i “successi” dei RATTI: Come risultato del deterioramento della situazione dopo la caduta del regime .. La diffusione di accattonaggio e tentativi di combatterlo a Tripoli

14 dicembre 2018.

A causa delle cattive condizioni di vita vissute dai cittadini dopo la caduta del sistema delle  masse, ( Jamahiriya) nel 2011 si è diffuso il fenomeno dell’accattonaggio nella capitale Tripoli, dove giovedì il Comune di Tripoli ha lanciato una campagna per combattere il fenomeno dell’accattonaggio, che ha preso di mira le strade principali all’interno del comune.
L’Ufficio comunale di informazione ha annunciato giovedì che 48 “mendicanti, inclusi uomini, donne e bambini di diverse età e nazionalità straniere, compresi i libici, sono stati arrestati”. L’ufficio stampa ha sottolineato che la campagna è nata in seguito alle riunioni tenute sotto il pretesto della sicurezza  del comune con la Direzione della sicurezza di Tripoli, il Ministero degli affari sociali, la Guardia municipale, l’Ufficio di coordinamento della sicurezza, l’agenzia per l’immigrazione illegale e l’Ufficio del Fondo Zakat.
Traduzione con google dall’ originale in arabo: https://libya24.tv/news/197078

نتيجة لتدهور الأوضاع بعد سقوط النظام.. انتشار ظاهرة التسول ومساعي لمحاربتها بطرابلس

نتيجة لسوء الأحوال المعيشية التي يعيشها المواطن منذ سقوط النظام الجماهيري عام 2011 انتشرت ظاهرة التسول بالعاصمة طرابلس حيث أطلقت بلدية طرابلس المركز أمس الخميس حملة لمكافحة ظاهرة التسول والتي استهدفت الشوارع الرئيسية داخل البلدية.
وأعلن المكتب الإعلامي للبلدية، أمس الخميس عن «ضبط (48) متسولًا بينهم (رجال، نساء، أطفال) من مختلف الأعمار والجنسيات الأجنبية ومن بينهم ليبيون».
وأشار المكتب الإعلامي إلى أن الحملة جاءت نتيجة الاجتماعات التي جرت بدعوى من البلدية مع مديرية أمن طرابلس ووزارة الشؤون الاجتماعية والحرس البلدي ومكتب التنسيق الأمني وجهاز الهجرة غير الشرعية ومكتب صندوق الزكاة.
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L’impero colonialista francese in Africa

Quante volte abbiamo sentito dire, da parte dei politici occidentali riguardo al problema dell’immigrazione, che si devono aiutare i paesi africani al fine di poter gestire in loco una proficua crescita sociale, culturale ed economica di quei popoli?

banconotafrica
Da anni sentiamo i politici esternare questa lodevole idea, e in questo periodo sembra sia l’unica alternativa per riuscire ad arginare il problema migratorio che sta raggiungendo numeri da esodo biblico. Non tutti sanno però che ancora oggi molti paesi africani sono soggetti a leggi e tassazioni imposte da parte dei colonialisti di un tempo, come Francia e Gran Bretagna, ma anche Germania, Portogallo, Italia, Belgio, Olanda e Spagna, seppur in misura minore. Molti di questi paesi occidentali, come è capitato all’Italia per crimini di guerra con l’Etiopia e la Libia, sono stati condannati da tribunali internazionali a pagare i danni causati alle popolazioni.
Di contro, altri paesi, come la Francia o la Gran Bretagna, godono tuttora dei proventi di quei colonialismi.

L’oppressione africana nella storia contemporanea

Il colonialismo è una macchia storica infame in capo a chi l’ha perpetrata per secoli, purtroppo l’oppressione economica in Africa, da parte dei paesi occidentali, continua a esistere ancora oggi. Ci sono molti paesi africani costretti a pagare una tassa coloniale alla Francia che per questo, continua a prosperare sulle spalle di paesi poveri africani contando su introiti pari a circa 500 miliardi di dollari ogni anno.
Questa forma di tassazione è oltraggiosa, priva di fondi economici quei popoli che per loro sono più che necessari. Non solo, ma aggrava altresì il debito pubblico del paese. Ma gli svantaggi sono anche peggiori, oltre a essere un peso economico, i mali del colonialismo costringe intere popolazioni a un’interminabile schiavitù del debito, il che risulta devastante per la dignità e l’identità del popolo africano.

