Il Kosovo è Serbia. NATO go home

15 dicembre 2019.
da solidnet.org

Traduzione di Marx21.it

26 Partiti Comunisti e Operai di tutto il mondo sottoscrivono la risoluzione presentata dal Nuovo Partito Comunista della Jugoslavia

Il Nuovo Partito Comunista della Jugoslavia sottolinea con questa risoluzione che 20 anni dopo la fine dell’aggressione criminale dell’imperialismo contro la Repubblica Federale di Jugoslavia nel 1999, il Kosovo Metohija rimane territorio occupato dal suo braccio militare – la NATO. Sia i serbi che gli albanesi subirono l’occupazione, così come tutti gli altri residenti nella provincia serba meridionale, dove oggi si trova la più grande base militare americana al di fuori degli Stati Uniti – BONDSTIL. Questa occupazione è il principale risultato di un’aggressione che ha causato oltre 4.000 vittime innocenti e causato danni materiali alla Jugoslavia per oltre $ 100 miliardi.

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Il Nuovo Partito Comunista della Jugoslavia chiede alle truppe NATO occupanti di lasciare immediatamente il territorio della provincia serba meridionale e l’immediato ritorno del Kosovo Metohija alla sovranità della Serbia. Serbi e Albanesi in Kosovo devono unirsi nella lotta contro l’imperialismo e l’occupazione, seguendo l’illustre esempio degli eroi partigiani Bora e Ramiz nella lotta di liberazione durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il Nuovo Partito Comunista della Jugoslavia afferma che qualsiasi “demarcazione”, divisione, sostituzione di territori e idee simili che sono continuamente nell’agenda dei funzionari dell’imperialismo occidentale, ma anche di vari settori di governi nei Balcani, è inaccettabile. L’obiettivo principale dell’imperialismo occidentale è costringere le autorità di Belgrado a riconoscere i confini tra Serbia e Kosovo e l’appartenenza del Kosovo alle Nazioni Unite, il che è pure assolutamente inaccettabile.

Sottoscrivono la risoluzione i seguenti Partiti Comunisti e Operai

  1. PADS, Algeria
  2. Democratic Progressive Tribune, Bahrain
  3. Communist Party of Bangladesh
  4. Workers Party of Bangladesh
  5. Brazilian Communist Party
  6. Communist Party of Canada
  7. Socialist Workers’ Party of Croatia
  8. Communist Party of Bohemia and Moravia
  9. German Communist Party
  10. Communist Party of Greece
  11. Hungarian Workers Party
  12. Iraqi Communist Party
  13. Communist Party of Kurdistan-Iraq
  14. Communist Party of Israel
  15. Communist Party of Pakistan
  16. Palestinian Communist Party
  17. Palestinian Peoples Party
  18. Portuguese Communist Party
  19. Communist Party of the Russian Federation
  20. New Communist Party of Yugoslavia
  21. Communists of Serbia
  22. Communist Party of the Peoples of Spain
  23. Communists of Catalonia
  24. Communist Party of Ukraine
  25. Communist Party of Uruguay
  26. Communist Party of Venezuela

Preso da:http://www.marx21.it/index.php/comunisti-oggi/nel-mondo/30189-il-kosovo-e-serbia-nato-go-home

Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia

Qui si parla di un posto chiamato Jugoslavia, regno in sfacelo che fu facilmente occupato dalle truppe dell’Asse, italiane e tedesche, nel 1941. Un posto risorto dalle ceneri del tutto nuovo, rifondato dopo la vittoria del fronte partigiano “rivoluzionario e patriottico” guidato da Josip Broz detto Tito. Ma quei tre anni di guerra nei Balcani sono un groviglio di contraddizioni che un ottimo libro di Eric Gobetti, Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943) recentemente pubblicato da Laterza, sbroglia passando in rassegna le varie fasi dell’occupazione italiana, dei rapporti con i nazionalisti serbi (cetnici) e croati (ustascia), oltre che con gli stessi nazisti.
Una facile conquista (tedesca)
La guerra italiana in Jugoslavia è inizialmente una burletta. Nell’aprile del 1941 i nazisti occupano in pochi giorni Zagrabria e Belgrado. Solo cinque giorni dopo le truppe italiane si decidono a lasciare le posizioni difensive
dell’Albania e occupano Mostar, Dubrovnik e Cetinje, in Montenegro e Dalmazia, marciando a tappe forzate per non farsi precedere dai tedeschi. La campagna in Jugoslavia conta appena trenta caduti italiani.

Malgrado lo scarso impegno vanno agli italiani il Montenegro, la Dalmazia, il Kosovo (annesso all’Albania) e la città di Lubiana. In Serbia i tedeschi instaurano un regime collaborazionista sullo stile di Vichy in Francia. In Croazia nasce uno stato indipendente, formalmente un regno legato per dinastia ai Savoia, guidato da Ante Pavelic. Pavelic è una vecchia conoscenza dei fascisti i cui servizi segreti operano in Jugoslavia fin dagli anni Trenta. Mussolini, convinto di poter fare della Croazia uno stato-fantoccio, appoggia l’ascesa di Pavelic e dei suoi ustascia ma si rivelerà presto una scelta sbagliata. Nel 1941 il piano italiano sembra  compiersi: a sud una Grande Albania e a nord una Grande Croazia proteggono la Dalmazia italiana. Presto però Pavelic mostra l’evidente volontà di affrancarsi dal controllo italiano.

Tra Grande Croazia e Grande Serbia
Il nuovo stato croato ha con l’Italia contenziosi territoriali e, per prassi politica, preferisce il modello nazista: si distingue per la sequenza di orrori compiuti verso le popolazioni serbe (500mila morti in quattro anni di regime) e le minoranze rom (20mila morti) ed ebrea (25mila). Un massacro che scuote gli italiani che si troveranno a proteggere serbi ed ebrei in fuga. Le prime rivolte serbe nella regione di Knin sono una semplice reazione di sopravvivenza ma presto i serbi si sollevano anche nel resto del paese: i cetnici di Draza Mihailovic, nazionalisti formalmente fedeli al governo in esilio a Londra, si ribellano all’occupante tedesco. Il loro disegno, quello di una Grande Serbia, è concorrente rispetto a quello dei partigiani comunisti guidati da Tito i quali, internazionalisti e rivoluzionari, combattono per una Jugoslavia socialista che vada oltre le divisioni etniche. Gli italiani, che non si distinguono per astuzia militare, non trovano di meglio che armare i cetnici contro i comunisti.
Alleati del nemico
In sostanza l’Italia sceglie un’alleanza (informale ma concreta) con i suoi nemici, i cetnici, sostenuti da Londra ma armati da Roma per combattere nazisti e comunisti, oltre che gli ustascia croati alleati italiani. I cetnici, che speravano in una vittoria alleata, non avrebbero esistato a usare le armi italiane contro gli italiani stessi se fosse mai avvenuto l’atteso sbarco alleato nei Balcani. Le bande cetniche si comportano come milizie paramilitari agli ordini italiani, pur mantenendo ampia autonomia, e non sono da meno degli ustascia nel compiere pulizie etniche. I comandi italiani, che con un certo razzismo lasciano “che si ammazzino tra loro“, tollera i crimini serbi in nome di una vendetta ritenuta legittima verso i croati.
La vittoria dei partigiani
Da questa matassa usciranno vincitori i comunisti di Tito che, nel corso della guerra civile, riescono a sbaragliare cetnici e ustascia diventando l’interlocutore privilegiato della Gran Bretagna. Vincono, come spiega Gobetti, perché hanno un motivo per combattere: l’ideologia, l’avvenire, la patria. Già, perché quella dei partigiani è una guerra “patriottica” che raccoglie le simpatie della popolazione locale. Rivoluzione sociale, jugoslavismo, resistanza all’invasore, motivano i partigiani che sono in buona misura giovani, anzi giovanissimi: il 75% ha dai 19 ai 21 anni, e ci sono molte donne. E’ per una nuova Jugoslavia che combattono, non per un passato medievale come invece i cetnici con la loro Grande Serbia.
La pochezza italiana
In tutto questo gli italiani fanno una pessima figura. Conquistatori claudicanti, occupanti da operetta, si fanno feroci quando scoppia la rivolta: razzie, villaggi incendiati, fucilazioni, torture, deportazioni, campi di concentramento. Una barbarie da guerra coloniale che in nulla si attaglia all’immagine della “brava gente” propagandata dalla successiva memorialistica. I soldati, come sempre male equipaggiati, non sono motivati a combattere anzi ammirano la fierezza e la tenacia dei nemici serbi sviluppando un senso di inferiorità che spesso si traduce in sconfitte o fughe davanti al nemico. Il fascino del ribelle, la noia, la paura, le pessime condizioni in cui si trovano a combattere, portano gli italiani a una resa interiore in cui si condensa tutta la pochezza dell’imperialismo mussoliniano. Il fascismo, che doveva creare l’uomo nuovo, muore in Jugoslavia.
L’alpino valdostano Willen annota sul suo diario: “La pagheremo sicuramente per quello che stiamo facendo. Non possiamo rimanere impuniti”. Sbagliava. I crimini di guerra italiani non verranno perseguiti, e senza una “Norimberga italiana” è mancata una vera comprensione dell’occupazione italiana nei Balcani.

Gli americani non sanno niente dei bombardamenti NATO sulla Jugoslavia. E tu?

31/10/2019

Il 23 marzo del 1999 il segretario generale della NATO Javier Solan decise di avviare le operazioni militari e il giorno successivo senza vedersi inflitta alcuna sanzione da parte del Consiglio di sicurezza dell’ONU la NATO diede avvio ai bombardamenti della Jugoslavia che continuarono per 78 giorni.
Il numero esatto di vittime causate dall’operazione militare della NATO non è mai stato ufficialmente comunicato, ma stando a stime serbe persero la vita tra le 1200 e le 2500 persone e circa 6000 rimasero feriti. I velivoli della NATO distrussero non solo le città serbe, ma anche l’economia del Paese. Belgrado stimò il danno economico tra i 30 e i 100 miliardi di dollari.

Durante i bombardamenti, stando ai dati del Ministero serbo della Difesa, sulla Jugoslavia furono sganciate circa 25000 tonnellate di munizioni, 15 tonnellate delle quali contenenti uranio impoverito. Dopo l’impiego di testate simili nel Paese crebbe l’incidenza di patologie oncologiche. In particolare, come spiegava a Sputnik Darko Laketic, direttore della Commissione parlamentare per le indagini sulle conseguenze dei bombardamenti, gli studi hanno dimostrato che nei bambini e nei giovani di età compresa tra un anno e 18 anni si registra in particolare un aumento dell’incidenza di patologie oncologiche del sangue e di neoplasie maligne cerebrali.
Domanda: Ha mai letto o sentito che nel 1999 la coalizione dei Paesi della NATO (USA, Francia, Germania, ecc.) ha condotto bombardamenti aerei sulla Jugoslavia, un Paese europeo, per un periodo di 78 giorni?

Risposte negli USA

26%
NO 54%
Fatico a rispondere 20%

Il sondaggio è stato condotto per Sputnik News da IFop, la più longeva società francese di sondaggi d’opinione, tra il 2 e il 15 ottobre 2019 negli USA.

Nota sul progetto Sputnik.Polls

Il progetto internazionale volto allo studio dell’opinione pubblica è stato avviato nel gennaio del 2015. I partner del progetto sono note società del settore come Populus, Ifop e Forsa. Nell’ambito del progetto Sputnik.Polls si conducono su base regolare sondaggi di opinioni in Europa e negli USA circa questioni sociali e politiche d’attualità.
Sputnik (sputniknews.com) è un’agenzia di stampa e un canale radiofonico che vanta hub di informazione multimediale in una decina di Paesi. Sputnik dispone di siti in più di 30 lingue, di una diffusione radiofonica analogica e digitale, di applicazioni per dispositivi mobili e di pagine sui social network. Le notizie di Sputnik escono ogni giorno in inglese, arabo, spagnolo e cinese.
Venite a conoscere le altre ricerche di Sputnik.Polls qui.

Preso da: https://it.sputniknews.com/mondo/201910318239937-gli-americani-non-sanno-niente-dei-bombardamenti-operati-dalla-nato-sulla-jugoslavia/

Handke voce isolata (ci dicono),su ex Jugoslavia, difese serbi contro bosniaci

Intellettuale scomodo e mai accomodante, durante gli anni ’90 il controverso Peter Handke è stato una voce decisamente isolata, dall’indomani del disfacimento della ex Jugoslavia: il vincitore del Nobel per la Letteratura 2019 ha sempre difeso il diritto dei serbi contro i croati, contro i bosniaci, contro i kosovari, e per questo ha suscitato incomprensioni, antipatie, se non odi. Con i bombardamenti su Belgrado, una capitale europea, “è morta l’Europa ed è nata l’Unione Europea”, disse lo scrittore austriaco suscitando infine polemiche e discussioni.
Handke voce isolata su ex Jugoslavia, difese serbi contro bosniaci
Nel novembre del 1995 Peter Handke viaggiò in Serbia, nel “paese di coloro che sono abitualmente definiti gli aggressori”. Figlio di madre slovena, ha sempre guardato alla ex Jugoslavia con la speciale attenzione che si porta alle proprie radici. A suo avviso, la stampa tedesca e francese hanno criminalizzato i serbi, costruendo una precisa immagine del nemico di cui lo scrittore in articoli e libri si è sforzato di analizzare i meccanismi politici, culturali e psicologici.

Il libro “Un viaggio d’inverno ovvero giustizia per la Serbia” (Einaudi, 1996) è la descrizione del viaggio di Handke a Belgrado e poi in Serbia, fino ai confini con la Bosnia. Segue un Epilogo in cui lo scrittore espone il progetto poetico che sta alla base delle sue tesi.

Handke voce isolata (ci dicono),su ex Jugoslavia, difese serbi contro bosniaci

Intellettuale scomodo e mai accomodante, durante gli anni ’90 il controverso Peter Handke è stato una voce decisamente isolata, dall’indomani del disfacimento della ex Jugoslavia: il vincitore del Nobel per la Letteratura 2019 ha sempre difeso il diritto dei serbi contro i croati, contro i bosniaci, contro i kosovari, e per questo ha suscitato incomprensioni, antipatie, se non odi. Con i bombardamenti su Belgrado, una capitale europea, “è morta l’Europa ed è nata l’Unione Europea”, disse lo scrittore austriaco suscitando infine polemiche e discussioni.

Handke voce isolata su ex Jugoslavia, difese serbi contro bosniaci

 

Nel novembre del 1995 Peter Handke viaggiò in Serbia, nel “paese di coloro che sono abitualmente definiti gli aggressori”. Figlio di madre slovena, ha sempre guardato alla ex Jugoslavia con la speciale attenzione che si porta alle proprie radici. A suo avviso, la stampa tedesca e francese hanno criminalizzato i serbi, costruendo una precisa immagine del nemico di cui lo scrittore in articoli e libri si è sforzato di analizzare i meccanismi politici, culturali e psicologici.

 

Il libro “Un viaggio d’inverno ovvero giustizia per la Serbia” (Einaudi, 1996) è la descrizione del viaggio di Handke a Belgrado e poi in Serbia, fino ai confini con la Bosnia. Segue un Epilogo in cui lo scrittore espone il progetto poetico che sta alla base delle sue tesi.

Srebrenica: non furono i serbi a compiere la strage ma i tagliagole bosniaci musulmani

 

https://www.vietatoparlare.it/wp-content/uploads/2017/01/Massacro-di-Srebrenica-foto-1-1170x550.jpg

Su Srebrenica a distanza di anni non si è chiarito ancora sulle responsabilità, presento una versione diversa da quella che tutti conosciamo, perché ognuno si faccia una sua idea su quei fatti.
“un gran numero di musulmani è davvero morto a Srebrenica. Alcuni in combattimento “legittimo”, ma altri sono stati davvero giustiziati. Gli amici e i parenti di questi musulmani assassinati vorranno sapere chi ha ordinato veramente questi omicidi. Mentre potrebbe essere di conforto per loro vedere Karadžić e Mladić in carcere all’Aja, potrebbero non essere così felici all’idea che i veri colpevoli sono ancora liberi, soprattutto se alcuni di questi colpevoli comprendono funzionari bosniaco-musulmani nel governo di Sarajevo” (Saker).
(Nicola Bizzi – da Portitalia)
Dopo la confessione shock del politico bosniaco Ibran Mustafić, veterano di guerra, chi restituirà la dignità a Slobodan Milošević, ucciso in carcere, a Radovan Karadžić e al Generale Ratko Mladić, ancora oggi detenuti all’Aja?
Lo storico russo Boris Yousef,  in un suo saggio del 1994, scrisse quella che ritengo una sacrosanta verità: «Le guerre sono un po’ come il raffreddore: devono fare il loro decorso naturale. Se un ammalato di raffreddore viene attorniato da più medici che gli propinano i farmaci più disparati, spesso contrastanti fra loro, la malattia, che si sarebbe naturalmente risolta nel giro di pochi giorni, rischia di protrarsi per settimane e di indebolire il paziente, di minarlo nel fisico, e di arrecare danni talvolta permanenti e imprevedibili».

