Hillarygate, la complicità occidentale nel genocidio dei neri in Libia

12 febbraio 2016

A capodanno furono svelati 3000 messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton quando era segretaria di Stato. Sono stati ripresi da diversi media statunitensi, tra cui la CNN. Gli storici saranno sorpresi da alcune rivelazioni esplosive contenute nei messaggi di posta elettronica sulla Libia: la legittimazione dei crimini dei ribelli, le operazioni speciali inglesi e francesi in Libia all’avvio delle proteste contro Gheddafi, l’integrazione dei terroristi dial-Qaida nell’opposizione sostenuta dai Paesi occidentali, ecc.
Gli squadroni della morte della NATO
Le informazioni raccolte da Sidney Blumenthal su Hillary Clinton forniscono prove decisive sui crimini di guerra commessi dai “ribelli” libici sostenuti dalla NATO. Citando un capo ribelle “con cui ha parlato in piena fiducia”, Blumenthal ha detto di Clinton: “Prendendo le parole con la massima riservatezza, un capo dei ribelli ha detto che le sue truppe continuano l’esecuzione sommaria di tutti i “mercenari stranieri”  (che hanno combattuto per Muammar Gheddafi) durante i combattimenti“. Mentre le esecuzioni illegali sono facili da riconoscere (i gruppi coinvolti in questi crimini vengono chiamati convenzionalmente “squadroni della morte”), ancor più sinistro è che erano considerati “mercenari stranieri” i combattenti di origine sub-sahariana e, difatti, i civili neri. Vi è un’ampia documentazione presso giornalisti, ricercatori e gruppi di difesa dei diritti umani che dimostrano che i libici neri e i lavoratori sub-sahariani assunti da società libiche, attività favorita da Gheddafi per la sua politica a favore dell’unità africana, furono oggetto di una brutale pulizia etnica.
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Il massacro di Tawarga
I neri libici furono spesso stigmatizzati come “mercenari stranieri” dai ribelli, principalmente gruppi estremisti legati ad al-Qaida, per la loro fedeltà in generale a Gheddafi, in quanto comunità furono stati sottoposti a torture ed esecuzioni e le loro città furono “liberate” con la pulizia etnica e le stragi. L’esempio più documentato è Taweaga, una città di 30000 libici neri. La popolazione scomparve del tutto dopo l’occupazione da parte dei gruppi ribelli sostenuti dalla NATO, le Brigate di Misurata. Tali attacchi erano ben noti e continuarono fino al 2012, come confermato dall’articolo del Daily Telegraph: “Dopo che Muammar Gheddafi fu ucciso, centinaia di lavoratori migranti provenienti dagli Stati confinanti furono arrestati dai combattenti alleati delle nuove autorità provvisorie. Accusarono gli africani di essere mercenari al servizio dell’ex-leader”. Sembra che Hillary Clinton fosse stata personalmente informata dai crimini degli alleati, i ribelli anti-Gheddafi, molto prima di
commettere i peggiori crimini del genocidio.
al-Qaida e le forze speciali di Francia e Regno Unito in Libia
Nella stessa email Sydney Blumenthal ha anche confermato ciò che divenne un problema ben noto, le insurrezioni sostenute dall’occidente in Medio Oriente e la cooperazione tra le forze militari occidentali e le milizie legate ad al-Qaida. Blumenthal riferisce che “una fonte estremamente sensibile” confermò che le unità speciali inglesi, francesi ed egiziane crearono le milizie ribelli libiche al confine tra Libia ed Egitto, nonché alla periferia di Bengasi. Mentre gli analisti a lungo specularono sulla presenza di truppe occidentali sul terreno, nella guerra libica, il messaggio è la prova definitiva del ruolo svolto da esse e della loro presenza sul terreno nelle prime manifestazioni contro il regime di Gheddafi, scoppiate nel febbraio 2011 a Bengasi. Il 27 marzo, in ciò che doveva essere una “rivolta popolare”, gli agenti dei servizi speciali inglesi e francesi “supervisionarono il trasferimento di armi ai ribelli“, tra cui armi d’assalto e munizioni
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Il timore francese per la moneta pan-africana
La risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite proposta dalla Francia istituiva una no-fly zone sulla Libia “al fine di proteggere i civili”. Tuttavia, una e-mail inviata a Clinton nell’aprile 2011 esprime intenzioni meno nobili. L’e-mail indica l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy come a capo dell’attacco alla Libia e individua cinque obiettivi da raggiungere: avere il petrolio libico, garantire l’influenza francese nella regione, aumentare la reputazione nazionale di Sarkozy, affermare il potere militare francese ed evitare l’influenza di Gheddafi su ciò che chiamava “francofona”. Ancor più sorprendente è il riferimento alla minaccia che le riserve di oro e denaro libiche, stimate in 143 tonnellate d’oro e una quantità simile di denaro, “comportassero la sostituzione del franco CFA quale moneta ufficiale dell’Africa francofona“. Una delle principali cause della guerra, poi, fu la volontà francese d’impedire la creazione della moneta panafricana basata sul dinaro-oro libico, un programma che faceva parte dei tentativi di Gheddafi di promuovere l’unità africana. Questo avrebbe dato ai Paesi africani un’alternativa al franco CFA, uno dei fattori del dominio neocoloniale sull’economia dell’Africa Centrale da parte della Francia.

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2 luglio 2013, Laura Boldrini premia con soldi pubblici la giornalista Annick Cojean, l’ideatrice della menzogna dell’uso del Viagra da parte dei soldati della Jamahirya Libica, propaganda di guerra volta a giustificare la distruzione della Libia, ancora diffusa e utilizzata dall’oscena sicaria atlantista Boldrini a due anni dall’assassinio della Libia.

