Siria. I giornalisti occidentali che adoravano i “ribelli moderati” finanziati dagli anglosionisti, oggi riconoscono che sono solo dei terroristi

Crisi siriana, 16 ottobre 2019 – Che dramma per i giornalisti occidentali parlare oggi delle atrocità commesse dai miliziani alleati di Erdogan nel nord della Siria ! Quegli stessi miliziani che esaltavano ieri, quando combattevano contro il legittimo governo di Bachar al-Assad

Reseau International, 16 ottobre 2019 (trad.ossin)
Siria. I giornalisti occidentali che adoravano i “ribelli moderati” finanziati dagli anglosionisti, oggi riconoscono che sono solo dei terroristi
Nebojsa Malic
Dagli “Elmetti bianchi”, a tutti gli altri complici del terrorismo jihadista contro il governo legittimo di Bachar al Assad, oggi che aggrediscono i poveri Curdi vengono finalmente considerati per quello che sono sempre stati: Terroristi
Un fenomeno davvero affascinante che accompagna l’invasione turca della Siria è osservare come i giornalisti occidentali, che all’epoca esaltavano i «ribelli moderati», cadono adesso nella trappola di doverli condannare.
Avanguardie dell’invasione turca sono «l’Esercito Siriano Libero» e altri militanti «moderati» che i principali media occidentali presentano da anni come vittime del «mostro genocida» Bachar al-Assad di Damasco. Oggi, i «ribelli» sono i cattivi e Assad è il salvatore – almeno per quanto riguarda i Curdi, i media hanno condannato il «tradimento» degli alleati da parte del presidente USA Donald Trump. Che casino !
«Quando le forze turche combattono contro i Curdi, i media le definiscono come genocide maniache e supporto dello Stato Islamico», ha twittato l’erudito Max Abrahms. «Quando le forze turche combattono (contro il presidente siriano Bachar) al-Assad, i media li chiamano ribelli e rivoluzionarie»
Giornali come il Washington Post definiscono ormai «folli e inaffidabili» i militanti che, solo qualche mese fa, sostenevano come «ribelli moderati», ha sottolineato il giornalista Aaron Mate.
Da molti anni, alcuni giornalisti di sinistra, e non solo, sono stati denigrati e criticati per avere segnalato ciò che attualmente è apertamente riconosciuto: le milizie assassine — alias «ribelli moderati» — usati per combattere una guerra per procura in Siria, per conto di Stati Uniti, paesi del Golfo e Turchia, sono «folli e inaffidabili»
«Ci sono senz’altro dei fautori della guerra per procura che, in precedenza, hanno esaltato l’Esercito Siriano Libero e che, adesso, sono in pena per le loro atrocità contro i Curdi siriani», ha twittato Mate, affermando che non possono essere presi sul serio, a meno che non chiedano scusa a quelli che denunciavano come «Assadisti», ammettendo che avevano ragione .
Pur non avendo presentato alcuna scusa, i giornalisti occidentali si sono molto agitati nei media. Ecco Danny Gold, di PBS Newshour, deplorare che i combattenti anti-governativi ai quali in passato si era «legato» (quando lavorava per Vice) prendano adesso parte all’invasione del nord della Siria da parte della Turchia:
Ho aperto facebook per vedere che un combattente al quale mi ero legato nel 2013 è adesso attivo in uno dei gruppi sostenuti dalla Turchia, che attaccano il nord della Siria. E’ originario di Ras Al Ayn, militava originariamente in un gruppo misto curdo/arabo dell’Esercito Siriano Libero che ha combattuto contro le YPG laggiù nel 2013
«I falsi esperti di cose siriane si rendono conto di essere stati sempre a favore dei fanatici wahhabiti. Anni di reportage riassunti in un solo tweet. Semplicemente, non riesco a trattenere le risa»
Leggendo i media occidentali di questa settimana, viene da pensare che siano loro le vere vittime degli eventi della settimana scorsa – e non tanto i Curdi siriani di cui deplorano la sorte – perché la narrativa che hanno elaborato e mantenuto dal 2011 non regge più. Non solo l’invasione turca ha rivelato la vera natura dei «ribelli moderati», ma è servita anche da pretesto per un ritiro generale degli Stati Uniti dalla Siria e ad un accordo tra Curdi e governo siriano che Washington ha tentato, per anni, di evitare.
I giornalisti che hanno, per anni, demonizzato Assad come un criminale di guerra genocida e, per una settimana, accusato Trump di abbandonare i Curdi al «genocidio» turco, stanno ora lottando per fare fronte all’intervento dell’Esercito governativo Arabo Siriano per difendere i Curdi dalla Turchia.
Inutile dire che non è molto facile.
«Trump ha spinto i Curdi nelle braccia della Russia», ha twittato Edward Luce, editorialista capo del Financial Times, descrivendo il rafforzamento della Siria come un disastro di proporzioni globali, una disintegrazione dell’ordine mondiale che arreca benefici solo al Cremlino.
«Non lo so se oramai sia troppo tardi per ripristinare l’immagine benevola di cui gli Stati Uniti godevano nella maggior parte delle regioni del mondo. Ma la luce si sta spegnendo», ha dichiarato Luce lunedì nel corso di un thread
Val la pena di notare l’entità della catastrofe provocata da Trump in settimana dopo la sua chiamata a Erdogan 1. Lo Stato Islamico resuscitato. 2. Il controllo di Assad sulla Siria. 3. La Russia approfitta di nuovo di un’altra manna geopolitica. 4. Tradimento dei Curdi. 5. Immenso danno alla potenza USA
Il giornalista Max Blumenthal ha descritto il thread di Luce come «il panico di fronte al declino di un impero». Immagine appropriata ad un simile melodramma. Notate l’assenza quasi totale di preoccupazione per il benessere dei Siriani, che hanno sofferto per più di 8 anni a causa della guerra per procura e del terrore dello Stato Islamico – o anche degli stessi Curdi, che sono stati i primi a mettere nero su bianco, quando hanno stretto un accordo con Damasco.
E’ difficile ammettere che ci si è sbagliati, è per questo che la maggior parte dei giornalisti non lo fanno mai. E’ molto più facile incolpare la Russia, come fanno regolarmente dalle elezioni presidenziali statunitensi del 2016 e il referendum del Brexit, che hanno rivelato fino a qual punto essi siano totalmente disconnessi dalla loro stressa società. Quel che la Siria ha dimostrato, è che sono sconnessi anche con le relazioni internazionali.
Un caso italiano: Lorenzo Cremonesi
“L’inviato speciale” del Corriere della Sera, Lorenzo Cremonesi, oggi si commuove alla storia terribile di Hevrin Khalaf, militante curda, assassinata dalle milizie “in odore di qaedismo” alleate dei Turchi. Eppure, agli esordi della crisi siriana, esaltava il desiderio di libertà e di democrazia delle bande irregolari che combattevano in Siria contro Bachar al-Assad. E definiva gli attuali “terroristi” dell’Esercito Siriano Libero che hanno lapidato la militante curda come “partigiani”.
Consigliamo la lettura di un corsivo di quegli anni, per la penna del nostro terribile  diavoletto Azazello:

1949-2019. Come i comunisti cinesi hanno tirato fuori la Cina dal sottosviluppo

Oumma, 3 ottobre 2019 (trad.ossin)
1949-2019. Come i comunisti cinesi hanno tirato fuori la Cina dal sottosviluppo
Bruno Guigue
I media occidentali possono anche tentare di occultare questa evidenza, ma salta comunque agli occhi: la Cina ha realizzato in 70 anni quel che nessun altro paese è riuscito a fare in due secoli. Nel festeggiare l’anniversario della Repubblica Popolare Cinese, proclamata da Mao Zedong il 1° ottobre 1949, i Cinesi conoscono la situazione del loro paese. Ma sanno anche in che stato si trovava nel 1949. Devastato da decenni di guerra civile e di invasione straniera, era un campo di rovine.
La parata per i 70 anni della Repubblica Popolare Cinese
«La Cina di prima del 1949», ricorda Alain Peyrefitte, «era un paese del Medio Evo, (..) un pullulare di mendicanti coi moncherini, di bambini coperti di piaghe, maiali neri e cani scheletrici; stracci tra i quali si aggirava qualche broccato. Quando gli elementi si scatenavano, la carestia spazzava via tutto. I contadini erano comunque rovinati; in caso di siccità o inondazioni, non disponevano di alcuna riserva» (Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà, 1973, T. 2, p. 85).
 
