La Rivoluzione Bolivariana baluardo internazionale di dignità!

 
La Rivoluzione Bolivariana baluardo internazionale di dignità, sovranità popolare, indipendenza nazionale e resistenza antimperialista!
Sono passati più di due decadi dal trionfo elettorale con il Movimento Quinta Repubblica del Comandante Hugo Chavez Frias, massimo dirigente della Rivoluzione Bolivariana (dicembre 1998) e quest’anno si celebra il ventesimo anniversario della prima Costituzione Bolivariana della Repubblica Bolivariana del Venezuela (1999-2019).
Il trionfo della Rivoluzione Bolivariana ha rafforzato “l’asse dei paesi del bene” alimentato da Cuba Socialista, ha disegnato una nuova geopolitica internazionale creando meccanismi di integrazione necessari quanto promettenti come, tra gli altri, l’ALBA-TCP nucleo fondante per la costruzione del sogno bolivariano della Patria Grande latinoamericana.
La plenipotenziaria Assemblea Nazionale Costituente democraticamente eletta è attiva ed insieme al Potere Popolare Costituente in Azione ha come obiettivo, elaborando una seconda costituzione bolivariana, di dare vita con essa ad una nuova tappa della Rivoluzione Bolivariana che non potrà non essere sempre più fondata sul protagonismo popolare democratico e partecipativo in stretta unità con i Consigli Produttivi dei Lavoratori.

Innumerevoli sono state le aggressioni, le trappole e le infami provocazioni di ogni tipo contro la sovranità del paese: economiche, politiche, mediatiche, diplomatiche, criminali, militari, paramilitari e di terrorismo internazionale fino a configurare un vero e proprio insieme di azioni di guerra economico-finanziaria e speculativa tutt’ora in atto. Senza contare il sicuro assassinio del Comandante Eterno Hugo Chávez Frías da parte dell’imperialismo USA, così come l’hanno anche riconosciuto eminenti intellettuali, politologici, e politici di diversi paesi del mondo, come l’italo-argentino Atilio Boron, Premio Libertador al Pensiero Critico (2013).
Domani 10 gennaio 2019 il Presidente Nicolás Maduro Moros si insedierà ufficialmente per il suo secondo mandato (2019-2025) che gli imperialisti USA, dell’Unione Europea, e sionisti vogliono disconoscere utilizzando alcuni governi controrivoluzionari oggi in carica in America latina, colombiano e brasiliano in testa.
Oggi più che mai la Rivoluzione Bolivariana ha bisogno della nostra solidarietà, sostegno ed appoggio internazionale dei popoli del mondo, ancora più importante quando questo sostegno proviene dall’interno dei paesi imperialisti statunitensi ed europei.
Siamo certi che finché la Rivoluzione Bolivariana conserverà ed alimenterà la mobilitazione rivoluzionaria di massa, delle Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB) e delle milizie operaie e popolari, finché conterà principalmente sulle proprie forze, finché avanzerà coerentemente verso l’instaurazione della società socialista, transizione dalla società capitalista alla società comunista, sarà invincibile ed aprirà la strada dell’indipendenza, della sovranità, del benessere sociale, dell’emancipazione e della liberazione, in una parola del socialismo, agli altri popoli del mondo.
VIVA IL SECONDO MANDATO DEL COMPAGNO PRESIDENTE NICOLÁS MADURO MOROS!
LUNGA VITA ALLA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA!
VIVA I POPOLI DEL MONDO!
VIVA IL SOCIALISMO!
ALBAinformazione – per l’amicizia e solidarietà tra i popoli
Napoli, 9 gennaio 2019
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Se il sistema non trova le soluzioni, bisogna cambiare il sistema

Ci voleva una ragazzina di 15 anni per rimettere le cose a posto e dire quello che è sotto gli occhi di chiunque, per affermare cose ovvie ma fondamentali inchiodando tutti alle proprie responsabilità.

Se il sistema non trova le soluzioni, bisogna cambiare il sistema Greta Thunberg,
15 anni, di origini svedesi, già nota per il sit in davanti al parlamento del suo paese per chiedere misure contro i cambiamenti climatici, ha parlato ai microfoni della COP24, la conferenza delle parti sul clima, che si è tenuta in Polonia e si è chiusa con decisioni deludenti.
Greta ha parlato senza fronzoli, senza ipocrisie, senza bizantinismi, calcoli e tatticismi, senza vuoto e falso politichese. Ha illustrato semplicemente la realtà per quella che è, indicando le soluzioni per risolvere i problemi, così come dovrebbe essere sempre ma come non è praticamente mai.
Viviamo infatti in un mondo dove non ci si concentra su ciò che serve fare ma su quanto politicamente possibile fare, che però si rivela del tutto insufficiente visto l’aggravarsi costante della situazione. Come è risaputo, la politica è ostaggio e serva degli stessi ricchi di cui parla Greta e per il profitto dei quali si sta distruggendo l’intero pianeta. Come associazione Paea diciamo le cose di Greta da tanti anni ma la forza dirompente di questa fantastica ragazzina è uno squarcio nel velo dell’ipocrisia imperante. Il suo messaggio rivolgendosi ai delegati dell’ennesima inutile conferenza sul clima in Polonia è netto: ci avete ignorato in passato e continuerete a ignorarci, voi avete finito le scuse e noi abbiamo finito il tempo.
E Greta azzecca un passaggio fondamentale: il potere, che ha determinato questa situazione con la complicità del consumismo e dei suoi tanti attori, non tiene conto del cambiamento che è già in atto. Persone che hanno capito che dalla politica non arriveranno i reali, profondi e necessari cambiamenti, stanno cambiando loro direttamente. E sulla spinta di quello che Greta chiama popolo, anche la politica per buona ultima sarà costretta a cambiare. Quel popolo, che per il momento è ancora molto occupato a fare shopping ma dalla cui moltitudine si stanno staccando pezzi sempre più numerosi e stanno organizzando un sistema che non ha niente a che vedere con quello fallimentare e senza futuro che impera attualmente. E quando il sistema non trova la soluzioni, bisogna cambiare il sistema.
Non è certo un caso che questo messaggio venga da una bambina, quindi giovane e donna, laddove soprattutto gli adulti e maschi danno e storicamente hanno dato prova di stupidità, ferocia e follia senza limiti. Greta fa venire prima l’azione della speranza, infatti in un suo intervento dice: “Una cosa di cui abbiamo bisogno più della speranza è l’azione. Una volta che iniziamo ad agire la speranza è ovunque. Invece di cercare la speranza, cercate l’azione e solo allora arriverà la speranza”.
Grazie Greta, sei una bellissima luce in una notte che sta diventando sempre più fonda.

Preso da: http://www.ilcambiamento.it/articoli/se-il-sistema-non-trova-le-soluzioni-bisogna-cambiare-il-sistema

Generazione Erasmus: cavie al servizio del MALE!

Interessante intervista a Paolo Borgognone, quella che riportiamo di seguito, sulla MERDOSA generazione Erasmus.
Un’ammasso di pupazzetti che tra un happy hours e qualche orgetta scolaresca credono di poter dare lezioni al resto del mondo su economia, immigrazione, integrazione, lavoro, democrazia, libertà, istruzione e chi più ne ha più ne metta.
Una generazione di merda al servizio del male assoluto: IL CAPITALE!!
Globalisti e neoliberisti, anche credono di lottarvi contro, che agevolano una società schiavistica di cui loro stessi saranno vittime dopo aver vissuto sulle spalle della collettività per gli anni di  “studio” all’estero. In realtà vanno a fare happy hour e fumarsi qualche canna sulla rambla  (Barcellona) e scopare come conigli negli angoli bui dei vicoli.
Una generazione inutile e fragilissima, come sostiene Paolo Borgognone, che verrà spazzata via dalla loro stessa non autosufficienza e nullità!
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L’analisi sulla Erasmus Generation di Paolo Borgognone.
Paolo Borgognone, giovane ma profondo analista dei fenomeni socioculturali contemporanei ha analizzato nel suo Generazione Erasmus. I cortigiani della società del capitale e la “guerra di classe” del XXI secolo la nuova generazione succube degli slogan della globalizzazione occidentale anche in riferimento a Paesi extraeuropei, compreso l’Iran.

