Libia – Quando inglesi e americani non volevano l’Eni di Mattei

Il logo dell’Eni

(di Daniel Pescini) Nell’inverno del 1957, americani e inglesi non volevano che gli italiani interferissero con il loro progetto di monopolizzare lo sfruttamento del petrolio in Libia. A scriverlo è Massimiliano Cricco, professore associato di Storia delle relazioni internazionali presso il Dipartimento di studi giuridici e politici dell’Università Guglielmo Marconi di Roma, nel suo contributo Giovanni Gronchi e il Mediterraneo negli anni ’50: dalla Crisi di Suez alle relazioni politiche – economiche con la Libia, presentato al convegno Giovanni Gronchi e la politica estera italiana, 1955-1962, svoltosi a Pontedera (Pisa) il 13 e il 14 novembre scorsi.

“Le compagnie petrolifere inglesi e americane -si legge nel documento- appena appreso che l’Agip stava firmando un accordo per l’ottenimento di concessioni in Libia, avevano minacciato il governo di interrompere le loro trivellazioni nel paese arabo se l’Eni o le sue consociate fossero entrate nel mercato del petrolio libico”. “La ragione principale di questo boicottaggio -scrive Cricco- era l’importanza strategica per gli Stati Uniti e la Gran Bretagna di trovare e monopolizzare una fonte importante di petrolio a ovest del canale di Suez, prospettiva troppo allettante perché potesse essere messa in difficoltà dalla concorrenziale formula Mattei”.

Non è un mistero che le grandi compagnie sopportassero malvolentieri Enrico Mattei, allora presidente dell’Ente nazionale idrocarburi. Nel corso del 1957, infatti, Mattei sconcertò il mondo del petrolio sottoscrivendo un contratto di concessione in Iran con National Iranian Oil Company (Nioc) che ripartiva gli utili attribuendone il 75% alla compagnia iraniana e il 25% all’Eni. L’accordo fu stipulato il 14 marzo tra l’Agip e la Nioc. Veniva istituita una società paritetica, la Société Irano-Italienne del Petroles (la Sirip). L’Iran avrebbe intascato il 50% degli utili della Sirip a titolo di prelievo fiscale e il 50% degli utili al netto delle tasse. Era la prima volta che ad un paese produttore veniva riconosciuto, praticamente, il 75% degli utili mentre la compagnia petroliera straniera si “accontentava ” del 25% (Yergin, Il premio, Sperling&Kupfer, 1991, p. 426; Maugeri, L’arma del petrolio, Loggia de’ Lanzi, 1994, p.142).

Le condizioni del contratto di concessione lasciarono a bocca aperta le altre compagnie petrolifere già presenti in Medio Oriente. Fino a quel momento il contratto di concessione in tutta l’area era il cosiddetto fifty-fifty: 50% dei profitti al produttore, 50% dei profitti alla compagnia. Era così dal 1950, quando le quattro major del consorzio Aramco (Standard Oil of New Jersey, Socony-Vacuum, Standard Oil of California e Texaco) dovettero rinegoziare le loro concessioni con l’Arabia saudita. La formula Mattei del 75-25 destabilizzava il nuovo equilibrio tanto faticosamente trovato.

Non stupisce quindi che la prima richiesta italiana di ottenere una concessione petrolifera in Libia trovasse opposizioni. “La richiesta fu presentata nel maggio del 1957 dall’Agip mineraria -scrive Cricco- per tre aree nel deserto nel Fezzan. Il governo libico, sotto la pressione delle compagnie angloamericane, la rifiutò, adducendo il pretesto che l’Agip mineraria era una azienda proprietaria dello Stato e che invece le concessioni dovevano essere assegnate a aziende private”. L’Eni non sia arrese. Nel 1958 costituì la Cori (Compagnia ricerca idrocarburi, formalmente privata anche se partecipata al 90% da Agip e al 10% da Snam progetti) e il 19 novembre del 1959 ottenne la concessione numero 82 nel deserto cirenaico, tra le oasi di Gialo e Jagbub. La Cori applicava la regola del fifty-fifty, applicando royalties molto vantaggiose per il governo libico, a cui lasciava la possibilità di associarsi per il 30% a qualunque scoperta fatta. Si avviava così “quella importante collaborazione tecnica , economica e commerciale con il governo libico che si è protratta , attraverso 42 anni del regime di Muhammar Gheddafi, fino ad oggi” conclude Cricco.

Preso da: https://geopoliticaitaliana.wordpress.com/2015/11/17/libia-quando-inglesi-e-americani-non-volevano-leni-di-mattei/

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Telegraph: i federalisti europei finanziati dallo spionaggio USA

di Saint Simon

In questo vecchio articolo del 2000 del Telegraph, a firma di un giovane Ambrose Evans Pritchard, veniva portato in superficie quanto è sempre più evidente nella crisi europea: l’Unione Europea è fin dall’origine, nell’immediato dopoguerra, un progetto pensato, finanziato e diretto dagli USA per creare un’Europa politicamente ed economicamente vassalla. All’epoca questo progetto serviva a cementare l’Europa occidentale nella sfera d’influenza americana minacciata dal comunismo sovietico; oggi è usato come grimaldello per esportare le politiche economiche e sociali USA in Europa in modo da accelerarne la “statiunitizzazione” in attesa della ratifica del TTIP.
di Ambrose Evans Pritchard, 19 settembre 2000

Documenti governativi americani declassificati mostrano che le agenzie di intelligence degli Stati Uniti negli anni Cinquanta e Sessanta hanno condotto una campagna per creare lo slancio verso l’Europa unita. Hanno finanziato e diretto il movimento federalista europeo.
I documenti confermano i sospetti espressi all’epoca, secondo i quali l’America stava lavorando aggressivamente dietro le quinte per spingere la Gran Bretagna in uno Stato Europeo. Un memorandum, datato 26 luglio 1950, fornisce le istruzioni per una campagna finalizzata a promuovere un Parlamento Europeo a pieno titolo. È firmato dal generale William J. Donovan, capo del servizio segreto americano in epoca bellica Office of Strategic Studies (OSS) [Ufficio di Studi Strategici, NdT], precursore della CIA.
I documenti sono stati trovati da Joshua Paul, un ricercatore presso la Georgetown University di Washington. Essi comprendono i dossier rilasciati dai National Archives degli USA [Archivi Nazionali, NdT]. Il principale strumento di Washington per definire l’agenda europea è stato l’American Committee for a United Europe (ACUE) [Comitato americano per un’Europa unita, NdT], creato nel 1948. Il presidente era Donovan, che allora era apparentemente un avvocato privato.
Il vicepresidente era Allen Dulles, il direttore della CIA negli anni Cinquanta. Il comitato includeva Walter Bedell Smith, il primo direttore della CIA, ed un elenco di figure e funzionari ex-OSS che entravano e uscivano dalla CIA. I documenti mostrano che l’ACUE finanziò il Movimento Europeo, la più importante organizzazione federalista negli anni del dopoguerra. Nel 1958, ad esempio, ha fornito il 53,5% dei fondi del movimento.
La European Youth Campaign [Campagna della gioventù europea, NdT], un braccio del Movimento Europeo, è stata interamente finanziata e controllata da Washington. Il direttore belga, il barone Boel, riceveva pagamenti mensili in un conto speciale. Quando il direttore del Movimento Europeo, Joseph Retinger, di origini polacche, si risentì di questo livello di controllo americano e cercò di raccogliere fondi in Europa, venno subito rimproverato.
I leader del Movimento Europeo – Retinger, il visionario Robert Schuman e l’ex primo ministro belga Paul-Henri Spaak – furono tutti trattati come dipendenti dai loro sponsor americani. Il ruolo degli Stati Uniti è stato gestito come un’operazione segreta. Il finanziamento dell’ACUE arrivava dalle fondazioni Ford e Rockefeller, nonché da gruppi d’affari con stretti legami con il governo degli Stati Uniti.
Il direttore della Fondazione Ford, l’ex ufficiale dell’OSS Paul Hoffman, ottenne un doppio incarico come capo dell’ACUE alla fine degli anni Cinquanta. Anche il Dipartimento di Stato ha avuto un ruolo. Una nota della sezione europea, datata 11 giugno 1965, consiglia il vice-presidente della Comunità Economica Europea, Robert Marjolin, di perseguire l’unione monetaria di nascosto.
La nota raccomanda di tacitare il dibattito fino al punto in cui “l’adozione di tali proposte diventerà praticamente inevitabile”.

