Ondate migratorie dalla Libia? Tanti le evocano ma nessuno le ha viste

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Libia: la guerra imperialista continua

di Fosco Giannini, Responsabile Dipartimento Esteri PCI

Da una decina giorni, dopo l’attacco del generale Haftar contro la Tripoli di Fayez al-Serraj, gran parte della stampa italiana ed europea parla di “un ritorno della guerra in Libia”. Non c’è nulla di più untuoso e mellifluo quando l’ipocrisia e la superficialità si incontrano. “Ritorno della guerra in Libia”: perché, si era mai interrotta la guerra? Erano più cessati i sanguinosissimi conflitti armati interni alla Libia tra le varie “tribù” libiche, già miracolosamente unite da Gheddafi, alle quali l’attacco devastante delle forze imperialiste e della NATO del 2011 riconsegnarono scientemente e tragicamente, ad ognuna di esse, autonomia e sovranità? Queste guerre civili all’interno della Libia non si sono più interrotte per un preciso motivo: ogni “tribù” alla quale il fronte imperialista, apparentemente unito, aveva riconsegnato libertà d’azione e libertà strategica, rappresentava in verità gli interessi di una fazione imperialista e il conflitto permanente tra le varie “tribù” in campo altro non è stato, dal 2011 ad oggi, che la proiezione sul terreno libico del conflitto interimperialista, della lotta tra le varie potenze imperialiste per la conquista delle ricchezze libiche, per la spartizione del bottino libico.

L’attacco militare contro la Libia iniziò il 19 marzo del 2011; partì sulla base della “Risoluzione 1973” del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma in verità partì su tutt’altra base materiale: la Libia di Gheddafi si stava dimostrando, per gli interessi imperialisti generali, una “bestia” troppo libera, troppo imprevedibile. Assieme a Mandela, Gheddafi aveva progettato un’Africa autonoma e indipendente, dagli USA e dal dollaro, dal capitalismo europeo e dall’Euro. E si era spinto, Gheddafi, a lavorare per una moneta panafricana, per una Banca panafricana, sostenute dai ricchissimi fondi sovrani libici. Un’idea di libertà, di anticolonialismo troppo sfacciata per l’intero imperialismo occidentale, per la NATO. Da qui l’attacco mostruoso, nella sua potenza bellica (19 Paesi sotto la guida NATO attaccarono la Libia!) del 2011. Un attacco che, tuttavia, vide la Francia di Nicolas Sarkozy sferrare il primo colpo (con l’attacco aereo a Bengasi), seguita dai bombardamenti britannici di David Cameron. Poi, subito dopo, vennero i missili “Tomahawk” statunitensi. E, in rapida successione, i diversi tipi di interventi militari italiani, spagnoli, danesi, norvegesi, belgi, canadesi, qatarioti, di tutto il fronte imperialista mondiale. Ma ciò che va messo in luce è che, sin dalla spinta politica alla guerra, sino alla guerra stessa, diversa fu l’entità dell’impegno, tra potenze imperialiste, per giungere al fuoco finale. In testa a tale impegno ci furono, nell’ordine, Francia e Gran Bretagna, “stanche” dei processi di decolonizzazione che, dall’Asia all’Africa del Sud e del Centro, giungendo alla Libia, avevano toccato innanzitutto i loro interessi. Poi vi erano gli interessi storici italiani in Libia, negati dalla rivoluzione di Gheddafi, gli interessi geopolitici USA nella regione, e via via tutti gli interessi imperialisti internazionali minacciati dal progetto stesso di un’unità panafricana, dalla Libia al Sud Africa, un progetto che seppur ancora appena accennato dall’azione congiunta Gheddafi-Mandela, già seminava terrore tra gli interessi del capitalismo mondiale.
La guerra del 2011, dunque, seppur sostenuta da un fronte di ben 19 Paesi imperialisti, aveva già in sé tutti i segni della contraddizione interimperialista. Una differenza di interessi strategici tra tutte le potenze che aggredirono, militarmente unite, la Libia, che immediatamente dopo l’assassinio di Gheddafi, si materializzò sul campo. Caoticamente, all’inizio, ogni potenza tentò di affidare ad una “tribù”, ad un nuovo Signore della Terra, ad ogni “principe” di un nuovo feudo, i propri interessi. Col tempo, la nuova “Tripolitania” governata da Fayez al-Serraj, sembrò divenire il punto di riferimento degli interessi italiani, tedeschi e di altri diversi Paesi dell’Ue, con gli USA simpatizzanti. Il generale Haftar, dalla Cirenaica, tese piuttosto, con l’appoggio della Russia di Putin, a farsi vivere come il nuovo unificatore della Libia, contro la tribalizzazione messa in campo dalla guerra del 2011. L’imperialismo francese non scelse subito, o non riuscì a farlo, il proprio punto di riferimento preciso nella Libia feudalizzata, il proprio capo-tribù, anche se già le simpatie francesi andavano, seppur ancora in modo velato, ad Haftar, dato che, nella spartizione colonialista storica, la Tripolitania “toccava” all’Italia.
L’attacco di questi giorni di Haftar contro Tripoli e il “governo Quisling” di Fayez al-Serraj, attacco platealmente sostenuto da Macron, ci dice che lo stesso Haftar, per vincere, ha avuto bisogno di allargare le proprie alleanze (pieno è il sostegno politico e soprattutto economico che arriva al generale della Cirenaica dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi, non certo i migliori in campo) e che la Francia ha deciso di puntare decisamente su di lui per mettere a valore i propri interessi in Libia.
L’orrorifica guerra neocolonialista del 2011 (un anno che, significativamente, il giornalista di cultura imperialista Vincenzo Nigro, de “la Repubblica”, definisce, in un articolo dello scorso 8 aprile, addirittura l’anno della rivoluzione libica!) non solo, dunque, non è mai finita, ma non da segno di finire, contraddistinta com’è dai famelici interessi imperialisti contrapposti in campo. D’altra parte, se ci rifacciamo ad un’analisi scientifica tempo fa condotta su “Il Sole 24 Ore” da parte di Alberto Negri, possiamo meglio comprendere i motivi di tanta feroce lotta interimperialista dispiegata sul terreno libico, sul sangue del popolo libico.
Negri faceva ammontare il “bottino libico”, conteggiato nei tempi successivi alla guerra del 2011, a circa 130 miliardi di dollari, una cifra da quadruplicare in un eventuale ritorno ad una normalità economica libica post bellica. Una sterminata ricchezza da depredare, quella libica, data da una produzione, nel febbraio del 2011, da 1.6 milioni di barili di petrolio al giorno, il 70% del Pil libico, il 95% del suo export; da riserve petrolifere che ammontano a 48 miliardi e 369 milioni di barili (al nono posto al mondo fra i paesi più ricchi di petrolio), e rappresentano il 38% del petrolio presente nel continente africano e l’11% dei consumi europei. Una ricchezza data da 1 miliardo e 547 milioni di metri cubi di riserve di gas naturale decisive per tutta l’Europa e, naturalmente, l’Italia; da immense quantità di acqua dolce sotterranea proveniente dal Sistema acquifero di pietra arenaria della Nubia (Nubian Sandstone Aquifer System), Sistema costruito nella fase Gheddafi. Oltreché, nella fase della guerra del 2011, da fondi sovrani libici (solo quelli investiti all’estero), di 150 miliardi di dollari.
Federico Rampini, sempre sulle pagine de “la Repubblica” (tra le testate più filo imperialiste italiane, e occorrerebbe stabilire un nesso tra questa posizione e la netta tendenza a favore del PD, da parte del quotidiano fondato da Scalfari) lo scorso 8 aprile, rispetto alla nuova crisi libica e al disimpegno di Trump in questa fase e in quest’area del mondo, ha espresso la propria nostalgia per tutto il precedente ruolo imperiale svolto dagli USA. Scrivendo, tra l’altro: “La sinistra radicale e le destre putiniane hanno sempre desiderato che lo Zio Sam se ne stesse a casa sua. Ma quel che viene dopo la “quasi” pax Americana è il trionfo del caos”.
Qui non siamo più di fronte alla somma di ipocrisia e superficialità, essendo Rampini un giornalista preparato. Siamo di fronte alla menzogna pura, ad un puro atteggiamento imperialista. Infatti: con Gheddafi regnava un ordine libico, filo africano e progressista. L’attuale caos libico è tutto dovuto alla guerra del 2011 e all’attuale lotta interimperialista in atto in Libia, condotta da leader libici a nome   dei diversi poli dell’imperialismo occidentale.
Asserisce Salvini, rivolgendosi come un esponente del Ku Klux Klan agli immigrati:   “aiutiamoli a casa loro”. Ma il colonialismo imperialista non permette oggettivamente nessun aiuto, organizzando solo il saccheggio, la spoliazione e la fuga dei popoli dai loro Paesi.
I Paesi dell’Ue sono confusamente divisi, nella lotta libica, tra Haftar e Fayez al-Serraj. Una divisione per interessi colonialisti contrapposti. Tempo fa, sapendo già che Fayez al-Serrraj non era che il fantoccio USA e italiano a Tripoli, avevamo sperato che Haftar rappresentasse (seppur traditore di Gheddafi ed ex agente della CIA) l’opzione libica meno subordinata all’occidente, la meno filo imperialista. Oggi, il totale appoggio del sempre più oscuro imperialismo francese ad Haftar, getta tutta la propria inquietante luce anche sul generale della Cirenaica.
In questa fase, purtroppo, dopo gli orrori della guerra del 2011, l’opzione più avanzata, quella che dovrebbe riconsegnare la storia della Libia al popolo libico, è anche quella più lontana. Ma anche se lontana, è l’unica alla quale possono pensare i comunisti e le forze patriottiche e antimperialiste.

