Occidente e NATO hanno distrutto Gheddafi e tutta la Libia

 

 Gruppo armato in Libia (foto d'archivio)

10/12/2015

La Libia è stato il primo Paese ad aver vissuto la “primavera araba”. Più velocemente di qualunque altro Stato che ha subito lo stesso fenomeno è piombata nel caos. Che cosa ha ottenuto la Libia, un tempo tra i Paesi più ricchi dell’Africa, dopo l’uccisione di Muammar Gheddafi da parte dei ribelli con il supporto dell’Aviazione della NATO?
L’impunità di molti gruppi armati, ciascuno dei quali si definisce formato da “veri rivoluzionari”. Apparsi dopo l’uccisione di Muammar Gheddafi, non solo combattono tra di loro per territori e il controllo delle infrastrutture, ma allo stesso tempo uccidono su commissione ed effettuano sequestri di persona. L’esempio è il rapimento nel 2013 del primo ministro Ali Zeidan.
Se il primo ministro può essere rapito, cosa può attendere la gente comune della Libia?

Secondo un rapporto dell’organizzazione per i diritti umani in Libia, nella piccola città di Sabha, con una popolazione di 200mila persone, nel corso di quest’anno sono stati commessi 138 sequestri, una media di 1 ogni 2 giorni. Questo centro è in testa nella classifica delle città col più alto tasso di criminalità del mondo. Nella grande città di Misurata sono stati registrati 850 rapimenti, in 20 casi si trattava di bambini.
Secondo le organizzazioni per i diritti umani, il numero totale delle persone rapite o scomparse durante la guerra civile raggiunge 11mila persone.
L’ex portavoce dell’Unione delle tribù libiche Bassem as-Sol ha raccontato a Sputnik delle donne detenute nelle carceri illegali:
“A Bengasi, Misurata e Sirte, in palazzi trasformati in prigioni, i gruppi armati segregano le donne accusate di “sostenere il regime di Gheddafi.” Vengono torturate solo perché avevano lavorato nelle istituzioni pubbliche. Solo nella città di Misurata le donne che si trovano in questo stato sono quasi 4.300.”
Bassem as-Sol ha inoltre raccontato che i militanti rapiscono i bambini a scopo di estorsione.
I rapitori chiedono da 100mila a 200mila dollari, a seconda dello stato e della situazione finanziaria della famiglia. A volte l’importo del riscatto può raggiungere 1 milione di dollari.
Nei territori controllati dal Daesh (ISIS) spesso i bambini diventano strumenti per compiere attacchi terroristici. Secondo Bassem as-Sola, migliaia di bambini subiscono il “lavaggio del cervello” dopo essere sequestrati dai terroristi nelle zone della Libia sotto il controllo del Daesh.
“I bambini sono rapiti e convertiti in combattenti fanatici che uccidono, stuprano e compiono attacchi terroristici. Gli cambiano radicalmente il modo di pensare.”
Quanto guadagna un mercenario del Daesh?
Secondo il ministero degli Interni della Libia, oggi circa 16mila uomini fanno parte dei vari gruppi armati illegali. Tutte queste persone hanno ottenuto le armi dagli aerei della NATO, che le gettavano per sostenere i “rivoluzionari” nella guerra contro il legittimo governo di Gheddafi nel 2011.
Secondo i media, basandosi sulle pagine del Daesh nei social network, l’emiro del gruppo può ricevere fino a 6mila dollari. Se l’emiro ha donne e figli, ogni moglie viene compensata con un pagamento extra di 500 dollari, mentre per ogni bambino il bonus è di 200 dollari. Il combattente di rango più basso guadagna al mese 265 dollari.
Allo stesso tempo prima della “primavera araba” nel 2011 il salario medio in Libia ammontava a 1.000 dollari.

Ora il Paese, uno dei più ricchi di petrolio in Africa e in Medio Oriente, sta subendo la crisi petrolifera. Nel 2010, secondo la compagnia petrolifera nazionale “National Oil Corporation” (NOC), si estraevano ogni giorno 1 milione e mezzo di barili. Nel 2015, nello stesso periodo solo 500mila. La quantità di petrolio che viene prodotta nei territori controllati dal Daesh e dagli altri gruppi armati non è inclusa nelle statistiche.

Preso da: https://it.sputniknews.com/politica/201512101704506-Daesh-Caos-Terrorismo-Violenza/

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LA LIBIA ED I PREDONI IMPERIALISTI (di Campo Antimperialista)

Confermato quel che sapevamo: Forze speciali italiane sono presenti da tempo sul terreno
Si parla di Sirte, ma si lotta per il petrolio


[Nella foto un mercenario della CIA in Libia]

[ 12 agosto 2016 ]

Siamo all’undicesimo giorno della campagna aerea americana su Sirte. Alcuni osservatori ritengono che l’assalto finale alla città sia imminente. Ad oggi, però, la resistenza dei combattenti dell’Isis, che da lungo tempo fronteggiano i miliziani di Misurata, braccio armato del governo Serraj, non è stata ancora piegata.
Ieri le forze di Misurata hanno conquistato il centro Ouagadougou, dove precedentemente si trovava una sorta di quartier generale delle truppe dello Stato islamico a Sirte. A simboleggiare la contraddittorietà della situazione libica, questo dettaglio sulla battaglia di ieri riferito oggi da la Repubblica: «“È l’ora della vittoria…Allah u Akbar”, hanno esultato le milizie su Twitter». Le milizie sono ovviamente quelle di Misurata, oggi appoggiate in pieno dai bombardamenti americani e sostenute da diversi paesi tra i quali l’Italia. Come non notare che anche la parte sconfitta avrebbe, nel caso, esultato allo stesso modo?

Ma veniamo al ruolo dell’Italia. Il 2 agosto scorso il governo italiano, mentre offriva agli USA la disponibilità delle basi (“qualora richieste”, questa l’ipocrita formula adoperata), smentiva recisamente la presenza di forze speciali italiane in Libia. Forze in realtà presenti da tempo al pari di quelle americane, inglesi e francesi.

Ieri è invece arrivata la conferma. Così ha scritto il governativo la Repubblica:
«Che forze speciali italiane fossero presenti in Libia era una notizia mai confermata dal governo, ma vera. Gli uomini dell’Esercito sono stati schierati prima a Tripoli per creare un nucleo di sicurezza per gli agenti dell’Aise, i servizi segreti, durante le missioni più delicate. Poi le forze speciali sarebbero passate da Benina, la base aerea del generale Haftar nell’Est del paese. E infine sono arrivati a Misurata. Dove sembra perfino che i militari britannici avessero chiesto ai libici di poter rimanere soli a lavorare con le brigate di Misurata, assieme agli americani che da giorni guidano gli attacchi aerei della Us Air Force e pilotano da terra i piccoli droni tattici che a Sirte servono a scoprire i nascondigli dell’Is. Una fonte della Difesa a Roma conferma che in Libia sono in azione nostre forze speciali, ma non vuole commentare nessuna delle operazioni in cui sono impegnate».