Nei giorni scorsi abbiano visto in Iran scendere in piazza, a protestare contro il sistema di governo e potere post-rivoluzionario minoranze di vario tipo. Vogliamo mettere a fuoco la situazione con Borgognone scoprendo i nessi logici con ciò che sta accadendo anche in Europa, sia ad Ovest che a Est.
– A Teheran siamo di fronte a un flebile tentativo di “rivoluzione” da parte di minoranze particolarmente attive nel contesto metropolitano?
A Teheran, in particolare, la capitale definita “moderna” dell’Iran islamico, i quadri ideologici della protesta sono costituiti da giovani studenti nichilisti. Non mi importa, personalmente, se sono o meno pagati dalle Fondazioni americane per l’esportazione della “società aperta” all’estero. Per non simpatizzare con la loro causa mi è sufficiente costatare il fatto che gli studenti liberal iraniani siano nichilisti. E loro stessi affermano, con ostentato orgoglio, questa condizione ideologica degradante.
– Puoi fare un esempio?
Una delle rivoltose, tale Delaram, 20 anni, studentessa liberale al Politecnico di Teheran ha dichiarato al Corriere della Sera circa le ragioni che hanno innescato i riots dei giorni scorsi: «Non lo so e non mi interessa. Nel 2009, la gente aveva delle richieste specifiche, avevano un leader. Adesso consideriamo tutto problematico. Odio questo sistema e lo voglio cambiare». Gli studenti liberal iraniani, dunque, sono interpreti della “rivoluzione del disinteresse e del disimpegno”, dell’apatia.
– Devono però pur avere un modello di riferimento.
Il loro modello politico di riferimento è la società aperta, cioè il regime del vuoto esistenziale e del conformismo liberale. La società “aperta” al mercato dei desideri destabilizzanti e debilitanti. I giovani Erasmus Generation, cioè i giovani adepti della filosofia del disincanto e della compiuta irresponsabilità sono, a prescindere dalla loro nazionalità (il liberalismo è infatti, per vocazione, cosmopolita), dei rassegnati ritiratisi, spontaneamente, nel recinto dei “balocchi frustranti” del narcisismo: la società aperta popperiana e, ora, sorosiana.
– E come questo paradigma si declina in una società islamica sia pur complessa come l’Iran?
I giovani iraniani Erasmus Generation sono moltitudini spaesate, desiderose di “libero mercato” economico e “diritti civili” e il loro velleitarismo anarcoide (la “rivoluzione del disinteresse”) costituisce il brodo di coltura ideale in cui germoglieranno e prolificheranno, ben presto, le strategie d’azione, molto concrete, di quegli “investitori internazionali” che, diversamente dalle studentesse sedicenti glamour di Teheran, sapendo perfettamente cosa gli interessa (il petrolio iraniano) e come ottenerlo (regime change in Iran), intendono affondare i propri artigli sull’antica Persia innescando giganteschi processi di impoverimento e de-emancipazione.
– I giovani contestatori non si troveranno spiazzati da questo scenario imprevisto scenario di destabilizzazione?
È più probabile che quando si verificherà i giovani “agitatori” di oggi piagnucoleranno, lamentosi, dinnanzi alle telecamere occidentali, che la “rivoluzione” che avevano in mente era “diversa”, ovvero “egualitaria” e “democratica” e che anonimi e impersonali “poteri forti” gliel’hanno “rubata”.
– Parafrasando potremmo dire “è l’Occidente, bellezza!” In fondo nel “movimento” non serpeggia una simpatia occidentalista di fondo?
Una parte del movimento protestatario iraniano è infatti culturalmente filoccidentale poiché inalbera slogan del tipo: “No alla Siria, no al Libano, no a Gaza, la nostra vita è per l’Iran!” e “Morte alla Russia! Morte alla Cina!”. È chiaro che slogan come questi sono musica per il circo mediatico occidentale di complemento alle élite neocon che organizzano la strategia atlantista delle “rivoluzioni colorate”. Il circo mediatico liberal, infatti, definisce “massimalisti” e “black block” coloro i quali, nei Paesi occidentali, si battono contro le guerre americane, israeliane e Nato e nello stesso tempo elogiano con epiteti quali “giovani democratici” e “la parte migliore del Paese” chi, tra gli studenti glamour di Teheran, chiede la fine del sostegno iraniano alla resistenza libanese, palestinese e siriana.
– In questo scenario di destabilizzazione come si colloca il presidente americano Trump?
L’Iran è l’obiettivo privilegiato dell’amministrazione Trump che, lo sappiamo bene, lo scorso anno ha ricevuto 480 miliardi di dollari dall’Arabia Saudita in cambio di commesse militari fornite dagli Usa a Riyadh per combattere l’Iran ed Hezbollah. È chiaro che chi ha investito quella somma enorme in chiave anti-iraniana voglia, ora, incassare i dividendi.
– Poche ore prima del fuoco di paglia iraniano il laboratorio privilegiato dei nuovi scenari sembrava essere la Catalogna. In Catalogna si sta tentando di creare un nuovo Stato sul modello culturale dell’Erasmus Generation. Pensi che possa nascere questo Stato?
Non lo so. Quello che vedo è che in Catalogna siamo alle prese con un conflitto politico tutto interno alla galassia liberal che, di fatto, non mi appassiona poiché vede contrapporsi unionisti e secessionisti intenti a rivendicare, per legittimarsi a vicenda, la propria adesione ai principi della società aperta. Può sembrare paradossale, e invece non lo è affatto, ma in Catalogna la leader del principale partito unionista (Ciudadanos, in realtà liberale e filo-Ue), tale Inés Arrimadas, è lo stereotipo politico-antropologico per antonomasia della Erasmus Generation. Il padre di Inés Arrimadas era il governatore civile franchista delle province di Cuenca e Albacete. In questa singolare vicenda familiare c’è l’essenza della metamorfosi liberal della destra spagnola… Inés Arrimadas è una dirigente d’azienda privata, una manager transnazionale, che ha cominciato la sua esperienza politico-professionale proprio con il Programma Erasmus, a Nizza, in Francia.

 