Preso da: https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/2019/04/13/libia-la-guerra-imperialista-continua/

USA e NATO condivideranno per sempre la colpa del caos in Libia

I recenti sviluppi in Libia hanno riportato il punto focale dei media internazionali sul paese dilaniato dalla guerra. Secondo l’analista Shahtahmasebi, “ci sono molte omissioni cruciali sulla valutazione ufficiale sul ritorno della Libia in un ulteriore caos.”

Segue l’analisi di Darius Shahtahmasebi analista legale e politico, attualmente specializzato in immigrazione, rifugiati e diritto umanitario.

I recenti sviluppi in Libia hanno riportato il punto focale dei media internazionali sul paese dilaniato dalla guerra. Come vedremo, ci sono molte omissioni cruciali sulla valutazione ufficiale della discesa della Libia in un ulteriore caos.
USA e NATO condivideranno per sempre la colpa del caos in Libia
La Libia è di nuovo al centro dell’attenzione mediatica. All’inizio di questa settimana, un aereo da guerra ha attaccato l’unico aeroporto civile funzionante di Tripoli, l’aeroporto Mitiga. Il raid aereo sarebbe stato attuato da forze leali al capo della guerra libico Khalifa Haftar, l’Esercito nazionale libico (LNA). I tempi dell’attacco sembrano coincidere con la visita in città del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, che alla fine ha lasciato la Libia “profondamente preoccupato.”

Tra 2.800 e 3.400 persone sono fuggite durante combattimenti intorno a Tripoli finora, con almeno, come riferito,  47  morti e oltre 180 altri feriti, tra cui due civili e combattenti filo-governativi (GNA).

Inizialmente, i colloqui sostenuti dall’ONU erano previsti per il 14-16 aprile di quest’anno, ma questo recente conflitto ha messo in discussione tutto questo. Tanto che le forze americane sono state ritirate temporaneamente a causa delle “condizioni di sicurezza sul terreno”.

Annunciando che le truppe americane si ritireranno da una nazione nordafricana temporaneamente non sembra neanche che i media mainstream facciano domande basilari, ad esempio: “peché le truppe USA sono ancora in Libia? ”

Tuttavia, il ritiro di Washington dalla Libia potrebbe aprire la strada ad altri giocatori per prendere il controllo. Allo stato attuale, la Libia non è stata una priorità dell’amministrazione Trump, che sembra aver dato un via libera non ufficiale agli altri giocatori per tentare di evitare il caos.

È interessante notare che se la Libia fosse discussa in modo più aperto e non nel modo reazionario impiegato dai media mainstream, questo combattimento sarebbe stato previsto molto tempo fa e sarebbe stato dato un ampio avvertimento. All’inizio di marzo, Medio Oriente Monitor (MEMO) ha riferito che durante i mesi di gennaio e febbraio di quest’anno, Haftar era riuscito a prendere il controllo dei due terzi della Libia con l’obiettivo di prendere Tripoli, la capitale del paese. A quel punto, aveva già conquistato la maggior parte dei giacimenti petroliferi della Libia e dei maggiori centri abitati.
All’inizio del 2017, Haftar era già emerso come un importante leader nella parte orientale della Libia, dandogli il controllo di circa il 60% della fornitura di petrolio della Libia.

Secondo MEMO, le forze pro-Haftar sono state accolte da gente del posto allegra in quasi tutti i villaggi e città in cui sono avanzate (anche se questo non è necessariamente una voceche dovremmo accettare a titolo definitivo). La tesi del MEMO era essenzialmente che le mutevoli dinamiche nella politica locale libica potevano comportare che Haftar avrebbe cercato di prendere Tripoli nel prossimo futuro, ma era improbabile che ciò fosse accaduto presto. A seguito di ciò, l’ultima area importante da conquistare che probabilmente susciterà qualche significativa resistenza è Misurata, a 300 km da Tripoli.

Invece di avere una discussione aperta sulla vera natura della situazione in Libia per tutto il 2019, ciò che otteniamo dai media è una sorta di ” Libia che sta scendendo nuovamente nel caos ” reazione istintiva, seguita dal solito “L’ America può fermarlo” tipico del non senso pro-imperialista. Quando non stiamo ricevendo questo disonesto tentativo di riaffermare l’egemonia americana, dobbiamo ingurgitare il più ambizioso dei gibberish propagandati dal Guardian come:
Il risultato potrebbe decidere se il Paese rimarrà su un lungo percorso guidato dall’ONU verso una forma di democrazia che riunisce le istituzioni divise da lungo tempo, o che ricade sotto una forma di governo militare simile a quella in Egitto.
Il che ci porta alla vera ragione per cui gli Stati Uniti molto probabilmente vorranno ri-coinvolgersi nella nazione nordafricana: la Russia.

Sulla scia dei recenti scontri, Mosca ha  promesso di usare ” tutti i mezzi disponibili ” per mediare la pace nel paese dilaniato dalla guerra, esortando tutte le parti alla violenza ” per evitare azioni che potrebbero provocare spargimenti di sangue e la morte di civili “.

Mentre gli Stati Uniti e altri poteri notabili hanno incolpato esattamente Haftar e le sue forze, la Russia sembra non essere d’accordo, bloccando una dichiarazione del consiglio di sicurezza avviata dal Regno Unito per condannare Haftar. Mentre questo non farà altro che dare agli Stati Uniti la ragione per accaparrarsi la presa sul futuro di una nazione nordafricana abbondante di petrolio, la verità nascosta è che gli Stati Uniti sostenevano l’Haftar per rovesciare Gheddafi prima della sua morte nel 2011. In effetti, gli fu concessa la cittadinanza americana avendo trascorso circa due decenni  a Langley (sono sicuro che la vicinanza della sua residenza al quartier generale della CIA è una pura coincidenza). Secondo quanto riferito, Haftar ha persino permesso alla CIA di stabilire una base nella città orientale di Bengasi nell’area sotto il suo controllo.

Mentre gli Stati Uniti e la Russia sono probabilmente le due principali potenze indiscusse in merito a questi recenti combattimenti e la risposta internazionale a questi scontri, ci sono altri giocatori notevoli che non ricevono la stessa quantità di tempo di trasmissione che meritano. Non aspettatevi che sia la notizia principale, ma poco prima dell’offensiva, Haftar era stato in Arabia Saudita, dove si era incontrato con il re Salman. Si scopre che le forze di Haftar simpatizzano con lo stesso ceppo islamico salafita che il Regno saudita esporta nel resto del mondo come una merce .

Presumibilmente riceverà anche il sostegno dall’Egitto, dagli Emirati Arabi Uniti (EAU) e persino dalla Francia, che ha tranquillamente compiuto attacchi aerei contro gli avversari di Haftar (combattenti dell’opposizione ciadiana). Non solo la Francia è una delle principali cause del caos che ha travolto la Libia nel 2011 (era, dopotutto, un jet Rafale francese che ha colpito il corteo fuggitivo di Muammar Gheddafi a Sirte, portando al suo brutale omicidio) ma è ancora oggi dietro le quinte, continuando una politica intrusiva e intrusiva in Libia che vede agenti clandestini, consiglieri e forze speciali per aiutare gli obiettivi di Haftar. Questo nonostante la lunga lista di presunti crimini di Haftar . Detto questo, la Francia nega ancora che aveva qualche avvertimento sul recente avanzamento dell’LNA.