Fonte: Contrainjerencia
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2016/02/12/hillarygate-la-complicita-occidentale-nel-genocidio-dei-neri-in-libia/

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i criminali di Misurata chiedono 150 milioni ai Tawerga per poter ritornare alle loro case

Gli sfollati interni stanno vivendo momenti infernali, in particolare gli abitanti di Tawergha, città fantasma sotto l’amministrazione di Misurata, a circa 38 chilometri di distanza. Durante la guerra civile libica è stata teatro di violenti combattimenti nell’agosto 2011. I cittadini di Tawergha sono in fuga, appunto, dal 2011e la loro aspirazione, nel tempo, è sempre stata quella di tornare nei luoghi delle loro case, del loro lavoro, della loro vita di comunità. Hanno cominciato a mettersi in viaggio, nel rispetto di un accordo con la città di Misurata, promosso dal ministro di Stato per i Migranti e i rifugiati e il Consiglio presidenziale di Fayez al-Serraj. Ma il flusso di ritorno è ora ostacolato da alcune milizie, come il gruppo Haya e una milizia, che fa parte delle forze Bunyan-al Marsus di Misurata.
Libia, ai profughi interni i miliziani chiedono 150 milioni per poter tornare a casa loro

“Vogliono 150 milioni per far loro proseguire il viaggio”. In Libia, sono più di 180.000, al momento, gli sfollati interni che hanno bisogno di assistenza; lo stesso vale per le circa 335.000 persone che hanno recentemente fatto ritorno alle loro case. L’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR) continua a sostenere queste persone, in attesa soluzioni durevoli, come il ritorno volontario in condizioni dignitose e in sicurezza. Il direttore dell’ufficio del ministero del Governo di Accordo Nazionale, Ahmed Asmel – riferisce Notizie Geopolotiche – stamattina ha detto che “alcuni gruppi armati stanno chiedendo 150 milioni per permettere agli sfollati di proseguire il loro percorso sulla strada di ritorno”. “Stiamo cercando di risolvere la situazione”, ha aggiunto. Alcuni sfollati diretti a Tawergha – si apprende ancora da Notizie Geopolitiche – hanno anche riferito che circa 200 di loro sono stati trattenuti dalla stessa milizia al-Bunyan al-Marsus e sono ora ritornati nell’area 40, a circa 40 km ad ovest dalla città di Aidabiya. Come non bastasse, ieri un comunicato del Consiglio locale di Misurata “proibisce alla popolazione di Tawergha di tornare in città fino a quando tutti i punti dell’accordo non siano stati implementati“. Da sottolineare che almeno 2 persone sono gia morte nei campi provvisori intorno a Bani Walid, ( ma questo non lo troverete scritto da nessuna parte, nei giornali e nei siti di regime , amici di chi ha distrutto la Libia nel 2011 e continua a farlo ancora adesso).

Situazioni simili per i cittadini di Bengasi. La situazione che riguarda la popolazione di Tawergha non è l’unica: nella parte orientale della Libia, le famiglie fuggite da Bengasi sono bloccate dalle forze dell’esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar, il quale – stando a quanto afferma Human Rights Watch (Hrw) – alle famiglie in fuga avrebbe rivolto accuse di sostegno al terrorismo. Dal maggio di 4 anni fa circa 13mila famiglie sono fuggite verso la zona occidentale oppure all’estero. Secondo le testimonianze raccolte da Hrw, miliziani che sostengono di far parte dell’esercito libico, hanno sequestrato le loro proprietà, dopo aver praticato torture, rapimenti, arresti senza alcuna ragione.

Migliaia di persone vagano da un luogo all’altro del Paese. L’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR) rende noto questa situazione dei profughi interni della città di Tawaregha. che vivono nella condizione di sfollati da quando, in 40.000, furono costretti a fuggire. Circa 2.000 persone, provenienti da varie località della Libia, come Bani Walid, Tripoli e Bengasi, si sono dirette verso la città, ma sono state fermate, appunto, dai gruppi armati. Dopo essere stati respinti, molti si sono temporaneamente spostati verso due aree, a Qararat al-Qataf, a circa 40 km da Tawergha, e ad Harawa, a circa 60 km a est di Sirte. In queste località, versano in gravi condizioni più di 1.200 persone, perlopiù donne e bambini. Nelle ultime tre settimane, l’UNHCR e l’organizzazione partner LibAid hanno fornito l’assistenza necessaria distribuendo tende, coperte e vestiti pesanti dato che le temperature in quest’area sono molto basse. Estremamente necessari sono dei ripari, l’acqua potabile, il cibo, l’assistenza medica e il supporto specifico per neonati e bambini.

Tratto dall’ originale: http://www.repubblica.it/solidarieta/profughi/2018/02/23/news/libia_cresce_preoccupazione_per_le_persone_bloccate_da_lungo_tempo_a_tawergha-189585368/?refresh_ce

Muoiono nel deserto i neri libici di Tawergha perseguitati dai “ribelli” della NATO

20 febbraio 2018

Fra i suoi innumerevoli crimini impuniti, l’operazione della Nato in appoggio a gruppi armati antigovernativi in Libia nel 2011 può annoverare una pulizia etnica in piena regola.
Durante quei mesi di bombardamenti, le milizie islamiste della città di Misurata uccisero diversi abitanti della vicina Tawergha, la città dei libici di pelle nera, diedero fuoco alle case e spinsero alla fuga bambini, donne, uomini, anziani. Circa 40mila persone. L’accusa? “Erano dalla parte del governo di Gheddafi”.
I più fortunati riuscirono a riparare in Tunisia o in Egitto. Gli altri da anni sopravvivono in alloggi di fortuna: capannoni, tende nei parchi pubblici, ma anche baracche in aree desertiche. Sette anni passati invano, come ha appena denunciato l’incaricata dell’Onu per gli sfollati, la filippina Cecilia Jimenez-Damary, dopo una visita in Libia.
Le condizioni dei cittadini di Tawergha sono terribili da tutti i punti di vista e gli aiuti internazionali agli sfollati possono appena alleviarle.

