo a Dio Egli risponde: “Ascolta la voce del Popolo per quanto ti ha detto perché costoro non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me perché io non regni più su di essi“.
Esemplare è il passo dei Vangeli in cui Satana indica e promette a Gesù tutti i regni del mondo e la loro gloria come se appartenessero al diavolo stesso, che infatti è anche definito come principe del mondo. Leggiamo in Luca cap. 4 versetti 6-7 “ti darò tutta questa potenza e la gloria di tutti questi regni perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio; se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo“.
La stessa analisi la si può compiere osservando la storia del cristianesimo delle origini, osteggiato e perseguitato dal potere politico fino alla sua completa istituzionalizzazione, che si potrebbe far risalire al quarto secolo dopo Cristo dall’editto di Milano e Concilio di Nicea primo indetto da Costantino.
In realtà si tratta di un processo di 300 anni portato avanti dai primi padri della Chiesa e favorito dalla compenetrazione della cultura ellenistica che si era insinuata nelle prime grandi Chiese cristiane d’Oriente e Occidente. L’accentramento della dottrina Cristiana ai fini della sua difesa contro le prime eresie (gnosticismo montanismo ecc..) portò alla convocazione dei sinodi, ovvero le riunioni regionali di vescovi, i quali cominciarono ad assumere  un ruolo preminente che porterà l’organizzazione interna delle chiese ad un processo di gerarchizzazione.
L’estendersi dell’influenza del Vescovo di Roma che cominciò ad apparire come un patriarca dell’Occidente fu tale grazie all’importanza politica economica della capitale dell’Impero. I vescovi di Roma cominciarono a stilare un elenco dei successori risalenti fino a Pietro e Paolo trasformandoli arbitrariamente nei fondatori della propria Chiesa Cattolica Apostolica Romana e vantandosi quindi di essere i diretti successori degli apostoli e dei loro insegnamenti, compreso il principio di sottomissione all’autorità messo in discussione soprattutto da pensatori appartenenti alla corrente dell’Anarco-Cristianesimo tra i quali possono essere annoverati Tolstoj, Berdjaev e Ellul.
Un rapporto dunque, quello tra dottrina cristiana, istituzioni della Chiesa e potere terreno, sempre molto misterioso e oggetto di discussione.
(di Emilio Bangalterra) – Oltre la Linea

Preso da: http://www.ninconanco.info/chiesa-e-potere-ciascuno-stia-sottomesso-alle-autorita-costituite-poiche-non-ce-autorita-se-non-da-dio-e-quelle-che-esistono-sono-stabilite-da-dio-quindi-chi-si-oppone-all/

Le origini naziste della NATO

Mision Verdad, 10 aprile 2018
Sui nazisti ci sono molti miti e persino fantasie, tuttavia alcune storie su ciò che accadde a certi ufficiali, scienziati, intellettuali del Terzo Reich sono state confermate da documenti, rapporti e dossier declassificati. Si trova sul web la storia delle ratlines (linee dei topi), di cui il Vaticano tesse la logistica. Consisteva in una serie di rotte e punti di transizione per alcuni personaggi del nazismo che il governo statunitense volle arruolare, aiutandosi nella clandestinità. Da qui anche il riferimento ai ratti. La riconversione dal nazismo all’occidente contro il comunismo fu solo proforma, poiché già il Terzo Reich cercò nella Seconda guerra mondiale di sconfiggere l’Unione Sovietica. Come si sa, fallì. Ma alti comandanti nazisti furono poi riciclati nella struttura della coalizione transatlantica guidata dagli Stati Uniti contro il blocco sovietico. Di seguito presentiamo brevi profili dei seguenti ufficiali che, da nazisti, divennero importanti ufficiali dell’Organizzazione del Nord Atlantico (NATO).

Adolf Heusinger, al centro, Hitler a destra, a sinistra di Heusinger, Paulus.

Adolf Heusinger ascese ai vertici delle gerarchie militari del Terzo Reich.
Divenne capo di Stato Maggiore nel 1944 per un breve periodo, e poi fu ridotto a capo della divisione cartografica per una possibile collaborazione all’attentato a Hitler.
Fu coinvolto nei piani d’invasione nazista di Polonia, Norvegia, Danimarca e Francia.
La sua storia è la più interessante, poiché dopo la guerra divenne spia della CIA, braccio destro militare del governo di Konrad Adenauer nel 1957-1961, nella Repubblica Federale di Germania, per poi avere la presidenza del Comitato militare della NATO, il massimo grado militare dell’organizzazione, fino al 1964.

