TheGuardian: la metà della ricchezza mondiale nelle mani dell’1% della popolazione

Sul The Guardian scopriamo che finalmente il sorpasso è certificato: il 50% della ricchezza globale è detenuta dall’1% della popolazione. La seconda buona notizia, per gli ultra-ricchi, è che il sorpasso è avvenuto con un anno di anticipo rispetto a quanto prevedeva Oxfam GB. Lo studio del Credit Suisse che ce lo rivela attesta anche l’aumento della disuguaglianza e il declino della classe media in tutto il globo. Insomma, tutto come da programma.

di Jill Treanor, 13 ottobre 2015 La disuguaglianza globale è in crescita, con la metà della ricchezza mondiale adesso nelle mani dell’1% della popolazione, secondo un nuovo rapporto.
Le classi medie sono state schiacciate a spese dei più ricchi, secondo le ricerche di Credit Suisse, che rivela anche che per la prima volta, ci sono più persone della classe media in Cina – 109 milioni – rispetto ai 92 milioni negli Stati Uniti.
Tidjane Thiam, l’amministratore delegato di Credit Suisse, ha dichiarato: “la ricchezza della classe media è cresciuta a un ritmo più lento rispetto alla ricchezza nella fascia più alta. Questo ha invertito la tendenza pre-crisi che vedeva la quota di ricchezza della classe media rimanere relativamente stabile nel tempo “.
Il rapporto mostra che una persona ha bisogno di solo $ 3,210 (£ 2,100) per trovarsi nel 50% più ricco dei cittadini del mondo. Circa $ 68.800 assicurano un posto nella top 10%, mentre l’1% ha più di $ 759.900. Il rapporto definisce la ricchezza come il valore dei beni, tra cui immobili e investimenti sul mercato azionario, ma esclude il debito.
Circa 3,4 miliardi di persone – poco più del 70% della popolazione adulta mondiale – hanno meno di $ 10.000. Un ulteriore miliardo – un quinto della popolazione mondiale – si situa nel ventaglio tra $ 10,000 e $ 100.000.
Ognuno delle rimanenti 383 milioni di adulti – l’8% della popolazione – possiede una ricchezza maggiore di $ 100.000. Questo numero comprende circa 34 milioni di milionari in dollari americani. Tra questi, circa 123.800 individui hanno più di 50 milioni di dollari, e quasi 45.000 hanno più di 100 milioni. Il Regno Unito ha il terzo più alto numero di questi individui “ad altissimo valore netto”.
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Il rapporto riporta che: “La disuguaglianza nella ricchezza ha continuato ad aumentare dal 2008, con il percentile in cima alla piramide della ricchezza che ora possiede il 50,4% di tutta la ricchezza delle famiglie.”
All’inizio del 2015, Oxfam aveva avvertito che l’1% della popolazione mondiale sarebbe stato più ricco rispetto all’altro 99% entro l’anno prossimo. Mark Goldring, direttore esecutivo di Oxfam GB, ha dichiarato: “Il fatto che sia accaduto con un anno di anticipo – soltanto poche settimane dopo che i leader mondiali avevano concordato un obiettivo globale per ridurre le disuguaglianze – dimostra quanto sia urgente per i leader mondiali affrontare questo problema.”
“Questa è l’ultima prova che questa estrema disuguaglianza è fuori controllo. Siamo davvero felici di vivere in un mondo dove l’1% possiede metà della ricchezza e la metà più povera possiede solo l’1%? ”
Il report del Credit Suisse conclude che la ricchezza mondiale è diminuita nel 2015 di 12.4 trilioni di dollari fino ad adesso – arrivando a quota 250 trilioni di dollari – il primo calo dalla crisi bancaria del 2008. Ciò è in gran parte il risultato della forza del dollaro, la valuta utilizzata per i calcoli del Credit Suisse.
Le stime sono per la fine di giugno 2015, quando i prezzi delle azioni cinesi erano scesi del 20% dal picco dopo l’impennata di oltre il 150% tra giugno 2014 e la metà di giugno 2015. La relazione è stata pubblicata alla fine del mese di settembre, nel frattempo il mercato azionario cinese era sceso di un ulteriore 25%.
Un anno fa, il Regno Unito era stato individuato come l’unico paese del G7 in cui la disuguaglianza è cresciuta in questo secolo. Nel rapporto di quest’anno, gli autori dicono:
“[Nel Regno Unito] la disuguaglianza nella ricchezza è aumentata fin dal 2000, poiché il divario in termini di ricchezza per adulto tra il segmento inferiore ed il resto della popolazione è aumentato.”
Il Regno Unito è il quarto paese al mondo per ricchezza mediana – cosa che mette a nudo l’impatto tra quelli in testa e in fondo al campionato della ricchezza – a $ 126,500 (£ 83.000) per persona, in calo del 13% su un anno prima.
Il sondaggio del Credit Suisse calcola che ci sono ora 2,4 milioni di milionari in dollari nel Regno Unito, cresciuti di 68.000 rispetto all’anno prima. Negli Stati Uniti il ​​numero dei milionari è ormai superiore ai 15 milioni – con una crescita di 903.000.
Il Regno Unito è stato uno dei soli tre paesi, insieme con gli Stati Uniti e la Cina, a registrare un aumento della ricchezza delle famiglie nel 2014. Ha scavalcato anche la Germania nel numero di persone con più di 50 milioni di dollari, 400 in più nel 2014 per un totale di 5.400. Questo ha messo il Regno Unito al terzo posto, dietro agli Stati Uniti con 61.300 ricchissimi e alla Cina con 9.600 ricchissimi.
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La relazione di quest’anno si concentra sulle classi medie, come definite dalla ricchezza personale piuttosto che dalla professione. Rivela che il 14% degli adulti in tutto il mondo sono di classe media, con un valore dei beni tra $ 50,000 e $ 500.000.
Ma Markus Stierli, del Credit Suisse Research Institute, ha detto: “Dal 2008 in poi, la crescita della ricchezza non ha permesso alla classe media di tenere il passo con la crescita della popolazione nei paesi in via di sviluppo. Inoltre, la distribuzione degli incrementi di ricchezza si è spostata a favore di quelli a più alti livelli di ricchezza. Questi due fattori si sono combinati per produrre un calo della quota di ricchezza della classe media. ”

Preso da: http://vocidallestero.it/2015/10/18/theguardian-la-meta-della-ricchezza-mondiale-nelle-mani-dell1-della-popolazione/

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Una crisi di rifugiati prodotta dagli USA

di Malachia Paperoga

Philip Giraldi, ex ufficiale della CIA e direttore esecutivo del “Council for the National Interest”, fa una pesante autocritica alla politica estera USA e al suo legame con la crisi dei rifugiati. Il mainstream finge di ignorare che tale politica è la principale causa della crisi dei rifugiati, e tenta di scaricarne la responsabilità e il peso su chi è chiamato ad accoglierli. Questa manipolazione della verità che esenta da colpe i carnefici e cerca di riscrivere la storia, ricorda all’autore il romanzo di Orwell “1984” dove tutte le verità scomode finiscono bruciate nel “buco della memoria” per scomparire dal sapere collettivo.

