I Fratelli Mussulmani come ausiliari del Pentagono

Continuiamo la pubblicazione del libro di Thierry Meyssan, Sotto i nostri occhi. In questo episodio l’autore descrive come l’organizzazione terrorista dei Fratelli Mussulmani sia stata integrata nel Pentagono e inserita nella rete antisovietica, formata durante la guerra fredda con ex nazisti.

| Damasco (Siria)

Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.
Si veda l’indice.
JPEG - 43.2 Kb
Il saudita Osama bin Laden e il medico personale, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, pubblicano nel 1998 Il Fronte Islamico mondiale contro gli ebrei e i crociati. Il testo è diffuso dal loro ufficio a “Londonistan”, l’Advice and Reformation Committee. Al-Zawahiri organizzò l’assassinio del presidente egiziano Sadat, poi lavorò per i servizi segreti sudanesi di Hasan al-Turabi e Omar al-Bashir. Ora è a capo di Al Qaeda.

GLI ISLAMISTI DIRETTI DAL PENTAGONO

Nei primi anni novanta il Pentagono decide di accorpare tra le sue “risorse” gli islamisti, che in precedenza dipendevano esclusivamente dalla CIA. È l’operazione Gladio B, in riferimento ai servizi segreti della NATO in Europa (Gladio A [1]).
Per un decennio tutti i capi islamici – tra cui Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri – viaggiano a bordo degli aerei dell’US Air Force. Regno Unito, Turchia e Azerbaigian partecipano all’operazione [2]: di conseguenza, gli islamisti finora combattenti nell’ombra vengono “pubblicamente” accorpati alle forze della NATO.

L’Arabia Saudita – in quanto Stato e pure proprietà privata dei Saud – diventa ufficialmente responsabile della gestione dell’islamismo globale. Nel 1992 il re promulga una legge fondamentale in virtù della quale “Lo Stato protegge la fede islamica e applica la Sharia. Impone il bene e combatte il male. Adempie ai doveri dell’Islam […] La difesa dell’islamismo, della società e della patria musulmane è dovere di ogni suddito del re”.
Nel 1993 Carlo, principe di Galles, fa transitare l’Oxford Centre for Islamic Studies sotto il suo patrocinio, mentre il capo dell’intelligence saudita – il principe Turki – ne assume la direzione.
Londra si trasforma apertamente nel centro nevralgico di Gladio B, al punto che si comincia addirittura a parlare di “Londonistan” [3]. Sotto lo scudo della Lega musulmana mondiale, i Fratelli musulmani arabi e il Jamaat-e-Islami del Pakistan danno vita a varie associazioni culturali e cultuali intorno alla moschea di Finsbury Park. Questa struttura renderà possibile il reclutamento di molti kamikaze, a partire da quelli che attaccheranno la scuola russa di Beslan fino a Richard Reid, l’uomo delle scarpe bomba. Nel Londonistan hanno sede in particolare molti media, case editrici, giornali (al-Hayat e Asharq al-Awsat, tutti diretti dai figli dell’attuale re saudita Salman) e televisioni (il gruppo MBC del principe al-Walid bin Talal, che trasmette su venti canali), non diretti alla diaspora musulmana in Gran Bretagna, bensì al mondo arabo. L’accordo tra gli islamisti e l’Arabia Saudita viene esteso al Regno Unito: libertà totale d’azione, ma divieto d’interferire nella politica interna. Il sistema si avvale di diverse migliaia di persone e rastrella enormi quantità di denaro. Rimarrà ufficialmente in vigore fino agli attentati dell’11 settembre 2001, quando per gli inglesi sarà impossibile continuare a giustificarlo.

JPEG - 63.3 Kb
Abu Musab, “il Siriano”, (nella foto insieme a Osama bin Laden) ha teorizzato, trasponendola in termini islamici, la “strategia della tensione”. Ha creato alla luce del sole due agenzie, una a Madrid, l’altra a Londra, per supervisionare gli attentati in Europa.

Abu Musab “Il Siriano”, superstite del colpo di Stato fallito ad Hama e contatto tra bin Laden e il Gruppo islamico armato (GIA) algerino, teorizza il “jihad decentrato”. Nel suo Appello alla resistenza islamica mondiale traduce in termini islamici la ben nota dottrina della “strategia della tensione”, con lo scopo di provocare le autorità e portarle a imporre una terribile repressione che costringerebbe il popolo a rivoltarsi. Tale teoria è già stata applicata dalle reti Gladio di CIA/NATO attraverso la manipolazione dell’estrema sinistra europea negli anni settanta e ottanta (Banda Baader-Meinhof, Brigate Rosse, Action directe). Naturalmente non è possibile che questa strategia abbia successo e CIA/NATO sanno benissimo che non può funzionare, visto che non è mai riuscita da nessuna parte; ma intendono comunque sfruttare la reazione repressiva dello Stato per insediare al potere i loro uomini. “Il Siriano” indica l’Europa e, soprattutto, gli Stati Uniti come prossimi campi di battaglia degli islamisti. Fugge dalla Francia dopo gli attentati del 1995 e, due anni dopo, crea a Madrid e nel Londonistan l’Islamic Conflict Studies Bureau, sul modello dell’Aginter Press che la CIA ha istituito a Lisbona negli anni sessanta/settanta. Le due grandi organizzazioni vantano un’eccelsa capacità nel preparare attentati sotto falsa bandiera (come quello di Piazza Fontana, attribuito all’estrema sinistra nel 1969 e quelli ai musulmani a Londra nel 2005).

JPEG - 59.5 Kb
Il consulente in comunicazione dei Fratelli Mussulmani, Mahmud Gibril al-Warfally, addestra i dittatori mussulmani a parlare un linguaggio democratico. Gibril riorganizza Al-Jazeera, indi diviene responsabile dell’insediamento di società USA in Libia, durante il regime Gheddafi, infine dirige il rovesciamento di Gheddafi.

Nello stesso periodo il libico Mahmud Gibril, professore all’Università di Pittsburgh, comincia a insegnare una lingua “politicamente corretta”. Vengono così addestrati emiri e generali di Arabia Saudita, Bahrein, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Kuwait, Marocco e Tunisia (ma anche di Singapore). Combinando i princìpi delle relazioni pubbliche con lo studio dei rapporti della Banca mondiale, i peggiori dittatori diventano capaci di disquisire con naturalezza dei loro ideali democratici e del loro profondo rispetto per i diritti umani.
La guerra contro l’Algeria sconfina in Francia. Jacques Chirac e il suo ministro degli Interni Charles Pasqua interrompono il sostegno ai Fratelli musulmani da parte di Parigi e vietano persino la diffusione dei libri di Yusuf al-Qaradawi (il predicatore della Fratellanza). È assolutamente necessario mantenere la presenza francese nel Maghreb, che gli inglesi intendono estirpare. Il Gruppo islamico armato (GIA) prende in ostaggio i passeggeri del volo Air France Algeri-Parigi (1994), fa esplodere bombe nella RER e in diverse zone della capitale francese (1995) e pianifica un gigantesco attentato – poi sventato – durante la Coppa del mondo di calcio (1998) tramite lo schianto di un aereo su una centrale nucleare. Ogni volta i sospettati riescono a fuggire trovando asilo nel Londonistan.

JPEG - 68 Kb
Sfilata della “Legione Araba” di Osama bin Laden per il presidente Alija Izetbegovic, in Bosnia-Erzegovina.

La guerra in Bosnia-Erzegovina scoppia nel 1992 [4]. Su precise istruzioni da parte di Washington, i servizi segreti pakistani (ISI) – sempre finanziati dall’Arabia Saudita – inviano 90 mila uomini a combattere contro i serbi, sostenuti da Mosca. Osama bin Laden ottiene un passaporto diplomatico bosniaco e diventa consigliere militare del presidente Alija Izetbegovic´ (che può contare sullo statunitense Richard Perle come consigliere diplomatico e sul francese Bernard-Henri Lévy come consigliere per i media). Forma la Legione araba con alcuni veterani dell’Afghanistan e ordina il finanziamento della Lega musulmana mondiale. Per riflesso comunitario o per competizione con l’Arabia Saudita, anche la Repubblica islamica dell’Iran si reca in soccorso ai musulmani in Bosnia. Di concerto con il Pentagono, invia diverse centinaia di Guardie della Rivoluzione e un’unità di Hezbollah libanese. Ma, soprattutto, consegna gran parte delle armi che saranno impiegate dall’esercito bosniaco. I servizi segreti russi, infiltrandosi nel campo di bin Laden, scoprono che l’intera burocrazia della Legione araba è redatta in lingua inglese e che gli ordini arrivano direttamente dalla NATO. Dopo la guerra verrà istituito un tribunale speciale internazionale, che perseguirà molti combattenti per crimini di guerra: ma nessun membro della Legione araba.

JPEG - 47.2 Kb
L’egiziano Muhamad al-Zawahiri partecipò a fianco del fratello Ayman (attuale capo di Al Qaeda) all’assassinio del presidente Sadat. Partecipò anche, a fianco della NATO, alle guerre di Bosnia-Erzegovina e del Kosovo. Comandò pure un’unità dell’UCK (Esercito di Liberazione del Kosovo).

Dopo tre anni di relativa calma, la guerra tra musulmani e ortodossi nella ex Jugoslavia riprende, questa volta in Kosovo. Viene costituito l’Esercito di liberazione del Kosovo (KLA, acronimo inglese di Kosovo Liberation Army), a partire da gruppi mafiosi addestrati dalle forze speciali tedesche (KSK) nella base turca di Incirlik. I musulmani albanesi e jugoslavi sono di cultura Naqshbandıˉ; Hakan Fidan, futuro direttore dei servizi segreti turchi, è ufficiale di collegamento tra NATO e Turchia. I veterani della Legione araba entrano nel KLA, tra cui una brigata comandata da uno dei fratelli di Ayman al-Zawahiri, e distruggono sistematicamente chiese e monasteri ortodossi, cacciando i cristiani.
Nel 1995, facendo rivivere la tradizione degli assassini politici, Osama bin Laden cerca di eliminare il presidente egiziano Hosni Mubarak, mentre l’anno successivo ci riprova con il leader libico Muammar Gheddafi. Questo secondo attentato è finanziato con 100 mila sterline dai servizi segreti inglesi, che vogliono punire il sostegno libico alla resistenza irlandese [5]. Ma l’operazione fallisce. Vari ufficiali libici fuggono nel Regno Unito, compreso Ramadan Abedi, il cui figlio, anni dopo, sarà accusato – sempre dai servizi britannici – di essere l’autore di un attentato a Manchester. La Libia inoltra le prove all’Interpol e spicca il primo mandato di cattura internazionale contro Osama bin Laden, che ancora dispone di un ufficio di pubbliche relazioni nel Londonistan.
Nel 1998 viene fondata a Parigi la Commissione araba per i diritti umani, finanziata dal NED. Il presidente è il tunisino Moncef Marzouki, portavoce il siriano Haytham Manna. Obiettivo è la difesa dei Fratelli musulmani arrestati in diversi paesi arabi a causa delle loro attività terroristiche. Marzouki è un medico di sinistra che collabora con loro da tempo, Manna uno scrittore che ha gestito gli investimenti di Hassan al-Turabi e della Fratellanza sudanese in Europa. Quando Manna va in pensione, è la sua compagna ad assumere la direzione dell’associazione. Viene sostituito dall’algerino Rachid Mesli, avvocato e in particolare difensore di Abbassi Madani e dei Fratelli algerini.

JPEG - 43.8 Kb
Figlio spirituale dell’islamista turco Necmettin Erbakan (al centro), Recep Tayyip Erdogan (a destra) ne diresse il gruppo di azione segreta, la Millî Görüs. Organizzò l’invio di armi in Cecenia e ospitò a Istanbul i principali emiri antirussi.

Nel 1999 – ossia dopo la guerra del Kosovo e la conquista del potere da parte degli islamisti a Groznyj – Zbigniew Brzezinski crea, con una coorte di neoconservatori, l’American Committee for Peace in Chechnya (Comitato americano per la pace in Cecenia). Se la prima guerra cecena è stata una questione interna russa in cui alcuni islamisti hanno interferito, la seconda è volta all’istituzione dell’Emirato islamico di Ichkeria. Brzezinski, che sta preparando l’operazione già da diversi anni, cerca di riprodurre l’esperimento dell’Afghanistan. I jihadisti ceceni – come Šamil Basaev – non sono stati addestrati in Sudan da bin Laden, ma in Afghanistan dai talebani. Per tutta la guerra ricevono supporto “umanitario” dal Millî Görüs turco di Necmettin Erbakan e Recep Tayyip Erdoğan, e dall’IHH, associazione turca creata in Germania sotto il nome di Internationale Humanitäre Hilfe. In seguito, i jihadisti organizzeranno diverse operazioni importanti, nello specifico contro il teatro di Mosca (2002: 170 morti, 700 feriti), contro una scuola di Beslan (2004: 385 morti, 783 feriti) e contro la città di Naltchik (2005: 128 morti e 115 feriti). Dopo il massacro di Beslan e la morte del leader jihadista Šamil Basaev, il Millî Görüs¸ e l’IHH organizzano – nella moschea Fatih d’Istanbul – un grande funerale, senza il suo corpo ma con decine di migliaia di militanti.

JPEG - 46.9 Kb
Presentata come attentato “antiamericano”, la distruzione, il 7 agosto 1998, dell’ambasciata degli Stati Uniti a Dar es Salaam (Tanzania) ha causato 85 feriti e 11 morti… ma nessuna vittima statunitense.