Preso da: http://vocidallestero.it/2015/11/01/telegraph-i-federalisti-europei-finanziati-dalla-spionaggio-usa/

Libia – Le chiavi del potere finanziario: la Libyan Investment Authority

9 novembre 2015

(di Daniel Pescini) La Libia occupa l’agenda dei governi mondiali e le pagine degli organi di informazione globale per la grave crisi che il paese stra attraversando dal 2011. In Libia non esiste una stato centrale, le forze armate sono polverizzate in milizie o in forze più o meno regolari al servizio dei due parlamenti e dei due governi che si contendono la legittimità di rappresentare il popolo libico. Un popolo che dalla Tripolitania alla Cirenaia soffre per primo i disagi del conflitto. E’ nota la situazione drammatica di Bengasi, dove dopo un anno di combattimenti la città è quasi rasa al suolo e ci sono circa 100mila sfollati che hanno urgente bisogno di aiuto (Unsmil Press Release, 20 settembre 2015). Ma è quasi tutta la popolazione libica ad essere in stato di forte disagio. Le Nazioni unite hanno calcolato che su una popolazione di 6,3 milioni di abitanti, 3 milioni di persone stiano patendo in modo più o meno rilevante le conseguenze negative della crisi politico-istituzionale e di sicurezza del paese, e 2,44 milioni (tra cui 1,35 milioni sono donne e bambini) hanno bisogno di assistenza umanitaria (Libya Humanitarian Needs Summary, settembre 2015).

Eppure, in questi anni, la Libia non ha smesso di essere un paese ricco. I dati della Banca mondiale rivelano che nel 2010 il prodotto interno lordo procapite della Libia era più alto di quello della Russia, quasi il triplo di quello dell’Algeria, il triplo di quello della Tunisia, quattro volte quello del Marocco e cinque volte quello dell’Egitto. Anche dopo la guerra civile e il pil procapite della Libia è rimasto il più alto di tutti i paesi arabi nordafricani (vedi grafico).

Confronto Pil procapite tra i paesi arrabi del Nord Africa (2006-2014)
Confronto Pil procapite tra i paesi arabi del Nord Africa (2006-2014)

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Tra il 2010 e il 2013, nonostante la guerra civile e lo stallo istituzionale, la bilancia commerciale della Libia è sempre rimasta in attivo: +18,8 miliardi di dollari nel 2010, + 11,6 miliardi nel 2011, addirittura + 38,5 miliardi nel 2012, poi + 17,8 miliardi nel 2013. Preoccupano invece i dati del 2014, che evidenziano un deciso calo sia del pil pro capite, sia dell’attivo della bilancia commerciale, pari a 3,7 miliardi. Dati sintomatici del fatto che il paese rischia il collasso se perdurerà l’assenza di stabilità politica e istituzionale.

Ma che fine ha fatto tutta questa ricchezza finanziaria, comunque accumulata anche durante gli anni della guerra civile? A custodirla sono due istituzioni che, nonostante la guerra civile, nonostante il paese conosca la minaccia permanente dei gruppi jihadisti salafiti, nonostante sia attraversato da traffici illeciti di armi e uomini, non hanno mai smesso di funzionare e di amministrare le entrate derivanti dalle esportazioni di petrolio e gas: la Banca centrale (Central Bank of Libya o CBL) e l’Autorità libica d’investimenti (Libyan Investment Authority o LIA).

Non è un caso che già nel maggio 2015 i governi di Francia, Germania, Italia, Regno unito, Spagna e Stati uniti, in una dichiarazione congiunta, abbiano ribadito l’aspettativa che tutte le parti che rappresentano le istituzioni indipendenti della Libia, vale a dire la Central Bank of Libya, la Libyan Investment Authority, la National Oil Corporation (NOC) e la Libyan Post Telecommunications and Information technology company (LPTIC ) continueranno ad agire nell’interesse a lungo termine del popolo libico in attesa di un governo di accordo nazionale.

In questo post analizzeremo la situazione in cui si trova la LIA il fondo di investimento sovrano. In un post successivo analizzeremo le condizion in cui si trovano la Banca centrale e NOC.

Il logo della Libyan Investment authority a Malta
Il logo della Libyan Investment authority a Malta

La Libyan Investment Authority (LIA) è il fondo sovrano libico. Ha sede a Malta e uffici a Tripoli. E’ finanziato con le entrate delle esportazioni di petrolio. Gli investimenti della LIA coprono diversi settori industriali: trasporti,comunicazioni, turismo edilizia, infrastrutture, agricoltura e sono indirizzati in particolare, oltre che in Libia, in Africa e in Europa. La Lia investe anche in numerosi prodotti finanziari (private equity funds, derivati, hedge funds e prodotti strutturati), in azioni delle compagnie a maggior capitalizzazone azionaria mondiale, in bond governativi e nei mercati monetari (Bloomberg.com).

La LIA ha un portafoglio azionario di 8,6 miliardi di dollari di cui 2,46 miliardi investiti in Italia, dove detiene l’1,25% di UniCredit, il 2% di Eni, Enel, Finmeccanica e Fca (D’Ascenzo-Mangano, Il Sole 24 Ore, 1 ottobre 2015, p. 2; Gulf News, 1 ottobre 2015 ). La Lia partecipa per il 3,2% a Pearson PLC (gruppo proprietario del Financial Times e co-proprietario dell’ Economist), ha quote nelle società statunitensi Halliburton (difesa), Chevron e Exxon Mobil (petrolio). In Francia è presente nel gruppo della difesa-aerospazio Lagardère.La LIA è poi è azionista del gruppo milanese di tecnologie e telecomunicazioni Retelit e ha una quota di circa il 2% della Juventus (Fubini, La Repubblica, 5 marzo 2015). Altre partecipazioni della LIA sono nella Royal Bank of Scotland e nella multinazionale russa dell’alluminio Rusal (Braw, The National Interest, 10 ottobre 2015).

Nel 2013 la Deloittle, società di consulenza statunistense, ha valutato tutti gli asset dalla Lia in 67 miliardi di dollari, ma l’Autorità ritiene che gli esperti di Deloitte siano riusciti a valutare solo l’80 per cento del patrimonio totale, con 13 miliardi di dollari che risulterebbero irrintracciabili a partire dalla morte di Gheddafi (Agenzia Nova, 29 luglio 2015; Townsend, Arabianbussiness.com, 1 agosto 2015). Un terzo degli asset della LIA sono congelati dal febbraio 2011 quando il Consiglo di sicurezza delle Nazioni unite, con la risoluzione 1970, ha chiesto a tutti gli stati di bloccare i beni della famiglia Gheddafi all’estero.

All’interno della LIA è poi in corso una lotta di potere tra l’attuale presidente e amministatore delegato, Hassan Bouhadi, e il suo precedessore, Abdul Magid Breish. Breish nel giugno del 2014 fu costretto a farsi da parte per una indagine volta ad accertare se nei suoi confronti dovesse valere la cosidetta “Legge sull’isolamento politico”, approvata nel 2013 dal Congresso generale nazionale libico per escludere i vecchi funzionari del regime di Gheddafi dalla vita politica. Nello stesso il mese la vittoria delle forze nazionaliste e moderate alle elezioni politiche spacca il paese in due governi, quello di Tripoli, islamista, e quello di Tobruk, nazionalista. Passano pochi mesi e a ottobre 2014 il consiglio di amministrazione della LIA, sostenuto dal governo di Tobruk, nomina Hassan Ahmed Bouhadi nuovo presidente e amministratore delegato. Ma nell’aprile 2015 si conclude l’indagine a carico di Breish: la legge sull’isolamento politico non si applica nel caso dell’ex numero uno della LIA e Breish reclama il proprio posto dagli uffici della LIA a Tripoli, sotto controllo del governo islamista. Da quel momento Breish e  Bouhadi (che opera da Malta), si contendono pezzi di potere all’interno del fondo sovrano. Mentre il primo ha richiesto che gli asset restino congelati fino alla costituzione di un governo di unità nazionale, come quello porposto dalle Nazioni unite, il secondo propugna un parziale sblocco degli stessi (Braw, The National Interest, 10 ottobre 2015 – Gulf News, 21 luglio 2015 – Libya Bussinessnews, 20 ottobre 2015).