Di Philip Giraldi, 9 settembre 2015


Il 29 aprile 2008, ho avuto una folgorazione come quella di San Paolo sulla via per Damasco. Avevo aperto il Washington Post e lì, in prima pagina, c’era una foto a colori di un ragazzo iracheno di due anni, chiamato Ali Hussein, che veniva estratto dalle macerie di una casa che era stata distrutta dai missili americani. Il ragazzo indossava pantaloncini e maglietta e aveva infradito ai suoi piedi. La testa era piegata all’indietro in una posizione che rivelava immediatamente allo spettatore la sua morte.
Quattro giorni più tardi, il 3 maggio, una lettera proveniente da Dunn Loring, Virginia di una donna chiamata Valerie Murphy è stata pubblicata dal Post. La Murphy sosteneva che l’immagine del bambino iracheno ucciso non avrebbe dovuto essere pubblicata, perché aveva “rinfocolato l’opposizione alla guerra e nutrito un sentimento anti-americano”. Suppongo che il giornale pensasse che fosse una buona par condicio pubblicare questa lettera, anche se non posso fare a meno di ricordare che il neoconservatore Post era stato generalmente riluttante nel pubblicare gli elementi contrari alla guerra, arrivando a ignorare un raduno di 300.000 manifestanti a Washington nel 2005. Rileggendo la lamentela della donna e anche un commento su un sito Web, che suggeriva che la foto del bambino morto fosse stata una messa in scena, ho pensato tra me e me: “che mostri che siamo diventati”. E davvero eravamo diventati mostri. Mostri bipartisan avvolti nella bandiera americana. Il segretario di stato di Clinton, Madeleine Albright, una volta disse che “era valsa la pena” di uccidere 500.000 bambini iracheni tramite le sanzioni. Oggi la Albright è una rispettata ed esperta statista coinvolta nella campagna presidenziale di Hillary Clinton.
Ho avuto un’altra epifania (ossia “rivelazione” ndVdE) la scorsa settimana quando ho visto la foto del bambino siriano Aylan Kurdi che galleggiava su una spiaggia turca come un relitto. Indossava una maglietta rossa e scarpe da ginnastica nere. Ho pensato che molti americani avrebbero scosso la testa guardando la foto ma poi avrebbero pensato ad altro, più preoccupati del debutto di Stephen Colbert sul Late Show e dell’inizio della stagione di football.
Questo ragazzino è uno delle centinaia di migliaia di rifugiati che stanno cercando di arrivare in Europa. Il mondo dei media sta seguendo la crisi concentrandosi principalmente sull’incapacità dei governi locali, impreparati ad affrontare i numeri dei migranti, e chiedendo perché qualcuno, da qualche parte, non “fa qualcosa” (il buon vecchio “qualcosismo” che conosciamo molto bene ndVdE). Ciò significa che in qualche modo, di conseguenza, la grande tragedia umana è stata ridotta a una statistica e, inevitabilmente, a una partita di football politica.
Sopraffatta dalle migliaia di aspiranti viaggiatori, l’Ungheria ha sospeso i treni diretti verso l’Europa occidentale mentre paesi come la Serbia e la Macedonia hanno schierato i loro militari e la polizia lungo i loro confini in un tentativo fallito di bloccare completamente i rifugiati. L’Italia e la Grecia sono state sopraffatte dai migranti che arrivano dal mare. La Germania, a suo merito, ha intenzione di accogliere fino a 800.000 richieste di asilo di rifugiati, principalmente dalla Siria, mentre anche l’Austria e la Svezia hanno manifestato la loro disponibilità ad accettarne molti altri (va detto però che la situazione è in rapida evoluzione ndVdE). Gli immediati vicini della zona del conflitto, in particolare la Turchia, il Libano e la Giordania stanno ospitando più di 3 milioni di persone in fuga, ma i ricchi paesi arabi del Golfo e l’Arabia Saudita hanno fatto poco o nulla per aiutare.
Crescono le richieste di una strategia unitaria europea per affrontare il problema, inclusi l’istituzione di confini a tenuta stagna e la dichiarazione che i mari al largo dei punti di partenza più utilizzati in Nord Africa e in Asia diventino zone militari dove navi e viaggiatori senza documenti saranno intercettati e portati indietro. Dobbiamo anche considerare la possibilità che la crisi dei rifugiati potrebbe essere sfruttata da alcuni politici europei per giustificare un intervento “umanitario” della NATO di qualche tipo in Siria, una mossa che dovrebbe essere supportata da Washington. Ma mentre continuano i battibecchi e le schermaglie, aumenta il conto dei morti. La recente scoperta di 71 aspiranti immigranti, morti soffocati nel retro di un camion bloccato trovato in Austria, inclusi cinque bambini e un neonato, hanno sconvolto il mondo. E questo era prima del bambino di tre anni morto sulla spiaggia turca.
Molti degli aspiranti immigrati sono giovani uomini in cerca di lavoro in Europa, un fenomeno consueto, ma la maggior parte dei nuovi arrivati sono famiglie che sfuggono agli orrori della guerra in Siria, Iraq, Afghanistan e Yemen. La situazione è stata descritta nei media in termini grafici, famiglie che arrivano con niente e non si aspettano nulla, che fuggono da condizioni anche peggiori a casa loro.
Gli Stati Uniti hanno accolto solo un piccolo numero di rifugiati e la sempre volubile Casa Bianca è stata insolitamente tranquilla riguardo al problema, forse rendendosi conto che accogliere un sacco di stranieri sfollati, in un momento in cui c’è un sempre più acceso dibattito sulla politica di immigrazione in generale, semplicemente potrebbe non essere una buona mossa, politicamente parlando. Ma forse dovrebbe prestare qualche attenzione a ciò che ha causato il problema in primo luogo, un po’ di introspezione che è largamente carente sia nei media mainstream sia nei politici.
Infatti, assegnerei a Washington la maggior parte della colpa per ciò che sta accadendo in questo momento. Visto che la classe dominante è particolarmente abituata a dare giudizi basati su dati numerici, potrebbe essere interessata a conoscere il prezzo della guerra globale dell’America al terrore . Secondo una stima non irragionevole, oltre 4 milioni di musulmani sono morti o sono stati assassinati a seguito dei conflitti in corso che Washington ha avviato o di cui ha fatto parte dal 2001.
Ci sono, inoltre, milioni di sfollati che hanno perso le loro case e i mezzi di sussistenza, molti dei quali sono tra l’onda umana che sta attualmente abbattendosi sull’Europa. Ci sono attualmente circa 2.590.000 rifugiati che hanno abbandonato le loro case dall’Afghanistan, 370.000 dall’Iraq, 3.880.000 dalla Siria e 1.100.000 dalla Somalia. L’agenzia dei rifugiati delle Nazioni Unite prevede almeno 130.000 rifugiati dallo Yemen, dato che i combattimenti in quel paese si intensificano.Una cifra compresa tra 600.000 e 1 milione di libici stanno vivendo precariamente nella vicina Tunisia.
Il numero di sfollati all’interno di ogni paese è all’incirca doppio rispetto al numero di coloro che sono effettivamente scappati e stanno cercando di risistemarsi fuori dalle loro patrie. Molti di questi ultimi finiscono in accampamenti temporanei gestiti dalle Nazioni Unite, mentre gli altri stanno pagando dei criminali per farsi trasportare in Europa.
Un dato significativo è che i paesi che hanno generato la maggior parte dei rifugiati sono tutti luoghi dove gli Stati Uniti hanno invaso, rovesciato governi, supportato insurrezioni o sono intervenuti in una guerra civile. L’invasione dell’Iraq ha creato un vuoto di potere che ha messo il terrorismo al comando nel cuore del mondo arabo. Il sostegno ai ribelli in Siria ha solo aggravato la situazione del paese. L’Afghanistan continua a sanguinare 14 anni dopo che gli Stati Uniti sono arrivati e hanno deciso di creare una democrazia. La Libia, che era relativamente stabile quando intervennero gli Stati Uniti e i loro alleati, è ora nel caos, un caos che sta debordando nell’Africa sub-sahariana.
Ovunque le persone fuggono la violenza, fatto che, tra gli altri “benefici”, ha praticamente cancellato l’antica presenza cristiana in Medio Oriente. Anche se mi rendo conto che il problema dei rifugiati non può essere addebitato completamente a una sola parte, molti di quei milioni sarebbero vivi e i rifugiati sarebbero per la maggior parte nelle loro case, se non fosse stato per le catastrofiche politiche interventiste perseguite dalle amministrazioni sia democratiche sia repubblicane degli Stati Uniti.
Forse è venuto il momento per Washington di cominciare a diventare responsabile di ciò che fa. I milioni di persone che vivono duramente o in tende, se sono fortunati, hanno bisogno di aiuto, e non basta che la Casa Bianca si trinceri nel suo silenzio, una posizione che sembra suggerire che i rifugiati siano in qualche modo un problema di qualcun altro. Essi sono, in effetti, un nostro problema. Un briciolo di onestà da parte del presidente Barack Obama sarebbe apprezzato, magari un’ammissione che le cose non sono andate esattamente come previsto dalla sua amministrazione e da quella del suo predecessore. E servono soldi. Washington spende miliardi di dollari per combattere guerre che non andrebbero combattute e per sostenere finti alleati in tutto il mondo. Tanto per cambiare potrebbe essere una soddisfazione vedere il denaro dei contribuenti speso in qualcosa di buono, collaborando con gli Stati più colpiti nel Medio Oriente e in Europa per riassestare i senzatetto e facendo un vero sforzo per concludere positivamente i negoziati atti a porre fine ai combattimenti in Siria e Yemen, che possono solo avere esiti indicibilmente brutti se dovessero continuare sulla strada attuale.
Ironia della sorte, i falchi americani stanno sfruttando l’immagine del ragazzo siriano morto per incolpare gli europei per la crisi umanitaria, chiedendo nel frattempo anche uno sforzo decisivo per deporre Bashar al-Assad. Nel Washington Post dello scorso venerdì l’editoriale principale si intitolava “L’abdicazione dell’Europa” e inoltre c’era un editoriale indipendente di Michael Gerson che sollecitava un cambiamento immediato del regime in Siria, dando la colpa della crisi esclusivamente a Damasco. L’editoriale inveiva contro gli europei “razzisti” riguardo la situazione dei rifugiati. E non è chiaro come Gerson, un neoconservatore evangelico, ex autore dei discorsi di George W. Bush, possa credere che permettere alla Siria di cadere in mano all’ISIS porterebbe vantaggi a qualcuno.
Noi americani ci stiamo avvicinando a qualcosa simile alla completa negazione di come sia veramente orribile l’impatto recente che la nostra nazione ha avuto sul resto del mondo. Siamo universalmente odiati, anche da coloro che stendono la mano per ricevere la loro mancetta, e il mondo sta senza dubbio scuotendo la testa mentre ascolta la bile che esce dalla bocca dei nostri candidati presidenziali. Shakespeare ha osservato che il “male che gli uomini fanno, sopravvive dopo di loro,” ma non conosceva gli Stati Uniti. Noi scegliamo di mascherare le cattive scelte che facciamo, e poi raccontiamo bugie per giustificare e attenuare i nostri crimini. E nonostante questo, il male che facciamo alla fine scompare nel “buco della memoria”. Letteralmente.
Mentre scrivevo questo pezzo ho guardato Ali Hussein, il bambino iracheno che è stato ucciso dalla bomba americana. E’ stato “obliato” da Google, così come pure la sua foto, presumibilmente perché la sua morte non si accordava col politicamente corretto. Verosimilmente, è stato allo stesso modo eliminato dall’archivio del Washington Post. Immediatamente, mi è venuta in mente la vicenda di Winston Smith in “1984” di Orwell.