Yousef scrisse questa osservazione nel Luglio del 1994, nel bel mezzo della guerra civile jugoslava, un anno prima della caduta della Repubblica Serba di Krajina e sedici mesi prima dei discussi accordi Dayton che scontentarono in Bosnia tutte le parti in campo, imponendo una situazione di stallo potenzialmente esplosiva. E ritengo che tale osservazione si adatti a pennello al conflitto jugoslavo. Un lungo e sanguinoso conflitto che, formalmente iniziato nel 1991, con la secessione dalla Federazione delle repubbliche di Slovenia e Croazia, era stato già da tempo preparato e pianificato da alcune potenze occidentali (con in testa l’Austria e la Germania), da diversi servizi segreti, sempre occidentali, da gruppi occulti di potere sovranazionali e transnazionali (Bilderberg, Trilaterale, Pinay, Ert Europe, etc.) e, per certi versi, anche dal Vaticano.
La Jugoslavija, forte potenza economica e militare, da decenni alla guida del movimento dei Paesi non Allineati, dopo la morte del Maresciallo Tito, avvenuta nel 1980, era divenuta scomoda e ingombrante e, di conseguenza, l’obiettivo geo-strategico primario di una serie di avvoltoi che miravano a distruggerla, a smembrarla e a spartirsi le sue spoglie.
Si assistette così ad una progressiva destabilizzazione del Paese, avviata già nel biennio 1986-87, destabilizzazione alla quale si oppose con forza soltanto Slobodan Milošević, divenuto Presidente della Repubblica Socialista di Serbia, e che toccò il culmine con la creazione in Croazia, nel Maggio del 1989, dell’Unione Democratica Croata (Hrvatska Demokratska Zajednica o HDZ), partito anti-comunista di centro-destra che a tratti riprendeva le idee scioviniste degli Ustascia di Ante Pavelić, guidato dal controverso ex Generale di Tito Franjo Tuđman.
Sarebbe lungo in questa sede ripercorrere tutte le tappe che portarono al precipitare degli eventi, alla necessità degli interventi della Jugoslosvenska Narodna Armija dapprima in Slovenia e poi in Croazia, alla definitiva scissione dalla Federazione delle due repubbliche ribelli e all’allargamento del conflitto nella vicina Bosnia. Si tratta di eventi sui quali esiste moltissima documentazione, la maggior parte della quale risulta però essere fortemente viziata da interpretazioni personali e di parte degli storici o volutamente travisata da giornalisti asserviti alle lobby di potere mediatico-economico europee ed americane. Giornalisti che della Jugoslavija e della sua storia ritengo che non abbiano mai capito niente.
Come ho scritto poc’anzi, ritengo che la saggia affermazione di Boris Yousef si adatti molto bene al conflitto civile jugoslavo. A prescindere dal fatto che esso è stato generato da palesi ingerenze esterne, ritengo che sarebbe potuto terminare ‘naturalmente’ manu militari nel giro di pochi mesi, senza le continue ingerenze, le pressioni e le intromissioni della sedicente ‘Comunità Internazionale’, delle Nazioni Unite e di molteplici altre organizzazioni che agivano dietro le quinte (Fondo Monetario Internazionale, OSCE, UNHCR, Unione Europea e criminalità organizzata italiana e sud-americana). Sono state proprio queste ingerenze (i vari farmaci dagli effetti contrastanti citati nella metafora di Yousef) a prolungare il conflitto per anni, con la continua richiesta, dall’alto, di tregue impossibili e non risolutive, e con la pretesa di ridisegnare la cartina geografica dell’area sulla base delle convenienze economiche e non della realtà etnica e sociale del territorio.
Ma si tratta di una storia in buona parte ancora non scritta, perché sono state troppe le complicità di molti leader europei, complicità che si vuole continuare a nascondere, ad occultare. Ed è per questo che gli storici continuano ad ignorare che la Croazia di Tuđman costruì il suo esercito grazie al traffico internazionale di droga (tutte quelle navi che dal Sud America gettavano l’ancora nel porto di Zara, secondo voi cosa contenevano?). È per questo che continuano a non domandarsi per quale motivo tutto il contenuto dei magazzini militari della defunta Repubblica Democratica Tedesca siano prontamente finiti nelle mani di Zagabria.
Si tratta di vicende che conosco molto bene, perché ho trascorso nei Balcani buona parte degli anni ’90, prevalentemente a Belgrado e a Skopje. Parlo bene tutte le lingue dell’area, compresi i relativi dialetti, e ho avuto a lungo contatti con l’amministrazione di Slobodan Milošević, che ho avuto l’onore di incontrare in più di un’occasione. Sono stato, fra l’altro, l’unico esponente politico italiano ad essere presente ai suoi funerali, in una fredda giornata di Marzo del 2006.
Sono stato quindi un diretto testimone dei principali eventi che hanno segnato la storia del conflitto civile jugoslavo e degli sviluppi ad esso successivi. Ho visto con i miei occhi le decine di migliaia di profughi serbi costretti a lasciare Knin e le altre località della Srpska Republika Krajina, sotto la spinta dell’occupazione croata delle loro case, avvenuta con l’appoggio dell’esercito americano.
Ho seguito da vicino tutte le tappe dello scontro in Bosnia, i disordini nel Kosovo, la galoppante inflazione a nove cifre che cambiava nel giro di poche ore il potere d’acquisto di una banconota. Ho vissuto il dramma, nel 1999, dei criminali bombardamenti della NATO su Belgrado e su altre città della Serbia. Ed è per questo che non ho mai creduto – a ragione – alle tante bugie che riportavano la stampa europea e quella italiana in primis. Bugie e disinformazioni dettate da quell’operazione di marketing pubblicitario (non saprei come altro definirla) pianificata sui tavoli di Washington e diLangley che impose a tutta l’opinione pubblica la favoletta dei Serbi ‘cattivi’ aguzzini di poveri e innocenti Croati, Albanesi e musulmani bosniaci. Favoletta che ha però incredibilmente funzionato per lunghissimo tempo, portando all’inevitabile criminalizzazione e demonizzazione di una delle parti in conflitto e tacendo sui crimini e sulle nefandezze delle altre.
La guerra, e a maggior ragione una guerra civile, non è ovviamente un pranzo di gala e non vi si distribuiscono caramelle e cotillon. In guerra si muore. In guerra si uccide o si viene uccisi. La guerra significa fame, sofferenza, freddo, fango, sudore, privazioni e sangue. Ed è fatta, necessariamente, anche di propaganda. Durante il lungo conflitto civile jugoslavo nessuno può negare che siano state commesse numerose atrocità, soprattutto dettate dal risveglio di un mai sopito odio etnico. Ma mai nessun conflitto, dal termine della Seconda Guerra Mondiale, ha visto un simile massiccio impiego di ‘false flag’, azioni pianificate ad arte, quasi sempre dall’intelligence, per scatenare le reazioni dell’avversario o per attribuirgli colpe non sue. Ho già spiegato il concetto di ‘false flag’ in numerosi miei articoli, denunciando l’escalation del loro impiego su tutti i più recenti teatri di guerra.
Fino ad oggi la più nota ‘false flag’ della guerra civile jugoslava era la tragica strage di civili al mercato di Sarajevo, quella che determinò l’intervento della NATO, che bombardò ripetutamente, per rappresaglia, le postazioni serbo-bosniache sulle colline della città. Venne poi appurato con assoluta certezza che fu lo stesso governo musulmano-bosniaco di Alija Izetbegović a uccidere decine di suoi cittadini in quel cannoneggiamento, per far ricadere poi la colpa sui Serbi.
E quella che io ho sempre ritenuto la più colossale ‘false flag’ del conflitto, ovvero il massacro di oltre mille civili musulmani avvenuto a Srebrenica, del quale fu incolpato l’esercito serbo-bosniaco comandato dal Generale Ratko Mladić, che da allora venne accusato di ‘crimi di guerra’ e braccato dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja fino al suo arresto, avvenuto il 26 Maggio 2011, si sta finalmente rivelando in tutta la sua realtà. In tutta la sua realtà, appunto, di ‘false flag’.
I giornali italiani, che all’epoca scrissero titoli a caratteri cubitali per dipingere come un ‘macellaio’ ilGenerale Mladić e come un folle criminale assetato di sangue il Presidente della Repubblica Serba di Bosnia Radovan Karadžić, anch’egli arrestato nel 2008 e sulla cui testa pendeva una taglia di 5 milioni di Dollari offerta dagli Stati Uniti per la sua cattura, hanno praticamente passato sotto silenzio una sconvolgente notizia. Una notizia a cui ha dato spazio nel nostro Paese soltanto il quotidiano Rinascita, diretto dall’amico Ugo Gaudenzi, e fa finalmente piena luce sui fatti di Srebrenica, stabilendo che la colpa non fu dei vituperati Serbi, ma dei musulmani bosniaci.
Ibran Mustafić, veterano di guerra e politico bosniaco-musulmano, probabilmente perché spinto dal rimorso o da una crisi di coscienza, ha rilasciato ai media una sconcertante confessione: almeno mille civili musulmano-bosniaci di Srebrenica vennero uccisi dai loro stessi connazionali, da quelle milizie che in teoria avrebbero dovuto assisterli e proteggerli, durante la fuga a Tuzla nel Luglio 1995, avvenuta in seguito all’occupazione serba della città. E apprendiamo che la loro sorte venne stabilita a tavolino dalle autorità musulmano-bosniache, che stesero delle vere e proprie liste di proscrizione di coloro a cui «doveva essere impedito, a qualsiasi costo, di raggiungere la libertà».
Come riporta Enrico Vigna su Rinascita, Ibran Mustafić ha pubblicato un libro, Caos pianificato, nel quale alcuni dei crimini commessi dai soldati dell’esercito musulmano della Bosnia-Erzegovina contro i Serbi sono per la prima volta ammessi e descritti, così come il continuo illegale rifornimento occidentale di armi ai separatisti musulmano-bosniaci, prima e durante la guerra, e – questo è molto significativo – anche durante il periodo in cui Srebrenica era una zona smilitarizzata sotto la protezione delle Nazioni Unite.
Mustafić racconta inoltre, con dovizia di particolari, dei conflitti tra musulmani e della dissolutezza generale dell’amministrazione di Srebrenica, governata dalla mafia, sotto il comandante militare bosniaco Naser Orić. A causa delle torture di comuni cittadini nel 1994, quando Orić e le autorità locali vendevano gli aiuti umanitari a prezzi esorbitanti invece di distribuirli alla popolazione, molti bosniaci fuggirono volontariamente dalla città. «Coloro che hanno cercato la salvezza in Serbia, sono riusciti ad arrivare alla loro destinazione finale, ma coloro che sono fuggiti in direzione di Tuzla ( governata dall’esercito musulmano) sono stati perseguitati o uccisi», svela Mustafić. E, ben prima del massacro dei civili musulmani di Srebrenica nel Luglio 1995, erano stati perpetrati da tempo crimini indiscriminati contro la popolazione serba della zona. Crimini che Mustafić descrive molto bene nel suo libro, essendone venuto a conoscenza già nel 1992, quando era fuggito da Sarajevo a Tuzla.
«Lì – egli scrive – il mio parente Mirsad Mustafić mi mostrò un elenco di soldati serbi prigionieri, che furono uccisi in un luogo chiamato Zalazje. Tra gli altri c’erano i nomi del suo compagno di scuola Branko Simić e di suo fratello Pero, dell’ex giudice Slobodan Ilić, dell’autista di Zvornik Mijo Rakić, dell’infermiera Rada Milanović. Inoltre, nelle battaglie intorno ed a Srebrenica, durante la guerra, ci sono stati più di 3.200 Serbi di questo e dei comuni limitrofi uccisi».
Mustafić ci riferisce a riguardo una terribile confessione del famigerato Naser Orić, confessione che non mi sento qui di riportare per l’inaudita credezza con cui questo criminale di guerra descrive i barbari omicidi commessi con le sue mani su uomini e donne che hanno avuto la sventura di trovarsi alla sua mercé. Ma voglio citare il racconto di uno zio di Mustafić, anch’esso riportato nel libro: «Naser venne e mi disse di prepararmi subito e di andare con la Zastava vicino alla prigione di Srebrenica. Mi vestii e uscii subito. Quando arrivai alla prigione, loro presero tutti quelli catturati precedentemente a Zalazje e mi ordinarono di ritrasportarli lì. Quando siamo arrivati alla discarica, mi hanno ordinato di fermarmi e parcheggiare il camion. Mi allontanai a una certa distanza, ma quando ho visto la loro furia ed il massacro è iniziato, mi sono sentito male, ero pallido come un cencio. Quando Zulfo Tursunović ha dilaniato il petto dell’infermiera Rada Milanovic con un coltello, chiedendo falsamente dove fosse la radio, non ho avuto il coraggio di guardare. Ho camminato dalla discarica e sono arrivato a Srebrenica. Loro presero un camion, e io andai a casa a Potocari. L’intera pista era inondata di sangue».
Da quanto ci racconta Mustafić, gli elenchi dei ‘bosniaci non affidabili’ erano ben noti già da allora alla leadership musulmana ed al Presidente Alija Izetbegović, e l’esistenza di questi elenchi è stata confermata da decine di persone. «Almeno dieci volte ho sentito l’ex capo della polizia Meholjić menzionare le liste. Tuttavia, non sarei sorpreso se decidesse di negarlo», dice Mustafić, che è anche un membro di lunga data del comitato organizzatore per gli eventi di Srebrenica. Secondo Mustafić, l’elenco venne redatto dalla mafia di Srebrenica, che comprendeva la leadership politica e militare della città sin dal 1993. I ‘padroni della vita e della morte nella zona’, come lui li definisce nel suo libro. E, senza esitazione, sostiene: «Se fossi io a dover giudicare Naser Orić, assassino conclamato di più di 3.000 Serbi nella zona di Srebrenica (clamorosamente assolto dal Tribunale Internazionale dell’Aja!) lo condannerei a venti anni per i crimini che ha commesso contro i Serbi; per i crimini commessi contro i suoi connazionali lo condannerei a minimo 200.000 anni di carcere. Lui è il maggiore responsabile per Srebrenica, la più grande macchia nella storia dell’umanità».
Ma l’aspetto più inquietante ed eclatante delle rivelazioni di Mustafić  è l’ammissione che il genocidio di Srebrenica è stato concordato tra la comunità internazionale e Alija Izetbegović , e in particolare tra Izetbegović e il presidente USA Bill Clinton, per far ricadere la colpa sui Serbi, come Ibran Mustafić afferma con totale convinzione.
«Per i crimini commessi a Srebrenica, Izetbegović e Bill Clinton sono direttamente responsabili. E, per quanto mi riguarda, il loro accordo è stato il crimine più grande di tutti, la causa di quello che è successo nel Luglio 1995. Il momento in cui Bil Clinton entrò nel Memoriale di Srebrenica è stato il momento in cui il cattivo torna sulla scena del crimine», ha detto Mustafić. Lo stesso Bill Clinton, aggiungo io, che superò poi se stesso nel 1999, con la creazione ad arte delle false fosse comuni nel Kosovo (altro clamoroso esempio di ‘false flag’), nelle quali i miliziani albanesi dell’UCK gettavano i loro stessi caduti in combattimento e perfino le salme dei defunti appositamente riesumate dai cimiteri, per incolpare mediaticamente, di fronte a tutto il mondo, l’esercito di Belgrado e poter dare il via a due mesi di bombardamenti sulla Serbia.
Come sottolinea sempre Mustafić, riguardo a Srebrenica ci sono inoltre state grandi mistificazioni sui nomi e sul numero reale delle vittime. Molte vittime delle milizie musulmane non sono state inserite in questo elenco, mentre vi sono stati inseriti ad arte cittadini di Srebrenica da tempo emigrati e morti all’estero. E un discorso simile riguarda le persone torturate o che si sono dichiarate tali. «Molti bosniaci musulmani – sostiene Mustafić – hanno deciso di dichiararsi vittime perché non avevano alcun mezzo di sostentamento ed erano senza lavoro, così hanno usato l’occasione. Un’altra cosa che non torna è che tra il 1993 e il 1995 Srebrenica era una zona smilitarizzata. Come mai improvvisamente abbiamo così tanti invalidi di guerra di Srebrenica?».
Egli ritiene che sarà molto difficile determinare il numero esatto di morti e dei dispersi di Srebrenica. «È molto difficile  – sostiene nel suo libro – perché i fatti di Srebrenica sono stati per troppo tempo oggetto di mistificazioni, e il burattinaio capo di esse è stato Amor Masović, che con la fortuna fatta sopra il palcoscenico di Srebrenica potrebbe vivere allegramente per i prossimi cinquecento anni! Tuttavia, ci sono stati alcuni membri dell’entourage di Izetbegović che, a partire dall’estate del 1992, hanno lavorato per realizzare il progetto di rendere i musulmani bosniaci le permanenti ed esclusive vittime della guerra».
Il massacro di Srebrenica servì come pretesto a Bill Clinton per scatenare, dal 30 Agosto al 20 Settembre del 1995, la famigerata Operazione Deliberate Force, una campagna di bombardamento intensivo, con l’uso di micidiali bombe all’uranio impoverito, con la quale le forze della NATO distrussero il comando dell’esercito serbo-bosniaco, devastandone irrimediabilmente i sistemi di controllo del territorio. Operazione che spinse le forze croate e musulmano-bosniache ad avanzare in buona parte delle aree controllate dai Serbi, offensiva che si arrestò soltanto alle porte della capitale serbo-bosnica Banja Luka e che costrinse i Serbi ad un cessate il fuoco e all’accettazione degli accordi di Dayton, che determinarono una spartizione della Bosnia fra le due parti (la croato-musulmana e la serba). Spartizione che penalizzò fortemente la Republika Srpska, che venne privata di buona parte dei territori faticosamente conquistati in tre anni di duri combattimenti.
Alija Izetbegović, fautore del distacco della Bosnia-Erzegovina dalla federazione jugoslava nel 1992, dopo un referendum fortemente contestato e boicottato dai cittadini di etnia serba (oltre il 30% della popolazione) è rimasto in carica come Presidente dell’autoproclamato nuovo Stato fino al 14 Marzo 1996, divenendo in seguito membro della Presidenza collegiale dello Stato federale imposto dagli accordi di Dayton fino al 5 Ottobre del 2000, quando venne sostituito da Sulejman Tihić. È morto nel suo letto a Sarajevo il 19 Ottobre 2003 e non ha mai pagato per i suoi crimini. Ha anzi ricevuto prestigiosi premi e riconoscimenti internazionali, fra cui le massime onorificenze della Croazia (nel 1995) e della Turchia (nel 1997). E ha saputo bene far dimenticare agli occhi della ‘comunità internazionale’ la sua natura di musulmano fanatico e fondamentalista ed i suoi numerosi arresti e le sue lunghe detenzioni, all’epoca di Tito, (in particolare dal 1946 al 1949 e dal 1983 al 1988) per attività sovversive e ostili allo Stato.
Nella sua celebre Dichiarazione Islamica, pubblicata nel 1970, dichiarava: «non ci sarà mai pace né coesistenza tra la fede islamica e le istituzioni politiche e sociali non islamiche» e che «il movimentoislamico può e deve impadronirsi del potere politico perché è moralmente e numericamente così forte che può non solo distruggere il potere non islamico esistente, ma anche crearne uno nuovo islamico». E ha mantenuto fede a queste sue promesse, precipitando la tradizionalmente laica Bosnia-Erzegovina, luogo dove storicamente hanno sempre convissuto in pace diverse culture e diverse religioni, in una satrapia fondamentalista, con l’appoggio ed i finanziamenti dell’Arabia Saudita e di altri stati del Golfo e con l’importazione di migliaia di mujahiddin provenienti da varie zone del Medio Oriente, che seminarono in Bosnia il terrore e si resero responsabili di immani massacri.
Slobodan Milošević, accusato di ‘crimini contro l’umanità’ (accuse principalmente fondate su una sua presunta regia del massacro di Srebrenica), nonostante abbia sempre proclamato la sua innocenza, venne arrestato e condotto in carcere all’Aja. Essendo un valente avvocato, scelse di difendersi da solo di fronte alle accuse del Tribunale Penale Internazionale, ma morì in circostanze mai chiarite nella sua cella l’11 Marzo 2006. Sono insistenti le voci secondo cui sarebbe stato avvelenato perché ritenuto ormai prossimo a vincere il processo e a scagionarsi da ogni accusa, e perché molti leader europei temevano il terremoto che avrebbero scatenato le sue dichiarazioni.
Radovan Karadžić, l’ex Presidente della Repubblica Serba di Bosnia, e il Generale Ratko Mladić, comandante in capo dell’esercito bosniaco, sono stati anch’essi arrestati e si trovano in cella all’Aja. Sul loro capo pendono le stesse accuse di ‘crimini contro l’umanità’, fondate essenzialmente sul massacro di Srebrenica.
Adesso che su Srebrenica è finalmente venuta fuori la verità, dovrebbe essere facile per loro arrivare ad un’assoluzione, a meno che qualcuno non abbia deciso che debbano fare la fine di Milošević.
Ma chi restituirà a loro e al defunto Presidente Jugoslavo la dignità e l’onorabilità? Tutte le grandi potenze occidentali, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, dovrebbero ammettere di aver sbagliato, ma dubito sinceramente che lo faranno.
fonte Saker

