Il testamento di Gheddafi

Tripoli 5 Aprile 2011, testamento di Muhammar Gheddafi:
E quando avevano fame, gli ho dato cibo. Ho trasformato Bengasi da un deserto in terra fertile, ho resistito agli attacchi del cowboy Reagan quando, tentando di uccidermi, ha ucciso un’orfana, mia figlia adottiva, una povera bambina innocente.
Ho aiutato i miei fratelli e le mie sorelle africani con denaro per l’Unione Africana. Ho fatto di tutto per aiutare il popolo a comprendere il concetto di vera democrazia, nella quale i comitati popolari governano il nostro paese.
Per alcuni tutto questo non bastava mai, gente che aveva case di 10 stanze, abbigliamento e mobilio ricchi. Egoisti come sono, chiedevano sèmpre di più a spese degli altri, erano sempre insoddisfatti e dicevano agli Statunitensi e ad altri visitatori che volevano “democrazia” e “libertà”.
Non si volevano rendere conto che si tratta di un sistèma di tagliagole, dove il cane più grosso divora tutto. Si facevano incantare da queste parole, non rendendosi conto che negli Usa non c’erano medicine libere, ospedali liberi, case libere, istruzione libera, cibo garantito. Per costoro non bastava nulla che facessi, ma per gli altri ero il figlio di Gamal Abdel Nasser, l’unico vero leader arabo e musulmano che avessimo avuto dai tempi di Saladino, un uomo che restituì il Canale di Suez al suo popolo come io ho rivendicato la Libia per il mio popolo. Sono state le sue orme che ho cercato di seguire, per mantenere il mio popolo libero dal dominio coloniale, dai predoni che ci vorrebbero derubare.
Ora sono sotto attacco della più grande forza militare della storia. Il mio piccolo figlio africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, le nostre libere abitazioni, la nostra libera medicina, la nostra libera istruzione, il nostro cibo sicuro, e sostituirlo con il ladrocinio stile Usa chiamato “capitalismo”. Ma noi tutti, nel Terzo Mondo, sappiamo cosa ciò significhi. Significa che le imprese governano i paesi, il mondo, e che i popoli soffrono.
Così per me non c’è alternativa, devo resistere e, se Allah vorrà, morirò seguendone la via, la via che ha arricchito il nostro paese di campi fertili, viveri, salute e ci ha perfino consentito di aiutare i nostri fratelli africani e arabi a lavorare qui con noi, nella Giamahiria libica.
Non desidero morire, ma se dovessi arrivarci, per salvare questa terra, il mio popolo, le migliaia di miei figli, che allora sia.
Lasciate che questo testamento sia la mia voce al mondo. Dica che mi sono opposto agli attacchi dei crociati Nato, alla crudeltà, al tradimento, all’Occidente e alle sue ambizioni colonialiste. Che ho resistito insieme ai miei fratelli africani, ai miei veri fratelli arabi e musulmani.
Ho cercato di fare luce. Quando altrove si costruivano palazzi, ho vissuto in una casa modesta e in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non ho sprecato le nostre ricchezze nazionali e, come Saladino, il nostro grande condottiero musulmano che salvò Gerusalemme per l’Islàm, ho preso poco per me…
In Occidente qualcuno mi ha definito “pazzo” e “demente”. Conoscono la verità, ma continuano a mentire. Sanno che la nostra terra è indipendente e libera, non soggetta al colonialismo. Sanno che la mia visione e il mio cammino sono sempre stati onesti e nell’interesse del mio popolo. Sanno che lotterò fino all’ultimo respiro per mantenerci liberi. Che Dio ci aiuti>

Preso da: http://blog.ilgiornale.it/angelini/2016/10/20/il-testamento-di-gheddafi-che-io-non-avevo-mai-letto/

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dopo anni dalla caduta di Gheddafi, la Libia dei RATTI è al collasso

dopo anni dalla caduta di Muammar Gheddafi, i conflitti militari e politici in Libia hanno portato il Paese al collasso. La crisi politica e di sicurezza da una parte, e quella economico-sociale dall’altra, hanno fatto della Libia uno Stato fallito, luogo di insorgenza di radicalismi di vario tipo, incapace di sfruttare in pieno le sue enormi risorse petrolifere. Con il pericolo, segnalano gli esperti, di una prossima, imminente e grave “crisi fiscale”.


Dopo la distruzione della Jamahiriya da parte dei NATO/RATTI, con la falsa promessa di ” democrazia, libertà ecc” , ggi, però, le aspettative sono ben più modeste: “Vivere in sicurezza, disporre di elettricità, di carburante, di un salario. E poter mandare i figli a scuola. Non chiediamo di più”, ha spiegato Mahmoud, 35enne residente a Tripoli. 5 anni di guerra hanno lasciato infrastrutture vetuste, un’economia totalmente dipendente dal petrolio, una manodopera poco qualificata. Ma soprattutto, un Paese diviso, sempre più in preda a clan e milizie, con un controllo statale pressoché inesistente in moltissime delle sue regioni. Un quadro che stride con quello che l’ambasciatore designato d’Italia in Libia, Giuseppe Perrone, ha definito “un interesse superiore”: “un Paese unito, democratico, globalizzato, inclusivo”, “una Libia in cui tutti abbiano una voce”, capace di intraprendere un processo politico “che non si improvvisa, che richiede tempo e rodaggio”, ma che sia in grado di assicurare “stabilità, sicurezza e governance”. Da un punto di vista della sicurezza, numerose sono “le sfide e le difficoltà” da superare: “la più difficile”, secondo il diplomatico italiano, è “la creazione di una forza armata unitaria” alle dirette dipendenze e sotto il controllo delle legittime autorità di governo. Il riferimento, senza citarlo direttamente, è anche e soprattutto al generale Khalifa Haftar. Se non si possono cancellare interessi e ruolo dell’uomo forte della Cirenaica, è il ragionamento degli esperti, di certo una trasposizione del modello Al Sisi in Egitto – ovvero della dittatura militare – sarebbe “un disastro” per il Paese nordafricano e porterebbe a una guerra civile lunga 15-20 anni, con la nascita di movimenti di ribellione simili a quelli dei talebani in Afghanistan. Invece, “le armi devono essere limitate alle forze armate libiche”, ha sottolineato da parte sua l’attivista Amal Alhaai, insistendo sul fatto che la sfida deve essere “la costruzione della pace” e che questa non sarà possibile “senza il dialogo fra tutte le parti”. D’altra parte, è l’opinione dell’ambasciatore di Libia in Italia Ahmed Elmabrouk Safar, “stabilità e pacificazione della Libia sono direttamente collegate a sicurezza e pace del Mediterraneo”. Un Mediterraneo che – gli ha fatto eco Perrone – “non divide, ma unisce l’Italia e la Libia”. Ed è per questo che il governo italiano si è impegnato sin dall’inizio “perché il processo politico libico fosse sostenuto in modo coerente dalla Comunità internazionale, così da evitare interessi disgregatori”. Eppure la maggior parte delle imprese straniere hanno abbandonato la Libia e il Paese sta pagando ad alto prezzo i conflitti degli ultimi anni. “L’economia libica è al collasso”, ha denunciato di recente la Banca mondiale. La produzione di petrolio, che forniva alla Libia il 95% dei suoi ricavi, di fatto è stata interrotta negli ultimi tre anni. Scesa praticamente a zero nel 2011, aveva quasi ripreso il suo livello pre-guerra per qualche mese, ma è precipitata nuovamente a partire dal 2013 a causa delle violenze nelle aree dei terminal petroliferi nel Nord-Est del Paese. Oggi, i campi petroliferi producono appena un quinto della propria capacità, ovvero solo 335.000 barili al giorno (media del primo semestre). Questo crollo della produzione, assieme al drastico calo dei prezzi del greggio dal 2014, ha generato “una situazione economia impantanata nella recessione dal 2013”, secondo la Banca Mondiale, che ha previsto “livelli storici” di deficit pubblico. Le perdite cumulative dei proventi petroliferi sono stimate in oltre 100 miliardi di dollari (91 miliardi di euro) dall’inizio del 2013, secondo il direttore della compagnia petrolifera nazionale (NOC), Moustafa Sanalla. I ricavi del settore sono scesi al livello più basso, ad appena 2,25 miliardi di dollari (2,05 miliardi di euro) nei primi sette mesi dell’anno, secondo la Banca Mondiale. Prima della rivoluzione 2011, la vendita di greggio fruttava 50 miliardi di dollari all’anno alla Libia, che produceva 1,6 milioni di barili al giorno. La situazione è leggermente cambiata nel settembre scorso, quando le truppe di Haftar hanno preso il controllo della Mezzaluna petrolifera. L’esportazione è ripresa, seppure a rilento, e la Compagnia petrolifera nazionale ha parlato di evoluzione “positiva”. Ma la produzione non dovrebbe tornare alla sua capacità massima prima del 2020, secondo le stime della Banca mondiale. “Ci vorrà del tempo perché la crisi possa essere risolta e le entrate generate da queste esportazioni riescano a coprire le enormi spese pubbliche”, ha commentato Karima Munir, una esperta libica indipendente, invitata questa settimana ad una conferenza sulla crisi in Libia tenuta alla Camera. Per colmare il deficit, le autorità attingono sempre più a riserve in valuta estera che sono in forte calo, essendo passate dai 107,6 miliardi di dollari del 2013 ai 43 miliardi di dollari del 2016, secondo la Banca Mondiale. D’altra parte, restrizioni sui cambi e speculazione hanno fatto entrare l’economia in un circolo vizioso, i libici non si fidano delle banche e quasi tutte le transazioni commerciali sono fatte sul mercato nero. Un quadro completato dalla tendenza dei commercianti a limitare le importazioni per il timore di perdite in un mercato dei cambi molto volatile. “La situazione potrebbe peggiorare se non sarà trovata una soluzione al problema della liquidità”, ha avvertito a condizione di anonimato uno dei pochi imprenditori ancora rimasti a Tripoli.

