Libia: Seguire il calcio femminile per capire la deriva islamista

di Gianandrea Gaiani23-07-2013

nazionale di calcio femminile libica

Ci sono notizie destinate a restare nell’ombra, ad avere poca visibilità perché riguardano temi considerati spesso marginali o secondari anche se in molti casi ben rappresentano tendenze più ampie. Per farsi un’idea di come la Libia stia sprofondando nell’oscurità dell’islamismo può essere utile seguire le notizie …calcistiche. Le autorità sportive di Tripoli hanno infatti vietato alla nazionale femminile di calcio di partecipare al torneo in programma in questi giorni in Germania. La Federazione libica ha motivato la sua decisione con il Ramadan, dopo che la squadra è stata costretta ad allenarsi in località segrete protetta da guardie armate per le minacce ricevute dagli estremisti religiosi. “La Federazione ha detto che non possiamo giocare in Germania per il digiuno – ha detto al Guardian la centrocampista Hadhoum el-Alabed – noi vogliamo andare, ma ci hanno detto che non possiamo”. La squadra libica avrebbe dovuto giocare contro quelle di Egitto, Giordania, Libano, Palestina, Tunisia e Germania nel torneo “Discover Football”, istituito dal governo tedesco e considerato il più grande raduno di calciatrici del Medio Oriente.  El-Alabed ha sottolineato come il divieto abbia mandato in frantumi le speranze di cambiamenti nella società libica dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi.

La condizione femminile rappresenta un importante indizio dell’involuzione della Libia anche sul piano politico. Il Parlamento libico, nel quale il 20 per cento dei seggi è occupato da donne, ha approvato la legge che istituisce la commissione che dovrà scrivere la nuova Costituzione che probabilmente vedrà ulteriormente rafforzato il peso della sharia. La rappresentanza femminile all’interno della commissione è stata ridotta al 10 per cento, sei donne su 60 seggi. Hana Al Qalall, professoressa di Diritto Internazionale presso l’Università di Bengasi, ha dichiarato all’agenzia Agi che “questa sconfitta è dovuta all’arrivo di deputati che non credono nei diritti delle donne, non le considerano come un vero partner nel processo di transizione democratica e cercano di escluderle dalla scena politica usando un metodo assimilabile alla discriminazione razziale”.

Parlare di istituzioni in Libia è del resto difficile, considerato che parlamento, sedi governative, ministeri vengono spesso occupati da milizie armate e tenuto conto che il governo non ha nessun controllo sul territorio e su quanto avviene nel Paese. Secondo le Nazioni Unite in Libia scorrazzano liberamente oltre 200 mila miliziani, mentre fonti d’intelligence citate da “Il Foglio” riferiscono di una crescente penetrazione di salafiti e gruppi legati alle varie anime di al-Qaeda. Il centro per la lotta al terrorismo dell’Unione africana considera che la Libia sia divenuta un importante snodo logistico e organizzativo utilizzato dai principali gruppi terroristici nordafricani e del Sahel. A questi traffici, riscontrabili soprattutto in Cirenaica e Fezzan, ma tangibili anche in Tripolitania, si sta aggiungendo l’afflusso dall’Egitto di molti militanti dei Fratelli Musulmani che temono di venire arrestati dall’esercito che ha assunto il potere al Cairo spodestando il governo islamista di Mohamed Morsi.

Come se tutto questo non bastasse il confronto politico tra  l’Alleanza delle forze nazionali (liberal-democratici) e il Partito per la giustizia e la costruzione ( Fratelli Musulmani) si mescola alle tensioni tribali e alle interferenze di molti Paesi interessati a influenzare il futuro della Libia per lo più in termini negativi per l’Italia e l’Occidente. Roma, che dopo le pressioni degli Stati Uniti ha accettato anche la richiesta del G-8 a impegnarsi per la stabilizzazione del Paese nordafricano, è in prima linea in un’operazione già approvata dalla Nato per rafforzare le forze armate libiche. Circa 20 mila soldati e poliziotti verranno addestrati all’estero, a quanto sembra in Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Italia, che da sola accoglierà ben 5 mila reclute libiche.

L’Italia ha già da un anno insediato a Tripoli la missione addestrativa Cirene (finanziata nel 2013 con 7,5 milioni di euro) che addestra i poliziotti destinati alla protezione di aree “sensibili” come i siti petroliferi e i gasdotti ma  in ambito Nato è stato deciso di effettuare all’estero il grosso della formazione delle forze libiche per non esporre istruttori e consiglieri militari ad attacchi terroristici. L’Italia sta inoltre trattando con Tripoli la cessione di equipaggiamenti militari incluse alcune centinaia di blindo Puma, tutte con circa dieci anni di vita ma ormai surplus per il nostro Esercito perché non sono protette contro mine e ordigni improvvisati.

Il vero limite del programma di sostegno militare al governo libico non riguarda però il numero di mezzi o di soldati da addestrare ma la loro ”qualità”. I militari e i poliziotti libici sono infatti per lo più ex miliziani attratti dai buoni stipendi ma la cui fedeltà alla nazione (e non alla tribù di origine) è tutta da verificare così come sarà difficile evitare l’infiltrazione di terroristi come è accaduto anche in Afghanistan. O nel vicino Mali dove delle quattro unità anti-insurrezione addestrate ed equipaggiate negli anni scorsi dagli statunitensi tre sono passate con i qaedisti che l’anno scorso invasero il Nord del Paese e la quarta ha fatto il golpe a Bamako. Insomma, meglio fare attenzione alle reclute libiche che porteremo in Italia per l’addestramento.

Preso da: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-seguire-il-calcio-femminile-per-capire-la-deriva-islamista-6932.htm

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Fuga all’ inferno ed altre storie- di Muammar Gheddafi un brano 2

3. Fuga all’inferno e altre storie è indubbiamente un’opera letteraria e, io credo, di apprezzabile qualità. Ma si tratta di un’opera letteraria che insieme al più noto, istituzionale e utopico Libro verde7 costituisce il corpus del pensiero politico di Gheddafi. Il pastore del deserto – così talvolta si autodefinisce – parla di politica al suo popolo nella forma della favola, dell’apologo. I racconti hanno sempre un contenuto politico: si tratti dei problemi del potere e del difficile rapporto con le masse, dell’urbanesimo e del progresso, dell’alienazione della persona di fronte alla prepotenza della modernità. Il leader Gheddafi, come è versatile nell’abbigliamento, parla più di una lingua: quella asserverativa e utopica del Libro Verde, quella fluviale dei suoi discorsi e del suo sito (www.algathafi.org/akrad-fr.htm) e quella poetica di questi racconti, spesso drammatici, nei quali assume la semplicità di un nomade pastore del deserto. «Benedetta sia tu, oh carovana» esclama scaraventato dalle circostanze al cospetto di problemi ardui e terrificanti.
Tutto questo invita a sforzarsi di capire la personalità dell’autore: non sono frequenti i capi di stato che scrivano racconti e si concedano alla letteratura non per vanità salottiera. Dobbiamo partire dal dato di fatto che Gheddafi è un capo di stato a tutti gli effetti, sperimentato nelle avversità (oltre l’embargo, l’accusa di «stato canaglia» e anche un bombardamento Usa) e tra i più longevi (in durata credo lo batte solo Fidel Castro), ha trasformato la Libia in una nazione e governa senza alcun incarico ufficiale: è soltanto il leader, el quaid, ma qui il soltanto è più di un tutto. Ma proprio per questo diventa più stringente la domanda: perché scrive racconti? La risposta la si deve cercare nella personalità di Gheddafi, utopica e realista, capace di avere tutto il cinismo del potere e di soffrirne l’angoscia, al punto di scrivere che vorrebbe fuggire all’inferno, per essere più sereno, riposare dalle fatiche di quel vero inferno che si trova nell’aldiquà.
A chi voglia saperne di più raccomando la lettura di Gheddafi, una sfida dal deserto di Angelo Del Boca e anche Di fronte a Gheddafi di Luciana Anzalone 8. Del Boca dice a Gheddafi che dovrebbe essere deluso dall’accoglienza debole che il suo popolo ha riservato al Libro Verde. La risposta di Gheddafi è secca e di verità. «La sua interpretazione – dice – è corretta. Certamente, sono deluso. I principi contenuti nel Libro Verde sono, ovviamente, principi utopistici. Se però la mia gente li avesse adottati, oggi vivremmo in un mondo più felice, più verde. Ma è difficile, con la gente di oggi, conseguire tali risultati. Di conseguenza il nostro mondo è ancora, purtroppo, di colore nero». L’uomo è utopista e realista: nello stesso Libro verde nel quale esalta la democrazia attraverso il potere del popolo, poi scrive: «Questa è la vera democrazia dal punto di vista teorico; ma nella realtà, sono sempre i più forti che dominano, e la parte più forte nella società è quella che comanda».
Resistere alle delusioni è difficile, ma il leader di delusioni ne ha subite tante, e ha resistito, senza incagliarsi o asservirsi. Ha sostenuto movimenti radicali europei, forse assimilandoli alla tradizione anticolonialista, pensiamo all’Ira e ad altri movimenti, subendo l’accusa di essere sostenitore del terrorismo. Ha sostenuto, impegnando soldi e soldati, tutte le possibili unità arabe, ma sempre deluso dai fratelli arabi, tanto che oggi è in conflitto aperto con la Lega araba. Da tempo è impegnato per l’unità africana, con il sostegno forte, che non è mai venuto meno, di Mandela, ma anche qui con risultati precari. Ma nonostante tutte queste delusioni è ancora attivo e promuove iniziative dalle sue tende di guerriero nomade. Resistere alle delusioni non è da tutti: a me sembra segno di saggezza e di fedeltà ai propri ideali.
Se quest’uomo ha preso il potere, senza spargimento di sangue, a 27 anni e lo ha conservato per 36 anni, fino a oggi è anche perché ha cominciato a pensare e agire per la realizzazione del suo progetto fin da ragazzo, quando studiava nella scuola di Sebha, da dove la polizia di re Idriss lo cacciò perché già allora faceva agitazione politica. E perché poi, anche al potere, ha continuato a studiare, osservare, sforzarsi di capire, realizzando il miracolo di essere il leader indiscusso senza nessun potere formalizzato, ma senza esercitare gli arbitri di un tiranno. Se su un fronte Gheddafi ha avuto la mano dura è stato contro gli integralisti e i fondamentalisti (il primo mandato di cattura contro Bin Laden è di matrice libica), e di questo non possiamo non essergli grati. Certo non ci sono partiti di opposizione e neppure una stampa contraria. Non c’è la democrazia come la conosciamo in occidente, però le assemblee popolari contano e a Tripoli non hai affatto l’impressione di vivere in uno stato di polizia. Non c’è – diremmo noi – la libera stampa, ma sulle case e anche per strada c’è un pullulare di antenne paraboliche che consentono tutte le informazioni possibili. Vorrei aggiungere che nessun capo di stato ha avuto la sincerità e l’ardire di scrivere e pubblicare un testo in qualche modo avvicinabile a Fuga all’inferno. E aggiungo ancora il ritratto che ne ha fatto Guy Georgy, primo ambasciatore di Francia nella Jamhaiyyria, nel suo libro, Kadhafi, le berger des Syrtes: «In uno stile accorto e molto personale, egli maneggia con disinvoltura l’humour, il paradosso, il lato buffo, la riflessione e il dardo assassino. Se a volte gioca ad apparire ingenuo, lo fa per assestare meglio qualche verità ai suoi nemici: gli integralisti arabi, gli europei pusillanimi…». E aggiungo ancora qualche mia impressione avendolo incontrato e intervistato in una delle sue tende. È innanzitutto persona di molte letture, non solo del Corano, quasi sempre presente nei suoi discorsi, ma anche della letteratura occidentale. È un attento lettore di Rousseau e degli illuministi e ama Dickens. È particolarmente attento alla questione dell’ambiente e a quella della liberazione delle donne. Riporto qui la risposta a una mia domanda del dicembre del 1998: «Per quanto riguarda l’ambiente sono enormemente preoccupato per l’indifferenza con la quale il mondo procede verso la catastrofe ecologica. Il capitalismo va alla ricerca del profitto immediato e scava a tutti la terrà sotto i piedi. Grandissima è la responsabilità degli Usa per il buco dell’ozono. Io sono e mi dichiaro alleato di tutti i verdi alternativi. Per quanto concerne la donna dobbiamo dire chiaro e forte che il nostro è un mondo fatto dai maschi, per i maschi e dominato dai maschi. È il mondo che non ci piace e che vogliamo cambiare. La donna è oppressa in Oriente e anche in Occidente, dove, al massimo del buono, la si vuole mascolinizzare. Specialmente nel mondo moderno, capitalistico non si riconoscono alla donna le sue differenze (e quindi i suoi diritti) naturali per poi limitarne, di fatto, i diritti civili e sociali. L’ambiente e la donna sono le grandi questioni dell’avvenire, se vogliamo averne uno».
È un uomo seriamente impegnato, ma anche un grande attore, già nel modo di abbigliarsi a seconda delle occasioni e degli incontri. Il vestito tunica che indossava in occasione dell’incontro con Berlusconi era un capolavoro scenico: una grande tunica con sopra, a stampa, grandi ritratti dei protagonisti dell’indipendenza africana, Nelson Mandela in testa. In questo caso l’abito faceva il monaco, era già un messaggio chiaro.