Lo scontro in corso non ha però impedito alle due parti, nel luglio 2015, di trovare un comune accordo per incaricare la britannica BDO (azienda di consulenza contabile) di gestire la causa intentata dalal LIA contro Goldman Sachs e Société Générale. Nel 2014, infatti, il fondo ha citato in giudizio la prima banca per 1,2 miliardi di dollari e la seconda per 2,1 miliardi sostenendo che i due istituti abbiano consigliato al fondo investimenti sbagliati abusando della propria posizione (Wallace, The Telegraph, 2 luglio 2015). La Corte di Londra competente a decidere sulla causa ha ammesso la discussione alla condizione che sia stabilito chi sia il legittimo presdiente della LIA. A settembre Bouhadi ha annunciato di aver iniziato, presso la London Commercial Court, il procedimento per determinare chi ha l’autorità per nominare il consiglio di amministrazione degli asset detenuti dal fondo nel Regno unito (George, Reuters, 3 settemmbre 2015; Croft, Financial Times, 7 settembre 2015) e ad ottobre la Corte si è riunita per dirimere la questione (Lia.com.mt). La Corte ha stabilito che occorre una consulenza del Foreign and Commonwealth Office, e che comunque una decisione deve essere presa entro il marzo 2016 (Libya Bussiness News, 12 ottobre 2015).

La lotta di potere per controllare il fondo sovrano libico ha dirette conseguenze anche sugli assetti finanziari italiani. A fine settembre 2015, Bouhadi ha partecipato all’International forum of sovereign wealth funds di Milano, dove ha incontrato anche Pier Carlo Padoan, ministro dell’economia italiano. Alla domanda se la Lia fosse disposta a sostenere un eventuale aumento di capitale di Unicredit, Bouhadi e il chief investment officer Ahmed Amoush hanno risposto in modo affermativo, ricordando che il fondo aveva seguito le ultime due ricapitalizzazioni (Arosio-Jewkes, Reuters, 30 settembre 2015).Dichiarazioni ottimistiche, che però devono fare i conti con la realtà. E la realtà è quella di un fondo che sebbene cerchi di accreditarsi come super partes rispetto al conflitto in corso in Libia, nè è invece profondamente condizionato e continuerà ad esserlo almeno fino a quando non sarà costituito un governo di unità nazionale libico.

Preso da: https://geopoliticaitaliana.wordpress.com/2015/11/09/libia-le-chiavi-del-potere-finanziario-parte-1-la-libyan-investment-authority/

Le guerre USA? Pianificate. Tutte. 14 anni fa.

“Iraq, Afghanistan, LIbia, Siria: tutto pianificato a tavolino 14 anni fa”.


Wesley Clark è un generale in pensione delle forze Usa, laureato ad Oxford in filosofia, politica ed economia. In 34 anni di carriera ha ricevuto medaglie alla libertà e all’onore, vari cavalierati e ha comandato l’operazione Allied Force della Nato in Kosovo, tra il 1997 e il 2000. Di certo non si può definire un complottista da strapazzo.

Intevistato da Democracy Now, ha rilasciato la dichiarazione che potete ascoltare nel video.

Una decina di giorni dopo l’11 settembre sono andato al pentagono, dove ho incontrato il Ministro della Difesa Rumsfeld e il suo vice, Wolfowitz. Sono sceso a salutare alcune delle persone nei vertici delle forze armate che avevano lavorato per me, e uno dei generali mi ha chiamato e mi ha detto: “Signore, venga dentro che le vorrei parlare un secondo“.

Io gli ho detto: “Lei ha troppo da fare“. Ma lui insiste: “No, no, no… Abbiamo preso la decisione di andare in guerra contro l’Iraq“. Era circa il 20 settembre [ndr: 2001].

Allora io gli ho detto: “Andiamo in guerra contro l’Iraq? Perché?“. E lui dice: “Non lo so!“. E aggiunge: “Immagino che non sappiano cos’altro fare!“.

Così, io gli chiedo: “Hanno trovato informazioni che collegano Saddam con Al-Qaeda?“. E lui: “No, no, non c’è niente di nuovo su quel fronte. Semplicemente, hanno deciso di andare in guerra contro l’Iraq“. Poi dice: “Immagino che non sappiamo bene cosa fare con i terroristi, ma abbiamo un buon esercito e possiamo tirar giù governi“. E ancora: “Credo che se l’unico strumento che hai è un martello, allora ogni problema deve assomigliare a un chiodo“.

Sono tornato ad incontrarlo, qualche settimana dopo. A quel punto stavamo bombardando l’Afghanistan. Gli chiedo: “Stiamo sempre per andare in guerra contro l’Iraq?“. E lui risponde: “Ancora peggio di così!“. Prende un foglio dalla scrivania e dice: “Questo è appena arrivato da sopra, cioè dal Ministro della Difesa, oggi. Questo memorandum spiega come faremo fuori 7 nazioni in 5 anni. Prima l’Iraq, poi la Siria, il Libano, la Libia, la Somalia, il Sudan e infine l’Iran!“.

Ho chiesto: “E’ un documento classificato?“. Risposta: “Sì, signore“. Così dico: “Beh, allora non mostrarmelo“.

L’ho rivisto un anno fa e gli ho chiesto: “Ti ricordi quello che mi hai mostrato?“. E lui risponde: “Signore, non le ho mostrato quel memorandum. Non gliel’ho mai mostrato!“.

Preso da: afghttp://www.byoblu.com/post/2015/11/05/le-guerre-usa-pianificate-tutte-14-anni-fa.aspx

RATTI senza vergogna, Leon prendeva 50000 euro al mese dagli Emirati

Cè poco da dire, lo veniamo a sapere da uno dei tanti articoli in rete, ovviamente adesso Leon ha terminato il suo mandato, il suo “piano di riconciliazione” è fallito, entrambi i “parlamenti” dei RATTI lo hanno respinto, il popolo libico intero, ha manifestato contro,  ma questo la dice lunga sulla gente che dovrebbe decidere le sorti del popolo Libico?  ( ANCORA PER POCO)

