Sfruttamento sessuale, minori un quarto delle vittime

E’ quanto emerge dalla XIII edizione del rapporto ‘Piccoli schiavi invisibili 2019’ di Save the Children, pubblicato a pochi giorni dalla Giornata internazionale contro la tratta di esseri umani.
fonte: per la pace
da: ADN Kronos
Il business dello sfruttamento sessuale nel nostro Paese recluta le sue vittime in Nigeria, Romania, Bulgaria e Albania, e cambia modalità operative per rimanere sommerso. Un quarto delle vittime di tratta presunte o identificate in Europa sono minorenni e l’obiettivo principale dei trafficanti di esseri umani è lo sfruttamento sessuale. E’ quanto emerge dalla XIII edizione del rapporto ‘Piccoli schiavi invisibili 2019’ di Save the Children, una fotografia aggiornata della tratta e dello sfruttamento dei minori in Italia, ed in particolare del sistema dello sfruttamento sessuale e della specifica vulnerabilità delle sue vittime, in larga maggioranza di origine straniera.
In base al rapporto, diffuso a pochi giorni dalla Giornata internazionale contro la tratta di esseri umani, sulle 20.500 vittime di uno dei sistemi più violenti e senza scrupoli che si conoscano, registrate nell’Unione nel biennio 2015-16, il 56% dei casi riguarda la tratta a scopo di sfruttamento sessuale. Un pur consistente 26% è legato allo sfruttamento lavorativo, una vittima su 4 ha meno di 18 anni, due su tre sono donne o ragazze.
Il numero delle vittime di tratta minori e neo-maggiorenni intercettate in sole 5 regioni dagli operatori del progetto Vie d’Uscita di Save the Children è cresciuto del 58%, passando dalle 1.396 vittime del 2017 alle 2.210 nel 2018, mentre i Paesi di origine sono per il 64% la Nigeria e per il 34% Romania, Bulgaria e Albania.

“Un fenomeno di questa gravità e di queste proporzioni – ha dichiarato Raffaela Milano, direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children – necessita di un intervento nazionale coordinato tra tutti gli attori, in grado di garantire gli standard necessari ad una vera e propria azione di prevenzione, che deve scattare con tempestività appena le potenziali vittime entrano nel nostro Paese, e deve anche fornire i mezzi più efficaci per promuovere la fuoriuscita delle vittime e il loro percorso di integrazione”.

Per avvicinare tutti in modo semplice e coinvolgente al dramma dello sfruttamento sessuale collegato alla tratta, ‘Piccoli Schiavi Invisibili’ propone quest’anno al suo interno la graphic novel ‘Storia di Sophia. Una vittima di tratta. Una ragazza’  ( nella FOTO) illustrata dal fumettista Roberto Cavone, che racconta la storia vera di un’adolescente nigeriana.
In Italia le vittime di tratta accertate sono 1.660, con un numero sempre maggiore di minorenni coinvolti, cresciuti in un anno dal 9% al 13%. La sempre più giovane età delle vittime e la prevalenza dello sfruttamento di tipo sessuale trova conferma anche tra i 74 nuovi casi di minori che sono riusciti a uscire dal sistema di sfruttamento nel 2018 nel nostro Paese e sono stati presi in carico dai programmi di protezione istituzionale, soprattutto in Piemonte (18) e Sicilia (16). Uno su 5, infatti, non supera in età i 15 anni e lo sfruttamento sessuale riguarda quasi 9 casi su 10. In base al rapporto, anche se non rappresenta il principale obiettivo del sistema della tratta, lo sfruttamento lavorativo in Italia è in crescita e nel 2018 gli illeciti registrati con minori vittime, sia italiani che stranieri, sono stati 263, per il 76% nel settore terziario.
Le ragazze e le donne nigeriane, una volta giunte in Italia, dopo un viaggio attraverso la Libia e via mare dove subiscono abusi e violenze, devono restituire alla ‘maman’, la figura femminile che gestisce il loro sfruttamento, un debito di viaggio che raggiunge i 30mila euro e sono costrette a ”lavorare” fino a 12 ore tutte le notti, anche per 10-20 euro a prestazione, raccogliendo dai 300 ai 700 euro al giorno. Buona parte dei soldi servono però per pagare vitto, alloggio e vestiti, spesso anche per l’affitto del posto in strada dove si prostituiscono e l’estinzione del debito diventa così quasi irraggiungibile. Sulle nostre strade, sottolinea ‘Save the Children’, è rimasta invece costante la presenza di ragazze di origine rumena o bulgara, ma si segnala un aumento delle ragazze di origine albanese, un ritorno, che riguarda anche i gruppi criminali albanesi in Italia, secondi solo a quelli nigeriani.
Il reclutamento delle vittime nei Paesi di origine avviene con metodi sempre più efficaci, come ad esempio in Romania, dove diverse testimonianze di vittime raccolte in Italia hanno rilevato l’esistenza di ”sentinelle” dei trafficanti che individuano in anticipo negli orfanotrofi le ragazze che stanno per lasciare le strutture al compimento dei 18 anni, e mettono in atto un adescamento basato – come per tutte le connazionali – su finte promesse d’amore e di un futuro felice in Italia, facendo leva sulla loro condizione di deprivazione affettiva. Secondo ‘Save the Children’ finti lover boy che sono affiancati ad ogni ragazza lungo tutto il periodo di sfruttamento in Italia, che può durare anni, ne controllano l’attività, ma esercitano un controllo totale e violento, come nel caso, riportato dagli operatori, di una ragazza rimasta incinta indotta ad entrare in una vasca riempita di cubetti di ghiaccio per indurre l’aborto per shock termico. ‘
‘Un sistema di tratta degli esseri umani così forte e spietato nei confronti di ragazze quasi bambine e giovani donne, in grado di adattarsi e modificare il proprio operato per rimanere sommerso, rende più che mai necessario incentivare e rafforzare la cooperazione con i Paesi di origine e di transito, al fine di rafforzare la lotta alla tratta in quanto crimine internazionale e transnazionale – sottolinea Antonella Inverno, Responsabile Politiche per l’Infanzia di Save the Children Italia – In Italia occorre intensificare l’azione congiunta, anche promuovendo la definizione e adozione di protocolli e convenzioni per l’individuazione precoce delle vittime di tratta, sulla base di un approccio multi-agenzia che coinvolga tutti gli attori territoriali interessati”.
Annunci

La deputata del Kosovo Flora Brovina ammette che foto di “stupri di guerra” sono probabilmente false. Per aver detto la verità, ora è minacciata e insultata

Scritto da Forum Belgrado Italia

La deputata del Kosovo Flora Brovina, ha suscitato indignazione tra gli estremisti albanesi del Kosovo, perché  mostrando ai media una fotografia dove presunti soldati serbi violentano una donna di etnia albanese durante la guerra, ha ammesso che era probabilmente tutto falso.
Flora Brovina si è poi scusata per aver mostrato la fotografia molto brutale ai media. Dove si vedono tre soldati serbi che violentavano una donna di etnia albanese durante la guerra.

https://balkaninsight.com/wp-content/uploads/2019/05/10363374_451218965022937_6591002958908379340_n-1280x720.jpg

“La fotografia è probabilmente falsificata“, ha detto Brovina in una conferenza stampa.
Voglio scusarmi con tutti, specialmente con le donne che sono state violentate durante la guerra. Mi era stata data questa fotografia nel 2003 in una busta. Non avevo pensato di verificarla perché l’ho avuta nel 2003. La persona che me l’ha dato è un attivista per i diritti umani “, ha aggiunto.
Brovina, un deputato del Partito Democratico al governo del Kosovo, ha mostrato la fotografia non censurata ai media nel corridoio dell’Assemblea del Kosovo, durante un dibattito su una proposta di risoluzione parlamentare che accusava la Serbia di aver commesso un genocidio durante la guerra del 1998-99.

Le sue azioni sono state condannate da diverse donne, tra cui l’ex presidente Atifete Jahjaga, e da Vasfije Krasniqi Goodman, una delle prime donne in Kosovo a parlare pubblicamente della sua esperienza di violentata durante la guerra.

La procura speciale del Kosovo ha avviato un’indagine per verificare se la fotografia è autentica o meno. L’indagine è stata avviata dopo che le ricerche online hanno mostrato la stessa immagine su pagine web che indicano che sia stata scattata durante la guerra in Iraq. L’immagine appare anche su un sito di pornografia.

Shpend Ahmeti, il sindaco di Pristina e leader del partito socialdemocratico, ha detto che se il quadro è falso, causerà danni enormi a tutte le vittime della guerra. Anche alcuni politici donne del Kosovo hanno reagito furiosamente dopo che Brovina ha mostrato la foto giovedì, definendo le sue azioni non etiche.
Il deputato Saranda Bogujevci, del partito di opposizione Vetevendosje (AutoDeterminazione), ha affermato che la fotografia non avrebbe dovuto essere resa pubblica.

https://balkaninsight.com/wp-content/uploads/2019/05/specialprosecution-640-2.jpg

Giugno 2019     –     a cura del Forum Belgrado Italia

Preso da: http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1564:la-deputata-del-kosovo-flora-brovina-ammette-che-foto-di-stupri-di-guerra-sono-probabilmente-false-per-aver-detto-la-verita-ora-e-minacciata-e-insultata&catid=2:non-categorizzato

12 milioni di bambine nel mondo costrette al matrimonio

Quando Gabriella Gillespie aveva 6 anni, suo padre uccise sua madre. Quando di anni ne aveva 13, il padre portò lei e le sorelle a vivere nel proprio paese d’origine, lo Yemen, dove le figlie furono vendute in matrimonio.

Disperata alla prospettiva di sposare l’uomo di oltre 60 anni a cui era stata promessa, la sorella di Gabriella, la diciassettenne Issy, indossò l’abito nuziale e si gettò dal tetto. Issy precipitò verso la morte, mentre gli ospiti ignari continuavano a festeggiare.
Come riportato dall’Independent, le sorelle rimaste, che non parlavano una parola d’arabo, si rassegnarono a vivere in un remoto villaggio di montagna – tutt’altra cosa rispetto alle comodità dell’era moderna, in abitazioni di fango prive di elettricità.

Nelle comunità rurali, le bambine sono date in sposa già a partire dall’età di otto anni; alcune muoiono durante la prima notte di nozze, mentre altre subiscono orribili lacerazioni. La consumazione avviene su un trono avvolto da stoffa bianca, dopodiché la famiglia espone il tessuto insanguinato come fosse un trofeo. La giovane sa bene quale destino la attende se non dovesse sanguinare – sarà restituita alla propria famiglia e verrà assassinata, sulla base della convinzione che non fosse vergine.
Dopo anni di matrimonio costellati di abusi fisici, sessuali, emotivi e psicologici, Gabriella è riuscita infine a fuggire nel Regno Unito insieme ai suoi cinque figli.
Macabre vicende di questo tipo non sono riservate a chi proviene da paesi in via di sviluppo. Gabriella è nata in Gran Bretagna – come la propria madre, una donna inglese. E secondo le stime dell’organizzazione Unchained At Last, nei soli Stati Uniti più di duecentomila minorenni sono state coinvolte in matrimoni legali, fra il 2000 e il 2015. La straziante realtà è che ogni anno, nel mondo, 12 milioni di bambine vengono date in sposa, il che significa che ciò accade a una bambina ogni due secondi.
Rachel Yates, che attualmente ricopre il ruolo di direttore esecutivo presso Girls not Brides, l’impresa globale per porre fine al fenomeno dei matrimoni con minorenni, ha dichiarato:
“Si verificano casi di spose bambine in ogni parte del mondo, dal Medio Oriente all’America latina, dall’Asia meridionale all’Europa. Alla base del matrimonio contratto con minorenni vi sono le disuguaglianze di genere, e la convinzione che le bambine e le donne siano in qualche modo inferiori ai ragazzi e agli uomini. La povertà, la mancanza d’istruzione, le tradizioni culturali e l’incertezza alimentano e sostengono questa pratica.
“Queste ragazze non sono pronte, né fisicamente né emotivamente, a diventare mogli e madri. Di solito subiscono un’enorme pressione perché si riproducano prima che i loro corpi possano sopportarlo, e perché i figli siano numerosi. Il rischio che si presentino gravi complicazioni durante la gravidanza e il parto è più alto, come lo è quello di contrarre l’HIV o l’AIDS e di essere vittime di violenza domestica.
“Ma questa pratica non è dannosa solo per le bambine. Gli studi dimostrano che il fenomeno sta costando al mondo miliardi e miliardi di dollari. Se poniamo fine ai matrimoni con minorenni, allora le bambine, le loro famiglie, le comunità e le nazioni stesse godranno, nel complesso, di maggiori disponibilità economiche e di un migliore stile di vita.”
“Caroline” dal Kenya ha raccontato a Equality Now, un’organizzazione no-profit dedita all’affermazione dei diritti umani di donne e bambine, che aveva solo sette anni quando la madre decise di farla circoncidere, per prepararla alle nozze. L’esperienza, impossibile da dimenticare, si rivelò brutale, dolorosa e traumatica.
Poco dopo, Caroline scoprì che la madre aveva intenzione di farle sposare un uomo la cui età oscillava fra i 50 e i 60 anni. Un giorno, prima dell’alba, è scappata di casa per rifugiarsi in un centro della Tasaru Ntomonok Initiative (nell’ambito delle attività di Girls Not Brides in Kenya), dove le è stata data l’opportunità di iniziare a rifarsi una vita e di riprendere a frequentare la scuola.
“Innanzitutto, ci sono le situazioni in cui le famiglie delle bambine prendono accordi con altre famiglie per organizzare il matrimonio con un ragazzo o un uomo,” ha spiegato Jean-Paul Murunga, funzionario di progetto presso Equality Now.
“A seguire ci sono i casi in cui l’età della sposa si definisce su base religiosa. Nell‘Islam, per esempio, i testi sacri stabiliscono che una giovane debba sposarsi una volta raggiunta la pubertà. Trattandosi di un termine ambiguo, l’Islam non dà una definizione precisa dell’età anagrafica corrispondente. In paesi come il Sudan, dove la legge vigente è la Sharia, le bambine vengono date in sposa fra i 10 e i 12 anni.
“Si registrano, inoltre, molti casi di spose minorenni all’interno delle società patriarcali. Le ragazze sono viste come soggetti subordinati e devono conformarsi alle prescrizioni degli uomini. Molto spesso accade che contraggano matrimonio fra i 16 e i 18 anni, perché il consenso alle nozze è stato fornito dai loro genitori o tutori.
“Un altro fattore importante è la povertà. Le famiglie povere possono migliorare la propria situazione finanziaria facendo sposare la figlia. Più la ragazza è giovane, ed essendo vergine, più è considerata pura e pertanto la dote sarà più sostanziosa. Alle famiglie interessa dare via le figlie prima della pubertà per il timore che, superata quell’età, ci siano buone probabilità che diventino sessualmente attive, che rovinino il nome della famiglia, o che si abbassi il prezzo della dote.
“E l’ultimo scenario è quello che si verifica nei paesi teatro di conflitti politici, dove gli individui sono spesso dislocati. Le famiglie consegnano le figlie ad altre famiglie più ricche, sperando che così godano di maggiore sicurezza e agio. Ma la realtà è che le bambine si ritrovano intrappolate in reti di violenze, abusi sessuali e matrimoni con minorenni.”
Quello delle spose bambine è un problema complesso, per cui non esiste una soluzione ottimale. Gli esperti ritengono che l’istruzione abbia un ruolo fondamentale – non solo dal punto di vista accademico, ma anche rispetto alla comunità estesa di quanti risultano maggiormente colpiti dal fenomeno.
All’inizio di quest’anno l’UNICEF ha pubblicato un rapporto in cui si registravano lievi diminuzioni nella casistica globale dei matrimoni contratti con minorenni. Tuttavia, a meno di non affrontare con misure adeguate le questioni legate alle norme sociali e alla disuguaglianza di genere, a queste bambine continuerà ad essere negata l’esistenza emancipata, propria del ventunesimo secolo, che spetta loro di diritto.
Traduzione di Maria Luisa Grasso

Preso da: https://it.insideover.com/donne/12-milioni-di-bambine-nel-mondo-costrette-al-matrimonio.html

La Libia, dall’era Gheddafi ai giorni nostri

Nel 1967 il colonnello Gheddafi ereditò una delle Nazioni più povere in Africa ma, al momento in cui il leader libico fu assassinato, aveva trasformato la Libia in una nazione fra le più ricche.