Preso da: https://www.vietatoparlare.it/srebrenica-non-furono-serbi-compiere-la-strage-tagliagole-bosniaci-musulmani/

Come si manipola la storia attraverso le immagini: il #GiornodelRicordo e i falsi fotografici sulle #foibe

di Piero Purini / Purich*
con la collaborazione del gruppo di lavoro «Nicoletta Bourbaki»

1. UN GIORNO A DANE, SLOVENIA, 31 LUGLIO 1942
Guardate questa foto:
La famigerata foto
Un plotone d’esecuzione in divisa, cinque fucilati di schiena che attendono la scarica.
Guardate quest’immagine:
Bastia Umbra, giorno del ricordo 2011


E quest’altra:

Signum

E questa ancora:

Fano
Ce ne sono molte altre simili nei manifesti che pubblicizzano iniziative per il Giorno del ricordo.
A questo punto vi sarete convinti: i fucilati, chiaramente, sono italiani che vengono uccisi dalle truppe jugoslave.
La foto viene messa in onda nella trasmissione Porta a porta condotta da Bruno Vespa per la giornata del ricordo del 2012. Ospiti in studio, tra gli altri, gli storici Raoul Pupo e Alessandra Kersevan.
Bruno Vespa difende l'indifendibile
In quella trasmissione però emerge, con enorme disappunto di Bruno Vespa, che la foto non mostra la fucilazione di vittime italiane da parte dei feroci partigiani titini. Tutt’altro. Alessandra Kersevan fa notare che la foto ritrae la fucilazione di cinque ostaggi sloveni da parte delle truppe italiane durante l’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943). Bruno Vespa attacca furiosamente la signora Kersevan (non si sa perché altri ospiti vengono definiti professore o professoressa, titolo che spetterebbe di diritto anche a questa ricercatrice storica); Raoul Pupo interviene sulla questione solo quando viene interpellato direttamente dalla Kersevan e conferma che il contenuto dell’immagine è completamente opposto a quanto viene fatto passare nella trasmissione. Quando è costretto a prendere atto che la foto ritrae effettivamente ostaggi sloveni fucilati da un plotone d’esecuzione italiano, il conduttore si giustifica dicendo che l’immagine è tratta da un libro sloveno.
Bruno Vespa non porgerà mai le proprie scuse alla professoressa Kersevan per il madornale errore.
In effetti la fotografia è stata scattata nel villaggio di Dane, nella Loška Dolina, a sudest di Lubiana. Si sa anche il giorno in cui la foto fu scattata, il 31 luglio 1942, e addirittura i nomi dei fucilati:
Franc Žnidaršič
,
Janez Kranjc
,
Franc Škerbec
,
Feliks Žnidaršič
,
Edvard Škerbec
.

Come nella Wehrmacht e nelle SS, anche nell’esercito italiano si documentavano stragi e crimini, salvo tenerli nascosti negli anni successivi per confermare il (finto) cliché del «bono soldato italiano».

Il rullino di cui la fotografia faceva parte viene abbandonato dalle truppe italiane dopo l’8 settembre 1943 e finisce nelle mani dei partigiani. Nel maggio del 1946 la foto (insieme ad altro materiale che testimonia la Lotta di liberazione jugoslava ed i crimini di guerra italiani e tedeschi in Slovenia) viene pubblicata a Lubiana nel libro Mučeniška pot k svobodi («La travagliata strada verso la libertà»).
Nello stesso anno, sempre a Lubiana, viene pubblicato – stavolta in italiano  – un altro libro sullo stesso tema, Ventinove mesi di occupazione italiana nella provincia di Lubiana: considerazioni e documenti, a cura di Giuseppe Piemontese.
Da quest’ultimo libro è tratta questa pagina, che riporta la foto con la didascalia: «…e un ufficiale si diletta a fotografare…»
Foto con didascalia
…che è la continuazione del commento ad un foto pubblicata accanto: «Prima di venir fucilati devono scavarsi la fossa». Non è la stessa fucilazione ma sono gli stessi fucilatori, è un’esecuzione di ostaggi nella vicina Zavrh pri Cerknici, avvenuta quattro giorni prima.
Costretti a scavarsi la fossa

La stessa immagine però è passata sul Tg3 riferita alle vittime delle foibe:

Tg3

In un’altra pubblicazione – Tone Ferenc, La provincia “italiana” di Lubiana. Documenti 1941-1942, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine 1994 – si trova la didascalia con tutte le informazioni necessarie a identificare la fucilazione di Dane:

toneferenc
Eppure non basta: si continuano a presentare i cinque ostaggi sloveni della foto come italiani vittime degli slavocomunisti.
In alcuni casi l’uso della foto nei manifesti della Giornata del ricordo scatena reazioni internazionali: a protestare contro il clamoroso errore (ammesso e non concesso che non si tratti di una bufala voluta) è addirittura il Ministero degli esteri sloveno che segnala al Comune di Bastia Umbra l’uso improprio della fonte. Altre volte lettere giungono da storici indipendenti come Alessandra Kersevan, Claudia Cernigoi e Sandi Volk. Le reazioni sono spesso di scuse (con la conseguente rimozione del materiale iconografico da siti on line), ma in alcuni casi – quali quella dell’assessore alla cultura di Bastia Umbra Rosella Aristei – si procede ad un’improbabile giustificazione dell’uso della foto come denuncia simbolica della violenza, esecrabile in tutte le sue varie forme.
La vicenda della foto di Dane ha il suo apice in una lettera di protesta spedita direttamente al presidente Napolitano da parte di Miro Mlinar, Presidente dell’Associazione dei combattenti per i valori della lotta di liberazione nazionale di Cerknica (Slovenia), offeso dal fatto che l’immagine fosse stata addirittura pubblicata impropriamente sul sito del Ministero degli interni italiano. Purtroppo non abbiamo lo screenshot del sito del Ministero, tuttavia la lettera di Mlinar è reperibile qui.
Il Presidente dell’Associazione dei combattenti slovena sostiene che è stata proprio la pubblicazione sul sito ufficiale italiano a giustificare in seguito l’uso scorretto della foto, facendola diventare uno strumento improprio per aizzare l’odio verso il popolo sloveno. Per questo suggerisce a Napolitano di spostare la data del Giorno del ricordo al 10 giugno, «data del vero inizio delle tragedie del popolo italiano.» A quanto mi risulta il primo presidente proveniente dal partito italiano che più aveva contribuito alla Resistenza non si è nemmeno degnato di rispondere a Mlinar.
Per la vicenda delle false attribuzioni della foto di Dane rimando a questo dossier  e ringrazio Ivan Serra e lo staff del sito diecifebbraio.info per la minuziosa ricostruzione della bufala e delle sue implicazioni internazionali.
In qualche modo, tuttavia, la vicenda dell’abuso della foto di Dane arriva fino ai media nazionali. Finalmente, pochi giorni fa, se ne occupa un articolo sull’Espresso, grazie ad un post pubblicato proprio qui su Giap:
L'Espresso
Si spera che con questo passaggio su un periodico a diffusione nazionale finalmente Franc Žnidaršič, Janez Kranjc, Franc Škerbec, Feliks Žnidaršič ed Edvard Škerbec possano avere la giustizia e la collocazione storica che si meritano.
2. FUCILATI MONTENEGRINI SPACCIATI PER «VITTIME DELLE FOIBE»
Le bufale legate alla giornata del ricordo non si limitano alla fucilazione degli ostaggi di Dane. Ecco qui un altro esempio:
Partigiani montenegrini spacciati per morti italiani
ed ancora un altro:
A fare il savutello si rischia la figurazza
Nell’intento di chi ha utilizzato queste foto, la prima rappresenterebbe un gruppo di italiani uccisi dai titini e la seconda un partigiano che prende a calci un povero prigioniero italiano.
Anche in questo caso invece la realtà è un’altra (già le divise dei due militari della seconda immagine non lasciano dubbi che si tratti di un soldato e di un ufficiale italiano): entrambe le foto fanno parte dello stesso rullino e documentano la fucilazione di ostaggi e partigiani in Montenegro, occupato dall’esercito italiano dall’aprile del 1941 all’8 settembre 1943. Ne esiste la sequenza completa (sul sito criminidiguerra.it ), qui le tratteremo una per una perché ogni fotogramma contiene particolari che smentiscono si tratti di italiani.
I prigionieri montenegrini sono presi a calci da un soldato italiano riconoscibile dalla divisa mentre vengono portati sul luogo della fucilazione:
calci
Poi i prigionieri sono schierati davanti al plotone d’esecuzione. Che non si tratti di italiani è intuibile dal copricapo del terzo e del quinto condannato da sinistra che indossano la tipica berretta montenegrina. Quattro ostaggi alzano il pugno chiuso, evidente testimonianza che – almeno quei quattro – sono partigiani comunisti. L’uomo al centro della foto, accanto a quello che mostra il pugno, indossa il berretto partigiano, la cosiddetta “titovka”.
ostaggipugnichiusi
Parte la scarica (italiana)…
Parte la scarica
Gli ostaggi sono morti. E’ la stessa foto che illustra la notizia del Giorno del ricordo a Cernobbio, ma ora sappiamo che sono vittime montenegrine degli italiani e non italiani vittime degli jugoslavi.
Ostaggi uccisi

L’ufficiale italiano, la cui mano si intravede in alto a sinistra, spara il colpo di grazia ai fucilati. Anche in questa foto c’è un particolare che conferma il fatto che le vittime non sono italiane: uno dei morti calza le tipiche babbucce serbo-montenegrine, le opanke.

Colpo di grazia
L’ultima foto del rullino:
ultimafotoostaggi
3. NUMERO D’INVENTARIO 8318
Altra foto che non rappresenta vittime delle foibe, ma che viene fatta passare come tale:
La follia titiana
Fin da subito di questa foto non mi hanno convinto diversi particolari: il paesaggio non è per nulla istriano o carsico, le divise non sembrano assolutamente divise “titine” o anche di partigiani non inquadrati in formazioni regolari, i cadaveri sono troppi e troppo “freschi” per essere stati estratti da una foiba. Nel caso in cui non si trattasse di vittime estratte da una foiba ma di un’esecuzione sommaria da parte degli jugoslavi, colpisce invece il fatto che i morti sembrano essere tutti maschi e che non ci sia tra loro nemmeno una persona in divisa (dal momento che, nella vulgata fascista e neofascista sulle foibe, nel 1943 sarebbero stati eliminati tutti coloro che potevano essere considerati funzionari dello Stato italiano, compresi dunque militari e pure donne).
Dopo innumerevoli supposizioni (Katyn? Stragi di ebrei nel Baltico?), grazie alla solerzia di un giapster, Tuco, troviamo l’originale. Si trova nell’archivio dell’Armata Popolare Jugoslava a Belgrado. Eccola:
Dal museo di Belgrado
Che si tratti di una stampa dal negativo è chiaro dalla pulizia e dalla definizione dell’immagine: in nessuno dei siti italiani che riportano la foto, questa è così nitida e i dettagli così visibili. Ma ciò che è più interessante è quel che c’è scritto dietro. Il sito, infatti, riporta anche il retro della foto, dove ogni archivio fotografico segnala le note e la descrizione relativa all’immagine.
Il retro della foto
La traduzione è la seguente: «Numero d’inventario 8318. Crimine degli italiani in Slovenia. Negativo siglato A-789/8. Originale: Museo dell’JNA a Belgrado»
Dunque non si tratta, nemmeno in questo caso, di vittime delle foibe, ma piuttosto del contrario: vittime slovene uccise dall’esercito italiano.
Ciò che è impressionante è la velocità con cui su internet un’immagine diventa virale (e dunque “vera”): cercando nel web il 10 febbraio alle otto di sera, quest’immagine – secondo le mie modeste conoscenze informatiche – appariva sette volte, tutte e sette associata al descrittore “foibe”. Due giorni dopo (giovedì 12 verso le 23.00) la foto era reperibile su ben 103 siti, a dimostrazione dell’incredibile potenza moltiplicativa di Internet, pur trattandosi di una bufala.
4. SI PARLA DEL «DRAMMA DEGLI INFOIBATI» E SI MOSTRA UN UFFICIALE DELLE SS MA FORSE LA STORIA E’ ANCORA PIU’ ASSURDA
Su internet si trova anche la seguente immagine:
Dal sito Ragusa Giovani

Immagine generalmente associata al massacro degli ufficiali polacchi a Katyn, alla liquidazione degli Shtetl in Polonia ed Ucraina, alle uccisioni delle foibe, addirittura ad esecuzioni da parte austro-ungarica di prigionieri catturati durante la disfatta di Caporetto nel 1917. Non ho trovato un archetipo, ma escludo tanto Katyn quanto le foibe in quanto non esistono testimonianze fotografiche delle esecuzioni ed in entrambi i casi non avrebbe avuto senso spogliare le vittime. L’attribuzione più plausibile mi sembra quella dell’eliminazione di prigionieri (russi?) in qualche villaggio dell’est o in un campo di concentramento, vista anche la divisa del boia, che sembra essere delle SS-Totenkopfverbände (Testa di morto), reparto adibito alla custodia dei campi nazisti.

Divisa SS
[N.d.R. Su questa foto, vedi la discussione qui sotto con intervento di Nicoletta Bourbaki.]
5. BRUNO VESPA CI RICASCA: I PARTIGIANI IMPICCATI A PREMARIACCO
Torniamo ora a Bruno Vespa. Oltre a non essersi mai scusato ufficialmente con Alessandra Kersevan per l’errore (?) dei fucilati di Dane, nella trasmissione dedicata alla Giornata del ricordo di quest’anno (2015), mentre sta parlando di «esecuzioni sommarie a Trieste», manda in onda questa foto:
Chiaramente lo spettatore ignaro viene indotto a pensare che si tratti di italiani impiccati dai partigiani titini. Invece non è così: come nel caso di Dane, Vespa mostra in un contesto un’immagine che è esattamente l’opposto. Si tratta infatti di partigiani friulani (più uno goriziano ed uno sloveno) impiccati a Premariacco in Friuli il 29 maggio del 1944. Anche i nomi delle vittime di questa strage sono conosciuti:
Sergio Buligan, 18 anni;
Luigi Cecutto, 19 anni;
Vinicio Comuzzo, 18 anni;
Angelo Del Degan, 18 anni;
Livio Domini, 18 anni;
Stefano Domini, 19 anni;
Alessio Feruglio, 19 anni;
Aniceto Feruglio, 17 anni;
Pietro Feruglio, 18 anni;
Ardo Martelossi, 19 anni;
Diego Mesaglio, 20 anni;
Mario Noacco, 20 anni;
Mario Paolini, 18 anni,
tutti di Feletto Umberto.
Inoltre:
Ezio Baldassi di San Giovanni al Natisone, 16 anni;
Guido Beltrame di Manzano, 60 anni;
Sergio Torossi di Corno di Rosazzo, 17 anni;
Antonio Ceccon di Dogna, 19 anni;
Luigi Cerno di Taipana, 21 anni;
Bruno Clocchiatti di Corno di Rosazzo, 17 anni;
Oreste Cotterli di Udine, 41 anni;
Agostino Fattorini di Reana del Rojale, 24 anni;
Dionisio Tauro di Chions, 41 anni;
Guerrino Zannier di Clauzetto, 25 anni;
Mario Pontarini o Pontoni;
Luigi Bon di Gorizia, 35 anni;
Jože Brunič di Novo Mesto.
Ecco la foto non deturpata dal logo della trasmissione di Vespa:
premariacco
Dal momento che in contemporanea ci fu un’esecuzione collettiva anche a San Giovanni al Natisone e non è perfettamente chiaro quali dei partigiani elencati sopra siano stati uccisi a Premariacco e quali a San Giovanni, pubblichiamo qui di seguito anche la foto dei caduti per la libertà di San Giovanni al Natisone, sperando in questo modo di evitare preventivamente che si insulti anche la loro memoria (anche considerando che l’Anpi di Udine, pochi giorni dopo la bufala di Bruno Vespa, ha tolto dal proprio sito foto e riferimenti ai martiri del 29 maggio. Speriamo si tratti di un caso.)
[N.d.R. Nei commenti a questo post viene spiegato l’arcano: «il sito dell’ANPI di Udine ha cambiato non solo server, ma anche piattaforma (da Drupal a WordPress); in ragione di ciò tutti i link interni devono essere editati a mano.»]
Caduti per la libertà di San Giovanni al Natisone
6. CHE C’ENTRA SREBRENICA CON LE FOIBE?
C’è poi l’articolo de «Il Piccolo» di Trieste che sarebbe esilarante se non trattasse di un argomento, anzi due, così macabro e doloroso.
I morti di Srebrenica spacciati per infoibati italiani
Il sottotitolo della foto reca la dicitura: «L’esumazione di una parte dei cadaveri rinvenuti in una foiba». Peccato che la foto sia a colori, gli esumatori indossino jeans e sia evidente come l’immagine sia di decenni più recente. Facendo una rapida ricerca su internet si trova l’originale: è una fossa comune nel villaggio di Kamenica in Bosnia, nel Cantone di Tuzla, in cui sono stati sepolti musulmani bosniaci dopo la deportazione da Srebrenica.
srebrenica
L’errore è così grossolano che il giornale nel giro di poche ore sostituisce la foto con questa (che si riferisce effettivamente al recupero di corpi dalla foiba di Vines, 1943):
Vines, 1943
7. LA «VERA STORIA» CON COPERTINA FALSA
Passiamo poi ad uno dei taroccamenti più evidenti dell’intera vicenda “foibe”, che richiama alcuni dei luoghi comuni più triti sulla bestialità dei partigiani, la sanguinarietà truculenta e la partecipazione delle partigiane (le terribili “drugarice”) alle azioni più violente. Si tratta della copertina del libro Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe, di Giuseppina Mellace, edito da Newton Compton.
Il libro di Giuseppina Mellace
Nella copertina si vede un trio (ad occhio: un partigiano e due partigiane) nell’atto di sgozzare una vittima (presumibilmente un povero italiano). Anche qui però il taroccamento è palese. La foto originale infatti è questa:
cetnici
Anche in questo caso si assiste ad un totale ribaltamento del senso dell’immagine. I carnefici della foto infatti sono una Crna trojka (“Terzetto Nero”), unità četniche, cioè appartenenti all’esercito nazionalista serbo. Si trattava di una sorta di tribunale volante che aveva il compito di eliminare collaborazionisti dell’occupatore. Con l’evolversi della guerra e con l’avvicinamento di Draža Mihailović ai tedeschi, le Crne trojke si dedicarono sempre più all’esecuzione sommaria di partigiani comunisti, di simpatizzanti del movimento partigiano e dei loro familiari. Che si tratti di četnici e non di partigiani è facilmente deducibile dall’abbigliamento: anziché la bustina partigiana (la cosiddetta titovka, già citata nel caso dei fucilati montenegrini), gli individui fotografati sul libro della Mellace hanno in testa una šajkača, il tipico copricapo serbo, utilizzato dai nazionalisti serbi.
Qui di seguito la differenza tra una titovka (che peraltro è sempre ornata da una stella rossa) e una šajkača (che solitamente ha in fronte uno scudo con l’aquila serba, decisamente più grande, come si può notare dal copricapo del četniko in piedi al centro della foto).
copricapi

Il fatto poi che siano četnici esclude che le due persone in piedi siano donne: è noto che i nazionalisti serbi portavano i capelli lunghi alle spalle.