In questo periodo, ad Al Qaida sono attribuiti tre grandi attentati. Tuttavia, per quanto importanti siano queste operazioni, indicano il declino degli islamisti integrati nella NATO e al contempo sminuiti al livello di terroristi antiamericani. – Nel 1996 un camion bomba esplode contro un palazzo di otto piani ad Al Khobar, in Arabia Saudita, uccidendo 19 soldati statunitensi. Prima attribuita ad Al Qaida, la responsabilità dell’attentato ricade sull’Iran e, alla fine, su nessuno. – Nel 1998 due bombe esplodono davanti alle ambasciate statunitensi di Nairobi (Kenya) e di Dar es Salaam (Tanzania), uccidendo 298 africani ma nessun americano, e ferendone più di 4.500. Gli attentati sono rivendicati da un misterioso Esercito islamico di liberazione dei luoghi santi. Secondo le autorità statunitensi, presumibilmente sono stati commessi da membri della Jihad islamica egiziana per ritorsione all’estradizione di quattro loro membri. Eppure le stesse autorità accusano Osama bin Laden di esserne il mandante e l’FBI, alla fine, emette un mandato di cattura internazionale contro di lui. – Nel 2000 un’imbarcazione kamikaze esplode contro lo scafo del cacciatorpediniere USS Cole nel porto di Aden (Yemen). L’attacco viene rivendicato da Al Qaida nella penisola arabica (AQPA), ma un tribunale statunitense ritiene responsabile il Sudan.
Gli attacchi hanno luogo mentre prosegue la collaborazione tra Washington e gli islamisti, ed è così che Osama bin Laden conserva il suo ufficio nel Londonistan fino al 1999. Situato nel quartiere di Wembley, l’Advice and Reformation Committee (ARC) ha il compito di diffondere le dichiarazioni di bin Laden e, al tempo stesso, coprire le attività logistiche di Al Qaida, tra cui reclutamento, pagamento e acquisizione di materiali. Tra i suoi collaboratori a Londra ricordiamo il saudita Khalid al-Fawwaz e gli egiziani Adel Abdel Bari e Ibrahim Eidarous, tre figure soggette a mandati di cattura internazionale ma che comunque ricevono asilo politico nel Regno Unito. È nell’assoluta legalità che, a Londra, l’ufficio di bin Laden pubblicherà, nel febbraio 1998, il famoso appello al Jihad contro gli ebrei e i crociati. Gravemente malato di reni, bin Laden viene ricoverato nell’agosto 2001 presso l’ospedale americano di Dubai. Un capo di Stato del Golfo mi ha confermato di essere andato a trovarlo nella sua stanza, protetta dalla CIA.

LA FUSIONE DELLE DUE “GLADIO” E LA PREPARAZIONE DELL’ISIS

Nella stessa logica, l’amministrazione Bush accusa gli islamisti dei giganteschi attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti. Si impone la versione ufficiale, benché presenti numerose incongruenze. Il ministro della Giustizia assicura che gli aerei sono stati dirottati dagli islamisti, anche se – secondo le compagnie aeree – nessuno dei sospetti si trovava a bordo. Il dipartimento della Difesa pubblicherà un video in cui bin Laden rivendica gli attentati, benché li abbia rigettati pubblicamente e gli esperti del riconoscimento facciale e vocale affermino che l’uomo nel video non è bin Laden. Comunque sia, questi eventi servono da pretesto a Washington e Londra per lanciare la “guerra senza fine” e attaccare i loro ex alleati, i talebani in Afghanistan e l’Iraq di Saddam Hussein.

JPEG - 25.4 Kb
L’11 settembre 2001 Osama bin Laden non era in grado di compiere alcun attentato: si trovava all’ospedale militare di Rawalpindi (Pakistan), sottoposto a dialisi e morente.

Benché soffra da tempo di insufficienza renale cronica, Osama bin Laden muore il 15 dicembre 2001 a causa della sindrome di Marfan. Un agente dell’MI6 assiste al suo funerale in Afghanistan. In seguito, diversi sosia più o meno realistici tengono in vita la sua storia, tra cui un uomo che verrà poi ucciso da Omar Sheikh nel 2005, secondo la prima ministra pakistana Benazir Bhutto.
Nell’agosto 2002 l’MI6 organizza a Londra una conferenza dei Fratelli musulmani sul tema “La Siria per tutti”. I relatori presentano l’idea che la Siria sia oppressa dalla setta alawita e che solo i Fratelli musulmani siano in grado di offrire la vera libertà.
Dopo Sayyid Qutb e Abu Musab “Il Siriano”, gli islamisti optano per un nuovo stratega, Abu Bakr Naji. Nel 2004 questo personaggio – che oltretutto pare non essere mai esistito – pubblica online un libro, Management of Savagery [La gestione della barbarie] [6], una vera e propria teoria del caos. Anche se alcuni credono di leggervi lo stile di uno scrittore egiziano, sembra che il libro sia stato scritto in inglese per poi essere arricchito da citazioni coraniche superflue e tradotto in arabo. La “barbarie” del titolo non si riferisce al terrorismo, ma al ritorno allo stato di natura prima che la civiltà creasse lo Stato. Si deve riportare l’umanità all’“homo homini lupus”. La strategia del caos prevede tre fasi:
– Primo, demoralizzare ed esaurire lo Stato attaccandolo nei punti meno protetti. Si sceglieranno quindi obiettivi secondari, spesso privi d’interesse ma sparsi e facili da distruggere. Ciò può dare l’impressione di una rivolta generalizzata, di una rivoluzione. – Secondo, quando lo Stato si sarà ritirato dalle periferie e dalle campagne, conquistare determinate zone e controllarle, imponendo la Sharia per segnare il passaggio a una nuova forma di Stato. In questo periodo si stringeranno alleanze con tutti coloro che si oppongono al potere senza lasciarli sprovvisti di armi, per avviare così una guerra di posizione. – Terzo, proclamare lo Stato islamico.
Tale trattato nasce dalla scienza militare contemporanea e attribuisce grande importanza alle operazioni psicologiche, come l’uso spettacolare della violenza. In pratica, la strategia non ha nulla a che fare con la rivoluzione, ma con la conquista di un paese da parte di potenze estere, presupponendovi un investimento enorme. Come sempre nella letteratura sovversiva, le cose più interessanti si trovano in ciò che non viene detto o che viene semplicemente citato di sfuggita: – preparare le popolazioni ad accogliere i jihadisti richiede preliminarmente la realizzazione di una rete di moschee e opere sociali, com’è avvenuto in Algeria prima della guerra “civile”; – per avviare le operazioni militari è necessario importare prima le armi, soprattutto perché, successivamente, i jihadisti non avranno modo di riceverle, e ancor meno le munizioni. Dovranno essere appoggiati dall’estero; – il controllo delle aree occupate presuppone una precedente formazione di alti funzionari, come quelli degli eserciti regolari responsabili della “ricostruzione degli Stati”; – infine, la guerra di posizione presuppone la costruzione di vaste infrastrutture che richiedono materiali, ingegneri e architetti.
Di fatto, richiamarsi a tale opera conferma che gli islamisti intendono continuare a svolgere un ruolo militare per conto di potenze straniere, ma, questa volta, su larga scala.
Nel 2006 gli inglesi chiedono all’emiro del Qatar, Hamad, di porre la sua rete TV panaraba Al Jazeera al servizio dei Fratelli musulmani [7]. Il libico Mahmud Gibril – che ha insegnato alla famiglia reale a parlare il linguaggio democratico – è responsabile dell’introduzione graduale dei Fratelli nella rete e della creazione di canali in lingua estera (inglese e poi bosniaca e turca) e di un canale per i bambini. Il predicatore Yusuf al-Qaradawi diventa “consulente religioso” di Al Jazeera. Naturalmente, il canale trasmetterà e convaliderà le registrazioni audio e video di “Osama bin Laden”.
Nello stesso periodo, le truppe statunitensi in Iraq devono affrontare una rivolta generalizzata. Dopo essere stati massacrati dalla repentina e brutale invasione (tecnica shock and awe, “colpisci e terrorizza”), gli iracheni organizzano la resistenza. L’ambasciatore statunitense a Baghdad, John Negroponte – futuro direttore della National Intelligence – propone di sconfiggerli dividendoli e facendo in modo di scatenare la rabbia contro loro stessi, trasformando quindi la resistenza all’occupazione in guerra civile. Negroponte è un esperto di operazioni segrete: ha partecipato al Phoenix Program in Vietnam, organizzato la guerra civile in El Salvador e l’operazione Iran-Contras in Nicaragua e ha fatto fallire la ribellione del Chiapas in Messico. L’ambasciatore convoca uno degli uomini che lo ha fiancheggiato a El Salvador, il colonnello James Steele, e gli affida la creazione delle milizie irachene sciite contro i sunniti e di quelle sunnite contro gli sciiti. Per quanto riguarda le milizie sunnite, Steele ricorre agli islamisti: a partire da Al Qaida in Iraq crea un esercito da una coalizione tribale, l’Emirato islamico in Iraq (futuro ISIS), sotto la copertura della polizia speciale (“Brigata dei Lupi”). Per terrorizzare le vittime e le rispettive famiglie, addestra l’Emirato alle torture con i metodi della Scuola delle Americhe e del Fu Hsing Kang College di Taiwan, dove ha insegnato. Nel giro di pochi mesi, un nuovo orrore si abbatte sugli iracheni dividendoli per appartenenza religiosa. In seguito, quando il generale David Petraeus prenderà il comando delle truppe USA nel paese, nominerà il colonnello James H. Coffman per lavorare con Steele e stilargli i rapporti sull’operazione, mentre Brett H. McGurk riferirà direttamente al presidente. I principali capi dell’Emirato islamico sono reclutati a Camp Bucca e soggetti ad addestramento nella prigione di Abu Ghraib secondo i metodi del “lavaggio del cervello” ideati dai professori Albert D. Biderman e Martin Seligman [8]. Il tutto è supervisionato da Washington da parte del segretario della Difesa, Donald Rumsfeld, dal quale dipende direttamente Steele.
Nel 2007 Washington comunica alla Fratellanza la necessità di rovesciare i regimi laici del Grande Medio Oriente – anche degli Stati alleati – e quindi di prepararsi a prendere il potere. La CIA disegna le alleanze tra i Fratelli e alcune personalità o partiti laici in tutti gli Stati della regione. Allo stesso tempo, collega i due rami della “Gladio” stabilendo legami tra gruppi nazisti occidentali e gruppi islamisti orientali.
Queste alleanze sono talvolta instabili. Per esempio, alla “Conferenza nazionale dell’opposizione libica” a Londra, i Fratelli riescono a riunire attorno a loro soltanto il Gruppo combattente islamico libico (Al Qaida in Libia) e la Fratellanza wahhabita senussita. La piattaforma programmatica prevede la restaurazione della monarchia e l’Islam come religione di Stato. Più convincente è la costituzione del Fronte di salvezza nazionale, a Berlino, che sancisce l’unione tra i Fratelli e l’ex vicepresidente siriano Abdel Halim Khaddam.

JPEG - 18.2 Kb
Dmytro Yarosh durante il congresso del Fronte antimperialista di Ternopil’ (2007). Realizzerà la congiunzione tra i nazisti di Gladio A e gli islamisti di Gladio B; in seguito diventerà vicesegretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale dell’Ucraina, dopo la “rivoluzione colorata” dell’EuroMaidan (2014).

L’8 maggio 2007, a Ternopil’ (nell’Ucraina occidentale), gruppi nazisti e islamisti creano un fronte antimperialista per combattere contro la Russia. Vi partecipano alcune organizzazioni di Lituania, Polonia, Ucraina e Russia, tra cui i separatisti islamici di Crimea, Adighezia, Daghestan, Inguscezia, Cabardino-Balcaria, Karacˇaj-Circassia, Ossezia e Cecenia. Non potendo assistervi a causa delle sanzioni internazionali, Doku Umarov – che ha abolito la Repubblica cecena e proclamato l’Emirato islamico di Ichkeria – fa leggere il suo intervento. Il Fronte è diretto dal nazista Dmytro Yarosh che più tardi, col colpo di Stato a Kiev del febbraio 2014, diventerà vicesegretario del Consiglio per la sicurezza nazionale dell’Ucraina.
In Libano, nel maggio-giugno 2007, l’esercito nazionale assedia il campo palestinese di Nahr al-Bared, dopo che i membri di Fatah al-Islam vi si sono asserragliati. I combattimenti durano 32 giorni e costano la vita a 76 soldati, tra i quali una trentina vengono decapitati.

JPEG - 21.9 Kb
Il turco-irlandese El Medhi El Hamid El Hamdi, detto “Mahdi Al-Harati”, agente CIA presente nella Flottiglia della Libertà, bacia il presidente Erdogan che gli rende visita in ospedale. Mahdi Al-Harati diventerà in seguito il numero 2 dell’Esercito Siriano Libero.