4. Questi dodici racconti vanno letti con attenzione. Non solo per i continui riferimenti al Corano, ma anche perché questi riferimenti servono a dare forza alla polemica di Gheddafi contro la superstizione e soprattutto contro i fondamentalisti ai quali il leader non ha consentito di fare proseliti in Libia. Vanno letti con attenzione perché vi si ritrovano anche radici culturali occidentali, qualcuno parla di Nietzsche e Freud9, e perché l’autore, a suo modo, si batte su due fronti: contro l’alienazione della modernità capitalistica e insieme contro la superstizione, il fanatismo e il lasciar fare, il disimpegno.
Il primo di questi racconti – La città – è un violento atto di accusa, qualcuno può anche interpretarlo come anticapitalismo reazionario, luddista, ma è difficile contestare la verità della denunzia. È difficile contestare l’autore quanto scrive: «La città spintona, non dice, per piacere», oppure «Questa è la città, un mulino che macina i suoi abitanti», oppure ancora «i miseri passatempi imposti dalla città: si possono trovare migliaia di persone che si divertono ad assistere a un combattimento di galli! Per non parlare di quei milioni che alle volte seguono ventidue individui che non fanno altro che muoversi senza senso dietro un piccolo sacco rotondo pieno di semplice aria». E scrive così pur avendo figli appassionati del «piccolo sacco rotondo». L’alienazione della persona che vive in città, la sua solitudine, sono materia di scritti e canzoni diffuse in occidente. E non va dimenticato che Gheddafi vive non gli antichi e storici processi di urbanizzazione, ma la corsa disperata alla città di persone che fuggono dalla campagna o fuggono dal loro paese. Le rivolte delle periferie di Parigi nel 2005 ci dicono, o dovrebbero dirci, molto sullo stato attuale delle nostre città. «La città è nemica dell’agricoltura… e attrae a sé i contadini lusingandoli, affinché lascino la loro attività per trasferirsi sui marciapiedi della città a fare i mendicanti…».
I due racconti successivi – Il villaggio e La terra sono un seguito, in positivo, a quello sulla città. Ma, stiamo attenti, non si tratta di una esaltazione semplicistica e nostalgica della vita di campagna, del villaggio dove c’è comunicazione e solidarietà, dove nessuno rivendica la privacy cittadina che, per un verso è la difesa necessaria nella città competitiva, ma per l’altro è l’esaltazione acritica dell’isolamento di ciascuno. La privacy, la sua rivendicazione è la conferma della critica alla città. E, sulla terra, la prosa del leader è lirica: «Non caricatene il dorso di pesi, non pavimentate le costole di pietra o di argilla… alleggerite le vecchie spalle da quanto vi hanno gettato gli irriverenti».
Il suicidio dell’astronauta è, a mio parere, un capolavoro di arguzia e ironia. Per un verso ci dice che lo spazio è vuoto, non abitabile, non è una nuova frontiera per gli umani. Ma per l’altro ci dice come l’astronauta abbia ormai una nozione della terra extraterrena, inutile. Quando il contadino chiede all’astronauta che cosa sappia della terra, sulla quale pensa di farlo lavorare e l’astronauta sciorina tutte le sue conoscenze scientifiche, il contadino si addormenta, lo manda via, e l’astronauta si suicida. Insomma il famoso nostro progresso non è illimitato: l’illusione del progresso può stravolgere il nostro intelletto e, addirittura, indurci al suicidio. Ma questo non deve indurci a ritenere che egli sia contro il progresso: nel racconto su L’erba della debolezza e l’albero maledetto si dichiara assolutamente contrario agli imbrogli dei «guaritori» e del tutto a favore della industria farmaceutica: «In realtà – scrive ironicamente – non abbiamo necessità di una casa farmaceutica sita ad al Rabta o a ra’s Lanuf dato che al-Hajj Hasan (il fattucchiero guaritore con la sua erba, ndr.) ha raccolto per noi tutte le erbe che curano qualsiasi malattia, anche i morbi della mente, del cuore e della percezione… della vertebra e della dignità» 10.
Fuga all’inferno, il racconto che dà il titolo alla raccolta, è vero e drammatico, fa pensare a Rimbaud – e non solo per «una stagione all’inferno» – che è uno dei poeti più straordinari del nostro tempo. Il vero inferno è qui, sulla terra, dove anche chi ha il potere deve temere ogni giorno il potere della maggioranza: solo all’inferno, quello vero, forse, si potrà riposare. «Dal punto di vista umano non c’è niente di peggio della tirannia di una moltitudine»: lo scrive Gheddafi e non Tocqueville. E Gheddafi continua: «Così io amo le masse e le temo proprio come amo e temo il mio stesso padre. Nel momento della gioga, di quanta devozione esse sono capaci! E come abbracciano alcuni dei loro figli!! Hanno sostenuto Annibale, Pericle, Savonarola, Danton, Robespierre, Mussolini, Nixon e quanta crudeltà poi hanno dimostrato nel momento dell’ira». Un giorno sugli altari, un giorno nella polvere, diceva Manzoni. C’è la lucida coscienza della drammaticità del potere e se un giorno (che non mi auguro) Gheddafi fosse travolto da una protesta popolare sono sicuro che non si stupirebbe. Il beduino del deserto sa più cose dell’intellettuale di città: sa che la politica non è solo, non può essere, calcolo politico dei politicanti, ma è fatta di passioni e pulsioni di massa, che difficilmente un regista politico può orientare. Fortunatamente il «1984» di Orwell, che in molti temevamo, non si è realizzato.
L’altro racconto, drammatico e di non semplice lettura è La morte, dove – a mio parere – non è tanto da capire se la morte sia maschio o femmina, ma come noi, che siamo tutti mortali, affrontiamo la morte e la accettiamo o la respingiamo. Il racconto è drammatico perché protagonista di questo appuntamento con la morte è il padre, eroico combattente, amato e temuto dal figlio Gheddafi. E anche per questo c’è il peso, il ricordo, la sofferenza nella lotta contro l’oppressione dell’Italia. Quel che mi pare si debba concludere dal racconto è che alla fine ci voglia un consenso alla morte (noi cristiani diremmo rassegnazione) e che fino a quando non c’è questo consenso la morte (per noi maschi) è maschio e quindi non dobbiamo cedere alla sua forza. Quando, anche per nostro indebolimento, ci rassegnamo, allora ci rappresentiamo la morte nel sembiante di donna. Ma questo mi pare consolatorio e un po’ maschilista. E mi scuso con l’autore per questa mia lettura.
Gli altri racconti, da Maledetta sia la famiglia di Giacobbe… e benedetta sii tu, carovana fino all’An¬nun¬ciatore del sahur di mezzogiorno sono molto coranici, e pertanto molto significativi. Siamo su un terreno coranico biblico e dobbiamo stare molto attenti alla lettura, al messaggio che Gheddafi vuole trasmettere, tanto più che questi scritti hanno un più esplicito contenuto politico. Secondo Pierre Salinger in essi più stretto è l’intreccio delle tre fondamentali ispirazioni dell’autore e cioè: letture coraniche, cultura occidentale e nasserismo e più evidente la polemica contro superstizioni e fondamentalismo.
Rompete il digiuno alla sua vista, si sofferma, e con polemica ironia, sulle conseguenze religiose della guerra del Golfo nel 1991 e in particolare della data della fine del digiuno per il Ramadan, decisa quell’anno dal generale Schwarzkopf, comandante delle truppe dell’alleanza occidentale di stanza in Arabia saudita. La preghiera dell’ultimo venerdì prosegue nella polemica contro le superstizioni inutili (se sia meglio mangiare con tre dita o con cinque) e le fumisterie teologiche e fondamentaliste, che porterebbero a negare la scuola, la ricerca scientifica, l’industria. Questi medesimi temi vengono sviluppati ancora negli ultimi due racconti È passato il venerdì senza preghiera e L’annunciatore del sahûr di mezzogiorno.

5. Ma andiamo alle conclusioni. Perché la manifestolibri, componente importante della famiglia del manifesto pubblica questa raccolta di racconti? Non è solo per sanare un colpevole ritardo della grande editoria e della politichetta italiana, ma perché il tentativo gheddafiano ci interessa molto e perché nel suo piccolo (la Libia non è una grande potenza) può essere, può diventare una grande e positiva novità nell’epoca della globalizzazione, che, peraltro, la Libia ha già conosciuto con i fenici e soprattutto con i romani, con Settimio Severo e Leptis Magna.
Il Libro verde e questi racconti ci dicono che ci può essere una innovazione culturale e politica che interessa tutti e che «il matto» – così molti hanno definito Gheddafi – è persona saggia e paziente (ha subito bombardamenti, embarghi, accuse di essere «stato canaglia» senza mai cadere nella provocazione). E di fronte a tutto questo ha tenuto ferme le sue posizioni. Oggi in Europa e in Italia si parla di crisi della democrazia rappresentativa e lui, con tutta la sua autorità, sostiene l’obiettivo di una democrazia diretta e, allo stesso modo, di fronte alle violenze e alle crisi dell’economia capitalistica, lui, libico, nato molto più a sud di Treviri, insiste nella proposta di socialismo. Gheddafi che non è mai voluto entrare nell’orbita sovietica, a differenza non solo di Castro, ma dello stesso Nasser, tuttavia nel suo saggio Il comunismo è veramente morto, dopo una denuncia degli errori e delle colpe del comunismo realizzato, scrive: «Ma noi non diciamo che il comunismo è morto e la ragione è semplice: il comunismo deve ancora nascere». Scrivere che il comunismo deve ancora nascere non è parola al vento.
E, per tutto questo, bisogna tener conto che Muhammar el Gheddafi non è un fiore nel deserto. È un libico e la Libia pur nel suo piccolo ha una storia: fenici, romani, turchi, italiani, teatro decisivo degli scontri della seconda guerra mondiale, governo britannico, monarchia, petrolio, scarsa popolazione, rivoluzione gheddafiana, centralità e sconfitte dell’unità araba, tentativi (difficili) di unità africana, crescita di una gioventù acculturata, intensificazione dei contatti internazionali (anche con le università Usa), centralità della questione ambientale, e, oso aggiungere, laicizzazione del Corano o, più cautamente, lettura non bigotta del Corano. Anche la questione ebraica e quella dello stato di Israele, rimossa o nascosta in molti stati arabi, in Libia è molto presente e viene affrontata in termini di dichiarata tolleranza per le persone di religione ebraica, di contrarietà alla formazione di due stati, ebraico e palestinese, per uno stato unico che garantisca i diritti di tutti i suoi cittadini. E in Libia la questione ebraica non è proprio leggera. Da ragazzo, a 14 anni, sono stato testimone del pogrom del 1945, di inaudita ferocia e vale ancora ricordare che fu il re Idriss a ordinare la cacciata della comunità ebraica, che in Libia aveva più di mille anni di storia. Oggi gli ebrei possono andare in Libia e li incontri nei ricevimenti delle ambasciate libiche.
L’edizione di questi racconti vuole (vorrebbe) essere un messaggio, un appello a intellettuali e politici ad avere più attenzione per la Libia, che non ha solo il petrolio. Occuparsi della Libia è anche occuparsi di noi.

NOTE

1 ERIC SALERNO, Genocidio in Libia. Le atrocità nascoste dell’avventura coloniale italiana (1911-1931), Manifestolibri 2005; ANGELO DEL BOCA, Gli italiani in Libia. Dal fascismo a Gheddafi. Laterza. Bari, 1991; SALVATORE BONO, Tripoli bel suol d’amore, Istituto Italiano per l’Africa e l’oriente, 2005.
2 DONATA PIZZI, Città metafisiche, Skira 2005.
3 Già nel dicembre del 1940 le truppe inglesi fanno prigionieri più di 120 mila militari italiani e occupano la Cirenaica fino alla Sirte e i poveri coloni ebbero i loro primi guai.
4 KADHAFI, Escapade en enfer et autres recits. Stanké 1998.
5 È la giornata del ’26, che ricorda insieme «il lutto» per i massacri compiuti dagli italiani conquistatori e «la vendetta», cioè la cacciata dalla Libia di tutti gli italiani.
6 Il 9 luglio del 1998 fu resa pubblica una dichiarazione congiunta dei governi libico e italiano, con la quale l’Italia riconosceva «le sofferenze arrecate al popolo libico» e si impegnava a indennizzare i danni. Era una dichiarazione di pacificazione, ma fino a oggi nessuno di quegli impegni è stato rispettato da parte italiana.
7 MUHAMMAR EL GHEDDAFI, Il Libro Verde. Prima parte: la soluzione del problema della democrazia, «il potere del popolo»; seconda parte, soluzione del problema economico, «il socialismo»; terza parte, base sociale della «terza teoria universale». Tripoli 1984. In una conversazione Giulio Andreotti mi disse di aver offerto il Libro Verde a Reagan, che però non gradì. Vale ricordare che nel 1986 Reagan ordinò il bombardamento della residenza di Gheddafi a Tripoli. L’edificio è stato conservato nello stato in cui era ridotto dopo il bombardamento.
8 ANGELO DEL BOCA, Gheddafi, una sfida dal deserto, Laterza, Bari. LUCIANA ANZALONE, Di fronte a Gheddafi. Arabafenice.
9 Pierre Salinger nella citata edizione canadese di Escapade en enfer.
10 È un gioco di parole poiché in arabo «dignità» (karâmah) e «vertebra» (karûmah) hanno un suono assai simile.