Wall Street is War Street, il Governo Ombra degli USA

DI ROSANNA SPADINI
comedonchisciotte.org
Alla fine degli anni ’80 il disegno imperialista della triade USA, Vaticano e Israele, contribuì fortemente alla demolizione dell’URSS, non tanto per esportare la “libertà” come andavano blaterando, ma per catturare nuovi territori di conquista per gli oligarchi. Sotto l’ombrello del “neoliberismo armato” che abbiamo conosciuto bene, così come avevano fatto con Pinochet in Cile o Videla in Argentina e in tutta l’America Latina. Caduto quindi l’URSS, l’imperialismo americano si è scatenato prima contro la ex Jugoslavia, e poi contro l’Albania, il Medio Oriente (Iraq, Afganistan, Libia) per affermare così il proprio piano criminale.

Tuttavia, è senza dubbio vero che le spese per la corsa agli armamenti dell’URSS contribuirono al suo dissesto finanziario … ma il grande paradosso odierno è che questa volta la nuova corsa agli armamenti, per la rinascita della guerra fredda, potrebbe spezzare l’economia degli Stati Uniti, piuttosto che quella russa. Gli Stati Uniti infatti superano di gran lunga tutte le altre nazioni in spesa militare, tanto da rappresentare il 37% del totale della spesa mondiale. Il grafico seguente mostra come il Congresso abbia stanziato la cifra di 1.11 trilioni di dollari di spesa discrezionale per l’anno fiscale 2015, per un totale di $ 598.500.000.000 di spesa militare, pari al 54% del totale. La spesa militare comprende tutte le attività regolari del Dipartimento della Difesa: spese di guerra, armi nucleari, assistenza militare internazionale, e la spesa del Pentagono con altri correlati.

Se poi facciamo il confronto con la spesa militare del resto del mondo, ci rendiamo conto che il militarismo Usa supera di gran lunga quello degli altri paesi, tanto che gli Stati Uniti spendono circa tre volte più della Cina, e circa 10 volte di più della sola Russia. Il grafico però segnala anche la debolezza degli States, perché non vi è dubbio che, benché gli USA spendano nominalmente molto di più di Cina e Russia, sussiste anche una mera perdita di risorse che danneggia lo sviluppo della difesa. Per di più una parte enorme di spesa militare serve a mantenere le basi militari in tutto il mondo. Secondo alcune stime gli Stati Uniti hanno 800 basi nel mondo, e soprattutto militari e marines in 160 Paesi … nell’insieme mezzo milione di soldati con famiglia è all’estero. Russia e Cina non hanno alcun onere corrispondente per mantenere una forza imperiale così estesa e ramificata a livello globale.
Però il sistema della macchina da guerra permanente USA è talmente marcio che progetta spesso programmi di ricerca troppo costosi e farraginosi. Un esempio è dato dal fatto che le bombe di ferro “stupide” russe sembrano essere quasi altrettanto precise delle bombe “intelligenti” statunitensi se sganciate da 5000 metri. La Russia insomma sembra vincere anche per il suo sistema economico e politico più sano.
Che poi la Russia manchi di tecnologia per competere con l’Occidente nello sviluppo di armi è stato un tema costante dal 1930 ad oggi. In realtà la storia dimostra il contrario, e gli esempi sono innumerevoli:

– i tedeschi hanno sperimentato nel 1941 quanto i carri armati russi, come il KV1 e il T34, fossero più avanzati dei loro;
– gli Stati Uniti lo hanno sperimentato nel 1949, quando l’URSS ha fatto esplodere la prima bomba nucleare;
– l’aviazione degli Stati Uniti ha perso nel 1950, quando si è scontrata con il MiG-15 in Corea;
– nel 1957 l’URSS ha lanciato il primo satellite artificiale del mondo, dimostrando che aveva la capacità di colpire gli Stati Uniti con missili intercontinentali;
– nel 1960 l’aviazione statunitense scopre che l’aeronautica nordvietnamita dotata di combattenti addestrati dai russi era in grado di raggiungere una posizione aerea dominante sopra Hanoi;
– nel 1973 gli israeliani subirono molte perdite durante la guerra dello Yom Kippur contro i missili russi anticarro e antiaerei.
E poi la U.S. Air Force sembra essere talmente gelosa dei successi dell’Aviazione Russa che in Siria ha colorato dello stesso colore dei jet russi alcuni dei propri aerei … Qual è il senso? Semplice esercitazione di guerra o l’ennesima cospirazione dei russi?
Quindi fatte le dovute considerazioni, sembra che Russia e Cina, anche se non sono in testa alle spese militari, tuttavia trarrebbero vantaggio dall’efficienza della loro razionalizzazione dei progetti di difesa, e invece gli Stati Uniti sembra che stiano perdendo la nuova corsa agli armamenti per gli stessi motivi per cui l’URSS crollò a suo tempo, dato che possiedono oggi un sistema economico troppo monopolistico e poco competitivo, volto più a soddisfare le esigenze di una piccola élite corrotta, anziché le esigenze dell’intero corpo sociale.
Al contrario il sistema della Russia ad economia di mercato con significativa componente statale, soprattutto nel settore militare, sembra di gran lunga superiore al diabolico capitalismo monopolistico e oligarchico governato dal “Governo Ombra” degli USA. Lo dice Mike Lofgren, nel suo libro “Stato profondo: la caduta della Costituzione e l’ascesa del governo ombra”, cui si deve la lucida definizione di “Wall Street is War Street”. Mike Lofgren, un ex membro dello staff del Congresso, ha descritto alla perfezione come il governo ombra americano comporti un consenso trasversale su questioni politiche d’impatto nazionale.
Infatti un funesto contributo al bilancio della difesa USA deriva proprio dalla profonda simbiosi del complesso militare-industriale con la finanza, “Wall Street con War Street”. I principali appaltatori del complesso militare-industriale degli Stati Uniti sono tutti quotati in borsa e quindi i contratti della difesa risentono di enormi margini di profitto per soddisfare le esigenze del mercato azionario.
I contratti non sono aperti a qualsiasi tipo di gara, ma assegnati dalle macchinazioni dello Stato profondo, dunque è assai probabile che circa il 30% del bilancio militare degli Stati Uniti finisca in tali margini di profitto, poi riversati come dividendi, o peggio, pagamenti dei profitti di giochi azionari. Aspetto interessante e cruciale di questa condizione oligarchica sono i contributi elettorali che scendono dai fornitori della difesa ai membri del Congresso per mantenere in vita il giocattolo. Considerando tutto ciò, il denaro reale rimasto per lo sviluppo e la produzione militare è di gran lunga inferiore a quello che Cina e Russia destinano.
Uno studio condotto da ricercatori della Princeton University, ampiamente documentato “Testing Theories of American Politics: Elites, Interest Groups, and Average Citizens”, dimostra come gli Stati Uniti si stiano evolvendo da parecchio tempo in un’oligarchia, e rivela le “verità difficili ” del sistema politico: “Dietro un’apparente democrazia si nasconde il governo di pochi che se ne infischiano delle scelte della gente”. Il governo USA non rappresenta gli interessi dei cittadini, ma è governato dall’oligarchia dei potentati d’interesse.  I ricercatori Martin Gilens e Benjamin I. Page hanno condotto il loro studio analizzando i dati tratti da oltre 1.800 diverse iniziative politiche tra 1981 e il 2002, e deducendone che gli Stati Uniti sono nelle mani di lobby di potere che controllano anche il sistema economico ed orientano le direzioni del paese, indipendentemente o anche contro la volontà della maggioranza degli elettori.
In maniera anche molto significativa l’ex-presidente Jimmy Carter s’è espresso in tal senso contro un flagello di questo genere, durante un programma radiofonico a diffusione nazionale, dicendo chiaramente che gli Stati Uniti sono completamente sovvertiti dagli oligarchi, e sono diventati un Paese in cui una “corruzione politica illimitata” ha travolto la corretta conduzione del potere.
President Jimmy Carter: The United States is an Oligarchy…

Ecco perché la voracità del lobbismo americano incide negativamente sull’efficienza della produzione di armi, infatti se si confrontano i top-of-the-line caccia dei due Paesi, l’F-35 caccia-jet prodotto dalla società statunitense Lockheed Martin, contro il Su-35 fighter jet prodotto da parte del governo russo (Sukhoi Company è interamente controllata) … l’F-35 costa circa 100 milioni di dollari, il Su-35 costa circa 65 milioni di dollari.
Un episodio significativo che dimostra l’efficienza della produzione militare russa risale al 13 settembre 2014, ed è stato raccontato da Voltairenet, sulla base di un incidente in cui il cacciatorpediniere USS Donald Cook Aegis, entrato nel Mar Nero per minacciare la Russia, venne disattivato nei dispositivi elettrici da un Su-24 russo.