In realtà il governo non ha ufficialmente confermato, ma le affermazioni del presidente della Commissione Esteri del Senato, Pierferdinando Casini – «combattono il Daesh anche in nome e per conto nostro, così come gli americani impegnati su Sirte» – bastano e avanzano. Naturalmente i numeri sono piccoli, si parla di una trentina di uomini dei reparti speciali (Col Moschin e Gis), che secondo il Sole 24 Ore «agirebbero con le garanzie funzionali degli agenti segreti e sotto la guida diretta di Palazzo Chigi in base a un Dpcm in attuazione di un articolo del decreto missioni».

Siamo dunque di fronte ad una guerra che Renzi vorrebbe segreta. Che evidentemente non può esserlo, ma che deve rimanere tale almeno per il parlamento. Quello stesso parlamento che la ministra Boschi tiene in così alta considerazione, da affermare senza timore del ridicolo che una vittoria del no al referendum corrisponderebbe ad un suo inaccettabile oltraggio…

Ma lasciamo perdere, e concludiamo sul punto davvero decisivo. La guerra alla quale Renzi ha deciso di partecipare, cos’ha davvero in palio? Solo i gonzi possono pensare che si tratti soltanto dello scalpo del mini-califfato libico. Su questo punto già sappiamo come andrà. Sirte finirà nelle mani delle forze che la stanno attaccando, mentre i miliziani dello Stato islamico cercheranno di limitare i danni per riorganizzarsi in qualche altra parte del territorio libico.

La vera posta in gioco è in tutta evidenza un’altra. E’ il controllo della Libia e delle sue ricchezze, petrolio in primis. Non più tardi di ieri, i governi di Italia, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Spagna e Germania hanno chiesto il passaggio di tutte le risorse petrolifere sotto il controllo del governo Serraj. In realtà, alcune di queste potenze (la Francia in special modo) stanno conducendo un gioco alquanto ambiguo. L’appoggio di Parigi al governo di Al Bayda (Cirenaica), che non riconosce quello di Tripoli, è infatti cosa nota.

E le parole del portavoce del governo della Cirenaica non lasciano spazio a troppe interpretazioni: «Il petrolio libico si può comprare o vendere solo tramite la compagnia nazionale Noc con sede a Bengasi». E ancora: «Non è consentito ad alcuna petroliera di entrare e caricare greggio nei terminal di Ras Lanuf e Sidra in quanto sono in mano a forze fuori legge». Ma chi sono questi anonimi “fuorilegge”? Sono le milizie di Ibrahim Jidran, il capo della cosiddetta “Guardia delle strutture petrolifere libiche“, con il quale il governo Serraj (quello insediato dalle potenze occidentali) si è recentemente accordato.

Il ginepraio di interessi tra i vari predoni imperialisti è dunque ben lungi dall’essere sciolto. Tutti contro l’Isis, certo. Tutti contro il popolo libico, da sfruttare (insieme alle sue risorse), da manipolare attraverso le tante milizie tribali. Ma al tempo stesso divisi dai tanti appetiti in gioco.

Di sicuro a loro interessa il petrolio. Il resto è secondario e potrà essere aggiustato con la più classica delle spartizioni. L’ex amministratore delegato dell’ENI, e oggi vicepresidente della Banca Rothschild ha fornito tempo fa al Corriere la sua ricetta. «Occorre finirla con la finzione della Libia», ha detto. Bisogna «favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che faccia appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi». Bisognerebbe poi spingere la Cirenaica ed il Fezzan a fare altrettanto. Nel frattempo – ed è quello che interessa all’ex uomo ENI – «ognuno gestirebbe le sue risorse energetiche».

Scaroni ha gli occhi puntati sulla Tripolitania, dove l’ENI ha i suoi impianti, ma la sua è una chiara adesione all’idea di tripartizione del paese, con la Tripolitania sotto la tutela italiana, la Cirenaica in mano agli inglesi ed il Fezzan ai francesi.

Che poi questo disegno di spartizione imperialista funzioni è tutto da vedere. Noi ci auguriamo proprio di no. Ma è importante tenere sempre a mente che il progetto – pur con le sue inevitabili contraddizioni – è esattamente questo.

No allo smembramento della Libia!
No all’aggressione USA-NATO!
No alla partecipazione italiana!

Condizioni per il ritorno della popolazione di Tawerga nella loro città

Chi segue le vicende Libiche, in questi giorni avrà notato alcuni articoli della stampa di regime, sul “ritorno” dei cittadini di Tawerga alle loro case. Ebbene questo è ancora una volta FALSO, o meglio, è possibile, ma a certe condizioni che sono una presa in giro e non un accordo.

Credo sia bene ricordare che il popolo di Tawerga è stato cacciato, deportato dalla loro città sin dal 2011 quando i NATO/RATTI invasero la città di Tawerga durante l’ invasione della LIbia, ( quella che ci hanno presentato come la liberazione dal tiranno Gheddafi).

Migliaia di persone sono state uccise, le donne violentate, uomini malamente mutilati, solo perchè neri. è anche utile ricordare che questi crimini sono stati commessi dalle bande di mercenari pagati dall’ occidente e non dal popolo di Misurata. Un anno fa i cittadini di Misurata manifestarono per il ritorno dei Tawerga alle loro case.

con l’ inizio di maggio 2018, i Tawerga avrebbero dovuto ritornare alle loro case, che intanto sono state distrutte, saccheggiate, le poche agibili sono occupate dai terroristi di Misurata.

Nei pressi di Bani Walid sono stati aperti dei campi profughi, almeno 2 persone sono morte li.

La colpa dei Tawerga è la “colpa” di tutto il popolo Libico, cioè di essere fedeli alla loro patria e quindi fedeli al Leader, Muammar Gheddafi.

Finalmente adesso si parla di accordo firmato tra le milizie di Misurata ed una fantomatica “municipalità di Tawerga” La tribù di Tawerga non riconosce questo documento. Ma cosa dice questo “accordo”?

Condizioni per il ritorno della popolazione di Tawerga nella loro città:

1. Le forze “di sicurezza” di Misurata controllano l’ingresso di rifugiati a Tawerga.

2. Le forze di sicurezza di Misurata parlano a nome della città di Tawarga

3. I rifugiati sono autorizzati a vivere in luoghi identificati da Misurata, il resto, di quelle aree che non sono identificati per l’insediamento, i cittadini sono impegnati nella ricerca di alloggi per se stessi o vivono in un campo profughi.

4. Le forze di sicurezza di Misurata possono chiudere l’ingresso nella città dei Tawerga o decidere di deportarli in un luogo controllato dal Consiglio di Misurata.

5. E ‘vietato per qualsiasi persona di Tawerga entrare in città in modo indipendente, eccetto per coloro che hanno il permesso delle forze di sicurezza di Misurata.

6. I residenti di Tawerga non sono autorizzati a partecipare a nessuna trattativa o a stipulare accordi, ad eccezione di quelli conclusi con il permesso di Misurata.