Guinea: un’indipendenza mai realizzata appieno

Nel 1958, quando la Guinea chiese l’indipendenza dal dominio coloniale francese, i francesi scatenarono una furia inumana. Causarono più di tremila morti e costrinsero migliaia di guineani a lasciare il paese, perdendo così le loro proprietà che vennero tutte saccheggiate dai francesi prima di ritirarsi. Inoltre, quel che non poteva essere depredato è stato distrutto: scuole, asili, edifici della pubblica amministrazione, automobili, libri, medicine, istituti di ricerca, e molto altro. Persino le macchine agricole, come i trattori, vennero distrutti o sabotati mentre furono sterminati animali e il cibo, stivato nei magazzini, venne o bruciato o avvelenato.
Fu una catastrofe per quel popolo, al pari di un genocidio. Mai nessuno condannò la Francia per questo, anzi, il colonialismo francese perdura attualmente.
La Guinea, distrutta dai francesi solo perché aveva ‘osato’ chiedere l’indipendenza, si trovò di fronte una sola alternativa, cioè quella di pagare una tassa alla Francia.

Il Togo ai tempi di De Gaulle

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, per porre fine alla colonizzazione francese, firmò un patto con il presidente De Gaulle accettando di pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti “benefici della colonizzazione francese”. Questo patto ha impedito che i francesi distruggessero il paese, come prima era avvenuto in Guinea. L’importo richiesto e ottenuto dalla Francia era enorme, tanto che il cosiddetto “debito coloniale” era pari al 40% del bilancio del paese nel 1963.
Il sogno di Olympio, che rimase tale, era quello di costruire uno Stato indipendente e autosufficiente, ma i francesi avevano ormai ipotecato l’intero loro futuro.

La Legione Straniera e i colpi di stato

La storia ha dimostrato che, nonostante anni di lotta africana per liberarsi dagli oppressori, la Francia ha ripetutamente usato molti legionari per organizzare ed effettuare colpi di stato contro i presidenti democraticamente eletti. Ciò ha incluso Jean-Bedel Bokassa che assassinò David Dacko, il primo Presidente della Repubblica Centrafricana.
Negli ultimi cinquanta anni si contano un totale di ben 67 colpi di stato verificatisi in 26 paesi africani, di questi 16 sono ex colonie francesi. Ciò indica che la Francia ha continuamente cercato il modo di accaparrarsi il controllo, e la loro ‘povera’ ricchezza, di molti paesi africani.

Tasse coloniali per miliardi

Ma non è solo la Guinea o il Togo ad avere questo fardello, bensì, si badi bene, in tutto sono 14 i paesi africani dove tuttora viene applicata una tassazione da parte dei francesi.
franciafricaA gennaio 2014, 14 paesi africani sono obbligati dalla Francia, attraverso un patto coloniale, di pagare tasse pari all’85% delle loro riserve valutarie. Queste tassazioni vengono eseguite sotto il diretto controllo da parte della banca centrale francese e del ministero delle Finanze. Gli importi di questa tassazione vengono stimati in 500 miliardi di dollari ogni anno. I leader africani che rifiutano di pagare o sono stati uccisi o si sono ritrovati vittime di colpi di stato. I capi di stato che obbediscono vengono sostenuti politicamente e ricompensati dalla Francia, garantendo loro uno stile di vita sontuoso, mentre il loro popolo sopporta condizioni di estrema povertà e disperazione.
I patti di colonizzazione francese prevedono, a partire dal 1950, che i paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali alla banca centrale della Francia. Negli anni la Francia ha continuato a trattenere le riserve nazionali di questi quattordici paesi africani: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e il Gabon.
La Francia consente loro di accedere solo al 15% del denaro ogni anno. Se hanno bisogno di più risorse, nessun problema, la Francia li ‘agevola’ in questo: presta loro il denaro extra necessario, da parte del Tesoro francese, applicando i normali ‘tassi commerciali’.
La Francia ha quindi indebitato e schiavizzato gli africani, appropriandosi di ogni ricchezza dell’Africa. Il cosiddetto sventurato ‘Terzo Mondo’, in realtà tanto povero non era. Ora quella popolazione fugge dalla carestia per raggiungere un’Europa ricca, senza pensare che molti paesi europei dove sono diretti, hanno determinato la carestia africana arricchendosi ancora oggi appropriandosi delle loro ricchezze.

Quindi, la prossima volta che sentiamo dire in TV che i migranti africani fuggono dalla carestia, pensiamo anche alla Francia.