Il paese era poverissimo, rappresentava solo una parte infinitesimale del PIL mondiale, mentre ne aveva rappresentato il 30% nel 1820, prima che il declino della dinastia Qing e l’arrivo delle potenze occidentali predatrici, cui si unì ben preso il Giappone, rovinassero questa prosperità. Devastati dalla guerra, dighe e canali erano fatiscenti. Priva di manutenzione, la rete ferroviaria era in uno stato pietoso. Riuscendo a stento a nutrire il mondo rurale, l’agricoltura languiva.
Composta per il 90% di contadini affamati, la popolazione aveva il livello di vita più basso del pianeta: inferiore a quello dell’India post-britannica e dell’Africa sub-sahariana. Su questa terra dove l’esistenza era appesa a un filo, la speranza di vita si collocava tra i 36 e i 40 anni. Abbandonata nell’ignoranza, nonostante la ricchezza di una civiltà plurimillenaria, la popolazione cinese contava un 80% di analfabeti.
Oggi, l’economia cinese rappresenta il 18% del PIL mondiale a parità di potere di acquisto, e, nel 2014, ha superato l’economia statunitense. La Cina è la prima potenza esportatrice mondiale. La sua potenza industriale è doppia rispetto a quella degli Stati Uniti e quattro volte quella del Giappone. Per contro, l’indebitamento globale del paese (quello pubblico e quello privato) è inferiore a quello degli Stati Uniti (250% contro 360%) e il debito estero è modesto.
Prima potenza creditrice, la Cina detiene le maggiori riserve di valuta estera del mondo (3 trilioni di dollari). Primo partner commerciale di 130 paesi, ha contribuito per il 30% alla crescita mondiale negli ultimi dieci anni. La Cina è il primo produttore mondiale di acciaio, cemento, alluminio, riso, grano e patate. Con 400 milioni di persone, la classe media cinese è la più importante del mondo, e 140 milioni di Cinesi sono stati in vacanza all’estero nel 2018.
Questo sviluppo economico ha migliorato le condizioni di esistenza materiale dei Cinesi in modo spettacolare. La speranza di vita è passata da 40 a 64 anni durante la presidenza di Mao (dal 1950 al 1975) e si avvicina oggi ai 77 anni (contro 82 anni in Francia, 80 anni a Cuba, 79 anni negli USA e 68 anni in India). Il tasso di mortalità infantile è del 7‰, contro il 30‰ dell’India, il 6‰ degli Stati Uniti, il 4,5‰ di Cuba e il 3,5‰ della Francia. L’analfabetismo è stato quasi del tutto sradicato. Il tasso di scolarizzazione è del 98,9% nella primaria e del 94,1% nella secondaria.
Ancora più significativo, il tasso di povertà, secondo la Banca Mondiale, è passato dal 95% nel 1980 al 17% nel 2010 e al 3,1% nel 2017. Xi Jinping ne ha promesso la cancellazione per il 2020. Secondo Branko Milanovic, ex-economista capo alla Banca Mondiale, la formazione di un’enorme classe media in Cina è la principale causa della riduzione delle diseguaglianze nel mondo tra il 1988 e il 2008. In venti anni, 700 milioni di persone sono state sottratte alla povertà. Il salario medio si è raddoppiato, soprattutto per effetto delle lotte operaie, e le imprese straniere hanno cominciato a delocalizzare le loro attività, alla ricerca di una mano d’opera meno cara.
Una delle questioni fondamentali che si pongono ai paesi in via di sviluppo è quella dell’accesso alle tecnologia moderne. La Cina di Mao ha in un primo tempo beneficiato dell’aiuto dell’URSS, venuto meno nel 1960 a causa dello scisma sino-sovietico. E’ stato per risolvere questo problema cruciale che Deng Xiaoping ha lanciato nel 1979 la progressiva apertura dell’economia cinese ai capitali esteri: in cambio dei profitti realizzati in Cina, le imprese straniere avrebbero trasferito tecnologia alle imprese cinesi.
In 40 anni i Cinesi hanno assimilato le tecnologie più sofisticate, e l’allievo ha superato il maestro! Oggi la quota cinese di imprese ad alta tecnologia tocca il 28% del totale mondiale e supererà gli Stati Uniti nel 2021. Vero è che la Cina dispone di risorse umane considerevoli. Manda 550 000 studenti all’estero e ne riceve 400 000. Con 80 tecnopoli, è il numero uno mondiale per numero di laureati in scienze, tecnologia e ingegneria, e ne forma quattro volte più degli Stati Uniti.
Questa svolta tecnologica del gigante cinese va oramai di pari passo con la transizione ecologica. Firmataria dell’Accordo di Parigi sul clima, la Cina è il primo investitore mondiale nelle energie rinnovabili. Possiede il 60% dei pannelli solari e il 50% degli impianti eolici del pianeta. Il 99% dei bus elettrici in servizio nel mondo sono fabbricati in Cina. Il 50% dei suoi veicoli sono elettrici e ne fabbrica tre volte di più degli Stati Uniti.
La Cina ha anche la rete ferroviaria ad alta velocità più grande del mondo (30 000 km) e si propone di estenderla a 40 000 km. L’azienda pubblica cinese CRRC è il numero uno mondiale nella costruzione di TAV: produce 200 treni all’anno e lavora per 80 paesi. Infine la Cina ha intrapreso la più grande operazione di rimboschimento del pianeta (35 milioni di ettari). Prendendo sul serio il disastroso inquinamento atmosferico nella regione di Pechino, è riuscita a ridurre del 50% le emissioni di particelle tossiche in cinque anni.
Questo spettacolare sviluppo della Repubblica Popolare cinese è il risultato di 70 anni di sforzi titanici. Per riuscirci, i Cinesi hanno inventato un sistema socio-politico originale, ma che le categorie in uso in Occidente non riescono a descrivere in modo razionale. Lungi dall’essere una «dittatura totalitaria», infatti, è un sistema neo-imperiale, la cui legittimità si fonda sul miglioramento delle condizioni di vita del popolo cinese.
Organismo dirigente del paese dal 1949, il Partito comunista cimese sa che la minima deviazione oltre la linea del miglioramento collettivo sarebbe incompresa e provocherebbe la sua caduta. Abituati a pensare che la democrazia si esaurisca nel rituale elettorale, gli Occidentali non comprendono questo sistema. D’altronde molti di loro non si avvedono nemmeno che nella loro «democrazia» i presidenti vengono designati dalle banche, mentre in Cina le banche obbediscono al presidente.
Per dirigere lo sviluppo del paese, i comunisti cinesi hanno costruito un’economia mista pilotata da uno Stato forte. Il suo obiettivo prioritario è la crescita che, dopo le riforme del 1979, si fonda sulla modernizzazione delle imprese pubbliche che dominano i settori chiave, la costituzione di un potente settore privato, il ricorso ai capitali stranieri e il trasferimento di tecnologia proveniente dai paesi più avanzati. Al contrario di quanto si dice talvolta, è stato lo stesso Mao Zedong ad avviare questo processo nel 1972, quando ha ristabilito le relazioni con gli Stati Uniti.
Per sviluppare il paese bisognava accarezzare il diavolo ! E’ evidente che i comunisti cinesi hanno imparato a farlo. Ma questo avvicinamento economico e tattico con l’Occidente capitalista, questo «compromesso acrobatico» preso giustamente di mira da alcuni marxisti, era un mezzo e non un fine. Pur giustificando l’apertura economica, Jiang Zemin ha ricordato nel 1997 che la Cina non perdeva di vista l’obiettivo dell’edificazione del socialismo. E’ la ragione per la quale è lo Stato a dover dirigere lo sviluppo, la proprietà pubblica deve restare dominante e il settore finanziario restare sotto stretto controllo.
Due secoli fa, la Cina era ancora la fabbrica del mondo. Peggiorando le sue condizioni interne, l’imperialismo occidentale distrusse il decadente impero manciù. Le guerre del XX secolo, a loro volta, piombarono il paese nel caos. Agli occhi dei Cinesi, la Repubblica popolare di Cina ha il merito di avere posto fine a quel lungo secolo di miseria e di umiliazione cominciato nel 1840 con le «guerre dell’oppio». Liberata e riunificata da Mao, la Cina si è avviata lungo la stretta via dello sviluppo. Povera in modo oggi inimmaginabile, isolata e priva di risorse, ha esplorato strade sconosciute e tentato, col maoismo, di trasformare radicalmente la società.
Più precisamente, il maoismo si caratterizza per il tentativo, riprendendo la terminologia marxista, di accelerare lo sviluppo delle forze produttive puntando sulla trasformazione rivoluzionaria dei rapporti sociali. In altri termini, di generalizzare la lotta delle classi all’interno del paese per consolidare il socialismo. Questo volontarismo ha avuto effetti positivi, contribuendo a diffondere l’istruzione, ma ha fallito come elemento di stimolo dell’economia. In netto contrasto con la crescita demografica dovuta al miglioramento dell’assistenza sanitaria, il crollo della produzione agricola ha provocato il disastro del «Grande Balzo in avanti», che fu responsabile, insieme alle condizioni climatiche e all’embargo occidentale, dell’ultima carestia che vi è stata in Cina (1959-1961).
Con la Rivoluzione Culturale, il cui punto culminante fu toccato nel 1966-68, Mao e le Guardie Rosse decisero di mobilitare nuovamente le masse, ma contro lo stesso partito per impedirgli di «restaurare il capitalismo» e dare vita ad un «revisionismo» di tipo sovietico. Questa rivoluzione nella rivoluzione ha rapidamente raggiunto i suoi limiti. Coltivando l’effervescenza ideologica di una gioventù fanatizzata, ha dato luogo a violenze inutili e a distruzioni che ostacolavano lo sforzo di sviluppo. Girando a vuoto, questa agitazione ha generato un caos che esigeva fosse fermato, e l’Esercito Popolare di Liberazione si incaricò di farlo.
In una risoluzione adottata nel 1982, il Partito comunista cinese formulò un giudizio severo su questa esperienza storica, definita una «sbandata estremista», ed avviò progressivamente delle riforme. Marxista a suo modo, il «socialismo dai caratteri cinesi» elaborato nel 1997 si basa sull’idea che lo sviluppo delle forze produttive è la condizione indispensabile per la trasformazione dei rapporti sociali e non l’inverso.
Come ha scritto Jean-Claude Delaunay, «la rivoluzione fu concepita dai fondatori del marxismo come un frutto da cogliere quando è maturo, ma per questo occorre che il frutteto sia ben fornito». Ma, per i comunisti cinesi, la rivoluzione è piuttosto «il frutto di un frutteto che bisogna prima coltivare, poi accrescere e solo allora cogliere». (Les trajectoires chinoises de modernisation et de développement, 2018, p. 283). Insomma, il socialismo non è il pauperismo! E per impegnarsi nella trasformazione dei rapporti sociali bisogna prima assicurare un certo livello di sviluppo delle forze produttive.
Dopo avere liberato e riunificato il paese, abolito il patriarcato, realizzato la riforma agraria, avviato l’industrializzazione, dotato la Cina di un ombrello nucleare, sradicato l’analfabetismo, donato ai Cinesi 24 anni di speranza di vita in più, ma anche commesso errori dei quali il popolo cinese ha tratto un bilancio, il maoismo ha passato di mano dopo 25 anni di governo (1950-1975). I suoi successori hanno allora tenuto conto delle inflessioni internazionali e tratto vantaggi dalla mondializzazione, ma senza mai mollare il timone. Forti degli insegnamenti del passato, i Cinesi hanno moltiplicato il loro PIL, industrializzato il paese, vinto la povertà, elevato il livello scientifico e tecnologico del paese in modo inedito.
L’esperienza storica della Repubblica popolare cinese è unica: è il successo di una strategia di uscita dal sottosviluppo ad una scala senza precedenti, e sotto la direzione esclusiva di un partito comunista. Certamente restano immensi problemi (invecchiamento della popolazione), i paradossi incredibili (un socialismo nel capitalismo), le fragilità innegabili (flessione della crescita). Ma la Cina del 2019 intende andare avanti. Vuole costruire una «società di fluidità media», sviluppare il mercato interno, promuovere la transizione. Bisognerà farsene una ragione: decisa a chiudere la parentesi della dominazione occidentale, la Cina aspira a riprendere il posto che le spetta.