7 È vietato a qualsiasi persona in Tawerga di tenere dimostrazioni o rilasciare dichiarazioni, ad eccezione di quelle consentite da Misurata.

8. Eventuali visite e visite ai residenti di Tawerga sono fatte solo dopo l’approvazione da parte delle forze di sicurezza di Misurata.

9. L’istituzione della polizia di Tawerga o dell’ufficio di sicurezza non è consentita.

Soltanto un sito Russo di cui riporto il link ci consente di sapere di questo vergognoso falso accordo.


http://za-kaddafi.org/node/45109

Libia: come distruggere una nazione

di Patrick Howlett-Martin
Più di 30.000 libici sono morti durante sette mesi di bombardamenti messi in atto da una forza essenzialmente tripartitica – Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti – che ha chiaramente favorito i ribelli. ‘La missione di maggior successo nella storia della NATO‘, secondo le parole imprudenti del Segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, un danese, a Tripoli nell’ottobre 2011.
Libia: come distruggere una nazioneIl desiderio del presidente francese Nicolas Sarkozy di sostenere un intervento militare con lo scopo presunto di proteggere la popolazione civile è in contrasto con l’ospitalità offerta al presidente della Libia, Muammar Gheddafi, quando visitò Parigi nel dicembre 2007 e firmò importanti accordi militari del valore di circa 4.5 miliardi € con accordi di cooperazione per lo sviluppo dell’energia nucleare per usi pacifici, I contratti che la Libia non sembrava più disposta a rispettare si concentravano su 14 jet multiruolo Dassault Rafale da combattimento e il loro armamento (lo stesso modello che la Francia ha venduto o sta cercando di vendere al generale Egiziano Abdel Fattah al-Sisi l’auto-proclamato maresciallo), 35 elicotteri Eurocopter, sei motovedette, un centinaio di veicoli blindati, e la revisione di 17 caccia Mirage F1 venduti da Dassault Aviation negli anni 1970.

 Le principali compagnie petrolifere (Occidental Petroleum, Oil Stato, Petro-Canada …) che operano in Libia hanno aiutato la Libia a pagare 1,5 miliardi di dollari di risarcimento che il regime libico aveva accettato di pagare alle famiglie delle vittime del volo Pan Am 103. A quel tempo, la compensazione era stata destinata ad essere una delle condizioni per la Libia per essere riaccettati nella comunità delle relazioni internazionali.

