12 milioni di bambine nel mondo costrette al matrimonio

Quando Gabriella Gillespie aveva 6 anni, suo padre uccise sua madre. Quando di anni ne aveva 13, il padre portò lei e le sorelle a vivere nel proprio paese d’origine, lo Yemen, dove le figlie furono vendute in matrimonio.

Disperata alla prospettiva di sposare l’uomo di oltre 60 anni a cui era stata promessa, la sorella di Gabriella, la diciassettenne Issy, indossò l’abito nuziale e si gettò dal tetto. Issy precipitò verso la morte, mentre gli ospiti ignari continuavano a festeggiare.
Come riportato dall’Independent, le sorelle rimaste, che non parlavano una parola d’arabo, si rassegnarono a vivere in un remoto villaggio di montagna – tutt’altra cosa rispetto alle comodità dell’era moderna, in abitazioni di fango prive di elettricità.

Nelle comunità rurali, le bambine sono date in sposa già a partire dall’età di otto anni; alcune muoiono durante la prima notte di nozze, mentre altre subiscono orribili lacerazioni. La consumazione avviene su un trono avvolto da stoffa bianca, dopodiché la famiglia espone il tessuto insanguinato come fosse un trofeo. La giovane sa bene quale destino la attende se non dovesse sanguinare – sarà restituita alla propria famiglia e verrà assassinata, sulla base della convinzione che non fosse vergine.
Dopo anni di matrimonio costellati di abusi fisici, sessuali, emotivi e psicologici, Gabriella è riuscita infine a fuggire nel Regno Unito insieme ai suoi cinque figli.
Macabre vicende di questo tipo non sono riservate a chi proviene da paesi in via di sviluppo. Gabriella è nata in Gran Bretagna – come la propria madre, una donna inglese. E secondo le stime dell’organizzazione Unchained At Last, nei soli Stati Uniti più di duecentomila minorenni sono state coinvolte in matrimoni legali, fra il 2000 e il 2015. La straziante realtà è che ogni anno, nel mondo, 12 milioni di bambine vengono date in sposa, il che significa che ciò accade a una bambina ogni due secondi.
Rachel Yates, che attualmente ricopre il ruolo di direttore esecutivo presso Girls not Brides, l’impresa globale per porre fine al fenomeno dei matrimoni con minorenni, ha dichiarato:
“Si verificano casi di spose bambine in ogni parte del mondo, dal Medio Oriente all’America latina, dall’Asia meridionale all’Europa. Alla base del matrimonio contratto con minorenni vi sono le disuguaglianze di genere, e la convinzione che le bambine e le donne siano in qualche modo inferiori ai ragazzi e agli uomini. La povertà, la mancanza d’istruzione, le tradizioni culturali e l’incertezza alimentano e sostengono questa pratica.
“Queste ragazze non sono pronte, né fisicamente né emotivamente, a diventare mogli e madri. Di solito subiscono un’enorme pressione perché si riproducano prima che i loro corpi possano sopportarlo, e perché i figli siano numerosi. Il rischio che si presentino gravi complicazioni durante la gravidanza e il parto è più alto, come lo è quello di contrarre l’HIV o l’AIDS e di essere vittime di violenza domestica.
“Ma questa pratica non è dannosa solo per le bambine. Gli studi dimostrano che il fenomeno sta costando al mondo miliardi e miliardi di dollari. Se poniamo fine ai matrimoni con minorenni, allora le bambine, le loro famiglie, le comunità e le nazioni stesse godranno, nel complesso, di maggiori disponibilità economiche e di un migliore stile di vita.”
“Caroline” dal Kenya ha raccontato a Equality Now, un’organizzazione no-profit dedita all’affermazione dei diritti umani di donne e bambine, che aveva solo sette anni quando la madre decise di farla circoncidere, per prepararla alle nozze. L’esperienza, impossibile da dimenticare, si rivelò brutale, dolorosa e traumatica.
Poco dopo, Caroline scoprì che la madre aveva intenzione di farle sposare un uomo la cui età oscillava fra i 50 e i 60 anni. Un giorno, prima dell’alba, è scappata di casa per rifugiarsi in un centro della Tasaru Ntomonok Initiative (nell’ambito delle attività di Girls Not Brides in Kenya), dove le è stata data l’opportunità di iniziare a rifarsi una vita e di riprendere a frequentare la scuola.
“Innanzitutto, ci sono le situazioni in cui le famiglie delle bambine prendono accordi con altre famiglie per organizzare il matrimonio con un ragazzo o un uomo,” ha spiegato Jean-Paul Murunga, funzionario di progetto presso Equality Now.
“A seguire ci sono i casi in cui l’età della sposa si definisce su base religiosa. Nell‘Islam, per esempio, i testi sacri stabiliscono che una giovane debba sposarsi una volta raggiunta la pubertà. Trattandosi di un termine ambiguo, l’Islam non dà una definizione precisa dell’età anagrafica corrispondente. In paesi come il Sudan, dove la legge vigente è la Sharia, le bambine vengono date in sposa fra i 10 e i 12 anni.
“Si registrano, inoltre, molti casi di spose minorenni all’interno delle società patriarcali. Le ragazze sono viste come soggetti subordinati e devono conformarsi alle prescrizioni degli uomini. Molto spesso accade che contraggano matrimonio fra i 16 e i 18 anni, perché il consenso alle nozze è stato fornito dai loro genitori o tutori.
“Un altro fattore importante è la povertà. Le famiglie povere possono migliorare la propria situazione finanziaria facendo sposare la figlia. Più la ragazza è giovane, ed essendo vergine, più è considerata pura e pertanto la dote sarà più sostanziosa. Alle famiglie interessa dare via le figlie prima della pubertà per il timore che, superata quell’età, ci siano buone probabilità che diventino sessualmente attive, che rovinino il nome della famiglia, o che si abbassi il prezzo della dote.
“E l’ultimo scenario è quello che si verifica nei paesi teatro di conflitti politici, dove gli individui sono spesso dislocati. Le famiglie consegnano le figlie ad altre famiglie più ricche, sperando che così godano di maggiore sicurezza e agio. Ma la realtà è che le bambine si ritrovano intrappolate in reti di violenze, abusi sessuali e matrimoni con minorenni.”
Quello delle spose bambine è un problema complesso, per cui non esiste una soluzione ottimale. Gli esperti ritengono che l’istruzione abbia un ruolo fondamentale – non solo dal punto di vista accademico, ma anche rispetto alla comunità estesa di quanti risultano maggiormente colpiti dal fenomeno.
All’inizio di quest’anno l’UNICEF ha pubblicato un rapporto in cui si registravano lievi diminuzioni nella casistica globale dei matrimoni contratti con minorenni. Tuttavia, a meno di non affrontare con misure adeguate le questioni legate alle norme sociali e alla disuguaglianza di genere, a queste bambine continuerà ad essere negata l’esistenza emancipata, propria del ventunesimo secolo, che spetta loro di diritto.
Traduzione di Maria Luisa Grasso

Preso da: https://it.insideover.com/donne/12-milioni-di-bambine-nel-mondo-costrette-al-matrimonio.html

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Giornata dell’acqua, “nei paesi in guerra uccide come proiettili”

Nuovo rapporto dell’Unicef in occasione della giornata mondiale. Nei paesi colpiti da conflitti protratti nel tempo, i bambini sotto i 15 anni hanno probabilità 3 volte maggiori di morire a causa della mancanza di acqua sicura e servizi igienico-sanitari che per violenza

22 marzo 2019

Foto: Unicef/Water Under Fire
Unicef/Water Under Fire

Roma – Secondo un nuovo rapporto dell’Unicef, lanciato oggi, in occasione della Giornata Mondiale dell’acqua, i bambini sotto i 15 anni nei paesi colpiti da conflitti protratti nel tempo, in media, hanno probabilita’ 3 maggiori di morire a causa di malattie diarroiche dovute alla mancanza di acqua sicura e servizi igienico-sanitari che per violenza diretta. Il rapporto “Acqua sotto attacco” (Water Under Fire) mostra i tassi di mortalita’ in 16 paesi durante conflitti prolungati e mostra che, nella maggior parte, i bambini sotto i 5 anni hanno probabilita’ 20 volte maggiori di morire per malattie legate alla diarrea dovuta alla mancanza di accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari sicuri che per violenza diretta.

“Le probabilita’ gia’ sono contro i bambini che vivono conflitti prolungati – molti di loro non possono raggiungere fonti di acqua sicura,” ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore generale Unicef. “La realta’ e’ che ci sono piu’ bambini che muoiono per la mancanza di accesso ad acqua sicura che per proiettili”. Senza acqua, i bambini semplicemente non -possono sopravvivere. Secondo gli ultimi dati, nel mondo 2,1 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua sicura e 4,5 miliardi di persone non usano servizi igienico-sanitari sicuri.