Proteste in piazza a Barcelona
  • Una erasmiana di seconda generazione.
È ovvio che in Erasmus, nel mentre si viene istruiti, laddove si provenga da “buona famiglia” come si suol dire, a diventare manager internazionali (beneficiari di cospicua retribuzione) ai tempi del dominio dispotico dell’economia globalizzata, ci si sottoponga anche, tra una bevuta alcolica in discoteca e un party notturno in spiaggia, a un rito di iniziazione e di fedeltà, una catechesi, agli anti-valori del cosmopolitismo e del politically correct. Spiace costatare che, in Spagna, al culmine della vicenda catalana, la bandiera dell’unionismo sia stata impugnata da partiti, come Ciudadanos, che non sono unionisti ma liberali e dunque fedeli alle logiche di sradicamento proprie della società aperta piuttosto che alla tradizione della Spagna imperiale e originaria. Ciudadanos è un partito postmoderno che si è consolidato dopo la lunga stagione di disimpegno della Movida degli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso.
– Come gli studenti iraniani, i giovani dell’Erasmus Generation sono il soggetto di cambiamenti storici o figure passive teleguidate?
I giovani Erasmus Generation sono il prodotto politico-antropologico della rivoluzione passiva neoliberale degli ultimi trent’anni circa ma le radici storiche di questo agglomerato umano affondano nella cultura di massa mainstream, americana, veicolata dal Sessantotto. Non dimentichiamoci che gli ideali di “liberazione” cui si ispiravano i sessantottini erano di matrice prettamente americana, radical.
– Ma il ’68 non era nato per contestare…?
Il Sessantotto nacque, come movimento contestatario antiborghese ma ultracapitalistico proprio nei campus universitari americani della California (Berkeley), notoriamente i più liberal e “creativi”. Tornando all’oggi, va detto che il conformismo esistenziale dei teenager americanocentrici e nichilisti di nuovo conio è disarmante. Costoro, nella fascia “alta” (cioè gli “istruiti”, quelli che abitano nei quartieri bene delle città metropolitane più importanti del mondo occidentale e liberal), hanno recepito e accettato, senza colpo ferire, l’assunto secondo cui libertà e democrazia coincidano con il liberalismo economico-culturale e politico quando, in realtà, è vero l’opposto.
– Perché?
Perché libertà non significa, come vorrebbero l’élite intellettuali e i ceti manageriali di centrosinistra/centrodestra che ci “governano”, adattamento al liberalismo degli stili di vita collettivi e ripudio delle appartenenze pregresse. Libertà significa innanzitutto sovranità popolare. Democrazia significa potere popolare (non governo indiretto o diretto dei banchieri come invece va di moda sostenere oggi). Le fasce “basse”, cioè culturalmente più dozzinali invece, della Generazione Erasmus, non si pongono neppure i problemi di cui sopra e rivendicano, unicamente, il “diritto” di “divertirsi liberamente” (cioè, come la pubblicità induce a fare) senza doversi preoccupare di tutto ciò che non rientri, specificamente, nel novero della dimensione irreale cosiddetta “bolla degli espatriati”.
– Un “facciamo casino” abbastanza sterile in basso?
La Generazione Erasmus è comunque riuscita, e questo duole particolarmente ricordarlo, a imporre una propria morale, centrata sui dogmi identitari postmoderni del disinteresse e della stupidità sulle rovine della morale tradizionale, in Occidente spazzata via dalla società dei consumi e considerata, dai più, un retaggio premoderno, obsoleto e dunque “roba per vecchi”. Invece, a mio parere, i “vecchi” e i reazionari del tempo presente sono proprio i nuovi moralisti della Generazione Erasmus, chierichetti del Politicamente Corretto. I teenager della Generazione Erasmus sono la claque di cui gli strateghi, miliardari, della società del capitale necessitano per conferire una patina di “democraticità” ai loro piani centrati sull’omologazione al ribasso mediante precise strategie aziendali di sfruttamento, precarizzazione e delocalizzazione permanenti.
– Nell’Est Europa e in Russia si sta sviluppando qualcosa di simile agli Erasmiani?
Sì, certamente, una “giovane classe media” privata e occidentalizzata esiste anche nei Paesi dell’Est Europa e in Russia ed è proprio su questi attori sociali conformisti che la Ue punta per inscenare i processi di “rivoluzione colorata” volti a porre fine ai governi sovranisti di Viktor Orbán a Budapest e Vladimir Putin a Mosca. Per suscitare tentativi di “rivoluzione colorata” a Budapest e a Mosca, le fondazioni private euro-atlantiche per l’esportazione della società aperta all’estero hanno investito milioni di dollari, forgiando ad hoc gli armigeri e giannizzeri della destabilizzazione neoliberale proprio tra le fila della “giovane borghesia dei consumi e dello spettacolo.
– Però è difficile sovvertire presidenti come Putin che da anni godono di una vasto e comprovato consenso popolare…
Che Orbán e Putin godano, in patria, di un consenso popolare molto elevato e che siano, al contrario di Juncker e compari, stati eletti a seguito di un ineccepibile processo democratico, ai banchieri d’affari internazionali importa davvero nulla. Gli hedge funds vogliono che l’Ungheria e la Russia siano governate da comitati d’affari della borghesia cosmopolita loro fiduciari. Il processo democratico è accettabile per gli hedge funds soltanto nel momento in cui premia i candidati che si impegnano a tutelare gli interessi dei “mercati finanziari internazionali”. Chi considera “democrazia” e “capitalismo” sinonimi ha trovato nei ragazzi della Generazione Erasmus i propri gracili battaglioni.
– In Italia come valuti minoranze molto colorate come quelle del Comitato Ventotene o dei Pischelli In Cammino che fiancheggiano il PD?
Credo che siano gruppetti rientranti a pieno titolo, col ruolo di macchiette folkloristiche ma innocue. Questi gruppetti (reclutati perlopiù tra i “giovani bene” figli della neoborghesia privata, inserita e danarosa di Roma e Milano) non hanno alcun peso specifico o capacità di autonomia critica, sono posti in un determinato spazio politico e mediatico per fornire una legittimazione giovanilistica e cool a un regime, quello post-renziano, talmente decrepito da reggersi sui voti, determinanti per il PD, delle masse di pensionati tesserati. Io credo che questi prodotti politico-antropologici del pericolante regime globalista del PD siano piuttosto rumorosi su Facebook e Instagram ma del tutto innocui nel computo della dinamica politica reale.
– Certo non “moriranno per Renzi”… Ma si sta sviluppando nella fascia generazionale dei ventenni e dei millennials un modello alternativo a quello dei giovani Erasmus?
Sì, e ciò, personalmente, mi conforta. L’11 novembre 2017, a Varsavia, 60.000 manifestanti provenienti da tutta Europa, anche se in maggioranza si trattava di polacchi, marciarono per commemorare il Giorno dell’Indipendenza Nazionale in un raduno di massa che, in prospettiva, può essere interpretato come l’avanguardia ideologica di un possibile movimento patriottico, su scala europea, per la sovranità e la deglobalizzazione.
– Pero questi “marciatori” hanno il limite in quell’atlantismo russofobico che non aiuta a progettare uno scenario alternativo all’egemonia occidentale.
In verità la “marcia dei 60.000” di Varsavia fu organizzata da un partito polacco, la Falange Nazional-Radicale, che ha forse capito che lo sciovinismo etnocratico e la russofobia non portano le nazioni da alcuna parte, se non tra le fauci del globalismo e del liberalismo culturale (società aperta, droga libera, precarietà occupazionale, guerre Nato, dominio di aziende multinazionali private americane, migrazioni di massa, gay-friendly, ecc.).

 

Polonia Marcia per l’indipendenza contro l’islamizzazione

 

– Ritieni che allora possano anche superare i limiti intrinseci dei partitini della destra atlantista?
Nel momento in cui, in Europa, i movimenti patriottici e nazionali, rinunciando a dichiararsi tout court di destra ma abbracciando la causa del sovranismo e del socialismo identitario, cominciano a capire che l’alleanza naturale per chi intende contrastare le logiche sradicanti e omologanti imposte dalla globalizzazione liberale e dal regime bancocratico della Ue è quella con la Russia, allora ecco che la narrativa egemonica delle celebrities della società di mercato entra in crisi terminale. L’11 novembre 2017, A Varsavia, i patrioti nazionali di un’Europa sovrana e tradizionale, imperiale e antimoderna, e dunque comunitaria e solidale, hanno marciato sotto gli slogan “Europa bianca di nazioni fraterne” e “Noi vogliamo Dio”. Si tratta di spunti di riflessione fondamentali. “Europa bianca di nazioni fraterne” significa “no all’ideologia dei flussi migratori” che costituiscono l’esercito di riserva del capitale transnazionale e transgender ma, soprattutto, no ai particolarismi etnocratici (il nazionalismo borghese di ottocentesca memoria), settari e tra loro conflittuali, che fanno il gioco dell’imperialismo americano (fondato sulla logica divide et impera). “Noi vogliamo Dio” significa rifiuto sostanziale del capitalismo liberale e della società di mercato in nome non del materialismo di sinistra, totalmente inservibile e anzi controproducente in una fase di lotta contro una dinamica globalista che è a sua volta inconfutabilmente e rozzamente materialista, ma della Tradizione e dello scrupoloso rispetto delle differenze etniche e religiose dei popoli d’Europa.
– Avranno la capacità di capovolgere lo scenario oggi dominante in Europa?
La Generazione Erasmus, cioè i sostenitori della società aperta, può essere sconfitta, e piuttosto facilmente. Dal punto di vista politico e culturale. Si tratta, infatti, perlopiù di giovani snowflakes (delicati “fiocchi di neve”), ovvero attori sociali fragilissimi dal punto di vista psicologico e politicamente inoffensivi nel momento in cui si trovano, come avversari, forze organizzate e ideologicamente incisive. È interessante riportare, a riguardo, la testimonianza di uno studente Erasmus all’Università di Varsavia che, l’11 novembre 2017, di fronte alla “marcia dei 60.000” patrioti polacchi che sfilavano intonando slogan apertamente ostili alla società aperta, ha preferito, consigliato dai suoi professori liberali, «rimanere in casa» perché, in strada, quel giorno, gli anti-valori individualisti e neoborghesi e il way of life degli «studenti internazionali» promotori del cosmopolitismo di mercato e dell’ideologia del migrante erano stati messi in minoranza e ridotti alla marginalità.
– Non hanno propriamente l’animus dei resistenti!
Allorquando vedono insidiato il loro presunto primato ideologico, i giovani Erasmus Generation, confermando la propria natura e vocazione di snowflakes psicologizzati e medicalizzati, non combattono, non si confrontano con avversari di cui temono le parole d’ordine e l’energia ideologica, ma si ritirano tra le braccia dei loro professori liberal. La Generazione Erasmus ha bisogno, per sopravvivere, del bancomat dei genitori borghesi e della copertura politico-mediatica assicuratagli dalla Ue. I teenager di nuovo conio non sono autosufficienti, sono precari onnicomprensivi ed essendo il prodotto del nichilismo postmoderno e del pensiero debole verranno, inevitabilmente, travolti e sopraffatti dalle loro stesse fragilità.
Intervista di Alfonso Piscitelli

Preso da: https://disquisendo.wordpress.com/2018/01/08/generazione-erasmus-le-cavie-della-globalizzazione-al-servizio-del-male/

Libia: Ecco com’era “CRUDELE la DITTATURA” di Gheddafi!