La Libia aveva il più alto PIL pro capite e la speranza di vita nel paese era in costante crescita, nel contempo pochissime persone vivevano sotto la soglia di povertà rispetto ad altri paesi africani. In oltre quaranta anni Gheddafi aveva promosso la democrazia economica utilizzando la ricchezza del petrolio per sostenere programmi di assistenza sociale per tutti i libici. Sotto il governo di Gheddafi i libici godevano di assistenza sanitaria e istruzione gratuita, ma anche l’energia elettrica era a zero costo e i prestiti bancari alle famiglie, per mutui o spese per le normali attività domestiche, venivano erogati senza applicare alcun interesse.

A differenza di molte altre nazioni arabe, le donne nella Libia di Gheddafi avevano il diritto all’istruzione, ricoprivano incarichi pubblici, potevano sposare chi volevano, divorziare, possedere beni e disporre di un reddito. Nel 1969 solo poche donne frequentavano l’Università mentre nel 2011 più della metà degli studenti universitari della Libia erano donne. Una delle prime leggi operate da Gheddafi nel 1970 era la pari retribuzione fra uomini e donne.
Il 4 gennaio 2011 lo stesso Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite aveva riconosciuto ed elogiato Gheddafi (leggi il documento) per la sua promozione dei diritti civili e delle donne. In pratica prima lo hanno lodato e pochi mesi dopo chi lo ha ucciso si è giustificato dicendo di aver liberato il mondo da un pericoloso e sanguinario dittatore. Assurdo!

Il dopo Gheddafi

A seguito del scellerato intervento francese e della NATO del 2011, la situazione attuale è un vero disastro annunciato. La Libia è ormai uno stato fallito e la sua economia è allo sfascio. Non vi è un controllo governativo e l’amministrazione dello Stato scivola tra le dita dei fantocci eletti dall’ONU per finire nelle mani dei combattenti delle milizie locali, facenti parte di tribù islamiste che al tempo di gheddafiana memoria erano dei classici criminali.

In pratica l’occidente ha consegnato le chiavi della nazione a una banda di assassini spietati e senza regole. Tutto questo pur di liberarsi di un Gheddafi che aveva finanziato metà campagne elettorali dei leader democratici europei (Sarkozy per esempio).
Il risultato oggi è ben chiaro: per merito dell’intervento Francia/Nato la Libia ha ora due governi, ognuno di questi con il proprio primo ministro, Parlamento e persino esercito.
Il Parlamento, quello che era stato eletto per volere dell’ONU e riconosciuto dalla cosiddetta ‘comunità internazionale’, è stato spazzato via da Tripoli dalle milizie islamiste che poi hanno assunto il controllo della capitale nonché in altre città. Nella parte orientale del paese, quello che tutti riconoscono come il governo ‘legittimo’ e dominato da coloro che si professano anti-islamisti, è stato esiliato a un migliaio di chilometri di distanza dalla capitale, precisamente a Tobruk, e di fatto non governa più nulla.
La caduta di Gheddafi ha creato tutti gli scenari peggiori del paese: le ambasciate occidentali non esistono più, il sud del paese è diventato un rifugio per i terroristi e il nord un centro del traffico di migranti. Egitto, Algeria e Tunisia hanno chiuso tutti i loro confini con la Libia. Nel paese vi è un contesto di illegalità assoluta, si va dallo stupro diffuso agli omicidi di massa che restano assolutamente impuniti.

La strategia futura della CIA

 L’America, da sempre impegnata a esportare libertà e democrazia nel mondo :-), riesce a contribuire in questo disastroso scenario alimentando una terza via. Non bastano i due governi, ormai totalmente inutili e inetti, ora in Libia ci sono gli Stati Uniti che aprono un nuovo scenario con una terza forza, totalmente indipendente dalle altre due. Ed è la solita CIA, il servizio di maggior intelligence 🙂 esistente al mondo, a individuare la soluzione di tutti i mali libici attraverso la figura del generale Khalifa Belqasim Haftar quale prossimo leader libico e, per questo, l’interessato già mira ad autoproclamarsi ‘nuovo dittatore’ della Libia.
Tanto per capire di che personaggio stiamo parlando, si sappia che il generale Haftar, antico nemico giurato di Gheddafi tanto da dover fuggire dal paese, si era trasferito in USA, in Virginia, guarda caso proprio vicino al quartier generale della CIA, dove si dice sia stato addestrato dall’Agenzia per prendere parte ai numerosi tentativi di golpe in Libia, sempre falliti fino al 2011, per rovesciare Gheddafi.
Non solo, nel 1991 il New York Times riferiva che Haftar era uno dei seicento soldati libici addestrati dalla CIA in atti di sabotaggio e altre azioni di guerriglia per rovesciare il regime di Gheddafi. Questo mini esercito libico/americano è stato costituito dal presidente Reagan e mantenuto integro fino all’intervento francese del 2011.

Il vero obiettivo dell’occidente

In realtà, l’obiettivo dell’occidente non era certo quello di aiutare il popolo libico, asserendo che in Libia si era oppressi e soffocati da un dittatore talmente crudele che aveva la colpa di aver contribuito a far vivere il più alto tenore di vita in Africa, bensì di spodestare Gheddafi, installare un regime fantoccio e ottenere il controllo delle risorse naturali della Libia.
Non ci vuole un Qi troppo elevato per capirlo, eppure dai mass media leggiamo ancora oggi che la Libia è stata liberata da un tiranno per garantire la democrazia e gli equilibri in Medio Oriente. E il bello è che ci credono in tanti.

Un decennio di fallimenti militari giustificato da un business miliardario

Qualche anno fa la Nato ha dichiarato che la missione in Libia era stato “uno dei più riusciti nella storia della Nato”. A parte il fatto che molto del merito va alla ‘furbesca’ Francia e non certo alla Nato, la verità è sotto gli occhi di tutti: questo intervento occidentale non ha prodotto nulla se non fallimenti colossali in Libia, Iraq e Siria. E parliamoci chiaro: prima del coinvolgimento militare occidentale, queste tre nazioni erano gli Stati più moderni e laici esistenti in Medio Oriente e in tutto il nord Africa, con il più alto tasso di godimento dei diritti della donna e del tenore di vita.
Un decennio di fallimentari spedizioni militari in Medio Oriente ha lasciato il popolo americano un trilione di dollari di debito. Tuttavia qualcuno in particolare negli USA hanno beneficiato immensamente per tali costose e mortali guerre: l’industria militare americana.
La costruzione di nuove basi militari significa miliardi di dollari per l’élite militare statunitense. È dai tempi del bombardamento dell’Iraq che gli Stati Uniti hanno costruito nuove basi militari in Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman e Arabia Saudita. Dopo l’Afghanistan gli Stati Uniti hanno costruito basi militari in Pakistan, Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan, mentre dopo la Libia hanno realizzato nuove basi militari in Seychelles, Kenya, Sud Sudan, Niger e Burkina Faso.
In tutti questi paesi a presenza militare americana sono a basso tenore di vita della popolazione e a forte limitazione delle libertà individuali, delle donne in special modo.
Infine, il flusso dei migranti rischia di far ‘scoppiare’ l’Europa. E qui ricordo la profezia di Gheddafi che, a quanto pare, si sta puntualmente avverando quando nel 2011 disse:

“State bombardando il muro che si erge sulla strada dei migranti e dei terroristi verso l’Europa”.

Di ogni intervento americano nel mondo non esiste un fattore positivo per l’Umanità, bensì serve a rendere invincibile chi, come Trump, dice di avere “il pulsante più grande che, tra l’altro, funziona”.
Eh sì, vediamo bene come funziona.
Questo articolo è stato pubblicato qui

Preso da: https://www.agoravox.it/La-Libia-dall-era-Gheddafi-ai.html

La Libia, dall’era Gheddafi ai giorni nostri

Nel 1967 il colonnello Gheddafi ereditò una delle Nazioni più povere in Africa ma, al momento in cui il leader libico fu assassinato, aveva trasformato la Libia in una nazione fra le più ricche.


La Libia aveva il più alto PIL pro capite e la speranza di vita nel paese era in costante crescita, nel contempo pochissime persone vivevano sotto la soglia di povertà rispetto ad altri paesi africani. In oltre quaranta anni Gheddafi aveva promosso la democrazia economica utilizzando la ricchezza del petrolio per sostenere programmi di assistenza sociale per tutti i libici. Sotto il governo di Gheddafi i libici godevano di assistenza sanitaria e istruzione gratuita, ma anche l’energia elettrica era a zero costo e i prestiti bancari alle famiglie, per mutui o spese per le normali attività domestiche, venivano erogati senza applicare alcun interesse.

A differenza di molte altre nazioni arabe, le donne nella Libia di Gheddafi avevano il diritto all’istruzione, ricoprivano incarichi pubblici, potevano sposare chi volevano, divorziare, possedere beni e disporre di un reddito. Nel 1969 solo poche donne frequentavano l’Università mentre nel 2011 più della metà degli studenti universitari della Libia erano donne. Una delle prime leggi operate da Gheddafi nel 1970 era la pari retribuzione fra uomini e donne.
Il 4 gennaio 2011 lo stesso Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite aveva riconosciuto ed elogiato Gheddafi (leggi il documento) per la sua promozione dei diritti civili e delle donne. In pratica prima lo hanno lodato e pochi mesi dopo chi lo ha ucciso si è giustificato dicendo di aver liberato il mondo da un pericoloso e sanguinario dittatore. Assurdo!

Il dopo Gheddafi

A seguito del scellerato intervento francese e della NATO del 2011, la situazione attuale è un vero disastro annunciato. La Libia è ormai uno stato fallito e la sua economia è allo sfascio. Non vi è un controllo governativo e l’amministrazione dello Stato scivola tra le dita dei fantocci eletti dall’ONU per finire nelle mani dei combattenti delle milizie locali, facenti parte di tribù islamiste che al tempo di gheddafiana memoria erano dei classici criminali.

In pratica l’occidente ha consegnato le chiavi della nazione a una banda di assassini spietati e senza regole. Tutto questo pur di liberarsi di un Gheddafi che aveva finanziato metà campagne elettorali dei leader democratici europei (Sarkozy per esempio).
Il risultato oggi è ben chiaro: per merito dell’intervento Francia/Nato la Libia ha ora due governi, ognuno di questi con il proprio primo ministro, Parlamento e persino esercito.
Il Parlamento, quello che era stato eletto per volere dell’ONU e riconosciuto dalla cosiddetta ‘comunità internazionale’, è stato spazzato via da Tripoli dalle milizie islamiste che poi hanno assunto il controllo della capitale nonché in altre città. Nella parte orientale del paese, quello che tutti riconoscono come il governo ‘legittimo’ e dominato da coloro che si professano anti-islamisti, è stato esiliato a un migliaio di chilometri di distanza dalla capitale, precisamente a Tobruk, e di fatto non governa più nulla.
La caduta di Gheddafi ha creato tutti gli scenari peggiori del paese: le ambasciate occidentali non esistono più, il sud del paese è diventato un rifugio per i terroristi e il nord un centro del traffico di migranti. Egitto, Algeria e Tunisia hanno chiuso tutti i loro confini con la Libia. Nel paese vi è un contesto di illegalità assoluta, si va dallo stupro diffuso agli omicidi di massa che restano assolutamente impuniti.

La strategia futura della CIA

 L’America, da sempre impegnata a esportare libertà e democrazia nel mondo :-), riesce a contribuire in questo disastroso scenario alimentando una terza via. Non bastano i due governi, ormai totalmente inutili e inetti, ora in Libia ci sono gli Stati Uniti che aprono un nuovo scenario con una terza forza, totalmente indipendente dalle altre due. Ed è la solita CIA, il servizio di maggior intelligence 🙂 esistente al mondo, a individuare la soluzione di tutti i mali libici attraverso la figura del generale Khalifa Belqasim Haftar quale prossimo leader libico e, per questo, l’interessato già mira ad autoproclamarsi ‘nuovo dittatore’ della Libia.
Tanto per capire di che personaggio stiamo parlando, si sappia che il generale Haftar, antico nemico giurato di Gheddafi tanto da dover fuggire dal paese, si era trasferito in USA, in Virginia, guarda caso proprio vicino al quartier generale della CIA, dove si dice sia stato addestrato dall’Agenzia per prendere parte ai numerosi tentativi di golpe in Libia, sempre falliti fino al 2011, per rovesciare Gheddafi.
Non solo, nel 1991 il New York Times riferiva che Haftar era uno dei seicento soldati libici addestrati dalla CIA in atti di sabotaggio e altre azioni di guerriglia per rovesciare il regime di Gheddafi. Questo mini esercito libico/americano è stato costituito dal presidente Reagan e mantenuto integro fino all’intervento francese del 2011.