Senza acqua sicura e servizi igienico sanitari efficaci, i bambini sono a rischio di malnutrizione e malattie prevenibili che comprendono anche diarrea, tifo, colera e polio. Le ragazze sono particolarmente colpite: sono vulnerabili a violenza sessuale mentre raccolgono acqua o si apprestano ad utilizzare le latrine. Devono fare i conti con la loro dignita’ mentre si lavano e curano l’igiene mestruale. Non vanno a scuola durante il periodo mestruale se le scuole non hanno acqua e strutture igieniche adatte. Queste minacce sono acuite durante i conflitti quando attacchi indiscriminati distruggono infrastrutture, feriscono personale e tagliano l’energia che consente di ricevere acqua e utilizzare i sistemi igienico sanitari. I conflitti armati limitano anche l’accesso alle attrezzature di riparazione essenziali e ai materiali di consumo come carburante o cloro – che possono essere esauriti, razionati, dirottati o bloccati alla distribuzione. Fin troppo spesso i servizi essenziali vengono deliberatamente negati.
“Attacchi deliberati su strutture idriche e igienico sanitarie sono attacchi contro bambini vulnerabili,” ha dichiarato Fore. “L’acqua e’ un diritto di base. È una necessita’ per la vita”. L’Unicef lavora nei paesi in conflitto per fornire acqua sicura da bere e servizi igienico-sanitari adeguati migliorando e riparando i sistemi idrici, trasportando acqua, costruendo latrine e promuovendo informazioni sulle pratiche igieniche. L’Unicef chiede ai governi e ai partner di: fermare gli attacchi contro infrastrutture idriche e igienico-sanitarie e personale; collegare la risposta salva vita umanitaria a uno sviluppo del sistema idrico e sanitario sostenibile per tutti; rinforzare la capacita’ dei governi e delle agenzie di fornire consistentemente servizi idrici e igienico sanitari di alta qualita’ durante le emergenze.
Il rapporto ha calcolato i tassi di mortalita’ in 16 paesi con conflitti prolungati: Afghanistan, Burkina Faso, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Iraq, Libia, Mali, Myanmar, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Siria e Yemen. In tutti questi paesi, ad eccezione di Libia, Iraq e Siria, i bambini di 15 anni e piu’ giovani hanno piu’ probabilita’ di morire per malattie legate all’acqua rispetto che a causa di violenze collettive. Eccetto in Siria e Libia, i bambini sotto i 5 anni hanno possibilita’ 20 volte maggiori di morire per malattie diarroiche legate ad acqua e servizi igienico sanitari non sicuri rispetto che a violenze collettive. (DIRE)

Preso da: http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/627715/Giornata-dell-acqua-nei-paesi-in-guerra-uccide-come-proiettili

Aggressione camuffata da guerre civili

 

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Se ci si darà la pena di guardare con distacco i fatti, si constaterà che i vari conflitti che da sedici anni insanguinano l’intero Medio Oriente Allargato, dall’Afghanistan alla Libia, non sono una successione di guerre civili, bensì l’attuazione di strategie regionali. Ripercorrendo gli obiettivi e le tattiche di queste guerre, a cominciare dalla “Primavera araba”, Thierry Meyssan ne osserva la preparazione del prosieguo.

| Damasco (Siria)
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A fine 2010 cominciò una serie di guerre, presentate inizialmente come sollevamenti popolari. Tunisia, Egitto, Libia, Siria e Yemen furono poi travolti dalla “Primavera araba”, riedizione della “Grande rivolta araba del 1915” iniziata da Lawrence d’Arabia, con un’unica differenza: questa volta non si trattava di appoggiarsi ai Wahhabiti, ma bensì ai Fratelli Mussulmani.

Questi accadimenti erano stati minuziosamente pianificati sin dal 2004 dal Regno Unito, come dimostrano i documenti interni del Foreign Office, rivelati dallo whistleblower [lanciatore d’allarmi] britannico Derek Pasquill [1]. Con l’eccezione del bombardamento di Tripoli (Libia) ad agosto 2011, tali eventi erano frutto non soltanto delle tecniche di destabilizzazione non violente di Gene Sharp [2], ma anche della guerra di quarta generazione di William S. Lind [3].
Messo in atto dalle forze armate USA, il progetto britannico di “Primavera araba” si sovrappose a quello dello stato-maggiore americano: la distruzione delle società e degli Stati su scala regionale, formulata dall’ammiraglio Arthur Cebrowski, resa popolare da Thomas Barnett [4] e illustrata da Ralph Peters [5].
Nel secondo trimestre 2012 la situazione sembrò calmarsi, tanto che Stati Uniti e Russia si accordarono il 30 giugno a Ginevra su una nuova ripartizione del Medio Oriente.
Ciononostante, gli Stati Uniti non onorarono la propria firma. Una seconda guerra iniziò a luglio 2012, dapprima in Siria poi in Iraq. Ai piccoli gruppi e ai commando subentrarono vasti eserciti di terra, composti da jihadisti. Non era più una guerra di quarta generazione, bensì una classica guerra di posizione, adattata alle tecniche di Abou Bakr Naji [6].
Allorché la Cina svelò le proprie ambizioni, la volontà di prevenire la riapertura della “via della seta” si sovrappose ai due antecedenti obiettivi, conformemente agli studi di Robin Wright [7].
Nell’ultimo trimestre 2017, con la caduta di Daesh, gli avvenimenti sembrarono nuovamente placarsi, ma gli investimenti nei conflitti del Medio Oriente Allargato erano stati così ingenti che era impossibile per i partigiani della guerra rinunciarvi senza aver ottenuto risultati.
Si assistette così a un tentativo di rilancio delle ostilità con la questione kurda. Dopo un primo scacco in Iraq ce ne fu un secondo in Siria. In entrambi i casi, la violenza dell’aggressione indusse Turchia, Iran, Iraq e Siria a compattarsi contro il nemico esterno.
Alla fine il Regno Unito ha deciso di perseguire l’obiettivo iniziale di egemonia attraverso i Fratelli Mussulmani e per farlo ha costituito il “Gruppo Ristretto”, rivelato da Richard Labévière [8], struttura segreta che include Arabia Saudita, Stati Uniti, Francia e Giordania.
Da parte loro, gli Stati Uniti, applicando il “Pivot verso l’Asia” di Kurt Campbell [9], hanno deciso di concentrare le proprie forze contro la Cina e hanno di nuovo formato, con Australia, India e Giappone, il Quadriennal Security Dialogue.
Frattanto, l’opinione pubblica occidentale continua a credere che il conflitto unico che ha già devastato il Medio Oriente allargato, dall’Afghanistan alla Libia, sia una successione di guerre civili per la democrazia.

[1] When Progressives Treat with Reactionaries. The British State’s flirtation with radical Islamism, Martin Bright, Policy Exchange, September 2004. “I had no choice but to leak”, Derek Pasquill, New Statesman, January 17, 2008.
[2] Making Europe Unconquerable: The Potential of Civilian-based Deterrence and Defense, Gene Sharp, Taylor & Francis, 1985.
[3] “The Changing Face of War: Into the Fourth Generation”, William S. Lind, Colonel Keith Nightengale, Captain John F. Schmitt, Colonel Joseph W. Sutton, Lieutenant Colonel Gary I. Wilson, Marine Corps Gazette, October 1989.
[4] The Pentagon’s New Map, Thomas P.M. Barnett, Putnam Publishing Group, 2004.
[5] “Blood borders – How a better Middle East would look”, Colonel Ralph Peters, Armed Forces Journal, June 2006.
[6] The Management of Savagery : The Most Critical Stage Through Which the Umma Will Pass, Abu Bakr Naji, 2005. English version translated by William McCants, Harvard University, 2006.
[7] “Imagining a Remapped Middle East”, Robin Wright, The New York Times Sunday Review, 28 septembre 2013.
[8] « Syrieleaks : un câble diplomatique britannique dévoile la “stratégie occidentale” », Richard Labévière, Observatoire géostratégique, Proche&Moyen-Orient.ch, 17 février 2018.
[9] The Pivot: The Future of American Statecraft in Asia, Kurt M. Campbell, Twelve, 2016.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article199869.html

La carestia in quattro paesi africani è anche il risultato della guerra

14 aprile 2017

Davanti a una capanna con il tetto di paglia a Panyijiar, in Sud Sudan, Nyakor Matoap, di 25 anni, stringe il più piccolo dei suoi tre figli. Avvolta in uno scialle di seta color smeraldo, nasconde il piccolo Nyathol tra le sue pieghe. Gli altri figli le si affollano felici tra le gambe. Ma Nyathol sta male. Ha quasi un anno, ma è poco più grande di un neonato. La sua testa enorme oscilla con difficoltà sul suo corpo emaciato. Quando le chiediamo se sopravviverà, lei risponde “Non lo so”.
Profughi sudsudanesi ad Arua, in Uganda, febbraio 2017. - Dan Kitwood, Getty Images