Nel 2010 la Confraternita organizza la Freedom Flotilla tramite l’IHH. Ufficialmente si tratta di sfidare l’embargo israeliano e fornire assistenza umanitaria agli abitanti di Gaza [9], mentre in realtà la nave ammiraglia cambia bandiera durante la navigazione passando ai colori turchi. Molte spie si mischiano tra gli attivisti non violenti che partecipano alla spedizione, tra cui un agente della CIA, l’irlandese Mahdi al-Harati. Cadendo nella trappola tesagli dagli Stati Uniti, il primo ministro d’Israele Benjamin Netanyahu ordina l’assalto alle imbarcazioni in acque internazionali, provocando 10 morti e 54 feriti. Tutto il mondo condanna l’atto di pirateria, sotto lo sguardo beffardo della Casa Bianca. Israele, che rifornisce di armi i jihadisti in Afghanistan e ha sostenuto la creazione di Hamas contro l’OLP di Yasser Arafat, si è opposto agli islamisti nel 2008 e li ha bombardati a Gaza insieme agli abitanti. Netanyahu in questo modo paga l’operazione “Piombo fuso” che ha condotto insieme all’Arabia Saudita contro il parere della Casa Bianca. Mentre i passeggeri della flottiglia vengono rilasciati da Israele, la stampa turca mostra il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan che rende visita a Mahdi al-Harati in ospedale.
(segue…)

[1] NATO’s secret armies: operation Gladio and terrorism in Western Europe, Daniele Ganser, Foreword by Dr. John Prados, Frank Cass/Routledge (2005).
[2] Classified Woman: The Sibel Edmonds Story : A Memoir, Sibel Edmonds (2012).
[3] Londonistan, Melanie Phillips, Encounter Books (2006).
[4] Wie der Dschihad nach Europa kam, Jürgen Elsässer, NP Verlag (2005); Intelligence and the war in Bosnia 1992-1995: The role of the intelligence and security services, Nederlands Instituut voor Oologsdocumentatie (2010). Al-Qaida’s Jihad in Europe: The Afghan-Bosnian Network, Evan Kohlmann, Berg (2011).
[5] « David Shayler : « J’ai quitté les services secrets britanniques lorsque le MI6 a décidé de financer des associés d’Oussama Ben Laden » », Réseau Voltaire, 18 novembre 2005.
[6] The Management of Savagery: The Most Critical Stage Through Which the Umma Will Pass, Abu Bakr Naji, Harvard University (2006).
[7] “Wadah Khanfar, al-Jazeera e il trionfo della propaganda televisiva”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 24 settembre 2011.
[8] “Il segreto di Guantanamo”, di Thierry Meyssan, Оdnako (Russia) , Rete Voltaire, 28 ottobre 2009.
[9] “Flottiglia della Libertà: il dettaglio che Netanyahu ignorava”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 27 giugno 2010.
Annunci

I terroristi dell’UCK saranno mai processati?


français  Español  Deutsch  عربي  Türkçe  فارسى  Português  English

L’ex primo ministro kosovaro, Ramush Haradinaj, è stato arrestato dalla giustizia francese all’aeroporto di Basilea-Mulhouse e poi rimesso in libertà sotto controllo giudiziario. La Serbia ne chiede l’estradizione per i crimini commessi negli anni Novanta, quando Haradinaj faceva parte dell’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK).

Il Kosovo è uno Stato creato dalla NATO, ma non è riconosciuto dalla comunità internazionale.
L’UCK, che è stato formato dalla NATO partendo dalla mafia albanese, ha condotto in Jugoslavia una campagna di terrorismo cieco, provocando una repressione indiscriminata di Belgrado che servì alla NATO per giustificare la guerra. Gli ufficiali dell’UCK furono addestrati in Turchia dal KSK tedesco per conto dell’Alleanza atlantica. [1]

A distanza di 17 anni, dovrebbe vedere la luce un tribunale penale internazionale per giudicare i crimini commessi dall’UCK. I crimini imputati alla Serbia sono stati invece immediatamente puniti.
La NATO, non potendo provare i crimini contro l’umanità imputati al presidente Slobodan Milosevic, lo fece assassinare nel 2006 nella sua cella, dopo diversi anni di processo senza esito. La sua morte preannunciò quelle di Saddam Hussein e di Muammar Gheddafi, anche loro vittime della NATO.
Ramush Haradinaj è già stato giudicato nel 2007 dal Tribunale internazionale per l’ex-Jugoslavia. L’intelligence NATO si rifiutò di comunicare alla procuratrice Carla Del Ponte la documentazione su Haradinaj in suo possesso. Oltre una decina di testimoni a carico furono assassinati prima di comparire davanti alla Corte. Per cui, alla fine, Haradinaj fu assolto.
Se una giurisdizione ad hoc nascesse ora, il primo imputato sarebbe l’attuale presidente kosovaro Hashim Thaci. Nell’attesa, la Serbia chiede giustizia.
Durante l’udienza per la messa in stato d’accusa, Ramush Haradinaj ha insultato i magistrati francesi, accusandoli di essere al servizio del defunto presidente Milosevic. Il suo avvocato, Rachel Lindon, ha invocato l’incompetenza di Belgrado, adducendo che il suo cliente è già stato giudicato all’Aia. L’accusa ha però osservato che, tenuto conto della morte dei testimoni, il primo processo non ha potuto deliberare sull’insieme dei crimini.
L’estradizione di Ramush Haradinaj in Serbia richiede il consenso del governo francese.

[1] KSK: Kommando Spezialkrafte, corpo di truppe scelte dell’esercito tedesco, creato il 1° aprile 1996. Il suo organico, formalmente segreto, è stimato in 1.100 soldati. Ndt.

Preso da: https://www.voltairenet.org/article194933.html

Ecco come la Bulgaria ha fornito droga e armi ad Al-Qa’ida e a Daesh

I migliori segreti hanno uno scopo. Il cartello mafioso che governa la Bulgaria si è fatto beccare mentre forniva, su richiesta della CIA, droga e armi ad Al-Qa’ida e a Daesh, sia in Libia che in Siria. Il caso è tanto più grave in quanto la Bulgaria è un membro della NATO e dell’Unione Europea.

| Damasco (Siria)

JPEG - 35.1 Kb
Capo di uno dei due cartelli mafiosi bulgari, la SIC, Boyko Borisov è diventato primo ministro. Intanto che il suo Paese è membro della NATO e dell’Unione Europea, ha fornito droga e armi ad Al-Qa’ida e a Daesh in Libia e in Siria.
Sembra che tutto sia iniziato per caso. Per trent’anni, la fenetillina veniva utilizzata come sostanza dopante presso gli ambienti sportivi della Germania Occidentale. Secondo l’allenatore Peter Neururer, più della metà degli atleti ne faceva uso regolarmente. Dei trafficanti bulgari videro in ciò un’opportunità. Dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica sino all’ingresso nell’Unione europea, cominciarono a produrla e a esportarla illegalmente in Germania con il nome di Captagon.

Due gruppi mafiosi si fecero una forte concorrenza, Vasil Iliev Security (VIS) e Security Insurance Company (SIC), da cui dipendeva il karateka Boyko Borisov. Questo sportivo di alto livello, professore all’Accademia di polizia, creò una società di protezione delle persone altolocate e divenne la guardia del corpo di entrambi gli ex presidenti, sia il filosovietico Todor Zhivkov sia il filo-USA Simeone II di Saxe -Cobourg-Gotha. Quando questi divenne Primo ministro, Borisov fu nominato direttore centrale del ministero degli Interni, e poi venne eletto sindaco di Sofia.

Nel 2006, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Bulgaria (e futuro ambasciatore in Russia), John Beyrle, ne fa un ritratto in un dispaccio confidenziale rivelato da Wikileaks. Lo presenta come legato a due grandi boss mafiosi, Mladen Mihalev (detto “Madzho”) e Rumen Nikolov (detto “Il Pascià”) [1], i fondatori della SIC.
Nel 2007, secondo un rapporto di una grande società svizzera, US Congressional Quarterly assicura che egli aveva insabbiato parecchie indagini presso il Ministero degli Interni e si trovava lui stesso coinvolto in 28 delitti di mafia. Sarebbe diventato un partner di John E. McLaughlin, il vice direttore della CIA. Avrebbe installato in Bulgaria una prigione segreta dell’Agenzia e avrebbe contribuito a fornire una base militare nel quadro del progetto d’attacco contro l’Iran, ha aggiunto il giornale [2].
Nel 2008, lo specialista tedesco di criminalità organizzata, Jürgen Roth, descrive Boyko Borisov come «l’Al Capone bulgaro» [3].
Divenuto lui stesso Primo ministro, mentre il suo paese era già membro della NATO e dell’UE, venne sollecitato dall’Agenzia affinché desse un aiuto nella guerra segreta contro Muammar el-Gheddafi. Boyko Borisov fornì il Captagon prodotto dalla SIC ai jihadisti di Al-Qa’ida in Libia. La CIA rese questa droga sintetica più attraente e più efficiente mescolandola con una droga naturale, l’hashish, consentendo così di manipolare più facilmente i combattenti e di renderli più terrificanti, in linea con i lavori di Bernard Lewis [4]. In seguito, Borisov ha esteso il suo mercato alla Siria.
Ma la cosa più importante si è avuta quando la CIA, utilizzando le peculiarità di un ex Stato membro del Patto di Varsavia che aveva aderito alla NATO, acquistò da esso armamenti di tipo sovietico per un valore di 500 milioni di dollari e li trasportò in Siria. Si trattava principalmente di 18.800 lanciagranate anticarro portatili e di 700 sistemi di missili anti-carro Konkurs.
Quando Hezbollah inviò una squadra in Bulgaria per informarsi su questo traffico, un bus di turisti israeliani fu oggetto di un attentato a Burgas, che causò 32 feriti. Immediatamente, Benjamin Netanyahu e Boyko Borisov accusarono la Resistenza libanese, mentre i media atlantisti diffusero numerose accuse contro il presunto attentatore suicida di Hezbollah. In ultima analisi, il medico legale, la dottoressa Galina Mileva, si accorse che la sua salma non corrispondeva alle descrizioni dei testimoni; un responsabile del controspionaggio, il colonnello Lubomir Dimitrov, notò che non si trattava di un attentatore suicida, ma di un semplice corriere, e che la bomba era stata attivata a distanza, probabilmente a sua insaputa; mentre la stampa accusava due arabi che avevano cittadinanza canadese e australiana, la Sofia News Agency citò un complice statunitense conosciuto con lo pseudonimo di David Jefferson. Così, quando l’Unione europea approfittò del caso per classificare Hezbollah come “organizzazione terroristica”, il Ministro degli Esteri in carica durante il breve periodo in cui Borisov è stato escluso dal potere esecutivo, Kristian Vigenine, ha sottolineato che, in realtà, non ci sono prove per collegare l’attacco alla resistenza libanese [5].
A partire dalla fine del 2014, la CIA cessò di dare ordini e fu sostituita dall’Arabia Saudita, che ha così potuto comprare armi non più di armi di tipo sovietico, bensì materiale della NATO, come i missili anticarro filoguidati BGM-71 TOW. Ben presto, Riad fu sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti [6]. I due Stati del Golfo assicurarono essi stessi la consegna ad Al-Qa’ida e a Daesh tramite la Saudi Arabian Cargo e la Etihad Cargo, sia presso Tabuk lungo la frontiera saudita-giordana, sia presso la base comune degli Emirati, della Francia e degli USA che si trova a Dhafra.
Nel giugno 2014, la CIA aggiunge un ulteriore strato a tutto ciò. Si tratta stavolta di proibire alla Bulgaria di lasciar passare sul suo territorio il gasdotto russo South Stream che avrebbe potuto rifornire l’Europa occidentale [7]. Questa decisione, che ha privato la Bulgaria di ricavi importantissimi, permette da un lato di rallentare la crescita dell’Unione europea, conformemente al piano Wolfowitz [8]; dall’altro lato, consente di applicare sanzioni europee a danno della Russia, comminate con il pretesto della crisi in Ucraina; poi di sviluppare il gas di scisto in Europa orientale [9], e, infine, di mantenere l’interesse a rovesciare la Repubblica araba siriana, possibile grande esportatore di gas. [10]
Secondo le ultime voci, la Bulgaria — Stato membro della NATO e dell’Unione europea — persiste nel fornire illegalmente droga e armi ad Al-Qa’ida e a Daesh, nonostante la recente risoluzione 2253 adottata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Traduzione
Matzu Yagi
[1] “Bulgaria’s most popular politician: great hopes, murky ties”, John Beyrle, May 9, 2006.
[2] “Bush’s Bulgarian Partner in the Terror War Has Mob History, Investigators Say”, Jeff Stein, U.S. Congressional Quarterly, May 2007.
[3] Die neuen Dämonen, Jürgen Roth, 2008.
[4] The Assassins: A Radical Sect in Islam, Bernard Lewis, Weidenfeld & Nicolson, 1967.
[5] “La Bulgaria non ritiene Hezbollah responsabile dell’attentato di Burgas”, Rete Voltaire, 7 giugno 2013.
[6] « Mise à jour d’une nouvelle filière de trafic d’armes pour les jihadistes », par Valentin Vasilescu, Traduction Avic, Réseau Voltaire, 24 décembre 2015.
[7] “Chi ha sabotato il gasdotto South Stream”, di Manlio Dinucci, Tommaso di Francesco, Il Manifesto (Italia), Rete Voltaire, 10 giugno 2014.
[8] « US Strategy Plan Calls For Insuring No Rivals Develop » and « Excerpts from Pentagon’s Plan : “Prevent the Re-Emergence of a New Rival » », Patrick E. Tyler, New York Times, March 8, 1992. « Keeping the US First, Pentagon Would preclude a Rival Superpower », Barton Gellman, The Washington Post, March 11, 1992.
[9] “Blocco del South Stream, lo «schiaffo» degli Usa all’Europa”, di Manlio Dinucci, Il Manifesto (Italia), Rete Voltaire, 5 dicembre 2014.
[10] “La Siria al centro della guerra del gas nel Medio Oriente”, di Imad Fawzi Shueibi, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 10 maggio 2012.

