La macchina sovversiva di Soros esposta al pubblico

Lo speculatore globale ha fatto il lavaggio del cervello a un’intera generazione. Legioni di giornalisti e movimenti comprati in una raffinata manipolazione di massa
10 maggio 2017

 

di Phil Butler.
Molti esperti politici sono consci della forte influenza esercitata dal miliardario George Soros. Ma ormai anche i cittadini comuni associano il suo nome al controllo e alle speculazioni di borsa. L’uomo dietro il caos anti-Trump, l’oligarca dei fondi speculativi, il bizzarro filantropo: Soros è l’equivalente del dottor Male nel mondo reale. Ma, fino ad ora, le sue macchinazioni sono state generalmente tollerate, e il mondo non è riuscito a vedere chiaramente quanto i miliardi di Soros abbiano portato miseria e sofferenza a un miliardo di persone.
Un mio collega, l’analista politico olandese Hoger Eekhof, recentemente mi ha telefonato in preda ad un forte stato di incredulità. Me lo ricordo esclamare al telefono, qualche tempo prima: “Phil, fughe di notizie dalle organizzazioni di Soros confermano la sua complicità nel controllo delle politiche europee!“. Dopodiché, essendo lui stato sulle tracce di Soros per qualche anno, sono stato ansioso di sapere cosa aveva scoperto. Sorprendentemente, sembra che le prove schiaccianti su Soros e la sua Open Society Foundations si trovino alla luce del giorno, tra alcune recenti intercettazioni su DC Leaks delle ONG del miliardario. Di sicuro alcuni lettori saranno stupiti nel non trovare da nessuna parte queste intercettazioni [in inglese] nei media mainstream. Le rivelazioni che ne derivano sono talmente sconvolgenti che non so da dove cominciare a raccontare: forse è meglio iniziare con Soros che si compra i media europei!
Edizione straordinaria! Soros paga per le elezioni europee!
Uno dei documenti (PDF) tratti dal fiume di intercettazioni su DC Leaks riguardanti l’OSIFE (Open Society Initiative for Europe) spiega in dettaglio i programmi e i piani per influenzare le elezioni europee del 2014. Non solo: il documento fornisce le quantità di denaro e i relativi beneficiari che l’ungherese pagò per “creare” la politica d’Europa e gli uomini politici per attuarla. Tra i programmi citati, uno in particolare mi ha sconvolto da giornalista e analista mediatico: l’ente non profit EUobserver è stato creato e finanziato da Soros per “comprare” i media europei. Cito dagli obiettivi del programma:
Questo progetto usa le notizie per incoraggiare il dibattito su come i valori della società aperta siano minacciati durante la corsa alle elezioni europee. Gli argomenti includono il sorgere dello “hate speech” [“discorsi di odio”] da parte dell’estrema destra europea, l’uso crescente di retorica dell’intolleranza dei politici mainstream, e l’aumento dei crimini legati all’odio nelle strade d’Europa. EUobserver ha reclutato giornalisti locali esperti per assistere agli eventi legati alle campagne elettorali, per condurre interviste e scrivere editoriali di alto livello in 16 Stati. Con questa strategia di infiltrarsi nel giornalismo locale, EUobserver è stato in grado di indicare i preoccupanti trend internazionali, piuttosto che limitarsi a riportare incidenti isolati. Hanno pubblicato un totale di 128 articoli nel periodo che va da febbraio a maggio 2014.
Ciò significa che Soros ha finanziato il piano dell’EUobserver con 130.922 dollari, permettendo la pubblicazione di 128 influenti articoli che sono stati poi letti in tutto il Continente. Approssimativamente si parla di 1000 dollari per articolo, che è abbastanza per influenzare il 90% dei giornalisti europei di mia conoscenza. Il documento arriva a definire l’area territoriale per cui questi articoli sono stati intesi, che include: Austria, Belgio, Bulgaria, Danimarca, Spagna, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Romania, Svezia, Olanda, Polonia e Regno Unito. L’acquisto di spazio mediatico da parte dell’EUobserver è stato esteso ad ulteriori 32 articoli, sempre a 1000 dollari l’uno, nel periodo immediatamente precedente le elezioni. Analizziamo questi dati.
La Open Society Foundations ha finanziato l’EUobserver per “reclutare un network di giornalisti indipendenti nelle capitali europee allo scopo di evidenziare l’impatto di queste politiche e sottolineare importanti eventi locali“. Questo aspetto del controllo e della manipolazione dei media è stato finanziato con 75mila dollari, ma non c’è indicazione su quanti giornalisti siano stati effettivamente reclutati.
Attizzare l’inquietudine marginalizzata dei giovani
Per quanto inquietanti siano queste rivelazioni di DC Leaks sulla corruzione dei media, la manipolazione sociale da parte delle varie ONG di Soros è scioccante. All’interno dello stesso documento trapelato dalla Open Society Foundations, è mostrata chiaramente la “assunzione” e manipolazione delle politiche neo-liberali. Un altro programma finanziato dalla Open Society è stato quello dell’European Alternatives, nello specifico la branca italiana. Questo aspetto ha come obiettivo di “amplificare le voci di coloro che si trovano lontani dai centri di potere europei, includendo chi si trova in situazioni vulnerabili, come migranti e giovani“. Attraverso una serie di meccanismi di supporto, Soros ha cercato di convertire la gioventù italiana, la comunità LGBT [Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender] e praticamente ogni gruppetto anti-conservatore su cui riuscisse ad arrivare, tramite l’uso di “humour e satira” dei media. È stata creata una entità web, Voice of the Voiceless EU, ora non più attiva. È qui che vediamo Soros utilizzare le armi affilate dei segmenti più esuberanti e aggressivi della società. Voice of the Voiceless si è trasformata in un movimento molto più ampio che si è ora trasferito nei media, nelle università e più in generale nella società europea. Lo European Youth Portal [in inglese] è un meccanismo per la standardizzazione degli ideali giovanili.
Questo aspetto della macchinazione di Soros è parecchio brillante. Ciò che potrebbe sembrare un supporto dal basso per movimenti legati all’attivismo LGBT e ai matrimoni omosessuali, è in realtà nient’altro che una delle tante ricette preparate da gente come Soros per deviare i giovani nel pentolone del globalismo ultraliberale. Fuor di metafora, Soros ha fatto il lavaggio del cervello ad una generazione vulnerabile affinché credesse in ideali e obiettivi anti-conservatori. La gioventù di Europa e Stati Uniti sarebbe potuta essere predisposta, in caso contrario, a ideali di estrema destra, per esempio. Ma il denaro di Soros è giunto fin nel profondo della sottocultura delle organizzazioni giovanili, e la sua “macchina” è molto più potente di qualsiasi altro segmento.
Controlliamo la società – Controlliamo la vostra cultura
Devo ammettere di aver sottovalutato quanto realmente potente sia George Soros. Scoprire la profondità e l’ampiezza del machiavellismo di Soros nelle intercettazioni di DC Leaks è stata una rivelazione sconvolgente. Sì, le intercettazioni dimostrano inequivocabilmente che io e i miei colleghi avevamo sempre avuto ragione. Ma non vogliamo nessun premio: queste rivelazioni dimostrano anche quanto poco si sappia delle macchinazioni di Soros, delle sue connessioni, nonché da dove derivi questo immenso potere. Non si può sbagliare: nessuno potrebbe nasconderlo così bene, eppure.
Un altro programma fondato con quasi 300mila dollari dalla Open Society fu il cosiddetto “Radical Democracy for Europe“. Ancora una volta cito direttamente dai documenti: questo programma nacque
“per coinvolgere la comunità di media-making creativo (tra cui artisti video e d’animazione) nel dibattito sulle elezioni e sulle politiche europee, in linea con gli obiettivi generali della Open Society, connettendosi ai social network e alle piattaforme digitali e usando i film come uno strumento di incremento della consapevolezza, allo scopo di raggiungere un’ampia audience e massimizzare l’impatto”.
Leggendo questo passaggio è facile immaginarsi George Soros come il “Grande Fratello” di Orwell. La lista di programmi e di obiettivi per sovvertire e incanalare il libero pensiero coerentemente con gli ideali di Soros è lunghissima. Alcuni degli altri programmi erano:
  • Elezioni Europee 2014: contrastare il sorgere dello “hate speech” – Questo ha aiutato ad uniformare la comunità LGBT, i Rom e le donne in uno strumento politico manipolabile
  • La campagna internazionale #DON’TmasturHATE – Questa iniziativa della Open Society di Bratislava illustra come gli sforzi dal basso sono stati creati per contrastare i punti di vista opposti
Gli sforzi volti ad influenzare le elezioni europee si sono spinti al punto di raggiungere, nella sfera digitale, segmenti di società in precedenza irraggiungibili. Attraverso la creazione e manipolazione di app e altri strumenti tecnologici, Soros cerca di “acchiappare” chiunque possa sostenere i suoi obiettivi. Da piccoli programmi come iChange Europe a innovazioni come Vote Match Europe, gli scagnozzi di Soros hanno impiantato sistemi di controllo in ogni angolo dell’Unione. SPIOR in Olanda, Transparency International in Lettonia, l’European Youth ForumMigrant Voice. la lista di strumenti dell’Open Society per influenzare le elezioni del 2014 è impressionante. Soros ha lanciato una campagna di massa per trasformare l’Europa con queste elezioni. Ciò che mi sconvolge è che ha poi effettivamente raggiunto questi obiettivi preliminari. Tre anni dopo l’Europa è un pentolone politico pronto a bollire.
Il quadro generale
Altri documenti dell’archivio “Soros” di DC Leaks dimostrano inequivocabilmente che il miliardario è il vero “cattivo” nell’attuale catastrofe europea. Quantomeno, è il più potente tra gli antagonisti visibili. C’è ampia evidenza che George Soros sia l’architetto e il dittatore dell’intera situazione migratoria che sta distruggendo l’Europa. Attraverso meccanismi di controllo acquisiti o influenzati ad ogni livello, non è irragionevole pensare che Soros diriga le leadership dell’Unione Europea alla stregua di un burattinaio. Ogni dogma, obiettivo, retorica, tono, e direzione della documentazione dell’Open Society che DC Leaks ha svelato mette le attività di Soros al centro del reticolo. Da Medici Senza Frontiere a misconosciute organizzazioni come la Federazione delle Organizzazioni Greche per Persone con Disabilità, Soros fa leva su qualsiasi cosa e qualsiasi persona capace di aiutarlo nei suoi obiettivi.
In prospettiva più ampia, la fondazione di Soros ricorda più un’organizzazione di stampo mafioso che una tipica struttura affaristica o filantropica. All’interno di queste intercettazioni ci sono prove che suggeriscono che Soros eserciti influenza non solo su leader come Angela Merkel e le sue controparti dell’Est Europa, ma anche sulle organizzazioni deputate alla mediazione dei conflitti. Dall’OSCE ad un’ampia gamma di cosiddette “ONG dei diritti umani”, Soros si comporta come una specie di “Padrino”. Le sue offerte, che nessuno sembra capace di rifiutare, ora si estendono molto più in là della mera offerta di denaro. Posso solo immaginare il livello di ricatto e di bullismo che un uomo come Soros può esercitare. Oggi, ogniqualvolta un governo minaccia dissenso contro il movimento liberal-globalista, Soros raduna (ad esempio: OSCE e ONG contro l’Ungheria) un potentissimo esercito di collaboratori.
Noi continueremo ad analizzare e studiare questi documenti di DC Leaks riguardanti Soros, e ne scriveremo. Non so da dove cominciare ad esprimere la mia sorpresa sulla poca risonanza mediatica di queste intercettazioni. Forse, come noi, altri analisti sono stati impegnati a seguire le faccende legate alla candidatura e all’elezione di Donald Trump. Ciò che si delinea sempre più è l’enigma chiamato George Soros, un uomo che esercita un’influenza tremenda sulle nostre vite.
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Articolo di Phil Butler pubblicato su New Eastern Outlook il 19 aprile 2017
Traduzione in italiano a cura di barg per SakerItalia.it
 