Il vero obiettivo dell’occidente

In realtà, l’obiettivo dell’occidente non era certo quello di aiutare il popolo libico, asserendo che in Libia si era oppressi e soffocati da un dittatore talmente crudele che aveva la colpa di aver contribuito a far vivere il più alto tenore di vita in Africa, bensì di spodestare Gheddafi, installare un regime fantoccio e ottenere il controllo delle risorse naturali della Libia.
Non ci vuole un Qi troppo elevato per capirlo, eppure dai mass media leggiamo ancora oggi che la Libia è stata liberata da un tiranno per garantire la democrazia e gli equilibri in Medio Oriente. E il bello è che ci credono in tanti.

Un decennio di fallimenti militari giustificato da un business miliardario

Qualche anno fa la Nato ha dichiarato che la missione in Libia era stato “uno dei più riusciti nella storia della Nato”. A parte il fatto che molto del merito va alla ‘furbesca’ Francia e non certo alla Nato, la verità è sotto gli occhi di tutti: questo intervento occidentale non ha prodotto nulla se non fallimenti colossali in Libia, Iraq e Siria. E parliamoci chiaro: prima del coinvolgimento militare occidentale, queste tre nazioni erano gli Stati più moderni e laici esistenti in Medio Oriente e in tutto il nord Africa, con il più alto tasso di godimento dei diritti della donna e del tenore di vita.
Un decennio di fallimentari spedizioni militari in Medio Oriente ha lasciato il popolo americano un trilione di dollari di debito. Tuttavia qualcuno in particolare negli USA hanno beneficiato immensamente per tali costose e mortali guerre: l’industria militare americana.
La costruzione di nuove basi militari significa miliardi di dollari per l’élite militare statunitense. È dai tempi del bombardamento dell’Iraq che gli Stati Uniti hanno costruito nuove basi militari in Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman e Arabia Saudita. Dopo l’Afghanistan gli Stati Uniti hanno costruito basi militari in Pakistan, Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan, mentre dopo la Libia hanno realizzato nuove basi militari in Seychelles, Kenya, Sud Sudan, Niger e Burkina Faso.
In tutti questi paesi a presenza militare americana sono a basso tenore di vita della popolazione e a forte limitazione delle libertà individuali, delle donne in special modo.
Infine, il flusso dei migranti rischia di far ‘scoppiare’ l’Europa. E qui ricordo la profezia di Gheddafi che, a quanto pare, si sta puntualmente avverando quando nel 2011 disse:

“State bombardando il muro che si erge sulla strada dei migranti e dei terroristi verso l’Europa”.

Di ogni intervento americano nel mondo non esiste un fattore positivo per l’Umanità, bensì serve a rendere invincibile chi, come Trump, dice di avere “il pulsante più grande che, tra l’altro, funziona”.
Eh sì, vediamo bene come funziona.
Questo articolo è stato pubblicato qui

Preso da: https://www.agoravox.it/La-Libia-dall-era-Gheddafi-ai.html

Lo scontro di civiltà si combatte sulle donne

‘Lo scontro delle civiltà’ come lo ha definito Huntington nel suo libro anticipatore del 1996 fra Occidente e mondo islamico si gioca in larga misura sul diverso ruolo che la donna ha nelle due culture. Se l’Occidente riesce a convincere la donna islamica a omologarsi a quella occidentale ha vinto la partita senza sparare un solo colpo a parte quelli contro gli estremisti jihadisti dell’Isis che, per quanto valenti, non hanno la forza per opporsi a lungo allo strapotere militare della ‘cultura superiore’. Come spiega il filosofo e antropologo Lévi-Strauss una cultura è fatta di pesi e contrappesi, di misure e contromisure, che la tengono in equilibrio. Se qualcuno degli elementi costitutivi di questa cultura viene eliminato ne modifica anche tutti gli altri e la cultura in questione ne esce disgregata e alla fine distrutta. Come è avvenuto nell’Africa Nera non per motivi legati ai rapporti sessuali (le donne dell’Africa subsahariana sono sempre state sessualmente molto libere fin dai tempi in cui le nostre portavano ancora la cintura di castità) ma per motivi economici.

Per questo la propaganda occidentale insiste in modo asfissiante sui diritti negati alla donna musulmana, ottenendo con ciò anche l’appoggio spontaneo delle nostre donne che, anche qualora detestino la politica di aggressione dei Bush, dei Clinton, degli Obama, sentono il dovere morale di correre in soccorso delle ‘sorelle’ islamiche. Se la ‘moral suasion’ non basta ci sono allora le sanzioni economiche, come per l’Iran, o le bombe come per l’Afghanistan e la Somalia. Esemplare è la vicenda dell’Afghanistan. Da quindici anni gli occidentali occupano e combattono questo Paese alla cui guida hanno imposto, com’è collaudato costume, un loro fantoccio, Ashraf Ghani, che ha studiato alla Columbia University, ha insegnato alla John Hopkins, è stato membro del Fondo Monetario Internazionale (FMI) è di moglie libanese e cristiano maronita, e che di afgano non ha nulla se non la nascita. L’Afghanistan non ha il petrolio, il suo sottosuolo è fra i più poveri del mondo. E anche la sua posizione geografica può essere considerata strategica solo volendo forzare molto le cose. Anche Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan si trovano, più o meno, nella stessa posizione in Asia Centrale e nessuno, almeno per ora, ha pensato di mettergli le mani addosso. E allora perché combattiamo l’Afghanistan? Perché in realtà più che l’Afghanistan, il cui interesse è quasi nullo, noi combattiamo il fenomeno talebano, i costumi talebani, l’ideologia talebana. Il progetto del Mullah Omar era quello di una moderata modernizzazione del Paese mantenendo però integre le sue tradizioni. E fra queste c’è, fondamentale, che il ruolo della donna sia innanzitutto quello di fare figli e di occuparsi della famiglia. In cambio riceve una protezione pressoché assoluta. Durante i sei anni del governo del Mullah Omar non si ricorda un solo stupro e chi ci ha provato è finito sulla forca. Il suo progetto Omar lo aveva mutuato dall’Ayatollah Khomeini dal cui avvento al potere in Iran nel 1979 si può datare la nuova guerra di civiltà fra Occidente e Islam (com’è noto di queste guerre ce ne sono state anche in passato, basta pensare alle Crociate). La differenza sta nel fatto che Khomeini era un intellettuale raffinatissimo, aveva alle spalle una grande cultura, quella persiana, e aveva completato la sua esperienza con gli anni di esilio a Parigi cui lo aveva costretto lo Scià. Mentre Omar era un povero ragazzo di campagna, mai uscito dal suo Paese, e aveva applicato la teoria khomeinista in modo molto più rozzo.

Quindi la guerra all’Afghanistan talebano è stata, ed è, una guerra squisitamente ideologica che può essere presa ad emblema, per la sua chiarezza, dell’attuale scontro fra Islam e Occidente anche se nel parapiglia del Medio Oriente giocano molti altri fattori, di potere ed economici.
Se invece l’Occidente non riuscirà ad omologare a sé la donna musulmana, saranno gli islamici a prevalere con la loro massa, perché continueranno a sfornare figli mentre da noi la denatalità e l’invecchiamento non fanno che aumentare. E infine ci sommergeranno e si infiltreranno nei nostri territori piegandoci alla loro cultura, senza un grande sforzo perché la Natura non tollera il vuoto (‘horror vacui’) e un vuoto di valori non può che essere riempito da altri valori. E’ l’ipotesi Houellebecq.
Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano, 8 marzo 2017

Preve: “Femminismo organico al capitalismo”

 

9 marzo 2017

Il patriarcalismo in Europa esiste solo come residuo di un tempo ormai trascorso, al di fuori forse di alcune comunità musulmane immigrate in cui padri-padroni cer­cano di imporre alle mogli e alle figlie le loro scelte reli­giose e matrimoniali. La tendenza generale della società capitalistica è quella del superamento del patriarcalismo, che pure ha caratterizzato non solo le società precapitali­stiche, ma anche la prima fase proto-borghese del capita­lismo stesso, in cui ci imbattiamo nel sospetto positivistico verso le donne (Comte, Nietzsche, Weininger), seguito dalla sistematizzazione psicoanalitica di Freud, che sareb­be stata impossibile al di fuori del contesto borghese e patriarcale in cui è stata concepita. Ma oggi il patriarcalismo, appunto per la sua natura vetero-borghese, è del tutto incompatibile con un dominio integrale della forma di merce, che non sopporterebbe tabù sorti in un’epoca precedente.

