Sirte è libera, la Turchia ed i suoi mercenari saranno sconfitti dall’esercito libico

Al-Marsad, 8 gennaio 2020

Il Dott. Arif Ali Nayad, presidente dell’Istituto libico di studi avanzati (LIAS), commentava la liberazione per mano delll’Esercito nazionale libico (LNA) della città di Sirte in un’operazione che non richiese più di 3 ore per essere completata.
Il Dott. Arif Ali Nayad confermava in un’intervista a Sputnik che la città di Sirte e tutte le aree circostanti erano ora sotto il pieno controllo dell’Esercito nazionale libico (LNA) guidato dal Feldmaresciallo Qalifa Haftar, affiliato al parlamento libico di Bengasi. Affermava che la rapida liberazione di Sirte era stata incredibile e “risultato di operazioni combinate di terra, mare e aria da parte dell’esercito”. Affermava che l’operazione riuscita fu il culmine di “vaste reti e operazioni d’intelligence oltre ad accordi” con le tribù libiche e le componenti sociali di Sirte, aggiungendo: “Dall’annuncio degli accordi turchi illegali e non validi col governo di accordo nazionale (GNA), tutte le tribù libiche, anche di Sirte, dimostravano enorme sostegno al Parlamento debitamente eletto e all l’Esercito nazionale libico. È il supporto del tessuto sociale oltre la complessa pianificazione delle operazioni combinate che hanno portato alla vittoria completa e decisiva con la totale liberazione di Sirte”. Ciò smentisce certe notizie basate sulla disinformazione del GNA e dei suoi organi di informazione, tra cui alcune pubblicate anche da Sputnik Arabic. Un rapporto diceva che le milizie di Misyrata si raggruppavano pianificando di riconquistare Sirte e richiamando i loro camerati da Tripoli. Nayed dichiarava: “Avevano anche annunciato la chiusura dell’università per convincere gli studenti a mobilitarsi”. Disse che si aspettava che tali tentativi fallissero totalmente perché “la distanza tra Misurata e Sirte è un’area totalmente aperta” agli attacchi aerei dell’Aeronautica del LNA. Informava i misuratini che il massimo che “Misurata può fare ora è difendersi e mi aspetto che le sue milizie si ritirino da Tripoli per l’urgenza di proteggere Misurata”. Ha aggiunto: “Sirte è in buone mani, comprese le aree circostanti, e ora esiste un completo collegamento terrestre tra i territori controllati dal LNA in Oriente, Centro, Sud e Ovest, che aiuta la logistica e fa sì che la presa dell’esercito libico sul territorio della Libia sia del 97%”.
Sulla possibilità che la Turchia mandi forze in Libia, commentava: “Le forze dell’esercito turco non aspettano di venire in Libia. Sono in Libia dagli ultimi sei mesi. Sono principalmente tuttora forze speciali per operazioni con cecchini, sabotaggi e varie altre, oltre ad addestratori per operazioni speciali, esperti di comunicazioni e blocco, di guerra elettronica, operatori di droni o velivoli senza equipaggio”.
Arif Nayed: Erdogan pensa di essere il sultano Abdul Hamid e la Libia una provincia ottomana grazie ai Fratelli Musulmani. Osservava che la Turchia aveva anche inviato terroristi dalla Siria in Libia e questo è ciò di cui il Presidente Putin aveva allertato il mondo diversi mesi prima, aggiungendo che i turchi inviavano terroristi da Idlib, Siria settentrionale e altre regioni, e che erano già a Tripoli. Disse: “In realtà sono arrivati a centinaia, alcuni dicono che sono già oltre un migliaio, ma vengono sistematicamente sconfitti dal ‘LNA” e che alcuni siti davano già la morte di alcuni dei terroristi siriani attualmente in Libia. Nayad espresse rammarico per il fatto che la Turchia esportasse tali terroristi in Libia invece di esportare materiali da costruzione e forniture vitali, e notava che sarebbero stati “sistematicamente sconfitti, come tutti i terroristi prima ad est furono sconfitti a Bengasi, Darna e nel sud, e lo saranno di nuovo a Tripoli e dintorni”. Il presidente del LIAS continuava l’affondo alla Turchia senza mezzi termini: “L’arrogante piano della Turchia di riconquistare la Libia e di recuperare la colonia ottomana è destinato al fallimento”. Aveva detto che la resistenza all’imperialismo turco spingeva il movimento popolare in Libia con tribù e abitanti di città, paesi e oasi a manifestazioni numerose. E questo, aggiungeva, era anche combinato col rifiuto regionale da Egitto, Grecia, Cipro, Italia e Francia. Nayad ringraziava i russi per la loro posizione e per aver rifiutato di partecipare al complotto turco, aggiungendo di aver apprezzato il sostegno della Russia al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che impediva qualsiasi tentativo di minare il LNA o tentare di accusarlo di qualsiasi cosa. Dichiarava: “Abbiamo fiducia che la dinamica regionale sia alla base del parlamento e del suo esercito debitamente eletto in Libia e del governo ufficiale e unico legittimo della Libia guidato dal Primo Ministro Abdullah Thani e riteniamo che il piano turco sia destinato al fallimento”.
Sulle celebrazioni degli abitanti di Sirte, Nayad dichiarava: “Ciò che è accaduto in Sirte liberata è un buon indicatore di ciò che accadrà a Tripoli liberata. Già scuole ed ospedali vengono riaperti, la polizia è ovunque. Il ministero degli Interni ha effettivamente pil controllo di tutte le strade e dei luoghi chiave. Si è già passati da operazione militare ad operazione di polizia. Adesso c’è totale sicurezza in città”. Sulle misure prese dal governo libico di Abdullah al-Thini per riportare la normalità a Sirte, dichiarava: “Il governo della Libia guidato da Abdullah al-Thini ha già ordinato un comitato di emergenza per l’attuazione dei servizi di base dal pane alle medicine, filtrare l’acqua, per tutto ciò che è necessario alla popolazione e mantenere la rete elettrica e delle comunicazioni. Questo riuscito coordinamento tra le forze di liberazione militari e la governance di governo e forze di polizia è esemplare, e prevediamo di vedere molto presto esattamente lo stesso risultato a Tripoli con lo sforzo concertato del popolo libico e il sostegno del tessuto sociale della Libia, compresi i giovani della stessa Tripoli”.
Il presidente dell’Istituto per gli studi avanzati della Libia concluse l’intervista aggiungendo: “Tutto il tessuto sociale e i notabili di Sirte si sono riuniti annunciando pubblicamente il saluto all’esercito libico e il parlamento libico e al governo legittimo di Sirte, impegnandosi a sostenerli nell’armonia sociale, nella sicurezza e nel benessere di tutti gli interessati. Questa dinamica tra parlamento, governo, esercito e tessuto sociale è la chiave del successo cui abbiamo appena assistito a Sirte e sarà la chiave del successo a Tripoli e nel 3% rimanente fuori dalla Libia”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Preso da: http://aurorasito.altervista.org/?p=9762&fbclid=IwAR1mnbm8886P0DI8OIpOXfMJg0X0qaRnVD6KZyG_wZ8May8PTjatakP1ayE