Inoltre che la vittima non sia un italiano è nuovamente intuibile dalle calzature, che sono – come nel caso di alcuni dei fucilati del Montenegro – opanke, cioè le babbucce tipiche della Serbia e del Montenegro.
8. MORTI NEI LAGER NAZISTI E FASCISTI SPACCIATI PER… INDOVINATE COSA?
Per taroccare le immagini relative alla Giornata del ricordo non si è disdegnato di utilizzare anche i campi di concentramento e sterminio nazisti.
Il Comune di Brisighella (ma a grandi linee mi pare che l’utilizzo della foto sia più diffuso) commemora le foibe con questa foto:Bergen Belsen
…che in realtà è una foto di cadaveri nel campo di Bergen-Belsen; mentre su alcuni siti e addirittura in un manifesto della Provincia di Foggia appare quest’altra foto di bambini in un campo nazista…
foggiataroccans
…spacciata – non si capisce bene in che modo – per una foto relativa alle foibe.
Sempre in tema di campi di concentramento ecco un’altra foto clamorosamente sbagliata:
Arbe / Rab
In realtà si tratta di un deportato croato nel campo di concentramento italiano dell’isola di Arbe.L’immagine è addirittura sulla copertina di un libro di Alessandra Kersevan:
Lager italiani

Ancora una volta le fotografie utilizzate per la Giornata del ricordo girano la verità storica di 180°, presentando le vittime come aguzzini e viceversa.

9. FRANCESI IN FUGA DA HITLER SPACCIATI PER ESULI ISTRIANI
Non basta, manca l’esodo. Ecco qui una foto che negli ultimi tempi ha girato parecchio su internet: una bambina e la sua famiglia scappano dall’occupazione jugoslava di una città istriana.

La foto usata dal PD

Ma ecco la sorpresa:

Fleeing Hitler

La didascalia dice: «Bambini fuggono dall’avanzata di Hitler nel 1940». Si tratta di una foto scattata nel giugno del 1940 quando le truppe del Reich invasero la Francia. Dunque sbagliata la collocazione (non Istria, ma Francia), sbagliato l’anno (non 1945-47, ma 1940), sbagliato l’invasore (non Tito, ma Hitler).
La foto si trova addirittura sulla copertina di questo libro di Hanna Diamond, storica e francesista, docente all’Università di Bath in Inghilterra, ma come ben si sa, raramente in Italia si prendono in considerazione gli studi stranieri…

Fleeing Hitler - il librp
10. BRIGANTI INFOIBATI
Appare su un sito la seguente foto di infoibati:
Briganti infoibati
Peccato che queste vittime delle foibe siano state uccise circa ottant’anni prima, e non dall’esercito jugoslavo, bensì da quello italiano. Infatti è una delle tante foto che le armate sabaude scattavano ai cadaveri dei briganti appena uccisi, nell’intento di dimostrare la semibestialità delle masse rurali meridionali, di documentarlo con scientificità lombrosiana e di assecondare il gusto morboso dell’epoca. Al di là dell’errore marchiano (ma ci siamo abituati) in questo caso è interessante vedere la genesi dell’errata attribuzione che dimostra la superficialità assoluta con cui molti scelgono la documentazione fotografica da allegare agli articoli. L’immagine, infatti, è evidentemente tratta da quest’altro sito, in cui appaiono tre foto di briganti uccisi, stigmatizzando il fatto che esista la Giornata del ricordo per gli infoibati, ma non per le vittime della lotta al brigantaggio.

11. DOVEROSE RIFLESSIONI
Colpisce il fatto che, mentre per le foibe manca una documentazione fotografica delle uccisioni e le immagini relative al recupero dei corpi sono abbastanza rare (il che potrebbe essere un ulteriore riscontro che le effettive uccisioni nelle cavità carsiche furono relativamente poche, nell’ordine di grandezza delle centinaia e non delle migliaia), immagini dell’esodo sono invece piuttosto diffuse, soprattutto di quello da Pola, ma in occasione della Giornata del ricordo non si disdegna di adoperarne di fasulle. Perché?
Una parte di responsabilità va sicuramente attribuita al fatto che spesso queste ricorrenze sono organizzate (o pubblicizzate graficamente) da persone senza una sufficiente preparazione storica, quando non del tutto estranee all’ambito. Mi pare possibile che le foto vengano selezionate in base all’impatto emotivo che possono suscitare su chi le guarda e dunque non si vada troppo per il sottile. La foto dell’esodo “francese” ha in primo piano un’adolescente dall’espressione spaventata, che sicuramente è un elemento di grande presa emotiva e ha l’effetto di rappresentare l’esodo istriano per quello che non è stato: una fuga disordinata da un invasore sanguinario (come invece lo fu quella dei profughi francesi dalla Wehrmacht) invece che un processo migratorio sviluppatosi nell’arco di un decennio abbondante, come i dati statistici permettono di rilevare.
Tuttavia ciò che colpisce di più è il fatto che la maggior parte dei falsi che siamo riusciti a smascherare presenti un totale ribaltamento del contenuto: sono foto che mostrano vittime slovene (o croate o partigiane) uccise dagli italiani, ma vengono presentate come l’opposto, italiani vittime delle violenze slavocomuniste.
Una spiegazione “tecnica” potrebbe essere quella che gli addetti al reperimento del materiale si siano limitati a digitare su Google qualcosa tipo “Jugoslavia”, “crimini” o “vittime” e “italiani” e senza accorgersi siano capitati in siti dove vengono documentate le violenze italiane in Jugoslavia: l’utilizzo di quelle immagini sarebbe dunque semplicemente un errore di superficialità. Se è vero che la cura nella corretta identificazione delle immagini fotografiche è significativamente inferiore a quella riservata ad altre tipologie documentali, nel caso delle immagini delle foibe questa pessima pratica sembra quasi essere la norma.
Non mi sento però di escludere che questa totale inversione sia invece dolosa: che si tratti di un atto volontario nato proprio per instillare on line confusione e il dubbio che le foto delle vittime della resistenza siano effettivamente tali (e rendere questo dubbio virale attraverso l’incredibile forza di replica di internet), o forse più semplicemente per provocare, offendere e screditare la memoria della Lotta di liberazione jugoslava.
Un altro aspetto che salta agli occhi ricercando in questo campo è la carenza di immagini testimonianti la repressione violenta degli italiani ad opera dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo, se confrontate alle foto esistenti di violenze italiane in Jugoslavia, decisamente più numerose e dettagliate. D’altra parte ciò è fisiologico: i popoli jugoslavi subirono un’invasione che provocò un numero enorme di vittime. La Jugoslavia ebbe un milione di morti su una popolazione di quindici milioni (cfr. John Keegan, Atlas of the Second World War); nella provincia di Lubiana vi furono 30.299 vittime su una popolazione totale di 336.300 abitanti (9% degli abitanti). Nella Venezia Giulia, invece, il numero delle vittime “italiane” dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo arriva a poche migliaia (contando anche coloro che morirono in prigionia di stenti e malnutrizione, cosa che accadeva anche nei campi di prigionia angloamericani), tra cui alcune centinaia di “infoibati”. Non lo dico io ma il rapporto della Commissione storica italo-slovena, che certo non si può accusare di “titoismo”.
A dispetto della risonanza mediatica che viene data alle foibe e alle vicende del confine orientale, si trattò di un episodio minore e periferico in quell’immane catastrofe che fu la seconda guerra mondiale.
L’attribuzione a sé da parte italiana di questo materiale iconografico potrebbe semplicemente mascherare la consapevolezza di non averne o di averne pochissimo e di volersi opportunisticamente appropriare di quello dell’avversario per colmare le proprie lacune, in un’epoca come quella odierna in cui le immagini contano di più dei concetti.
L’idea che alla base di questi errori vi sia un opportunismo di questo tipo viene in qualche modo confermata anche dall’analisi di chi sono gli autori. Se nel caso di singoli utenti di Facebook o di blogger che arricchiscono con immagini i propri commenti, l’errore in buona fede può sicuramente starci; nel caso di giornalisti, di grafici o di impiegati comunali che cercano materiale fotografico per la Giornata del ricordo l’errore mi sembra possibile, ma abbastanza più grave. Del tutto ingiustificabile invece risulta un’attribuzione sbagliata quando si tratta di media a diffusione nazionale e di opinion maker come Bruno Vespa, oppure di istituzioni pubbliche nazionali, come nel caso del sito del Ministero degli interni denunciato da Mlinar. Un ultimo caso in questo senso è stata la foto allegata ai tweet per il 10 febbraio di quest’anno della Camera dei deputati…

Il tweet della Camera dei Deputati

…e del presidente della Camera Laura Boldrini:

Il tweet di Laura Boldrini

L’originale di questa foto si trova alla Sezione storia della Biblioteca Nazionale e degli studi di Trieste (Narodna in študijska knjižnica – Odsek za zgodovino). A quanto ne so è stata pubblicata solo una volta, nel libro di Jože Pirjevec Foibe. Una storia d’Italia (Einaudi 2009). La foto completa è questa:

aidussina

Si noti la didascalia presente sotto la foto.
Non appena alcuni utenti segnalano via tweet la falsificazione, lo staff comunicazione di @montecitorio e @lauraboldrini si affretta a rimuovere la foto da twitter scusandosi per l’errore ma, considerando che quell’immagine è stata pubblicata solo ed esclusivamente con una didascalia che ne spiega con chiarezza il contesto, è difficile pensare che il suo utilizzo per raffigurare le foibe sia dovuto soltanto a un’ingenuità. Ciò che inquieta è che siano le stesse istituzioni dello Stato a prestarsi a questo gioco, ma dal momento che la Giornata del ricordo è diventata uno dei pilastri della creazione di una mitologia collettiva nazionale italiana e della memoria condivisa, non stupisce che il travisamento della realtà storica e delle immagini venga portato avanti anche ad alto livello politico.
Il materiale fotografico è documentazione storica. Dovrebbe essere utilizzato come tale, con rigore e consentendo a chi lo guarda di avere tutte le informazioni che gli permettano di utilizzarlo al meglio: che cosa mostra la foto, dove è stata scattata, quando, da chi, dov’è conservata. Dovrebbe essere uno strumento per capire meglio gli avvenimenti storici, per poter comprendere gli eventi non solo attraverso la lettura, il racconto e la riflessione, ma anche attraverso la vista. L’utilizzo che invece si è fatto del materiale fotografico che abbiamo preso in esame è l’opposto di questo. Le immagini sono state utilizzate (e manipolate) per colpire le emozioni e non la ragione, sono state usate come santini della vittima di turno, come oggetti devozionali, reliquie con le quali esprimere e consolidare la propria fede, sono state manipolate per dimostrare l’esatto opposto di ciò che rappresentano. E, come buona parte delle reliquie, si sono dimostrate false.
A noi il compito di resistere, continuando a segnalare le manipolazioni della storia e a contrastare l’omologazione e il pensiero unico.
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* Piero Purini (Trieste, 1968) si è laureato in storia contemporanea all’Università di Trieste sotto la guida del prof. Jože Pirjevec. Ha poi frequentato corsi di perfezionamento post laurea presso l’Università di Lubiana e quindi ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Klagenfurt sotto la guida del prof. Karl Stuhlpfarrer. Si occupa principalmente di movimenti migratori, di spostamenti di popolazione e di questioni legate all’identità e all’appartenenza nazionale: il fatto di aver studiato in Italia, Slovenia ed Austria gli ha permesso di analizzare la storia di una regione etnicamente complessa come la Venezia Giulia in una prospettiva più internazionale ed europea. È autore dei libri Trieste 1954-1963. Dal Governo Militare Alleato alla Regione Friuli-Venezia Giulia (Trieste, Circolo per gli studi sociali Virgil Šček – Krožek za družbena vprašanja Virgil Šček, 1995) e Metamorfosi etniche. 
I cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria. 1914-1975 (KappaVu, Udine 2010; nuova edizione: 2014). Per Giap ha scritto il saggio Quello che Cristicchi dimentica.  Magazzino 18, gli «italiani brava gente» e le vere larghe intese (febbraio 2014). Affianca all’attività di storico anche quella di musicista.
Nicoletta Bourbaki è l’eteronimo usato da un gruppo di inchiesta su Wikipedia e le manipolazioni storiche in rete, formatosi nel 2012 durante una discussione su Giap. Con questa scelta, il gruppo omaggia Nicolas Bourbaki, collettivo di matematici attivo in Francia dal 1935 al 1983.