La politica estera degli Stati Uniti sembra seguire questo ciclo di violenza curioso, ridicolo e frustrante e i media aziendali continuano a comportarsi in modo indifferente. Il modello sembra andare in questo modo. Uno, gli Stati Uniti appoggiano un certo gruppo, gruppi o un dittatore di sorta per fungere da esercito per procura contro un nemico comune. Due, una volta detto che il nemico è stato rovesciato, quel delegato prenderà le redini o continuerà a devastare il paese, o entrambi.
Quando quel gruppo è sopravvissuto alla sua utilità, i legami del gruppo con altri nemici sgradevoli, i loro crimini contro l’umanità o qualsiasi accusa associata vengono portati allo scoperto e inizia un processo di demonizzazione che alla fine porterà a un altro appello affinché gli Stati Uniti intervengano.

” Perché la Libia è così senza legge? “La BBC si è chiesta una volta . Sappiamo tutti il perché, semplicemente non lo segnalerete abbastanza accuratamente.

Sotto Gheddafi, la Libia aveva il più alto tenore di vita di qualsiasi paese in Africa fino a quando non fu espulso dalle forze sostenute dalla NATO e dagli Stati Uniti. Il suo sistema sanitario era una volta “l’ invidia della regione “.

Dopo la rimozione di Gheddafi, la Libia è l’invidia di niente e nessuno, eccetto i jihadisti maniacali che hanno capitalizzato la morte e la distruzione lasciata sulla scia della guerra del 2011.

La crescita dei jihadisti in Libia non fu solo una conseguenza imprevista dell’intervento della NATO, né fu a causa del fallimento delle potenze della NATO a contribuire alla ricostruzione di un paese più forte. La presenza di elementi jihadisti al fine di rovesciare Gheddafi era uno stratagemma specifico utilizzato dai paesi della NATO che persino supervisionavano i loro movimenti nel paese in modo da poter far cadere il leader libico.

All’inizio del 2011, un comandante ribelle libico ha ammesso che i suoi combattenti includevano jihadisti che combattevano le truppe alleate in Iraq. Questi combattenti hanno poi combattuto sotto la bandiera di al-Qaeda in Iraq (AQI), che si è affermata come entità solo dopo che gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq nel 2003, in primo luogo. (AQI divenne noto come ISIS ).

Potrei andare avanti e avanti su questo argomento. Basti dire, qualsiasi media mainstream che esorta gli Stati Uniti, o qualsiasi altra potenza occidentale, a fare di più in Libia e a smettere di essere ” ambivalenti ” è un pezzo fraudolento di non-storia e non dovrebbe essere trattato come un’opione geopolitica credibile.

Washington ha fatto molto in Libia e nella regione circostante per decenni. Come disse un consigliere politico libico, Mohamed Buisier : “La storia della Libia è la storia delle potenze straniere che hanno governato la Libia “.

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-usa_e_nato_condivideranno_per_sempre_la_colpa_del_caos_in_libia/5871_27924/

Fonte: Foto Reuters
Notizia del:

Perché la Libia non sta né con Serraj né con Haftar

dicembre 2018

di Barbara Ciolli

Libia guerra dopo Gheddafi Derna Haftar Bengasi
Libia guerra dopo Gheddafi Derna

 Il premier della Fayyez al Serraj e il generale Haftar si contendono il Paese alla vigilia del voto.
  Il premier della Fayyez al Serraj e il generale Haftar si contendono il Paese 
 
È diventata una consuetudine che quando il premier Fayyez al Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale come primo interlocutore politico della Libia, va all’estero si tentano assalti ai palazzi delle istituzioni di Tripoli. Ogni occasione è buona per rovesciare l’assetto di comando, vista la fragilità dell’esecutivo che di fatto governa – e detta legge attraverso le sue milizie di un cartello ormai criminale – solo la capitale: le brigate escluse dalla torta non aspettano altro ed è forte ormai, per le ristrettezze vissute ormai da anni da una parte crescente della popolazione, anche il malcontento popolare. L’ultima sommossa è stata più civile, perché a rompere il cordone di sicurezza e a entrare nel palazzo del Consiglio presidenziale di al Serraj non sono stati gruppi armati con mitragliatori e bombe, ma centinaia di manifestanti, cittadini arrabbiati che hanno vandalizzato il palazzo del governo.

IL CONFLITTO TRA ISLAMISTI

A calmare le famiglie dei veterani e dei feriti di guerra che protestano per il ritardo nel pagamento dei sussidi e per la mancanza di assistenza medica, mentre al Serraj era in visita di Stato in Giordania, è stato il vice premier Ahmed Maitig, noto per parlare bene l’italiano e dialogare molto con Roma e, in Libia, anche per essere stato bersagliato anni fa con dei lanciarazzi in casa. Nei mesi scorsi sono state attaccate anche le residenze di altri vice di al Serraj e dello stesso premier, mentre a Tripoli esplodevano a più riprese scontri tra milizie per divisioni ormai non solo tra il blocco sommariamente definito laico del generale Khalifa Haftar, che comanda di fatto il Sud e l’Est della Libia, e il blocco sommariamente definito islamista che formò il governo di al Serraj. Il conflitto ora è soprattutto interno agli islamisti: Misurata e altri Comuni che nel 2014 erano nel movimento Alba libica sono sempre più insofferenti verso le ruberie e lo strapotere dei tripolini.
Libia guerra dopo Gheddafi Derna Serraj © GETTY Libia guerra dopo Gheddafi Derna Serraj

I SOLDI DEL PETROLIO ALLE LOBBY

Tra i manifestanti che hanno assaltato la sede del governo c’erano anche diversi ex combattenti di Alba libica. La disaffezione verso la politica è forte, perché, spiega a Lettera43.it lo scrittore e giornalista libico Farid Adly, «una parte ingente dei grandi introiti del petrolio, attraverso la Banca centrale libica che non a caso dal 2011 non ha mai messo di funzionare, va a finire ogni mese in sussidi e lauti stipendi pubblici a cittadini libici legati al governo o alle milizie rispondenti ai ministeri». Un fiume di soldi, oltre ai gruppi armati, raggiunge «tanti libici che vivono all’estero senza lavorare». Mentre in Libia sempre più famiglie comuni sono costrette, ormai da anni perché dal 2016 il governo di al Serraj non ha risolto nulla, a fare la fila ai bancomat per prelevare il corrispondente di poche centinaia di euro a settimana. Non c’è liquidità, i prezzi del pane e di altri beni di prima necessità sono alle stelle e la corrente elettrica salta per ore.

LA PIAGA DEL CONTRABBANDO

Diverse attività legali si sono dovute fermare, a causa della penuria e della mancanza di sicurezza, anche a Tripoli. Mentre in Cirenaica «a Derna i problemi sono tutt’altro che risolti e anche Bengasi resta colpita dal terrorismo. In Libia», precisa Adly, «ci sono ancora dei rapiti dell’Isis». Nell’Est e nel Sud della Libia Haftar ha insediato giunte militari, ma lo Stato rimane assente. Nella regione del Sahara c’è da sempre la piaga dei traffici illeciti, la sola forma di economia reale della zona, intensificati dalla caduta del regime. Tra questi, con il proliferare di vari capimilizie foraggiati dalle potenze straniere, di pari passo con il traffico di esseri umani e altri business del mercati nero, è gonfiato anche sulla costa il contrabbando del petrolio. Attraverso Malta arriva “lavato” anche in Italia: una fuga di greggio che costa alla Compagnia nazionale del petrolio (Noc) libica – attaccata a settembre 2018 dall’Isis – milioni di dollari al giorno di mancati incassi.
© GETTY Libia guerra dopo Gheddafi Derna Haftar Bengasi

L’EMBARGO FITTIZIO SULLE ARMI

Non di meno l’ex colonia italiana non collassa, lo status quo fa comodo a chi drena liquidità dalle risorse, «la loro redistribuzione non è equa» commenta Adly. La situazione è grave – sempre più grave – ma non è seria. Un altro carburante delle divisioni e della criminalità sono le armi che continuano ad arrivare dall’estero alla Libia, in violazione dell’embargo dell’Onu (rinnovato con la Risoluzione 2420 del 2018 ma lettera morta) e i finanziamenti stranieri alle milizie che taglieggiano i politici e impongono il racket nei quartieri di Tripoli. Per bloccare i migranti in Libia e tutelare lo stabilimento dell’Eni a Mellitah, con Marco Minniti ministro dell’Interno e il generale Paolo Serra consigliere militare per la Libia, fino al dicembre 2017, l’Onu, l‘Italia e di riflesso le istituzioni Ue hanno stretto un patto soprattutto con il governo di Tripoli, che intanto si isolava nel cartello di milizie della capitale.