Preso da: http://altritempi.info/limpero-colonialista-francese-in-africa/

Libia, anniversario morte di Gheddafi, ma oggi molti lo rimpiangono

Il 20 ottobre è l’anniversario della morte di Muammar Gheddafi, fatto barbaramente uccidere dai sicari della Nato inviati in Libia per destabilizzare il nord Africa.
Molti ne hanno approfittato per rimpiangerlo, per denigrarlo e comunque per parlare di lui attraverso siti e blog.
Questo anniversario sta passando inosservato nei grandi media che evitano di ricordare quello che fu un omicidio commissionato dalle “centrali di potere internazionale” che hanno voluto distruggere la Libia, ma ancora prima l’Iraq e l’Afghanistan e che negli ultimi anni hanno tentato la stessa cosa in Siria.
Oggi la Libia è un paese semi distrutto, il caos regna sovrano e si sta allargando a macchia d’olio.

Quelli che erano allora i leader dell’Occidente  applaudirono alla sua morte, francesi, italiani e americani in prima linea, ma oggi in tanti rimpiangono Gheddafi, ma gli errori sono stati talmente tanti che oggi, la condizione è disperata per tutto il popolo libico che invece sotto il potere di Gheddafi aveva un tenore di vita che era considerato  il più alto di tutta l’Africa.
I cittadini godevano di sanità e scuola gratuita e di qualità, forniture di acqua e gas e un poter che era capace di tenere unite le tribù.
Le immagini della sua morte sono impresse nella mente di tanti di noi, ma ancora di più i quello che sta avvenendo in quelle terre da sei anni a questa parte.

Originale, con 2 video : http://www.cagliaripad.it/262673/libia-anniversario-morte-gheddafi-oggi-molti-lo-rimpiangono

Libia: prima e dopo Gheddafi

19 ottobre 2017

A distanza di 6 anni dalla “rivoluzione per la libertà” la Libia è disgregata in diversi territori controllati da vari gruppi armati.
Libia prima e dopo Gheddafi

 

Le due principali forze politiche in conflitto non riescono fino ad oggi a formare un unico governo.

Preso da: https://it.sputniknews.com/infografica/201710195157951-Libia-prima-e-dopo-Gheddafi/

Luis Moreno Ocampo e le sue società offshore

L’ex procuratore capo della Corte penale internazionale de l’Aia è stato azionista di quattro sigle registrate in paradisi fiscali. Una delle quali attiva proprio quando l’avvocato argentino guidava le indagini contro i criminali di guerra
 
di Stefano Vergine e EIC Network – Indagine di Sven Becker (Der Spiegel)


Luis Moreno Ocampo e le sue società offshore

Il 15 agosto 2012, due mesi dopo aver lasciato il posto di procuratore capo presso la Corte Penale Internazionale, l’avvocato argentino Luis Moreno Ocampo riceve un bonifico da 50 mila dollari sul suo conto presso la banca olandese Abn Amro. Il denaro arriva dalla Svizzera, ma a ordinare il trasferimento è stata la Tain Bay Corporation, una società registrata a Panama. Non sarà l’ultimo bonifico proveniente dal Centro America. Nei mesi successivi, sempre via Svizzera, la società panamense trasferisce infatti altri 140mila dollari sul conto di Ocampo. Chi si nasconde dietro la Tain Bay Corporation? Secondo i documenti ottenuti da Mediapart e analizzati dal consorzio di giornalismo investigativo Eic, rappresentato in Italia da L’Espresso, dietro la Tain Bay Corporation ci sono Ocampo e sua moglie. E questa non è l’unica società offshore dell’ex procuratore della Corte internazionale de l’Aia.

I documenti dimostrano infatti che Ocampo e consorte hanno fatto rotta su parecchi altri Paesi dove le tasse sono minime e il segreto bancario è massimo: Isole Vergini Britanniche, Belize, Uruguay. Perché? Il procuratore capo, dice lo statuto della Corte penale internazionale, deve essere una persona di «elevata caratura morale», non coinvolta «in qualsiasi tipo di attività che possa interferire con le sue funzioni da procuratore o influenzare la fiducia nella sua indipendenza». Il tribunale de L’Aia va infatti a caccia dei personaggi più cattivi al mondo, e per salvaguardarne la reputazione i suoi investigatori devono poter vantare un profilo impeccabile. Perché allora Ocampo risulta collegato a delle società offshore? E da dove arrivano i soldi incassati da quelle società?

