La donna ai tempi di Gheddafi

8 agosto 2015 Cristina Di Giorgi

Pienezza di diritti e rispetto delle diversità e del ruolo particolare dell’altra ‘metà del cielo’
Per conoscere la situazione della Libia di oggi, basta sfogliare le pagine dei quotidiani o quelle virtuali dei siti internet di informazione. Il quadro che ne emerge è tutt’altro che roseo. a 4 anni dall’ invasione dei NATO/RATTI tutti concordano che in Libia si stava meglio prima.
Lo hanno confermato tutti coloro che hanno risposto alle domande di Lorenzo Cremonesi, che ha pubblicato su Il Giornale un reportage nel quale a parlare sono coloro “che vivono sulla propria pelle la pesante quotidianità di un Paese frammentato in una miriade di tribù etnico – religiose e conteso tra due governi clan. Senza dimenticare i miliziani dell’Isis, disseminati a sud nel deserto”.

Il crollo del regime di Gheddafi sembra dunque aver lasciato dietro di sé soltanto macerie. Il Rais infatti,era a suo modo riuscito a mettere in pratica un progetto politico determinato, delineato chiaramente nel “Libro Verde” (pubblicato tra il 1975 e il 1979). L’obiettivo della pubblicazione era quello di “illustrare la ‘Terza Via Universale’, che per il Colonnello rappresentava il superamento del capitalismo e del comunismo – scrive Sebastiano Caputo – in un contesto storico che vedeva ancora la Guerra fredda tra il blocco occidentale e quello sovietico”. Sulla base di questo principio fondamentale, il modello politico di Gheddafi (la Jamahirya) si delineava nella compenetrazione di diversi elementi, tra cui il socialismo arabo, il concetto di nazione intesa come culla della propria storia, cultura e tradizione e il ritorno ad un islam fondato sulla lettura diretta del Corano, senza quindi alcuna intermediazione.

In questo contesto, con buona pace del femminismo politico di stampo occidentale, il ruolo riservato alle donne appare tutt’altro che marginale. Non è infatti “un caso che Gheddafi dedicò a loro – scrive Caputo – il capitolo più lungo e poetico dell’intero manoscritto. Nell’allora universo libico la donna era considerata uguale all’uomo nella misura in cui possedeva gli stessi diritti, con una nota di riguardo alla legge naturale che ha sancito una differenza sostanziale nella costituzione biologica”. Stesse possibilità degli uomini dunque, senza che per ottenere qualcosa siano costrette a trasformarsi in uomini, rinunciando alle loro particolari caratteristiche fisiche, psicologiche e spirituali. Che non significa privazione della libertà ma rispetto delle differenze. “La donna libica era madre, educatrice, padrona di casa – ricorda ancora Caputo – ma anche lavoratrice e guerriera. Molte infatti sono diventate celebri nel 2011 per aver imbracciato i fucili contro i ribelli sostenuti dall’Occidente o per far parte delle ‘amazzoni’, la leggendaria guardia del corpo del Raìs, composta interamente da donne e vestita con il basco rosso e la divisa kaki. Altre invece hanno semplicemente condotto una vita degna e femminile libera da qualsiasi contaminazione e delirio femminista occidentale”. Un movimento quest’ultimo che, seppure nato sulla base di più che legittime rivendicazioni, si è in seguito deteriorato fino a divenire uno strumento di tipo ideologico e politico (in senso negativo) che poco o nulla sembra avere a che fare con gli interessi reali delle donne.

Rispetto alle quali Gheddafi conclude: “ignorare le differenze naturali tra l’uomo e la donna e confondere i loro ruoli è un atteggiamento del tutto incivile, contrario alle leggi naturali, distruttivo per la vita umana e causa reale di infelicità nella vita sociale dell’essere umano. Le società industriali in quest’epoca hanno adattato la donna al lavoro nei suoi aspetti più materiali rendendola come l’uomo, a scapito della sua femminilità e del suo ruolo naturale nella vita, relativamente alla bellezza, alla maternità e alla tranquillità. Ebbene esse sono società incivili, società materialistiche e barbare”.

Adattameto dall’ originale: http://www.ilgiornaleditalia.org/news/esteri/868299/La-donna-ai-tempi-di-Gheddafi.html

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Perchè non siamo capaci di ribellarci?

15 giugno 2014

Ti sei mai chiesto perché nessuno reagisce difronte all’infame ondata di oppressione e abuso di ogni tipo che stiamo subendo? Non rimani perplesso del fatto che non succede assolutamente nulla, viste le tante rivelazioni di casi di corruzione, ingiustizia, ruberie e prese in giro della legge e della popolazione in genere, alla quale si è rubato letteralmente il presente e il futuro? Ti sei mai chiesto perché non scoppia una rivoluzione di massa e perché tutti sembrano essere addormentati e ipnotizzati?

In questi ultimi anni ogni tipo di informazione resa “pubblica” di politici corrotti, mazzette e quant’altro – che avrebbe dovuto danneggiare la “struttura del Sistema” fino alle sue fondamenta – continua a essere intatta senza neppure un graffio superficiale. Questo rende palese un fatto veramente preoccupante che sta sotto gli occhi di tutti e al quale nessuno presta attenzione.

Il fatto è che CONOSCERE LA VERITA’ – oggi – non importa più a nessuno. Sembra incredibile, ma i fatti lo confermano giorno dopo giorno.

L’informazione non è rilevante.
Rivelare i più oscuri segreti e renderli di dominio pubblico non produce nessun effetto, nessuna risposta da parte della popolazione per quanto i segreti siano terribili e scioccanti.

Per decenni abbiamo creduto che chi lottava per la verità, gli informatori capaci di svelare fatti nascosti o mettere in piazza i panni sporchi potevano cambiare le cose, potevano alterare il divenire della storia.

Siamo cresciuti in realtà, con la convinzione che conoscere la verità era cruciale per creare un mondo migliore e più giusto e di chi lottava per rivelare il nemico più grande dei potenti tiranni.

E forse per un periodo è stato così.

Oggi, però, “l’evoluzione” della società e soprattutto della psicologia di massa ci ha portato a un nuovo stato di cose: uno stato mentale della popolazione che non avrebbe osato immaginare il più alienato dei dittatori. Il sogno di ogni tiranno della faccia della terra: non dover nascondere né occultare niente al suo popolo.

Poter mostrare pubblicamente tutta la sua corruzione, malvagità e prepotenza senza doversi preoccuparsi di alcuna risposta da parte di quelli che opprime. Questa è la realtà del mondo in cui viviamo. E se credete che questa sia un’esagerazione, osservate voi stessi ciò che vi circonda.

Il caso della Spagna è lampante. Un paese immerso in uno stato di putrefazione generalizzato, divorato fino all’osso dai vermi della corruzione in tutti gli ambiti:
•giuridico
•industriale
•sindacale
•politico (soprattutto)
Uno stato di decomposizione che ha ecceduto tutti i limiti immaginabili, fino a infettare con la sua pestilenza tutti i partiti politici in maniera irreparabile.

Eppure, nonostante siano resi pubblici continuamente tutti questi scandali di corruzione politica, gli spagnoli continuano a votare per la maggior parte gli stessi partiti politici, dando tuttalpiù alcuni dei loro voti a partiti più piccoli che non rappresentano in nessun modo una possibilità reale.

Ecco l’allucinante caso della Comunità Valenciana, la regione più rappresentativa del saccheggio vergognoso perpetrato dal Partito Popolare e dove, nonostante tutto, questo partito di autentici fuorilegge e banditi continua a vincere le elezioni con maggioranza assoluta.

E sfortunatamente il caso di Valencia è solo un esempio in più dello stato generale del paese: lì abbiamo il caso indegno dell’Andalusia dominata da decadi dall’altra grande mafia dello stato, lo PSOE, che con i suoi soci del Sindacato e l’appoggio puntuale della Sinistra Unita hanno rubato a piene mani per anni e anni.

O il caso della Catalogna con “Convergència i Unió”, un partito di baroni ladri d’élite, tanto per dare un altro esempio. E potremmo continuare così per tutte le comunità autonome o il governo proprio centrale dove le due grandi famiglie politico-criminali del paese, PP e PSOE, si sono dedicate a saccheggiare senza alcuna moderazione.

E nonostante siano stati resi pubblici tutti questi casi di corruzione generalizzata, siano state rivelate le implicazioni delle alte sfere finanziarie e industriali con il tacito consenso del potere giuridico, la dimostrazione che in forma attiva o passiva riguarda il Sistema in tutti gli ambiti e si rende impossibile la creazione di un futuro sano per il paese, nonostante tutto ciò, la risposta della popolazione è stata… non fare niente.

La cittadinanza ha risposto al massimo con “l’esercitare il legittimo diritto di manifestazione”, un’attività molto simile a quella che fa la massa quando la sua squadra di calcio vince una competizione ed esce per strada a celebrarla. Nessuno ha fatto niente di effettivo per cambiare le cose, salvo un piccolo spuntino.

Nel caso della corruzione venuta alla luce in Spagna e l’inesistente reazione della popolazione, è un solo esempio tra i tanti nel mondo. Adesso riportiamo il caso dello sport di massa, sotto pressione per il sospetto di corruzione, di manipolazione di dopaggio e per la molto probabile adulterazione di tutte le competizioni sotto il controllo commerciale delle grandi marche…nonostante questo, continuano ad apparire in televisione con un seguito sempre più numeroso.

Tutto ciò si impoverisce davanti alla gravità delle rivelazioni di Edward Snowden e confermate dai governi in causa che ci hanno detto in faccia alla luce di riflettori che tutte le nostre telefonate, le attività sui social networks, il nostro navigare in Internet è controllato e che ci stiamo dirigendo inesorabilmente verso l’incubo del Grande Fratello vaticinato da George Orwell nel “1984”.

E la cosa più allucinante è che “una volta filtrate” queste informazioni, nessuno si è preoccupato di ribatterle. Tutti i mezzi di comunicazione, i poteri politici e le grandi imprese di Internet implicate nello scandalo, hanno confermato pubblicamente come un qualcosa di reale e indiscutibile questo stato di sorveglianza. L’unica cosa che hanno promesso, in maniera poco convincente e a mezza bocca che non continueranno a farlo…e si sono permessi anche di darci alcuni dettagli tecnici!

E quale è stata la risposta della popolazione mondiale quando è stata rivelata questa verità? Quale è stata la reazione generale di fronte a queste rivelazioni?

Nessuna.

Tutti continuano ad essere assorbiti dal loro smartphone, continuano a rotolarsi nel dolce fango dei social network e continuano a navigare nelle acque infestate di Internet senza muovere nemmeno una falange di un dito… A cosa serve, allora, dire la verità?

Nel caso ipotetico che Edward Snowden o Julian Assange siano personaggi reali e non creazioni mediatiche con una missione segreta, a cosa sarebbe servito il loro sacrificio?
•Che utilità ha accedere all’informazione e rivelare la verità se non provoca nessun cambiamento, alterazione, trasformazione?
•A che serve conoscere in forma esplicita e documentata il fatto che l’energia nucleare può solo portare disgrazie come dimostrato dai terribili incidenti di Chernobyl e Fukushima, se queste rivelazioni non provocano nessun effetto?
•A cosa serve sapere che le banche sono enti criminali dediti al saccheggio di massa, se continuiamo a utilizzarle?
•A cosa serve sapere che il mangiare è adulterato e contaminato da ogni tipo di prodotti tossici, cancerogeni o transgenici, se continuiamo a mangiarli?
•A cosa serve sapere la verità su qualsiasi fatto importante se non reagiamo per quanto gravi siano le sue implicazioni.
Non inganniamoci da soli per quanto sia duro accettare tutto questo. Affrontiamo la realtà così com’è… Nella società attuale, conoscere la verità non significa nulla.

Informare sui fatti che veramente succedono, non ha nessuna reale utilità; anzi la maggior parte della popolazione è arrivata a un livello tale di degradazione psicologica che come dimostreremo, la rivelazione della verità e accedere all’informazione, rafforzano ancora di più la loro incapacità di risposta e l’inerzia mentale.

La grande domanda è: perchè? Che cosa ha portato tutti noi a quest’apatia generale?

E la risposta, come succede sempre quando ci rivolgiamo domande di questo tipo, è tra le più inquietanti. Ed è in relazione con il condizionamento psicologico cui è sottoposto l’individuo della società attuale. I meccanismi che disattivano la nostra risposta quando accediamo alla verità per quanto scandalosa possa essere, sono semplici ed effettivi. E sono nella nostra vita quotidiana.

Tutto si basa su un eccesso d’informazione.

E’ un bombardamento degli stimoli così esagerato che provoca una catena di avvenimenti logici che finiscono con lo sfociare in un’effettiva mancanza di risposta: in pura apatia.

E per lottare contro questo fenomeno è bene conoscere come si sviluppa il processo…

Per prima cosa dobbiamo capire che questo stimolo sensoriale che riceviamo è carico d’informazioni.

Il nostro corpo è predisposto alla percezione e alla lavorazione di stimoli sensoriali, ma la chiave del tema sta nella percezione di carattere linguistico dell’informazione; per linguistico sta a indicare ogni sistema organizzato con il fine di codificare e trasmettere informazione di ogni tipo.

Per esempio: ascoltare una frase o leggerla comporta la sua entrata nel nostro cervello a livello linguistico. Ma lo stesso avviene quando guardiamo il logo di un’impresa, l’ascolto delle note musicali di una canzone, guardare un segnale del traffico o udire la sirena dell’ambulanza, tanto per fare alcuni esempi.