Prima del 2013 Matoap coltivava un pezzo di terra nei pressi di Leer, 80 chilometri più a nord. Poi in Sud Sudan è esplosa la guerra civile e suo marito si è unito ai ribelli. Nell’agosto del 2016 le forze governative sono arrivate nel suo villaggio. Hanno costretto tutti gli uomini a uscire dalle capanne e li hanno uccisi. Le donne sono fuggite. Si è ritrovata nelle acque limacciose del Sudd, un enorme acquitrino che si allarga su entrambe le sponde del Nilo Bianco. Per sette mesi è sopravvissuta mangiando frutti selvatici e le radici delle ninfee.
L’ultima volta che ha visto suo marito è stato nel 2015, quando è stato concepito suo figlio. Anche se quello di Panyijiar è un territorio amico e ospita un campo di aiuti umanitari gestito dall’International rescue committee, teme che le sue peripezie non siano finite qui. “Pensavo che la guerra non ci avrebbe mai raggiunti a Leer”, dice, “perciò non posso dire con certezza che non arriverà qui”.
Il ritorno della carestia
A febbraio quella di Leer è stata una delle due province del Sud Sudan dov’è stato proclamato lo stato di carestia. Nei due territori abitano centomila persone. È la prima volta dal 2011 che viene usato di nuovo il termine carestia, e la seconda volta da quando le Nazioni Unite hanno adottato la scala Ipc, una valutazione scientifica dei livelli di insicurezza alimentare.
Altri 1,1 milioni di persone vivono in aree dove si registra una situazione di “emergenza”, uno scalino sotto la carestia, e dove comunque ci sono persone che muoiono per la fame. In tutto il Sud Sudan, secondo le Nazioni Unite, circa 250mila bambini al di sotto dei cinque anni soffrono di “grave” malnutrizione, e probabilmente moriranno in mancanza di un intervento. Quest’anno 5,8 milioni di persone dipenderanno da aiuti alimentari.
Oggi la carestia non è mai unicamente un disastro naturale,
è sempre un prodotto di scelte politiche
Il Sud Sudan non è l’unico paese in questa situazione. Secondo il Famine early warning systems network (Fews net), gestito dal governo statunitense, settanta milioni di persone in tutto il mondo avranno bisogno quest’anno di aiuti alimentari, un livello “senza precedenti negli ultimi anni”. Anche Nigeria, Somalia e Yemen sono a “rischio credibile di carestia”. Nei quattro paesi, venti milioni di persone rischiano di morire di fame. Come la povertà estrema, la carestia è stata eliminata dalla maggior parte delle regioni del mondo, ma si sta diffondendo in questi paesi.
Le agenzie umanitarie stanno facendo di tutto per raccogliere fondi. Secondo le Nazioni Unite, entro il mese di luglio sono necessari altri 4,4 miliardi di dollari. E tuttavia la penuria di fondi non è di certo l’unico problema. Quello che hanno in comune la Somalia, il Sud Sudan, la Nigeria nordorientale e lo Yemen è la guerra. Oggi la carestia non è mai unicamente un disastro naturale, è sempre un prodotto di scelte politiche.
Aiuti umanitari bloccati dal governo
In Sud Sudan l’insicurezza alimentare è in crescita dal dicembre 2013, quando è scoppiata una guerra civile tra diverse fazioni del Sudan people’s liberation army (Spla), il gruppo ribelle che ha portato all’indipendenza dal Sudan nel 2011 e che oggi è l’esercito regolare del Sud Sudan.
Da allora la guerra si è diffusa e il paese si è diviso su base etnica. Il governo, come già era accaduto con il precedente governo sudanese di Khartoum, tende a combattere prendendo di mira “nemici” civili. Dal 2013 più di tre milioni di sudsudanesi (su un totale di 11 milioni circa) sono stati costretti a lasciare le loro case per sfuggire ai massacri etnici. Le persone fuggite non possono coltivare i campi né lavorare per comprare qualcosa da mangiare. Come la signora Matoap, molti sono costretti a sopravvivere con quello che trovano nella boscaglia mentre cercano di raggiungere un luogo più sicuro.
Gran parte delle responsabilità sono da attribuirsi al governo. Non ha alcun interesse a far sì che gli aiuti arrivino a destinazione e spesso sembra determinato a ostacolarli. Secondo l’Onu, dall’inizio della guerra nel dicembre del 2016 sono stati opposti 967 rifiuti all’invio di aiuti umanitari, che hanno avuto un impatto sui bambini. In realtà i casi sono stati quasi sicuramente più numerosi.
Un funzionario delle Nazioni Unite spiega in che modo il governo usa i regolamenti per impedire le distribuzioni di cibo: “Una volta che hai riempito i 17 moduli necessari, all’improvviso se ne inventano un altro”. Un altro funzionario sottolinea che, in diverse occasioni, i convogli sono stati bloccati dai soldati dell’Spla che accusano gli autisti di nutrire i nemici. Pochi operatori umanitari pensano che il governo voglia davvero far morire di fame la gente. Ritengono però che preferirebbe far morire i bambini piuttosto che correre il rischio di far finire i rifornimenti nelle mani dei soldati nemici, che potrebbero venderli per comprare armi.
Lo Yemen affamato dal blocco navale
Nello Yemen le dinamiche politiche sono diverse, ma i risultati sono gli stessi. Secondo la Fews net, due milioni di persone sono in una situazione di “emergenza”. Altri 5-8 milioni non hanno da mangiare a sufficienza. Il motivo principale è che la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, che combatte contro i ribelli houthi, impedisce ai carichi di prodotti alimentari di superare il blocco navale in mancanza di un permesso che può essere ottenuto solo dopo un processo lunghissimo, al termine del quale gran parte del cibo è avariato.
Lo Yemen importa nove decimi del cibo che consuma, ma il porto di Hodeida, il più grande del paese, è stato distrutto dai bombardamenti. In un magazzino di Humanitarian city, un centro di stoccaggio utilizzato dalle agenzie umanitarie a Dubai, quattro nuove gru mobili sono in attesa di aiutare la struttura di Hodeida a scaricare le navi.
Quando le Nazioni Unite hanno cercato di installarle lo scorso mese di gennaio, la coalizione gli ha negato il permesso di entrare nelle acque territoriali yemenite. Potevano essere usate per scaricare le armi, ha spiegato un funzionario, o magari i ribelli potevano usarle per imporre delle tariffe e ricavarci dei soldi. Questo nonostante il fatto che le navi ancorate nel porto di Hodeida siano ispezionate dalle Nazioni Unite e le armi comunque entrino per altre vie nel paese, su piccole imbarcazioni o via terra.
La carestia taciuta della Nigeria
Quelle in Sud Sudan e nello Yemen sono le carestie che con maggiore evidenza si sarebbero potute evitare. Ma la Nigeria non è lontana. Già alla fine del 2016 in questo paese potrebbe esserci stata una carestia, ma nessuno può saperlo con certezza perché era troppo difficile raccogliere dati.
Negli ultimi due anni, a mano a mano che l’esercito nigeriano strappava il controllo delle città nel nordest del paese al gruppo terroristico Boko haram, dai villaggi vicini sono arrivate nelle città migliaia di persone affamate. La popolazione di Maiduguri, capitale dello stato di Borno, è raddoppiata dopo che quasi 800mila persone affamate vi si sono trasferite accampandosi in abitazioni di fortuna. Un numero forse altrettanto elevato resta ancora nelle aree che gli operatori umanitari non sono in grado di raggiungere. In parte questo accade perché l’esercito nigeriano non consente loro l’accesso.
Tuttavia, la maggior parte delle agenzie umanitarie è comunque riluttante all’idea di distribuire cibo nelle aree controllate dai jihadisti. “Non c’è nessuno con cui negoziare l’accesso”, afferma Peter Lundberg, vicecoordinatore degli interventi umanitari delle Nazioni Unite in Nigeria. E tuttavia nelle aree sotto il controllo dell’esercito la malnutrizione è crollata in modo sensibile.
I governi occidentali e le agenzie umanitarie hanno investito denaro nel fornire assistenza, ma hanno fatto poco o nulla per affrontare i problemi politici che provocano la fame
Solo in Somalia, che nel 2011 è stata l’ultimo paese a soffrire una carestia conclamata, il rischio di fame deriva in larga misura dal clima. Una siccità che affligge gran parte dell’Africa orientale ha distrutto i raccolti e ucciso gli animali. “Ho 73 anni ma ho una buona memoria e quello che dico risponde a verità: questa è la peggiore”, dice Mohamed Tahir, un agricoltore nella città sudoccidentale di Baidoa, che ha visto andare distrutti gli ultimi tre raccolti e morire tutti i suoi animali.
La carestia di quest’anno in Somalia è più facile da affrontare rispetto a quella del 2011, quando la violenta milizia estremista islamica di Al Shabaab controllava gran parte del paese. Adesso gli aiuti se non altro riescono ad arrivare. Si sentono tuttavia le conseguenze dei problemi del passato. In assenza di uno stato e con uomini armati ovunque, è ancora troppo pericoloso e costoso per le agenzie umanitarie far arrivare gli aiuti in ampie aree dell’entroterra somalo, dove sarebbero più necessari.
Una sfida per tutto il mondo
Cosa significa il ritorno della carestia per organizzazioni umanitarie internazionali come le Nazioni Unite e per i paesi occidentali che forniscono gran parte dei fondi per gli aiuti in caso di emergenza? Il coordinatore degli interventi umanitari delle Nazioni Unite Stephen O’Brien ha detto che quella di quest’anno è la “peggiore crisi umanitaria” dal 1945 a oggi. Non è così: la carestia cinese durante il grande balzo in avanti nel periodo tra il 1958 e il 1962 provocò tra i 20 e i 55 milioni di morti. La situazione nello Yemen e in Sud Sudan non è ancora così sconvolgente come la carestia del 1984 in Etiopia, quando centinaia di migliaia di persone morirono di fame anche perché il regime militare tassava gli aiuti umanitari e spendeva il ricavato per celebrare in modo sfarzoso il successo del marxismo.
E tuttavia le carestie di oggi sono reali e molto gravi. Purtroppo in tutti e quattro i paesi la risposta globale è stata inadeguata. I governi occidentali e le agenzie umanitarie hanno investito enormi quantità di denaro ed energia nel fornire assistenza, ma hanno fatto poco o nulla per affrontare i problemi politici che provocano la fame. In Sud Sudan e nello Yemen accettano gli ostacoli posti dai governi alla distribuzione di aiuti umanitari.
Un centro di distribuzione del cibo a Sanaa, in Yemen, il 21 marzo 2017. - Khaled Abdullah, Reuters/Contrasto