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Venezuela 2017, quei giovanissimi pagati per uccidere

La strategia del caos e della tensione, gli omicidi attribuiti al governo anche quando le prove sono opposte. Nella piazza di Caracas il solito copione.
11 maggio 2017

di Geraldina Colotti.

Cronaca di sangue, anche ieri, in Venezuela. Sangue e non solo, perché è in pieno svolgimento anche la campagna “puputov” (molotov di escrementi), lanciata dalle destre contro il governo, e ripresa con enfasi dalle agenzie internazionali. 

Per conoscerne i dettagli, digitare in google immagini “puputov Venezuela”. 
Avvenenti vedette nazionali, spiegano come preparare la bomba di escrementi, raccolti nelle case e nelle scuole private, e come lanciarle sulla Guardia Nacional Bolivariana (Gnb), su chi non partecipa alle proteste e su quanti manifestano in sostegno al governo. 
 
 
Il momento è drammatico, ma la satira ci è andata a nozze: se la Dichiarazione di indipendenza degli Stati uniti mette al centro “la libertà e la ricerca della felicità”, il Venezuela caraibico di Simon Bolivar persegue “il massimo di felicità possibile”, e ai funerali piange ma balla e canta… “Se la fate così grossa, vuol dire che mangiate bene”, ha sintetizzato un vignettista evidentemente convinto che i principali problemi del paese siano determinati dalla “guerra economica” dei poteri forti, dallo stratosferico aumento dei prezzi e dall’accaparramento dei prodotti basici sussidiati dal governo.
Ha però perso la voglia di sorridere l’equipe della nota Tv privata Globovision, aggredita ieri dalle bombe di cui sopra rafforzate con pietre e pittura. La macchina ha sbandato, è finita contro un palo e gli occupanti hanno rischiato la vita. E’ successo nel quartiere di Altamira, nella parte agiata di Caracas, dove più forti sono le proteste delle destre. 
Attaccata anche una troupe del programma satirico Zurda Konducta (Vtv), mentre un cronista di Afp ha rischiato di essere bruciato vivo da un gruppo di incappucciati. Gli agenti lo hanno soccorso e salvato, ma le fotografie diffuse mostravano un giovane civile portato via da due divise per essere arrestato. Un altro episodio da mettere sul conto della “repressione”. L’agenzia ha poi presentato pubbliche scuse, ma nessuno le ha riprese. 
Un altro giornalista è morto, invece, a La Mercedes, sempre nell’est della capitale. Si chiamava Miguel Castillo e aveva 27 anni. Una biglia di ferro gli ha trapassato il cuore. Anche le istruzioni su come sparare proiettili casarecci con armi artigianali si trovano nei siti radicali di opposizione, e un fotografo di Reuters le ha mostrate già dal 1° maggio.
E’ morto così il giovane violinista Armando Canizales, 17 anni. Si è trovato sulla linea di tiro di un proiettile simile, diretto alla Gnb. La sua morte ha provocato la reazione del noto direttore d’orchestra Dudamel. Pressato da mesi dalla stampa internazionale (anche italiana) perché considerato vicino al chavismo, Dudamel ha finito per inviare da Los Angeles un comunicato “contro la repressione”.
Il deputato di opposizione Freddy Guevara ha dichiarato: “hanno ammazzato un ragazzo di 17 anni mentre Maduro ballava”, alludendo al programma televisivo del presidente. Le indagini e anche un’inchiesta del giornale spagnolo La Vanguardia (non certo favorevole al chavismo) hanno però messo in luce la diversa realtà.
In base alle testimonianze di manifestanti, è emersa la strategia delle destre radicali di provocare quanti più morti possibili da addebitare alla “dittatura”.
“C’è un gruppo legittimo di manifestanti ma purtroppo ci sono anche gruppi estremisti nelle proteste e mi risulta che l’opposizione li paghi, ne conosco alcuni. Il musicista lo hanno ucciso e poi l’opposizione ha detto che era stato il governo. C’è una manipolazione senza limiti, per i leader di opposizione, più giovani muoiono e meglio è”. Così ha detto alla Vanguardia Aarón Troconiz, 27 anni, studente dell’Università bolivariana di Caracas.
Denunciata anche la presenza di giovanissimi, “contrattati” per creare il caos.
Qualche artista ha fatto notare a Dudamel che, nonostante la crisi, i soldi per l’Orchestra e per i viaggi dei suoi musicisti non sono mai mancati, nonostante i rilievi di chi avrebbe voluto porre quelle risorse altrove. Le destre tornate in campo in America latina – come Temer in Brasile – hanno per prima cosa abolito il ministero della Cultura.
Nel Tachira sono stati arrestati anche dei poliziotti della Pnb, accusati di aver sparato a bruciapelo contro un giovane, però fuori dalla piazza a cui non sono preposti. L’opposizione ha protestato perché chi viene arrestato per le violenze può essere giudicato dai tribunali militari, rischiando una pena fino a vent’anni. Il governo ha risposto ricordando la legge che prevede il ricorso al tribunale militare in caso di attacco armato a funzionari di polizia. La Gbn non può portare armi, solo lacrimogeni e idranti.
In piazza, però, si verificano omicidi mirati da parte di chi ha evidentemente interesse a provocare il caos. E fa riflettere che anche un altro giovane, Juan Pernalete, sia rimasto ucciso come il violinista e sempre nella zona che dipende dal comune di Chacao, il cui sindaco, Ramon Muchacho, è un pasdaran della cacciata violenta di Maduro dal governo.
Ieri è stato ammazzato un moto-taxista (un militante chavista) ed è stato ferito il suo passeggero. Una sessantenne è rimasta gravemente ustionata dalle molotov. Dall’inizio degli scontri, sono stati uccisi cinque Gbn.
Maduro ha lanciato la proposta di un’Assemblea costituente, una richiesta avanzata anche dalle destre, che però ora la rifiutano e il parlamento a maggioranza di opposizione l’ha bocciata. Respinto da parte dei vescovi anche l’appello del papa alla pace.
Nonostante il chavismo abbia liberato 7 politici detenuti, come stabilito durante i colloqui di pace, le destre hanno rovesciato comunque il tavolo, forti dell’appoggio del presidente USA Donald Trump e del Segretario generale dell’Organizzazione degli stati americani (Osa), Luis Almagro. Ieri, l’organizzazione internazionale, da cui Caracas ha deciso di uscire, ha nuovamente tentato di far fissare una riunione urgente sul Venezuela, ma i paesi progressisti latinoamericani l’hanno respinta. Per ora.

Questa immagine non proviene dalle barricate di Euromajdan a Kiev nel 2014, ma somiglia come se la rappresentazione muovesse dalla stessa regia.


Questo ragazzo è stato ucciso dopo aver tenuto un incontro filo-Maduro. L’hanno fatto passare per vittima del governo. Anche su Repubblica.it. Nessuna correzione successiva, naturalmente.
 

Di chi è la Repubblica Italiana?