Oggi, una persona è sottoposta ogni giorno a migliaia di stimoli linguistici di questo tipo; molti li percepiscono in forma cosciente, ma la grande maggioranza in forma non cosciente che deve essere elaborata dal nostro cervello.

Potremmo dividere il processo di captare ed elaborare questa informazione in tre fasi:
1.percezione
2.valorizzazione
3.risposta
Percezione.

Indubbiamente, in tutta la storia dell’umanità, apparteniamo alla generazione che ha la capacità più grande di elaborare informazioni a livello celebrale, con potere di differenziare soprattutto a livello visivo e auditivo.

Man mano che nascono e crescono nuove generazioni acquisiscono una maggiore velocità di percezione dell’informazione. Una dimostrazione di quanto affermato la ritroviamo nel cinema.

Guardate un vecchio film western di John Wayne, una scena qualsiasi di azione per esempio una sparatoria. E poi guardate una scena di sparatoria o di inseguimento di macchine di un film odierno. Una qualsiasi scena d’azione di un film attuale è piena di successioni rapidissime di primi piani di breve durata.

Solo per 3 o 4 secondi si vedranno diverse figure:

il volto del protagonista che guida, quella del compagno che grida, la mano sul cambio della macchina, il piede che spinge il pedale, la macchina che schiva un pedone, l’inseguitore che slitta, il cattivo che afferra la pistola, che spara dal finestrino, ecc… e ogni primo piano sarà durato al massimo una decina di secondi.

Le immagini si succedono a tutta velocità come gli spari di una mitragliatrice. Eppure siete in grado di vederle tutte e di elaborare il messaggio che contengono.

Adesso rivedete il film di John Wayne. Non troverete successioni di scene a ritmo di mitragliatrice, ma successioni di scene dalla durata più lunga e con un campo visivo più ampio. Probabilmente uno spettatore dell’epoca di John Wayne si sarebbe sentito male vedendo un film attuale poiché non era abituato a elaborare tanta informazione visiva a tale velocità. Questo è un semplice esempio del bombardamento di informazioni cui è sottoposto il cervello di ognuno di noi oggi rispetto a quello di una persona di cinquant’anni fa.

Aggiungeteci tutte le fonti di informazioni che ci circondano, come la televisione, la radio, la musica, l’onnipresente pubblicità, i segnali del traffico, i diversi tipi di abbigliamento che indossano le persone che incrociamo per la strada e che rappresentano ognuna di loro, un codice linguistico per il tuo cervello, l’informazione che vedete sul cellulare, sul tablet, in internet e inoltre i vostri impegni sociali, le fatture, le bollette da pagare, l’assicurazione dell’auto, le preoccupazioni e i desideri che hanno programmato tu avessi, ecc. ecc.

Si tratta di un’autentica inondazione di informazione che il vostro cervello deve elaborare continuamente. Tutto questo con un cervello della stessa misura e capacità di quello spettatore dei western di John Wayne di cinquant’anni fa. Per quanto ne sappiamo, sembra che il nostro cervello abbia la capacità sufficiente per percepire tali volumi di informazione e comprendere il messaggio associato a questi stimoli.

Il problema quindi non sta lì. Sembra – infatti – che il nostro cervello ne goda poiché ci siamo trasformati in tossicodipendenti degli stimoli.

Il problema reale risiede nella fase che segue.

Valutazione.
Noi ci scontriamo con i nostri limiti quando dobbiamo valutare l’informazione ricevuta, cioè quando arriva l’ora di giudicare e analizzare le implicazioni che comporta.

Questo succede perché non abbiamo il tempo materiale per fare una valutazione profonda di quell’informazione.

Prima che la nostra mente, da sola e con i criteri che le sono propri, possa giudicare in maniera più o meno profonda l’informazione che riceviamo, siamo bombardati da un’ondata di stimoli che la distraggono in continuazione.

E per questa ragione che non arriviamo a valutare nella giusta misura l’informazione che riceviamo per quanto importanti siano le implicazioni che comporta.

Per capire meglio tutto questo, utilizzeremo un’analogia sotto forma di una piccola storia.

Immaginiamo una persona molto introversa che passa la maggior parte del suo tempo rinchiusa in casa. Praticamente non ha amici e non intavola relazioni sociali di nessun tipo.

Supponiamo adesso che questa persona vada al supermercato a comprare una bottiglia di latte e quando va a pagare gli cade per terra e la rompe causando grande scompiglio e macchiandosi i vestiti sotto gli occhi di tutti e della cassiera.

Quando questa persona torna a casa, isolata com’è e senza uno stimolo sociale, darà probabilmente un gran valore a quanto avvenuto al supermercato.

Si domanderà perché gli è caduto il latte e quale movimento falso abbia fatto perché questo avvenisse; si domanderà se la colpa fosse sua, o della bottiglia che era troppo spigolosa; nella sua testa analizzerà lo sguardo della cassiera e i gesti e i commenti di ogni cliente; osserverà anche le macchie sui vestiti e tenterà di carpire ciò che hanno pensato gli altri.

Si sentirà ridicola e giudicherà quel fatto meramente aneddotico molto più importante di quanto lo sia stato in realtà. Solo perché quella situazione ridicola al supermercato sarà il grande avvenimento del giorno o della settimana. E forse non lo dimenticherà mai.

Adesso sostituiamo la persona introversa e senza relazioni con un modello opposto.

Una persona estroversa che passa tutto il giorno circondata da una gran quantità di persone e di fatti, interagendo freneticamente con clienti e compagni di lavoro, che parla al telefono, organizza incontri, compra, vende, fa riunioni, ride, si arrabbia e termina la giornata bevendo un bicchiere con gli amici.

Supponiamo che questa persona vada a comprare del latte e anche a lei cade la bottiglia causando un gran scompiglio e macchiandosi i vestiti.

La sua valutazione dell’accaduto sarà realivamente imbarazzante poiché rappresenta un evento in più tra tutti quelli a carattere sociale che sperimenta durante la giornata. E in poche ore se ne sarà dimenticata.

Una persona della società attuale, assomiglia molto al secondo modello, sottoposta a una grande quantità di stimoli sensoriali, sociali e linguistici.

Per noi ogni informazione ricevuta è rapidamente digerita e dimenticata, portata via dalla corrente incessante di informazioni che entrano nel nostro cervello come un fiume in piena.

Perché viviamo immersi nella cultura del “tweet”, un mondo dove ogni riflessione su un evento dura 140 caratteri. E questa è la profondità massima cui arriva la nostra capacità di analisi.

E’ per questa ragione, per la nostra impotenza di valutare e giudicare da soli il volume di informazione al quale siamo sottoposti, che l’informazione che ci è trasmessa, porta incorporata l’opinione che dobbiamo averne, cioè quello che dovremmo pensare dopo aver realizzato una valutazione approfondita dei fatti, cioè chi emette l’informazione risparmia al ricevente lo sforzo di dover pensare.

Questo è il procedimento che utilizzano i grandi mezzi di comunicazione e in un mondo di individui autenticamente pensanti sarebbe tacciato di manipolazione e lavaggio del cervello.

La televisione è un esempio lampante. L’esempio degli onnipresenti incontri politici dove gli ospiti sono presentati come “opinionisti”. La loro funzione è generare l’opinione che noi dovremmo costruire da soli.

Così il bombardamento di informazione continuo e incessante nel nostro cervello ci impedisce di giudicare adeguatamente il valore dei fatti, con un criterio nostro. Ci toglie il tempo che dovremmo avere per soppesare le conseguenze di un avvenimento; lo frammenta in pezzettini da 140 caratteri e lo trasforma in un giudizio breve e superficiale.

Risposta.
Una volta che la valorizzazione personale dei fatti è ridotta alla minima espressione, entriamo nella fase decisiva del processo, quella che è priva della nostra risposta.

Qui entrano in gioco le emozioni e i sentimenti, il motore di ogni risposta e azione. Frammentando e riducendo il nostro tempo, riduciamo la carica emotiva che associamo all’informazione.

Osserviamo le nostre reazioni: possiamo indignarci molto nel vedere una notizia in un tg, per esempio lo sgombero forzato di una famiglia, ma dopo pochi secondi siamo bombardati da un’informazione diversa che ci porta verso un’altra emozione più superficiale e diversa che ci farà dimenticare la precedente.

Per esprimere questo in forma grafica e chiara: la nostra capacità di giudizio e di analisi è pari a un “tweet”, la nostra risposta emotiva è pari a un emoticon.

E qui sta la chiave.

Qui rimane disattivata la nostra possibile risposta. Per capire meglio, torniamo all’analogia della persona introversa ed estroversa che rompeva la bottiglia di latte al supermercato.

La persona introversa chiusa nel suo mondo che ha dato un valore più profondo ai fatti avvenuti al supermercato continuerà a rimuginarci sopra più volte. Non dimenticherà facilmente le emozioni legate al ridicolo che ha provato in quel momento e con molta probabilità esporre continuamente le proprie emozioni finirà con provare un certo imbarazzo solo a ripensarci.

E’ possibile che non torni per un certo periodo a fare spesa in quel supermercato, anche se implica il fatto di dover andare più lontano a comprare il latte; arriverà anche a provare repulsione per il luogo e le persone che l’hanno reso ridicola. L’energia emotiva che ha emesso su questo accadimento diventerà una reazione effettiva.

La persona estroversa – invece – tornerà al supermercato senza nessun problema poiché mentalmente – quanto accaduto – non ha rilevanza emotiva; tuttalpiù arrossirà al vedere la cassiera o qualche cliente. La persona estroversa non intraprenderà azioni effettive e tangibili che possano derivare da una bottiglia di latte rotta..

Oltre le valutazioni fatte su questi personaggi inventati, questi esempi ci servono per dimostrare che il bombardamento incessante dell’informazione cui siamo sottoposti finisce con lo sfociare in una frammentazione della nostra energia emotiva e perciò finiamo col dare una risposta superficiale o nulla.

E’ una risposta che per il momento in cui viviamo intuiamo che dovrebbe essere molto più contundente eppure non arriviamo a darla perché ci manca l’energia sufficiente per farlo. E tutti guardiamo disperati gli altri e ci domandiamo: “Perché non reagiscono? Perché non reagisco?”

E questa impotenza alla fine diventa una sensazione di frustrazione e di apatia generale. Questa sembra essere la ragione per cui non avviene una Rivoluzione quando per la logica dei fatti dovrebbe essere già scoppiata. Si tratta quindi di un fenomeno psicologico. Questo è il meccanismo di base che interrompe ogni risposta della popolazione davanti ai continui abusi che riceve.

E’ la base sulla quale si poggiano tutte le manipolazioni mentali cui ci sottopongono oggi. E’ il meccanismo psicologico che rende la popolazione docile e sottomessa.

Potremo riassumere il tutto così:

L’eccessivo bombardamento di informazioni ci impedisce di avere il tempo necessario per dare il giusto valore a ogni informazione ricevuta e, di conseguenza, associarla a una carica emotiva sufficiente per generare una reazione effettiva e reale.

COSPIRAZIONE O FENOMENO SOCIALE?

Non ha importanza se tutto questo fa parte di una grande cospirazione atta a controllarci o se siamo arrivati a questo punto per via dell’evoluzione della società, perché le conseguenze sono esattamente le stesse: i più potenti faranno il possibile per mantenere attivi questi meccanismi e fomenteranno anche il loro sviluppo secondo le loro potenzialità solo perché ne ricevono benefici.

Rivelare la verità, in effetti, favorisce questi meccanismi.

Ai più potenti non importa mostrarsi come sono o svelare i propri segreti per quanto sporchi e oscuri siano. Rivelare queste verità occulte contribuisce in gran parte all’aumento del volume di informazione con il quale siamo bombardati.

Ogni segreto portato alla luce produce nuove ondate di informazioni che possono essere manipolate e rese tossiche con l’aggiunta di dati falsi, contribuendo così alla confusione e al caos dell’informazione e da qui arrivano nuove ondate secondarie di informazioni che ci stordiscono ancora di più e ci fanno sprofondare di più nell’apatia.

Se combattiamo quest’apatia, frutto della poca energia emotiva con cui cerchiamo di rispondere, con le tremende difficoltà che il sistema ci mette davanti quando è il momento di punire i responsabili, si generano nuove ondate di frustrazione sempre più forti che ci portano passo dopo passo alla resa definitiva e alla totale sottomissione.

Non ponetevi nessun dubbio: alle persone che ostentano il potere interessa bombardarvi con enormi volumi di informazioni il più superficiali possibili, perché una volta instaurata questa forma di interagire con l’informazione ricevuta, tutti noi ci trasformeremo in persone dipendenti da questo incessante scambio di dati. ll bombardamento di stimoli è una droga per il nostro cervello che ha bisogno di sempre più velocità per lo scambio di informazioni ed esige meno tempo per poterle vagliare.

Succede a tutti noi: ci costa sempre più fatica leggere un lungo articolo pieno di informazioni strutturate e ragionate. Abbiamo l’esigenza che sia stringato, più veloce, che si legga in una sola riga e che si possa ingerire come una pasticca e non come un lauto pranzo.

Anche il prof a scuola: “oggi mi sforzerò di essere più breve e conciso”.