5 Nov 2015 16.39

All’inviato dell’Onu in Libia un lavoro da 50mila euro al mese negli Emirati

L’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, Bernardino León, dirigerà un centro governativo di studi diplomatici negli Emirati Arabi Uniti, i cui vertici politici sono coinvolti nella crisi libica come sostenitori delle autorità di Tobruk, riconosciute dalla comunità internazionale. La notizia è uscita sul Guardian, che denuncia un possibile conflitto d’interesse rispetto all’attività di mediatore che l’ex ministro degli esteri spagnolo ha portato avanti nell’ultimo anno.
Secondo il quotidiano britannico, León ha discusso l’estate scorsa i termini del suo nuovo contratto da circa 50mila euro al mese. Il mandato come negoziatore delle Nazioni Unite terminerà venerdì 6 novembre, quando León sarà sostituito dal diplomatico tedesco Martin Kobler. León ha negato qualsiasi conflitto di interessi, sottolineando che aveva comunicato la propria intenzione di lasciare l’incarico all’Onu prima dell’inizio di settembre.
Le linee guida per i mediatori internazionali delle Nazioni Unite stabiliscono che i diplomatici con questo tipo di ruolo non devono “accettare forme di sostegno da parte di attori esterni che potrebbero influenzare l’imparzialità del processo di mediazione” e che dovrebbero “cedere l’incarico nel caso in cui sentano di non poter mantenere un approccio imparziale”.
Le forze in campo in Libia. Dal 2011 il paese nordafricano è diviso tra diverse fazioni in guerra per il potere e al momento ha due governi e due parlamenti. Gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto appoggiano il governo di Tobruk che controlla l’est del paese ed è riconosciuto dalla comunità internazionale. Il parlamento di Tobruk è stato eletto il 25 giugno 2014, ma la corte costituzionale di Tripoli, dove ha sede l’altro governo, ha dichiarato incostituzionali le elezioni il 6 novembre 2014 – che hanno registrato un’affluenza del 18 per cento. Turchia e Qatar, sospettati di aiutare i gruppi di jihadisti, sostengono il governo di Tripoli, dove si riunisce ancora il vecchio parlamento libico, in cui c’è una forte presenza di Fratelli musulmani e che è appoggiato dai miliziani islamici della coalizione Alba libica.
Le email sulla Libia tra León e il ministro degli Emirati. I giornalisti del Guardian sono entrati in possesso di diverse email di León. Cinque mesi dopo l’inizio del suo incarico in Libia il diplomatico spagnolo ha scritto un messaggio dal suo indirizzo personale al ministro degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Abdullah bin Zayed. León riferisce che i governi europei e gli Stati Uniti insistono perché si tenga una conferenza di pace sulla Libia e aggiunge: “Questa opzione a mio parere è peggiore del dialogo politico perché metterebbe sullo stesso piano entrambi gli attori”. Nel messaggio, León illustra un piano per mettere fine all’alleanza tra gli islamisti che sostengono il governo di Tripoli e i ricchi commercianti di Misurata e ribadisce la necessità di appoggiare il parlamento di Tobruk.
Nella stessa email León ammette che non sta lavorando a “un piano politico che coinvolga tutte le parti”, citando una strategia per “delegittimare completamente” il parlamento di Tripoli. L’ex ministro spagnolo ammette che tutte le sue proposte sono sempre state discusse con Tobruk, con l’ambasciatore libico negli Emirati, Aref Nayed, e con Mahmud Gibril, ex primo ministro della Libia. León conclude l’email scrivendo: “Posso controllare il processo finché sono qui. Tuttavia non penso di restare a lungo, sono visto come uno sponsor del parlamento di Tobruk. Ho consigliato agli Stati Uniti, al Regno Unito e all’Unione europea di lavorare con voi”.
Chiamato a commentare questo scambio di informazioni dal Guardian, León ha negato di aver favorito una delle parti protagoniste del conflitto e ha detto di aver avuto corrispondenze simili anche con paesi che appoggiavano Tripoli “in uno spirito simile” con l’obiettivo di costruire un rapporto di fiducia.
La proposta di lavoro. León ha ricevuto la proposta di lavoro dagli Emirati nel giugno scorso e per tutta l’estate ha contrattato le condizioni per il nuovo impiego, in particolare la questione delle spese dell’alloggio ad Abu Dhabi. In un’email tra il sottosegretario alla presidenza Ahmed al Jaber e il ministro Abdullah bin Zayed si legge che León non riesce a trovare una sistemazione per sé e per la famiglia che rientri nel budget di 90mila euro l’anno previsti dal contratto, e per questo vorrebbe circa il doppio della somma per una casa dello stesso livello di quella dove vive a Madrid.
In agosto León ha scritto al ministro degli esteri degli Emirati per avvertirlo di essere in lizza per un importante incarico dell’Onu dando piena disponibilità a rifiutare il ruolo nel caso in cui l’impegno con il centro studi governativo lo richiedesse.
Il 2 novembre León, contattato dal Guardian, ha scritto di non aver accettato il lavoro negli Emirati Arabi Uniti, precisando di non aver ancora firmato nessun contratto: ha proposto un’intervista al quotidiano per spiegare le sue ragioni, ma prima che fosse possibile realizzarla è arrivato l’annuncio ufficiale sul suo incarico da parte delle autorità di Abu Dhabi. Il diplomatico ha anche dichiarato che le email pubblicate sono state manipolate e gettano una luce parziale sul suo operato.

 http://marionessuno.blogspot.it/2015/11/ratti-senza-vergogna-leon-prende-50000.html

Era il sogno di Muammar Gheddafi: fornire acqua fresca a tutti i libici e rendere la Libia autosufficiente nella produzione alimentare.

I libici la chiamavano l’ottava meraviglia del mondo. I media occidentali lo hanno definito il capriccio e il sogno irrealizzabile di un cane rabbioso. Il “cane rabbioso” nel 1991 aveva profeticamente detto circa la più grande impresa di ingegneria civile nel mondo:

 

 

“Dopo questo risultato, le minacce americane contro la Libia raddoppieranno. Gli Stati Uniti inventeranno delle scuse, ma la vera ragione sarà la volontà di fermare questo progetto, per tenere il popolo libico assoggettato”.

Il sogno di Gheddafi

 

Era il sogno di Muammar Gheddafi: fornire acqua fresca a tutti i libici e per rendere la Libia autosufficiente nella produzione alimentare. Nel 1953 la ricerca di nuovi giacimenti petroliferi nei deserti del sud della Libia ha portato alla scoperta non solo di riserve petrolifere importanti, ma anche di grandi quantità di acqua dolce negli strati profondi del sottosuolo. Delle quattro antiche falde acquifere che sono state scoperte, ognuna aveva capacità stimate tra i 4.800 e i 20.000 chilometri cubi. La maggior parte di questa acqua si è raccolta nelle falde tra 38.000 e 14.000 anni fa, anche se alcune sacche sono da ritenersi solo di 7.000 anni.

Dopo che Gheddafi e i Liberi Ufficiali Uniti presero il potere con un golpe incruento contro il corrotto re Idris, durante la rivoluzione di Al-Fateh nel 1969, il governo della Jamahiriya nazionalizzò le compagnie petrolifere e spese gran parte dei proventi del petrolio per sfruttare l’approvvigionamento di acqua dolce dalle falde acquifere del deserto, costruendo centinaia di pozzi.  Furono create grandi aziende agricole nel sud della Libia per incoraggiare le persone a stabilirsi nel deserto. Risultò che la maggior parte delle persone però preferiva la vita nelle zone costiere settentrionali.

Pertanto successivamente Gheddafi concepì un piano per portare invece l’acqua alle persone. Il governo della Jamahiriya libica ha condotto gli studi di fattibilità iniziali nel 1974, e nel 1983 fu istituita l’Autorità del Grande Fiume Artificiale. Questo progetto finanziato interamente dal governo è stato programmato in cinque fasi, ognuna delle quali avrebbe realizzato un sistema autonomo, che alla fine avrebbe potuto formare un sistema integrato. Poiché l’acqua nella Libia di Gheddafi è stata considerata come un diritto umano, non vi è stato alcun onere a carico del popolo e non sono stati necessari prestiti internazionali per la spesa di quasi 30 miliardi dollari del progetto.

Nel 1996, durante l’apertura della fase II del progetto del Grande Fiume Artificiale​​, Gheddafi disse:

Questa è la risposta più grande all’America e a tutte le forze del male che ci accusano di coinvolti nel terrorismo. Noi siamo solo coinvolti nella pace e nel progresso. L’America è contro la vita e il progresso, e spinge il mondo verso l’oscurità”

 

 

Lo sviluppo e la distruzione

 

Al tempo della guerra guidata dalla NATO contro la Libia nel 2011, tre fasi del progetto Grande Fiume Artificiale ​​sono state completate. La prima e più importante ha fornito due milioni di metri cubi di acqua al giorno lungo una conduttura di 1.200 km da Bengasi a Sirte, ed è stata formalmente inaugurata nell’agosto del 1991. La fase II fornisce un milione di metri cubi di acqua al giorno per la fascia costiera occidentale e per Tripoli. La fase III prevedeva l’espansione del sistema esistente e di fornire Tobruk e la costa con un nuovo sistema di pozzi.

I “fiumi” sono una rete di 4000 chilometri di tubi in cemento di 4 metri di diametro, sepolti sotto le sabbie del deserto per evitare l’evaporazione. Ci sono 1.300 pozzi, 500.000 sezioni di tubo, 3.700 chilometri di strade e 250 milioni di metri cubi di scavo. Tutto il materiale per il progetto è stato prodotto localmente. Grandi serbatoi immagazzinano l’acqua e stazioni di pompaggio controllano il flusso verso le città.