10 giugno 2008

Da quanto andremo ad illustrare, la Repubblica Italiana non è certo ‘cosa nostra’… perché se davvero fosse nostra, ovvero di tutti i cittadini italiani, non si fonderebbe su dei “segreti”. “Segreti” su questioni della massima importanza, la cui esistenza configura una Repubblica sostanzialmente ‘cosa loro’.
“Loro” sono ovviamente gli Stati Uniti, che nel lontano biennio 1943-45 hanno effettuato la conquista dell’Italia, eufemisticamente chiamata “Liberazione”. “Liberazione” da noi stessi, tant’è vero che dopo oltre sessant’anni non se ne sono più andati. Potevano farlo dopo la fine dell’URSS, visto che il “problema” era il Comunismo, ma non l’hanno fatto.
L’Italia è, infatti, ‘cosa loro’, anche se gli italiani non lo devono percepire.
L’occupazione di consistenti porzioni del territorio nazionale da parte di uno Stato estero (malgrado ci abbiano informato che, dall’11 settembre 2001, “siamo tutti americani”) ed il suo mantenimento vita natural durante è possibile grazie a clausole – segrete, appunto – pudicamente definite “accordi”, che giustificano la presenza, sul territorio nazionale, di basi ed installazioni militari USA e NATO (oltre 100).
Questo è il “segreto dei segreti” – altrimenti definibile la “madre di tutte le menzogne” – della “Repubblica Italiana”. Tutti gli altri “segreti” (la “strategia della tensione”, le BR, le “trame nere”, Gladio, le “stragi di Mafia”, “Mani Pulite”, il “terrorismo islamico”ecc.) sono una conseguenza logica del “segreto dei segreti”. Pretendere la verità su questo punto non è una cosa “di destra”, “di centro” o “di sinistra”. È semplicemente una cosa sensata, da “patrioti”, se la parola “patria” non avesse assunto per i più – a causa della sua indebita appropriazione da parte di collaborazionisti e della concomitante svalutazione generata da una pseudocultura votata all’autodenigrazione – un significato distante da quello originario.

A questo punto ci sarà chi pensa che l’aver perso l’Italia una guerra – malgrado alcune conseguenze “negative” – sia stato in fondo un fatto “positivo” solo perché così il Fascismo, il “Male assoluto”, è stato sconfitto. A chi la pensa così, basta rispondere che, Fascismo o non Fascismo, l’Italia è stata occupata, tale occupazione non è mai finita (né accenna a finire), e con questo fatto tutti gli italiani devono fare i conti, in maniera sempre più evidente, prima che la crisi epocale del c.d. “Occidente” (che significa Europa distolta dal suo naturale complemento geografico, politico, economico, storico e culturale che è l’Eurasia per venire inglobata nell’Occidente, a guida anglo-americana) ci travolga in maniera irrimediabile. Ristabilire la verità sul “principale segreto della Repubblica Italiana”, sulle clausole segrete che impongono un’occupazione che sembra non finire mai, è un favore che gli italiani devono fare innanzitutto a se stessi, pena la scomparsa pura e semplice come popolo e nazione.
Ma veniamo a questi famosi (si fa per dire) “accordi” a proposito delle basi e delle istallazioni logistiche USA e NATO in Italia:
a) le clausole segrete della ‘Convenzione d’Armistizio’ del 3 Settembre 1943;
b) le clausole segrete del ‘Trattato di pace’ imposto all’Italia, il 10 Febbraio del 1947 (Parigi);
c) il ‘Trattato NATO’ firmato a Washington il 4 Aprile 1949, ed entrato in vigore il 1 Agosto 1949;
d) il ‘Bilateral Infrastructure Agreement’ (BIA) o ‘Accordo segreto USA-Italia’ del 20 Ottobre 1954 (Accordo firmato dal Ministro Scelba e l’Ambasciatrice statunitense Clare Booth Luce, e mai sottoposto alla verifica, né alla ratifica del Parlamento);
e) il Trattato Italia-NATO, firmato a Parigi il 26 Luglio 1961 (reso operativo con Decreto del Presidente della Repubblica No. 2083, del 18 Settembre 1962);
f) Accordo bilaterale Italia-USA, firmato dal Governo Andreotti, il 16 Settembre 1972;
g) il ‘Memorandum d’intesa USA-Italia’ (Shell Agreement) del 2 Febbraio 1995;
h) Accordo segreto ‘Stone Ax’ (Ascia di Pietra), concluso inizialmente negli anni ‘50/’60 e rinnovato l’11 Settembre 2001.
Questi, i principali Comandi USA da cui dipendono le varie basi ed installazioni logistiche (USA e NATO, in Italia):
– Task Force 137 (Naval Forces Eastern Atlantic) (Naples, Italy)
– Army Prepositioned Stock 2 (APS-2) (Mechanized Infantry Brigade (-)) (Netherlands, Luxembourg, Belgium, Norway, Italy)
– South East European Task Force (SETAF) (Vicenza, Italy)
– 173rd Airborne Brigade (Vicenza, Italy (Deploys to Iraq – Early 2007)
– 22nd Area Support Group (Caserma Ederle, Italy)
– 31st Fighter Wing (F-16CG/DG) (Aviano AB, Italy)
– 401st Air Expeditionary Wing (KC-135E/R, U-2?) (Aviano AB, Italy)
– 16th Air Expeditionary Task Force (Aviano AB, Italy)
– US Naval Forces in Europe (NAVEUR) (Naples, Italy)
– Sealift Logistics Command Europe (SEALOGEUR) (Naples, Italy)
– Task Force 63 (6th Fleet Service Force) / Naval Surface Group Mediterranean (Gaeta, Italy)
– Task Force 67 (6th Fleet Maritime Surveillance and Reconnaissance Forces (MARSURVRECFORSIXFLT)) / Fleet Air Mediterranean (FAIRMED) (Naples, Italy)
– Task Force 69 (6th Fleet Submarine Force Mediterranean) / Submarine Group 8 (Naples, Italy)
Questo, naturalmente, senza contare i Comandi Intelligence dipendenti dalla NSA (National Security Agency), e, dulcis in fundo, le 90 testate nucleari statunitensi stoccate fra Ghedi ed Aviano ed il più che probabile armamento atomico imbarcato sui mezzi, anche sottomarini, della Sesta Flotta statunitense di stanza a Napoli e Gaeta, che in materia è vincolata alla direttiva del “neither confirm or deny policy” (non confermare né smentire la presenza di atomiche a bordo).
Vi pare poco? Vogliamo ancora parlare di “Repubblica Italiana”?
Che cosa c’è da “festeggiare”, mentre la gran parte di un Paese – quella che lavora, e non per gli stipendi di quelli che “festeggiano” il 2 giugno – sprofonda nell’immiserimento economico, nell’abbrutimento sociale e culturale, nella disperazione verso un futuro che mette solo l’angoscia?
A sollevare un po’ il morale di un popolo che ne sta vedendo di tutti i colori non bastano più i soliti filmetti americani, il solito rimbambimento della droga televisiva zeppa di programmi ideati negli Stati Uniti per “di-vertire” il pubblico e non farlo pensare, le mezze verità delle trasmissioni “d’approfondimento” e “di denuncia” dove si parla e si parla ma non si arriva mai a nulla.
Gli italiani devono sapere la verità, e siccome non gliela può dire nessuno che si è compromesso con ‘cosa loro’ gliela diciamo noi. La “Repubblica Italiana” non è quello che sembra: l’Italia è una nazione occupata. O-c-c-u-p-a-t-a!
Non è difficile tenersi bene a mente questa parola, ogni volta che si cerca di raccapezzarsi in qualche problema “irrisolvibile”. Non è difatti superfluo osservare che – dalla spazzatura in Campania all’eterna “lotta alla Mafia”, passando per altri mille problemi “irrisolvibili” – la soluzione per risollevare la nostra martoriata Italia dal baratro in cui scivola giorno dopo giorno è la riconquista della libertà, dell’autodeterminazione, dell’indipendenza e della sovranità politica, economica, culturale e militare. Senza tutto ciò è perfettamente inutile discutere di tutto il resto, dai politici “italiani” all’economia “italiana”, per non parlare del miserevole stato della cultura “italiana”, o dell’“informazione”, succubi – senza eccezione alcuna, dai “salottini” televisivi alle testate “indipendenti”, passando per gli “intellettuali organici” – degli interessi di chi ci occupa da sessant’anni con il supporto di collaborazionisti locali “di destra”, “di centro” e “di sinistra”.
In questa situazione, pensare di risolvere qualsiasi cosa è semplicemente folle. Sarebbe come discutere dell’arredamento della propria casa e della sua tappezzeria quando qualcuno vi si è infilato dentro, occupa la camera da letto, non ci lascia usare il bagno uscendone solo per pulirglielo e svuota il frigorifero pretendendo che noi gli facciamo la spesa! Si penserebbe ancora di vivere in casa propria?
Prima si capisce tutto questo e meglio è, per il bene di tutti. Prima della fine.
***
Bibliografia:
A.B. Mariantoni, Dal “Mare Nostrum” al “Gallinarium Americanum” – Basi USA in Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente
A.B. Mariantoni, Basi americane in Italia: una messa a punto
[Fonte: cpeurasia.eu, pubblicato con il titolo Il segreto di Pulcinella della Repubblica Italiana]

Preso da: https://byebyeunclesam.wordpress.com/2008/06/10/di-chi-e-la-repubblica-italiana/

Il Trattato di Parigi 8 settembre 1947 contiene CLAUSOLE SEGRETE che di fatto rendono l’Italia una COLONIA ANGLO-AMERICANA! Altro che sovrana…

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La firma dei traditori della resa incondizionata che hanno reso l’Italia una colonia, o meglio il giardino di casa degli americani. Eppure ci sono tanti imbecilli che reputano gli americani i nostri salvatori!