Il modo in cui oggi il capitalismo affronta la questione femminile è fondato su una mescolanza di maschilismo e femminismo. Lungi dall’essere opposte, queste determinazioni sono del tutto complementari. Il profilo “maschi­lista” prevale nel processo di accesso del sesso femminile a tutti i ruoli possibili all’interno della produzione capitalistica. Questo profilo semplicemente inserisce nei tradizio­nali ruoli maschili esseri androgini di entrambi i sessi.
Il profilo “femminista”, che nulla ha a che fare con il vecchio e nobile processo di emancipazione femminile del perio­do eroico borghese e socialista, tende ad un vero e proprio obiettivo strategico della produzione capitalistica, la guer­ra fra i sessi e la correlata diminuzione della solidarietà fra maschi e femmine. Per questa ragione, sono veramente illusi coloro (penso a Immanuel Wallerstein) che inserisco­no il femminismo nel novero dei cosiddetti movimenti “antisistemici” e anticapitalistici. Al contrario, il femmini­smo rappresenta una delle correnti meno comunitarie e più organiche al capitalismo che esistano. Questa tesi può sembrare scandalosa e perciò occorre dilungarsi un po’ per motivarla. A questo scopo, bisogna risalire ab ovo, cioè agli inizi del processo storico (a mio avviso innegabile) di subordinazione del sesso femminile all’ordine maschile della società.
Due mi sembrano essere le concezioni teoriche che negano il carattere integralmente storico della subordinazione delle donne all’ordine maschile della società. In primo luogo, la teoria sociobiologistica del cosiddetto “dimorfismo”, secondo la quale la subordinazione delle donne sarebbe dovuta alla minore forza fisica del corpo femminile rispetto a quello maschile, che si sarebbe poi duplicata in una gerarchia di ruoli fissi di dominio e obbedienza.
In secondo luogo, ed in modo molto più sofisticato della precedente, la teoria strutturalistica di Lévi-Strauss, per cui tutte le società umane si basano sulle leggi dello scambio, e lo scambio fondamentale sarebbe appunto quello delle donne fra i diversi gruppi. Senza scendere nei particolari, queste due concezioni mi sembrano carenti, e lo sono per un unico motivo, che è quello della sottovalutazione del carattere “generico” della produzione umana di società.
I sostenitori del determinismo del dimorfismo fisico, infatti, sottovalutano l’importanza del momento sociale e simbolico nella fissazione dei ruoli umani nella divisione del lavoro. I sostenitori dello strutturalismo, invece, finiscono con il negare l’elemento dialettico che ad un certo punto modifica in modo qualitativo le stesse forme comunitarie della riproduzione umana. Gli esseri umani, infatti, non sono api, formiche e termiti che, per informazione genetica acquisita, riproducono sempre lo stesso schema di socializzazione etologica (alveari, formicai, termitai). Con questo, ovviamente, non intendo affatto liquidare le argomentazioni dei dimorfisti e degli strutturalisti che so essere molto sapienti e nutrite di ripetute osservazioni comparative, ma solo affermare la mia preferenza per una spiegazione di tipo storico-genetico.
È noto che i classici del marxismo, ed in particolare Engels, si sono occupati dell’origine storica dell’oppressione femminile, ma dovettero farlo all’interno dello schema positivistico di spiegazione sociale. Già Bachofen, nel 1861 , aveva fatto l’ipotesi di un primitivo matriarcato, ossia di un primitivo potere delle donne sugli uomini, a partire da un’analisi comparativa dei miti di fondazione e della presenza esorbitante di divinità femminili. La mentalità positivistica odiava la contraddizione, e le pareva allora assurdo che potessero coesistere potere degli uomini e fondamento religioso matriarcale. Come può infatti un patriarcato materiale fondarsi su un matriarcato ideale?
A distanza di oltre un secolo, l’antropologia attuale si è fatta più cauta e sofisticata. Mancando qui lo spazio per una discussione delle diverse tesi proposte, arriverò subito alla conclusione che mi sembra più plausibile. Mi pare che si possano distinguere tre diversi momenti evolutivi, tutti interni a una strutturazione ancora “comunitaria” della società. In un primo momento storico, durato probabilmente molto a lungo, la scarsissima divisione del lavoro e la terribile brevità della vita umana comportarono una fortissima eguaglianza di mansioni e di consumi fra i due sessi, per cui si può dire che non solo in quelle comunità non c’era ancora classismo, ma neppure una vera divisione funzionale del lavoro fra i sessi. In un secondo momento storico, con l’invenzione delle armi da lancio, di nuove tecniche di caccia da un lato, e dell’agricoltura dall’altro, ci fu presumibilmente un approfondimento nella divisione del lavoro nella comunità.
Questo non portò ancora a un ordine sociale di classi, ma forse già di “Iignaggi”, cioè di discendenze materne e paterne con annesse abitudini generalizzate di abitazione e di convivenza familiare. In proposito, per aprire una breve parentesi sulla società greca, la condizione sociale migliore delle donne nell’aristocratica Sparta piuttosto che nella democratica Atene, era dovuta proprio alla sopravvivenza di costumi prevalenti in questa seconda fase, dal momento che gli spartiati mangiavano e dormivano in comunità maschili ma le donne non erano escluse né dagli spettaco­li, né soprattutto dalla ginnastica (come peraltro avviene anche nella dittatura eugenetica di Platone).
In un terzo momento, infine, si stabilizzarono effettivamente (anche se non in tutte le società del mondo) le clas­si sociali, la proprietà privata e l’ordine simbolico maschi­le della società, che peraltro coesistette sempre con l’esi­stenza di divinità femminili. Trascuro qui i pur affascinan­ti dettagli della storia degli ultimi due millenni, in cui le donne non cessarono mai di resistere e di rivendicare le loro sfere indipendenti di azione e di movimento, per giungere all’oggi.
Faccio solo notare che il sesso femmini­le, pur oppresso e discriminato in vari modi, ha spesso esercitato il ruolo di “custode simbolico della comunità” contro le derive individualistiche. Questo non può essere ridotto alla spiegazione per cui gli uomini avrebbero “costretto” le donne a occuparsi di cose comunitarie come i bambini e i vecchi, mentre loro si davano ad occupazioni più nobili. Al contrario, ritengo che l’esercizio del ruolo comunitario da parte delle donne sia stato proprio frutto di una autonoma “saggezza di specie”, che lo storicismo non può capire e non capirà mai, ma che resta un imprescindibile elemento di spiegazione materiale della storia.
Il passaggio storico dalla tarda società signorile euro­pea alla prima società capitalistica proto-borghese vide un peggioramento della posizione sociale delle donne. Anche questo non è un fatto sorprendente. L’accumulazione capitalistica primitiva mette in primo piano virtù militari e competitive fortemente maschili, ed è del tutto normale che una concezione fortemente proprietaria e individualistica porti ad estendere il diritto di proprietà anche alla moglie e ai figli. L’Ottocento ci offre un incredibile florile­gio antologico di pregiudizi e di banalità verso il sesso femminile, per cui è utile porsi delle domande storiche radicali.
O tutti questi personaggi ottocenteschi erano solo dei misogini, oppure, se vogliamo evitare spiegazioni vir­tuose ma tautologiche, dobbiamo concludere che l’instau­razione originaria dell’ordine capitalistico non poteva che accompagnarsi a un raddoppiamento simbolico patriarca­le fondato sull’illusione dell’eternizzazione dell’ordine maschile. Si trattava però di un momento temporaneo e non certo di una caratteristica permanente del funziona­mento dell’ordine capitalistico.
Come il capitalismo ha bisogno, per il suo “innesco”, di un soggetto sociale collettivo denominato “borghesia”, così ha bisogno di un ornamento simbolico patriarcale, non a caso caratterizzato da uomini muniti di barba e baffi, da un lato, e di donne strette e soffocate in busti di stecche di balena, dall’altro. Se guardiamo gli sbiaditi dagherrotipi color seppia delle foto di fine Ottocento, notiamo che i caratteri sessuali maschili e femminili, sia pure coperti, sono infinitamente più marcati di quanto avviene in qualunque immagine pornografica di oggi.
AI contempo, il corpo femminile non è ancor trasformato in oggetto di consumo, ma è caratterizzato da una estremiz­zazione della femminilità sia fisica che spirituale. Prostituta e/o madre di famiglia, la donna non cerca anco­ra di mimetizzarsi in un ruolo maschile e non ha neppure bisogno di dichiarare una guerra compensativa contro il maschio.
In questo contesto, che era classista ma in parte ancora comunitario, era inevitabile che si sviluppasse un movi­mento per l’eguaglianza dei diritti fra donne e uomini, che interessò parallelamente sia il movimento operaio e socialista che le correnti liberali e democratiche dette “borghesi”. Questo movimento portò progressivamente il sesso femminile non solo al suffragio universale e alla eleggibilità delle cariche, ma anche e soprattutto all’acces­so alle professioni maschili più prestigiose. Naturalmente, il fatto che le donne arrivassero prima all’insegnamento e soltanto dopo alla facoltà di medicina, ci permette di sta­bilire senza errori la gerarchia simbolica e soprattutto di reddito che l’ordine maschile aveva organizzato nei secoli precedenti.
I movimenti fascisti e nazionalsocialisti cercarono, tran­ne eccezioni, di ricacciare le donne nella sfera del privato familiare e della irrilevanza pubblica. Si trattava di una posizione antistorica perché nessun comunitarismo moderno può essere proposto senza tener conto di alcuni dati irreversibili dello sviluppo umano, fra cui – sintomo sicuro del processo di universalizzazione mondiale in corso – c’è prima di tutto l’eguaglianza sia giuridica che simbolica tra i sessi. E ricordo qui la lotta di Hegel, pen­satore fino in fondo comunitarista, contro il comunitari­smo retrogrado e gerarchico dei “vecchi ceti” signorili e feudali.
Lo scenario attuale, che deve essere compreso fino in fondo nella sua dinamica disgregativa di ogni possibile comunità umana, è quello della complementarietà, raramente avvertita come tale, fra il maschilismo mimetico e il femminismo separatistico. Il primo si copre sotto l’ideolo­gia economica del produttivismo e dell’aziendalismo, mentre il secondo si copre sotto una metafisica astorica del differenzialismo e della guerra tra i sessi. Bisogna dunque studiare non solo queste due forme ideologiche separate, ma soprattutto la loro essenziale complementarietà.
Per la prima volta nella storia dell’umanità la figura asessuata dell’imprenditore realizza i sogni (o gli incubi) dell’androgino puro. Il ruolo dell’imprenditore capitalistico, che in origine era un ruolo di tipo maschile esemplificato sui precedenti ruoli maschili del guerriero e del mercante, si apre al sesso femminile, ma pretende da questo sesso una iniziazione che lo porti infine a una forma di maschilismo mimetico. In questo senso, le pubblicità tele­visive di donne in carriera sono assolutamente esilaranti.
L’irruzione, alcuni decenni fa, del femminismo separa­tistico deve essere fatta oggetto di ipotesi storica e genea­logica. Proprio quando il processo di emancipazione fem­minile si stava realizzando, anche sulla base della coltiva­zione del complesso di colpa del maschio, si delinea uno strano movimento che nega la storia ed adotta una ideo­logia astorica di tipo differenzialistico, che assomiglia sini­stramente al dimorfismo ontologico e biologico dei tradi­zionali sostenitori della legittimità del dominio maschile sulle donne.
Da un punto di vista generale, il femminismo di tipo universitario si situa all’interno di una generalizza­ta reazione contro la storia che percorre il ventennio 1970­-1990, e che non può essere disgiunto dalla ricaduta delle delusioni rivoluzionarie del decennio precedente. Il fem­minismo ci aggiunge una reazione furiosa contro l’intero universo sociale e comunitario (necessariamente compo­sto da uomini e donne). Come avviene per tutti i miti differenzialistici dell’origine, il femminismo presenta una natura estremamente individualistica. Una delle prime teoriche del femminismo italiano, Carla Lonzi, debutta con un libro intitolato Sputiamo su HegeL. Mai obiettivo fu scelto tanto bene, in quanto colpendo Hegel si colpisce al cuore la migliore forma filosofica di comunitarismo moderno.
Laddove la guerra fra le classi disturbava pur sempre l’economia, la guerra fra i sessi non la disturba affatto. Oggi sembra che – per fortuna – il femminismo sia in declino e le residue femministe vengono mobilitate per avallare i bombardamenti sull’Afghanistan in nome della liberazione dal burka e dal chador. Il senso della storia uni­versale non è più orientato dall’ideale di una comunità umana senza classi e senza sfruttamento, ma dal passaggio dal velo islamico alla minigonna. E chi si contenta gode.

(da “Elogio del comunitarismo” di Costanzo Preve. “Controcorrente”, Napoli, 2006)

Preso da: http://www.oltrelalinea.news/2017/03/09/preve-femminismo-organico-al-capitalismo/

controstoria di Muammar Gheddafi.

LA LIBIA DI GHEDDAFI: LA LIBIA CHE NON SI LEGGE SUI GIORNALI 

gheddafi

Testimonianza di un tecnico ENI (anno 2011) 

Sono stato in Libia, da lavoratore, fino al 21 febbraio scorso quando, costretto dagli eventi, ho dovuto abbandonarla con l’ultimo volo di linea Alitalia.

Ho avuto modo di conoscere gran parte del Paese, da Tripoli a Bengasi, a Ras Lanuf a Marsa El Brega a Gadames, non frequentando gli ambienti dorati, ovattati e distaccati dei grandi alberghi, ma vivendo da lavoratore tra lavoratori e a quotidiano contatto con ambienti popolari, sempre riscontrando cordialità e sentimenti di amicizia per certi versi inaspettati e sorprendenti. Non era raro per strada sentirsi chiedere di poter fare assieme una fotografia da chi si accorgeva di stare incrociando degli italiani, peraltro numerosissimi anche per le tantissime imprese che vi operavano, dalle più grandi (ENI, Finmeccanica, Impregilo ecc.) alle più piccole (infissi, sanitari, rubinetterie, arredamenti ecc.), in un ambiente favorevolissimo, direi familiare…

Da quello che ho potuto constatare il tenore di vita libico era abbastanza soddisfacente: il pane veniva praticamente regalato, 10 uova costavano l’equivalente di 1 euro, 1 kg di pesce spada circa 5 euro, un litro di benzina circa 10 centesimi di euro; la corrente elettrica era di fatto gratuita; decine e decine di migliaia di alloggi già costruiti e ancora in costruzione per garantire una casa a tutti (150-200 m2 ad alloggio….); l’acqua potabile portata dal deserto già in quasi tutte le città con un’opera ciclopica, in via di completamento, chiamata “grande fiume”; era stata avviata la costruzione della ferrovia ad alta velocità e appaltato il primo lotto tra Bengasi e il confine egiziano della modernissima autostrada inserita nell’accordo con l’Italia; tutti erano dotati di cellulari, il costo delle chiamate era irrisorio, la televisione satellitare era presente sostanzialmente in ogni famiglia e nessun programma era soggetto a oscuramento, così come internet alla portata di tutti, con ogni sito accessibile, compreso i social network (Facebook e Twitter), Skype e la comunicazione a mezzo e-mail.

Dalla fine dell’embargo la situazione, anche “democratica”, era migliorata tantissimo e il trend era decisamente positivo: i libici erano liberi di andare all’estero e rientrare a proprio piacimento e un reddito era sostanzialmente garantito a tutti.

Quando sono scoppiati i primi disordini, la sensazione che tutti lì abbiamo avuto è stata quella che qualcuno stava fomentando rivalità mai sopite tra la regione di Bengasi e la Tripolitania, così come le notizie che rilanciavano le varie emittenti satellitari apparivano palesemente gonfiate quando non addirittura destituite da ogni fondamento: fosse comuni, bombardamenti di aerei sui dimostranti ecc.

Certamente dal punto di vista democratico i margini di miglioramento non saranno stati trascurabili, del resto come in tanti altri paesi come l’Arabia Saudita, la Cina, il Pakistan, la Siria, gli Emirati Arabi, il Sudan, lo Yemen, la Nigeria ecc. ecc… e forse anche un po’ da noi! Pertanto prima o poi qualcuno dovrà spiegare perché in questi Paesi non si interviene…
Sono triste e amareggiato al pensiero di come sarò considerato dagli amici libici che ho lasciato laggiù dopo questa scellerata decisione di stupidissimo interventismo!

Guido Nardo -Ingegnere Gruppo ENI
www.thefrontpage.it/2011/03/24/la-l…e-sui-giornali/

LA DISTRUZIONE DEL TENORE DI VITA DI UN PAESE: QUELLO CHE LA LIBIA AVEVA RAGGIUNTO, QUELLO CHE È STATO DISTRUTTO

22 settembre 2011

By coriintempesta
di: Prof. Michel Chossudovsky

“Non c’è domani” sotto una rivolta di Al Qaeda promossa dalla NATO .

Mentre veniva insediato un governo di ribelli “pro-democrazia”, il paese è stato distrutto.
Sullo sfondo della propaganda di guerra, le conquiste economiche e sociali della Libia nel corso degli ultimi venti anni sono state brutalmente rovesciate:
La Giamahiria Araba Libica ha avuto un alto tenore di vita e un robusto apporto calorico pro capite giornaliero di 3144 calorie. Il paese ha fatto passi da gigante nel campo della sanità pubblica e, dal 1980, il tasso di mortalità infantile è sceso dal 70 ogni mille nati vivi al 19 nel 2009. L’aspettativa di vita è salita dai 61 ai 74 anni durante lo stesso arco di anni. (FAO, Roma,Libya, Country Profile)

Secondo settori della ”sinistra progressista” che hanno avallato il mandato R2P (responsabilità di proteggere) della NATO, per non parlare dei terroristi che vengono accolti, senza riserve, come “liberatori“:
“ La gente è entusiasta di ricominciare da capo. C’è un vero senso di rinascita, una sensazione che le loro vite stanno ricominciando nuovamente“.(DemocracyNow.org, 14 settembre 2011- enfasi aggiunta)
“Ripartire“ sulla scia della distruzione? Paura e disperazione sociale, innumerevoli morti e atrocità, ampiamente documentate dai media indipendenti. Nessuna euforia ….Si è verificata una storica inversione nello sviluppo economico e sociale del paese. I risultati ottenuti sono stati cancellati.

L’invasione e l’occupazione della NATO contrassegnano la rovinosa “rinascita“ del livello di vita della Libia. Questa è la verità proibita e taciuta: un intera nazione è stata destabilizzata e distrutta, la sua gente spinta verso un abissale povertà.

L’obiettivo dei bombardamenti della NATO è stato sin dall’inizio quello di distruggere lo standard di vita del paese, le sue infrastrutture sanitarie, le sue scuole e gli ospedali, il suo sistema di distribuzione dell’acqua. E poi “ricostruire” con l’aiuto di finanziatori e creditori sotto la guida del FMI e della Banca mondiale.
I diktat del ”libero mercato” sono una condizione indispensabile per l’ installazione di una “dittatura democratica” in stile occidentale.

Circa 9.000 sortite d’attacco, decine di migliaia di obiettivi civili: aree residenziali, edifici governativi, impianti di approvvigionamento idrico e di energia elettrica. (Vedi comunicato della Nato, 5 settembre 2011. – 8.140 sortite d’attacco dal 31 marzo al 5 settembre 2011)
Una nazione intera è stata bombardata con gli ordigni più avanzati, tra cui munizioni all’uranio impoverito.

Già nel mese di agosto, l’UNICEF ha avvertito che i bombardamenti della NATO sulle infrastrutture idriche della Libia “potrebbero trasformarsi in un’epidemia sanitaria senza precedenti“. (Christian Balslev-Olesen , responsabile dell’ Ufficio Unicef in Libia, agosto 2011).

Nel frattempo gli investitori e i finanziatori si sono posizionati. ”La guerra fa bene agli affari“. La NATO, il Pentagono e le istituzioni finanziarie internazionali basate a Washington (IFIs) operano in stretto coordinamento. Quello che è stato distrutto dalla NATO verrà ricostruito, finanziato da creditori esteri della Libia sotto la guida del ” Washington Consensus ”:

“In particolare, la Banca Mondiale è stata incaricata di esaminare la necessità di riparazione e ripristino dei servizi nei settori dell’acqua, dell’energia e dei trasporti [bombardati dalla Nato] e, in collaborazione con il Fondo Monetario Internazionale, sostenere la preparazione del bilancio [le misure di austerità] e aiutare il settore bancario a rimettersi in piedi [la banca centrale libica è stato uno dei primi edifici governativi adessere bombardato]. ” (World Bank to Help Libya Rebuild and Deliver Essential Services to Citizens enfasi aggiunta).