Abu Zaid Dorda: Either We Support the LNA or Let Turkish Invaders Occupy Our Country

Abu Zaid Omar Dorda, the former General Secretary of the People’s Committee of Libya (Prime Minister), and former Chief of the External Security Service (ESC) during the late Muammar Gaddafi’s era, said that when he was heading the ESC during Gaddafi’s rule in 2011, he received highly sensitive intelligence information which stated that there was a conspiracy against Libya, which would be implemented through militant organizations whose elements returned to the country before and during the early days of the Arab Spring, and spread destruction, ruin, havoc, killing and theft throughout the country.

Abu Zaid Omar Dorda, one of the most prominent officials of the Gaddafi government, was imprisoned in the wake of an armed uprising against long-time Libyan leader in 2011 which culminated in the overthrow and killing of the former Libyan leader Muammar Gaddafi. Dorda had been released for medical reasons by the Attorney General Bureau in Libya early last year.

In a televised speech broadcasted by Libya Now TV, Dorda accused the Chairman of the Government of National Accord (GNA), Fayez al-Sarraj of siding with the Turks at the expense of the interests of the Libyan people because of his Turkish origins. He said he had documents to prove such allegations. The former spy chief said that Fayez al-Sarraj has requested Turkish military support because he would feel more comfortable with the Turks than any other foreign backers since he has ancestry that binds him with the Turks.

On an inspection visit to Al-Hadaba prison one day by Fayez al-Sarraj, Abu Zaid Dorda discovered that Sarraj “does not know what is going on around him and he carries out the instructions he receives by phone.”

Dorda said that the continuation of Fayez al-Sarraj and the Muslim Brotherhood in the governance of the country means the destruction of the country and its capabilities. He challenged Sarraj to provide a definition of the meaning of the civil state he is talking about “while militias steal the clothes of prime ministers from hotels,” said Dorda.

Dorda accused the GNA of being a government of illegal operatives for Ankara, acting as a caretaker for Turkish interests. He claimed that during the period of his incarceration after the fall of the Gaddafi government, he saw many senior bankers imprisoned who told him that they have been approached by prison wards for information on how to transfer funds and open accounts in Turkey to support Erdogan’s regime after the false-flag coup d’etat attempt in 2016, as he put it. He said that “these operatives pillaged the country” to save the Turkish economy and the Lira which suffered considerable depreciation vis-à-vis negotiable world currencies.

He pointed out that the Libyan institutions, at home and abroad, are controlled by the Muslim Brotherhood, and called for the purge of these establishments and the eradication of the roots of the Muslim Brotherhood.

Referring to some of the Gaddafi loyalists, Dorda said “anybody who has a problem with Khalifa Haftar can choose not to work with him, but he must come up with a solution.” He indicated that the Turkish intervention is not just against Field Marshal Haftar and the Libyan National Army only but against all Libyans.

He noted that the Muslim Brotherhood wants Libya to be a treasury house for its transnational agenda to consolidate Turkey’s influence in the country and the entire region. He said that the morale of the militias in Tripoli was collapsing and there is no longer anything but exploitation and aggression by Erdogan.

Dorda said that Khaled al-Sharif, the LIFG member who was the former chief of the prison where he was serving his sentence, forced the personnel and inmates at Al-Hadaba prison to pack ammunition and weapons to transport them from Tripoli to the radical organizations in Benghazi and Derna, while the allocations that were given to him by the government were transferred to Turkey.

In his televised speech, Dorda called for an interim national flag; a flag with a white background and at its centre the image of Omar Mukhtar, the legendary Libyan freedom fighter who led the resistance movement in Cyrenaica, Libya, during the era of the Italian fascist colonization in Libya.

Dorda said that Libyans could later decide on their national flag after they formally voted on a constitution that would unite all the components of the country. He called on the Field Marshal Khalifa Haftar not to close the door to those who were called revolutionaries and were not involved in crimes against Libyans.

Concluding his speech, the former Chief of the External Security Service urged the Tripoli residents to protect their neighbourhoods and their streets and safeguard the LNA since its advance towards the capital is solely to liberate the city from the militias and protect them from an imminent Turkish occupation.

Al Marsad

Source: https://libya360.wordpress.com/2020/01/06/abu-zaid-dorda-either-we-support-the-lna-or-let-turkish-invaders-occupy-our-country/

Libyan National Army Frees Libyan City of Sirte, After 9+ years Suffering Under Terrorist Militias VIDEO

Submitted by JoanneM on

The Libyan town of Sirte, home of the Ghadafi tribe was destroyed by NATO in 2011 using banned white phosphorus bombs and depleted uranium cluster bombs. After the destruction of Sirte, the terrorist mercenaries brought into Libya by the US/NATO/UN, took the town, stole everything that was left by going house to house and began using the city as their terrorist headquarters.

The legitimate Libyan people left behind in Sirte after NATO have suffered for the last 9+ years under the occupation of the terrorist mercenary militias. They controlled by force, roamed the streets with weapons and did not allow normal functions of the city to return.