Il nostro cervello si è trasformato in un tossicodipendente da informazione rapida, in un drogato avido di continui dati da ingerire pensati e analizzati da un altro cervello in modo che noi non dobbiamo fare lo sforzo di fabbricare una nostra opinione complessa e contraddittoria.

Il fatto è che noi odiamo il dubbio perché ci obbliga a pensare. Non vogliamo farci domande. Vogliamo solo risposte rapide e facili. Siamo e vogliamo essere antenne riceventi e replicanti di informazioni come meri specchi che riflettono immagini esterne. Gli specchi però sono piani e non hanno vita propria, tutto quello che riflettono viene da fuori.

L’essere umano a gran velocità si sta dirigendo verso questo stato di fatto. Lo permetteremo?

CONCLUSIONE

Tutto quanto è stato scritto, forse non lo avreste voluto leggerlo. E’ poco stimolante ed è qualcosa di complicato e farraginoso, ma le complesse realtà non possono essere ridotte in un titolo ingegnoso di Twitter.

Per intraprendere una profonda trasformazione del mondo, per iniziare un’autentica Rivoluzione che cambi tutto e ci porti verso una migliore realtà, dovremmo discendere nelle profondità della nostra psiche, fino alla sala macchine, dove si muovono tutti i meccanismi che determinano le nostre azioni e i nostri movimenti.

E’ lì che si risolve l’autentica guerra per il futuro dell’umanità.

Nessuno ci salverà facendo da un pulpito dei proclami brillanti e delle promesse per una società più giusta ed equa. Nessuno ci salverà raccontandoci una verità presunta o rivelandoci i segreti più oscuri dei poteri occulti.

Come abbiamo visto, l’informazione e la verità non sono importanti perché i nostri meccanismi di risposta sono invariati. Dobbiamo scendere fino a loro e ripararli e per fare ciò dobbiamo sapere come funzionano. E non sarà necessario fare un complesso corso di psicologia; osserviamo con attenzione e ragioniamo da soli e potremo raggiungere il risultato.

Non si tratta di qualcosa di esoterico o basato su strane credenze dal carattere Mistico, Religioso o New Age. E’ pura logica: non c’è rivoluzione possibile senza una profonda trasformazione della nostra psiche a livello individuale perché la nostra Mente è programmata dal Sistema.

Per cambiare quindi il Sistema che ci imprigiona, prima lo dobbiamo disinstallare dalla nostra mente.
Lo faremo?

Preso da: http://voxinsana.blogspot.ru/2014/06/perche-non-siamo-capaci-di-ribellarci.html

Assuefatti al male e alla menzogna, viviamo convinti del nulla dietro un branco di illusi

Lunedì,  Marzo 16th/ 2015

di Giuseppe Nazzaro, Vescovo emerito di Aleppo 

Redazione Quieuropa, Sergio Basile, ISIS, Vescovo di Aleppo, strategie mondialiste, Attacco degli Usa e delle forze alleate, Padre Georges Abou Khazen, schizofrenia di Obama e soci, Isis, tagliagole, presepe, rimozione della croce dagli edifici pubblici

Riflessioni su un anniversario – di Mons. Nazzaro,

Vescovo Emerito di Aleppo

Assuefatti al male e alla menzogna, viviamo convinti del

nulla, pronti a disfarci della nostra cultura e delle

nostre croci e presepi.

Pensate davvero che i tagliagole risparmieranno i complici

occidentali di queste nefandezze? Poveri illusi!!

 

di Giuseppe Nazzaro, Vescovo emerito di Aleppo

siria - primavera siriana - mons Nazzaro

Assuefatti al male e alle menzogne, lasciamo che un popolo muoia

Aleppo, Siria – di Giuseppe Nazzaro, Vescovo emerito di Aleppo, Siria  Il tempo scorre inesorabilmente, noi non ce ne rendiamo conto, purtroppo. Ieri 15 marzo, la triste “primavera siriana” ha compiuto quattro anni. Si dovrebbero tirare delle somme ma, avendola definita “triste”, si potrebbe pensare che abbia già detto tutto. Niente affatto vero! Perché, in realtà, il povero popolo siriano continua a soffrire ed a morire tanto che ormai tutto ciò che sta succedendo in quel paese non ci interessa più di tanto. La nostra insensibilità per la sofferenza di tanti nostri fratelli di fede e non, ha raggiunto forse l’apice, così che anche le stesse notizie falsificate o gonfiate per condannare soltanto una parte dei contendenti e che una volta i mass media ci davano con dovizia di falsi particolari, oggi non ci giungono quasi più o se qualcosa ci viene riferito si tratta di una cosa marginale, ormai ci siamo assuefatti. Lasciamo che un popolo muoia, noi stiamo bene. Invece non è affatto così!

 Profughi e terroristi tagliagole

Oggi a noi Occidentali due sole cose interessano e dobbiamo guardarcene: i Profughi che fuggono quella guerra ed arrivano sulle nostre coste, ed i terroristi del neo califfato governato dai tagliagole, laggiù convogliati da varie parti del mondo compresa la nostra “democratica Europa“. I Profughi sono persone che per salvare la propria vita hanno sacrificato tutto rischiando pure di perderla nella traversata delle infide acque del Mediterraneo. Le loro Odissee ci dovrebbero far riflettere: perché tutto questo? chi l’ha provocato? chi l’ha voluto e soprattutto, chi l’ha sostenuto? Sono domande che non ho mai letto sui giornali e tanto meno ho ascoltato in un TG.

siria - primavera siriana - mons Nazzaro

Viviamo convinti del nulla…

Queste domande non ce le poniamo, perché siamo convinti (?) che abbiamo aiutato un popolo a raggiungere la democrazia. E neppure qui ci siamo posti la domanda: quale democrazia? No. Non possiamo porci questa domanda perché siamo convinti che la democrazia sia la nostra. Ma cos’è per noi la democrazia? Faccio un esempio banale per spiegare a me e a chi legge cosa noi intendiamo per democrazia: la democrazia per noi è come l’andare da un sarto e farsi fare un bel vestito sulle proprie misure, una volta confezionato voglio che esso sia indossato (con le mie misure) da tutti, dal magrolino al medio, dal normale al super dotato ed anche da colui che misura di circonferenza 200-250 cm. Questa è la nostra democrazia. Bravi, bravissimi popoli democratici! Visto che la nostra democrazia ha fallito, non è riuscita ad eliminare colui che, pur non dichiarandosi campione democratico, governava il paese secondo un sistema laico applicato ai principi socio-morali di una società che egli conosceva. (Pardon! noi, però, la conoscevamo meglio perché avevamo già il vestito pronto da far indossare a tutti e valido per tutte le stagioni).

Teste tagliate di seria A e di serie B

Non abbiamo capito il pericolo dell’entrata in azione dei gruppi salafiti penetrati dalla vicina Giordania, che attaccarono subito la base di Banias sul Mediterraneo, non abbiamo neppure capito le formazioni terroristiche che convogliavano nel Nord della Siria via Turchia. Non abbiamo capito neppure la loro prima ‘dichiarazione del Califfato’ fatta nella città di Raqqa. Abbiamo cominciato a capire qualcosa quando ci sono state le prime teste tagliate, non ai siriani o agli irakeni, bensì ai nostri, ai due – tre – quattro americani, europei, ecc… (ferme restando tutte le riserve elepossibile commedie ben inscenate dai governi massonico-democratici occidentali – Ndrsolo in questo momento ci siamo resi conto di cosa siamo stati capaci di mettere in piedi, ma nessuno ha il coraggio di dire “mea culpa”. A noi non sono mai interessate le teste cadute dei siriani, degli irakeni, degli yazidi, dei curdi, ecc… erano cose che non ci toccavano, potevano farne cadere quante ne volevano, tanto per noi erano tutti….. animali da macello. Quando, poi, i tagliagole hanno minacciato anche l’Europa e l’Occidente… ci siamo svegliati quasi da un sogno. Abbiamo cominciato a pensare che bisogna essere attenti…. Ma signori, ci rendiamo conto che molti di questi tagliagole sono dei nostri paesi europei? Noi li abbiamo tenuti e coltivati finché si sono uniti al califfo ed alle sue masnade: tutto potenziale che un giorno ritornerà di diritto a casa propria perché nativi locali e nostri compatrioti.

siria - primavera siriana - mons Nazzaro

Croci divelte, croci abolite a casa nostra e battaglia contro il presepe

I TG spesso, però, ci han fatto vedere chiese distrutte o semplicemente croci divelte perché i tagliagole sono allergici ad essa. Noi, paladini della libertà ed in nome della democrazia, in varie zone d’Europa, non esclusa la nostra terra, abbiamo pensato bene di far scomparire la croce dagli edifici pubblici, dalle scuole; abbiamo fatto la battaglia contro il presepe (peraltro introdotto nella tradizione cristiana dal paladino della pace San Francesco d’Assisi). Tutto questo per non offendere la sensibilità di coloro che domani potrebbero essere i nostri aguzzini. La rimozione della croce, il non fare il presepe, a parte tutto, sono gesti stupidi e beceri da parte di chi pretende di essere democratico e propagatore della libertà di espressione.

La croce e il presepe

La croce ed il presepe sono parte integrante della nostra fede e della nostra cultura. L’Europa è nata sotto il segno della croce e nessun può scalfire questo segno impunemente. Chiudo queste riflessioni con un dubbio: quelli che han decretato la rimozione della croce dalle scuole o dagli edifici pubblici, che han proibito di fare il presepe a scuola, ecc… ritengono davvero che un giorno coloro per i quali hanno tradito la loro coscienza, calpestato quella dei loro padri che per generazioni e generazioni hanno creduto in questi due simboli religiosi che non hanno mai fatto male a nessuno, tutt’altro …  questi signori credono che riceveranno un trattamento di favore? Gli risparmieranno la testa?  Fin d’ora si mettano l’animo in pace perché i tagliagole hanno poca stima di gente che si vergogna della propria identità. Non si illudano che disprezzando le proprie radici salveranno la loro testa . Poveri illusi!!!

 

Giuseppe Nazzaro, Vescovo emerito di Aleppo

Partecipa al dibattito – Redazione Quieuropa – infounicz.europa@gmail.com

Preso da: http://www.quieuropa.it/assuefatti-al-male-e-alla-menzogna-viviamo-convinti-del-nulla-dietro-un-branco-di-illusi/

 

Verita’ scomode

Pubblicato: Venerdì, 27 February 2015 09:22
Scritto da Nicola Gottardi

Sembra impossibile da capire per noi occidentali, ma Al Kattafy e’ stato anche “guida” di un governo che ha tentato di dare la Democrazia, con pieni Diritti, a tutti gli abitanti e di risollevare e unire l’Africa .

Cose che i nostri governanti, spacialmente gli oligarchi massonico-finanziari, non gradirono.
Tra i suoi successi , anche l’estrazione ( e la distribuzione) di acqua fossile, trovata sotto il deserto nell’interno della Libia, con conseguente diritto degli abitanti al terreno agricolo. Acquedotto pagato con la nazionalizazione del petrolio, cosa invisa a statunitensi e francesi.
Il governo precedente , infatti, viveva a Roma con i soldi ricevuti dagli USA per sfruttare il sottosuolo Libico.

La Libia, in quel periodo, era il paese piu’ povero dell’Africa e con Gheddafi divenne di gran lunga il piu’ ricco e il meglio governato di tutto il continente.

Il filosofo, autore del “libro Verde” che spiega come i nostri governi ci spremono, ha dovuto portare il peso di un infamia interminabile (e delle bombe) per aver dimostrato che i “banchieri”, i governi, i sindacati “occidentali”, ingannano e spolpano la popolazione.

Il crimine di Al Kattafy e’ stato costituire uno Stato che dava invece di prendere come i nostri.
La sua Jamahiriya non tassava, non faceva debito pubblico, dava reddito di cittadinanza, casa, aziende agricole, educazione e cure ospedaliere in qualsiasi luogo del mondo.

Ha comunque sbagliato su un punto, il voler lasciare sostanzialmente inalterata la vecchia cultura di zona. In sostanza molti libici hanno traversato i 42 anni del governo ispirato alle visioni di Al Kattafy senza capire quale privilegio stavano vivendo e quali responsabilita’ avevano acquisito. Questo anche perchè risultava difficile creare una cultura nuova ed unica in un territorio diviso in tribù beduine e molto vasto.

Negli ultimi anni tento’ di passare direttamente alla cittadinanza l’amministrazione del reddito del petrolio facendosi nemici tra i suoi burocrati.
E’ bene ricordare che nel rapinarlo i nostri governi, oltre a violare le leggi dell’ONU e ad impiegare i giornalisti come spie e calunniatori, hanno rubato, senza tante mascherature, le ingenti riserve di soldi e oro accantonate dal popolo Libico.

E continuano a predare nel caos costruito ad arte per assicurarsi petrolio e gasdotti, rischiando di creare una polveriera internazionale.

Ma la storia che vogliono insegnarci pare diversa, come sempre.

Verità scomode da nascondere.