Due uomini sono morti nelle tende per via delle temperature notturne vicine allo zero.
Il ritorno a casa dei deportati continua a essere bloccato dalle milizie di Misurata e dalle complici autorità locali dell’area, malgrado un accordo approvato dasl governo di unità nazionale. Il quale si dimostra del tutto inerte.
Niente sembra scalfire l’impunità legale della NATO e dei terroristi ai quali fece da forza aerea.
Per non parlare dell’impunità politico-morale di chi riuscì a chiamare “rivoluzionari”, “bravi padri di famiglia”, “partigiani” quei gruppi armati razzisti ed estremisti. Adesso c’è il silenzio.

Marinella Correggia

Preso da: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=3498

Libia 2015: i gruppi armati segregano le donne accusate di “sostenere il regime di Gheddafi.”

Occidente e NATO hanno distrutto Gheddafi e tutta la Libia

10/12/2015

La Libia è stato il primo Paese ad aver vissuto la “primavera araba”. Più velocemente di qualunque altro Stato che ha subito lo stesso fenomeno è piombata nel caos. Che cosa ha ottenuto la Libia, un tempo tra i Paesi più ricchi dell’Africa, dopo l’uccisione di Muammar Gheddafi da parte dei ribelli con il supporto dell’Aviazione della NATO?

L’impunità di molti gruppi armati, ciascuno dei quali si definisce formato da “veri rivoluzionari”. Apparsi dopo l’uccisione di Muammar Gheddafi, non solo combattono tra di loro per territori e il controllo delle infrastrutture, ma allo stesso tempo uccidono su commissione ed effettuano sequestri di persona. L’esempio è il rapimento nel 2013 del primo ministro Ali Zeidan.
Se il primo ministro può essere rapito, cosa può attendere la gente comune della Libia?

Secondo un rapporto dell’organizzazione per i diritti umani in Libia, nella piccola città di Sabha, con una popolazione di 200mila persone, nel corso di quest’anno sono stati commessi 138 sequestri, una media di 1 ogni 2 giorni. Questo centro è in testa nella classifica delle città col più alto tasso di criminalità del mondo. Nella grande città di Misurata sono stati registrati 850 rapimenti, in 20 casi si trattava di bambini.
Secondo le organizzazioni per i diritti umani, il numero totale delle persone rapite o scomparse durante la guerra civile raggiunge 11mila persone.
L’ex portavoce dell’Unione delle tribù libiche Bassem as-Sol ha raccontato a Sputnik delle donne detenute nelle carceri illegali:
“A Bengasi, Misurata e Sirte, in palazzi trasformati in prigioni, i gruppi armati segregano le donne accusate di “sostenere il regime di Gheddafi.” Vengono torturate solo perché avevano lavorato nelle istituzioni pubbliche. Solo nella città di Misurata le donne che si trovano in questo stato sono quasi 4.300.”
Bassem as-Sol ha inoltre raccontato che i militanti rapiscono i bambini a scopo di estorsione.
I rapitori chiedono da 100mila a 200mila dollari, a seconda dello stato e della situazione finanziaria della famiglia. A volte l’importo del riscatto può raggiungere 1 milione di dollari.
Nei territori controllati dal Daesh (ISIS) spesso i bambini diventano strumenti per compiere attacchi terroristici. Secondo Bassem as-Sola, migliaia di bambini subiscono il “lavaggio del cervello” dopo essere sequestrati dai terroristi nelle zone della Libia sotto il controllo del Daesh.
“I bambini sono rapiti e convertiti in combattenti fanatici che uccidono, stuprano e compiono attacchi terroristici. Gli cambiano radicalmente il modo di pensare.”
Quanto guadagna un mercenario del Daesh?
Secondo il ministero degli Interni della Libia, oggi circa 16mila uomini fanno parte dei vari gruppi armati illegali. Tutte queste persone hanno ottenuto le armi dagli aerei della NATO, che le gettavano per sostenere i “rivoluzionari” nella guerra contro il legittimo governo di Gheddafi nel 2011.
Secondo i media, basandosi sulle pagine del Daesh nei social network, l’emiro del gruppo può ricevere fino a 6mila dollari. Se l’emiro ha donne e figli, ogni moglie viene compensata con un pagamento extra di 500 dollari, mentre per ogni bambino il bonus è di 200 dollari. Il combattente di rango più basso guadagna al mese 265 dollari.
Allo stesso tempo prima della “primavera araba” nel 2011 il salario medio in Libia ammontava a 1.000 dollari.

Ora il Paese, uno dei più ricchi di petrolio in Africa e in Medio Oriente, sta subendo la crisi petrolifera. Nel 2010, secondo la compagnia petrolifera nazionale “National Oil Corporation” (NOC), si estraevano ogni giorno 1 milione e mezzo di barili. Nel 2015, nello stesso periodo solo 500mila. La quantità di petrolio che viene prodotta nei territori controllati dal Daesh e dagli altri gruppi armati non è inclusa nelle statistiche.