Ossin pubblica articoli che considera onesti, intelligenti e ben documentati. Ciò non significa che ne condivida necessariamente il contenuto. Solo, ne ritiene utile la lettura

Preso da: https://www.ossin.org/reportage-dal-mondo/reportage-estremo-oriente/56-cina2/2541-1949-2019-come-i-comunisti-cinesi-hanno-tirato-fuori-la-cina-dal-sottosviluppo

US Launches a New Propaganda Campaign Around the Assassination of Their Asset, Abu Baker al-Baghdadi

Editorial Comment:

Airstrikes that the US claim were instrumental in the killing of their Daesh asset,Abu Baker al-Baghdadi, did not actually happen, according to Maj.Gen. Igor Konashenkov, of the Russian Ministry of Defense:

“No airstrikes performed by US aircraft or aircraft belonging to the so called ‘international coalition’ were detected on Saturday or during the following days.Since the moment of the final Daesh’s defeat at the hands of the Syrian government army supported by Russian Aerospace Forces in early 2018, yet another ‘death’ of Abu Bakr al-Baghdadi does not have any strategic importance regarding the situation in Syria or the actions of the remaining terrorists in Idlib.”

Abubakr al-Baghdadi

This latest announcement follows Russia’s publication of evidence of the US theft and export of Syrian oil and the release of a statement by the Russian and Syrian Joint Coordination Committee on crimes committed against civilians and refugees by the US and their proxies and the obstruction of efforts to free citizens living in inhumane conditions in Rukban Camp.

A.V.

Related:

70° della Repubblica popolare Cinese: la cancellazione della storia

L’arte della guerra

Unione nazionale in Siria e Venezuela

All’inizio di settembre siamo stati i soli ad annunciare il passo decisivo contemporaneamente compiuto in Siria e Venezuela. Paesi che ora non cercano più di negoziare con i terroristi, bensì di costruire un nuovo regime in collaborazione con l’opposizione patriottica.

| Damasco (Siria)

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I presidenti Bashar al-Assad e Nicolás Maduro.
Siria e Venezuela si giocano contemporaneamente e parallelamente il proprio futuro. Ed è normale sia così, perché trattasi di conflitti che non hanno origine locale, ma sono frutto della strategia del Pentagono di distruzione delle strutture statali, avviata dapprima nel Medio Oriente Allargato, in seguito nel Bacino dei Caraibi (dottrina Rumsfeld/Cebrowski [1]).

La situazione e le capacità dei due Stati sono molto diverse, ma la resistenza al capitalismo globale è la medesima. Hugo Chávez (presidente dal 1999 al 2013) è stato portavoce delle popolazioni delle periferie del mondo, di fronte alle ambizioni delle società transnazionali. Deluso dalla defezione di alcune nazioni del Movimento dei Paesi Non-allineati, diventate vassalle degli Stati Uniti, Chávez e il presidente siriano Bashar al-Assad immaginarono di rifondare il Movimento su basi rinnovate e di chiamarlo Movimento dei Liberi Alleati [2]. A chi si poneva domande sui tempi di realizzazione di quest’ambizioso progetto, il presidente venezuelano rispondeva con la previsione che l’omologo siriano avrebbe occupato il suo posto sulla scena internazionale. Nel piano quinquennale 2007-2013, che redasse in prima persona, Chávez inserì anche istruzioni per le amministrazioni del Paese affinché sostenessero un alleato politico tanto lontano, la Siria [3].

Da 18 anni la guerra imperversa nel Medio Oriente Allargato e da otto in Siria. Afghanistan, Iraq e Libia sono già stati distrutti. Lo Yemen è ridotto alla fame. In Siria un governo in esilio è stato riconosciuto dagli Stati Uniti e da un pugno di loro alleati. Il patrimonio del Paese in Occidente è stato confiscato. Nella Lega Araba un governo alternativo ha rimpiazzato quello costituzionale. I vassalli regionali del Pentagono si sono messi agli ordini della NATO.
Nel Bacino dei Caraibi il preludio alla guerra è già in fase avanzata, soprattutto in Nicaragua e a Cuba. In Venezuela un autoproclamato presidente è stato riconosciuto dagli Stati Uniti e da un pugno di loro alleati. Il patrimonio del Paese in Occidente è stato confiscato. Nell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) un governo alternativo ha rimpiazzato quello costituzionale. I vassalli regionali del Pentagono stanno riattivando il Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR).
La guerra in Siria è al termine perché la presenza militare russa rende impossibile l’invio di nuove truppe per combattere il governo [legittimo] del Paese, siano esse formate da soldati regolari statunitensi, da mercenari ufficialmente ingaggiati dal Pentagono o da mercenari ufficiosamente ingaggiati dagli alleati della NATO. Ma la vittoria contro decine di migliaia di mercenari dell’Esercito Arabo Siriano non significa pace.
In Siria e Venezuela la pace sarà possibile solo a condizione che la società fratturata – dalla guerra nel primo caso e dalla sua preparazione nel secondo – venga riparata. In Siria la riparazione potrà avvenire attraverso la redazione e l’adozione d’una nuova Costituzione, come previde quattro anni fa la risoluzione ONU 2254. Anche in Venezuela la pace dovrà passare dalla creazione di un regime di unione nazionale, ove si associno gli chavisti e l’opposizione patriottica, ancora viva nel Paese, cui sta a cuore la preservazione della nazione.
Con l’assenso del presidente Trump, nonostante l’opposizione dei generali del Pentagono e dei diplomatici del dipartimento di Stato, il 16 settembre Siria e Venezuela hanno fatto passi avanti in questa direzione. Lo stesso giorno Iran, Russia e Turchia hanno annunciato la formazione della Commissione Costituzionale Siriana [4] e il Venezuela l’apertura di un Tavolo di dialogo che riunisce rappresentanti del governo e dell’opposizione patriottica [5]. Un’iniziativa che si sostituisce ai negoziati che il governo costituzionale aveva intavolato alle Barbados – alla presenza di mediatori norvegesi – con i rappresentanti dell’autoproclamato presidente Guaidó; negoziati che quest’ultimo dichiarò esauriti e abbandonò. Analogamente, la Commissione Costituzionale Siriana mette fine ai negoziati che il governo conduceva da anni con gli jihadisti “moderati”, sotto gli auspici dell’ONU.
Dopo l’inizio della guerra in Siria il principio di Unione Nazionale si è gradualmente affermato. Il presidente Assad riuscì a organizzare nel 2014 un’elezione presidenziale conforme agli standard internazionali dei regimi democratici. In Venezuela invece questo principio rappresenta una novità, di cui ancora non tutti sono convinti. Un precedente tentativo avviato da papa Francesco è fallito. Questa volta, in poche ore, i negoziatori sono riusciti ad accordarsi su tutto quel che Guaidó asserisce di rivendicare, ma che in realtà rifiuta di formalizzare. Gli chavisti hanno smesso di disertare le sedute dell’Assemblea Nazionale; la riforma della Commissione elettorale è in gestazione; il vice-presidente dell’Assemblea Nazionale, prima agli arresti, è stato rilasciato; e via di questo passo.
La diffusione della notizia di questi considerevoli progressi ha coinciso con la vacanza del posto di Consigliere per la Sicurezza Nazionale USA. La sostituzione di John Bolton con Robert O’Brien favorisce l’avvio di un nuovo indirizzo a Washington. I due uomini hanno le medesime referenze ideologiche, l’“eccezionalismo statunitense”, ma stili opposti: il primo minaccia di guerra l’intero pianeta, il secondo è consumato negoziatore.
Giacché i partigiani del terrorismo – gli jihadisti “moderati” e i guarimberos di Juan Guaidó – ne sono esclusi, Unione Europea e Gruppo di Lima, privi del pragmatismo del presidente Trump, condannano questi progressi.

[1] The Pentagon’s New Map, Thomas P. M. Barnett, Putnam Publishing Group, 2004. “Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 agosto 2017.
[2] “Assad e Chavez chiedono la formazione di un movimento di liberi alleati”, Rete Voltaire, 3 luglio 2010.
[3] Proyecto Nacional Simón Bolívar. Primer Plan Socialista (PPS) del Desarrollo Económico y Social de la Nación (2007/2013), Presidencia de la República Bolivariana de Venezuela.
[4] “Joint Statement by Iran, Russia and Turkey on the International Meeting on Syria”, Voltaire Network, 16 September 2019.
[5] «Venezuela : Mesa Nacional», Red Voltaire, 26 de septiembre de 2019.