Preso da:

http://www.trentino-suedtirol.ilfatto24ore.it/index.php/blogger/nicola-gottardi/2162-verita-scomode

Libia, la madre di tutti gli errori

31/08/2014

L’Occidente, dopo aver eliminato Gheddafi, ha clamorosamente aperto la strada a centinaia di milizie islamiche
di Piero Orteca
Negli ultimi due anni la Libia è diventata la parafrasi di tutte le castronerie commesse dalle Cancellerie occidentali in politica estera. Sappiamo tutti che l’Europa, francesi in testa, e gli Stati Uniti (con meno convinzione) hanno liquidato Gheddafi per motivi non certo nobilissimi. Gli interessi di bottega, più o meno luridi, l’hanno fatta da padrone, e oggi i catastrofici risultati ottenuti dalle varie “Primavere arabe” sono sotto gli occhi di tutti. O quasi. Perché coloro che dovevano vedere sono ancora girati dall’altro lato. Certo, è roba da pazzi. Una sanguinosa guerra tribale, condotta senza scrupoli da bande di feroci scanna- pecore, è stata spacciata come una sacrosanta “lotta per la democrazia”. Dirlo oggi sembra scontato, ma solo due anni fa significava essere presi a pernacchie da schiere di fessacchiotti, che affollavano (oggi un po’ meno, vista la mala parata) le legioni dei benpensanti in servizio permanente effettivo. Da quando il Colonnello << uscito di testa>> è stato fatto fuori dai servizi segreti di Sarkozy,( o almeno così ci hanno COSTRETTO A CREDERE) , le cose nell’ex “Cassone di sabbia” di giolittiana memoria sono andate di male in peggio.
 Oggi in Libia comanda chi ha un kalashnikov in mano, il resto non conta. Petrolio, controllo dei flussi migratori, materie prime, odi ancestrali fra le diverse etnie fanno parte di un calderone in perenne ebollizione. L’ultima è dell’altro giorno. Il primo ministro, Abdullah al-Thinni ha mollato. Un nobile gesto? Forse. Di sicuro è altra benzina sul fuoco, perché gli islamisti ne hanno subito approfittato per chiedere la resurrezione del vecchio General National Congress, dove spadroneggiavano. Il presidente francese Hollande, per la serie «chiudiamo la stalla dopo che i buoi sono scappati» ha invocato all’Onu un «sostegno eccezionale». Strana richiesta, se fatta dal leader di un Paese che ha praticamente scatenato tutto questo putiferio. Comunque, la mossa di al-Thinni si spiega anche con la necessità di formare un simulacro di “Grosse Koalitione”, che includa beduini, cittadini, laici, jihadisti, tripolini, cirenaici, gente che arriva dalla regione di Sirte e chi più ne ha più ne metta. Tutto per evitare che, dopo le prime strette di mano, finisca a raffiche di mitra. La questione è molto più ingarbugliata di quanto si possa credere. I fondamentalisti (di Misurata) si appellano al Congresso Nazionale (a maggioranza islamica), mentre liberali e federalisti guardano solo al Parlamento, costretto, visti i chiari di luna, ad abbandonare Tripoli e Bengasi e a riunirsi a Tobruk. Ora, i jihadisti hanno sconfitto le milizie laiche di Zintan ed alzano la voce, non riconoscendo i risultati delle scorse elezioni di giugno. Nel frattempo si sono eletti un nuovo leader, Omar al-Hasi, che, secondo loro, dovrebbe andare bene per tutti. Con le buone o con le cattive. Nel frattempo, l’aeroporto di Labraq è stato attaccato con i missili (pesanti) “Grad”, così è stato chiesto ai “vicini” di intervenire. In particolare ci si è rivolti all’Egitto, dove il nuovo presidente, generale El Sisi, avrà mille difetti, ma gode di un pregio unico: prima di gettarsi nelle rogne con tutte le scarpe, come hanno fatto al tempo che fu francesi e americani, ci pensa trentatré volte. Per cui la risposta è stata “no grazie”, e tiremm innanz. Occorre dire che Labraq, a est di Bengasi, ha ormai sostituito in tutto e per tutto l’aeroporto internazionale di Tripoli, dove ormai gli aerei vengono regolarmente sforacchiati dalle pallottole. Ma la riflessione più importante dev’essere fatta su una questione di estrema evidenza: la Libia è ormai diventata una specie di terra di nessuno, di campo neutro dove tutto il Medio Oriente va a giocare le sue partite. El Sisi ha detto no a un intervento di terra a Tripoli, ma ha lanciato, assieme all’Arabia Saudita e agli Emirati, un air-strike col silenziatore. Niente di eclatante, per carità, ma sufficiente a far capire che ormai, in quell’area, si può benissimo fare a meno del permesso americano. Abdel Fattah El Sisi e il principe saudita Sheik Muhammed bin Zayed hanno deciso un’azione congiunta contro i miliziani islamici e, indirettamente, contro i loro finanziatori (il Qatar e il suo leader, Sheik Tamim bin Hamad al-Thani). L’inimicizia con lo Stato di Doha dura da lunga pezza. Da quando, cioè, il piccolo Paese del Golfo si è schierato, armi e bagagli, dalla parte dei Fratelli Musulmani (e di Hamas). Gli analisti israeliani, visti il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e il sostanziale flop fatto dallo strike in Libia, si aspettano però altri scontri “fratricidi” in tutto il Medio Oriente. Col Qatar nel mirino degli egiziani e dei sauditi. Ma la riflessione più forte, come abbiamo anticipato, verte sul ruolo (o, meglio, sul mancato ruolo) della Casa Bianca. La BBC parla esplicitamente di “allegations”, cioè di accuse o, per meglio dire, di “speculazioni” degli americani sul raid aereo, che sarebbe stato condotto da caccia degli Emirati Arabi Uniti, i quali hanno bombardato Tripoli partendo da una base egiziana. In pratica, a Washington non sono stati avvisati di alcuna mossa e i nuovi alleati del Medio Oriente, Egitto in testa, si muovono strafregandosene di Barack Obama e dei suoi generali a quattro stelle e tanti pennacchi. D’altro canto, dicono al Cairo, è vero o non è vero che gli Stati Uniti prima hanno fatto (o, comunque, hanno programmato) la festa a Gheddafi, poi hanno gettato a mare con tutte le scarpe l’alleato di una vita (Hosni Mubarak) e adesso piangono lacrime di coccodrillo perché in Libia comandano almeno 350 milizie diverse? Una cosa è sicura: il National Security Council Usa è sull’orlo di una crisi di nervi. Libya Dawn (“Alba Libica”), l’alleanza che raggruppa gli islamisti, ha preso il controllo della capitale e del suo aeroporto. Come spesso capita in questi casi, anche Obama ha cercato di applicare il suo motto «Yes, we can» per uscirsene dal ginepraio. «Yes, we can», nel senso di «ce la possiamo fare ». A organizzare un colpo di Stato, aggiungiamo noi. Ci hanno provato, da Bengasi, col generale Khalifa Haftar, ma la Libia non è Grenada e le unità d’élite impiegate (a cominciare dal gruppo al-Saiqa) hanno fatto un bel buco nell’acqua. Fin dal 2011 il Qatar sostiene gli islamici più o meno moderati, guardato di sguincio da diversi Paesi arabi. Ma ora viene il bello. Assisteremo a una mattanza fra arabi, alcuni sostenuti da Israele, ed ex alleati?

Fonte: http://www.gazzettadelsud.it/news//106309/Libia–la-madre-di-.html

Perché l’Occidente voleva la caduta di Muammar Gheddafi?

Gli Africani dovrebbero pensare alle vere ragioni per cui i paesi occidentali stanno conducendo la guerra in Libia, Jean-Paul Pougala, scrive un un’analisi che ripercorre il ruolo del paese.

Per l‘Unione Africana lo sviluppo del continente era la Libia di Gheddafi che ha offerto a tutta l’Africa la sua prima rivoluzione in tempi moderni – collegando l’intero continente attraverso il telefono, la televisione, le trasmissioni radiofoniche e diverse altre applicazioni tecnologiche come la telemedicina e l’insegnamento a distanza grazie al ponte radio WMAX, una connessione a basso costo che è stata resa disponibile in tutto il continente, anche nelle zone rurali.

Tutto è iniziato nel 1992, quando 45 nazioni africane stabilirono RASCOM (Satellite African Regional Communication Organization), in modo che l’Africa avrebbe avuto un proprio satellite e tagliare i costi di comunicazione nel continente.

Questo è stato un momento in cui le telefonate, da e verso l’Africa, erano le più costose del mondo a causa dei 500 milioni di dollari di tassa annuale intascati dall‘Europa per l’utilizzo dei suoi satelliti come Intelsat per le conversazioni telefoniche, comprese quelle all’interno dello stesso paese.
Un satellite africano è costato una sola volta il pagamento di 400 milioni di dollari e il continente non ha più dovuto pagare un leasing annuale di 500 milioni di dollari. Quale banchiere non avrebbe finanziato un progetto del genere? Ma il problema è rimasto; come possono gli schiavi, cercare di liberarsi dallo sfruttamento del loro padrone chiedendo aiuto al capo di conseguire alla loro libertà? Non sorprende visto che la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, Stati Uniti, Europa hanno fatto solo vaghe promesse per 14 anni. Gheddafi ha messo fine a questi futili motivi dei ‘benefattori’ occidentali con i loro tassi di interesse esorbitanti. Lui stesso ha messo 300 milioni di dollari sul tavolo; la Banca Africana per lo Sviluppo ha aggiunto 50 milioni di US $ in più e la Banca per lo Sviluppo dell’Africa Occidentale un ulteriore 27 milioni di dollari. Ed è così che l’Africa ha avuto il suo primo satellite per le comunicazioni, il 26 dicembre 2007.

La Cina e la Russia hanno seguito l’esempio e condiviso la loro tecnologia e ci hanno aiutato a lanciare satelliti in Sud Africa, Nigeria, Angola, Algeria e un secondo satellite africano è stato lanciato nel luglio 2010. Il primo satellite completamente indigeno costruito e realizzato sul suolo africano, in Algeria, sarà pronto per il 2020. Questo satellite è destinato a competere con i migliori al mondo , ma a dieci volte meno del costo, una vera e propria sfida. Questo spiega come un semplice gesto simbolico di US $ 300 milioni abbia cambiato la vita di un intero continente. La Libia di Gheddafi è costato l’Occidente, non solo privandolo di US $ 500 milioni all’anno, ma per i miliardi di dollari di debito e degli interessi che il prestito iniziale avrebbe generato per gli anni a venire e in maniera esponenziale, contribuendo in tal modo a mantenere un sistema occulto al fine di saccheggiare il continente.

30 miliardi di dollari congelati da Obama appartengono alla Banca Centrale Libica ed erano stati stanziati come contributo libico a tre progetti chiave che avrebbero aggiunto il tocco finale alla Federazione Africana – l’African Investment Bank a Sirte, in Libia, l’istituzione del Fondo Monetario Africano che nel 2011 è stata basata in Yaounde con un fondo di capitale di 42 miliardi di dollari e la Banca Centrale Africana con sede ad Abuja, in Nigeria, che quando inizieranno a stampare denaro africano suonerà la campana a morto per il franco CFA attraverso il quale Parigi è stata in grado di mantenere la sua presa su alcuni paesi africani per gli ultimi 50 anni. E’ facile capire l’ira francese contro Gheddafi.

Il Fondo monetario africano è previsto per soppiantare totalmente le attività africane del Fondo Monetario Internazionale, che con soli 25 miliardi di dollari, è in grado di portare un intero continente in ginocchio e fargli ingoiare privatizzazioni discutibili come costringere i paesi africani a passare dal settore pubblico a monopoli privati​​. Non sorprende quindi che il 16-17 Dicembre 2010, gli africani abbiano respinto all’unanimità i tentativi dei paesi occidentali di aderire al Fondo Monetario Africano, dicendo che era aperto solo alle nazioni africane. E ‘sempre più evidente che, dopo la Libia, la coalizione occidentale andrà verso l’Algeria, perché a parte le sue enormi risorse energetiche, il Paese ha riserve di liquidità di circa 150 miliardi. Questo è ciò che attira i paesi che stanno bombardando la Libia e tutti hanno una cosa in comune – sono praticamente in bancarotta.

I soli Stati Uniti, hnno un debito impressionante di 14, 000 miliardi $ US, Francia, Gran Bretagna e Italia hanno ciascuno 2,000 miliardi US $ di deficit pubblico rispetto ai meno di 400 miliardi di dollari di debito pubblico per i 46 paesi africani messi insieme. Istigano guerre sporche in Africa, nella speranza che questo possa rivitalizzare le loro economie che stanno sprofondando sempre più nella stasi della fine e accelerare il declino occidentale che in realtà è iniziata nel 1884 durante la famigerata conferenza di Berlino. Come l’economista americano Adam Smith predisse nel 1865 quando ha pubblicamente sostenuto Abraham Lincoln per l’abolizione della schiavitù, ‘l’economia di qualsiasi paese che si basa sulla schiavitù dei neri è destinata a scendere negli inferi il giorno in cuiquei paesi si risvegliano‘.

UNITÀ REGIONALE COME UN OSTACOLO PER LA CREAZIONE DI UN STATI UNITI D’AFRICA
Per destabilizzare e distruggere l’Unione africana che stava virando pericolosamente (per l’Occidente) verso gli Stati Uniti d’Africa sotto la guida di Gheddafi, l’Unione europea prima ha provato, senza successo, a creare l‘Unione per il Mediterraneo (UPM). Il Nord Africa in qualche modo doveva essere tagliato fuori dal resto dell’Africa, utilizzando il vecchio cliché razzista dei secoli 18 e 19, che sosteneva che gli africani di origine araba erano più evoluti e civilizzati rispetto al resto del continente. Questo non è riuscita perché Gheddafi ha rifiutato di farsi comprare. Ben presto ha capito a che gioco veniva invitato a giocare quando solo una manciata di paesi africani sono stati invitati ad aderire al gruppo del Mediterraneo senza informare l’Unione Africana, ma invitando tutti i 27 Stati membri dell’Unione europea.