Libia, la madre di tutti gli errori

31/08/2014

L’Occidente, dopo aver eliminato Gheddafi, ha clamorosamente aperto la strada a centinaia di milizie islamiche
di Piero Orteca
Negli ultimi due anni la Libia è diventata la parafrasi di tutte le castronerie commesse dalle Cancellerie occidentali in politica estera. Sappiamo tutti che l’Europa, francesi in testa, e gli Stati Uniti (con meno convinzione) hanno liquidato Gheddafi per motivi non certo nobilissimi. Gli interessi di bottega, più o meno luridi, l’hanno fatta da padrone, e oggi i catastrofici risultati ottenuti dalle varie “Primavere arabe” sono sotto gli occhi di tutti. O quasi. Perché coloro che dovevano vedere sono ancora girati dall’altro lato. Certo, è roba da pazzi. Una sanguinosa guerra tribale, condotta senza scrupoli da bande di feroci scanna- pecore, è stata spacciata come una sacrosanta “lotta per la democrazia”. Dirlo oggi sembra scontato, ma solo due anni fa significava essere presi a pernacchie da schiere di fessacchiotti, che affollavano (oggi un po’ meno, vista la mala parata) le legioni dei benpensanti in servizio permanente effettivo. Da quando il Colonnello << uscito di testa>> è stato fatto fuori dai servizi segreti di Sarkozy,( o almeno così ci hanno COSTRETTO A CREDERE) , le cose nell’ex “Cassone di sabbia” di giolittiana memoria sono andate di male in peggio.
 Oggi in Libia comanda chi ha un kalashnikov in mano, il resto non conta. Petrolio, controllo dei flussi migratori, materie prime, odi ancestrali fra le diverse etnie fanno parte di un calderone in perenne ebollizione. L’ultima è dell’altro giorno. Il primo ministro, Abdullah al-Thinni ha mollato. Un nobile gesto? Forse. Di sicuro è altra benzina sul fuoco, perché gli islamisti ne hanno subito approfittato per chiedere la resurrezione del vecchio General National Congress, dove spadroneggiavano. Il presidente francese Hollande, per la serie «chiudiamo la stalla dopo che i buoi sono scappati» ha invocato all’Onu un «sostegno eccezionale». Strana richiesta, se fatta dal leader di un Paese che ha praticamente scatenato tutto questo putiferio. Comunque, la mossa di al-Thinni si spiega anche con la necessità di formare un simulacro di “Grosse Koalitione”, che includa beduini, cittadini, laici, jihadisti, tripolini, cirenaici, gente che arriva dalla regione di Sirte e chi più ne ha più ne metta. Tutto per evitare che, dopo le prime strette di mano, finisca a raffiche di mitra. La questione è molto più ingarbugliata di quanto si possa credere. I fondamentalisti (di Misurata) si appellano al Congresso Nazionale (a maggioranza islamica), mentre liberali e federalisti guardano solo al Parlamento, costretto, visti i chiari di luna, ad abbandonare Tripoli e Bengasi e a riunirsi a Tobruk. Ora, i jihadisti hanno sconfitto le milizie laiche di Zintan ed alzano la voce, non riconoscendo i risultati delle scorse elezioni di giugno. Nel frattempo si sono eletti un nuovo leader, Omar al-Hasi, che, secondo loro, dovrebbe andare bene per tutti. Con le buone o con le cattive. Nel frattempo, l’aeroporto di Labraq è stato attaccato con i missili (pesanti) “Grad”, così è stato chiesto ai “vicini” di intervenire. In particolare ci si è rivolti all’Egitto, dove il nuovo presidente, generale El Sisi, avrà mille difetti, ma gode di un pregio unico: prima di gettarsi nelle rogne con tutte le scarpe, come hanno fatto al tempo che fu francesi e americani, ci pensa trentatré volte. Per cui la risposta è stata “no grazie”, e tiremm innanz. Occorre dire che Labraq, a est di Bengasi, ha ormai sostituito in tutto e per tutto l’aeroporto internazionale di Tripoli, dove ormai gli aerei vengono regolarmente sforacchiati dalle pallottole. Ma la riflessione più importante dev’essere fatta su una questione di estrema evidenza: la Libia è ormai diventata una specie di terra di nessuno, di campo neutro dove tutto il Medio Oriente va a giocare le sue partite. El Sisi ha detto no a un intervento di terra a Tripoli, ma ha lanciato, assieme all’Arabia Saudita e agli Emirati, un air-strike col silenziatore. Niente di eclatante, per carità, ma sufficiente a far capire che ormai, in quell’area, si può benissimo fare a meno del permesso americano. Abdel Fattah El Sisi e il principe saudita Sheik Muhammed bin Zayed hanno deciso un’azione congiunta contro i miliziani islamici e, indirettamente, contro i loro finanziatori (il Qatar e il suo leader, Sheik Tamim bin Hamad al-Thani). L’inimicizia con lo Stato di Doha dura da lunga pezza. Da quando, cioè, il piccolo Paese del Golfo si è schierato, armi e bagagli, dalla parte dei Fratelli Musulmani (e di Hamas). Gli analisti israeliani, visti il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e il sostanziale flop fatto dallo strike in Libia, si aspettano però altri scontri “fratricidi” in tutto il Medio Oriente. Col Qatar nel mirino degli egiziani e dei sauditi. Ma la riflessione più forte, come abbiamo anticipato, verte sul ruolo (o, meglio, sul mancato ruolo) della Casa Bianca. La BBC parla esplicitamente di “allegations”, cioè di accuse o, per meglio dire, di “speculazioni” degli americani sul raid aereo, che sarebbe stato condotto da caccia degli Emirati Arabi Uniti, i quali hanno bombardato Tripoli partendo da una base egiziana. In pratica, a Washington non sono stati avvisati di alcuna mossa e i nuovi alleati del Medio Oriente, Egitto in testa, si muovono strafregandosene di Barack Obama e dei suoi generali a quattro stelle e tanti pennacchi. D’altro canto, dicono al Cairo, è vero o non è vero che gli Stati Uniti prima hanno fatto (o, comunque, hanno programmato) la festa a Gheddafi, poi hanno gettato a mare con tutte le scarpe l’alleato di una vita (Hosni Mubarak) e adesso piangono lacrime di coccodrillo perché in Libia comandano almeno 350 milizie diverse? Una cosa è sicura: il National Security Council Usa è sull’orlo di una crisi di nervi. Libya Dawn (“Alba Libica”), l’alleanza che raggruppa gli islamisti, ha preso il controllo della capitale e del suo aeroporto. Come spesso capita in questi casi, anche Obama ha cercato di applicare il suo motto «Yes, we can» per uscirsene dal ginepraio. «Yes, we can», nel senso di «ce la possiamo fare ». A organizzare un colpo di Stato, aggiungiamo noi. Ci hanno provato, da Bengasi, col generale Khalifa Haftar, ma la Libia non è Grenada e le unità d’élite impiegate (a cominciare dal gruppo al-Saiqa) hanno fatto un bel buco nell’acqua. Fin dal 2011 il Qatar sostiene gli islamici più o meno moderati, guardato di sguincio da diversi Paesi arabi. Ma ora viene il bello. Assisteremo a una mattanza fra arabi, alcuni sostenuti da Israele, ed ex alleati?