I risultati dello sviluppo della Libia

Qualunque siano le proprie opinioni riguardo Gheddafi, il governo libico post-coloniale ha giocato un ruolo chiave nell’eliminazione della povertà e nello sviluppo delle infrastrutture sanitarie ed educative del paese. Secondo la giornalista italiana Yvonne de Vito: “A differenza di altri paesi che hanno attraversato una rivoluzione – la Libia è considerata la Svizzera del continente africano ed è molto ricca, le sue scuole ed i suoi ospedali sono gratuiti per il popolo. Le condizioni per le donne sono molto migliori rispetto ad altri paesi arabi ”. (Russia Today, 25 agosto 2011)

Questi sviluppi sono in netto contrasto con quello che molti paesi del Terzo Mondo sono stati in grado di “conquistare” sotto la ”democrazia” e la “governance” in stile occidentale nell’ambito del programma di aggiustamento strutturale (SAP) del FMI-Banca Mondiale .

Assistenza Sanitaria pubblica

L’ assistenza sanitaria pubblica in Libia prima dell’ ”intervento umanitario” della NATO era la migliore in Africa. ”L’assistenza sanitaria è [era] a disposizione di tutti i cittadini gratuitamente dal settore pubblico. Il paese vanta il più alto tasso di alfabetizzazione e di iscrizioni alle strutture educative in Nord Africa. Il governo sta [stava] in modo sostanziale aumentando il budget di sviluppo per i servizi sanitari … . (OMS- Libya Country Brief )
Confermato dalla Food and Agriculture Organization (FAO), la denutrizione era inferiore al 5%, con un apporto calorico giornaliero pro capite di 3144 calorie. (I dati FAO dell’apporto calorico indicano la disponibilita anzichè il consumo).

La Gran Giamahiria Araba Libica forniva ai suoi cittadini quello che è negato a molti americani:assistenza sanitaria e istruzione gratuita, come confermato dai dati OMS e dall’UNESCO.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): l’ aspettativa di vita alla nascita era di 72,3 anni (2009), tra le più alte nel mondo sviluppato.
Il tasso di mortalità sotto i 5 anni ogni 1000 nati vivi è diminuito da 71 nel 1991 a 14 nel 2009
(www.who.int/countryfocus/cooperatio…rief_lby_en.pdf)

LIBIA INFORMAZIONI GENERALI – 2009 – FONTE: UNESCO – LIBYA COUNTRY PROFILE –

Crescita demografica annua (%) ^ 2,0

Popolazione 0-14 anni (%)^   28

Popolazione rurale (%) ^ 22

Tasso di fertilità (nati per donna) ^   2,6

Tasso di mortalità infantile (0 / 00) ^ 17

Speranza di vita alla nascita (anni) ^   75

PIL pro capite (PPP) US $ ^   16 502

Tasso di crescita del PIL (%) ^   2,1

Servizio del debito totale come% del RNL ^

I bambini in età scolare primaria che non frequentano la scuola (%)   (1978)   2

LIBIA (2009) – Fonte OMS

www.emro.who.int/emrinfo/index.aspx?Ctry=liy

Aspettativa di vita totale alla nascita (anni) 72,3

Aspettativa di vita uomini alla nascita (anni) 70,2

Aspettativa di vita donne alla nascita (anni): 74,9

Neonati sottopeso (%): 4.0

Bambini sottopeso (%): 4,8

Tasso di mortalità perinatale per 1000 nati vivi: 19

Tasso di mortalità neonatale: 11,0

Tasso di mortalità infantile (per 1000 nati vivi): 14.0

Tasso di mortalità sotto i cinque anni (per 1000 nati vivi): 20.1

Rapporto di mortalità materna (per 10.000 nati vivi): 23

Educazione

Il tasso di alfabetizzazione degli adulti era dell’ordine del 89%,(2006), (94% per i maschi e 83% per le femmine). Il 99,9% dei giovani sa leggere e scrivere (dati UNESCO del 2006, vedi Libya Country Report)
La percentuale lorda delle iscrizioni alle scuole primarie era del 97% per i maschi e 97% per le ragazze.
(vedi tabelle UNESCO presso http://stats.uis.unesco.org/unesco/TableVi…BR_Region=40525 )

Il rapporto insegnante-allievo nella scuola primaria della Libia era dell’ordine di 17 ( dati UNESCO- 1983), il 74% dei bambini che hanno terminato la scuola elementare sono stati iscritti alla scuola secondaria (dati UNESCO- 1983).

Sulla base di dati più recenti, che confermano un marcato aumento delle iscrizioni scolastiche, il Gross Enrolment Ratio (GER) nelle scuole secondarie era dell’ordine del 108% nel 2002. Il GER è il numero di alunni iscritti a un determinato livello di istruzione indipendentemente dall’età, espressa in percentuale della popolazione nella fascia di età teorica per quel livello di istruzione.

Per le iscrizioni all’educazione terziaria (post-secondaria, college e università), il Gross Enrolment Ratio (GER) era dell’ordine del 54% nel 2002 (52 per i maschi, 57 per le femmine).

(Per ulteriori dettagli vedere http://stats.uis.unesco.org/unesco/TableVi…BR_Region=40525 )

I diritti della donna

Per quanto riguarda i diritti della donna, i dati della Banca Mondiale indicano il raggiungimento di risultati significativi .

“In un periodo di tempo relativamente breve, la Libia ha raggiunto l’accesso universale all’istruzione primaria, con il 98% lordo di iscrizioni per la secondaria, e il 46% per l’istruzione terziaria. Negli ultimi dieci anni, le iscrizioni delle ragazze sono aumentate del 12% a tutti i livelli dell’istruzione. Nell’istruzione secondaria e terziaria, le ragazze hanno superato in numero i ragazzi del 10%. ”(Banca mondiale- Libya Country Brief, enfasi aggiunta)

Il controllo dei prezzi sui generi alimentari di prima necessità

Nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo, i prezzi dei prodotti alimentari di prima necessità sono saliti alle stelle, a causa della deregolamentazione del mercato, la soppressione dei controlli dei prezzi e la eliminazione dei sussidi, sotto i consigli di “libero mercato” della Banca Mondiale e del FMI.

Negli ultimi anni, gli alimenti essenziali e i prezzi del carburante sono aumentati a spirale a causa del commercio speculativo sulle principali borse delle materie prime.
La Libia è stato uno dei pochi paesi in via di sviluppo che ha mantenuto un sistema di controllo dei prezzi degli alimenti essenziali.
Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale, ha riconosciuto in una dichiarazione dell’ aprile 2011 che il prezzo degli alimenti di prima necessità era aumentato del 36 per cento nel corso dell’ultimo anno. (Vedi Robert Zoellick, World Bank )
La Grande Giamahiria Araba Libica aveva stabilito un sistema di controllo dei prezzi sugli alimenti di prima necessità mantenuto fino all’inizio della guerra guidata dalla NATO .
Mentre l’aumento dei prezzi alimentari nella vicina Tunisia ed in Egitto era alla base del disagio sociale e del dissenso politico, il sistema di aiuti alimentari in Libia era mantenuto.
Questi sono i fatti confermati da numerose agenzie specializzate delle Nazioni Unite.

“La diplomazia dei missili” e “Il Libero Mercato”

La guerra e la globalizzazione sono strettamente correlate. Il FMI e la NATO lavorano in tandem, in collegamento con i think tanks di Washington.

I paesi che si mostrano riluttanti ad accettare i proiettili rivestiti di zucchero della “medicina economica” del FMI saranno eventualmente oggetto di una operazione umanitaria della NATO.

Déjà Vu? Sotto l’Impero britannico, la “ gun boat diplomacy“ era un mezzo per imporre il “libero commercio“. Il 5 ottobre 1850, il rappresentante in Inghilterra del Regno di Siam, Sir James Brooke consigliò al governo di Sua Maestà che:
Se queste giuste richieste [di imporre il libero scambio] dovessero essere rifiutate, dovrà essere inviata una forza, per appoggiarle immediatamente con la rapida distruzione delle difese del fiume [Chaopaya]. Il Siam deve imparare la lezione che già da lungo tempo doveva essergli impartita- il suo Governo può essere rinnovato, un Re disposto con più favore può essere posto sul trono, e così verrà acquisita grande influenza nella regione che per l’Inghilterra assumerà un’importanza commerciale immensa. ”(The Mission di Sir James Brooke, citato in M.L. Manich Jumsai, King Mongkut and Sir John Bowring, Chalermit, Bangkok, 1970, p. 23)

Oggi lo chiamiamo “cambio di regime” e ”diplomazia dei missili“, che prende inevitabilmente la forma di una “No Fly Zone“ sponsorizzata dalle Nazioni Unite . Il suo obiettivo è quello di imporre la mortale “medicina economica” del FMI di misure di austerità e privatizzazioni.

I programmi di “ricostruzione“ dei paesi dilaniati dalla guerra finanziati dalla Banca Mondiale sono coordinati con i piani militari di USA-NATO. Essi sono sempre formulati prima dell’offensiva della campagna militare …

La confisca delle attività finanziarie libiche

Le attività finanziarie libiche all’estero congelate sono stimate nell’ordine di 150 miliardi dollari, con i paesi della NATO che sono in possesso di più di 100 miliardi.

Prima della guerra, la Libia non aveva debiti. In realtà tutto il contrario. Era una nazione creditrice che investiva nei vicini paesi africani.

L’intervento militare R2P ha lo scopo di guidare la Gran Giamahiria Araba Libica nella morsa di un paese indebitato in via di sviluppo, sotto la sorveglianza delle istituzioni di Bretton Woods basate a Washington.

Con amara ironia, dopo aver rubato la ricchezza petrolifera della Libia e aver confiscato le sue attività finanziarie all’estero, la “comunità dei donatori“ ha promesso di prestare il denaro (rubato) per finanziare la ” ricostruzione” della Libia.

Il FMI ha promesso ulteriori $ 35 miliardi in finanziamenti [prestiti] ai paesi colpiti dalle rivolte della Primavera araba e ha formalmente riconosciuto il Consiglio Nazionale di Transizione come potere legittimo, aprendo l’accesso a una miriade di istituti di credito internazionali mentre il paese [Libia] cerca di ricostruirsi dopo sei mesi di guerra….

L’aver ottenuto il riconoscimento da parte del FMI è importante per i leader provvisori della Libia in quanto significa che le banche internazionali per lo sviluppo e i donatori, come la Banca Mondiale, possono ora offrire i loro finanziamenti.

I colloqui di Marsiglia sono venuti pochi giorni dopo che i leader mondiali, a Parigi, hanno concordato per liberare miliardi di dollari in beni congelati [denaro rubato] per aiutare [attraverso prestiti] i provvisori governanti della Libia a ripristinare i servizi essenziali e la ricostruzione dopo un conflitto che ha posto fine a 42 anni di dittatura.

L’accordo di finanziamento da parte del Gruppo delle Sette principali economie più la Russia è mirato al sostegno delle iniziative di riforma [ aggiustamento strutturale promosso dal FMI] sulla scia delle rivolte in Nord Africa e del Medio Oriente.

Il finanziamento è per lo più sotto forma di prestiti, piuttosto che contributi a fondo perduto, ed è fornito per metà da paesi del G8 e da paesi arabi e per metà dagli istituti di credito e da varie banche per lo sviluppo.

(Financial Post 10 settembre 2011)

http://coriintempesta.altervista.org/blog/…tato-distrutto/

LA LYBIA DI GHEDDAFY:

– Elettricità domestica gratuita per tutti

– Acqua domestica gratuita per tutti

– Il prezzo della benzina è di 0,08 euro al litro

– Il costo della vita in Libia è molto meno caro di quello dei paesi occidentali. Per esempio il costo di una mezza baguette di pane in Francia costa più o meno 0,40 euro, quando in Libia costa solo 0,11 euro. Se volessimo comprare 40 mezze baguette si avrebbe un risparmio di 11,60 euro.

– Le banche libiche accordano prestiti senza interessi

– I cittadini non hanno tasse da pagare e l’IVA non esiste.

– Lo stato ha investito molto per creare nuovi posti di lavoro

– La Libia non ha debito pubblico, quando la Francia aveva 223 miliardi di debito nel Gennaio 2011, che sarebbe il 6,7% del PIL. Questo debito per i paesi occidentali continua a crescere

– Il prezzo delle vetture (Chevrolet, Toyota, Nissan, Mitsubishi, Peugeot, Renault…) è al prezzo di costo

– Per ogni studente che vuole andare a studiare all’estero, il governo attribuisce una borsa di 1 627,11 Euro al mese.

– Tutti gli studenti diplomati ricevono lo stipendio medio della professione scelta se non riescono a trovare lavoro

– Quando una coppia si sposa, lo Stato paga il primo appartamento o casa (150 metri quadrati)

– Ogni famiglia libica, previa presentazione del libretto di famiglia, riceve un aiuto di 300 euro al mese

– Esistono dei posti chiamati « Jamaiya », dove si vendono a metà prezzo i prodotti alimentari per tutte le famiglie numerose, previa presentazione del libretto di famiglia

– Tutti i pensionati ricevono un aiuto di 200 euro al mese, oltre la pensione.

– Per tutti gli impiegati pubblici in caso di mobilità necessaria attraverso la Libia, lo Stato fornisce una vettura e una casa a titolo gratuito. Dopo qualche tempo questi beni diventano di proprietà dell’impiegato.

– Nel servizio pubblico, anche se la persona si assenta uno o due giorni, non vi è alcuna riduzione di stipendio e non è richiesto alcun certificato medico

– Tutti i cittadini della libia che non hanno una casa, possono iscriversi a una particolare organizzazione statale che gli attribirà una casa senza alcuna spesa e senza credito. Il diritto alla casa è fondamentale in Libia. E una casa deve essere di chi la occupa.

– Tutti i cittadini libici che vogliono fare dei lavori nella propria casa possono iscriversi a una particolare organizzazione, e questi lavori saranno effettutati gratuitamente da aziende scelte dallo Stato.

– L’eguaglianza tra uomo e donna è un punto cardine per la Libia, le donne hanno accesso a importanti funzioni e posizioni di responsabilità.

– Ogni cittadino o cittadina della Libia si puo’ investire nella vita politica e nella gestione degli affari pubblici, a livello locale, regionale e nazionale, in un sistema di DEMOCRAZIA DIRETTA (iniziando dal Congresso popolare di base, permanente, fino ad arrivare al Congresso generale del popolo, il grande Congresso nazionale che si riunisce una volta all’anno) .

Se questo era lo stato di un dittatore non democratico allora preferisco la dittatura alla democrazia dei colonizzatori e alle GUERRE di pace! Onore al Colonello Gheddaffi.

COSA SAI DELLA LIBIA?