Senza la forza trainante della Federazione africana, l’UPM fallito ancora prima di iniziare, nato morto con Sarkozy come presidente e Mubarak come vice presidente. Il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé ora sta tentando di rilanciare l’idea, speculando senza dubbio sulla caduta di Gheddafi. Ciò che i leader africani non riescono a capire è che, fintanto che l’Unione Europea continua a finanziare l’Unione Africana, lo status quo rimarrà, perché non ci sarà nessuna vera indipendenza. Questo è il motivo per cui l’Unione Europea ha promosso e finanziato raggruppamenti regionali in Africa. E ‘ovvio che la Comunità Economica dell’Africa Occidentale (ECOWAS), che ha un’ambasciata a Bruxelles e dipende per la maggior parte dei suoi finanziamenti sull’Unione Europea, è un avversario fastidioso alla Federazione Africana.

Ecco perché Lincoln ha combattuto nella guerra di secessione degli Stati Uniti, perché il momento in cui un gruppo di paesi si riuniscono in una organizzazione politica regionale, indebolisce il gruppo principale. Questo è ciò che l’Europa ha voluto e gli africani non hanno mai capito il piano di gioco, creando una pletora di gruppi regionali, COMESA, UDEAC, SADC, e il Grande Maghreb che non ha mai visto la luce del giorno grazie a Gheddafi che aveva capito cosa stava succedendo.

GHEDDAFI, L‘AFRICANO CHE HA PURIFICATO IL CONTINENTE DALL’UMILIAZIONE DELL’APARTHEID
Per la maggior parte degli africani, Gheddafi è un uomo generoso, un umanista, conosciuto per il suo sostegno disinteressato per la lotta contro il regime razzista in Sud Africa. Se fosse stato un egoista, non avrebbe rischiato l’ira dell’Occidente per aiutare l’ANC sia militarmente che finanziariamente nella lotta contro l’apartheid. Questo era il motivo per cui Mandela, subito dopo la sua liberazione da 27 anni di carcere, ha deciso di rompere l’embargo delle Nazioni Unite viaggiando in Libia il 23 ottobre 1997. Per cinque lunghi anni, nessun aereo ha potuto atterrare in Libia a causa dell’embargo. Nel bisogno era necessario prendere un aereo per la città tunisina di Jerba e proseguire su strada per cinque ore per raggiungere Ben Gardane, attraversare il confine e proseguire su una strada nel deserto per tre ore prima di raggiungere Tripoli.
L’altra soluzione era quella di passare per Malta e traghettare nella notte su imbarcazioni rischiose fino alla costa libica. Un viaggio infernale per un intero popolo, semplicemente per punire un uomo. Mandela non usa mezzi termini quando l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton disse che la visita è stata ‘sgradita’ dagli USA – ‘Nessun paese può pretendere di essere il poliziotto del mondo e nessuno Stato può dettare all’altro ciò che deve fare‘. E ha aggiunto – ‘. Quelli che ieri erano amici dei nostri nemici hanno la faccia tosta oggi per dirmi di non visitare il mio fratello Gheddafi, ci consigliano di essere ingrati e dimenticare i nostri amici del passato‘, infatti, l’Occidente ancora consideravano il Sud africani razzisti per essere loro fratelli che avevano bisogno di essere protetti. Ecco perché i membri dell’ANC, tra cui Nelson Mandela, erano stati considerati pericolosi terroristi.

E ‘stato solo il 2 luglio 2008, che il Congresso degli Stati Uniti, infine, ha votato una legge per rimuovere il nome di Nelson Mandela e dei suoi compagni dell’ANC dalla loro lista nera, non perché si sono resi conto di quanto stupido era la lista, ma perché volevano celebrare il 90 ° compleanno di Mandela . Se l’Occidente era veramente dispiaciuto per il suo sostegno passato ai nemici di Mandela e veramente sincero quando chiamano le strade e i luoghi a suo nome, come possono continuare a fare la guerra contro qualcuno che ha aiutato Mandela e il suo popolo ad essere vittoriosi su Gheddafi? Sono GLI STESSI DEMOCRATICI, coloro che vogliono esportare la democrazia ? E se la Libia di Gheddafi fosse più democratica degli Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e altri paesi che muovono macchine da guerra per esportare la democrazia in Libia?

Il 19 marzo 2003, il presidente George Bush ha cominciato a bombardare l’Iraq con il pretesto di portare la democrazia. Il 19 marzo 2011, esattamente otto anni dopoo, è stato il turno del presidente francese a far piovere bombe sulla Libia, ancora una volta, sostenendo che era per portare la democrazia. Il vincitore del premio Nobel per la pace il presidente Usa Obama disse che il suo scopo era quello di spodestare il dittatore e introdurre la democrazia. scatenando missili da crociera dai sottomarini. La domanda che chiunque con intelligenza, anche minima, non può fare a meno di chiedere è la seguente: sono paesi come la Francia, l’Inghilterra, gli Stati Uniti, Italia, Norvegia, Danimarca, Polonia, che difendono il loro diritto a bombardare la Libia sulla forza del loro auto proclamato stato democratico veramente democratica ? Se sì, essi sono più democratici della Libia di Gheddafi?

La risposta in realtà è un clamoroso NO, per la ragione pura e semplice che la democrazia non esiste. Questo non è un parere personale, ma una citazione di qualcuno nato della città di Ginevra, che ospita la maggior parte delle istituzioni delle Nazioni Unite. La citazione è di Jean Jacques Rousseau, nato a Ginevra nel 1712 e che scrive nel quarto capitolo del terzo libro del famoso ‘contratto sociale‘ che ‘non c’è mai stata una vera democrazia e non ci sarà mai.‘
Rousseau enuncia quattro condizioni per un paese ad etichettare una democrazia e in base a questi la Libia di Gheddafi è molto più democratico degli Stati Uniti, la Francia e gli altri che sostengono di esportare la democrazia:.

1 lo Stato: più grande è un paese, meno democratico può essere. Secondo Rousseau, lo Stato deve essere estremamente piccolo in modo che le persone possono incontrarsi e conoscersi. Prima di chiedere alla gente di votare, si deve garantire che tutti conoscano tutti, altrimenti il voto sarà un atto senza alcuna base democratica, un simulacro di democrazia per eleggere un dittatore. Lo stato libico si basa su un sistema di alleanze tribali, per definizione gruppo di persone insieme in piccole entità. Lo spirito democratico è molto più presente in una tribù, in un villaggio che in un grande paese, semplicemente perché le persone si conoscono, condividono un ritmo di vita comune, che comporta una sorta di auto-regolamentazione o addirittura auto-censura. Da questo punto di vista, sembrerebbe che la Libia si adatta alle condizioni di Rousseau meglio di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, tutte società altamente urbanizzate dove la maggior parte dei vicini non si dicono nemmeno ciao a vicenda e quindi non si conoscono, anche se hanno vissuto fianco a fianco per 20 anni. Questi paesi hanno scavalcato questa fase saltando alla fase successiva – ‘voto‘ – che è stato abilmente santificato per offuscare il fatto che votare sul futuro del paese è inutile se l’elettore non conosce gli altri cittadini. Questo è stato spinto ai limiti ridicoli con diritto di voto che viene data alle persone che vivono all’estero. Comunicare è una precondizione per qualsiasi dibattito democratico prima delle elezioni.

2. Semplicità nelle abitudini e modelli di comportamento sono inoltre essenziali se si vuole evitare di spendere la maggior parte del tempo a discutere su procedure legali e giudiziarie al fine di far fronte alla moltitudine di conflitti di interesse inevitabili in una società grande e complessa. I Paesi occidentali definiscono loro stessi nazioni civili con una struttura sociale più complessa mentre la Libia è descritta come un paese primitivo con un semplice insieme di costumi. Questo aspetto indica che la Libia corrisponde meglio ai criteri democratici di Rousseau di tutti coloro che cercano di dare lezioni di democrazia. I conflitti nelle società complesse sono più spesso vinte da chi ha più potere, motivo per cui i ricchi riescono a evitare la prigione, perché possono permettersi di assumere migliori avvocati e invece organizzarsi per la repressione dello Stato che invece sarà diretto contro qualcuno che ha rubato una banana in un supermercato piuttosto che ad un criminale finanziario che ha rovinato una banca. Nella città di New York, per esempio, dove il 75 per cento della popolazione è bianca, l’80 per cento dei posti di direzione sono occupati da bianchi che costituiscono solo per il 20 per cento delle persone incarcerate.

3. Parità di status e di ricchezza:. Uno sguardo alla classifica di Forbes 2010 mostra che le persone più ricche sono in ciascuno dei paesi che attualmente bombardano la Libia; un esercizio simile sulla Libia rivelerà che in termini di distribuzione della ricchezza, la Libia ha molto più da insegnare a coloro che combattono ora, e non il contrario. Quindi anche qui, utilizzando i criteri di Rousseau, la Libia è più democratica delle nazioni stanno pomposamente fingendo di portare la democrazia. Negli Stati Uniti, il 5 per cento della popolazione possiede il 60 per cento della ricchezza nazionale, il che rende la società più ineguale e squilibrata nel mondo.

4 No lussi:. Secondo Rousseau non ci può essere alcun lusso se ci deve essere la democrazia. Il lusso, dice, fa della ricchezza una necessità che diventa poi una virtù in sé, e non il benessere del popolo diventando l’obiettivo da raggiungere a tutti i costi, ‘il lusso corrompe sia il ricco che il povero, l’uno attraverso il possesso e l’altro per invidia; rende la nazione morbida e preda della vanità; allontana la gente dallo Stato e li rende schiavi ‘.
C’è più lusso in Francia che in Libia? Le relazioni sui dipendenti che commettono suicidio a causa delle condizioni di lavoro stressanti anche in aziende pubbliche o semi-pubbliche, tutto in nome della massimizzazione del profitto per una minoranza e il loro mantenimento nel lusso, accade in Occidente, non in Libia. Il sociologo americano C. Wright Mills scrisse nel 1956 che la democrazia americana è stata una ‘dittatura della elite‘. Secondo Mills, gli Stati Uniti non è una democrazia perché è il denaro che parla durante le elezioni e non il popolo. I risultati di ogni elezione sono l’espressione della voce dei soldi e non la voce del popolo.

Dopo Bush senior e Bush junior, stanno già parlando di un più giovane Bush per le primarie repubblicane del 2012. Inoltre, come Max Weber ha sottolineato, dal momento che il potere politico dipende dalla burocrazia, gli Stati Uniti hanno 43 milioni di burocrati e militari che governano efficacemente il paese, ma senza essere eletto e non sono responsabili per le persone per le loro azioni. Una persona (un ricco) viene eletto, ma il potere reale sta con la casta dei ricchi, che poi vengono nominato per essere ambasciatori, generali, ecc.

Questo è solo una breve accenno del lungo articolo di Jean-Paul Pougala diviso in 5 parti che
puoi leggere QUI in inglese

Originale, con tutti i link: https://africanvoicess.wordpress.com/tag/debito-pubblico/

L’altra verità su Muammar Gheddafi

23 ottobre 2011

«Faceva gli interessi del suo popolo, e per questo dava fastidio ai Paesi occidentali, che hanno colto il momento per toglierselo di mezzo». E l’opinione “fuori dal coro” di Michele Bella, laureando in Scienze Politiche di Fiumefreddo di Sicilia

     La recente e cruenta eliminazione fisica del rais libico Muammar Gheddafi non è ancora storia, bensì cronaca, “fumante” e grondante di sangue. Ci vorranno, dunque, parecchi anni per appurare (anche sulla base dell’operato di coloro che lo sostituiranno alla guida del Paese africano) se si era di fronte ad un despota o ad un illuminato governante.

E sì: perché potrebbe pure essere che il cosiddetto “dittatore” sia un individuo che ama svisceratamente lo Stato che si trova ad amministrare, e pur di realizzare i suoi “sogni” per quella terra dà anche vita ad atti qualificati “antidemocratici” (in pratica la cosiddetta “ragion di Stato” di cui scrisse Giovanni Botero e poi ripresa dal Machiavelli). Questo è quanto sostanzialmente sostiene Michele Bella, un brillante giovane laureando in Scienze Politiche di Fiumefreddo di Sicilia, già presente su questo sito Internet per via dei suoi trascorsi nei mondi del cinema e della tv.

     Bella è uno che non ci sta ad omologarsi alla massa di politici, intellettuali e giornalisti che in questi giorni (ma anche da diversi anni…) demonizzano il regime di Gheddafi ed “esultano” di fronte alla sua barbara uccisione; e lo fa sulla base delle conoscenze da lui acquisite attraverso i suoi studi universitari e le ricerche che ha autonomamente condotto, spinto dall’interesse verso i meccanismi politici e socioeconomici che determinano le sorti dell’umanità.

Poiché anche noi non abbiamo interessi da difendere né pregiudizi da alimentare ed, in più, ci piace dare voce a chi si colloca “fuori dal coro” delle opinioni dominanti e scontate (che non è detto siano sinonimo di “assoluta verità”…), abbiamo ritenuto doveroso intervistarlo.

– Ed allora: perché è crollato il regime di Gheddafi?
«Perché la cosiddetta “Primavera Araba” ha “scioccamente” contagiato anche la Libia».