 

Ecco gli “Accordi” a proposito delle basi e delle istallazioni logistiche USA e NATO in Italia:
a) le clausole segrete della ‘Convenzione d’Armistizio’ del 3 Settembre 1943;
b) le clausole segrete del ‘Trattato di pace’ imposto all’Italia, il 10 Febbraio del 1947 (Parigi);
c) il ‘Trattato NATO’ firmato a Washington il 4 Aprile 1949, ed entrato in vigore il 1 Agosto 1949;


d) il ‘Bilateral Infrastructure Agreement’ (BIA) o ‘Accordo segreto USA-Italia’ del 20 Ottobre 1954 (Accordo firmato dal Ministro Scelba e l’Ambasciatrice statunitense Clare Booth Luce, e mai sottoposto alla verifica, né alla ratifica del Parlamento);
e) il Trattato Italia-NATO, firmato a Parigi il 26 Luglio 1961 (reso operativo con Decreto del Presidente della Repubblica No. 2083, del 18 Settembre 1962);
f) Accordo bilaterale Italia-USA, firmato dal Governo Andreotti, il 16 Settembre 1972;
g) il ‘Memorandum d’intesa USA-Italia’ (Shell Agreement) del 2 Febbraio 1995;
h) Accordo segreto ‘Stone Ax’ (Ascia di Pietra), concluso inizialmente negli anni ‘50/’60 e rinnovato l’11 Settembre 2001.
Di chi è la Repubblica Italiana?

Preso da: https://disquisendo.wordpress.com/2017/05/08/il-trattato-di-parigi-8-settembre-1947-contiene-clausole-segrete-che-di-fatto-rendono-litalia-una-colonia-anglo-americana-altro-che-sovrana/

Benvenuti al poligono Afghanistan

Per non farsi mancar nulla gli americani hanno gettato sull’Afghanistan, terra di sperimenti militari, come fosse un poligono di tiro o il deserto del Nevada, la GBU 43-B detta anche Moab, “la madre di tutte le bombe”, la Megabomba, la Bombissima, l’arma più potente dopo l’Atomica con le sue undici tonnellate di esplosivo. Se l’obbiettivo dichiarato, come dicono gli Usa, era colpire alcuni uomini dell’Isis nascosti sulle montagne di Nangarhar, la Moab pare vagamente sproporzionata e un tantino criminale. E’ chiaro che una bomba che devasta intorno a sé centinaia di metri non può che avere ‘effetti collaterali’ altrettanto devastanti. Naturalmente la Casa Bianca, attraverso uno dei suoi portavoce Sean Spicer, si è premurata di avvertire che “sono state prese tutte le precauzioni per evitare vittime e danni civili collaterali”. Insomma anche la Moab è una bomba “intelligente”. Le bombe americane sono sempre ‘intelligenti’. Lo abbiamo già visto nei bombardamenti su Bagdad e Bassora del 1990 (157.971 vittime civili), nei bombardamenti su Belgrado del 1999 (5.500 morti), nei bombardamenti indiscriminati sull’Iraq nel 2003.

Naturalmente nessuno si fermerà a contare e a piangere i morti afgani della ‘madre di tutte le bombe’, perché gli afgani hanno il grave torto di non essere arabi, o cristiani propriamente detti oppure copti, o ebrei e nemmeno yazidi. E quindi dei loro uomini, delle loro donne, dei loro bambini si può fare carne di porco come sta avvenendo da 16 anni nella più lunga, insensata e disgustosa guerra dei tempi moderni.

Ma la Moab, ci dicono gli esperti, era solo un avvertimento come le atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki lo furono nei confronti dell’Unione Sovietica. Chi è adesso il pericolosissimo avversario da ‘avvertire’? E’ la Corea del Nord che ha sottratto la primazia nell’’Asse del Male’ all’Iran che ora è stato anzi accolto nel salotto buono perché dei pasdara, come dei peshmerga curdi (per inciso: ieri o l’altro ieri i bombardieri americani ne hanno uccisi una ventina in Siria, ‘fuoco amico’) abbiamo estremo bisogno -perché vigliacchi come siamo diventati non osiamo più scendere sul terreno- per piegare la resistenza di 2.000 guerriglieri dell’Isis che a Mosul, benché accerchiati, bombardati dall’alto, spiati dai droni, e impegnati, oltre che a combattere, a mantenere l’ordine, il loro ordine, nella città e a stuprar yazide in gran quantità, si ostinano a non arretrare di un passo.
Gli americani dopo aver incendiato il Medio Oriente con quattro guerre disastrose si apprestano adesso a far la stessa cosa con l’Estremo Oriente che finora era stato relativamente tranquillo. Questa volta il pretesto per colpire la Corea del Nord (la portaerei Carl Vinson, sommergibili nucleari, droni, commandos dei Navy Seals sono già in zona) è che il dittatore Kim Jong-un sta effettuando dei suoi esperimenti nucleari. E per questo deve essere punito come lo fu l’Iran con 35 anni di durissimo embargo economico. Fra l’Iran degli Ayatollah e la Corea di Kim Jong-un c’è certamente una differenza in favore del primo. L’Iran ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare e ha sempre accettato le ispezioni dell’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica) che non hanno mai rilevato che nelle centrali nucleari iraniane l’arricchimento dell’uranio superasse quel 20% che serve agli usi civili e medici (per l’Atomica l’arricchimento deve arrivare al 90%). Che volesse farsi la Bomba era una pura ipotesi, un classico processo alle intenzioni derivante da una mera avversione ideologica.
Invece la Corea del Nord, paese poverissimo, due bombette atomiche ce l’ha e sta cercando di allungare la portata dei suoi missili. Nonostante ciò non costituisce un pericolo per nessuno, sia perché i suoi missili non hanno la gittata necessaria per colpire obbiettivi ‘sensibili’, tantomeno negli Stati Uniti, sia, e soprattutto, perché nessuno, nemmeno Kim Jong-un, sarebbe così pazzo da gettare un’Atomica. Verrebbe infatti investito nel giro di pochi minuti da decine di atomiche. L’Atomica serve solo, è arcinoto, come deterrente e giustamente Kim Jong-un ha detto che il bombardamento americano in Siria, del tutto illegittimo dal punto di vista del diritto internazionale, giustificava i suoi esperimenti nucleari. E ancor più li giustificherà la criminale Moab gettata, come esperimento, sull’innocente Afghanistan. Se Saddam Hussein e Gheddafi avessero avuto l’Atomica sarebbero ancora al loro posto.
In questa gara di Potenze per soddisfare i propri appetiti, con guerre condotte per interposta persona, la più rassicurante sembra essere la Cina. A differenza dell’America di Trump e dei suoi predecessori, della Russia di Putin e dei suoi predecessori, della Turchia e persino dell’Arabia Saudita, la Cina, con il suo miliardo e 400 milioni di abitanti, non ha assunto alcun atteggiamento muscolare, non fa il muso duro militare a nessuno. Si limita a conquistare, silenziosamente e astutamente, il mondo intero attraverso l’economia, mentre gli altri perdono il tempo con le loro stupide e criminali guerre. Ammettiamolo una volta per tutte: la vera ‘cultura superiore’ è quella ‘made in Cina’. E non solo perché la cinesina sottocasa ci fa con maestria tutti quei lavoretti, modesti quanto indispensabili, che noi superbiosi occidentali ci rifiutiamo o non siamo più capaci di fare.
Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2017

Gli Stati Uniti uccidono molto più del morbillo

Il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc) di Atlanta ha diffuso una nota in cui consiglia ai cittadini americani di prendere delle precauzioni quando vengono in Italia perché il nostro Paese è ad alto rischio epidemiologico. Vi infuria una pericolosissima malattia: il morbillo. Nei primi tre mesi di quest’anno il morbillo ha colpito 1.473 persone. Un’enormità, circa lo 0,0025% della popolazione italiana. Per la prima volta siamo considerati un Paese ‘a rischio’ come la Sierra Leone colpita dal virus dell’Ebola.