Preso da: https://www.voltairenet.org/article189812.html

Mihajlovic: «Vi racconto la mia Serbia, prima bombardata e poi abbandonata»

Vi riproponiamo questa intervista di Sinisa Mihajlovic rilasciata al ‘Corriere di Bologna’ in occasione dei 10 anni dalla guerra della NATO contro la Jugoslavia. Nel nostro piccolo, un incoraggiamento, ad un grande calciatore, grande allenatore, soprattutto all’Uomo, leggete questa intervista e capirete il perché del nostro omaggio.

Mihajlovic: «Vi racconto la mia Serbia, prima bombardata e poi abbandonata»
Sinisa Mihajlovic, oggi, ha annunciato di aver la leucemia, e allo stesso che lotterà fino all’ultimo per sconfiggere questa malattia. Noi ci crediamo, la vincerà, nel nostro piccolo vogliamo incoraggiarlo, riprendendo una sua intervista al ‘Corriere di Bologna’, rilasciata quando ricorrevano i 10 anni dei bombardamenti della NATO contro la Jugoslavia avvenuti nel 1999.

In questa intervista emerge l’Uomo Sinisa Mihajlovic, lo ammirerete ancora di più oltre alle sue qualità di calciatore e di allenatore.

Fonte intervista

Sinisa Mihajlovic.

Non rinnega, perché è fiero. Non ha vergogna, perché non c’è paura. Parlare di forza del gruppo, spogliatoio coeso non è il suo rifugio. Per star comodamente al mondo, anche in quello del calcio, basta dire ovvie banalità. Si fa così, è il protocollo da conferenza stampa. Racconta niente, ma basta a sfamare tutti. Sinisa Mihajlovic no. Non la prende mai alla larga, non ci gira attorno. Va dentro il problema, lo spacca, lo analizza. Poi lo ripone daccapo, con un’altra domanda e una nuova ancora, finché sei tu a cercare risposte e a dover ricomporre certezze sgretolate. Mihajlovic è una persona forte, cresciuto sotto il generale Tito, svezzato da due guerre, indurito dall’orgoglio della sua Serbia. Gli storici sogni di grandezza del Paese sono scomparsi, resta a mala pena la voglia di farcela a sopravvivere. L’allenatore del Bologna è un «privilegiato», almeno così dice chi guarda da fuori. E in fondo è vero. Aveva notorietà e miliardi in tasca quando sulla sua casa piovevano bombe. Aveva tutto, ha ancora l’umiltà di non dimenticare da dove viene e chi è.
Il 24 marzo 1999 la Nato cominciò i bombardamenti sulla Federazione Jugoslava. Quando l’hai saputo? Dov’eri?

«In ritiro con la nazionale slava. La notte prima ci avvisarono che la guerra sarebbe potuta cominciare. Eravamo al confine con l’Ungheria, la Federazione ci trasferì in fretta a Budapest. La mattina dopo sulla Cnn c’erano già i caccia della Nato che sventravano la Serbia».

Qual è stata la tua prima reazione? 

«Ho contattato i miei genitori, stavano a Novi Sad. Li ho fatti trasferire a Budapest, ma papà non voleva. Da lì siamo partiti per Roma (ai tempi giocava nella Lazio, ndr), ma dopo due giorni mio padre Bogdan ha voluto tornare in Serbia. Mi disse: “Sono già scappato una volta da Vukovar a Belgrado durante la guerra civile. Non lo farò ancora, non potrei più guadare i vicini di casa quando i bombardamenti finiranno”. Prese mia madre Viktoria e se ne andarono. Ero preocuppato, ma fiero di lui».

Dieci anni dopo come giudichi quella guerra? 

«Devastante per la mia patria e il mio popolo. A Novi Sad c’erano due ponti sul Danubio: li fecero saltare subito. Ci misero in ginocchio dal primo giorno. Prima della guerra per andare dai miei genitori dovevo fare 1,4 km, ma senza ponti eravamo costretti a un giro di 80 chilometri. Per mesi la gente ha sofferto ingiustamente. Bombe su ospedali, scuole, civili: tutto spazzato via, tanto non faceva differenza per gli americani. Sul Danubio giravano solo delle zattere vecchie. Come la giudico? Ho ricordi terribili, incancellabili, inaccettabili».

Ma la reazione della Nato fu dettata dalla follia di Milosevic. La storia dice che fu lui a provocare quella guerra. 

«Siamo un popolo orgoglioso. Certo tra noi abbiamo sempre litigato, ma siamo tutti serbi. E preferisco combattere per un mio connazionale e difenderlo contro un aggressore esterno. So dei crimini attribuiti a Milosevic, ma nel momento in cui la Serbia viene attaccata, io difendo il mio popolo e chi lo rappresenta».

L’hai conosciuto? 

«Ci ho parlato tre-quattro volte. Aveva una mia maglietta della Stella Rossa di Belgrado e mi diceva: Sinisa se tutti i serbi fossero come te ci sarebbero meno problemi in questa terra».

Il tuo rapporto con gli americani? 

«Non li sopporto. In Jugoslavia hanno lasciato solo morte e distruzione. Hanno bombardato il mio Paese, ci hanno ridotti a nulla. Dopo la Seconda Guerra Mondiale avevano aiutato a ricostruire l’Europa, a noi invece non è arrivato niente: prima hanno devastato e poi ci hanno abbandonati. Bambini e animali per anni sono nati con malformazioni genetiche, tutto per le bombe e l’uranio che ci hanno buttato addosso. Che devo pensare di loro?».

Rifaresti tutto ciò che hai fatto in quegli anni, compreso il necrologio per Arkan? 

«Lo rifarei, perché Arkan era un mio amico: lui è stato un eroe per il popolo serbo.

 

 

Era un mio amico vero, era il capo degli ultras della Stella Rossa quando io giocavo lì. Io gli amici non li tradisco né li rinnego. Conosco tanta gente, anche mafiosi, ma non per questo io sono così. Rifarei il suo necrologio e tutti quelli che ho fatto per altri».

Ma le atrocità commesse? 

«Le atrocità? Voi parlate di atrocità, ma non c’eravate. Io sono nato a Vukovar, i croati erano maggioranza, noi serbi minoranza lì. Nel 1991 c’era la caccia al serbo: gente che per anni aveva vissuto insieme da un giorno all’altro si sparava addosso. È come se oggi i bolognesi decidessero di far piazza pulita dei pugliesi che vivono nella loro città. È giusto? Arkan venne a difendere i serbi in Croazia. I suoi crimini di guerra non sono giustificabili, sono orribili, ma cosa c’è di non orribile in una guerra civile?»

Sì, ma i croati… 

«Mia madre Viktoria è croata, mio papà serbo. Quando da Vukovar si spostarono a Belgrado, mia mamma chiamò suo fratello, mio zio Ivo, e gli disse: c’è la guerra mettiti in salvo, vieni a casa di Sinisa. Lui rispose: perché hai portato via tuo marito? Quel porco serbo doveva restare qui così lo scannavamo. Il clima era questo. Poi Arkan catturò lo zio Ivo che aveva addosso il mio numero di telefono. Arkan mi chiamò: “C’è uno qui che sostiene di essere tuo zio, lo porto a Belgrado”. Non dissi niente a mia madre, ma gli salvai la vita e lo ospitai per venti giorni».

Hai nostalgia della Jugoslavia? 

«Certo, di quella di Tito. Slavi, cattolici, ortodossi, musulmani: solo il generale è riuscito a tenere tutti insieme. Ero piccolo quando c’era lui, ma una cosa ricordo: del blocco dei Paesi dell’Est la Jugoslavia era il migliore. I miei erano gente umile, operai, ma non ci mancava niente. Andavano a fare spese a Trieste delle volte. Con Tito esistevano valori, famiglia, un’idea di patria e popolo. Quando è morto la gente è andata per mesi sulla sua tomba. Con lui la Jugoslavia era il paese più bello del mondo, insieme all’Italia che io amo e che oggi si sta rovinando».

Sei un nazionalista? 

«Che vuol dire nazionalista? Di sicuro non sono un fascista come ha detto qualcuno per la faccenda di Arkan. Ho vissuto con Tito, sono più comunista di tanti. Se nazionalista vuol dire patriota, se significa amare la mia terra e la mia nazione, beh sì lo sono».

È giusta l’indipendenza del Kosovo?

«Il Kosovo è Serbia. Punto. Non si possono cacciare i serbi da casa loro. No, l’indipendenza non è giusta per niente».

Dieci anni dopo la guerra cos’è la Serbia? 

«Un paese scaraventato indietro di 50-100 anni. A Belgrado il centro è stato ricostruito, ma fuori c’è devastazione. E anche dentro le persone. Oggi educare un bambino è un’impresa impossibile».

Perché? 

«Sotto Tito t’insegnavano a studiare, per migliorarti, magari per diventare un medico, un dottore e guadagnare bene per vivere bene, com’era giusto. Oggi lo sapete quanto prende un primario in Serbia? 300 euro al mese e non arriva a sfamare i suoi figli. I bimbi vedono che soldi, donne, benessere li hanno solo i mafiosi: è chiaro che il punto di riferimento diventa quello. C’è emergenza educativa in Serbia. L’educazione dobbiamo far rinascere».

Sei ambasciatore Unicef da dieci anni e hai aperto una casa di accoglienza per li orfani a Novi Sad. 

«Sì è vero, ce ne sono 150, ma non ne voglio parlare. So io ciò che faccio per il mio Paese. Una cosa non ho mai fatto, come invece alcuni calciatori croati: mandare soldi per comprare armi».

L’immagine peggiore che hai della guerra? 

«Giocavo nella Lazio. Apro Il Messaggero e vedo una foto con due cadaveri. La didascalia diceva: due croati uccisi dai cecchini serbi. Uno aveva una pallottola in fronte. Era un mio caro amico, serbo. Lì ho capito, su di noi hanno raccontato tante cose. Troppe non vere».

Guido De Carolis
Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-mihajlovic_vi_racconto_la_mia_serbia_prima_bombardata_e_poi_abbandonata/6_29460/

Fonte: Corriere di Bologna – Foto ANSA
Notizia del:

Documenti inediti del governo Tedesco sulla distruzione della Serbia e sui piani “Euro-atlantici” nei Balcani, a cura di E. Vigna e R.Veljovic

10 luglio 2019.
La redazione MIG ha il piacere di ospitare sul suo portale il Forum Belgrado Italia e i collaboratori del Centro Iniziative Verità e Giustizia (CIVG), che in questi anni hanno fornito prezioso aiuto informativo e un grande aiuto umanitario (vero) ai popoli aggrediti dalla macchina bellica occidentale, dalla Jugoslavia\Kosovo, al Donbass e per finire alla Siria.
https://i1.wp.com/www.guiageo-europa.com/mapas/mapa/yugoslavia.jpg
Questa importantissima documentazione di fonte pienamente DOC ( in senso di occidentale), che abbiamo tradotto e completato, conferma tragicamente quanto detto, ribadito, documentato, da tutti coloro che, senza riserve e tentennamenti, si schierarono da subito contro la “guerra umanitaria” verso la RF Jugoslava, identificandola come una guerra assolutamente di aggressione, con intenti e obiettivi geopolitici e geostrategici, altro che diritti, democrazia, libertà.
Purtroppo questo non fu compreso o molti non vollero capirlo per motivi del “politicamente corretto”, anche grazie al ruolo fondamentale dei “distrazionisti o disturbatori” di professione, ben stipendiati e funzionali alle potenze occidentali, in ogni caso per il movimento della pace italiano e europeo, questa “incomprensione”, segnò l’inizio della fine di un movimento della pace vero e svincolato da logiche istituzionali o partitiche.

