A quando un risveglio fra popoli in Europa ?

11 dicembre 2019.
di Luciano Lago
Le manifestazioni di protesta in Francia e lo sciopero generale che sta paralizzando quasi del tutto il paese ci fanno accendere un barlume di speranza. La speranza che si vada avvicinando l’ora di un possibile risveglio dei popoli d’Europa che trasmettano un segnale forte alle elite finanziarie dominanti, un segnale di rivolta e di cambiamento.
Il risveglio di una Europa che possa rompere le sbarre invisibili della gabbia neoliberista, quella che ha avvolto ciascuno stato europeo affossando le possibilità di crescita, non può essere lontano ma, come avviene per molti cicli storici, bisogna arrivare al punto più basso della involuzione per poi afferrare la possibilità di un riscatto.
L’ispirazione per un riscatto e una rinascita di paesi europei non può che provenire da est dove già da tempo si è verificato il risveglio dei giganti asiatici, la Federazione Russa, la Cina, l’India, paesi che oggi dimostrano una vitalità ed una capacità di rompere l’ordine mondiale di marca anglo USA che avviluppava il mondo.
Nella fase attuale, dopo decenni di pratiche neoliberiste che hanno minato le capacità agroindustriali un tempo fiorenti di paesi come la Francia, l’Italia, la Spagna, sotto la gabbia dell’euro “postindustriale”, è diventato evidente che l’austerità e l’aumento delle tasse sono le uniche soluzioni che i tecnocrati dell’eurocrazia e i padroni della moneta, che si trovano nella Banca Centrale europea, potranno consentire . Questo perchè l’appartenenza all’euro proibisce a qualsiasi nazione di sforare il rapporto deficit /PIL al di sopra del 3%, mentre non esistono i mezzi finanziari per generare credito statale sufficiente per costruire progetti su larga scala necessari per una ripresa economica.
In altre parole, dal punto di vista delle regole del gioco imposte dalle elite finanziarie transatlantiche, la situazione è senza speranza.
Sul versante orientale dell’Eurasia si può constatare che la Russia e la Cina hanno trasformato con successo l’ordine internazionale utilizzando grandi risorse per investimenti in infrastrutture, fra queste la creazione della “Belt and Road” Initiative che può essere estesa a vari paesi europei. Diventa facile comprendere che, l’agganciarsi a questa iniziativa offre una opportunità unica per i paesi europei (almeno per quelli che desiderano mantenere la testa fuori di fronte all’imminente collasso economico).
Potrebbe essere questo l’unico mezzo praticabile per fornire lavoro, sicurezza e crescita economica a lungo termine alla loro gente poiché la Belt and Road, cocepita dagli strateghi cinesi, è radicata come un progetto di sistema aperto che non è collegato alla geopolitica del sistema chiuso atlantista di ispirazione hobbesiana.

Rivolta a Parigi dei gilet gialli

Per seguire questa strada è necessario contrastare i piani dei neoconservatori in Europa di ispirazione atlantista, fra i quali i partiti dei finti sovranisti, che vorrebbero ritornare ad un ordine atlantista chiuso che escluda la possibiltà per ogni stato di trattare e cooperare con i grandi paesi dell’est ed agganciarsi a questo sviluppo.
Non è un caso che il partito atlantista agiti lo spettro della minaccia russa e della minaccia cinese per impedire ai paesi europei di affrancarsi dalla dominazione americana sull’Europa che esiste dal 1945 e che oggi, superata da quasi 30 anni la politica dei blocchi contrapposti, non ha più alcun senso.
Piuttosto la elite di potere di Washington cerca con ogni mezzo, dalle sanzioni alle minacce ed ai ricatti, di imporre all’Europa una nuova politica dei blocchi anti Russia-Cina che impedirebbe all’Europa di affrancarsi dall’ipoteca della dominanzione americana sul continente.
La guerra commerciale lanciata dall’Amministrazione Trump contro la Cina e le continue provocazioni contro Pechino, con interferenze sui disordini a Hong Kong e divieto ai paesi alleati di utilizzare le reti 5 G, sono parte della strategia USA di impedire lo sviluppo di un progetto euroasiatico. Forma parte di questa strategia anche l’ostilità manifestata dagli USA al progetto energetico del nuovo gasdotto russo Nord Stream 2 che deve fornire gas alla Germania e all’Austria contro cui Washington, dopo aver inutilmente cercato di porre ostacoli, sta minacciando sanzioni.

Protesta contro il Dominio delle Banche in Europa

Non c’è però molto tempo a disposizione perchè il prossimo collasso economico dei paesi europei, stretti fra crisi economica, immigrazione incontrollata, disgregazione sociale, ipoteca finanziaria (vedi il MES) imposta dalle oligarchie di Bruxelles, non lascia molta scelta. I leader dei veri movimenti sovranisti hanno un margine di tempo ridotto per fare le scelte indispensabili: impugnare i trattati della gabbia eurocratica e neoliberista, essendo questi in contrasto con le costituzioni nazionali e con le necessità sociali delle popolazioni, e affrancarsi dai vincoli atlantisti prima di essere trascinati in nuovi conflitti bellici che il “Deep State” degli USA sta maturando in Medio Oriente e nelllo spazio indoasiatico.
La domanda è se esistano oggi questi leader consapevoli di quale sia la sfida oggi o se ci siano in giro solo delle controfigure che si agitano sulle piazze dei paesi eiropei lanciando slogans vuoti e contestando soltanto gli effetti delle politiche eurocratiche (austerità, immigrazione, precarietà e disoccupazione, ecc..) senza risalire alle cause primarie del disastro in corso d’opera.
La domanda attende ancora una risposta e il tempo stringe………

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Gli USA hanno fallito la loro strategia per destabilizzare il Libano

Di Elijah J. Magnier 12 dicembre 2019.
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Per diverse settimane, gran parte della popolazione libanese ha attaccato i leader politici tradizionali e messo in discussione il sistema politico corrotto del paese. Coloro che hanno gestito il paese per decenni hanno fatto poche riforme, non hanno mantenuto le infrastrutture e hanno fatto poco o nulla per creare posti di lavoro al di fuori della loro cerchia di sostegno.
I manifestanti sono stati anche spinti in piazza dalle misure statunitensi, che hanno strangolato l’economia libanese, inclusi ostacoli per la maggioranza dei 7-8 milioni di espatriati libanesi nel trasferire denaro ai loro cari nel loro paese d’origine. L’amministrazione americana ha preso queste misure per cercare, invano, di mettere in ginocchio l’Iran e i suoi alleati.
Gli Stati Uniti sembrano credere che seminando il caos nei paesi in cui opera l’Asse della Resistenza, possa costringere l’Iran a cadere tra le braccia dell’amministrazione statunitense. Gli Stati Uniti vogliono piegare l’Iran e i suoi alleati e imporre le loro condizioni e la loro egemonia in Medio Oriente.


In Libano, dall’inizio delle manifestazioni, il prezzo delle merci è salito alle stelle. Nel mercato mancano medicinali e beni di consumo e la sterlina libanese ha perso oltre il 40% del suo valore rispetto al dollaro USA. Molti libanesi hanno perso il lavoro o sono finiti con un taglio di metà stipendio. Il Libano si è avvicinato alla guerra civile quando i partiti politici filoamericani hanno chiuso le strade principali e hanno cercato di bloccare le linee di comunicazione dal sud sciita del Libano alla capitale e da Beirut alla valle della Bekaa.
La guerra è stata evitata perché Hezbollah ha emanato una direttiva che ordinava a tutti i suoi membri e sostenitori di tornare alle loro case. Le istruzioni erano chiare: “Se qualcuno ti schiaffeggia sulla guancia destra, presenta l’altra guancia.”
Hezbollah aveva capito cosa nascondevano i blocchi di Beirut: un invito a iniziare una guerra. Le prove: per più di un mese, l’esercito libanese ha rifiutato di riaprire le strade principali, lasciando non solo i legittimi manifestanti, ma anche i criminali a fare ciò che volevano.
La situazione è cambiata oggi: l’esercito ha revocato i blocchi e il presidente libanese usa la Costituzione a suo vantaggio, così come il primo ministro dimesso, che non ha una scadenza per formare un governo. Il presidente Michel Aoun ha restituito ai cristiani ciò che avevano perso dopo l’accordo di Taif: prima di chiedere a un membro del gabinetto candidato alla carica di primo ministro di formare un nuovo governo, vuole assicurarsi che sia efficace ed equilibrato, sostenuto per tutti i partiti politici e hanno un’alta probabilità di successo.
Aoun non offrirà il mandato al nuovo candidato, Samir al Jatib, perché il Primo Ministro sunnita Saad Hariri, che inizialmente ha nominato Jatib, gli ha chiesto all’ultimo momento di ritirarsi e ha chiesto all’ex Primo Ministro, l’autorità religiosa sunnita e ai partiti politici che lo sosterranno per il nuovo primo ministro saranno nominati da lui di persona e da nessun altro. È probabile che la nomina del primo ministro venga posticipata a una data sconosciuta e potrebbe persino essere lo stesso Hariri a ricoprire la carica.
Comunque sia, i manifestanti non hanno ottenuto molto perché i partiti politici tradizionali manterranno la loro influenza. Il nuovo governo, una volta formato, non sarà in grado di revocare le sanzioni statunitensi per facilitare l’economia nazionale. Al contrario, l’amministrazione americana intende reimpostare le sue sanzioni contro il Libano e imporne di nuove su altre personalità, come ha affermato il segretario di Stato Mike Pompeo alcuni mesi fa.
Oggi, nessun cittadino libanese può disporre dei propri risparmi o dei suoi beni nelle banche a causa delle restrizioni sui prelievi di denaro, un vero “controllo del capitale”. Puoi ottenere solo piccole quantità di denaro, da $ 150 a $ 300 a settimana, in un paese in cui paghi principalmente in contanti. Nessuno è autorizzato a trasferire denaro all’estero, ad eccezione delle tasse universitarie o di ordini speciali per beni essenziali.

Sostenitori di Hezbollah

Tuttavia, Hezbollah, il principale obiettivo dell’accordo tra Stati Uniti e Israele, non è stato direttamente interessato dalle sanzioni statunitensi o da nuove restrizioni finanziarie. I combattenti venivano pagati, come ogni mese, in dollari USA con un aumento del 40% (a causa della svalutazione della valuta locale).
Hezbollah non solo ha evitato la guerra civile, ma è riuscito anche a rafforzare la posizione dei suoi alleati. Il presidente Aoun e il leader della Free Patriotic Current (CPL), il ministro degli Esteri Gebran Bassil, erano in uno stato di confusione durante le prime settimane di proteste. Hezbollah è stato fedele ai suoi alleati e li ha supportati. Oggi la situazione è di nuovo sotto controllo e il presidente e il leader della CPL sono un passo avanti rispetto ai loro avversari politici.
Hezbollah farà parte del nuovo governo. L’Asse della Resistenza ha affermato che se la presenza di Hezbollah nel nuovo governo disturba l’amministrazione americana, questo non è un motivo per cui il partito dovrebbe piegarsi e andarsene. … Al contrario. Devi rimanere nel gabinetto o nominare ministri per tuo conto. Hezbollah ha il diritto legittimo di essere rappresentato nel governo perché, insieme al Movimento Amal, rappresenta più di un terzo della popolazione libanese e il governo è il risultato di una grande coalizione in Parlamento.
Chi impedirà agli Stati Uniti di approvare l’intenzione di Israele per annettere le acque marittime in disputa sul Libano? Chi farà una campagna per il ritorno dei rifugiati siriani nel loro paese di origine? Chi può impedire, come vogliono gli Stati Uniti, che le forze delle Nazioni Unite siano schierate ai confini tra Libano e Siria?
Hezbollah ha un ampio sostegno popolare e una base sociale che soffre, come tutti gli altri nel paese, della corruzione del sistema libanese. Nonostante ciò, le basi sociali di Hezbollah sono vicine all’Asse della Resistenza e ai suoi sforzi per neutralizzare le sanzioni statunitensi.
L’amministrazione americana non ha raggiunto il suo obiettivo, anche navigando nell’onda delle legittime richieste dei manifestanti. Né poteva spingere Hezbollah in una rissa di strada. Non sarà in grado di portare Hezbollah e i suoi alleati all’ostracismo, che sono determinati a far parte del nuovo governo. Gli Stati Uniti non sono riusciti a isolare Hezbollah, come ha fatto con Hamas, perché il Libano è aperto alla Siria e da lì all’Iraq e all’Iran. Il Libano è aperto anche al mondo esterno grazie alla sua costa mediterranea e può importare le merci necessarie. Nonostante tutto, l’Asse della Resistenza ha chiesto ai suoi amici e seguaci di coltivare la terra per limitare l’aumento dei prezzi del cibo.
L’Asse della Resistenza è aperto anche a Russia e Cina. Hezbollah continua a cercare di convincere i partiti politici a diversificare le relazioni e smettere di fare affidamento esclusivamente sugli Stati Uniti e sull’Europa. La Russia ha una comprovata esperienza nell’arena politica internazionale, anche se non ha ancora molta influenza in Libano e può far fronte all’egemonia americana.
L’Europa è anche felice di vedere Hezbollah e i suoi alleati al potere perché teme l’afflusso di milioni di rifugiati siriani e libanesi. La Cina è pronta ad aprire una banca in Libano, raccogliere e riciclare rifiuti, fornire acqua pulita e costruire generatori elettrici e anche investire circa 12.500 milioni in Libano, molto più degli 11.000 milioni offerti dalla Conferenza degli amici del Libano del CEDRE da Parigi,
Le porte del Libano sono aperte a un’alternativa agli Stati Uniti. Pertanto, più Washington cerca di sottomettere il governo libanese e i suoi abitanti, più si avvicineranno alla Russia e alla Cina.
I libanesi hanno perso molto dall’inizio delle manifestazioni. Ma tutto quello che Washington ha ottenuto è che la società libanese nel suo insieme ora vuole sfuggire alla sua egemonia, per non parlare del fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati non sono riusciti a isolare Hezbollah. Tuttavia, i manifestanti sono riusciti a dare l’allarme e avvertire i politici che la loro corruzione non può durare per sempre e che potrebbero finire in tribunale. Ancora una volta, gli agenti del caos hanno fallito e l’Asse della Resistenza ha ampliato la sua influenza in Libano.
Fonte: Global Research.ca