LA DITTATURA DEL KADHAFI …
1- L’elettricità per uso domestico è gratuita!
2- L’ acqua per uso domestico è gratuita!
3- Il prezzo di un litro di benzina è di 0,08 EURO!
4- Il costo della vita in Libia è molto inferiore a quello prevalente in Francia. Ad esempio, il prezzo di una mezza baguette di pane in Francia è di circa 0,60 euro, mentre in Libia è 0,11 euro!
5 – Le banche libiche concedono prestiti senza interessi!
6- I cittadini non hanno tasse da pagare e l’IVA non esiste!
7- La Libia è l’ultimo paese dell’elenco dei paesi debitori! Il debito pubblico è del 3,3% del PIL! In Francia è l’84,5%! Negli Stati Uniti l’88,9%! In Giappone al 225,8%!
8 – Il prezzo per l’acquisto di un’auto (Chevrolet, Toyota, Nissan, Mitsubishi, Peugeot, Renault …) è al prezzo di fabbrica (auto importate dal Giappone, Corea del Sud, Cina, Stati Uniti …)!

9- Per ogni studente che vuole studiare all’estero, il “governo” aggiudica una borsa di studio di 1.627.11 euro al mese!
10- Ogni studente laureato riceve lo stipendio medio del curriculum scelto se non trova lavoro!
11- Quando una coppia si sposa, lo “Stato” paga il primo appartamento o casa (150 metri quadrati)!
12- Ogni famiglia libica, presentando il libretto familiare, riceve un aiuto di 300 EURO al mese!
13- Ci sono posti chiamati “Jamaiya”, dove la metà del prezzo del cibo viene venduto per qualsiasi grande famiglia, presentando il libretto familiare!
14- Per qualsiasi impiegato nel servizio civile, in caso di necessaria mobilità attraverso la Libia, lo “Stato” fornisce gratuitamente un’auto e una casa. E qualche tempo dopo, queste cose appartengono a lui.
15- Nel servizio pubblico, anche se la persona è assente uno o due giorni, nessuna detrazione di quei giorni sul suo stipendio e nessuna prova di malattia.
16- Ogni cittadino libico che non ha una dimora può registrarsi con un corpo “statale” e ne sarà assegnato uno senza di lui / senza alcun costo e senza credito. Il diritto all’alloggio è fondamentale in Libia.
Una dimora deve appartenere a colui che la occupa.
17- Ogni cittadino libico che desidera lavorare in casa può registrarsi con un’agenzia “statale” e questo lavoro sarà effettuato gratuitamente dalle società di lavori pubblici scelti dallo Stato.
18. Preoccupa la parità di genere e le donne hanno accesso a importanti funzioni e posizioni di responsabilità.
19- Ogni cittadino libico può impegnarsi attivamente negli affari politici e pubblici a livello locale, regionale e nazionale attraverso un sistema di democrazia diretta, Congressi popolari permanenti, fino al Congresso Generale del Popolo, il grande congresso nazionale che si riunisce una volta all’anno): su 3.5 milioni di adulti, 600.000 cittadini partecipano attivamente alla vita politica!
20- La Libia è la prima riserva di petrolio in Africa!
21 – Libia contiene 1.800 km di costa sul Mediterraneo e ha uno dei più alti tassi di sole al mondo!
22- L’assistenza medica è gratuita!
23. L’istruzione secondaria e universitaria sono gratuite. Il tasso di alfabetizzazione è superiore al 90%!
24- Ci sono sovvenzioni su tutti i prodotti alimentari di base (ad esempio 1 kg di pasta acquistato ad 1€ da un produttore tunisino, il governo libico lo vende a 0,50€ ai libici)!
25- La Libia è un partecipante ardente nello sviluppo dell’Africa, dalla sua indipendenza dall’Occidente e dal suo sistema monetario dittatoriale. Sono più di 60 miliardi di dollari che lo stato libico è pronto a investire in 25 paesi dell’Africa e dare lavoro a milioni di africani.
26- La Libia è la 6°a o la 7°a ricchezza sovrana finanziaria del mondo! Le riserve fiduciarie sono superiori a quelle della Russia, per esempio!
Se questa è la dittatura che firmi ora, perché nessun dittatore avrebbe fatto questo tipo di cose, i libici vivevano meglio di noi prima di questa guerra, i media hanno mentito per la guerra in Iraq e in Afghanistan e a tutti per uno ci viene detta la verità sulla Libia.
via Disquisendo

Preso da: http://www.complottisti.info/libia-ecco-comera-crudele-la-dittatura-di-gheddafi/

La Libia, dall’era Gheddafi ai giorni nostri

Nel 1967 il colonnello Gheddafi ereditò una delle Nazioni più povere in Africa ma, al momento in cui il leader libico fu assassinato, aveva trasformato la Libia in una nazione fra le più ricche.


La Libia aveva il più alto PIL pro capite e la speranza di vita nel paese era in costante crescita, nel contempo pochissime persone vivevano sotto la soglia di povertà rispetto ad altri paesi africani. In oltre quaranta anni Gheddafi aveva promosso la democrazia economica utilizzando la ricchezza del petrolio per sostenere programmi di assistenza sociale per tutti i libici. Sotto il governo di Gheddafi i libici godevano di assistenza sanitaria e istruzione gratuita, ma anche l’energia elettrica era a zero costo e i prestiti bancari alle famiglie, per mutui o spese per le normali attività domestiche, venivano erogati senza applicare alcun interesse.

A differenza di molte altre nazioni arabe, le donne nella Libia di Gheddafi avevano il diritto all’istruzione, ricoprivano incarichi pubblici, potevano sposare chi volevano, divorziare, possedere beni e disporre di un reddito. Nel 1969 solo poche donne frequentavano l’Università mentre nel 2011 più della metà degli studenti universitari della Libia erano donne. Una delle prime leggi operate da Gheddafi nel 1970 era la pari retribuzione fra uomini e donne.
Il 4 gennaio 2011 lo stesso Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite aveva riconosciuto ed elogiato Gheddafi (leggi il documento) per la sua promozione dei diritti civili e delle donne. In pratica prima lo hanno lodato e pochi mesi dopo chi lo ha ucciso si è giustificato dicendo di aver liberato il mondo da un pericoloso e sanguinario dittatore. Assurdo!

Il dopo Gheddafi

A seguito del scellerato intervento francese e della NATO del 2011, la situazione attuale è un vero disastro annunciato. La Libia è ormai uno stato fallito e la sua economia è allo sfascio. Non vi è un controllo governativo e l’amministrazione dello Stato scivola tra le dita dei fantocci eletti dall’ONU per finire nelle mani dei combattenti delle milizie locali, facenti parte di tribù islamiste che al tempo di gheddafiana memoria erano dei classici criminali.

In pratica l’occidente ha consegnato le chiavi della nazione a una banda di assassini spietati e senza regole. Tutto questo pur di liberarsi di un Gheddafi che aveva finanziato metà campagne elettorali dei leader democratici europei (Sarkozy per esempio).
Il risultato oggi è ben chiaro: per merito dell’intervento Francia/Nato la Libia ha ora due governi, ognuno di questi con il proprio primo ministro, Parlamento e persino esercito.
Il Parlamento, quello che era stato eletto per volere dell’ONU e riconosciuto dalla cosiddetta ‘comunità internazionale’, è stato spazzato via da Tripoli dalle milizie islamiste che poi hanno assunto il controllo della capitale nonché in altre città. Nella parte orientale del paese, quello che tutti riconoscono come il governo ‘legittimo’ e dominato da coloro che si professano anti-islamisti, è stato esiliato a un migliaio di chilometri di distanza dalla capitale, precisamente a Tobruk, e di fatto non governa più nulla.
La caduta di Gheddafi ha creato tutti gli scenari peggiori del paese: le ambasciate occidentali non esistono più, il sud del paese è diventato un rifugio per i terroristi e il nord un centro del traffico di migranti. Egitto, Algeria e Tunisia hanno chiuso tutti i loro confini con la Libia. Nel paese vi è un contesto di illegalità assoluta, si va dallo stupro diffuso agli omicidi di massa che restano assolutamente impuniti.