I PASSI AVANTI VERSO IL VOTO

Misurata, capofila delle rivolte del 2011 e unico centro, in Libia, dove è a garantita una certa sicurezza, è in rotta con al Serraj e si sta avvicinando ai francesi che, rovesciato Gheddafi, tentano, con qualsiasi alleato, di allargare la loro influenza. Dopo il flop del vertice di Palermo sulla Libia, qualche timido progresso per il voto nazionale, rimandato al 2019, potrebbe venire dai contatti in Giordania tra il premier di Tripoli in visita dal re Abdullah II e gli emissari di Haftar che fa spesso base ad Amman. La Camera dei rappresentati di Tobruk, nell’Est, che fa capo ad Haftar e non riconosce il governo di al Serraj, alla fine di novembre in accordo con la controparte del Consiglio di Stato di Tripoli ha approvato il referendum per la costituzione e la riforma della composizione del Consiglio presidenziale di al Serraj, in favore di Haftar. Resta il nodo dell’incarico a capo dell’esercito, bramato dal generale di Tobruk.
© GETTY Libia guerra dopo Gheddafi Derna

LA SOCIETÀ CIVILE ALL’ESTERO

Come se agli elettori importasse delle poltrone delle milizie e dei movimenti più finanziati dall’estero che, dalle rivolte del 2011, hanno approfittato del vuoto di potere. Gli interlocutori di Tripoli e Tobruk hanno tentato o compiuto golpe e non possono essere considerati affidabili. L’affluenza alle ultime Legislative del 2014 fu del 30% e la Fratellanza musulmana alla quale fa riferimento, attraverso gli sponsor della Turchia e del Qatar, il blocco islamista di al Serraj firmatario dei negoziati di pace in Marocco dell’Onu, le perse. Il suo consenso è all’11%, una decina di altri partiti e sigle democratiche non partecipa alla politica interna, i suoi leader e intellettuali sono riparati all’estero e non vengono invitati agli incontri internazionali. La società civile è uscita dalla Libia e i leader del mondo preferiscono trattare con le milizie che stanno depredando il Paese.

Preso da: https://www.msn.com/it-it/notizie/mondo/perch%c3%a9-la-libia-non-sta-n%c3%a9-con-serraj-n%c3%a9-con-haftar/ar-BBQsEvU?fullscreen=true#image=1

La Libia, dall’era Gheddafi ai giorni nostri

Nel 1967 il colonnello Gheddafi ereditò una delle Nazioni più povere in Africa ma, al momento in cui il leader libico fu assassinato, aveva trasformato la Libia in una nazione fra le più ricche.


La Libia aveva il più alto PIL pro capite e la speranza di vita nel paese era in costante crescita, nel contempo pochissime persone vivevano sotto la soglia di povertà rispetto ad altri paesi africani. In oltre quaranta anni Gheddafi aveva promosso la democrazia economica utilizzando la ricchezza del petrolio per sostenere programmi di assistenza sociale per tutti i libici. Sotto il governo di Gheddafi i libici godevano di assistenza sanitaria e istruzione gratuita, ma anche l’energia elettrica era a zero costo e i prestiti bancari alle famiglie, per mutui o spese per le normali attività domestiche, venivano erogati senza applicare alcun interesse.

A differenza di molte altre nazioni arabe, le donne nella Libia di Gheddafi avevano il diritto all’istruzione, ricoprivano incarichi pubblici, potevano sposare chi volevano, divorziare, possedere beni e disporre di un reddito. Nel 1969 solo poche donne frequentavano l’Università mentre nel 2011 più della metà degli studenti universitari della Libia erano donne. Una delle prime leggi operate da Gheddafi nel 1970 era la pari retribuzione fra uomini e donne.
Il 4 gennaio 2011 lo stesso Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite aveva riconosciuto ed elogiato Gheddafi (leggi il documento) per la sua promozione dei diritti civili e delle donne. In pratica prima lo hanno lodato e pochi mesi dopo chi lo ha ucciso si è giustificato dicendo di aver liberato il mondo da un pericoloso e sanguinario dittatore. Assurdo!

Il dopo Gheddafi

A seguito del scellerato intervento francese e della NATO del 2011, la situazione attuale è un vero disastro annunciato. La Libia è ormai uno stato fallito e la sua economia è allo sfascio. Non vi è un controllo governativo e l’amministrazione dello Stato scivola tra le dita dei fantocci eletti dall’ONU per finire nelle mani dei combattenti delle milizie locali, facenti parte di tribù islamiste che al tempo di gheddafiana memoria erano dei classici criminali.

In pratica l’occidente ha consegnato le chiavi della nazione a una banda di assassini spietati e senza regole. Tutto questo pur di liberarsi di un Gheddafi che aveva finanziato metà campagne elettorali dei leader democratici europei (Sarkozy per esempio).
Il risultato oggi è ben chiaro: per merito dell’intervento Francia/Nato la Libia ha ora due governi, ognuno di questi con il proprio primo ministro, Parlamento e persino esercito.
Il Parlamento, quello che era stato eletto per volere dell’ONU e riconosciuto dalla cosiddetta ‘comunità internazionale’, è stato spazzato via da Tripoli dalle milizie islamiste che poi hanno assunto il controllo della capitale nonché in altre città. Nella parte orientale del paese, quello che tutti riconoscono come il governo ‘legittimo’ e dominato da coloro che si professano anti-islamisti, è stato esiliato a un migliaio di chilometri di distanza dalla capitale, precisamente a Tobruk, e di fatto non governa più nulla.
La caduta di Gheddafi ha creato tutti gli scenari peggiori del paese: le ambasciate occidentali non esistono più, il sud del paese è diventato un rifugio per i terroristi e il nord un centro del traffico di migranti. Egitto, Algeria e Tunisia hanno chiuso tutti i loro confini con la Libia. Nel paese vi è un contesto di illegalità assoluta, si va dallo stupro diffuso agli omicidi di massa che restano assolutamente impuniti.

La strategia futura della CIA

 L’America, da sempre impegnata a esportare libertà e democrazia nel mondo :-), riesce a contribuire in questo disastroso scenario alimentando una terza via. Non bastano i due governi, ormai totalmente inutili e inetti, ora in Libia ci sono gli Stati Uniti che aprono un nuovo scenario con una terza forza, totalmente indipendente dalle altre due. Ed è la solita CIA, il servizio di maggior intelligence 🙂 esistente al mondo, a individuare la soluzione di tutti i mali libici attraverso la figura del generale Khalifa Belqasim Haftar quale prossimo leader libico e, per questo, l’interessato già mira ad autoproclamarsi ‘nuovo dittatore’ della Libia.
Tanto per capire di che personaggio stiamo parlando, si sappia che il generale Haftar, antico nemico giurato di Gheddafi tanto da dover fuggire dal paese, si era trasferito in USA, in Virginia, guarda caso proprio vicino al quartier generale della CIA, dove si dice sia stato addestrato dall’Agenzia per prendere parte ai numerosi tentativi di golpe in Libia, sempre falliti fino al 2011, per rovesciare Gheddafi.
Non solo, nel 1991 il New York Times riferiva che Haftar era uno dei seicento soldati libici addestrati dalla CIA in atti di sabotaggio e altre azioni di guerriglia per rovesciare il regime di Gheddafi. Questo mini esercito libico/americano è stato costituito dal presidente Reagan e mantenuto integro fino all’intervento francese del 2011.

Il vero obiettivo dell’occidente

In realtà, l’obiettivo dell’occidente non era certo quello di aiutare il popolo libico, asserendo che in Libia si era oppressi e soffocati da un dittatore talmente crudele che aveva la colpa di aver contribuito a far vivere il più alto tenore di vita in Africa, bensì di spodestare Gheddafi, installare un regime fantoccio e ottenere il controllo delle risorse naturali della Libia.
Non ci vuole un Qi troppo elevato per capirlo, eppure dai mass media leggiamo ancora oggi che la Libia è stata liberata da un tiranno per garantire la democrazia e gli equilibri in Medio Oriente. E il bello è che ci credono in tanti.

Un decennio di fallimenti militari giustificato da un business miliardario

Qualche anno fa la Nato ha dichiarato che la missione in Libia era stato “uno dei più riusciti nella storia della Nato”. A parte il fatto che molto del merito va alla ‘furbesca’ Francia e non certo alla Nato, la verità è sotto gli occhi di tutti: questo intervento occidentale non ha prodotto nulla se non fallimenti colossali in Libia, Iraq e Siria. E parliamoci chiaro: prima del coinvolgimento militare occidentale, queste tre nazioni erano gli Stati più moderni e laici esistenti in Medio Oriente e in tutto il nord Africa, con il più alto tasso di godimento dei diritti della donna e del tenore di vita.
Un decennio di fallimentari spedizioni militari in Medio Oriente ha lasciato il popolo americano un trilione di dollari di debito. Tuttavia qualcuno in particolare negli USA hanno beneficiato immensamente per tali costose e mortali guerre: l’industria militare americana.
La costruzione di nuove basi militari significa miliardi di dollari per l’élite militare statunitense. È dai tempi del bombardamento dell’Iraq che gli Stati Uniti hanno costruito nuove basi militari in Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman e Arabia Saudita. Dopo l’Afghanistan gli Stati Uniti hanno costruito basi militari in Pakistan, Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan, mentre dopo la Libia hanno realizzato nuove basi militari in Seychelles, Kenya, Sud Sudan, Niger e Burkina Faso.
In tutti questi paesi a presenza militare americana sono a basso tenore di vita della popolazione e a forte limitazione delle libertà individuali, delle donne in special modo.
Infine, il flusso dei migranti rischia di far ‘scoppiare’ l’Europa. E qui ricordo la profezia di Gheddafi che, a quanto pare, si sta puntualmente avverando quando nel 2011 disse:

“State bombardando il muro che si erge sulla strada dei migranti e dei terroristi verso l’Europa”.