Il morbillo, come la varicella o la rosolia, è una di quelle classiche malattie esantematiche (le ‘malattie infantili’ come si diceva una volta) che, scarlattina a parte, non hanno mai fatto male a nessuno. Nella mia generazione, che è quella della guerra e del primo dopoguerra, tutti abbiamo preso il morbillo, eppur siam vivi. Ci facevano molta più paura (o meglio la facevano ai nostri genitori) le bombe che gli americani gettavano a man bassa su Milano senza peraltro riuscire a colpire un qualche obbiettivo militare come la Stazione Centrale. Il morbillo, come la varicella o la rosolia, è probabilmente una autoimmunizzazione. Tanto che ai tempi miei molte madri usavano mettere i loro figli sani accanto ai bambini malati di morbillo, così se lo beccavano e non ci si pensava più. Solo in casi rarissimi il morbillo –ma il discorso vale anche per una semplice influenza- può avere effetti collaterali pericolosi. Ma evidentemente gli americani lo temono come la peste. Del resto sono dei maniaci dell’igiene oltre che del controllo su tutto e su tutti. A qualcuno dei lettori sarà certamente capitato di andare a letto con qualche ragazza americana del tipo WASP. Ti chiede preventivamente di farti una doccia, poi va in bagno e si fa abluzioni per mezz’ora. Quindi esce con una camicetta (un tempo babydoll) in cui manca poco che ci sia scritto “fuck me”. E a te cade tutta la libido, ammesso che non l’avessi persa nel frattempo.
Molto attenti alla loro salute (anche se l’Aids in grande stile è partito proprio dall’America a causa di una eccessiva promiscuità omossessuale e bisessuale) lo sono pochissimo per quella altrui. E’ notizia di pochi giorni fa che hanno gettato la GBU-43 Massive Ordnance Air Blast bomb detta in acronimo Moab e in volgare la ‘madre di tutte le bombe’, di cui negli States pare che vadano molto fieri (qualche flebile protesta c’è stata solo per il costo: 314 milioni di dollari che forse potevano essere usati diversamente) un ordigno dal peso di 10 tonnellate che certo fa un po’ più male del morbillo. “Non si sa, non è ancor certo” se abbiano colpito gli jihadisti, il loro obbiettivo dichiarato, ciò che è sicuro è che i contadini afgani che abitavano nelle vicinanze dell’esplosione non ne sono usciti bene.
Gli americani hanno una vera fobia per le ‘armi di distruzione di massa’ specialmente chimiche. Non fan che disegnare ‘linee rosse’ insuperabili, quando queste armi le usano gli altri. Eppure sono i più grandi dispensatori di ‘armi di distruzione di massa’. Chi ha gettato l’Atomica su Hiroshima e, tre giorni dopo, su Nagasaki quando il Giappone era già in ginocchio? Al bilancio di 80 mila morti in un colpo solo va aggiunto quello, ancor più grave, dei bambini e degli adulti contaminati per decenni dalle radiazioni nucleari. Hanno usato il napalm in Vietnam. Hanno utilizzato proiettili all’uranio impoverito in Bosnia. Fra i soldati italiani che accompagnarono quella spedizione punitiva antiserba i morti per leucemia, al 2016, sono 333 e quelli che si sono ammalati di cancro per essersi contaminati con quei proiettili sono oltre 3.600 (dati forniti dall’Osservatorio Militare). Non si hanno informazioni precise sugli abitanti di Bosnia, ma se tanto mi dà tanto i morti e gli ammalati devono essere molti di più, visto che i nostri soldati qualche precauzione l’avevano pur presa e sul territorio ci sono stati per un periodo limitato, mentre gli abitanti hanno continuato a viverci o piuttosto a morirci.
In Afghanistan, per stanare gli uomini di Bin Laden nascosti nelle caverne di Tora Bora, hanno usato i gas tossici per stessa ammissione del segretario della Difesa Donald Rumsfeld. E poi hanno continuato imperterriti. Nel marzo del 2003 un vecchio, Jooma Khan, che viveva in un villaggio della provincia di Laghman, nell’Afghanistan nord-orientale, ha raccontato: “Quando vidi mio nipote deforme mi resi conto che le mie speranze per il futuro erano scomparse. Ciò è differente dalla disperazione provata per le barbarie russe, anche se a quel tempo persi mio figlio più grande, Shafiqullah. Questa volta invece sento che noi siamo parte dell’invisibile genocidio che l’America ci ha buttato addosso, una morte silenziosa da cui non potremo fuggire” (Robert C. Koehler, in Tribune Media Services, 2004). Del resto ai genocidi, silenziosi o meno, questi cowboy vigliacchi non sono nuovi. Parte della loro storia inizia col genocidio dei pellerossa, usando, oltre i winchester contro le frecce, l’’arma chimica’ del tempo, il whisky, per indebolire e fiaccare una popolazione altamente spirituale, poi descritta nei loro indecenti film western come tribù di barbari ‘scalpatori’. In seguito li hanno chiusi nelle riserve, ma non bastandogli continuano a farci i loro porci comodi. Nel gennaio di quest’anno Donald Trump ha deciso, nonostante la disperata opposizione dei Sioux, di far passare alcuni oleodotti nelle loro riserve del North Dakota.
Se erano vigliacchi in partenza ora lo sono diventati all’ennesima potenza. Non hanno il coraggio di scendere sul terreno, ma usano quasi esclusivamente bombardieri e droni. Affermano che l’Isis è il maggior pericolo per l’Occidente, ma per conquistare Mosul utilizzano il coraggio (quelli ce l’hanno) dei peshmerga curdi e dei pasdaran iraniani. Non c’è quasi ospedale che non abbiano colpito, in Afghanistan, in Siria e altrove.
Dal 1990, collassato il contraltare sovietico, non fanno che inanellare guerre di aggressione: prima guerra del Golfo (1990), guerra antiserba in Bosnia con l’appoggio degli europei (1992-1995), guerra alla Serbia del 1999 con la partecipazione di altri membri di quella finzione che è la Nato, ma non tutti (la piccola Grecia si rifiutò di parteciparvi, l’Italia invece si prestò nella poco nobile parte del ‘palo’, gli aerei che andavano a bombardare Belgrado partivano da Aviano), guerra all’Afghanistan (2001-?), guerra all’Iraq (2003) nonostante l’opposizione dell’Onu che si era opposta anche all’aggressione alla Serbia, guerra alla Somalia per interposta Etiopia (2006-2007), guerra alla Libia (2011) con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti quelli che ora piangono lacrime di coccodrillo. In attesa di ulteriori sviluppi della crisi nordcoreana.
Hanno un centinaio di basi militari, anche nucleari, in tutto il mondo, persino nella piccola e pacifica Islanda, e possono colpire chi vogliono e quando vogliono.
E allora chi sono i terroristi internazionali? Una bella epidemia di morbillo e magari di varicella e anche di pertosse è il minimo che gli si può augurare.
Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano, 22 aprile 2017

Il FMI ha trovato la soluzione alla crisi economica: “Dovete morire prima”

Se la longevità delle popolazioni occidentali mette a rischio i bilanci degli stati più sviluppati

La notizia, quando non volutamente nascosta, è passata alquanto inosservata; eppure certifica una volta di più la confusione che regna sotto il cielo dell’economia e soprattutto il paradigma che sta dietro alla crisi degli ultimi anni: lo smantellamento progressivo dello stato sociale. A rilanciarla è stato il blog L’Antidiplomatico.
Nelle pieghe del Global Financial Stability Report, presentato dal Fondo Monetario Internazionale, c’è un’avvertenza: la longevità delle popolazioni occidentali – ossia il famoso “allungamento delle aspettative di vita” – mette a rischio i bilanci degli stati più sviluppati.

Il Fmi arriva a questa affermazione quando prova a spiegare che “nessun asset può essere considerato veramente sicuro”. Che rapporto c’è tra investimenti finanziari e vecchiaia delle popolazioni? Quello tra affidabilità dei titoli di stato e, appunto, spesa pubblica dedicata agli istituti del welfare (pensioni, sanità, assistenza, istruzione). Silenzio assoluto, per esempio, sulla spesa militare.
Di recente le principali agenzie di rating (tutte statunitensi) hanno deciso un downgrade di titoli fin qui considerati sicuri, “virtualmente privi di rischio”, come i Bund tedeschi o i Treasury americani. Beni rifugio per eccellenza
Si comprende facilmente che questi downgrade hanno seriamente preoccupato gli “investitori professionali” (fondi speculativi, fondi pensione, risparmio gestito, hedge fund, ecc), che stanno dirottando altrove i propri investimenti o sono in procinto di farlo. Con ovvie e serissime conseguenze sulla stabilità degli stessi mercati finanzairi e conseguentemente anche per i bilanci stessi degli stati (quando cala l’affidabilità di un titolo, il prezzo scende; e di conseguenza sale il rendimento, ossia gli interessi che uno Stato deve pagare).
Il Fmi sottolinea inoltre che “l’offerta di asset sicuri è diminuita di pari passo alla capacità del settore pubblico e privato di produrre asset di questo tipo”. E la causa principale è individuata nella longevità “eccessiva” delle relative popolazioni. “Se l’aspettativa di vita media crescesse di tre anni più di quanto atteso ora entro il 2050, i costi potrebbero aumentare di un ulteriore 50%.
Il rischio è considerato “notevole” sia per quanto riguarda la sostenibilità fiscale (potrebbe fare aumentare il rapporto debito/pil), sia sul fronte della solvibilità di istituti finanziari e fondi pensione. Queste dinamiche “potrebbero avere un ampio effetto negativo su settori pubblici e privati già indeboliti, rendendoli più vulnerabili ad altri shock e potenzialmente minando la stabilità finanziaria”. Il che, evidentemente, potrebbe “complicare gli sforzi fatti in risposta alle attuali difficoltà fiscali”. Quindi, ciò che serve secondo il FMI, è “una combinazione di aumento dell’età pensionabile di pari passo con l’aumento dell’aspettativa di vita, più alti contributi pensionistici e una riduzione dei benefit da pagare“.
Quello che non è detto esplicitamente dal Fmi è che questa longevità va ridotta (è “desiderabile, ma costosa”) per aiutare gli “investitori professionali” a trovare degli asset più affidabili.
Sul fatto che la maggiore longevità comporti costi maggiori non ci può essere dubbio. Oltre una certa età un essere umano non ouò e non deve essere obbligato a lavorare, quindi la collettività si deve assumere l’onere del suo mantenimento in vita in condizioni dignitose (nulla di straordinario, è previsto anche dalla Costituzione). La questione non riguarda insomma se la longevità sia un costo o no, ma esclusivamente quale parte della società devono pagare questo costo. Per il Fmi lo devono pagare soltanto i lavoratori dipendenti (“più alti contributi pensionistici“) e i pensionati stessi (“più alti contributi pensionistici“, ossia pensioni ancora più basse). E se neanche questo basta – e non può bastare, se dal pagamento del prezzo vengono esentati gli “investitori professionali” e tutte le classi dirigenti di ogni ordine e grado – allora non resta che tagliare drasticamente tutti gli istituti di welfare che hanno fin qui sostenuto l’allungamento delle aspettative di vita.