La strategia futura della CIA

 L’America, da sempre impegnata a esportare libertà e democrazia nel mondo :-), riesce a contribuire in questo disastroso scenario alimentando una terza via. Non bastano i due governi, ormai totalmente inutili e inetti, ora in Libia ci sono gli Stati Uniti che aprono un nuovo scenario con una terza forza, totalmente indipendente dalle altre due. Ed è la solita CIA, il servizio di maggior intelligence 🙂 esistente al mondo, a individuare la soluzione di tutti i mali libici attraverso la figura del generale Khalifa Belqasim Haftar quale prossimo leader libico e, per questo, l’interessato già mira ad autoproclamarsi ‘nuovo dittatore’ della Libia.
Tanto per capire di che personaggio stiamo parlando, si sappia che il generale Haftar, antico nemico giurato di Gheddafi tanto da dover fuggire dal paese, si era trasferito in USA, in Virginia, guarda caso proprio vicino al quartier generale della CIA, dove si dice sia stato addestrato dall’Agenzia per prendere parte ai numerosi tentativi di golpe in Libia, sempre falliti fino al 2011, per rovesciare Gheddafi.
Non solo, nel 1991 il New York Times riferiva che Haftar era uno dei seicento soldati libici addestrati dalla CIA in atti di sabotaggio e altre azioni di guerriglia per rovesciare il regime di Gheddafi. Questo mini esercito libico/americano è stato costituito dal presidente Reagan e mantenuto integro fino all’intervento francese del 2011.

Il vero obiettivo dell’occidente

In realtà, l’obiettivo dell’occidente non era certo quello di aiutare il popolo libico, asserendo che in Libia si era oppressi e soffocati da un dittatore talmente crudele che aveva la colpa di aver contribuito a far vivere il più alto tenore di vita in Africa, bensì di spodestare Gheddafi, installare un regime fantoccio e ottenere il controllo delle risorse naturali della Libia.
Non ci vuole un Qi troppo elevato per capirlo, eppure dai mass media leggiamo ancora oggi che la Libia è stata liberata da un tiranno per garantire la democrazia e gli equilibri in Medio Oriente. E il bello è che ci credono in tanti.

Un decennio di fallimenti militari giustificato da un business miliardario

Qualche anno fa la Nato ha dichiarato che la missione in Libia era stato “uno dei più riusciti nella storia della Nato”. A parte il fatto che molto del merito va alla ‘furbesca’ Francia e non certo alla Nato, la verità è sotto gli occhi di tutti: questo intervento occidentale non ha prodotto nulla se non fallimenti colossali in Libia, Iraq e Siria. E parliamoci chiaro: prima del coinvolgimento militare occidentale, queste tre nazioni erano gli Stati più moderni e laici esistenti in Medio Oriente e in tutto il nord Africa, con il più alto tasso di godimento dei diritti della donna e del tenore di vita.
Un decennio di fallimentari spedizioni militari in Medio Oriente ha lasciato il popolo americano un trilione di dollari di debito. Tuttavia qualcuno in particolare negli USA hanno beneficiato immensamente per tali costose e mortali guerre: l’industria militare americana.
La costruzione di nuove basi militari significa miliardi di dollari per l’élite militare statunitense. È dai tempi del bombardamento dell’Iraq che gli Stati Uniti hanno costruito nuove basi militari in Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman e Arabia Saudita. Dopo l’Afghanistan gli Stati Uniti hanno costruito basi militari in Pakistan, Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan, mentre dopo la Libia hanno realizzato nuove basi militari in Seychelles, Kenya, Sud Sudan, Niger e Burkina Faso.
In tutti questi paesi a presenza militare americana sono a basso tenore di vita della popolazione e a forte limitazione delle libertà individuali, delle donne in special modo.
Infine, il flusso dei migranti rischia di far ‘scoppiare’ l’Europa. E qui ricordo la profezia di Gheddafi che, a quanto pare, si sta puntualmente avverando quando nel 2011 disse:

“State bombardando il muro che si erge sulla strada dei migranti e dei terroristi verso l’Europa”.

Di ogni intervento americano nel mondo non esiste un fattore positivo per l’Umanità, bensì serve a rendere invincibile chi, come Trump, dice di avere “il pulsante più grande che, tra l’altro, funziona”.
Eh sì, vediamo bene come funziona.
Questo articolo è stato pubblicato qui

Preso da: https://www.agoravox.it/La-Libia-dall-era-Gheddafi-ai.html

La PROFEZIA di Rudolf Steiner del 1917: “Bloccheranno il nostro risveglio attraverso i vaccini!”

La PROFEZIA di Rudolf Steiner del 1917: “Bloccheranno il nostro risveglio attraverso i vaccini!”

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I vaccini costituiscono un notevole indebolimento della struttura fisico-vitale umana. Che è la fondamentale base terrena della vita psichica. Ostacolare la vitalità del corpo significa creare un enorme problema all’evoluzione spirituale. Si sta fortunatamente sviluppando un’onda di rifiuto dei vaccini, ancora minoritaria… Mentre le strutture sanitarie governative e internazionali, saldamente nelle mani dei poteri oscuri, tendono a ipervaccinare bambini, anziani, tutti…
Rudolf Steiner quasi 100 anni fa parlava dello sviluppo di un vaccino particolare, contro l’evoluzione spirituale, contro lo sviluppo dell’onda di coscienza. Ora siamo in piena crescita dei risvegli di coscienza. Ritenete che il vaccino menzionato da Steiner sia già in
I bambini che stanno nascendo negli ultimi anni hanno spesso grandi qualità spirituali. Arrivano bambini più forti proprio per “reggere” alla nuova minaccia, o questo specifico vaccino è ancora nei laboratori e deve ancora uscire? Cosa ne pensate?

Ecco cosa dice Steiner:
“Ma gli Spiriti delle tenebre sono in mezzo a noi, sono qua.
Dobbiamo restare in guardia in modo da accorgerci quando li incontriamo, in modo da comprendere dove si trovano.
Perché la cosa più pericolosa nel prossimo futuro sarà abbandonarsi inconsciamente a tali influssi, che realmente esistono intorno a noi.
Infatti, che l’uomo li riconosca o meno, non fa alcuna differenza per la loro reale esistenza.
Ma soprattutto, per questi Spiriti delle tenebre sarà importante portare confusione, dare false direzioni in ciò che si sta ora diffondendo in tutto il mondo e per cui gli Spiriti della luce continueranno a operare nella direzione giusta. Ho già avuto occasione di mettere in guardia su una direzione sbagliata, che è davvero tra le più paradossali.
Vi ho indicato che i corpi umani si svilupperanno in modo tale che vi potrà trovar posto una certa spiritualità, ma che il pensiero materialista, la cui diffusione è sempre più alimentata dalle indicazioni degli Spiriti delle tenebre, opereranno in modo da opporvisi con mezzi materiali. Vi ho detto che gli Spiriti delle tenebre ispireranno le vittime di cui si nutrono, gli uomini che abiteranno, PERSINO AD INVENTARE UN VACCINO PER DEVIARE VERSO LA FISICITÀ, FIN DALLA PRIMISSIMA INFANZIA, LA TENDENZA DELLE LE ANIME VERSO LA SPIRITUALITÀ.
Come oggi si vaccinano i corpi contro questo e quello, così in futuro SI VACCINERANNO I BAMBINI CON UNA SOSTANZA PREPARATA IN MODO CHE ATTRAVERSO LA VACCINAZIONE, QUESTE PERSONE SARANNO IMMUNI DALLO SVILUPPARE IN SÉ LA “FOLLIA” DELLA VITA SPIRITUALE, follia, ovviamente, dal punto di vista materialistico.
(…) Tutto questo tende in ultima analisi a trovare il metodo con cui si potranno vaccinare i loro corpi in modo che essi NON POTRANNO SVILUPPARE INCLINAZIONI VERSO IDEE SPIRITUALI, ma crederanno per tutta la loro esistenza solo alla materia fisica. Così, come dagli impulsi, che la medicina ha tratto dall’inclinazione all’inganno [qui Steiner fa finta di sbagliarsi facendo un gioco di parole tra Schwindelsucht, parola che vuol dire all’incirca disposizione all’inganno e Schwindsucht, che significa tubercolosi ndT] – pardon, scusate, – ha tratto dalla tubercolosi, oggi vaccina contro la tubercolosi, cosi DOMANI SI VACCINERÀ CONTRO LA DISPOSIZIONE VERSO LA SPIRITUALITÀ.
Con ciò si intende solo dare un accenno a qualcosa di particolarmente paradossale tra le molte altre cose che accadranno in questo ambito in un futuro prossimo e anche più remoto, in modo di creare scompiglio in ciò che deve fluire sulla terra dai Mondi spirituali grazie alla vittoria degli Spiriti della luce.”