I principali fondi libici di investimento (LAFICO-Libyan Arab Foreign Investment Company; LIA-Libyan Investment Authority) erano azionisti di molte aziende italiane e britanniche (Fiat, UniCredit, Juventus, il Gruppo Pearson, proprietario del Financial Times e la London School of Economics, dove Gheddafi è stato insignito del titolo di ‘Brother Leader‘ nel corso di una videoconferenza nel dicembre 2010 ed a suo figlio Saif è stato assegnato un dottorato di ricerca nel 2008). La banca di investimenti di New York Goldman Sachs è stata denunciata nel 2014 da un fondo libico (Libyan Investment Authority), che aveva perso più di 1,2 miliardi di dollari tra gennaio e aprile 2008 dopo che l’azienda americana aveva preso una commissione di 350 milioni di dollari per investire i loro soldi in derivati altamente speculativi.
Muammar Gheddafi era stato ricevuto con tutti gli onori da parte delle grandi potenze alcuni mesi prima: oltre al ricevimento in grande stile a Parigi, dove è stato ospite per cinque giorni, nel 2007, fu ricevuto in Spagna nel dicembre 2007, a Mosca nel ottobre 2008, e a Roma nell’agosto 2010, due anni dopo aver accettato il dono dell’Italia di 5 miliardi di dollari come risarcimento per l’occupazione italiana della Libia 1913-1943. E degni dii nota sono anche i cinque viaggi a Tripoli in tre anni da ex primo ministro britannico Tony Blair, un consulente senior legato alla banca d’investimento JP Morgan Chase. L’ex presidente francese Nicolas Sarkozy è stato ricevuto a Tripoli nel luglio 2007, dove ha annunciato l’inizio di una collaborazione per l’installazione di una centrale nucleare in Libia. L’Unione europea era pronta a facilitare l’accesso al mercato Europeo per le esportazioni agricole della Libia. La Libia fu invitata dai capi della NATO di difesa per l’Assemblea dei comandanti marittimi »(MARCOMET) a Tolone il 25-28 maggio 2008.
Una politica che ricorda quella verso il leader iracheno, Saddam Hussein. Il leader iracheno è stato invitato a Parigi nel giugno 1972 e settembre 1975; un accordo è stato firmato nel giugno 1977 per la vendita a Baghdad di 32 aerei da combattimento Mirage F1. Una coincidenza che non ha giovato a nessuno dei due governi nel lungo periodo.
I leader militari arabi (veterani dell’Afghanistan e membri del Gruppo combattente islamico libico, con legami con Al-Qaeda) hanno contribuito rovesciare Gheddafi. Uno dei principali capi militari della ribellione, Abdelhakim Belhadj (pseudonimo Abu Abdullah al-Sadik), poi capo della sicurezza di Tripoli e oggi il principale leader del partito conservatore islamista al-Watan era stato arrestato a Bangkok nel 2004, torturato da agenti della CIA, e consegnato alla prigione di Abu Salim di Gheddafi. Ora è il principale leader dell’ISIS in Libia. Jaballah Matar è stato rapito dalla sua casa al Cairo dalla CIA nel 1990 e poi consegnato a funzionari libici. Alcuni documenti sequestrati dopo la morte di Gheddafi rivelano una stretta collaborazione tra i servizi segreti libici, americani (CIA), e Britannici (MI6).
Sotto Gheddafi, il terrorismo islamico era praticamente inesistente. Prima dei bombardamenti degli Stati Uniti nel 2011, la Libia aveva il più alto indice di sviluppo umano, la mortalità infantile più bassa e l’aspettativa di vita più alta di tutta l’Africa. Oggi la Libia è uno stato distrutto.
Nel gennaio 2012, tre mesi dopo la fine delle ostilità, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Navi Pillay, ha riferito l’uso diffuso di torture, esecuzioni sommarie e stupri nelle carceri libiche. Allo stesso tempo, l’organizzazione Medici Senza Frontiere ha deciso di ritirarsi dalle carceri di Misurata a causa della torture in corso ai detenuti.
L’intervento della NATO in Libia, che coinvolge la maggior parte dei paesi membri sotto un pretesto umanitario, fissa uno spiacevole precedente per gli sforzi per risolvere la crisi siriana: l’attacco da parte di aerei da guerra francesi e britannici sulla tribù Warfallah, che sono rimaste fedeli a Muammar Gheddafi, e sul convoglio che trasportava il leader libico e uno dei suoi figli, che conduce direttamente alla morte di Gheddafi in circostanze deplorevoli. Le immagini  video di Ali Algadi, e della giornalista Tracey Sheldon forniscono un resoconto grafico del leader libico trascinato da un tubo di scarico il 20 ottobre 2011 e ucciso poco dopo. Queste circostanze smentiscono la natura pseudo-umanitaria dell’intervento militare e infangano l’immagine della “Primavera Libica”.
La morte dell’ambasciatore americano in Libia, Christopher Stevens e di uno dei suoi collaboratori in un incendio appiccato al consolato degli Stati Uniti a Bengasi nel mese di settembre 2012 rivela l’ampiezza delle attività della CIA, nelle quali il Consolato fungeva da facciata. Il reclutamento della CIAnella sua base di Bengasi dei combattenti dalla città di Derna per il conflitto in Siria, feudo degli islamisti (Brigata Al-Battar), contro il presidente Bashar al-Assad, ha paralleli inevitabili con il reclutamento del 1979, ancora una volta dalla CIA, dei mujahidin contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, con tutte le conseguenze che sono ben note, una in particolare: la nascita del jihadismo sunnita.
L’attentato con un’autobomba all’ambasciata francese a Tripoli nel mese di aprile 2013; la fuga di 1.200 detenuti del carcere di Bengasi; l’uccisione del avvocato dei diritti umani Abdel Salam al-Mismari nel mese di luglio; e l’attacco al Consolato svedese a Bengasi nell’ottobre 2013, tutto ciò evidenzia l’incapacità delle autorità di acquisire il controllo della situazione della sicurezza in Libia considerando come è stata invasa dalle milizie armate fino ai denti. Nel luglio 2013, il primo ministro libico Ali Zeidan ha minacciato di bombardare i porti libici nella regione di Bengasi che erano nelle mani delle milizie e che sono stati utilizzati per l’esportazione del petrolio ora sotto il loro controllo. Nel mese di ottobre, il Primo Ministro è stato rapito da 150 uomini armati nel centro di Tripoli ed è stato trattenuto per sei ore per protestare contro il rapimento sul suolo libico di Abu-Anas al-Libi in un’operazione aerea segreta americana. Al-Libi è stato accusato di essere uno dei leader di Al-Qaeda e poi è morto mentre era in custodia negli Stati Uniti.
Il 2015 è iniziato con la Libia priva di tutte le istituzioni. E’ governata da un gruppo eterogeneo di coalizioni in lotta per il potere, con sede a Tripoli (Libia Farj, che controlla la banca centrale), Bengasi (Consiglio della Shura, composto da Ansar al-Sharia, che sta affrontando le Forze armate libiche del rinnegato generale Khalifa Hiftar), in Tobruk-Bayda (ramo del Consiglio Nazionale di Transizione, che gode di riconoscimento diplomatico internazionale dopo le elezioni di Giugno 2013).
La situazione di salute e sicurezza della popolazione civile è quasi disastrosa. Quando ho visitato il paese nel 1994, era un modello per la salute pubblica e l’istruzione, e vantava il più alto reddito pro capite in Africa. E’ stato chiaramente il più avanzato di tutti i paesi arabi in termini di status giuridico delle donne e delle famiglie nella società libica (la metà degli studenti presso l’Università di Tripoli erano donne). L’aggressione contro la presentatrice Sarah Al-Massalati nel 2012, la poetessa Aicha Almagrabi a febbraio 2013, e l’attivista per i diritti delle donne Maddalena Ubaida, ora in esilio a Londra,  sono la testimonianza del triste status giuridico della Libia post-Gheddafi. La città di Bengasi è ora semi-distrutta; le scuole e le università sono per lo più chiuse.
E’ teatro di scontri fratricidi tra fazioni rivali finanziate e armate da una serie di apprendisti stregoni, Un generale che è stato di stanza negli Stati Uniti per 27 anni comanda una coalizione eterogenea con l’appoggio militare dell’Egitto, degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita mentre i gruppi islamici che rivendicano fedeltà all’ISIS, ben radicati a Sirte e Derna, sono in grado di diffondere la loro influenza grazie alla crisi istituzionale. e, Qatar, Turchia e Sudan che dall’altro lato sostengono Farj Libia.
Gheddafi, leader della rivoluzione libica, la Jamahiriya, al potere nel periodo 1969-2011, ha dato un avvertimento all’Europa in un’intervista rilasciata al giornalista francese Laurent Valdiguié del Journal du Dimanche, alla vigilia dell’intervento della NATO, con parole che ora sembrano profetiche:
‘Se si cerca di destabilizzare [La Libia], ci sarà il caos, Bin Laden, le fazioni armate. Questo è ciò che accadrà. Avrete l’immigrazione, migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. E non ci sarà più nessuno a fermarli. Bin Laden si baserà in Nord Africa […]. Avrete Bin Laden a portata di mano. Questa catastrofe si estenderà dal Pakistan all’Afghanistan e percorrerà tutta la strada verso il Nord Africa’
 La Libia è diventata un fulcro per il traffico illegale, in particolare di emigranti africani in condizioni che ricordano quelle del commercio degli schiavi. Secondo L’iniziativa Globale contro la criminalità organizzata internazionale (Global Initiative Against Transnational Organized Crime), il mercato del contrabbando di rifugiati in Libia valeva 323 milioni di dollari nel 2014. Nei primi cinque mesi del 2015, più di 50.000 immigrati clandestini hanno raggiunto l’Italia dall’Africa sub-sahariana con la Libia; 1.791 di loro hanno perso la vita in mare.
Prima dell’inizio delle ostilità, 1,5 milioni di africani subsahariani lavoravano in Libia in posti di lavoro in generale umili (industria del petrolio, agricoltura, servizi, del settore pubblico). I giorni più scuri in mare devono ancora arrivare.
NOTE:
 [1] “Il Capo della NATO Rasmussen ‘orgoglioso’ per la fine della missione in Libia’, BBC News, 31 ottobre 2011.
[2] Agenzia France Presse, 11 dicembre 2007.
[3] International Herald Tribune, 24 marzo 2011.
 [4] Jeremy Anderson, ‘Goldman per aver rivelato il reddito legato alla causa libica’, International New York Times, 25 novembre 2014.
 [5]The Telegraph, 23 marzo 2012.
 [6]O’Globo, il 26 luglio, 2007.
[7] Souad Mekhennet, Eric Schmitt, ‘ribelli libici cercano di gettarsi Al Qaeda alle spalle’, International Herald Tribune, 19 luglio 2011.
 [8]. Rod Nordland, ‘File di nota stretti legami della CIA con unità spia di Gheddafi’, International Herald Tribune, 5 settembre 2011.
 [9]International Herald Tribune, 28-29 gennaio 2012.
[10]Borzou Daragahi, ‘Invito a esplorare le morti dei civili libici’, Financial Times, 14 maggio 2012.
[11] Seymour Hersh, ‘Stati Uniti Sforzo contro il braccio jihadisti in Siria. Lo scandalo Dietro l’ente sotto copertura della CIA a Bengasi ‘, Global Research, Blog di Washington, 15 aprile 2014.
[12] Abdel Sharif Kouddous, ‘Relazione dal fronte: Libia discesa nel caos’, The Nation 25 febbraio 2015.
[13] Journal du Dimanche, 5 marzo 2011 (www.lejdd.fr)
[14] Fonte: Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e la Commissione europea.
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Traduzione di Edoardo Gistri

Libia, il vero scopo di Haftar non è sconfiggere l’Isis

Il generale con le sue truppe assedia Sirte. Non per debellare lo Stato Islamico. Ma per ottenere da Serraj la guida dell’esercito. Sullo sfondo, il ruolo di al Sisi.