Preso da: http://quifinanza.it/soldi/il-fmi-ha-trovato-la-soluzione-alla-crisi-economica-dovete-morire-prima/63665/

Fermiamo i signori della guerra


Trovo vergognosa l’indifferenza con cui noi assistiamo a una ‘guerra mondiale a pezzetti’ , a una carneficina spaventosa come quella in Siria, a un attacco missilistico da parte di Trump contro la base militare di Hayrat in Siria ,ora allo sgancio della Super- Bomba GBU-43( la madre di tutte le bombe) in Afghanistan e a un’incombente minaccia nucleare.
L’Italia , secondo l’Osservatorio sulle armi , spendere quest’anno 23 miliardi di euro in armi (l’1,18% del Pil) che significa 64 milioni di euro al giorno! Ora Trump, che porterà il bilancio militare USA a 700 miliardi di dollari, sta premendo perché l’Italia arrivi al 2% del Pil che significherebbe 100 milioni di euro al giorno. “Pronti a rivedere le spese militari- ha risposto la ministra della Difesa  R. Pinotti- come ce lo chiede l’America .”La Pinotti ha annunciato anche  che vuole realizzare il Pentagono italiano a Centocelle (Roma) dove sorgerà una nuova struttura con i vertici di tutte le forze armate.
La nostra ministra della Difesa ha inoltre preparato il Libro Bianco della Difesa in cui si afferma che l’Italia andrà in guerra ovunque  i suoi interessi vitali saranno minacciati. E’ un autentico golpe democratico che cancella l’articolo 11 della Costituzione. Dobbiamo appellarci al Parlamento italiano perchè non lo approvi. Il Libro Bianco inoltre definisce l’industria militare italiana ‘pilastro del Sistema paese’ . ” Infatti nel 2015 abbiamo esportato armi pesanti per un valore di oltre sette miliardi di euro! Vendendo armi ai peggiori regimi come l’Arabia Saudita . Questo in barba alla legge 185/90 che vieta la vendita di armi a paesi in guerra o dove i diritti umani sono violati. L’Arabia Saudita è in guerra contro lo Yemen, dove vengono bombardati perfino i civili con orribili tecniche speciali. Secondo l’ONU, nello Yemen è in atto una delle più gravi crisi umanitarie del Pianeta. All’Arabia Saudita abbiamo venduto bombe aeree MK82, MK83, MK84, prodotte dall’azienda RMW Italia con sede legale a Ghedi (Brescia) e fabbrica a Domusnovas in Sardegna. Abbiamo venduto armi anche al Qatar e agli Emirati arabi con cui quei paesi armano i gruppi jihadisti in Iraq, in Libia, ma soprattutto in Siria dov’è in atto una delle guerre più spaventose del Medio Oriente.In sei anni di guerra ci sono stati 500.000 morti e dodici milioni di rifugiati o sfollati su una popolazione di 22 milioni! Come italiani, stiamo assistendo indifferenti alla tragica guerra civile in Libia, da noi causata con la guerra contro Gheddafi. E ora , per fermare il flusso dei migranti, abbiamo avuto la spudoratezza di firmare un Memorandum con il governo libico di El Serraj che non riesce neanche a controllare Tripoli. E così aiutiamo la Libia a frantumarsi ancora di più. E con altrettanta noncuranza assistiamo a guerre in Sud Sudan, Somalia, Sudan, Centrafrica, Mali. Senza parlare di ciò che avviene nel cuore dell’Africa in Congo e Burundi. E siamo in guerra in Afghanistan : una guerra che dura da 15 anni ed è costata agli italiani 6,6 miliardi di euro.
Mentre in Europa stiamo assistendo in silenzio al nuovo schieramento della NATO nei paesi baltici e nei paesi confinanti con la Russia. In Romania, la NATO ha schierato razzi anti-missili e altrettanto ha fatto in Polonia a Redzikovo. Ben cinquemila soldati americani sono stati spostati in quei paesi. Anche il nostro governo ha inviato 140 soldati italiani in Lettonia. Mosca ha risposto schierando a Kalinin- grad Iscander ordigni atomici, i 135-30. Siamo ritornati alla Guerra Fredda con il terrore nucleare incombente. (La lancetta dell’Orologio dell’Apocalisse a New York è stata spostata a due minuti dalla mezzanotte come ai tempi della Guerra Fredda).
Ecco perché all’ONU si sta lavorando per un Trattato sul disarmo nucleare promosso dalle nazioni che non possiedono il nucleare, mentre le 9 nazioni che la possiedono non vi partecipano. E’ incredibile che il governo Gentiloni ritenga che tale Conferenza “costituisca un elemento fortemente divisivo “, per cui l’Italia non vi partecipa. Eppure l’Italia ha sul territorio una settantina di vecchie bombe atomiche che ora verranno rimpiazzate dalle più micidiali B61-12.  Quanta ipocrisia da parte del nostro governo!
Davanti a una così grave situazione, non riesco a capire il quasi silenzio del movimento italiano per la pace. Una cosa è chiara: siamo frantumati in tanti rivoli, ognuno occupato a portare avanti le proprie istanze! Quand’è che decideremo di metterci insieme e di scendere unitariamente  in piazza per contestare un governo sempre più guerrafondaio? Perché non rimettiamo tutti le bandiere della pace sui nostri balconi?Ma ancora più male mi fa il silenzio della CEI e delle comunità cristiane. Questo nonostante le forti prese di posizione sulla guerra di Papa Francesco. E’ un magistero il suo, di una lucidità e forza straordinaria. Quando verrà recepito dai nostri vescovi, sacerdoti, comunità cristiane? Dopo il suo recente messaggio inviato alla Conferenza ONU, in cui ci dice che “ dobbiamo impegnarci per un mondo senza armi nucleari”, non si potrebbe pensare a una straordinaria Perugia- Assisi, promossa dalle realtà ecclesiali insieme a tutte le altre realtà, per dare forza al tentativo della Nazioni unite di mettere al bando le armi atomiche e dire basta alla  ‘follia’ delle guerre e dell’industria delle armi? Sarebbe questo il regalo di Pasqua che Papa Francesco ci chiede: “Fermate i signori della guerra, la violenza distrugge il mondo e a guadagnarci sono solo loro.”

Preso da: https://www.articolo21.org/2017/04/fermiamo-i-signori-della-guerra/

i punti di consenzo sull’ 11 settembre: le prove effettive che contraddicono la versione ufficiale dell’ 11 settembre.

12/8/2013
Il 9/11 Consensus Panel dedica il suo lavoro a: lo scopo del Governo e la responsabilità dei media.

L’intento del 9/11 Consensus Panel
L’intento del 9/11 Consensus Panel è quello di presentare chiaramente al mondo alcune fra le prove più convincenti che smentiscono la versione ufficiale dei fatti dell’11 settembre, basandosi sull’opinione di esperti indipendenti.

Lo scopo del 9/11 Consensus Panel è quello di fornire una fonte selezionata di ricerca, basata su prove tangibili, per qualunque indagine possa venire intrapresa dal pubblico, dai media, dagli accademici o da qualsivoglia ente o istituzione investigativi.

L’autorevolezza del 9/11 Consensus Panel
I “punti di consenso” sono risultati da una indagine condotta con il metodo Delphi fra oltre 20 esperti della Commissione, che li hanno graduati secondo un punteggio da 1 a 6, dopo tre tornate di revisioni e di commenti, restando ciascuno all’oscuro dell’identità e delle risposte altrui.

Il Metodo Delphi è un classico metodo di consenso che usa una collaudata metodologia per accrescere la conoscenza scientifica in campi come quello della medicina.

I punti di consenso presentati hanno quindi ricevuto l’approvazione da parte di almeno il 90% di oltre 20 persone (nella letteratura scientifica questa è considerata una alta percentuale).

Unitamente agli estratti video professionali che accompagneranno ciascuno dei Punti, questa indagine controllata fra i Membri della Commissione intende ridurre la confusione e le controversie che riguardano i fatti dell’11 settembre, incoraggiando i media ad affrontare tutti gli aspetti della vicenda.

I “Punti di Consenso” sono supportati da un’ampia documentazione fatta da testimonianze personali, resoconti ufficializzati dei pompieri, comunicazioni iniziali da parte di giornali e televisione, libri ed articoli di esperti ricercatori.

I punti di consenso sull’11 settembre
Le prove effettive che contraddicono la versione ufficiale dell’11 settembre
La versione ufficiale sui fatti dell’11 settembre 2001 è stata utilizzata:

•per giustificare le guerre in Afghanistan e in Iraq, che hanno provocato la morte di milioni di persone; 1
•per autorizzare torture, tribunali militari e extraordinary renditions;
•per sospendere le libertà garantite dalla Costituzione americana come l’habeas corpus negli USA e libertà simili in Canada, nel Regno Unito e in altri Paesi.
Le affermazioni ufficiali riguardanti l’11 settembre sono contraddette da fatti convalidati da un processo scientifico basato sul consenso che include i seguenti punti indicanti le “prove migliori”.

I 26 punti di consenso sono divisi in sette categorie, ciascuna delle quali rimanda ai 26 punti individuali:

A. Punti di consenso generali
B. Punti di consenso sulle Twin Towers
C. Punti di consenso sul crollo del World Trade Center 7
D. Punti di consenso sul Pentagono
E. Punti di consenso sui voli dell’11 settembre
F. Punti di consenso sulle esercitazioni militari prima e durante l’11 settembre
G. Punti di consenso sugli ordini politici e militari dell’11 settembre
H. Punti di consenso sui dirottatori dell’11/9
V. Punti di consenso sulle prove video ufficiali riguardanti il 11/9
A. Punti di consenso generali
Punto G-1: l’affermazione su Osama bin Laden (precedentemente punto 1 – settembre 2011)

Punto G-2: l’affermazione che non ci fosse insider trading nelle opzioni di vendita prima dell’11 settembre 2001 (precedentemente punto 3A – gennaio 2012)

B. Punti di consenso sulle Twin Towers
Punto TT-1: l’affermazione sulla distruzione delle Twin Towers dovuta unicamente all’impatto, al carburante e agli incendi (precedentemente punto 2 – settembre 2011)

Punto TT-2: l’affermazione sulla distruzione delle Twin Towers dovuta unicamente all’impatto, agli incendi e alla gravità (precedentemente punto 3 – settembre 2011)

Punto TT-3: un’affermazione esclude la presenza di esplosivi nelle Twin Towers (precedentemente punto 4 – settembre 2011)

Punto TT-4: un’altra affermazione esclude la presenza di esplosivi nelle Twin Towers (precedentemente punto 5 – settembre 2011)

Punto TT-5: l’affermazione che la polvere del World Trade Center non contenesse tracce di materiale termitico (precedentemente punto 9 – settembre 2011)

C. Punti di consenso sul crollo del World Trade Center 7
Punto WTC7-1: l’affermazione che il WTC 7 sia crollato unicamente a causa di un incendio (precedentemente punto 6 – settembre 2011)