Traduzione: Luciano Lago

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Sentire bolivariano: Cuba e Fidel

Adam Chávez Frías, Alainet, 2 dicembre 2019
“Se la filosofia dell’espropriazione cessa, la filosofia della guerra cesserà”
Fidel Castro Ruz

Quasi un quarto di secolo fa, Fidel tenne un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che oggi, in un mondo sconvolto davanti al dominio egemonico del capitalismo, mantiene una validità colossale. Lì, il comandante, il grande soldato delle idee, chiarì che i popoli “vogliono un mondo senza egemonismi, armi nucleari, interventismo, razzismo, odio nazionale o religioso, oltraggi alla sovranità di qualsiasi Paese, con rispetto per l’indipendenza e l’autodeterminazione dei popoli, senza modelli universali che non considerano tradizioni e cultura di tutte le componenti dell’umanità, senza embarghi crudeli che uccidono uomini, donne e bambini, giovani e vecchi, come bombe atomiche silenziose.

Vogliamo un mondo di pace, giustizia e dignità in cui tutti, senza eccezione, abbiano il diritto a benessere e vita”. Sembra che Fidel, come Bolivar, ci guardi “seduto saldo sulla roccia per creare”, parafrasando Marti, vigile e sveglio, attento agli eventi e preoccupato dal destino del pianeta e della specie umana. E è che il leader della rivoluzione cubana, oltre ad essere un eccezionale rivoluzionario, sempre all’avanguardia nelle lotte rivoluzionarie del suo popolo e dei popoli latino-caraibici, è diventato una torcia ideologica, una scuola, guida ed esempio da seguire per diverse generazioni di uomini e donne che, in tutto il mondo, si sono dati e si danno al compito più nobile che esista, la costruzione della pace e del socialismo come unico modo per garantire benessere e progresso dell’umanità.
In questi giorni, il 2 dicembre, commemoriamo i 63 anni dello sbarco del Granma a Cuba. Quella mattina storica, l’equipaggio comandato da un giovane Fidel, dalla forte volontà e l’irriducibile convinzione di liberare la propria patria, erano disposti a vincere o morire, guidati dalla fermezza morale e combattiva di chi poi divenne il leader eterno della prima rivoluzione socialista in America Latina e nei Caraibi. Fu l’inizio dell’atto rivoluzionario per dare a Cuba una vita dignitosa. Una lotta le cui ragioni espose in modo esemplare in La storia mi assolverà, il discorso in cui coraggiosamente tracciato, davanti al tribunale di Batista, il programma politico e i profondi cambiamenti, sociali ed economici, che avrebbero avuto luogo una volta ottenuta la vittoria popolare. Era qualcosa che caratterizzò sempre Fidel: dire la verità.
In questa terra, nella Patria di Bolivar, un soldato del Popolo fu nutrito dal pensiero e dall’opera del leader cubano e finì per dedicare la vita alla causa della nostra liberazione nazionale. Per Hugo Chávez, Fidel fu un insegnamento permanente: “Fidel è un padre, un compagno, un perfetto insegnante di strategia”, disse il nostro Comandante Eterno. I terribili eventi dell’11 aprile 2002 ancora si agitano nella memoria collettiva e ricordiamo il presidente cubano quando, rompendo il blocco mediatico imposto dal governo golpista, con un’azione coraggiosa che rimarrà indelebile nei nostri cuori, stabilì un contatto telefonico con Chávez la mattina del 12, per guidarlo in quel momento critico. E la sua azione si rivelò, ancora una volta per il bene della Rivoluzione Bolivariana, riuscitissima. Il nostro popolo non lo dimenticherà mai. Perché Fidel era anche profondamente bolivariano, ammiratore del Padre della Patria e delle sue idee integrazioniste. Lo disse a Caracas nel gennaio del 1959: “Il Venezuela è la patria di El Libertador, dove fu concepita l’idea dell’unione dei Popoli d’America. Quindi, il Venezuela dev’essere il Paese leader nell’unione dei Popoli d’America; Noi cubani li sosteniamo, sosteniamo i nostri fratelli del Venezuela”. Quaranta anni dopo, il Comandante Chávez nobilitò quelle parole dalla Rivoluzione Bolivariana, dal processo di liberazione nazionale e la vera integrazione dei Caraibi latinoamericani.
Il 25 novembre 2016, lo stesso giorno in cui 60 anni prima, partendo dalle acque messicane verso il sogno della liberazione del suo Paese, Fidel s’imbarcò in un nuovo viaggio, l’ultimo viaggio che l’avrebbe elevato alle vette più alte del pensiero. Vi rimane, aprendo instancabilmente le vie della liberazione, come fece per più di sei decenni, diventando riferimento obbligatorio per tutti coloro che intraprendono la lotta antimperialista.
I popoli del mondo non dimenticheranno mai questa eredità, un retaggio storico forgiato in grandi battaglie, nelle condizioni più avverse, nella costante lotta all’aggressione permanente dell’impero nordamericano, che con tutta la sua potenza militare non poté piegare la volontà delle cubane dei cubani, la loro determinazione a continuare a costruire una società libera e socialista per la quale morirono così tanti combattenti.
Non è un compito facile, in così poche righe, parlare del comandante in capo della rivoluzione continentale. Volevo rendere un piccolo tributo, in questi giorni di massiccia mobilitazione popolare nelle terre latinoamericane, di nuove insurrezioni di fronte le aggressioni di oligarchi e fascisti, di marce e proteste per miglioramenti sociali, sovranità, pace, diritto all’autodeterminazione. In questi giorni, quando gli oppressi della nostra America alzano la voce con grande forza, dobbiamo dire all’unisono: “Fidel vive, la lotta continua!”

Adán Chávez Frías: professore universitario, fisico e politico venezuelano, Ministro del Potere popolare per la cultura. Fratello di Hugo Chávez Frías.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Iraq allo sbando dopo 400 morti in piazza e le dimissioni del premier

L’inviata Onu: la repressione delle manifestazioni pacifiche non può costituire una strategia
[4 Dicembre 2019]

Secondo il canale televisivo libanese al-Mayadeen, che cita fonti irachene, ieri pomeriggio 5 razzi hanno colpito l’importante base aerea statunitense di Ain al Asad, nella  provincia occidentale irachena di al-Anbar, non ci sarebbero vittime. Ain al Asad è la seconda base aerea dell’Iraq dopo quella di Balad ed è il quartier generale della Settima divisione dell’Esercito iracheno.
E’ la dimostrazione del fallimento della confusa operazione di 2controllo” dell’Iraq dopo le q guerre petrolifere statunitensi alle quali ha partecipato (e partecipa) anche l’Italia e che in Iraq si è creata una situazione insurrezionale della quale sono protagonisti i giovani – sia sciiti che sunniti – che è già costata centinaia di vittime, che non ha nel mirino solo l’ingerenza iraniana in Iraq, ma anche quella occidentale e che apre la strada a ritorni sia di forze oscure, come i vecchi quadri del partito Baath di Saddam Hussein – che hanno sempre operato nel Paese dopo la caduta della dittatura, che delle cellule rimaste dello Stato Islamico/Daesh che era arrivato a Mosul e quasi fino alle porte di Bagdad.
Continuano comunque le proteste anti-iraniane e il primo dicembre è stata assaltato per la seconda volta il consolato iraniano di Najaf, nell’Iraq meridionale-.
Secondo il canale in lingua araba della TV iraniana Al-Alam in lingua araba «domenica sera gli assalitori che coprivano il volto con una maschera e secondo le testimoni locali non erano residenti di Najaf, hanno preso d’assalto e bruciato il consolato iraniano in questa città santa. Secondo le autorità irachene tali attacchi mirano a creare scissione tra i due Paesi vicini».
Il 2 dicembre la Camera dei rappresentanti, il parlamento monocamerale iracheno, ha accettato le dimissioni del primo ministro, Adel Abdul-Mahdi, che il 29 novembre aveva deciso di lasciare il suo incarico a causa delle durissime proteste in corso in Iraq e all’appello dell’ayatollah Ali al Sistani, massima autorità dell’Islam sciita iracheno, che chiedeva ai deputati di sfiduciarlo. Ora il presidente della Repubblica, il kurdo Bahram Salih, dovrà nominare entro 15 giorni il nuovo primo ministro che – entro 30 giorni – dovrà ottenere la fiducia con 164 voti, cosa difficilissima con un Parlamento diviso per Partiti settari ed etnici a loro volta divisi in fazioni nemiche (e spesso armate). SE il nuovo governo non ottenesse la fiducia, il presidente Salih avrà altri 15 giorni di tempo per incaricare un altro premier e se non ci sarà una nuova maggioranza, sarà lui ad assumere anche la carica di premier reggente, cosa impensabile per un kurdo in un Paese a maggioranza sciita e che fino alla caduta di Saddam Hussein era stato dominato dai sunniti.
Nonostante i giovani dicano che la loro rivolta non è settaria e che nasce dalla protesta per la corruzione dilagante, il furto delle risorse petrolifere nazionali, le occupazioni straniere, nella politica irakena le divisioni religiose contano molto e lo ha ammesso lo stesso Mahdi quando nel comunicato nel quale annunciava le sue dimissioni, citando un passaggio chiave dell’appello di Al Sistani al Parlamento, ha scritto: »Ho ascoltato molto attentamente il discorso della suprema autorità religiosa».
Ieri, intervenendo al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Jeanine Hennis-Plasschaert, l’inviata dell’Onu in Iraq, ha avvertito che «La repressione delle manifestazioni pacifiche da parte delle autorità non può costituire una strategia. Bisogna ascoltare la frustrazione e la collera espresse dai manifestanti.
Secondo la Hennis-Plasschaert il movimento di contestazione che scuote l’Iraq dal primo di ottobre «E’ dovuto a un accumulo di frustrazione riguardante una mancanza di progressi da numerosi annii».
I manifestanti, che sfidano apertamente la polizia e le milizie confessionali e dei Partiti (che spesso sono la stessa cosa) denunciano l’incompetenza e la corruzione dei leader politici e le decadenza dei servizi pubblici essenziali in un Paese che nuota letteralmente su un mare di petrolio e gas ormai nelle mani delle multinazionali straniere e di una classe politico7religiosa corrotta e rapace.
La Hennis-Plasschaert ha sottolineato che questi giovani disperati e pronti a farsi ammazzare «chiedono che il loro Paese possa realizzare tutto il suo potenziale a vantaggio di tutti gli irakeni. Questi giovani non hanno nessun ricordo del carattere orribile della vita per molti irakeni al tempo di Saddam Hussein. Però sono molto coscienti della vita promessa dopo Saddam Hussein».
L’inviata dell’Onu ha ricordato al Consiglio di sicurezza che «In questi ultimi due mesi sono state uccise più di 400 persone e più di altre 19.000 sono state ferite nel quadro del movimento di contestazione. I manifestanti sembrano determinati a perseverare per tutto il tempo in cui le loro richieste resteranno ignorate. La situazione non può essere risolta dalle autorità irakene guadagnando tempo con misure puntuali e utilizzando la repressione. Questo approccio non farà che alimentare maggiormente la collera e la sfiducia tra la popolazione. Perseguire interessi di parte o la repressione brutale di manifestazioni pacifiche non costituiscono delle strategie. Ma l’Iraq non è una causa persa e da questa crisi potrebbero emergere nuove possibilità. La sfida consiste nel cogliere queste opportunità e costruire uno Stato sovrano, stabile, inclusivo e prospero in Iraq. E’ arrivato il momento di agire. La speranze immense di molti irakeni chiamano a una riflessione audace e volta al futuro».
L’Iran, nel mirino dei manifestanti accusa altri Paesi di voler destabilizzare l’Iraq: «E’ chiaro che gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita e sullo sfondo Israele, che sono le menti di questi giorni di disordini e instabilità in Iraq, vogliono che la situazione attuale prosegua e che persino il Parlamento iracheno venga prosciolto – scve l’agenzia ufficiale iraniana Pars Today – Gli attuali membri del Parlamento, infatti, non opteranno per un nuovo premier filo-statunitense e per questo, è prevedibile che le proteste ed il caos proseguano per mettere pressione al Parlamento di Baghdad. In queste condizioni, sembra più che mai pesante la responsabilità dei politici iracheni che mettendo da parte le divergenze, devono cercare di impedire che la loro nazione cada in una situazione di totale vuoto di potere».
Teheran, che ha appena duramente represso manifestazioni contro il carovita e i costi umani ed economici della partecipazione dell’Iran alla guerra sirana (e irakena) teme un contagio ancora più forte. «Gli organizzatori degli attuali disordini in Iraq, non a caso hanno cercato di introdurre tra gli slogan delle proteste, anche l’Iran – si legge ancora su Pars Today – È chiaro che la popolazione irachena, per il 60% sciita e per lo più imparentata con la popolazione iraniana, non può nutrire odio per la nazione vicina; Teheran è stata l’unica capitale islamica ad aiutare militarmente gli iracheni negli anni di battaglia contro l’Isis, ed è il principale partner economico di Baghdad. Gli Stati Uniti, che ritengono una minaccia per la loro influenza la collaborazione dell’Iraq con l’Iran, stanno cercando di colpire anche questo aspetto, attraverso le rivolte».
In realtà i manifestanti sono sia sciiti che sunniti e chiedono anche la fine dell’occupazione statunitense e che tutte le truppe straniere abbandonino l’Iraq, restituendo agli irakeni le risorse delle quali si sono appropriati.
Comunque, anche secondo Par Today «La classe politica irachena, che ora deve dare la risposta. Gli sviluppi dei prossimi giorni serviranno a capire se il fronte guidato dagli Usa, dopo le dimissioni di Al Mahdi, otterrà pure il proscioglimento del Parlamento, o sarà quest’ultimo a designare il futuro della nazione, utilizzando i poteri democratici conferitigli dalla Costituzione».
Teheran si allinea ancora di più con Russia e Cina – il 27 dicembre i tre Paesi effettueranno un’esercitazione militare congiunta nell’Oceano Indiano – ed evoca anche i disordini a Hong Kong, nel Xinjiang e nei Paesi dell’ex Unione Sovietica quando sottolinea che quello in Iraq «Sarà uno scrutinio importante anche perché rivelerà se gli Stati Uniti, che sul piano militare e politico sono stati sconfitti nella regione, sono ancora in grado di cambiare a proprio favore gli equilibri nelle nazioni, grazie a rivolte, rivoluzioni colorate e sommosse la cui dinamica è ormai ben nota, in tutto il mondo».
Pars Today semplifica e riduce le rivolte popolari mediorientali a pure manovre di ingegneria geopolitica: «Anche in Libano, altra nazione considerata nella sfera d’influenza di Teheran, si sta sviluppando una situazione simile, e i criminali comuni che guidano le proteste violente, hanno inserito negli slogan dichiarazioni contro Hezbollah, che a detta di sostenitori e nemici di questa formazione, è e rimane il principale partito libanese e il più impegnato nel sociale, a favore dei ceti bisognosi. Anche lì, è chiara la presenza della regia statunitense».
Una tesi che permette a Teheran di spiegare con l’ennesimo complotto anche le proteste interne. «Persino in Iran, nelle settimane scorse, c’è stato un tentativo simile, fallito miseramente in 48 ore, e solo in questi giorni, l’arresto di individui coinvolti nelle azioni violente, che erano in collegamento con la Cia, sta confermando ulteriormente che si tratta di un grande piano destabilizzante».
Ma così non si affrontano le reali questioni messe violentemente sul piatto della storia dalle proteste di popolo in Iraq, Libano e Iran, che sono poi le stesse che, ignorate e represse in Siria e Yemen, hanno portato guerre infinite, all’infiltrazione jihadista, alla guerra etnica, alle invasioni turca e saudita, a milioni di profughi e a sofferenze infinite.
Chiudere gli occhi e tapparsi gli orecchi di fronte alle rivolte e alle sofferenze di popoli interi, come hanno fatto e continuano a fare Occidente e Oriente in Medio Oriente, mettere gli interessi petroliferi e geopolitici davanti a quelli dei popoli, porta solo al sanguinoso disastro al quale stiamo assistendo da anni.