11 Maggio 2016

Il generale Khalifa Haftar non sta affatto assediando Sirte per sconfiggere l’Isis, come proclama, ma con tutt’altro fine: contrattare con Fayez al Serraj il proprio ruolo preminente nella formazione del nuovo esercito libico.
Ennesimo episodio della totale irresponsabilità dei leader libici nei confronti del Paese e della lotta al terrorismo, l’assedio alla città controllata dall’Isis, condotto dalle forze di Haftar, ha un solo scopo: mettere al Serraj di fronte al fatto compiuto, evidenziare la totale inaffidabilità delle milizie di Misurata (spina dorsale della sua forza militare) sul campo in un confronto militare serio e chiudere una trattativa in cui gli venga riconosciuto o il comando del nuovo esercito libico agli ordini del governo di Tripoli o, in subordine, che esso venga affidato a un generale di fiducia.


LE INAFFIDABILI MILIZIE DI MISURATA. Quanto a provare l’inaffidabilità militare delle milizie di Misurata, Haftar ha avuto gioco facile: nel corso del primo scontro con le sue truppe del 3 maggio scorso a Zillah, si sono squagliate come il burro.
Stesso desolante scenario l’8 maggio: al cospetto di un avamposto dell’Isis, le milizie di Misurata si sono date a un vergognoso fuggi fuggi generale, concluso persino con l’uccisione per fuoco amico di alcuni combattenti.
Il segnale vero della trattativa in corso è venuto peraltro alcuni giorni fa, quando il presidente egiziano Fattah al Sisi ha incontrato al Cairo al Serraj e il suo vicepresidente del Consiglio Ahmed Meitig.
IL RUOLO DELL’EGITTO DI AL SISI. Nel corso del vertice infatti al Sisi, per la prima volta – a detta di Meitig – ha espresso «appoggio totale dell’Egitto al popolo libico e al governo presieduto da al Serraj», sconfessando così qualsiasi ipotesi di appoggio all’“esecutivo di Tobruk”, presieduto da al Thinni, che ha sinora dato piena copertura politica e, per così dire, istituzionale a tutte le azioni militari condotte da Haftar.
Una volta che l’Egitto ha sconfessato il governo di Tobruk, senza al Sisi, Haftar può fare ora pochi passi, perché è l’Egitto a fornirgli armi e finanziamenti e a indirizzarlo sulla scena libica, ma non ha da preoccuparsi.
«IL FUTURO DI HAFTAR LO DECIDE TRIPOLI». Questo riconoscimento egiziano alla piena legittimità dell’esecutivo libico significa una sola cosa: d’ora in poi Serraj dovrà contrattare con al Sisi le linee generali del proprio governo, incluse le nomine militari, pena la decadenza di questo fondamentale appoggio.
Lo stesso Paolo Gentiloni, nel suo viaggio a Tripoli di due giorni fa, ha dato segnale di questa trattativa affermando che «il ruolo di Haftar sarà deciso dal governo di Tripoli», tirando elegantemente fuori l’Italia (che sinora ha seguito Serraj passo passo) da questo scabroso contenzioso.
Si vedrà come si svilupperà questa trattativa basata, al solito, sulla strategia della ammuina. Ma una cosa è certa: sino a quando i libici adotteranno questi standard di comportamento, l’Isis non avrà problemi.

Hillarygate, la complicità occidentale nel genocidio dei neri in Libia

12 febbraio 2016

A capodanno furono svelati 3000 messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton quando era segretaria di Stato. Sono stati ripresi da diversi media statunitensi, tra cui la CNN. Gli storici saranno sorpresi da alcune rivelazioni esplosive contenute nei messaggi di posta elettronica sulla Libia: la legittimazione dei crimini dei ribelli, le operazioni speciali inglesi e francesi in Libia all’avvio delle proteste contro Gheddafi, l’integrazione dei terroristi dial-Qaida nell’opposizione sostenuta dai Paesi occidentali, ecc.
Gli squadroni della morte della NATO
Le informazioni raccolte da Sidney Blumenthal su Hillary Clinton forniscono prove decisive sui crimini di guerra commessi dai “ribelli” libici sostenuti dalla NATO. Citando un capo ribelle “con cui ha parlato in piena fiducia”, Blumenthal ha detto di Clinton: “Prendendo le parole con la massima riservatezza, un capo dei ribelli ha detto che le sue truppe continuano l’esecuzione sommaria di tutti i “mercenari stranieri”  (che hanno combattuto per Muammar Gheddafi) durante i combattimenti“. Mentre le esecuzioni illegali sono facili da riconoscere (i gruppi coinvolti in questi crimini vengono chiamati convenzionalmente “squadroni della morte”), ancor più sinistro è che erano considerati “mercenari stranieri” i combattenti di origine sub-sahariana e, difatti, i civili neri. Vi è un’ampia documentazione presso giornalisti, ricercatori e gruppi di difesa dei diritti umani che dimostrano che i libici neri e i lavoratori sub-sahariani assunti da società libiche, attività favorita da Gheddafi per la sua politica a favore dell’unità africana, furono oggetto di una brutale pulizia etnica.
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Il massacro di Tawarga
I neri libici furono spesso stigmatizzati come “mercenari stranieri” dai ribelli, principalmente gruppi estremisti legati ad al-Qaida, per la loro fedeltà in generale a Gheddafi, in quanto comunità furono stati sottoposti a torture ed esecuzioni e le loro città furono “liberate” con la pulizia etnica e le stragi. L’esempio più documentato è Taweaga, una città di 30000 libici neri. La popolazione scomparve del tutto dopo l’occupazione da parte dei gruppi ribelli sostenuti dalla NATO, le Brigate di Misurata. Tali attacchi erano ben noti e continuarono fino al 2012, come confermato dall’articolo del Daily Telegraph: “Dopo che Muammar Gheddafi fu ucciso, centinaia di lavoratori migranti provenienti dagli Stati confinanti furono arrestati dai combattenti alleati delle nuove autorità provvisorie. Accusarono gli africani di essere mercenari al servizio dell’ex-leader”. Sembra che Hillary Clinton fosse stata personalmente informata dai crimini degli alleati, i ribelli anti-Gheddafi, molto prima di
commettere i peggiori crimini del genocidio.
al-Qaida e le forze speciali di Francia e Regno Unito in Libia
Nella stessa email Sydney Blumenthal ha anche confermato ciò che divenne un problema ben noto, le insurrezioni sostenute dall’occidente in Medio Oriente e la cooperazione tra le forze militari occidentali e le milizie legate ad al-Qaida. Blumenthal riferisce che “una fonte estremamente sensibile” confermò che le unità speciali inglesi, francesi ed egiziane crearono le milizie ribelli libiche al confine tra Libia ed Egitto, nonché alla periferia di Bengasi. Mentre gli analisti a lungo specularono sulla presenza di truppe occidentali sul terreno, nella guerra libica, il messaggio è la prova definitiva del ruolo svolto da esse e della loro presenza sul terreno nelle prime manifestazioni contro il regime di Gheddafi, scoppiate nel febbraio 2011 a Bengasi. Il 27 marzo, in ciò che doveva essere una “rivolta popolare”, gli agenti dei servizi speciali inglesi e francesi “supervisionarono il trasferimento di armi ai ribelli“, tra cui armi d’assalto e munizioni
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Il timore francese per la moneta pan-africana
La risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite proposta dalla Francia istituiva una no-fly zone sulla Libia “al fine di proteggere i civili”. Tuttavia, una e-mail inviata a Clinton nell’aprile 2011 esprime intenzioni meno nobili. L’e-mail indica l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy come a capo dell’attacco alla Libia e individua cinque obiettivi da raggiungere: avere il petrolio libico, garantire l’influenza francese nella regione, aumentare la reputazione nazionale di Sarkozy, affermare il potere militare francese ed evitare l’influenza di Gheddafi su ciò che chiamava “francofona”. Ancor più sorprendente è il riferimento alla minaccia che le riserve di oro e denaro libiche, stimate in 143 tonnellate d’oro e una quantità simile di denaro, “comportassero la sostituzione del franco CFA quale moneta ufficiale dell’Africa francofona“. Una delle principali cause della guerra, poi, fu la volontà francese d’impedire la creazione della moneta panafricana basata sul dinaro-oro libico, un programma che faceva parte dei tentativi di Gheddafi di promuovere l’unità africana. Questo avrebbe dato ai Paesi africani un’alternativa al franco CFA, uno dei fattori del dominio neocoloniale sull’economia dell’Africa Centrale da parte della Francia.