Fonte:http://www.manifestolibri.it/vedi_brano.php?id=375

Libia 2011: Dichiarazione del Movimento Donne Coscienza della Serbia (Zenes)

14 marzo 2011.
Il Movimento Zenes, che segue con un’attenzione particolare la situazione in Libia, denuncia il flusso di disinformazione e di menzogna che si abbatte su questo paese e sui suoi dirigenti. Un’odiosa campagna di stampa scatenata dai grandi media dei paesi della NATO e dalle petromonarchie arabe deforma da tre settimane la realtà, demonizza la Guida libica Mouhammar Gheddafi e getta infamia sulle sue strutture di difesa.
Per la sua ampiezza e il suo stile, questa campagna di stampa rilanciata da alcune ONG ad hoc, ricorda quella scatenata qualche anno fa dagli stessi soggetti contro la Repubblica Federale di Jugoslavia e la Serbia.
In parallelo a questo bombardamento mediatico, in effetti, sono stati messi in piazza con una estrema rapidità a New York, Londra e Bruxelles gli stessi strumenti di “diplomazia coercitiva” volti ad isolare, indebolire, demonizzare e abbattere uno Stato indipendente e sovrano e i suoi dirigenti.

La rapidità con la quale le decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e degli Stati e organismi sotto l’influenza degli Anglosassoni sono state prese (come l’esclusione dal Consiglio dei Diritti Umani, l’indagine della Corte Penale Internazionale e il “blocco dei beni” libici) così come la presenza attestata delle forze speciali occidentali che addestrano i ribelli, indicano che i tumulti non hanno nulla di spontaneo come si è preteso di far credere. Come si è fatto ieri in Jugoslavia la “comunità internazionale” ha sostenuto i suoi spioni reazionari e islamisti in un paese che vuole occupare.
Seguendo il copione di un film già visto in Jugoslavia, gli Anglosassoni e il loro seguito ci vogliono convincere che i rivoltosi della Cirenaica sono dei “resistenti alla dittatura” di Mohuammar Gheddafi che “ha massacrato dei civili”, al punto che BBC e CNN fanno parlare dei diplomatici di ritorno eretti quali “soli rappresentanti legittimi” e mettono in scena il “flusso di rifugiati” alle frontiere.
Vero atto di guerra contro uno Stato sovrano la “zona di esclusione aerea” che la NATO vuole instaurare non è per proteggere dei “manifestanti” ma per aiutare dei ribelli armati, dopo che i portavoce del Dipartimento di Stato e del Foreign Office hanno pubblicato delle notizie fantasiose e dei bilanci menzogneri. All’inizio del film, le ONG di Soros, Human Rights Watch e International Crisis Group, si sono precipitate per avanzare la tesi che bisognasse urgentemente portare “assistenza ai civili” per impedire un “genocidio” e un “disastro umanitario”. La “responsabilità di proteggere”, variante semantica del “dovere d’ingerenza” e maschera dell’ “imperialismo umanitario”, serve una volta di più da pretesto allo scatenamento di una scellerata spedizione militare americano-occidentale con la complicità delle Nazioni Unite.
Già impiegate nei Balcani e in Mesopotamia, queste dichiarazioni e misure sono quelle che precedono le aggressioni di grande portata. All’opposto di questa propaganda formattata la verità è che i resistenti sono coloro che resistono all’aggressione dei media, degli organismi di spioni azionati da un Impero americano che si nutre di guerre.
Per questo motivo, nelle circostanze drammatiche attuali, il Movimento Zenes:

  • Accusa gli Angloamericani e la loro fanteria coloniale araba e europea di condurre una nuova guerra d’aggressione contro uno Stato indipendente e sovrano in una zona strategica del Sahara che dispone d’importanti risorse in petrolio e gas.
  • Denuncia l’atteggiamento spregevole del Governo allineato della Serbia che fino a ieri ancora si pavoneggiava in Libia e che, al fischio degli Stati Uniti, si è allineato servilmente sulle posizioni della cosiddetta comunità internazionale.
  • Manifesta la sua intera solidarietà con la Jamahirya Araba Socialista libica, al suo popolo e alla sua Guida nella situazione drammatica in cui sono stati messi e cui i colpevoli sono, una volta di più, gli Occidentali.
  • Ricorda il suo estremo attaccamento alle donne e agli uomini liberi di Libia odiosamente aggredita dall’imperialismo americano e dai suoi valletti.
  • Lancia un appello alle organizzazioni nazionali progressiste e non allineate di Serbia, dei Balcani e d’Eurasia a mobilitarsi per difendere, qualunque cosa accada, la giustizia e la libertà. Queste ultime non consistono, in effetti, nella difesa virtuale d’individui e di gruppi spinti contro la loro patria dall’ingegneria dei centri finanziari imperialisti ma nell’affermazione viva e dinamica di Stati e di nazioni indipendenti e sovrane in seno ad un mondo multipolare nel quale i popoli uniti e solidali possano trovare pienamente l’espressione della loro identità e della loro libertà.

Belgrado, 7 marzo 2011
Il Presidente del Movimento Zenes: Dr. Mila Aleckovic Nikolic
javljamse@zenes.org

Fonte: http://www.eurasia-rivista.org/libia-%E2%80%93-dichiarazione-del-movimento-donne-coscienza-della-serbia-zenes/8675/

La vera arma di distruzione di massa é la democrazia

domenica 16 settembre 2012

La vera arma di distruzione di massa é la democrazia

Marco Cedolin

Uno dei tratti salienti che hanno caratterizzato l’ultimo decennio é senza dubbio l’esportazione della democrazia occidentale, omologata secondo il modello americano e veicolata ovunque sia stato possibile, spesso in maniera coatta e con l’ausilio delle bombe.
Dopo la “democraticizzazione” dell’Europa dell’Est, intervenuta come corollario del crollo dell’Unione Sovietica e del mito del comunismo, per realizzare la quale é stata necessaria solamente qualche “spinta” data al momento giusto nel luogo più consono (da Ceausescu a Milosevic sarebbero molte le storie da raccontare e sulle quali riflettere) da parte dell’amministrazione USA, dei suoi padroni e dei suoi servi é maturato il convincimento che si dovesse proseguire sulla strada intrapresa raddoppiando gli sforzi e sostituendo le spintarelle con veri e propri schiaffoni.
Prima é toccato all’Afghanistan  di Bin Ladin, reo di essere stato scelto come caprio espiatorio degli auto attentati dell’11 settembre, assaporare il dolce gusto delle bombe e della democrazia….

Poi all’Iraq di Saddam Hussein, reo di possedere armi di distruzione di massa tanto ferali quanto inesistenti, venire investito da una tale dose di democrazia quale era sufficiente a riportare indietro il paese di almeo un secolo.
Poi alla Libia di Gheddafi, accusato di sterminare il proprio popolo, come accuratamente documentato nei filmati girati ad Hollyvood e nel Qatar, subire una democratica caccia all’uomo, portata con l’ausilio dei missili Tomahawk che hanno distribuito la democrazia in maniera equanime radendo al suolo buona parte del paese.
Infine alla Siria di Assad, dove fortunatamente la democrazia fatica ad affermarsi e per ora alligna solamente fra le orde di mercenari che massacrano donne e bambini, aiutati nel proprio lavoro dagli uomini dei corpi speciali dei paesi occidentali e dall’arsenale di armi di distruzione di massa che l’Occidente distribuisce loro in maniera più o meno ufficiale.
Mentre nel frattempo la democrazia sbocciava anche nella Tunisia di Ben Ali e nell’Egitto di Mubarak, fortuntamente in maniera meno impetuosa, grazie alla disponibilità dimostrata dai due “dittatori” a lasciarsi deporre senza combattere, nell’ambito di quelle che sono state veicolate nell’immaginario collettivo come rivolte popolari.
Oggi nell’Afghanistan democratico si vota come negli USA (e come negli USA occorre qualche mese per portare a termine lo spoglio delle schede), ma le donne, sia quelle che non hanno più il burka sia quelle che ancora lo portano, vengono regolarmente sterminate dai droni statunitensi mentre vanno a fare la legna o quando partecipano ad un matrimonio o quando devono recarsi all’ospedale a partorire. In Afghanistan la democrazia si specchia quotidianamente nella guerra permanente, nelle stragi di civili, in un paese ancora più devastato di quanto non lo fosse prima, dove l’unica novità sono i centri commerciali nuovi fiammanti dedicati agli operatori occidentali e all’elitè al servizio degli USA ed il rifiorire delle coltivazioni di oppio che gli anti democratici talebani avevano eliminato.
Oggi nell’Iraq democratico, che si é ormai lasciato alle spalle gli “anni bui” di Saddam Hussein, quando il paese era all’avanguardia nella regione, sia sotto il profilo tecnologico ed economico, sia sotto quello dei diritti umani e delle donne, come testimoniato dagli stessi rapporti dell’ONU, si vive in una sorta di polveriera senza senso nè costrutto. Composta da città stato dominate da bande tribali e da un governo fantoccio eletto dall’amministrazione a stelle e strisce. Senza che esistano più un tessuto industriale e una capacità produttiva degne di questo nome. Senza che il paese abbia più un qualche peso economico, con la popolazione costretta a vivere fra le macerie di un tempo che fu ed a morire alla disperata ricerca di cibo all’interno di qualche mercato dove quotidiamente deflagrano autobomba prive di pietà ma sempre molto ricche di democrazia.
Nella Libia democratica e libera non c’é più il petrolio “di Gheddafi” a sostenere una politica socialista attraverso la quale garantire una vita dignitosa alla gran parte dei cittadini. Ci sono solo macerie condite con l’uranio impoverito, intorno alle quali aggirarsi con la speranza di riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena, lotte intestine, morti ammazzati ed un futuro da declinare nel segno della miseria.
Come si può evincere da una semplice osservazione della realtà, depurata dalla mistificazione dei media mainstream che inseriscono ogni paese “liberato” all’interno di una bolla di oblio mediatico dalla quale nulla filtra più, la democrazia é allo stato attuale delle cose l’unica vera arma di distruzione di massa, della quale l’Occidente fa un uso smodato, ben conoscendone le devastanti potenzialità.

Quello che i libici non avranno più.

Vorrei ricordare agli assassini e traditori vari, ( ma anche a chi finge di non sapere ), come era la Libia di Gheddafi e cosa è stato ” democraticamente ” distrutto.

Elettricità domestica gratuita per tutti
■Acqua domestica gratuita per tutti
■Il prezzo della benzina è di 0,08 euro al litro
■Il costo della vita in Libia è molto meno caro di quello dei paesi occidentali. Per esempio il costo di una mezza baguette di pane in Francia costa più o meno 0,40 euro, quando in Libia costa solo 0,11 euro. Se volessimo comprare 40 mezze baguette si avrebbe un risparmio di 11,60 euro.
■Le banche libiche accordano prestiti senza interessi
■I cittadini non hanno tasse da pagaren e l’IVA non esiste.
■Lo stato ha investito molto per creare nuovi posti di lavoro
■La Libia non ha debito pubblico, quando la Francia aveva 223 miliardi di debito nel Gennaio 2011, che sarebbe il 6,7% del PIL. Questo debito per i paesi occidentali continua a crescere

■Il prezzo delle vetture (Chevrolet, Toyota, Nissan, Mitsubishi, Peugeot, Renault…) è al prezzo di costo
■Per ogni studente che vuole andare a studiare all’estero, il governo attribuisce una borsa di 1 627,11 Euro al mese. ■Tutti gli studenti diplomati ricevono lo stipendio medio della professione scelta se non riescono a trovare lavoro
■Quando una coppia si sposa, lo Stato paga il primo appartamento o casa (150 metri quadrati)
■Ogni famiglia libica, previa presentazione del libretto di famiglia, riceve un aiuto di 300 euro al mese
■Esistono dei posti chiamati « Jamaiya », dove si vendono a metà prezzo i prodotti alimentari per tutte le famiglie numerose, previa presentazione del libretto di famiglia
■Tutti i pensionati ricevono un aiuto di 200 euro al mese, oltre la pensione.
■Per tutti gli impiegati pubblici in caso di mobilità necessaria attraverso la Libia, lo Stato fornisce una vettura e una casa a titolo gratuito. Dopo qualche tempo questi beni diventano di proprietà dell’impiegato.
■Nel servizio pubblico, anche se la persona si assenta uno o due giorni, non vi è alcuna riduzione di stipendio e non è richiesto alcun certificato medico

■Tutti i cittadini della libia che non hanno una casa, possono iscriversi a una particolare organizzazione statale che gli attribirà una casa senza alcuna spesa e senza credito. Il diritto alla casa è fondamentale in Libia. E una casa deve essere di chi la occupa.
■Tutti i cittadini libici che vogliono fare dei lavori nella propria casa possono iscriversi a una particolare organizzazione, e questi lavori saranno effettutati gratuitamente da aziende scelte dallo Stato.
■L’eguaglianza tra uomo e donna è un punto cardine per la Libia, le donne hanno accesso a importanti funzioni e posizioni di responsabilità.
■Ogni cittadino o cittadina della Libia si puo’ investire nella vita politica e nella gestione degli affari pubblici, a livello locale, regionale e nazionale, in un sistema di DEMOCRAZIA DIRETTA (iniziando dal Congresso popolare di base, permanente, fino ad arrivare al Congresso generale del popolo, il grande Congresso nazionale che si riunisce una volta all’anno) .