Finally after almost 10 years of criminal occupation, the Libyan Peoples army (LNA) fully supported by all the great tribes of Libya has freed Sirte of the criminal occupation. The video below was taken in Sirte today as the people celebrate their freedom from terrorist occupation.

All over Libya, Libyans are celebrating because this is one of the FINAL steps required to take their country back from the GNA illegitimate regime of the Muslim Brotherhood in Tripoli. This regime was appointed by the UN without authority of the Libyan people and was sneaked into Libya by sea at night in 2015. Once they touched the ground in Tripoli the UN recognized them as the legitimate Libyan Government, giving them the authority to steal, control, arrest and basically destroy Libya. This UN puppet of the Muslim Brotherhood had a 2 year mandate that ran out almost 3 years ago. It holds it place only by force of terrorist mercenary militias supplied by Turkey and Qatar. Both of these countries are puppets of the Muslim Brotherhood.

Just a warning, much of what you will see reported in the lame-stream media is propaganda. They are using word-smithing in an attempt to portray that Sirte has been taken by some illegal rebel force. They have tagged the Libyan National Army with such terms as “rebel groups”, “Haftar’s groups”, “gangs of the east” , “strongman Haftar” and other typical slurs. These are intentional misrepresentations and the continuing of the dirty game that has been played against the legitimate Libyan people since forever. The real criminals are running the illegitimate regime of the GNA in Tripoli (full of nepotism and theft) using their radical terrorists militias paying them with stolen Libyan money, never mind doing any governmental activities that would help the Libyan people.

The other point that you will see them address is that the terrorist militias occupying Sirte had rousted out all the ISIS forces that had been in Sirte in the past. This is true but won’t they don’t say is that the terrorist militias who fought ISIS were just as bad as ISIS and the only reason they fought ISIS was to maintain or regain their criminal control over Sirte.

The Libyan National Army is a REAL army it is not a group of rebels, it is made up of great Libyan patriots who are willing to give their lives to free their country of the terrorist disease that has infected it since 2011.

Today is a day of celebration for Libya, we stand with them and praise the good lord that he has given Libya back one of their most beloved cities.

Libia, nuove accuse di Haftar all’Italia: «Sostiene terroristi»

24 novembre 2019.
TRIPOLI – Nuove accuse all’Italia da parte delle autorità dell’Est della Libia, sotto il comando del generale Khalifa Haftar, dopo che un drone è precipitato nei giorni scorsi a Sud-Est di Tripoli. La Commissione Difesa della Camera dei rappresentanti di Tobruk ha infatti denunciato quello che definisce il sostegno italiano a «bande terroristiche ed estremiste in Libia attraverso il supporto logistico sul terreno e il volo di droni nello spazio aereo libico».
«Avvertiamo la Repubblica italiana che persistendo con questo approccio a sostegno delle milizie l’Italia non avrà alcuna opportunità di partecipare in futuro alla cooperazione con la Libia», si legge nel comunicato diffuso oggi dal sito Libyan Address Journal, vicino ad Haftar, che due giorni fa aveva già pubblicato il monito all’Italia del deputato di Tobruk, Ali al Saidi, molto vicino al generale, a «rispettare la sovranità della Libia».
Libia, nuove accuse di Haftar all'Italia: «Sostiene terroristi»

Haftar ha rivendicato l’abbattimento del drone il giorno stesso dell’incidente, il 20 novembre, chiedendo «una spiegazione ufficiale» all’Italia. Da parte sua, in una nota, lo Stato maggiore della Difesa ha fatto sapere di aver «perso il contatto con un velivolo a pilotaggio remoto dell’Aeronautica Militare, successivamente precipitato sul territorio libico».
«Il velivolo, che svolgeva una missione a supporto dell’operazione Mare Sicuro, seguiva un piano di volo preventivamente comunicato alle autorità libiche – si precisa nella nota – sono in corso approfondimenti per accertare le cause dell’evento».

Due droni caduti in una settimana: in azione jammer russi?

Se due droni stranieri cadono in una sola settimana nei pressi di Tripoli, dopo che per anni i velivoli senza piloti hanno vagato indisturbati per lo spazio aereo libico, «è probabile» che i mercenari russi del gruppo Wagner abbiano portato anche i jammer (disturbatori di frequenza, ndr)». E’ quanto scrive sul proprio account Twitter l’esperto di affari libici, Emadeddin Badi, partecipando al dibattito scatenato oggi sui social media dalla notizia di un drone americano di cui il comando Usa in Africa (Africom) «ha perso il contatto sopra Tripoli». Un drone americano di cui si sono perse le tracce solo tre giorni dopo che anche la Difesa italiana ha riferito di aver perso il contatto con «un velivolo a pilotaggio remoto, successivamente precipitato sul territorio libico».
Sia Africom che la Difesa italiana hanno riferito di indagini in corso sulle cause dell’incidente. E proprio riguardo alle cause, diversi commentatori di questioni libiche hanno evidenziato come «l’unico elemento di novità» rispetto alla situazione di stallo nei combattimenti in corso attorno alla capitale libica dallo scorso aprile «è la presenza dei mercenari russi del Gruppo Wagner sulle linee del fronte».

«Lo chef di Putin»

Nelle scorse settimane la stampa americana ha riferito dell’arrivo in Libia di centinaia di uomini del gruppo di sicurezza russo, guidato da Yevgeny Prigozhin, noto come «lo chef di Putin», per combattere al fianco del generale Khalifa Haftar intenzionato a prendere il controllo di Tripoli, dove oggi è insediato il governo di accordo nazionale guidato da Fayez al Sarraj, riconosciuto dalla comunità internazionale.
Una presenza che ha di fatto innescato un maggior attivismo da parte americana, in particolare del dipartimento di Stato Usa, che nei giorni scorsi ha accusato la Russia di «sfruttare il conflitto» e ha chiesto ad Haftar di fermare l’offensiva. Ancora ieri, «la presenza russa» in Libia è stata al centro del colloquio avuto a Washington dal segretario di stato Mike Pompeo con il suo omologo emiratino Abdullah bin Zayed. Gli Emirati Arabi Uniti sono i principali sostenitori di Haftar.
«I mercenari della Wagner hanno consentito alle forze di Haftar di registrare un leggero progresso sulla linea del fronte», a Sud della capitale, ha riconosciuto Badi. «Hanno esperienza, portano intelligence, strategia ed esperienza tecnica – ha aggiunto l’analista – e visto che due droni stranieri sono andati perduti in una settimana, è probabile che abbiamo portato anche i jammer (disturbatori di frequenza)».