Rudolf Steiner O.O.177 conferenza 27 Ottobre 1917

Se guardiamo le nuove generazioni risulta fin troppo evidente che Rudolf Steiner ci aveva visto molto molto bene già 100 anni fa. La situazione già oggi è a dir poco allarmante, eppure c’è gente che deride chi lotta a favore della vita e della salute. Continuiamo a farci la guerra tra di noi, mentre la cosiddetta élite si gode l’indecente spettacolo. Siamo divisi in tutto e per tutto. Tifiamo come un qualunque sport a favore dei faccini e contro chi non lo è. Siamo a livelli di psicopatia che fanno rabbrividire. Emeriti PSICOPATICI che hanno il coraggio di sostenere il crimine farmaceutico a discapito della vita dei BAMBINI! Fintanto non capita loro chi se ne fotte, no? Questa mentalità ci sta fottendo il futuro e non lo vogliamo ancora capire.

Come ci portano via tutto

 

 

di Diego Fusaro 7 aprile 2017

Occorre essere vigili. Sempre. Non ci portano via tutto in una volta. No. Sarebbe altrimenti evidente il processo di aggressione frontale ad opera della aristocrazia finanziaria, la nuova classe dominante post-1989 che sta distruggendo tutte le conquiste del mondo proletario (lavoro, diritti, ecc.) e del mondo borghese (famiglia, enti pubblici, Stato: in una parola, ciò che Hegel chiamava “eticità”).

La nuova classe dominante, con lenta e solerte continuità, ci sta portando via una dopo l’altra tutte le nostre conquiste storiche: ci sta facendo arretrare, quasi senza che ce ne accorgiamo, in una sorta di nuovo feudalesimo capitalistico. Dovremmo ormai sapere, del resto, che quando il potere perde il consenso ricorre alla violenza e alle restrizioni di libertà. La storia del Novecento dovrebbe pur averci insegnato qualcosa. Ed è quanto sta oggi accadendo, per chi sappia vederlo andando al di là del vitreo teatro delle ideologie e delle grandi narrazioni. Svegliamoci, dunque. Prima che sia troppo tardi. Apriamo gli occhi. Per non lasciarci schiacciare senza prima aver combattuto fino alla fine. La sconfitta è certa quando l’aggredito non risponde all’aggressore. In nome della lotta contro le bufale e i “fake” si preannunciano clamorose restrizioni della libertà di opinione e di espressione per ogni voce non allineata. L’abbiamo capito. Con la scusa che la rete pullula – ed è peraltro vero – di sciocchezze e menzogne, adesso i sacerdoti del pensiero unico pensano di istituire “vedette” di controllo per censurare. Dove ovviamente – anche un neonato può capirlo – sarà facilissimo censurare come bufala e complotto tutto ciò che esula dai parametri del pensiero unico politicamente corretto.
Preso da: http://www.forzadelpopolo.org/come-ci-portano-via-tutto/

Il “regime change” per John Mearsheimer

2 febbraio 2017

Nel mondo accademico americano, e più in generale quello occidentale, è raro trovare voci dissidenti con quella che è stata la pratica dell’esportazione della democrazia a stelle e strisce all’esterno del “mondo libero”. Una di queste voci è quella di John Mearsheimer, professore dell’Università di Chicago e padre della teoria delle relazioni internazionali del realismo offensivo, che ha avuto il coraggio di ammettere, senza alcuna vergogna o remora, che la politica statunitense del “regime change” (cambio di regime) si è rivelata un fallimento su tutti i fronti, dalla destabilizzazione di governi prima solidi, all’impossibilità di democratizzare i paesi vittima della loro politica, fino all’aver aggravato la minaccia terroristica dando vita allo Stato Islamico.
L’argomento è stato trattato, in particolare, in una serie di conferenze che il professore ha tenuto a MGIMO, l’Istituto Statale di Mosca di Relazioni Internazionali nell’ottobre del 2016. Dal 2011, ha spiegato, la politica estera statunitense nel Medio Oriente è stata caratterizzata da “un disastro dopo l’altro”, fallendo praticamente ogni volta che la pratica del regime change è stata applicata.

Mearsheimer individua tre aree strategiche per la sicurezza e l’azione estera degli Stati Uniti sempre tenendo ben presente che la più importante è ovviamente l’Emisfero occidentale, ovvero le Americhe, all’interno del quale non devono nascere altre grandi potenze o non deve esserci alcuna interferenza esterna, in base a quanto dichiarato unilateralmente con la Dottrina Monroe (alla quale il giurista Carl Schmitt si ispirò per spiegare il concetto di Grande Spazio): in ordine d’importanza abbiamo l’Europa occidentale, l’Asia nord orientale e il Golfo Persico.
Le ragioni sono presto dette: l’Europa occidentale è il luogo in cui le grandi potenze, almeno a partire dall’età moderna, si sono sempre concentrate; l’Asia nord orientale è dove grandi potenze in grado di competere con gli Stati Uniti ci sono state, ci sono ancora e continueranno ad esserci in futuro (URSS/Russia; Giappone; Cina); il Golfo Persico per una ragione semplicissima: il petrolio, di cui gli USA sono secondo produttore e primo consumatore mondiale, e il cui controllo risulta strategico per influenzare la sicurezza energetica del mondo intero e, in particolare, delle grandi potenze emergenti come Cina ed India che si riforniscono principalmente proprio da quell’area.
Il punto cruciale però qui è un altro: riconosciute queste aree strategiche, possiamo anche definire anche quali aree non sono strategiche per la sicurezza degli Stati Uniti. A conti fatti, secondo Mearsheimer, Siria, Egitto e Israele non sono aree d’interesse strategico per gli Stati Uniti. Inoltre, l’Europa occidentale è destinata a scendere al terzo posto quale area d’interesse strategico visto il declino endemico a cui le potenze europee sono sottoposte da circa un secolo a questa parte, mentre l’Asia, che a causa della Cina sarà coinvolta nella sua intera parte orientale, e non solo a nord, è destinata a salire al primo (la teoria del “pivot to Pacific” lo dimostra) e il Golfo Persico al secondo.
Le aree su cui, a nostro avviso, la stessa amministrazione Trump si concentrerà di più. Come già accennato, inoltre, l’area del Golfo Persico sarà d’importanza cruciale per gli Stati Uniti proprio per il rifornimento energetico della Cina stessa la quale, ad oggi, attinge il 25% delle proprie risorse petrolifere proprio da lì. E lo share è destinato ad aumentare. Allo stesso mondo l’India, mentre l’Europa sarà lasciata in disparte poiché non costituisce una minaccia competitiva agli USA in termini di sicurezza.
Le radici della politica del regime change sono individuabili sin dall’intervento americano in Afghanistan nel 2001. Da questo punto di vista non c’è differenza fra Bush figlio e Obama: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria ed Egitto si sono rivelati cinque fallimenti su cinque tentativi attivi compiuti. Quella in Afghanistan si è rivelata la guerra più lunga in cui gli Stati Uniti siano stati mai coinvolti: le finanze americane dissipate per questa guerra sono state persino superiori a quelle spese per attuare il Piano Marshall. Inoltre, i Talebani controllano ancora un settimo del territorio afghano, e lo Stato Islamico in Afghanistan sta diventando un attore non statale non trascurabile in questo scenario.
Per quanto riguarda l’Iraq sembra quasi inutile dirlo: prima che Saddam Hussein venisse estromesso dal potere non v’era alcuna forma di terrorismo nell’area, mentre il paese è oggi diviso in tre parti, ovvero l’area araba del Golfo a maggioranza sciita, il Kurdistan iracheno nel nord del paese e l’area a maggioranza sunnita governata dallo Stato Islamico, in cui buona parte degli ufficiali e dei funzionari di Saddam Hussein operano tutt’oggi al suo fianco.
In Siria gli Stati Uniti sono profondamente coinvolti nel tentativo di rovesciare Assad sin dal 2005 e le primavere arabe del 2011 sono state solo il momento in cui quest’ingerenza si è tradotta in una guerra aperta contro il governo damasceno attraverso l’addestramento e il finanziamento delle milizie ribelli alleate a gruppi islamisti locali o stranieri. Il risultato è stata la morte di moltissimi siriani, la crisi dei rifugiati con flussi consistenti sia verso l’Europa sia, soprattutto verso i paesi limitrofi (Giordania e Libano su tutti) e 7 milioni di rifugiati interni, per un paese che di popolazione conta 23 milioni di persone. A questi si aggiungono la persecuzione dei cristiani e delle altre minoranze etniche e religiose, prima tutelate dal regime, ad opera dei gruppi islamisti e dello Stato Islamico stesso, che dall’Iraq è penetrato in Siria grazie al vuoto di potere lasciato dal governo nell’area orientale del Paese.
Situazione simile, se non addirittura peggiore, in Libia, in cui il rovesciamento di Gheddafi ha determinato anarchia e caos in tutto il paese. Per quanto il piano per la Libia fosse principalmente opera degli anglo-francesi, interessati a spartirsi le risorse petrolifere del paese africano con l’indice di sviluppo umano più alto del continente nero (almeno fino ad allora) a scapito del tradizionale partner italiano, la ragione per cui gli Stati uniti supportarono l’intervento fu essenzialmente politica, per poter imporre la democrazia in un paese governato da un dittatore tanto odiato dall’allora Segretario di Stato Hillary Clinton almeno quanto Madeleine Albright aveva odiato, ai tempi della guerra del Kosovo, Slobodan Milosevic. Ironicamente, laddove gli Stati Uniti vollero imporre il rispetto delle norme e dei diritti sia internazionali sia umani, finirono per violarli entrambi, effettuando, come in Serbia, un intervento militare aereo mai autorizzato.
Vi è infine l’Egitto, dove dopo la cacciata di Mubarak, dittatore per altro filo-occidentale, venne democraticamente eletto il “faraone” Mohammed Morsi, vicino alla Fratellanza Musulmana, partito politico di chiara impostazione islamista e vicino a diverse milizie jihadiste e gruppi terroristici, a sua volta estromesso dal potere attraverso il colpo di Stato militare guidato dal generale Al-Sisi. In pratica la democrazia, in Egitto, non è mai pervenuta.
Il risultato è stato il fallimento di cinque obbiettivi su cinque, l’incremento della minaccia terroristica di matrice islamista, l’acuirsi del conflitto fra sciiti e sunniti nello scontro fra Arabia Saudita ed Iran per l’influenza della regione, la crisi dei rifugiati ed un altissimo numero di vittime. Tuttavia il puzzle non è ancora completo, poiché ci sono ancora tre attori da considerare: Israele, l’Iran e lo Stato Islamico.
Per quanto riguarda la prima, visto lo sviluppo delle politiche regionali, la debolezza dei suoi nemici e la lenta e inesorabile convergenza con le monarchie del Golfo su obbiettivi di politica estera, la soluzione che prevedeva la creazione di due Stati, con l’indipendenza di quello palestinese, è ormai da dimenticare: una “Grande Israele” è ormai una certezza, col completo controllo della Cisgiordania e, se necessario, della Striscia di Gaza da parte delle autorità israeliane. Israele si trasformerà in uno Stato in cui vigerà un regime di apartheid, e la minaccia terroristica non farà altro che incrementare a causa della ribellione interna palestinese.
L’Iran, il quale può essere considerato l’unico “successo” dell’amministrazione Obama visto il raggiungimento dell’accordo sul nucleare (che comunque il presidente Trump è intenzionato a smantellare), se oggi non è una minaccia per l’influenza degli Stati Uniti nel Golfo Persico, non è escluso che lo sia in futuro: se l’Iran non si sentirà sicuro dopo la scadenza dell’accordo, la Repubblica Islamica riprenderà lo sviluppo della propria deterrenza nucleare. E, visti i recenti sviluppi sul fronte americano e israeliano, questo futuro sembra quello più plausibile.
Infine, qual è il destino dello Stato Islamico? La strategia degli Stati Uniti rispetto al Daesh è stata, almeno fino all’elezione di Donald Trump, strettamente interconnessa con il rovesciamento di Assad, quasi che l’ISIS fosse un ingovernabile strumento per impedire al regime di acquistare forza. L’obbiettivo degli Stati Uniti è in realtà l’eliminazione di entrambi, ma vista il sostegno di Russia, Iran e Hezbollah (e di recente anche dell’Egitto) al presidente siriano, gli Stati Uniti dovranno rassegnarsi ad eliminare solo l’ISIS a meno che non vogliano giungere ad una guerra per procura con Mosca.
In ogni caso, anche con la sconfitta dello Stato Islamico, la minaccia terroristica rimarrà sempre presente, poiché questo si atomizzerà e si riorganizzerà in cellule o agirà attraverso lupi solitari, così come hanno fatto e fanno sia al-Qaida e che lo Stato Islamico stesso.