Libia 2011: A tu per tu con… Yvonne Di Vito

Pubblicato il: 10 marzo, 2012

A tu per tu con… Yvonne Di Vito

Guerra di Libia: un anno dopo
a cura di Andrea Fais


Circa un anno fa cominciavano le operazioni militari contro la Libia di Gheddafi, a seguito del consiglio di guerra riunitosi a Parigi per fare un riassunto delle menzogne raccolte nei due mesi precedenti a proposito di quanto stava avvenendo nel Paese mediterraneo. I bombardamenti della Nato sono andati avanti per tutta l’estate fino a settembre inoltrato, distruggendo città, abitazioni civili, scuole, ospedali, condutture idriche, pozzi, cantieri e quant’altro. In base alla risoluzione n. 1973 l’intervento occidentale avrebbe dovuto proteggere la popolazione. In realtà ha provocato migliaia di vittime e la deflagrazione etnica, sociale e politica di una nazione che, prima della guerra, era tra le più prospere dell’Africa. Tu, che per lavoro eri in contatto con alcuni libici e hai conosciuto proprio il Colonnello Gheddafi, sei stata in Libia durante quei travagliati mesi. Un anno dopo qual’è il ricordo personale di quei momenti?
Questa domanda va a toccare un tasto per me dolente. Ho vari ricordi che si accavallano in un mix di sensazioni che vanno dal dolore alla rabbia, dalla nostalgia al senso di impotenza per non aver potuto fare di più in quello che è stato uno degli episodi più bui e scorretti della storia moderna. Prima dell’inizio dell’aggressione, non vedrei altri termini per definirla, avevo già delle idee abbastanza chiare sulla Nato, sulle “pseudo operazioni umanitarie”, e su tutti i loschi interessi che vi girano intorno. Sapevo quanto alcune operazioni degli ultimi anni fossero giustificate solo dall’“oro nero” o da meri interessi di controllo geo-strategico, sapevo quanto alcune situazioni venissero sfruttate ma ero così ingenua da non arrivare ad ipotizzare rivolte costruite. Ero contraria alla guerra perché pensavo che la violenza non avrebbe potuto risolvere alcun problema, neanche laddove vi fosse realmente stato un problema da risolvere, ma in una rivoluzione “costruita” e “sovvenzionata” da una regia occulta è evidente doppiamente quanto tutto sia stato sbagliato fin dall’inizio. Prima che la Libia, un Paese Sovrano, fosse aggredita non avrei mai pensato di vivere in un mondo così malato da portare alla distruzione una nazione con bombe così intelligenti da uccidere migliaia di persone. Ho dei ricordi meravigliosi della Libia e dei Libici, ricordi che porterò sempre nel cuore, insieme a terribili e amari ricordi della mia ultima visita di luglio/agosto 2011. Quando la Libia era libera l’ho visitata in tutte le sue regioni apprezzandone le incredibili bellezze, dal paesaggio del Sahara che toglie il respiro con le sue dune alte centinaia di metri, ai siti patrimonio dell’Umanità come Leptis Magna o Sabratha; ho avuto modo di stringere sinceri rapporti di amicizia con le persone del posto, con alcune ho un legame speciale. I Libici sono ospitali, hanno il cuore puro, sono gioviali e aperti, sono coraggiosi e dignitosi come hanno dimostrato nella loro eroica resistenza.
A distanza di mesi il ricordo invece della Libia sotto assedio è vivo come il giorno in cui sono ripartita da Tripoli il 5 agosto. Ricordo che la mia volontà di dare un piccolo contributo nella diffusione della Verità su quanto stesse accadendo era più forte della paura; ora ripensando a quanto accaduto ed alla luce di tutte le terribili efferatezze commesse dai ribelli contro chiunque si sia opposto, mi sento di essere stata incosciente.
Ricordo il sinistro ronzio degli aerei che sorvolavano il cielo di Tripoli, ricordo il cielo illuminarsi al passaggio dei missili (che sembravano stelle cadenti invece portavano solo morte), e dopo qualche secondo dei terribili boati, i vetri tremavano. In tutto questo ero colpita dalla popolazione che cercava, nonostante tutto, di mantenere un propria quotidianità continuando a svolgere le normali attività quali il lavoro, le passeggiate al suq, le gite in spiaggia, ma giorno dopo giorno era sempre più difficile continuare a “vivere” perché a poco a poco tutto diventava più difficile.
Ricordo ancora oggi i singoli volti e le voci delle tante persone che ci fermavano per strada e ci chiedevano disperatamente “perché tutto questo?!” implorandoci di fare qualcosa e raccontandoci le loro disgrazie, a qualcuno erano morti dei propri cari, in alcuni casi bambini molto piccoli e la loro sofferenza era tangibile nell’aria, non riuscivo a trattenere le lacrime. Avremmo fatto qualunque cosa per aiutarli ma non avevamo nessuna voce in capitolo in quella guerra ingiusta e dalle dimensioni spropositate.
Ho migliaia di ricordi di quei giorni, di tanti accadimenti, delle visite nei vari siti bombardati, di sensazioni e particolari apparentemente insignificanti; ho tenuto anche un Diario del viaggio perché non volevo dimenticare tanti episodi. Ricordo di essere rimasta molto colpita dalle folle oceaniche che si riunivano nelle piazze delle varie città (Tripoli, Zlitan, di Janzour…), erano folle smisurate, cariche di pathos, di entusiasmo, l’amore per il proprio Leader era assoluto e incondizionato ed io ero così arrabbiata nel pensare che la loro voce non potesse arrivare al mondo: i mass media non erano interessati o meglio non potevano dare spazio a milioni di persone. Con questo non voglio dire che tutti indistintamente volessero Gheddafi, sicuramente ci saranno state soprattutto in Cirenaica, persone che avrebbero voluto un cambiamento (nessuno può piacere a tutti, anche addirittura icone storiche di pace ganno subito critiche) ma la stragrande maggioranza dei libici era molto attaccata al proprio Leader e doveva essere rispettata. Ero molto dispiaciuta per loro, non solo per i miei amici più stretti ma per tutte quelle persone che avevo avuto modo di conoscere in quei giorni. Alcuni libici, uomini e donne, erano tornati da altri Paesi, Paesi in cui vivevano da anni per difendere la propria patria. Io ero dispiaciuta per tutti loro, provavo un’immensa tenerezza perché mi rendevo conto che delle grandi potenze guerrafondaie volevano la loro fine e la lotta era troppo impari nonostante il loro coraggio. Provavo e provo una stima incredibile per queste persone. Mi chiedevo e mi chiedo tuttora cosa avrei fatto io al loro posto; avrei avuto il coraggio di imbracciare un’arma e scendere in strada a difendere il mio Paese?! Provavo pena per loro ma allo stesso tempo invidiavano ciò che avevano nel cuore e mi sentivo anche io parte di qualcosa di bello e forte. Questo è ciò che forse più mi è rimasto dentro e mi ha cambiato. Nella nostra società, spesso priva di veri ideali, dove il massimo del pathos emerge nei derby calcistici, ho inverosimilmente invidiato queste persone che seppure in difficoltà estrema erano ricche di una grande passione, i loro occhi ardevano di Vita e di Amore. Anche il nostro Paese ha avuto grandi uomini che hanno combattuto per l’Unità e per renderlo speciale quale è, ma tante forze poi hanno remato contro. Tornando alla Libia: ogni giorno succedeva qualcosa di terribile e sempre più ravvicinato, nuovi morti, la distruzione della Tv, del “Grande Fiume”.
Ricordo che verso gli ultimi giorni avevamo la sensazione che stesse per succedere qualcosa di terribile, il muro di omertà era aumentato insieme alla pesantezza dei bombardamenti e iniziavano a girare notizie false per preparare il terreno e determinate mosse. Alessandro, mio marito, ha insistito perché partissi, lui si sarebbe trattenuto altri 2-3 giorni. Ricordo di aver lasciato Tripoli con la morte nel cuore consapevole che nulla sarebbe stato più come prima, che non avrei più rivisto alcune persone a me care, che la Libia non sarebbe stata più la stessa e così è stato. A distanza di mesi ripenso a quei luoghi: a Tripoli e al suo progresso costruito negli anni spazzato via in un attimo ; a Sirte, un tempo ridente seppur semplice cittadina sul mare, ridotta allo spettro di se stessa, una città fantasma, senza vita.
Ricordo l’espressione di Alessandro di ritorno dalla spedizione a Zlitan con i giornalisti dopo aver visitato delle case bombardate ed aver trovato due bimbi morti da poco mentre dormivano nelle loro camerette, non lo avevo mai visto così sconvolto, ho visto con lui le foto ed il video che documentava il tutto e sono rimasta in silenzio per ore. Non dimenticherò mai cosa abbiamo provato, la voglia di urlare la nostra rabbia, quel giorno ho visto in un’ottica diversa il mondo intero. Ci arrivano tante notizie terribili, a volte per autodifesa ci si crea una sorta di corazza e si soffre di meno per cose a noi lontane, quando le tocchi con mano non puoi più chiudere gli occhi e rimanere indifferente. Ho in questo Paese paradossalmente alcuni dei ricordi più belli e più atroci di tutta la mia vita.