Sta di fatto che per l’industria bellica Usa la guerra è un affare molto redditizio, sancito chiaramente dalla legge, per la quale «la vendita di articoli da difesa e servizi a Stati stranieri viene finalizzata quando il presidente ritiene che serva a rafforzare la sicurezza dello Stato e a promuovere la pace globale», e garantito dal Secondo Emendamento della Costituzione « Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, non potrà essere infranto il diritto dei cittadini di detenere e portare armi. »
Ad esempio la lista dei contractor beneficiari per la guerra in Iraq è stata piuttosto lunga: la General Atomics per i droni Predator, la Northrop Grumman per i droni Global Hawk, la AeroVironment per i minuscoli droni di sorveglianza Nano Hummingbird, la DigitalGlobe per il satellite, la Lockhed Martin per i missili Hellfire, la Raytheon per i missili a lungo raggio Tomahawk. Dopo i primi raid contro postazioni islamiste in Iraq e le dichiarazioni del presidente di un conflitto a lungo termine, i prezzi delle armi delle compagnie private lievitarono, insieme alle quotazioni in borsa. (Chiara Cruciati, Il Manifesto)
A far lievitare i profitti c’è poi l’addestramento: sono le stesse compagnie private ad insegnare ai soldati americani e iracheni a utilizzare i nuovi sistemi. Un esempio: nel contratto per la vendita di carri armati, una clausola prevede che «5 rappresentati del governo Usa e 100 rappresentanti del contractor privato raggiungano l’Iraq per un periodo massimo di 5 mesi per consegnare il materiale, verificarne la funzionalità e addestrare».
L’assetto militare degli USA fu giustificato in chiave imperialistica perfino dallo stesso presidente Eisenhower nel suo discorso di congedo, rivolto alla Nazione, il 17 gennaio 1961, in cui veniva così sancita la nascita del più potente Stato del pianeta, che aveva la responsabilità di “difendere la civiltà” nel mondo. Ma il presidente Dwight Eisenhower avvertiva anche il popolo degli Stati Uniti riguardo al pericolo costituito dal “complesso militare-industriale”, che celava un manifesto intreccio di affarismo politico tra gruppi industriali, politici rappresentanti del Congresso, e direzione delle forze armate degli Stati Uniti d’America.
“Sono passati dieci anni dalla metà di quel secolo che è stato testimone di quattro principali guerre combattute tra Stati potenti. Tre di queste hanno coinvolto il nostro Paese. Nonostante questi olocausti l’America è oggi la nazione più forte, più influente e più produttiva del mondo. Comprensibilmente orgogliosi di tale supremazia, ci rendiamo conto che il nostro prestigio e la nostra leadership non dipendono solamente dal progresso materiale, dalle ricchezze e dall’impareggiabile forza militare, ma da come usiamo il potere nell’interesse della pace mondiale e del miglioramento dell’umanità … Fino all’ultimo conflitto mondiale gli Stati Uniti non disponevano di una industria degli armamenti. Per la difesa militare spendiamo ogni anno una cifra superiore alle entrate nette di tutte le corporazioni degli Stati Uniti messe insieme. Questo collegamento fra un’immensa struttura militare e una grande industria bellica è nuovo nel bagaglio di esperienze del nostro Paese, e ne avvertiamo l’influenza complessiva -economica, politica, perfino spirituale- in ogni città, in ogni sede dell’amministrazione, in ogni ufficio del governo federale.”
Insomma l’esistenza stessa dell’industria bellica USA esige una produzione continua di guerre, l’urgenza di portare avanti una politica aggressiva e di belligeranza persistente. L’industria bellica non rappresenta un corollario dell’economia statunitense, al contrario è diventata uno dei pilastri produttivi portanti del sistema economico USA. Per non parlare delle armi di distruzione di massa, a partire dal napalm usato in Vietnam, grandi quantità di defolianti per privare i guerriglieri vietcong della copertura naturale del terreno, per irrorare foreste di mangrovie e campi di riso, al fine di comprometterne le riserve di cibo. Si calcola che dal 1961 al 1971 siano stati utilizzati 72 milioni di litri di erbicidi e 400.000 bombe al napalm, le cui tossine hanno inquinato per decenni il suolo del Sud del paese … e poi le armi chimiche e batteriologiche fornite a Saddam per gasare i Kurdi, armi al fosforo bianco usate in Iraq.
Il governo degli USA ha assunto dunque il ruolo di gendarme del pianeta e contribuisce alla creazione di un’industria bellica dinamica e altamente produttiva, un’industria che trova la propria giustificazione nella difesa della pace nel mondo e nella diffusione della democrazia. E il frankenstein così prodotto vede la confluenza di più scambi: la permutazione di armi con il petrolio di contrabbando dell’Iraq, con i pani di oppio dell’Afghanistan e dell’America Latina, con l’oro della Liberia, con i brillanti grezzi della Costa d’Avorio. Secondo dati ufficiali del Pentagono fra il 1990 e il 1996 il commercio delle armi aveva dato un risultato attivo di bilancio di oltre 100 miliardi di dollari …” (dal 1997 i bilanci del Pentagono sono stati secretati per ragioni di sicurezza nazionale)
(V. Chalmers Johnson, Blowback: Costs and Consequences of American Empire, New York and London 2000) .

Rosanna Spadini
Fonte: http://www.comedonchisciotte.org
14.10.2016

Originale, con video: http://comedonchisciotte.org/wall-street-is-war-street-governo-ombra-degli-usa/

Hillary, la saudita

29 agosto 2016

ANDATE ALL’INFERNO!
State attenti a criticare Hillary Clinton: potreste finire all’inferno. Sul serio, lo ha detto James Carville, uno dei più influenti consiglieri politici della signora e già responsabile della sua campagna presidenziale nel 2008 (quando fu sconfitta alle primarie democratiche da Barack Obama).
Di fronte alle perplessità sul sistema di finanziamento della Fondazione di Hillary e Bill, è stato categorico: “qualcuno potrebbe finire all’inferno per questo”, perché l’attività che essa svolge è “un grande atto di carità”.

Se avessimo saputo del rischio che correvamo, non avremmo scritto, tre mesi fa un articolo in cui raccontavamo la quantità impressionante di denaro drenato nelle tasche personali dei coniugi Clinton per la loro attività di speechmaking: 30 milioni di dollari solamente tra il 20014 e il 2015; denaro che proviene da aziende private e sopratutto da Banche d’Affari (la famosa Goldman Sachs in testa) disposte a pagare prezzi esorbitanti per ascoltare a porte chiuse il Verbo di Hillary e Bill.