Di ogni intervento americano nel mondo non esiste un fattore positivo per l’Umanità, bensì serve a rendere invincibile chi, come Trump, dice di avere “il pulsante più grande che, tra l’altro, funziona”.
Eh sì, vediamo bene come funziona.
Questo articolo è stato pubblicato qui

Preso da: https://www.agoravox.it/La-Libia-dall-era-Gheddafi-ai.html

Libia: da Gheddafi a “15.000 milizie”

Risultati immagini per Saif al Islam Gheddafi immagini
Foto: Newsweek (da Google)

Nel memorandum 1) sulla Libia in merito alle politiche di disinformazione dell’Occidente sullo stato e sull’esercito libico, prima e durante la guerra d’aggressione scatenata dalla Nato e soci a partire dal marzo del 2011, Saif al Islam Khaddafi calcola che siano operanti allo stato attuale circa 15.000 milizie, gran parte delle quali ben armate e ben addestrate.
Il figlio di Gheddafi 2) non cita, perché presumibilmente lo da per scontato. la penetrazione di truppe d’invasione statunitensi, inglesi, francesi, italiane (trecento, di cui cento paracadusti della Folgore). E non cita la “rinascita” del terrorismo jihadista in particolare a Sirte e a Bengasi in seguito al ritorno dalla Siria degli oppositori più o meno democratici al governo di Assad (terrorismo che suo padre e il regime della Giamahiria aveva saputo contenere).

Lo stato considerato “fallito” da uomini di grande spessore morale come Giorgio Napolitano, oltre che dalle sinistre umanitarie e pacifiste, desiderose di bombardare e di uccidere, ora è realmente “fallito”, o , detto meglio, si trova nella condizione ideale perché gli avvoltoi dell’Occidente imperiale e i tagliagole locali possano disporne a loro piacimento.

Il caos allarma coloro che l’hanno creato perché è andato ben oltre quello preventivato. In tali condizioni è difficile infatti avviare in sicurezza la produzione di petrolio e gas e difendere gli oleodotti e i gasdotti. Ricorrere alle milizie costituite da bande di mercenari per la protezione degli impianti e delle infrastrutture diventa irrinunciabile.
Da qui i grandi sforzi che i carnefici della Libia stanno compiendo per approdare alla unificazione politica e giuridica del grande Paese africano. Dopo gli incontri a Madrid e Ginevra sotto gli auspici dell’ONU, si è registrato a Shkirat, cittadina del Marocco, tra Casablanca e Rabat, un accordo 3) che è stato ritenuto dalle parti importante e positivo. Ma gli entusiasmi son durati ben poco.
L’accordo prevedeva che il parlamento di Tobruk conservasse la maggioranza dei suoi membri e accogliesse al suo interno quaranta rappresentanti del parlamento di Tripoli, diventando in tal modo il parlamento ufficiale della Libia. Il premierato del governo di unità nazionale sarebbe spettato a Fayez Al Serray, pedina farsesca dell’Occidente, arrivato dal mare a Tripoli con la protezione armata delle navi dell’Impero e talmente amato dai suoi connazionali che solo dopo alcuni mesi è riuscito ad insediarsi a Tripoli.
L’accordo non è stato gradito né a Tripoli né a Tobruk.
L’Occidente imperiale sembra sostenere il debole governo di Tripoli, più facilmente manipolabile (l’Italia è particolarmente interessata, con l’ineffabile Minniti, alla regolazione dei flussi immigratori anche con strumenti di detenzione criminale), 4) sebbene il fronte presenti vistose smagliature con la Francia che “tratta” con Haftar, mentre gli stessi Stati Uniti sembrano avvicinarsi all’uomo forte di Tobruk, il feldmaresciallo Haftar che a sua volta gode dell’appoggio della Russia, dell’Egitto,degli  Emirati Arabi.
In un articolo 5) avevo affermato che Haftar sembrava avviato verso il controllo pieno della LIbia. Certamente ha saputo conquistare, ponendola sotto il controllo del governo di Tobruk la ricchissima “Mezzaluna del petrolio”6), situata tra Bengasi e Sirte ma è anche vero che la sua marcia si è rallentata in Tripolitania. Infatti, in appoggio all’intervento militare del generale Usama Juwahili, comandante della zona militare occidentale contro bande di fuorilegge7), le Brigate di Zintan e la Brigata rivoluzionaria di Tripoli alleate un tempo a Khalifa Haftar, seppure indipendenti, hanno attaccato l’esercito nazionale libico (LNA), costretto ad abbandonare la sua posizione.
La Tripolitania sembra perduta per il momento per il feldmaresciallo Haftar, mentre si profilano nell’area nuove alleanze. Al servizio di Al-Serray ? Al momento è difficile fare previsioni.
In tale contesto non va trascurata la presenza e l’azione politica dei Gheddafiani e in particolare della figura di Sail-Al-Khaddafi, personalità di alto prestigio, già a suo tempo considerato l’architeto di una nuova Libia, capace di “parlare” con le tante tribù della sua terra e proporre una politica di unificazione. A suo vantaggio va ricordato il rapporto politico favorevole, lui e la sua gente, con Khalifa Haftar
NOTE
1) Saif al-Islam Khaddafi ” Memorandum sulla Libia: disinformazione contro Stato Guida ed Esercito” in “Voltaire” 30/10/17
2) Saif al-Islam Khaddafi è attualmente perseguito dalla Corte Penale internazionale, indecemente gestito dall’Occidente imperiale, per “presunti” crimini contro l’umanità. Richiesto l’arresto del figlio di Muammar Gheddafi alle autorità giudiziarie locali
3) Il Post “Cosa rimane della Libia” 1/12/17
4) Amnesty international ” Libia: i governi europei complici di torture e violenze” 12/12/17
5) A. B. ” Haftar si avvia…” in Cagliaripad e in l’Interferenza 5/8/17
6) Il post, art. cit. 1/12/17
7) Andrey Akulov ” Eventi recenti in Libia: una sfida…” In “The Saker Italia”

Preso da: http://www.linterferenza.info/esteri/libia-gheddafi-15-000-milizie/

Libia: il volto coloniale di Francia e Italia

di Pressenza – International Press Agency 
giovedì 6 settembre 2018
Sulla questione libica, Francia e Italia si guardano di traverso non solo perché si contendono il ruolo di pacieri nella speranza di assicurarsi un posto a tavola nella Libia che verrà, ma anche perché si rapportano in maniera diversa nei confronti dei due governi presenti in Libia. L’Italia collabora esclusivamente con Al-Serraj, capo di governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, che però controlla solo la Tripolitania e pochi altri territori della parte occidentale del paese. La Francia, invece, sostiene più volentieri il generale Haftar, capo militare che controlla non solo la Cirenaica ma tutta la parte centrale e orientale del paese. Due scelte di campo non casuali che fanno assumere ai due rivali non tanto il volto dei pacieri disinteressati, quanto delle potenze coloniali assetate di controllo.

di Francesco Gesualdi

Ovviamente la questione petrolifera è sempre in primo piano, considerato che la Libia possiede le maggiori riserve di petrolio dell’Africa, le none nel mondo, circa 48 miliardi di barili (il 3% circa dell’intero ammontare delle riserve mondiali). Prima del rovesciamento di Gheddafi, nel 2011, la Libia produceva 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno e 17 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Le due risorse rappresentavano il 65% del prodotto lordo nazionale e contribuivano al 95% delle entrate governative. Ma dal 2013, la produzione si è praticamente dimezzata per l’attacco ai pozzi da parte delle innumerevoli milizie armate che tempestano la Libia.