Preso da: http://vocidallestero.it/2015/09/14/una-crisi-di-rifugiati-prodotta-dagli-usa/

GLOBAL RESEARCH: RISOLTO IL MISTERO DEGLI AUTOMEZZI TOYOTA IN MANO ALL’ISIS (LI HANNO FORNITI GLI USA)

16 ottobre 2015

Uno degli “imbarazzanti” misteri dei terroristi dello Stato Islamico è come mai siano in possesso di centinaia di mezzi tutti uguali targati Toyota. L’evidenza, che emerge dai video propagandistici, è tale che il Dipartimento del Tesoro americano ha aperto un’inchiesta. Eppure, nota Global Research in questo articolo, le stesse autorità americane avevano recentemente dichiarato di aver fornito equipaggiamenti e mezzi (molti dei quali Toyota) ai “ribelli siriani” (dipingendoli come combattenti per la libertà) — l’obiettivo degli USA è sempre la stesso: destabilizzare il Medio Oriente con ogni mezzo per imporvi il proprio dominio.


di Tony Cartalucci, 9 ottobre 2015
Il Dipartimento del Tesoro Americano ha recentemente aperto un’inchiesta sull’uso di un gran numero di autocarri targati Toyota da parte del cosiddetto “Stato Islamico” (ISIS). La questione è stata sollevata dopo l’inizio delle operazioni aeree russe in Siria, e dopo l’aumento a livello globale dei sospetti che gli stessi USA abbiano avuto un ruolo fondamentale nell’armare, finanziare, e sostenere intenzionalmente l’esercito terrorista in Iraq e in Siria.
ABC News, nel suo articolo su “Funzionari USA chiedono perché l’ISIS abbia così tanti autocarri Toyota“, scrive:

I funzionari anti-terrorismo degli Stati Uniti hanno chiesto alla Toyota, il secondo maggior produttore di auto al mondo, di aiutarli a capire come l’ISIS sia riuscito ad acquisire un così grande numero di autocarri, SUV e pick-up targati Toyota, come si nota con molta evidenza dai video di propaganda del gruppo terrorista in Iraq, Siria e Libia.
La Toyota dice di non sapere come l’ISIS abbia potuto ottenere quei veicoli, e “supporta” l’indagine guidata dalla Terror Financing Unit del Dipartimento del Tesoro — che è parte di un più ampio sforzo condotto dagli USA per evitare che i beni prodotti in occidente finiscano nelle mani dei gruppi terroristi.

Il report prosegue, e cita l’ambasciatore iracheno negli USA, Lukman Faily:

Questa è una domanda che abbiamo già posto ai nostri vicini” ha detto Faily. “Come è possibile che ci siano tutti questi autocarri nuovi… a quattro ruote motrici, ce ne sono a centinaia — da dove arrivano?

Non sorprende affatto che il Dipartimento del Tesoro, a quanto pare, stia chiedendo spiegazioni alla parte sbagliata. Invece che alla Toyota, il Dipartimento del Tesoro avrebbe dovuto iniziare la sua indagine bussando alla porta accanto, cioè al Dipartimento di Stato USA.
Mistero risolto
Appena lo scorso anno è stato reso noto che il Dipartimento di Stato USA aveva spedito in Siria grosse quantità di autocarri targati Toyota, che dovevano essere destinati al “Libero Esercito Siriano”.
Nel 2014 la Public Radio International (PRI), fondata negli USA, aveva titolato “Questo pick-up Toyota è in cima alla lista degli acquisti da parte del Libero Esercito Siriano — e dei talebani“, che:
Recentemente, quando il Dipartimento di Stato USA ha ripreso a inviare aiuti non-letali ai ribelli siriani, la lista delle consegne includeva 43 automezzi Toyota.
Hiluxes era nella lista dei desideri del Libero Esercito Siriano. Oubai Shahbander, consigliere della Coalizione Nazionale Siriana, con sede a Washington, è un fan di questo automezzo.
“Equipaggiamenti specifici come gli Hiluxes Toyota sono ciò che definiamo dei fornitori di potenza per le forze di opposizione moderata in campo”, ha aggiunto. Shahbander dice che i pick-up forniti dagli USA serviranno a spostare truppe e rifornimenti. Alcuni dei mezzi diventeranno effettivamente armi sui campi di battaglia.
Anche il governo britannico ha ammesso di aver fornito una certa quantità di veicoli ai terroristi che combattono in Siria. L’articolo del 2013 del britannico Independent intitolava “Rivelazione: Ecco cosa l’Occidente ha dato ai ribelli siriani“, e diceva che:

Fino ad ora la Gran Bretagna ha inviato circa 8 milioni di sterline di aiuti non-letali, secondo le carte ufficiali viste dall’Independent, e questa cifra include cinque veicoli a 4 ruote motrici con protezione balistica, 20 set di giubbotti antiproiettile, quattro autocarri (tre da 25 tonnellate, uno da 20 tonnellate), sei SUV 4×4, cinque pick-up non corazzati, un carro di soccorso, quattro carrelli elevatori, tre “kit di resistenza” avanzati per i centri regionali, destinati a recuperare le persone nelle emergenze, 130 batterie a celle solari, circa 400 radio, depuratori d’acqua e kit per la raccolta dei rifiuti, computer, VSAT (piccoli sistemi satellitari per la comunicazione dei dati) e stampanti.

Si può dire che qualsiasi sia stato il mezzo tramite il quale il Dipartimento di Stato USA e il governo britannico hanno usato per rifornire i terroristi in Siria con questi automezzi, è probabile che esso sia stato usato per inviare ulteriori veicoli anche prima e dopo che questi report fossero resi pubblici.
Il mistero di come centinaia di nuovissimi autocarri Toyota, tutti uguali, siano finiti in Siria e siano nelle mani dell’ISIS è risolto. Non solo i governi USA e britannico hanno ammesso in passato di averli forniti, ma le loro forze militari e le loro agenzie di intelligence hanno solcato i confini di Turchia, Giordania, e perfino Iraq, da cui queste colonne di autocarri devono essere necessariamente passate per finire in Siria – anche se sono stati altri agenti regionali a fornirli. Se le precedenti ammissioni di aver fornito i veicoli coinvolgono l’Occidente direttamente, il fatto che nulla sembra aver impedito le operazioni di consegna lungo i confini implica che l’Occidente è complice con altri paesi nell’aver fornito di veicoli i terroristi siriani.
Ma quale mistero?
Certo, molte di queste informazioni non sono affatto nuove. Quindi la questione è – perché mai il Tesoro americano sta avviando adesso questa palese farsa? Forse quelli a Washington credono che se è lo stesso governo USA a porre l’ovvia questione di come abbia potuto l’ISIS mettere in campo una forza meccanizzata così impressionante, proprio nel mezzo del deserto siriano, nessuno sospetterà che sia stato esso stesso ad avere un ruolo.
Certo, i mezzi non si sono materializzati in Siria. Sono stati prodotti da qualche parte fuori dalla Siria e poi ci sono stati portati dentro, e ci sono stati portati in gran numero, con gli USA e i loro alleati regionali che lo sapevano esplicitamente e/o sono stati direttamente complici. Il fatto di mettersi a domandare alla Toyota da dove possano essere arrivati gli automezzi forniti dallo stesso Dipartimento di Stato USA è un’altra indicazione di quanto la politica estera, la legittimità e la credibilità degli USA siano perdute.
L’intervento della Russia, e ciò che dovrebbe diventare una coalizione anti-terrorismo con ampio supporto, deve  tenere presente la criminalità degli USA e dei suoi alleati, nel momento in cui sceglie i propri partner nello sforzo di riportare la sicurezza entro i confini del Medio Oriente e del Nord Africa.
Fonte: vocidallestero.it

Preso da: http://sapereeundovere.com/global-research-risolto-il-mistero-degli-automezzi-toyota-mano-allisis-li-hanno-forniti-gli-usa/

Così hanno ridotto la Libia; così vogliono ridurre la Siria

9 ottobre 2015

WE CAME, WE SAW, HE DIED
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C’è un pezzo della storia dei nostri giorni che mostra, simbolicamente, l’arroganza impietosa ed il cinismo con cui l’Occidente ha generato l’attuale disastro Mediorientale; è  un video di cui riportiamo solo la parte finale.
È il 20 ottobre del 2011 e Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, sta per iniziare un’intervista televisiva quando viene raggiunta dalla notizia della “morte” del leader libico Muammar Gheddafi.