Pompeo incontra Ministro Emirati: serve un cessate il fuoco

Il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha ricevuto il ministro degli Esteri degli Emirati arabi uniti, Abdullah bin Zayed, con cui ha discusso della crisi in Libia. Stando a quanto riferito dallo stesso Pompeo sul proprio account Twitter, nel corso dell’incontro è stata discussa «la presenza russa» e «l’urgente bisogno di una de-escalation, un cessate il fuoco e una soluzione politica» nel Paese del Nord Africa.
Nei giorni scorsi il dipartimento di Stato americano ha diffuso un comunicato in cui ha chiesto al generale Khalifa Haftar, sostenuto soprattutto dagli Emirati, di «mettere fine all’offensiva su Tripoli», in corso dall’inizio dello scorso aprile, accusando al contempo la Russia di «sfruttare il conflitto contro la volontà del popolo libico».
Nelle scorse settimane la stampa americana ha riferito dell’arrivo in Libia di centinaia di mercenari russi al fianco di Haftar, dopo che già nei mesi scorsi erano trapelate notizie sulla presenza di uomini del gruppo Wagner, una compagnia di sicurezza privata, nel Paese del Nord Africa.

Preso da: https://www.diariodelweb.it/esteri/articolo/?nid=20191124-544675

Quanto spendiamo sulla Libia, esattamente

8/11/19.

No alla trasparenza sull’uso dei soldi italiani da parte dell’Oim

A fine ottobre, il Tar del Lazio ha respinto la richiesta di trasparenza dell’Associazione per gli studi giuridici sull’Immigrazione (Asgi), la quale aveva domandato al ministero degli Affari Esteri (Mae) e all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) una rendicontazione delle attività svolte in Libia e dei relativi costi.
L’Oim, agenzia collegata alle Nazioni Unite, ha beneficiato di 20 milioni di fondi pubblici italiani per operare in Libia supportando le comunità locali e facilitare i rimpatri volontari. Il sospetto di Asgi è che l’Italia abbia “affidato un cospicuo finanziamento ad OIM per lo svolgimento di attività generiche in Libia, senza aver richiesto un preciso piano di presentazione dell’azione, dei soggetti destinatari, dei luoghi dell’intervento e delle garanzie per l’espletamento delle stesse”.
La stessa Oim ha dato parere negativo alla richiesta di rendicontazione dettagliata alla luce delle “condizioni estremamente delicate” in Libia e la conseguente “sensibilità” delle informazioni richieste. Alla luce del no dell’Oim, anche il ministero degli Esteri italiano ha dato parere negativo e il tribunale amministrativo si è pronunciato in loro favore: la pubblicazione dei rendiconti, si legge nella sentenza, pregiudicherebbe le relazioni internazionali tra OIM e il governo italiano e, con esse, il regolare andamento delle attività che l’Organizzazione conduce in Libia”.

Una ricostruzione che potrebbe essere parziale

Ci dobbiamo affidare alle sole cifre pubblicate sui siti dei ministeri e ai bandi di gara, anche se questi numeri potrebbero raccontare solo una parte della storia.
Per esempio, “non sappiamo nulla dei trasferimenti offerti alle altre fazioni in campo, primo fra tutti il generale Khalifa Haftar e il suo Esercito Nazionale Libico, incontrato dall’allora ministro degli Esteri Marco Minniti nel settembre 2017”, indica il prof. Francesco Fasani del dipartimento di Economia e Finanza della Queen Mary University of London. Il governo, dal canto suo, nega di avere informazioni sull’esistenza di accordi con le milizie libiche. “In queste condizioni è impossibile aspettarsi che ci sia un controllo democratico sull’utilizzo di fondi pubblici”, aggiunge Fasani.
Lo schema che trovate in questa pagina – realizzato con il supporto dell’avv. Giulia Crescini di Asgi – cerca di sintetizzare i quattro modi in cui l’Italia investe, con il sostegno dell’Europa, nel progetto di esternalizzazione delle frontiere e delle responsabilità in Libia.

1. Dall’Europa alla Libia, passando per il Viminale

Dopo il vertice de La Valletta del 2015, è cambiata la strategia comunitaria in materia di politiche migratorie e la UE ha creato un fondo fiduciario di emergenza per l’Africa, raccogliendo dai paesi UE risorse destinate alle politiche di sviluppo. Salvo poi destinarle, in parte, “al finanziamento di una militarizzazione dei confini che non prevede alcuna garanzia sul rispetto dei diritti umani”, come scrive su L’Espresso l’eurodeputato PD, Pierfrancesco Maiorino, “e senza possibilità di controllo effettivo del parlamento europeo su come queste risorse siano concretamente impiegate”.
Degli attuali 4.1 miliardi dell’EU Trust Fund, alla voce “Libia” vengono allocati 327 milioni. Di questa somma, il ministero dell’Interno italiano ha ricevuto 46 milioni (che includono 2 milioni di co-finanziamento Italia-Ue, più altri 2 dal fondo di sicurezza europeo) nel 2017 e 45 milioni nel 2018.
Il Viminale li “gira” alla Guardia Costiera libica, che nel frattempo pattuglia la neonata zona SAR, sotto forma di gare d’appalto.
Dopo aver ricevuto i soldi europei, come riportato da AltraEconomia e da un’analisi Arci, il sito del ministero degli Interni ha bandito una gara d’appalto da oltre 9,3 milioni di euro per la fornitura di 20 battelli pneumatici da destinare alla polizia libica, coperti proprio dai fondi del finanziamento fiduciario UE. Sono quindi seguiti un bando per la fornitura di 30 fuoristrada e uno per 10 minibus.
Non solo risorse europee. Il ministero dell’Interno pesca anche dall’italianissimo fondo Africa, istituito nel 2017 con una dotazione di 200 milioni di euro: da qui sono stati presi i 2.5 milioni di euro per rimettere a nuovo quattro motovedette e destinarle alla Libia. Asgi ha impugnato il decreto per “sviamento” di fondi pubblici destinati a rilanciare il dialogo e la cooperazione con i paesi africani. Il ricorso è ancora pendente al Consiglio di stato, a settembre 2020 è prevista la sentenza.