Le ultime due fasi del progetto avrebbero dovuto unire tutta la rete di distribuzione. Una volta che fosse completata, l’acqua di irrigazione dal grande Fiume Artificiale avrebbe consentito di ottenere circa 155.000 ettari di terra da coltivare. Come disse Gheddafi, il progetto renderebbe il deserto verde come la bandiera della Jamahiriya libica.

 

 

Nel 1999 l’UNESCO aveva accettato l’offerta della Libia di finanziare il Premio Internazionale dell’Acqua Grande Fiume Artificiale, un riconoscimento che riguarda importanti lavori di ricerca scientifica sul consumo d’acqua nelle zone aride.

Molti cittadini stranieri lavoravano in Libia al Progetto Grande Fiume Artificiale. Ma dopo l’inizio del cosiddetto bombardamento umanitario della NATO contro il paese nord -africano nel marzo 2011, la maggior parte dei lavoratori stranieri sono tornati a casa. Nel luglio 2011 la NATO non solo ha bombardato il Grande Fiume e le sue condutture di alimentazione nei pressi di Brega, ma ha anche distrutto la fabbrica che produce i tubi per ripararlo, dando la motivazione che era stato utilizzato come “un deposito militare” e che “razzi sono stati lanciati da lì”. Sei guardie di sicurezza della struttura sono stati uccise durante l’attacco della Nato, e la fornitura di acqua per il 70 % della popolazione, sia per uso domestico che per l’irrigazione, è stata compromessa creando danni alle infrastrutture vitali della Libia.

 

 

Le ultime due fasi del Grande Progetto Fiume Artificiale ​​erano state programmate per proseguire nel corso dei prossimi due decenni, ma la guerra della NATO in Libia ha compromesso il futuro del progetto e il benessere del popolo libico.

Un documentario tedesco mostra la dimensione e la bellezza del progetto.

 

 

Le guerre dell’acqua

 

Acqua fresca e pulita, così come era previsto per i libici dal Grande Fiume Artificiale, è essenziale per tutte le forme di vita  In questo momento il 40 % della popolazione mondiale ha scarsità o non ha accesso all’acqua potabile, e questa cifra in realtà dovrebbe passare al 50 % entro il 2025 . Secondo il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite del 2007, il consumo mondiale di acqua raddoppia ogni 20 anni, più del doppio del tasso di crescita della popolazione umana. Allo stesso tempo, ogni anno la maggior parte dei grandi deserti di tutto il mondo sta diventando più grande e la quantità di terra agricola utile in molte aree sta diventando sempre più piccola, mentre i fiumi, i laghi e le principali falde acquifere sotterranee di tutto il mondo si stanno esaurendo – tranne che nella Libia di Gheddafi.

 

 

Alla luce della situazione attuale, la distruzione della NATO del Grande Fiume Artificiale è stato qualcosa di più di un semplice crimine di guerra. Il Programma delle Nazioni Unite 2007 prevedeva una cosiddetta “partecipazione agli utili dell’acqua”, che promuove attivamente la privatizzazione e la monopolizzazione delle forniture idriche mondiali da parte delle multinazionali. Nel frattempo la Banca Mondiale ha recentemente pianificato una politica di privatizzazione dell’acqua e la tariffazione dell’acqua a pieno costo, con uno dei suoi ex amministratori, Ismail Serageldin, che ha affermato: “Le guerre del 21 ° secolo saranno combattute per l’acqua“.

In pratica questo significa che le Nazioni Unite, in collaborazione con la Banca Mondiale, prevedono di garantire che le risorse idriche siano a loro disposizione, e che, una volta ottenuto il controllo totale di queste risorse, esse possano essere utilizzate dalle nazioni a cui appartengono solo dietro pagamento. I prezzi saliranno mentre la qualità dell’acqua diminuirà, e le fonti di acqua dolce diventeranno meno accessibile proprio a coloro che ne hanno un disperato bisogno. In poche parole, uno dei modi più efficaci per asservire il popolo è quello di prendere il controllo delle loro esigenze quotidiane di base e di eliminare la loro autosufficienza.

Come questo si riferisca alla distruzione della NATO nel luglio 2011 del Grande Fiume Artificiale ​​di Gheddafi può essere bene illustrato dalla dialettica hegeliana, popolarmente nota come il concetto di Tesi > Antitesi – > Sintesi. In questo caso, bombardando l’approvvigionamento idrico e la fabbrica di tubi, un problema è stato creato con un secondo fine, vale a dire ottenere il controllo della parte più preziosa delle infrastrutture della Libia. Successivamente una reazione sotto forma di una diffusa esigenza immediata è stata provocata a causa del problema, dal momento che il 70 % dei libici dipendeva dal Grande Fiume per gli usi domestici, nonché per l’irrigazione del terreno. Un mese dopo la distruzione del Grande Fiume più della metà della Libia era senza acqua corrente. In definitiva una soluzione predeterminata è stata imposta: per avere accesso ad acqua fresca, gli abitanti del paese devastato dalla guerra non hanno avuto altra scelta che dipendere completamente e, quindi, ad essere schiavi, del governo installato dalla NATO.

Un governo “democratico” e che “ha portato la democrazia”, che è salito al potere attraverso l’uccisione di decine di  migliaia di libici, di “bombe umanitarie”, e che ha rovesciato e assassinato il “dittatore” il cui sogno era quello di fornire acqua fresca per tutti i libici gratis .

La guerra è ancora la pace, la libertà è ancora la schiavitù.

 

da Globalresarch – Traduzione di Sonia S. per civg.it

 


 

La Libia del dittatore Gheddafi, OGGI finalmente libera e democratizzata

Un messaggio senza parole, rivolto a persone rette ed eticamente integre – Enrico Vigna

 

 

MA C’E’ UN’ALTRA LIBIA CHE NON CI RACCONTANO

Un comandante della Resistenza libica verde

 

Enrico Vigna, ottobre 2015

Preso da: http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=769%3Aera-il-sogno-di-muammar-gheddafi-fornire-acqua-fresca-a-tutti-i-libici-e-rendere-la-libia-autosufficiente-nella-produzione-alimentare&catid=2%3Anon-categorizzato&Itemid=300

Tutti gli scandali dell’invasione svelati da “Immigrazione S.p.A”

Un libro inchiesta per spiegare cosa si nasconde dietro il falso mito dell’accoglienza. Da Mafia Capitale alla Libia passando per Bruxelles
Ipocrisia, false speranze, disperazione e criminalità. Sono questi i mattoni con cui è costruito l’incubo dei barconi e dell’invasione senza sosta.