In questi venti anni ed oggi, di fronte alle aggressioni ormai continue e criminali contro paesi e popoli semplicemente indipendenti e sovrani ( dall’Afghanistan al Sudan, dalla Libia al Donbass, dalla Siria allo Yemen, da Gaza a al Venezuela…), ne vediamo i risultati. La più assoluta assenza (tranne forze assolutamente minoritarie e purtroppo ininfluenti sulle politiche governative dei propri paesi), di un movimento di concreta e chiara opposizione alle politiche di guerra e capace di far schierare pezzi di società civile e i lavoratori contro le politiche di guerra, estranee e contrapposte ai propri interessi, oltrechè antitetiche.
Nel frattempo i popoli aggrediti vivono in condizioni devastate e spaventose, ma questo importa a pochi nel nostro paese…Ma il loro “nuovo” laboratorio di dominio del mondo, adeguato ai tempi dei “diritti umani”, delle “rivoluzioni colorate”, delle “ingerenze umanitarie”, della “responsabilità a proteggere”, delle “libertà civili”, e via elencando, ebbe il primo esperimento reale in terra jugoslava e serba, oggi è ormai acquisito e utilizzato globalmente. (Enrico Vigna)
Verso fine di aprile 2000 il deputato tedesco Willy Wimmer si recò alla conferenza “NATO” di Bratislava nella capitale della Slovacchia. All’organizzazione della conferenza parteciparono il Dipartimento di Stato USA e l’Istituto di politica estera del Partito Repubblicano.
Il tema era la “strategia euroatlantica” e sull’allargamento della NATO nei Balcani. Erano presenti i più alti funzionari dei paesi NATO (primi ministri, ministri della difesa, degli affari esteri), come pure membri delle elite dei poteri forti: Gruppo Bilderberg, Istituto Carnegie, “Foreign Council” d’America ecc.
Fu anche notata la presenza di un eminente intellettuale albanese e separatista di Pristina, “magnate dei media kosovari” e (in quell’epoca) membro del gruppo Bilderberg (1), Veton Suroi!
Dopo la fine della conferenza, il 2 maggio 2000, il vicepresidente di allora del parlamento europeo e deputato del Bundestag Willy Wimmer scrisse una lettera aperta al cancelliere tedesco Gerhard Schroder in cui lo avvertiva di intenzioni “criminali” dei partecipanti dell’incontro di cui sopra verso la R.F Jugoslavia e il popolo Serbo, cioè dei piani dei leader NATO di “spezzare” e “di fatto” rendere inabile la Serbia di funzionare da stato sovrano e indipendente nei Balcani. Tale posizione l’ha spiegata nei seguenti 11 punti:
Gli argomenti principali che si sono trasformati nella “direzione di realizzazione” di questi creatori del Nuovo Ordine Europeo erano:
1. Per i partecipanti alla Conferenza la priorità era riconoscere la provincia autonoma serba del Kosovo Metohija come uno stato indipendente albanese “kosovaro”, sottolineando di effettuarlo nel tempo più breve possibile. Altresì è stato sottolineato che il nuovo “Stato Kosovo” doveva essere circondato dalla NATO, il che voleva automaticamente sancire lo status di sottomissione alla NATO!
Gli euro atlantisti sapevano che l’unico modo di poter realizzare questo era di portare la Serbia ed il resto del “mondo di buona volontà” davanti al fatto compiuto, dal momento che questo sporco affare era portato avanti contro tutte le norme legali internazionali e morali.
Naturalmente, questo è stato fatto sapendo che in Serbia, nel periodo dopo la caduta (ovvero il colpo di stato delle spie occidentali e il complotto della quinta colonna contro il presidente Milosevic (7)), era al governo una “élite politica” filo occidentale e sottomessa, senza la cui collaborazione non era possibile proclamare lo stato illegale albanese nell’ambito di uno stato serbo riconosciuto al livello internazionale!
2. In contrato con le norme legali e le convenzioni internazionali i partecipanti a questa conferenza euro atlantica hanno proclamato la R.F Jugoslava uno stato illegale, violando consapevolmente l’Atto di Helsinki (4) sulla inviolabilità dei confini statali.
3. Poi, gli euro atlantisti stessi ammisero durante la conferenza che l’ostacolo maggiore nella realizzazione di tale infida intenzione (l’uscita del Kosovo fuori dallo stato serbo) era l’attuale ordine giuridico in Europa, che non permetteva di trasformare tale decisione in un atto legale. Per cui presero la decisione (nel cuore d’Europa), nel caso specifico della Serbia e della sua regione del Kosovo Metohija di applicare il sistema legale americano (un sistema legale da “cowboy”) che contiene parecchi “buchi legali” utili per una cosa del genere.
Qui parliamo di una grave violazione del diritto internazionale e delle convenzioni europee. Per tali violazioni nel passato iniziavano delle guerre mondiali (nota dell’autore).

4. La cosa più sconvolgente, che pure ribadisce il carattere criminale della NATO, è la posizione pubblicamente espressa durante la conferenza (secondo il deputato Wimmer), che la guerra NATO contro la R.F. Jugoslava nel 1999, non era ‘’umanitaria’’ come era falsamente presentata all’opinione pubblica tramite RACAK (8) ed altri ‘’incidenti gravi’’ (attribuiti ai serbi), ma per correggere ‘’l’errore’’ del generale Eisenhower (5) che aveva ‘’omesso’’ di occupare militarmente per sempre la Jugoslavia alla fine della seconda guerra mondiale nel 1945. Ed in tal modo impedire presenza sovietica nei Balcani.
L’autore di queste righe durante le indagini ha scoperto parecchie informazioni credibili che confermano tali affermazioni.
Nel libro di Aleksandar Vojinovic ‘’Il crimine sfuggiva all’occidente’’ (1) (1987) è documentata la collaborazione del comando degli alleati occidentali a Bari con Ante Pavelic, al quale era stato offerto di prendere posizione contro i tedeschi per poi dimettersi volontariamente, garantendo una amnistia a lui e ai suoi criminali ustascia e di lasciare il governo in Croazia al Partito Contadino croato ed ai Domobrani (la Hrvatsko domobranstvo, la Guardia Interna Croata che faceva parte delle forze armate dello Stato Indipendente di Croazia durante la seconda guerra mondiale), per garantire così una continuità con il NDH (Stato Indipendente Croato) e la divisione della Jugoslavia secondo il principio di Germania Est e Ovest.
In tale fase questo piano era supportato attivamente anche dagli inglesi. Per i contatti tra Pavelic e comando dell’Alleanza era incaricato il famoso pittore croato Ivan Mestrovic che a tale scopo era volato più volte in aerei ustascia da Vis a Bari. Queste trattative fallirono perché Pavelic si rifiutò di rivoltarsi contro i suoi padroni tedeschi.
Però in ogni modo, più impressionante di tutto è il documento che rimuove ogni dilemma circa il perché la NATO ha cominciato guerra contro l’intera nazione serba nei Balcani, non solo contro lo stato serbo, è la ‘’Direttiva NSDD 133 (5,9) del presidente d’America’’ firmata da Ronald Reagan nel 1984, dopo un summit con Margaret Thatcher in presenza di Zbigniew Brzezinski, consigliere del presidente USA per la sicurezza militare (massimo odiatore dei russi) e più grande criminale di guerra di tutti tempi (architetto di tutte le guerre Americane e di tutti i colpi di stato illegali nella seconda metà del ventesimo secolo), il segretario di stato statunitense Henry Kissinger.
Furono loro che allora adottarono il concetto di “costituzione permanente della presenza militare americana” in Jugoslavia e della “anti-serbizzazione dei Balcani”.
Naturalmente tutti questi piani sono stati successivamente confermati durante incontri segreti del presidente americano Clinton e il cancelliere tedesco Genscher nel 1997 e nel 1998, quando adottarono il piano “Radici” (12), con l’obiettivo di preparare militarmente lo sgretolamento della R.F. Jugoslava, accentuando provocazioni nelle divisioni etniche, per la guerra civile, particolarmente con gli albanesi in Kosovo; in altre parole erano supportati tutti quelli che si resero disponibili a combattere contro i serbi. Tutti noi abbiamo e avuto l’occasione di vedere dal vivo l’applicazione pratica di questo piano. Il piano “Radici” fu presentato in pubblico dal Partito Socialdemocratico tedesco al Bundestag il 7 Aprile 1999. (12) e fu trasmesso alla televisione ZDF (10, 12).
Qui bisogna anche descrivere l’operazione speciale segreta “Link” del Dipartimento di Stato USA firmata da Bill Clinton in persona nel 1998, che ha dato il via alla collaborazione dei servizi segreti e militari statunitensi con Al Qaeda e con i governi musulmani estremisti allo scopo di reclutare, istruire e portare terroristi mujaheddin in Bosnia ed in Kosovo per effettuare la pulizia etnica del territorio serbo e per garantire la presenza futura della NATO in questi territori. Questo piano è stato pubblicato dal New York Times il 4.maggio 1999. (11)
I due punti d’entrata principali nei Balcani per questi terroristi islamici (che hanno combattuto contro i serbi assieme alla CIA e al SAS) erano il porto dell’Adriatico Ploce e Durazzo. Tutto questo è disponibile per l’opinione pubblica nell’archivio del Comitato repubblicano del Congresso americano. Queste “operazioni’’ dei servizi occidentali sono confermate anche da parte di altri importanti media occidentali come la stazione televisiva americana TBS e “Jane’s Defense Weekly” (12), report del 20 aprile 1999.
5. Secondo Wimmer al congresso è stato pubblicamente ammesso che i paesi NATO sono coscientemente entrati in guerra contro la R.F. Jugoslava per applicare (e mettere in prova) un nuovo “concetto strategico della NATO” dell’aprile 1999 (di fatto per impedire la dissoluzione dell’Alleanza NATO), dopo che era fallito il mandato ONU e OSCE per questa azione criminale e illegale!
6. Nella lettera a Schroeder, Wimmer poi ribadisce che è evidente che la guerra illegale della NATO contro lo stato sovrano della R.F. Jugoslavia, quando la NATO è per la prima volta intervenuta oltre i confini dell’Alleanza, non era, come ribadiscono i suoi creatori, un’eccezione a causa delle circostanze speciali, ma aveva come obiettivo essere un banco di prova, un caso senza precedenti, al quale la NATO successivamente avrebbe fatto riferimento a seconda delle necessità.
Naturalmente non è passato molto tempo per vedere la conferma, ovvero le guerre illegali della NATO contro Iraq, Libia e adesso l’ancora “informale e non ammessa” guerra in Siria. Nel 1999 la Jugoslavia fu in gran parte un poligono di prova per l’applicazione militare del Nuovo ordine globale euroatlantico.
7. In questa conferenza sono stati impostati gli orientamenti per l’allargamento della NATO verso l’est, particolarmente per quanto riguarda la presenza nel “cortile” russo, nella regione tra il Mar Baltico e l’Anatolia. In altre parole la costituzione in versione euro atlantica “dell’impero romano” (parole di Wimmer).
8. Gli euro atlantisti hanno sottolineato che a tale scopo bisognava “circondare” la Polonia dal nord e dal sud con paesi “democratici” (leggi membri della NATO), mentre Romania e Bulgaria avrebbero avuto il “ruolo” di garantire il “corridoio via terra” tra i paesi NATO al nord e la Turchia, paese NATO orientale.
Qui arriviamo alla conclusione “chiave” della conferenza, che smaschera tutta l’ipocrisia e le intenzioni criminali di UE e USA verso la Serbia: che la Serbia deve essere eliminata dallo “sviluppo europeo”.
Wimmer suggerisce che tale conclusione era fatta per poter garantire una presenza militare NATO e USA permanente in Serbia dopo la sua disintegrazione economica e militare.
In favore di questa affermazione c’è l’analisi del noto analitico Mahdi Darius del “Global Research” in “Fronte Balcanico: rovesciamenti in Jugoslavia e Moldavia (6)
Egli spiega dettagliatamente perchè è di importanza chiave per la NATO, di “spezzare” la Serbia totalmente.
Secondo lui la Serbia si trova già in una particolare “quarantena aerea”, in quanto il suo spazio aereo nazionale (corridoio internazionale aereo) viene già di fatto controllato dai paesi NATO limitrofi che praticamente rendono impossibile il traffico aereo senza intralci verso la Serbia.
Con la campagna dei servizi segreti occidentali per il referendum sulla secessione del Montenegro dalla R.F. Jugoslava sono riusciti a sfasciare l’unione di “due nazioni e di uno stesso popolo serbo”, ed in tal modo di “togliere” sbocchi al mare della Serbia, cioè di lasciarla senza un corridoio internazionale libero via mare.
Secondo Darius, attualmente alla Serbia è rimasto solo più un ultimo corridoio internazionale legale, tramite cui essa può collegarsi senza disturbi con altri paesi innanzitutto con la Russia, ed è ‘’il corridoio del Danubio’’ (via fiume internazionale libera). Secondo lui questo è il motivo principale perchè negli ultimi anni si lavora in modo così accanito sulla “kosovarizzazione della Vojvodina e la conseguente secessione di essa dalla Serbia. Questo perchè così, con una Vojvodina indipendente (euro atlantica) oppure con la sua adesione alla Croazia o all’Ungheria più probabilmente, sarebbe stabilito il controllo della NATO anche sulla via del Danubio, cioè sull’ultima via fiume internazionale libera, sotto protezione delle convenzioni internazionali, Così la Serbia sarebbe distaccata completamente dal “mondo esterno” ed concretamente messa nella posizione di una forma di “ghetto internazionale”.
Anche se tale valutazione può sembrare incredibile, tutti noi attualmente possiamo vedere che quasi “tutti gli eventi sul terreno” si sviluppano in questa direzione!
9. Come un’altra priorità (non legata direttamente alla Serbia) è stato deciso che la NATO doveva instaurare il controllo su San Pietroburgo per poter avere un accesso militare totale al mar Baltico.
10. Durante questa conferenza vergognosa, gli euro atlantisti hanno sancito che è corretto violare tutti i principi e regole del diritto internazionale per favorire la secessione dei territori etnici dal paese madre, tenendo conto esclusivamente del cosiddetto “principio di autodeterminazione” (naturalmente non nel caso dei loro stati ma di quelli degli altri).
11. La maggiore ironia che è stata proclamata in questa conferenza dei “fascisti euro atlantici”, è stata la conclusione portata alla fine dell’incontro, con cui i partecipanti hanno concordato che durante la guerra illegale contro la R.F. Jugoslava nel 1999 erano stati violati consapevolmente, quasi tutti i principi del diritto internazionale e delle convenzioni umanitarie!
Probabilmente hanno adottato comodamente tali decisioni, vista la loro posizione di potere secondo il detto “contro la forza ragion non vale”, ma hanno probabilmente trascurato un altro detto “il bastone ha due estremità”. Quale di questi due detti prevarrà, probabilmente ne saremo testimoni noi tutti nel prossimo futuro.
—————————————–
Nella conclusione della sua lettera a Schroder, Wimmer ha ribadito che questa conferenza sarebbe stata ricordata per le gravissime conseguenze delle decisioni lì adottate ed anche per i “partecipanti molto incompetenti” (sue parole).
Egli ha anche avvertito Schroder e l’opinione pubblica, che è evidente che gli americani per ottenere i propri interessi sono pronti a violare tutte le norme internazionali legali, ribadendo che proprio tale comportamento di grandi potenze, aveva portato a due guerre mondiali precedenti.
Wimmer lo ha spiegato con le seguenti parole: “la forza è sopra la legge… E se, nella sua strada si trova qualsiasi tipo di diritto internazionale, esso sarà semplicemente eliminato! Quando una cosa simile è successa con la “Lega dei Popoli’’, causò la 2° Guerra mondiale. Il modo in cui da parte di alcuni (la NATO) gli interessi personali vengono messi sopra tutti gli altri possiamo descrivere solo come totalitarismo!’’
Questa lettera al cancelliere tedesco Schroder è firmata da:
Willy Wimmer, deputato del Bundestag tedesco e già vicepresidente del parlamento d’Europa (assemblea OSCE)
RIFERIMENTI:
1. ‘’Il crimine sfuggiva all’occidente’’, Aleksandar Vojinovic, EDIZIONE ‘’Centro di informazione e pubblicazione’’ Zagabria, 1987.
2. http://www.bilderberg.org/g/Bilderberg.html