Un centro di distribuzione del cibo a Sanaa, in Yemen, il 21 marzo 2017. (Khaled Abdullah, Reuters/Contrasto)
Sebbene in Sud Sudan ci siano 17mila soldati delle forze di pace, con un mandato basato sul capitolo VII della carta delle Nazioni Unite (che autorizza l’uso della forza per proteggere i civili), l’Onu è restia a criticare il governo che ospita la sua missione. E tuttavia il governo è responsabile di gran parte delle violenze all’origine delle migrazioni forzate e della fame. “Vogliono che questa gente muoia”, sottolinea un funzionario delle Nazioni Unite che non si esprimerebbe mai così in pubblico. A dicembre, il capo del Norwegian refugee council è stato espulso. Sia l’Onu sia i governi occidentali hanno deciso che è meglio stare zitti piuttosto che essere allontanati e perdere l’accesso alle persone che tentano di aiutare.
Nello Yemen la situazione è ancora più grave. Lì le armi usate per bombardare i ribelli houthi sono fornite in gran parte dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, e da due anni gli Stati Uniti forniscono supporto logistico e di intelligence alle operazioni militari dell’Arabia Saudita. Tuttavia i diplomatici si guardano bene dal criticare la coalizione guidata dai sauditi. Ribadiscono come stiano cercando di far entrare nel paese più aiuti, ma evitano le sanzioni che potrebbero costringere i leader della coalizione a collaborare. Un funzionario delle Nazioni Unite parla di una “cospirazione del silenzio” per descrivere la situazione nello Yemen.
Questo è in parte vero anche nel caso della Nigeria. Il rilascio di alcune delle ragazze rapite da Boko haram dimostra che è possibile negoziare con i jihadisti. Eppure, dice un operatore umanitario, la possibilità che gli aiuti superino le linee del fronte non viene nemmeno presa in considerazione. Le regole imposte dal governo nigeriano alle agenzie umanitarie circa le località in cui possono arrivare gli aiuti sono accettate senza discutere, anche se in Nigeria la morte per fame è stata un’arma scelta consapevolmente per sconfiggere le insurrezioni sin dalla guerra per la secessione del Biafra negli anni sessanta.
Senza un piano alternativo
Secondo Alex de Waal della Tuft university, dichiarare formalmente una carestia rappresenta un “atto politico” che dovrebbe produrre un’azione. “Adesso vedremo se funziona”, scrive. Nel 2011, l’ultima volta in cui la Somalia è stata colpita dalla siccità, la dichiarazione dello stato di carestia ha costretto gli Stati Uniti a cambiare le regole che impedivano alle agenzie umanitarie di fornire cibo nei territori controllati da Al Shabaab.
Tuttavia sono in pochi a voler intervenire. Nel 1992 George Bush senior aveva mandato truppe statunitensi in Somalia per costringere i signori della guerra locali a far arrivare gli aiuti umanitari. Bill Clinton aveva ritirato le truppe dopo l’uccisione di alcuni soldati e da allora l’intervento militare per porre fine a una carestia è passato di moda.
In Sud Sudan, un paese creato a seguito delle pressioni politiche statunitensi, si è rivelato impossibile persino introdurre un embargo sulle armi o delle sanzioni contro il presidente Salva Kiir. Analogamente, il Regno Unito e gli Stati Uniti non mostrano alcun segno di voler costringere l’Arabia Saudita o i suoi alleati a porre fine alla guerra nello Yemen. Però non c’è un piano alternativo. Così la carestia, che ormai sarebbe dovuta essere stata eliminata in tutto il mondo, adesso sta tornando.
(Traduzione di Giusy Muzzopappa)
Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.

Preso da: http://www.internazionale.it/notizie/2017/04/14/carestia-africa

Onu, la grande ipocrisia: l’Arabia Saudita nel Consiglio dei Diritti Umani( nel 2016), la Russia esclusa

Se Mosca ha perso il suo seggio al Consiglio dei Diritti Umani Onu, chi non si scolla dalla poltrona è l’Arabia Saudita. Che nel 2015 ha battuto il record di esecuzioni, e continua a bombardare lo Yemen
Perché l'Arabia Saudita è nel Consiglio dei Diritti Umani Onu? (© )
Perché l’Arabia Saudita è nel Consiglio dei Diritti Umani Onu? (© )
NEW YORK – Che la storia delle Nazioni Unite sia costellata di ambiguità e decisioni controverse non è affatto una novità. Ma il culmine del paradosso lo si raggiunge dando uno sguardo alla composizione del Consiglio Onu per i Diritti Umani. Che il 28 ottobre scorso ha «rinnovato» il suo aspetto, assegnando i 147 seggi disponibili eletti a scrutinio segreto. Ebbene, oggi nel Consiglio vediamo seduti due Paesi come l’Arabia Saudita e l’Egitto. Grande esclusa, invece, la Russia, bersagliata da mesi per il suo controverso intervento in Siria a fianco di Bashar al Assad.