«Immigrazione S.p.A» è un libro inchiesta che racconta la storia di due fenomeni di cronaca che per anni si sono incrociati sotterraneamente, fino a uscire allo scoperto solo negli ultimi mesi. È una storia di uomini, sfruttati da altri uomini.
C’è chi fugge da una terra martoriata dalla guerra, dalla fame e dalla malattia alla ricerca di un’oasi che molto probabilmente è un miraggio, una catapulta che lo proietta in un inferno di povertà, alienazione e delinquenza. Questi uomini incontrano altri uomini, che a questa domanda di fuga hanno risposto con un commercio. Di carne umana. Sono i tour operator della morte. I macellai della disperazione. Ma sono soltanto i primi che lucrano su questi disgraziati. Scafisti, criminali senza scrupoli. Moderni «Caronte» che traghettano nelle bolge dell’occidente masse di illusi. Al loro arrivo, sulle coste europee, ci sono altri uomini. Magari in giacca e cravatta, con l’amico in Parlamento e la fede saldamente inchiodata al mito sinistro dell’accoglienza. Ma sono criminali come quelli che glieli hanno portati in casa. Una mano lava l’altra. E magari c’è chi, nella stanza dei bottoni, col sorriso altruista di chi diffonde il verbo del multiculturalismo, fa leggi che spalancano le porte del nostro Paese a un mare di disperati. Che non abbiamo modo di accogliere.
Ma tutto fa brodo, nel business dell’accoglienza. Una categoria che non dovrebbe nemmeno esistere, ma con la quale invece dobbiamo fare in conti tutti i giorni, inciampando nelle conversazioni pornografiche di chi pensa che «gli immigrati rendano più del traffico di droga». Sono gli scandali delle cooperative rosse e bianche, e nel volume ce lo raccontano. Ed è sale sulla piaga di questa tragedia epocale, che cambierà per sempre il volto del nostro Continente.
In questo libro, con prefazione del direttore Alessandro Sallusti, otto firme del Giornale (Fausto Biloslavo e Valentina Raffa, Fabrizio de Feo, Massimo Malpica, Giuseppe Marino, Giovanni Masini, Gian Micalessin e Antonio Signorini) ripercorrono a 360 gradi la linea di saldatura di questo commercio, quella zona d’ombra scarsamente esplorata da chi non vuole intaccare il falso mito dell’accoglienza. Dalle carte della vergogna – le telefonate che hanno scoperchiato il vaso di Pandora sullo scandalo dei centri per migranti – a tutte le leggi che hanno reso possibile questa sistematica invasione. Se Roma ha subito proclamato la resa di fronte alle masse di immigrati – complici gli affari di chi sui profughi ci lucra – l’Europa ha sempre «tifato» per l’invasione. Assente, spesso colpevole e sempre disinteressata ai problemi dello Stivale, Bruxelles ha solo prodotto leggi inutili o, nella migliore delle ipotesi, fuori tempo massimo, quando oramai erano solo un pannicello caldo su una ferita in espansione. Di fatto trasformando il nostro Paese in una sala di attesa permanente per tutta la Ue. Ma l’inchiesta di «Immigrazione Spa» non si ferma solo a Roma e a Bruxelles, arriva anche ai confini delle nostre città e forse della nostra civiltà. Nelle terre di frontiera, da Ventimiglia a Calais. E poi, la Sicilia: il confine naturale d’Europa, abbandonato a se stesso, alla mercé di affaristi e scafisti. A un passo dalla Libia, la madre di tutti i flussi e di tutti i traffici. Il grande disastro diplomatico dell’Occidente. «Immigrazione S.p.A» arriva anche lì, nel far west della Libia post Gheddafi, dove comandano le bande e il traffico di esseri umani è il mercato più florido. Ovviamente verso l’Italia.

Preso da: http://www.ilgiornale.it/news/politica/tutti-scandali-dellinvasione-svelati-immigrazione-spa-1188528.html

TheGuardian: la metà della ricchezza mondiale nelle mani dell’1% della popolazione

Sul The Guardian scopriamo che finalmente il sorpasso è certificato: il 50% della ricchezza globale è detenuta dall’1% della popolazione. La seconda buona notizia, per gli ultra-ricchi, è che il sorpasso è avvenuto con un anno di anticipo rispetto a quanto prevedeva Oxfam GB. Lo studio del Credit Suisse che ce lo rivela attesta anche l’aumento della disuguaglianza e il declino della classe media in tutto il globo. Insomma, tutto come da programma.

di Jill Treanor, 13 ottobre 2015 La disuguaglianza globale è in crescita, con la metà della ricchezza mondiale adesso nelle mani dell’1% della popolazione, secondo un nuovo rapporto.
Le classi medie sono state schiacciate a spese dei più ricchi, secondo le ricerche di Credit Suisse, che rivela anche che per la prima volta, ci sono più persone della classe media in Cina – 109 milioni – rispetto ai 92 milioni negli Stati Uniti.
Tidjane Thiam, l’amministratore delegato di Credit Suisse, ha dichiarato: “la ricchezza della classe media è cresciuta a un ritmo più lento rispetto alla ricchezza nella fascia più alta. Questo ha invertito la tendenza pre-crisi che vedeva la quota di ricchezza della classe media rimanere relativamente stabile nel tempo “.
Il rapporto mostra che una persona ha bisogno di solo $ 3,210 (£ 2,100) per trovarsi nel 50% più ricco dei cittadini del mondo. Circa $ 68.800 assicurano un posto nella top 10%, mentre l’1% ha più di $ 759.900. Il rapporto definisce la ricchezza come il valore dei beni, tra cui immobili e investimenti sul mercato azionario, ma esclude il debito.
Circa 3,4 miliardi di persone – poco più del 70% della popolazione adulta mondiale – hanno meno di $ 10.000. Un ulteriore miliardo – un quinto della popolazione mondiale – si situa nel ventaglio tra $ 10,000 e $ 100.000.
Ognuno delle rimanenti 383 milioni di adulti – l’8% della popolazione – possiede una ricchezza maggiore di $ 100.000. Questo numero comprende circa 34 milioni di milionari in dollari americani. Tra questi, circa 123.800 individui hanno più di 50 milioni di dollari, e quasi 45.000 hanno più di 100 milioni. Il Regno Unito ha il terzo più alto numero di questi individui “ad altissimo valore netto”.
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Il rapporto riporta che: “La disuguaglianza nella ricchezza ha continuato ad aumentare dal 2008, con il percentile in cima alla piramide della ricchezza che ora possiede il 50,4% di tutta la ricchezza delle famiglie.”
All’inizio del 2015, Oxfam aveva avvertito che l’1% della popolazione mondiale sarebbe stato più ricco rispetto all’altro 99% entro l’anno prossimo. Mark Goldring, direttore esecutivo di Oxfam GB, ha dichiarato: “Il fatto che sia accaduto con un anno di anticipo – soltanto poche settimane dopo che i leader mondiali avevano concordato un obiettivo globale per ridurre le disuguaglianze – dimostra quanto sia urgente per i leader mondiali affrontare questo problema.”
“Questa è l’ultima prova che questa estrema disuguaglianza è fuori controllo. Siamo davvero felici di vivere in un mondo dove l’1% possiede metà della ricchezza e la metà più povera possiede solo l’1%? ”
Il report del Credit Suisse conclude che la ricchezza mondiale è diminuita nel 2015 di 12.4 trilioni di dollari fino ad adesso – arrivando a quota 250 trilioni di dollari – il primo calo dalla crisi bancaria del 2008. Ciò è in gran parte il risultato della forza del dollaro, la valuta utilizzata per i calcoli del Credit Suisse.
Le stime sono per la fine di giugno 2015, quando i prezzi delle azioni cinesi erano scesi del 20% dal picco dopo l’impennata di oltre il 150% tra giugno 2014 e la metà di giugno 2015. La relazione è stata pubblicata alla fine del mese di settembre, nel frattempo il mercato azionario cinese era sceso di un ulteriore 25%.
Un anno fa, il Regno Unito era stato individuato come l’unico paese del G7 in cui la disuguaglianza è cresciuta in questo secolo. Nel rapporto di quest’anno, gli autori dicono:
“[Nel Regno Unito] la disuguaglianza nella ricchezza è aumentata fin dal 2000, poiché il divario in termini di ricchezza per adulto tra il segmento inferiore ed il resto della popolazione è aumentato.”
Il Regno Unito è il quarto paese al mondo per ricchezza mediana – cosa che mette a nudo l’impatto tra quelli in testa e in fondo al campionato della ricchezza – a $ 126,500 (£ 83.000) per persona, in calo del 13% su un anno prima.
Il sondaggio del Credit Suisse calcola che ci sono ora 2,4 milioni di milionari in dollari nel Regno Unito, cresciuti di 68.000 rispetto all’anno prima. Negli Stati Uniti il ​​numero dei milionari è ormai superiore ai 15 milioni – con una crescita di 903.000.
Il Regno Unito è stato uno dei soli tre paesi, insieme con gli Stati Uniti e la Cina, a registrare un aumento della ricchezza delle famiglie nel 2014. Ha scavalcato anche la Germania nel numero di persone con più di 50 milioni di dollari, 400 in più nel 2014 per un totale di 5.400. Questo ha messo il Regno Unito al terzo posto, dietro agli Stati Uniti con 61.300 ricchissimi e alla Cina con 9.600 ricchissimi.
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La relazione di quest’anno si concentra sulle classi medie, come definite dalla ricchezza personale piuttosto che dalla professione. Rivela che il 14% degli adulti in tutto il mondo sono di classe media, con un valore dei beni tra $ 50,000 e $ 500.000.
Ma Markus Stierli, del Credit Suisse Research Institute, ha detto: “Dal 2008 in poi, la crescita della ricchezza non ha permesso alla classe media di tenere il passo con la crescita della popolazione nei paesi in via di sviluppo. Inoltre, la distribuzione degli incrementi di ricchezza si è spostata a favore di quelli a più alti livelli di ricchezza. Questi due fattori si sono combinati per produrre un calo della quota di ricchezza della classe media. ”