3. http://www.medienanalyse-international.de/wimmer.html

4. http://en.wikipedia.org/wiki/Helsinki_Accords

5. https://facebookreporter.org/

6. http://www.globalresearch.ca/balkanski-front-zapadni-prevr…/

7. http://srpskizurnal.wordpress.com/

8. https://facebookreporter.org/

9. http://www.fas.org/irp/offdocs/nsdd/nsdd-133.htm

10. http://globalresearch.ca/articles/BEH502A.html
11. http://srpskizurnal.wordpress.com/

12. http://www.globalsecurity.org/intell/ops/kosovo.htm

Allegato: corrispondenza originale tra Willy Wimmer e Gerhard Schroder.
Da Srbski Reporter
Traduzione di Rajka Veljovic, adattamenti di Enrico Vigna, Forum Belgrado Italia/CIVG

Preso da: https://mondoinformazionegeopolitica.wordpress.com/2019/07/10/documenti-inediti-del-governo-tedesco-sulla-distruzione-della-serbia-e-sui-piani-euro-atlantici-nei-balcani-a-cura-di-e-vigna-e-r-veljovic/

Rivoluzione Bolivariana del Venezuela e pacifisti ‘guerrafondai’

 

La guerra nascosta dell’esercito: tra soldati in servizio e reduci 5800 suicidi

esercito usa
Pubblicato il

L’esercito Usa vicino a una guerra di troppotratto dal sito Blondet&Friends
Il 27 maggio, in Usa, è il Memorial Day, che celebra i caduti  delle guerre. L’ufficio di propaganda ha avuto la sfortunata idea di chiedere in un tweet: “Come ha influito su di te servire la bandiera?”.
Le risposte non sono state quelle previste, patriottiche e militariste. Più di 11 mila tweet furiosi, dolorosi,  amarissimi,  hanno rotto la coltre della narrativa ufficiale.
Storie di suicidi di reduci, di disturbi post-traumatici ed alcolismo  conseguenze, depressione ed ansia ed incubi, ed anche violenze carnali subite da ufficiali, mancata assistenza sanitaria; racconti di crimini di guerra e di danni permanenti per esposizione ad agenti chimici.

Alcuni commenti al tweet del Memorial Day

“Al mio migliore amico del liceo è stato negato il  trattamento per la salute mentale ed è stato costretto a tornare a un terzo turno in Iraq, nonostante avesse un trauma così profondo da riuscire a malapena a funzionare”, ha scritto Shane. “Ha preso una manciata di sonniferi e si è sparato alla testa due settimane prima di essere dispiegato.”
Un altro: “Il mio cocktail da combattimento? PSTD, depressione gravissima. Ansia. Isolamento.  Tentativi di suicidio. Una rabbia senza fine. Mi è costato il rapporto con mio figlio maggiore e mio nipote.  Ad alcuni dei miei uomini è costato anche di più. Come ha influito su di me il servizio militare? Chiedete  alla mia famiglia”.
Revulsione generale per  le menzogne secondo cui il  bellicismo Usa ha l’approvazione popolare. “Smettete di fabbricare nemici e  lanciare americani innocenti in guerre dove uccidono civili innocentiDa  tutte queste guerre combinate non avete guadagnato niente, e per il mondo  è stato l’inferno”.
Vite spezzate, ferite  fuori e nell’intimo, mutilate  che accusano furiosamente i metodi, i modi le distruzioni psichiche che le guerre americane senza fine (la “lunga guerra al terrorismo”, come la chiamò Donald Rumsfeld, dura dal 2001) hanno ridotto le vite dei soldati;  il diluvio di risposte dice che il prezzo pagato è troppo alto e la misura è colma.

Esercito Usa: 5500 reduci si sono tolti la vita

Non solo per i veterani ma per  la società  nel suo complesso:  i 5500 reduci che si sono tolti la vita l’anno scorso, e i 321 che si sono suicidati in servizio attivo, si aggiungono alle morti per overdose  da oppiacei, ed ai suicidi nella “società civile”: aumentati del 30 per cento negli ultimi dieci anni, laddove in tutti gli altri stati del mondo diminuiscono.
“Più di 150.000 americani sono morti per decesso e suicidio indotto da alcol e droghe nel 2017. Quasi un terzo – 47.173 – erano suicidi”, ha scritto il New York Times.
“Nel 2017, più di 1.000 americani sono morti per overdose da oppioidi sintetici ogni due settimane, superando i 28.000 all’anno”.
Una sofferenza sociale senza limiti e non affrontata, una “fatica del materiale” sociale e una usura del vivere che – suggerisce Philippe Grasset –  non  può che preludere alla “disintegrazione-entropizzazione” delle forze armate, le più sovrappeso della storia , proprio nel pieno del loro gigantismo e della loro superpotenza che si traduce nel suo contrario.
Non è una esagerazione. Gli Usa non sanno come ritirare le truppe bloccate in Afghanistan,  dove ormai assistono alle vittorie dei Talebani senza reagire, perché non si sa come ritirare l’immane equipaggiamento.
Non è trasportabile per aereo: era stato inoltrato via terra attraverso la Russia, ma ora le condizioni di ostilità che Washington contro Mosca non rendono fattibile questo favore.
Attraverso il Pakistan: ma i rapporti con il Pakistan sono oggi pessimi.  Dimitri Orlov suggerisce, sarcastico, di abbandonare tutto il materiale sul posto ed  evacuare il solo personale, da inviare direttamente negli ospedali  psichiatrici della Veteran Health Administration, se ci sono ancora posti.

Quando le forze USA si disintegrarono

Philippe Grasset ricorda che altre volte l’esercito americano conobbe una implosione gigantesca, che la storia nasconde, proprio subito dopo la vittoria  sulla Germania e sul Giappone.
Aprile ’45,  la fine  del Reich: erano presenti in Europa 3 milioni di soldati americani; tra maggio e settembre, sono ridotti a 500 mila; il 31 dicembre 1945, non ne restano che 200 mila.
Un movimento simile si verifica nel Pacifico; la smobilitazione graduale, prevista  dal capo di stato maggiore generale Marshall  che intendeva portarla a termine nel novembre 1949, non fu possibile. Lo stesso generale parlò non di “smobilitazione”, ma di disintegrazione.

(Battaglia delle Ardenne, inverno 1944-45: migliaia di soldati USA prigionieri dei tedeschi, ormai prossimi alla capitolazione).

“Il 30 giugno 1946, il 99,2% degli effettivi che esistevano al momento della capitolazione tedesca sul territorio vinto, erano  spariti. …1.282.000 rientrarono a casa in unità costituite; 983 mila individualmente”, insomma un gigantesco fenomeno di diserzioni di massa e alla spicciolata, di rifiuto di obbedienza, di insubordinazione, eccitata in patria dalle famiglie e dal Congresso, cui le famiglie chiedevano a gran voce di far tornare i loro cari; in un caos ed anarchia totale, tumultuosamente, l’America lasciò sguarnita l’Europa.

Richiard Pipes

Per le sue dimensioni, “la smobilitazione americana del 1945 non si può paragonare che a un solo altro caso nella storia, la disintegrazione dell’armata russa nel 1917”, ha scritto lo storico Richard Pipes.
Ebreo polacco , che fu a capo del gruppo di lotta clandestina  anticomunista della Cia negli anni ’70, Richard Pipes è il padre di uno dei più fanatici neocon, Daniel Pipes.
Forse farebbero bene a chiedersi se non hanno richiesto un prezzo troppo alto per Israele a questo popolo, come già ne chiesero uno altissimo ai popoli russi sotto il giudeo-bolscevismo.
La  seconda volta è stato nella guerra del Vietnam, anni ’70: “secondo ogni indicatore immaginabile  il nostro esercito ora di stanza in Vietnam è in uno stato prossimo al collasso, con  unità  che rifiutano il combattimento, uccidono i propri ufficiali, drogati fino ai capelli, morale a terra, ammutinati”, scriveva il colonnello dei Marines  Robert D. Heinl Jr., e aggiungeva: nei reparti “conflitti razziali, tossicodipendenza pandemica, reclute che disobbediscono malevolmente, furti in caserma, reati comuni”.

La taglia sul tenente colonnello W.Honerycutt

Si dovettero costituire unità separate per i soldati (se così si possono chiamare) che si rifiutavano di salire sugli elicotteri per andare in operazione.
Nel 1970 gli  ufficiali uccisi dai loro soldati furono 109; l’anno prima erano stati 96.  A metà del 1969, i G-men misero una taglia da 10 mila dollari sul tenente colonnello Weldon Honerycutt, che aveva ordinato (e guidato) il sanguinoso assalto alla collina che fu chiamata  Hamburger Hill, ed effettivamente l’ufficiale subì vari tentativo di ammazzarlo.
L’elusione tacita dal combattimento era diventata “praticamente un principio”, dice il colonnello: sbarcati dagli elicotteri i GI invece di  cominciare le operazioni, si rintanavano nella giungla e aspettavano, fumando e bevendo, di essere rilevati.
I Vietcong lo sapevano così bene che avevano ricevuto istruzioni di non infastidire quelle unità che non li disturbavano …e  lo dissero ai colloqui di Parigi.
I due fenomeni di disintegrazione sono propri di un’armata di coscritti di leva, di una  gioventù di inesistenti attitudini militari, inabituata dalla vita civile alla disciplina e ad ogni sacrificio,  in forte collegamento psicologico con la società, le famiglie, il clima culturale e politico democratico: per tutta la guerra, i sondaggi rivelavano che i soldati avevano come prima preoccupazione non di sconfiggere i nazisti, ma di non tornare nella Grande Depressione. Il Vietnam coincise (o fece nascere) l’età dei Figli dei Fiori, l’edonismo come traguardo della gioventù.
E’ stato per questo che oggi le forze armate sono completamente professionali.  Ma l’odierna crisi morale delle forze armate americane, nota Grasset, “deriva da quattro fattori, essenzialmente voluti dal Sistema”, che hanno un effetto terribile sul morale (e sulla morale) dei combattenti:

4 fattori essenziali che determinano il morale

1 – “Le guerre estremamente impopolari, illegali, senza alcuna giustificazione politica accettabile né alcuna necessità strategica [le guerre per Sion, ndr.] e segnate da grandi distruzioni delle infrastrutture e stragi di popolazioni dei paesi attaccati.
2 – Strutture di comando delle forze USA estremamente mediocri tanto sul piano tattico che strategico, tutte tese verso le proprie promozioni e  l’affermazione di “narrative” falsissime della propaganda.
3 – Equipaggiamenti che sacrificano tutto a un tecnologismo sfrenato, che troppo spesso porta situazioni di blocco e inefficacia per i soldati  sul campo di battaglia, e la cui creazione acquisizione risponde solo agli interessi del complesso militare industriale e  l’orientamento inflessibile burocratico.
4 – L’utilizzo sempre maggiore di  mercenari, di  contractors di agenzie private (che sono ex soldati  di elite che guadagnano molto di più dei colleghi in servizio); il ricorso a guerriglieri pseudo-terroristi inquadrati e manipolati da agenzie concorrenti in seno al Sistema – è inevitabile che ciò produca una accumulazione di disordine, la perdita del senso della gerarchia, del dovere e dell’onore, e del patriottismo che deve essere abituale nelle forze armate”.
Non è forse paradossale che la “superpotenza” oggi  aumenti  le sue minacce militaresche in provocazioni elliciste a Russia, Iran, Cina, con toni sempre più acuti: forse proprio perché si sa intimamente vulnerabile, a rischio di entropia militare e compensa con atti provocatori e rumorosi l’intima insicurezza. Con il terrore di dover combattere una guerra di troppo, spinta da Sion. Fonte: Blondet&Friend – Maurizio Blondet

Un pilota di F-35 ha ha tracciato un pene gigante sulla Luke Air Force Base in Arizona
 
Preso da: https://informarexresistere.fr/esercito-usa-memorial-day-tweet/

Yemen: La strage degli innocenti

Più di 2700 i bambini morti dall’inizio del conflitto.