I tentacoli di Israele si allungano

Strategic Culture, 6 agosto 2019 (trad. ossin)
I tentacoli di Israele si allungano
Brian Cougley
Il 23 luglio, alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, un voto schiacciante ha condannato il movimento BDS [Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni], che si propone di esercitare pressioni sul governo israeliano perché «rispetti il suo obbligo di riconoscere il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione e si conformi pienamente alle prescrizioni del diritto internazionale:
1. Mettendo fine all’occupazione e alla colonizzazione di tutte le terre arabe e smantellando il muro
2. Riconoscendo i diritti fondamentali dei cittadini arabo-palestinesi di Israele alla piena uguaglianza
3. Rispettando, proteggendo e promuovendo il diritto dei rifugiati palestinesi di ritornare nelle loro case e riacquistare i loro beni, come stabilito nella risoluzione 194 delle Nazioni Unite».
Il presidente Donald Trump, come lo erano stati tutti i suoi predecessori, è ospite fisso dei meeting dell’AIPAC
Non v’è nulla di moralmente o legalmente discutibile in alcuno di questi proponimenti. Ma il Congresso degli Stati Uniti non si preoccupa di moralità né di legalità, quando siano incompatibili con la loro politica verso Israele che, come ha chiarito il rappresentante Lee Zeldin a New York, si fonda sulla convinzione che «Israele è il nostro migliore alleato in Medio Oriente; un simbolo di speranza di libertà, circondata da minacce esistenziali». Fox News ha detto che la risoluzione di condanna «è stata sollecitata dall’AIPAC, l’influente lobby israeliana a Washington», cosa che spiega molte cose, giacché l’AIPAC, [American Israel Public Affairs Committee] è un’organizzazione potentissima, dotata di tasche profonde e mani prodighe.
A febbraio 2019, The Intercept notava che l’«AIPAC, sul suo sito Web, raccoglie adesioni al suo ‘Club del Congresso’, impegnandosi a versare almeno  5 000 dollari ogni tornata elettorale, in favore degli aderenti». Nel film intitolato The Lobby, Eric Gallagher, un alto responsabile dell’AIPAC dal 2010 al 2015, racconta a un giornalista di Al Jazeera che l’AIPAC ottiene risultati. Un’intercettazione segreta ha rivelato che «…riuscire a ottenere 38 miliardi di aiuti militari per Israele è importante, ed è quello che l’AIPAC riesce a fare. Tutto quello che l’AIPAC fa è finalizzato a influenzare il Congresso».
L’AIPAC influenza il Congresso e altre istituzioni in modo estremamente efficace, fino al punto di riuscire a ottenere che Al Jazeera non trasmettesse la versione inglese di The Lobby. Il direttore dei programmi di inchiesta di Al Jazeera, Clayton Swisher, ha detto che vi sono state pressioni «di lobbisti israeliani di Washington che minacciavano di fare in modo che il Congresso classificasse la rete Al Jazeera come  ‘agente straniero’ e di accusare falsamente di antisemitismo gli autori del documentario». E basta questo: la semplice accusa di antisemitismo costringe chiunque a grattarsi la testa, ruotare gli occhi, e a farsi da parte.
E’ accaduto così che il giorno prima che il Congresso condannasse un’iniziativa diretta a premere perché Israele riconosca i diritti dei Palestinesi e rispetti il diritto internazionale, gli Israeliani realizassero un’operazione di distruzione mirata specificamente contro i diritti dei palestinesi, e contraria al diritto internazionale. Secondo la BBC, 200 soldati israeliani e 700 poliziotti, carichi di armi pronte all’impiego, sono stati dispiegati nel villaggio palestinese di Wadi Houmous alle 22 del 22 luglio, con bulldozer e scavatrici che hanno proceduto alla distruzione di case palestinesi.
L’amministrazione USA non ha mosso obiezioni. Il suo twittatore in capo aveva chiaramente espresso il suo punto di vista su Israele il 16 luglio, quando aveva annunciato che le quattro deputate donna del Congresso, non bianche, ch’egli odia in modo addirittura nevrotico, sono «un gruppo di comuniste che odiano Israele», e che «parlano di Israele come se fosse uno Stato criminale e non una vittima in quella regione». Per contro, l’Unione europea ha stabilito che «la politica di colonizzazione, ivi comprese le iniziative prese in questo contesto, come i trasferimenti forzati, le espulsioni, le demolizioni e le confische di case, è illegale dal punto di vista del diritto internazionale. Conformemente alle posizioni assunte da lunga data dalla UE, attendiamo che le autorità israeliane fermino immediatamente le demolizioni in corso». Ma comunque non cambierà nulla, visto che non c’è alcuna possibilità che gli Stati Uniti o il Regno Unito sostengano delle azioni a tutela del diritto internazionale, quando questo viene violato da Israele.
La Gran Bretagna sta per uscire dalla Unione Europea, quindi non ha voce in capitolo nella politica europea, ma non può comunque accettare critiche a Israele, giacché il Partito conservatore al potere promuove un’organizzazione chiamata «gli amici conservatori di Israele» (CFI), che raggruppa circa l’80% dei deputati conservatori.
Boris Johnson, il nuovo Primo Ministro britannico discepolo di Trump, è un fervente militante del CFI che lo ha sostenuto nella sua candidatura alla testa del Partito conservatore. Il 23 luglio, i presidenti del CFI Stephen Crabb, deputato, e Lord Pickles, insieme al presidente onorario Lord Polak, hanno dichiarato: «Dalla sua opposizione al boicottaggio dei prodotti israeliani quando era sindaco di Londra, fino al ruolo determinante svolto, da ministro degli Esteri… Boris ha una lunga storia di amicizia con Israele e la comunità ebraica. Il signor Johnson ha continuamente mostrato il suo appoggio risoluto… reiterando il suo profondo attaccamento a Israele e impegnandosi a essere un campione degli ebrei in Gran Bretagna e nel mondo».
Uno dei primi incarichi ministeriali conferiti da Johnson è stato alla signora Priti Patel al posto di segretario agli Interni. Costei si era dovuta dimettere dal Gabinetto della prima ministra Theresa May nel novembre 2017 dopo essere stata colta in flagrante mendacio, cosa non inabituale per lei, ma stavolta particolarmente rilevante. Come ebbe ad annunciare la BBC: «Priti Patel si è dimessa a seguito delle polemiche a proposito di Israele», scusandosi con la Prima Ministra «per le riunioni non autorizzate tenute in agosto con alcuni politici israeliani – compreso il Primo Ministro Benjamin Netanyahu – di cui si è avuta successivamente notizia. Ma è emerso poi che aveva tenuto altre due riunioni in settembre non in presenza di funzionari governativi». Non solo questo, ma in una intervista alla stampa «aveva fatto falsamente intendere che il Ministro degli Affari esteri, Boris Johnson, e il Foreign Office erano al corrente delle sue riunioni in Israele».
E’ uno di quei fatti che hanno suscitato tante risate nel corso delle meravigliose serie della BBC «Yes Minister» e «Yes, Prime Minister» : Ho sbagliato; dà una falsa impressione; è in prigione per avere raccontato menzogne.
Ed è decisamente strano che l’insigne Lord Polak, quello stesso che ha dichiarato che Boris Johnson è «amico di Israele», abbia accompagnato Patel in tredici delle quattrodici riunioni coi responsabili israeliani ad agosto e settembre. Cosa diavolo avranno fatto?
Ovviamente lei non aveva alcun timore di doversi dimettere per avere raccontato bugie, dal momento che Boris Johnson aveva dichiarato alla BBC : «Priti Patel è da tempo un’ottima collega e amica, una segretaria di Stato di prima classe per lo sviluppo internazionale. Lavorare con lei è stato un vero piacere, e sono certo che abbia un grande futuro davanti a sé». L’uomo ha il dono della profezia.
Poi Johnson ha nominato Michael Gove cancelliere del ducato di Lancaster, che è una strana nomina che conferisce grande potere e quasi nessuna responsabilità. Gove era stato apertamente sleale con Johnson all’epoca della prima competizione per la leadership, in quello che il Daily Telegraph aveva definito un «tradimento spettacolare», ma tutto è stato perdonato giacché, come dicono «gli amici conservatori di Israele», egli ritiene che l’antisionismo e l’antisemitismo siano «due facce della stessa medaglia», che significa che chiunque critichi la persecuzione dei Palestinesi da parte dei nazionalisti di Israele è un antisemita. Egli ritiene che «il criterio che consente di giudicare un popolo civile è che esso sia al fianco del popolo ebraico e al fianco di Israele. E’ un piacere stare col popolo ebraico, E’ un dovere stare al fianco di Israele».
I Palestinesi non ottengono alcun sostegno dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna quando le loro case vengono rase al suolo dai bulldozer, Non possono aspettarsi alcuna critica da parte di Washington o di Londra quando i loro figli vengono uccisi a Gaza dai soldati israeliani.
La Cisgiordania, tra Israele e la Giordania, è stata conquistata da Israele nella guerra del 1967 in Medio Oriente. Poi è stata annessa Gerusalemme est. Il diritto internazionale definisce le due zone come territori occupati. Per quanto tale circostanza venga ignorata dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, è interessante constatare che il 30 luglio, in Canada, in una sentenza di portata minore, ma rivelatrice, un giudice ha deciso che il vino prodotto nelle colonie ebraiche della Cisgiordania non dovranno portare etichette con la menzione «prodotto in Israele» giacché, logicamente, le colonie si trovano in territorio palestinese.
Ma non servirà a niente dirlo a Donald Trump, esperto di vino israeliano, o al Congresso statunitense, o a qualsiasi membro del Partito conservatore britannico al potere, perché il diritto internazionale non ha alcun valore, quando si hanno altre priorità.

USA – Se vince l’impeachment di Trump, vince il partito (trasversale) della guerra

26 settembre 1919.
 
Nancy Pelosi, il presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha chiesto di avviare l’ impeachment  perchè Trump in una conversazione telefonica con il presidente ucraino Zelensky ha chiesto di riaprire un caso scabroso sul figlio del senatore Biden, candidato per i democratici nelle prossime elezioni USA.
Non è difficile indovinare il motivo per cui i democratici abbiano preso una decisione cosi’ grave: il Partito Democratico è seriamente spaventato dalla prospettiva di trasferire prove di colpevolezza dall’Ucraina agli Stati Uniti sulla famiglia Biden e che quindi questi documenti inneschino   una serie di procedimenti penali contro persone con cui Biden ha lavorato. Tutto ciò può seppellire la carriera politica di Biden, screditare la leadership del Partito Democratico, gettare un’ombra su Barack Obama e infine permettere a Trump di vincere le elezioni.
Ma la  Casa Bianca ha già declassificato la conversazione telefonica di Trump con il presidente ucraino Zelensky, avvenuta il 25 luglio ( e non emergono elementi che configurino ‘abuso di potere’, uno dei motivi per cui negli USA, è previsto l’impeachment).

Riguardo ai contenuti della telefonata, quindi:
1. Trump ha espresso interesse per il fatto che, sotto Zelensky, riprendessero le inchieste contro il figlio di Biden (che fino al 2019 è stato membro del consiglio di amministrazione della società ucraina di gas privata Burisma Holdings), mentre Biden Sr. si vanta che il caso contro di lui è stato respinto.
2. Zelensky ha assicurato a Trump che farà in modo che il nuovo procuratore generale dell’Ucraina – che è un suo uomo – a settembre riapra le indagini  sulla base di onestà e giustizia.
3. Zelensky è anche pronto ad accettare da Trump consegni agli investigatori ucraini qualsiasi informazione che possa contribuire alle indagini contro il figlio di Biden.
4.Trump ha chiesto a Zelensky di scoprire cosa è successo nel caso di CrowdStrike, che ha indagato sull’hacking dei server dei Democratici durante le elezioni presidenziali del 2016. CrowdStrike attribuì l’hacking ai militari russi dal GRU Cyber ​​Military ma Trump possiederebbe altri indizi secondo i quali quei fatti siano stati compiuti da hacker addestrati dall’Ucraina.

nota: CrowdStrike è la società di sicurezza informatica che il Comitato Nazionale Democratico (DNC) ha usato per indagare sugli hack contro di essa nel 2016 che rivelato le mail della Clinton con contenuti scioccanti. La società aveva  concluso che la Russia era responsabile, una scoperta successivamente sostenuta dalle comunità di intelligence USA e speciali il consigliere Robert Mueller. Ma a quanto pare Trump crede ancora che le sue agenzie di intelligence abbiano sbagliato perché CrowdStrike – che ha collaborato con l’FBI – non avrebbe consegnato un server fisico all’FBI e quindi era coinvolto in un insabbiamento che avrebbe portato alle indagini sulla Russia.