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2 luglio 2013, Laura Boldrini premia con soldi pubblici la giornalista Annick Cojean, l’ideatrice della menzogna dell’uso del Viagra da parte dei soldati della Jamahirya Libica, propaganda di guerra volta a giustificare la distruzione della Libia, ancora diffusa e utilizzata dall’oscena sicaria atlantista Boldrini a due anni dall’assassinio della Libia.

Fonte: Contrainjerencia
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2016/02/12/hillarygate-la-complicita-occidentale-nel-genocidio-dei-neri-in-libia/

i criminali di Misurata chiedono 150 milioni ai Tawerga per poter ritornare alle loro case

Gli sfollati interni stanno vivendo momenti infernali, in particolare gli abitanti di Tawergha, città fantasma sotto l’amministrazione di Misurata, a circa 38 chilometri di distanza. Durante la guerra civile libica è stata teatro di violenti combattimenti nell’agosto 2011. I cittadini di Tawergha sono in fuga, appunto, dal 2011e la loro aspirazione, nel tempo, è sempre stata quella di tornare nei luoghi delle loro case, del loro lavoro, della loro vita di comunità. Hanno cominciato a mettersi in viaggio, nel rispetto di un accordo con la città di Misurata, promosso dal ministro di Stato per i Migranti e i rifugiati e il Consiglio presidenziale di Fayez al-Serraj. Ma il flusso di ritorno è ora ostacolato da alcune milizie, come il gruppo Haya e una milizia, che fa parte delle forze Bunyan-al Marsus di Misurata.
Libia, ai profughi interni i miliziani chiedono 150 milioni per poter tornare a casa loro

“Vogliono 150 milioni per far loro proseguire il viaggio”. In Libia, sono più di 180.000, al momento, gli sfollati interni che hanno bisogno di assistenza; lo stesso vale per le circa 335.000 persone che hanno recentemente fatto ritorno alle loro case. L’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR) continua a sostenere queste persone, in attesa soluzioni durevoli, come il ritorno volontario in condizioni dignitose e in sicurezza. Il direttore dell’ufficio del ministero del Governo di Accordo Nazionale, Ahmed Asmel – riferisce Notizie Geopolotiche – stamattina ha detto che “alcuni gruppi armati stanno chiedendo 150 milioni per permettere agli sfollati di proseguire il loro percorso sulla strada di ritorno”. “Stiamo cercando di risolvere la situazione”, ha aggiunto. Alcuni sfollati diretti a Tawergha – si apprende ancora da Notizie Geopolitiche – hanno anche riferito che circa 200 di loro sono stati trattenuti dalla stessa milizia al-Bunyan al-Marsus e sono ora ritornati nell’area 40, a circa 40 km ad ovest dalla città di Aidabiya. Come non bastasse, ieri un comunicato del Consiglio locale di Misurata “proibisce alla popolazione di Tawergha di tornare in città fino a quando tutti i punti dell’accordo non siano stati implementati“. Da sottolineare che almeno 2 persone sono gia morte nei campi provvisori intorno a Bani Walid, ( ma questo non lo troverete scritto da nessuna parte, nei giornali e nei siti di regime , amici di chi ha distrutto la Libia nel 2011 e continua a farlo ancora adesso).

Situazioni simili per i cittadini di Bengasi. La situazione che riguarda la popolazione di Tawergha non è l’unica: nella parte orientale della Libia, le famiglie fuggite da Bengasi sono bloccate dalle forze dell’esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar, il quale – stando a quanto afferma Human Rights Watch (Hrw) – alle famiglie in fuga avrebbe rivolto accuse di sostegno al terrorismo. Dal maggio di 4 anni fa circa 13mila famiglie sono fuggite verso la zona occidentale oppure all’estero. Secondo le testimonianze raccolte da Hrw, miliziani che sostengono di far parte dell’esercito libico, hanno sequestrato le loro proprietà, dopo aver praticato torture, rapimenti, arresti senza alcuna ragione.

Migliaia di persone vagano da un luogo all’altro del Paese. L’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR) rende noto questa situazione dei profughi interni della città di Tawaregha. che vivono nella condizione di sfollati da quando, in 40.000, furono costretti a fuggire. Circa 2.000 persone, provenienti da varie località della Libia, come Bani Walid, Tripoli e Bengasi, si sono dirette verso la città, ma sono state fermate, appunto, dai gruppi armati. Dopo essere stati respinti, molti si sono temporaneamente spostati verso due aree, a Qararat al-Qataf, a circa 40 km da Tawergha, e ad Harawa, a circa 60 km a est di Sirte. In queste località, versano in gravi condizioni più di 1.200 persone, perlopiù donne e bambini. Nelle ultime tre settimane, l’UNHCR e l’organizzazione partner LibAid hanno fornito l’assistenza necessaria distribuendo tende, coperte e vestiti pesanti dato che le temperature in quest’area sono molto basse. Estremamente necessari sono dei ripari, l’acqua potabile, il cibo, l’assistenza medica e il supporto specifico per neonati e bambini.