Heusinger alle spalle di Adenauer.
– Hans Speidel fu tenente-generale nazista, Capo di Stato Maggiore e uno dei più importanti ufficiali da campo di Erwin Rommel. Aderì all’esercito tedesco di Adenauer come consigliere e supervisionò l’integrazione della Bundeswehr (forze armate tedesche) nella NATO. Fu poi nominato comandante supremo delle forze alleate della NATO in Europa centrale dal 1957 al 1963.
1944; Speidel, Lang e Rommel
1.12.1955, Heusinger, Blank e Speidel

Johannes Steinhoff fu uno dei più audaci piloti dell’aviazione militare nazista.
Il suo record di 176 aerei nemici abbattuti, e la sua esperienza in 993 missioni durante la carriera di pilota da combattimento, fu abbattuto 12 volte e sempre salvato, gli valse la decorazione più importante del Terzo Reich durante la guerra: la Croce di Ferro da Cavaliere.
Steinhoff fu capo di Stato Maggiore e comandante delle Forze aeree alleate dell’Europa centrale (1965-1966), capo di Stato Maggiore della Luftwaffe della Bundeswehr (1966-1970) e presidente del Comitato militare della NATO (1971-1974).
Steinhoff e il Generale statunitense JR Holzapple
Steinhoff a sinistra, con Willy Brandt al centro; Bonn
– Johann von Kielmansegg fu ufficiale di Stato Maggiore Generale dell’Alto Comando nazista, dove divenne colonnello e comandò diversi reggimenti sul campo. Dopo la guerra, aderì alla marina tedesca e promosso generale di brigata, scalò i vertici della NATO come comandante in capo delle forze speciali dell’Europa centrale nel 1967.
Kielmansegg, Hoepner, Schoen Angerer e Landgraf, durante l’invasione dell’URSS, presso Leningrado
Il capo di Stato Maggiore USA Lyman Lemnitzer e Johann Adolf Graf von Kielmansegg; 1968
– Jürgen Bennecke faceva parte dello Stato Maggiore del Gruppo d’Armate Centro dei nazisti. Fu promosso generale durante la formazione dell’esercito tedesco nel dopoguerra, e dal 1968 al 1973 fu comandante in capo del Comando delle forze alleate della NATO in Europa centrale.
Jurgen Bennecke col Maresciallo dell’Aria Sir August Walker, comandante della RAF; 1968
– Ernst Ferber fu promosso tenente-colonnello nello Stato Maggiore della Wehrmacht, venne decorato con la Croce di ferro di prima classe. Dopo il reclutamento post-bellico, fu comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale dal 1973 al 1975.
Ernest Feber al centro
– Karl Schnell fu primo ufficiale dello Stato Maggiore di importanti corpi e divisioni e ricevette la Croce di ferro di seconda classe. Successivamente studiò economia aziendale e divenne tenente-generale, sostituendo il generale Ferber a comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale, nel 1975 – 1977.
Karl Schnell, a sinistra
 Ferdinand von Senger und Etterlin combatté come tenente nell’invasione nazista dell’Unione Sovietica (operazione Barbarossa) e partecipò alla battaglia di Stalingrado, una delle più importanti della Seconda guerra mondiale che ribaltò l’equilibrio di forze per gli alleati. Tra le tre decorazioni più importanti c’era la Croce tedesca in oro, ed alla fine della guerra fu assistente del Comando supremo della marina del Terzo Reich. In seguito comandò diversi battaglioni di carri armati divenendo generale e comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale nel 1979 – 1983.

– Franz-Josef Schulze fu tenente nelle forze aeree naziste e comandante di reggimento, ricevette la Croce di ferro di cavaliere. Nella Germania del dopoguerra divenne generale e fu comandante in capo delle f forze alleate della NATO in Europa centrale nel 1977 – 1979.–