Non sono mancate le accuse e gli attacchi personali per aver riportato su vari network, alcune verità chiaramente scomode o non allineate alla versione retorica fornita dai principali mezzi di comunicazione occidentali, che quasi quotidianamente ci raccontavano di un fronte dei ribelli “eroico” e di un Gheddafi “criminale”, in uno scenario di distorsione della realtà ormai risaputo quando abbiamo a che fare con gli interventi della coalizione atlantica. Hai avuto altri attacchi personali nel frattempo?
Avendo riportato senza veli quanto osservato nella mia spedizione in Libia, al mio rientro sono stata bersaglio di numerosi attacchi personali di varia natura, intensificatisi soprattutto in seguito all’intervista rilasciata all’emittente Russia Today. Ho ricevuto diverse mail di offese e minacce, anonime e non, sul mio sito http://www.libyanfriends.com; messaggi su facebook, aggressioni da parte di “pacifisti” durante una manifestazione.
Ricordo tante accuse di cattivo gusto e senza un filo logico, altri che contestavano la mia posizione ma aperti ad un confronto, tante falsità scritte su vari blog senza minima cognizione di causa per lo più da privati, dall’ignoranza dilagante, che passavano le loro giornate tra dibattiti scontati e luoghi comuni. Non ho dato peso a tutto ciò e dopo un po’ smisi anche di leggerli. Ciò che mi ha lasciata particolarmente perplessa è stato l’accanimento da parte di alcuni “giornalisti” di note testate nazionali. La mia versione li aveva senza dubbio infastiditi soprattutto quando accennava alle scorrettezze dei mezzi di informazione, ma pur disprezzando il loro gioco mi sono sempre limitata a riportare quanto avessi visto esprimendo un mio parere sul ruolo della disinformazione in questa guerra, senza attaccare i singoli. Di rimando ho subito da loro “avvertimenti” non troppo velati, veri e propri insulti di basso livello, fastidiosi atteggiamenti da comari contraddistinti da gergo di dubbio gusto e osservazioni fuori luogo che andavano oltre il caso concreto con un astio e una rabbia fuori misura. Parecchi amici erano preoccupati e mi raccomandavano di espormi di meno, non tanto per l’incolumità fisica ma per altre possibili ritorsioni di varia natura.
Negli ultimi mesi la situazione è stata molto più tranquilla poiché l’attenzione sulla Libia è diminuita drasticamente: la missione si è conclusa, la “democrazia” è stata “importata” ed ora sono tutti dediti a “salvare” altri Paesi come la Siria. Grazie alla Nato ed a personaggi quali Jalil, oltre alle migliaia di morti, la Libia non è più un paese unito, la Tripolitania, la Cirenaica ed il Fezzan si stanno frammentando; la quotidianità è contraddistinta da guerriglia quotidiana tra opposte milizie armate, faide tribali interne e giustizia sommaria. I mass media ormai ignorano quasi il problema.
Gli italiani che odiavano Gheddafi hanno avuto il macabro e atteso spettacolo e tutte le atrocità passate ed in corso nel paese non rappresentano più un problema. Immagino passeranno in questi giorni il loro tempo ad accusare Assad basandosi su quattro notizie ascoltate in tv o a scannarsi su chi debba uscire dall’Isola dei Famosi. Da parte di coloro cui realmente stavano a cuore la Libia e la Verità c’è ancora un grande immutato interesse e una spiccata sensibilità per i recenti accadimenti e per il futuro del paese. Vorrei sottolineare che se da una parte ho avuto degli attacchi, allo stesso tempo mi ha fatto molto piacere ricevere invece tantissime manifestazioni di stima e affetto da parte di persone da tutto il mondo, oltre che ovviamente Libici, soprattutto Africani in generale, tanti Serbi che si sono congratulati per il mio coraggio (per me semplice e dovuta cronaca dei fatti); mi hanno raccontato le loro personali esperienze di vita sottolineando le profonde motivazioni per cui amassero il Colonnello.
Per molti cittadini in Occidente ormai è un “tiranno decaduto”, ma in realtà sappiamo che Muammar Gheddafi ha incarnato uno spirito rivoluzionario capace di sconfiggere la decadente monarchia di Idris I e ridare una dignità sociale alle masse, progettando sempre in grande i suoi piani per riportare i popoli arabi e i popoli africani ad una condizione di pari dignità con i popoli dell’Occidente. Che ricordi hai del Colonnello Gheddafi?
Il mio personale ricordo di Gheddafi è quello di una persona estremamente intelligente e sagace, rispettosa, vera, legata alla sua Terra ed al suo Popolo, coraggioso, orgoglioso delle sue origini beduine, aperto al dialogo con il prossimo e soprattutto molto umile. Al nostro primo viaggio in Libia siamo stati accolti nella sua tenda dove ci è stata offerta una cena tipica e semplice, la stessa che mangiava lui con latte di cammello e datteri. Mentre lo attendevamo siamo andati a visitare le centinaia di cammelli e cammellini che circondavano il complesso.
Quando lui è entrato ci ha salutato ed il suo primo gesto è stato sostituire la propria poltrona con una sedia di plastica (le stesse che avevamo noi) per farci capire che noi eravamo importanti quanto lui. In Libia l’ospite è trattato con grande rispetto. Questo gesto ci ha profondamente colpito così come vedere la semplicità di tutto ciò che lo circondava. La sua quotidianità non era lussuosa come in molti possono pensare e lui non aveva nulla a che vedere con l’atteggiamento arrogante che contraddistingue molti altri politici. Era interessato a far conoscere ai giovani di altri Paesi la sua cultura, la sua bellissima terra, mostrare quanto la donna fosse libera ed evoluta rispetto ad altri Stati arabi. Scherzava su episodi che gli raccontavamo, rideva guardando con noi le foto dei nostri viaggi, nel vedere le nostre immagini versione tuareg o la nostra interprete un po’ attempata guidare la jeep sulle dune del Sahara… (conoscendo la sua passione per le foto gli abbiamo regalato un fotolibro con bellissimi scorci del Paese). Una volta in occasione di una festa nazionale era previsto un incontro con degli artisti provenienti dalla Costa d’Avorio, andammo anche noi ma non ci fu tempo a sufficienza da dedicarci, Alessandro però mentre usciva gli fece consegnare un oggetto che avevamo fatto fare appositamente per lui (una maglia della Roma con il n° 41 sulla schiena, il numero di anni in cui era al Governo nel 2010), lui lo aprì da lontano e tra le guardie del corpo, confusione e persone varie ricordo che cercò il nostro sguardo tra la folla per farci capire che l’aveva ricevuta e che apprezzava…
Un altro piccolo gesto arrivato dritto al cuore perché nessuno senza una spiccata sensibilità potrebbe mai avere una simile attenzione. Era interessato a confrontarsi con noi ed avere un parere su temi importanti come la religione e la società islamica ma non si tirava indietro davanti a discussioni di attualità, o a qualunque altro argomento; nei vari discorsi ho notato che coglieva al volo riferimenti e modi di dire anche tipici della nostra cultura. Una volta ad esempio gli stavamo raccontando quanto scalpore avesse fatto la sua visita in Italia susseguita da giorni e giorni di polemiche, accennammo ai giornalisti cui piace “ricamare” sopra i fatti… l’interprete ancora non capiva e lui già sorrideva e commentava con aria complice la nostra battuta.
Alcune sue cugine ci raccontavano che stretto legame avesse con la sua famiglia, con i suoi figli e soprattutto con i suoi nipotini, dicevano che per Aisha fosse importantissimo che ogni settimana passassero del tempo tutti riuniti anche perché i bimbi adoravano il nonno e lui adorava loro. Solitamente parlava in arabo, noi in italiano e l’interprete traduceva ma quando voleva accertarsi che tutto andasse bene o volesse un parere su un determinato tema senza voler rischiare “interferenze” parlavamo direttamente in inglese. Si preoccupava sempre che non avessimo avuto alcun tipo di problema o disagio negli spostamenti e che tutti ci avessero trattato con rispetto. Amava fortemente la sua gente come la sua gente amava lui, spesso viaggiava e faceva 3-4000 km in auto nel deserto per arrivare in paesi del centro africa, aveva l’aereo di stato ma voleva andare in auto, gli piaceva fermarsi lungo la strada a parlare e mangiare dividendo il cibo con le mani come si usa nella cultura beduina, “se il mio cibo lo divido con te e te lo passo con le mani significa che sei un mio amico” e lui lo era per milioni di africani, libici e non.
Quando giravo per la Libia (non parlo solo di Tripoli ma anche della Cirenaica) mi capitava di fermarmi a parlare con le persone, a Tripoli a causa della passata colonizzazione molte persone anziane soprattutto negozianti parlavano un po’ di italiano, con altri prima che io iniziassi a studiare arabo c’era una totale impossibilità di comunicazione e ricordo che loro per farmi capire andavano a prendermi qualcosa che ricordasse il leader o mi mostravano la foto sul cellulare. I malpensanti possono credere che lo facessero perché noi eravamo suoi ospiti ma non è così perché prima (e sottolineo “prima”) la Libia era un Paese sicurissimo per cui capitava di uscire da sola e andare magari al suq. Le persone vedevano Gheddafi come il loro Leader, come il giovanissimo e coraggioso ufficiale che nel 1969 fece cadere la monarchia filo-occidentale di Idris e liberò il Paese dagli invasori portando la Libia per mano in un processo di crescita e benessere sociale, economico e culturale. Negli anni passati la mia opinione di lui era molto diversa, prima di conoscerlo personalmente, prima di andare nella sua terra, prima di parlare con la sua gente, pensavo fosse uno sbruffone, un dittatore, una persona altezzosa… poi come a volte capita, conosci le persone e ti rendi conto che le tue idee non sono realmente “tue” ma sono quelle che ti mettono in testa gli altri, sono quelle che creano i media per chi si accontenta di un’informazione superficiale.
Ognuno di noi ha il diritto ed il dovere di andare oltre le versioni ufficiali, di documentarsi per non rischiare non solo di studiare una Storia non vera ma anche di vivere una Realtà costruita. Ho raccontato e ricordato la parte buona che conosciamo di lui, poi magari conosciamo anche qualche difetto caratteriale (chi non li ha?! Ma c’è già una fila lunghissima di chi voglia raccontare malignità spesso anche inventate ad arte su di lui). E’ normale che sia così, perché tutto servirà a dimostrare che se l’Occidente ha esagerato in qualche modo… in fondo era giusto! Se invece uscisse che era un brav’uomo o forse un Eroe… meglio non pensarci! Non è mia intenzione santificarlo, avrà fatto degli errori (a mio avviso non più gravi di quelli commessi da tanti altri politici…) certamente però più in buona fede. Le drammatiche immagini della sua morte ci hanno feriti, si è trattato di un brutale assassinio, l’inevitabile e annunciato epilogo di un’aggressione coloniale travestita da intervento umanitario. Siamo molto tristi perché oltre a Gheddafi è morta la Giustizia, con il suo omicidio si è oltrepassata una soglia importante, un mondo con un minimo di coscienza non avrebbe mai potuto permettere una simile atrocità, non avrebbe mai sbattuto su teleschermi e prime pagine il macabro “trofeo”. La cosa che ci fa più male è continuare a sentire le calunnie dei suoi ex collaboratori corrotti, dei politici opportunisti, o dei media che per mesi hanno bovinamente abbassato la testa al governo di turno per non perdere il proprio “posticino” di lavoro. Questo non è giusto! Non è giusto per un “Uomo” con la U maiuscola che per anni ha fatto l’Impossibile per il benessere non sono della Libia ma dell’intera Africa. Voglio ricordare solo alcuni punti come la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, la costruzione di ospedali, scuole, case, università (tutto gratuito), la costruzione dell’ottava meraviglia del Mondo il “Great Man Made River”, erogazione gratuita di medicinali ed elettricità, assenza di debito pubblico, prestiti senza interessi (gli interessi sono considerati illegali)… potrei continuare nell’elenco per giorni.
Per l’Africa ha finanziato molti progetti di modernizzazione, come l’acquisto del primo satellite africano assicurando la copertura universale all’intero continente per la telefonia. Non è giusto soprattutto per tutti quei milioni di libici che lo sostenevamo ed i cui diritti sono stati calpestati. Su questo mondo siamo solo di passaggio e ciò che conta è lasciare il segno, Gheddafi fa fatto la Storia, è morto con immenso onore da Martire, nel tempo non potrà non emergere la Verità. Il suo ricordo arde nel cuore dei libici che continuano a combattere per la Libertà… che prima o poi riconquisteranno.E’ solo questione di tempo. Da parte mia continuerò a dare il mio piccolo piccolo contributo affinché si faccia luce sulla Verità e affinché la coscienza del mondo si svegli… solo così si potrà togliere carta bianca a delinquenti ufficializzati che manovrano il mondo.
Prima di questo evento che, non dubitiamo, ha certamente sconvolto la tua vita o i tuoi affetti, che pensavi della cultura occidentale e, soprattutto, del modo di fare informazione specialmente nel campo delle relazioni internazionali e dei reportage dai teatri di guerra? Come è cambiata la tua percezione dell’informazione in questi ultimi tredici mesi?
Premetto che quando iniziai Scienze della Comunicazione presi giornalismo perché consapevole di quanto l’informazione fosse ormai alla base delle nostre vite. Pian piano mi accorsi che l’ambiente giornalistico in Italia poco avesse a che vedere con i miei ideali del cd. “giornalismo d’inchiesta”, imparziale e autonomo, così mi specializzai in altre forme di comunicazione “Impresa e Responsabilità sociale”. Ero consapevole che la notizia venisse sempre confezionata ad arte ma non pensavo si potesse costruire e manovrare come è stato fatto in Libia. Questo evento mi ha fatto capire concretamente quanto i giornalisti siano obbligati a seguire le linee guida delle loro testate che a loro volta seguono delle direttive politiche. L’unica informazione “vera” arriva ormai solo dalle testate di informazione “indipendenti” o giornalisti che lasciano una strada “certa” per diventare degli “outsider”.
Questa guerra, definita dallo stesso Lucio Caracciolo come “collasso dell’informazione”, è stata un susseguirsi interminabile di bugie e omissioni. Le “balle mediatiche” hanno a mio avviso giocato un ruolo cruciale nel conflitto al pari dei missili. Alcuni esempi a ritroso: Al Jazeera (tv fortemente interessata) accusa Gheddafi di aver bombardato le folle ed aver gettato i cadaveri in fosse comuni. La “notizia” fa il giro del mondo giustificando la necessità di un intervento Nato per “proteggere i civili”. Non fa il giro del mondo invece la smentita. Nessuna foto o video di questo massacro di migliaia di persone, nessun testimone, nessun segno di distruzione: i satelliti militari russi che hanno monitorato la situazione fin dall’inizio non hanno rilevato nulla. Non sarebbe il primo esempio storico di un “finto massacro”, Timisoara docet. Negli stessi giorni i media italiani intervistano finti libici che, radunati davanti l’Ambasciata di Via Nomentana, affermano in un dialetto dall’impresso accento tunisino che Gheddafi stesse bombardando il suo popolo, che la Libia non aveva università, ospedali, che i libici morissero di fame. Nessun giornalista ha obiettato che la Libia fosse il paese africano con miglior rapporto posti/letto popolazione; con delle bellissime e organizzatissime università gratuite, con il più alto reddito pro-capite ecc. Le notizie dilagavano non verificate rincorrendosi velocemente. Gheddafi nel suo discorso del 2 marzo chiese all’ONU di inviare ispettori per verificare cosa accadesse realmente nel Paese, ha aperto ai giornalisti affinché potessero informare l’opinione pubblica sui fatti; la risposta dei governi ex amici ci sembrò al contrario assolutamente non di dialogo e di chiarimento bensì di sfida.
I giornalisti entrano nel Paese, i ribelli così fotogenici nelle riprese mentre sparacchiano in aria con i loro mitragliatori a bordo dei pickup. Sono perfetti, questo è il loro ruolo, farsi riprendere dai media mentre la vera guerra verrà giocata dagli aerei Nato con i loro quotidiani sistematici e pesanti bombardamenti. Il tutto con l’ausilio di forze di terra, la cui presenza è stata ammessa solo a fine conflitto. In Libia, c’erano milioni di persone che cercavano di far sentire la propria voce, milioni di persone che quotidianamente si riunivano nelle Piazze urlando “Allah, Muammar, Libya ua bas!” ovvero Allah, Muammar Gheddafi, la Libya e basta! Ma tutto questo “non poteva essere trasmesso” così come anche ora i media non ritengono sia doveroso mandare in onda cosa oggi stiano vivendo in Libia ovvero un regime del terrore. La caccia agli uomini neri, libici o lavoratori migranti, da torturare e ammazzare; le abitazioni, gli esercizi commerciali ed i musei saccheggiati, le donne stuprate.
La notizia della morte di Khamis Gheddafi è stata data per certa circa 5-6 volte. La notizia della presa di Tripoli è stata preparata a tavolino. Ci vengono mostrati cadaveri di lealisti spacciati per ribelli, orrori negli ospedali, sangue ed il tutto viene attribuito all’Orco Gheddafi, i militari dell’esercito libico che stanno perdendo la Vita per difendere il proprio Paese vengono additati come delinquenti, non si parla di tutte le persone massacrate dai “Giovani rivoluzionari”. Ci viene propinata solo la testimonianza di una parte, spesso con ragazzi con perfetto accento anglo-americano. I medici lamentano “non c’è acqua per lavare via il sangue…” forse anche questa è una colpa di Gheddafi o è colpa della Nato che ha bombardato il Grande Fiume lasciando la gente a morire di sete? Le masse hanno bovinamente recepito la versione confezionata dai media mainstream come un film senza pensare che fosse girato sulla pelle, sul sangue, sul dolore e le speranze di un popolo. Ricordo che quando alle manifestazioni per la pace a Roma erano presenti gli studenti libici, ho chiesto ad alcuni tg come mai non volessero sentire il loro parere e mi è stato risposto “perchè tanto non lo manderebbero, sprecheremmo soltanto pellicola…” Alcuni giornalisti con aria rassegnata mi hanno risposto sinceramente “noi non possiamo trasmettere queste versioni”, “non possiamo mandarlo in onda”, “è già deciso come andrà”. Abbiamo visto giornalisti commuoversi davanti a delle vittime innocenti, riprendere il tutto e poi non poter diffondere queste immagini… Quando eravamo al Rixos ascoltavamo e registravamo le conferenze di Mussa Ibrahim, lui comunicava i bollettini di guerra ed il punto di vista del governo libico; dopo 5 minuti in Italia arrivavano notizie opposte. Alcuni giornalisti da veri trasformisti hanno cambiato ripetutamente versione, a fine conflitto gli Stati Uniti hanno ammesso che le loro spie infiltrate erano proprio dei giornalisti. Cosa altro dire ancora?!
Sono a dir poco disgustata nonché spaventata al pensiero. Manovrando l’informazione è possibile creare dei falsi storici, cambiare per sempre il corso ed il ricordo degli eventi. Non dobbiamo permettere tutto ciò. La libertà di pensiero e di espressione va di pari passo con il diritto e la necessità di essere informati correttamente. E’ un circolo vizioso: dando una versione distorta di un qualcosa si manipola l’opinione pubblica e con il benestare dell’opinione pubblica si ha carta bianca per qualunque operazione. Se le persone fossero state realmente informate si sarebbero indignate e non sarebbe stato possibile distruggere in questo modo un Paese nella totale indifferenza.
Non ho più alcuna fiducia nelle informazioni che mi arrivano, in Libia ho avuto un accesso privilegiato per poter capire cosa stesse realmente accadendo. Non sempre si ha questa possibilità ma sono convinta che con un minimo di spirito critico e di osservazione e soprattutto “andando a cercare la notizia” invece di essere suoi bersagli indifesi, sarebbe molto semplice scoprire palesi incongruenze. Al giorno d’oggi abbiamo la fortuna di avere internet, con pochissimo tempo e risorse chiunque può approfondire una determinata tematica e scambiare informazioni non filtrate con l’altra parte del mondo. Forse ancora per poco perché non sarà difficile a breve il controllo totale dei contenuti, già ora vengono censurati i maggiori social network. Questa esperienza mi ha cambiato radicalmente, sono ormai una persona disincantata, forse anche troppo scettica ma non commetterò più lo sbaglio di dare per scontato nulla di ciò che mi viene propinato. A Tripoli con l’ausilio dell’Ufficio stampa, di fonti locali, di interviste e delle nostre visite dirette abbiamo raccolto hard disk pieni di documenti, ci abbiamo lavorato per giorni per poter fare un dossier di denuncia completo e ricco, ad ottobre ci è sembrato ormai tutto inutile ed abbiamo messo da parte il progetto. A distanza di mesi lo abbiamo ripreso e lo stiamo concludendo, è il minimo che potessimo fare ovvero continuare a batterci per ciò in cui crediano con la forza, il coraggio e la passione di cui gli amici libici sono stati e sono tuttora un grande e glorioso esempio.
Solo se le coscienze si risveglieranno sarà possibile cambiare cambiare direzione. Perchè, come in “Think Different”, “solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero”.