Da un punto di vista operativo l’estrazione e la vendita degli idrocarburi è affidata alla National Oil Corporation (NOC), un’azienda di stato che opera non solo in proprio, ma anche per il tramite di società compartecipate da multinazionali, senza escludere la possibilità di permettere a quest’ultime di estrarre su licenza. Tra queste ENI che sotto varie forme societarie gestisce diversi giacimenti di gas e petrolio non solo onshore, ossia sulla terra ferma, ma anche offshore, ossia in mare, principalmente nella parte ovest del paese, quella sotto il controllo del governo Al-Serraj. Tuttavia la maggior parte del petrolio libico si trova nella parte centrale del paese, quella sotto comando del generale Haftar. Alcuni pozzi di questa zona sono gestiti dalla società Waha Concessions nel cui azionariato compare anche Total che da vari anni sta cercando una strategia per affermarsi in Libia. Con successo, dal momento che è presente anche in altre società che gestiscono altri due giacimenti: l’uno nel Mar Mediterraneo, l’altro nel Fezzan, la regione più a sud del paese.
Ma la difesa delle proprie imprese è solo uno dei temi che divide Francia e Italia. L’altro è il controllo del territorio su cui i due paesi sono di nuovo concorrenti. L’obiettivo principale dell’Italia è fermare l’arrivo di migranti attraverso il Mar Mediterraneo e poiché gli imbarchi avvengono nella parte occidentale della Libia, i legami sono stati stretti con Al-Serraj a cui è stata offerta amicizia e sostegno economico, in cambio del controllo dei flussi migratori. Così fece il governo Renzi e poi il governo Gentiloni per continuare col governo Conte.
Ovviamente l’Italia sa che una politica efficace contro flussi migratori richiede un blocco dei passaggi più a sud, già nel Niger, per cui vorrebbe avere più influenza nelle regioni del Sahel. Ma l’Africa sahariana ha una storia coloniale con la Francia e in questi paesi non si muove foglia senza che la Francia non voglia. E la volontà della Francia è di non avere altre presenze straniere all’infuori di lei o dei suoi stretti alleati, per cui l’Italia non ha grandi prospettive di poter inviare propri contingenti.
Ma dopo il Niger la rotta dei migranti passa per la Libia e qui l’Italia potrebbe essere facilitata in nome dei trascorsi coloniali. Ma il territorio libico a ridosso del Niger è il Fezzan ormai una terra di nessuno dove decine di gruppi armati si fronteggiano per il controllo di porzioni di territorio. Una situazione di anarchia che ha facilitato il proliferare di varie altre anomalie.
Non solo l’esplosione di ogni forma di traffico illegale, dal passaggio clandestino dei migranti al contrabbando di armi, droghe e oro, ma anche l’insediamento di gruppi armati islamisti che fanno da spalla a gruppi analoghi presenti in altri paesi del Sahel. Ed è proprio quest’ultimo aspetto che più preoccupa la Francia inducendola a perseguire scelte di politica estera che le assicurino non solo la stabilizzazione del Fezzan, ma anche la possibilità di avere una presenza nella regione. Fra i due governi oggi presenti in Libia, quello che ha più probabilità di prendere il controllo del Fezzan non è Al Serraj, ma Haftar che gode di maggiori simpatie da parte dei gruppi locali. Di qui la seconda ragione che spinge la Francia a stringere amicizia con Haftar in aperto contrasto con l’Italia che almeno nel Fezzan vorrebbe insediarcisi lei. Vecchie logiche coloniali avanzano.

Preso da: https://www.agoravox.it/Libia-il-volto-coloniale-di.html

Il traditore Haftar si prepara ad attaccare Tripoli, e gli occupanti stranieri si preoccupano per la LORO “conferenza di pace”.

Il traditore Haftar, uomo della CIA si prepara a marciare su Tripoli, la cosa era prevista e prevedibile, qualche tempo addietro scrissi a tal proposito.

Gli occupanti della Libia sono preoccupati che questo possa mettere in pericolo la loro fantomatica “conferenza di pace” prevista per questo mese. Vorrei far presente che questa è la “conferenza di pace” degli occupanti!, i partecipanti sono stati scelti trai traditori del primo momento, con una certa maggioranza di “islamisti”. La vera conferenza di pace si terrà a Sirte, organizzata dalle Tribù Libiche, questa è la vera conferenza, con i delegati legittimi, perchè scelti dalle tribù, che sono il popolo.

Intanto il “grande liberatore” Haftar, nel tentativo di impedire la conferenza di pace delle Città e Tribù faceva rapire 2 Leader delle tribù di Bengasi e Zintan: http://libyanwarthetruth.com/cia-puppet-khalifa-haftar-seizes-libyan-tribal-leaders-attempting-stop-tribal-conference

Tutte cose che sulla stampa di regime non troverete.

Vediamo la situazione sul campo con questo articolo:

Le forze del Maresciallo Haftar sono entrate a Garian

Di Vanessa Tomassini.

Fonti locali hanno confermato l’annuncio del portavoce del Libyan National Army, Ahmed al-Mismari, circa l’ingresso dell’esercito nella città di Garian, a circa 80 km a sud di Tripoli, sulle pendici dell’altopiano del Gebel Nefusa. Il portavoce ha affermato in una breve dichiarazione, pubblicata sulla sua pagina Facebook, che l’esercito è entrato a Garian pacificamente, dopo essere stato accolto dai suoi abitanti. L’operazione “per liberare la Libia settentrionale” è stata lanciata ieri pomeriggio, scatenando l’ira del Consiglio Presidenziale del Governo di Accordo Nazionale, che ha convocato tutti i comandanti della regione centro-occidentale affinchè si preparassero a proteggere l’area da tentativi di destabilizzazione, dichiarando lo stato di emergenza . In serata, a sud di Gharian, diverse fonti hanno riferito di un’escalation di violenza che ha portato all’uccisione di due uomini, uno pro GNA e l’altro appartente alla coalizione guidata da Khalifa Haftar. La missione, voluta dal comando generale dell’esercito, nell’intento di unificare la Libia e liberararla dal terrorismo, arriva nello stesso momento in cui il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, sta visitando il Paese. “Sono profondamente preoccupato dai movimenti militari che stanno avendo luogo in Libia e dal rischio di conflitto. Non c’è una soluzione militare, solamente il dialogo tra libici può risolvere i problemi della Libia. Faccio appello alla calma e alla moderazione mentre mi accingo ad incontrare i leader del paese”. Ha dichiarato Guterres questa mattina. L’inizio delle operazioni militari a dieci giorni dalla Conferenza nazionale e in concomitanza della visita dei rappresentanti dell’Onu può essere visto come una prova di forza da parte del LNA per veder riconosciuto il proprio ruolo a Gadames, o come manifestazione di stanchezza alle proposte della comunità internazionale. Come a voler dire che non può esserci soluzione senza sicurezza.

Preso da: https://specialelibia.it/2019/04/04/le-forze-del-maresciallo-haftar-sono-entrate-a-garian/

Tripoli come non ve l’hanno mai raccontata. “Se dovessi parlare della tua città come la descriveresti?”

A cura di Vanessa Tomassini

“Tripoli la sposa del mare ha visto tutte le età e civiltà racchiuse, come in una stanza, nei suoi monumenti. Tripoli è la terra della pace e dei suoi abitanti buoni. La nostra città è una piccola Libia, dove tutte le tribù e tutte le culture convivono. Ma ci sono anche cose che tu non hai potuto vedere come la fila di fronte alle banche, alcune milizie nelle zone fuori dal centro ed aree povere che necessitano di infrastrutture.    
  Se il mondo ci lasciasse, supereremo tutti i paesi arabi ed europei”
 Ahmed I. (28 anni)

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Il 23 aprile scorso, vi raccontavo della mia permanenza nella capitale libica, Tripoli.  Nell’editoriale, pubblicato in esclusiva su Notizie Geopolitiche, con un pizzico di malinconia e ancora con tante emozioni nel cuore, descrivevo il clima di sicurezza, le strade e il chiacchiericcio di fronte ai bar, il traffico e i clacson di una ridente città costiera, desiderosa di dimenticare il passato e voltare pagina. Ho tralasciato di parlarvi dello shopping il giovedì pomeriggio, dove mi divertivo a provare abiti tradizionali libici, marocchini e turchi e non mi sono neanche dilungata nello scrivere di un’uscita serale lungomare, la colazione al baldacchino della Nutella e i regali fatti per gli amici in Italia e per quelli – tanti- appena conosciuti in Libia. Non potevo neanche immaginare che una settimana, o poco più tardi, il 3 maggio, qualche pazzo convinto di guadagnarsi un posto in paradiso, potesse attaccare la sede dell’Alta Commissione Elettorale Nazionale uccidendo 13 persone.