Ma siccome “perseverare è diabolico”, noi ritorniamo sul tema perché rappresenta una chiave di lettura importante della deriva della democrazia americana e del sistema di potere che ambisce ad occupare la Casa Bianca.
La notizia riguarda i copiosi finanziamenti alla Clinton Foundation (la Fondazione di famiglia), tutti leciti per carità, ma che mostrano come, sulla politica di Washington, forse aveva ragione il grande giornalista Michael Kinsley: “lo scandalo non è ciò che è illegale ma ciò che è legale”.
In America sospettano che Hillary Clinton abbia utilizzato il proprio ruolo politico (prima come Segretario di Stato, poi come candidato alla Presidenza) come merce di scambio per finanziamenti da parte di gruppi privati e governi.
Judicial Watch, un’organizzazione no-profit di area conservatrice, ha reso pubbliche centinaia di  pagine di mail tra l’entourage della Clinton e alcuni donatori della Fondazione che sembrano avallare lo scandalo. D’altro canto già in precedenza sospetti erano emersi come come nel caso della Boeing che, nel 2009, donò 1 milione di dollari alla Fondazione Clinton subito dopo aver chiuso un accordo commerciale di quasi 4 miliardi con la Russia il cui principale sponsor politico era stata il Segretario di Stato Hillary Clinton.
I MILIONI SAUDITI
La Clinton Foundation è un ente filantropico, che svolge attività caritatevoli in tutto il mondo. Si occupa di povertà, immigrazione, ricerca, ambiente e sopratutto di diritti civili; per questo sorprende vedere tra i principali finanziatori della Fondazione, le monarchie del Golfo Persico che sono espressione delle peggiori tirannie esistenti.
L’Arabia Saudita ha donato tra i 10 e i 25 milioni di dollari (così il range indicato dalla stessa Fondazione).
Il Kuwait tra i 5 e i 10 milioni (più o meno quanto la Fondazione di Elton John).
Qatar, Emirati Arabi ed Oman, tra 1 e 5 milioni di dollari (lo stesso range di Steven Spielberg, della Coca Cola Foundation e di Goldman Sachs).
A queste si aggiungono molte donazioni di privati come la Dubai Foundation, organizzazioni un po’ ambigue come Friends Of Saudi Arabia, membri della Casa reale come Turki bin Faisal Al Saud, miliardari sauditi come Al-Walid bin Talal, holding e multinazionali di Dubai come Al Dabbagh Group Holding.
Insomma il variegato mondo wahabita, che nega diritti umani e democrazia, finanzia una Fondazione che vuole diffondere diritti umani e democrazia. La contraddizione la vedo solo io? Ovviamente no. Glenn Greenwald, importante giornalista d’inchiesta di area liberal è stato molto chiaro in proposito: Tutti coloro che desiderano sostenere che i sauditi abbiano donato milioni di dollari alla Fondazione Clinton per il desiderio magnanimo di aiutare le sue cause benefiche, alzino la mano”.
Per carità molti governi stranieri finanziano la Fondazione Clinton; anche il nostro, attraverso il Ministero dell’Ambiente dal 2013. Ma noi siamo ancora un democrazia (forse) liberale (forse); di certo non siamo una teocrazia oscurantista che reprime i diritti umani, sponsorizza il terrorismo islamico e diffonde l’integralismo salafita per il mondo.
In effetti è difficile pensare che i monarchi sauditi siano interessati ai diritti gay visto che a casa loro li perseguitano e li mettono a morte. Difficile credere che le teocrazie più oscurantiste del pianeta Terra e sponsor dei movimenti islamisti più integralisti, abbiano a cuore i diritti delle donne. Difficile credere che dalle parti del Golfo Persico si preoccupino delle condizioni degli immigrati visto che in Qatar li sfruttano in condizioni simili ai lavori forzati come ha denunciato Amnesty International.
E non è paradossale che la Fondazione di un ex Segretario di Stato Usa si faccia finanziare da un paese che lo stesso Dipartimento di Stato Usa (che dal Segretario di Stato dipende) mette nella black list per “traffico di esseri umani”?
DUE PESI, DUE MISURE
Due anni fa in Europa fece scalpore la notizia che una banca privata russo-ceca (First Czech Russian Bank) avesse concesso un prestito al Front National di Marine Le Pen; 9 milioni di euro per la precisione, destinati a finanziare il partito in vista delle future campagne politiche. I media europei fecero a gara nel denunciare la prova lampante che Putin metteva le mani sui partiti politici europei anti-Ue.
In Italia capofila di questa scemenza fu il solito Corriere della Sera (e come poteva non essere) con un articolo delirante in cui definì che la banca privata, la “banca di Putin”.
Badate bene: in questo caso si trattava di un prestito (e non di una donazione a fondo perduto come per la Clinton) di una banca privata (e non di un governo come per la Clinton) ad un partito politico (e non direttamente alla Fondazione di famiglia, come per la Clinton). Eppure gli stessi media che gridarono allo scandalo per il caso Le Pen, sono rimasti sorprendentemente silenziosi per il caso della signora Hillary.
Per la cronaca, la First Czech Russian Bank era talmente “di Putin” che la Banca Centrale russa le ha recentemente revocato la licenza ad operare (in pratica quello che Bankitalia non fece con MPS).
CUORE E PORTAFOGLIO
Dei tanti scandali che attraversano la campagna presidenziale di Hillary Clinton, quello dei finanziamenti sauditi alla sua Fondazione e a lei stessa, sembra essere il più imbarazzante; ancora più dei disastri della politica estera o del MailGate.
Rimane una verità non consolante: per il Partito Democratico americano vale la stessa regola del Partito Democratico italiano: più il cuore è a sinistra e più il portafoglio sta rigorosamente a destra. In questo la sinistra di tutto il mondo è perfettamente coerente con se stessa.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

Preso da: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2016/08/29/hillary-la-saudita/

Libia, una guerra che vale 130 miliardi: altro che esportatori di democrazia!

8 settembre 2016

Guerra in Libia, tutti a farneticare su uomini e mezzi da inviare. Ma il punto è: perché bisogna intervenire? Ecco quali sono le vere ragioni dietro l’intervento italiano, come rivela su Facebook Marcello Foa, giornalista di scuola montanelliana, ora Ceo di Corriere del Ticino/mediaTI.
Ecco la vera ragione della guerra in Libia.
L’Italia si prepara a mandare 5.000 uomini in Libia su richiesta di Washington per “combattere l’Isis”. Ma siamo proprio sicuri che sia questo il reale obiettivo?

No, infatti, caro lettore, il motivo di questa guerra è un altro e, avrete immaginato, è… ilpetrolio.
Come spiega l’ottimo Alberto Negri sul Sole 24 Ore:
“Siamo davanti a un regolamento di conti, una spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio”.
La Libia, continua Negri:
“È un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso di un ipotetico Stato libico. Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni. Una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare”.

GUERRA IN LIBIA, GLI SCENARI FUTURI
Probabilmente, una volta stabilizzato, il paese sarà diviso tra Francia, Gran Bretagna e, auspicabilmente Italia, mentre gli Stati Uniti vigileranno dall’alto.
L’Italia, che era ben posizionata con Gheddafi, e che è riuscita a cavarsela anche negli ultimi anni, ha molto da perdere e poco da guadagnare ad assumere un ruolo militare di primo piano nella sempre più probabile guerra.
Di certo, ancora una volta non ci dicono tutta la verità. Ancora una volta la lotta al terrorismo è, al più, una concausa e viene usato come pretesto per realizzare altri obiettivi, economici come sempre. E come sempre, solo pochi giornalisti avranno la lucidità e l’onestà intellettuale di raccontare la verità. Alberto Negri è uno di questi.
Nella giornata di ieri gli americani hanno bombardato obiettivi dell’Isis a Sirte, in Libia. Gli aerei statunitensi sono partiti dalla base italiana di Sigonella.

La liturgia della bugia

4 settembre 2016

di Luigi Bellazzi
“non possiamo ritornare quello che fummo, non possiamo restare quello che siamo”
Oggigiorno abbiamo la “fortuna” di vivere in un momento di crisi epocale.
Non solo dal punto di vista dell’economia: “oggi peggio di ieri e meno peggio di domani”, ma soprattutto dal punto di vista morale. Viviamo un momento storico in cui la regola è diventata: “fare apparire il bene, per fare passare il male“.
Adesso è possibile grazie alla gravità del momento, avere l’occasione di poter “trasformare la difficoltà in opportunità“.
Questo infatti non è solo il momento della crisi dell’economia, questa crisi è il sintomo del fallimento della democrazia.