2. I due tesoretti dell’AICS: fondo fiduciario UE e fondo Africa

C’è poi l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) che può contare su due tesoretti: il primo è formato dai 22 milioni di euro provenienti dal Trust Fund europeo; il secondo è costituito con soldi che provengono dal Fondo Africa, rinnovato anno dopo anno.
In Libia finanziamo il lavoro di meno di una decina di ong italiane con denaro proveniente dal fondo Africa. Tra i nomi delle organizzazioni presenti per portare avanti progetti in favore della popolazione migrante nel paese si trovano: Cefa, Cir, CCS, Cesvi, Emergenza Sorrisi, Terres des Hommes Italia, Helpcode, Emergenza Sorrisi.
Tre progetti che vedono impegnate tutte queste Ong costano rispettivamente 2 milioni, 500mila e 4.2 milioni di euro per un totale di 6.7 milioni di euro.
All’interno dei centri,in teoria, queste Ong svolgono attività di riduzione del danno, interventi strutturali (ad esempio ristrutturazione dei bagni, costruzione di servizi di areazione), fornitura di beni di prima necessità, fornitura di non food item (materassi, vestiario), servizi di supporto psico-sociale. Tuttavia, scrive Asgi che ne sta analizzando i rendiconti, per alcune associazioni non è stato possibile – dai documenti trasmessi – comprendere quali attività siano state effettuate nei singoli campi.

3. I finanziamenti (senza fare troppe domande) alle organizzazioni internazionali

Veniamo quindi ai quasi 30 milioni di euro provenienti sempre dal fondo Africa e versati alle grandi organizzazioni internazionali come Oim, Unhcr e Unicef. Dell’impossibilità per l’Alto Commissariato per i rifugiati in Libia di garantire il rispetto dei diritti umani in Libia abbiamo già parlato in questa inchiesta esclusiva, in cui emergono casi di discrimnazione, corruzione, cattiva gestione e acquisti a prezzi gonfiati.
Asgi ha riscontrato che, in fase di approvazione dei finanziamenti, l’Italia non ha chiesto ai soggetti implementatori una lista di attività da svolgere, né ha richiesto garanzie o valutazione dei rischi. Solo “sintentiche partnership” che non permettono di ricostruire il contenuto obbligazionale del finanziamento.
“Dagli accessi effettuati emerge che il Ministero conosce solo successivamente alla realizzazione del progetto le attività svolte e può quindi verificare il corretto utilizzo del finanziamento; i cittadini, al contrario, non conoscono nulla dell’utilizzo delle risorse laddove siano impiegate da una organizzazioni internazionale”.

4. Il capitolo più costoso: le missioni italiane in Libia

Grazie a Oxfam e al prof. Fasani abbiamo infine ricostruito quanto speso dall’Italia per le quattro operazioni civili e militari operanti in Libia dal 2017 ad oggi. Trattasi di:

  • Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (operazione Ippocrate): 400 militari e 150 mezzi terrestri;
  • Missione bilaterale di assistenza alla guardia costiera libica: 25 unità della Guardia di Finanza, 6 mezzi terrestri e 1 mezzo navale;
  • United Nations Support Mission in Libya (Unimil) per il ripristino della sicurezza e dell’ordine pubblico: 1 unità di personale militare;
  • EU Border Assistance Mission in Libya (Eubam), missione civile di supporto agli sforzi libici di stabilizzare il confine che opera non da Tripoli ma da Tunisi per motivi di sicurezza: vi partecipano 3 poliziotti;

Il conto totale di queste missioni è di 47.8 milioni per il 2017, 51.3 per il 2018 e 56.3 per il 2019. A cui si devono aggiungere i circa 85 milioni annui (per il 2018 e 2019) della missione aeronavale “Mare Sicuro“, al largo della coste libiche. Dal gennaio 2018 prevede anche il supporto alla guardia costiera libica. Un’unità ausiliaria è permanentemente dislocata nel porto di Tripoli.
Sommando tutte le spese per le missioni in Libia dal 2017 ad oggi si ottiene la ragguardevole cifra di 325 milioni di euro.
Correzioni? Segnalazioni? Ci siamo dimenticati qualcosa? Scrivete a lillo.montalto-monella@euronews.com

Preso da: https://it.euronews.com/2019/11/08/quanti-soldi-diamo-alla-libia-esattamente

Libia: Haftar e Serraj alla resa dei conti

Sono passati otto anni dall’intervento occidentale che ha spodestato il regime di Muammar Gheddafi. Oggi, con due Governi e centinaia di milizie armate che controllano il territorio, la Libia è uno Stato fallito, stremato da una guerra che sembra non finire più.   
 

1. LO SCONTRO TRA HAFTAR E SERRAJ: A CHE PUNTO SIAMO?

La caduta del colonnello Muammar Gheddafi nel 2011 ha portato la Libia nel caos. Dopo otto anni di sanguinosa guerra civile – in cui centinaia di milizie armate si sono contese l’effettivo controllo sul territorio a suon di attentati, rapimenti e gestione di vari traffici illeciti – l’esistenza di due Governi è la rappresentazione plastica dello smembramento dello Stato libico. Se in Tripolitania l’esecutivo riconosciuto dalla comunità internazionale (GNA) e presieduto da Fayez al-Serraj sembra reggersi su un fragile patto di potere stipulato con le milizie in suo supporto, nella parte orientale del Paese l’appoggio dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) ha permesso all’uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, di avanzare militarmente e di minacciare l’uso delle armi contro il GNA. Oggi il conflitto sembra essere arrivato a un punto morto. Da una parte i bombardamenti di Haftar sui sobborghi di Tripoli confermano l’intenzione di procedere con l’opzione militare per accrescere il proprio peso negoziale sui tavoli internazionali; dall’altro lato la discreta resistenza del GNA di al-Serraj ha riequilibrato i rapporti di forza tra i due leader, ridimensionando le aspirazioni del generale della Cirenaica. Il conflitto, quindi, è destinato a protrarsi, col rischio concreto che un’escalation possa impegnare maggiormente altri attori presenti nello scenario libico.