Dallo scoppio della guerra in Libia, opinionisti, giornalisti, perbenisti e filistei vari hanno iniziato un attacco feroce contro quello che viene chiamato “regime dittatoriale”, asserendo che per il rispetto dei diritti umani il sanguinoso governo di Muammar Gheddafi, in vigore dal 1969 dovesse essere abbattuto in favore dei rivoltosi dissidenti.

Di contro progressisti, terzomondisti, euroasiatici e anti-imperialisti si sono schierati a favore e in difesa della “dittatura rivoluzionaria” libica, sostenendo l’autodeterminazione dei popoli e battendosi contro questa impresa neo-colonialista, sostenendo che l’unico governo possibile non può che essere quello di Gheddafi e che i ribelli libici non sono altro che un esigua parte della popolazione.

Nel mezzo delle due posizioni, c’è chi non sa se sostenere Gheddafi come eroe dell’emancipazione degli stati in via di sviluppo o controbatterlo come beduino arroccato al posto di comando che ormai ha fatto il suo tempo.

Analizziamo così luci ed ombre del governo libico, facciamo le nostre considerazioni e traiamone le dovute conclusioni.

1.Cosa c’era prima di Gheddafi

Alla fine del 2° conflitto mondiale, la Libia, ex-colonia italiana, era caratterizzata da un assenza di uno stato nazional-territoriale ben delineato politicamente e dalla parcellizzazione delle autorità secondo linee tribali, nonch’è dalla totale mancanza di coscienza nazionale da parte del suo popolo. Il paese era, ed è, costituito da 3 regioni assai differenti tra loro, sia riguardo l’aspetto demografico, che politico, che economico: La Tripolitania, regione più ricca e pervasa da uno spirito anti-italiano e anti-colonialista, con un tessuto demografico-economico solido, ma minato dai clan e dalle separazioni e dai privilegi gentilizi; la Cirenaica, dominata politicamente dalle autorità tribali senussite e il Fezzan, regione povera, a ridosso del deserto e caratterizzato da una popolazione principalmente nomadica e quindi privo di un carattere nazionale e politico competente.

Riguardo al paese per intero e alla sua condizione, Giorgio Assan scrisse “Il paese appariva privo di quadri, il 94% del popolo era analfabeta, la condizione igienica era allarmante, la mortalità si elevava al 40%, non vi era alcuna base economica e la struttura sociale era arretrata di almeno trecento anni”.La proposta iniziale era quella di dividere lo stato e di “spartirlo” tra l’Italia, a cui sarebbe andata la Tripolitania, l’Inghilterra che avrebbe preso la Cirenaica e la Francia a cui sarebbe toccato il Fezzan, tutto ciò secondo principi autogovernativi della varie regioni sotto l’influenza dei paesi a cui sarebbero state “assegnate”. Questo non avvenne, infatti nel 21 Novembre del 1949 l’ONU bocciò la richiesta e nel 1° Gennaio del 1952 venne proclamata l’indipendenza della Libia come stato unitario monarchico.

Secondo la nuova costituzione federale, veniva riconosciuto il regno di Libia, composto da tre regioni, sottoposta ciascuna ad un governatore di nomina regia, con il governo federale sempre di nomina regia e responsabile di fronte al parlamento. Il sistema era bicamerale e prevedeva una camera dei deputati elettiva. I membri del Senato erano 24, otto per regione, dei quali una metà era elettiva, l’altra di nomina regia. Il voto alle donne era negato, sulla questione costituzionale l’ultima parola spettava alla corte suprema. La lingua ufficiale era l’arabo e la religione l’Islam.

La Libia era un stato, in realtà, già diviso tra le due capitali, Tripoli e Bengasi, e questo dualismo storico-antropologico adesso veniva rafforzato dalla costituzione federale. Il re Idris, appartenente alla tribù dei senussi, era stato messo al comando dalle nazioni straniere e ne era politicamente dipendente, così come il paese intero che veniva mantenuto dagli ingenti finanziamenti esteri e dall’affitto di basi militari alle potenze straniere inglesi e americane (1). Le tribù senussite, storicamente sono sempre state accondiscendenti alle pretese straniere e vi entravano in accordo, così fecero anche con il regime fascista e così fecero con i britannici, appoggiandoli.

La situazione Libica cominciò a farsi incandescente quando nel vicino Egitto vi fu la rivoluzione panaraba dei “Liberi Ufficiali” nel 1952, questo aveva stimolato l’opposizione anti-monarchica e anti-senussa, che rivendicavano la sovranità e l’indipendenza della nazione libica contro il colonialismo straniero.

Fin qui lo stato Libico appare come un fantoccio nelle mani straniere, privo di una personalità nazionale, di un sentimento comune del popolo, diviso anche storicamente, visto che le due grandi regioni, Tripolitania e Cirenaica, erano sempre state orientate una verso il Maghreb e l’altra verso l’Egitto. Inoltre la divisione e la lotta tra tribù rendevano difficili la costruzione di un sentimento che giovasse all’intera nazione, piuttosto che alle singole tribù e permaneva un contrasto forte tra sedentari e nomadi, tra gente costiera e dell’entroterra e tra modernizzazione e tradizione. Inoltre l’infeudamento della monarchia al capitale permetteva la formazione di settori borghesi commerciali e finanziari che si legavano all’apparato burocratico corrotto e al nobilitato di corte(2). La mancata coesione nazionale era anche da imputare alla monarchia centralista Senussa, particolarmente arrendevole verso le politiche e le influenze straniere.

Come già detto prima i Senussi sono sempre entrati in contatto e a patti con gli invasori stranieri, così fecero con i colonizzatori italiani nel 1911, con cui repressero una rivolta anti-coloniale, e contribuirono alla trasformazione della Libia in uno stato di “servitù militare” ai tempi del fascismo(3).Questa condotta si fece particolarmente sentire quando negli anni 50 fu scoperto il petrolio e le nazioni straniere, con le multinazionali, cominciarono a depredare il paese, ciò fomentò l’ostilità neocoloniale diffusa nella popolazione, tale scontento era capeggiato dai gruppi sindacali e popolari.

Perciò nel 1961 Idris represse svariati gruppi nesseriani e filo-baathisti, bandisce i partiti e comincia ad eseguire condanne, tant’è che le rivolte studentesche del 1964 vengono represse col sangue dalla polizia, Tripoli divenne l’epicentro di tali manifestazioni. Tra il m1952 e il 1964 si contarono ben sette crisi ministeriali e vi erano impossibilità di praticare riforme. Così nel 1963 si redasse e si istituzionalizzò una nuova carta costituzionale, che sanciva la nascita di uno stato libico unico e non più federale.

Lo scontento aumentava sempre di più, tra la borghesia, gli studenti e gli operai e anche diverse file dell’esercito, nel 1967 il regime ha un piede nella fossa e, nella speranza di salvare la monarchia e la dinastia, Idris abdica a favore di Hassan Rida.

“La tribù, il clan, la grande famiglia hanno cominciato a disgregarsi a causa delle migrazioni esterne. Sono all’ordine del giorno le parole: lavoro; coscienza nazionale; impegno; responsabilità, individualismo; mescolanza.”(4)

2.0 La rivoluzione

La monarchia è in caduta libera, il paese al tracollo e soffia il vento della rivoluzione. In questo contesto il militare ventisettenne Muammar Gheddafi, nato in un piccolo villaggio berbero della Sirte, tra nomadi, letture del corano (5) e vita spartana. Nel 1956 si trasferisce nel Fezzan, a Sebha, dove parteciperà a svariate manifestazioni anti-coloniali (1956-1961). Il nazionalismo di Gheddafi va a formarsi, assumendo connotazioni panarabe idealizzate, costituisce una cellula studentesca di protesta e si muove in modo politicamente attivo, ciò non sfugge alla polizxia, che costringe lui e i familiari a trasferirsi dal Fezzan a Misurata. Un suo amico e commilitone in quegli anni (1961-1963) così lo affermò

“Gheddafi mi disse di aver riflettuto e che voleva incontrare gli esponenti del partito Baas e di Georges Habbache (ancora non avevano connotazioni marxiste tali partiti), in seguito vi rinunciò perché si perdevano in discussioni sterili e si perdeva solo tempo. Organizzammo la prima seduta del movimento nel 63’ e si decise che tre dei nostri (tra i quali Gheddafi) dovessero entrare nell’accademia militare per creare una cellula di ufficiali liberi, incaricati di portare al movimento il sostegno di parte dell’esercito, indispensabile.(6)

Il punto di riferimento ideologico è il panarabismo di Nasser, all’età di 22 anni Gheddafi entra nell’accademia di Bengasi. Perciò Gheddafi punta sulla costruzione di cellule, soprattutto militari, e piuttosto che organizzare una rivoluzione civile e di preparazione popolare, si concentra su quella sovversiva militare, ispirato dalla rivoluzione egiziana. Ciò perché la borghesia era molto debole e il proletariato troppo giovane e senza una coscienza di classe formata. Il tutto venne chiamato “Operazione Gerusalemme” e si tenne il 24 marzo del 1969. Alla radio viene annunciata la rivoluzione in nome di Allah dallo stesso Gheddafi, ciò sarebbe servito per rafforzare l’aspetto anti-coloniale e arabo della rivoluzione e per cementare un arabizzazione islamizzata che avrebbe dovuto portare la Libia al panarabismo.(7)

La rivoluzione si compì senza spargimento di sangue e con il re fuori dal paese. A nome del CCR(consiglio della rivoluzione) viene ufficializzata la nascita della Repubblica araba libica. Il programma prevede la piena sovranità nazionale della Libia e il rispetto dei diritti della comunità internazionale. Il principe in carica si dimette a favore dei rivoluzionari, mentre il re Idris chiede l’intervento di Londra, impossibile dato il trattato del 1953 che prevedeva un attacco solo se la Libia fosse stata soggetta ad attacchi esterni.

Le reazioni estere sono diverse; i sovrani degli stati circostanti temevano l’influenza della rivoluzione, che avrebbe potuto portare destabilizzazione anche nei loro stati; Mosca applaudiva a tale evento che avrebbe ridimensionato l’assetto britannico-statunitense nella zona; gli USA ritenevano la spinta islamica e religiosa dei nuovi rivoluzionari ottima per rafforzare l’anti-comunismo e impedire l’avanzata dei sovietici nelle zone circostanti il mediterraneo.

Viene posta l’economia al primo posto e vengono emanate una serie di riforme volte a diminuire l’inflazione tagliando le spese sui ministeri, imponendo il controllo statale sui prezzi, si aumentano i salari minimi e si dimezzano gli affitti. Le rendite subiscono un taglio del 30% e nel 1972 viene introdotta una legge di imposta progressiva sul reddito.

2.5 Gheddafi ed il socialismo islamico

Gheddafi dichiara “Tutti sanno che io sono sempre stato impegnato contro il sionismo, l’America e l’alleanza atlantica” ciò certamente lo rende un terzo mondista e progressista, ma certo non un socialista. Difatti Gheddafi non è socialista, o almeno il suo concetto di socialismo non ha nulla a che fare con quello occidentale e può sembrare più una sorta di terzo posizioniamo e fusione di elementi socialisti e capitalisti, prova di questo è la crisi mondiale che investì anche la Libia negli anni Ottanta e che causò una larga privatizzazione delle imprese e degli enti libici, cosa che in uno stato socialista non sarebbe mai accaduto. Ma Gheddafi dichiara anche

“La nostra concezione del socialismo implica che tutti possano prendere parte alla produzione, al lavoro e alla distribuzione dei prodotti. Il nostro è un socialismo islamico, patrocinato dall’Islam. Mentre la parola socialismo è stata designata in Occidente per rappresentare il possesso della produzione e dei suoi mezzi da parte della società, in arabo vuol significare associazione e lavoro svolto in comune. Vuol significare l’associazione dei prodotti e dei beni di un gruppo di un popolo tanto nella ricchezza quanto nei doveri e nella responsabilità”(8)

Discorso assai ambiguo e confuso, che lascia trasparire una società inter-classista e al di fuori delle teorie marxiste e sovietiche. Infatti verrà dichiarato ancora dallo stesso Gheddafi:

“Si assiste oggi ai tentativi dei paesi comunisti di esercitare una dominazione economica. Sono amico dei paesi comunisti ma mi limito a questo. Si pretende che il mio paese sia dominato nel campo di una grande potenza. Una sorta di manomissione del Terzo mondo, con l’intenzione di seminare il dubbio. Il comunismo è completamente diverso dal comunismo”(9)

Questo discorso si tenne alla conferenza dei paesi non allineati di Algeri del 1973, in opposizione a Fidel Castro che sosteneva l’impegno dell’URSS nell’emancipazione e nello sviluppo dei paesi africani. Ciò lascia trasparire la totale ignoranza di Gheddafi sul campo teorico marxista-leninista e la totale confusione su questa filosofia anche in campo teorico e dimostra come egli guardava all’URSS non come vero alleato ma come utile peso della bilancia per farsi largo nella comunità internazionale e aumentare la competitività tra le due nazioni per accaparrarsi il suo sostegno, fondamentale per l’assetto geopolitico africano.

Ma Gheddafi affermò anche che:

“L’islam è certamente il messaggio eterno, la rivoluzione continua, la madre del progresso. La nazione araba è la madre del socialismo perché esso è presente e trova la sua origine nel corano. Né Marx, né Lenin, né i teorici e filosofi, nessuno è riuscito a stabilire un regime migliore di quello dell’Islam sul piano economico e morale”(10)

Si è passati alla totale denigrazione dei grandi socialisti e del suo stesso fondatore, e Gheddafi si è eretto come unico vero sostenitore del socialismo.

E ancora

“Se è vero che il capitalismo, dando briglia sciolta all’individuo, ha trasformato la società in una vera e propria baraonda; il comunismo pretendendo di trovare la soluzione ai problemi economici con la soppressione della proprietà privata ha finito per trasformare la popolazione in un branco di pecore”

“La vera legge della società è costituita dalla tradizione e dalla religione. Ogni tentativo di elaborarla al di fuori di queste due fonti è inutile e illogico. Le leggi non religiose e non tradizionali sono creazioni dell’uomo, pertanto sono ingiuste […] la legge della società non può quindi essere oggetto di redazione o codificazione. L’importanza della legge sta nel criterio di distinzione del vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, come pure i diritti e i doveri degli individui.”