Fonte: http://www.gazzettadelsud.it/news//106309/Libia–la-madre-di-.html

Libia 2012: Le bande criminali di Misurata bombardano i civili di Bani Walid ~ 7 Video [+18]

Misrata gangsters bombing civilians in Bani Walid ~ Le bande criminali di Misurata bombardano i civili di Bani Walid ~ 7 Video [+18]

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~ VERY GRAFIC  VIDEOS
~ VIDEO  CON IMMAGINI MOLTO FORTI

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Author: AldardanelTV

LibyanFreePress.net Network  at

https://libyanfreepress.wordpress.com/2012/10/20/8119/

NOTIZIE NON ALLINEATE SULL’OCCUPAZIONE DELLA LIBIA (gennaio 2013)

14/1/2013
da Libyasos
Benghazi: Attentato contro il console italiano, salvato dall’auto blindata. Manifestazione per chiedere all’emiro del Qatar: “Chi ha ucciso il generale Younes Abdelfateh?”. Violenti scontri nelle vie della città. I cittadini chiedono un esercito e una forza di polizia. Ordigno contro “stazione di polizia”, quattro feriti. Un giocatore della selezione è stato trovato morto in circostanze misteriose. Un mercenario libico originario della città è stato ucciso ad Aleppo, aveva 21 anni e studiava ingegneria.
Tripoli: Miliziani di Zintan hanno attaccato la sede del centro ippico.
Derna: Saccheggiato l’edificio della Libyan Airlines.
Bani Walid: La tribù Warfala ha inviato un documento al “ministro degli interni e della difesa” chiedendo che i “mercenari” e i “terroristi” “ribelli della NATO” si ritirino dalla città.
Zawiya: “Ribelli della NATO” hanno distrutto l’auto di una studentessa che si dichiarava leale alla Libia verde. La raffineria è chiusa a causa di uno sciopero dei dipendenti pubblici. “Ribelli della NATO” hanno fatto un sit nella città di Zawiya, chiedendo vestiti.
Tunez – Libia: Chiuso il valico di frontiera al confine tra Tunisia e Libia, dove i tunisini lanciano pietre contro i libici e i loro veicoli.
Alcuni “ribelli della NATO” si disperano per la loro rivoluzione, gridando contro il Qatar e la Francia e chiedendosi come un paese piccolo come il Qatar possa controllare la Libia.
Controversie tra bande di Misurata e Cirenaica, alcuni vogliono avere tutto il potere e il controllo della Libia, gli altri sono accusati di consegnare il paese al Qatar.
Il “traditore” Moussa Koussa, ex Ministro degli Esteri di Muammar Gaddafi, che disertò per fuggire a Londra, che si trasformò in un informatore chiave per la NATO/Qatar/CNT, ha visto il Qatar recepire un ordine di cattura tramite l’Interpol.
Nuovo video dei combattenti della resistenza verde.

La bandiera verde è la bandiera dei combattenti libici. Nel periodico «La Domenica del Corriere» del 12/11/1911 è descritta la battaglia tra i muyahidin libici musulmani e l’84° Reggimento di Fanteria dell’esercito italiano: come si vede nell’illustrazione e come si legge nella didascalia [Battaglia del 26 ottobre nell’oasi di Tripoli: l’8° compagnia del dell’84° fanteria conquista agli arabi la bandiera verde del profeta], i Mujahideen innalzavano la bandiera verde.

8-9/1/13
Da libia-sos.blogspot.ch
Tripoli: Scontri a Tripoli oggi (9/1/13), uccise 5 persone [breakingnews.sy]. Assalto alla residenza del premier a Tripoli, dopo una manifestazione violenta di un gruppo armato che ha attaccato la sede del ministero degli Interni, le strade di accesso all’edificio sono chiuse. Scontri in altre zone della città, bruciati pneumatici nelle strade, interruzione di energia elettrica in vari quartieri. Rapito il capo della sicurezza colonnello Mohammed Hadi Agayloshi.
Sabha: un capo dei “ribelli” Mohammed Maqrif fugge ad un attentato predisposto dalla resistenza. Segnalata la mancanza di bombole di gas, che sono vendute solo dai mercenari a 25-30 dinari l’una.
Ajdabiya: Un gruppo di giovani ha distribuito volantini che annunciano una rivolta a Bengasi, Derna e Tobruk per il giorno 15/2/13.
Tayhunah: Morti quattro membri dell’”Esercito” sulla strada tra Bani Walid e Tarhunah per incidente stradale.
Bengasi: Rapito il colonnelo Abdul Qadir Bahour (che era passato con i “ribelli”). Lunedì una forte esplosione ha scosso la città di Bengasi, l’esplosione è avvenuta nei pressi della casa di uno dei sospettati dell’attacco all’ambasciatore USA, il comandante della disciolta brigata “Obaid Abi”.
Misurata: Ritrovati circa 400 corpi di giovani arrestati e condotti nelle carceri di Misurata, presumibilmente uccisi dalle torture inflitte in carcere.
Kufra: Morte 3 persone Tabu dopo la sparatoria da una macchina sconosciuta. Scontri tra giovani Tabu e Azwaip, due morti.
Tunisia-Libia: Scontri al confine tra esercito tunisino e milizie armate libiche presso il valico di frontiera di Ras Jedir. Mustafa Abdul Jalil, ex presidente del “Consiglio nazionale di transizione” è scappato in Tunisia, nonostante il divieto ordinato da un tribunale militare che lo indaga per l’omicidio del generale Abdel-Fattah Younis.
Sirte: Uomini armati di Misurata hanno cercato di entrare a Sirte sul lato sud, ma sono stati sorpresi da un altro battaglione della Brigata dei Martiri. Un’autobomba è esplosa all’esterno di una radio popolare locale.
Sabratha: Uditi colpi di mortaio.