CONTROSTORIA DEI FATTI DI SREBRENICA

 Due vecchi articoli che è utile pubblicare in questa ricorrenza ipocrita, perché la storia non sia scritta solo dai vincitori (e dai propagandisti della NATO)
Dopo 14 anni che investigo i fatti che ebbero luogo a Srebrenica nel 1995 posso attestare che in quella enclave non vi è stato nessun genocidio di musulmani — il mito sul massacro di musulmani è stato inventato dallo scomparso leader di guerra musulmano bosniaco Alija Izetbegovic e dall’allora presidente USA Bill Clinton“, ha affermato in una esclusiva intervista alla stampa quotidiana di Belgrado il ricercatore svizzero Alexander Dorin, autore del libro Srebrenica — La storia del razzismo da salotto. Ha aggiunto che, contrariamente alla mitologia popolare che ancora domina i media mainstream occidentali, i musulmani che persero la vita a Srebrenica erano degli uomini cresciuti piuttosto che dei “ragazzi“, e sono stati colpiti mentre combattevano contro l’esercito serbo bosniaco. Il che, come osserva, non può essere in nessun modo uguagliato ad un massacro, per non parlare di “genocidio“.
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– Dopo molti anni che investigo gli eventi bellici a ed attorno a Srebrenica, ho raggiunto la conclusione definitiva che non vi fu nessun genocidio. Nel luglio del 1995, mentre la città veniva conquistata dalle forze serbe, persero la vita circa 2.000 musulmani — non 8.000 come pretende la macchina della propaganda musulmano bosniaca, con il sostegno di certi politici e media occidentali. Quei 2.000 caddero in battaglia contro l’esercito serbo, mentre stava sfondando verso Tuzla. Il “genocidio di Srebrenica” è un’invenzione di Izetbegovic e Clinton, – ha dichiarato Dorin.
D: Su che cosa basate le vostre asserzioni che il “massacro” di Srebrenica è stato inventato da Izetbegovic e Clinton? R: Si dovrebbe tenere in mente che persino i media americani scrissero abbastanza sul fatto che gli Stati Uniti stavano armando da anni le forze di Izetbegovic. L’amministrazione Clinton era molto ostile verso i serbi — i generali di Clinton erano persino coinvolti nell’operazione croata “Tempesta”, l’espulsione e l’eliminazione della nazione serba dalla Repubblica della Krajina serba e da parti occidentali della Bosnia-Herzegovina. Allo stesso tempo, uno dei signori della guerra di Srebrenica — Hakija Meholjic — continua ad asserire che dal 1993 Clinton offriva ad Izetbegovic un massacro fabbricato contro i musulmani di Srebrenica, come una manovra che avrebbe posto fine alla guerra civile in Bosnia-Herzegovina [a vantaggio dei musulmani bosniaci].
D: Cosa ci dice questo? R: Ci dice che hanno avuto due anni per avviare quella manovra, il tempo durante il quale Izetbegovic e Clinton venivano mitizzati ed elevati alla posizione di eroi attraverso i più influenti media occidentali.
Le “vittime di Srebrenica” votano D: Questo libro offre prove aggiuntive? R: Il libro presenta inoltre le prove che dimostrano che 2.000 musulmani che hanno perso la vita a Srebrenica sono caduti in battaglia. Per essere in grado di pretendere che fu commesso il “genocidio” e dal momento che non avevano i corpi sufficienti per sostenere la pretesa iniziale di presumibilmente 8.000 musulmani uccisi, hanno elencato come vittime di Srebrenica numerosi combattenti musulmano bosniaci che sono morti molto prima della conquista di Srebrenica o che vennero uccisi in altre battaglie durante la guerra civile, dal 1992 al 1995. La lista delle presunte vittime di Srebrenica contiene anche i nomi di quelli che sono ancora vivi.
D: Intendete quelli che più tardi votavano alle elezioni…? R: Esatto. Nelle elezioni bosniache del 1996, le liste elettorali contenevano circa 3.000 musulmani bosniaci che erano anche elencati come “vittime di Srebrenica“. Ciò sottolinea ulteriormente il fatto che il cosiddetto Tribunale dell’Aia non ha ancora nessuna prova del “genocidio di Srebrenica“. Invece, conta sulle affermazioni del croato Dražen Erdemovic, provate essere assolute menzogne, come ha dimostrato nel suo ultimo libro il giornalista bulgaro Germinal Civikov.
D: Il Tribunale dell’Aia non ritiene così…? R: L’ex portavoce della NATO Jamie Shea nel 1999 ha enfatizzato che, senza la NATO, tanto per cominciare, non vi sarebbe nessun Tribunale dell’Aia. Ha asserito che la NATO ed il Tribunale dell’Aia sono “alleati ed amici“. Tra gli altri, l’esempio che conferma la sua affermazione è il caso del [Colonnello] Vidoje Blagojevic, condannato ad un lungo periodo di prigione a causa dei fatti di Srebrenica anche se è assolutamente innocente e non ha fatto del male a nessuno. Così, la NATO punisce i suoi avversari attraverso il Tribunale dell’Aia mentre, allo stesso tempo, protegge i suoi alleati.
La storia della guerra civile jugoslava è stata scritta dagli aggressori D: Perché hanno premuto sui serbi? R: I serbi non si sono mai alleati con forze aggressive. Nei secoli passati, i serbi combatterono contro tutti gli aggressori e le forze fasciste. Invece di rispetto e gratitudine, sono stati ricompensati con sanzioni e bombe dalla comunità internazionale e con una meticolosa e completa demonizzazione da parte dei media occidentali. Il mondo di oggi è dominato dai criminali e dagli psicopatici che chiamano se stessi democratici.
D: Cosa vi ha motivato ad investigare i fatti di Srebrenica? R: Da 14 anni interi investigo Srebrenica ed il presunto genocidio che l’esercito serbo bosniaco apparentemente commesso contro i musulmani bosniaci perché, già verso la fine della guerra in Bosnia-Herzegovina, è divenuto evidente che l’occidente non ha intenzioni oneste verso le nazioni di quel paese. Non potevo accettare il pensiero che il mondo sarà lasciato con un quadro di quella guerra che si accorda esclusivamente con gli interessi della NATO. Sfortunatamente, questo è precisamente ciò che è avvenuto.
D: Perché siete restio a promuovere personalmente il vostro libro? R: A questo punto, dopo una scrupolosa ricerca che ha preso molti anni, quando ho scoperto prove irrefutabili su quello che è realmente successo a Srebrenica di cui il vasto pubblico è inconsapevole, non voglio attirare l’attenzione su me stesso. E’ il libro che è importante, il libro dice tutto.
D: “Srebrenica — La storia del razzismo da salotto” sarà presto pubblicato in tedesco. Sarà tradotto in serbo o in qualche altra lingua? R: L’editore del mio libro, Kai Homilius – di Berlino, intende pubblicarlo in entrambe le lingue serba ed inglese. Abbiamo deciso che venga prima pubblicato in tedesco, dal momento che il pubblico di lingua tedesco non ha veramente nessuna idea della propaganda sul quale è basato il mito di Srebrenica. L’edizione tedesca del libro sarà pubblicata attorno alla metà del prossimo mese.
fonte
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Quello che sarebbe passato alla storia come il casus belli della “guerra umanitaria”, cioè la cosiddetta “strage di Racak”, è ormai pienamente provato che si trattò di una macabra, spudorata messinscena. L’inviato del “Figaro” Renaud Girard fu tra i primi a denunciare l’eccidio di 45 civili albanesi, ma soltanto due giorni dopo pubblicò un secondo articolo denunciando di essere stato “preso in giro dall’Uck” al pari degli altri giornalisti. Poi, anche “Le Monde” e “Liberation” hanno smascherato l’inganno, ma troppo tardi (e comunque, al di fuori della Francia non hanno riscosso alcuna eco). Girard si recò sul posto il 15, su invito delle autorità serbe, in seguito a un attacco dell’Uck e a un contrattacco della polizia, con un bilancio di 15 combattenti albanesi uccisi. Sia i giornalisti che gli osservatori dell’Osce non videro alcuna vittima civile, e il villaggio “appariva del tutto normale”. L’indomani, Racak era tornata sotto il controllo dell’Uck, e i giornalisti furono portati a vedere il massacro: 45 corpi che prima non c’erano, apparsi molto tempo dopo il ritiro delle forze serbe. Girard pubblicò il 20 gennaio un dettagliato resoconto dell’inganno subìto, dove, in pratica, erano stati mostrati cadaveri di persone uccise lontano da Racak e trasportati lì per la messinscena della strage: perché il giorno in cui sarebbe avvenuta, nessuno nel villaggio ne sapeva nulla? E perché Walker si era riunito per 45 minuti con i capi militari dell’Uck proprio a Racak?. L’articolo mandò su tutte le furie i corrispondenti anglosassoni, che accusarono Girard di “uccidere la loro notizia”… Il mondo fece come gli osservatori dell’Osce: ignorò la verità e giudicò sacrosanto l’inizio della guerra. Ottimo lavoro, mister Walker.
Michel Chossudovsky, docente di economia presso l’Università di Ottawa, Canada, è un profondo conoscitore delle guerre nei Balcani e ha dedicato un lungo studio sul cosiddetto “Esercito di Liberazione del Kosovo”, Uck, nel quale vengono alla luce i legami con le organizzazioni mafiose di Turchia, Albania e Italia. Chossudovsky ha scritto a tale riguardo nel giugno del 1999: “Ricordate Oliver North e i contras? Lo schema in Kosovo è simile ad altre operazioni segrete della CIA in America Centrale, Haiti e Afghanistan, dove “combattenti per la libertà” (freedom fighters) erano finanziati tramite il riciclaggio del denaro sporco proveniente dal narcotraffico. Dalla fine della guerra fredda, i servizi segreti occidentali hanno sviluppato complesse relazioni con il traffico di narcotici. Caso dopo caso, il denaro ripulito dal sistema bancario internazionale ha finanziato operazioni segrete. (…) L’Albania è un punto chiave per il transito della via balcanica della droga, che rifornisce l’Europa occidentale di eroina. Il settantacinque per cento dell’eroina che entra in Europa occidentale viene dalla Turchia e una larga parte delle spedizioni di droga provenienti dalla Turchia passa dai Balcani. (…) Il traffico di droga e armi fu lasciato prosperare nonostante la presenza, fin dal 1993, di un grande contingente di truppe nordamericane al confine albanese-macedone, con il mandato di rafforzare l’embargo. L’Ovest ha finto di non vedere. I proventi del traffico venivano usati per l’acquisto di armi e hanno consentito all’Uck di sviluppare rapidamente una forza di 30.000 uomini. In seguito, l’Uck ha acquisito armamenti più sofisticati, tra cui missili antiaerei e razzi anticarro, oltre ad equipaggiamenti di sorveglianza elettronica che gli permettono di ricevere informazioni via satellite dalla Nato sui movimenti dell’esercito yugoslavo. (…) Il destino del Kosovo era già stato accuratamente disegnato prima degli accordi di Dayton del 1995. La Nato aveva stipulato un insano “matrimonio di convenienza” con la mafia. I freedom fighters furono piazzati sul posto, il traffico di droga consentiva a Washington e a Bonn di finanziare il conflitto in Kosovo con l’obiettivo finale di destabilizzare il governo di Belgrado e di ricolonizzare completamente i Balcani: il risultato è la distruzione di un intero paese”. La storia si ripete nonostante le diverse latitudini: mentre Washington lancia “guerre sante” contro la droga – spesso per occultare interventi controinsorgenti, come in Perù e in Colombia – usa i profitti del narcotraffico per finanziare organizzazioni terroristiche destinate a realizzare i suoi piani di destabilizzazione internazionale. E nel frattempo, ha l’arroganza di concedere o negare “certificazioni” a questo o a quell’altro paese… compreso il Messico. Come ha giustamente dichiarato Carlos Fuentes in una recente intervista, “Debería ser al revés: somos nosotros quienes debemos certificar o descertificar a los estadunidenses y no ellos a nosotros”.
Riaffermare che “la verità è la prima vittima di ogni guerra”, appare ormai scontato, ma vale sempre la pena soffermarsi sugli esempi concreti, per quanto sia la nostra una lotta di minuscoli Don Chisciotte contro mulini a vento globalizzanti. Tra le poche incrinature nella campagna di disinformazione monolitica, vanno registrate le corrispondenze di Paul Watson da Pristina, inviato del “Los Angeles Times”, cioè di un organo tutt’altro che critico nei confronti della guerra. Anche Watson, rispetto alla “strage di Racak”, dapprima avalla la versione di Walker, ma in seguito esprime gravi dubbi e intervista addirittura alcuni abitanti del villaggio che confermano le deduzioni avanzate dagli inviati francesi. Quando iniziano i bombardamenti, Watson si rifiuta di lasciare il Kosovo e assume la scomoda posizione di testimone diretto, affermando a più riprese che la Nato “sta colpendo soprattutto chi dice di voler salvare” e gli obiettivi degli attacchi sono sempre civili inermi, senza distinzione tra profughi dell’una o dell’altra etnia. Ben presto lo sconcerto di Watson si trasforma in indignazione: il 17 aprile dichiara alla Cbc canadese che la Nato sta mentendo riguardo i presunti massacri di civili albanesi a opera dell’esercito serbo a Pristina, aggiungendo “Non posso essere d’accordo con i governi della Nato che stanno solo cercando di nascondere le loro responsabilità per l’esodo dei profughi dal Kosovo. E’ molto improbabile che un esodo di tale entità sarebbe avvenuto se non fosse stato per i bombardamenti”. E il 20 giugno scrive: “Come unico corrispondente statunitense in Kosovo per buona parte dei 78 giorni di bombardamenti della Nato sono passato attraverso una guerra di cui la prima vittima è stata, come nella maggioranza dei conflitti, la verità. La Nato ha chiamato la sua devastante guerra aerea un “intervento umanitario”, una battaglia tra il bene e il male per fermare la pulizia etnica e far ritornare i kosovari albanesi alle loro case. Ma vista dall’interno del Kosovo, questa guerra non è mai apparsa così semplice e pura. E’ sembrato piuttosto come aver chiamato un idraulico per riparare una perdita ed averlo osservato allagare completamente la casa”. E’ anche a causa della presenza di Watson (e di un fotoreporter della Reuters) se la Nato ha dovuto ammettere il massacro del 14 aprile, quando oltre 80 profughi kosovari albanesi rimangono uccisi in ripetuti attacchi aerei (ben quattro incursioni a bassa quota, a distanza di tempo una dall’altra, e non l’errore di un singolo pilota). Nelle ore successive, i telegiornali mostrano servizi nei quali diversi presunti “profughi scampati al bombardamento” giurano di aver riconosciuto le insegne di Belgrado sui velivoli responsabili della carneficina. Ma in seguito alle immagini diffuse dall’inviato della Reuters e alle descrizioni inviate da Watson, la Nato ammetterà “il tragico errore”. Resta solo da chiarire un punto: i testimoni erano vittime di psicosi collettiva o avevano ricevuto l’ordine di dichiarare il falso? E’ assolutamente impossibile confondere i colori yugoslavi dalle insegne statunitensi che spiccano su ali e timoni di coda. Comunque fosse, rappresentano un esempio da tenere sempre bene in mente, quando assistiamo a certe “accuse irrefutabili di testimoni oculari”.
Qualche mese dopo la fine dell’intervento “umanitario”, persino le tanto sbandierate fosse comuni hanno subìto un drastico ridimensionamento. Nessuno potrebbe mai negare la ferocia dei paramilitari serbi – fermo restando, come ha affermato persino una funzionaria dell’Osce, che questi si sono scatenati dopo l’inizio degli attacchi Nato, e non prima, a riprova che l’incolumità dei kosovari albanesi è stata solo un pretesto per altri scopi – ma le famose foto satellitari di presunte sepolture di massa, sono risultate altrettante montature false a uso e consumo della propaganda. Durante il conflitto la Nato ha diffuso la spaventosa cifra di 10.000 civili uccisi dai serbi: calata l’attenzione dei media, risulteranno essere circa duemila, dei quali la maggior parte combattenti dell’Uck, mandati allo sbaraglio dai loro comandi per ottenere maggiori riconoscimenti sul campo, e resta inoltre impossibile quantificare quanti civili albanesi siano stati uccisi dall’Uck perché considerati “collaborazionisti”. Il 17 ottobre 1999 la Fondazione Stratford, un centro di studi strategici di Austin, Texas, ha emesso un approfondito rapporto in cui tra l’altro si legge: “Nel caso che gli Stati Uniti e la Nato si fossero sbagliati (sulla cifra di 10.000 vittime) i governi dell’Alleanza che, come quello italiano e quello tedesco, hanno dovuto a suo tempo fronteggiare pesanti critiche, potrebbero venirsi a trovare in difficoltà. Ci saranno molte conseguenze qualora risultasse che le dichiarazioni della Nato riguardo le atrocità commesse dai serbi erano largamente false”. Sembra che il problema non sussista: sono ormai trascorsi diversi anni senza la benché minima “difficoltà” nel digerire e dimenticare qualsiasi falsità ingoiata.
Poi, avremmo assistito a una capillare pulizia etnica, stavolta davvero totale: a parte i serbi, anche turchi, montenegrini, croati, goran, rom ed ebrei hanno dovuto lasciare il Kosovo, cacciati a forza di stragi e distruzioni sistematiche. Una pagina del tutto taciuta dall’informazione globale è quella che riguarda il dramma della comunità ebraica di Pristina. Jared Israel, del Brecht Forum di New York, ha intervistato Cedda Prlincevic, presidente della comunità, scampato al pogrom scatenatosi con l’ingresso della Kfor – cioè dei “liberatori” – e rifugiatosi prima in Macedonia e quindi a Belgrado grazie all’aiuto di un amico israeliano, Eliz Viza, e del presidente della comunità ebraica di Skopje. Riporto alcuni stralci delle sue dichiarazioni. “Sono successe cose orribili. Ma i serbi come popolo, come nazione dall’inizio della loro storia fino a oggi non hanno commesso atrocità né genocidi. Ci sono stati individui che hanno compiuto atti che non avrebbero dovuto compiere. Ma qualcuno sta sfruttando questo, lo sta esagerando: il popolo serbo non aveva problemi con gli albanesi del Kosovo. Si sono aiutati a vicenda, specialmente nell’ultimo periodo. Ma appena sono entrate le truppe Kfor e il confine è stato aperto alla Macedonia e all’Albania, sono arrivati moltissimi albanesi da fuori e si è creata un’enorme confusione, con molte uccisioni. Durante i bombardamenti nei luoghi dove viveva la gente comune non si sono verificati massacri commessi dalla popolazione locale. Anzi, spesso erano gli stessi serbi a difendere gli albanesi dalle milizie paramilitari. (…) Poi, con la ritirata dell’esercito, c’erano gruppi paramilitari da entrambe le parti, allora la situazione è diventata sporca. Prima, non si verificavano eccidi. A Pristina ci rifugiavamo in cantina insieme con gli albanesi. Tutti insieme, rom, serbi, turchi, albanesi, ebrei, tutti inquilini dello stesso condominio. Stavamo tutti insieme. (…) Il pogrom è stato messo in atto dagli albanesi stranieri. Loro parlano una lingua diversa. Un altro dialetto. Non posso garantire al cento per cento che siano soltanto gli albanesi d’Albania a farlo, ma non ho visto neppure un albanese di Pristina compiere una vendetta contro un vicino di casa. (…) Noi non siamo stati cacciati dagli albanesi di Pristina, ma da quelli venuti dall’Albania. E’ la stessa gente che alcuni anni fa dimostrava in Albania e che stava demolendo l’intero paese. Adesso, sono venuti in Kosovo. Nessuno li sta fermando. La Kfor è lì, vede tutto e permette di fare ciò che hanno fatto. La popolazione si aspettava davvero protezione dalle truppe Kfor. Ma invece di difendere la popolazione, sono rimasti a guardare, e tra giugno e luglio almeno trecentomila abitanti non albanesi hanno dovuto lasciare il Kosovo. Persino molti kosovari albanesi hanno avuto grossi problemi, non solo chi era contrario al separatismo, ma persino chi si è limitato a non sostenerlo”. C’è una domanda su cui Cedda Prlincevic sembra reticente, quasi imbarazzato, tanto che Jared Israel gliela pone più volte: riguarda le notizie della stampa sulle atrocità compiute dall’esercito yugoslavo contro gli albanesi durante i bombardamenti. Infine, il presidente della comunità ebraica dice: “Anche se ne parlassi, nessuno ormai si fida più dei serbi. Persino se affermassi che non è accaduto, nessuno crederebbe ai serbi. E se un ebreo di Pristina dicesse che questa accusa è falsa, sarebbe molto difficile per lui essere creduto.”
La guerra in Kosovo ha colpito quasi esclusivamente i civili – si calcola che siano soltanto 13 (tredici!) i carri armati serbi distrutti dalla Nato, mentre oltre duemila i civili uccisi dai bombardamenti. Ma questo bilancio, per quanto spaventoso, è poca cosa al confronto delle conseguenze terrificanti che si verificheranno negli anni a venire, e che colpiranno le future generazioni per decenni e forse per secoli. Perché la guerra “umanitaria” in Kosovo non è stata assolutamente di tipo “convenzionale”, cioè con l’uso di armi “previste” dalla Convenzione di Ginevra, bensì chimico-nucleare. Infatti, come in Irak, anche contro la Serbia – e sul territorio kosovaro, cioè quello che si diceva di voler “liberare” – sono stati impiegati proiettili e missili con testate all’uranio cosiddetto “impoverito” (Depleted Uranium), ottenuti rifondendo le scorie delle centrali nucleari. Solo in seguito a una precisa richiesta dell’Onu, la Nato ha ammesso – il 7 febbraio 2000, in una breve lettera del segretario generale George Robertson a Kofi Annan – di aver lanciato durante il conflitto almeno 31.000 (trentunomila) proiettili all’uranio, senza però specificare che le ogive dei missili Tomahawk sono anch’esse a base di Depleted Uranium. Soltanto lungo la strada che collega Pec a Prizren, dove attualmente sono dislocati i militari italiani della Kfor, si calcola in oltre dieci tonnellate il quantitativo di uranio lanciato sul terreno. Per gli Stati Uniti, che si ritrovano con almeno 500.000 tonnellate di scorie radioattive da smaltire dalle proprie centrali nucleari, il riciclaggio sotto forma di proiettili e testate di missili è un doppio business: si “distribuiscono” all’estero rifiuti altrimenti costosissimi da stoccare e isolare, e si ottiene un’arma letale, infinitamente più efficace delle munizioni convenzionali. Infatti, un proiettile all’uranio, che pesa il doppio del piombo ma è estremamente più denso e duro, all’impatto con la corazza di un mezzo blindato brucia ad altissima temperatura fondendo qualsiasi metallo, e incenerisce all’istante gli occupanti chiusi all’interno. Bruciando, l’uranio si trasforma in finissime particelle di ossido radioattivo, che si spargono nell’atmosfera e quindi ricadono al suolo. Ogni particella inalata crea cellule cancerogene nei polmoni e nel sangue, successivamente, sotto forma di polvere impalpabile, penetra nelle falde acquifere ed entra nel ciclo alimentare. E’ stato calcolato che ogni missile Tomahawk con testata all’uranio può causare in media 1620 casi di tumore nella popolazione che vive intorno al punto in cui è esploso. Un volontario di una ONG italiana ha prelevato nel gennaio del 2000 un campione di terra nella città di Novi Sad e lo ha fatto analizzare al suo rientro in Italia: ne è risultata una radioattività da isotopo 238 – quello presente nel Depleted Uranium a uso bellico – addirittura 1000 (mille!) volte superiore al limite considerato accettabile per gli esseri umani. Oggi sono ormai novantamila i veterani della guerra contro l’Irak del 1991 che, per l’esposizione alle polveri di ossido di uranio provocate dal lancio di proiettili anticarro e missili antibunker, accusano sintomi riconducibili alla cosiddetta “Sindrome del Golfo”: molti sono già deceduti per leucemia, tumori linfatici e polmonari, i loro figli sono nati con gravissime malformazioni, mentre un gran numero di sopravvissuti è costretto a un’esistenza enormemente pregiudicata, con costanti dolori alle ossa, nausea, vertigini e stanchezza spossante. Dato che gli effetti per l’inalazione e l’ingestione di ossido di uranio si manifestano nel medio e lungo periodo, tra qualche anno avremo un lungo elenco di militari della Kfor che denunceranno i propri governi chiedendo un risarcimento (si registrano già diversi casi di militari italiani morti di leucemia dopo essere stati inviati in Bosnia, tra il novembre del ’98 e l’aprile del ’99, in una zona contaminata da proiettili all’uranio). Ma la popolazione serba e kosovara, i bambini che nasceranno deformi, le madri condannate al cancro, gli operai delle fabbriche distrutte che per primi hanno tentato di ricostruirle esponendosi alla contaminazione, i contadini kosovari “liberati” che avranno ingerito acqua e cibi tossici a loro insaputa, tutte le vittime innocenti di questa “guerra umanitaria”, a chi chiederanno un risarcimento? E in quali ospedali potranno sperare di farsi curare, e con quali medicine, in un paese devastato dalle bombe prima e stremato poi dall’embargo, o in un Kosovo governato dalla mafia del narcotraffico?
Infine, l’Italia sopporterà il peso più oneroso tra i paesi che hanno partecipato a questa sciagurata alleanza. Oltre all’inquinamento ambientale che ci colpirà nel lungo periodo – prima toccherà agli altri paesi balcanici e alla Grecia, dove già si registrano impennate nei tassi di radioattività – l’Adriatico è infestato di ordigni pericolosissimi, le famigerate cluster-bombs a frammentazione, ufficialmente vietate dalla Convenzione di Ginevra e successivamente da quella di Ottawa. Le cluster-bombs sono micidiali ordigni che esplodono al contatto con il terreno solo parzialmente, infatti si calcola che circa il 30 per cento rimane inesploso ma attivo, pronto a deflagrare appena il singolo cilindro – poco più grande di due lattine di birra – viene rimosso. Decine di migliaia, forse centinaia di migliaia di cluster-bombs (ogni singolo contenitore a forma di serbatoio subalare ne racchiude circa duecento) sono state sganciate in mare dagli aerei della Nato al rientro dalle missioni, su preciso ordine dei comandi per “questioni di sicurezza” (evitando di atterrare negli aeroporti con quel carico potenzialmente devastante). Non passa mese senza che i pescatori del Veneto, della Romagna, delle Marche, della Puglia, di tutte le regioni costiere, ne segnalino la presenza tra le reti tirate in secco, e sono già diversi i feriti gravi per le esplosioni avvenute a bordo o poco distante dai pescherecci. E la Nato continua a rifiutarsi di indicare con precisione i punti in cui sono state sganciate. In effetti, nelle migliaia di incursioni aeree effettuate, risulta ormai impossibile stabilire dove e quante siano, le cluster-bombs finite sul fondo del mare divenuto tra i più inquinati al mondo, nelle cui acque, tra l’altro, riposa ancora l’intero carico in bidoni di gas nervino di una nave statunitense affondata dai tedeschi nei pressi del porto di Bari (ufficialmente non dovrebbe esistere, perché “ufficialmente” gli Alleati non hanno usato gas nervino nella Seconda guerra mondiale…).
Bufale belliche: il caso Kosovo – Pino Cacucci