La reazione della signora è l’emblema dell’irresponsabilità di una classe politica che sta facendo dei danni irreparabili. La Clinton, nel fuori-onda, esulta, non riesce a trattenere la sua contentezza; poi, davanti alla giornalista che sta per intervistarla, con l’entusiasmo di chi sa che ha vinto la sua guerra personale, esclama, parafrasando nientemeno che Giulio Cesare: “we came, we saw, he died” (siamo venuti, abbiamo visto e lui è morto), convinta che la storia avrebbe appuntato a lei e al suo Governo l’ennesima medaglia da “liberatori”.
In quel momento, secondo la retorica dei politici umanitari, un bieco dittatore era stato eliminato e i musicanti delle orchestrine occidentaliste suonavano le loro serenate sulla nuova Libia che sarebbe nata democratica e libera
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ECCO LA NUOVA LIBIA!
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Bene, ora guardate quest’altro video, agghiacciante. E’ la prima parte di un documento eccezionale pubblicato su ViceNews.
Sono le immagini di un campo profughi alle porte di Tripoli, gestito dalle milizie jihadiste, i famosi “ribelli moderati” armati e finanziati dagli americani, che ormai controllano buona parte della Libia.
Sono scene incredibili, racconti impressionanti di persone fuggite dal Sudan, dalla Nigeria, dal Ciad e arrivati, attraverso il deserto, in Libia nel viaggio della speranza che per molti di loro è finito lì. Donne e bambini distrutti dalle violenze e dalla paura, uomini denutriti o disidratati; insomma profughi veri non come molti di quelli che arrivano da noi armati di iPhone, occhiali Ray-Ban e perfetto inglese.
Le immagini mostrano come sono trattati: picchiati, frustati, lasciati senza acqua e senza cibo dentro veri e propri lager; usati come mezzi di scambio dalle milizie locali che gestiscono la nuova tratta degli schiavi.
Ecco, questa è la nuova Libia liberata dalle bombe della Nato.
UNA GUERRA SPORCA
Ancora oggi, emergono particolari inediti su come sia stata manipolata la verità sulla Libia e come quella guerra sia una vergogna di cui l’America e l’Occidente rischiano di pagare un prezzo salatissimo.
L’ultima inchiesta in questi giorni: Fox News ha reso pubbliche le mail che documentano come, fino al giorno prima dell’inizio dei bombardamenti Nato, Saif Gheddafi, il figlio del rais, abbia cercato disperatamente di contattare la Casa Bianca per trovare una soluzione pacifica alla guerra civile; una resa che garantisse una transizione democratica vera al suo paese in cambio della cessione del potere. Tutto inutile. La Clinton e Obama volevano quella guerra, volevano abbattere Gheddafi ben sapendo che non c’era nessuna pianificazione democratica per la Libia, ma solo il caos (lo abbiamo raccontato in questo video)
LE MANIPOLAZIONI DELLA CIA
Mesi fa siamo stati tra i pochi in Italia (forse unici) a raccontare un’altra inchiesta: quella secondo cui il Dipartimento di Stato americano e la Cia avrebbero manipolato i report sulla Libia per convincere la Casa Bianca (e il mondo) che Gheddafi stava violando i diritti umani e imporre l’intervento militare. Questo nonostante le organizzazioni umanitarie (Amnesty International in primis) avessero dichiarato che non era vero e che semmai erano i ribelli filo-americani a compiere fucilazioni di massa, torture, deportazioni. Ed al Pentagono (cioè i militari di scuola realista che erano contrari alla guerra) cercavano di convincere Obama che era una follia abbattere Gheddafi.
MENESTRELLI DOVE SIETE?
Ora, di fronte a quelle immagini di profughi, dove sono i grandi intellettuali, i menestrelli delle bombe umanitarie che sui media occidentali ci spiegavano che armando i leggendari “ribelli moderati” (una delle più fantasmagoriche invenzioni hollywoodiane applicata alla politica), noi avremmo consegnato la Libia alla democrazia e alla libertà e difeso i diritti umani? Si sono forse nascosti per la vergogna? No, si sono semplicemente spostati di 2000 km; in Siria, a raccontare le stesse scemenze e a propagandare le stesse menzogne.
Perché quello che è avvenuto in Libia lo si è cercato di riprodurre in Siria con lo stesso identico schema. C’è una lucida volontà di annientamento di paesi sovrani, dietro la retorica umanitaria di chi è alleato a dittature più orribili e repressive di quelle che governano quei paesi.
Per depredare una nazione delle sue ricchezze bisogna ridurla in macerie e cancellare ogni autorità legittima e sovrana. Questo volevano le centrali di potere a cui Washington, Londra e Parigi si sono piegate. Questo hanno fatto in Libia. Questo hanno provato a fare in Siria; ma, qui, per ora, i loro piani non stanno funzionando.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

Preso da: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2015/10/09/cosi-hanno-ridotto-la-libia-cosi-vogliono-ridurre-la-siria/#

L’ATTO RIVOLUZIONARIO DI DIRE LA VERITA’

Postato il Venerdì, 02 ottobre @ 12:10:00 BST di davide

DI JOHN PILGER
johnpilger.com
L’intervento a Londra di John Pilger, in occasione del lancio dei file WikiLeaks, con una introduzione di Julian Assange. George Orwell disse: “In tempi di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”.
Questi sono tempi bui, in cui la propaganda dell’inganno tocca tutte le nostre vite. È come se la realtà politica fosse stata privatizzata e l’illusione legittimata. L’era dell’informazione appartiene ai mass media. Si fa politica attraverso i media; si censura attraverso i media; si va in guerra tramite i media; si punisce con i media; ci si distrae con i media – una linea di assemblaggio surreale composta da luoghi comuni e falsi presupposti.

L’incredibile tecnologia [di cui disponiamo] è diventata sia nostra amica che nostra nemica. Ogni volta che accendiamo un computer o che prendiamo in mano un dispositivo digitale – i nostri rosari laici – siamo sottoposti a controlli: alla sorveglianza delle nostre abitudini e routine, e a bugie e manipolazioni.
Edward Bernays, l’ideatore del termine “pubbliche relazioni”, un eufemismo per “propaganda”, lo predisse più di 80 anni fa. Lo chiamò, “il governo invisibile”. Scrisse: “Quelli che manipolano l’elemento invisibile chiamato democrazia moderna costituiscono un governo invisibile che è il vero potere dominante del nostro paese… Noi siamo governati, le nostre menti sono modellate, i nostri gusti formati, le nostre idee suggerite, in gran parte da uomini di cui non abbiamo mai sentito parlare…”
L’obiettivo di questo governo invisibile è di impadronirsi di noi: della nostra coscienza politica, del nostro senso del mondo, della nostra capacità di pensare in modo indipendente, di separare la verità dalle menzogne.
Si tratta di una forma di fascismo, una parola che giustamente siamo cauti nell’usare, preferendo lasciarla nell’incerto passato. Ma un moderno, insidioso fascismo è ormai un pericolo costante. Come nel 1930, grandi bugie ci vengono recapitate con la regolarità di un metronomo. I musulmani sono cattivi. I fanatici sauditi sono buoni. I fanatici dell’ISIS sono cattivi. La Russia è sempre un male. La Cina sta diventando un male. Bombardare la Siria è giusto. Le banche corrotte sono buone. Il debito corrotto è buono. La povertà è buona cosa. La guerra è normale.
Di coloro che mettono in dubbio queste verità ufficiali, questi estremismi, si pensa abbiano bisogno di una lobotomia – finché sono diagnosticati “on-message”, cioè gente che si parla addosso. La BBC offre questo servizio gratuitamente. Chi non si sottomette è etichettato “radicale” – checché significhi questa parola.
Il vero dissenso è diventato una bizzarria; eppure coloro che dissentono non sono mai stati più importanti. Il libro che sto lanciando stasera, ‘The WikiLeaks Files’, è un antidoto a un fascismo che non usa mai il proprio nome. È un libro rivoluzionario, così come WikiLeaks stessa è rivoluzionaria – esattamente come Orwell intendeva nella citazione che ho usato all’inizio. Perché dice che non dobbiamo accettare queste menzogne quotidiane. Non abbiamo bisogno di rimanere in silenzio. O, come Bob Marley una volta cantò: “emancipatevi dalla schiavitù mentale.”
Nell’introduzione, Julian Assange spiega che non basta pubblicare i messaggi segreti del grande potere, ma che dare loro un senso è fondamentale, così come inserirli nel contesto di oggi e nella memoria storica.
Questo è il notevole risultato di questa antologia, questo reclama la nostra memoria. Collega le ragioni e i crimini che hanno causato tanta sofferenza umana, dal Vietnam e Centro America, al Medio Oriente e all’Europa orientale, con la matrice del potere rapace, gli Stati Uniti.
È attualmente in atto un tentativo americano ed europeo di distruggere il governo della Siria. Il primo ministro David Cameron ne è particolarmente entusiasta. Questo è lo stesso David Cameron che io ricordo come un untuoso PR impiegato da una ditta di speculazioni della televisione commerciale indipendente britannica.
Cameron, Obama e il sempre ossequioso Francois Hollande vogliono distruggere quel che resta dell’autorità multi-culturale in Siria, un’azione che sicuramente aprirà la strada ai fanatici dell’ISIS.
Questa è una pazzia, naturalmente, e la colossale bugia che giustifica questa follia è che sarebbe per sostenere quei siriani che si sono ribellati a Bashar al-Assad nella primavera araba. Come rivela però Wikileaks, la distruzione della Siria è stata a lungo un cinico progetto imperiale che precede la rivolta della primavera araba contro Assad.
Per i padroni del mondo a Washington e in Europa, il vero crimine della Siria non è la natura oppressiva del suo governo, ma la sua indipendenza dal potere americano e israeliano – come è altrettanto vero che il crimine dell’Iran è la sua indipendenza, e la vera criminalità della Russia è la sua indipendenza, e che il vero crimine della Cina è la sua indipendenza. In un mondo di proprietà americana, l’indipendenza è intollerabile.
Questo libro svela queste verità, una dopo l’altra. La verità di una guerra al terrorismo che è sempre stata una guerra di terrore; la verità su Guantanamo, la verità su Iraq, Afghanistan, America Latina.
Mai come adesso c’è un così urgente bisogno di dire la verità. Con alcune lodevoli eccezioni, i giornalisti mediatici pagati  apparentemente per mettere le cose in chiaro sono ora assorbiti in un sistema di propaganda che non è più giornalismo, ma anti-giornalismo. Questo è vero dei liberali e rispettabili quanto lo è di Murdoch. A meno che non siate disposti a monitorare e controllare ogni asserzione speciosa, le cosiddette notizie sono diventate inguardabili e illeggibili.
Mentre leggevo The WikiLeaks Files, mi sono venute in mente le parole del compianto Howard Zinn, che spesso faceva riferimento ad “un potere che i governi non possono sopprimere”. Questo descrive Wikileaks, e descrive i veri informatori che condividono il loro coraggio.
A titolo personale, conosco la gente di Wikileaks da un po’ di tempo ormai. Che abbiano ottenuto ciò che hanno ottenuto in circostanze non di loro scelta è una fonte di costante ammirazione. Il loro salvataggio di Edward Snowden viene in mente. Come lui, sono eroici: niente di meno.
Il capitolo di Sarah Harrison, ‘indicizzazione dell’Impero’, descrive come lei e i suoi compagni abbiano istituito un’intera biblioteca pubblica della diplomazia statunitense. A disposizione di tutti adesso ci sono più di due milioni di documenti. “Il nostro lavoro”, scrive, “è dedicato ad assicurarci che la storia appartienga a tutti.” Com’è emozionante leggere quelle parole, che sono anche un tributo al suo stesso coraggio.
Dal confino di una stanza presso l’ambasciata dell’Ecuador a Londra, il coraggio di Julian Assange è una risposta eloquente ai vigliacchi che lo hanno infamato e al potere canaglia che cerca vendetta su di lui e allo stesso tempo conduce una guerra alla democrazia.
Niente di tutto ciò ha dissuaso Julian e i suoi compagni di WikiLeaks: neanche un po’. Non è forse straordinario?
The WikiLeaks Files: il mondo secondo l’impero USA è pubblicato da Verso.