La storia di Halla El-Mesrati, paradigma della barbarie Nato in Libia

Questo articolo usciva nel febbraio 2012. Da allora qualcosa è cambiato, per fortuna la LEONESSA VERDE, HALLA EL MESRATI è libera. Purtroppo l’ articolo è ancora attuale. Le violenze, gli stupri sono considerati normali, le donne sono tenute prigioniere nelle loro stesse case, dai ratti, e qui sistematicamente torturate e violentate. MA NOI NON DOBBIAMO SAPERLO !!

Pubblicato il: 25 febbraio, 2012
Analisi / Esteri | Di Filippo Bovo

La storia di Halla El-Mesrati, paradigma della barbarie Nato in Libia

Sicuramente molti lettori si ricorderanno di Halla el Mesrati: era la giornalista della televisione di Stato libica Al Libya che, nelle drammatiche ore della presa di Tripoli da parte dei mercenari NATO, esibiva in diretta una pistola affermando che nulla avrebbe potuto eliminare la Jamahiriya e che gli svendipatria del CNT e i loro scherani atlantici avrebbero trovato pane per i loro denti. Caduta Tripoli, di lei non s’era saputo più nulla: alcune fonti autorevoli, a distanza di settimane, avevano ventilato l’ipotesi che Halla el Mesrati avesse trovato ospitalità in Algeria o, molto più probabilmente, in Tunisia. Purtroppo, considerata la sorte a cui è andata incontro, veniamo ora a sapere che non era così.
Al pari di molte altre donne libiche (come quelle della guardia femminile di Gheddafi, alcune delle quali imprigionate, umiliate e vessate dai ribelli, per non parlare di quelle che addirittura sono state trucidate; oppure le tante ragazze che sono state violentate, mutilate ed uccise fin dai primi giorni della “rivoluzione colorata” di Bengasi) Halla el Mesrati ha tenuto fede alla fierezza e all’amor di patria della stragrande maggioranza dei suoi connazionali e non s’è data alla fuga, attendendo veramente al varco i nemici per combatterli a viso scoperto. Catturata dai ribelli, dalla fine di agosto è loro prigioniera; dalle poche notizie che trapelano, si sa che è incinta ed è stata finora violentata non meno di diciassette volte. E’ possibile che anche la sua gravidanza sia frutto delle ripetute violenze a cui è stata sottoposta da parte dei “portatori di democrazia”.
La drammatica vicenda personale di Halla el Mesrati può essere assurta a paradigma delle barbarie che la NATO e i suoi proconsoli del CNT da mesi perpetrano a danno della Libia e della sua popolazione. Halla el Mesrati era una donna emancipata, una femminista, giornalista e scrittrice di successo: aveva pubblicato libri dallo spirito tutt’altro che castigato e per queste ragioni agli occhi dei ribelli, legati al fondamentalismo del Libyan Islamic Fighting Group, doveva essere distrutta nel corpo e nello spirito. Sotto il governo dei ribelli la Libia ha visto ripristinare la Sharia come legge fondante dello Stato e ristabilire la diseguaglianza fra uomo e donna: pertanto l’emancipazione femminile incarnata da donne come Halla el Mesrati, frutto della rivoluzione socialista gheddafiana, è considerata un sacrilegio da rimuoversi dalla società libica secondo le modalità più brutali, ricorrendo ai coltelli, allo stupro, alle percosse ed alla segregazione.
Ogni giorno uomini e donne vengono massacrati dai ribelli, dai soldati di ventura al soldo del Qatar e dai consiglieri militari americani (seimila già presenti sul posto più altri seimila in dirittura d’arrivo, per un totale di dodicimila) nel tentativo di domare una nazione che non si rassegna al furto della propria identità laica e socialista, della propria sovranità e del proprio benessere da parte dell’imperialismo americano, europeo e arabo-qatarino. Sono noti i massacri di cui sono stati vittime gli immigrati e le minoranze di colore della Libia: Tawergha, dove risiedeva buona parte dei neri di Libia, è città martire esattamente come Sirte e Bani Walid. Recentemente sono uscite immagini di cadaveri di uomini torturati ed uccisi dai ribelli del CNT: in bocca avevano i genitali che erano stati loro recisi mentre erano ancora in vita. Anche questi sono esempi della “civiltà” e della “democrazia”, certamente sconosciute sotto Gheddafi, di cui adesso i libici potranno fruire ed avvantaggiarsi grazie agli squadroni della morte della NATO e del CNT.
Viene spontaneo chiedersi, di fronte a tutte queste atrocità, dove si trovino adesso i “dirittoumanisti” occidentali, sempre pronti a levare gli scudi per le balle mediatiche usate contro i gheddafiani e gli assadiani; e a gridare contro stupri, uccisioni, torture e repressioni che alla prova dei fatti risultano essere soltanto speculazioni partorite dalla fantasia dei nostri politici e giornalisti. Di fronte alla pulizia etnica attuata dai ribelli contro i neri di Libia, dove sono adesso quei benpensanti che s’indignavano per “fora de ball” di bossiana memoria o per i campi di detenzione degli immigrati in Libia di cui è stata poi sfatata l’esistenza? E di fronte alla tragedia di Halla el Mesrati, dove si trovano ora quelle “femministe” che all’unisono con la loro beniamina Hillary Clinton sbraitavano alla notizia, poi risultata completamente infondata, dei mercenari gheddafiani che s’imbottivano di Viagra per violentare le donne libiche?
Sulla coscienza di tutte queste persone grava il peso della loro ipocrisia.

Clio Evans: “Cosa ho visto in Libia (e cosa i media hanno taciuto)”

28 settembre 2011
Clio Evans ha incontrato più volte la guida della Jamahiriya libica, Muammar el Gheddafi, e si è recata in Libia anche durante la guerra.

L’abbiamo incontrata per conoscere il suo parere sugli eventi in corso.
G.M.: Tanto per cominciare ci puoi raccontare come hai incontrato Gheddafi?
C.E.: Ho conosciuto Gheddafi alla fine del 2009, quando è venuto in Italia e ha tenuto una conferenza presso l’Accademia libica di Roma, a cui hanno assistito più di 500 persone. Avevo già lavorato come interprete con l’agenzia che ha organizzato l’evento e ricordo che per l’occasione, causa motivi di sicurezza, non ci fu chiarito chi avremmo incontrato. Ci fu detto solamente di indossare un abbigliamento sobrio ed elegante e che avremmo ricevuto un rimborso spese per il trasporto. Tutto mi aspettavo fuorché incontrare Gheddafi di persona. Io ero seduta proprio di fronte a lui. Parlava con pacatezza, con un tono di voce molto basso. Ma la sua personalità carismatica si percepiva in tutta la sala.