1-4/1/2013
da somaliasupport3
L’intero sud della Libia è stato dichiarato zona militare. Segnalati massacri compiuti nella Libia meridionale e scontri al confine, impiego di aerei per bombardare spostamenti di persone o supposti sostenitori della resistenza.
Bani Walid: La resistenza della Jamahiriya ha attaccato Al-Madar Telecoms.
Bengasi: Abdelsalam al-Mahdawi, comandante della polizia, è stato sequestrato da uomini armati il 3/1. Un corpo ritrovato successivamente faceva pensare all’uccisione del capo della polizia ma la notizia è stata negata dalla procura.
Combattimenti tribali continuano su base giornaliera a Sabha, Zawiyah, Nafusa, Zintan, Zliten e Ajdabiyah.
Sabha: Un massacro è in corso a Menshiyah, dove missili RPG sono lanciati contro le abitazioni civili. 6 persone uccise durante scontri. Ucciso dalla resistenza verde un terrorista legato ad Al Qaeda. Pesanti combattimenti tra la tribù Awlad Suleiman da un lato e le tribù Gaddafa, Tabu e Tawaragah, dall’altro. Un bambino di 4 anni portato a Tripoli in coma colpito da un proiettole nel quartiere Gorda di Sabha. 3 civili assassinati vicino alle loro abitazioni.
A Nafusa le milizie Zintan si sono scontrate con tribù vicine, segnali morti e feriti.
A Zawiyah le raffinerie rimangono chiuse in seguito a proteste. Manca carburante a Tripoli.
Ajaylat: Una persona è rimasta uccisa in scontri tra miliziani e popolazione della città, molti cittadini arrestati (sequestrati) dalle milizie.
A Kufra le milizie hanno sostenuto di aver attaccato anche con gli aerei i fedeli a Gheddafi.
Scontri vicino al confine con il Chad, uccisi molti miliziani, si accusano i fedeli a Gheddafi.
Le milizie passano al setaccio vecchie registrazioni di manifestazioni a favore di Gheddafi per cercare e colpire i partecipanti.
Sono molte le famiglie che non mandano a scuola o in altri luoghi le ragazze e temono per la loro vita anche facendole restare a casa. Molti sono rimasti senza denaro e senza lavoro, perla paura di uscire e rimanere uccisi.
Attaccato edificio del GNC dopo la richiesta alle milizie di entrare nel corpo della polizia.
Spari contro un’auto di funzionari del GNC a Tripoli.
Si dimette il “ministro degli esteri”: “non vivrò in Libia a causa della cattiva sicurezza nel paese”.

2011: IO RESTO IN LIBIA La sfida di un imprenditrice italiana

13/6/2011

dall’inviato

Lorenzo Bianchi
TRIPOLI (Libia)
Il 2011 avrebbe dovuto essere l’anno del raccolto, dopo un lavoro lungo e faticoso. «Invece è arrivato il casino, ma debbono ammazzarmi per buttarmi fuori», giura Tiziana Gamannossi, 45 anni, di Lastra a Signa (Firenze), un’irriducibile broker di lungo corso, l’unico imprenditore italiano superstite in Libia. Abita a Tajoura, una cittadina a est di Tripoli, in una grande villa di 1.100 metri quadrati, circondata da 8.000 metri quadrati di giardino, con due cani, undici felini (nove micetti sono la prole delle sue due gattine), cinque polli e un giardiniere nigerino che ha una gran voglia di svignarsela. Il vortice della guerra l’sfiorata. «Giovedì, mentre ero in piscina, hanno bombardato a meno di un chilometro da qui», racconta con calma serafica. Tajoura è piena di caserme. I raid sono quasi quotidiani. L’imprenditrice è nella commissione non governativa per l’accertamento dei fatti accaduti in Libia. «Non abbiamo prebende di nessun genere, ma solo auto di servizio dello Stato», mette le mani avanti. Il benefit non è sempre garantito, viste le code ai distributori.

NELLA SUA veste pubblica ha conosciuto da vicino gli orrori del conflitto: «Un ribelle prigioniero ci ha raccontato che a Misurata, assieme ai suoi amici, aveva invitato sette ragazze della città a una festa. Dopo i drink sono state violentate, le sono stati tagliati i seni e le hanno lasciate morire dissanguate. Il padre di una giovane ha confermato». Il rivoluzionario finito in mani lealiste ha riferito con molti dettagli che i corpi di soldati o di persone favorevoli a Gheddafi sono stati fatti a pezzi e infilati in sacchi depositati nei frigo di un panificio della città. A Baida un militare è stato appeso a un ponte.
Il sangue e le nefandezze del conflitto non hanno scalfito il morale della broker: «Ho appena fatto grossi investimenti. Nel 2008 sulla mia casa di Lastra a Signa ho acceso un mutuo di 200 mila euro. Qui in Libia ne ho investiti di più. Ho costituito una joint venture». Dopo tre anni di difficili negoziati nel 2011, esattamente alla fine di febbraio, Tiziana avrebbe dovuto incassare le provvigioni. Aveva piazzato attrezzature per la produzione della pasta, del couscous, di concentrato di pomodoro, di blocchetti di cemento, di coperte di lana (comprese le macchine per il lavaggio) e di fornaci di mattoni. Invece dei denari sono arrivate le bombe. «Mi sono chiesta – riflette – se siano stati solo gli affari a trattenermi qui. Il punto vero è che in Libia mi piacciono moltissimo le persone. Circa un anno fa è mancato mio padre Giovanni. Era un meccanico di trattori. Con ostinazione ha voluto che imparassi inglese, francese e tedesco. I miei amici libici, tranne uno, non lo conoscevano. Per i funerali gli hanno fatto arrivare in auto da Roma un cuscino di lilium gialli. E non è tutto. Più di una volta, quando mi sono trovata a corto di denaro, mi hanno aiutato». Sono gesti che non si cancellano nella memoria.