John Pilger
Fonte: http://johnpilger.com

Link: http://johnpilger.com/articles/the-revolutionary-act-of-telling-the-truth
30.09.2015

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIANNI ELLENA

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15640

ECCO GLI OBIETTIVI DELL’AGENDA DELLE NAZIONI UNITE PER IL NUOVO ORDINE MONDIALE

Postato il Martedì, 29 settembre @ 23:10:00 BST di davide

DI MICHAEL SNYDER
theeconomiccollapseblog.com
Avete sentito parlare di “obiettivi globali”? Se non ne avete sentito parlare, certamente ne sentirete parlare molto nei prossimi giorni. Il 25 settembre, le Nazioni Unite hanno lanciato una serie di 17 obiettivi ambiziosi che si prevede di poter raggiungere nel corso dei prossimi 15 anni. Un nuovo sito web per promuovere questo piano è stato stabilito, e si può trovare proprio qui. Il nome ufficiale di questo nuovo piano è “l’Agenda 2030“, ma le èlite hanno deciso che avevano bisogno di qualcosa di orecchiabile per promuovere queste idee alla popolazione in generale.

Le Nazioni Unite hanno dichiarato che questi nuovi “obiettivi globali” rappresentano una “nuova agenda universale” per l’umanità. Praticamente ogni nazione del pianeta ha volontariamente firmato per questo nuovo programma, a cui si dovrà attenere obtorto collo.
Alcune delle più grandi star in tutto il mondo sono state assunte per promuovere “gli obiettivi globali”. Basta controllare il video di YouTube che ho postato qui sotto. Questo è il genere di cose che ci si aspetta da un culto religioso fondamentalista…
Se si vive a New York City probabilmente si è consapevoli del “Global Citizen Festival” che si è tenuto a Central Park sabato scorso alla presenza di alcuni dei più grandi nomi nel settore della musica impegnati a promuovere questi nuovi “obiettivi globali”. Di seguito vediamo come il New York Daily News d ha descritto la riunione …
“E ‘stata una festa con uno scopo.
Una festa piena di vip e un appello appassionato a porre fine alla povertà hanno scosso il Great Lawn di Central Park. Più di 60.000 fan si sono riuniti sabato per la quarta edizione del Global Citizen Festival.
Nell’evento filantropico, in coincidenza con l’incontro annuale dei leader mondiali in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, si sono esibiti da Beyoncé, Pearl Jam, Ed Sheeran e Coldplay“.
E non era solo l’industria del divertimento che stava promuovendo il nuovo piano delle Nazioni Unite per un mondo unito. Papa Francesco si è recato a New York per leggere il discorso che ha dato il via alla conferenza in cui è stato presentata questa nuova agenda ….
Papa Francesco ha dato il suo appoggio alla nuova agenda per lo sviluppo in un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni affinchè i grandi del globo adottassero il piano di 17 punti, definendolo “un segno importante di speranza” in un momento molto travagliato in Medio Oriente e Africa .
Quando il primo ministro danese Lars Rasmussen ha colpito il suo martelletto per approvare la road map di sviluppo, i leader e diplomatici provenienti dai 193 Stati membri dell’ONU si sono alzati in piedi e hanno applaudito fragorosamente.
Poi, il vertice si rivolse immediatamente al vero e proprio business della riunione di tre giorni – l’attuazione degli obiettivi, che dovrebbe dai 3,5 trilioni ai 5 trilioni di dollari ogni anno (fino al 2030).
Wow.
Okay, allora dove saranno le migliaia di miliardi di dollari che sono necessari per attuare questi nuovi “obiettivi globali”
Permettetemi di darvi un suggerimento – non verranno dalle nazioni povere.
Quando si leggono questi “obiettivi globali“, molti di loro sono abbastanza buoni. Dopo tutto, chi non vorrebbe “porre fine alla fame”? So che mi piacerebbe “porre fine alla fame” se potessi.
La chiave è quella di guardare dietro le parole e capire che cosa realmente viene detto. E ciò che realmente stanno dicendo è che le élite vogliono rafforzare il loro sogno di un sistema unipolare e senza barriere.
L’elenco che segue viene da Truthstream Media, e penso che faccia un ottimo lavoro traducendo questi nuovi “obiettivi globali” in lingua che tutti possiamo capire …
Obiettivo 1: porre fine alla povertà in tutte le sue forme in tutto il mondo
Traduzione: Banche centrali, FMI, Banca Mondiale, potere della Fed di controllare tutte le finanze, valuta di un mondo digitale in una società senza contanti
Obiettivo 2: fine della fame, raggiungere la sicurezza alimentare e il miglioramento della nutrizione e promuovere l’agricoltura sostenibile
Traduzione: OGM
Obiettivo 3: Garantire una vita sana e promuovere il benessere di tutti a tutte le età
Traduzione: la vaccinazione di massa, il Codex Alimentarius
Obiettivo 4: Garantire un’istruzione di qualità inclusivo ed equo e promuovere le opportunità di apprendimento permanente per tutti
Traduzione: la propaganda delle Nazioni Unite, il lavaggio del cervello attraverso l’istruzione obbligatoria dalla culla alla tomba
Obiettivo 5: raggiungere la parità di genere e l’empowerment tutte le donne e le ragazze
Traduzione: Il controllo della popolazione attraverso la forzata “pianificazione familiare”:
Obiettivo 6: Garantire la disponibilità e la gestione sostenibile delle acque e di servizi igienico-sanitari per tutti
Traduzione: Privatizzare tutte le fonti d’acqua, non dimenticare di aggiungere fluoro
Obiettivo 7: Assicurare l’accesso a energia a prezzi accessibili, affidabile, sostenibile e moderna per tutti
Traduzione: Smart grid con contatori intelligenti su tutto, prezzi al massimo
Obiettivo 8: Promuovere la crescita sostenuta, inclusiva e sostenibile economica, l’occupazione piena e produttiva e il lavoro dignitoso per tutti
Traduzione: TPP, zone di libero scambio che favoriscono gli interessi delle megacorporate
Obiettivo 9: Costruire infrastrutture resilienti, promuovere l’industrializzazione inclusiva e sostenibile e promuovere l’innovazione
Traduzione: strade a pedaggio, buttare fuori il trasporto pubblico, rimuovere vincoli ambientali
Obiettivo 10: ridurre le disuguaglianze all’interno e fra i paesi
Traduzione: Più burocrazia governativa inutile
Obiettivo 11: Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivo, sicuri, flessibili e sostenibili
Traduzione: Stato di sorveglianza e Grande Fratello globale
Obiettivo 12: Garantire consumo produzione sostenibili
Traduzione: Austerity forzata
Obiettivo 13: Prendere misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze *
Traduzione: Nuove tasse di dubbia utilità (ad es. tasse sull’impronta ecologica)
Obiettivo 14: Conservare e sostenibile utilizzare gli oceani, i mari e le risorse marine per lo sviluppo sostenibile
Traduzione: restrizioni ambientali, controllare tutti gli oceani, tra cui i diritti minerari dei fondali oceanici
Obiettivo 15: proteggere, restaurare e promuovere l’uso sostenibile degli ecosistemi terrestri, in modo sostenibile gestire le foreste, la lotta alla desertificazione, e bloccare o invertire il degrado del suolo e arrestare la perdita di biodiversità
Traduzione: più vincoli ambientali, più risorse di controllo e diritti minerari
Obiettivo 16: promuovere società pacifiche e inclusive per lo sviluppo sostenibile, fornire l’accesso alla giustizia per tutti e costruire istituzioni efficaci, responsabili e inclusive a tutti i livelli
Traduzione: le missioni delle Nazioni Unite di “peacekeeping” (ex 1, ex 2), la Corte Internazionale (cieca) di Giustizia, costringere la gente ad emigrare attraverso crisi di rifugiati false e poi cercare la soluzione con più “peacekeeping delle Nazioni Unite”quando la tensione scoppia, rimuovere il secondo emendamento in USA
Obiettivo 17: rafforzare le modalità di attuazione e rivitalizzare il partenariato globale per lo sviluppo sostenibile
Traduzione: Rimuovere la sovranità nazionale in tutto il mondo, favorire la promozione del globalismo, ingrassare la burocrazia orwelliana delle Nazioni Unite
Se avete dei dubbi su tutto questo, è possibile trovare il documento ufficiale per questa nuova agenda delle Nazioni Unite proprio qui.. Quanto più si scava nei dettagli, più ci si rende conto di quanto siano insidiosi questi “obiettivi globali”.
Le élite vogliono un governo mondiale, un sistema economico-mondo e una religione mondiale. Ma non hanno intenzione di realizzare queste cose con la conquista. Piuttosto, vogliono che tutti firmino questi impegni pacificamente, usano il soft power.
Gli “obiettivi globali” sono un modello per un mondo unito. Per molti, l’ “utopia” suona abbastanza promettente. Ma per quelli che sanno in che situazione siamo, il presente invito a un “mondo unito” è molto, molto agghiacciante.