Arabia Saudita nel 2016 ai vertici del Consiglio
Quanto all’Egitto, la sua elezione nel Consiglio ha fatto parecchio scalpore, soprattutto nel Belpaese. Perché il caso Regeni, caso sul quale ancora non si è fatta luce a causa dell’omertà del Cairo, è vivido nella memoria degli italiani tutti. Se possibile ancora più stupefacente la presenza dell’Arabia Saudita, il cui ambasciatore, Faisal bin Hassan Trad, è stato addirittura nominato a capo dello stesso Consiglio per l’anno 2016. Una decisione, presa nel settembre 2015, molto criticata dagli attivisti, visto che era appena stato condannato a morte il 20enne Ali Mohammed Al Nimr, arrestato a soli 17 anni per aver partecipato a una manifestazione contro il regno saudita. Senza contare che Riad era ed è attualmente impegnata, nel silenzio della comunità internazionale, a bombardare lo Yemen, causando migliaia di vittime.
Il record delle esecuzioni nel mondo
Il curriculum dell’Arabia Saudita parla da solo. I sauditi detengono il triste record delle esecuzioni nel mondo: sono centinaia i condannati uccisi dalla spada dei boia di Riad negli ultimi dieci anni. Dal 2011 le esecuzioni sono tornate a registrare numeri intorno al centinaio ogni anno, trend che non accenna a invertirsi: e il 2015 è stato l’anno che ha fatto segnare il maggior numero di esecuzioni dal 1995. Tra agosto 2014 e giugno 2015 sono state messe a morte almeno 175 persone, una media di un’esecuzione ogni due giorni.
Alla faccia dei diritti umani
Lapidazione, impiccagione e, soprattutto, decapitazione in pubblico sono le tecniche di esecuzione previste dalle leggi saudite. E tra i reati punibili con la pena di morte ci sono, oltre all’omicidio, anche adulterio, sodomia e omosessualità. Un’altra categoria a rischio è quella dei lavoratori provenienti dai Paesi più poveri dell’Asia Centrale e del sud-est asiatico, ridotti in schiavitù, costretti a lavorare in condizioni inumane, senza diritti, garanzie, privati di cibo e acqua e vittime di violenze. Anche per le donne, il cui processo di emancipazione procede decisamente a rilento, le discriminazioni di genere rimangono molto forti: possono studiare e laurearsi, ma spesso l’ostacolo più grande si ha al momento dell’accesso al lavoro. Ci sono donne che ricoprono anche incarichi di alto livello all’interno delle aziende del Paese, ma generalmente appartengono a un élite sociale ed economica.
Amici dei terroristi
Senza contare il supporto operativo ed economico che le petromonarchie del Golfo Persico forniscono al terrorismo che distrugge il Medio Oriente e minaccia l’Occidente (ASCOLTA ANCHE «Terrorismo, ‘Occidente complice perché è migliore amico dei migliori amici dei terroristi’»). Nonostante tutto questo, Riad rimane uno dei «migliori amici» dell’Occidente nella regione, e continua a essere foraggiata di armi dalle civili democrazie dell’Ovest (tra cui anche dall’Italia: LEGGI ANCHE: «Quelle bombe italiane all’Arabia Saudita, su cui indaga la procura di Brescia»). E soprattutto, conserva il suo seggio dorato nel Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, uno Stato che viola sistematicamente i diritti umani in patria e all’estero.
L’appello di Amnesty e di Human Rights Watch
Proprio per questo motivo, lo scorso giugno Amnesty International e Human Rights Watch hanno chiesto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di sospendere l’Arabia Saudita dal Consiglio dei Diritti Umani «fino a quando non cesserà gli attacchi illegali condotti nello Yemen dalla coalizione di cui è alla guida e tali attacchi non saranno oggetto di indagini credibili e imparziali». Secondo le due organizzazioni, Riad, nello scenario yemenita, si è macchiata di orribili crimini di guerra. «Le ampie prove disponibili sui crimini di guerra commessi dalla coalizione a guida saudita nello Yemen avrebbero dovuto essere indagate dal Consiglio dei diritti umani. Invece, l’Arabia Saudita ha sfruttato cinicamente la sua posizione all’interno dell’organismo per impedire una risoluzione che avrebbe avviato un’indagine internazionale e per far approvare un’inutile risoluzione per l’istituzione di una commissione d’inchiesta yemenita: commissione che, nove mesi dopo, non ha fatto nulla per indagare sulle denunce di crimini di guerra e altre gravi volazioni dei diritti umani», ha sottolineato Richard Bennet, direttore dell’ufficio di Amnesty International presso le Nazioni Unite.
Le pressioni di Riad
Ma come ha potuto l’Arabia Saudita mantenere il proprio ruolo nel Consiglio nonostante le evidenti e macroscopiche violazioni degli standard sui diritti umani? Semplice: facendo pressioni. Perchè Riad ha più volte evitato di essere chiamata a rispondere del suo operato, premendo sulle Nazioni Unite affinché la coalizione a guida saudita impegnata nel conflitto dello Yemen venisse tolta dall’elenco degli Stati e dei gruppi armati che nel 2015 hanno violato i diritti dei bambini nei conflitti armati. Per ottenere questo risultato, l’Arabia Saudita ha minacciato di ritirarsi dalle Nazioni Unite, di cessare di finanziare i progetti umanitari e di portare su queste posizioni i Paesi amici. E nonostante le numerose prove a disposizione sui crimini di guerra, i principali alleati dell’Arabia Saudita, tra cui Stati Uniti, Regno Unito e Italia, non hanno smesso di inviare armi da usare nello Yemen.
Il metodo di assegnazione dei seggi: Riad non aveva competitor, la Russia sì
Chi invece al Consiglio dei Diritti Umani non conserva più il suo seggio è la Russia. Che l’Occidente – impassibile davanti alla condotta dell’Arabia Saudita – ha spesso accusato platealmente di crimini di guerra in Siria, accuse sempre respinte da Mosca. I media russi hanno molto criticato tale decisione, inquadrandola nella «mania antirussa» degli ultimi tempi. C’è da dire che la stessa modalità in cui vengono assegnati i seggi è piuttosto controversa, ed è una delle ragioni per cui Riad è riuscita ad ottenerne uno mentre Mosca no. Perché l’assegnazione viene gestita sulla base di cinque gruppi regionali. Quest’anno, per quello asiatico c’erano 4 candidati per i 4 posti disponibili, conquistati quindi a mani basse da Arabia Saudita, Cina, Giappone e Iraq. Quanto al gruppo dell’Est Europa, Croazia, Russia e Ungheria si sono contesi i due posti disponibili. La Russia è rimasta esclusa.
La grande ipocrisia
Ora, se a seguito dell’intervento siriano per qualcuno sarà anche comprensibile l’esclusione della Russia (ma tanto ci sarebbe da dire sulle stesse civili democrazie occidentali), la presenza dell’Arabia Saudita rimane ad ogni modo inconcepibile. E rende evidente come tale meccanismo di assegnazione concorra a creare storture e a minare l’integrità di un organismo come il Consiglio dei Diritti Umani, dove i seggi dovrebbero essere assegnati innanzitutto sulla base del comportamento dei singoli candidati. Invece, gli Stati che conquistano il proprio seggio senza competizione – come accaduto per Riad – finiscono per non essere scrutinati in base al proprio curriculum. Secondo Human Rights Watch, ogni candidato dovrebbe guadagnarsi il proprio posto, indipendentemente da accordi dietro le quinte e equilibri prettamente numerici. Perché il fatto che il grande amico dell’Occidente Riad sieda in un organismo preposto alla tutela dei diritti umani (e ne sia stata anche ai vertici) è una insostenibile e inaccettabile ipocrisia.

Preso da: http://esteri.diariodelweb.it/esteri/articolo/?nid=20161104_395177

Nel governo invisibile: guerra, propaganda, Clinton e Trump

John Pilger, Mondialisation, 29 ottobre 2016
Il giornalista statunitense Edward Bernays viene spesso presentato come l’inventore della propaganda moderna. Nipote di Sigmund Freud, il pioniere della psicoanalisi, Bernays inventò il termine “relazioni pubbliche” quale eufemismo per manipolazione e inganno. Nel 1929 convinse le femministe a promuovere le sigarette con donne che fumavano durante una parata a New York, un comportamento visto allora come assurdo. Una femminista, Ruth Booth, disse “Le donne! Devono accendere la nuova torcia della libertà! Combattere contro un altro tabù sessista!” L’influenza di Bernays va ben oltre la pubblicità. Il suo più grande successo fu convincere il pubblico statunitense ad entrare nella grande strage della prima guerra mondiale. Il segreto, disse, era “produrre il consenso” del popolo per “controllarlo e dirigerlo secondo la nostra volontà a sua insaputa“. Lo descrisse come “il vero potere decisionale nella nostra società” e lo chiamò “governo invisibile“. Oggi, il governo invisibile non è mai stato così potente e così poco compreso.

Nella mia carriera di giornalista e regista non ho mai visto tale dilagante propaganda influenzare la nostra vita oggi, e così poco contestata. Immaginate due città. Entrambe sotto assedio da parte delle forze governative di questi Paesi. Le due città sono occupate da fanatici che commettono atrocità come le decapitazioni. Ma vi è una differenza essenziale. In una delle città, i giornalisti occidentali embedded coi soldati governativi li descrivono come liberatori e con entusiasmo annunciano battaglie e attacchi aerei. Ci sono immagini da prima pagina di questi eroici soldati che fanno la V di vittoria. C’è poca menzione di vittime civili. Nella seconda città, in un Paese vicino, accade quasi esattamente lo stesso. Le forze governative assediano una città controllata dagli stessi fanatici. La differenza è che questi fanatici sono supportati, attrezzati e armati da “noi”, Stati Uniti e Gran Bretagna. Hanno anche un centro mediatico finanziato da Gran Bretagna e Stati Uniti. Un’altra differenza è che le truppe governative che assediano questa città sono i cattivi, condannati per aver aggredito e bombardato la città, esattamente ciò che fanno i soldati buoni nella prima città. Confusione? Non proprio. È il doppio standard, essenza della propaganda. Parlo, naturalmente, dell’assedio di Mosul da parte delle forze governative irachene appoggiate da Stati Uniti e Gran Bretagna e dell’assedio di Aleppo da parte delle forze del governo della Siria, sostenute dalla Russia. Uno è buono; l’altro è cattivo. Ciò che viene raramente riportato è che entrambe le città non sarebbero state occupate da fanatici e devastate dalla guerra se Gran Bretagna e Stati Uniti non avessero invaso l’Iraq nel 2003. Tale crimine fu avviato da bugie sorprendentemente simili alla propaganda che ora distorce il quadro della guerra in Siria. Senza tale propaganda rullante travestita da informazioni, i mostruosi SIIL, al-Qaida, al-Nusra e il resto dei jihadisti non esisterebbero, e il popolo siriano non lotterebbe per la sopravvivenza.