Tali ufficiali nazisti hanno parecchie cose in comune, tra cui aver scritto e pubblicato libri sulle loro esperienze da nazisti nella Seconda guerra mondiale, essendo stati catturati (in maggioranza) dalle forze armate statunitensi offrirono i loro servigi agli ordini della struttura più importante che affrontò, durante gli anni della cosiddetta Guerra Fredda, i sovietici e la loro influenza in Europa. L’obiettivo principale della Germania nazista era distruggere il progetto sovietico, così come la NATO aveva intenzione di fare fino alla caduta del muro di Berlino. Questo è il motivo per cui gli ufficiali nazisti con esperienza sul campo di battaglia e conoscenza delle tattiche che la NATO poi usò contro Jugoslavia e Libia, per nominare due casi, furono reclutati dalle élite statunitensi e tedesche per riprendere l’Operazione Barbarossa con modi più sottili e la stessa audacia ideologica. Proprio come l’Organizzazione Gehlen fu attivata da Stati Uniti e Germania Federale nel dopoguerra, partendo dalle reti spionistiche che i nazisti avevano nell’Europa dell’Est, gli stessi ufficiali che ebbero successo nelle campagne militari furono riattivati per adempiere al loro ruolo secondo nuovi tempi ed interessi. La ricapitolazione sulle origini naziste di tale organizzazione transatlantica spiega ciò che molti altri analisti militari a lungo pensano: che il nazismo in Europa si manifesta storicamente oggi nella NATO. Il sogno di Hitler si materializza oggi e punta direttamente contro Russia e progetto eurasiatico.
Hans Landgraf, Georg Reinhardt, ignoto, e von Kielmansegg, a destra, durante l’invasione dell’URSS, estate 1941
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Wall Street is War Street, il Governo Ombra degli USA

DI ROSANNA SPADINI
comedonchisciotte.org
Alla fine degli anni ’80 il disegno imperialista della triade USA, Vaticano e Israele, contribuì fortemente alla demolizione dell’URSS, non tanto per esportare la “libertà” come andavano blaterando, ma per catturare nuovi territori di conquista per gli oligarchi. Sotto l’ombrello del “neoliberismo armato” che abbiamo conosciuto bene, così come avevano fatto con Pinochet in Cile o Videla in Argentina e in tutta l’America Latina. Caduto quindi l’URSS, l’imperialismo americano si è scatenato prima contro la ex Jugoslavia, e poi contro l’Albania, il Medio Oriente (Iraq, Afganistan, Libia) per affermare così il proprio piano criminale.

Tuttavia, è senza dubbio vero che le spese per la corsa agli armamenti dell’URSS contribuirono al suo dissesto finanziario … ma il grande paradosso odierno è che questa volta la nuova corsa agli armamenti, per la rinascita della guerra fredda, potrebbe spezzare l’economia degli Stati Uniti, piuttosto che quella russa. Gli Stati Uniti infatti superano di gran lunga tutte le altre nazioni in spesa militare, tanto da rappresentare il 37% del totale della spesa mondiale. Il grafico seguente mostra come il Congresso abbia stanziato la cifra di 1.11 trilioni di dollari di spesa discrezionale per l’anno fiscale 2015, per un totale di $ 598.500.000.000 di spesa militare, pari al 54% del totale. La spesa militare comprende tutte le attività regolari del Dipartimento della Difesa: spese di guerra, armi nucleari, assistenza militare internazionale, e la spesa del Pentagono con altri correlati.

Se poi facciamo il confronto con la spesa militare del resto del mondo, ci rendiamo conto che il militarismo Usa supera di gran lunga quello degli altri paesi, tanto che gli Stati Uniti spendono circa tre volte più della Cina, e circa 10 volte di più della sola Russia. Il grafico però segnala anche la debolezza degli States, perché non vi è dubbio che, benché gli USA spendano nominalmente molto di più di Cina e Russia, sussiste anche una mera perdita di risorse che danneggia lo sviluppo della difesa. Per di più una parte enorme di spesa militare serve a mantenere le basi militari in tutto il mondo. Secondo alcune stime gli Stati Uniti hanno 800 basi nel mondo, e soprattutto militari e marines in 160 Paesi … nell’insieme mezzo milione di soldati con famiglia è all’estero. Russia e Cina non hanno alcun onere corrispondente per mantenere una forza imperiale così estesa e ramificata a livello globale.
Però il sistema della macchina da guerra permanente USA è talmente marcio che progetta spesso programmi di ricerca troppo costosi e farraginosi. Un esempio è dato dal fatto che le bombe di ferro “stupide” russe sembrano essere quasi altrettanto precise delle bombe “intelligenti” statunitensi se sganciate da 5000 metri. La Russia insomma sembra vincere anche per il suo sistema economico e politico più sano.
Che poi la Russia manchi di tecnologia per competere con l’Occidente nello sviluppo di armi è stato un tema costante dal 1930 ad oggi. In realtà la storia dimostra il contrario, e gli esempi sono innumerevoli:

– i tedeschi hanno sperimentato nel 1941 quanto i carri armati russi, come il KV1 e il T34, fossero più avanzati dei loro;
– gli Stati Uniti lo hanno sperimentato nel 1949, quando l’URSS ha fatto esplodere la prima bomba nucleare;
– l’aviazione degli Stati Uniti ha perso nel 1950, quando si è scontrata con il MiG-15 in Corea;
– nel 1957 l’URSS ha lanciato il primo satellite artificiale del mondo, dimostrando che aveva la capacità di colpire gli Stati Uniti con missili intercontinentali;
– nel 1960 l’aviazione statunitense scopre che l’aeronautica nordvietnamita dotata di combattenti addestrati dai russi era in grado di raggiungere una posizione aerea dominante sopra Hanoi;
– nel 1973 gli israeliani subirono molte perdite durante la guerra dello Yom Kippur contro i missili russi anticarro e antiaerei.
E poi la U.S. Air Force sembra essere talmente gelosa dei successi dell’Aviazione Russa che in Siria ha colorato dello stesso colore dei jet russi alcuni dei propri aerei … Qual è il senso? Semplice esercitazione di guerra o l’ennesima cospirazione dei russi?
Quindi fatte le dovute considerazioni, sembra che Russia e Cina, anche se non sono in testa alle spese militari, tuttavia trarrebbero vantaggio dall’efficienza della loro razionalizzazione dei progetti di difesa, e invece gli Stati Uniti sembra che stiano perdendo la nuova corsa agli armamenti per gli stessi motivi per cui l’URSS crollò a suo tempo, dato che possiedono oggi un sistema economico troppo monopolistico e poco competitivo, volto più a soddisfare le esigenze di una piccola élite corrotta, anziché le esigenze dell’intero corpo sociale.
Al contrario il sistema della Russia ad economia di mercato con significativa componente statale, soprattutto nel settore militare, sembra di gran lunga superiore al diabolico capitalismo monopolistico e oligarchico governato dal “Governo Ombra” degli USA. Lo dice Mike Lofgren, nel suo libro “Stato profondo: la caduta della Costituzione e l’ascesa del governo ombra”, cui si deve la lucida definizione di “Wall Street is War Street”. Mike Lofgren, un ex membro dello staff del Congresso, ha descritto alla perfezione come il governo ombra americano comporti un consenso trasversale su questioni politiche d’impatto nazionale.
Infatti un funesto contributo al bilancio della difesa USA deriva proprio dalla profonda simbiosi del complesso militare-industriale con la finanza, “Wall Street con War Street”. I principali appaltatori del complesso militare-industriale degli Stati Uniti sono tutti quotati in borsa e quindi i contratti della difesa risentono di enormi margini di profitto per soddisfare le esigenze del mercato azionario.
I contratti non sono aperti a qualsiasi tipo di gara, ma assegnati dalle macchinazioni dello Stato profondo, dunque è assai probabile che circa il 30% del bilancio militare degli Stati Uniti finisca in tali margini di profitto, poi riversati come dividendi, o peggio, pagamenti dei profitti di giochi azionari. Aspetto interessante e cruciale di questa condizione oligarchica sono i contributi elettorali che scendono dai fornitori della difesa ai membri del Congresso per mantenere in vita il giocattolo. Considerando tutto ciò, il denaro reale rimasto per lo sviluppo e la produzione militare è di gran lunga inferiore a quello che Cina e Russia destinano.
Uno studio condotto da ricercatori della Princeton University, ampiamente documentato “Testing Theories of American Politics: Elites, Interest Groups, and Average Citizens”, dimostra come gli Stati Uniti si stiano evolvendo da parecchio tempo in un’oligarchia, e rivela le “verità difficili ” del sistema politico: “Dietro un’apparente democrazia si nasconde il governo di pochi che se ne infischiano delle scelte della gente”. Il governo USA non rappresenta gli interessi dei cittadini, ma è governato dall’oligarchia dei potentati d’interesse.  I ricercatori Martin Gilens e Benjamin I. Page hanno condotto il loro studio analizzando i dati tratti da oltre 1.800 diverse iniziative politiche tra 1981 e il 2002, e deducendone che gli Stati Uniti sono nelle mani di lobby di potere che controllano anche il sistema economico ed orientano le direzioni del paese, indipendentemente o anche contro la volontà della maggioranza degli elettori.
In maniera anche molto significativa l’ex-presidente Jimmy Carter s’è espresso in tal senso contro un flagello di questo genere, durante un programma radiofonico a diffusione nazionale, dicendo chiaramente che gli Stati Uniti sono completamente sovvertiti dagli oligarchi, e sono diventati un Paese in cui una “corruzione politica illimitata” ha travolto la corretta conduzione del potere.
President Jimmy Carter: The United States is an Oligarchy…