Michael Snyder
Fonte: http://theeconomiccollapseblog.com
Link: http://theeconomiccollapseblog.com/archives/this-happened-in-september-the-un-launched-the-global-goals-a-blueprint-for-a-united-world
28.0’9.2015

Traduzione per www.comedonchisciotteorg a cura del BUCANIERE

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15627

Guerra e bugie: rapinare la Jugoslavia, tutto cominciò lì

21/3/2015

Guai se la denuncia del nazifascismo, risuonata nel 70° anniversario della liberazione di Auschwitz, serve a depistare l’opinione pubblica dall’altro fascismo, il “nostro”, fondato sulla menzogna che giustifica le peggiori, sistematiche aggressioni. Per esempio la Libia di Gheddafi, travolta dopo la decisione di costituire una banca africana e una moneta alternativa al dollaro. E la Jugoslavia, rasa al suolo dopo la decisione della Germania di riconoscere i separatisti: inaccettabile, per la nascente Eurozona, la sopravvivenza di un grande Stato multientico con l’economia interamente in mani pubbliche. E avanti così, dalla Siria all’Ucraina, fino alle contorsioni terrificanti del cosiddetto Isis, fondato sulle unità di guerriglia addestrate dall’Occidente in Libia contro Gheddafi, poi smistate in Siria contro Assad e quindi dirottate in Iraq. Possiamo chiamarlo come vogliamo, dice John Pilger, ma è sempre fascismo. E’ il “nostro” fascismo quotidiano. «Iniziare una guerra di aggressione», dissero nel 1946 i giudici del tribunale di Norimberga, «non è soltanto un crimine internazionale, ma è il crimine internazionale supremo». Se i nazisti non avessero invaso l’Europa, Auschwitz e l’Olocausto non sarebbero accaduti.

«Se gli Stati Uniti e i loro vassalli non avessero iniziato la loro guerra di aggressione in Iraq nel 2003, quasi un milione di persone oggi sarebbero vive, e lo Stato islamico, o Isis, non ci avrebbe in balìa delle sue atrocità», scrive Pilger in una riflessione ripresa da “Come Don Chisciotte”. I nuovi “mostri” sono «la progenie del fascismo moderno, svezzato dalle bombe, dai bagni di sangue e dalle menzogne, che sono il teatro surreale conosciuto col nome di “informazione”». Infatti, «come durante il fascismo degli anni ‘30 e ‘40, le grandi menzogne vengono trasmesse con la precisione di un metronomo grazie agli onnipresenti, ripetitivi media e la loro velenosa censura per omissione». In Libia, nel 2011 la Nato ha effettuato 9.700 attacchi, più di un terzo dei quali mirato ad obiettivi civili, con strage di bambini. Bombe all’uranio impoverito, Misurata e Sirte bombardate a tappeto. L’omicidio di Gheddafi «è stato giustificato con la solita grande menzogna: stava progettando il “genocidio” del suo popolo». Se gli Usa avessero esitato, disse Obama, la città di Bengasi «avrebbe potuto subire un massacro che avrebbe macchiato la coscienza del mondo». Peccato che Bengasi non sia mai stata minacciata da nessuno: «Era un’invenzione delle milizie islamiche che stavano per essere sconfitte dalle forze governative libiche».

Le milizie, scrive Pilger, dissero alla “Reuters” che ci sarebbe stato «un vero e proprio bagno di sangue, un massacro come quello accaduto in Ruanda». La menzogna, segnalata il 14 marzo 2011, ha fornito la prima scintilla all’inferno della Nato, definito da David Cameron come «intervento umanitario». Molti dei “ribelli”, segretamente armati e addestrati dalle Sas britanniche, sarebbero poi diventati Isis, decapitatori di “infedeli”. «Per Obama, Cameron e Hollande – scrive Pilger – il vero crimine di Gheddafi era l’indipendenza economica della Libia e la sua dichiarata intenzione di smettere di vendere in dollari Usa le più grandi riserve di petrolio dell’Africa», minacciando così il petrodollaro, che è «un pilastro del potere imperiale americano». Gheddafi aveva tentato con audacia di introdurre una moneta comune in Africa, basata sull’oro, e voleva creare una banca tutta africana per promuovere l’unione economica tra i paesi poveri ma dotati di risorse pregiate. «Era l’idea stessa ad essere intollerabile per gli Stati Uniti, che si preparavano ad “entrare” in Africa corrompendo i governi africani con offerte di Clinton e Blaircollaborazione militare». Così, “liberata” la Libia, Obama «ha confiscato 30 miliardi di dollari dalla banca centrale libica, che Gheddafi aveva stanziato per la creazione di una banca centrale africana e per il dinaro africano, valuta basata sull’oro».

La “guerra umanitaria” contro la Libia aveva un modello vicino ai cuori liberali occidentali, soprattutto nei media, continua Pilger, ricordando che, nel 1999, Bill Clinton e Tony Blair inviarono la Nato a bombardare la Serbia, «perché, mentirono, i serbi stavano commettendo un “genocidio” contro l’etnia albanese della provincia secessionista del Kosovo». L’ambasciatore americano David Scheffer affermò che «circa 225.000 uomini di etnia albanese di età compresa tra i 14 e i 59 anni potrebbero già essere stati uccisi». Sia Clinton che Blair evocarono l’Olocausto e «lo spirito della Seconda Guerra Mondiale». L’eroico alleato dell’Occidente era l’Uck, Esercito di Liberazione del Kosovo, «dei cui crimini non si parlava». Finiti i bombardamenti della Nato, con gran parte delle infrastrutture della Serbia in rovina – insieme a scuole, ospedali, monasteri e la televisione nazionale – le squadre internazionali di polizia scientifica scesero sul Kosovo per riesumare le prove del cosiddetto “olocausto”. L’Fbi non riuscì a trovare una singola fossa comune e tornò a casa. Il team spagnolo fece lo stesso, e chi li guidava dichiarò con rabbia che ci fu «una piroetta semantica delle macchine di propaganda di guerra». Un anno dopo, un tribunale delle Nazioni Unite sulla Jugoslavia svelò il conteggio finale dei morti: 2.788, cioè i combattenti su entrambi i lati, nonché i serbi e i rom uccisi dallUck. «Non c’era stato alcun genocidio. L’“olocausto” era una menzogna».

L’attacco Nato era stato fraudolento, insiste Pilger, spiegando che «dietro la menzogna, c’era una seria motivazione: la Jugoslavia era un’indipendente federazione multietnica, unica nel suo genere, che fungeva da ponte politico ed economico durante la guerra fredda». Attenzione: «La maggior parte dei suoi servizi e della sua grande produzione era di proprietà pubblica. Questo non era accettabile in una Comunità Europea in piena espansione, in particolare per la nuova Germania unita, che aveva iniziato a spingersi ad est per accaparrarsi il suo “mercato naturale” nelle province jugoslave di Croazia e Slovenia». Sicché, «prima che gli europei si riunissero a Maastricht nel 1991 a presentare i loro piani per la disastrosa Eurozona, un accordo segreto era stato approvato: la Germania avrebbe riconosciuto la Croazia». Quindi, «il destino della Jugoslavia era segnato». La solita macchina stritolatrice: «A Washington, gli Stati Uniti si assicurarono che alla sofferente Pilgereconomia jugoslava fossero negati prestiti dalla Banca Mondiale, mentre la Nato, allora una quasi defunta reliquia della guerra fredda, fu reinventata come tutore dell’ordine imperiale».

Nel 1999, durante una conferenza sulla “pace” in Kosovo a Rambouillet, in Francia, i serbi furono sottoposti alle tattiche ipocrite dei sopracitati tutori. «L’accordo di Rambouillet comprendeva un allegato B segreto, che la delegazione statunitense inserì all’ultimo momento». La clausola esigeva che tutta la Jugoslavia – un paese con ricordi amari dell’occupazione nazista – fosse messa sotto occupazione militare, e che fosse attuata una “economia di libero mercato” con la privatizzazione di tutti i beni appartenenti al governo. «Nessuno Stato sovrano avrebbe potuto firmare una cosa del genere», osserva Pilger. «La punizione fu rapida; le bombe della Nato caddero su di un paese indifeso. La pietra miliare delle catastrofi era stata posata. Seguirono le catastrofi dell’Afghanistan, poi dell’Iraq, della Libia, della Siria, e adesso dell’Ucraina. Dal 1945, più di un terzo dei membri delle Nazioni Unite – 69 paesi – hanno subito alcune o tutte le seguenti situazioni per mano del moderno fascismo americano. Sono stati invasi, i loro governi rovesciati, i loro movimenti popolari soppressi, i risultati delle elezioni sovvertiti, la loro gente bombardata e le loro economie spogliate di ogni protezione, le loro società sottoposte a un assedio paralizzante noto come “sanzioni”. Lo storico britannico Mark Curtis stima il numero di morti in milioni. «Come giustificazione, in ogni singolo caso una grande menzogna è stata raccontata».

Il punto (di M.De Angelis). L’ipocrisia dell’Occidente e le nuove ondate migratorie

Pubblicato il 8 settembre 2015 da Marcello De Angelis

immigrazione_sbarchi1R439_thumb400x275E ci siamo ricascati – tutti – di nuovo. E purtroppo, molti, consapevolmente e quindi diventando complici. Un altro evento eclatante è stato programmato e realizzato e con un attento – anche se per nulla innovativo – uso della comunicazione, la nostra attenzione è stata spostata dalla causa all’effetto e ora l’agenda politica e giornalistica ci “obbliga” a scegliere tra due posizioni, entrambi ininfluenti sulle cause originarie, che ci spingono a sprecare tutte le nostre energie, la voce, l’inchiostro e il tempo, a scagliarci contro un lato o l’altro di un muro di gomma.