Alcuni possono ricordare quei giornalisti della BBC che nel 2003 sfilavano davanti le telecamere per spiegare che l’iniziativa di Blair era “giustificata” da ciò che divenne il crimine del secolo. Le reti televisive degli Stati Uniti diffusero le stesse giustificazioni di George W. Bush. Fox News invitò Henry Kissinger a dissertare sulle menzogne di Colin Powell. Lo stesso anno, poco dopo l’invasione, ripresi un colloquio a Washington con Charles Lewis, il celebre giornalista investigativo. Gli chiesi: “Cosa sarebbe successo se i media più liberi del mondo avessero seriamente messo in discussione ciò che si è rivelata una rozza propaganda?” Disse che se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, “molto probabilmente non saremmo entrati in guerra con l’Iraq“. Fu una dichiarazione scioccante, confermata da altri giornalisti famosi a cui posi la stessa domanda, Dan Rather della CBS, David Rose dell’Observer e giornalisti e produttori della BBC, che vollero rimanere anonimi. In altre parole, se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, se avessero sfidato e studiato la propaganda invece di amplificarla, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sarebbero vivi oggi, e non ci sarebbero SIIL e assedi ad Aleppo e Mosul. Non ci sarebbe stata alcun atrocità nella metropolitana di Londra il 7 luglio 2005, né milioni di rifugiati in fuga e né campi miserabili. Quando l’atrocità terroristica ebbe luogo a Parigi a novembre, il presidente François Hollande inviò immediatamente aerei a bombardare la Siria, creando altro terrorismo, prevedibilmente prodotto dalla magniloquenza di Hollande sulla Francia “in guerra” e “spietata”. La violenza dello Stato e la violenza jihadista si nutrono a vicenda, un dato di fatto che nessun leader nazionale ha il coraggio di affrontare. “Quando la verità viene sostituita dal silenzio“, disse il dissidente sovietico Evtushenko, “il silenzio è una bugia”. L’attacco a Iraq, Libia, Siria si verificò perché i capi di ciascuno di questi Paesi non erano fantocci dell’occidente. Il record dei diritti umani di un Sadam o Gheddafi era irrilevante. Disobbedivano agli ordini e non cedettero il controllo del loro Paese. Lo stesso destino attese Slobodan Milosevic dopo aver rifiutato di firmare un “accordo” che richiedeva l’occupazione della Serbia e la conversione ad un’economia di mercato. I suoi abitanti furono bombardati e perseguiti a L’Aia. Tale indipendenza è intollerabile. Come ha rivelato WikLeaks, quando il leader siriano Bashar al-Assad nel 2009 respinse il gasdotto dal Qatar all’Europa, fu attaccato. Da quel momento la CIA programmò la distruzione del governo della Siria con fanatici jihadisti, gli stessi che attualmente tengono in ostaggio il popolo di Mosul e dei quartieri di Aleppo. Perché i media non ne parlano? Un ex-funzionario degli Esteri inglese, Carne Ross, responsabile delle sanzioni operative all’Iraq, disse, “Abbiamo fornito ai giornalisti pezzi accuratamente ordinati e li tenevamo a bada. Ecco come funzionava“.
L’alleata medievale dell’occidente, l’Arabia Saudita, a cui Stati Uniti e Gran Bretagna vendono miliardi di dollari in armi, attualmente distrugge lo Yemen, un Paese povero che nel migliore dei casi ha la metà dei bambini malnutrita. Guardate su YouTube e vedrete il tipo di bombe enormi, le “nostre” bombe, che i sauditi usano contro i villaggi della terra martoriata e contro matrimoni e funerali. Le esplosioni sembrano piccole bombe atomiche. Coloro che sganciano queste bombe dall’Arabia Saudita collaborano con ufficiali inglesi. Non se ne sente parlare al telegiornale della sera. La propaganda è più efficace quando il nostro consenso è prodotto da élite istruite ad Oxford, Cambridge, Harvard, Columbia e che fanno carriera nella BBC, The Guardian, New York Times, Washington Post. Tali media si presentano progressisti, illuminati, tribune progressive della moralità. Sono antirazzisti, ambientalisti, femministi e pro-LGBT. E amano la guerra. Allo stesso tempo difendono il femminismo e sostengono le guerre rapaci che negano i diritti a innumerevoli donne, anche alla vita. Nel 2011 la Libia, uno Stato moderno, fu distrutta con la scusa che Gheddafi compisse un genocidio contro il proprio popolo. Le informazioni fluivano, ma non vi era alcuna prova. Erano menzogne. In realtà, Gran Bretagna, Europa e Stati Uniti volevano ciò che amano chiamare “cambio di regime” in Libia, il più grande produttore di petrolio in Africa. L’influenza di Gheddafi sul continente e, in particolare, la sua indipendenza erano intollerabili. Così fu ucciso pugnalato alla schiena da fanatici sostenuti da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Davanti le telecamere Hillary Clinton ne applaudì la morte orribile, dicendo: “Siamo venuti, abbiamo visto ed è morto!” La distruzione della Libia fu un trionfo mediatico. Mentre rullavano i tamburi di guerra, Jonathan Freedland scrisse sul Guardian: “Anche se i rischi sono reali, il caso d’intervento rimane forte“. Intervento. Una parola educata, benigna, molto “Guardian“, il cui vero significato per la Libia fu morte e distruzione. Secondo i propri dati, la NATO lanciò 9700 “attacchi aerei contro la Libia”, di cui oltre un terzo su obiettivi civili. Tra questi, missili con testate all’uranio. Vedasi le foto delle macerie a Misurata e Sirte, e le fosse comuni individuate dalla Croce Rossa. Il rapporto dell’UNICEF sui bambini uccisi dice “la maggior parte aveva meno di dieci anni“. Risultato diretto, Sirte è diventata la capitale dello Stato Islamico. L’Ucraina è un altro trionfo mediatico. I rispettabili giornali liberal come New York Times, Washington Post e The Guardian, ed emittenti tradizionali come BBC, NBC, CBS e CNN, hanno svolto un ruolo cruciale nel fare accettare al loro pubblico una nuova e pericolosa guerra fredda. Tutti hanno distorto gli eventi in Ucraina per mostrare una Russia malvagia, mentre in realtà il colpo di Stato in Ucraina nel 2014 fu opera degli Stati Uniti, aiutati da Germania e NATO. Tale sovversione della realtà è così pervasiva che le minacce militari di Washington alla Russia vengono ignorate; tutto è oscurato da una campagna di denigrazione e paura come quella che vissi durante la prima guerra fredda. Ancora una volta, i Russkoffs cercano d’infastidirci guidati da un nuovo Stalin, che The Economist raffigura come il diavolo. L’occultamento della verità sull’Ucraina è uno delle più totali censura che abbia mai visto. Fascisti che hanno progettato il colpo di Stato a Kiev, dello stesso stampo di coloro che sostennero l’invasione nazista dell’Unione Sovietica nel 1941. Mentre si hanno timori sull’avanzata dell’antisemitismo fascista in Europa, alcun capo menziona i fascisti in Ucraina, ad eccezione di Vladimir Putin, ma non conta. Molti media occidentali lavorano duramente per presentare la popolazione russofona dell’Ucraina come stranieri nel proprio Paese, come agenti di Mosca, quasi mai come gli ucraini che vogliono la federazione dell’Ucraina, come cittadini ucraini che resistono a un colpo di Stato orchestrato dall’estero contro il governo legittimo. Tra i guerrafondai regna quasi la stessa eccitazione dell’assemblea di classe. I banditori del Washington Post incitano alla guerra contro la Russia sono gli stessi che pubblicarono le menzogne sulle armi di distruzione di massa di Sadam Husayn.
Per la maggior parte di noi, la campagna presidenziale degli Stati Uniti è un fenomeno da baraccone in cui Donald Trump interpreta il ruolo del cattivo. Ma Trump è odiato da chi è al potere negli Stati Uniti per ragioni che hanno poco a che fare con il suo comportamento e le opinioni odiosi. Per il governo invisibile di Washington, l’imprevedibile Trump è un ostacolo al piano statunitense per il 21° secolo, mantenere il dominio degli Stati Uniti ed attaccare la Russia e forse la Cina. Per i militaristi di Washington, il vero problema con Trump è che nei suoi momenti di lucidità non vuole la guerra con la Russia; vuole parlare con il presidente russo, non combatterlo; dice che vuole parlare con il presidente della Cina. Nel primo dibattito con Hillary Clinton, Trump ha promesso di non essere il primo ad usare le armi nucleari in un conflitto. Ha detto: “Io certamente non effettuerei il primo colpo. Dopo aver scelto l’opzione nucleare, è finita“. I media non ne hanno parlato. In realtà che pensa? Chi lo sa? Si contraddice più volte. Ma ciò che è chiaro è che Trump è considerato una grave minaccia allo status quo dall’ampio apparato della sicurezza nazionale che guida gli Stati Uniti, a prescindere dall’inquilino della Casa Bianca. La CIA vuole vederlo sconfitto. Il Pentagono vuole vederlo sconfitto. I media vogliono vederlo sconfitto. Anche il suo partito vuole vederlo sconfitto. È una minaccia per i capi mondiali, a differenza di Clinton che non lascia alcun dubbio di esser pronta alla guerra contro la Russia e la Cina, due Paesi che possiedono armi nucleari. La Clinton ha l’esperienza, come si vanta spesso. In effetti, non ha più nulla da dimostrare. Come senatrice ha sostenuto lo spargimento di sangue in Iraq. Quando concorreva contro Obama nel 2008 minacciò di “distruggere completamente” l’Iran. Come segretaria di Stato, ha voluto distruggere i governi di Libia e Honduras e provocò la Cina. Ha promesso la no-fly zone in Siria, una provocazione diretta alla Russia. Clinton potrebbe diventare il presidente più pericoloso degli Stati Uniti della mia vita, un titolo dalla dura concorrenza. Senza alcuna prova, ha accusato la Russia di sostenere Trump e piratare le sue e-mail. Pubblicate da Wikileaks, le e-mail rivelano ciò che ha detto in privato, nel suo discorso ai ricchi e potenti, il contrario di ciò che dice in pubblico. Ecco perché è così importante mettere a tacere e minacciare Julian Assange. A capo di Wikileaks, Julian Assange sa la verità. E permettetemi di rassicurare tutti gli interessati, sta bene e Wikileaks funziona a pieno.
Oggi c’è la maggiore corsa agli armamenti degli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale, nel Caucaso e in Europa orientale, al confine con la Russia, in Asia e Pacifico, dove la Cina è il bersaglio. Ricordatelo quando il circo delle elezioni presidenziali si concluderà l’8 novembre, se Clinton vincesse, un coro di commentatori senza cervello ne celebrerà l’incoronazione come importante passo avanti per le donne. Nessuno ricorda le vittime di Clinton: donne siriane, donne irachene, donne libiche. Nessuno menziona le esercitazioni della protezione civile in Russia. Nessuno ricorda la “torcia della libertà” di Edward Bernays. Un giorno, il portavoce presso la stampa di George Bush definì i media “utili complici”. Venendo da un alto funzionario di un’amministrazione le cui bugie, aiutate dai media, causarono tanta sofferenza, tale descrizione è un avvertimento dalla storia. Nel 1946, il procuratore del Tribunale di Norimberga disse dei media tedeschi: “Prima di ogni grande aggressione avviarono campagne stampa volte ad indebolire le vittime e a preparare psicologicamente il popolo tedesco all’attacco. Nel sistema di propaganda, la stampa quotidiana e la radio furono le armi più importanti“.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Yemen, il genocidio e la vetrina Usa

16 dicembre 2016

La decisione dell’Arabia Saudita di iniziare una guerra contro il vicino Yemen, ha come pretesto quello di eliminare il movimento di Resistenza Ansarullah. Questa decisione arriva dopo che “mamma” Washington ha dato il suo benestare. La realtà, nel mondo arabo, è che nessuno possiede volontà indipendente nei confronti delle decisioni americane. La maggior parte degli Stati arabi, senza la coordinazione con Washington non hanno la capacità di cambiare una virgola sulla mappa politica.