Preso da: http://www.greenreport.it/news/geopolitica/iraq-allo-sbando-dopo-400-morti-in-piazza-e-le-dimissioni-del-premier/

Militari e polizia in Bolivia: risentimento storico dell’apparato politico fascista

Ernesto Eterno, Internationalist 360º, 22 novembre 2019

La Bolivia vive un altro momento di rottura sociale e politica nella sua lunga storia di instabilità e golpe civile-polizia-militari. Ciò che accade, oltre la tragedia vissuta da questo popolo eroico, ha molti paradossi che non possono essere ignorati. Il primo è l’incomprensibile avventura distruttiva di un Paese che si dirigeva verso il 21° secolo con un percorso senza precedenti nel diventare una democrazia. Mai prima d’ora il Paese aveva ottenuto ciò che molti invidiano: crescita economica sostenuta, stabilità politica, unità nazionale in costruzione e rispettoso impegno internazionale, nonché risultati sociali e sconfitta secolare delle due maledizioni del sottosviluppo: estrema povertà e analfabetismo. Il secondo paradosso è sostenere che vi fu una successione costituzionale quando in realtà ciò che accadde fu l’assalto pianificato al potere. Dalla detenzione dei municipi nel Paese in una simulazione democratica all’ammutinamento della polizia, ciò che fu interessato era il rimaneggiamento della scacchiera politica orchestrato ad arte, da qualche tempo ormai, nelle viscere dell’impero con la complicità della élite razzista regionale coperta da una religiosità macabra. Jeanine Ánhez, che si autodefinisce “presidente costituzionale”, rappresenta la presa illegale e illegittima del potere, null’altro che il corollario del piano golpista finemente tessuto negli ultimi tre o quattro anni. Questo finale fascista fu preceduto da una serie di operazioni segrete sistematicamente attuate e che le agenzie d’intelligence non seppero rilevare o che nascosero. Il terzo paradosso è il ruolo angosciante dei media che, quando gli piace, si definiscono democratici, trasparenti e indipendenti. Oggi sono semplicemente un branco di disinformatori senza scrupoli, una vergognosa macchina della manipolazione al servizio degli interessi commerciali monopolistici. Insieme alla panoplia di menzogne sistematiche, dirette dalla diplomazia pubblica nordamericana, i social network adempivano al loro ruolo perverso di filtrare sproporzionatamente, sia nei contenuti che nella portata, il presunto “male masista, inclusa l’enorme broglio”, nascondendo brutalità e violenze del paramilitarismo di Santa Cruz, delle bande armate cochalas o della polizia di La Paz.

Il quarto paradosso ha a che fare col ruolo della struttura monopolistica della violenza legittima progettata per proteggere lo Stato e i cittadini, mentre in realtà genera violenza, morte e terrore nel sostenere un regime illegittimo contro la volontà della maggioranza popolare. Mai prima d’ora polizia e militari, inguainati nella presunta difesa della democrazia e nel controllo delle proteste, puntarono così lontano le armi della repressione dalle “sale di guerra”.
Protetti dal nuovo regime violento, militari e polizia coesistono uniti dal sangue e lutto di decine di boliviani nel pieno del loro odio ancestrale a un comando politico transitorio che ne ignora il controverso passato. Come possiamo capire che militari e polizia, il cui reciproco risentimento di oltre un secolo di storie istituzionali distanti segnate dal fuoco, supportano oggi la struttura gelatinosa di un regime che ha causato solo morti e feriti? Al di là del surrealismo che li circonda, polizia e militari sono in una guerra silenziosa nel pieno del colpo di Stato che continua senza sosta nonostante il numero di morti suggellati delle loro armi letali. Il risentimento che circonda entrambe le istituzioni, la cui storia non era ancora chiarita nel 21° secolo, costituisce i veri limiti del regime golpista. I sintomi dell’asprezza iniziarono a emergere nelle turbolente manifestazioni sociali. Entrambi i fronti repressivi si accusavano a vicenda di aver sparato a civili indifesi, assumendosene la responsabilità tra gli sconvolgimenti sociali. La polizia che accusa i militari che accusano la polizia è una costante che tende ad approfondirsi col passare delle ore. Il ruolo tragicomico dell’ufficio del procuratore generale appare sulla scena cercando di calmare il panico delle aziende coll’argomento che le armi pesanti avevano causato le morti. Un sintomo della crisi irreversibile. Per evitare ulteriori conflitti e distrarre l”opinione pubblica, il governo golpista, consigliato dalle agenzie statunitensi, accusò degli stranieri armati come FARC, cubani, colombiani e venezuelani delle morti causate da forze repressive ufficiali. La disputa perenne per preservare il potere politico da entrambe le istituzioni produce scismi interni dalle conseguente possibile debacle del regime del golpista fascista basato su baionette, gas e piombo.