Quando tutti rubano (ed è ladro anche chi tiene il sacco…) non è che tutti siano ladri, è il sistema democratico che costringe tutti ad essere “ladri “.
Ogni critica per essere credibile deve essere preceduta da una sincera autocritica. Sgombriamo quindi il campo da equivoci, dichiarare la morte della democrazia, non significa far risorgere il fascismo. Gli stati etici: fascismo, nazionalsocialismo, comunismo, sono tutti al momento irrimediabilmente defunti. La inevitabile guerra fratricida, tra comunismo e fascismi. L’Unione Sovietica già negli anni ’40 aveva un miliardo di cinesi alle spalle, sui 4 mila chilometri di confine con la Siberia che costringevano l’allora URSS ad espandersi in Europa. La guerra civile tra gli stati etici, almeno per qualche altra generazione, ne impedirà il risorgere. La domanda ora da porsi è: falliti i fascismi, fallito il comunismo, fallita la democrazia, che fare? La risposta potrebbe essere: una democrazia integrata da valori etici. Uno Stato che al proprio interno rispetti il principio di legalità, mentre per l’esterno affermi il principio dell’interesse nazionale.
L’Italia in politica estera non potrà che avere un ruolo ancillare (pagheremo per secoli la vigliaccheria dell’otto Settembre ‘43) rispetto ad una Grande Potenza (la grandezza di un popolo la si misura con la sua capacità di resistenza). Seguendone le sorti nel bene e soprattutto nel male. La Grande Potenza “mediterranea” che prenderà a breve il ruolo guida che era stato degli USA, piaccia o no, sarà lo stato ariano dell’Iran. Nelle scuole a partire dalle elementari, sarebbe bene abbandonare da subito l’insegnamento dell’inglese a favore della lingua farsi.
Ottanta milioni di iraniani, inseriti in un’area di mezzo miliardo di abitanti, sono il futuro dell’Italia, dobbiamo però scrollarci di dosso l’oceano di bugie imposti dai vincitori ai vinti.
É una strada nuova (la “democrazia corretta”) facile a dirsi, difficile a praticarsi.
Si dovrebbe tanto per iniziare, riconoscere storicamente l’Onore militare ai vinti, smetterla con la “menzogna di Ulisse” e con il “male assoluto”. Prevedere che non esista alcun diritto se prima non si sia adempiuto a tutti i propri doveri verso la Comunità di destino, la Patria. Farla finita con l’equivoco di essere socialisti per i diritti (diritto alla casa, diritto alla salute, diritto al lavoro, diritto di qua e diritto di là) e liberisti per i doveri (lavoro per quel che mi paghi…).
Termometro veronese per misurare la crisi dell’economia è la quotazione delle azioni del Banco Popolare (dal 1867 il salvadanaio dei risparmi per le famiglie veronesi). Otto anni fa le azioni del Banco valevano 38,7 Euri. Oggi poco meno, poco più di 20 centesimi (nel 2013 dieci azioni erano state accorpate in una, quindi gli odierni valori formali di borsa vanno divisi per dieci). Duecentomila risparmiatori italiani, di cui 50 mila veronesi, hanno visto polverizzati i risparmi di una vita. Un’ ottima occasione per fare una riflessione sul passato e inventarsi un nuovo modo di fare banca: “Banca che sia solo banca“.
Scrive Galli della Loggia su “il Corriere della Sera” 07/08/16: “…La crisi del nostro sistema bancario non è solo un fatto economico, è anche un capitolo di storia sociale… É una storia di gruppi di comando locali installatisi alla testa degli istituti… Sono in genere formati da qualche imprenditore non sempre brillantissimo… campioni del notabilato… (hanno n.d.r.) depredato decine di migliaia di loro più o meno incolpevoli concittadini… lo hanno fatto per arricchirsi sempre di più… Questa voglia mai sazia di potere.., l’ovvia convinzione dell’impunità… di farla franca in ogni caso…”.
Ci manca solo il codice fiscale e il numero di scarpe di Paolo Biasi e di Carlo Fratta Pasini poi il ritratto dei “campioni del notabilato” veronese è completo. Fratta e Biasi i “poteri forti”? Non esistono “poteri forti”, esistono solo uomini deboli che non hanno il coraggio di combatterli.
“Fare apparire il bene, per fare passare il male” è la parola d’ordine della dittatura democratica. Basti ricordare l’esempio dello scandalo del Mo.s.e. (Modulo sperimentale elettromeccanico). Ricordiamo tutti le grida di dolore di quel tempo: “Venezia che affonda”, “Venezia che muore” a causa delle maree. C’era forse qualche belva umana che allora volesse far scomparire Venezia sotto le maree? Venezia è il vero ed unico patrimonio mondiale dell’umanità. Ma certo che no, il mondo non poteva perdere Venezia sommersa dai capricci del mare. Subito fu pronta la soluzione per salvare Venezia: il M.o.s.e., (non c’era tempo nè per le gare, né per la trasparenza), ecco così far nascere dalla sera alla mattina la fabbrica per produrre tangenti col pretesto nobilissimo di salvare Venezia dalla catastrofe immaginaria, tappando la bocca a chiunque manifestasse dei dubbi sul “Mo.s.e.”
Nel frattempo tangenti a iosa per tutti, per tutti i partiti. Poi (sempre dopo) scoppiato lo scandalo, Cacciari, il Sacerdote della sinistra onesta, illuminata ed intelligente (si fa per dire), ci veniva a pontificare che le maree devastanti a Venezia erano quelle superiori al metro e sessanta. Aggiungeva poi (ancora poi, mai prima) il Divo Massimo che il M.o.s.e. avrebbe messo al riparo per le maree alte fino ad un metro e sessanta. Succo postumo di Massimo Cacciari: il M.o.s.e. per salvare Venezia, non serviva ad un cazzo (poteva gridarlo subito. O no?).
Altro “cavallo di troia”, l’immigrazione. Col pretesto del povero bambino che muore di fame, o annegato, del dovere di dare accoglienza e/o asilo politico a chi fugge da guerre (ma non si chiamavano disertori?), carestie (ma non dovrei rimanere a casa mia col mio badile e con la mia spada?) e persecuzioni (chi è perseguitato e chi è persecutore?), vengono oggi deportati (grazie alle sirene delle TV satellitari) interi popoli sradicandoli dalle loro terre, dalle loro tradizioni, dagli equilibri millenari con l’ambiente circostante, per portare quei popoli in Europa e trasformarli in torme di randagi consumatori. Ma quale asilo politico, l’unica persona in Europa effettivamente meritevole di asilo politico per essere stato perseguitato per le sole idee manifestate, è l’avvocato Horst Mahler. Mahler per avere sostenuto che storicamente l’olocausto (inteso come sterminio programmato di 6 milioni di ebrei) non è mai esistito, è stato messo in prigione.
Libertà di pensiero? Dieci anni di galera al vecchio Horst (Fondatore delle “Brigate rosse” tedesche)! A settanta e passa anni ad Horst Mahler è stata amputata una gamba in carcere.
Intanto abbiamo i nuovi “martiri”, gli affaristi che siedono nei Consigli di Amministrazione di Banche e Assicurazioni. Abbiamo gli attori che si esibiscono nella quotidiana ed ostentata recita di povertà e dolcezza francescane, per poi trasformarsi in docili e spietati strumenti della finanza internazionale ebraica, burattini del Burattinaio Larry Fink, Amministratore Delegato e “proprietario” di Black Rock, il fondo che gestisce un patrimonio di 4700 miliardi di dollari in partecipazioni (più del doppio del p.i.l. italiano!).
Fink è quel “Signore del denaro” che nel tempo di uno schiocco delle dita, fece scappare il Presidente del Consiglio Berlusconi da Palazzo Chigi dove si era barricato da mesi. Era bastato infatti che Black Rock iniziasse a svendere le sue partecipazioni in Fininvest e Berlusconi si sarebbe potuto trovare dopo poco ridotto sul lastrico.
Gli esempi del “bene peloso” che nasconde turpi interessi lo abbiamo visto in tutto il panorama politico con “Mafia Capitale”.
Con il pretesto di salvare dal naufragio i poveri migranti, la Marina Militare ha chiesto un finanziamento straordinario per varare una costosissima portaerei (non bastavano quattro gommoni da altura?) strumentalmente destinata a salvare i migranti ma di fatto destinata a varare tangenti per Ammiragli felloni.
Tanto varrebbe pagare a tutti i migranti il biglietto aereo classe affari per venire in Italia.
Certamente si risparmierebbero denaro e perdite di vite umane. Ma così facendo, i paladini dei poveri a braccetto con la Finanza dei ricchi perderebbero la spettacolarizzazione della tragedia: le migliaia di affogati, i bambini venduti dalle famiglie per contribuire allo spettacolo sempre più straziante dei naufragi andando così a tappare la bocca di chi si opponga all’immigrazione.
Gli imperi Coloniali un tempo privilegiavano le fonti di produzione (Colonie); poi gli Stati democratici hanno privilegiato le fonti di consumo (mercati); Adesso la finanza internazionale e mondialista per sostenere l’economia liberista basata sulla spesa e sui consumi, se vuole far crescere i consumi deve aumentare il numero dei consumatori. Con una Italia in pieno calo demografico. Nel n. 7 del 2016 di Limes, pag.12: “L’Italia sta cambiando pelle. Per la prima volta in 90 anni la popolazione residente è diminuita (- 130.061unità)… Seguendo le tendenze attuali, compresa un’immigrazione netta intorno alle 100 mila unità annue, nel 2050 ci ridurremo a circa 57 milioni (rispetto agli attuali 60.665.551 residenti n.d.r.)…”
Allora eccoti la ricetta per sostenere i consumi: gli immigrati. Due piccioni con una fava: la fava dell’immigrazione da un lato fa aumentare il numero dei consumatori, dall’altro lato contribuisce ad indebolire l’Europa attraverso la perdita della propria identità.
Nel frattempo gli Stati Uniti a casa loro tengono ben separato con muri e reticolati il confine con il Messico per impedire l’ingresso di clandestini.
C’era chi ammansiva gli schiavi di ieri per sostenere i Colonizzatori. Oggi i portatori del bene assoluto, continuano ad ammansire i nuovi schiavi di oggi (gli immigrati consumatori).
La felicità non la si misura in base al reddito pro capite, ma in base all’equilibrio dell’uomo con l’ambiente che lo circonda.
Non è un caso che la percentuale più alta di suicidi la si riscontra nelle società con i redditi più alti. Viceversa nelle comunità tribali, economicamente poverissime, il suicidio non esiste.
Quel carrozzone schifoso della F.A.O. spende più in stipendi che in erogazioni! Mica per niente la Boldrini faceva la strapagata portavoce della F.A.O.: alberghi a cinque stelle, telecamere al seguito, sguardo addolorato al momento delle riprese ed ecco confezionata la missione umanitaria del momento.
Noi viviamo quotidianamente la liturgia della bugia.
Strapagare chi fa politica, il costo della democrazia…. Tutte balle, pagare ai politici stipendi 8/9/10 volte superiori al reddito percepito prima di essere eletti significa renderli schiavi dell’incarico parlamentare. Quando il politico prima di essere eletto guadagnava 8/9/10 volte di meno era costretto a riciclare le scarpe dal figlio più vecchio a quello più giovane, vacanze nella pensione “Maria onta”, caffè contati, vestiti consunti. Poi, dopo l’elezione per quattro anni la famiglia può vivere senza problemi economici. Chi è quel marito, quel genitore, quel parlamentare o consigliere regionale che dopo 4 anni rinunci spontaneamente ad essere rieletto ed ha la forza d’animo per dire alla propria famiglia: ritorniamo poveri, torniamo a riciclare scarpe e vestiti?
Il pianto greco
Questa lagnanza insistente e molesta, questo chiedere ogni giorno più fondi, più mezzi. Non ci si vuole rendere conto che la situazione dell’economia è sempre: “oggi peggio di ieri e meno peggio di domani
Il perché è molto semplice, anche se fa ribrezzo a dirlo.
La prima economia in Italia era il “nero”, ovvero i denari sottratti allo stato con l’evasione fiscale. Con la ruberia in servizio permanente effettivo è una cialtronata affermare:” Se paghiamo tutti (le tasse), tutti pagheremo meno”.
Più democrazia, più eletti, regioni, circoscrizioni etc. etc. hanno comportato sempre più ruberie. Politici di destra, di centro come di sinistra. Basti vedere cosa sta accadendo a Roma tra i 5 Stelle e l’appena eletta Sindaca Virginia Raggi.
La democrazia è la sifilide dello spirito.
Fino ad una decina di anni fa, la regola nel privato era che le ore straordinarie venissero pagate in nero. Con quei compensi “esentasse”, marito e moglie pagavano le rate del mutuo per la casa, pagavano le vacanze, l’auto, la benzina etc. Non scordiamo che con quella economia “banditesca”, nei primi anni ’60 l’Italia realizzava 1.200 chilometri di Autostrada del sole. Adesso non abbiamo nemmeno i mezzi per ripararne le buche.
Non c’è dubbio che un’opera pubblica (es. un ponte, una strada) abbia un effetto moltiplicatore della ricchezza cento volte superiore rispetto ad un opera privata (es. una casa in proprietà), ma se quella strada dopo poco deve essere chiusa per le buche che si manifestano, o se il traffico sul ponte deve essere interrotto per minaccia di crollo del viadotto, beh allora l’effetto moltiplicatore si converte in demoltiplicatore (invece di ridurre i tempi di percorrenza, buche e crolli quei tempi li allungano!). Quindi l’opera pubblica invece di creare ricchezza produce “povertà”. E questo accade perché il politico (tutti i politici, nessuno escluso) per essere rieletto deve privilegiare la preferenza rispetto all’investimento nell’opera pubblica. Il consenso costa e allora via con le tangenti. Elementare, fin troppo elementare.
All’epoca del “nero diffuso”, i più onesti tra i “finanzieri” raddoppiavano lo stipendio con il secondo lavoro pomeridiano (ovviamente in nero), i poliziotti facevano i buttafuori nelle discoteche o i gorilla per le famiglie facoltose a rischio rapimento.
Questa però era l’Italia dell’Autostrada del Sole.