Tratto dall’ originale: http://www.repubblica.it/solidarieta/profughi/2018/02/23/news/libia_cresce_preoccupazione_per_le_persone_bloccate_da_lungo_tempo_a_tawergha-189585368/?refresh_ce

Muoiono nel deserto i neri libici di Tawergha perseguitati dai “ribelli” della NATO

20 febbraio 2018

Fra i suoi innumerevoli crimini impuniti, l’operazione della Nato in appoggio a gruppi armati antigovernativi in Libia nel 2011 può annoverare una pulizia etnica in piena regola.
Durante quei mesi di bombardamenti, le milizie islamiste della città di Misurata uccisero diversi abitanti della vicina Tawergha, la città dei libici di pelle nera, diedero fuoco alle case e spinsero alla fuga bambini, donne, uomini, anziani. Circa 40mila persone. L’accusa? “Erano dalla parte del governo di Gheddafi”.
I più fortunati riuscirono a riparare in Tunisia o in Egitto. Gli altri da anni sopravvivono in alloggi di fortuna: capannoni, tende nei parchi pubblici, ma anche baracche in aree desertiche. Sette anni passati invano, come ha appena denunciato l’incaricata dell’Onu per gli sfollati, la filippina Cecilia Jimenez-Damary, dopo una visita in Libia.
Le condizioni dei cittadini di Tawergha sono terribili da tutti i punti di vista e gli aiuti internazionali agli sfollati possono appena alleviarle.

Due uomini sono morti nelle tende per via delle temperature notturne vicine allo zero.
Il ritorno a casa dei deportati continua a essere bloccato dalle milizie di Misurata e dalle complici autorità locali dell’area, malgrado un accordo approvato dasl governo di unità nazionale. Il quale si dimostra del tutto inerte.
Niente sembra scalfire l’impunità legale della NATO e dei terroristi ai quali fece da forza aerea.
Per non parlare dell’impunità politico-morale di chi riuscì a chiamare “rivoluzionari”, “bravi padri di famiglia”, “partigiani” quei gruppi armati razzisti ed estremisti. Adesso c’è il silenzio.

Marinella Correggia

Preso da: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=3498

Libia 2015: i gruppi armati segregano le donne accusate di “sostenere il regime di Gheddafi.”

Occidente e NATO hanno distrutto Gheddafi e tutta la Libia

10/12/2015

La Libia è stato il primo Paese ad aver vissuto la “primavera araba”. Più velocemente di qualunque altro Stato che ha subito lo stesso fenomeno è piombata nel caos. Che cosa ha ottenuto la Libia, un tempo tra i Paesi più ricchi dell’Africa, dopo l’uccisione di Muammar Gheddafi da parte dei ribelli con il supporto dell’Aviazione della NATO?

L’impunità di molti gruppi armati, ciascuno dei quali si definisce formato da “veri rivoluzionari”. Apparsi dopo l’uccisione di Muammar Gheddafi, non solo combattono tra di loro per territori e il controllo delle infrastrutture, ma allo stesso tempo uccidono su commissione ed effettuano sequestri di persona. L’esempio è il rapimento nel 2013 del primo ministro Ali Zeidan.
Se il primo ministro può essere rapito, cosa può attendere la gente comune della Libia?

Secondo un rapporto dell’organizzazione per i diritti umani in Libia, nella piccola città di Sabha, con una popolazione di 200mila persone, nel corso di quest’anno sono stati commessi 138 sequestri, una media di 1 ogni 2 giorni. Questo centro è in testa nella classifica delle città col più alto tasso di criminalità del mondo. Nella grande città di Misurata sono stati registrati 850 rapimenti, in 20 casi si trattava di bambini.
Secondo le organizzazioni per i diritti umani, il numero totale delle persone rapite o scomparse durante la guerra civile raggiunge 11mila persone.
L’ex portavoce dell’Unione delle tribù libiche Bassem as-Sol ha raccontato a Sputnik delle donne detenute nelle carceri illegali:
“A Bengasi, Misurata e Sirte, in palazzi trasformati in prigioni, i gruppi armati segregano le donne accusate di “sostenere il regime di Gheddafi.” Vengono torturate solo perché avevano lavorato nelle istituzioni pubbliche. Solo nella città di Misurata le donne che si trovano in questo stato sono quasi 4.300.”
Bassem as-Sol ha inoltre raccontato che i militanti rapiscono i bambini a scopo di estorsione.
I rapitori chiedono da 100mila a 200mila dollari, a seconda dello stato e della situazione finanziaria della famiglia. A volte l’importo del riscatto può raggiungere 1 milione di dollari.
Nei territori controllati dal Daesh (ISIS) spesso i bambini diventano strumenti per compiere attacchi terroristici. Secondo Bassem as-Sola, migliaia di bambini subiscono il “lavaggio del cervello” dopo essere sequestrati dai terroristi nelle zone della Libia sotto il controllo del Daesh.
“I bambini sono rapiti e convertiti in combattenti fanatici che uccidono, stuprano e compiono attacchi terroristici. Gli cambiano radicalmente il modo di pensare.”
Quanto guadagna un mercenario del Daesh?
Secondo il ministero degli Interni della Libia, oggi circa 16mila uomini fanno parte dei vari gruppi armati illegali. Tutte queste persone hanno ottenuto le armi dagli aerei della NATO, che le gettavano per sostenere i “rivoluzionari” nella guerra contro il legittimo governo di Gheddafi nel 2011.
Secondo i media, basandosi sulle pagine del Daesh nei social network, l’emiro del gruppo può ricevere fino a 6mila dollari. Se l’emiro ha donne e figli, ogni moglie viene compensata con un pagamento extra di 500 dollari, mentre per ogni bambino il bonus è di 200 dollari. Il combattente di rango più basso guadagna al mese 265 dollari.
Allo stesso tempo prima della “primavera araba” nel 2011 il salario medio in Libia ammontava a 1.000 dollari.

Ora il Paese, uno dei più ricchi di petrolio in Africa e in Medio Oriente, sta subendo la crisi petrolifera. Nel 2010, secondo la compagnia petrolifera nazionale “National Oil Corporation” (NOC), si estraevano ogni giorno 1 milione e mezzo di barili. Nel 2015, nello stesso periodo solo 500mila. La quantità di petrolio che viene prodotta nei territori controllati dal Daesh e dagli altri gruppi armati non è inclusa nelle statistiche.