Tra i militari
Sedici anni dopo aver compiuto uno dei più sanguinari massacri contro il popolo di El Alto, che portò a condanne e detenzione dei comandanti dell’epoca, le forze armate tornavano in piazza vestite con l’inconfondibile cachi statunitense con la missione di affrontare l’escalation dei conflitti sociali nel Paese. Il 10 novembre, il comandante in capo delle forze armate, il generale Ejto Kalimán, apparentemente sconcertato e con voce tremante, ordinò l’uscita delle forze armate sulle strade, il cui tragico risultato finora supera i venti morti. La metà delle vittime, per lo più giovani, furono del “massacro della Sacaba”. Nulla può suggerire che tale decisione porterà Kaliman e i suoi comandanti nello stesso posto in cui i loro predecessori, responsabili del massacro di El Alto nell’ottobre 2003, scontano la sentenza. La decisione di Kalimán, che contrastava radicalmente con quella del Presidente Morales, è una delle principali espressioni del fallimento istruttivo e pedagogico delle forze armate nelle crisi politiche. Evo Morales si dimise proprio per evitare morti inutili, contrariamente a Kalimán che ordinava ai militari di uscire, sapendo le conseguenze. Chi impose a Kalimán l’ordine di schierare i soldati per le strade? Perché tale decisione fu modificata ventiquattro ore dopo, quando promise al suo generale-capitano che non avrebbe mosso alcuna unità militare col pretesto di carenza di equipaggiamento, munizioni e agenti chimici? L’autonomia politica di Kaliman al culmine della crisi sociale e politica che precipitò quest’ultimo colpo di Stato ritrae in qualche modo non solo il fallimento del comando politico sull’esercito, ma anche l’incomprensione delle sue etica professionale, e conservativa, pragmatica, opportunistica e immediata ideologia e cultura aziendali. Anche il lavoro autonomo della scuola antimperialista non servì a moderare la decisione di Kaliman in circostanze che richiedevano un minimo di fedeltà statale. L’Alto Comando svolse il ruolo più critico secondo le precedenti conversazioni con Luis Fernando Camacho e funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti. Non va dimenticato che Kalimán fu un addetto militare a Washington per un paio d’anni e che alcuni membri della sua famiglia rimasero negli Stati Uniti.
Attualmente, i militari che occupano la catena di comando affrontano il dilemma di uscire per strada a continuare a reprimere il popolo o rimanere nelle caserme a causa delle disastrose conseguenze dell’intervento nelle strade. Ma il dubbio più forte sorge dalla responsabilità militare o della polizia una volta che la calma ritornerà nel Paese. Molti ufficiali ritengono che la polizia porrà tutta la responsabilità dei morti e feriti sulle forze armate poiché solo esse usano tali armi. I calcoli postbellici iniziano a minare la fiducia delle truppe nei loro comandanti che ritengono irresponsabili e inadeguati. La valutazione dell’amministrazione di Evo Morales attraversa i corridoi delle caserme. Sostengono che Evo li escluse da qualsiasi conflitto sociale per tredici anni, una situazione che gli permise di accrescere la loro legittimità istituzionale agli occhi del pubblico di fronte al discredito della polizia per l’evidente corruzione e indisciplina. Gli ufficiali ammisero che il loro salariale e la qualità della vita cambiarono sostanzialmente col “processo di cambiamento”, mentre l’incursione in compiti sociali gli permise di essere considerati dal governo “soldati della éatria”. I bonus “Juancito Pinto” o “Renta Dignidad” o la gestione delle catastrofi naturali affidata alle forze armate facilitò un rapporto sensibile con la società. Oltre a questo, la valutazione dell’aumento del budget della Difesa, l’acquisto di beni e miglioramento della qualità della vita del soldato sono parte della loro memoria immediata. Tuttavia, oggi, in meno di una settimana, un regime di fatto comandato da un gruppo politico radicale e da capi religiosi fanatici portava le forze armate a confrontarsi con disprezzo e condanna della società ed internazionale, i cui effetti non saranno superati nei prossimi decenni. Col grido collettivo di “militari assassini!” belle strade, i quadri intermedi temono di subire conseguenze: diserzione dei soldati nel pieno del conflitto, una sconfitta morale senza precedenti; perdita di potere negli spazi che Evo Morales costruì per garantirsi fedeltà, come nel caso della Sicurezza presidenziale (USDE), accesso a posizioni pubbliche di alto livello (gestione di società statali) e persino posizioni diplomatiche; il discredito istituzionale che comporterà la drammatica riduzione dei coscritti a servizio militare obbligatorio che in realtà giustificava l’esistenza dell’istituzione; ripudio popolare permanente sulle strade; processi.
I disordini militari di fronte agli eventi e l’elevato numero di vittime derivanti dalla repressione portava a interrogativi sull’alto comando e a una sfiducia interna senza precedenti. In un rapporto inviato alle unità militari dell’Ottava divisione dell’esercito dal comando in capo delle forze armate, il 14 novembre 2019, si affermava che il corpo degli ufficiali “osserva la condotta dei cadetti, reclute e soldati del Chapare, regione in tutte le attività erano sviluppate nelle unità”. Questa disposizione esprimeva paura viscerale nei confronti dei propri soldati, confermandone ancora una volta lo status di forza di occupazione coloniale. Questo rapporto esprime l’atroce paura del mondo indigeno, ma anche disprezzo e sfiducia generati dalla loro presenza nelle forze armate. Una vera aberrazione culturale e corporativa dopo oltre 35 anni di democrazia e 13 anni di apparente inclusione indigena nelle forze armate. Questo è il miglior esempio del fallimento della presunta democratizzazione militare e della coesistenza plurinazionale ed interculturale nel mondo in uniforme. Molti ufficiali sensibili al conflitto storico con la polizia mettevno in dubbio la decisione poco saggia e inopportuna di Kalimán, perché avrebbe “salvato” la polizia in un momento chiave di crisi operativa. Il rogo della Whipala da parte degli agenti di polizia e la rimozione di quel simbolo dalla loro uniforme provocò un profondo disordine sociale che portava ad attacchi alle loro strutture, costringendoli a chiedere supporto militare per salvarsi dalla rabbia popolare. Il risentimento contro la bandiera costituzionalmente riconosciuta causò la rottura tra polizia e popolazione rurale e indigena. La verità è che il proverbiale odio tra esercito e polizia continuava a fluire nel pieno golpe grottesco, sostenuto dall’uso irrazionale della forza e dal comportamento razzista del governo che assomiglia alle vecchie dittature militari guidate da slogan ultramontani stranieri.
Il colpo di Stato contro il processo democratico guidato da Evo Morales ha l’inconfondibile sigillo delle forze armate come attori protagonisti, sebbene fu la polizia nazionale a guidare il colpo di Stato dalla città di Cochabamba, l’8 novembre. Apparentemente, ul 10 novembre 2019 passerà alla storia come uno di quei giorni tragicomici in cui un generale mediocre e opportunista come Kalimán, con uno stato maggiore pusillanime e degradante, decise di rassegnare le dimissioni per interesse di un eticamente decaduto, moralmente rovinato e patetico circo della polizia che usava la Bibbia come scudo religioso per legittimare la propria sopravvivenza. Alcuni settori delle Forze armate ritennero che l’assedio popolare contro la polizia costituisse il momento migliore per saldare i conti degli eventi del febbraio 2003. In quell’occasione, cecchini della polizia, addestrati dagli Stati Uniti, uccisero diversi soldati del Reggimento della scorta presidenziale in modo vigliacco, quando la folla tentò di entrare nel Palazzo del Governo per reazione a una misura economica anti-popolare. Secondo molti ufficiali, Kaliman divenne il proverbiale eroe dei giorni vergognosi del colpo di Stato della polizia, un fenomeno mai immaginato dalle forze armate. Un triste ruolo politico fu svolto dai militari che dovettero salvare la vita al loro aspro nemico storico quando era sull’orlo del collasso delle repressione. Il capo dipartimentale della polizia di La Paz chiedeva in lacrime l’aiuto delle forze armate per difendersi dall’assedio dei movimenti sociali che combattevano per licenziare la presidentessa autoproclamata. Il supporto militare a una languida polizia in uno scenario di controversie politiche era un episodio eccezionale. Nel 1952, l’esercito fu sconfitto dal movimento operaio che portò la polizia a cavalcare la schiuma rivoluzionaria per vendicarsi del cattivo trattamento che i militari diedero ai carabinieri dell’epoca. Normalmente, la polizia nazionale si allineava ai colpi di stato militari come un cane con la coda tra le gambe, nel tentativo di assicurarsi il banchetto burocratico. Il 10 novembre successe il contrario.
Nella polizia
Il colpo di Stato promosso dalle forze di polizia della città di Cochabamba contro il governo di Evo Morales era un non segreto maliziosamente ignorato dal Ministero, abilmente gestito dal comandante generale della polizia e articolato in modo efficiente dalle forze di opposizione di destra che sapevano da anni che la polizia nazionale costituiva un formidabile alleato dei loro piani destabilizzanti. L’opposizione, consigliata da agenti esteri, iniziò a lavorare interno della polizia mentre il governo li ignorava o vi si appellava solo in caso di conflitto sociale. Non vi è dubbio che nella catena geografica di controllo e comando della struttura di polizia, il dipartimento di Santa Cruz, e in particolare la città di Santa Cruz, costituiva l’anello più debole in cui fu costruita una sorta di patto delle complicità tra ministero e forze di polizia guidate da ufficiali collegati alla costellazione criminale regionale. Paradossalmente, il luogo in cui il crimine acquisiva dimensioni transnazionali era precisamente il luogo in cui fu costruita l’architettura della regolamentazione della polizia del crimine, come nel caso del carcere di Palmasola. Allo stesso modo, tale rete di complicità politico-poliziesca si estese ai circuiti mafiosi del traffico di droga, traffico di armi, case da gioco o traffico di terre a favore di stranieri le cui attività erano gestite da agenti di polizia dalle sponsorizzazioni politiche. Santa Cruz era una specie di territorio della polizia autonomo abilmente utilizzato dalle forze d’opposizione che vedeva nei suoi margini di autonomia statale le migliori condizioni per la cospirazione armata e sediziosa. Nei tredici anni del governo di Evo Morales non ci fu la capacità di generare una politica di istituzionalizzazione, modernizzazione o disciplina professionale delle forze di polizia. Al contrario, i capi della polizia, incoraggiati da continue rotazioni, beneficiarono di privilegi inimmaginabili cui si aggiunse una cultura della corruzione scandalosa, goffa o deliberatamente trascurata. Solo alla fine del mandato di Morales la polizia ebbe un moderno sistema di controllo territoriale nel quadro della sicurezza dei cittadini noto come BOL 110, che aumentò la capacità di produrre informazioni a fini informali. Il supporto tecnologico servì da cortese concessione elettorale che la polizia accolse senza l’entusiasmo previsto. Il rapporto tra governo e polizia in oltre un decennio soffrì di difetti strutturali, ma il peggio era affidare a un alto funzionario una responsabilità centrale quando le sue priorità erano guidare le squadre di calcio.
Morales affrontò diversi episodi di insubordinazione, rivolte e sedizione della polizia placati dopo complesse trattative, ma non si risolsero mai strutturalmente. Le radici del malcontento della polizia furono alimentate internamente, mantenendo tale clima invariabile e cumulativo nel tempo. Allo stesso tempo, la colossale corruzione della polizia non fu trattata in modo adeguato e proporzionato dal governo. Privilegi di polizia, corruzione e ampi margini di criminalità aziendale operavano e funzionavano a livello di comando lasciando ai subordinati solo le briciole, una situazione che aggravava il malessere dei poliziotti subordinati di cui era responsabile il governo nazionale. D’altra parte, il rapporto politico-militare privilegiato generò un profondo risentimento nella polizia nazionale. La polizia si vide come cittadini di seconda classe di fronte al trattamento del governo dei militari come cittadini di prima classe. La presenza del Oresidente Evo Morales in occasione degli anniversari militari, i discorsi solleciti che valutano il lavoro militare, nonché privilegi e prerogative concesse periodicamente, costituivano “sistematiche offensive” contro una polizia che operava quotidianamente in condizioni deplorevoli. La disparità di trattamento del governo nazionale a favore delle forze armate, costruzione di edifici, campi sportivi, acquisto di attrezzature e materiali militari, costosi investimenti in tecnologia come radar, ecc., alimentò un forte rancore anti-militare e anti-governativo nella polizia. L’espressa propensione del governo Morales a favorire le forze armate fu presa come un’umiliazione persistente che fu tradotta in una narrazione antigovernativa dagli ufficiali in merito ai loro subordinati con informazioni sfavorevoli. Oltre allo sdegnato rapporto tra Evo Morales e Polizia, il governo nazionale attuò tagli alle principali fonti di entrate istituzionali. Sebbene le decisioni fossero corrette, volte ad eliminare la corruzione, furono interpretate diversamente dalla polizia nel desiderio di preservare nicchie di privilegio burocratico. Morales andò molto oltre nel ridurre le prerogative della polizia assegnando alle forze armate il compito di combattere il contrabbando. Le unità anti-contrabbando della polizia furono sciolte e sostituite da unità militari. I militari occuparono il confine, spezzando le reti dell’illegalità e del controllo territoriale, il che significava doppia amputazione: per i gruppi criminale che vivevano della fertile attività del contrabbando, e per la polizia che viveva proteggendo le reti dell’illegalità a cui garantiva protezione e impunità. Fu tale polizia sediziosa che affrontò il governo di Evo Morales e ottenne direttamente o indirettamente le sue dimissioni. Mai prima d’ora la polizia era riuscita a rovesciare un governo democratico come fece tale organizzazione indisciplinata e politicamente malata.
Il colpo di Stato civile non aveva solo una componente politica ma anche vendicativa alimentata dal ricordo di presunti obbrobri, privazione e maltrattamenti. Le rivolte della polizia riflettevano l’odio atroce contro il governo, che si era contenuto e che poi esplodeva in ondate successive sostenute da una classe media che si esprimeva nelle strade lasciando che i suoi profondi malcontento e disprezzo corressero contro un governo in piena ritirata. Il colpo di Stato della polizia, sostenuto e guidato nelle strade dalle proteste della classe media, permise d’intravederne lo sfaccettato scopo. In primo luogo fu la migliore occasione per vendicarsi del governo per maltrattamenti e sfratti istituzionali, una sorta di catarsi corporativa infiammata da una retorica di odio e religiosità esplosa senza che nessuno ne capisse il potenziale effetto. Le rivolte incarnarono il compito di riguadagnare i privilegi corporativi recisi per motivi politici e ceduti alle forze armate dal governo. Il primo obiettivo che la polizia recuperò, per i suoi effetti simbolici, fu l’unità della sicurezza presidenziale (USDE) dalle mani dell’esercito. Una volta completate le dimissioni di Evo Morales, la polizia nazionale non tardò un minuto nel prendersi carico del dispositivo di sicurezza della Casa Grande del Pueblo, costringendo il corpo di sicurezza presidenziale a liberare immediatamente l’edificio. Gli oltre settanta membri di questa squadra speciale, che aveva protetto Morales per più di un decennio, furono costretti a ritirarsi, umiliati, dallo stato maggiore delle forze armate, per ricevere nuovi incarichi. Allo stesso modo e con un assalto, la polizia nazionale si riprese il controllo degli edifici del Servizio di identificazione personale (SEGIP) istituzionalizzati dal governo Morales per stroncare sul nascere una delle principali fonti della corruzione della polizia. La presa della polizia di istituzioni, spazi e prerogative faceva parte delle promesse del caudillo di Santa Cruz Luis Fernando Camacho, per portarla al colpo di stato, obiettivo raggiunto quasi chirurgicamente. In uno dei consigli tenuti a Santa Cruz, Camacho promise di restituire tutte le istituzioni “ingiustamente portate via dal governo nazionale” e di concedergli un trattamento salariale e pensionistico simile a quello delle Forze armate, un incentivo inconfutabile.
Oltre ai complessi problemi affrontati dal nuovo comando di polizia, gli agenti subiscono pericolosi segni di esaurimento fisico dopo oltre venti giorni di lavori per strada e repressione. Tuttavia, li rafforzamento della polizia in questo contesto di crisi si traduceva in azioni pericolose di piccoli gruppi che operavano indipendentemente dal comando centrale. Tale clima incerto, con un governo che faceva appello a un discorso recalcitrante e un ministro governato dall’odio atroce contro i funzionari governativi, promuovevano la formazione di gruppi di poliziotti e paramilitari che agivano secondo una logica vendicativa e mercenaria. Tra le turbolenze politiche, era sorto un nuovo fattore di disordini tra la polizia, generato dalla concessione di 34 milioni di bolivianos alle forze armate per coprire i costi della logistica della repressione. I membri della polizia nazionale sospettavano che tali risorse servissero a favorire i capi militari come “bonus fedeltà”. Allo stesso tempo, si aggravavano i disordini contro il governo golpista e le forze armate, coll’approvazione del DS 4078, il cui obiettivo era autorizzare l’uso di militari, attrezzature e armi garantendone l’immunità, una condizione non goduta dalle forze di polizia.
Conclusioni
È chiaro che militari e polizia sono i pilastri su cui si basa il potere del governo golpista. Sembra anche chiaro che tali pilastri contengano controversie storicamente irrisolte e inconciliabili che col passare del tempo creeranno maggiori frattura e polarizzazione. Al di là del carattere provvisorio, un governo con buon senso dovrebbe conoscere le profonde fratture tra enti al fine di evitare di essere sconfitto dalle conseguenze. Fortunatamente, il governo golpista guarda solo all’ombra e non alla realtà e quindi durerà poco, quanto l’esplosione convulsa di entrambi gli enti che iniziano a contorcersi per annullarsi o distruggersi a vicenda. Se il sangue sarà a fiumi non dipenderà dai complottarsi golpisti, ma dalle profonde ferite riaperte da un comando politico ignorante, arrogante, rabbioso e suicida. Il colpo di Stato ha i suoi limiti paradossali nell’uso della polizia e dei militari e questo dipende dal come tale duello storico sarà risolto nelle viscere del potere fascista. Con una polizia nazionale alienata dalle molteplici contraddizioni interne e dalle forze armate sconcertate dalla dimensione del conflitto e dalle future responsabilità politiche, legali e istituzionali, i boliviani vivono in un panorama desolato.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Bolivia, laboratorio di una nuova strategia di destabilizzazione