– Perché usa l’avverbio “scioccamente”?
«Perché in Libia non si stava bene, ma… benissimo! Non si è capito, dunque, perché il Governo Gheddafi bisognava rimuoverlo. E per di più macchiandosi di un efferato omicidio (le cui raccapriccianti immagini hanno fatto il giro del mondo) perpetrato nei confronti di un essere umano che amava a tal punto la propria terra da non volersi mai distaccare da essa, nemmeno per salvarsi la pelle».

– Nella Libia di Gheddafi, dunque, si viveva benissimo?
«Altro che! Basti pensare che lo Stato assicurava ad ogni cittadino il diritto ad avere una casa, non si pagava alcuna tassa, la benzina costava appena otto centesimi al litro, agli studenti diplomati veniva assicurato uno stipendio medio fino a quando non trovavano lavoro, chi metteva su famiglia riceveva significative agevolazioni (300 euro al mese e l’acquisto della prima casa a carico dello Stato), a tutti i pensionati venivano corrisposti duecento euro al mese oltre ai rispettivi emolumenti, ai giovani che volevano studiare all’estero venivano concesse borse di studio mensili di oltre 1.600 euro, i pubblici impiegati che si assentavano dal lavoro per un paio di giorni non venivano “tartassati” con richieste di presentazione di certificati medici e diminuzioni di stipendio, le banche erogavano finanziamenti senza chiedere interessi, ecc. Infine un ultimo, ma non insignificante, particolare: in Libia, forse anche grazie al benessere di cui godevano tutti i suoi abitanti, non esisteva criminalità. La Libia di Gheddafi, insomma, era uno Stato ideale che tutti gli Stati del mondo, perennemente “impantanati” in ipocriti discorsi teorici e demagogici di democrazia e libertà, dovrebbero prendere a modello. Magari in Italia si stesse come si stava in Libia sotto la presunta “tirannia” di Gheddafi!… ».

– E come mai il fautore di questo sistema socioeconomico “perfetto” ha fatto una fine così atroce?
«Come lui stesso ha spiegato in uno dei suoi ultimi interventi in video, la cosiddetta “Primavera Araba” si è estesa, quasi fosse una “moda”, anche alla Libia, con la particolare “benevolenza” delle potenze mondiali che hanno fatto leva sull’esuberanza di giovani scapestrati, animati solo dalla voglia di contestazione tipica della loro età».

– Vuole dire, in pratica, che gli Stati Uniti e diversi Paesi europei hanno sfruttato la “Primavera Araba” per rimuovere Gheddafi: ma per quale motivo?
«Il discorso è sempre quello: ci sono Stati governati da efferati dittatori che osano calpestare i più elementari diritti umani, ma in cui la Nato non si “sogna” mai di ficcare il naso; ci si appunta, invece, su quelli dove si possono ricavare interessi. E la Libia, a parte il petrolio, ultimamente era diventata “interessante” (o “inquietante”…) anche per un altro fattore, di cui l`opinione pubblica non è a conoscenza: i tentativi di Gheddafi di dotare il continente africano di una moneta unica, che avrebbe sconvolto gli equilibri economici mondiali. Si trattava del “dinaro d’oro”, in grado di mettere in ginocchio il dollaro e l’euro. Questa sua “idea” (scaturita anche dal fatto che la Libia possiede ben 144 tonnellate del preziosissimo metallo) aveva già fatto parecchi proseliti tra i governanti dell’Africa, e ciò cominciava a far “paura” alle banche del resto del mondo. E, guarda caso, i Paesi più favorevoli a tale progetto erano l’Egitto, la Tunisia e la Siria, ossia quelli dove sono scoppiate le recenti rivolte della “Primavera Araba”… Perché, soprattutto nelle contrattazioni petrolifere, la ricchezza di una Nazione sarebbe dipesa da quanto oro essa avrebbe avuto e non da quanti dollari o euro avrebbe scambiato. Gheddafi, dunque, non faceva altro che gli interessi del suo Paese, così come dovrebbe fare qualsiasi altro governante al mondo. Tutto ciò gli ha attirato delle “antipatie” che gli sono costate care: le “bestie” che lo hanno ucciso e fatto scempio del suo corpo non sarebbero giunte a così tanta barbarie se non avessero goduto del sostegno di coloro che si fanno definire “paladini della democrazia e della libertà”, ma che, in realtà, sono solo degli squallidi affaristi protesi ad impinguare i loro portafogli ed i loro consensi elettorali».

– Mi sembra di capire che, risultando piuttosto “impopolare” sul piano internazionale, Gheddafi si è anche visto costretto a cautelarsi imponendo censure e limiti alla libertà di espressione del popolo libico, che è forse il maggior motivo di malcontento dei suoi oppositori…
«Certamente! Oltre che dalle notorie turbolenze delle “irrequiete” tribù interne, Gheddafi si doveva guardare le spalle anche dall’ostilità di tanti Paesi occidentali, con in testa gli Stati Uniti. Ma mettiamoci nei suoi panni con un banalissimo esempio: se un padre si accorge che il figlio utilizza il personal computer di casa in maniera impropria (ossia aprendo i file personali degli altri membri della famiglia, inviando e-mail volgari o connettendosi a siti diseducativi), cosa è naturale e giusto che faccia? Semplice: impedirgli l’accesso a quel computer o dotare quest’ultimo di programmi e dispositivi atti a limitare l’operatività su di esso da parte del ragazzo. Questo per dire che oggi la comunicazione è un fattore fondamentale di civiltà e progresso (anch’io non posso rinunciare alla mia “brava” pagina su Facebook), ma bisogna capire che ci rende anche più vulnerabili; ed in un contesto delicato come quello libico, piuttosto inviso alla comunità internazionale, chi si trova a governare è comprensibile che in qualche modo si cauteli onde evitare fenomeni di spionaggio oltre che manifestazioni “indisciplinate” della libertà di pensiero».

– Gheddafi, comunque, non si poteva di certo considerare un “amico” del popolo italiano: pensiamo all’ingente risarcimento che si fece liquidare dal nostro Stato, ai missili verso Lampedusa ed all’emergenza immigrati…
«Non era un amico del popolo italiano semplicemente perché, nella stupida corsa al colonialismo, l’Italia si era ingiustamente impadronita del territorio libico con la forza. Ma per il suo popolo, il colonnello Gheddafi non è stato il dittatore “cattivo” dipintoci dai mass media: è stato, invece, colui che, nel 1969, ha liberato la Libia da una monarchia particolarmente corrotta e si è subito prodigato, con risultati concreti e positivi, a modernizzarne le infrastrutture e ad elevarne il Prodotto Interno Lordo ed il tenore di vita degli abitanti».

– Per concludere: se fosse chiamato a difendere il colonnello Gheddafi di fronte al cosiddetto “Tribunale della Storia”, cosa direbbe nella sua “arringa”?
«Che ci troviamo al cospetto di un autentico rivoluzionario che è morto combattendo. Con il benessere, i servizi e le opportunità che ha garantito al popolo libico si è rivelato una guida illuminata, al punto da far “impallidire” le socialdemocrazie nordeuropee e far “vergognare” gli ipocriti capi di Stato occidentali, buoni solo a riempirsi la bocca di “democrazia e libertà” senza far nulla per assicurare dignitose condizioni di vita alla gente che amministrano. Gheddafi, invece, non prendeva in giro la gente con slogan populistici, ma anzi diceva pubblicamente che “l’Africa non necessita di democrazia, bensì di pompe d’acqua, cibo e medicine”. Certo: la democrazia e la libertà sono concetti sublimi, ma rischiano di rimanere mera utopia e di lasciare il tempo che trovano se alle persone, nessuna esclusa, non si dà innanzi tutto la possibilità di vivere dignitosamente ed in piena sicurezza. Se qualche volta Gheddafi ha fatto ricorso alla violenza, bisogna tener conto dell’accesa conflittualità tra le varie tribù libiche e della conseguente necessità di garantire l’ordine pubblico. Ma da qui a dire che era un tiranno o un despota sanguinario ce ne corre. Sicuramente era un dittatore; ma molto meglio una “buona dittatura” che delle democrazie irrimediabilmente “malate” come quelle italiana ed americana. Ed, in ogni caso, il modo in cui Gheddafi è stato fatto uscire di scena è stato a dir poco abominevole, perché nemmeno il più infimo degli animali avrebbe meritato una morte così atroce».

Ringraziamo questo “coraggioso” giovane intellettuale di Fiumefreddo di Sicilia per averci fornito un’interessante visione alternativa ed anticonformista del “Caso Gheddafi”. Per il resto non ci resta che attendere l’azione di governo delle democratiche personalità che s’insedieranno quanto prima alla guida del nuovo Stato libico: solo allora potremo verificare se sia possibile conciliare il benessere socioeconomico dei tempi del “rais” con le istanze di libertà e democrazia.

RODOLFO AMODEO

Preso da: http://www.rodolfoamodeo.it/docsDetail-notizie-3/2-personaggi/237-laltra-verita-su-muammar-gheddafi

Toh, chi si vede. La “Nuova” Libia.

Libia. Certamente non è stato un argomento – come dire? – “sviscerato” dalle ‘autorevoli’ corrispondenze da Lough Erne, l’amena località del Nord Irlanda (occupato da Sua Maestà britannica) teatro del G8.
Ma qualche riga, una mezza frase, è stata ripresa su quanto sussurrato in merito da Obama al suo nuovo palafreniere d’Italia, Enrico Letta. In sintesi è stato richiesto a Roma di prodursi in buoni uffici mediatori con il nuovo regime tricefalo Tripoli-Bengasi-Fezzan.Toh, chi si vede. La Nuova Libia
Qualcuno degli acuti commentatori si è sprofondato anche in dotte reminiscenze storiche sul “ruolo mediterraneo dell’Italia” e sui suoi “incancellabili legami storici con la quarta sponda”.
In realtà, dopo aver aperto il vaso di Pandora a suon di bombe Nato per esportare “democrazia” e assassinare Gheddafi e parte del suo popolo, gli angloamericani hanno palesemente lì, nel loro dopoguerra, trovato “qualche difficoltà”. Compresa qualche morte eccellente. E’ vero che i pozzi petroliferi sono stati comunque spartiti tra i Lords Protettori (Francia inclusa) ma la situazione, su quella sponda del Mediterraneo è oggi tutt’altro che “normalizzata”.
Di qui la “delega politica” al fedele governo coloniale Letta.

Che tenterà pure di obbedire ai comandi imperiali con qualche mossa “diplomatica”, ma che non potrà che innalzare, e molto presto, bandiera bianca.
E’ un fatto che dopo più di due anni dalla vera e propria guerra del Pentagono e della Nato contro lo Stato nordafricano della Libia, il regime da loro imposto come “Congresso Nazionale Generale” oggi stia chiedendo aiuto ai suoi padroni neo-coloniali.
Lo stesso segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, aveva di recente dichiarato che il governo filo-occidentale di Tripoli ha richiesto assistenza sulla sicurezza. E un gruppo di sedicenti “esperti” si è subito recato in Libia e riferirà al Comando Nato a fine mese “il modo e la via da seguire”. Così Rasmussen ha spiegato la sua “delega militare” chiamata a ipotizzare formule di “addestramento di forze di sicurezza libiche” sotto l’egida occidentale.
Il contesto è quello di un continuo aggravarsi della stabilità “atlantica” in Libia e, da lì, in tutto il Nord ed Ovest Africa. Un lascito della guerra scatenata da Usa, Francia e Nato nel febbraio 2011 e partecipata dall’Italia e da altre nazioni ascare occidentali. La Libia di Gheddafi, strade e città modello, ora trasformate in rovine, ha ceduto il passo ad uno Stato tribale governato da vari gruppi armati molto virtualmente legati all’ectoplasma Cng. Di fatto milizie che cercano di frantumare l’unità libica in tre “entità” territoriali diverse a Est, a Sud e a Ovest. I massacri (l’ultimo a Bengasi, l’8 giugno, tra civili e miliziani fondamentalisti dello “Scudo della Libia”) e le guerre per procura (mercenari in Siria, integralisti in Mali) sono all’ordine del giorno.
Ed è lì che il governo Letta è stato chiamato a intervenire.
In un altro Afghanistan.
Preso da:http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=21624&utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Rinascita-Tutti+%28Rinascita+-+Tutti%29

La vera arma di distruzione di massa é la democrazia

domenica 16 settembre 2012

La vera arma di distruzione di massa é la democrazia

Marco Cedolin

Uno dei tratti salienti che hanno caratterizzato l’ultimo decennio é senza dubbio l’esportazione della democrazia occidentale, omologata secondo il modello americano e veicolata ovunque sia stato possibile, spesso in maniera coatta e con l’ausilio delle bombe.
Dopo la “democraticizzazione” dell’Europa dell’Est, intervenuta come corollario del crollo dell’Unione Sovietica e del mito del comunismo, per realizzare la quale é stata necessaria solamente qualche “spinta” data al momento giusto nel luogo più consono (da Ceausescu a Milosevic sarebbero molte le storie da raccontare e sulle quali riflettere) da parte dell’amministrazione USA, dei suoi padroni e dei suoi servi é maturato il convincimento che si dovesse proseguire sulla strada intrapresa raddoppiando gli sforzi e sostituendo le spintarelle con veri e propri schiaffoni.
Prima é toccato all’Afghanistan  di Bin Ladin, reo di essere stato scelto come caprio espiatorio degli auto attentati dell’11 settembre, assaporare il dolce gusto delle bombe e della democrazia….