1999-2012 : Nato, Serbia, Balcani e Russia

Tratto da “Rinascita” 29 settembre 2012 – http://www.rinascita.eu/?action=news&id=17024
Intervista a Yves Bataille, geopolitico franco-serbo e attivista nazionaleuropeo impegnato contro l’occupazione atlantica dell’Europa fa il punto sulle strategie di dominio atlantiche oggi in Europa, dopo l’aggressione del 1999 a Belgrado

D: Yves Bataille, sono trascorsi oramai 13 anni dalla fine della guerra d’aggressione della Nato alla Repubblica Serba. Il 24 marzo 1999 fu ordinato d’iniziare i bombardamenti, un momento importante e tragico perché era la prima volta dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale che la guerra si riaffacciava nel cuore dell’Europa, questa volta mascherata da “volto umanitario” dalle Potenze Occidentali. Ci vuole illustrare le cause che portarono allora all’aggressione di uno Stato sovrano da parte della più forte alleanza militare d’oggi?
R: Sì, era la prima volta dalla seconda guerra mondiale che un paese europeo veniva bombardato da un esercito di una coalizione. Naturalmente le ragioni di questo attacco erano false. Dopo aver aiutato le forze separatiste in Krajina e della Bosnia, l’Occidente con la scusa di evitare una “catastrofe umanitaria” in Kosovo è intervenuto. I 78 giorni di bombardamenti sono la prosecuzione dell’ aggressione iniziato nel 1991. Come primo passo, i paesi dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (Nato) hanno stretto la Jugoslavia e in un secondo tempo si sono portati via il suo cuore, ovvero la Serbia che è la componente principale e la sua armatura centrale.
Le vere ragioni dell’attacco sono numerose. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la riunificazione della Germania, è stato necessario rimuovere il modello originale di Jugoslavia, che aveva due caratteristiche: autonomia e neutralità. La Jugoslavia era “tra Oriente e Occidente”. Come “Est” non esiste più perché è stata invasa dall’Ovest. Gli Anglo-Sassoni hanno voluto introdurre il loro “libero mercato”. La Nato ha voluto estendere ulteriormente il suo controllo al territorio lasciato libero da parte dell’Unione Sovietica nei paesi ex Patto di Varsavia. Co-fondatore del Movimento dei Paesi Non Allineati, la Jugoslavia doveva non solo scomparire, ma servire come banco di prova per le future guerre.

 

 

Nel 1990 una relazione della Cia prevedeva il crollo della Federazione. Nel novembre dello stesso anno, il Congresso degli Stati Uniti aboliva i prestiti alla Jugoslavia fino a che le elezioni si sarebbero svolte separatamente in ogni repubblica. Ciò ha contribuito a peggiorare i già difficili antagonismi socio-economici ed etnici che stavano riemergendo. Nel 1986, il Memorandum dell’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti (Sanu) indicava questi problemi e richiamava l’attenzione sulle difficoltà dei serbi della Repubblica di Serbia a vivere nella Federazione. Falsamente presentato dalla stampa occidentale come un manifesto del nazionalismo serbo, è servito ad inventare l’esistenza di un piano serbo per “conquistare la Jugoslavia.” In realtà coloro che volevano conquistare la Jugoslavia erano gli occidentali.

Per i centri finanziari di Washington, Londra, Bruxelles e Berlino, il presidente serbo Slobodan Milošević era un “dittatore” che si era opposto alla riforma del Fondo monetario internazionale (FMI) e della Banca mondiale, impedendo il cosiddetto libero scambio (“libero mercato”). Nel suo grande discorso a Gazimestan sulla scena della battaglia di Kosovo Polje nel 1989, davanti a un milione di persone, era stato presentato dagli occidentali come il punto di partenza di un viaggio verso una Grande Serbia, un pericolo per le altre repubbliche. Il moto rotatorio instaurato a Belgrado dopo la morte del maresciallo Tito, doveva essere utile nelle mani dei sostenitori delle varie repubbliche che rappresentavano la Serbia come il pericolo. La verità è che i serbi sono una memoria vivente e hanno una capacità militare riconosciuta, un vero ostacolo alla formazione di un nuovo “Drang nach Osten” Marcia ad Est.

Pur essendo un esercito in gran parte obsoleto, l’Armata Popolare Jugoslava (Jna) era una forza in grado di svolgere una resistenza nazionale sviluppato sulla base della “Dottrina della Difesa Popolare”. La gran parte dei soldati di leva erano serbi dal momento che rappresentavano la maggioranza della popolazione della Federazione. L’esercito jugoslavo però doveva essere descritto come un esercito di conquista, il popolo serbo e i suoi capi criminalizzati e collettivamente demonizzati. Tutte le tecniche di propaganda dei media sono stati usate per questo scopo aizzando contro la Serbia i gruppi etnici delle componenti periferiche della Federazione jugoslava.
Gli Ustascia, la Divisione Handschar, Balli Kombëtar, sono stati presentati come sue “vittime”. Ma in Krajina, Bosnia o in Kosovo, decine di migliaia di morti e la pulizia etnica di centinaia di migliaia di serbi ha distrutto questa favola. La guerra in Jugoslavia è stata una guerra di distruzione della Jugoslavia, una guerra di aggressione contro la Serbia e la guerra contro l’Europa geopolitica.

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D: La Nato ha sempre giustificato il suo intervento per fermare i massacri etnici a danno della popolazione kossovara a causa delle Forze Armate di Belgrado, un’ingerenza umanitaria che si è ripetuta recentemente con la Libia di Gheddafi, dove il Kosovo per la tradizione serba è la culla della propria storia centenaria. Si volle a tutti costi creare un Kosovo “indipendente” sulla base, si è sempre sostenuto, degli accordi di Rambouillet, in conformità al Diritto Internazionale e alla Carta delle Nazioni Unite, ecc. ecc. Qual è la sua opinione al riguardo? Vogliamo parlare della pulizia etnica operata nei confronti sei serbi del Kosovo?
R: La denuncia di un massacro è una ricetta che si è dimostrata vincente. Nel loro libro “War and Anti-War“ (“Guerra e Contro Guerra, sopravvivere al XXI secolo“), di Alvin e Heidi Toffler, essi evidenziano che è un requisito indispensabile per l’avvio di qualsiasi guerra. Questo permette di ottenere il sostegno del pubblico e fornisce una motivazione per le spedizioni militari. Questa idea non era nuova, ma è diventata sempre più importante con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione e di influenza moderna.

La guerra contro i serbi è da prendere come esempio, perché anticipava i successivi attacchi di Paesi della Nato nei confronti degli Stati indipendenti e sovrani. La Jugoslavia ha sempre portato come modello questo massacro, che poi è stato attuato in Libia per la guerra contro Gheddafi, e ora lo si sta utilizzando contro la Siria. Gli attacchi a Sarajevo, il “massacro” di Srebrenica in Bosnia e il Racak in Kosovo hanno preceduto di poco le nuove azioni della “comunità internazionale”, giustificando così gli incontri drammatici delle Nazioni Unite, le sanzioni, gli embarghi, i bombardamenti, e il rinvio alla Corte Penale Internazionale – Icc. Reale o percepito, l’attacco o la strage pubblicizzata serve sempre a scatenare i mezzi di comunicazione, passando poi alle testimonianze di Ong ad hoc e mobilitare gli ‘opinion leader’.
Quando si studia la cronologia degli eventi che vediamo, la questione del Kosovo è stata sull’agenda degli Stati Uniti fin dall’inizio della guerra, ma è stata tenuta in riserva. Nel 1992, il Congresso degli Stati Uniti ha preso una posizione per la minoranza albanese e ha annunciato l’intervento di Washington nella regione autonoma. Dopo il conflitto di Krajina e della Bosnia, il ministro degli Esteri tedesco, Klaus Kinkel, atlantista, ha annunciato pubblicamente che la questione del Kosovo non sarebbe rimasta un affare interno della Serbia.

Sappiamo che il risultato è stato la creazione di un movimento di mercenari reclutati localmente e all’estero e l’organizzazione di una conferenza internazionale in un Paese con l’obiettivo di imporre un diktat. Il Consigliere Speciale dei separatisti della delegazione albanese a Rambouillet non era altro che Morton Abramowitz, l’uomo che nel Dipartimento di Stato si occupava di operazioni segrete durante la guerra in Afghanistan, avendo a suo tempo fornito i famosi missili terra-aria Stinger ai mujahidin legati a Bin Laden. Quella guerra venne definita da Zbigniew Brzezinski come una guerra per smantellare l’Unione Sovietica, e i volontari islamici che credono nel Jihad sono la punta di diamante di tutte le guerre americane con il supporto delle monarchie arabe.

La messa in scena del cosiddetto “massacro di Racak” (15 gennaio 1999) dove avevamo solo raccolto i corpi sparsi di membri dell’Uck, poi rivestiti facendo credere in un massacro di poveri contadini albanesi, è stata utilizzata per dare il via libera al bombardamento della Nato. Un ruolo in tutta questa messa in scena lo hanno avuto gli “Osservatori” dell’ Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) e il loro capo, l’americano William Walker, già della Scuola delle Americhe (Soa) e implicato negli squadroni della morte in El Salvador, il quale ha seguito personalmente la messa in scena. Successivamente sono seguiti quasi tre mesi di bombardamenti indiscriminati, l’ingresso delle forze Nato in Kosovo e la pulizia etnica dei serbi. Le “catastrofi umanitarie” albanesi erano solo una farsa.

D: La Nato condusse allora una campagna militare essenzialmente aerea -Operazione Allied Force – durata 77 giorni e terminata il 10 giugno 1999, arrivando a 38 mila missioni in totale, in questo non facendo alcuna differenza tra obiettivi militari e civili, una copia di quello già visto sulla Germania durante la II Guerra Mondiale, usare il terrore delle bombe per cercare di piegare un popolo. In che misura questo riuscì in Serbia?
R: La differenza con i bombardamenti sulla Germania è stata l’evoluzione della tecnologia. Nelle operazioni in corso non sono più i bombardamenti a tappeto, ma gli ‘attacchi chirurgici‘. Bombe e missili hanno una maggiore precisione e grande capacità di distruzione. Un missile è sufficiente per far saltare un grande edificio. Ho vissuto i bombardamenti della Nato. La reazione del popolo serbo è stata esemplare. Dopo il primo momento di incertezza, i serbi si comportava come se nulla fosse accaduto. Il ricorso ai rifugi è diminuito nel corso del tempo e la gente ha cominciato a ballare e cantare sotto le bombe. L’Esercito e la Milizia hanno usato una tattica che si è rivelata molto efficace per evitare di essere colpiti, hanno evacuato le caserme e sono stati suddivisi in piccole unità ad alta mobilità, per cui i bombardamenti hanno avuto poco effetto. Nonostante non fosse modernissima, la Difesa Antiaerea (Pvo) aveva costretto gli aerei nemici a non volare al di sotto dei 5000 metri. I radar montati su vecchi camion sovietici dopo aver agganciato gli aerei della Nato e consentito alla contraerea di aprire il fuoco, in tre minuti potevano cambiare la loro posizione per evitare di essere distrutti dai missili antiradar. Ci sono state poche vittime e gli accordi militari dopo Kumanovo (9 giugno 1999) l’Armata serba del Kosovo si ritirò in buon ordine, con quasi tutto il materiale, al contrario dei civili che hanno dovuto pagare un prezzo molto alto. Si parla di almeno 3.500 morti e non 500 come sostenuto da “Amnesty International”. ‘Solo?”, affermano alcuni, come i soliti sostenitori della “guerra umanitaria” che a loro dire è una guerra pulita(?) che salva le persone. Missili e bombe a guida laser sono certamente molto accurati, ma non sempre funzionano bene e sono a volte deviati dal loro percorso. Si deve aggiungere che questo dato non tiene conto delle migliaia di altre vittime degli effetti dei bombardamenti (o decine di migliaia di serbi uccisi prima e/o dopo il bombardamento da parte della forze Nato in Krajina, Bosnia e in Kosovo).

Va ricordato l’uso di proiettili all’uranio impoverito e l’inquinamento derivante dalla distruzione (volontaria) d’impianti petrolchimici, i cui veleni si sono riversati nell’atmosfera. Esiste una correlazione tra i luoghi più bombardati e i tumori.

Specialisti dell’Accademia Militare di Medicina (Vma), mi hanno riferito dell’uso in cinque diverse località del paese di armi batteriologiche, ma l’Ambasciata degli Stati Uniti ha chiesto al governo serbo di distruggere questo file… Le perdite della Nato sono difficili da stabilire, anche se la Nato ha detto che non ne ha avute, ma vi sono state. Decine di armamenti (elicotteri, aerei e Uav) sono stati distrutti e le forze speciali inglesi e americane che appoggiavano le milizie del “Kosovo-Liberation Army” hanno perso numerosi uomini. Operazioni dell’aviazione serba hanno distrutto decine di aerei a terra degli americani a Tuzla (Bosnia) e Tirana (Albania).

D: In un lucido saggio, dal titolo “La Giustizia dei Vincitori”, Danilo Zolo analizza il vero volto delle “Humanitarian Intervention”, che sono presenti nei documenti preparati dalle massime autorità statunitensi, sia politiche sia militari a partire dal 1980. Proprio George Bush nel 1990, in un suo discorso nel Colorado, parlò delle linee guida di un programma di pacificazione del mondo denominato “ New World Order”; successivamente tale progetto venne perfezionato con la direttiva “ National Security Strategy of the United States“ e ulteriormente sviluppato nel “ Defence Planning Guidance”. La stessa Nato doveva trasformarsi da sistema integrato difensivo contro il Patto di Varsavia in braccio armato per i nuovi interventi, come fu presentata al Vertice di Roma del 1991 la “New strategic concept”. Dott. Batj lei che ne pensa, anche alla luce di quanto sta accadendo in Siria in questi giorni?
R: Io dico: E’ il partito che controlla la pistola. L’esercito è solo l’esecutore. Per imporre il “nuovo ordine mondiale” è stata elaborata una dottrina. Questa è la “Casa del Nuovo Ordine Mondiale.” “R2P”Responsibility to Protect è un’iniziativa delle Nazioni Unite (istituita nel 2005 si basa sull’idea che la sovranità non è un diritto, ma una responsabilità e si sviluppa nella prevenzione di genocidi, crimini contro l’umanità, crimini di guerra ed etnici), in realtà è solo una maschera che rende l’aggressore virtuoso, il trucco delle Nazioni Unite imposto dagli Anglo-Sassoni e dalla struttura globalista di Morton Abramowitz, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia, fondatore di International Crisis Group (Icg).

Si possono così presentare come aggressione “umanitaria” dello Zio Sam le spedizioni militari della sua fanteria coloniale. R2P è stata la bandiera agitata contro la Jugoslavia sotto il nome di “giusto” o “dovere di intervenire“ da Bernard Kouchner, il primo rappresentante delle Nazioni Unite come forza di occupazione. Inoltre, non è un caso che la compagna di Kouchner, Christine Ockrent, fosse la rappresentante della Francia per l’ICG o se Martti Ahtisaari, l’editore della separazione del Kosovo, apparteneva anche lui a questa struttura. Personaggi chiave del dispositivo collegato a “Human Rights Watch” (Hrw) e all’”International Crisis Group” (Icg), Gareth Evans (ex ministro degli Esteri australiano), Lee Hamilton (ex Alto Commissario per i diritti umani alle Nazioni Unite), David Hamburg (della Fondazione Carnegie), James Traub (del Council on Foreign Relations). Tutti appartengono al Global Centre for the Responsability to Protect. Questo chiamiamolo pure club anglosassone, al servizio del Anglosfera imperialista che ha imposto R2P presso le Nazioni Unite. Tutte queste persone difendono il cosiddetto “diritto internazionale”, che è una loro interpretazione del diritto e si applica solo in certi luoghi e non in altri. Dopo tre mesi di bombardamenti i serbi avevano accettato la risoluzione 1244 dell’ONU che prevedeva che il Kosovo rimanesse alla Serbia attraverso un “ampia autonomia”. La “comunità internazionale” con Morton Abramowitz ha violato tali accordi con la concessione dell’indipendenza all’entità shiptar (albanesi).