G.M.: Di cosa vi ha parlato Gheddafi?
C.E.: Sono stati due giorni in cui si è parlato della situazione della donna in Libia e dell’islam. Gheddafi oltre a spiegarci il contenuto del suo “Libro Verde”, ci raccontò di come era considerata la donna nel mondo musulmano in passato e della sua progressiva affermazione, grazie anche a dei cambiamenti che egli stesso aveva promosso. Poi ha affrontato il tema della religione. Nella sala parecchie persone avevano sguardi perplessi ma credo si trattasse di quella diffidenza che si ha verso una cosa che non si conosce. Per me è stata un’esperienza interessante ed ho ascoltato ogni parola con molta attenzione.
G.M.: Dalle tue visite in Libia che impressione hai avuto della Jamahiriya?
C.E.: Dopo la firma del trattato di amicizia tra l’Italia e la Libia è nata l’iniziativa di scambi culturali con la Libia e nel 2010 l’ho visitata almeno cinque volte. Sono stata a Tripoli, Sabratha, Leptis Magna, nel Sahara e a Sirte.
Il clima che si respirava era sereno. Per le strade molti libici, soprattutto i più anziani, parlavano un po’ di italiano. Mi ha colpito il fatto che non ci fossero manifesti pubblicitari e la cosa destava ai miei occhi un profondo senso di pace. Mancava quel bombardamento di immagini a cui siamo sottoposti qui in occidente e del quale non ci rendiamo più conto, forse perché ormai ci siamo ridotti a consumatori assuefatti di qualsiasi prodotto che le multinazionali mettano in commercio. Le uniche gigantografie erano alcune che ritraevano Gheddafi. L’unico ‘altro’ uomo che si vedeva, trionfante, sulla facciata di un palazzo mentre stringeva la mano al leader libico, era Berlusconi.
Le città erano piene di cantieri e di edifici in costruzione, con architetti e ingegneri stranieri. Non sembrava di stare in Africa. In precedenza avevo visitato altri paesi africani ed ero stata colpita dalla povertà dilagante, ma anche dall’inquinamento e dalla disorganizzazione che vi regnava. Quando sono arrivata in Libia mi sembrava di stare in una Svizzera nordafricana.
Sabratha e Leptis Magna sono due siti archeologici da fare invidia ai Fori Imperiali. Sirte invece ha una minore densità di popolazione e infrastrutture moderne destinate ad accogliere i capi di Stato esteri che si riuniscono per i convegni internazionali.
G.M.: E il deserto?
C.E.: Il Sahara è una cosa magnifica. La pace dei sensi. Costellazioni a volontà e un senso di libertà totale. Abbiamo incontrato una famiglia di tuareg che vive dentro le immense rocce al riparo dal sole, ci ha offerto del tè. Gli uomini che vivono nel deserto sono gente semplice, con un grande senso della dignità. Persone che si svegliano e si coricano secondo i ritmi del sole. Persone che si orientano con le stelle e che vivono seguendo valori e tradizioni tramandati di generazione in generazione.
G.M.: A Roma Gheddafi vi ha parlato della condizione femminile, qual era la condizione della donna in Libia?
C.E.: Una volta sono passata per Jedda (Arabia Saudita) e la maggior parte delle donne erano coperte dalla testa ai piedi, anche le mani erano coperte da guanti neri. In Libia invece ho visto donne dal viso, e spesso anche dai capelli, scoperti. All’università c’erano tanti studenti, maschi e femmine, tutti curiosi e con voglia di conoscere le nostre abitudini.
L’accademia militare femminile ci ha mostrato delle donne molto forti che simulavano la cattura di un ricercato e la fuga da un palazzo in fiamme. Fra loro c’erano donne che allo stesso tempo erano mamme, mogli e soldatesse, come alcune delle guardie del corpo di Gheddafi. Non dimentichiamoci che tutt’ora in alcune regioni dell’Africa le donne non hanno alcun diritto e viene ancora effettuata sulle bambine la pratica dell’infibulazione.
G.M.: Gheddafi è da diversi decenni una personalità che suscita opinioni divergenti. Alcuni lo considerano un criminale, tu che idea ti sei fatta del leader libico?
C.E.: Premetto dicendo che sono istintiva e mi baso su ciò che una persona mi trasmette a pelle e a livello umano. Prima di incontrarlo ne avevo sentite di tutti i colori su di lui ma non per questo mi sono lasciata intimorire. Tutt’altro. Quando l’ho visto ho provato un senso di sicurezza e tranquillità. Non potrei paragonarlo a nessuno dei nostri politici. Non ho mai scorto sul suo viso, neanche lontanamente, quell’espressione da uomo arrogante e fanfarone.
Mi è parso un uomo molto intelligente, che pensa prima di parlare e non vive nello sfarzo e nel lusso. Un uomo che si appresta a cominciare quella che è considerata la parte finale della vita. Un uomo che, nonostante abbia una cultura diversa dalla mia, ha dimostrato molta comprensione. Era interessato al dialogo e ad ascoltare altre opinioni. Quando gli ho detto che ero cristiana ha sorriso con benevolenza. Mi è sembrato un uomo consapevole del proprio potere, ma allo stesso tempo semplice e al passo coi tempi, capace di discutere con ironia di argomenti leggeri. Solo quando parlava del proprio paese e della sua gente diventava serio e orgoglioso.
G.M.: Che opinione aveva Gheddafi dell’Italia, ritieni che egli credesse veramente all’amicizia con l’Italia e con il presidente del consiglio Berlusconi?
C.E.: Si, penso che egli credesse davvero all’amicizia con l’Italia. Nelle nostre conversazioni spesso mi citava “il suo amico Silvio”. Sembrava interessato a sviluppare la cooperazione col mondo occidentale. Era curioso di sapere cosa si pensava in Italia di lui.
G.M.: Dall’inizio della guerra hai rilasciato diverse interviste a giornali italiani ed esteri, qual è la tua opinione sugli eventi in corso in Libia?
Credo che la Libia fosse un paese sano, avviato a dei cambiamenti, anche attraverso il figlio di Gheddafi, Saif al-Islam. Però ogni cosa sarebbe arrivata nel momento opportuno, gradualmente. Come in ogni paese ci sono persone che sostengono chi sta al potere e persone che si oppongono. Ma non per questo si fa un massacro. Quando la gente scende in piazza a Roma per manifestare contro Berlusconi si prende atto della cosa e magari si procede verso qualche legislazione o, come più spesso accade, resta tutto come prima. Cosa succederebbe se all’improvviso arrivassero delle forze straniere e dotassero la folla esaltata di un arsenale da guerra?! Sono contro la violenza e per me i cambiamenti si raggiungono con la diplomazia e con il dialogo, non certo con lo spargimento di sangue innocente.
G.M.: Dunque secondo te gli attori esterni alla Libia hanno avuto un ruolo determinante nello scatenare la guerra?
C.E.: Poco dopo le prime manifestazioni pacifiche, Gheddafi aveva parlato di elezioni, le cose stavano prendendo una svolta. E quando i media mondiali hanno diffuso le voci dei ‘massacri’, egli ha chiesto di far venire in Libia una commissione d’inchiesta per verificare lo stato attuale delle cose. Ma nessuno è arrivato e la Francia è entrata immediatamente in scena inviando apache e caccia bombardieri sul cielo libico.
La Nato fra l’altro ha palesemente violato la Carta delle Nazioni Unite. Esattamente l’art.2 dove si dice che “nessuna disposizione del presente Statuto autorizza le Nazioni Unite ad intervenire in questioni che appartengono alla competenza interna di uno Stato” e l’art.39 dove si dice che “ il Consiglio di Sicurezza autorizza l’uso della forza militare solo dopo aver accertato l’esistenza di una minaccia internazionale della pace, di una violazione della pace o di un atto di aggressione da parte di uno Stato contro un altro”. Mi sembra chiaro che in Libia la guerra sia motivata solo da interessi economici, volti alla colonizzazione di un paese ricchissimo e in via di sviluppo.
G.M.: Tu hai visitato la Libia durante la guerra, qual era lo scopo del tuo viaggio?
C.E.: Sono tornata dalla Libia il 4 agosto 2011 dove sono andata con un piccolo gruppo di amici ai quali, come me, sta molto a cuore la situazione libica. Siamo andati perché nei telegiornali italiani vedevamo delle cose, mentre al telefono gli amici libici ce ne dicevano altre e volevamo verificare con i nostri occhi cosa stesse realmente accadendo. Abbiamo raccolto in un dossier indipendente moltissimi giga di materiale con foto, documenti, filmati e interviste con lo scopo di divulgarle e far conoscere l’altro lato della medaglia.
G.M.: Come era la vita a Tripoli durante i bombardamenti?
C.E.: Molte infrastrutture erano crollate sotto i bombardamenti. I libici continuavano a vivere normalmente, ma la desolazione nei loro occhi era evidente. Ogni notte, nonostante l’inizio del ramadan, si sentivano le bombe e ogni volta le finestre dell’Hotel Rixos, dove alloggiavamo, rimbombavano e risuonavano. Lo stomaco ci si gelava. Una mattina ci siamo svegliate ed era tutto coperto da un fitto fumo bianco. Non si riusciva a vedere nemmeno ad un metro e mezzo di distanza, era la mattina in cui la Nato aveva bombardato le istallazione delle televisioni.
G.M.: Hai avuto paura?
C.E.: Si, ho avuto paura. Soprattutto durante il viaggio in macchina, durato dieci ore, da Djerba a Tripoli perché dalla frontiera tunisina alla capitale libica i posti di blocco erano tantissimi e ad ognuno c’erano giovani con mitragliatrici a chiedere i documenti. All’ospedale di Tripoli il personale continuava ad essere disponibile ma i civili colpiti dalle bombe erano troppi. Al suq le poche persone che continuavano a portare avanti il proprio spazio commerciale inneggiavano unanimi un coro che diceva “ Allah – Muammar – Libia – e basta!” Le donne piangevano e urlavano che Gheddafi era nelle loro vene, che se moriva lui sarebbero morte anche loro, che volevano risolvere le cose fra di loro, senza l’ingerenza di paesi stranieri e senza la morte di altri figli innocenti. Ci chiedevano “perché l’Italia ci attacca? Perché la Francia ci attacca? Che vi abbiamo fatto?” e tornavano a piangere. La chiesa cattolica di Monsignor Martinelli, che abbiamo intervistato, era ancora intatta. Anche la casa di una imprenditrice italiana, Tiziana Gamannossi, che non ha mai lasciato il paese e che è molto legata al popolo libico era ancora intatta.
G.M.: Durante il tuo soggiorno hai alloggiato nell’albergo dove risiedevano i giornalisti stranieri, ritieni che da noi la stampa abbia offerto una copertura adeguata degli eventi?
C.E.: Mi sono molto informata, ma di sicuro non ho letto tutti i giornali che sono usciti, né ho visto tutti i telegiornali del mondo. Certo è che i 10000 manifestanti che avrebbe ucciso Gheddafi non li ho mai visti. E non parliamo di un ventina di persona o di trecento vittime ma di 1 0 0 0 0 ! Poi con il mio gruppo siamo stati a Tajura (14 Km a est di Tripoli) e Janzour (12 Km da Tripoli) dove abbiamo visto grandi manifestazioni pacifiche, che abbiamo documentato con foto e video. La gente manifestava contro i bombardamenti della Nato e a favore di Gheddafi. Di manifestazioni di questo tipo ce ne sono state parecchie, ma da noi le televisioni e i giornali non ne hanno mai parlato.
Non faccio la giornalista e non mi permetto di giudicare il lavoro altrui, però ho notato una certa tendenza alla disinformazione.
Molte delle cose che ho visto con i miei occhi non sono mai arrivate nelle case degli italiani. Ad esempio le vittime civili della guerra. Noi in un ospedale abbiamo visto molti giovani con le gambe spappolate dalle bombe della Nato, alcuni li abbiamo anche intervistati. Oppure le immagini dei libici dalla pelle scura brutalmente deturpati e massacrati in pubblico dai ribelli, con l’accusa di essere mercenari stranieri. Di queste cose i principali media italiani non hanno mai parlato.
G.M.: Come italiana, cittadina cioè di un paese che partecipava ai bombardamenti, hai riscontrato sentimenti di avversione da parte dei libici?
C.E.: Il popolo libico ci ha dimostrato tolleranza e pazienza. Più che altro ci chiedeva aiuto e si aspettava delle risposte sul perché la Nato li stesse bombardando… risposte che purtroppo non avevamo.
G.M.: Gheddafi ha ripetuto più volte che non intende lasciare la Libia e che combatterà fino alla morte contro quella che considera un’aggressione coloniale mirante a impossessarsi del petrolio libico. Ritieni che terrà fede a questa proposito?
C.E.: Credo che terrà fede a questa promessa, anche se mi auguro che sia ancora vivo con la sua famiglia e che non muoia più nessuno. Anche perché mi piacerebbe, in futuro, poter leggere un libro intitolato “In verità vi dico…” in cui Gheddafi scrive tutto quello che ha passato in questo periodo, tutto quello che sapeva e che non ha mai rivelato sui meschini meccanismi che muovono la guerra.

preso da:http://www.eurasia-rivista.org/libia-intervista-a-clio-evans/11399/

La Libia e la Fiera dell’Ipocrisia

31 gennaio 2012

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Un prigioniero: prima e dopo l’interrogatorio

La Tortura
Medici senza frontiere abbandona  il campo denunciando le torture cui vengono sottoposti i prigionieri.
Meraviglia una scoperta tanto tardiva!
Mesi fa vi fu un appello internazionale per salvare la vita dell’ex ministro  Abouzaid Dorda ridotto in stato di coma dalle percosse e da una “caduta” dalla finestra.
Altri meno noti, invece,  non sono più vivi.
Il Governo ha respinto le accuse di MSF e , per bocca del Ministro degli Esteri  Ashour Ben Kayyal , ha fatto sapere,  in sintesi, che come Governo rifiutano la tortura, i lealisti riceveranno il trattamento che meritano.  (**)

La Giustizia
Corte penale internazionale:  aspettiamo  assicurazioni che Saif al Islam avrà un processo equo in Libia.
Stupisce la fiducia in questa possibilità.
E’ sufficiente scorrere i blog, Twitter o FB per scoprire che, lungi dalla “riconciliazione” nazionale  proposta dal CNT, vi è una gran voglia di vendetta. Irritano sia le foto di Saif in”buoni rapporti” con i  carcerieri Zentan, sia la notizia della scarcerazioni di alcuni  pro-gheddafiani.

Ma  a rendere impossibile un giusto processo è la constatazione che il sistema giudiziario non ha ripreso a funzionare e in migliaia sono detenuti senza  essere formalmente imputati di un reato. L’arresto si basa su un generico “sostenitori di Gheddafi” e apre la porta alle vendetta personali. 

Il ritorno del Viagra
La tribù Zentan fa della prigionia di Saif il suo punto di forza nel mercato delle poltrone (Ministero della Difesa) e nel controllo del territorio ( autonominata responsabile della sicurezza all’aeroporto di Tripoli) tuttavia occasionalmente strizza l’occhio ai gheddafiani.
Nei giorni scorsi ha sequestrato un carico di Viagra e di droghe arrivate dall’India su richiesta del CNT e questa sarebbe una conferma dell’accusa che a suo tempo era stata lanciata da Gheddafi contro i ribelli.

quote rosa?

I Diritti delle donne
Si era parlato di “quote” rosa da inserire nella legge elettorale ma nella stesura finale non ve n’è traccia  – secondo i media  internazionali , come France Presse .
Il TripoliPost non riporta ancora la notizia, ma da una intervista al capo della Commissione elettorale Ameen Belhadj risulta che le quote rosa sono –obiettivamente-  l’ultimo dei problemi.

“Argomento delicato per varie ragioni. Primo:non abbiamo dati reali sul censimento della Libia. Secondo: non ci sono stati consigli comunali precedenti la rivoluzione de 17 febbraio. Terzo:  siamo ancora nel periodo di transizione e francamente abbiamo dei conflitti in alcune aree . Tutte queste cose non sono  facili da gestire. Così quali potrebbero  essere i parametri da utilizzare  per definirei collegi elettorali del Paese?”
Non essendo convinta della bontà delle “quote” in nessun paese e per nessuna categoria, sono più negativamente colpita dalla esclusione dalle candidature dei sostenitori del precedente governo. Norma illiberale, è altresì il segno di un duplice timore: irritare le milizie e rischiare che dalle urne esca un ampio sostegno popolare a Gheddafi e alla Jamairija.

sarà ancora vivo?

Bani Walid e i “verdi”
I combattimenti dei giorni scorsi hanno fatto sperare a molti “la liberazione della Libia”, ma ad un esame attento la storia si presenta meno entusiasmante.

Quello che è accaduto lo spiega bene il Guardian
Bani Walid, base della potente tribù Warfallah è stata una delle ultime ad arrendersi ai ribelli. Nei nove mesi della guerra, gli anti-Gheddafi cercarono di entrare, ma non arrivarono molto oltre la periferia. Si è saputo in seguito che Saif al Islam ne aveva fatto il suo quartier generale. Poco prima della fine del conflitto, quando era ormai inevitabile la sconfitta del regime, il Consiglio degli anziani negoziò un accordo grazie al quale i ribelli furono in grado di entrare in città senza combattere. Da quel momento i rapporti in città non furono facili e occasionalmente vi sono stati degli scontri.
Secondo un testimone che non vuole essere identificato le violenze di lunedì (23 gennaio) scoppiarono quando dei membri della milizia 28maggio fedele al CNT arrestarono alcuni lealisti; altri pro-Gheddafi attaccarono la guarnigione facendo varie vittime.

Nei giorni precedenti la cattura di Gheddafi, infatti, una serie di notizie dava la città caduta in mano ai lealisti prima che ciò effettivamente accadesse; rende credibile fossero in corso trattative fra il consiglio tribale e il CNT.  Psyops: guerra psicologica su Bani Walid . Quello che ancora non si sa è se la tribù abbia trattato per lasciare la scappatoia a Saif e se era al corrente che Muhammar Gheddafi stava per essere dato in mano alle  bande belluine. 