Poi all’Iraq di Saddam Hussein, reo di possedere armi di distruzione di massa tanto ferali quanto inesistenti, venire investito da una tale dose di democrazia quale era sufficiente a riportare indietro il paese di almeo un secolo.
Poi alla Libia di Gheddafi, accusato di sterminare il proprio popolo, come accuratamente documentato nei filmati girati ad Hollyvood e nel Qatar, subire una democratica caccia all’uomo, portata con l’ausilio dei missili Tomahawk che hanno distribuito la democrazia in maniera equanime radendo al suolo buona parte del paese.
Infine alla Siria di Assad, dove fortunatamente la democrazia fatica ad affermarsi e per ora alligna solamente fra le orde di mercenari che massacrano donne e bambini, aiutati nel proprio lavoro dagli uomini dei corpi speciali dei paesi occidentali e dall’arsenale di armi di distruzione di massa che l’Occidente distribuisce loro in maniera più o meno ufficiale.
Mentre nel frattempo la democrazia sbocciava anche nella Tunisia di Ben Ali e nell’Egitto di Mubarak, fortuntamente in maniera meno impetuosa, grazie alla disponibilità dimostrata dai due “dittatori” a lasciarsi deporre senza combattere, nell’ambito di quelle che sono state veicolate nell’immaginario collettivo come rivolte popolari.
Oggi nell’Afghanistan democratico si vota come negli USA (e come negli USA occorre qualche mese per portare a termine lo spoglio delle schede), ma le donne, sia quelle che non hanno più il burka sia quelle che ancora lo portano, vengono regolarmente sterminate dai droni statunitensi mentre vanno a fare la legna o quando partecipano ad un matrimonio o quando devono recarsi all’ospedale a partorire. In Afghanistan la democrazia si specchia quotidianamente nella guerra permanente, nelle stragi di civili, in un paese ancora più devastato di quanto non lo fosse prima, dove l’unica novità sono i centri commerciali nuovi fiammanti dedicati agli operatori occidentali e all’elitè al servizio degli USA ed il rifiorire delle coltivazioni di oppio che gli anti democratici talebani avevano eliminato.
Oggi nell’Iraq democratico, che si é ormai lasciato alle spalle gli “anni bui” di Saddam Hussein, quando il paese era all’avanguardia nella regione, sia sotto il profilo tecnologico ed economico, sia sotto quello dei diritti umani e delle donne, come testimoniato dagli stessi rapporti dell’ONU, si vive in una sorta di polveriera senza senso nè costrutto. Composta da città stato dominate da bande tribali e da un governo fantoccio eletto dall’amministrazione a stelle e strisce. Senza che esistano più un tessuto industriale e una capacità produttiva degne di questo nome. Senza che il paese abbia più un qualche peso economico, con la popolazione costretta a vivere fra le macerie di un tempo che fu ed a morire alla disperata ricerca di cibo all’interno di qualche mercato dove quotidiamente deflagrano autobomba prive di pietà ma sempre molto ricche di democrazia.
Nella Libia democratica e libera non c’é più il petrolio “di Gheddafi” a sostenere una politica socialista attraverso la quale garantire una vita dignitosa alla gran parte dei cittadini. Ci sono solo macerie condite con l’uranio impoverito, intorno alle quali aggirarsi con la speranza di riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena, lotte intestine, morti ammazzati ed un futuro da declinare nel segno della miseria.
Come si può evincere da una semplice osservazione della realtà, depurata dalla mistificazione dei media mainstream che inseriscono ogni paese “liberato” all’interno di una bolla di oblio mediatico dalla quale nulla filtra più, la democrazia é allo stato attuale delle cose l’unica vera arma di distruzione di massa, della quale l’Occidente fa un uso smodato, ben conoscendone le devastanti potenzialità.

Il Fratello Guida incontra scrittori, letterati e parlamentari affiliati al Global Green Auditorium

19/9/2005

Il Leader: “Vi do il benvenuto in Libia e vi ringrazio di essere venuti. Mi sono rivolto ai professori del mondo, agli intellettuali, ai politici, ai parlamentari e ai membri dei centri di ricerca socio-economico-politica chiedendo loro di venire in Jamahirya e di entrare nel Green Auditorium per assistere a lezioni e vedere direttamente l’applicazione della democrazia popolare diretta. In effetti l’appello è stato raccolto da membri della Duma russa, da professori di università russe e da intellettuali da noi incontrati.

Sono venuti al Green Auditorium, dove abbiamo avuto un incontro come questo. Ora voi ci onorate della vostra presenza e della vostra risposta all’appello. Per questo vi ringrazio. Il fatto che siate venuti da regioni tanto remote indica la vostra onesta nel perseguire la conoscenza e nel cercare la verità.

Ciò è essenziale. Dobbiamo cercare la verità senza nozioni preconcette di ordine razziale, religioso o altro. Ritengo che il Libro Verde, che rappresenta una guida alla lotta dei popoli per raggiungere la democrazia popolare diretta e il socialismo popolare, sia oggetto di una posizione preconcetta, razzista e irrazionale da parte di parecchie società governate da regimi dittatoriali e arbitrari. Tale posizione è, naturalmente, non scientifica e irrazionale; è dovuta a ragioni politiche o a dispote tra stati, come l’antagonismo contro Alagathafi in merito alla causa della liberazione e così via.

Prendere posizioni ostili alla Terza Teoria Universale è la prassi dei governi e dei leader, ma voi avete fatto breccia nell’embargo. Eccovi in Libia e nel Green Auditorium. Ecco la differenza tra studiosi e intellettuali liberi da complessi razzisti, che vengono a cercare la verità e la giudicano in seguito dopo averla vista coi propri occhi e i capi che prendono posizioni ostili, razziste e colonialiste in totale contraddizione con la logica, la scienza e l’imparzialità.

Purtroppo è posizione dei governi arbitrari impedire alla gente di leggere il Libro Verde. Noi crediamo invece che il Libro Verde segnerà al mondo la via definitiva alla democrazia e alla soluzione dei problemi socio-economici attraverso l’istituzione di una democrazia diretta e popolare delle masse, cioè il sistema delle masse, il socialismo popolare. Lo studio mancato del Libro Verde, invece, metterà i popoli in errore e li costringerà a una via lunga e a una gran perdita di tempo prima di arrivare a una soluzione.

Raggiungeranno questa soluzione col Libro Verde o senza, perché è inevitabile. L’opposizione di massa sta prendendo sempre più piede e si sta diffondendo sempre più. Un tempo individuale e naturale, ora è diventata una grande opposizione di massa. Sembra una piramide la cui base si allarghi sempre più fino a diventare una linea orizzontale.

La marcia delle masse verso il potere e l’eliminazione dell’oppressione e dello sfruttamento non si fermerà a mezza strada, ma sicuramente arriverà a destinazione. Non può essere statica e ciò significa movimento continuo e incessante. È inevitabile: il quadro di fronte a nboi mostra che la base della piramide continua ad allargarsi fino a fare della piramide una linea orizzontale: tutte le masse arrivano al potere e alla loro parte di ricchezza. La questione del potere e della ricchezza è ben netta davanti a noi nel mondo.

Il potere è nelle mani del governo e non della gente; e la gente è comandata da un governo. Termini odiosi come “il governo” e “la gente”, il “governatore” e i “governati” stanno prendendo piede senza vergogna. Non c’è vergogna in alcun luogo al mondo. Ora si parla del “governatore” e dei “governati” e di chi è responsabile. In altre parole, c’è uno che è responsabile e uno che non lo è; e chi non lo è, allora è schiavo.

È ben noto anche nella schiavitù che lo schiavo non è responsabile, ma lo è invece il padrone. Ora si parla di funzionari responsabili; ma dove sono? Si vuol dire i capi. Bene; e la gente è responsabile? “No”, dicono. Non dicono: “Tu sei responsabile”, ma “Il capo è responsabile… il funzionario responsabile di questo stato… quelli che sono funzionari responsabili dello stato”. Però gli altri non sono responsabili, perché sono schiavi e, certo, quando si è schiavi, non si è responsabili. Il termine “responsabilità” non viene mai ascritto a uno schiavo, ma al suo padrone; è la ragione dietro i termini comuni nel mondo d’oggi.

Si dice: “Ho conosciuto tanti funzionari responsabili italiani… Ho conosciuto tanti funzionari responsabili indiani… ho conosciuto tanti funzionari responsabili di questo stato… ho conosciuto il primo funzionario responsabile di questo stato… ho conosciuto un funzionario responsabile di quello stato… ho conosciuto un funzionario responsabile di quell’altro stato…” Questi sono i padroni responsabili… Quando qualcuno si riferisce a un funzionario responsabile, vuol dire che ha conosciuto uno dei capi o il capo supremo ecc. … Però gli altri non sono responsabili perché sono cittadini, cioè schiavi.

Da ciò l’espressione “funzionari responsabili” e “funzionario responsabile”: qualcuno responsabile di gestire gli affari degli schiavi. Sono i suoi schiavi e lui è responsabile di loro. Ecco la verità che si scopre sollevando il camuffamento attuale. La verità è che oggi i cittadini sono schiavi in ogni parte del mondo e che c’è qualcuno sopra di loro che è il governo. Si scambiano cortesie, telegrammi, congratulazioni e via dicendo; e dicono: “Governo e popolo, governanti e governati”, che significa che la gente non è governante, ma governata; “Ringrazio il vostro governo e il vostro popolo per la vostra calorosa ospitalità… ringrazio il governo e il popolo per aver ospitato questo congresso”.

Questa è un’espressione orribile in quanto dittatoriale: perché priva il popolo di eguaglianza, di sovranità e di dignità e attribuisce tutto al governo e ai funzionari responsabili. E lo si fa senza vergogna, finché le forze ben piazzate sul trono dell’autorità nel mondo sono le forze che detengono le risorse di renderle minacciose, di mostrare i muscoli e di insultare.

È la teoria dittatoriale a prevalere oggi e viene chiamata democrazia moderna o democrazia rappresentativa, ma non è democrazia. È costituita da politici e uomini d’affari che sono in possesso della ricchezza. È la ricchezza che consente loro di mettere chiunque vogliano al potere. Perciò c’è un’alleanza tra chi detiene il potere finanziario e chi detiene il potere politico, mentre il popolo viene privato del suo potenziale politico ed economico.

Per esempio, si parla, specie nei paesi occidentali, di libertà di stampa e si dice che la stampa è libera. Ciò è un falso inganno fuorviante. È del tutto non vero, poiché non c’è stampa libera e i poveri non possono pubblicare un giornale. Un giornale è pubblicato dalla grande impresa e i giornali sono di proprietà dei ricchi. Questi giornali sono fondati da tale classe per servire i propri interessi. Quindi sono guidati, controllati, forzati a perseguire una certa politica. Perciò non sono liberi.

Essere liberi significa andare in qualsiasi direzione e dire qualsiasi cosa, ma questi giornali sono stati fondati da alcune forze per servire i loro interessi. Perciò sono servili e pagati dai loro padroni. Si dice anche che ci sono le elezioni e che il popolo elegge i suoi rappresentanti. Questa è una distorsione della verità e il popolo non ne ha colpa. Sono le imprese e i ricchi che creano i rappresentanti: un povero non può diventare membro del Congresso, del Parlamento o della Camera dei Lord in qualsiasi stato.

Un povero non può diventare membro del parlamento, pubblicare un giornale o diventare un capo. Questi sono monopoli del dittico politico-economico: i capitalisti e i politici creati dai capitalisti per loro comodità e servizio. I politici vengono diretti dai capitalisti che li hanno fatti, è chiaro.

Si dice che il Presidente Tal Dei Tali è sostenuto dalle imprese petrolifere, per esempio, che significa che, come politico, si è formato nelle imprese ed è diventato presidente per servire i loro interessi.

A volte si dice che il Presidente Tal Dei Tali è contro le imprese petrolifere e a favore dell’industria siderurgica; è perché quell’industria l’ha fatto arrivare alla presidenza per servire i loro interessi. Poi si dice che le industrie petrolifere sono sfortunate perché il vincitore è sostenuto dall’industria siderurgica; e a volte si dice il contrario. Qualsiasi attività economica con sufficiente potere finanziario può creare un presidente, un congresso, un parlamento o un governo orientato a suo favore per servire i suoi interessi. La classe capitalista è proprietaria della stampa, che viene falsamente detta libera quando non lo è: è schiava del capitalista proprietario. La stampa genera pubblicità e infulenza l’opinione pubblica in favore dell’uno o dell’altro candidato.

Nei fatti, tutto quanto è detto al mondo sull’esistenza delle democrazie e delle libertà è falso. Al contrario, tutte le società di oggi, specie quelle occidentali, sono pericolosamente dittatoriali. Perché? I partiti al momento al potere non sono veri partiti di cittadini, di gente comune. Sono una forza politica che gode di grandi ricchezze e ha tutti i mezzi di produzione. Controllano l’esercito, la polizia, la stampa e il capitale e, oltre a ciò, anche il potere decisionale.

In altri termini, è una delle dittature più odiose, che non lascia respiro a nessun tipo di libertà. Dappertutto, anno dopo anno, il popolo scopre la verità. Si impara, per esempio, che le percentuali del votanti negli anni passati erano il settanta per cento, per poi diventare il cinquanta per cento l’anno dopo e, un anno dopo ancora, il trenta per cento. Oggi, nelle elezioni svoltesi in alcuni stati, l’esito di alcuni distretti arrivava al tre per cento e, al massimo, raggiungeva il dieci per cento. Questo è il rifiuto di un sistema da parte del cittadino comune perché si tratta di un sistema arbitrario, dittatoriale e inutile.