Queste citazioni sono tratte direttamente dal libro verde, e costituiscono la conferma incontestabile del fatto che Gheddafi non solo non è socialista (o come lui afferma comunista, ma si sa che essere l’uno comporta l’essere anche l’altro) ma neanche materialista, e annulla l’importanza delle leggi scritte. Più che socialismo islamico quello di Gheddafi è terzo-posizionismo arabo, ma nonostante egli nei suoi discorsi teorici sia estremamente contraddittorio e con oscillazioni che vanno dal capitalismo al socialismo, dalla privatizzazione alla pubblica proprietà, certamente è innegabile il fatto che abbia rappresentato una vera svolta per il popolo libico, sicuramente positiva e che ha portato ad una evoluzione, con luci ed ombre che ogni evoluzione comporta.

3.0 La svolta della Libia con Gheddafi

Il nuovo stato libico era stato messo in piedi con principi ispiratori ben precisi, quali la decolonizzazione, l’emancipazione dagli stati esteri e la lotta al razzismo e al sottosviluppo, tutto questo affermando che lo stato è di ispirazione socialista e fondato sui principi del corano{1*}
Ciò comporto la liquidazione della presenza straniera del territorio (smantellamento delle basi straniere e delle organizzazioni) e l’inserimento dello stato del movimento terzomondista neutrale.

Riguardo all’aspetto economico Gheddafi ribadiva la sua posizione anti imperialista e socialista, prevedendo la possibilità del contatto tra proprietà privata e politica di piano. L’organo supremo della repubblica era il consiglio rivoluzionario CCR, che deteneva il potere legislativo, vengono istituiti tribunali speciali sempre con a capo il CCR.Il consiglio dei ministri aveva compito consultivo, per poi far passare il decreto nelle mani del CCR che aveva sempre l’ultima parola e decideva di ufficializzarli e metterli in pratica.

Nel 1970 Gheddafi riesce ad accumulare una serie di cariche che gli consentono di diventare la guida del paese, capo di stato; capo di governo; capo del CCR; ministro della difesa e del comitato supremo di piano.

In seguito prende piede la costruzione di un nuovo sistema statale, detto Jamahiriya istituito nel 1976, e lo stato libico prende un nuovo nome “Repubblica popolare araba di Libia”. Essa prevede una articolazione incentrata sui congressi popolari, associazioni professionali e federazioni della società civile. I ministri assumono il nome di segretari e si riuniscono in un comitato generale del popolo. Nel 1979 Gheddafi rinuncerà alla carica di direttore del congresso generale del popolo.

Nel 1991 vengono introdotti provvedimenti giuridici per la libertà degli individui. L’art.8 prevedeva libera espressione a patto che questa fosse esercitata nelle pubbliche assemblee e sotto gli organi di stampa governativi; l’art. 16 riconosceva il rispetto della vita provata e gli articoli 11 e 12 la proprietà privata.

La prima cosa che il governo fece fu la nazionalizzazione delle banche (Banco di Napoli, Banco di Roma, Barclays Bank) poi vi fu la presa di controllo della produzione delle basi petrolifere, a scopo della reciproca intesa e ricchezza (Così disse Gheddafi in un intervista con la giornalista Mirella Bianco), per favorire la Libia nelle azioni commerciali e far si che traesse vantaggio dalla competizione tra imprese, potendo anche scegliere il prezzo dei barili.

Ciò andava in netto contrasto con la volontà americana di favorire le imprese a scapito dei paesi possessori di petrolio, contro il quale Gheddafi tuonerà “Gli americani sono convinti di dominare il mondo con le loro flotte e basi militari. L’imperialismo americano appare come un sostegno illimitato alle compagnie monopolistiche a scapito dei paesi possessori di petrolio che così non possono amministrare il loro bene”(11)

La Libia così potè amministrare il suo bene più prezioso e finanziare le sue opere pubbliche, ma tutto cambiò negli anni Ottanta, con la periodica crisi di produzione e al crollo dei prezzi del petrolio (1982). {2} La situazione libica peggiora con i bombardamenti del governo Regan e il successivo isolamento economico.

3.0 L’impegno per l’emancipazione degli stati Africani e nord Africani

Checchè se ne dica Gheddafy si è sempre mosso concretamente per l’emancipazione e la costruzione degli stati arabi e Africani. Tale condizione è dovuta all’identità religiosa e culturale dei paesi arabi, che secondo il rais avrebbero potuto abbattere le barriere etniche tra berberi e arabi e sarebbe riuscita a fare da collante per la creazione di una unità araba. Ovviamente ciò non poteva che andare a vantaggio degli stati nord Africani che, uniti dall’Atlantico al Golfo persico avrebbero formato un blocco abbastanza forte da poter respingere il neo-colonialismo occidentale che fino ad allora contribuiva alla divisione di questi stati. Oltre a queste spiegazioni, Gheddafy, ricorse anche al corano, investendo in questo compito di ricomposizione degli stati arabi in una comunità, per poi passare all’unione intera del mondo musulmano un dovere divino(12)

In merito è importante citare il vertice di Rabat del 1969, dove Gheddafi criticò aspramente le posizioni conservatrici, filo-imperialiste e egofamiliari dei sultani sauditi e ribadì le sue posizioni antisioniste e filo-palestinesi. Con la carta di Tripoli del 1971 si generò una federazione anti imperialista e antisionista rivoluzionaria che però non si concretizzerà operativamente dei quali facevano parte Egitto, Libia e Sudan. Gheddafi intraprese anche rapporti con il Siriano Hafez Al-Assad, cercando di formare un progetto unitario, ma perse l’appoggio di Nimeiry il sudanese (da notare che in Gheddafy consegnò a Nimeiry alcuni comunisti che vennero poi impiccati tra i quali vi era Abdel Chalet Majhoub) a causa di un incidente riguardo un gruppo destabilizzatore che ha trovato la sua base di addestramento in Libia. Nonostante questo nel 1971 viene annunciata la federazione delle repubbliche arabe componenti Libia, Egitto e Siria, per scopi difensivi. In seguito (1972). Gheddafy propose a Sadat di passare dalle federazione alla fusione tra Libia ed Egitto. Ciò però non avvenne a causa dell’allontanamento di Sadat dall’URSS e all’avvicinamento di questo agli USA che sfociò in incidenti diplomatici con la Libia e resero la possibilità di fusione impossibile.

Gheddafy così lancia un offerta alla Tunisia cui prospetta una fusione in forma di Repubblica araba islamica (1974) ma anche questo tentativo fallì, insieme all’aggancio con la Siria di Al-assad più propenso verso l’URSS. Falliti i tentativi di aggancio ad est e in generale la creazione di un grande Magrebh Gheddafy si orientò a sud. Da qui Gheddafy cominciò una politica di sostegno agli stati africani sottosviluppati e riversò su questi una vasta quantità di petrodollari. L’emancipazione degli stati africani implicava la formazione di classi dirigenti e sovrastrutture politiche capaci di spezzare le antiche dipendenze coloniali, cosa che non andava molto giù alla Francia che vide minacciati i suoi interessi ufficialmente spenti ma ufficiosamente presenti in Africa. Questa tentava perciò di destabilizzare da tempo la Libia, per la difesa dei propri interessi e contro l’esportazione della rivoluzione libica. Dall’altra parte cominciavano anche le interferenze di Washington che cercava di sorvegliare controllare le situazioni in Africa temendo sbilanciamenti verso i sovietici del continente.

La propaganda di Gheddafy per l’esportazione della rivoluzione aveva caratteri anche religiosi, con i quali Gheddafy rilanciava la cultura africana e musulmana in opposizione al colonialismo e alla religione cristiana che diceva rappresentasse proprio un vecchio ostacolo per l’emancipazione dei popoli africani. In occasione del vertice dei capi di stato saheliani Gheddafi lancia la prospettiva in un unione degli stati africani, detti Stati uniti del Sahara nel 1997 dichiarando “I porti libici saranno aperti ai nostri fratelli africani, voglio creare una nuova potenza economica (13) dei quali avrebbero fatto parte Libia, Niger, Burkina Faso, Mali, Nigeria e Ciad. Questa proposta era dettata anche dallo scioglimento dell’URSS e dal monopolio che adesso aveva Washington.

Nel vertice di Lomè, Tripoli si farà carico delle maggiori spese per la realizzazione di un progetto che avrebbe riparato al degrado materiale ed economico causato dalle politiche neoliberiste del fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale. Gheddafy proporrà anche la creazione di una banca africana per lo sviluppo ed il commercio. Nel 2003 viene eletto dagli altri stati africani come Alto commissario alla presidenza delle nazioni unite per i diritti dell’uomo.

4.0 Alleato di convenienza, nemico per eccellenza

Contrariamente a quanto si possa pensare Gheddafi non è sempre stato nemico degli USA, e lo stesso vale al contrario. Inizialmente gli USA appoggiarono e consentirono l’ascesa del governo del rais libico e certo se non si vuole ammettere che si è provato ad instaurare un rapporto tra i due paesi, certo gli USA gli hanno lasciato gioco facile e hanno chiuso gli occhi su alcuni suoi atteggiamenti. Infatti una cosa che non si potrà mai negare riguardo Gheddafi è che ha sempre sostenuto il popolo palestinese ed è sempre stato impegnato contro il sionismo, ma ciò non scoraggiava gli USA che non premevano per una sua caduta. Infatti ai tempi in cui l’URSS era ancora integra gli USA vedevano Gheddafi come un ottimo alleato in funzione anti-sovietica, date le persecuzioni ai partiti e ai movimenti della fratellanza mussulmana, degli afro-marxisti, del movimento baathista e dei sostenitori sovietici in generale. Il tutto accadeva sotto la presidenza Nixon, che guardava positivamente tali azioni e considerava Gheddafi un ottimo muro contro il movimento sovietico, prova di questo fu il sostegno che Gheddafi diede al dittatore “socialista” sudanese Nimeiry nello sventare un colpo di stato comunista (1971).

Cosa accadde? Per ripicca e avversione verso le trattative di pace tra Israele ed Egitto (dopo Nasser, sotto Sadat), Gheddafi firma con Mosca un accordo strategico, 18 Gennaio 1974, ciò per denunciare l’Egitto come complice delle ingerenze dei paesi occidentali in Africa. In seguito Gheddafi rivendicherà l’estensione del territorio libico sul golfo della Sirte (1973). Il rapporto andò sempre a peggiorare, prima a causa degli accordi di Camp David e in fine con l’incendio a Tripoli dell’ambasciata statunitense(1979). La situazione peggiorò con l’insediamento alla casa bianca di Regan (1981), che Gheddafi accusava di ingerenze nelle questione degli stati africani, di contro cercherà di raffreddare i rapporti opponendosi all’insediamento di basi militari sovietiche, ma ciò senza successo poiché Washington già preparava movimenti per il rovesciamento del regime libico e aveva espulso vari esponenti libici dall’America accusandoli di terrorismo. Tutto ciò però non interruppe gli scambi commerciali tra Libia e America, e lo scambiò di greggio fluì senza troppe ripercussioni.

Cominciò così il movimento contro Gheddafi e la Libia, forte anche dell’intenzioni della CIA che premeva per una capitolazione del rais (14), cominciò a praticare addestramenti nelle acquee vicino Tripoli, si mosse per l’armamento di diverse cellule sovversive, praticò una informazione sul regime volta a spingere le masse a vedere di buon occhio la possibile caduta di Gheddafi, diffondendo anche diverse voci sul suo conto. Da qui a poco tempo l’accerchiamento della Libia e le sanzioni economiche fatte contro questa portò alla rappresaglia e al bombardamento americano sui civili nel 1986, ciò però non trovò molti consensi e anche il ministro della difesa italiana del tempo, Spadolini, si dissociò da tali atti. L’attenzione poi si concentrò altrove, senza però tenere in disparte la Libia, ormai etichettato come stato canaglia.

Gli USA non allentarono la loro morsa, nonostante le proposte economiche di Gheddafi riguardo al petrolio, la sua marcia indietro sui finanziamenti alle rivoluzioni di liberazione in Africa e al sostegno che le imprese petrolifere davano alla Libia per poter commerciare liberamente. L’embargo continuava imperterrito, ciò danneggiava la Libia e Gheddafi e fomentava le opposizioni e i tumulti nel paese. Gheddafi certo non lasciò nulla al caso, perciò coglieva sempre la palla al balzo quando vi erano suoi sostenitori in campo internazionale, e a quel tempo le manovre USA furono molto criticate dalle cancellerie europee e dal Vaticano, che condannavano le sanzioni imposte al paese, senza contare che molti accusavano Clinton di favorire, così, di rafforzare il clima anti-occidentale e di favorire movimenti terroristici, Gheddafi disse “Se crollo io il mediterraneo diverrà un mare insicuro e l’Europa conterà i morti, il nord Africa diverrà un covo di terroristi islamici” alimentando le paure delle popolazioni e dei governi europei.
Il disgelo con la Libia cominciò solo dopo l’11 settembre, poiché rappresentava un ottimo alleato contro il radicalismo islamico ed il terrorismo internazionale jihaddista.

5.0 Analisi e riflessioni finali

Avendo analizzato buona parte della politica estera e interna della Libia, del suo passato e delle azioni che il suo rais ha compiuto che l’hanno portata a questo punto, non rimane che tirare le somme e concludere analizzando il presente stato in cui riversa il paese libico. Abbiamo ribadito come in Libia non esista una forte coscienza ed unità nazionale, a causa di ciò non esiste neanche un forte movimento che raggruppi grandi fasce di popolazione, ne è stato presente una forte coscienza di classe e movimenti legati a queste. In Libia tutt’ora esistono tribù alleate e nemiche, che hanno come solo scopo il controllo e l’affermazione propria e di quelle alleate, così non può considerarsi altrimenti per Gheddafi e per il movimento ribelle, capeggiato dalla storica tribù dei senussi, ostili da sempre a quelle tripolitane.

E perciò cosa mai potrà offrire un possibile governo alternativo dopo quello di Gheddafi? Certo non cambierebbe molto tra un passaggio di tribù ad un altra per la popolazione, se non per la politica estera libica che sarebbe innegabilmente più aperta alle ingerenze straniere e alle infiltrazioni di basi militari e lobby, cosa che potrebbe danneggiare le condizioni della Libia molto di più rispetto al governo di Gheddafi, che si è sempre impegnato per la sua indipendenza, portandola ad essere uno stato africano emergente rispetto a tutti gli altri e superando o raggiungendo stati del continente africano quali Sud africa ed Egitto.