Ecco perché la voracità del lobbismo americano incide negativamente sull’efficienza della produzione di armi, infatti se si confrontano i top-of-the-line caccia dei due Paesi, l’F-35 caccia-jet prodotto dalla società statunitense Lockheed Martin, contro il Su-35 fighter jet prodotto da parte del governo russo (Sukhoi Company è interamente controllata) … l’F-35 costa circa 100 milioni di dollari, il Su-35 costa circa 65 milioni di dollari.
Un episodio significativo che dimostra l’efficienza della produzione militare russa risale al 13 settembre 2014, ed è stato raccontato da Voltairenet, sulla base di un incidente in cui il cacciatorpediniere USS Donald Cook Aegis, entrato nel Mar Nero per minacciare la Russia, venne disattivato nei dispositivi elettrici da un Su-24 russo.

Sta di fatto che per l’industria bellica Usa la guerra è un affare molto redditizio, sancito chiaramente dalla legge, per la quale «la vendita di articoli da difesa e servizi a Stati stranieri viene finalizzata quando il presidente ritiene che serva a rafforzare la sicurezza dello Stato e a promuovere la pace globale», e garantito dal Secondo Emendamento della Costituzione « Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, non potrà essere infranto il diritto dei cittadini di detenere e portare armi. »
Ad esempio la lista dei contractor beneficiari per la guerra in Iraq è stata piuttosto lunga: la General Atomics per i droni Predator, la Northrop Grumman per i droni Global Hawk, la AeroVironment per i minuscoli droni di sorveglianza Nano Hummingbird, la DigitalGlobe per il satellite, la Lockhed Martin per i missili Hellfire, la Raytheon per i missili a lungo raggio Tomahawk. Dopo i primi raid contro postazioni islamiste in Iraq e le dichiarazioni del presidente di un conflitto a lungo termine, i prezzi delle armi delle compagnie private lievitarono, insieme alle quotazioni in borsa. (Chiara Cruciati, Il Manifesto)
A far lievitare i profitti c’è poi l’addestramento: sono le stesse compagnie private ad insegnare ai soldati americani e iracheni a utilizzare i nuovi sistemi. Un esempio: nel contratto per la vendita di carri armati, una clausola prevede che «5 rappresentati del governo Usa e 100 rappresentanti del contractor privato raggiungano l’Iraq per un periodo massimo di 5 mesi per consegnare il materiale, verificarne la funzionalità e addestrare».
L’assetto militare degli USA fu giustificato in chiave imperialistica perfino dallo stesso presidente Eisenhower nel suo discorso di congedo, rivolto alla Nazione, il 17 gennaio 1961, in cui veniva così sancita la nascita del più potente Stato del pianeta, che aveva la responsabilità di “difendere la civiltà” nel mondo. Ma il presidente Dwight Eisenhower avvertiva anche il popolo degli Stati Uniti riguardo al pericolo costituito dal “complesso militare-industriale”, che celava un manifesto intreccio di affarismo politico tra gruppi industriali, politici rappresentanti del Congresso, e direzione delle forze armate degli Stati Uniti d’America.
“Sono passati dieci anni dalla metà di quel secolo che è stato testimone di quattro principali guerre combattute tra Stati potenti. Tre di queste hanno coinvolto il nostro Paese. Nonostante questi olocausti l’America è oggi la nazione più forte, più influente e più produttiva del mondo. Comprensibilmente orgogliosi di tale supremazia, ci rendiamo conto che il nostro prestigio e la nostra leadership non dipendono solamente dal progresso materiale, dalle ricchezze e dall’impareggiabile forza militare, ma da come usiamo il potere nell’interesse della pace mondiale e del miglioramento dell’umanità … Fino all’ultimo conflitto mondiale gli Stati Uniti non disponevano di una industria degli armamenti. Per la difesa militare spendiamo ogni anno una cifra superiore alle entrate nette di tutte le corporazioni degli Stati Uniti messe insieme. Questo collegamento fra un’immensa struttura militare e una grande industria bellica è nuovo nel bagaglio di esperienze del nostro Paese, e ne avvertiamo l’influenza complessiva -economica, politica, perfino spirituale- in ogni città, in ogni sede dell’amministrazione, in ogni ufficio del governo federale.”
Insomma l’esistenza stessa dell’industria bellica USA esige una produzione continua di guerre, l’urgenza di portare avanti una politica aggressiva e di belligeranza persistente. L’industria bellica non rappresenta un corollario dell’economia statunitense, al contrario è diventata uno dei pilastri produttivi portanti del sistema economico USA. Per non parlare delle armi di distruzione di massa, a partire dal napalm usato in Vietnam, grandi quantità di defolianti per privare i guerriglieri vietcong della copertura naturale del terreno, per irrorare foreste di mangrovie e campi di riso, al fine di comprometterne le riserve di cibo. Si calcola che dal 1961 al 1971 siano stati utilizzati 72 milioni di litri di erbicidi e 400.000 bombe al napalm, le cui tossine hanno inquinato per decenni il suolo del Sud del paese … e poi le armi chimiche e batteriologiche fornite a Saddam per gasare i Kurdi, armi al fosforo bianco usate in Iraq.
Il governo degli USA ha assunto dunque il ruolo di gendarme del pianeta e contribuisce alla creazione di un’industria bellica dinamica e altamente produttiva, un’industria che trova la propria giustificazione nella difesa della pace nel mondo e nella diffusione della democrazia. E il frankenstein così prodotto vede la confluenza di più scambi: la permutazione di armi con il petrolio di contrabbando dell’Iraq, con i pani di oppio dell’Afghanistan e dell’America Latina, con l’oro della Liberia, con i brillanti grezzi della Costa d’Avorio. Secondo dati ufficiali del Pentagono fra il 1990 e il 1996 il commercio delle armi aveva dato un risultato attivo di bilancio di oltre 100 miliardi di dollari …” (dal 1997 i bilanci del Pentagono sono stati secretati per ragioni di sicurezza nazionale)
(V. Chalmers Johnson, Blowback: Costs and Consequences of American Empire, New York and London 2000) .