Spinto da una mentalità messianica, questo piccolo gruppo causa le guerre e la distruzione degli Stati indipendenti e sovrani, per imporre quello che loro chiamava la “governance globale”. Nel 1992, il diplomatico americano Strobe Talbott ha riassunto l’idea: “la sovranità nazionale è al termine, erosa pezzo per pezzo, in modo più efficace del vecchio attacco frontale” […] “la nazionalità sarà obsoleta e tutti gli Stati riconosceranno un’unica autorità globale”. Il termine “cittadino del mondo assumerà poi il suo vero significato.” Ecco le guerre del quarto di secolo per soddisfare questa “agenda”.

D: Uno sguardo alla Serbia di oggi del neopresidente Tomislav Nikolić, che è subentrato a Boris Tadić. Come giudica il mandato di Tadic e invece quali prospettive si possono aprire per Belgrado con Nikolić, sarà anche lui un fautore dell’integrazione europea ? E nei riguardi del problema Kosovo che farà il nuovo esecutivo e qual è il sentire del popolo serbo nei riguardi dell’Ue?
R: La posizione del nuovo presidente serbo è quello di una linea tra due linee. Sì all’integrazione europea e un buon accordo di cooperazione con la Russia. Questa posizione è vista con antipatia dagli ambienti atlantici che temono un riavvicinamento con Mosca. Con l’ex presidente Tadić, Washington e Bruxelles erano sicuri di inserire in un modo o in un altro ambito la Serbia nella sfera “euro-atlantica”. Facendo agire in sinergia questi due centri con la speranza poi di arrivare al riconoscimento dell’”indipendenza” del Kosovo.

Se ci fosse un avvicinamento tra Belgrado e Mosca tutto ciò diverrebbe molto più difficile. Indice di questo nervosismo è stato il violento attacco a mezzo stampa di un certo Michael Morgan dal titolo: “Serbia, lo Stato fantoccio russo nei Balcani”, un articolo pubblicato dalla struttura separatista Slobodna Vojvodina. Dalla scissione del Partito radicale serbo (Srs), il Partito Progressista Serbo (Sns) ha beneficiato di risorse molto ingenti per la campagna elettorale, almeno pari a quelle del Partito Democratico (Ds) di Boris Tadić.

E’ stata abbastanza sorprendente questa affermazione, dato che la sua nascita era recente. Si dice nei media che la Russia ha partecipato al finanziamento di questa campagna. Vero o falso, gli occidentali non possono lamentarsi perché hanno finanziato il Partito Democratico e una miriade di organizzazioni non governative che hanno a suo tempo fatto l’opposizione a Milosevic. La “Fondazione Soros”, il “National Endowment for Democracy” e l’ “Usaid” hanno creato una rete di associazioni e Ong che ricevono ingenti finanziamenti.

Nella composizione del nuovo governo vi è stata la nomina di un ultra-liberale caduto in disgrazia sotto Tadić, Mladjan Dinkic, al Ministero dell’economia e un riallineamento dei socialisti al nuovo regime – che “socialisti non sono” come mi ha detto a Belgrado l’ex ministro francese della Difesa Chevènement – e si pone quindi la questione del compromesso e/o del calcolo. A parte il fatto che molti settori dell’opposizione nazionale ritengono che i capi del nuovo regime, Nikolić e Vucic, hanno tradito Vojislav Seselj, il leader radicale imprigionato a L’Aia, per creare con l’appoggio americano-occidentale un partito sul modello di “Alleanza Nazionale” in Italia. Abbiamo così a che fare con dei nazionalisti moderati ansiosi di risparmiare l’Occidente, una mossa destinata a proteggere il nemico e dare tempo, o facendo il doppio gioco. Il futuro lo dirà…

D: La Russia considerata potenzialmente la nazione più vicina alla Repubblica Serba che ruolo ha giocato fino ad oggi? Il ritorno di Vladimir Putin com’è visto a Belgrado?
R: L’Occidente ha sfruttato la momentanea scomparsa della Russia dalla scena, per attaccare la Serbia con gli effetti che conosciamo. La successione di Vladimir Putin ha avuto luogo quando il gioco per la Jugoslavia era già iniziato e la disgregazione territoriale della Serbia in fase di attuazione. In Bosnia e Kosovo i volontari russi hanno combattuto con i serbi durante la guerra, ma erano iniziative individuali o di gruppi. Il ritorno di Putin al potere è stato ben visto a Belgrado, dove molti intravedono una futura alleanza con la Russia per assicurare l’indipendenza e la sicurezza nazionale. La forza dei filo-russi è dimostrata dal gran numero di associazioni serbo-russe. La cooperazione tecnica militare era già stata sviluppata sotto il precedente regime e i russi l’hanno allargata nell’ambito di una base per le emergenze di protezione civile vicino a Nis, base facilmente convertibile in militare dicono gli analisti occidentali. Quest’ultima non è lontana dal campo base statunitense Bondsteel in Kosovo.

La Serbia è diventata anche un importante collegamento – di ben 450 km – per la geopolitica del gas russo alla rete South Stream. È stato costruito a Banatski Dvor, in Vojvodina, un grande serbatoio in grado di contenere 300 milioni m3 di gas, che può fornirlo ai paesi dell’Europa occidentale per un certo periodo: la Serbia ne controllerà il rubinetto. Sembra che ci sarà un’intensificazione della cooperazione tra i due paesi, e alcuni addirittura parlano di una possibile integrazione della Serbia nell’Unione Eurasiatica di Vladimir Putin.

D: Qual è l’attuale situazione dal punto di vista geopolitico dei Balcani, dopo lo smembramento della Jugoslavia?
R: Il campo di battaglia di ieri della Jugoslavia è ora uno spazio frammentato territorialmente. Sei entità teoriche giocano la commedia dell’indipendenza. Nella ex repubbliche di Jugoslavia gli “Stati” hanno perso il controllo delle loro risorse, e l’agricoltura e i settori industriali sono stati venduti a un prezzo ridicolo agli interessi stranieri grazie alle privatizzazioni. Le banche jugoslave sono stati comperate da banche estere, alcune acque minerali della Serbia e le piante di tabacco sono in mano alla “Coca Cola” e alla “British American Tobacco”. La Dalmazia ha perso alcune delle sue isole vendute al miglior offerente. Costruita dal consorzio americano-turco Bechtel-Enka, l’autostrada Zagabria Adriatico è costata tre volte di più rispetto alla stima iniziale. Come già avvenuto nella Repubblica Ceca e in Polonia, i tedeschi hanno comprato le società dei grandi mezzi di comunicazione. Il resto è sotto il controllo degli americani, mentre i francesi controllano l’industria del cemento con Lafarge. Gli Stati Uniti inoltre controllano l’acciaio serbo e i vari supermercati sono di proprietà straniera. La Navigazione sul Danubio si è ridotta notevolmente, e la Slovenia e la Croazia non hanno più l’autosufficienza alimentare e devono importare il cibo da Germania e Austria. Il Montenegro, dove c’è il filo-occidentale Milo Djukanovic, è diventato la ventesima fortuna nel mondo, quasi tutto è stato venduto all’estero.

La Serba Zastava auto è scomparsa a favore della Fiat, mentre gli amici di George Soros con le miniere di Trpca in Kosovo hanno ingaggiato una battaglia legale per sfruttarle. Lo spazio jugoslavo ha subito il furto e il saccheggio. Al posto di un ex stato sovrano federale ci sono dei mini stati–fantoccio che giocano la commedia dell’indipendenza, con la sola eccezione della Serbia. Nonostante la rimozione di Slobodan Milošević, nonostante il disastroso periodo di “transizione democratica” a tutti i livelli (non dimentichiamo la consegna dei patrioti al Tribunale dell’Aia), lo Stato serbo ha mantenuto una forte identità e una capacità di resistenza elevati. Così non è entrato nella Nato, nonostante la “transizione democratica”, e continua a resistere in Bosnia e in Kosovo … E la Republika Srpska in Bosnia non sarà sepolta in un ente dominato dai musulmani e un giorno vorrà riunirsi alla Repubblica di Serbia. In Kosovo nel Nord vi sono le barricate che esprimono il rifiuto serbo di cedere al potere dei leader albanesi arrivati ​​con la Nato. Questo tipo di resistenza senza leader, al di fuori e al di sopra delle parti, è un modello nel suo genere e la barricata di Kosovska Mitrovica – Ponte sul fiume Ibar, è sorvegliata giorno e notte dai volontari, è un simbolo che la Nato non può accettare e l’attacca cercando di rimuoverla.

D: Infine i rapporti Italia Serbia, che hanno toccano il livello più basso dopo il via libera dato dal governo D’Alema agli aerei Nato della base di Aviano e aerei dell’AMI sono stati impegnati in operazioni belliche. Ora al governo c’è Monti uomo della Goldman Sachs, che ne pensa?
R: D’Alema o Monti, credo che per i serbi non faccia troppa differenza. E’ noto in Serbia come i primi aerei Nato per i bombardamenti, esclusi i missili da crociera sulle navi, siano partiti dall’Italia. Ma questo è secondario, perché tutta l’Europa occidentale è considerata una base Usa. Tuttavia, gli italiani sono visti ancora positivamente. Durante la seconda guerra mondiale l’occupazione italiana di una parte della Jugoslavia non ha lasciato troppi brutti ricordi. All’inizio della guerra (il 1990), Seselj ha chiesto una “frontiera comune con l’Italia” sul lato della Krajina Knin e la Dalmazia! A differenza degli “alleati”, l’Italia non ha chiuso la sua ambasciata durante i bombardamenti della Nato.

Si è rinnovato il legame con la Fiat a Kragujevac, mentre la Peugeot voleva subentrare alla Zastava Fiat, ma alla fine ha vinto il gruppo di Torino. Il comportamento del governo francese è così vile che tutti i prodotti francesi ne subiscono le conseguenze. Presto la Francia produrrà ed esporterà “i diritti umani”. Gli italiani hanno anche costruito un grande ponte sulla Sava, affluente del Danubio a Belgrado, anche se si parla di una tangente di grandi dimensioni sotto il precedente regime.


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I crimini NATO in Kosovo

di Antonella Randazzo per www.disinformazione.it – 2 marzo 2007
Autrice del libro “DITTATURE: LA STORIA OCCULTA

Nel 1999, la Nato bombardò le apparecchiature di trasmissione televisiva della Jugoslavia, accusandole di essere “macchine della menzogna”, uccidendo 16 persone. In realtà ciò avveniva per evitare la smentita delle notizie menzognere che venivano date in Occidente. Si trattava di impedire che la Jugoslavia fornisse la sua versione dei fatti, assai diversa da quella che veniva riferita dai nostri media.
Dalla fine del 1989, la Cnn e altre Tv occidentali, mandavano in onda con frequenza filmati di presunte stragi di civili attuate dai serbi. Venivano trasmesse diverse parti del filmato, che mostravano cadaveri accatastati. Le parti sempre diverse dello stesso filmato davano l’idea che i serbi stessero attuando un genocidio, e inducevano a credere che la Nato dovesse intervenire per impedirlo.

I giornalisti occidentali ripetevano acriticamente le notizie che arrivavano dalle agenzie. Il nuovo Hitler era Slobodan Milosevic, e si doveva credere nell’umanità e nell’altruismo delle autorità dei governi dei paesi della Nato, come fossero filantropi disinteressati. Giornali come il Wall Street Journal e il New York Times scrivevano che “il regime di Milosevic stava tentando di sradicare un intero popolo”.[1]

In realtà, Milosevic, assediato dalle forze militari delle autorità occidentali, aveva presentato due possibili piani di pace, per evitare ulteriori distruzioni. Egli aveva comunicato che : (sebbene) “il Parlamento serbo non avesse accettato la presenza di forze militari straniere in Kosovo e Metohjia”[2] intendeva discutere un accordo politico sull’autogoverno nella regione del Kosovo. I tentativi di pace della Repubblica Federale Jugoslava passarono sotto silenzio e venne propagandata la realtà opposta. I giornali occidentali, come il New York Times scrivevano: “il rifiuto di Milosevich di accettare o addirittura discutere un piano di pace internazionale (l’accordo di Rambouillet) è il fattore che ha fatto scattare i bombardamenti Nato del 24 marzo”.

Le autorità europee e statunitensi avevano imposto a Milosevic i negoziati di Rambouillet, in cui si proponevano condizioni inaccettabili, per scatenare la guerra. Si imponeva l’occupazione militare della Nato sulla Federazione Serba. Lo stesso Henry Kissinger dichiarò che: “Il testo di Rambouillet, che chiedeva alla Serbia di ammettere truppe Nato in tutta la Jugoslavia era una provocazione, una scusa per iniziare il bombardamento. Rambouillet non è un documento che un Serbo angelico avrebbe potuto accettare. Era un pessimo documento diplomatico che non avrebbe dovuto essere presentato in quella forma”.[3] La conferenza di Rambouillet iniziò il 6 febbraio 1999 e si concluse il 23 febbraio. Venne riaperta il 15 marzo a Parigi e si chiuse il 18 marzo con la sola firma della delegazione kosovara albanese.
Dal 24 marzo le forze aeree della Nato, comandate dagli Usa, iniziarono a distruggere la Repubblica Federale Jugoslava. Il 3 giugno Milosevic si arrese. L’intervento Nato veniva giustificato con la presunta esistenza di profughi kosovari che fuggivano dai serbi. Ma in realtà, come spiega Noam Chomsky:

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) ha dato notizia dei primi profughi recensiti fuori dal Kosovo (quattromila) il 27 marzo, tre giorni dopo l’inizio dei bombardamenti. Il loro numero non ha fatto che crescere fino al 4 giugno, raggiungendo un totale valutato intorno alle 670 mila unità nei paesi confinanti (Albania e Macedonia), a cui si aggiungono 70 mila profughi nel Montenegro (all’interno della RFY) e 75 mila rifugiati in altri paesi. Queste cifre, purtroppo ben note, non tengono conto delle migliaia di persone disperse all’interno del Kosovo: due o trecento mila secondo la Nato prima dei bombardamenti, molte di più dopo. E’ indiscutibile che la “grande guerra aerea” ha fatto precipitare la situazione in una drammatica escalation di pulizia etnica e altre atrocità.[4]

Per 78 giorni la Nato mise a ferro e fuoco il Kosovo. Il presunto genocidio dei serbi faceva apparire l’intervento Nato come provvidenziale per fermare i crimini dei serbi, e permetteva che si commettessero impunemente una serie di crimini contro i civili kosovari e serbi.
I serbi subirono almeno 600 raid aerei al giorno. Il numero delle vittime civili fu enorme. Morirono almeno 250.000 serbi e albanesi.
Si prometteva di colpire “esclusivamente obiettivi militari”, come affermavano rassicuranti il comandate in capo Nato Havier Solana e il generale americano Wesley Clark. Ma la realtà era assai diversa. Saranno bombardate le emittenti Tv e le centrali elettriche, oltre a numerosi agglomerati civili. Lo stesso presidente francese Jacques Chirac rivolgerà un messaggio sarcastico al generale americano: “bisogna ringraziarlo (Clark) per il fatto che sul Danubio c’è ancora un ponte integro”.[5]

Le operazioni della Nato contro la Jugoslavia videro diversi scontri e divergenze interne ai paesi della Nato. In particolare, i tedeschi si scontrarono più volte con gli americani. La Nato sarebbe entrata in crisi se, nel giugno del 1999, Milosevic non si fosse arreso. In una trasmissione della Bbc, il diplomatico americano Strobe Talbott disse che se Milosevic non si fosse ritirato dal Kosovo “avremmo proseguito con i bombardamenti. Sarebbe stato sempre più difficile governare le tensioni nei rapporti tra la NATO e la Russia. Ritengo che per gli alleati sarebbe stato sempre più difficile anche solo conservare la reciproca solidarietà e la decisione nell’agire. Non penso che sarebbe stato possibile, in tal caso, risolvere il problema in alcuni giorni e ritengo una fortuna che il conflitto sia terminato nel modo che abbiamo visto e nelle condizioni che abbiamo visto”.[6]

Secondo Talbott, ci poteva essere uno scontro fra le truppe russe e le forze Nato. Gli statunitensi furono molto innervositi per la presa di controllo dei russi a Pristina, e le cose sarebbero potute precipitare. Osserva Talbott: “Non vedo a chi avrebbe potuto portare qualcosa di buono, con la possibile eccezione del presidente Milosevic, che probabilmente ha riso di cuore guardando la scena da Belgrado”.[7]
Dopo l’occupazione del Kosovo, le divisioni fra paesi Nato riguardarono il futuro assetto del paese. Gli Usa volevano l’indipendenza degli albanesi, mentre la Germania e la Francia erano contrarie.

I generali americani faticarono ad imporre la loro linea di azione, basata sui bombardamenti e le distruzioni indiscriminate. Per questi contrasti, le autorità Usa, negli ultimi anni, hanno potenziato l’esercito dell’Onu, che oltre ad avere il vantaggio di apparire come “esercito di pace”, permette agli americani di imporre la loro linea di azione crudele e altamente distruttiva.
Il ministro degli esteri di Cuba, Felipe Perez Roque, aveva capito chi davvero stava commettendo un genocidio. Il 2 giugno del 1999, dichiarò che la Nato stava commettendo “un vero genocidio da punire in modo esemplare” e che “il Segretario Solana dovrebbe essere processato da un Tribunale internazionale come criminale di guerra in rappresentanza di tutti i colpevoli”.[8]

I capi di governo dei paesi aggressori, Bill Clinton, Gerhard Schroeder, Tony Blair e altri, utilizzarono i media per convincere che si trattava di una guerra con finalità umanitarie, nascondendo i propri crimini e mettendo in evidenza il presunto genocidio serbo. Si gridava che i morti sarebbero stati 100.000, poi salirono addirittura a 500.000. Ad alcune persone venne dato l’incarico di trovare le fosse comuni, perché questi morti nessuno li aveva visti.
La propaganda occidentale riproponeva il mito della “guerra giusta” contro il nemico malvagio. Le notizie erano martellanti e al tempo incongruenti. Le stime della persone uccise dalla Nato non venivano date (come accade anche oggi) e si rivendicava come giusta un’aggressione brutale attuata in spregio al diritto internazionale.