CHI VOLEVA LA MORTE DI GHEDDAFI?

14/6/2013

Chi voleva Gheddafi morto? Noi, cioè la Nato, ovvero l’aggregazione dei Paesi democratici che esporta la libertà e la civiltà coi bombardamenti e le esecuzioni mirate. Portatori di droni di pace in ogni angolo del pianeta.
L’Italia, che fino al primo raid, in quel fatidico marzo del 2011, era stata amica e partner della Libia, in un interessante quadrangolare geopolitico nel mediterraneo, con Russia ed Algeria (e in un secondo momento anche la Turchia, interessata al progetto di gasdotto South Stream, di cui Roma era titolare con una partecipazione maggioritaria) si schierò con francesi, inglesi ed americani (in ordine inverso di aggressività) per eliminare il dittatore.
Perché lo fece avendo tutto da perdere e niente guadagnare?  Perché rimettere in discussione i profittevoli accordi e la strategia vincente, tanto commerciale che diplomatica, concordata col leader arabo-africano, peraltro, dopo aver ammesso le proprie responsabilità coloniali risarcendo i libici?

Il governo italiano, che inizialmente provò almeno a restare fuori dalla guerra, proprio per il rispetto dei patti stretti con Tripoli, all’improvvisò si schierò per l’intervento attivo. Berlusconi non era affatto contento ma i suoi ministri degli esteri e della difesa, dapprima dichiaratisi apertamente contro la soluzione militare perché loro stessi pienamente coinvolti nell’imbastitura di entente con Gheddafi, mutarono atteggiamento. A parere di Umberto Bossi, membro di quel gabinetto, fu il Presidente della Repubblica a fare pressione sugli uomini dell’esecutivo che parlarono, senza mettere B. al corrente, coi vertici della Nato. C’è da crederci se si pensa che oggi Franco Frattini è candidato alla segreteria dell’Organizzazione del trattato Nord Atlantico e che La Russa, dopo aver sostenuto il mero appoggio logistico alla coalizione, fece lanciare ordigni sul territorio libico (secondi solo alla Francia per quantità di missioni e di sganciamenti)  tentando di nasconderlo alla pubblica opinione.
Adesso, il Fatto quotidiano ritiene, avendone ricevuto da notizia da ambienti diplomatici e d’intelligence, che B. avesse chiesto ai servizi di uccidere Gheddafi per timore che questi rivelasse fatti compromettenti. In realtà, sempre a detta di Bossi, B. aveva paura che le barbe finte del colonnello si mettessero sulle sue tracce per l’infame voltafaccia. Ma con l’escalation del conflitto e le difficoltà del Rais, sempre più isolato internazionalmente, con Russia e Cina che non opposero il veto allo stabilimento della No Fly zone,  questa eventualità risultava piuttosto remota.
Più di chiunque altro, a voler Gheddafi fuori dai giochi, erano gli stessi che lo avevano sdoganato, molto prima dei governi italiani, e che si erano sentiti traditi per i business perduti, a favore di russi e connazionali. Fu George Bush ad abolire, nel 2003, alcune sanzioni decretate da Ronald Reagan, perché così vollero le multinazionali petrolifere americane. Qualche anno dopo, nel 2006, Tripoli sparì anche dalla black list dei rogue state. Nel 2009 la Gran Bretagna restituisce  Abdel Basset al-Megrahi, l’ “eroe” Lockerbie  a Gheddafi che reclamava un segno di amicizia per favorire gli appalti petroliferi della Bp, la quale si lamentava di essere stata danneggiata dalla concorrenza di altre società estere. Infine, il presidente francese Sarkozy, il vero “nanonapoleone” della campagna di Libia,  accreditatosi agli occhi del mondo come il nemico più acerrimo del satrapo della Jamaria. Costui era quello che più di tutti aveva qualcosa da far dimenticare, i finanziamenti del Colonnello alla sua corsa alla presidenza. Furono i rafale francesi ad intercettare il convoglio governativo che scappava attraverso il deserto e a colpirlo ripetutamente. Gheddafi fu preso dai mercenari ribelli che lo torturarono, poi una manina compassionevole, o, forse, fin troppo lesta ad eseguire gli ordini superiori (francesi) premette il grilletto in nome e per conto dell’inquilino dell’Eliseo.
Questi gli eventi. B. non ha mai controllato la Sicurezza nostrana per avanzare richieste così ardite, come l’annichilimento di un leader straniero, tanto che il suo sport più sgradito era farsi fotografare in tutte le pose, presso la sua villa in Sardegna, con gli 007 distratti dal mare e dal sole. Forse, ad un certo punto, anche lui si è augurato la morte di Gheddafi ma non ha mai voluto che il nostro paese s’infilasse in quel meschino conflitto nel quale danneggiavamo la quarta sponda del Belpaese. Questa resterà la macchia più grande sulla sua carriera politica, perché la Storia perdona le scappatelle ma non le fughe vigliacche di fronte alle responsabilità epocali.