COSÌ TIZIANA Gamannossi, nipote di un famoso prete esorcista, ha puntato i piedi. Che cosa spera? «Che la guerra finisca. Che riparta il piano industriale per il quale il governo ha stanziato 87 miliardi di euro nel 2010». Che tornino, aggiungiamo noi, i tempi nei quali incassava 200mila euro all’anno solo di provvigioni. Che una via di uscita «diplomatica» fermi i bombardamenti. Perché la Libia potrebbe diventare un pantano: «Si contrappongono due partiti che non si riconoscono e che si accusano a vicenda di atrocità indicibili. Non credo che le abbiano commesse i libici, ma il Paese è pieno di armi e molto esteso. Secondo me, il bagno di sangue può durare anche 10 anni».
Quella di Tiziana è stata una parabola tenace. Ha cominciato con un anonimo posto da impiegata in un’agenzia di viaggi. E’ sbarcata a Tripoli vendendo sabbia ai libici. Il ‘colpaccio’ la fa ancora sorridere: «Era quarzite, una polvere che si mescola con la vernice per imbiancare i muri esterni». Le sue due colf eritree se ne sono andate. «Continuavano a dire che l’Europa è il Paradiso». Lei sembra convinta del contrario.
notizie tratte da La Nazione

Preso da: https://news-notizie.wineuropa.it/notizie/3-notizie-dal-mondo/7-altre-notizie/147786-IO-RESTO-IN-LIBIA.html

CHI SONO I VERI MERCENARI IN LIBIA

set 24, 2011

CHI SONO I VERI MERCENARI IN LIBIA

Almeno 40 incursori delle SAS inglesi e altrettanti legionari francesi. Più un centinaio di istruttori egiziani, una ventina forniti dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti, una dozzina di bulgari e, dulcis in fundo, una decina di italiani. In tutto 300 uomini, forse di più. Sono questi i numeri reali, stimati al ribasso, delle forze speciali “alleate” che stanno aiutando i ribelli libici ed hanno già avuto un ruolo determinante nella conquista di Misurata, Zintan, Zawiya, e Tripoli. A rivelarli è un rapporto appena uscito del Royal United Services Institute (RUSI) di Londra, che conferma le indiscrezioni già uscite sulla stampa internazionale ma aggiunge, oltre ad una analisi militare assai accurata, tutta una serie di dettagli nuovi e per certi versi inquietanti, Da cui  si evince che i veri mercenari presenti in Libia non sono quelli reclutati da Gheddafi – alla prova dei fatti ne hanno ucciso o catturato poche centinaia – bensì quelli messi in campo dalla Nato, in palese contrasto con  la risoluzione 1973 dell’Onu, che autorizzava sì’ l’intervento “umanitario” in Libia ma vietava espressamente l’uso di forze di terra e l’occupazione militare del territorio.
Secondo il RUSI il ruolo delle forze speciali alleate è stato esteso, massiccio e determinante. Innanzitutto nell’addestramento dei ribelli all’uso dei più sofisticati sistemi d’arma, ma anche nel coordinamento delle operazioni sul terreno, nel lavoro di intelligence e infine nell’infiltrazione in zone sotto il controllo dei lealisti. La presa di Tripoli, in particolare, sarebbe stata preparata per quattrolunghi mesi dalle SAS inglesi; e senza questo aiuto, sottolinea il RUSI,  difficilmente si sarebbe realizzata nei tempi brevi e nelle modalità poco cruente con cui è avvenuta.

Dal Rapporto risulta infine che le Sas inglesi erano attive a Bengasi già dal 23 febbraio, il che vuol dire una settimana dopo l’inizio della rivolta e un mese prima che la Nato decidesse ufficialmente di intervenire. Insomma, pare proprio che i ribelli abbiano avuto dei “padrini” assai premurosi, e da subito. Forse ancor prima che diventassero dei ribelli.

Preso da: http://www.amedeoricucci.it/chi-sono-i-veri-mercenari-in-libia/

Libia 2011: Giornalisti britannici sono accusati da un gruppo di miliziani di spionaggio in Libia (ITA-ENG)

The Guardian
[04.03.2012] di Chris Stephen        (trad. di Vera Zasulich per GilGuySparks)
Due giornalisti britannici, arrestati il mese scorso da un gruppo di una milizia libica, in diretta sfida all’autorità del nuovo governo del paese, sono stati accusati di spionaggio.
La milizia ha inscenato a tarda notte una conferenza stampa in un hotel di Tripoli per svelare ciò che essi hanno definito essere prove di attività improprie.
Gareth Montgomery-Johnson, di 36 anni, e il giornalista Nicholas Davies, di 37, che lavorano per la Press TV iraniana di proprietà statale, sono stati arrestati il 23 febbraio da una milizia di Misurata con sede a Tripoli.
Il dr. Fortia Suleiman, membro di Misrata del Consiglio Nazionale di Transizione che governa la Libia, ha detto che la milizia aveva l’autorizzazione del governo per detenere gli uomini perché [i miliziani] rappresentavano la “Rivoluzione del 17 febbraio“, data in cui è iniziata la rivoluzione libica lo scorso anno.
Faraj al-Swehli