Preso da: http://vocidallestero.it/2015/10/18/theguardian-la-meta-della-ricchezza-mondiale-nelle-mani-dell1-della-popolazione/

L’ONU è responsabile della Guerra Civile in Libia

27 ottobre 2015

Il Prof. Ibrahim Magdud, direttore dell’Accademia libica in Italia e docente di storia dei paesi islamici all’Università Niccolò Cusano, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “Il mondo è piccolo”, condotta da Fabio Stefanelli, su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano.
Il processo negoziale per un accordo di unità nazionale in Libia va avanti, ma il Parlamento di Tobruk non ha approvato il piano dell’inviato dell’Onu Bernardino Leon. “Non è che hanno rifiutato l’accordo –spiega Magdud-, hanno fatto le riserve senza fare la ratifica dell’accordo. Il Parlamento non ha voluto confermare quest’accordo sul governo di unità nazionale, perché non è stata rispettata la quarta bozza dove c’era la lista dei candidati al governo, su cui erano d’accordo sia quelli di Tripoli che di Tobruk. Leon ha presentato una lista al di fuori di quell’accordo. L’Onu ha voluto imporre un governo. E’ la stessa cosa che si è verificata in Afghanistan e in Iraq”.

“La questione è molto grande –prosegue Magdud-. Non c’è mai stato un discorso tra libici e libici, ci sono sempre state forti pressioni esterni, da Qatar, Turchia, Francia e Inghilterra. La notizia nuova è che si riuniranno il Parlamento di Tripoli e di Tobruk per fare in modo che si arrivi ad una soluzione che vada bene ad entrambe le parti libiche. La rappresentanza delle Nazioni Unite in Libia può solamente partecipare come consulente, non come parte in causa decisiva”.
“La maggior parte dei gruppi armati –afferma Magdud- sono finanziati da Paesi esteri e sottostanno all’accordo politico. Non è che sono proprio cani sciolti. I cani sciolti sono quelli delle bande criminali. Per quanto riguarda le minoranze, in Libia ce ne sono tre e ci sono delle dispute territoriali tra loro. Il problema sta al sud della Libia”.
“Il pericolo, con la pressione russa sulla Siria e con la convivenza della Turchia, è che molti dell’Isis potrebbero venire in Libia. La Libia potrebbe raccogliere tutti i fuggiaschi dalla Siria e diventare la culla dello Stato Islamico. Questo ovviamente diventerebbe un pericolo anche per l’Italia. Tutti quelli dell’Isis che vanno in Siria, prendono l’aereo dalla Tunisia per Istanbul e poi vanno in Siria. Questa è una situazione che conosce tutto il mondo arabo”.

Preso da: http://www.secolo-trentino.com/32648/esteri/lonu-e-responsabile-della-guerra-civile-in-libia.html

Una crisi di rifugiati prodotta dagli USA

di Malachia Paperoga

Philip Giraldi, ex ufficiale della CIA e direttore esecutivo del “Council for the National Interest”, fa una pesante autocritica alla politica estera USA e al suo legame con la crisi dei rifugiati. Il mainstream finge di ignorare che tale politica è la principale causa della crisi dei rifugiati, e tenta di scaricarne la responsabilità e il peso su chi è chiamato ad accoglierli. Questa manipolazione della verità che esenta da colpe i carnefici e cerca di riscrivere la storia, ricorda all’autore il romanzo di Orwell “1984” dove tutte le verità scomode finiscono bruciate nel “buco della memoria” per scomparire dal sapere collettivo.