La stampa internazionale è cauta nel riferire quanto accade in Bolivia. Descrive il rovesciamento del presidente Evo Morales, parla di un ennesimo colpo di Stato, ma non riesce a inquadrare quel che sta davvero succedendo. Non si accorge del nascere d’una nuova forza politica, finora sconosciuta in America Latina. Secondo Thierry Meyssan, se le autorità religiose del continente non si assumeranno subito le proprie responsabilità, niente riuscirà a impedire il dilagare del caos.

| Damasco (Siria)

La nuova presidente dello Stato Plurinazionale della Bolivia brandisce i Quattro Vangeli e denuncia i “riti satanici” degli indios. Diversamente dai commenti della stampa internazionale, Jeanine Áñez non se la prende con gli indios – peraltro tutti cristiani – in quanto etnia, ma vuole imporre il fanatismo religioso.
Il 14 ottobre 2019, in un’intervista alla televisione Giga Vision, il presidente Evo Morales dichiarò di possedere registrazioni comprovanti la preparazione di un colpo di Stato da parte di esponenti dell’estrema destra e di ex militari, da mettere in atto qualora avesse vinto le elezioni [1].

Quel che poi è accaduto non è un vero e proprio colpo di Stato: è un rovesciamento del presidente costituzionale. Niente induce a credere che il nuovo regime saprà stabilizzare il Paese. Sono i primordi di un periodo di caos.
Le rivolte che si sono susseguite dal 21 ottobre hanno indotto a fuggire, l’uno dopo l’altro, il presidente, il vicepresidente, il presidente del senato, il presidente dell’Assemblea nazionale, nonché il primo vicepresidente del senato. Le sommosse non sono però cessate con l’intronizzazione alla presidenza ad interim, il 12 novembre scorso, della seconda vicepresidente del senato, Jeanine Áñez. Il partito di Áñez ha solo quattro deputati e senatori su 130. In compenso, la nomina di un nuovo governo senza indigeni ha spinto gli indios a scendere in piazza in sostituzione dei sicari che hanno cacciato il governo Morales.
Ovunque si registrano violenze interetniche. La stampa locale riferisce delle umiliazioni pubbliche e degli stupri. E conta i morti.

Se è evidente che la presidente Áñez ha il sostegno dell’esercito, non si sa invece chi abbia cacciato Morales: potrebbe essere una forza locale o una società transnazionale, oppure entrambe. L’annullamento di un mega-contratto per lo sfruttamento delle miniere di litio potrebbe aver spinto un concorrente a investire nel rovesciamento del presidente.
Una cosa soltanto è certa: gli Stati Uniti d’America, che adesso si rallegrano per il corso preso dagli avvenimenti, non li hanno provocati, sebbene cittadini e funzionari USA vi siano probabilmente implicati, come ha affermato il direttore dell’SVR [Servizio d’intelligence internazionale, ndt] russo, Sergueï Narychkine.
La pubblicazione della registrazione di una conversazione tra la ministra degli Esteri della Colombia, Claudia Blum, e l’ambasciatore colombiano a Washington, Francisco Santos, in un caffè della capitale statunitense, non lascia dubbi [2]: in questo momento il segretario di Stato USA Mike Pompeo è contrario a ogni intervento in America Latina; ha già mollato l’autoproclamatosi presidente del Venezuela, Juan Guaidó, facendo precipitare nello sgomento la Colombia anti-Maduro, e rifiuta ogni contatto con i numerosi apprendisti putschisti latino-americani.
Sembra che la nomina di Elliot Abrams come rappresentante speciale USA per il Venezuela non sia stata soltanto il prezzo della chiusura dell’inchiesta russa del procuratore Robert Mueller [3], ma anche un mezzo per farla finita con i neo-conservatori dell’amministrazione. Questo “diplomatico” si è comportato talmente male che in pochi mesi ha distrutto ogni speranza d’intervento imperialista USA in America Latina.
Del resto, il dipartimento di Stato USA è un cumulo di macerie: alti diplomatici hanno testimoniato contro il presidente Trump davanti alla commissione della Camera dei Rappresentanti incaricata dell’impeachment.
Ma chi conduce il gioco se non è l’amministrazione Trump a farlo? Evidentemente ci sono ancora residui importanti delle reti create dalla CIA negli anni dal 1950 al 1970. Dopo quarant’anni sono ancora presenti in numerosi Paesi dell’America Latina e possono agire autonomamente, con pochi appoggi esterni.

Le ombre del passato

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Ante Pavelić, capo della milizia degli ustascia, e il suo protettore, l’arcivescovo cattolico di Zagabria, monsignor Alojzije Stepinac. Il primo è ritenuto uno dei peggiori criminali della seconda guerra mondiale, il secondo viene considerato santo per aver lottato contro il comunismo.

Quando gli Stati Uniti decisero di arginare l’URSS, il primo direttore della CIA, Allen Dulles, e il fratello, il segretario di Stato John Foster Dulles, esfiltrarono miliziani dell’Asse un po’ ovunque nel mondo per combattere i partiti comunisti. Furono riuniti in un’associazione, la Lega Anticomunista Mondiale (WACL) [4], che organizzò in America Latina il “piano Condor” [5] per una cooperazione fra i regimi filo-USA e per assassinare i leader rivoluzionari, ovunque si rifugiassero.
Il generale-presidente boliviano Alfredo Ovando Candia (1965-1970) affidò al nazista Klaus Barbie (il “macellaio di Lione”) la caccia all’argentino Che Guevara. Barbie riuscì a eleminarlo nel 1967, come nel 1943 aveva fatto con il capo della Resistenza francese, Jean Moulin. Durante le dittature del generale Hugo Banzer Suárez (1971-1978) e di Luis Garcia Meza Tejada (1980-81), Klaus Barbie, assistito da Stefano Delle Chiaie (membro di Gladio, che organizzò in Italia il tentativo del colpo di Stato del principe Borghese), ristrutturò la polizia e i servizi segreti boliviani.
Dopo le dimissioni del presidente statunitense Richard Nixon, gli Stati Uniti si dedicarono alla grande operazione di trasparenza con le commissioni Church, Pike e Rockefeller sulle attività segrete della CIA. Il mondo scoprì soltanto le increspature di superficie, che erano comunque troppo. Nel 1977 il presidente Jimmy Carter nominò l’ammiraglio Stansfield Turner a capo della CIA, con l’incarico di ripulirla dai collaboratori dell’Asse e di trasformare i regimi filo-americani da dittature in democrazie. È perciò legittimo chiedersi come abbiano potuto Klaus Barbie e Stefano delle Chiaie supervisionare fino al 1981 il sistema repressivo della Bolivia.
Evidentemente Barbie e Delle Chiaie erano riusciti a organizzare la società boliviana in modo da prescindere dal sostegno di Casa Bianca e CIA. Gli bastava il sostegno discreto di qualche alto funzionario statunitense e il denaro di qualche multinazionale. Allo stesso modo hanno probabilmente agito i putschisti del 2019.
Durante il periodo anticomunista, Barbie favorì l’installazione in Bolivia di croati ustascia che avevano facilitato la sua fuga dall’Europa. Quest’organizzazione terrorista, creata nel 1929, rivendicava in primo luogo un’identità cattolica e aveva il sostegno della Santa Sede nella lotta contro i sovietici. Nel periodo tra le due guerre compì numerosi assassinii politici, fra gli altri quello, in Francia, del re ortodosso Alessandro I di Jugoslavia. Con la seconda guerra mondiale gli ustascia si allearono con fascisti e nazisti, pur conservando la propria specificità. Massacrarono gli ortodossi e arruolarono i mussulmani. In contraddizione con il cristianesimo cui in origine si riferivano, promossero una visione razzista del mondo e non consideravano gli slavi e gli ebrei come esseri umani a pieno titolo [6]. Alla fine della seconda guerra mondiale gli ustascia e il loro capo Ante Pavelić fuggirono dall’Europa e si rifugiarono in Argentina, dove furono accolti dal generale Juan Perón. Alcuni di loro però rifiutarono la sua politica e si staccarono: il gruppuscolo più intransigente emigrò in Bolivia [7].

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Per il neo-ustascia Luis Fernando Camacho, «la Bolivia appartiene a Cristo!»; una verità lapalissiana in una Paese al 98% cristiano. Ma cosa intende esattamente?

Gli ustascia in Bolivia

Quali che siano le ragioni etiche, è sempre difficile rinunciare a uno strumento offensivo. Così non bisogna meravigliarsi che collaboratori cacciati dal presidente Carter dalla CIA collaborarono con il vicepresidente di Ronald Reagan ed ex direttore della CIA, George Bush senior. Alcuni di loro formarono l’Antibolchevik Bloc of Nations [8]; si trattava soprattutto di ucraini [9], baltici [10] e croati. Tutti criminali oggi al potere.

Concerto di un gruppo ustascia a Zagabria nel 2007.

Gli ustascia boliviani hanno mantenuto legami con i fratelli d’armi in Croazia, in particolare durante la guerra del 1991-1995, in cui sostennero il partito cristiano-democratico di Franjo Tudman. In Bolivia hanno creato l’Unione Giovanile Cruceñista, milizia nota per le violenze antirazziali e le uccisioni d’indios aymara. Uno dei vecchi capi, l’avvocato e uomo d’affari Luis Fernando Camacho, è oggi presidente del Comitato Civico pro-Santa Cruz. È lui che apertamente dirige i sicari che hanno cacciato dal Paese l’aymara Evo Morales.
Sembra che anche il nuovo comandante in capo dell’esercito, Iván Patricio Inchausti Rioja, provenga dagli ustascia di Croazia. È lui che guida la repressione contro gli indios, munito della licenza d’uccidere della presidente Jeanine Áñes.
La forza degli ustascia boliviani non è nel numero. Sono solo un gruppuscolo. Eppure sono riusciti a cacciare il presidente Morales. La loro forza sta nell’ideologia: strumentalizzare la religione per giustificare il crimine. In un Paese cristiano nessuno osa opporsi spontaneamente a persone che si richiamano a Cristo.
Tutti i cristiani che hanno letto o sentito la nuova presidente annunciare il ritorno al governo della Bibbia e dei Quattro Vangeli — lei non sembra fare distinzione tra i due testi — e denunciare i «riti satanici degli indios» ne sono stati scioccati. Tutti hanno pensato fosse adepta di una setta. No, è soltanto una fervente cattolica.
Da molti anni mettiamo in guardia contro i partigiani al Pentagono della strategia Rumsfeld/Cebrowski, che vogliono fare nel Bacino dei Caraibi quanto fatto nel Medio Oriente Allargato. Sotto l’aspetto tecnico, il loro piano si è sempre scontrato con l’assenza di una forza latina, comparabile ai Fratelli Mussulmani e ad Al Qaeda. Tutte le macchinazioni partivano dalla tradizionale opposizione dei “capitalisti liberali” ai “socialisti del XXI secolo”. Non è più così. Ora una corrente interna al cattolicesimo predica la violenza in nome di Dio. Essa rende fattibile il caos. I cattolici latini si trovano nella stessa situazione dei sunniti arabi: devono con urgenza condannare questi individui per non essere travolti dalla loro violenza.