Fig.1 – Fayez Mustafa al-Sarraj alla 74° sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tenutasi il 25 settembre 2019

2. LE INTERFERENZE ESTERNE NEL CONFLITTO

Haftar e al-Serraj possono contare sull’appoggio politico, diplomatico e militare – diretto e indiretto – di vari attori regionali e internazionali. Lo scontro in atto, infatti, può essere ricondotto non soltanto alle schermaglie a sud di Tripoli tra l’esercito di Haftar e le innumerevoli milizie libiche fedeli al Governo sostenuto dalle Nazioni Unite. La partita è molto più complessa. Dietro ai due esecutivi libici si muovono anzitutto diversi sponsor regionali. Egitto ed Emirati Arabi Uniti supportano i 15mila uomini agli ordini del leader forte della Cirenaica, mentre Turchia e Qatar puntellano il Governo tripolino. Appoggio politico nei tavoli internazionali è stato fornito ad Haftar anche dalla Russia, la quale sembra condividere determinate scelte geopolitiche – anche se, a volte, un po’ contradditorie – dell’Amministrazione Trump sul dossier libico. Mosca ha difatti bloccato ad aprile una risoluzione ONU che chiedeva ad Haftar di fermare l’offensiva verso Tripoli e, tre giorni dopo, il generale della Cirenaica si è recato nella capitale russa per assicurarsi l’assistenza militare del Cremlino. D’altronde la compagnia militare privata russa Wagner è impegnata nell’est del Paese per rifornire il LNA con equipaggiamento militare e supporto logisitico: Bengasi pullula di mercenari alle dipendenze di Mosca anche per proteggere interessi strategici sul controllo dei flussi del petrolio. Ma è in Europa che c’è lo scontro diplomatico più acceso. Italia e Francia, infatti, sono Paesi portatori di interessi confliggenti in Libia: la prima è impegnata a favorire un processo di pace che abbia come attore principale il proprio interlocutore privilegiato, il Governo di al-Serraj; la seconda, pur riconoscendo formalmente Tripoli, è alleata di Haftar per controbilanciare l’influenza italiana.

Fig. 2 – Una manifestazione a supporto del Governo di Tripoli il 27 settembre 2019

3. IL RUOLO DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

Mentre sul campo tutti gli attori regionali e internazionali perseguono i propri interessi finanziando l’una o l’altra fazione e fornendo anche appoggio militare ai due Governi libici nonostante l’embargo sulle armi, nei palazzi delle Nazioni Unite si cerca di instaurare un dialogo che coinvolga tutte le parti interessate. Nel 2015 l’ONU – dopo che il suo inviato speciale, Bernardino Leòn, aveva condotto personalmente i negoziati per formare un nuovo Governo che superasse le divisioni dei due Parlamenti di Tripoli e Tobruk – ha riconosciuto formalmente Fayez al-Serraj come capo del Governo di Accordo Nazionale. Quello di al-Serraj avrebbe così dovuto essere considerato l’unico esecutivo legittimo in Libia.
Per quanto riguarda il riconoscimento de jure e de facto dei due Governi, Serraj gode appunto di una legittimazione esterna da parte delle Nazioni Unite, ma non ha un reale controllo sul territorio. In merito a Tobruk, questo è legittimato dal rapporto fiduciario con il Parlamento eletto nel 2014 e dispone di forze armate regolari che hanno dimostrato di avere un controllo effettivo sul territorio anche nelle zone adiacenti alla Tripolitania. La legittimazione de jure in questo caso è decisamente più debole, poiché fa riferimento a una interpretazione forzata delle vicende politiche interne, motivo per cui il Governo di Tobruk preme affinché si abbiano nuove elezioni. Di fatto, quindi, le due parti non possono coesistere poiché una è pienamente legittimata solo nel momento in cui l’altra non esiste.

Vittorio Maccarrone 

I gruppi armati di Misurata stanno militarizzando Sirte

2 ottiobre 2019.
Di Vanessa Tomassini.

Dopo essere rimasta fuori dal conflitto per circa sei mesi e nonostante il sindaco abbia più volte preso le distanze dalla lotta politica, la città di Sirte viene coinvolta pesantemente nella guerra a Tripoli. Il comandante della regione centro-occidentale, il misuratino Mohammed el-Haddad, ha incaricato Abdullah al-Naas, di proteggere la città che ha dato i natali al colonnello Muammar Gheddafi. All’inizio delle operazioni militari nella capitale da parte del Libyan National Army (LNA), sotto il comando del feldmaresciallo Khalifa Haftar, al-Naas ha chiesto agli anziani di Misurata di emettere un comunicato di condanna contro l’esercito orientale. Tuttavia il Consiglio, composto da 28 tribù, si è rifiutato in quanto gli anziani non potevano schierarsi contro i loro figli che hanno scelto di arruolarsi con l’esercito di Haftar. Molti giovani di Sirte, compresi i sostenitori del precedente regime, hanno scelto di schierarsi con l’LNA vedendo in esso la possibilità di recuperare quanto andato perduto nel 2011.