 

 

Yemen

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli Stati Uniti stanno per costruire una base militare permanente, nella provincia meridionale di Lahij. Ciò significa che gli Usa cercano il pieno controllo del Golfo di Aden e dello stretto di Bab el-Mandeb. Questa è una zona strategica in quanto collegamento tra il mare di Oman ed il Mar Rosso. Se gli Stati Uniti riusciranno nel loro intento, oltre ad avere un netto dominio sulle attività marine e le annesse rotte marittime, possono aumentare il controllo e la sicurezza delle coste israeliane. Ecco una delle motivazioni principali.

La destabilizzazione dello Yemen è guidata da una mano americana che si muove alla ricerca di riserve petrolifere. Ci sono voci che danno le risorse yemenite vicine alla fine, ma un rapporto di Sky News riporta che lo Yemen ed in particolar modo le province di Al Jafw e Marib, ospitano ancora ricche riserve di petrolio.
Risultato di tutto ciò è che se Riyadh e Washington riuscissero a controllare lo Yemen, essi saranno in grado di mettere mano su un’arteria petrolifera che è considerata tra le più importanti al mondo.

In questo modo, lo Yemen ha assunto un ruolo “privilegiato” nell’orizzonte americano. Il governo Usa, però, non ha fatto i conti con la Resistenza di Ansarullah ed il sostegno popolare che si è mobilitato dinanzi alle ingerenze di Washington, rendendo i piani iniziali americani un bel po’ più difficili del previsto. Gli sviluppi che si sono avuti negli ultimi 20 mesi, dimostrano che Washington non intende condividere il prezzo della guerra con l’Arabia Saudita. Ciò si è capito quando, gli Usa, hanno evitato di fare pressione alle Nazioni Unite sulla Black List Araba Saudita che vedeva lo Stato alleato come violatore dei diritti dei bambini, facendo ciò si cercava di tenere le Nazioni Unite fuori dall’azione che avrebbero potuto intraprendere.

Riyadh è il miglior alleato arabo nella strategia statunitense di spostamento in Asia orientale. Gli Stati Uniti continuano a non prendere posizione e non attuano nessuna politica stabile neanche nello Yemen. Gli Usa cercano di rimanere in silenzio sulle misure intraprese dai sauditi, ed appare evidente che vogliano ridurre al minimo la loro presenza nei Paesi arabi del Golfo Persico.
Rimane il fatto che le prese di posizione degli Stati Uniti sulla guerra nello Yemen sono molto volubili e volatili, in quanto sono dipendenti dallo sviluppo delle battaglie che verranno.

di Sebastiano Lo Monaco

Preso da: https://www.ilfarosulmondo.it/yemen-genocidio-la-vetrina-usa/

La Politica dell’Assassinio che Viene Condotta nel Nostro Nome

6 luglio 2016

Jemery Scahill, Simon e Schuster- Estratto dal libro “The Assassination Complex” di Jeremy Scahill
Come fa il Governo degli Stati Uniti a dare a se’ stesso il diritto di condannare gente a morte senza un dovuto processo, nel nome della sicurezza nazionale? Nel “The Assassination Complex”, Jeremy Scahilll e lo staff di The Intercept aprono una finestra su come  le catture e gli assassinii sanguinosi mirati dei militari USA vengono preparatiS dalla stanza dei bottoni, in Afganistan, Yemen e Somalia. Ordina questo libro rivelatore donando a Truthout oggi!
L’estratto che segue e’ da The Assassination Complex: Inside the Government’s Secret Drone Warfare Program:
Per Barak Obama, fin dal primo giorno come comandante in capo, il drone e’ stata l’arma di prima scelta, usata dai militari e dalla CIA per catturare e uccidere gente che la sua amministrazione ha dichiarato- attraverso un processo segreto, senza accusa o processo- come gente che  merita di essere uccisa. C’e’ stato un focus intenso sulla tecnologia delle uccisioni remote, ma quello appunto serve spesso come un surrogato per cio’ che dovrebbe essere un esame complessivo sul potere dello stato per quanto riguarda la vita e la morte.
I droni sono i mezzi, non la politica. La politica e’ l’assassinio. Mentre tutti i presidenti (degli USA, Ndt) dai tempi di Gerald Ford, hanno mantenuto un ordine esecutivo che vieta gli assassinii da parte del personale USA, il Congresso ha evitato di fare leggi sulla questione o persino di definire la parola “assassinio”. Questo ha dato la possibilita’ ai proponenti delle guerre con i droni di ridefinire gli assassinii con caratterizzazioni piu’ accettabili, come il “term du jour”, “uccisioni mirate”.

Quando l’amministrazione di Obama ha discusso i droni pubblicamente, ha assicurato che queste operazioni costituiscono un’alternativa piu’ precisa rispetto alle truppe inviate sul luogo e che vengono autorizzati solo quando ci sia una minaccia “imminente” e quando esista una “quasi certezza” che il target voluto venga eliminato. Questi termini tuttavia sembrano essere stati ridefiniti in maniera marcata cosi’ da portare quasi nessuna rassomiglianza ai significati comunemente accettati.
Il primo attacco con droni, condotto al di fuori di una zona di guerra dichiarata, fu condotto nel 2002, ma la Casa Bianca aspetto’ fino al Maggio 2013 per rilasciare una serie di standards e procedure per condurre questi attacchi. Queste direttive contengono pochissima specificita’, asserendo che gli Stati Uniti potrebbero portare a termine attacchi letali al di fuori di un’”area di ostilita’ attiva” solo se il target rappresenta una “minaccia continua e imminente a cittadini USA”, senza descrivere alcun senso del processo interno usato per determinare se un sospetto potrebbe essere ucciso senza essere accusato o guidicato. Il messaggio implicito per quanto riguarda gli attacchi con droni da parte dell’amministrazione Obama e’ stata “Fidati” ma non verificare.
Il 15 Ottobre 2015, The Intercept ha pubblicato una quantita’ di documenti segreti che aprono una finestra sul funzionamento intimo delle operazioni di cattura e uccisione dei militari USA durante un periodo chiave nell’evoluzione delle guerre con droni: tra il 2011 e il 2013. I documenti, che descrivono anche i punti di vista interni delle forze di operazioni speciali per quanto riguarda le mancanze e i difetti del programma dei droni, furono resi pubblici da una fonte che e’ dentro la comunita’ dello spionaggio e che lavoro’ sui tipi di operazioni e programmi descritti nelle diapositive. Noi abbiamo dovuto garantire l’anonimita’ perche’ il materiale e’ considerato segreto e anche perche’ il governo USA si e’ impegnato nel perseguimento aggressivo di coloro che rivelano segreti o suonano l’allarme. In tutto il libro, noi ci riferiremo a questa persona semplicemente come “la fonte”.
La fonte ci ha detto che lui decise di rendere pubblici questi documenti perche’ egli crede che il pubblico ha il diritto di capire il processo attraverso il quale alcune persone vengono messe nelle liste da uccidere e alla fine assassinate con ordini che arrivano dagli ufficiali piu’ in alto nel governo USA: “Questa esplosione oltraggiosa di fare liste di persone da guardare, di gente che dev’essere monitorata e il raccogliere i loro nomi e metterli nelle liste, assegnando loro un numero, assegnando loro una “figurina da calcio”, condannandoli a morte senza preavviso, in un campo di battaglia mondiale, era, fin dal primo momento, sbagliato.
“Noi stiamo facendo si’ che tutto questo avvenga. E con “noi” io intendo ogni cittadino Americano che ha accesso a questa informazione adesso, ma continua a far niente per esso”.
Il Pentagono, la Casa Bianca, e il Comando per le Operazioni Speciali, hanno declinato di commentare sui documenti. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha detto :” Noi non commentiamo sui dettagli di rapporti segreti”.
La CIA e il Comando militare USA delle Operazioni Speciali Congiunte (JSOC)
(JSOC) opera dei programmi di assassinio paralleli, con droni, e i documenti segreti dovrebbero essere analizzati nel contesto in un’intensa guerra interna su quale entita’ dovrebbe avere la supremazia in queste operazioni. Due gruppi di diapositive sono centrate sulle campagne militari ad alto valore in Somalia e Yemen come vennero attuate tra il 2011 e il 2013, specificamente le operazioni di una unita’ segreta, la Task Force 48-4. Documenti aggiuntivi di operazioni di alto valore di cattura e uccidi in Afghanistan supportano descrizioni precedenti di come l’amministrazione di Obama maschera il vero numero di civili uccisi negli attacchi con droni categorizzando le persone che non sono identificabili, uccise in un attacco, come nemici, anche se questi non erano i target voluti. Le diapositive dipingono anche un quadro di una campagna in Afghanistan diretta a eliminare non solo Al Qaeda e i Talebani operativi ma anche membri di altri gruppi armati locali.
Jeremy Scahill e’ uno dei tre editori fondatori di The Intercept. E’ un giornalista investigativo, corrispondente di guerra e autore dei libri bestselling internazionali Dirty Wars: The Worls is a Battlefield e Blackwater: The Rise of the World’s Most Powerful Mercenary Army. Scahill e’ stato il corrispondente per la sicurezza nazionale per The Nation e Democracy Now! e ha ricevuto due prestigiosi premi George Polk. Scahill e’ produttore e scrittore del film, vincitori di diversi premi, Dirty Wars.
Da Z Net- Lo Spirito Della Resistenza e’ Vivo
http://www.znetitaly.org
URL: truth-out.org/opinion/item/36280-a-policy-of-assassination-is-being-conducted-in-our-name
Traduzione di Francesco D’Alessandro
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Preso da: http://znetitaly.altervista.org/art/20375