[1] Bolivie: Morales redoute un coup d’Etat s’il gagne les élections, AFP, 15 novembre 2019.
[2] Exclusivo: audios de polémica charla entre embajador Francisco Santos y la nueva canciller Claudia Blum, Publimetro Colombia, 20 de noviembre de 2019.
[3] “Venezuela, Iran: Trump e lo Stato Profondo”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 21 maggio 2019.
[4] «L’internazionale criminale: la Lega anticomunista mondiale», Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 3 luglio 2016, traduzione di Alessandro Lattanzio.
[5] Operación Cóndor, 40 años después. Stella Calloni, Infojus (2015).
[6] Nel 1823 il poeta Antun Mihanović, influenzato dal romanticismo tedesco, s’interrogò sulla possibile origine non-slava dei croati. Partendo da quest’ipotesi romantica, Ante Starčević teorizzò la giustificazione dell’indipendenza croata nei confronti di altri popoli dei Balcani. È su tale base che gli ustascia edificarono l’ideologia razialista, indipendentemente quindi dal nazismo. I nazisti, che avrebbero dovuto considerare i croati come sub-umani e farne i loro schiavi, trovarono comodo mobilitarli al proprio fianco, fingendo di credere a questo mito. Cf. The Racial Idea in the Independent State of Croatia. Origins and Theory, Nevenko Bartulin, Brill, 2014.
[7] Nationalism and Terror. Ante Pavelic and Ustasha Terrorism from Fascism to the Cold War, Pino Adriano and Giorgio Cingolani, Central European University Press (2018).
[8] Old Nazis, the new right and the Republican party, Russ Bellant, South End Press, 1988.
[9] «Chi sono i nazisti nel governo ucraino?», Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 4 marzo 2014, traduzione di Alessandro Lattanzio. «Ucraina: Stato canaglia neo-nazista incombente in Europa», Andrej Fomin, Fonte: Oriental Review (Russia), 28 febbraio 2014, traduzione di Alessandro Lattanzio. «Neo-nazi addestrati dagli Usa», Manlio Dinucci, Il Manifesto, 10 febbraio 2015. «Manifestazione nazista a Kiev», Rete Voltaire, 17 ottobre 2017, traduzione di Rachele Marmetti. «In Ucraina vivaio Nato di neonazisti», Manlio Dinucci, Il Manifesto, 23 luglio 2019.
[10] «La présidente de la Lettonie réhabilite le nazisme» par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 16 mars 2005. «Diritto di replica del governo lettone», ambasciatrice Solvita Aboltina, commenti di Manlio Dinucci e Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 11 ottobre 2018.

Manifestazioni in Libano contro le interferenze statunitensi

25 novembre 2019.
Diverse manifestazioni hanno avuto luogo negli ultimi due giorni in Libano per protestare contro le interferenze degli Stati Uniti negli affari interni libanesi.
L’ultima è avvenuta questa domenica 24 novembre, con migliaia di persone radunate non lontano dall’ambasciata americana, ad Awkar, a est di Beirut.
Nel corso della protesta, i manifestanti hanno bruciato bandiere americane e israeliane, oltre alla foto di Jeffrey Feltman, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Libano.
Durante un’audizione di martedì 19 novembre, davanti alla sottocommissione parlamentare per gli affari esteri per il Medio Oriente, il Nord Africa e il terrorismo internazionale, Jeffrey Feltman aveva lasciato intendere che i libanesi devono affrontare due opzioni: seguire la politica di allineamento agli USA o affrontare il caos sobillato da Washington.
Jeffrey Feltman, sottosegretario del Dipartimento di Stato americano che fungeva anche da ambasciatore di Washington in Libano, aveva recentemente parlato di una possibile guerra civile se le forze armate libanesi avessero fatto ricorso al disarmo del movimento di resistenza di Hezbollah con la forza.
Durante la dimostrazione svoltasi ad Awkar, i seguenti slogan sono stati notati sugli striscioni contrassegnati o cantati dalla folla, tra cui:
“Gli Stati Uniti e Israele sono una cosa sola
“Smettete di interferire nei nostri affari, dannati imperialisti americani.”
“Non c’è modo di vivere nell’umiliazione. Rivoluzione contro gli Stati Uniti ”.
“Non rinunceremo al nostro paese per Israele”, recitava un cartello;
“Palestina, ti supporteremo a morte.”
“No alle interferenze nel mio paese”.
“Feltamn, stai zitto.”
Venerdì, in un’intervista con Reuters, il vice segretario generale di Hezbollah, lo sceicco Naim Qassem, ha affermato che gli Stati Uniti rappresentano l’ostacolo più importante per la formazione di un governo in Libano.

Libano Manifestazioni

“Il primo ostacolo nella formazione del governo sono gli Stati Uniti, perché vorrebebro un governo che sui allineato a loro e noi vogliamo invece un governo che sia in linea con il popolo libanese”, ha detto.
Funzionari statunitensi sono stati in diretto contatto con politici e funzionari libanesi, ha dichiarato lo sceicco Qassem, dicendo: “Lasciamoci soli in modo da poter giungere a un’intesa tra di noi. Più intervengono, più tempo richiederà la soluzione. “
Un altro dirigente del consiglio esecutivo di Hezbollah, lo sceicco Ali Damoush, ha affermato che il movimento di resistenza distingue tra le giuste richieste dei manifestanti e gli schemi politici di coloro che stanno sfruttando il movimento di protesta di massa per raggiungere i propri obiettivi.
“Ora è chiaro che gli Stati Uniti e i loro alleati si sono infiltrati nei ranghi del movimento di protesta e stanno cercando di guidarlo. Loro stanno sostenendo un complotto politico che vogliono imporre al Libano. Le questioni economiche e di corruzione in Libano sono le loro ultime preoccupazioni “, ha detto Damoush.

Hezbollah, reparti in parata

La crescita in Libano è precipitata a seguito di un interminabile stallo politico e di una crisi economica negli ultimi anni.
Il paese ospita 1,5 milioni di rifugiati siriani e la loro presenza è spesso accusata di aver fatto pressioni sull’economia già in difficoltà.
La disoccupazione si attesta a oltre il 20 percento, secondo i dati ufficiali.
Questo ha determinato le proteste in cui si sono inseriti agitatori infiltrati dai servizi di intelligence di Stati Uniti e Arabia Saudita.
https://www.presstv.com/Detail/2019/11/24/612027/Lebanese-protesters-rally-against-US-intervention-in-their-domestic-affairs
Fonti: sito Al Manar Press Tv
Traduzione: Luciano Lago

Preso da: https://www.controinformazione.info/manifestazioni-in-libano-contro-le-interferenze-statunitensi/

Stati Uniti, Israele coinvolti nell’uccisione di manifestanti iracheni: il leader di Asaib

24 novembre 2019.
Il leader del gruppo iracheno Asaib Ahl al-Haq, che fa parte delle forze di mobilitazione popolari del paese o Hashd al-Sha’abi (milizie sciite), afferma che Washington e Tel Aviv sono membri di “una terza parte” che è stata alla base di molte uccisioni morti durante i recenti disordini in Iraq.
Qais al-Khazali ha detto a Dijlah TV, un canale televisivo satellitare iracheno con base ad Amman, sabato che il comitato istituito per indagare sulla violenza è solo un organo amministrativo, e quindi non è in grado di identificare la “terza parte” responsabile dell’uccisione di manifestanti.
Ha sottolineato che “Israele e gli Stati Uniti hanno un ruolo importante nell’animare la terza parte”.
Khazali ha inoltre affermato che l’inchiesta sulle morti in Iraq non dovrebbe essere limitata alla questione di chi abbia ucciso i manifestanti, ma anche di esaminare chi ha “facilitato” la strada per gli assassini e chi ha dato loro l’ordine.

All’inizio di ottobre, in diverse città irachene sono scoppiate proteste di strada a causa della disoccupazione e della mancanza di servizi di base.
I raduni sono ripresi il 25 ottobre dopo una pausa di circa due settimane, ma hanno preso una svolta violenta, con alcuni partecipanti che hanno vandalizzato la proprietà pubblica e aperto il fuoco sui manifestanti durante il caos.
Oltre 300 persone sono state uccise nei disordini in Iraq dal 1 ° ottobre, secondo la commissione per i diritti umani del parlamento iracheno.
All’inizio di questo mese, il ministro della Difesa iracheno Najah al-Shammari ha dichiarato al canale in lingua araba di France 24 che un “terzo” è dietro le riprese dei manifestanti iracheni.
Una terza parte sta sparando ai manifestanti iracheni, afferma il ministro della difesa del paese, citando bombole di fumo importate illegalmente.
“Le forze di sicurezza nazionali irachene non sono quelle che stanno uccidendo i manifestanti”, ha detto Shammari, “c’è un terzo che uccide i manifestanti per spingere i manifestanti a scontrarsi con le forze di sicurezza per diffondere instabilità in Iraq”.
Tutti i sospetti puntano sui servizi di intelligence di USA e Israele che avrebbero sobillato i disordini, le violenze ed avrebbero infiltrato agenti provocatori all’interno delle manifestazioni per estremizzare la situazione fino ad un punto di non ritorno.
Si tratta di una tecnica già usata da USA e Israele in vari scenari, con l’obiettivo di arrivare ad un cambio di regime e far mettere sotto accusa il governo di Baghdad, criticato da Washington per essere troppo favorevole ai legami con l’Iran.

forze di mobilitazione popolari o Hashd al-Sha’abi

La visita in Iraq di Pence suscita critiche
Sabato, il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence ha fatto una visita senza preavviso in Iraq, dove il suo viaggio nella regione semi-autonoma del Kurdistan ha suscitato rabbia nelle reazioni dei politici iracheni.
Nota: Si sa che Pence è un ultra sionista favorevole alle politiche di Israele ed in particolare è noto che gli ambienti dell’Amministrazione Trump vedevano con favore la creazione di una entità curda indipendente nella regione del Kurdistan e che lo stesso progetto è attentamente sostenuto da Israele che spera così di ottenere un indebolimento dei maggiori paesi arabi.

Tuttavia il tentativo di autonomia del Kurdistan è stato stroncato sul nascere dall’intervento delle forze irachene ed in particolare dalle forze di mobilitazione popolari o Hashd al-Sha’abi. Questo ha frustrato i piani di Washington e Tel Aviv che attualmente sembra abbiano prescelto la tecnica della sobillazione e destabilizzazione interna del paese per far recidere i profondi legami che l’Iraq ha con la Repubblica Islamica dell’Iran.Fonte: Press Tv
Traduzione e nota: Luciano Lago

Preso da: https://www.controinformazione.info/stati-uniti-israele-coinvolti-nelluccisione-di-manifestanti-iracheni-il-leader-di-asaib/

I golpisti boliviani sono stati addestrata dalla School of the Americas dell’esercito USA e dallo FBI

The GrayZone, 13 novembre 2019 (trad.ossin)
I golpisti boliviani sono stati addestrata dalla School of the Americas dell’esercito USA e dallo FBI
Jeb Sprague
I comandanti dell’esercito e della polizia della Bolivia hanno contribuito a pianificare il colpo di Stato e ne hanno garantito il successo. In precedenza erano stati addestrati alla insurrezione dagli USA, nei programmi di formazione della famigerata School of the Americas e dallo FBI
Gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo chiave e diretto nel colpo di Stato militare in Bolivia, anche se poco evidenziato nelle cronache degli eventi che hanno costretto il presidente eletto del paese, Evo Morales, a dimettersi il 10 novembre.
Poco prima delle dimissioni di Morales, il comandante delle forze armate della Bolivia, Williams Kaliman, “suggerì” che il presidente si dimettesse. Il giorno dopo, settori delle forze di polizia del paese si ribellarono.
Per quanto Kaliman sembri avere finto sentimenti lealtà nei confronti di Morales nel corso degli anni, ha poi mostrato la sua vera faccia non appena è giunto il momento opportuno. Non è stato solo un attore del colpo di Stato, egli aveva già una storia a Washington, dove aveva per breve tempo ricoperto il ruolo di addetto militare dell’ambasciata della Bolivia nella capitale degli Stati Uniti.
 