L’area del Golfo della Sirte, che si estende da Sirte a ovest a Sidi Abdelati, a circa sessanta chilometri a nord di Ajdabiya, è nelle mani dell’LNA. La sala operativa di Ras Lanuf è composta per l’80% da giovani di Sirte, mentre la sicurezza della città è affidata alla Sirte Security and Protection Force che comprende al suo interno gruppi di Misurata che hanno partecipato all’operazione al-Bunian al-Marsus; la milizia Burkey di Hussein al-Furjani, rifugiatasi a Sirte dopo la sconfitta a Tripoli da parte delle milizie Gnewa e i Rivoluzioni del 17 febbraio; e la Benghazi Defense Brigades (BDB), nota anche come Saraya Defense Benghazi, che nel 2016 iniziò la sua marcia su Bengasi chiamata “Operazione Vulcano di Rabbia”, stesso appellativo usato da Serraj per la controffensiva a Tripoli attuale. Il gruppo fu costretto a fermarsi ad Agedabia. Misurata continua ad usare Sirte ed in particolare al-Bunian al-Marsus, che ha portato alla cacciata di Daesh da Sirte nel 2016, come un modo per pulire la propria immagine e prendere le distanze dai movimenti terroristici, tuttavia sia le BDB che la milizia Burkey sono note per i loro collegamenti con al-Qaeda.
Ci sono diversi segnali che Misurata stia militarizzando Sirte per usarla come piattaforma per condurre e preparare attacchi contro l’LNA. Ibrahim Jidhran, l’ex capo delle Petroleum Facility Guards, insieme con le BDB, ha lanciato un attacco su tre assi a giugno dell’anno scorso alla Mezzaluna Petrolifera e fonti locali confermano che il gruppo punta ad attaccare nuovamente Ras Lanuf per ritornare in possesso delle strutture petrolifere; mentre l’ex capo di stato maggiore, Yousef Al-Mangoush, potrebbe utilizzare Sirte per colpire la base area di al-Jufra. L’LNA è riuscito a respingere un attacco alla base militare già il 13 settembre scorso. Questa rappresenta un appoggio logistico importante per l’esercito per condurre rifornimenti alle sue truppe impegnate in e intorno Tripoli.
Ore dopo l’attacco, l’LNA e l’aviazione degli Emirati Arabi Uniti hanno condotto raid aerei contro posizioni GNA nella periferia sud di Sirte, nella fattispecie l’aeroporto di Gardabya, il quartier generale della Sirte Protection Force ad al-Fatar Factory ed altre posizioni appartenenti alle milizie di Misurata. Almeno altri quattro raid aerei sono stati condotti nelle settimane successive in e ad est Sirte. Martedì sera un aeromobile a pilotaggio remoto (UAV) riconducibile all’LNA ha bombardato l’area nei pressi dell’amministrazione del fiume artificiale.  I raid aerei sono iniziati solamente sei mesi dopo l’inizio delle operazioni dell’LNA nella capitale, in risposta all’evidente militarizzazione della città, dove i gruppi di Misurata si sono riversati più per condurre attacchi che per respingerne, considerato che non ci sono stati segnali di un’imminente offensiva da parte dell’LNA, né questo ha espresso alcuna volontà di attaccare Sirte. Alcuni media hanno collegato i raid aerei alla presenza di terroristi in fuga dal sud della Libia, questa ipotesi tuttavia è da escludere in quanto le truppe della Sirte Protection Force pattugliano da sempre e con maggior costanza da aprile il centro fino alla periferia sud, e i check point non permetterebbero l’ingresso o l’uscita di nessun elemento sospetto, come ci ha confermato lo stesso portavoce della coalizione impegnata nella protezione della città.
La militarizzazione di Sirte appare ancora più evidente considerando, non solo i rinforzi inviati la scorsa settimana dal Governo di Fayez al-Serraj, ma soprattutto per il clima di intolleranza innescato dai gruppi armati di Misurata. Diversi civili hanno riferito di atti intimidatori e perquisizioni da parte delle BDB. “Un Toyota armoured B6 4×4 con firing rings sui finestrini si è appostato per ore sotto la mia abitazione”. Riferisce un funzionario di una ONG operativa in Libia. Dagli inizi di settembre, almeno 14 persone risultano scomparse. Sirte è da sempre nel mezzo della disputa tra Est ed Ovest, esattamente a metà strada tra l’amministrazione del Governo di Tripoli, verso il quale ha mostrato spesso la sua insofferenza, e l’esercito orientale da cui ugualmente ha preso le distanze, preferendo un atteggiamento neutrale. Sembra chiaro, oggi, il ruolo di Misurata nel trascinare la città nel mezzo del conflitto, come base strategica per condurre attacchi contro le forze armate e i vicini giacimenti petroliferi.

Preso da: https://specialelibia.it/2019/10/02/i-gruppi-armati-di-misurata-stanno-militarizzando-sirte/

Droni degli Emirati e tank turchi: il conflitto (nascosto) in Libia

Turchia da una parte ed Emirati Arabi Uniti dall’altra continuano ad appoggiare rispettivamente Al Sarraj ed Haftar: in Libia arrivano armi e mezzi militari, anche un cessate il fuoco adesso appare lontano

Tripoli. La proposta disperata di Serraj, mentre tra le sue milizie spuntano nuovi terroristi

 

Di Vanessa Tomassini.
Mentre il Libyan National Army (LNA) guidato dal maresciallo Khalifa Haftar prosegue la sua guerra contro criminali e milizie, che tengono ostaggio la capitale, Tripoli, il premier Fayez al-Serraj cerca di gettare cenere negli occchi degli osservatori internazionali, non solo utilizzando ancora una volta il fattore immigrazione e terrorismo, ma anche attraverso la richiesta di elezioni e di una conferenza nazionale. In una intervista esclusiva a Sky Tg24, Serraj ha sottolineato che “c’èn un’aggressione in atto, bombardamenti sui civili, Haftar ha superato ogni limite, ogni legge internazionale”. Il premier ha anche ammesso che durante il conflitto, “l’Isis sta crescendo nel nostro Paese, proprio a causa della guerra. Molte cellule dormienti si stanno risvegliando, il rischio non è soltanto per noi ma per tutta la regione. L’Isis sta combattendo in alcune città nel sud della Libia, proprio ora”.