Ops! Scusate. Sono venuto meno alla regola principale del giornalismo e cioè quella di enunciare nelle prime cinque righe il “cosa, come e quando” di cui dovevo parlare. Ma non l’ho fatto per errore. L’omissione è voluta, perché la considerazione iniziale potrei usarla ogni settimana per una “crisi”, un’emergenza o uno “choc” differente. Funziona sempre allo stesso modo. Questa volta mi riferisco all’emergenza profughi, alla foto del bambino kurdo-siriano affogato, a Renzi che dice che quelli di destra sono “bestie” e Salvini che gli dà del verme, ecc.

Per inchinarmi alla logica del mestiere recupero la mancanza iniziale con una serie di precisazioni che legittimeranno gli insulti da parte di tutti i coinvolti.

La crisi dei profughi non era solo “prevedibile”, come hanno dichiarato in tanti – non ultimi Schulz e Putin – ma in qualche modo “favorita”. Innanzitutto l’amministrazione politica ha un senso solo se è in grado di anticipare i processi e accompagnarli, limitarne i danni, invertirne gli effetti. Se nessuno in Europa è stato in grado di farlo ci dovrebbero essere dimissioni di massa. Purtroppo è peggio di così: tutti sapevano come andava a finire e nessuno ha fatto alcunché. A molti semplicemente conveniva che finisse così per fini economici o elettorali, altri lo volevano e alcuni, infine, pur sapendo, non potevano farci nulla.

L’origine dell’ultima ondata è la destabilizzazione decisa a tavolino del Medio Oriente e del Mondo arabo. Se nessuno impedisce agli americani di seminare scientemente il Caos per poi gestirlo o “risolverlo” su richiesta e presentando un conto salatissimo, le crisi si susseguono di anno in anno: terrorismo, guerre, fame, inondazioni migratorie, destabilizzazione politica. Tutta colpa degli americani? Ebbene sì, lapidatemi se volete, ma io credo fermamente di sì. E stranamente chi ne fa le spese è sempre e assolutamente l’Europa, che gli Usa – sin dalla guerra di secessione – indicano come il nemico principale da abbattere. Altro che imperi del Male veri o di cartone.

E questo risponde in anticipo anche a chi dice: “sì, ma allora quelli che vengono dal Pakistan o dall’Africa nera cosa c’entrano con la crisi siriana?”. Poco con quella siriana, tutto con la crisi mondiale esplosa, guarda caso, all’inizio del 2000 quando, inavvedutamente, molti avevano profetizzato la fine del “secolo americano”.

C’entrano i profughi con la crisi del gas e del petrolio? Assolutamente sì. Come la guerra in Ucraina, la destabilizzazione della Libia, la creazione dell’Isis e praticamente tutto il resto. Compreso l’abbattimento dell’ultimo governo legittimo in Italia (quello, con buona pace di molti, con presidente Berlusconi).

Ma ritorniamo ai profughi. Anzi, alla comunicazione sui profughi. Molti sono morti quando non c’era un bravo fotografo (fotografa) a scattare il clic. Ora c’è stata. Lei dice – e chi può metterlo in dubbio – che quella foto l’ha voluta fare e diffondere per tutto il mondo per “scuotere” le coscienze e non perché scattare foto sensazionali è quello che fanno quelli della sua professione. Questa storia mi ricorda quando ero a L’Aquila con la Croce Rossa il giorno dopo il terremoto. Quando i pompieri tiravano fuori i corpi dalla Casa dello Studente non si riusciva a portar via le barelle per la ressa di fotografi e cameramen che si spintonavano per poter cogliere lo scatto più sensazionale. E gli amici e i parenti delle vittime li aggredivano e li insultavano chiamandoli “sciacalli”.

Agli occidentali piacciono enormemente di più i “simboli” delle cose reali. Diventano arte, sono comodi e versatili e soprattutto mettono a posto la coscienza a poco prezzo. Si fanno manifesti, si ritwitta, si mette il logo accanto al proprio profilo, si fa magari anche qualche passeggiata con uno striscione e voilà! Ci si complimenta l’un l’altro per aver salvato il mondo e si va a letto con la coscienza a posto. Mi ricorda quando ero alla Camera e ogni mese tiravano fuori leggi e mozioni per liberare le donne, eliminare discriminazioni, salvare i bambini, abolire la pena di morte, la fame e tutto il resto. Passava tutto quasi all’unanimità e poi ci si abbracciava, ci si stringeva le mani, a volte partivano anche i baci… Un’impostura collettiva. Ora l’Anci della Lombardia ha deciso di sconfiggere le infiltrazioni della ‘ndrangheta con dei terrificanti cartelli stradali che intimano: “questo comune è contro la ‘ndrangheta!”. E via! Tutti i mafiosi fanno i bagagli e emigrano nel comune più vicino, dove il cartello non è ancora stato apposto.

E quando i simboli sono veramente “forti” ti devi allineare, perché contro i simboli non puoi argomentare: o sei dentro o sei fuori. E che il gioco sia questo lo si evince dall’ennesima artificialissima polemica sulle dichiarazioni di Renzi su “bestie e uomini”. Il concetto, legatissimo all’ostentazione di varie foto di bambini sullo sfondo del suo comizio, è semplice: è umano intenerirsi dinanzi alla sofferenza dei bambini, chi non lo fa è una bestia.

Va precisato, per dovere di cronaca, che Renzi non ha affatto detto (riguardatevi i tg) che “quelli di destra sono bestie”. Non è certo così sprovveduto. Ma siccome a ping-pong si gioca in due, c’è chi ha fatto finta di fraintendere e giù tutti a dire e scrivere “allora io sono una bestia, ma comunque sempre meglio di te…” e pappappero… Tanto per alzare il livello del dibattito politico e partecipare al teatrino della politica in cui, se non hai una parte da recitare, non vieni calcolato.

D’accordo, dire cose troppo complesse non fa comunicazione, meglio banalizzare e buttarla in caciara. E infatti nessuno vuole perdere tempo a interrogarsi sulle cause ma tutti vogliono sapere cosa fare ora, per contrastare gli effetti che sono diventati un problema evidente e presente. Pia illusione, perché una soluzione a portata dei governi nazionali – o locali – non c’è. Il problema non si può risolvere facendo sit-in contro l’arrivo dei profughi in un hotel e nemmeno, dall’altra parte, esiste la reale possibilità di dargli accoglienza o integrarli tutti e nemmeno, se si volesse, rimandarli a casa. Stiamo ormai parlando di centinaia di migliaia di persone. Insomma, una soluzione a portata di mano, vera e seria non c’è. E quindi incentrare il dibattito politico su questo è da idioti. O da ipocriti.

Quando Obama dice che per risolvere questa crisi ci vorranno 20 anni, non è una previsione, è un auspicio. Con l’Europa bloccata per vent’anni a cercare di risolvere questo immenso problema non ci sarà il tempo né la voglia di programmare iniziative dettate dall’interesse nazionale, non si potrà seriamente seguire la politica estera, non si potranno mettere a posto i conti né far funzionare il welfare. E nel frattempo i musulmani continueranno a massacrarsi tra di loro, i Paesi dell’Africa con risorse naturali resteranno ingestibili, la modifica del cambio Dollaro-Yuan ha avvelenato l’economia cinese, sulla frontiera tra Pakistan e India soffiano venti di guerra, Il Brasile è entrato in crisi, il progetto neo-ottomano di Erdogan rischia di affogare in una nuova, eterodiretta, guerra civile e la Russia è impegnata su dieci fronti, dopo che l’Europa, che era suo naturale partner, ha cercato di togliergli l’accesso al mare scippandogli Odessa e Sebastoboli e si è chiusa da sola i rubinetti del gas che veniva dall’Asia centrale.

Solo negli Usa tutto è normale. Con una strage al giorno in qualche scuola, scontri con la polizia su qualche ragazzo afro ucciso, mafie di ogni continente che proliferano e il casting per il prossimo attore che dovrà recitare la parte dell’Uomo più potente del Pianeta… (alla Casa Bianca…).

Chiedo scusa al direttore. Mi aveva chiesto di parlare del povero bambino e della foto che, troppo tardi, lo ha reso famoso. Mi sono perso a parlare invece dei suoi assassini e dei mandanti del suo omicidio. Si vede che di comunicazione non ci capisco un granchè. E nemmeno forse di politica, se la politica è questa recita che sto vedendo in televisione.

@barbadilloit

Di Marcello De Angelis

Gli studi sul terrore per neutralizzare il dissenso

“Il Pentagono finanzia studi sul terrore per scovare le sacche di resistenza alla sua politica; gli individui vengono così identificati come sostenitori della violenza politica”. E’ provocatorio, come nel suo stile, Glen Ford, commentatore radiofonico americano e fondatore di Black Agenda Report.
22 Luglio 2014

“Fin dal 2008 le università americane hanno collaborato con il Pentagono per studiare le dinamiche dei movimenti sociali nel mondo” spiega Glen Ford, commentatore radiofonico americano, fondatore di Black Agenda Report e autore di The Big Lie: An Analysis of U.S. Media Coverage of the Grenada Invasion. Gli ultimi avvenimenti, il quadro internazionale, le scelte politiche e militari degli anni recenti lo hanno spinto ad un’analisi provocatoria e molto dura. Che vi proponiamo.