In definitiva, come previsto, Trump quasi immediatamente dopo la vittoria di Zelensky, ha fatto una richiesta informale a Kiev per riprendere le indagini contro Biden e chiarire la vicenda CrowdStrike.
Ciò che sta succedendo riguardo la richiesta di avviare la procedura di impeachment  a carico di Trump per quella conversazione è molto chiaro: il partito democratico vuol evitare che ciò che ha richiesto Trump avvenga ribaltando le accuse di corruzione del figlio di Biden con l’accusa che Trump abbia ecceduto nei suoi poteri ufficiali.
Cose sempre siamo alle solite, non importa il reato che emerge ma che la procedura per arrivare a quell’esito non sia formalmente corretta.
Ci sono già sei indagini su Trump con la stessa preoccupazione politica  e con il preciso e malcelato intento di defenestrare Trump e di diminuire la sua autorità. E’ per questo che probabilmente il presidente USA è stato costretto a prendere nella sua squadra ristretta elementi come Bolton che recentemente, ha licenziato.
Interessante è che anche i democratici con l’ex presidente Poroshenko hanno tentato di influenzare l’amministrazione ucraina per motivi di politica interna agli Stati Uniti, in modo che nuocesse a Trump: è così strano ed intollerabile allora che Trump ripaghi con la stessa moneta?
Di seguito, la stampa originale della conversazione Trump/ Zelensky in inglese:

Il rumore nuocerà comunque alla campagna presidenziale di Trump

Cosa succederà ora? La richiesta passerà perché i democratici hanno la maggioranza alla camera. Ma con ogni probabilità si arenerà in senato dove per l’impeachment c’è bisogno dei 2/3 dei senatori e i repubblicani godono di una leggera maggioranza.
Secondo gli standard esistenti, la presidenza del Senato può semplicemente rifiutare di prendere in considerazione la questione dell’impeachment o votare per respingerla senza considerare la richiesta che è arrivata dalla Camera dei Rappresentanti.
Quindi niente impechement ma i democratici lo sanno: è certo però che questa vicenda renderà più debole Trump e nuovamente esposto alle richieste dei falchi repubblicani. In fondo vince  il partito (trasversale) della guerra.

Preso da: https://www.vietatoparlare.it/usa-se-vince-limpeachment-di-trump-vince-il-partito-trasversale-della-guerra/