(Il sistema) sfrutta il cittadino e legittima i dittatori, i capitalisti e gli sfruttatori. Quindi la sola funzione del cittadino è questa: sentirsi dire “Legittima il dittatore! Tutto quanto vogliamo da te è che tu prenda questo foglio di carta e lo metta qui” cosi che si possano legittimare; perché senza elezioni nessuno può rivendicare la presidenza o la direzione del governo, visto che gli verrà chiesto “Chi ti ha nominato?”

Oggi la gente non partecipa nella nomina del presidente o del primo ministro, ma è necessario dire che egli è stato eletto presidente. Quindi si rivolgono al popolo e gli chiedono di mettersi in coda in un certo giorno e di mettere la scheda di carta nelle casse designate allo scopo. Il cittadino consegna il foglio cosè come consegnerebbe un pezzo di carta igienica da mettere nel cestino o nel pattume dopo l’uso. Così mette il suo foglio nella cassa, urna o pattumiera che sia.

Alcuni vanno a voltare come andrebbero al mercato o a fare una passeggiata sulla spiaggia. Gli si dice: “Oggi è giorno di elezioni”. E allora risponde: “Bene. Passiamo un’ora o due con un pezzo di carta da mettere in un’urna”, come se andasse allo zoo, alla spiaggia o al caffè. Questo è, ormai. La maggioranza ora lo sa e non ci va. Nel terzo mondo si sa bene che il cittadino che vota è stato pagato per questo.

Se ci sono le elezioni, significa che hanno comprato i voti. “Prendi un dollaro e metti il voto nell’urna”. In altre parole, è una compravendita. Qualcuno pensa: “Oggi è giorno di elezioni. Quindi posso mettere un foglio di carta in un’urna e averne un dollaro in cambio invece di stare a casa a far niente”. La vendita dei voti è oggi ben notal. Chi non ha soldi non può contestare le elezioni.

Noi, proprietari delle imprese, che vogliamo questo presidente perché faccia i nostri interessi, copriamo i costi e dichiariamo di aver contribuito alla campagna elettorale. È sciocco per il candidato votare per se stesso e dire: “Mi sono autonominato”. È una delle farse della teoria della rappresentatività. Se il popolo è presente, perché dovrebbe avere rappresentanti?

Qual è la giustificazione per allontanare la gente apposta e chiamare i loro rappresentanti? Si dice: “Dove si può portare tutto il popolo, visto che abbiamo posto solo per cento? Se il popolo è di cento milioni, che ne scelgano cento per rappresentarli in quest’aula, perché quest’aula è troppo piccola per tutti e può contenere solo cento persone.”

Perciò ci si può incontrare a cento alla volta fino a quando non si passa tutti e centomila. Perché poi usare solo quest’aula? Costruiamone mille, in cui la gente possa sedersi e riunirsi e decidere ciò che vuole. Allora i segretari di queste assemblee potranno trovarsi e discutere le decisioni prese in questi congressi in cui tutti, uomini e donne, vengono rappresentati, e mettersi d’accordo sulle decisioni prese dal popolo e scritta in questi incontri.

A volte c’è confusione. A volte, parlando, ci si riferisce alle assemblee popolari e alla democrazia popolare diretta e ci si sente dire: “Abbiamo parlamenti come i vostri”. No: voglio spiegare la differenza capitale tra parlamenti e assemblee: i parlamenti sono composti dagli eletti dal popolo, mentre le assemblee sono composte dal popolo stesso. Quindi, quando si parla di parlamento si vuol dire un corpo eletto dal popolo. Se invece si parla di assemblea si parla del popolo, di tutto il popolo. Per esempio, nel sistema di massa del Jamahiry in Libia, l’assemblea popolare comprende tutto il popolo, donne e uomini adulti che siano legalmente responsabili; e a comandare sono loro.

L’assemblea popolare è come l’Assemblea. Mentre in un certo c’è solo un’assemblea, in Libia ce ne sono 400, a seconda del numero della popolazione, presente per intero nelle 400 assemblee. Immaginavete! In un paese c’è un solo parlamento e in Libia ce ne sono quattrocento. Perché mai?

Perché il popolo è fatto di membri di questi quattrocento parlamenti. Quindi ogni decisione viene presa dal popolo e non dai rappresentanti dello stesso. Naturalmente, in nome della rappresentatività, il popolo venne separato ed escluso lentamente dal governo e dalla gestione fino ad essere sostituito con altri mezzi che, come già indicato, si adattano al potere finanziario e così via.

Il pericolo non è, infatti, nell’esclusione dalla democrazia interna al paese e nella dittatorialità del regime arbitrario ecc., o che il cittadino non abbia autodeterminazione, ma nel fatto che c’è una cricca che governa in nome del popolo, siano governo o parlamento, e che sono stati costinuiti come ho già spiegato, che non costituisce minaccia a se stessa quanto al mondo intero.

Il pericolo è che un individuo solo decida di dichiarare guerra o pace, di distruggere o no il mondo, di invaderlo o di non invaderlo. Il pericolo è che questi governi alla Hitler ci minaccino nelle nostre vite. Minacciano la nostra pace e la nostra sicurezza così come Hitler ha mainacciato perché aveva la forza maggiore all’epoca. Era un individuo solo a governare da solo, che ha cominciato con una cricca, un ministro della propaganda e un ministro della difesa e alla fine ha messo in pericolo la pace e posto una minaccia reale.

Ora c’è gente con bombe, missili, aeroplani e armi chimiche e batteriologiche. È un problema serio perché queste armi di distruzione di massa sono controllate da un gruppo di individui. Dappertutto ci sono dimostrazioni contro la guerra; la gente non vuole la guerra, ma la pace. Però la guerra è scoppiata, gli eserciti si sono mossi e i bambini sono morti. Dov’è la democrazia, allora? Il popolo che è contro la guerra non ha i suoi rappresentanti?

Se i rappresentanti avessero davvero rappresentato il popolo, avrebbero fatto obiezione alla guerra; ma hanno invece sostenuto i capi e quindi non rappresentano il popolo. Quindi la rappresentanza è una frode. È stato provato che il rappresentante non rappresenta il popolo. I rappresentanti non agiscono dietro mandato del popolo, come è stato provato. In generale sono tutti vittime della crisi, la crisi del governo, della democrazia, del sistema economico.

Per quanti presidenti parlino, non diranno mai d’esser messi bene. Diranno di essere in mezzo a una crisi molto grave. Diranno: “Non sappiamo quali strumenti usare. La politica è in crisi. Non sappiamo come relazionarci ai cittadini e come gestire i nostri affari. Il cittadino comune rifiuta l’economia, la politica e tutti i processi attuali. Le masse esprimono le loro aspirazioni, i loro desideri e le loro prospettive, come nel caso di Seattle, in maniera isolata rispetto ai loro rappresentanti e ai loro governi.

Senza far caso a confini, in milioni hanno marciato e fatto sentire la propria voce per esprimere un netto rifiuto. I governanti sono perseguiti ovunque da dimostrazioni e i lavoratori organizzano scioperi per rivendicare i loro diritti. Per quanto riguarda l’economia, la crisi è talemnte esacerbata e ha messo in crisi l’intero sistema di produzione capitalista, che sta cercando di salvarsi, come è evidente. Di positivo c’è che l’impresa che un tempo era di una sola persona in Europa, negli Stati Uniti o in Canada ora è diventata pubblica. Come abbiamo detto, è una soluzione inevitabile.

Quanto è scritto nel Libro Verde è inevitabile. Senza leggere il Libro Verde, solo col passare del tempo e con la lotta si arriverà a questa soluzione. Sul fronte economico, le maggiori imprese capitaliste sono diventate pubbliche controvoglia; altrimenti sarebbe stata la loro morte. I lavoratori hanno cominciato a riventicare i loro diritti e ciò significa che stanno impedendo al padrone di far profitto a loro spese, anche se lui aveva fondato l’impresa per sfruttarli, pigliarsi i profitti e accumulare capitale.

Ciò porta direttamente a una soluzione, visto che i lavoratori stessi sono diventati azionisti dell’impresa. Se si va in borsa, si trova che le azioni di quest’impresa vengono trattate pubblicamente: è la stessa impresa che prima era di proprietà di un solo individuo e oggi è in mano a un milione di azionisti. Ciò significa che il socialismo è una soluzione che si impone da sola e non è affatto fallita o morente come si dice. Al contrario, è il capitalism che sta morendo; sta morendo ogni giorno…

Accanircisi è un esercizio di futilità e una perdita di tempo. È come mantenere una persona in vita attraverso un apparato meccanico. A che scopo accanirsi con l’apparato quando il paziente è clinicamente morto? È proprio il caso del capitalismo e della teoria della rappresentatività. Accanirvisi è come mantenere qualcuno in vita con un apparato meccanico.

Ora, le imprese private stanno cominciando a diventare imprese pubbliche e in ultima analisi si capirà che prevarrà solo il socialismo popolare, di cui si tratta nel secondo capitolo del Libro Verde. Però ora lo chiamano socialismo popolare, come lo chiamava la Thatcher, perché non amano il termine ‘socialismo’. Chiamarlo capitalismo popolare o socialismo popolare non importa. Anche in Libia si può parlare di capitalismo popolare. Ciò che importa è che il popolo sia proprietario del capitale e ciò significa socialismo.

Ciò non risolve il problema politico, visto che mantiene la rappresentatività popolare. Nel quadro generale, il problema politico non è stato risolto e la crisi continua. Abbiamo visto che i popoli e i parlamenti che i popoli eleggono non vanno al passo. C’è una grave crisi oggi nel mondo ed è la crisi dell’Iraq.

È una guerra di devastazione e genocidio ed è una miniaccia e uno sciupio di risorse mondiali; il petrolio viene bruciato tutti i giorni. È una guerra rifiutata dai popoli e decisa dai parlamenti. E allora a che scopo riunire un parlamento per questi popoli e istituire nuove elezioni per tale parlamento, visto che il parlamento non rappresenta il popolo? Dovremmo abolire il parlamento e sostenere il punto di vista del popolo. Ma come permettiamo al popolo di governare?

È chiaro che un popolo può governare attraverso le assemblee e i comitati popolari. Invece di avere un Congresso o un parlamento, ci saranno mille assemblee o mille parlamenti che riuniranno tutto il popolo. Le strutture in cui lavoriamo ora sono obsolete e non possono più far fronte alle nuove realtà. Il popolo marcia verso il potere e vuole governare.

La vecchia struttura del governo e del parlamento si sta sbriciolando di fronte a questa nuova realtà. Tutto il popolo entrerà in questa struttura, che è troppo stretta per un governo e un parlamento. Quindi questa struttura dovrà rompersi e si romperà. Anche la ricchezza era monopolizzata in una struttura ristretta a un pugno di capitalisti. Ora tutto il popolo avrà la sua parte di ricchezza e avrà accesso alla struttura e quindi la vecchia struttura del capitalismo individuale si spezzerà.

Un tempo un solo individuo era padrone di un’impresa e assumeva la forza lavoro di milioni di lavoratori per aumentare il proprio profitto e sfruttari e derubarli dei loro sforzi. Questa struttura si spezzerà, perché saranno milioni a volere azioni della loro ditta. Tutti queste sono profe materiali e pratiche della validità della teoria del Libro Verde, la terza teoria universale.

Siamo sicuri di conoscere che c’è una soluzione in un libro, il Libro Verde. Se lo studiamo e la gente lo impara, arriveremo presto a una soluzione e ci risparmieremo queste sofferenze prolungate. Comunque, se non lo studiamo, arriveremo comunque alle stesse soluzioni, ma con sofferenze e dopo un lungo percorso e a un caro prezzo. Ora il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, le cui riunioni sono aperte solo a quindici membri, si ritrova costretto a permettere a stati non membri di assistere ai dibattiti.

L’ultima segnalazione risale a questo mese in una riunione al vertice dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Naturalmente non sono stati d’accordo nell’estendere il Consiglio di Sicurezza con l’aggiunta di nuovi membri e hanno mantenuto la misura attuale, ma hanno chiesto al Consiglio di Sicurezza che continui a permettere la partecipazione del numero più ampio possibile di stati non membri alle sue riunioni perché il mondo non permette più a quindici membri soli di decidere del suo futuro, della guerra e della pace.

Hanno detto: “Vero. Consentiremo a un numero di stati non membri di assistere alle riunioni” Ciò dimostra che anche la vecchia struttura del Consiglio di Sicurezza sta cominciando a sgretolarsi perché tutti vogliono avere accesso a questa struttura ed è solo l’inizio. Un’aula come questa può contenere solo cento persone, ma sono in mille fuori a voler entrare… Bene, ne lasceremo entrare dieci, poi venti, poi trenta, perché vogliamo risolvere i problemi di chi resta fuori dall’aula. Perché se entrassero romperebbero tutto, frantumerebbero le finestre e farebbero una confusione tale che noi non potremmo lavorare.

Una volta che i mille entrano e distruggono l’aula, se ne farà una più grande per contenerne mille. Questo è quanto accade, che significa che le vecchie strutture cadranno di fronte alle nuove sfide poste dalle masse.