I collegamenti dell’Arabia Saudita con il peggiore terrorismo mondiale

Arabia Saudita: stato terrorista

di Juanlu González
L’ONU ha accusato di recente l’Arabia Saudita di aver assassinato più di 500 bambini e di averne ferito 667 nella guerra di aggressione contro lo Yemen che è i niziata nel 2015.
Da  parte sua, il Fondo ONU per l’Infanzia, UNICEF, ha denunciato che gli attacchi militari uccidono o feriscono per lo meno 6 bambini ogni giorno in quello che è il paese più povero del Medio Oriente, lo Yemen. E non si tratta di imperdonabili errori nè di danni collaterali attribuibili ad ogni guerra; si dispone di prove costanti di mezzo centinaio di bombardamenti fatti sulle scuole in poco più di un anno , per quanto il Centro Yemenita dei Diritti Umani lo quantifica in circa un migliaio di centri educativi distrutti. Il Ministero della Saute dello Yemen contabilizza oltre 7.000 morti ed un totale di 40.000 vittime in questa guerra dimenticata dal mondo e dai media occidentali.


La maggior parte di questi attacchi si realizzano con gli aerei da guerra ma neppure si possono trascurare i bombardamenti fatti dalle navi militari che si utilizzano per appoggiare  le incursioni aeree, a volte per mantenere un durissimo blocco navale che ha anche osato impedire l’arrivo di aiuti umanitari dell’ONU alla impoverita società civile yemenita. Secondo i dati dell’unica ONGeuropea, una organizzazione spagnola che opera nel paese, “Solidarios sin Fronteras”, lo Yemen sta attraversando una emergenza umanitaria tanto grave che 21 milioni di abitanti dei 26 che ha il paese dipendono dagli aiuti umanitari per bere, mangiare o avere accesso ai medicinali.
Tuttavia la cosa non finisce lì, la più prestigiosa rivista di geopolitica dell’establishment Foreign Policy, riconosce che Rijad si è alleata on organizzazioni terroristiche nello Yemen per contrarrestare la spinta della organizzazione populista Ansarullah. La pubblicazione afferma che i bombardamenti hanno sempre rispettato le posizioni di Al Qaeda sul terreno, ma le tre fonti regionali abbondano  nel riferire che la cooperazione va molto più in là,  mediante la fornituira di armi e di veicoli ed incluso addestramento dei terroristi.
E’ noto che il supporto ideologico e religioso dei Al Qaeda e dell’ISI si basa sulla corrente fondamentalista saudita conosciuta come wahabismo. Tanto è così che, fino a che l’ISIS non ha stampato i propri libri per le scuole coraniche che controllava in Siria ed in Iraq, aveva utilizzato i libri di testo ufficiali dell’Arabia Saudita. Sono molti quelli che pensano che la maggiore conquista dello Stato Islamico non è stata Raqqa o Mosul, ma piuttosto l’Arabia Saudita.
Potremmo seguire all’infinito riferendo dei collegamenti di Rijad con il peggio del terrorismo mondiale. In certe occasioni, come nel caso dell’Afghanistan, è stato lo stesso ministero dell’Interno che ha riconosciuto – niente meno che la BBC – che il sistema finanziario saudita è stato profusamente utilizzato per finanziare Al Qaeda. Senza il finanziamento ai gruppi terroristi che operano in Siria, da tempo che la guerra sarebbe terminata e si sarebbe impedito il flusso di rifugiati verso l’Europa. Distanziatisi pubblicamente dall’ISIS, gli sforzi ufficiali di Rijad si sono focalizzati su Al Qaeda e sui suoi alleati, i gruppi Ahrar al Sham e Yaish al Islam, anche questi fondamentalisti e abituati alle esecuzioni sommarie ed ai massacri di civili alle loro spalle.
Neppure  nella politica interna  la cosa migliora, Tutti sanno che l’Arabia Saudita è uno dei paesi più retrogradi del mondo. Senza libertà di espressione, senza diritti civili elementari, nè libertà politiche, dove si considera la donna poco più che un animale e dove gli intellettuali nazionali ancora discutono se la donna ha un anima, come viene attribuita agli uomini.
In Arabia Saudita puoi marcire in un carcere per aver pubblicato un blog, ti possono letteralmente tagliare la testa per aver assistito ad una manifeerstazione pacifica, possono lapidare a pietrate una donna, semplicemente per aver guardato il telefono mobile  del suo marito, possono comprarsi bambine siriane rapite dai terorristi o si svolgono sub aste pubbliche di futuri terroristi suicidi o feste per recuperare denaro per le loro famiglie.
La maggiorparte delle ONG internazionali, ancora le più proclivi al regime stabilito, chiedono insistemtemente l’embargo di armi contro Rijad, senza dubbio una delle maggiori minace per la pace e la stabilità mondiale. Non si può sentire niente altro che vergogna quando eminenti membri dei Partiti Europei, prendono le difese dei contratti di fornitura di navi da guerra o di bombe all’Arabia Saudita per dare lavoro alle maestranze europee. In qusto caso non si tratta di vendere lattughe ad un paese scarso di prodotti ortofrutticoli; neppure di modernizzare le infrastrutture di trasporto ferroviario tra le sabbie del deserto. Si tratta di vendere armi ad un paese che le sta utilizzando in questi stessi giorni per massacrare bambini e civili disarmati, un paese che ha invaso due nazioni, considerando anche il Bahrein – e che si trova coinvolto in altre guerre in cui addestra e finanzia gruppi terroristi perchè facciano il loro sinistro lavoro.
Si forniscono armi ad un paese che non rispetta i diritti umani , che invade i suoi vicini e che finanzia il terrorismo nel mondo, per i molti miliardi di petroldollari che tenga, questo paese non può essere oggetto di trasferimenti di tecnolgia militare di alcun tipo. Quelli che lo stanno difendendo (Obama, Canmeron, Hollande, Renzi) sono complici dei massacri attuali e futuri dell’Arabia Saudita e dello Stato Islamico. Un embargo effettivo delle armi sarebbe il miglior modo di fermare le guerre in cui si trova coinvolta e responsabile la Monarchia Wahabita e di lanciare un messagio inequivocabile sull’impegno di voler sdradicare qualsiasi tipo di terrorismo nella regione.
Non serve e non è moralmente accettabile mantenere tutto questo per alcuni posti di lavoro nelle industrie degli armamenti. Che potrebbero dire ai lavoratori europei di Cagliari o della Navarra le famiglie degli assassinatri da parte dell’Arabia Saudita? Che dovevano forse salvaguardarsi il posto di lavoro mandando armi per uccidere altre persone innocenti? Naturalmente la responsabilità non deve essere assunta dalla parte più debole dell’equazione.
Ovviamente questo compito spetta ai governi europei di trovare lavoro per gli operai delle fabbriche d’armi ma che questo non contravvenga alle elementari norme del diritto internazionale e del senso comune. Non si può ammettere il ricatto dei posti di lavoro in cambio del traffico di armi per dare la morte a persone innocenti. Purtroppo assistiamo al comportamento ipocrita dei Governi europei che, a prescindere dai partiti di destra o sinistra che governino, mantengono alleanze tanto esecrabili con certi regimi come quello saudita mentre si riempiono la bocca di tutele adei “diritti umani”, di democrazia e di altri concetti utilizzati per una falsa propaganda.
Fonte: Hispan Tv
Traduzione:  Manuel De Silva

Preso da: http://www.controinformazione.info/i-collegamenti-dellarabia-saudita-con-il-peggiore-terrorismo-mondiale/