Punto WTC7-2: l’affermazione contenuta nel rapporto preliminare del NIST che il WTC 7 non è crollato a velocità di caduta libera (precedentemente punto 7 – settembre 2011)

Punto WTC7-3: l’affermazione contenuta nel rapporto finale del NIST che il WTC 7 crollò in caduta libera senza l’intervento di esplosivi (precedentemente punto 8 – settembre 2011)

D. Punti di consenso sul Pentagono
Punto Pent-1: perché l’attacco al Pentagono non è stato impedito: la prima versione ufficiale (precedentemente punto 4A – gennaio 2012)

Punto Pent-2: perché l’attacco al Pentagono non è stato impedito: la seconda versione ufficiale (precedentemente punto 5A – gennaio 2012)

Punto Pent-3: l’affermazione riguardante Hani Hanjour come pilota del volo 77 (precedentemente punto 12 – settembre 2011)

E. Punti di consenso sui voli dell’11 settembre
Punto Flt-1: un’affermazione riguardante il dirottamento degli aerei (precedentemente punto 10 – settembre 2011)

Punto Flt-2: l’affermazione che il volo 93 si schiantò vicino a Shanksville, in Pennsylvania (precedentemente punto 11 – settembre 2011)

F. Punti di consenso sulle esercitazioni militari prima e durante l’11 settembre
Punto ME-1: le esercitazioni militari mostrano che l’esercito fosse preparato per affrontare dirottamenti interni (così come provenienti dall’esterno NUOVO

Punto ME-2: l’affermazione che le esercitazioni militari non ritardarono la risposta agli attacchi dell’11 settembre NUOVO

G. Punti di consenso sugli ordini politici e militari dell’11 settembre
Punto MC-Intro: panoramica sulle affermazioni contraddittorie riguardanti importanti capi militari e politici NUOVO

Punto MC-1: perché il Presidente Bush non venne portato via d’urgenza dalla scuola in Florida? (precedentemente punto 1A – gennaio 2012) *** Traduzione in corso ***

Punto MC-2: l’affermazione della Casa Bianca sui tempi: quanto rimase il Presidente Bush nella classe in Florida (precedentemente punto 2A – gennaio 2012) *** Traduzione in corso ***

Punto MC-3: l’affermazione sul momento esatto in cui Dick Cheney entrò nel bunker della Casa Bianca (precedentemente punto 13 – settembre 2011)

Punto MC-4: quando Cheney autorizzò l’abbattimento di aerei di linea? NUOVO

Punto MC-5: il comportamento del Segretario alla Difesa Rumsfeld tra le 9:00 e le 10:00 del mattino NUOVO

Punto MC-6: le attività del generale Richard Myers durante gli attacchi dell’11 settembre NUOVO

Punto MC-7: L’orario di rientro al suo comando del Generale Shelton NUOVO

Punto MC-8: le attività del generale di brigata Montague Winfield tra le 8:30 e le 10:30 del mattino NUOVO

H. Punti di consenso sui dirottatori dell’11/9
Punto H-1: Il misterioso viaggio di Mohamed Atta a Portland *** Traduzione in corso ***

V. Punti di consenso sulle prove video uffiali riguardanti il 11/9
Punto Video-1: I presunti video di sicurezza di Mohamed Atta durante il suo misterioso viaggio a Portland, Maine, 10-11 settembre 2001 *** Traduzione in corso ***

Punto Video-2: E’ veramente autentico il video dell’aeroporto che mostrano i presunti dirottatori del volo AA77 ? Le prove video ufficiali dell’11/9 *** Traduzione in corso ***

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1.G. Burnham, R. Lafta, S. Doocy e L. Roberts, “Mortality after the 2003 invasion of Iraq: A cross-sectional cluster sample survey,”Lancet, 11 ottobre 2006: 21;368 (9545):1421-28.
Fonte: Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, Baltimore.
Questo studio epidemiologico ha stimato 654,965 morti in Iraq direttamente causati dalla guerra, cioè il 2,5% della popolazione, fino alla fine di giugno 2006.
Il dottor Gideon Polya, autore di Body Count: Global Avoidable Mortality Since 1950, ha stimato la morte di più di 4 milioni di afgani fino al gennaio 2010 (per cause sia di morte violenta che non violenta) dall’invasione del 2001, persone che no n sarebbero decedute se non ci fosse stata l’invasione. Si veda: “January 2010 – 4.5 Million Dead in Afghan Holocaust, Afghan Genocide.”
Dr. Gideon Polya, “Iraqi Holocaust: 2.3 Million Iraqi Excess Deaths,” 21 marzo 2009. ↩

Fonte: www.mathaba.net/news/?x=633344

La carestia in quattro paesi africani è anche il risultato della guerra

14 aprile 2017

Davanti a una capanna con il tetto di paglia a Panyijiar, in Sud Sudan, Nyakor Matoap, di 25 anni, stringe il più piccolo dei suoi tre figli. Avvolta in uno scialle di seta color smeraldo, nasconde il piccolo Nyathol tra le sue pieghe. Gli altri figli le si affollano felici tra le gambe. Ma Nyathol sta male. Ha quasi un anno, ma è poco più grande di un neonato. La sua testa enorme oscilla con difficoltà sul suo corpo emaciato. Quando le chiediamo se sopravviverà, lei risponde “Non lo so”.
Profughi sudsudanesi ad Arua, in Uganda, febbraio 2017. - Dan Kitwood, Getty Images