Kaliman si trovava al vertice di una struttura di comando militare e di polizia che è stata sostanzialmente strutturata dagli Stati Uniti attraverso la WHINSEC, la scuola di addestramento militare di Fort Benning, in Georgia, conosciuta in passato come la School of the Americas. Lo stesso Kaliman ha frequentato un corso chiamato “Comando y Estado Mayor” alla SOA nel 2003.
Almeno sei tra i principali attori del colpo di Stato sono ex-alunni della famigerata School of the Americas, mentre Kaliman e un’altra figura hanno prestato servizio in passato come addetti militari e di polizia della Bolivia a Washington.
All’interno della polizia boliviana, i principali comandanti che hanno contribuito a realizzare il colpo di stato sono passati attraverso il programma di scambi di polizia della APALA. Operando da Washington DC, APALA ha il compito di costruire relazioni tra le autorità statunitensi e i funzionari di polizia degli Stati dell’America Latina. Nonostante la sua influenza, o forse proprio per questo, il programma non è molto pubblicizzato. Per chi scrive è stato impossibile raggiungere telefonicamente qualcuno dell’organizzazione.
È di uso comune per i governi di assegnare un piccolo numero di persone alle ambasciate del loro paese all’estero come addetti militari o di polizia. Il defunto Philip Agee, un ex funzionario della CIA che fu il primo a denunciare i metodi dell’agenzia, spiegò nel suo libro divulgativo del 1975 che i servizi segreti statunitensi usavano reclutare ufficiali militari e di polizia stranieri, ivi compresi gli addetti alle ambasciate, per utilizzarli poi in operazione di regime change o insurrezionali.
Come risulta dagli oltre 11.000 documenti FOIA che ho ottenuto durante la stesura del mio libro sulla campagna paramilitare mirante all’abbattimento del legittimo governo di Haiti nel febbraio 2004, e alla repressione post colpo di Stato, i funzionari statunitensi avevano lavorato per anni per ingraziarsi e stabilire collegamenti con la polizia, l’esercito e gli ex ufficiali dell’esercito haitiano. Queste connessioni, così come gli sforzi di reclutamento e raccolta di informazioni, alla fine hanno dato i loro frutti.
Anche in Bolivia, il ruolo dei funzionari militari e di polizia addestrati dagli Stati Uniti è stato fondamentale per realizzare il regime change. Agenzie governative statunitensi come USAID finanziano apertamente gruppi anti-Morales nel paese da molti anni. Ma il modo in cui le forze di sicurezza del paese sono state utilizzate come cavallo di Troia dai servizi di intelligence statunitensi è meno noto. Con le dimissioni forzate di Morales, tuttavia, è oramai impossibile negare quanto questo sia stato un fattore critico.
Come questa indagine chiarirà, la trama del colpo di stato non avrebbe potuto avere successo senza l’approvazione entusiastica dei comandanti militari e di polizia del paese. E il loro consenso è stato fortemente influenzato dagli Stati Uniti, dove molti di loro erano stati addestrati e programmati per l’insurrezione.
Registrazioni audio mostrano ex allievi della School of the Americas pianificare un colpo di Stato
L’ audio trapelato che è stato riportato dal sito web di notizie boliviane La Época, e da elperiodicocr.com e da una serie di media nazionali, rivela che vi è stato un coordinamento segreto tra ex ed attuali capi militari, di polizia e dell’opposizione durante il colpo di Stato.
Le registrazioni audio trapelate mostrano che l’ex sindaco di Cochabamba ed ex candidato alla presidenza, Manfred Reyes Villa, ha svolto un ruolo centrale nella trama. Reyes è un ex allievo di WHINSEC (precedentemente nota col nome di School of the Americas), che attualmente risiede negli Stati Uniti.
Gli altri quattro che vengono presentate o si presentano per nome nell’audio trapelato sono il generale Remberto Siles Vasquez (audio 12); Il colonnello Julio César Maldonado Leoni (audio 8 e 9); Il colonnello Oscar Pacello Aguirre (audio 14) e il colonnello Teobaldo Cardozo Guevara (audio 10). Tutti e quattro questi ex ufficiali militari sono stati allievi della SOA.
Cardozo Guevara, in particolare, si vanta delle sue relazioni con ufficiali attualmente in servizio attivo.
Le identità di questi individui sono confermate da un controllo incrociato tra le liste degli ex allievi della School of the Americas e Facebook, articoli della stampa boliviana locale e registrazioni audio trapelate.
La School of the Americas è un noto sito di formazione per putschisti latinoamericani, risalente al momento culminante della Guerra Fredda. Brutali regime change e operazioni di rappresaglia, da Haiti all’Honduras, sono state condotte da ex allievi della SOA e alcune delle juntas più sanguinarie nella storia della regione sono state gestite dagli ex alunni della scuola.
Per molti anni, manifestanti contro la guerra hanno organizzato veglie di protesta dinanzi al quartier generale della SOA, presso la base militare di Fort Benning vicino a Columbus, in Georgia.
Una veglia di protesta dinanzi alla School of the Americas a Fort Benning
Il leader di quelle proteste, padre Roy Bourgeois, ha descritto la SOA come “una scuola di combattimento”. E ha continuato:
La maggior parte dei corsi ruota attorno a ciò che chiamano guerra contro l’insurrezione. Chi sono gli insorti? Dobbiamo porre questa domanda. Sono i poveri. Sono i popoli dell’America Latina che chiedono riforme. Sono i contadini senza terra che hanno fame. Sono operatori sanitari, sostenitori dei diritti umani, organizzatori sindacali, e diventano gli insorti, sono visti come “el enemigo” – il nemico. E sono coloro che diventano i bersagli di chi segue i corsi della School of the Americas.
Bourgeois fu espulso dalla Bolivia nel 1977, allorquando si levò contro le violazioni dei diritti umani del generale Hugo Banzer, un dittatore di destra che era salito al potere con un colpo di Stato appoggiato dagli USA che abbatté un governo di sinistra. La storia si ripete oggi che eredi ideologici di Banzer scacciano dal governo un altro leader socialista, ricorrendo a tattiche di destabilizzazione collaudate nel tempo.
Nelle registrazioni audio trapelate di recente, i putschisti discutono piani per incendiare edifici governativi, per convincere sindacati sensibili agli interessi del mondo degli affari a organizzare scioperi, e di altre tattiche – tutte tratte direttamente dai manuali della CIA.
Si allude anche, nell’audio trapelato, al fatto che il tentativo di colpo di Stato sarebbe stato sostenuto da vari gruppi evangelici, nonché dal presidente colombiano Iván Duque, dall’ex presidente colombiano Álvaro Uribe e, specialmente, dal presidente neofascista brasiliano Jair Bolsonaro.
I putschisti menzionano anche il forte sostegno dei senatori statunitensi di estrema destra Ted Cruz, Bob Menéndez e Marco Rubio, che si dice siano molto ascoltati dal presidente Donald Trump in materia di politica estera USA nell’emisfero occidentale.
Addetti militari e di polizia a Washington DC: un terreno fertile per le reti di intelligence statunitensi
Mentre la tensione montava nel corso delle ultime settimane, è stato il comandante generale della polizia boliviana, Vladimir Yuri Calderón Mariscal, a sbloccare lo stallo, provocando la rivolta di gran parte della polizia il 9 novembre, appena un giorno prima della dimissioni di Morales .
Ten.Col. Vladimir Yuri Calderón Mariscal (terzo a sinistra) con altri funzionari APALA nel 2018
Nel 2018 Calderón Mariscal è stato Presidente di Police Attachés of Latin America in the United States of America (APALA), con sede a Washington, DC.
APALA è stato descritto come un programma di “sicurezza multidimensionale” che lavora per costruire relazioni e connessioni tra le autorità statunitensi e i funzionari di polizia di molti membri dell’Organizzazione degli Stati americani.
Alla fondazione di APALA nel 2012, l’allora segretario generale dell’OAS José Miguel Insulza (al centro nella foto sotto) ha incontrato la direzione del gruppo.
Oggi APALA accoglie addetti della polizia di 10 paesi: Brasile, Bolivia, Colombia, Cile, Ecuador, El Salvador, Panama, Perù, Messico e Repubblica Dominicana.
Secondo la sua pagina Facebook, il gruppo “è nato, con l’obiettivo di creare, promuovere e rafforzare legami di solidarietà, amicizia, cooperazione e supporto tra i membri del gruppo e le loro famiglie attraverso attività sociali e culturali, che consentano di generare sviluppo integrale “.
Afferma di facilitare “l’integrazione e lo scambio tra le istituzioni di polizia che la compongono, oltre a promuovere lo scambio di esperienze di successo sviluppate dalle diverse forze di polizia dell’America Latina”.
Foto di Calderón Mariscal (al centro-destra) presso l’accademia di addestramento dell’FBI che si trova a 58 km da Washington, DC
Organizzazione misteriosa, APALA ha chiuso il suo sito Web ApalaUSA.com e non risponde alle chiamate telefoniche. Funziona in qualche modo come braccio delle agenzie federali statunitensi. La sua piattaforma di social media, e ora il sito Web defunto, mostrano numerosi incontri e foto di funzionari e partecipanti APALA insieme a esponenti di FBI, DEA, ICE (agenzia per l’immigrazione) e altri funzionari statunitensi.
Come ha spiegato Philip Agee nel suo libro Inside the Company, la CIA spesso utilizza altre agenzie governative statunitensi come l’FBI e l’USAID, nonché varie organizzazioni di facciata, per svolgere le sue attività clandestine senza lasciare impronte digitali.
Sotto: partecipanti APALA presso la sede dell’FBI a Washington DC
Uno dei principali tesserati dell’APALA è Alex Zunca, un agente di polizia di Baltimora che è il direttore degli affari internazionali della Hispanic National Law Enforcement Association, con sede a Washington, DC.
L’indirizzo di APALA, indicato sul suo sito Web ormai defunto, è lo stesso dell’ambasciata del Messico a Washington, DC. Il gruppo si sarebbe trasferito dall’ambasciata messicana, almeno tra il 2017 e il 2018 quando il suo sito Web era attivo, durante l’amministrazione dell’ex presidente messicano americano Enrique Peña Nieto.
È interessante notare che un collega di Calderón Mariscal, e anche ex presidente dell’APALA, è un ministro associato della polizia federale del Messico di nome Nicolás González Perrin.
Sotto, lo si può vedere seduto accanto a una bandiera nazionale messicana e ad un cappello dell’FBI.
In un’intervista del 2017 al Washington Hispanic, un giornale di Washington in lingua spagnola, González Perrin ha dichiarato “che APALA tiene riunioni, in modo permanente, con le più importanti agenzie federali degli Stati Uniti”, da INTERPOL a DEA, ICE e FBI, che lavorano con noi, in base a bisogni reciproci”.
Un altro importante tesserato di APALA è Hector Ivan Mejia Velasquez, ex commissario generale della polizia nazionale dell’Honduras, che ha condotto operazioni brutali contro i manifestanti nel suo paese e pubblica regolarmente post anti-sinistra nei social media.
Le telefonate al contatto pubblico di APALA, il cui nome sembra essere Alvaro Andrade, non hanno ricevuto risposta. Le mie chiamate al suo numero, localizzato a Rockville, nel Maryland, sono andate direttamente a un messaggio vocale che diceva trattarsi di un contatto riservato. Il webmaster dell’ex sito Web di APALA è Mario Ruiz Madrigal, un ingegnere di sistema residente in Messico.
APALA, la cui pagina Facebook Andrade sembra funzionare, ha lavorato anche con altri agenti di polizia boliviani, come l’addetto alla polizia boliviana Heroldina Henao.
L’altro elemento-chiave che ha contribuito a realizzare il colpo di Stato del 10 novembre è il generale Williams Kaliman, l’attuale capo dell’esercito della Bolivia. Ha servito come addetto militare dell’ambasciata del suo paese a Washington, DC nel 2013. Un decennio prima, era stato allievo della SOA. Poco si sa del suo soggiorno negli Stati Uniti.
Generale Williams Kaliman, capo dell’esercito della Bolivia
In momenti diversi, sia Kaliman che Calderón Mariscal sembrano essere stati fedeli o hanno finto lealtà verso il governo costituzionale, ma alla fine si sono separati da esso o sono stati convinti nel tempo a realizzare un putsch militare.
Da parte sua, il presidente deposto Morales ha affermato che, a un membro della sua squadra di sicurezza, sono stati offerti $ 50.000 per tradirlo.
Il colpo di Stato del 10 novembre non si è materializzato dal nulla. Gli ultimi eventi boliviani sono intimamente collegati al tentativo degli Stati Uniti di influenzare le forze militari e di polizia all’estero attraverso programmi come SOA e APALA.
Mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump esalta il golpe come un “momento significativo per la democrazia nell’emisfero occidentale”, i boliviani sono improvvisamente caduti sotto il controllo di un regime militare di fatto.
Jeb Sprague è ricercatore associato presso l’Università della California, a Riverside, e precedentemente ha insegnato presso UVA e UCSB. È autore di “Globalizzazione dei Caraibi: economia politica, cambiamento sociale e classe capitalista transnazionale” (Temple University Press, 2019), “Paramilitarismo e l’assalto alla democrazia ad Haiti” (Monthly Review Press, 2012), ed è l’editore di “Globalizzazione e capitalismo transnazionale in Asia e Oceania” (Routledge, 2016). È co-fondatore della Network for the Critical Studies of Global Capitalism. Visita il suo blog all’indirizzo: http://jebsprague.blogspot.com

Ossin pubblica articoli che considera onesti, intelligenti e ben documentati. Ciò non significa che ne condivida necessariamente il contenuto. Solo, ne ritiene utile la lettura

Preso da: https://www.ossin.org/bolivia/2562-i-golpisti-boliviani-sono-stati-addestrata-dalla-school-of-the-americas-dell-esercito-usa-e-dallo-fbi

Las masacres de Sacaba y Senkata: cómo opera el terrorismo de Estado en Bolivia

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El 15 de noviembre fue llevada a cabo la masacre de Sacaba, en el que militares y policías asesinaron a ciudadanos y cocaleros del Chapare (Foto: Jorge Abrego / EFE)

Las masacres de Sacaba y Senkata: cómo opera el terrorismo de Estado en Bolivia

Luego de unos días recopilando información en El Alto, la delegación asignada de la Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH) para Bolivia, presidida por Pablo Abrao, afirmó que “no hay garantías” para llevar a cabo una investigación imparcial sobre las masacres ocurridas en el mes de noviembre, perpetradas por las fuerzas armadas y la policía que formaron parte del golpe de Estado contra Evo Morales.