Siamo tutti parte del governo, le milizie e il governo sono insieme“, ha detto Fortia.
I servizi di intelligence di tutto il mondo hanno la facoltà di trattenere i sospetti mentre indagano su di loro“.
Ha citato l’esempio del comandante della milizia di Tripoli, Abdul Hakim Belhaji, che è stato arrestato dagli Stati Uniti nel 2004, accusato di terrorismo, in un’operazione nella quale, ha detto Belhaji, la Gran Bretagna era complice.
La detenzione dei due uomini ha già suscitato le proteste di Amnesty International, che ha chiesto che il governo libico prenda in custodia gli uomini e chiami la milizia a renderne conto.
In una conferenza stampa a volte incoerente, Fortia, affiancato da miliziani in mimetica, ha mostrato ciò che ha riferito essere materiale sospetto, trovato sui due uomini. Ciò includeva un bendaggio da campo in un involucro nero che ha affermato essere sospetto in quanto “made in Israele” ed elenchi dei membri della milizia di Tripoli uccisi negli scontri dello scorso anno.
Inoltre ha mostrato, che erano state trovate, ancora addosso agli uomini, fotografie di miliziani libici in pose da combattimento, una fotocopia di un permesso di soggiorno iraniano in uno dei passaporti degli uomini e quello che sembra essere una scaletta di un montaggio televisivo. Alla domanda su cosa vi era di sospetto negli oggetti, Fortia ha detto che sarebbero state necessarie “ulteriori indagini“.
La milizia ha poi proiettato un filmato trovato nei computer dei due uomini, consistente in ciò sembrava essere un filmato che mostrava i due uomini ballare in piazza dei Martiri di Tripoli sopra una colonna sonora musicale.
Avevano anche materiale pornografico“, ha detto Fortia.
Ha detto di aver informato i ministeri degli interni e della difesa della Libia e di non aver ricevuto alcuna lamentela circa la loro decisione di continuare a detenere gli uomini. “Tutti [i ministeri] sanno ciò che fanno“.
Nessun ministero dispone di un ufficio stampa e nessun funzionario era disponibile per un commento domenica notte.
Abbiamo la totale responsabilità della sicurezza a Tripoli“, ha detto Faraj al-Swehli, il comandante della milizia.
Fortia ha detto che gli uomini sarebbero rimasti in detenzione presso l’ex accademia militare femminile sul lungomare di Tripoli e che sarebbero state necessarie ulteriori indagini per determinare se fossero spie.
E ‘troppo presto per decidere. Questo è un qualcosa che sarà stabilito dopo ulteriori investigazioni“.
Swehli ha detto: “Dobbiamo proteggere la Rivoluzione del 17 febbraio e non tutti coloro che portano una macchina fotografica sono in realtà dei giornalisti.”
Il loro annuncio provocherà preoccupazione tra i diplomatici, già preoccupati per l’incapacità delle autorità libiche di frenare le milizie, dopo la pubblicazione di un filmato che mostra una milizia compiere atti vandalici in un cimitero di guerra britannico.
La milizia di Swehli la scorsa settimana ha visto il suo principale posto di controlllo a Misurata attaccato da altre milizie del Consiglio militare della città, che la accusavano di tenere prigionieri sotto detenzione illegale.
Per lunedì sono previste a Tripoli proteste da parte dei cittadini contro la presenza continua nella città di milizie di Misurata e di altre unità provenienti dall’esterno della capitale libica, che dicono essere una minaccia per la sicurezza.
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  • British journalists accused by militia group of spying in Libya
Two British journalists arrested last month by a Libyan militia group in a direct challenge to the authority of the country’s new government have been accused of spying.
The militia staged a late-night press conference in a Tripoli hotel to unveil what they said was evidence of improper activities.
Gareth Montgomery-Johnson, 36, and reporter Nicholas Davies, 37, who work for Iran’s state-owned Press TV, were arrested 23 February by a Misrata militia based in Tripoli.
Dr Suleiman Fortia, a Misratan member of Libya‘s ruling National Transitional Council, said the militia had government authority to hold the men because they represented the “February 17 Revolution”, the date on which Libya’s revolution began last year.
“We are all part of the government, the militias and government are together,” said Fortia. “Intelligence services around the world have the authority to hold onto suspects while they are investigating them.” He cited the example of Tripoli’s militia commander, Abdul Hakim Bilhaj, who was detained by the United States in 2004 accused of terrorism in an operation Bilhaj has said Britain was complicit.
The detention of the two men has already prompted protests from Amnesty International, which has demanded that the Libyan government take custody of the men and call the militia to account.
In a sometimes rambling press conference, Fortia, flanked by camouflaged militiamen, showed what he said was suspicious material found on the two men.
This included a field dressing in a black wrapper which he said was suspicious because it was “made in Israel” and lists of Tripoli militia members killed in clashes last year.
Also presented were still photographs found on the men of Libyan militiamen in combat poses, a photocopy of an Iranian residence permit in one of the men’s passports and what appeared to be a television editing script. Asked what was suspicious about the items, Fortia said “further investigation” would be necessary.
The militia then screened footage found in the two men’s computers, consisting of what appeared to be home movies showing the two men dancing in Tripoli’s Martyr’s Square over a music soundtrack.
“They also had pornography,” said Fortia.
He said he had informed Libya’s interior and defence ministries, and had received no complaints about their decision to continue detaining the men. “They [the ministries] all know what they are doing.”
Neither ministry has a press office and no officials were available for comment on Sunday night.
“We have the total responsibility for security in Tripoli,” said Faraj al-Swehli, the militia commander.
Fortia said the men would remain in detention in the former women’s military academy on Tripoli’s beachfront and that more inquiries would be needed to determine if they were spies. “It is too early to decide. This is something that will be proved after further investigations.”
Swehli said: “We have to protect the 17 February Revolution and not everyone who carries a camera is really a journalist.”
Their announcement will cause concern among diplomats already worried about the inability of Libya’s authorities to rein-in militias, following the release of video footage showing a militia near Benghazi vandalising a British war graves site.
Swehli’s militia last week saw its main checkpoint in Misrata attacked by other militias of the city’s military council, who accused it of holding captives in illegal detention.
Protests are planned for Monday by Tripoli citizens against the continued presence in the city of militias from Misrata and other units from outside the Libyan capital, who they say are a threat to security.

http://www.guardian.co.uk/world/2012/mar/04/british-journalists-accused-spying-libya