04/09/2016

Preso da: http://www.italiasociale.net/alzozero16/az16-09-04.html

Legge antinegazionista. La parola al Prof.Claudio Moffa: Quel che può accadere. E quel che si dovrebbe fare

di Claudio Moffa (*)

 

Ora i media parlano chiaro. Per mesi e mesi la leggina riforma dell’art 3 della legge Reale che introduce il reato di «negazionismo» è stata presentata in modo edulcorato come foriera di nessun pericolo, visto che la negazione dei crimini contro l’umanità quale indicati dallo Statuto della Corte penale internazionale fa la sua apparizione solo come aggravante di un reato di incitamento all’odio razziale. Ora invece la legge è legge antinegazionista punto e basta.

 

È quello che avevo sostenuto io fin dall’inizio, sottolineando che la verità potrebbe stare in mezzo ma che il pericolo resta: perché è vero che la legge approvata non è quella sognata dagli oltranzisti dell’imbavagliamento della Storia, una legge con «diretta» condanna del nebuloso negazionismo. Ma dall’altra e comunque, il giudizio sulla storia, che dovrebbe essere libero e garantito a tutti i cittadini dagli articoli 21 e 33 della Costituzione, entra comunque nella sfera della criminalità penale, e si potrebbero creare, secondo discrezionalità del magistrato e costruzione nel tempo di una «giurisprudenza» in crescendo, casi aberranti di stampo decisamente liberticida.

 

Se per esempio un processo ex violazione della legge Reale riformata venisse affidato a quel tal giudice romano, stimatissimo, ma che fece parlare un ultras della Storia dettata per legge nonostante avesse, il teste, cambiato all’ultimo momento il capitolo di prova (non si può, come noto); o se la stessa cosa capitasse al PM abruzzese che rifiutò per due volte di chiedere un rinvio a giudizio dopo aver riconosciuto che il comportamento del querelante in un caso di ricostruzione storica era stato limpido e corretto, e tuttavia egli era stato pesantemente diffamato; e di poi lo stesso caso capitasse al GIP pescarese di riferimento di quel PM (il procedimento era lo stesso), che in modo speculare, ravvisando a sua volta (anche lui in due Camere di consiglio) un evidentissimo reato di diffamazione, non ebbe il coraggio di chiedere l’imputazione coatta come suo dovere, per giunta dandosi alla fuga attraverso il noto marchingegno di tanti processi ingiusti, di fissare la data della Camera di consiglio decisiva, due giorni dopo essere stato trasferito ad altro ufficio del Tribunale: se insomma si riproponessero casi di questo tipo, sicuramente la «giurisprudenza» assumerebbe nel tempo dei contorni tetri e pericolosi per le libertà costituzionali.

 

Basterebbe – altro esempio – un provocatore prezzolato e poi di nascosto beneficiato, che prima urla da vero antisemita al vero odio razziale, e poi per giustificarsi davanti al giudice dice che non è vero (come non è vero) che sono stati 6 milioni gli ebrei morti nei lager, per fare applicare la nuova legge: non dicono tutti i giornalisti ad ogni occasione, almeno una ventina di volte all’anno, che sono 6 i milioni di ebrei uccisi dai nazisti? La condanna prodotta dalla nuova legge inserisce così la Storia nel diritto penale, creando un precedente che un secondo magistrato potrà estrapolare e separare come giurisprudenza acquisita, il caso appunto dei 6 milioni «negati».

 

Voi direte, non è possibile: teoricamente non sarebbe possibile, ma poiché come noto su questo terreno, delle opinioni, della libertà di critica e della diffamazione, molti magistrati fanno quel che loro pare e piace, allora questa sarà una ben percorribile strada che gli stessi poteri forti che hanno addomesticato tutto il Parlamento italiano, saranno in grado di far prendere anche alla magistratura italiana.

 

Di chi la responsabilità di tutto questo, oltre che della politica, governativa e di opposizione, di centro di sinistra e di destra? Un po’ di tutti, e non solo degli addetti ai lavori (docenti delle scuole e universitari, tra i quali il nobel dell’opportunismo va a chi spara a vanvera contro il «negazionismo» per avere un posticino al sole in qualche sala della Camera) ma anche di certo mondo della rete, quelli che si beano del fatto che il mondo e l’Italia vanno a rotoli (anche su questo terreno) attaccando tutto e tutti, per dimostrare che loro sono i veri eroi, e che il disprezzo per le istituzioni deve essere totale, senza articolazioni, senza tentativi di arginare le derive in atto.

 

Tanto c’è Zuckerberg che ci fa sfogare. Non è così, la rete è utile ma le istituzioni restano il luogo della vera resistenza ai soprusi e alle norme ingiuste, e da lì bisognerebbe ricominciare. Certo il panorama proprio su questo terreno è veramente allarmante, ma come pensate che si possa tornare indietro se non trovando il coraggio e trovando chi ha il coraggio in Parlamento di opporsi allo stato di cose oggi esistente?

 

(*) Professore ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali, Università di Teramo

 

27/06/2016

Preso da: http://www.italiasociale.net/alzozero16/az16-06-10.html

Sono assassini, o in nome della democrazia possono massacrare chi vogliono?

di Giuseppe Righetti

Tony Blair George – G. W. Bush – Nicolas Sarkosy

I pianti di vergogna. In tanta bassezza ed orrore morale dei governi occidentali che si coinvolgono in questi sporchi giochi con criminali e formazioni delinquenziali o jihadiste, brilla per nettezza il saluto del presidente Assad ai morti francesi: “Parigi prova adesso quel che i siriani provano da cinque anni”.

E poi: “Ipocriti, chiamate ‘terroristi’ quelli che colpiscono voi, e ‘ribelli moderati’ quando colpiscono noi”.