Rosanna Spadini
Fonte: http://www.comedonchisciotte.org
14.10.2016

Originale, con video: http://comedonchisciotte.org/wall-street-is-war-street-governo-ombra-degli-usa/

Metà profughi li gestisce il Vaticano: e incassa (da contribuenti) 127.750.000 euro

12 agosto 2015

Come mai, il Vaticano e il suo braccino mediatico Avvenire (tra l’altro finanziato con le tasse dei contribuenti italiani) sono così ‘entusiasti’ dell’ondata di presunti profughi?

E’ tutta una questione di delirio masochista oppure nasconde anche cospicui interessi economici? Diamo un’occhiata.

Dei presunti profughi ospitati in Italia, 22 mila sono ospitati dal cosiddetto “Sistema SPRAR”, una rete di centri di accoglienza. Ovviamente sono esclusi i finti profughi ospitati negli hotel.

La realtà interessante è che di questi, ben 10 mila – quindi quasi il 50 per cento – sono gestiti attraverso la rete del Cas (Centri d’accoglienza straordinaria) da Caritas.

Significa che il Vaticano mangia circa metà della torta dell’accoglienza. L’altra metà tocca alle coop e associazioni del PD.

E si può anche fare un conto – rozzo – di quanto questa accoglienza ‘cristiana’ garantisce a Galantino e soci in termini di euro: 35 euro a clandestino, significa 350.000 euro al giorno.

In un anno, sono 127.750.000 tondi tondi. Una enormità. Tanto per dare un senso alla cifra, con 120 milioni Mondadori comprerà RCS Libri. Un fatturato da multinazionale, della falsa carità.

Ora, quando un vescovo vi dirà con l’acquolina in bocca che bisogna accogliere, sapete perché.

Vi fareste visitare ai polmoni in una clinica Marlboro?

Preso da: http://voxnews.info/2015/08/12/meta-profughi-li-gestisce-il-vaticano-e-incassa-da-contribuenti-127-750-000-euro/