P1020142
L’esercito (GNA) di Fayez al-Serraj impegnato nell’asse dell’areoporto internazionale

In realtà Serraj ha tralasciato il fatto che diversi terroristi di Ansar al-Sharia ed elementi di Daesh ed al-Qaeda stanno combattendo al fianco di quelle che definisce forze legittime, o militari. Dopo la ricomparsa, al fianco delle milizie di Tripoli, di Adel al-Rubaie, fanatico della Shura dei Mujaheddin e membro di Ansar Al-Sharia fuggito dalla Cirenaica, al fronte contro l’LNA sono scesi in campo anche: Issa al-Busti, originario di Souq al-Juma, noto per la sua partecipazione ad attacchi terroristici in Cirenaica da parte di cellule collegate ad Ansara al-Sharia che nella foto a sinistra, pubblicata da lui stesso sui social network, appare con Muhammad Ghabaka, altro terrorista fuggito da Bengasi ed un’altra persona incappucciata di cui non si conosce l’identità, ma che fonti locali ritengono sia originario di Derna. Inoltre è stata confermata la presenza al fronte del terrorista Massoud al-Akouri, noto anche come Masoud al-Azari, mentre fonti delle forze armate hanno rivendicato l’uccisione di Omar Juzair, che appare con Wissam Bin Humaid, leader del Consiglio della Shura di Benghazi nella foto a destra.

La proposta di Serraj è stata fortemente criticata dal premier del Governo di Al-Beida, Abdullah al-Thani –recentemente intervistato da Speciale Libia – mentre è stata benvenuta dalla Missione di Sostegno delle Nazioni Unite (UNSMIL) che in un tweet l’ha definita “costruttiva” precisando di accogliere positivamente “ogni altra iniziativa proposta da qualsiasi grande attore” sulla scena libica. La missione ha ribadito la sua disponibilità ad offrire “i propri buoni uffici per aiutare il Paese a riemergere dalla sua lunga fase di transizione”.

Preso da: https://specialelibia.it/2019/06/17/tripoli-la-proposta-disperata-di-serraj-mentre-tra-le-sue-milizie-spuntano-nuovi-terroristi/

Ma in Libia poi com’è finita?

Nonostante sia sparita dalle prime pagine dei giornali, la battaglia per il controllo di Tripoli sta continuando e sembra lontana dalla fine

Miliziani di Misurata a Tripoli, 9 aprile 2019 (Stringer/picture-alliance/dpa/AP Images) 

11 giugno 2019
Anche se la notizia è sparita dalle prime pagine dei giornali italiani, in Libia la battaglia per il controllo della capitale Tripoli, iniziata lo scorso aprile, non è finita. Le milizie che si stanno affrontando, riunite grossomodo attorno a due schieramenti principali, non riescono a imporsi le une sulle altre e da settimane c’è una specie di situazione di stallo che non sembra potersi sbloccare nel breve periodo. La battaglia a Tripoli non è il primo conflitto armato in Libia dalla fine del regime di Muammar Gheddafi, nel 2011, ma è di certo uno dei più rilevanti, che ha già provocato centinaia di morti e migliaia di sfollati, e che ha fatto parlare analisti ed esperti di una “nuova guerra civile“.
**IN realtà in Libia non cè una guerra civile, ma un popolo che combatte contro bande di terroristi pagati dall’ occidente, che sostengono Serraji **

Le violenze erano iniziate lo scorso aprile, in maniera piuttosto improvvisa. Il maresciallo Khalifa Haftar, il leader di fatto della Libia orientale e da qualche mese anche di quella meridionale, aveva attaccato Tripoli da sud, pochi giorni prima di un’importante conferenza internazionale di pace organizzata dall’ONU. L’obiettivo di Haftar era conquistare la capitale, sottraendola al controllo del governo guidato dal primo ministro Fayez al Serraj, riconosciuto dall’ONU come unico governo legittimo della Libia. Haftar, ha scritto tra gli altri Arturo Varvelli dell’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale), sperava di sfruttare il malcontento della popolazione verso le numerose e potenti milizie armate che operano nella capitale, e l’opposizione delle stesse milizie a un più ampio piano di riforme avviato dal governo di Serraj e finalizzato a ridurre la loro influenza in diversi ministeri del governo. Le cose però sono andate diversamente: le milizie e il governo di Tripoli si sono uniti contro il nemico comune, mettendo da parte almeno temporaneamente le loro differenze.

Le milizie fedeli ad Haftar non sono riuscite finora a imporsi su quelle schierate dalla parte di Serraj: sono rimaste bloccate nel sud di Tripoli e non sono mai riuscite ad arrivare a meno di dieci chilometri di distanza dal centro della capitale, dove sono concentrati tutti i ministeri e gli altri centri del potere.
Per il momento non sembra esserci una soluzione alla crisi libica, e in particolare alla battaglia di Tripoli, anche a causa delle influenze dei paesi stranieri che appoggiano l’una o l’altra parte. L’Italia è sempre stata apertamente schierata dalla parte di Serraj, che però nel corso degli ultimi anni non è riuscito a prendere il controllo di tutta la Libia e ha visto il suo ruolo indebolirsi sempre di più. Negli ultimi mesi anche il governo guidato da Giuseppe Conte sembra avere preso un po’ le distanze da Serraj, allineandosi a una politica meno schierata, come quella adottata dagli Stati Uniti di Donald Trump: questo non significa però che Serraj sia rimasto senza appoggi internazionali. Haftar ha potuto contare fin da subito sull’appoggio di Egitto ed Emirati Arabi Uniti, due paesi che sono schierati dalla stessa parte in diverse crisi del Medio Oriente (per esempio sul tema dell’embargo sul Qatar), e poi con il sostegno di Russia e Francia. Secondo alcuni analisti, la situazione a Tripoli potrebbe sbloccarsi solo con l’intervento e la mediazione di qualche potenza straniera in grado di influenzare le decisioni di Haftar, anche se non sarà facile: rinunciare all’operazione contro Tripoli significherebbe per il maresciallo una sconfitta politica enorme.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nei primi mesi della battaglia per il controllo di Tripoli sono state uccise più di 500 persone e 75mila sono state costrette a lasciare le proprie case. I feriti sono circa 2.500.

Preso da: https://www.ilpost.it/2019/06/11/guerra-libia-tripoli-haftar/