Libia, la madre di tutti gli errori

31/08/2014

L’Occidente, dopo aver eliminato Gheddafi, ha clamorosamente aperto la strada a centinaia di milizie islamiche
di Piero Orteca
Negli ultimi due anni la Libia è diventata la parafrasi di tutte le castronerie commesse dalle Cancellerie occidentali in politica estera. Sappiamo tutti che l’Europa, francesi in testa, e gli Stati Uniti (con meno convinzione) hanno liquidato Gheddafi per motivi non certo nobilissimi. Gli interessi di bottega, più o meno luridi, l’hanno fatta da padrone, e oggi i catastrofici risultati ottenuti dalle varie “Primavere arabe” sono sotto gli occhi di tutti. O quasi. Perché coloro che dovevano vedere sono ancora girati dall’altro lato. Certo, è roba da pazzi. Una sanguinosa guerra tribale, condotta senza scrupoli da bande di feroci scanna- pecore, è stata spacciata come una sacrosanta “lotta per la democrazia”. Dirlo oggi sembra scontato, ma solo due anni fa significava essere presi a pernacchie da schiere di fessacchiotti, che affollavano (oggi un po’ meno, vista la mala parata) le legioni dei benpensanti in servizio permanente effettivo. Da quando il Colonnello << uscito di testa>> è stato fatto fuori dai servizi segreti di Sarkozy,( o almeno così ci hanno COSTRETTO A CREDERE) , le cose nell’ex “Cassone di sabbia” di giolittiana memoria sono andate di male in peggio.
 Oggi in Libia comanda chi ha un kalashnikov in mano, il resto non conta. Petrolio, controllo dei flussi migratori, materie prime, odi ancestrali fra le diverse etnie fanno parte di un calderone in perenne ebollizione. L’ultima è dell’altro giorno. Il primo ministro, Abdullah al-Thinni ha mollato. Un nobile gesto? Forse. Di sicuro è altra benzina sul fuoco, perché gli islamisti ne hanno subito approfittato per chiedere la resurrezione del vecchio General National Congress, dove spadroneggiavano. Il presidente francese Hollande, per la serie «chiudiamo la stalla dopo che i buoi sono scappati» ha invocato all’Onu un «sostegno eccezionale». Strana richiesta, se fatta dal leader di un Paese che ha praticamente scatenato tutto questo putiferio. Comunque, la mossa di al-Thinni si spiega anche con la necessità di formare un simulacro di “Grosse Koalitione”, che includa beduini, cittadini, laici, jihadisti, tripolini, cirenaici, gente che arriva dalla regione di Sirte e chi più ne ha più ne metta. Tutto per evitare che, dopo le prime strette di mano, finisca a raffiche di mitra. La questione è molto più ingarbugliata di quanto si possa credere. I fondamentalisti (di Misurata) si appellano al Congresso Nazionale (a maggioranza islamica), mentre liberali e federalisti guardano solo al Parlamento, costretto, visti i chiari di luna, ad abbandonare Tripoli e Bengasi e a riunirsi a Tobruk. Ora, i jihadisti hanno sconfitto le milizie laiche di Zintan ed alzano la voce, non riconoscendo i risultati delle scorse elezioni di giugno. Nel frattempo si sono eletti un nuovo leader, Omar al-Hasi, che, secondo loro, dovrebbe andare bene per tutti. Con le buone o con le cattive. Nel frattempo, l’aeroporto di Labraq è stato attaccato con i missili (pesanti) “Grad”, così è stato chiesto ai “vicini” di intervenire. In particolare ci si è rivolti all’Egitto, dove il nuovo presidente, generale El Sisi, avrà mille difetti, ma gode di un pregio unico: prima di gettarsi nelle rogne con tutte le scarpe, come hanno fatto al tempo che fu francesi e americani, ci pensa trentatré volte. Per cui la risposta è stata “no grazie”, e tiremm innanz. Occorre dire che Labraq, a est di Bengasi, ha ormai sostituito in tutto e per tutto l’aeroporto internazionale di Tripoli, dove ormai gli aerei vengono regolarmente sforacchiati dalle pallottole. Ma la riflessione più importante dev’essere fatta su una questione di estrema evidenza: la Libia è ormai diventata una specie di terra di nessuno, di campo neutro dove tutto il Medio Oriente va a giocare le sue partite. El Sisi ha detto no a un intervento di terra a Tripoli, ma ha lanciato, assieme all’Arabia Saudita e agli Emirati, un air-strike col silenziatore. Niente di eclatante, per carità, ma sufficiente a far capire che ormai, in quell’area, si può benissimo fare a meno del permesso americano. Abdel Fattah El Sisi e il principe saudita Sheik Muhammed bin Zayed hanno deciso un’azione congiunta contro i miliziani islamici e, indirettamente, contro i loro finanziatori (il Qatar e il suo leader, Sheik Tamim bin Hamad al-Thani). L’inimicizia con lo Stato di Doha dura da lunga pezza. Da quando, cioè, il piccolo Paese del Golfo si è schierato, armi e bagagli, dalla parte dei Fratelli Musulmani (e di Hamas). Gli analisti israeliani, visti il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e il sostanziale flop fatto dallo strike in Libia, si aspettano però altri scontri “fratricidi” in tutto il Medio Oriente. Col Qatar nel mirino degli egiziani e dei sauditi. Ma la riflessione più forte, come abbiamo anticipato, verte sul ruolo (o, meglio, sul mancato ruolo) della Casa Bianca. La BBC parla esplicitamente di “allegations”, cioè di accuse o, per meglio dire, di “speculazioni” degli americani sul raid aereo, che sarebbe stato condotto da caccia degli Emirati Arabi Uniti, i quali hanno bombardato Tripoli partendo da una base egiziana. In pratica, a Washington non sono stati avvisati di alcuna mossa e i nuovi alleati del Medio Oriente, Egitto in testa, si muovono strafregandosene di Barack Obama e dei suoi generali a quattro stelle e tanti pennacchi. D’altro canto, dicono al Cairo, è vero o non è vero che gli Stati Uniti prima hanno fatto (o, comunque, hanno programmato) la festa a Gheddafi, poi hanno gettato a mare con tutte le scarpe l’alleato di una vita (Hosni Mubarak) e adesso piangono lacrime di coccodrillo perché in Libia comandano almeno 350 milizie diverse? Una cosa è sicura: il National Security Council Usa è sull’orlo di una crisi di nervi. Libya Dawn (“Alba Libica”), l’alleanza che raggruppa gli islamisti, ha preso il controllo della capitale e del suo aeroporto. Come spesso capita in questi casi, anche Obama ha cercato di applicare il suo motto «Yes, we can» per uscirsene dal ginepraio. «Yes, we can», nel senso di «ce la possiamo fare ». A organizzare un colpo di Stato, aggiungiamo noi. Ci hanno provato, da Bengasi, col generale Khalifa Haftar, ma la Libia non è Grenada e le unità d’élite impiegate (a cominciare dal gruppo al-Saiqa) hanno fatto un bel buco nell’acqua. Fin dal 2011 il Qatar sostiene gli islamici più o meno moderati, guardato di sguincio da diversi Paesi arabi. Ma ora viene il bello. Assisteremo a una mattanza fra arabi, alcuni sostenuti da Israele, ed ex alleati?

Fonte: http://www.gazzettadelsud.it/news//106309/Libia–la-madre-di-.html