Senza contare che l’intervento dei bombardamenti stranieri ha decisamente fatto più vittime del regime, dei ribelli e delle guerre intestine che si sono svolte nel corso degli anni il Libia. Come bisognerebbe considerare quindi Gheddafi? Un salvatore del suo popolo o un dittatore spietato che nuoce ad ogni causa meno che alla sua?
Dopo aver analizzato la storia e le politiche libiche degli anni addietro e recenti non possiamo che affermare che Gheddafi, nonostante abbia avuto posizioni oscillanti tra Washington e Mosca, nonostante sia stato sempre soggetto al populismo e all’irretimento delle masse con la sua ottima conoscenza del corano e anche se ha ridotto a silenzio gran parte degli oppositori e con colpi di mano eccellenti ha sventato minacce per la sua politica anche in modo decisamente violento ed aggressivo, si è sempre dimostrato un convinto sostenitore dell’indipendenza e dell’affermazione degli stati arabi ed africani, calpestati dagli occidentali e ridotti o al colonialismo o a barbari con cui non si può intraprendere un dialogo.

Ha sempre cercato di assicurare al suo paese una condizione di spicco rispetto agli altri, e conseguentemente anche a lui, visto che la storia della Libia dagli anni 70 a oggi è legata a se, cercando di farlo emergere da condizioni di sudditanza e arretratezza, modernizzandolo e portandolo avanti, nel bene e nel male, cercando di legare il popolo diviso in tribù attraverso il corano e la sua politica nazionalista e così anche il mondo arabo e africano in generale diviso, per farsi che fosse forte contro l’egemonia straniera. Non ha quindi deragliato da questo obbiettivo di riscatto e le sue politiche non sono state che correlate a questa sua ambizione, portare la Libia e l’Africa ai livelli dei vecchi colonizzatori, rilanciando le tradizioni e cercando di contrastare le contraddizioni che si vengono a creare tra usanze e metodi passate e azioni future.

Troppo facilmente è stata presa una posizione da tutti i critici della domenica, che si sono schierati superficialmente con o contro Gheddafi a priori senza mai considerare o le sue luci o le sue ombre nel complesso, ma solo una parte di questo. Per riuscire a capire davvero questa guerra e la situazione libica non si può formulare giudizi dell’ultimo momento, con qualche azione recente, ma solo con uno studio complessivo della vita libica e della politica di Gheddafi, e dopo, tirando le somme delle sue luci e delle sue ombre, esprimere un giudizio consapevole. Tale giudizio non potrà non tenere conto dell’oggettività delle azioni fatte nel corso del tempo dal rais.

E perciò doveroso dire che il futuro che si prospetta per la Libia con i ribelli, pronti a svenderla alle nazioni straniere, è più oscuro di quello che potrebbe avvenire sotto Gheddafi. E bisogna sempre considerare come l’ingerenza nei paesi stranieri, senza una reale presa di coscienza della popolazione, e quindi l’importazione della democrazia è un fallimento che già è stato sperimentato e che rischia di ripetersi anche il Libia. Contando anche sul fatto che una dittatura ufficiale è più facile da combattere di una silenziosa, e che per questo molti che erano schierati contro Gheddafi ora sono passati dalla sua parte, poiché temono l’avanzata di un controllo più feroce da parte degli stati stranieri, depredatori di terre, ed una più difficile condizione per la lotta contro l’oppressione dell’uomo sull’uomo in generale. Il danno fatto dalla guerra di “liberazione” è molto più alto di quello che Gheddafi ha compiuto nel corso dei suoi anni di governo e si rischia di distruggere anche le conquiste che questo è riuscito a portare al suo paese.

Ragionando, quindi, per il favore della popolazione libica e per il suo futuro, non si può che rifiutare ferocemente la guerra, senza timore di difendere anche Gheddafi, poiché in questo momento egli rappresenta la lotta di Tripoli e della popolazione libica contro il neo-colonialismo straniero. Ciò senza sprofondare in un sostegno cieco e ideologico, poiché gli errori di Gheddafi ci sono stati, sono stati molti e vanno criticati, ma essi non possono pregiudicare la sua funzione attuale di difensore della libertà di decisione libica. Non si può pretendere di schierarsi contro la guerra e con l’indipendenza della Libia senza schierarsi anche dalla parte di Gheddafi, poiché sarebbe come sperare nella sconfitta di una squadra senza voler ammettere che si fa il tifo per la seconda, il sostegno all’altra è implicito ma momentaneo date le circostanze.

Bibliografia
(1)[Del Boca: op.cit;p 427.]
(2)[Alessandro Aruffo, in Gheddafi, storia di una dittatura rivoluzionaria;p.16]
(3)[ Mehdi Mustafa, in Libia: storia di una servitù militare, n.12 del Dicembre 1970]
(4)[Ch.Sourian, in “Annuaire del’Afrique du Nord]
(5)[Il padre lo affida ad un maestro che gli insegna a memoria i passi del corano; Alessandro Aruffo, in Gheddafi, storia di una dittatura rivoluzionaria;p.23]
(6)[Ivi.pp.47-8]
(7)[testo della dichiarazione preso dal Midle est journal vol.24]
(8)[Cit. in Bianco p.147]
(9)[Cit. in Quaderni internazionali; p147]
(10)[Cit. in A.Savioli in Sono un rivoluzionario non un politico]
(11)[Le Monde; 13 Giugno 1973]
(12)[Sura III, 104]
(13)[Jaune Afrique n1992 ediz. 1997]
(14)[B.Woodward; “le guerre segrete della CIA”, pp180; Milano 1978]
*{1}[v.d paragrafo 2.5]
*{2}[il misto tra capitalismo e socialismo di Gheddafi fa rientrare la Libia nella routine delle crisi di sovrapproduzione, ulteriore prova del fatto che lo stato non avesse basi socialiste]

Altro materiale sul tenore di vita:

http://latorredibabele.blog.rai.it/2008/06…vere-da-libici/

www.intopic.it/forum/tecnologia/crittografia/78250/

—–

Scritti di Moammar El Gheddafi:

Il Libro verde

Ricordi della mia vita

Fonte: terzorisorgimento.forumfree,it

Fonte_ visto su NOCENSURA del 12 agosto 2014
Link: http://www.nocensura.com/2014/08/controstoria-di-saddam-hussein-e.html

Preso da: http://www.veja.it/2014/08/17/controstoria-saddam-hussein-muammar-gheddafi/

Libia 2015: i gruppi armati segregano le donne accusate di “sostenere il regime di Gheddafi.”

Occidente e NATO hanno distrutto Gheddafi e tutta la Libia

10/12/2015

La Libia è stato il primo Paese ad aver vissuto la “primavera araba”. Più velocemente di qualunque altro Stato che ha subito lo stesso fenomeno è piombata nel caos. Che cosa ha ottenuto la Libia, un tempo tra i Paesi più ricchi dell’Africa, dopo l’uccisione di Muammar Gheddafi da parte dei ribelli con il supporto dell’Aviazione della NATO?

L’impunità di molti gruppi armati, ciascuno dei quali si definisce formato da “veri rivoluzionari”. Apparsi dopo l’uccisione di Muammar Gheddafi, non solo combattono tra di loro per territori e il controllo delle infrastrutture, ma allo stesso tempo uccidono su commissione ed effettuano sequestri di persona. L’esempio è il rapimento nel 2013 del primo ministro Ali Zeidan.
Se il primo ministro può essere rapito, cosa può attendere la gente comune della Libia?

Secondo un rapporto dell’organizzazione per i diritti umani in Libia, nella piccola città di Sabha, con una popolazione di 200mila persone, nel corso di quest’anno sono stati commessi 138 sequestri, una media di 1 ogni 2 giorni. Questo centro è in testa nella classifica delle città col più alto tasso di criminalità del mondo. Nella grande città di Misurata sono stati registrati 850 rapimenti, in 20 casi si trattava di bambini.
Secondo le organizzazioni per i diritti umani, il numero totale delle persone rapite o scomparse durante la guerra civile raggiunge 11mila persone.
L’ex portavoce dell’Unione delle tribù libiche Bassem as-Sol ha raccontato a Sputnik delle donne detenute nelle carceri illegali:
“A Bengasi, Misurata e Sirte, in palazzi trasformati in prigioni, i gruppi armati segregano le donne accusate di “sostenere il regime di Gheddafi.” Vengono torturate solo perché avevano lavorato nelle istituzioni pubbliche. Solo nella città di Misurata le donne che si trovano in questo stato sono quasi 4.300.”
Bassem as-Sol ha inoltre raccontato che i militanti rapiscono i bambini a scopo di estorsione.
I rapitori chiedono da 100mila a 200mila dollari, a seconda dello stato e della situazione finanziaria della famiglia. A volte l’importo del riscatto può raggiungere 1 milione di dollari.
Nei territori controllati dal Daesh (ISIS) spesso i bambini diventano strumenti per compiere attacchi terroristici. Secondo Bassem as-Sola, migliaia di bambini subiscono il “lavaggio del cervello” dopo essere sequestrati dai terroristi nelle zone della Libia sotto il controllo del Daesh.
“I bambini sono rapiti e convertiti in combattenti fanatici che uccidono, stuprano e compiono attacchi terroristici. Gli cambiano radicalmente il modo di pensare.”
Quanto guadagna un mercenario del Daesh?
Secondo il ministero degli Interni della Libia, oggi circa 16mila uomini fanno parte dei vari gruppi armati illegali. Tutte queste persone hanno ottenuto le armi dagli aerei della NATO, che le gettavano per sostenere i “rivoluzionari” nella guerra contro il legittimo governo di Gheddafi nel 2011.
Secondo i media, basandosi sulle pagine del Daesh nei social network, l’emiro del gruppo può ricevere fino a 6mila dollari. Se l’emiro ha donne e figli, ogni moglie viene compensata con un pagamento extra di 500 dollari, mentre per ogni bambino il bonus è di 200 dollari. Il combattente di rango più basso guadagna al mese 265 dollari.
Allo stesso tempo prima della “primavera araba” nel 2011 il salario medio in Libia ammontava a 1.000 dollari.

Ora il Paese, uno dei più ricchi di petrolio in Africa e in Medio Oriente, sta subendo la crisi petrolifera. Nel 2010, secondo la compagnia petrolifera nazionale “National Oil Corporation” (NOC), si estraevano ogni giorno 1 milione e mezzo di barili. Nel 2015, nello stesso periodo solo 500mila. La quantità di petrolio che viene prodotta nei territori controllati dal Daesh e dagli altri gruppi armati non è inclusa nelle statistiche.

La Libia e Sarkozy.

Voglio riportare questo rticolo di Sergio Mauri, per ripetere come era la Libia prima dell’ aggressione NATO/RATTI, anche se l’ autore poteva risparmiarsi certe considerazioni su Gheddafi e Saddam. ( come al solito dove sono le prove?)

La Libia e Sarkozy.

sarkozydi-Sergio Mauri
Sto rileggendo un articolo interessante sull’argomento Libia, a firma Alessandra Nucci, su Italia Oggi del 18 febbraio scorso. L’articolo s’intitolava “La Libia distrutta da Sarkozy“. Il sottotitolo recitava: “Assicurava la libertà di culto.
Nessun libico fuggiva“. E’ ovvio che certe posizioni non vadano prese come oro colato, ma vale la pena, ogni tanto, rileggere il pensiero di chi fa parte della classe dominante, anche se in posizioni subordinate. La stampa, i media, sono integrati in quel sistema con cui decidono insieme di che cosa parlare, come parlarne, chi invitare ai talk-show e quali limiti imporgli. Ma comunque, ciò che mi incuriosisce di più è che certi atteggiamenti e certe posizioni politiche non nascono in qualche strano gruppuscolo, ma vengano elaborati direttamente nelle stanze del potere e poi dati in pasto all’opinione pubblica.
Cominciamo:

Nella Libia di Gheddafi le donne erano emancipate e l’economia era fiorente, la scuola e la sanità erano gratuite e di qualità, a Tripoli c’era un vescovo e una cattedrale. Ma nel 2011 l’attacco della NATO, guidato dall’aeronautica di Sarkozy, fu fatto passare come atto umanitario.

Più avanti si cita il parametro ISU (l’indice di sviluppo umano), che misura il reddito, l’alfabetizzazione e l’aspettativa di vita.

Al 31 dicembre del 2010 la Libia risultava il primo degli stati africani e il 53° nel mondo. Il paese di Gheddafi aveva scuole, ospedali, università, case popolari a bassissimo prezzo, un inizio di industrie.

Gheddafi aveva favorito lo sviluppo agricolo

con una condotta che preleva l’acqua da sotto il deserto e la porta a 900 chilometri di distanza.

Di certo, ma come nell’Afghanistan pre-talebano e sovietizzante e nell’Iraq di Saddam (che non era certo un campione di umanità), Gheddafi fu in grado di abolire la poligamia e di favorire con delle leggi apposite la parità nel matrimonio.

Nel 2010 la disoccupazione in Libia era inesistente, il paese aveva il tasso di disoccupazione più basso dell’Africa e del mondo.

Forse i dati erano un pò taroccati, ma di sicuro la Libia era messa meglio, sotto quel profilo, di tanti altri paesi dell’area. Poi c’è la questione dell’immigrazione che salto pari pari poiché, come immaginate, si dice che Gheddafi era l’argine al fenomeno. Ed è vero, peccato che trattasse quegli esseri umani come gente senza alcun diritto elementare. Si affronta poi la questione della libertà religiosa che Gheddafi (e qui sottoscrivo) garantiva anche ai non-musulmani.

I 100mila cristiani, tutti stranieri, avevano libertà di culto e di riunione. Quando si rese conto che per gli ospedali e i dispensari che andava costruendo non aveva ancora le infermiere necessarie, Gheddafi chiese a Giovanni Paolo II di inviargli delle suore. Alla sua morte in Libia c’erano infatti circa 80 suore e 10mila infermiere cattoliche.

Di certo Gheddafi fu capace di controllare l’islamismo. Un pò come in quasi tutti i paesi del Medioriente.

A Tripoli funzionava un comitato di saggi islamici che preparava in anticipo il testo dell’insegnamento religioso del venerdì, scrive Piero Gheddo, missionario del PIME, lo mandava a tutte le moschee del paese; ogni imam doveva leggere solo quel testo, senza aggiungere né togliere nulla, pena la perdita del posto.

Inoltre

A Tripoli c’era e c’è tuttora una cattedrale. L’Arabia Saudita, grande alleata dell’Occidente, ospita più di un milione di cattolici, operai impiegati nell’industria petrolifera, ma devono stare attenti a nascondere i segni del cristianesimo e chiese non ce ne sono.

Senza poi parlare dei tentativi di scongiurare la guerra attraverso la mediazione del nunzio apostolico Giovanni Innocenzo Martinelli, dell’Unione Africana e della Lega Araba. Di cui sentiamo parlare, di tanto in tanto, i radicali italiani.

Preso da: https://sergiomauri.wordpress.com/2015/09/26/la-libia-e-sarkozy/