“L’obiettivo degli studi sul terrorismo sta nell’individuare possibili vettori di resistenza, che vengono identificati e eradicati, come una malattia. Il cosiddetto Minerva Initiative considera l’intero pianeta come un territorio nemico”.

Ford spiega come il Dipartimento della Difesa americano consideri “sostenitore della violenza politica” chiunque “si opponga alla politica militare americana nel mondo, alle politiche repressive degli alleati americani, al sistema giudiziario americano improntato alla repressione razziale”.

“Il Pentagono definisce questo nuovo campo della ricerca come “studi sul terrorismo” e ne spiega la finalità, cioè il rafforzamento di quella che viene chiamata Guerra al terrore. Attraverso il Minerva Initiative, i militari hanno commissionato alle università studi su come gestire le popolazioni insoddisfatte nel mondo, inclusi gli Stati Uniti, e quel progetto è stato l’oggetto di un articolo sul Guardian del dottor Nafeez Ahmed, accademico che studia questioni di sicurezza internazionale”.

La guerra totale contro il pianeta

“ Il progetto Minerva ha pagato ricercatori della Cornel University per scoprire quando i movimenti sociali raggiungono una massa critica di persone, livello al quale divengono un pericolo per lo status quo. Nel linguaggio degli studi sul terrore, questi individui diventano contagiosi, come i vettori delle malattie. E neutralizzarli diventa lavoro per gli warfighters”.

“L’università di Washington sta studiando I movimenti su larga scala che coinvolgono moltissime persone in 58 paesi. Ecco quindi perché le agenzie di intelligence americane stanno intercettando i telefoni e le comunicazioni internet di pressochè tutta la popolazione del pianeta. Stanno mappando i network umani, le miriadi di associazioni per trovare possibili vettori di resistenza”. I militari Usa e l’intelligence hanno ad esempio “consultato gli accademici per studiare le dinamiche della rivoluzione egiziana nel 2011, delle elezioni russe nel 2011, della crisi dei sussidi petroliferi in Nigeria nel 2012 e delle proteste al Gazi Park in Turchia nel 2013, sempre con l’intento di prevenire il contagio per diffusione”. “L’esercito americano si sente coinvolto in una guerra totale contro il pianeta Terra. Quando i legislatori americani dicono di voler difendere la sicurezza nazionale da tutti i potenziali nemici, in realtà stanno difendendo l’ordine capitalistico prevalente contro tutti i movimenti sociali che potrebbero opporvisi, dovunque sul pianeta”.

Preso da: http://www.ilcambiamento.it/vertici_internazionali/terrorismo_dissenso_pentagono.html

Servizi segreti austriaci: Usa e Soros finanziano l’invasione dell’Europa

Vienna, 24 ago – Il periodico austriaco InfoDirekt, notoriamente vicino alle forze armate, sarebbe venuto a conoscenza di un rapporto interno dello Österreichischen Abwehramts (i servizi d’intelligence militari di Vienna) secondo cui, in base alle informazioni di un anonimo insider, organizzazioni non governative statunitensi finanzierebbero il traffico di immigrati illegali verso l’Europa, con specifico riferimento alla via del Mediterraneo centrale, quella che porta dalle coste libiche all’Italia meridionale.

Secondo l’articolo pubblicato alcuni giorni fa da InfoDirekt, i servizi austriaci valutano il costo per ogni persona che arriva in Europa molto più dei 3 mila dollari o euro di cui parlano i media: “I responsabili della tratta chiedono cifre esorbitanti per portare i profughi in Europa”, sarebbe scritto nel rapporto. Si va dai 7 ai 14 mila euro, secondo le aree di partenza e le diverse organizzazioni di trafficanti, mentre gli aspiranti immigrati sono per lo più troppo poveri per poter pagare simili cifre. La polizia austriaca che tratta i richiedenti asilo conosce questi dati da tempo ma nessuno è disposto a parlare e fare dichiarazioni su questo tema, nemmeno sotto anonimato.

Da parte dei servizi, tuttavia, “si è intuito che organizzazioni provenienti dagli Stati Uniti hanno creato un modello di co-finanziamento e contribuiscono a gran parte dei costi dei trafficanti”. Sarebbero “le stesse organizzazioni che, con il loro lavoro incendiario, hanno gettato nel caos l’Ucraina un anno fa”, con una chiara allusione alle “organizzazioni non governative” americane, cosiddette “umanitarie” e per i “diritti civili”, creazioni ed emanazioni del Dipartimento di Stato o direttamente dello speculatore e presunto filantropo Georges Soros come Human Rights Watch.

L’articolo termina con un appello “a giornalisti, funzionari di polizia e di intelligence” perché “partecipino attivamente nella ricerca di dati a sostegno delle accuse qui espresse. L’attuale situazione è estremamente pericolosa e il lavoro informativo può prevenire l’intensificarsi della crisi”.

Perché i neocon e le élite americane, dalle quali ci mettevano in guardia pochi giorni fa alcuni grandi politici della vecchia guardia d’oltreoceano, sarebbero tanto interessate al caos immigratorio in terra europea?

In un successivo articolo, lo stesso giornale austriaco rivelava che “anche in Austria c’è il Business dei profughi”, a tutto vantaggio di società riconducibili alla Barclays Bank, potentissima multinazionale finanziaria nota anche come “la corazzata dei Rothschild”, confermando quindi quanto riportato pochi giorni fa su queste colonne. Aggiungendo che i Rothschild non disdegnano alcun affare, tra cui quello degli immigrati da “accogliere” e curare con denaro pubblico.

Un business che, se nel 2014 ha potuto contare ancora su cifre tutto sommato marginali (si fa per dire: quasi 300mila presunti profughi in Europa), il più potente clan finanziario del mondo prevede soggetto a una crescita esponenziale: proprio il tipo di esplosivo aumento che, con molto disagio e un po’ di ingenua incredulità, ci siamo accorti aver intrapreso da un paio d’anni a questa parte tanto che, come riportato su questo giornale, agli 800mila ingressi di quest’anno ne potrebbero succedere ben due milioni nel 2016. Cioè, quasi dieci volte di più rispetto al 2014.

Il business diretto, quindi, come prima ragione dell’accanimento dei neocon e delle élite americane a favore dell’immigrazione clandestina nel vecchio continente.
Un’ulteriore ragione può individuarsi poi nell’analisi del controverso ma talora ben informato intellettuale francese Thierry Meyssan, presidente-fondatore della Rete Voltaire e della conferenza Axis for Peace, pubblicata alcuni mesi fa.

Secondo Meyssan, le migrazioni di massa verso la Ue non è la conseguenza accidentale dei conflitti nel Medio Oriente allargato e in Africa, ma un obiettivo strategico degli Stati Uniti.

Meyssan chiamava la strategia Usa “la teoria del Caos”, attribuendola a Leo Strauss (1899-1973), il filosofo padre e guru dei neocon annidati nel potere istituzionale Usa: “Il principio di questa dottrina strategica può essere così riassunto: il modo più semplice per saccheggiare le risorse naturali di un Paese sul lungo periodo non è occuparlo, ma distruggere lo Stato. Senza Stato, niente esercito. Senza esercito nemico, nessun rischio di sconfitta. Da quel momento, l’obiettivo strategico delle forze armate USA e dell’alleanza che esse guidano, la NATO, consiste esclusivamente nel distruggere Stati. Ciò che accade alle popolazioni coinvolte non è un problema di Washington”.

E ancora: “Le migrazioni nel Mediterraneo, che per il momento sono [state] soltanto un problema umanitario, continueranno a crescere fino a divenire un grave problema economico. Le recenti decisioni della Ue (…) non serviranno a bloccare le migrazioni, ma a giustificare nuove operazioni militari per mantenere il caos in Libia (e non per risolverlo)”.

Dissanguati – anche per propria inettitudine e tabù morali – dai costi dell’assistenza alle masse di clandestini, eventualmente impantanati fino al collo nelle paludi del caos della Libia, della Siria e – dio non voglia – dell’Ucraina, a un livello di intervento militare per il quale l’Europa difficilmente potrà trovarsi preparata, non rimarrà altro che implorare l’aiuto di Washington (accettandone le condizioni a partire dal Ttip) e rinunciare per sempre – se non l’abbiamo già fatto – a politiche di alleanze più naturali e diversificate. In altre parole, alla sovranità.

Francesco Meneguzzo

P.S. Grazie alla segnalazione di Fabio Varesi che cito di seguito:

“ECCO LA PROVA VIDEO CHE QUALCUNO IN LIBIA PAGA GLI SCAFISTI PERCHE’ I MIGRANTI NON POSSONO PERMETTERSELO!!

Ecco un video de la 7 che riprende un intervista ad un direttore di un carcere llibico! Egli afferma che i migranti una volta scarcerati, (badate bene senza piu’ soldi perche gli sono stati rubati dalla polizia Libica, come si vede dalle dalla dichiarazione di un detenuto) vengono presi dagli scafisti e costretti ad imbarcarsi…ora secondo logica , come mai gli scafisti dovrebbero mandare gratis sui barconi , degli ex detenuti , senza ormai nessun soldo a disposizione, e percio’ non potendo pagare nulla agli scafisti setessi??

E ALLORA CHI PAGA??

E ALLORA IO MI CHIEDO..I NS SERVIZI SEGRETI NON SANNO TUTTO CIO’????

E CHI SAREBBE IL NS PRIMO NEMICO, CHE VUOLE FARCI INVADERE??“

Originale con video: http://unaliraperlitalia.altervista.org/blog/2015/08/28/servizi-segreti-austriaci-usa-e-soros-finanziano-linvasione-delleuropa/#