di Gianluca Vivacqua –
È ormai quasi un lustro che una feroce guerra civile divampa nello Yemen. Il 19 marzo scorso del conflitto tra Houthi e coalizione pro-Hadi a guida saudita è stato festeggiato il quarto anniversario di sangue, ma non era la notizia principale di quel giorno: i media hanno preferito dare maggiore spazio alla vicenda di una massaggiatrice cinese vicina al presidente Trump, Cindy Yang, o al fatto che in Italia la Camera ha approvato la mozione della maggioranza sul memorandum d’intesa con la Cina, per l’adesione alla via della Seta.
Sembra che il destino di questa guerra tanto violenta quanto remota sia ormai sempre più simile a quello del conflitto in Siria, in corso dal 2011.
Alla contrapposizione in armi tra assadiani e anti-assadiani manca poco per eguagliare il record della decennale guerra tra Iraq e Iran, ma è un altro aspetto a cui non si dà la dovuta attenzione: il comune denominatore tra i fatti bellici dello Yemen e quelli siriani, quasi a formare un ideale triangolo con quelli iranian-iracheni, sta in una particolare percezione della comunità internazionale, per cui si tende progressivamente ad operare un’eclissi di informazione su uno scenario che viene considerato o acquisito come permanente. Salvo tornare a parlarne in presenza di sviluppi eclatanti o dati che fanno discutere.
È toccato all’Onu squarciare nuovamente il sipario sullo Yemen, con i numeri relativi ai “caduti” di guerra minorenni. Secondo le stime del Palazzo di Vetro, sono più di 2.770 i bambini uccisi dall’inizio del conflitto. Quasi la metà di essi (47%) risultano periti nel corso dei ripetuti bombardamenti aerei che la coalizione a guida saudita (sostenuta dagli Usa) ha condotto dal 2015 in poi su Sana’a, la capitale in mano agli Houthi da quattro anni, e sulla regione circostante. Più in generale già l’Alto commissariato Onu per i Diritti umani aveva osservato come la sola coalizione comandata da Riad, con i suoi attacchi e le sue incursioni aeree, avesse causato il doppio delle vittime tra la popolazione civile rispetto al resto delle forze in campo.
Tornando alla conta dei martiri involontari di età prescolare e scolare, ancora più consistente è la cifra, 4.730, relativa ai feriti. Sommando piccoli morti e piccoli feriti dunque si arriva a superare le 7mila unità, una fetta abbastanza consistente delle 16mila vittime civili che in totale la guerra (sempre secondo le stime delle Nazioni Unite) avrebbe provocato.
Integra i dati Onu l’impietosa media quotidiana stilata da Save the Children: la Ong calcola che a partire dal 13 dicembre 2018, cioè dalla firma dell’ accordo di Stoccolma, nel Paese ogni giorno si continua a combattere ad un ritmo di otto minori uccisi o gravemente feriti. Il che significa che l’accordo di pace svedese, a parte il cesste-il-fuoco per Hodeida e l’ingresso degli aiuti umanitari nel suo porto, ha generato pochi altri effetti degni di nota.

Preso da: https://www.notiziegeopolitiche.net/yemen-la-strage-degli-innocenti/

Montenegro, contrabbando, traffici umani, riciclaggio e droga

12 dicembre 2010.
Visualizza immagine di origine
Avevamo già scritto delle pericolose relazioni internazionali del nostro premier, prima ancora che ci arrivasse da WikiLeaks la conferma di come le stesse venissero viste dal governo americano.
Quello di cui ancor oggi poco si è parlato, ma che abbiamo l’impressione diverrà presto di grande attualità, è la strana alleanza che ha visto Berlusconi sponsorizzare l’ingresso del Montenegro nell’Unione Europea.
Il 4 gennaio, 2001, Dusanka Pesic Jeknic, rappresentante della missione commerciale del Montenegro a Milano, in Italia, parlava al telefono nella sua casa nel sud-ovest della città, con Milo Djukanovic, che a quel tempo era presidente del Montenegro ed è oggi ancora l’attuale Primo Ministro del piccolo Stato balcanico.

Un potere ventennale che inizia quando si avvicina ad esponenti “liberali” della Lega dei Comunisti, poi mutata in Partito Democratico Socialista (DPS).
Durante la guerra in ex Jugoslavia, l’attuale Primo Ministro montenegrino supporta le potenze occidentali offrendo rifugio agli oppositori di Milosevic.
Inutile dire che non si fa niente per niente e così in cambio dei favori ricevuti, la comunità internazionale fa finta di non vedere i traffici nei quali è coinvolto l’alleato.
Traffici, come quello del contrabbando, che portano Djukanovic ad intrattenere rapporti anche con organizzazioni criminali come Sacra Corona Unita e Camorra.
Le procure di Napoli e Bari, iscrivono al registro degli indagati un nome eccellente: Milo Djukanovic!
Le accuse nei confronti del cinque volte premier montenegrino, vengono poi archiviate per difetto di giurisdizione poiché Djukanovic gode dell’immunità diplomatica riservata ai capi di Stato, di governo e ai ministri degli Esteri degli Stati sovrani.
Per comprendere meglio cosa è accaduto e come uomini vicini ad organizzazioni criminali possano godere dell’immunità diplomatica, è opportuno leggere il libro di Antonio Evangelista, ‘La torre dei crani’, e quello che scrive Pino Arlacchi nella sua prefazione al libro.
Ma torniamo al 4 gennaio, 2001, quando la bellissima Dusanka, soprannominata “Duska”, da Milano parlava con Milo Djukanovic.
“Il mio piccolo gattino … divento pazza senza di te…. Ti amo, gattino mio “.
Argomento della conversazione l’Amore.
Ma solo di amore parlava la bella “Duska” con il suo ‘gattino‘ (attuale premier del Montenegro)?
No. Le trascrizioni delle sue telefonate, registrate dalla polizia italiana per 20 mesi, narrano di contrabbando e criminalità ed entrano a far parte delle centinaia di migliaia di documenti depositati dal procuratore della Repubblica di Bari.
Qui, nel capoluogo della regione Puglia, sulla sponda del Mare Adriatico, di fronte il Montenegro i pubblici ministeri Giuseppe Scelsi e Eugenia Pontassuglia terminano la loro lunga inchiesta su Djukanovic, Jeknic, e altri sei montenegrini e serbi e sette italiani presumibilmente legati alla criminalità organizzata. Le accuse a carico del gruppo, oltre gli altri reati, sono di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzato al contrabbando di sigarette.
I pm, non sanno ancora che il faldone di 409 pagine di relazioni della DIA, grazie all’immunità diplomatica, diverrà solo carta straccia.
I pm, sanno soltanto che hanno tra le mani un’inchiesta su quella che potrebbe essere una delle più grandi operazioni di contrabbando negli ultimi anni, arricchita da casi di corruzione, testimoni assassinati, e un miliardo di dollari in contanti riciclato attraverso banche svizzere.
Il contrabbando di tabacco, diventato impresa di stato nel Montenegro, vede in Milo Djukanovic l’ideatore della nuova Tortuga.
È infatti noto che il Montenegro per le sue vie di contrabbando attraverso il cuore dei Balcani, durante la disgregazione della ex Jugoslavia, ha permesso al crimine organizzato di prosperare.
Alleato e sostenitore in Europa, il premier italiano Silvio Berlusconi, che lo ha anche lodato nel corso di una visita di Stato a Podgorica.
Secondo l’accusa italiana, dal 1994 al 2002, durante la lunga permanenza in carica di Djukanovic, il Montenegro è stata la base per il contrabbando di sigarette in Italia, con un volume di affari stimato in miliardi di vecchie lire ogni mese.
Le accuse, riguardavano inizialmente 15 persone. Tra questi: Djukanovic; Dusanka Jeknic, un ex ministro delle Finanze del Montenegro; dirigenti della società montenegrina MTT, presumibilmente istituita per controllare il contrabbando; un mafioso italiano e un uomo d’affari serbo. Nel mese di marzo 2009, i pubblici ministeri hanno dovuto rilevare che Djukanovic era protetto da immunità diplomatica.
Il giudice Rosa Calia Di Pinto, riteneva che la storia di questa “guerra mafia” si estendesse in 10 paesi: non solo l’Italia e il Montenegro, ma anche la Serbia, Croazia, Grecia, Germania, Svizzera, Cipro, Paesi Bassi, Liechtenstein, Aruba, e gli Stati Uniti.. Due testimoni chiave e altre cinque persone coinvolte nel caso erano già state assassinate.
In Svizzera intanto veniva avviata una seconda indagine sulla Montenegro connection.
Secondo le autorità elvetiche, dal 1990 fino al 2001-più di 1 miliardo di US $ provenienti dal contrabbando di tabacco sono stati riciclati dalla criminalità organizzata italiana. La mafia avrebbe pulito il suo denaro sporco dal Montenegro attraverso i broker e cambiavalute sede a Lugano, Svizzera, e lo avrebbe depositato in banche svizzere.
Nonostante l’intervento di Berlusconi, i funzionari incaricati all’allargamento dell’UE, che hanno riesaminato l’ammissione del Montenegro, non potevano non tener conto di come Djukanovic che gode d’immunità diplomatica, sia stato e sia attualmente a capo di un paese che per anni è stato amministrato al di fuori dello Stato di diritto.
Numeri da capogiro quelli del contrabbando, se come scrive Ratko Knezevic nella sua tesi per la London Business School, il governo montenegrino guadagnava fino a $ 700 milioni l’anno con il commercio illegale di sigarette.
Knezevic, va precisato che fin da ragazzo è stato amico di Djukanovic e gli ha fatto anche da testimone di nozze.
Gli investigatori italiani che hanno seguito la pista del denaro della ” Montenegro connection”, si chiedono ancora dove sono finiti i soldi, chi li ha movimentati, chi li ha riciclati, chi li possiede adesso.
Tutto lavoro e tempo sprecato. Grazie all’immunità diplomatica, Djukanovic e soci, che hanno avuto enormi somme di denaro ottenuto illegalmente e depositato nelle banche della Svizzera, di Monte Carlo e di Cipro, la faranno franca.
Un fiume di denaro entrato nelle tasche dei trafficanti di esseri umani, dei contrabbandieri, dei trafficanti di stupefacenti, al quale nessuno potrà risalire.
Ma non soltanto di traffici si parla nella vicenda montenegrina.
Infatti, uno degli aspetti più importanti, è quello del riciclaggio di qualcosa come 2 milioni di dollari ogni settimana.
I giudici della Svizzera italiana, sono concordi nell‘affermare che “fondi della Camorra e Sacra Corona Unita sono stati infiltrati nel sistema bancario svizzero tramite cambiavalute. Il denaro ha attraversato la frontiera in Svizzera tramite corrieri che hanno trasportato enormi quantità di denaro contante. A Lugano, i fondi della mafia sono stati depositati in conti bancari di persone fisiche e di società di intermediazione …. Grazie alle licenze esclusive e la raccolta di tasse di transito sul contrabbando di sigarette, i governanti del Montenegro hanno avuto la possibilità di ottenere profitti dal traffico illecito di sigarette …. A partire dai primi anni 1990 fino agli inizi del 2001, quasi l’intero flusso di fondi derivanti dal contrabbando di sigarette del Montenegro, erano gestiti dalla camorra e dalla Sacra Corona Unita, attraverso il mercato finanziario svizzero. Durante questo periodo, più di un miliardo di dollari sono stati riciclati “.
Dal 1997 al 2000: oltre un miliardo di marchi tedeschi, 726.000 dollari, 136.000 franchi svizzeri, austriaci e circa 65.000 scellini. L’uomo che avrebbe progettato tutto questo è stato Stanko “Cane” Subotić, un uomo d’affari vicino a Djukanovic. Attraverso la sua società, la Dulwich, Subotić potè “riciclare i proventi dei reati di associazione.
La rivista croato Nacional, pubblicò un’intervista con Sretko Kestner, un operatore locale del tabacco..
Kestner è un ex partner di Subotić, l’uomo dietro al denaro trasferito in aereo a Cipro dal Montenegro, e sapeva molto. C’è Djukanovic- ha detto al mondo- dietro il traffico di sigarette attraverso gli amministratori del MTT in Montenegro. Quando gli investigatori della DIA cercarono Jeknic nell’appartamento di Milano nel luglio 2003. Jeknic era fuggito temendo il peggio.
Ma lasciò una miniera d’oro: agende personali, appunti, libri e rubriche telefoniche con i numeri di Milo Djukanovic, di suo fratello, e di un certo “Cane”, presumibilmente il soprannome di Stanko Subotić. Inoltre, tra le note: i codici di due aerei utilizzati per portare i contanti a Cipro, un numero di telefono e il nome di un corriere greco.
Per comprendere meglio quanto Arlacchi ha scritto nella prefazione al libro di Antonio Evangelista, su come grazie alla comunità internazionale gruppi criminali possono oggi godere di immunità diplomatica, è necessario conoscere la scia di sangue della “Montenegro connection”:
– Goran Zugic, consulente di sicurezza dell’allora Presidente Djukanovic, è stato ucciso il 31 maggio 2000.
– Vladimir Bokan. Un uomo d’affari serbo assassinato ad Atene il 7 Ottobre, 2000. Durante il 1980, erano di proprietà di Bokan alcuni negozi al dettaglio, compresa una boutique di Belgrado dove “Cane” Subotić era stato un sarto prima di diventare un perno del contrabbando e di lavorare per Djukanovic. Secondo gli inquirenti italiani, Bokan era stato legato al contrabbando di tabacco in Montenegro.
– Darko Raspopovic. Anziano membro della direzione della polizia del Montenegro. Raspopovic è stato ucciso l’8 – 1 – 2001, a Podgorica. Aveva eseguito indagini sulla criminalità dei colletti bianchi e nel 2000 aveva già rischiato di essere ucciso quando una bomba aveva fatto esplodere la sua auto.
– Baja Sekulic. L’ex guardia del corpo e aiutante di “Cane” Subotić, è stato assassinato il 30 maggio 2001, a Budva, Montenegro, sulla costa adriatica.
– Orazio Porro, , assassinato il 25 marzo 2009. Porro, arrestato nel 1998 in Montenegro dove era stato uno dei capi del traffico di sigarette, era diventato un informatore e per un certo tempo è stato inserito in un programma di protezione dei testimoni.
– Zugic, Bokan, Raspopovic, Sekulic sono stati citati nelle indagini di Bari, ma non sono mai stati convocati. Il caso è diverso per altri due testimoni chiave assassinati, entrambi giornalisti:
– Dusko Jovanovic. Editore di Dan, un quotidiano montenegrino pro-Milosevic, è stato ucciso il 27 maggio 2004, mentre era nella sua Peugeot 406. Il suo giornale aveva riportato storie prima della rivista settimanale croato Nacional.. Attraverso i suoi inquirenti, Scelsi avvicinò Jovanovic e gli chiese se avresse fornito una testimonianza nell’inchiesta italiana. Jovanovic accettò, ma non arrivò mai a Bari.
– Ivo Pukanic. Editore del Nacional, è stato interrogato da Scelsi il 18 luglio 2002. Ma “Puki”, il suo soprannome, non potrà mai testimoniare. È stato assassinato il 23 Ottobre, 2008. Ucciso da un’auto-bomba a Zagabria, vicino gli uffici del Nacional.
Dovremo attendere nuove rivelazioni di WikiLeaks che spieghino il perchè dell’interesse tutto italiano a far entrare il Montenegro di Djukanovic nell’UE, o basterà leggere quanto pubblicato già dalla stampa estera e da chi, come Evangelista, ha vissuto di persona quello che è accaduto nei balcani?
Gian J. Morici