Las víctimas de las masacres de Senkata (El Alto) y Sacaba (Cochabamba) dieron testimonio de los sucesos a la CIDH, que siendo el ala de los derechos humanos de la Organización de Estados Americanos (OEA), resulta paradójico que se alce una voz solidaria con quienes han sufrido más tras el cambio de régimen.

El relator de la CIDH para los Derechos de Defensoras y Defensores de Derechos Humanos, Francisco José Eguiguren, dijo en una entrevista con CNN que la entidad va a plantear “que debe constituirse un grupo interdisciplinario e internacional de expertos”, que deberá investigar “a profundidad los sucesos ocurridos luego de la renuncia del presidente Morales y la anulación electoral, que han causado por lo menos dos masacres claramente verificadas, una en El Alto y otra en Cochabamba”.

Tal iniciativa fue apoyada por el depuesto Morales, quien desde su exilio en México ha estado denunciando el proceso de persecución y represión política que lleva a cabo el gobierno de facto encabezado por la senadora autoproclamada Jeanine Áñez.

Por otro lado, otra delegación, de Argentina, fue a corroborar las denuncias sobre violación de derechos humanos en Bolivia, investigación que fue torpedeada agresivamente tanto por ciudadanos que apoyan el actual gobierno de facto así como por el propio “ministro” Arturo Murillo.

La comitiva argentina corroboró, mediante recopilación de información, testimonios, datos de primera mano, que en Bolivia se han cometido “delitos de lesa humanidad” tras la asunción de Áñez. Cuenta Página/12:

“La delegación habló de ‘violaciones sistemáticas a los derechos humanos’ tras haber corroborado delitos tales como la ‘desaparición forzosa de personas’, ‘situaciones de tortura en espacios públicos’, ‘violaciones y delitos sexuales’ y ‘falta de garantías procesales para los detenidos’, entre otros crímenes que dan cuenta de ‘la situación de terror’ con la que se encontraron allí.

“La delegación dijo contar con material probatorio del ‘apoyo explícito’ de países extranjeros en el golpe de Estado que derrocó a Evo Morales. ‘Tenemos testimonios sobre múltiples contactos de funcionarios extranjeros con actores claves del golpe, particularmente con Fernando Camacho’, subrayaron al detallar en qué contexto particular se desencadenaron las violaciones a los derechos humanos.

“‘Hemos constatado que el sistema represivo montado por el gobierno de facto ha causado decenas de muertos, centenares de detenciones arbitrarias, millares de heridos, innumerables casos de apremios, de torturas, de violaciones y otros delitos contra la integridad física, psíquica y sexual de las víctimas, que son hombres, mujeres, niños, ancianos e integrantes de colectivos’, puntualizaron.

“El grupo interdisciplinario hizo especial hincapié también en ‘las masacres coordinadas contra la población civil’, al referirse específicamente al ataque represivo en Senkata, cuando militares abrieron fuego en una planta de combustibles.

En total, la delegación argentina denunció 11 delitos enmarcados en la violación de los derechos fundamentales reconocidos por las leyes internacionales.

Está claro que la caracterización de masacre aplica, a juicio de la CIDH y el referido grupo independiente, para lo ocurrido a mediados de noviembre en el marco del golpe en Bolivia.

Los hechos

El 15 de noviembre la autoproclamada Jeanine Áñez firmó un decreto con el que autoriza a los militares a usar “todos sus medios disponibles” para neutralizar las masivas manifestaciones en contra del golpe.

  • El artículo 3 del llamado decreto supremo número 4.078 establecía: “El personal de las fuerzas armadas que participe en los operativos para el restablecimiento del orden interno y estabilidad pública estará exento de responsabilidad penal cuando en el cumplimiento de sus funciones constitucionales, actúe en legítima defensa o estado de necesidad y proporcionalidad, de conformidad con el Art. 11 y 12 del Código Penal. Ley 1760 y el Código de Procedimiento Penal”.
  • El artículo siguiente señala que los militares “deberán enmarcar sus actuaciones conforme lo establece el Manual del Uso de la Fuerza aprobado mediante decreto supremo 27.977 de fecha 14 de enero de 2005, pudiendo hacer uso de todos los medios disponibles, que sean proporcionales al riesgo de los operativos”.

Este decreto del gobierno de facto construyó el marco “legal” para que se dieran los dos más grandes hechos represivos en Bolivia desde que depusieran a Evo Morales.

Fue ese mismo día, aquel 15 de noviembre, cuando fueron masacradas nueve (9) personas a balas por las fuerzas armadas y la policía en El Alto, cocaleros de los pueblos originarios que marchaban en Sacaba (Cochabamba) rumbo a La Paz por la degradación anticonstitucional de la wiphala, bandera representativa del Estado plurinacional, y contra el golpe de Estado y la represión.

Los testimonios hablan del terror que vivieron los sobrevivientes y los heridos, quienes estaban desarmados ante el frente militar-policial que disparó a mansalva amparado por un decreto que fue altamente criticado por sus mismas víctimas. La mayoría de las víctimas formaban parte de la estructura sindical de la Coordinadora de las Seis Federaciones del Trópico de Cochabamba.

  • Al día siguiente, 16 de noviembre, fue asesinado otro manifestante en Sacaba.
  • El 19 de noviembre, en Senkata (El Alto), frente a la planta de combustible de Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos, la represión militar-policial dio muerte a siete personas. También fueron heridas 60. Todas por impacto de bala.

Se hizo viral un video grabado en el sitio donde un doctor denuncia la masacre mientras auxilia a los heridos, quien luego fue detenido injustamente por el gobierno de Áñez debido al audiovisual, un gesto de represalia judicial. El médico pidió ayuda y dijo que “nos están matando como perros”.

Al día siguiente, en el marco de la misma operación de represión en la planta, ya que la orden oficial fue la de recuperar el flujo de combustibles hacia La Paz, murió una persona asesinada por el aparato militar-policial. El 22 de noviembre fue masacrada otra víctima.

Los reportes y autopsias apuntan que las muertes de ambas masacres fueron causadas por impactos en la cabeza y el torso, muestra más que suficiente de que tiraban a morir. Licencia para matar.

Cabe decir que la operación tuvo “éxito”, pues neutralizó la resistencia de los manifestantes anti-golpe a fuerza de sangre y lodo.

  • Desde que comenzara el conflicto boliviano, la Defensoría del Pueblo reporta que ha habido 34 muertes, 832 heridos y 54 detenidos.
  • La última víctima de la represión en El Alto fue la muerte de una persona el 27 de noviembre. Son 10 los fallecidos por la masacre de Senkata.

Áñez retiró el jueves 28 de noviembre el decreto Nº 4.078, alegando que su gobierno había logrado la “ansiada pacificación” de Bolivia.

Con este cese de inmunidad a la represión oficial, culminó una operación de blanqueamiento de las masacres que empezó con el verbo del aparato golpista amplificado por los medios aliados al cambio de régimen. Un testimonio de Senkata expresó: “Nos están matando y no hay ningún canal boliviano“.

Encubrimiento mediático del crimen

Lo que proyectan los medios hasta el sol de hoy es que Morales era un “dictador” que se “buscó su propio golpe”, línea de opinión compartida tanto por columnistas de Infobae como por cierta “izquierda”. Los llamados líderes de la “sociedad civil”, sobre todo los pudientes empresarios de Santa Cruz (centro económico boliviano), junto con “jóvenes estudiantes” y “gente común” lograron un clímax propicio para la “recuperación de la democracia”.

Las narrativas para un cambio de régimen no difieren mucho del manual si se trata de un golpe de Estado tutelado por la OEA y el gobierno de los Estados Unidos. La misma autoproclamada Áñez dio las gracias a la cadena CNN “por toda la cobertura de lo que ha pasado en Bolivia”, una confesión de partes que evidencia el papel activo de los medios en la construcción de sentido y percepción de los momentos.

Dicha cobertura, no hay sorpresa, solo dio voz al verdugo, no a la víctima.

En el marco de la masacre de Senkata, las fuerzas armadas justificaron la intervención militar desde el primer momento mediante un comunicado, que hizo referencia al Manual del Uso de la Fuerza en Conflictos Internos, firmado en 2005 por Carlos Mesa, entonces presidente, tal vez queriendo decir que la impunidad brindada por el decreto Nª 4.078 no era necesaria en este caso por tratarse de un “Servicio Público Esencial Estratégico”: había que restablecer el flujo de combustible a como diera lugar.

“Exhortamos a mantener la racionalidad para evitar daños irreversibles en las personas, en la propiedad pública y privada del sector”: la cruenta represión estaba justificada, así, con un neolenguaje que hablaba de “racionalidad” y “daños irreversibles” cuando las víctimas fueron objeto de masacres.

De hecho, las muertes fueron excusadas por el ejército como necesarias para “evitar un mal mayor” citando un informe técnico. En los medios repetían que, de no haber sido contenido el avance de “agitadores y vándalos enardecidos”, pudo haberse generado una explosión en cadena tras la hipotética afectación de los contenedores centrales de gas producto de los disparos, lo que pudo haber ocasionado miles de muertos.

Aquellos mismos medios, a escala boliviana e internacional, hablaban de “choques” y “enfrentamientos” entre los cuerpos militares-policiales y los manifestantes desarmados, para obviar esa palabra tan incómoda llamada “represión” (si el caso fuera -de nuevo- en Venezuela, Cuba o Nicaragua, se invertirían los términos).

Estos argumentos no resisten el menor análisis de los hechos, como lo han demostrado la Defensoría del Pueblo, la CIDH y la comitiva argentina.

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Manifestantes heridos dentro de una ambulancia en Sacaba (Cochabamba) el día de la masacre (Foto: Danilo Balderrama / Reuters)

El silencio mediático y en redes sociales en torno a lo ocurrido en Sacaba y Senkata es la guinda del pastel para la operación de blanqueamiento de las masacres, que cataliza el shock de la población consecuencia de los eventos hacia una asimilación de la muerte violenta. El miedo al asesinato sin impunidad trasvasa el discurso oficial y el mediático sobre la psique de cualquier que intente movilizarse en el marco del conflicto post-golpe.

Las salidas forzosas del aire de los canales TeleSur y RT en Bolivia forman parte de este blindaje narrativa para el encubrimiento criminal del gobierno de facto, con la censura de bandera.

Es por eso que el relator de la CIDH en Bolivia insiste: “A pesar de que la información oficial habla de muertes en enfrentamientos entre civiles, creemos que se requiere de una investigación internacional porque no encontramos internamente garantías para una investigación imparcial y firme”.

Motivos para una masacre

Se suele llamar de “irracional” a las masacres, pues para que se desencadene una existe un detonante mas no una causa. Sin embargo, el análisis lleva a concluir que lo de Sacaba y Senkata fueron hechos calculados, por lo menos eso aclaran los testimonios y reportes de los acontecimientos.

A solo días de la represión en Cochabamba, Evo Morales denunció vía Twitter que los golpistas buscaban consumar un “estado de sitio” en Bolivia.

Las víctimas y familiares de los caídos han denunciado a medios alternativos que lograron cubrir los testimonios pertinentes de la represión, de manera continua, que “nos están matando”, “nos disparan como animales”, pidiendo justicia.

Detallan cómo los militares disparaban tiros desde los helicópteros, de cómo la policía cercaba a los manifestantes para luego hacer uso de sus armas de fuego.

Este cercamiento por tierra y aire son la expresión más viva de las masacres, una imagen que calca con la consumación de un “estado de sitio” en este país andino-amazónico.

A esto se une la carta blanca para la “pacificación” de Áñez, cuyo objetivo represor da luces sobre cómo se conforma la estructura de poder en Bolivia en estos momentos. Un nuevo modelo de contrainsurgencia, en el que todo disidente del gobierno de facto o seguidor del Movimiento Al Socialismo (MAS) es sospechoso de sedición y terrorismo, estaría apostándose con las masacres en Cochabamba y El Alto.

El asesinato a mansalva por motivos de control social, ordenamiento del campo político y transmisión de miedo hacia la psique colectiva de la población es el paso que confirma el asentamiento del estado de sitio en Bolivia, donde no existen garantías bajo contexto constitucional que ampare asomo alguno de justicia para las víctimas. Donde el cambio de régimen se lleva a cabo a tracción de sangre.

En ese sentido, la tarea consiste en no dejar que las masacres de Sacaba y Senkata se disuelvan en la memoria, pues representan en su justa medida una radiografía de la represión actual en Bolivia.

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