Reuters ,invece, informa sulle rimostranze dei sostenitori al CNT
“Quando arriva gente da Tripoli, ti entra in casa, molesta le donne, cosa dobbiamo fare? “Dice Fati Hassan, 28anni, di Bani Walid che descrive gli uomini della 28maggio come un mix di gente locali e forestieri, ribelli antiGheddafi che si sono trasformati in oppressori appena ottenuto il controllo della città. “Arrestarono gente fin dal giorno dopo della liberazione e di molti non sappiano ancora nulla.
“Io sono un rivoluzionario e ho amici nella 28maggio” e aggiunge di averli invitati a calmarsi “La Guerra è finite adesso”

In effetti ciò che Bani Walid ha voluto ottenere con gli scontri che hanno messo in minoranza i pro CNT è stata l’ indipendenza dal governo centrale. Ed è al momento missione compiuta avendo ottenuto il riconoscimento del governo locale.

Il Verde non è scomparso dalla Libia, elementi armati pro-gheddafi ci sono e non potrebbe essere diversamente, visti i molti mesi di bombardamento che furono necessari per  fiaccare i lealisti. Non si tratta, da quanto si comprende finora, di una “resistenza” organizzata a livello nazionale o tale da conquistare una regione. L’opposizione armata si realizza con azioni di disturbo che concorrono all’instabilità complessiva. 

rimpianti…

Un sedicente governo
Né il Governo né il CNT hanno un ufficio stampa e l’elenco dei componenti del CNT resta tuttora segreto.
E’ naturale che fra i libici aumenti la diffidenza perché le uniche informazioni ufficiali sono gli annunci in risposta alle manifestazioni di piazza, a Bengasi particolarmente violente.
Mancanza di trasparenza e inettitudine sono le accuse sulle quali l’intera Libia concorda  e molti considerano un errore aver lasciato uscire dai ranghi l’ex primo ministro Mahmoud Jibril e il precedente ministro delle Finanze e del Petrolio Ali Tarhuni,  Questi, a onor del vero, soffiano sul fuoco con interviste fortemente critiche verso Mustafa Abdul Jalil, il quale ha dunque tutte le ragioni di temere giorni politicamente contati. Meglio piazzato il Primo ministro AlQeeb, grazie al suo passato americano e alla sua palese inconsistenza politica con la quale si sottrae alle accuse della piazza.

US in arrivo?

Un esercito sulla carta
L’esercito libico  è scarso e debole. Esiste più sulla carta che nella realtà e pochi si fidano essendo composto di militari già in servizio sotto il regime.
Le milizie al contrario assumono potere sconfiggendosi l’un l’altra fino a lasciare in campo due attori principali. Gli Zentan, di cui si è già detto, e la brigata di Misurata che ha ottenuto il ministero degli Interni oltre al comandante in capo dell’esercito. Nella spartizione del territorio quest’ultima domina dall’est di Tripoli fino a Sirte. Al “gate”  sventolano le bandiere di tutto il mondo dando l’impressione di entrare in un nuovo stato.

“C’è ancora simpatia per l’idea di una Libia unita, specie fra i rivoluzionari delle relativamente sofisticate città della costa” rileva il sito web americano dedicato alla politica estera  Foreign Policy . In pratica afferma la voglia di unità, ma automaticamente suggerisce la possibilità che nel futuro le cose potrebbero cambiare.
Intanto nei media non proprio del “main” stream corre la notizia di un invio di truppe americane: 12000 unità già pronte a Malta.
E’ il rilancio di un articolo dell’attivista americana  Cynthia MKenny , ma tace del comunicato  successivo con il quale la McKenny informa della smentita ufficiale ricevuta sia dalle autorità di Malta sia da quelle americane .
Vero è, invece, che gli Usa hanno promesso aiuto al CNT per ricostituire e addestrare l’esercito. Ovviamente ciò comporterà l’invio di militari … alla spicciolata.

sono loro il nostro problema?

Guardiani d’Europa
Fu scandalo quando Gheddafi chiese milioni di euro per fermare gli imbarchi dei clandestini o riprenderli indietro.
Fu scandalo quando durante la guerra minacciò di mandarne migliaia ad invadere l’Europa.

Ora il nuovo Governo ha ufficializzato la politica che intende seguire e ci fa sapere  per bocca del ministro degli interni Fawzi Abdelali “Non siamo le guardie di confine dell’Europa”.  Governi europei serviti, ma rimasti silenziosi.
Personalmente, sarei pronta a congratularmi con questo ministro, qualora decidesse di prendersi cura dei migranti nel periodo di attesa dell’imbarco e se  ordinasse dei severi controlli sulla sicurezza delle barche.

 

(***) vari casi di torture e uccisioni nelle prigioni documentate in Viva Libya

La Libia dei RATTI: spari, mine, schiave, miseria

LIBIA “NOSTRA”: spari, mine, schiave, miseria

10 gennaio 2012

Anche coloro che furono favorevoli alla No Fly Zone dovrebbero cominciare a ricredersi ora che i media dipingono, sottovoce, la Libia che “noi” abbiamo sostituito a quella del “dittatore” Gheddafi.  In realtà LA Libia non esiste più. E’ una zona franca che potrebbe finire a brandelli anche formalmente. Quattro o cinque grandi partizioni a dominanza tribale secondo  questa  che è l’ultima mappa di cui sono a conoscenza

ARMI & BANDE

Ultimatum e lusinghe del Governo non vanno a segno. Le bande non disarmano per non perdere il vantaggio di combattersi e prendere il sopravvento per ottenere più lauti dividendi concreti e politici.  Recentemente   Mustafa Abdel Jalil ha ammesso l’evidenza, che era prevedibile fin da marzo

TRIPOLI (Reuters) – La Libia rischia di scivolare in una vera e propria guerra civile se non riporta sotto controllo le milizie rivali che hanno riempito il vuoto lasciato dalla caduta di Muammar Gheddafi.
Lo ha detto Mustafa Abdel Jalil, presidente del Consiglio nazionale di transizione, dopo l’esplosione di violenza ieri nella Capitale, che ha provocato la morte di 4 combattenti di milizie in uno scontro nel centro città.
“Ora ci troviamo tra due opzioni amare”, ha detto ieri sera Jalil a una folla a Bengasi. “Affrontiamo con severità queste violazioni (gli scontri tra le milizie) e mettiamo i libici di fronte a uno scontro militare che non accettiamo, oppure ci dividiamo, e allora sarà guerra civile”.
“Se non c’è sicurezza, non ci sarà legge, né sviluppo né elezioni“, ha detto Jalil.
Il Cnt ha iniziato a muoversi per creare una forza di polizia e un esercito che funzionino pienamente e sostituiscano le milizie, ma Jalil ha ammesso che i progressi sono ancora troppo lenti
.

Inquietante il “niente elezioni”. Realistica ammissione di sconfitta del governo o un modo per preparare un’occupazione straniera, che sarebbe  chiamata peace keeping, e attuare o scongiurare (questo lo sanno solo Sarkozy, Cameron e Obama) la frantumazione del paese? 
Intanto, poichè la  recente nomina  a capo di stato maggiore del generale in pensione Youssef al-Mankouch non piace: chi la rifiuta, chi pone condizioni, chi si prepara ad attaccare Tripoli per far fuori la brigata predominante, Jalil fa leva sull’avidità. Propone – a gente che non ha avuto la paga promessa – un bonus di 500 $ a persona per chi consegna le armi. 

BAMBINI & BOMBE

A novembre scrivevo L’emergenza sono gli ordigni inesplosi. A Sirte e a Bani Walid soprattutto, i civili continuano a morire. Croce Rossa e Mezzaluna Rossa cercano di informare, ma come si fa ad informare i bambini? Una piccola di otto anni è rimasta uccisa in Sirte.”   L’aggiornamento è questo

Louise Skilling, direttrice di una comunità locale, ha detto: “c’è un’enorme  contaminazione nelle case e zone residenziali. “Gli incidenti  principalmente  coinvolgono i bambini – ragazzi adolescenti in particolare – che non capiscono il pericolo “Stiamo cercando di cambiare il comportamento tra ragazzi giovani e il modo migliore per farlo è attraverso loro madri. “Stiamo lavorando attraverso le scuole, gruppi di donne e
a domicilio nelle aeree contaminate”. Ha aggiunto: “il numero di incidenti è aumentato dalla fine della guerra  perché le persone  sfollate stanno tornando alle loro case  cercando di riavere indietro  la loro vita normale.

DONNE: le MANIFESTANTI & le SCOMPARSE

Franklin Lamb, attivista dei diritti umani da sempre impegnato per la pace in M.O.,  con  il suo report del 4 gennaio da Tripoli ci offre  degli  spiragli significativi, a volte anche ironici. In estate, dice, incappando in una banda armata bastava dire “Allah, Muhammar, Libia al bas (è tutto ciò di cui abbiamo bisogno)” e si era ben accolti, ora bisogna memorizzare i nomi delle bande e la dislocazione per non pronunciare un saluto che faccia finire nei guai.

Riferisce di dimostrazioni guidate da donne. Una di queste manifestazioni era apertamente pro-gheddafiana.  Parlando con una delle attiviste,  avvocatessa,  della stupefacente scarsità di donne in giro per Tripoli  è emersa una tragica possibilità.
Ogni residenza  lussuosa della città e dei dintorni è stata razziata e sequestrata dai ribelli. Il bottino  si trova in vendita nel suk, nelle case  si sono installati i ribelli chiamando a sè la famiglia. Perché tornare al paese se si può vivere nel lusso? Si teme che molte donne, personale di servizio dei funzionari del regime , vivano sequestrate come schiave. Aggiunge l’avvocatessa “temiamo anche che rapiscano le donne per strada e le portino nei loro quartieri.”  
La donna libica “liberata”  .. deve stare tappata in casa!

Ma tutto questo non viene fuori nei media, spiega Lamb:

Quel che è notevole nella “nuova libera Libia,  nuovi liberi media” è che il 100% dei media è pro “nuovo governo”. Mi si dice che solo in parte ciò si deve alla paura di sforare il supporto al CNT.  Un’altra ragione, secondo un ambasciatore occidentale che ha ripreso il suo posto,  è che i nuovi media sono nati dalla milizia e hanno un problema psicologico nel criticare  uno qualsiasi degli evidenti problemi che sembrano espandersi di giorno in giorno. Ahmad concorda. “Erano così coinvolti con la NATO e i suoi ribelli che non vogliono ammettere di esseri sbagliati in molti modi, così ignorano ciò che sta realmente accadendo davanti ai loro occhi”.

Non è lo stesso anche per i media e l’opinione pubblica italiana?
Continua Lamb 

Altri conflitti  vengono dai  problemi  derivanti dall’aumento dei prezzi , su tutto tranne che l’energia elettrica che nessuno ha pagato in tutto il paese, secondo le mie fonti, fin dal febbraio scorso. Ma i tagli di elettricità sono simili a quelli che avvenivano durante i bombardamenti della NATO.
La mancanza di soldi è un problema anche perché i cittadini non sono autorizzati a  prelevare più di 750 dinari ogni mese. La liquidità è scarsa, considerando che 7 miliardi sono stati prelevati dalle banche libiche da ex funzionari libici e uomini d’affari all’inizio della primavera scorsa e più di 8 miliardi ritirati dai cittadini in preda al panico la scorsa estate prima che il limite di 500 dinari al mese fosse imposto dal governo Gheddafi.

In un settore almeno ci sono dei lavoratori che dimostrano una consapevolezza che non restringe le richieste alla pura sopravivenza. Da Globalist Syndication 

Domenica scorsa, circa 300 dei 1800 lavoratori  [del porto ] si sono riuniti presso il cancello principale per inscenare una manifestazione: “Non stiamo chiedendo più soldi”, ha dichiarato Adel al-Tomi, 43 anni, un impiegato amministrativo che lavora al porto da 15 anni. “Vogliamo che l’azienda [statale] si prenda cura del porto. Vogliamo i nostri diritti di lavoratori, vogliamo un posto dove ripararci dal freddo e dal caldo “.

VITA da BUSINESS MAN

 A fine novembre scrivevo che agli uomini d’affari stranieri  era consigliato girare accompagnati da un libico, stante la situazione turbolenta e pericolosa.
Morte misteriosa, titola il Figaro, di un ex colonnello francese, nonchè ex-legionario.  Hugues de Samie era a Tripoli per  dare consiglio e protezione alle imprese francesi che operano in Libia. Secondo le autorità locali, il contractor sarebbe stato ucciso da un teppista drogato.
Quando il “consulente d’affari” austriaco autore del  WD in Tripolis  scriveva il post di cui traduco un brano, non sapeva ancora della brutta fine del suo collega francese. Iniziava l’articolo lamentando la mancanza di energia elettrica, i collegamenti Internet  lenti e spesso del tutto assenti, i cellulari senza copertura, poi:

  […]  non il giorno migliore per la Libia oggi: durante un meeting all’hotel Radisson, uno scontro a fuoco ha eruttato, abbiamo scherzato bevendo il caffè su tutti gli “spari celebrativi” in questi giorni. Tornavo al mio ufficio, mi sono imbattuto in dimostranti davanti all’ambasciata di Tunisia che chiedevano l’estradizione dell’ex primo ministro Baghdadi in Libia (attualmente è detenuto  a Tunisi). Non vorrei commentare questioni politiche e militari, ma oggi mi hanno incasinato davvero : incontri che avrei avuto nel pomeriggio sono stati cancellati. Guidavo verso casa e la pioggia scendeva a scrosci, la strada allagata come il solito, ma la cosa buona quando piove è che non si sentono colpi di fucile.

… quando piove,
non si sentono colpi di fucile.
Questo il bello della nuova Tripoli.

Preso da: https://mcc43.wordpress.com/2012/01/10/libia-nostra-spari-mine-schiave-miseria/