Preso da: http://www.conflittiestrategie.it/chi-voleva-la-morte-di-gheddafi

Muammar Gheddafi su democrazia e referendum

I PARLAMENTI
I parlamenti sono la spina dorsale della democrazia tradizionale moderna,
regnante oggi nel mondo. Il parlamento è una rappresentanza ingannatrice del
popolo ed i sistemi parlamentari costituiscono una falsa soluzione del
problema della democrazia. Il parlamento è costituito fondamentalmente
come rappresentante del popolo, ma questo principio è in se stesso non
democratico, perché democrazia significa potere del popolo e non un potere
in rappresentanza di esso. L’esistenza stessa di un parlamento significa
assenza del popolo. La vera democrazia, però, non può esistere se non con la
presenza di rappresentanti di questo. I parlamenti, escludendo le masse
dall’esercizio del potere, e riservandosi a proprio vantaggio la sovranità
popolare, sono divenuti una barriera legale tra il popolo e il potere. Al popolo
non resta che la falsa apparenza della democrazia, che si manifesta nelle
lunghe file di elettori venuti a deporre nelle urne i loro voti.
Per mettere a nudo il vero volto del parlamento, dobbiamo esaminare la sua origine.
IL parlamento è eletto nelle circoscrizioni elettoriali, oppure è costituito da un
partito o da una coalizione di partiti, o per designazione dall’alto. Nessuna di
queste procedure è democratica, perché la ripartizione degli abitanti in
circoscrizioni elettoriali significa che un solo deputato rappresenta, a seconda
del numero degli abitanti, centinaia o centinaia di migliaia o milioni di
cittadini. Significa, inoltre, che il deputato non è legato ai suoi elettori da un
rapporto organico popolare, in quanto, secondo la tesi della democrazia
tradizionale oggi attuata, egli è considerato il rappresentante di tutto il
popolo, alla pari degli altri deputati. Le masse, quindi, sono separate
completamente dal loro rappresentante, ed egli, a sua volta, è completamente
separato da esse. Infatti, subito dopo la sua elezione, egli usurpa la sua
sovranità ed agisce al loro posto. La democrazia tradizionale, dominante oggi
nel mondo, riveste i membri del parlamento di una sacralità e da una
immunità che nega invece al singolo cittadino. Questo significa che i
parlamenti sono divenuti uno strumento per usurpare e monopolizzare a
proprio vantaggio il potere del popolo. Questo è il motivo per cui è divenuto,
oggi, diritto dei popoli lottare, attraverso la rivoluzione popolare, per
distruggere questi strumenti di monopolio della democrazia e della sovranità
che si denominano parlamenti, i quali usurpano la volontà delle masse. E’
diritto dei popoli proclamare solennemente il nuovo principio: “Nessuna
rappresentanza al posto del popolo”.

Quando il parlamento è il risultato della vittoria elettorale di un partito, è il
parlamento del partito e non del popolo. Rappresenta il partito e non il popolo
ed il potere esecutivo detenuto dal parlamento è il potere del partito vincitore
e non del popolo. Lo vale per il parlamento in cui ogni partito dispone di un
certo numero d seggi. Infatti, i titolari dei seggi rappresentano il loro partito e
non il popolo; il potere esercitato da tale coalizione è il potere dei partiti
coalizzati e non il potere del popolo. In questi sistemi di governo, il popolo è la
preda è la preda per la quale ci si batte. Il popolo è la vittima ingannata e
sfruttata dagli organismi politici che combattono per giungere al potere per
strappare dei voti al popolo mentre questo si allinea silenzioso in lunghe file,
che si muovono come un rosario, al fine di deporre il suo voto nelle urne, nello
stesso modo in cui si gettano altre carte nel cestino di rifiuti. Questa è la
democrazia tradizionale attuata nel mondo intero, sia che si tratti di un
sistema monopartitico, di un sistema bipartitico o pluripartitico o perfino di un
sistema senza alcun partito; diventa, così, evidente che la “rappresentanza è
un’impostura”. Quanto alle assemblee che si formano per designazione o per
successione ereditaria, esse non hanno nessuna caratteristica democratica.
Inoltre, siccome il sistema di elezione dei parlamenti si forma sulla
propaganda per ottenere voti è, di conseguenza, un sistema demagogico nel
vero senso della parola. I voti possono essere comprati o falsificati; per
questo, il povero non può affrontare le battaglie elettorali, in cui vince sempre
e soltanto il ricco. Furono i filosofi, i pensatori e gli autori politici che
sostennero la teoria della rappresentanza parlamentare, quando i popoli
erano ignoranti e guidati come pecore da re, sultani, conquistatori.
L’aspirazione ultima dei popoli era, allora, di avere qualcuno che li
rappresentasse dinnanzi ai governanti. Perfino questa aspirazione fu loro
negata e per ottenerla i popoli affrontarono lunghe e dure lotte. E’ dunque
irragionevole oggi, dopo la vittoria dell’era delle repubbliche e l’inizio dell’era
delle masse, che la democrazia sia la formazione di un piccolo gruppo di
deputati, che agiscono in nome delle grandi masse popolari. E’ una teoria
antiquata ed una esperienza superata. Il potere deve essere interamente del
popolo. Le più tiranniche dittature che il mondo abbia mai conosciuto si sono
instaurate all’ombra dei parlamenti.

IL REFERENDUM
Il referendum è una frode contro la democrazia. Quelli che dicono “Si” e quelli
che dicono “No” non esprimono di fatto la loro volontà, ma sono stati
imbavagliati in norme del concetto di moderna democrazia. E’ permesso loro
dire una parola soltanto: “Si” o “No”. Questo è il sistema dittatoriale più
oppressivo e crudele. Colui che dice “No” dovrebbe poter motivare la sua
risposta e spiegare perché non ha detto “Si”. Colui che ha detto “Si” dovrebbe
poter giustificare la sua scelta e spiegare la ragione per cui non ha detto “No”.
Ognuno dovrebbe poter dire ciò che vuole ed esprimere le ragioni del suo
consenso o del suo rifiuto. Qual’è, allora, la via che le società umane devono
seguire per liberarsi definitivamente dalle epoche dell’arbitrio e della
dittatura? Poiché, nella questione democratica, il problema insolubile è quello
dello strumento di governo, problema che si esprime nella lotta tra i partiti, le
classi o tra individui, dato che l’invenzione dei metodi elettorali e del
referendum non è altro che un tentativo di camuffare l’insuccesso di questi
esperimenti, che non riescono a risolvere questo problema, ne consegue che
la soluzione è nel trovare uno strumento di governo diverso dagli attuali, che
sono causa di conflitto e che rappresentano solo una parte della società. Si
tratta, dunque, di trovare un sistema di governo che non sia il partito, la
classe, la setta o la tribù, ma che sia il popolo nel suo insieme e che, quindi,
non lo rappresenti e non si sostituisca ad esso. “Nessuna rappresentanza al
posto del popolo”, “la rappresentanza è un’impostura”. Se fosse possibile
trovare questo sistema di governo il problema sarebbe risolto. La democrazia
popolare sarebbe realizzata e le società umane avrebbero posto fine ai tempi
dell’arbitrio e ai sistemi dittatoriali che sarebbero sostituiti dal potere del
popolo. Il “Libro Verde” presenta la soluzione definitiva del problema dello
strumento di governo; indica ai popoli il modo per passare dall’era della
dittatura all’era della vera democrazia. Questa nuova teoria si fonda sul
potere del popolo, senza alcuna rappresentanza né sostituto. Attua una
democrazia diretta, in modo organizzato ed efficace. Differisce dal vecchio
tentativo di democrazia diretta che non ha trovato realizzazioni pratiche e che
ha mancato di serietà a causa dell’assenza di un’organizzazione di base
popolare.

Dal Libro Verde di Muammar Gheddafi