CONTROSTORIA DEI FATTI DI SREBRENICA

 Due vecchi articoli che è utile pubblicare in questa ricorrenza ipocrita, perché la storia non sia scritta solo dai vincitori (e dai propagandisti della NATO)
Dopo 14 anni che investigo i fatti che ebbero luogo a Srebrenica nel 1995 posso attestare che in quella enclave non vi è stato nessun genocidio di musulmani — il mito sul massacro di musulmani è stato inventato dallo scomparso leader di guerra musulmano bosniaco Alija Izetbegovic e dall’allora presidente USA Bill Clinton“, ha affermato in una esclusiva intervista alla stampa quotidiana di Belgrado il ricercatore svizzero Alexander Dorin, autore del libro Srebrenica — La storia del razzismo da salotto. Ha aggiunto che, contrariamente alla mitologia popolare che ancora domina i media mainstream occidentali, i musulmani che persero la vita a Srebrenica erano degli uomini cresciuti piuttosto che dei “ragazzi“, e sono stati colpiti mentre combattevano contro l’esercito serbo bosniaco. Il che, come osserva, non può essere in nessun modo uguagliato ad un massacro, per non parlare di “genocidio“.
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– Dopo molti anni che investigo gli eventi bellici a ed attorno a Srebrenica, ho raggiunto la conclusione definitiva che non vi fu nessun genocidio. Nel luglio del 1995, mentre la città veniva conquistata dalle forze serbe, persero la vita circa 2.000 musulmani — non 8.000 come pretende la macchina della propaganda musulmano bosniaca, con il sostegno di certi politici e media occidentali. Quei 2.000 caddero in battaglia contro l’esercito serbo, mentre stava sfondando verso Tuzla. Il “genocidio di Srebrenica” è un’invenzione di Izetbegovic e Clinton, – ha dichiarato Dorin.
D: Su che cosa basate le vostre asserzioni che il “massacro” di Srebrenica è stato inventato da Izetbegovic e Clinton? R: Si dovrebbe tenere in mente che persino i media americani scrissero abbastanza sul fatto che gli Stati Uniti stavano armando da anni le forze di Izetbegovic. L’amministrazione Clinton era molto ostile verso i serbi — i generali di Clinton erano persino coinvolti nell’operazione croata “Tempesta”, l’espulsione e l’eliminazione della nazione serba dalla Repubblica della Krajina serba e da parti occidentali della Bosnia-Herzegovina. Allo stesso tempo, uno dei signori della guerra di Srebrenica — Hakija Meholjic — continua ad asserire che dal 1993 Clinton offriva ad Izetbegovic un massacro fabbricato contro i musulmani di Srebrenica, come una manovra che avrebbe posto fine alla guerra civile in Bosnia-Herzegovina [a vantaggio dei musulmani bosniaci].
D: Cosa ci dice questo? R: Ci dice che hanno avuto due anni per avviare quella manovra, il tempo durante il quale Izetbegovic e Clinton venivano mitizzati ed elevati alla posizione di eroi attraverso i più influenti media occidentali.
Le “vittime di Srebrenica” votano D: Questo libro offre prove aggiuntive? R: Il libro presenta inoltre le prove che dimostrano che 2.000 musulmani che hanno perso la vita a Srebrenica sono caduti in battaglia. Per essere in grado di pretendere che fu commesso il “genocidio” e dal momento che non avevano i corpi sufficienti per sostenere la pretesa iniziale di presumibilmente 8.000 musulmani uccisi, hanno elencato come vittime di Srebrenica numerosi combattenti musulmano bosniaci che sono morti molto prima della conquista di Srebrenica o che vennero uccisi in altre battaglie durante la guerra civile, dal 1992 al 1995. La lista delle presunte vittime di Srebrenica contiene anche i nomi di quelli che sono ancora vivi.
D: Intendete quelli che più tardi votavano alle elezioni…? R: Esatto. Nelle elezioni bosniache del 1996, le liste elettorali contenevano circa 3.000 musulmani bosniaci che erano anche elencati come “vittime di Srebrenica“. Ciò sottolinea ulteriormente il fatto che il cosiddetto Tribunale dell’Aia non ha ancora nessuna prova del “genocidio di Srebrenica“. Invece, conta sulle affermazioni del croato Dražen Erdemovic, provate essere assolute menzogne, come ha dimostrato nel suo ultimo libro il giornalista bulgaro Germinal Civikov.
D: Il Tribunale dell’Aia non ritiene così…? R: L’ex portavoce della NATO Jamie Shea nel 1999 ha enfatizzato che, senza la NATO, tanto per cominciare, non vi sarebbe nessun Tribunale dell’Aia. Ha asserito che la NATO ed il Tribunale dell’Aia sono “alleati ed amici“. Tra gli altri, l’esempio che conferma la sua affermazione è il caso del [Colonnello] Vidoje Blagojevic, condannato ad un lungo periodo di prigione a causa dei fatti di Srebrenica anche se è assolutamente innocente e non ha fatto del male a nessuno. Così, la NATO punisce i suoi avversari attraverso il Tribunale dell’Aia mentre, allo stesso tempo, protegge i suoi alleati.
La storia della guerra civile jugoslava è stata scritta dagli aggressori D: Perché hanno premuto sui serbi? R: I serbi non si sono mai alleati con forze aggressive. Nei secoli passati, i serbi combatterono contro tutti gli aggressori e le forze fasciste. Invece di rispetto e gratitudine, sono stati ricompensati con sanzioni e bombe dalla comunità internazionale e con una meticolosa e completa demonizzazione da parte dei media occidentali. Il mondo di oggi è dominato dai criminali e dagli psicopatici che chiamano se stessi democratici.
D: Cosa vi ha motivato ad investigare i fatti di Srebrenica? R: Da 14 anni interi investigo Srebrenica ed il presunto genocidio che l’esercito serbo bosniaco apparentemente commesso contro i musulmani bosniaci perché, già verso la fine della guerra in Bosnia-Herzegovina, è divenuto evidente che l’occidente non ha intenzioni oneste verso le nazioni di quel paese. Non potevo accettare il pensiero che il mondo sarà lasciato con un quadro di quella guerra che si accorda esclusivamente con gli interessi della NATO. Sfortunatamente, questo è precisamente ciò che è avvenuto.
D: Perché siete restio a promuovere personalmente il vostro libro? R: A questo punto, dopo una scrupolosa ricerca che ha preso molti anni, quando ho scoperto prove irrefutabili su quello che è realmente successo a Srebrenica di cui il vasto pubblico è inconsapevole, non voglio attirare l’attenzione su me stesso. E’ il libro che è importante, il libro dice tutto.
D: “Srebrenica — La storia del razzismo da salotto” sarà presto pubblicato in tedesco. Sarà tradotto in serbo o in qualche altra lingua? R: L’editore del mio libro, Kai Homilius – di Berlino, intende pubblicarlo in entrambe le lingue serba ed inglese. Abbiamo deciso che venga prima pubblicato in tedesco, dal momento che il pubblico di lingua tedesco non ha veramente nessuna idea della propaganda sul quale è basato il mito di Srebrenica. L’edizione tedesca del libro sarà pubblicata attorno alla metà del prossimo mese.
fonte
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Quello che sarebbe passato alla storia come il casus belli della “guerra umanitaria”, cioè la cosiddetta “strage di Racak”, è ormai pienamente provato che si trattò di una macabra, spudorata messinscena. L’inviato del “Figaro” Renaud Girard fu tra i primi a denunciare l’eccidio di 45 civili albanesi, ma soltanto due giorni dopo pubblicò un secondo articolo denunciando di essere stato “preso in giro dall’Uck” al pari degli altri giornalisti. Poi, anche “Le Monde” e “Liberation” hanno smascherato l’inganno, ma troppo tardi (e comunque, al di fuori della Francia non hanno riscosso alcuna eco). Girard si recò sul posto il 15, su invito delle autorità serbe, in seguito a un attacco dell’Uck e a un contrattacco della polizia, con un bilancio di 15 combattenti albanesi uccisi. Sia i giornalisti che gli osservatori dell’Osce non videro alcuna vittima civile, e il villaggio “appariva del tutto normale”. L’indomani, Racak era tornata sotto il controllo dell’Uck, e i giornalisti furono portati a vedere il massacro: 45 corpi che prima non c’erano, apparsi molto tempo dopo il ritiro delle forze serbe. Girard pubblicò il 20 gennaio un dettagliato resoconto dell’inganno subìto, dove, in pratica, erano stati mostrati cadaveri di persone uccise lontano da Racak e trasportati lì per la messinscena della strage: perché il giorno in cui sarebbe avvenuta, nessuno nel villaggio ne sapeva nulla? E perché Walker si era riunito per 45 minuti con i capi militari dell’Uck proprio a Racak?. L’articolo mandò su tutte le furie i corrispondenti anglosassoni, che accusarono Girard di “uccidere la loro notizia”… Il mondo fece come gli osservatori dell’Osce: ignorò la verità e giudicò sacrosanto l’inizio della guerra. Ottimo lavoro, mister Walker.
Michel Chossudovsky, docente di economia presso l’Università di Ottawa, Canada, è un profondo conoscitore delle guerre nei Balcani e ha dedicato un lungo studio sul cosiddetto “Esercito di Liberazione del Kosovo”, Uck, nel quale vengono alla luce i legami con le organizzazioni mafiose di Turchia, Albania e Italia. Chossudovsky ha scritto a tale riguardo nel giugno del 1999: “Ricordate Oliver North e i contras? Lo schema in Kosovo è simile ad altre operazioni segrete della CIA in America Centrale, Haiti e Afghanistan, dove “combattenti per la libertà” (freedom fighters) erano finanziati tramite il riciclaggio del denaro sporco proveniente dal narcotraffico. Dalla fine della guerra fredda, i servizi segreti occidentali hanno sviluppato complesse relazioni con il traffico di narcotici. Caso dopo caso, il denaro ripulito dal sistema bancario internazionale ha finanziato operazioni segrete. (…) L’Albania è un punto chiave per il transito della via balcanica della droga, che rifornisce l’Europa occidentale di eroina. Il settantacinque per cento dell’eroina che entra in Europa occidentale viene dalla Turchia e una larga parte delle spedizioni di droga provenienti dalla Turchia passa dai Balcani. (…) Il traffico di droga e armi fu lasciato prosperare nonostante la presenza, fin dal 1993, di un grande contingente di truppe nordamericane al confine albanese-macedone, con il mandato di rafforzare l’embargo. L’Ovest ha finto di non vedere. I proventi del traffico venivano usati per l’acquisto di armi e hanno consentito all’Uck di sviluppare rapidamente una forza di 30.000 uomini. In seguito, l’Uck ha acquisito armamenti più sofisticati, tra cui missili antiaerei e razzi anticarro, oltre ad equipaggiamenti di sorveglianza elettronica che gli permettono di ricevere informazioni via satellite dalla Nato sui movimenti dell’esercito yugoslavo. (…) Il destino del Kosovo era già stato accuratamente disegnato prima degli accordi di Dayton del 1995. La Nato aveva stipulato un insano “matrimonio di convenienza” con la mafia. I freedom fighters furono piazzati sul posto, il traffico di droga consentiva a Washington e a Bonn di finanziare il conflitto in Kosovo con l’obiettivo finale di destabilizzare il governo di Belgrado e di ricolonizzare completamente i Balcani: il risultato è la distruzione di un intero paese”. La storia si ripete nonostante le diverse latitudini: mentre Washington lancia “guerre sante” contro la droga – spesso per occultare interventi controinsorgenti, come in Perù e in Colombia – usa i profitti del narcotraffico per finanziare organizzazioni terroristiche destinate a realizzare i suoi piani di destabilizzazione internazionale. E nel frattempo, ha l’arroganza di concedere o negare “certificazioni” a questo o a quell’altro paese… compreso il Messico. Come ha giustamente dichiarato Carlos Fuentes in una recente intervista, “Debería ser al revés: somos nosotros quienes debemos certificar o descertificar a los estadunidenses y no ellos a nosotros”.
Riaffermare che “la verità è la prima vittima di ogni guerra”, appare ormai scontato, ma vale sempre la pena soffermarsi sugli esempi concreti, per quanto sia la nostra una lotta di minuscoli Don Chisciotte contro mulini a vento globalizzanti. Tra le poche incrinature nella campagna di disinformazione monolitica, vanno registrate le corrispondenze di Paul Watson da Pristina, inviato del “Los Angeles Times”, cioè di un organo tutt’altro che critico nei confronti della guerra. Anche Watson, rispetto alla “strage di Racak”, dapprima avalla la versione di Walker, ma in seguito esprime gravi dubbi e intervista addirittura alcuni abitanti del villaggio che confermano le deduzioni avanzate dagli inviati francesi. Quando iniziano i bombardamenti, Watson si rifiuta di lasciare il Kosovo e assume la scomoda posizione di testimone diretto, affermando a più riprese che la Nato “sta colpendo soprattutto chi dice di voler salvare” e gli obiettivi degli attacchi sono sempre civili inermi, senza distinzione tra profughi dell’una o dell’altra etnia. Ben presto lo sconcerto di Watson si trasforma in indignazione: il 17 aprile dichiara alla Cbc canadese che la Nato sta mentendo riguardo i presunti massacri di civili albanesi a opera dell’esercito serbo a Pristina, aggiungendo “Non posso essere d’accordo con i governi della Nato che stanno solo cercando di nascondere le loro responsabilità per l’esodo dei profughi dal Kosovo. E’ molto improbabile che un esodo di tale entità sarebbe avvenuto se non fosse stato per i bombardamenti”. E il 20 giugno scrive: “Come unico corrispondente statunitense in Kosovo per buona parte dei 78 giorni di bombardamenti della Nato sono passato attraverso una guerra di cui la prima vittima è stata, come nella maggioranza dei conflitti, la verità. La Nato ha chiamato la sua devastante guerra aerea un “intervento umanitario”, una battaglia tra il bene e il male per fermare la pulizia etnica e far ritornare i kosovari albanesi alle loro case. Ma vista dall’interno del Kosovo, questa guerra non è mai apparsa così semplice e pura. E’ sembrato piuttosto come aver chiamato un idraulico per riparare una perdita ed averlo osservato allagare completamente la casa”. E’ anche a causa della presenza di Watson (e di un fotoreporter della Reuters) se la Nato ha dovuto ammettere il massacro del 14 aprile, quando oltre 80 profughi kosovari albanesi rimangono uccisi in ripetuti attacchi aerei (ben quattro incursioni a bassa quota, a distanza di tempo una dall’altra, e non l’errore di un singolo pilota). Nelle ore successive, i telegiornali mostrano servizi nei quali diversi presunti “profughi scampati al bombardamento” giurano di aver riconosciuto le insegne di Belgrado sui velivoli responsabili della carneficina. Ma in seguito alle immagini diffuse dall’inviato della Reuters e alle descrizioni inviate da Watson, la Nato ammetterà “il tragico errore”. Resta solo da chiarire un punto: i testimoni erano vittime di psicosi collettiva o avevano ricevuto l’ordine di dichiarare il falso? E’ assolutamente impossibile confondere i colori yugoslavi dalle insegne statunitensi che spiccano su ali e timoni di coda. Comunque fosse, rappresentano un esempio da tenere sempre bene in mente, quando assistiamo a certe “accuse irrefutabili di testimoni oculari”.