Prima del 2013 Matoap coltivava un pezzo di terra nei pressi di Leer, 80 chilometri più a nord. Poi in Sud Sudan è esplosa la guerra civile e suo marito si è unito ai ribelli. Nell’agosto del 2016 le forze governative sono arrivate nel suo villaggio. Hanno costretto tutti gli uomini a uscire dalle capanne e li hanno uccisi. Le donne sono fuggite. Si è ritrovata nelle acque limacciose del Sudd, un enorme acquitrino che si allarga su entrambe le sponde del Nilo Bianco. Per sette mesi è sopravvissuta mangiando frutti selvatici e le radici delle ninfee.
L’ultima volta che ha visto suo marito è stato nel 2015, quando è stato concepito suo figlio. Anche se quello di Panyijiar è un territorio amico e ospita un campo di aiuti umanitari gestito dall’International rescue committee, teme che le sue peripezie non siano finite qui. “Pensavo che la guerra non ci avrebbe mai raggiunti a Leer”, dice, “perciò non posso dire con certezza che non arriverà qui”.
Il ritorno della carestia
A febbraio quella di Leer è stata una delle due province del Sud Sudan dov’è stato proclamato lo stato di carestia. Nei due territori abitano centomila persone. È la prima volta dal 2011 che viene usato di nuovo il termine carestia, e la seconda volta da quando le Nazioni Unite hanno adottato la scala Ipc, una valutazione scientifica dei livelli di insicurezza alimentare.
Altri 1,1 milioni di persone vivono in aree dove si registra una situazione di “emergenza”, uno scalino sotto la carestia, e dove comunque ci sono persone che muoiono per la fame. In tutto il Sud Sudan, secondo le Nazioni Unite, circa 250mila bambini al di sotto dei cinque anni soffrono di “grave” malnutrizione, e probabilmente moriranno in mancanza di un intervento. Quest’anno 5,8 milioni di persone dipenderanno da aiuti alimentari.
Oggi la carestia non è mai unicamente un disastro naturale,
è sempre un prodotto di scelte politiche
Il Sud Sudan non è l’unico paese in questa situazione. Secondo il Famine early warning systems network (Fews net), gestito dal governo statunitense, settanta milioni di persone in tutto il mondo avranno bisogno quest’anno di aiuti alimentari, un livello “senza precedenti negli ultimi anni”. Anche Nigeria, Somalia e Yemen sono a “rischio credibile di carestia”. Nei quattro paesi, venti milioni di persone rischiano di morire di fame. Come la povertà estrema, la carestia è stata eliminata dalla maggior parte delle regioni del mondo, ma si sta diffondendo in questi paesi.
Le agenzie umanitarie stanno facendo di tutto per raccogliere fondi. Secondo le Nazioni Unite, entro il mese di luglio sono necessari altri 4,4 miliardi di dollari. E tuttavia la penuria di fondi non è di certo l’unico problema. Quello che hanno in comune la Somalia, il Sud Sudan, la Nigeria nordorientale e lo Yemen è la guerra. Oggi la carestia non è mai unicamente un disastro naturale, è sempre un prodotto di scelte politiche.
Aiuti umanitari bloccati dal governo
In Sud Sudan l’insicurezza alimentare è in crescita dal dicembre 2013, quando è scoppiata una guerra civile tra diverse fazioni del Sudan people’s liberation army (Spla), il gruppo ribelle che ha portato all’indipendenza dal Sudan nel 2011 e che oggi è l’esercito regolare del Sud Sudan.
Da allora la guerra si è diffusa e il paese si è diviso su base etnica. Il governo, come già era accaduto con il precedente governo sudanese di Khartoum, tende a combattere prendendo di mira “nemici” civili. Dal 2013 più di tre milioni di sudsudanesi (su un totale di 11 milioni circa) sono stati costretti a lasciare le loro case per sfuggire ai massacri etnici. Le persone fuggite non possono coltivare i campi né lavorare per comprare qualcosa da mangiare. Come la signora Matoap, molti sono costretti a sopravvivere con quello che trovano nella boscaglia mentre cercano di raggiungere un luogo più sicuro.
Gran parte delle responsabilità sono da attribuirsi al governo. Non ha alcun interesse a far sì che gli aiuti arrivino a destinazione e spesso sembra determinato a ostacolarli. Secondo l’Onu, dall’inizio della guerra nel dicembre del 2016 sono stati opposti 967 rifiuti all’invio di aiuti umanitari, che hanno avuto un impatto sui bambini. In realtà i casi sono stati quasi sicuramente più numerosi.
Un funzionario delle Nazioni Unite spiega in che modo il governo usa i regolamenti per impedire le distribuzioni di cibo: “Una volta che hai riempito i 17 moduli necessari, all’improvviso se ne inventano un altro”. Un altro funzionario sottolinea che, in diverse occasioni, i convogli sono stati bloccati dai soldati dell’Spla che accusano gli autisti di nutrire i nemici. Pochi operatori umanitari pensano che il governo voglia davvero far morire di fame la gente. Ritengono però che preferirebbe far morire i bambini piuttosto che correre il rischio di far finire i rifornimenti nelle mani dei soldati nemici, che potrebbero venderli per comprare armi.
Lo Yemen affamato dal blocco navale
Nello Yemen le dinamiche politiche sono diverse, ma i risultati sono gli stessi. Secondo la Fews net, due milioni di persone sono in una situazione di “emergenza”. Altri 5-8 milioni non hanno da mangiare a sufficienza. Il motivo principale è che la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, che combatte contro i ribelli houthi, impedisce ai carichi di prodotti alimentari di superare il blocco navale in mancanza di un permesso che può essere ottenuto solo dopo un processo lunghissimo, al termine del quale gran parte del cibo è avariato.
Lo Yemen importa nove decimi del cibo che consuma, ma il porto di Hodeida, il più grande del paese, è stato distrutto dai bombardamenti. In un magazzino di Humanitarian city, un centro di stoccaggio utilizzato dalle agenzie umanitarie a Dubai, quattro nuove gru mobili sono in attesa di aiutare la struttura di Hodeida a scaricare le navi.
Quando le Nazioni Unite hanno cercato di installarle lo scorso mese di gennaio, la coalizione gli ha negato il permesso di entrare nelle acque territoriali yemenite. Potevano essere usate per scaricare le armi, ha spiegato un funzionario, o magari i ribelli potevano usarle per imporre delle tariffe e ricavarci dei soldi. Questo nonostante il fatto che le navi ancorate nel porto di Hodeida siano ispezionate dalle Nazioni Unite e le armi comunque entrino per altre vie nel paese, su piccole imbarcazioni o via terra.
La carestia taciuta della Nigeria
Quelle in Sud Sudan e nello Yemen sono le carestie che con maggiore evidenza si sarebbero potute evitare. Ma la Nigeria non è lontana. Già alla fine del 2016 in questo paese potrebbe esserci stata una carestia, ma nessuno può saperlo con certezza perché era troppo difficile raccogliere dati.
Negli ultimi due anni, a mano a mano che l’esercito nigeriano strappava il controllo delle città nel nordest del paese al gruppo terroristico Boko haram, dai villaggi vicini sono arrivate nelle città migliaia di persone affamate. La popolazione di Maiduguri, capitale dello stato di Borno, è raddoppiata dopo che quasi 800mila persone affamate vi si sono trasferite accampandosi in abitazioni di fortuna. Un numero forse altrettanto elevato resta ancora nelle aree che gli operatori umanitari non sono in grado di raggiungere. In parte questo accade perché l’esercito nigeriano non consente loro l’accesso.
Tuttavia, la maggior parte delle agenzie umanitarie è comunque riluttante all’idea di distribuire cibo nelle aree controllate dai jihadisti. “Non c’è nessuno con cui negoziare l’accesso”, afferma Peter Lundberg, vicecoordinatore degli interventi umanitari delle Nazioni Unite in Nigeria. E tuttavia nelle aree sotto il controllo dell’esercito la malnutrizione è crollata in modo sensibile.
I governi occidentali e le agenzie umanitarie hanno investito denaro nel fornire assistenza, ma hanno fatto poco o nulla per affrontare i problemi politici che provocano la fame
Solo in Somalia, che nel 2011 è stata l’ultimo paese a soffrire una carestia conclamata, il rischio di fame deriva in larga misura dal clima. Una siccità che affligge gran parte dell’Africa orientale ha distrutto i raccolti e ucciso gli animali. “Ho 73 anni ma ho una buona memoria e quello che dico risponde a verità: questa è la peggiore”, dice Mohamed Tahir, un agricoltore nella città sudoccidentale di Baidoa, che ha visto andare distrutti gli ultimi tre raccolti e morire tutti i suoi animali.
La carestia di quest’anno in Somalia è più facile da affrontare rispetto a quella del 2011, quando la violenta milizia estremista islamica di Al Shabaab controllava gran parte del paese. Adesso gli aiuti se non altro riescono ad arrivare. Si sentono tuttavia le conseguenze dei problemi del passato. In assenza di uno stato e con uomini armati ovunque, è ancora troppo pericoloso e costoso per le agenzie umanitarie far arrivare gli aiuti in ampie aree dell’entroterra somalo, dove sarebbero più necessari.
Una sfida per tutto il mondo
Cosa significa il ritorno della carestia per organizzazioni umanitarie internazionali come le Nazioni Unite e per i paesi occidentali che forniscono gran parte dei fondi per gli aiuti in caso di emergenza? Il coordinatore degli interventi umanitari delle Nazioni Unite Stephen O’Brien ha detto che quella di quest’anno è la “peggiore crisi umanitaria” dal 1945 a oggi. Non è così: la carestia cinese durante il grande balzo in avanti nel periodo tra il 1958 e il 1962 provocò tra i 20 e i 55 milioni di morti. La situazione nello Yemen e in Sud Sudan non è ancora così sconvolgente come la carestia del 1984 in Etiopia, quando centinaia di migliaia di persone morirono di fame anche perché il regime militare tassava gli aiuti umanitari e spendeva il ricavato per celebrare in modo sfarzoso il successo del marxismo.
E tuttavia le carestie di oggi sono reali e molto gravi. Purtroppo in tutti e quattro i paesi la risposta globale è stata inadeguata. I governi occidentali e le agenzie umanitarie hanno investito enormi quantità di denaro ed energia nel fornire assistenza, ma hanno fatto poco o nulla per affrontare i problemi politici che provocano la fame. In Sud Sudan e nello Yemen accettano gli ostacoli posti dai governi alla distribuzione di aiuti umanitari.
Un centro di distribuzione del cibo a Sanaa, in Yemen, il 21 marzo 2017. - Khaled Abdullah, Reuters/Contrasto

Un centro di distribuzione del cibo a Sanaa, in Yemen, il 21 marzo 2017. (Khaled Abdullah, Reuters/Contrasto)
Sebbene in Sud Sudan ci siano 17mila soldati delle forze di pace, con un mandato basato sul capitolo VII della carta delle Nazioni Unite (che autorizza l’uso della forza per proteggere i civili), l’Onu è restia a criticare il governo che ospita la sua missione. E tuttavia il governo è responsabile di gran parte delle violenze all’origine delle migrazioni forzate e della fame. “Vogliono che questa gente muoia”, sottolinea un funzionario delle Nazioni Unite che non si esprimerebbe mai così in pubblico. A dicembre, il capo del Norwegian refugee council è stato espulso. Sia l’Onu sia i governi occidentali hanno deciso che è meglio stare zitti piuttosto che essere allontanati e perdere l’accesso alle persone che tentano di aiutare.
Nello Yemen la situazione è ancora più grave. Lì le armi usate per bombardare i ribelli houthi sono fornite in gran parte dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, e da due anni gli Stati Uniti forniscono supporto logistico e di intelligence alle operazioni militari dell’Arabia Saudita. Tuttavia i diplomatici si guardano bene dal criticare la coalizione guidata dai sauditi. Ribadiscono come stiano cercando di far entrare nel paese più aiuti, ma evitano le sanzioni che potrebbero costringere i leader della coalizione a collaborare. Un funzionario delle Nazioni Unite parla di una “cospirazione del silenzio” per descrivere la situazione nello Yemen.
Questo è in parte vero anche nel caso della Nigeria. Il rilascio di alcune delle ragazze rapite da Boko haram dimostra che è possibile negoziare con i jihadisti. Eppure, dice un operatore umanitario, la possibilità che gli aiuti superino le linee del fronte non viene nemmeno presa in considerazione. Le regole imposte dal governo nigeriano alle agenzie umanitarie circa le località in cui possono arrivare gli aiuti sono accettate senza discutere, anche se in Nigeria la morte per fame è stata un’arma scelta consapevolmente per sconfiggere le insurrezioni sin dalla guerra per la secessione del Biafra negli anni sessanta.
Senza un piano alternativo
Secondo Alex de Waal della Tuft university, dichiarare formalmente una carestia rappresenta un “atto politico” che dovrebbe produrre un’azione. “Adesso vedremo se funziona”, scrive. Nel 2011, l’ultima volta in cui la Somalia è stata colpita dalla siccità, la dichiarazione dello stato di carestia ha costretto gli Stati Uniti a cambiare le regole che impedivano alle agenzie umanitarie di fornire cibo nei territori controllati da Al Shabaab.
Tuttavia sono in pochi a voler intervenire. Nel 1992 George Bush senior aveva mandato truppe statunitensi in Somalia per costringere i signori della guerra locali a far arrivare gli aiuti umanitari. Bill Clinton aveva ritirato le truppe dopo l’uccisione di alcuni soldati e da allora l’intervento militare per porre fine a una carestia è passato di moda.
In Sud Sudan, un paese creato a seguito delle pressioni politiche statunitensi, si è rivelato impossibile persino introdurre un embargo sulle armi o delle sanzioni contro il presidente Salva Kiir. Analogamente, il Regno Unito e gli Stati Uniti non mostrano alcun segno di voler costringere l’Arabia Saudita o i suoi alleati a porre fine alla guerra nello Yemen. Però non c’è un piano alternativo. Così la carestia, che ormai sarebbe dovuta essere stata eliminata in tutto il mondo, adesso sta tornando.
(Traduzione di Giusy Muzzopappa)
Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.

Preso da: http://www.internazionale.it/notizie/2017/04/14/carestia-africa