La “guerra al terrorismo” ha prodotto almeno 13 milioni di morti fra Iraq, Afghanistan e Pakistan: crimini contro l’umanità che restano impuniti e a cui abbiamo preso parte anche noi.

 

Laurent Fabius, il ministro degli esteri di Hollande, nel dicembre 2012 si rifiutò che fosse messa nella lista delle formazioni terroriste Al-Nusrah (ossia Al Qaeda in Siria) con la motivazione che “sul terreno, fanno un buon lavoro” (uccidendo i soldati siriani e, en passant, cristiani, donne, bambini…). Ora piange?

Nell’agosto 2014, Le Monde ha rivelato che Hollande aveva dato ordini ai servizi francesi di consegnare clandestinamente armi da guerra ai ribelli in Siria, contro le norme internazionali che mettevano l’embargo su simili consegne. E ora piange? I francesi sono i maggiori artefici di quanto sta succedendo in Europa.

 

Nicolas Sarkosy – Nell’intervista esclusiva a il Giornale del 15/03/2011, l’ultima alla stampa italiana, prima di venire catturato e linciato pochi mesi dopo, Gheddafi aveva ribadito che senza il suo regime «il Mediterraneo diventerà un mare di caos». E mandava a dire al governo italiano guidato da Berlusconi: «Sono scioccato dall’atteggiamento dei miei amici europei. In questa maniera hanno messo in pericolo e danneggiato una serie di grandi accordi sulla sicurezza, nel loro interesse e la cooperazione economica che avevamo».

Alcuni giorni prima aveva detto al giornalista francese Laurent Valdiguié del Journal du Dimanche. «La situazione è grave per tutto l’Occidente e tutto il Mediterraneo. Come possono, i dirigenti europei, non capirlo?». «Che voi sareste le prime vittime, avreste milioni di immigrati illegali, i terroristi salterebbero dalle spiagge di Tripoli verso Lampedusa e la Sicilia. Sarebbe un incubo per l’Italia, svegliatevi!».

¾ Il documento che attesta l’accordo per un ingente contributo finanziario di Gheddafi alla campagna di Nicolas Sarkozy per le presidenziali del 2007 è autentico. Lo dice la perizia consegnata negli scorsi giorni al tribunale di Parigi (da Il Fatto Quotidiano).

¾ Gheddafi stava predisponendo un accordo con la maggior parte dei leader africani, per la costruzione e la messa in orbita di un satellite per l’Africa, di proprietà dei paesi africani, capace di coprire sia la trasmissione telefonica e televisiva, sia la diffusione di internet. Il tutto a danno degli interessi occidentali, specie americani.

¾ Gheddafi voleva ottenere l’indipendenza finanziaria del continente con la costituzione della Banca Centrale Africana, con sede in Nigeria, avente lo scopo di creare una moneta indipendente ed il Fondo Monetario Africano con sede in Camerun, con lo scopo di concedere prestiti agli stati africani a condizioni molto più convenienti di quelle del FMI.

Ora, viene da chiedersi: la Francia ha fatto la guerra in Libia e massacrato Gheddafi per prendersi il petrolio italiano o per evitare che il colonnello libico rendesse pubblico il finanziamento, per non perdere il potere finanziario a favore di una moneta africana?

Bruxelles. L’11/02/2016, al quartier generale della Nato, il capo del Pentagono ha convocato i colleghi ministri della Difesa di 49 paesi. Scopo: discutere una invasione terrestre della Siria. Non per combattere l’Isis, ma per cacciare Assad!

La notizia è stata taciuta da tutti i media europei. Unica eccezione, il britannico Guardian, da cui si apprendono le poche cose che son filtrate.

Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati (ecco i nostri alleati) si son detti pronti a fornire truppe di terra sostenute da 50 teste di cuoio Usa, fino  all’intervento su grande scala attraverso la Turchia, per creare un santuario per i ribelli  che combattono contro Assad e il suo regime.

La rapidità dell’avanzata delle truppe governative sostenute dai bombardamenti aerei russi nel Nord della Siria e dalle milizie appoggiate dall’Iran, ha preso la coalizione  americana di sorpresa”, scriveva il Guardian. Ecco il motivo della riunione.

Non sono bastate le esperienze di Iraq (assassinato Saddam Hussein) e della Libia (assassinato Gheddafi). Gli americani hanno molte armi da vendere.

E gli Europei sono solo capaci di piangere (o fingere di piangere) i morti.

Iraq. Secondo la commissione inglese, guidata da Sir John Chilcot, la guerra della Gran Bretagna al fianco degli Usa nel 2003 non era necessaria. Blair presentò prove “inesatte” sulle armi chimiche. “La guerra alimentò il terrorismo”

Inoltre, il presidente della Commissione ha accusato il governo allora guidato da Tony Blair di aver sottovalutato le possibili conseguenze del conflitto. “Se la guerra – ha detto – fosse stata giusta il Regno Unito avrebbe potuto essere (e dovuto essere) più preparato per gli accadimenti che seguirono”, nonostante Blair fosse “stato messo in guardia con espliciti avvertimenti che un’azione militare avrebbe aumentato la minaccia di al-Qaeda al Regno Unito e agli interessi britannici. Era stato anche avvertito che un’invasione avrebbe potuto far finire le armi e le capacità militari irachene nelle mani dei terroristi”. In poche parole, insomma, la guerra a Saddam non fece altro che alimentare il terrorismo, assicurando loro le armi. E questo il Regno Unito lo sapeva.

Ma già il 22/11/2011 a Kuala Lumpur in Malesia, fu intentato un processo per crimini di guerra. Sul banco degli imputati: l’ex presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, e l’ex premier britannico Tony Blair.

I due sono accusati di “crimini contro la pace in Iraq e crimini di guerra e torture”, in quanto l’occupazione dell’Iraq ha violato le disposizioni della Carta delle Nazioni Unite, della Convenzione di Ginevra (1949) e della Convenzione contro le torture (1984).

Gli Stati Uniti, simbolo della democrazia occidentale, sono stati in guerra il 93% del tempo, dalla loro creazione nel 1776.  Nei 240 anni della loro esistenza in 219 anni sono stati in guerra solo in 21 anni sono stati in pace.

Eppure ci sono ancora alcuni nord americani che si chiedono: “Perché tutte queste persone nel mondo ci odiano?”

Il grave è che ora sono odiati anche i loro servi europei.

E in Italia? Chi ha inneggiato all’Isis?

Da Il Fatto Quotidiano (28 marzo 2012).

Chi spiega a Bersani che i liberatori a cui inneggiava sono gli stessi che compiono massacri in Europa? Eccolo in Piazza del Pantheon a Roma contro Assad. Era stato appena massacrato Gheddafi ed esposto vergognosamente in un capannone …. ed il PD era entusiasta di ripetere con Assad lo stesso …

Anche il PD è andato in Francia a piangere?

 

TI SEI ACCORTO? L’EUROPA É SOLO CAPACE DI PIANGERE!

E tu, sei tra quelli che l’hanno ridotta così?

 

19/07/2016

Preso da: http://www.italiasociale.net/alzozero16/az16-07-19.html

Comprendere il pericolo americano

L’antiamericanismo è spesso bocciato come una derivante del pensiero di estrema sinistra o di destra radicale; per i benpensanti non ha senso accanirsi contro la patria che è da sempre il simbolo di democrazia, pace e prosperità. Ma in molti non si sono mai chiesti perché chi si rifà ad un pensiero politico non conforme assume, inevitabilmente, una posizione antiamericana: gli Stati Uniti spesso si rivelano essere un nemico sia dal punto di vista prettamente politico che da quello filosofico e, nella maggior parte dei casi, ideologico.
Le radici di questa avversione non possono che trovarsi nell’origine stessa dell’America moderna, che vede nella sua fondazione l’affermarsi di quei principi che ne caratterizzeranno la storia negli anni a venire: materialismo, imperialismo e mercantilismo. La nascita degli Stati Uniti è un trionfo borghese, si afferma con lo sterminio graduale della popolazione autoctona e si rafforza adottando un modello statuale che si discosta completamente dai migliori esempi europei. Il liberalismo americano va’ in antitesi con i modelli socialisti o gerarchici tipici della tradizione europea e mai come nella storia moderna esso si rivela essere il principale ostacolo per l’indipendenza e la riscossa degli stati nazionali.
L’Occidente, che prima temeva la minaccia dell’URSS e ora teme quella del terrorismo islamico, ha subito silenziosamente l’invasione del modello civile e culturale USA, mentre si rende complice del suo dominio imperialista. Al di là del discorso più identitario e tradizionale, ci accorgiamo come ogni tentativo di politica autonoma sia stato ostacolato in maniera diretta o indiretta dagli USA e come questo atteggiamento continui tutt’oggi. Se nel passato venivano instaurati regimi vicini agli interessi economici o politici americani, oggi basta poco per far cadere un governo indipendente e portare al potere uomini vicini a Washington e alle sue lobby, che indisturbatamente operano in Europa. E’ nell’interesse della Casa Bianca, infatti, ostacolare ogni tentativo di politica multipolare, dettando chi siano i buoni e chi i cattivi. La patria della pace e della democrazia è quella che in maniera antidemocratica sfrutta gli Stati come vassalli e pedine per portare la guerra attraverso l’effimera NATO (prolungamento armato della sua aggressiva mentalità guerrafondaia) e che ne mina i possibili sbocchi economici attraverso il ricatto finanziario.
Perché ciò deve interessare maggiormente chi vuole comprendere la nostra politica? Perché solo una volta che si è compreso chi ostacola la nostra sovranità, chi trae vantaggi dalle lobby che puntualmente denunciamo, chi strumentalizza l’informazione e avvantaggia un sistema politico corrotto sin dalle fondamenta, solo allora si capirà chi è il nemico e a quale fine bisogna giungere: l’indipendenza, nel nome della lotta all’imperialismo e al capitalismo.