Come spesso accade in questi casi, alcuni giornalisti – applicando la regola “le brutte notizie fanno notizia, quelle belle no” – hanno iniziato ad aprire una serie di discussioni e riflessioni, a volte forzate. Solo alcuni giorni fa, una nota testata italiana descriveva Tripoli come uno scenario apocalittico, senza collegamenti aerei, una città preda di milizie e interessi stranieri, dove le emergenze come un attentato terroristico, vengono gestite dalle Katiba, il tutto in mezzo ad una tempesta di sabbia. Tralasciando le innumerevoli imprecisioni – a partire dalla marcia di Haftar data per attesa il quindici maggio, quando è già stata trasmessa da tutti i media satellitari la settimana scorsa – è bene ricordare che i voli da Tunisi a Tripoli sono oltre nove al giorno, forniti dalle compagnie: Libyan Wings, Afriqyha Airways, Libyan Airlines ed al-Buraq. Inutile dire che se domattina andassi a Malpensa e volessi andare a Parigi senza prenotazione, probabilmente attenderei ben più di 12 ore qualora tutti i voli fossero al completo. Senza entrare nel dettaglio delle vicende politiche, che poco ci interessano, vista la fragilità e dinamicità dello scenario libico, abbiamo chiesto a diversi giovani di Tripoli come vedono e vivono la loro città alla luce del recente attacco terroristico.
Mohamed ha 28 anni è nato e cresciuto nella capitale, sorridendo ci spiega: “la vita a Tripoli scorre molto normalmente, ci sono molte pattuglie della Forza Deterrente che controllano e combattono la criminalità; come Ghneoua, l’area di Abuslim è considerata la zona più densamente popolata ed è controllatissima mentre gli uomini di Haytham al-Tajouri, la polizia sotto l’ombrello della prima divisione di sicurezza, controllano e garantiscono sicurezza in diverse aree”. “Il problema nasce – aggiunge Mohamed – quando le forze che hai forgiato combattono tra loro, perché ognuna di esse ha una tendenza, una visione. Tuttavia Tripoli, la capitale e la città che ha resistito a qualsiasi aggressione, non è mai morta, potrebbe essere malata, ma resiste e vince. La vita è normale e le persone vivono regolarmente, nonostante tutte le circostanze. Ci sono problemi legati al terribile aumento del prezzo del dollaro sul mercato nero e alla mancanza di accesso da parte delle banche. Questo è ciò che conta per la gente di Tripoli, perché siamo una città che non ama le guerre e la sua gente è molto pacifica, non abbiamo il fanatismo di nessuna regione, né entriamo in competizione con l’altro, anzi accogliamo persone di tutte le altre città. In breve, la vita a Tripoli rimane bellissima, qualunque cosa accada soprattutto dopo la cacciata delle forze di Misurata”.
Un suo coetaneo, Muhannad, riguardo alla polizia ci confessa: “le forze di sicurezza non sono sufficientemente addestrate alla disciplina e al rispetto delle procedure e dei regolamenti. Ne conosco alcuni che hanno problemi psicologici. Io ho studiato medicina ed è chiara la loro sindrome post-guerra. Nessuno si preoccupa per loro, e gli interessati non ne parlano, non lo riconosceranno mai, perché tali disturbi nella nostra cultura locale sono visti come una vergogna. L’Italia e l’Unione Europea dovrebbero agire in modo costruttivo per aiutare la Libia”. Qualcun altro invece, come Mahmoud, crede che se alcuni Paesi europei e gli Stati Uniti si facessero da parte la Libia e molti altri paesi arabi starebbero molto meglio.
Haytham di anni ne ha 32 e vede la sua città sotto altri aspetti che per lui sono più importanti: “Tripoli è la capitale della cultura, dell’economia, delle istituzioni. La città che offre un’opportunità per tutti, per i libici e per tanti africani che fuggono dai loro paesi. Siamo un groviglio di culture, di nazionalità e tradizioni. Amiamo la nostra città, la nostra terra, le nostre radici. Studiamo, lavoriamo, facciamo sport, preghiamo. Il terrorismo non ci appartiene, vogliamo la pace e un futuro sereno per i nostri figli”. Anche Mahmoud difende la sposa del mare. “La mia città è bellissima, la vita è normalissima” ci dice, aggiungendo di sentirsi sicuro quanto prima.
Non poteva mancare il punto di vista di una giovane ragazza di 22 anni, Etehdal, che ci racconta la sua giornata: “Quando mi sveglio la mattina, vado all’università o a lavoro, torno a casa, prego e chiacchiero di qualsiasi cosa, ogni tanto vado a fare shopping con mia mamma, mia sorella o mio papà. La sera tardi per noi ragazze non è consigliabile di uscire così passo il tempo su Facebook o guardando qualcosa alla tv o chattando con gli amici. Niente di particolare o pericoloso… una vita normale!”. Eppure parlare con una straniera non sempre è raccomandabile, così qualcun altro più sospettoso si interroga: “qua è tutto tranquillo, ma non è che lavori per la CIA?”. E magari stavolta, rileggendosi, gli scapperà un sorriso.

Originale, con video: https://specialelibia.it/2018/05/16/tripoli-come-non-ve-lhanno-mai-raccontata-se-dovessi-parlare-della-tua-citta-come-la-descriveresti/

L’imperialismo statunitense e italiano e l’aggressione alla Libia

18 Settembre 2016

selfie renzi soldatessa
La situazione della Libia e del suo popolo, di cui ci siamo occupati recentemente con altri articoli(1), è sempre più drammatica.
Il 28 agosto scorso Emergency (2), ha annunciato di dover interrompere, per ragioni di sicurezza, le attività sanitarie e di dover abbandonare l’ospedale di Gernada, nell’est della Libia. L’associazione aveva offerto scorte di medicinali sia a Zintane sia a Misurata ma nemmeno l’equidistanza ha potuto essere la soluzione per poter lavorare e fornire aiuto ad una popolazione stremata. Ovunque nel Paese, ha denunciato Emergency, mancano le risorse e il personale necessario a offrire assistenza di base e specialistica, anche per le fasce più vulnerabili della popolazione, come i bambini. L’assistenza ai feriti, che secondo i dati dell’Oms( Organizzazione mondiale della sanità) sarebbero stati oltre 20 mila solo negli ultimi mesi, non può essere garantita “in un momento in cui gli ospedali vengono perfino bombardati” come ha dichiarato Gino Strada, il medico fondatore di Emergency.


Un Paese, la Libia, ricco di petrolio, ricco di gas, un Paese dove gli scontri e le guerre, il sangue versato e il terrore negli occhi dei bambini orfani hanno, come mandanti di questo orrore, i nomi di avventurieri, di jihadisti, di capi di numerose tribù locali spesso in lotta fra loro ma, soprattutto, il nome del capitalismo occidentale e delle sue criminali guerre imperialiste.
In Libia gli interessi del capitalismo dei vari Stati sono evidenti: il capitalismo italiano con l’Eni è in Tripolitania con tre giacimenti di petrolio e due di gas; il capitalismo della Gran Bretagna con la British Petroleum è presente nella regione centro-orientale, quello francese della Total è nella zona di Sirte e di al-Sharara. A questi si aggiungono la Repsol (Spagna), Wintershall (Germania) Occidental, Conoco Phillips, Marathon, Hess (Stati Uniti), Suncor e Petro-Canada (Canada),OMV (Austria)…