Di Philip Giraldi, 9 settembre 2015


Il 29 aprile 2008, ho avuto una folgorazione come quella di San Paolo sulla via per Damasco. Avevo aperto il Washington Post e lì, in prima pagina, c’era una foto a colori di un ragazzo iracheno di due anni, chiamato Ali Hussein, che veniva estratto dalle macerie di una casa che era stata distrutta dai missili americani. Il ragazzo indossava pantaloncini e maglietta e aveva infradito ai suoi piedi. La testa era piegata all’indietro in una posizione che rivelava immediatamente allo spettatore la sua morte.
Quattro giorni più tardi, il 3 maggio, una lettera proveniente da Dunn Loring, Virginia di una donna chiamata Valerie Murphy è stata pubblicata dal Post. La Murphy sosteneva che l’immagine del bambino iracheno ucciso non avrebbe dovuto essere pubblicata, perché aveva “rinfocolato l’opposizione alla guerra e nutrito un sentimento anti-americano”. Suppongo che il giornale pensasse che fosse una buona par condicio pubblicare questa lettera, anche se non posso fare a meno di ricordare che il neoconservatore Post era stato generalmente riluttante nel pubblicare gli elementi contrari alla guerra, arrivando a ignorare un raduno di 300.000 manifestanti a Washington nel 2005. Rileggendo la lamentela della donna e anche un commento su un sito Web, che suggeriva che la foto del bambino morto fosse stata una messa in scena, ho pensato tra me e me: “che mostri che siamo diventati”. E davvero eravamo diventati mostri. Mostri bipartisan avvolti nella bandiera americana. Il segretario di stato di Clinton, Madeleine Albright, una volta disse che “era valsa la pena” di uccidere 500.000 bambini iracheni tramite le sanzioni. Oggi la Albright è una rispettata ed esperta statista coinvolta nella campagna presidenziale di Hillary Clinton.
Ho avuto un’altra epifania (ossia “rivelazione” ndVdE) la scorsa settimana quando ho visto la foto del bambino siriano Aylan Kurdi che galleggiava su una spiaggia turca come un relitto. Indossava una maglietta rossa e scarpe da ginnastica nere. Ho pensato che molti americani avrebbero scosso la testa guardando la foto ma poi avrebbero pensato ad altro, più preoccupati del debutto di Stephen Colbert sul Late Show e dell’inizio della stagione di football.
Questo ragazzino è uno delle centinaia di migliaia di rifugiati che stanno cercando di arrivare in Europa. Il mondo dei media sta seguendo la crisi concentrandosi principalmente sull’incapacità dei governi locali, impreparati ad affrontare i numeri dei migranti, e chiedendo perché qualcuno, da qualche parte, non “fa qualcosa” (il buon vecchio “qualcosismo” che conosciamo molto bene ndVdE). Ciò significa che in qualche modo, di conseguenza, la grande tragedia umana è stata ridotta a una statistica e, inevitabilmente, a una partita di football politica.
Sopraffatta dalle migliaia di aspiranti viaggiatori, l’Ungheria ha sospeso i treni diretti verso l’Europa occidentale mentre paesi come la Serbia e la Macedonia hanno schierato i loro militari e la polizia lungo i loro confini in un tentativo fallito di bloccare completamente i rifugiati. L’Italia e la Grecia sono state sopraffatte dai migranti che arrivano dal mare. La Germania, a suo merito, ha intenzione di accogliere fino a 800.000 richieste di asilo di rifugiati, principalmente dalla Siria, mentre anche l’Austria e la Svezia hanno manifestato la loro disponibilità ad accettarne molti altri (va detto però che la situazione è in rapida evoluzione ndVdE). Gli immediati vicini della zona del conflitto, in particolare la Turchia, il Libano e la Giordania stanno ospitando più di 3 milioni di persone in fuga, ma i ricchi paesi arabi del Golfo e l’Arabia Saudita hanno fatto poco o nulla per aiutare.
Crescono le richieste di una strategia unitaria europea per affrontare il problema, inclusi l’istituzione di confini a tenuta stagna e la dichiarazione che i mari al largo dei punti di partenza più utilizzati in Nord Africa e in Asia diventino zone militari dove navi e viaggiatori senza documenti saranno intercettati e portati indietro. Dobbiamo anche considerare la possibilità che la crisi dei rifugiati potrebbe essere sfruttata da alcuni politici europei per giustificare un intervento “umanitario” della NATO di qualche tipo in Siria, una mossa che dovrebbe essere supportata da Washington. Ma mentre continuano i battibecchi e le schermaglie, aumenta il conto dei morti. La recente scoperta di 71 aspiranti immigranti, morti soffocati nel retro di un camion bloccato trovato in Austria, inclusi cinque bambini e un neonato, hanno sconvolto il mondo. E questo era prima del bambino di tre anni morto sulla spiaggia turca.
Molti degli aspiranti immigrati sono giovani uomini in cerca di lavoro in Europa, un fenomeno consueto, ma la maggior parte dei nuovi arrivati sono famiglie che sfuggono agli orrori della guerra in Siria, Iraq, Afghanistan e Yemen. La situazione è stata descritta nei media in termini grafici, famiglie che arrivano con niente e non si aspettano nulla, che fuggono da condizioni anche peggiori a casa loro.
Gli Stati Uniti hanno accolto solo un piccolo numero di rifugiati e la sempre volubile Casa Bianca è stata insolitamente tranquilla riguardo al problema, forse rendendosi conto che accogliere un sacco di stranieri sfollati, in un momento in cui c’è un sempre più acceso dibattito sulla politica di immigrazione in generale, semplicemente potrebbe non essere una buona mossa, politicamente parlando. Ma forse dovrebbe prestare qualche attenzione a ciò che ha causato il problema in primo luogo, un po’ di introspezione che è largamente carente sia nei media mainstream sia nei politici.
Infatti, assegnerei a Washington la maggior parte della colpa per ciò che sta accadendo in questo momento. Visto che la classe dominante è particolarmente abituata a dare giudizi basati su dati numerici, potrebbe essere interessata a conoscere il prezzo della guerra globale dell’America al terrore . Secondo una stima non irragionevole, oltre 4 milioni di musulmani sono morti o sono stati assassinati a seguito dei conflitti in corso che Washington ha avviato o di cui ha fatto parte dal 2001.
Ci sono, inoltre, milioni di sfollati che hanno perso le loro case e i mezzi di sussistenza, molti dei quali sono tra l’onda umana che sta attualmente abbattendosi sull’Europa. Ci sono attualmente circa 2.590.000 rifugiati che hanno abbandonato le loro case dall’Afghanistan, 370.000 dall’Iraq, 3.880.000 dalla Siria e 1.100.000 dalla Somalia. L’agenzia dei rifugiati delle Nazioni Unite prevede almeno 130.000 rifugiati dallo Yemen, dato che i combattimenti in quel paese si intensificano.Una cifra compresa tra 600.000 e 1 milione di libici stanno vivendo precariamente nella vicina Tunisia.
Il numero di sfollati all’interno di ogni paese è all’incirca doppio rispetto al numero di coloro che sono effettivamente scappati e stanno cercando di risistemarsi fuori dalle loro patrie. Molti di questi ultimi finiscono in accampamenti temporanei gestiti dalle Nazioni Unite, mentre gli altri stanno pagando dei criminali per farsi trasportare in Europa.
Un dato significativo è che i paesi che hanno generato la maggior parte dei rifugiati sono tutti luoghi dove gli Stati Uniti hanno invaso, rovesciato governi, supportato insurrezioni o sono intervenuti in una guerra civile. L’invasione dell’Iraq ha creato un vuoto di potere che ha messo il terrorismo al comando nel cuore del mondo arabo. Il sostegno ai ribelli in Siria ha solo aggravato la situazione del paese. L’Afghanistan continua a sanguinare 14 anni dopo che gli Stati Uniti sono arrivati e hanno deciso di creare una democrazia. La Libia, che era relativamente stabile quando intervennero gli Stati Uniti e i loro alleati, è ora nel caos, un caos che sta debordando nell’Africa sub-sahariana.
Ovunque le persone fuggono la violenza, fatto che, tra gli altri “benefici”, ha praticamente cancellato l’antica presenza cristiana in Medio Oriente. Anche se mi rendo conto che il problema dei rifugiati non può essere addebitato completamente a una sola parte, molti di quei milioni sarebbero vivi e i rifugiati sarebbero per la maggior parte nelle loro case, se non fosse stato per le catastrofiche politiche interventiste perseguite dalle amministrazioni sia democratiche sia repubblicane degli Stati Uniti.
Forse è venuto il momento per Washington di cominciare a diventare responsabile di ciò che fa. I milioni di persone che vivono duramente o in tende, se sono fortunati, hanno bisogno di aiuto, e non basta che la Casa Bianca si trinceri nel suo silenzio, una posizione che sembra suggerire che i rifugiati siano in qualche modo un problema di qualcun altro. Essi sono, in effetti, un nostro problema. Un briciolo di onestà da parte del presidente Barack Obama sarebbe apprezzato, magari un’ammissione che le cose non sono andate esattamente come previsto dalla sua amministrazione e da quella del suo predecessore. E servono soldi. Washington spende miliardi di dollari per combattere guerre che non andrebbero combattute e per sostenere finti alleati in tutto il mondo. Tanto per cambiare potrebbe essere una soddisfazione vedere il denaro dei contribuenti speso in qualcosa di buono, collaborando con gli Stati più colpiti nel Medio Oriente e in Europa per riassestare i senzatetto e facendo un vero sforzo per concludere positivamente i negoziati atti a porre fine ai combattimenti in Siria e Yemen, che possono solo avere esiti indicibilmente brutti se dovessero continuare sulla strada attuale.
Ironia della sorte, i falchi americani stanno sfruttando l’immagine del ragazzo siriano morto per incolpare gli europei per la crisi umanitaria, chiedendo nel frattempo anche uno sforzo decisivo per deporre Bashar al-Assad. Nel Washington Post dello scorso venerdì l’editoriale principale si intitolava “L’abdicazione dell’Europa” e inoltre c’era un editoriale indipendente di Michael Gerson che sollecitava un cambiamento immediato del regime in Siria, dando la colpa della crisi esclusivamente a Damasco. L’editoriale inveiva contro gli europei “razzisti” riguardo la situazione dei rifugiati. E non è chiaro come Gerson, un neoconservatore evangelico, ex autore dei discorsi di George W. Bush, possa credere che permettere alla Siria di cadere in mano all’ISIS porterebbe vantaggi a qualcuno.
Noi americani ci stiamo avvicinando a qualcosa simile alla completa negazione di come sia veramente orribile l’impatto recente che la nostra nazione ha avuto sul resto del mondo. Siamo universalmente odiati, anche da coloro che stendono la mano per ricevere la loro mancetta, e il mondo sta senza dubbio scuotendo la testa mentre ascolta la bile che esce dalla bocca dei nostri candidati presidenziali. Shakespeare ha osservato che il “male che gli uomini fanno, sopravvive dopo di loro,” ma non conosceva gli Stati Uniti. Noi scegliamo di mascherare le cattive scelte che facciamo, e poi raccontiamo bugie per giustificare e attenuare i nostri crimini. E nonostante questo, il male che facciamo alla fine scompare nel “buco della memoria”. Letteralmente.
Mentre scrivevo questo pezzo ho guardato Ali Hussein, il bambino iracheno che è stato ucciso dalla bomba americana. E’ stato “obliato” da Google, così come pure la sua foto, presumibilmente perché la sua morte non si accordava col politicamente corretto. Verosimilmente, è stato allo stesso modo eliminato dall’archivio del Washington Post. Immediatamente, mi è venuta in mente la vicenda di Winston Smith in “1984” di Orwell.

Preso da: http://vocidallestero.it/2015/09/14/una-crisi-di-rifugiati-prodotta-dagli-usa/