Il popolo è Sovrano quando”vota come deve”

26 giugno 2016

«Il 24 giugno è San Giovanni, patrono di Torino. Quindi per la città è giorno di festa, e succede che si passi una serata con amici e conoscenti, a chiacchierare del più e del meno e a guardare i fuochi d’artificio.
Quest’anno però era diverso, a tenere banco erano solo due argomenti: la caduta di Fassino per mano di una neo-sindaca grillina (Chiara Appendino), e il capitombolo dell’Europa sotto i colpi del Brexit. E i discorsi?
Un po’ di tutto, ma quello che più mi ha colpito, un po’ girando per i siti un po’ parlando con le persone che conosco (quasi tutte favorevoli a Fassino e al «Remain»), è il tratto che li accomunava: l’animosità contro il suffragio universale. Il discorso più moderato che ho sentito suggeriva che i referendum dovrebbero essere indetti solo su materie semplici e comprensibili (tipo: sei pro o contro i matrimoni gay?) e che il referendum sul Brexit proprio non si doveva fare.

I più estremisti suggerivano drastiche limitazioni del suffragio: per votare si dovrebbe almeno avere la licenza media (ma c’è anche chi dice: la laurea); oppure: per votare si devono avere meno di 70 anni. In breve: a vecchi e ignoranti bisognerebbe togliere il diritto di voto.

Trovo tutto ciò estremamente interessante. Non per il contenuto di simili pensieri, ma per i soggetti da cui provengono. Gli stessi che parlano con sufficienza, talora con disprezzo, del popolo che vota Cinque Stelle o sceglie Brexit, sono prontissimi a lodarne la saggezza, la maturità democratica, la lungimiranza, quando il popolo vota nel modo giusto. Gli stessi che invocano ad ogni occasione la necessità di passare dalla fredda Europa dei tecnocrati, autoritaria e burocratica, alla calda Europa dei popoli, luminosa e

democratica, immancabilmente si spaventano non appena, con un referendum, ai popoli vien concesso di dire la loro su qualcosa di importante. Insomma, qui c’è qualcosa che non torna, innanzitutto sul piano logico. E questo qualcosa, ho l’impressione, ha a che fare proprio con il concetto di popolo.

La condizione del popolo, oggi in Europa, è strana e deplorevole. Non tanto perché il popolo è il popolo, e quindi per definizione è il “basso” del sistema sociale, ma perché il suo rapporto con la politica è innaturale e disturbato. In molti paesi europei, verosimilmente in tutti quelli di matrice occidentale, accade un fenomeno inedito: i partiti progressisti affermano di voler rappresentare le istanze del popolo, ma il popolo non li vota, preferendo ad essi i movimenti e partiti cosiddetti populisti, siano essi di destra, di sinistra o incollocabili (come il Movimento Cinque Stelle). E viceversa i ceti medi impiegatizi, gli insegnanti, gli intellettuali, gli artisti, i professionisti, persino molti imprenditori e manager preferiscono votare i partiti progressisti, o quel che resta dei partiti conservatori tradizionali. Insomma un vero quadrilatero amoroso disturbato: la sinistra dice di amare il popolo, ma il popolo non ama più la sinistra. I ceti alti e medi prediligono la sinistra, che però dice (o finge?) di rappresentare i ceti bassi.
La questione interessante a me pare questa: sbagliano i benestanti a guardare a sinistra? E sbaglia il popolo a guardare altrove?
La mia risposta è che, tutto sommato, i benestanti fanno benissimo a prediligere questa sinistra, che è molto attenta alle loro esigenze e molto distratta su quelle di chi sta in basso, quelli che io amo definire “i veri deboli”: incapienti, artigiani, lavoratori autonomi, lavoratori in nero, disoccupati, esclusi dal mercato del lavoro, abitanti delle periferie. Sarei meno sicuro che sia anche vero il reciproco, ossia che facciano bene i ceti bassi a fidarsi dei partiti populisti.

Per certi versi, mi pare che facciano male. I due fronti che si osteggiano in Europa, a me paiono afflitti entrambi da mancanza di visione, e da una formidabile inadeguatezza delle rispettive classi dirigenti. Se il Brexit ha vinto è innanzitutto perché gli uomini (e le donne!) che contano in Europa, non sono stati all’altezza del sogno di Altiero Spinelli. Ma una volta messi da parte Juncker, Hollande, Merkel, Renzi, Cameron, possiamo pensare che a farci sognare siano Marine Le Pen, Farage, Grillo o Salvini? Di per sé, l’idea di un’Europa delle Nazioni, senza la Gran Bretagna ma estesa “dall’Atlantico agli Urali” non è affatto insensata o peregrina, e risale addirittura alla fine degli anni ’50, quando de Gaulle ebbe a formularla per la prima volta. Il guaio è che alla guida della destra in Europa non c’è un de Gaulle, ma solo (per ora) una modesta squadra di agitatori politici, che una volta al potere potrebbero anche farci rimpiangere la sbiadita classe dirigente europea di oggi: insomma l’establishment europeo deve accontentarsi della signora Merkel («l’unico uomo di Stato europeo», copyright Massimo Fini) ma dall’altra parte non è ancora nato un nuovo de Gaulle che sappia prenderne il posto.
Se però guardiamo le cose da un altro punto di vista, quello dell’economia e della politica sociale, non sono così sicuro che la fiducia del popolo nei partiti populisti, e soprattutto la sua sfiducia nei partiti progressisti che vorrebbero rappresentarlo, non siano tutto sommato ben riposte. Non sono così sicuro, in altre parole, che sia fondata l’accusa che, sotto sotto, benpensanti e governanti illuminati rivolgono al popolo, ossia di essere cieco e abbindolabile, fino al punto di votare contro i propri interessi. È vero, le campagne populiste hanno puntato il grosso delle loro carte sulla paura per gli immigrati, visti come temibili concorrenti in materia di posti di lavoro e accesso al welfare, ma anche come fonte di disordine e di insicurezza per la loro specializzazione in alcune materie criminali, come il furto, il traffico di droga, lo sfruttamento della prostituzione.

A tutto ciò l’Europa civile e illuminata ha saputo opporre soltanto l’imperativo morale dell’accoglienza, il valore superiore dell’inclusione sociale, e talora anche il disprezzo per chi ha paura, accusato di basarsi su mere percezioni, distorte dalla propaganda e dalla credulità, anziché sulla cruda realtà delle cifre statistiche (vedi le ricorrenti polemiche su criminalità reale e percepita). Non hanno pensato, i dispregiatori del popolo e delle sue paure, che la maggior parte di coloro che di paura non ne hanno (o ne hanno poca, o sanno dominarla con la ragione) vivono in zone protette, o comunque non degradate, delle nostre affluenti società moderne. Soprattutto, non hanno pensato, i rieducatori del popolo rozzo e credulone, di consultarle davvero, le statistiche sulla criminalità e l’immigrazione in Europa (si veda il grafico in pagina). È un lavoro difficile, perché i dati sono lacunosi e le fonti vanno integrate e raccordate, ma non è impossibile farlo. E se lo si fa, il quadro che

emerge non dà così torto al popolo ingenuo ed ignorante. Secondo la ricostruzione della Fondazione David Hume, su 28 paesi europei per cui si hanno dati, il tasso di criminalità relativo degli stranieri è sempre (tranne in Irlanda e in Lettonia) superiore rispetto a quello dei nativi. In media gli stranieri delinquono 4 volte di più, con punte di 12 in Grecia, 7 in Polonia, 6 in Italia, 5 nelle civilissime Svezia, Austria, Olanda.

Che dire?
Forse il popolo non fa bene a fidarsi delle forze populiste, che talora alimentano i peggiori sentimenti dell’animo umano. Ma forse il popolo, più che fidarsi dei populisti, non sa a chi altri affidarsi, e votandoli fa una scommessa tanto scettica quanto disperata. Più che credere negli agitatori anti-sistema, il popolo pare diffidare dell’élite illuminata che lo rispetta quando “fa la cosa giusta”, e ne prende commiato quando fa quella sbagliata».
Il Sole 24 Ore del 26 giugno