Preso da: http://www.lavalledeitempli.net/2010/12/12/montenegro-contrabbando-traffici-umani-riciclaggio-e-droga/

Quella nuova base degli Usa per sfidare la Russia nell’Artico

L’Artico ha rappresentato, durante la Guerra fredda, una lunghissima regione di confine tra due blocchi contrapposti, così come lo è stata l’Europa attraversata dalla Cortina di Ferro; a differenza di quest’ultima, però, la regione artica, col suo clima estremo, è sempre stata più una zona di passaggio: passaggio per i sottomarini atomici che potevano navigare agevolmente sotto la calotta polare, e passaggio per i bombardieri strategici e per i missili balistici intercontinentali.
Per questo durante tutto l’arco della contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, tra Nato e Patto di Varsavia, la regione artica, o meglio la sua periferia composta dalle terre emerse che vi rientrano, ha visto la nascita di basi per la sorveglianza radar – la famosa catena Dew Line americana ad esempio – e di altre installazioni militari come porti e aeroporti.
Questo confine, questo limes non meglio definito tra i più sorvegliati al mondo, fu gradatamente abbandonato a partire dal 1990 con il collasso del sistema sovietico: non essendoci più “un nemico” la sorveglianza fu ridotta al minimo, e da parte russa possiamo dire che fu praticamente abbandonata.

La riscoperta dell’Artico: tra rotte commerciali e sfruttamento minerario

Il riscaldamento globale che sta caratterizzando il clima terrestre ha portato ad una graduale riduzione della copertura dei ghiacci nell’Artico: il mare è il termometro principale che misura “la febbre” della Terra, ed il raffronto dei dati degli ultimi 40 anni ci dice che l’estensione stagionale del pack è arrivata ad un punto tale da permettere la navigazione marittima anche durante i mesi invernali attreverso quello che viene comunemente chiamato “Passaggio a Nord Est”, una rotta, ricercata sin dall’1700, che mette in comunicazione l’Atlantico col Pacifico passando per il Mar Glaciale Artico antistante la Siberia.
Non è questa la sede per discutere quanto di questo riscaldamento sia imputabile all’attività antropica: una parte della comunità scientifica, anche italiana, è fortemente dubbiosa in merito come riportato da Roberto Vivaldelli in un recente articolo. Quello che è certo, il dato di fatto, è che il pianeta si è riscaldato e che porzioni di mare (o di terra) un tempo inaccessibili perché perennemente ricoperte dai ghiacci ora non lo sono più, aprendo la strada al loro possibile sfruttamento economico, minerario, militare.
La Russia da questo punto di vista parte sicuramente in vantaggio: il suo confine nord, lungo più di 11mila chilometri, si affaccia proprio sulla regione artica, anzi ne fa parte quasi interamente, pertanto la maggiore accessibilità ai mari e a quei territori un tempo perennemente ghiacciato ha liberato non solo una nuova arteria per il commercio marittimo, il “Passaggio a Nord Est” già citato e noto come “Rotta Nord” in Russia, ma anche un immenso serbatoio di risorse minerarie da sfruttare.
Non è infatti un caso che, da più di un decennio, siano cominciate le diatribe sulla sovranità della piattaforma continentale artica che vedono coinvolti, oltre alla Russia, Stati Uniti, Canada, Norvegia, Danimarca, Islanda. Nella piattaforma continentale artica, ovvero la porzione di crosta terrestre sommersa e che poi si inabissa precipitando verso i più alti fondali oceanici delle piane abissali, sono custodite immense risorse minerarie: non solo idrocarburi, ma anche noduli di manganese e altri metalli preziosi.
Mosca pertanto da qualche anno ha iniziato a “riaprire” le sue vecchie basi artiche e a costruirne di nuove tornando a rimilitarizzare l’area per avere un controllo strategico sia sulle risorse minerarie – e sulle rivendicazioni territoriali – sia sulle rotte est-ovest che passano dall’ormai (quasi sempre) navigabile Mar Glaciale Artico.

Mosca blinda l’Artico

90 miliardi di barili di petrolio, 44 miliardi di barili di condensati e la cifra astronomica di 47mila miliardi di metri cubi di gas naturale. Queste sono le stime fornite dall’Usgs, il servizio geologico degli Stati Uniti, nel lontano 2008, delle riserve di idrocarburi in tutta la regione; una regione enorme, il cui offshore,, calcolato sino alla profondità massima dei 200 metri, misura 1.191.000 km quadrati, quasi 4 volte la superficie totale dell’Italia per intenderci.
La Russia pertanto, in forza della sua nuova dottrina militare strategica, sta letteralmente blindando l’Artico per poter proteggere queste enormi riserve minerarie.
La “Nuova Dottrina Navale della Federazione Russa”, risalente al 2010 ma aggiornata nel 2015, ha previsto infatti la creazione di un comando interforze per l’Artico: al momento questo comando dispone di due brigate motorizzate (la 200esima e la 80esima dislocate a Pechenga e Alakurtii) che sono adibite al supporto delle attività di ricerca che i russi stanno effettuando nell’area. A queste due brigate di fanteria, i cui elementi però provengono dagli Specnaz, si aggiungono varie unità aeree e sistemi di difesa antiaerei basati a terra che, unitamente alle unità navali della Flotta del Nord, attivano una bolla A2/AD quasi pari a quelle viste in Siria, Crimea o Kaliningrad. Oltre a questo, ovviamente, c’è stata una implementazione dei sistemi di sorveglianza, monitoraggio, tracciamento dei bersagli a medio, lungo e lunghissimo raggio. Tutte queste unità sono poste sotto il nuovo comando interforze creato a Severomorsk che ha assorbito interamente le funzioni di comando della Flotta del Nord e della Prima Divisione Difesa Aerea.
Da questo comando dipende quindi il totale controllo delle attività militari e di ricerca nella zona dell’Artico. In dettaglio dispone di: 120 velivoli tra ala fissa e rotante suddivisi in 6 reggimenti e uno squadrone (dotati di Su-33, Su-25, Mig-29K, Mig-31, Su-24, Tu-22M più vari elicotteri e aerei da trasporto), 4 reggimenti missilistici antiaerei (tutti dotati dei moderni sistemi S-400 Triumf), 4 reggimenti EW/SIGINT, la totalità del naviglio in forza alla Flotta del Nord, la più importante della Russia (41 sommergibili e due divisioni di navi di superficie con comando a Poljarniy).
Ovviamente questo nuovo dispiegamento di forze ha creato investimenti in infrastrutture. La Russia. infatti. negli ultimi quattro anni ha svolto enormi interventi per la creazione di nuove strutture e per il ripristino di quelle vecchie. Oltre alla riattivazione di 13 piste che sono diventate operative nel 2018, sono state costruite nuove infrastrutture per permettere la presenza costante, a rotazione, delle truppe della Task Force Artica divisa tra il Mar di Barents, quello di Kara e di Laptev, oltre a tutta una serie di installazioni minori che corrono da Murmansk sino alle Curili.
I centri nevralgici però sono siti nelle isole della Novaya ZemljaKotelny e Zemlja Aleksandry dove è stato costruito il nuovo complesso chiamato “Trifoglio Artico” in grado di accogliere 150 uomini in modo permanente e con una nuovissima pista di atterraggio già divenuta operativa che vedrà anche arrivare il sistema S-300 a integrazione del già presente sistema a corto raggio Pantsir-S1. Sull’isola di Kotelny invece è sito il complesso “Severny Klever” in grado di ospitare 250 uomini e sede dalla Task Force Artica, anche questo dotato di pista di atterraggio e sistemi di difesa antiaerea come quelli presenti a Zemlja Aleksandry. Le due brigate artiche ( forti di 9mila uomini) hanno in dotazione, oltre a vari mezzi cingolati tipo MT-LB/B, un totale di 71 carri tra T-72B3 e T-80 oltre a vari veicoli su ruota tipo BTR-80 e, ovviamente, agli eccellenti sistemi antiaerei tipo ZSU-23.

La risposta Usa: polar pivot?

Washington, sebbene molto di recente – e capiremo perché più avanti – sembra essersi decisa a rispondere a questo spiegamento di forze dettato dalla volontà di Mosca di sfruttare la regione Artica a proprio vantaggio facendone una sorta di “giardino di casa”.
Il 2020 National Defense Authorization Act che è emerso dalla recente commissione senatoriale sui servizi armati, ha dato indicazioni al Segretario della Difesa di costituire una “task force” col il Capo di Stato Maggiore, il Genio dell’Esercito e la Guardia Costiera che individui dei potenziali siti per la costruzione di almeno un porto militare nella zona dell’Artico di competenza americana.
Il Congresso Usa, infatti, come riporta Defense News, sembra molto preoccupato per lo scioglimento dei ghiacci del Polo Nord e la conseguente fervente attività militare e commerciale che abbiamo già evidenziato. In particolare si lamenta la carenza non solo di infrastrutture atte a sostenere logisticamente il naviglio militare Usa, ma anche la stessa carenza di mezzi speciali come le navi rompighiaccio: gli Stati Uniti ne dispongono solo due, di cui una usata praticamente per fornire pezzi di ricambio, a fronte della dozzina – di cui alcuni a propulsione atomica – posseduti dalla Russia.
L’opinione degli esperti americani, ancora una volta, è divisa non solo sulla possibile localizzazione del nuovo porto militare – alcuni lo vorrebbero a Nome, altri più a nord nella baia di Prudhoe, ma anche sulla reale necessità di contrastare la presenza russa nell’Artico con nuove infrastrutture.
Per alcuni impegnare le risorse per costruire una base ex novo nel Grande Nord sarebbe uno spreco di soldi: la base sarebbe poco sfruttabile a causa delle condizioni meteo avverse e per lo scioglimento del permafrost durante la stagione estiva, che trasforma il terreno in un pantano, pertanto consigliano, semmai, l’adeguamento delle infrastrutture di Nome, un piccolo insediamento nel Mare di Bering non lontano dalle coste della Russia.
Secondariamente la stessa geografia, diversa tra Russia e Usa, della regione Artica impone una riflessione più accurata: al contrario della Russia, che come abbiamo visto ha più di 11 mila chilometri di costa continua sul Mar Glaciale Artico, gli Stati Uniti ne condividono solo una piccola frazione, in quanto la maggior parte appartiene al Canada, pertanto militarizzare l’Artico così come stanno facendo i russi sarebbe solo uno spreco di soldi e di risorse: la vulnerabilità di quella frontiera, per gli Stati Uniti, sarebbe un “non problema” al contrario di quanto pensano a Mosca.
Altri invece ritengono che una politica di militarizzazione spinta dell’Artico americano costringa la Russia in uno scenario “da Guerra Fredda” ovvero incastrandola in un meccanismo di simmetria della minaccia: investire risorse in un fronte, se pur secondario, come l’Artico, costringerebbe Mosca a impegnarne di più per mantenere il predominio, distogliendo così soldi, uomini e mezzi da altri fronti importanti, come quello europeo o mediorientale. Una sorta di strategia delle “Guerre Stellari” degli anni ’80 rivisitata e corretta per adattarsi al quadro tattico attuale; strategia che, allora, fu una concausa del collasso del sistema sovietico.
Una base di certo non significa una corsa all’Artico, almeno non allo stesso livello di quella russa, ma il solo fatto che il Congresso si stia finalmente chiedendo come fare per arginare la presenza di Mosca in quel fondamentale scacchiere globale lascia presagire che il Pentagono potrebbe richiedere all’esecutivo maggiori fondi da destinare al pattugliamento e al rinforzo della, se pur piccola in confronto a quella russa, frontiera nord statunitense.

Preso da: https://it.insideover.com/guerra/quella-nuova-base-degli-usa-per-sfidare-la-russia-nellartico.html