La Sicilia base militare contro la Libia nella guerra dell’imperialismo statunitense ed italiano
Nel mese di agosto l’aviazione degli Stati Uniti ha compiuto una serie di attacchi aerei ufficialmente contro obiettivi della Stato Islamico, a Sirte, e dichiarando che i bombardamenti sono stati effettuati su richiesta del governo locale di Fayez al Sarray, governo sostenuto dall’Onu. Fra le alte cariche militari Usa è trapelata la notizia della possibilità che i bombardamenti di agosto possano essere ripetuti più avanti. Risulta chiaro come gli Stati Uniti mirino ad aumentare il vantaggio per il proprio capitalismo in una zona ricca di petrolio e gas da sfruttare, cercando di sottrarre potere ad altri Paesi che controllano già parti dei giacimenti. La difesa dei profitti è fatta anche attraverso appoggi militari, o promesse d’appoggio, alle diverse fazioni della Libia e ai vari personaggi ambiziosi e corrotti, appoggi che continuano a mutare a seconda delle convenienze politiche e che riguardano, non tanto i diritti umani o la sopravvivenza della popolazione civile, bensì le immense risorse petrolifere e di gas.
In Italia il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha dichiarato che le operazioni non hanno interessato l’Italia né dal punto di vista della logistica né per il sorvolo del territorio nazionale, ma una parte della stampa italiana (3) ha denunciato che alla prima ondata di bombardamenti su Sirte aveva preso parte anche un drone Usa Reaper decollato dalla base di Sigonella, in Sicilia.
Per il ministro Pinotti l’operazione Usa si è sviluppata “…in piena coerenza con la risoluzione delle Nazioni unite numero 2259 del 2015 e in esito a una specifica richiesta di supporto formulata dal legittimo governo libico per il contrasto all’Isis nell’area di Sirte…” e che “”. “l’azione militare americana non prevede l’utilizzo di forze a terra..” , inoltre Pinotti ha affermato che “…l’Italia è pronta a considerare positivamente l’eventuale utilizzo delle basi italiane e il sorvolo per le operazioni aeree degli alleati impegnati nel conflitto in Libia su richiesta del governo di accordo nazionale libico”.
Nonostante il Presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, del Partito Democratico, continui a porre un’attenzione ossessiva ad evitare che la parola “guerra” sia associata al suo governo, nonostante la “schizofrenia” di dichiarazioni con le quali candida l’Italia per un pieno coinvolgimento e un “ruolo guida” nel Mediterraneo e al contempo ostenti un atteggiamento d’estraneità alle operazioni miliari, la realtà è che il governo Renzi, che si appoggia ad una base elettorale in cui emergono attivamente come bacino di voti numerose associazioni che si richiamano al pacifismo e all’ anti-razzismo( spesso ricevendone un cospicuo riconoscimento finanziario in termini di contributi, di sedi, d’incarichi in questa o quella Fondazione) è, con buona pace di quella fetta del suo sempre più esiguo elettorato pacifista o vagamente di sinistra, un governo di guerra come lo sono stati i governi precedenti, come lo sono stati, solo per citarne due su tutti, quello di Berlusconi e quello di Prodi(4) .
La base scelta per i bombardamenti sulla Libia è la più grande isola dell’Italia e del Mediterraneo, la Sicilia. Su chi ha deciso e chi dovrebbe decidere se l’Italia debba o no partecipare a questa guerra, su la “legalità” o meno di questa guerra, come di quelle precedenti, è un tema che non ci appassiona. ExJugoslavia, Irak, Afghanistan, aumento delle spese militari, costruzioni di basi di guerra Nato e Usa in territorio italiano, e così via, sono stati l’occasione di estenuanti raccolte di firme, interrogazioni parlamentari, referendum, o appelli alla Costituzione italiana ( sempre rispettata nei passaggi sulla sacralità della proprietà privata dei mezzi di produzione e sempre carta stracciata nei passaggi di ripudio alla guerra ). Si è spesa tanta energia di migliaia e migliaia di sinceri e onesti attivisti che in centinaia di movimenti e comitati, negli anni, si sono opposti alla guerra e sono spesso caduti nella trappola dei ricorsi ai tribunali borghesi, ricorsi che sono serviti solo per svuotare le piazze e fare tornare gli attivisti a casa, in attesa del pronunciamento di un magistrato “illuminato”, senza considerare che le istituzioni sono la sovrastruttura del sistema e sono lo strumento della sua governabilità e del suo mantenimento.
E non è stato un caso, infatti, che, proprio il 5 agosto scorso, il Tribunale del riesame di Catania, confermando il dissequestro delle antenne Muos (5), ha risposto “Presente” alla guerra, come hanno denunciato attivisti siciliano “No Muos”. Il Tribunale ha fatto così seguito al pronunciamento del maggio scorso in cui il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana (CGA), cedeva alle pressioni del governo Usa e italiano. Una sentenza, quella del Tribunale di Catania, che ha dato ragione ai profitti delle classi dominanti e che sacrifica il popolo siciliano ad offrire la sua bellissima terra come avamposto di sofferenza e morte per popoli vicini.

Ippocrate con la divisa della Folgore

Di pochi giorni fa è la notizia che le forze armate libiche del generale Khalifa Haftar di Tobruk del Libyan National Army (che controlla la Libia orientale e che ha l’appoggio di Stati stranieri, come l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti), hanno conquistato, praticamente senza combattere, il controllo dei porti petroliferi di Sidra e Ras Lanuf, porti dai quali viene esportato il petrolio libico, sottraendone il controllo al governo di “unità nazionale” di Sarraj sostenuto dall’Onu. Sembra che le guardie che dovevano proteggere i siti petroliferi abbiano rinunciato a qualsiasi resistenza e non abbiano aperto il fuoco. Il governo di Sarraj ha annunciato una controffensiva per la riconquista dei porti petroliferi.
In queste ore mentre scriviamo, dopo l’informativa dei ministri Paolo Gentiloni e Roberta Pinotti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, si sta discutendo alla commissione Camera le risoluzioni dei gruppi parlamentari (al Senato hanno già votato) sulla nuova operazione italiana in Libia e intanto partono dall’Italia 100 paracadutisti del 186esimo reggimento della Folgore. Il costo totale dell’operazione saranno circa 10 milioni di euro, che verranno stanziati nel decreto e che si aggiungono ai “500mila euro già stanziati dal governo italiano per le operazioni di sminamento umanitario a Sirte”.
La nuova guerra targata imperialismo italiano si chiama missione ‘Ippocrate’ e, ancora una volta come nelle guerre che l’hanno preceduta, si ammanta di umanità. E’ una missione “umanitaria”, sottolinea a più riprese Pinotti. Missione chiamata ‘Ippocrate’, dal nome del padre della medicina, proprio per cercare di occultarne il carattere militare . “65 tra medici e infermieri, 135 a fare da supporto logistico tra manutenzione dei mezzi, comunicazione, amministrazione, mensa, ecc; 100 come force protection”, cioè i parà. Sempre Pinotti ammette “la situazione sul terreno è molto instabile: non si può dire che Haftar abbia il controllo sulla Mezzaluna petrolifera, né che non lo abbia. Diciamo che ci sono dei contrasti…”
I contrasti si chiamano pozzi petroliferi, terminal di gas e interessi dell’Eni. L’Italia è in guerra, quindi, anche sul terreno e anche se ufficialmente i militari italiani andranno per umanità, per costruire un ospedale a Misurata, non per fare la guerra.

Unità di classe per il pane, il lavoro e la pace
Nel frattempo continua l’afflusso di profughi, di minori non accompagnati, di donne in gravidanza che cercano disperatamente un futuro sfidando un mare che il cimitero simbolo dell’orrore, della fame, della guerra, dell’ingiustizia del capitalismo odierno.
Il denaro che potrebbe servire per costruire nel nostro Paese ospedali, scuole, case antisismiche, consultori familiari, mense per lavoratori e studenti, sono veicolati per salvare i profitti dei banchieri e per costruire, e vendere nel mondo, armi di distruzione di massa. E’ necessario costruire e rafforzare una reale opposizione alla guerra, che abbia come obiettivi lo smantellamento del Muos in Sicilia, la chiusura delle basi Usa-Nato nel nostro territorio, che denunci senza tentennamenti come i piani imperialistici di guerra rappresentano solo l’interesse dei profitti di pochi e che la politica di guerra si appoggia sullo sfruttamento della maggioranza della popolazione mondiale come succede quotidianamente nell’Unione europea e come succede in Italia dove il governo Renzi ha scatenato una guerra sociale contro i lavoratori e i settori popolari del nostro Paese.
Gli interessi capitalistici statunitensi ed italiani sono opposti a quelli della classe lavoratrice siciliana ed italiana, e questa contraddizione è la medesima in tutti i Paesi del mondo.
Solo nelle lotte contro gli attacchi dei vari governi è possibile costruire una resistenza contro la guerra e l’imbarbarimento della società. I lavoratori del Nord Africa e del Medio Oriente sono oggi in Italia all’avanguardia delle lotte nel settore della logistica come in Francia i lavoratori immigrati lottano a fianco dei lavoratori francesi contro la riforma del lavoro. Ed è proprio di queste ore la tragica notizia dell’omicidio a Piacenza di un operaio in lotta durante un presidio.
Solo nell’unità delle lotte della nostra classe potrà sorgere una reale opposizione al razzismo e a tutte le guerre imperialiste.

Note
1) http://www.alternativacomunista.it/content/view/2287/45/
2) Emergency: “associazione italiana nata nel 1994 per offrire cure mediche chirurgiche gratuite e d’elevata qualità alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà”
3) http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/da-sigonella-gia-partono-i-droni-usa-contro-lisis/
4) http://www.alternativacomunista.it/content/view/1320/47/
5) MUOS (acronimo di Mobile User Objective System) è un sistema di comunicazioni satellitari militari ad alta frequenza e a banda stretta , gestito dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Il sistema è composto da quattro satelliti (più uno di riserva) e quattro stazioni di terra, una delle quali è stata terminata a fine gennaio 2014 in Sicilia, nei pressi di Niscemi.

Patrizia Cammarata – PdAC

Fonte

Preso da: http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o49211