Qualche mese dopo la fine dell’intervento “umanitario”, persino le tanto sbandierate fosse comuni hanno subìto un drastico ridimensionamento. Nessuno potrebbe mai negare la ferocia dei paramilitari serbi – fermo restando, come ha affermato persino una funzionaria dell’Osce, che questi si sono scatenati dopo l’inizio degli attacchi Nato, e non prima, a riprova che l’incolumità dei kosovari albanesi è stata solo un pretesto per altri scopi – ma le famose foto satellitari di presunte sepolture di massa, sono risultate altrettante montature false a uso e consumo della propaganda. Durante il conflitto la Nato ha diffuso la spaventosa cifra di 10.000 civili uccisi dai serbi: calata l’attenzione dei media, risulteranno essere circa duemila, dei quali la maggior parte combattenti dell’Uck, mandati allo sbaraglio dai loro comandi per ottenere maggiori riconoscimenti sul campo, e resta inoltre impossibile quantificare quanti civili albanesi siano stati uccisi dall’Uck perché considerati “collaborazionisti”. Il 17 ottobre 1999 la Fondazione Stratford, un centro di studi strategici di Austin, Texas, ha emesso un approfondito rapporto in cui tra l’altro si legge: “Nel caso che gli Stati Uniti e la Nato si fossero sbagliati (sulla cifra di 10.000 vittime) i governi dell’Alleanza che, come quello italiano e quello tedesco, hanno dovuto a suo tempo fronteggiare pesanti critiche, potrebbero venirsi a trovare in difficoltà. Ci saranno molte conseguenze qualora risultasse che le dichiarazioni della Nato riguardo le atrocità commesse dai serbi erano largamente false”. Sembra che il problema non sussista: sono ormai trascorsi diversi anni senza la benché minima “difficoltà” nel digerire e dimenticare qualsiasi falsità ingoiata.
Poi, avremmo assistito a una capillare pulizia etnica, stavolta davvero totale: a parte i serbi, anche turchi, montenegrini, croati, goran, rom ed ebrei hanno dovuto lasciare il Kosovo, cacciati a forza di stragi e distruzioni sistematiche. Una pagina del tutto taciuta dall’informazione globale è quella che riguarda il dramma della comunità ebraica di Pristina. Jared Israel, del Brecht Forum di New York, ha intervistato Cedda Prlincevic, presidente della comunità, scampato al pogrom scatenatosi con l’ingresso della Kfor – cioè dei “liberatori” – e rifugiatosi prima in Macedonia e quindi a Belgrado grazie all’aiuto di un amico israeliano, Eliz Viza, e del presidente della comunità ebraica di Skopje. Riporto alcuni stralci delle sue dichiarazioni. “Sono successe cose orribili. Ma i serbi come popolo, come nazione dall’inizio della loro storia fino a oggi non hanno commesso atrocità né genocidi. Ci sono stati individui che hanno compiuto atti che non avrebbero dovuto compiere. Ma qualcuno sta sfruttando questo, lo sta esagerando: il popolo serbo non aveva problemi con gli albanesi del Kosovo. Si sono aiutati a vicenda, specialmente nell’ultimo periodo. Ma appena sono entrate le truppe Kfor e il confine è stato aperto alla Macedonia e all’Albania, sono arrivati moltissimi albanesi da fuori e si è creata un’enorme confusione, con molte uccisioni. Durante i bombardamenti nei luoghi dove viveva la gente comune non si sono verificati massacri commessi dalla popolazione locale. Anzi, spesso erano gli stessi serbi a difendere gli albanesi dalle milizie paramilitari. (…) Poi, con la ritirata dell’esercito, c’erano gruppi paramilitari da entrambe le parti, allora la situazione è diventata sporca. Prima, non si verificavano eccidi. A Pristina ci rifugiavamo in cantina insieme con gli albanesi. Tutti insieme, rom, serbi, turchi, albanesi, ebrei, tutti inquilini dello stesso condominio. Stavamo tutti insieme. (…) Il pogrom è stato messo in atto dagli albanesi stranieri. Loro parlano una lingua diversa. Un altro dialetto. Non posso garantire al cento per cento che siano soltanto gli albanesi d’Albania a farlo, ma non ho visto neppure un albanese di Pristina compiere una vendetta contro un vicino di casa. (…) Noi non siamo stati cacciati dagli albanesi di Pristina, ma da quelli venuti dall’Albania. E’ la stessa gente che alcuni anni fa dimostrava in Albania e che stava demolendo l’intero paese. Adesso, sono venuti in Kosovo. Nessuno li sta fermando. La Kfor è lì, vede tutto e permette di fare ciò che hanno fatto. La popolazione si aspettava davvero protezione dalle truppe Kfor. Ma invece di difendere la popolazione, sono rimasti a guardare, e tra giugno e luglio almeno trecentomila abitanti non albanesi hanno dovuto lasciare il Kosovo. Persino molti kosovari albanesi hanno avuto grossi problemi, non solo chi era contrario al separatismo, ma persino chi si è limitato a non sostenerlo”. C’è una domanda su cui Cedda Prlincevic sembra reticente, quasi imbarazzato, tanto che Jared Israel gliela pone più volte: riguarda le notizie della stampa sulle atrocità compiute dall’esercito yugoslavo contro gli albanesi durante i bombardamenti. Infine, il presidente della comunità ebraica dice: “Anche se ne parlassi, nessuno ormai si fida più dei serbi. Persino se affermassi che non è accaduto, nessuno crederebbe ai serbi. E se un ebreo di Pristina dicesse che questa accusa è falsa, sarebbe molto difficile per lui essere creduto.”
La guerra in Kosovo ha colpito quasi esclusivamente i civili – si calcola che siano soltanto 13 (tredici!) i carri armati serbi distrutti dalla Nato, mentre oltre duemila i civili uccisi dai bombardamenti. Ma questo bilancio, per quanto spaventoso, è poca cosa al confronto delle conseguenze terrificanti che si verificheranno negli anni a venire, e che colpiranno le future generazioni per decenni e forse per secoli. Perché la guerra “umanitaria” in Kosovo non è stata assolutamente di tipo “convenzionale”, cioè con l’uso di armi “previste” dalla Convenzione di Ginevra, bensì chimico-nucleare. Infatti, come in Irak, anche contro la Serbia – e sul territorio kosovaro, cioè quello che si diceva di voler “liberare” – sono stati impiegati proiettili e missili con testate all’uranio cosiddetto “impoverito” (Depleted Uranium), ottenuti rifondendo le scorie delle centrali nucleari. Solo in seguito a una precisa richiesta dell’Onu, la Nato ha ammesso – il 7 febbraio 2000, in una breve lettera del segretario generale George Robertson a Kofi Annan – di aver lanciato durante il conflitto almeno 31.000 (trentunomila) proiettili all’uranio, senza però specificare che le ogive dei missili Tomahawk sono anch’esse a base di Depleted Uranium. Soltanto lungo la strada che collega Pec a Prizren, dove attualmente sono dislocati i militari italiani della Kfor, si calcola in oltre dieci tonnellate il quantitativo di uranio lanciato sul terreno. Per gli Stati Uniti, che si ritrovano con almeno 500.000 tonnellate di scorie radioattive da smaltire dalle proprie centrali nucleari, il riciclaggio sotto forma di proiettili e testate di missili è un doppio business: si “distribuiscono” all’estero rifiuti altrimenti costosissimi da stoccare e isolare, e si ottiene un’arma letale, infinitamente più efficace delle munizioni convenzionali. Infatti, un proiettile all’uranio, che pesa il doppio del piombo ma è estremamente più denso e duro, all’impatto con la corazza di un mezzo blindato brucia ad altissima temperatura fondendo qualsiasi metallo, e incenerisce all’istante gli occupanti chiusi all’interno. Bruciando, l’uranio si trasforma in finissime particelle di ossido radioattivo, che si spargono nell’atmosfera e quindi ricadono al suolo. Ogni particella inalata crea cellule cancerogene nei polmoni e nel sangue, successivamente, sotto forma di polvere impalpabile, penetra nelle falde acquifere ed entra nel ciclo alimentare. E’ stato calcolato che ogni missile Tomahawk con testata all’uranio può causare in media 1620 casi di tumore nella popolazione che vive intorno al punto in cui è esploso. Un volontario di una ONG italiana ha prelevato nel gennaio del 2000 un campione di terra nella città di Novi Sad e lo ha fatto analizzare al suo rientro in Italia: ne è risultata una radioattività da isotopo 238 – quello presente nel Depleted Uranium a uso bellico – addirittura 1000 (mille!) volte superiore al limite considerato accettabile per gli esseri umani. Oggi sono ormai novantamila i veterani della guerra contro l’Irak del 1991 che, per l’esposizione alle polveri di ossido di uranio provocate dal lancio di proiettili anticarro e missili antibunker, accusano sintomi riconducibili alla cosiddetta “Sindrome del Golfo”: molti sono già deceduti per leucemia, tumori linfatici e polmonari, i loro figli sono nati con gravissime malformazioni, mentre un gran numero di sopravvissuti è costretto a un’esistenza enormemente pregiudicata, con costanti dolori alle ossa, nausea, vertigini e stanchezza spossante. Dato che gli effetti per l’inalazione e l’ingestione di ossido di uranio si manifestano nel medio e lungo periodo, tra qualche anno avremo un lungo elenco di militari della Kfor che denunceranno i propri governi chiedendo un risarcimento (si registrano già diversi casi di militari italiani morti di leucemia dopo essere stati inviati in Bosnia, tra il novembre del ’98 e l’aprile del ’99, in una zona contaminata da proiettili all’uranio). Ma la popolazione serba e kosovara, i bambini che nasceranno deformi, le madri condannate al cancro, gli operai delle fabbriche distrutte che per primi hanno tentato di ricostruirle esponendosi alla contaminazione, i contadini kosovari “liberati” che avranno ingerito acqua e cibi tossici a loro insaputa, tutte le vittime innocenti di questa “guerra umanitaria”, a chi chiederanno un risarcimento? E in quali ospedali potranno sperare di farsi curare, e con quali medicine, in un paese devastato dalle bombe prima e stremato poi dall’embargo, o in un Kosovo governato dalla mafia del narcotraffico?
Infine, l’Italia sopporterà il peso più oneroso tra i paesi che hanno partecipato a questa sciagurata alleanza. Oltre all’inquinamento ambientale che ci colpirà nel lungo periodo – prima toccherà agli altri paesi balcanici e alla Grecia, dove già si registrano impennate nei tassi di radioattività – l’Adriatico è infestato di ordigni pericolosissimi, le famigerate cluster-bombs a frammentazione, ufficialmente vietate dalla Convenzione di Ginevra e successivamente da quella di Ottawa. Le cluster-bombs sono micidiali ordigni che esplodono al contatto con il terreno solo parzialmente, infatti si calcola che circa il 30 per cento rimane inesploso ma attivo, pronto a deflagrare appena il singolo cilindro – poco più grande di due lattine di birra – viene rimosso. Decine di migliaia, forse centinaia di migliaia di cluster-bombs (ogni singolo contenitore a forma di serbatoio subalare ne racchiude circa duecento) sono state sganciate in mare dagli aerei della Nato al rientro dalle missioni, su preciso ordine dei comandi per “questioni di sicurezza” (evitando di atterrare negli aeroporti con quel carico potenzialmente devastante). Non passa mese senza che i pescatori del Veneto, della Romagna, delle Marche, della Puglia, di tutte le regioni costiere, ne segnalino la presenza tra le reti tirate in secco, e sono già diversi i feriti gravi per le esplosioni avvenute a bordo o poco distante dai pescherecci. E la Nato continua a rifiutarsi di indicare con precisione i punti in cui sono state sganciate. In effetti, nelle migliaia di incursioni aeree effettuate, risulta ormai impossibile stabilire dove e quante siano, le cluster-bombs finite sul fondo del mare divenuto tra i più inquinati al mondo, nelle cui acque, tra l’altro, riposa ancora l’intero carico in bidoni di gas nervino di una nave statunitense affondata dai tedeschi nei pressi del porto di Bari (ufficialmente non dovrebbe esistere, perché “ufficialmente” gli Alleati non hanno usato gas nervino nella Seconda guerra mondiale…).
Bufale belliche: il caso Kosovo – Pino Cacucci