La guerra era stata scatenata dai bombardamenti Nato e, prima ancora, dalla formazione dell’Uck, un gruppo di combattenti collegato alla Nato, che era stato assoldato per fare in modo che i serbi entrassero in guerra. Occorreva che la Serbia intervenisse nel Kosovo, cosicché la Nato potesse giustificare i bombardamenti e i massacri contro i civili.
Dagli anni Novanta, le politiche dei paesi della Nato avevano provocato la disintegrazione della Jugoslavia e fomentato gli odi etnici. Già alla fine degli anni Ottanta, la Germania e gli Stati Uniti avevano diffuso l’idea propagandistica di “proteggere le minoranze”, ma si trattava in realtà di mettere le etnie le une contro le altre.
Le notizie che venivano date in Occidente provocavano stupore e raccapriccio, e non si capiva perché, dopo tanti anni, le etnie della Jugoslavia stessero lottando fra loro in maniera così feroce, e come mai la Serbia fosse diventata improvvisamente così malvagia da voler sterminare intere etnie.

Dopo l’aggressione, il Kosovo diventò di proprietà della Nato, in particolare delle autorità americane, che avevano organizzato e diretto l’intera operazione. Le gigantografie del ritratto di Clinton sorridente erano state affisse praticamente ovunque, ad indicare chi sarebbe stato la nuova autorità.
L’attacco al Kosovo era il capitolo finale della devastazione che la Jugoslavia subiva dall’inizio degli anni Novanta. La destabilizzazione aveva preso inizio quando, nel corso degli anni Ottanta, la Repubblica Federativa e Socialista di Jugoslavia (RFSJ) subì fortissime pressioni         dal Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Nel 1990, il premier Mihailo Markovic cedette alle pressioni ma ottenne effetti molto negativi. La popolazione, impoverita, si oppose ad ulteriori riforme di tipo neoliberistico. Le potenze occidentali tentarono la carta dei micronazionalismi. Finanziarono i gruppi nazionalisti per creare scontri fra questi gruppi e le politiche centralistiche dei socialisti serbi. Se non potevano piegare il governo jugoslavo, allora gli mettevano contro le rivendicazioni autonomiste di alcune regioni, per scatenare la guerra e ottenere la dissoluzione del paese. Venne erogato molto denaro alle regioni secessioniste. Nell’ottobre del 1990, la Croazia ottenne dal Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM) due miliardi di dollari.

Il 5 novembre del 1990, il Congresso americano approvò la legge 101/513, che decretava la dissoluzione della Jugoslavia mediante il finanziamento diretto di diverse formazioni nazionaliste e secessioniste.[9] Nello stesso mese, venne redatto un rapporto della Cia che prevedeva la dissoluzione della Jugoslavia nel giro di pochi mesi.
Le potenze occidentali assoldarono gruppi armati per seminare divisioni e terrore. Iniziarono a risvegliare gli odi etnici e crearono situazioni di scontro fra i diversi gruppi.
I media occidentali davano notizie false o esagerate sulle operazioni serbe contro questi gruppi. Ad esempio nel giugno 1991, venne data la falsa notizia del bombardamento di Ljubljana. Soltanto anni dopo, l’allora Ministro degli Esteri italiano Gianni De Michelis confesserà alla rivista Limes che effettivamente c’era una campagna disinformativa, senza precisare da chi partisse.

L’esercito serbo appariva nei media crudele e criminale. Non si faceva menzione del progetto americano di distruzione della Jugoslavia, e dei gruppi armati assoldati dall’Occidente.
Dal dicembre 1991, venne applicato alla Jugoslavia il vecchio principio divide et impera. Dividere la Jugoslavia risultava l’unico modo per controllarla.
La Croazia e la Slovenia , regioni industrializzate e con un tenore di vita più alto, credevano che l’autonomia li avrebbe rese più ricche, ma in realtà la guerra preparata da Washington aveva lo scopo di distruggere economicamente e politicamente tutte le regioni della ex Jugoslavia. Ciò era stato dichiarato dallo stesso Vicepresidente della Banca Mondiale, Willi Wapenhans: “Secondo la nostra opinione non sussiste alcun dubbio sul fatto che nessuna delle parti componenti la Jugoslavia trarrà profitto dallo sfascio della Jugoslavia o della sua economia nel breve e medio periodo”.[10]

L’8 luglio del 1991, la Slovenia venne riconosciuta indipendente. Nel dicembre dello stesso anno, la Croazia proclamò la sua indipendenza, immediatamente riconosciuta dalle autorità occidentali. Nel febbraio del 1992, la Bosnia ottenne l’indipendenza dopo un referendum.
Il 7-8 aprile 1992, i serbi formarono la Repubblica Serba di Bosnia, che comprenderà i territori a maggioranza serba (il 65% del territorio). Il 27 aprile 1992, Serbia e Montenegro costituirono la nuova Federazione Jugoslava.
Per scatenare l’opinione pubblica contro i serbi, le autorità occidentali organizzarono diverse azioni terroristiche. Ad esempio, il 27 maggio del 1992, avvenne una strage a Sarajevo. Alcune persone in fila per il pane vennero uccise da un colpo di mortaio. Si trovavano già lì le telecamere pronte a filmare il fatto e a trasmetterlo nei media occidentali, per dare ad intendere che i serbi erano criminali senza pietà. Ciò sarebbe servito a fare in modo che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvasse una risoluzione di condanna contro la Jugoslavia , e la risoluzione n. 757, che imponeva sanzioni economiche contro la Federazione Jugoslava.

Dopo qualche tempo si saprà che i responsabili della strage di Sarajevo e di altri crimini erano i gruppi dell’estremismo musulmano formati e finanziati da Washington.
Dal luglio del 1992, le autorità Usa iniziarono una serie di strategie per rovesciare il governo della Repubblica Federale di Jugoslavia. Tentarono di insediare Milan Panic, che prese soltanto il 34% dei voti, mentre Slobodan Milosevic vinse con il 56%. Salito al potere Bill Clinton, iniziarono le operazioni militari. Nel dicembre del 1992, il “Defence and Foreign Affairs Strategic Policy” fece un elenco delle armi leggere e pesanti (60 panzer) date alla Croazia da parte tedesca.

Le autorità occidentali, attraverso i servizi segreti, organizzarono altri attentati terroristici a Sarajevo. Il 5 febbraio 1994 organizzarono una prima strage a Markale, la piazza del mercato di Sarajevo. La seconda avverrà il 28 agosto 1995.
Nel 1995, arrivarono in Jugoslavia 60.000 uomini delle truppe di terra della Nato, con carri armati e artiglieria, che si aggiungevano agli altri già impegnati nei paesi limitrofi, per un totale di 200.000 uomini. La propaganda diceva che si doveva “stabilizzare”, ma in realtà il motivo era l’opposto: “destabilizzare” e far crollare la Repubblica Federale Jugoslava.

L’Italia dette l’autorizzazione alla Nato a far partire i bombardieri da Aviano (Friuli-Venezia Giulia) e da altri basi. Il governo D’Alema, pur sapendo che si trattava di un intervento militare offensivo, autorizzò l’uso dello spazio aereo italiano, e partecipò all’occupazione del Kosovo a partire dal 12 giugno 1999, con un contingente di 2.287 uomini della Brigata “Garibaldi”.
Daniele Scaglione, presidente della sezione italiana di Amnesty International, in piena guerra, organizzò l’invio, all’allora presidente del consiglio D’Alema, di 120.000 cartoline che denunciavano i crimini contro i civili jugoslavi e chiedevano il ripristino del rispetto dei diritti umani. D’Alema non rispose.[11]
I nostri militari fanno ancora parte delle truppe d’occupazione del Kosovo. In qualità di Ministro degli Esteri, D’Alema, ancora oggi, ritiene che l’aggressione Nato sia stata fatta “per salvare i profughi e fermare la pulizia etnica di Milosevic”.[12]

I gruppi terroristici assoldati dagli Usa in Kosovo furono capeggiati dal saudita Abdul Aziz, già combattente in Afghanistan, e da altri strani personaggi.[13] Il 1° maggio del 1995, le truppe croate, armate dalle autorità occidentali, invasero parte del territorio della Repubblica Serba di Krajina. Nello stesso mese le truppe musulmane attaccarono su diversi fronti. Le milizie musulmane avevano già distrutto almeno 30 villaggi serbi. Nell’agosto del 1995, l ‘esercito croato attaccò le zone della Croazia sotto il controllo serbo e costrinse l’intera popolazione (170.000 persone) a fuggire. Le autorità Usa, per distruggere la Jugoslavia , utilizzarono anche milizie private del Military Professional Resources Inc.

Nel settembre del 1995, la Nato colpì i serbi di Bosnia, utilizzando anche proiettili all’uranio impoverito.
Dal 1997 venne rafforzato il movimento separatista kosovaro-albanese, per coinvolgere il Kosovo nel conflitto. Si preparò un “caso”, per ingannare l’opinione pubblica occidentale. Nell’agosto del 1998, il giornalista tedesco Erich Rathfelder diffuse la falsa notizia di una strage, a Orahovac, di 567 albanesi del Kosovo, dei quali 430 erano bambini. Questa notizia doveva servire a convincere della necessità di intervento in Kosovo, per bloccare i presunti crimini serbi.

Le autorità occidentali armarono i secessionisti panalbanesi e scatenarono centinaia di attacchi terroristici, che uccisero almeno 141 persone e ne ferirono 305. Venne finanziato l’Uck (Ushtria Çlirimtare e Kosovës o Kla, Kosovo Liberation Army), un gruppo formato dai servizi segreti occidentali per innescare una guerra a bassa intensità contro la Repubblica Federale di Jugoslavia. Dal 1996, l ‘Uck attuò attentati terroristici contro cittadini serbi e contro la Repubblica Jugoslava.
William Walker, noto per il caso Iran-contras e per la creazione degli squadroni della morte in Salvador, preparò uno spettacolo macabro di cadaveri ammucchiati per far vedere i “civili inermi” uccisi dai serbi. In realtà i cadaveri erano         guerriglieri dell’Uck.

Le autorità occidentali organizzarono persino un falso negoziato con la delegazione albanese-kosovara, (che fu rappresentata dall’Uck). L’accordo firmato prevedeva un referendum per l’indipendenza e l’occupazione militare delle truppe Nato.
La Nato agiva per sottomettere tutte le regioni della ex Jugoslavia al nuovo assetto neoliberista, dominato dalle regole criminali del Fondo Monetario Internazionale, che mirano a rendere tutti i paesi dipendenti da un’unica élite economico-finanziaria.

Alcuni mesi dopo la fine della guerra, diversi giornalisti sollevarono la questione del presunto genocidio serbo in Kosovo. Il 20 ottobre del 1999, Paolo Soldini de L’Unità si chiedeva “quanti Kosovari di etnia albanese siano stati effettivamente uccisi dai Serbi durante la guerra” e riferiva la stima di 11.000 vittime, fatta dall’esponente dell’Onu Bernard Kouchnner. Quest’ultimo citava come fonte il Tribunale per i crimini nella ex Jugoslavia. Il Tribunale però smentiva e Soldini osservava che in Kosovo 62 agenti dell’Fbi stavano indagando e avevano trovato soltanto alcune fosse comuni con 200 cadaveri. Conclude Soldini: “in nessuno dei luoghi teatro delle presunte stragi di cui si era dato notizia durante la guerra sono stati trovati cadaveri corrispondenti all’eccidio denunciato. Il più delle volte, anzi, non è stato trovato alcun corpo… A Pusto Selo dove i morti sarebbero 106 e dove gli investigatori non hanno trovato traccia delle presunte fosse comuni riprese dagli aerei Nato e mostrate alla tv…C’è poi il caso clamoroso di lzbica, il villaggio che tutto il mondo vide nelle riprese segrete di un profugo albanese; 130 uomini uccisi, neppure un corpo trovato”.

Nelle zone in cui si ebbero combattimenti dell’Uck, dopo l’intervento della Nato, furono trovati molti corpi di civili. I 78 giorni di bombardamenti della Nato hanno sicuramente ucciso migliaia di persone, anche se le stime esatte non vengono date. Si è trattato di un crimine contro la popolazione, ma soltanto l’idea di sottoporre un’indagine al Tribunale internazionale dell’Aia ha suscitato una violenta reazione del Pentagono, che si oppone fermamente alla formazione di un Tribunale Permanente Indipendente che possa indagare su soldati e comandanti americani in paesi stranieri.         Gli interventi americani, anche quando attuano genocidi, sono sempre spacciati per “umanitari”, e non possono essere giudicati da nessun tribunale.

Gli Usa hanno creato il Tribunale dell’Aia, per indagare soltanto sui crimini commessi dai loro nemici.
Oggi è emerso che in Jugoslavia la Nato ha commesso numerosi crimini contro la popolazione civile. Oltre ai bombardamenti a tappeto su tutto il territorio, ha utilizzato le cluster bombs e l’uranio impoverito.
I bombardamenti ad alta quota hanno provocato molti eccidi, anche di rifugiati civili durante il cammino. L’80% delle forze aeree della Nato in Jugoslavia erano americane, e nei bombardamenti non rispettarono nessuna regola di condotta militare, uccidendo indiscriminatamente molti civili.

In seguito all’occupazione da parte dell’élite occidentale (Amministrazione Onu e occupazione militare Kfor-Nato), il Kosovo è diventato un luogo senza legge, in cui i traffici illegali di droga e di esseri umani la fanno da padrone. L’eroina e la cocaina arrivano dall’Asia e dall’America Latina, e vengono diffuse in Europa. Per tenere sottomessa la popolazione sono state organizzate bande di terroristi wahabiti, come racconta lo studioso Dusan Janjic: “Potete andare al villaggio di Raskov, costruito con il denaro dell’Arabia Saudita, dove potete vedere combattenti, mujaheddin, insegnanti… come se fossimo in Afghanistan, ma di tutto questo la comunità internazionale non parla… io temo che adesso si vada verso una fase che assomiglia molto alla guerra in Afghanistan. Là hanno cacciato i russi con l’aiuto dei mujaheddin, qui cacciano i serbi e i russi con l’aiuto di cose simili e quando le cose vanno fuori controllo, poi ci si chiede dov’è Bin Laden… in Kosovo adesso si crea un nuovo Bin Laden”.[14] Di tanto in tanto avvengono attentati terroristici. Gli albanesi vengono aizzati contro i serbi, per mantenere lo stato di guerra a bassa intensità e continuare l’occupazione e il saccheggio.

I governi fantoccio del Kosovo promettono lavoro, energia elettrica (che viene fornita in modo intermittente) e benessere, ma i cittadini rimangono prigionieri in un sistema criminale. I kosovari sognano di entrare nell’Unione Europea, ma viene detto loro di non essere ancora “pronti”. I veri problemi, (l’economia devastata, la criminalità e l’occupazione militare) vengono insabbiati nel generico problema dell'”indipendenza” formale. Intanto fiorisce la corruzione, il mercato nero e il contrabbando. Il paese viene saccheggiato, come spiega Janjic: “L’Unione europea in Kosovo si sta comportando come l’Impero ottomano, che quando arrivò da noi prese il potere e iniziò a disporre delle proprietà della popolazione locale. I funzionari dell’UE si comportano letteralmente come occupatori che vendono le cose altrui. Non è certo un buon ingresso in UE. Perché esistono i proprietari privati, esistono paesi che hanno investito, c’è la Serbia che paga i debiti che sono stati contratti dal Kosovo, si parla di un miliardo e cinquecento milioni di dollari. Non è possibile che senza alcun documento firmato si dica che adesso tutto ciò non è valido… senza che venga avviato un vero processo di collaborazione regionale, di rinforzo della pace e della cooperazione, il Kosovo rimarrà in una sorta di virtuale fiaba balcanica, connotata da false promesse, grande povertà, enorme nervosismo e omicidi.[15]

Nel 2003, la situazione kosovara era diventata ancora più drammatica. Scriveva il Guardian del 9 settembre 2003: “A meno di trovare urgentemente come far fuoriuscire in maniera controllata la pressione che è andata aumentando in Kosovo fin dal 1999, vi è il pericolo che questo esploda ben presto”.
Nel 2006 si sono svolti a Vienna i nuovi negoziati tra il governo serbo e quello kosovaro, per definire lo status della regione del Kosovo.
Nello scorso gennaio, i paesi Nato hanno approvato il piano dell’inviato speciale dell’Onu, Marrti Ahtisaari su quello che dovrà essere lo statuto del Kosovo. In base a questo piano, l’indipendenza del Kosovo sarà soltanto formale, perché rimarrà la forza d’occupazione militare della Nato. La bozza del piano dice: “La comunità internazionale avrà un ruolo di supervisione e monitoraggio ed avrà tutti i poteri necessari per garantire un’effettiva ed efficace implementazione di quest’accordo… La Nato stabilirà una presenza militare internazionale”.[16]

In realtà in Kosovo non c’è alcuna condizione per una vera indipendenza. Il paese è militarmente occupato e saccheggiato.
Se, come avverte lo storico John Keegan, la distruzione della Jugoslavia         è stata “una vittoria non solo della guerra aerea ma del Nuovo ordine mondiale”, occorre diventare sempre più capaci di capire gli inganni dei media che ci inducono a vedere realtà che non esistono per giustificare guerre e massacri. Occorre saper capire la verità del sistema basato sul crimine e sulla guerra, per evitare di scambiare le vittime per i colpevoli. Non c’è un elemento che ci faccia sperare qualcosa di diverso per il futuro, se rimangono al potere quelle stesse persone che ci hanno ingannato in passato. Il loro metodo di inganno preferito è capovolgere la realtà, mistificarla a tal punto che soltanto il paradosso potrà rivelarla.

Antonella Randazzo ha scritto Roma Predona. Il colonialismo italiano in Africa, 1870-1943, (Kaos Edizioni, 2006); La Nuova Democrazia. Illusioni di civiltà nell’era dell’egemonia Usa (Zambon Editore 2007) e Dittature. La Storia Occulta (Edizione Il Nuovo Mondo, 2007).

[1] New York Times, 23 settembre 1999.
[2] Internazionale, anno 6, n. 288, 18/24 giugno 1999.
[3] Daily Telegraph, 28 giugno 1999.
[4] Internazionale, anno 6, n. 288, 18/24 giugno 1999.
[5] http://www.ecn.org/est/balcani
[6] http://www.ecn.org/est/balcani
[7] http://www.ecn.org/est/balcani
[8] http://coranet.radicalparty.org/pressreleases/press_release.php?func=detail&par=440
[9] A.A.V.V., Nato in the Balkans, IAC, New York 1998.
[10] Cit. Hochberger Hunno, “Sull’intervento della RFT nella guerra civile jugoslava – Alcune riflessioni sull’espressione ‘europa tedesca’”, in A. Meurer, H. Vollmer, H. Hochberger, Die Intervention der BRD in den jugoslawischen Bürgerkrieg. Hintergründe, Methoden, Ziele, GNN-Verlag, Colonia 1992, p. 31.
[11] Il manifesto, 8 giugno 2000.
[12] Il manifesto, 24 settembre 2006.
[13] La Repubblica , 27 novembre 1994.
[14] http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6329/1/45/
[15] http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6329/1/45/
[16] http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idart=7305


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