La versione ufficiale del crollo del WTC N° 7 è un cumulo di macerie

5 settembre 2019.

PAUL CRAIG ROBERTS
paulcraigroberts.org
Un gruppo di ricerca del Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale dell’Università dell’Alaska, guidato dal Dr. Leroy Hulsey, dal Dr. Zhili Quan e dal Professor Feng Xiao del Dipartimento di Ingegneria Civile, Università di Scienza e Tecnologia di Nanchino, ha reso pubblici ieri, per un commento pubblico, i risultati di uno studio di quattro anni sul crollo del World Trade Center Building n° 7, l’11 settembre 2001. Questa è la prima indagine scientifica sul crollo dell’edificio.Ecco la conclusione:
La principale conclusione del nostro studio è che il fuoco non ha causato il crollo del WTC 7 l’11 settembre, contrariamente alle conclusioni del NIST e delle società di ingegneria private che hanno studiato il crollo. La conclusione secondaria del nostro studio è che il crollo del WTC 7 è stato un collasso globale, che ha comportato il cedimento quasi simultaneo di tutti i pilastri dell’edificio.”

Notate tre cose: (1) ci sono voluti 18 anni per ottenere una vera indagine sulla distruzione di un edificio di cui erano stati accusati dei terroristi mussulmani, (2) l’unico modo in cui si può verificare il “cedimento quasi simultaneo di tutti i pilastri dell’edificio” è attraverso una demolizione controllata e (3) questo straordinario risultato non è stato riportato dai media di regime.
In altre parole, lo studio è già stato destinato al Buco della Memoria. Questo è il modo in cui opera The Matrix. Questo è il motivo per cui c’è bisogno di questo sito web. L’unico scopo dei notiziari stampati e televisivi è quello di programmarvi in modo che seguiate pedissequamente l’agenda di chi vi governa. Quelli che seguono i notiziari della TV, ascoltano la National Public Radio o leggono i giornali vengono programmati per essere automi senza cervello.
http://action.ae911truth.org/o/50694/t/0/blastContent.jsp?email_blast_KEY=1403010 
Leggete ora questa dichiarazione dei Commissari dei Vigili del Fuoco di Franklin Square and Munson [del 24 luglio 2019].
Considerando che gli attacchi dell’11 settembre 2001 sono indissolubilmente e per sempre legati a Franklin Square e ai vigili del fuoco del Dipartimento di Munson;
Considerando che, l’11 settembre 2001, mentre operava presso il World Trade Center di New York City, il vigile del fuoco Thomas J. Hetzel, badge # 290 della Hook and Ladder Company # 1, Franklin Square e Munson Fire Department di New York, rimaneva ucciso durante lo svolgimento delle sue funzioni, insieme a 2.976 altri soccorritori e civili;
Considerando che, i membri del Dipartimento dei Vigili del fuoco di Franklin Square e Munson erano stati chiamati a collaborare alle successive operazioni di salvataggio, recupero e pulizia del sito del World Trade Center, cosa che aveva provocato a molti di loro malattie potenzialmente letali a causa della respirazione delle tossine venefiche presenti nel sito;
Considerando che il Consiglio dei Responsabili del Distretto dei Vigili del Fuoco di Franklin Square e Munson riconosce la natura significativa e convincente della petizione posta all’attenzione del procuratore degli Stati Uniti per il distretto meridionale di New York riferentesi a crimini federali non perseguiti commessi presso il World Trade Center l’11 settembre 2001, invita il procuratore degli Stati Uniti a presentare tale petizione ad uno speciale Gran Giurì ai sensi della Costituzione degli Stati Uniti e 18 USC SS 3332 (A)
Considerando che, le prove schiaccianti presentate in detta petizione dimostrano oltre ogni dubbio che esplosivi e/o materiali incendiari pre-impiantati – non solo gli aerei e gli incendi conseguenti – avevano causato la distruzione dei tre edifici del World Trade Center, uccidendo la stragrande maggioranza delle vittime di quel giorno;
Considerando che le vittime dell’11 settembre, le loro famiglie, la popolazione di New York City e la nostra nazione meritano che ogni crimine relativo agli attacchi dell’11 settembre 2001 sia indagato con il massimo rigore e che ogni persona responsabile sia portata di fronte alla giustizia;
ORA PERTANTO, SI DEVE DECIDERE che il Consiglio dei Responsabili del Distretto dei Vigili del Fuoco di Franklin Square e Munson sostenga pienamente un’indagine federale completa del gran giurì e un procedimento giudiziario per tutti i reati connessi agli attacchi dell’11 settembre 2001, nonché ogni sforzo di altre entità governative per indagare e scoprire tutta la verità che circonda gli eventi di quel giorno orribile.
Paul Craig Roberts
Fonte: paulcraigroberts.org
Link: https://www.paulcraigroberts.org/2019/09/04/the-official-story-of-the-collapse-of-wtc-building-7-lies-in-ruins/
04.09.2019
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Preso da: https://comedonchisciotte.org/la-versione-ufficiale-del-crollo-del-wtc-n-7-e-un-cumulo-di-macerie/

Perché la Cia spia tutti, tranne gli Emirati?

Il caso del mancato spionaggio nei palazzi del potere della monarchia del deserto da parte dalla Cia sta lasciando spazio agli interrogativi di una delle maggiori agenzia d’informazione del mondo: la Reuters, che ha avviato una sua inchiesta sul gap che separa – o unisce su piani che non possiamo nemmeno immaginare – gli interessi di Washington e Abu Dhabi.
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Come è stato reso noto anche dai nostri approfondimenti in passato, gli Emirati Arabi Uniti sono protagonisti nel finanziare il generale Haftar, che lotta da mesi per rovesciare il governo di Tripoli sostenuto dalle Nazioni Unite in Libia; stringono rapporti con Mosca; sostengono la coalizione di nazioni che impone il blocco economico del Qatar nonostante l’apparente contrarietà degli Stati Uniti; forniscono all’occorrenza armi e logistica per sostenere i propri interessi – oltre al denaro – e arruolano addirittura ex-operativi della National Security Agency (Nsa) americana come hacker d’élite per spiare “un programma che includeva gli americani tra gli obiettivi di sorveglianza”. Tutto questo però non è bastato a mettere in allerta la Central Intelligence Agency (Cia) – agenzia per le operazioni d’intelligence e spionaggio che opera al di fuori dei confini nazionali americani – che sembra non voler spiare in nessun modo i piani segreti degli emiri. Per tre ex-spie della Cia questa scelta rappresenta un pericoloso punto cieco nell’intelligence statunitense. Ma quale può essere la ragione di questa negligenza?

La postura della Cia rispetto ai rapporti con il Medio Oriente e gli stati Opec “non è nuova”, secondo quanto riportato dall’inchiesta di Reuters. Ciò che è cambiato in maniera radicale, sarebbe “la natura” degli interventi “portati avanti da questo minuscolo ma influente stato dell’Opec (gli Emirati Arabi Uniti)” nei teatri del Medio Oriente e dell’Africa. “Combattere guerre, condurre operazioni segrete e usare la propria influenza finanziaria per rimodellare la politica regionale in modi che spesso vanno contro gli interessi degli Stati Uniti”; è questa la nuova strategia adottata dagli Emirati secondo le fonti e gli esperti di politica estera consultati da Reutersche sta conducendo un’inchiesta su questa “peculiarità” della strategia spionistica di Langley. Nota per avere e aver sempre avuto occhi e orecchie ovunque nel mondo, tranne che nei palazzi del potere di Abu Dhabi, a quanto pare, nonostante le diffuse e rinomate operazioni “clandestine” più o meno segrete condotte dagli Emirati in diverse delle zone più calde del mondo, di norma all’interno dell’agenda politica della Casa Bianca dunque nelle strategia elaborate del Pentagono.
Secondo una delle tre ex-spie della Cia consultare: “Il fallimento della Cia nell’adattarsi alle crescenti ambizioni militari e politiche degli Emirati Arabi Uniti equivale a una “rinuncia al dovere”. E sebbene l’Nsa stia portano avanti un’operazione di sorveglianza elettronica che mira a raccogliere informazioni di intelligence all’interno degli Emirati Arabi Uniti – riportate però come informazioni “a basso rendimento” – la mancata sorveglianza da parte della Cia riguardo le reali mire di Abu Dabhi ha dei risvolti se non altro inquietanti. A maggior ragione dopo le voci di riguardo la presenza di una spia degli Emirati, Rashid al-Malik, “attiva” e ben infiltrata nell’amministrazione Trump.

I rapporti tra Cia e Emirati

Attualmente le relazioni della Cia con gli Emirati sono ridotte alla condivisione d’informazioni e dossier d’intelligence su nemici comuni, identificati come l’Iran e Al Qaeda. Tutto il resto, le intenzioni e le operazioni condotte dagli Emirati Arabi Uniti nella regione medio orientale e nell’Africa del nord, sarebbero un grande buco nero per le spie americane. E c’è da domandarsi il motivo. Questa leggerezza della Cia colloca gli Emirati Arabi Uniti in un elenco “estremamente corto” di altri paesi con i quali l’agenzia pare voler adottare un approccio “diverso” ed estremamente permissivo. Questa direttiva sembra essere indotta anche agli altri 4 membri di quella coalizione di intelligence occidentale rinominata “Five Eyes“: ossia gli apparati di spionaggio di Australia, Nuova Zelanda, Regno Unito e Canada.
In questo elenco di Paesi “speciali” che non andrebbero sorvegliati attentamente non compare per esempio l’Arabia Saudita. Stato in contrasto con gli Emirati, che nonostante la duratura alleanza con Washington, che vi intrattiene importanti affari in ambito petrolifero e di armamenti, viene sorvegliata dalla Cia – secondo le fonti interpellate da Reuters – e che mantiene un silenzio ossequioso anche quando le spie di Langley vengono sorprese a reclutare informatori che vogliano rivelare i segreti di Riyad.
La ragione di questa “benda” che Gina Haspel (direttore della Cia) e gli altri alti funzionari dell’agenzia continuano a tenere salda sugli occhi, potrebbe dunque essere motivata da uno spropositato fallimento, o più realisticamente dall’intenzione di non ficcare il naso degli affari di un alleato che secondo alcuni ex-funzionari dell’agenzia opera come uno vero e proprio “stato canaglia” in teatri strategici come la Libia, il Qatar, lo Yemen, e altre aree dell’Africa come il Sudan, l’ Eritrea e l’autoproclamata Repubblica del Somaliland. Proprio nello Yemen, ad esempio, gli Emirati Arabi Uniti conducono fianco a fianco con l’Arabia Saudita una coalizione che combatte i ribelli Houthi allineati all’Iran. Ribelli che sono anche nel mirino delle operazioni nere dei Navy Seal, che cercano i personaggi chiave di Al Qaeda. La conclusone dunque è quelle che finché la corrispondenza tra gli interesse degli Stati Uniti e degli Emirati Arabi Uniti sarà sufficiente, la Cia continuerà a chiudere gli occhi sui piani degli Emirati. E il motivo potrebbe essere riassunto in quell’espressione a lungo attribuita al gotha della strategia politica Niccolo Machiavelli: “Il fine giustifica i mezzi”. E in questo caso, tiene a bada anche le spie.

Preso da: https://it.insideover.com/politica/perche-la-cia-spia-tutti-tranne-gli-emirati.html