Panama, Belize, Uruguay e le Isole Vergini Britanniche sono luoghi perfetti per eludere le tasse e far perdere le tracce di strane operazioni finanziarie. Ocampo dovrebbe saperlo meglio di altri. Prima di iniziare il suo lavoro a l’Aia, nel 2003, è stato infatti un esperto anticorruzione, inizialmente come procuratore in Argentina, poi come presidente della ong Transparency International in America Latina e nei Caraibi, organizzazione che combatte da tempo i paradisi fiscali. Particolari che rendono ancor più sorprendente il fatto che Ocampo gestisse almeno una società offshore durante il suo mandato presso la Corte de l’Aia. In quegli anni il procuratore e sua moglie erano infatti azionisti della Yemana Trading, sigla registrata alle Isole Vergini Britanniche e gestita da Mossack Fonseca, lo studio legale al centro dello scandalo Panama Papers.

Di fronte alle domande di Der Spiegel, membro del consorzio Eic, Ocampo non ha negato l’esistenza della Tain Bay, e nemmeno quella delle altre tre società offshore: Yemana Trading, basata alle Isole Vergini Britanniche; Lucia, registrata in Belize e controllata dalla moglie; Transparent Markets, con sede fiscale in Uruguay. «Le società offshore non sono illegali», ci ha risposto l’avvocato spiegando che in Argentina i depositi bancari non sono stati sempre sicuri. «Ho dovuto proteggermi in un Paese in cui le banche un giorno decidono di prendere i tuoi averi. Quindi sì, ho tenuto soldi fuori dall’Argentina». Evasione fiscale? Assolutamente no, ha risposto Ocampo aggiungendo di aver sempre dichiarato le tasse nei Paesi Bassi durante il suo mandato a l’Aia. Sul fatto di non aver mai dichiarato alla Corte penale l’esistenza di queste società offshore, il giurista argentino ha commentato: «Non me lo hanno mai chiesto».

La panamense Tain Bay è stata cancellata dal registro delle imprese nel febbraio del 2015. I documenti raccontano che in quel periodo Crédit Agricole ha chiesto  a Ocampo di prendere in considerazione la possibilità di tornare in futuro tra i clienti della banca. La risposta dell’ex procuratore capo della Corte penale internazionale è stata che prima voleva guadagnare qualche altro milione di dollari. Poi sarebbe tornato.   

La Libia, dall’era Gheddafi ai giorni nostri

Nel 1967 il colonnello Gheddafi ereditò una delle Nazioni più povere in Africa ma, al momento in cui il leader libico fu assassinato, aveva trasformato la Libia in una nazione fra le più ricche.


La Libia aveva il più alto PIL pro capite e la speranza di vita nel paese era in costante crescita, nel contempo pochissime persone vivevano sotto la soglia di povertà rispetto ad altri paesi africani. In oltre quaranta anni Gheddafi aveva promosso la democrazia economica utilizzando la ricchezza del petrolio per sostenere programmi di assistenza sociale per tutti i libici. Sotto il governo di Gheddafi i libici godevano di assistenza sanitaria e istruzione gratuita, ma anche l’energia elettrica era a zero costo e i prestiti bancari alle famiglie, per mutui o spese per le normali attività domestiche, venivano erogati senza applicare alcun interesse.

A differenza di molte altre nazioni arabe, le donne nella Libia di Gheddafi avevano il diritto all’istruzione, ricoprivano incarichi pubblici, potevano sposare chi volevano, divorziare, possedere beni e disporre di un reddito. Nel 1969 solo poche donne frequentavano l’Università mentre nel 2011 più della metà degli studenti universitari della Libia erano donne. Una delle prime leggi operate da Gheddafi nel 1970 era la pari retribuzione fra uomini e donne.
Il 4 gennaio 2011 lo stesso Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite aveva riconosciuto ed elogiato Gheddafi (leggi il documento) per la sua promozione dei diritti civili e delle donne. In pratica prima lo hanno lodato e pochi mesi dopo chi lo ha ucciso si è giustificato dicendo di aver liberato il mondo da un pericoloso e sanguinario dittatore. Assurdo!

Il dopo Gheddafi

A seguito del scellerato intervento francese e della NATO del 2011, la situazione attuale è un vero disastro annunciato. La Libia è ormai uno stato fallito e la sua economia è allo sfascio. Non vi è un controllo governativo e l’amministrazione dello Stato scivola tra le dita dei fantocci eletti dall’ONU per finire nelle mani dei combattenti delle milizie locali, facenti parte di tribù islamiste che al tempo di gheddafiana memoria erano dei classici criminali.

In pratica l’occidente ha consegnato le chiavi della nazione a una banda di assassini spietati e senza regole. Tutto questo pur di liberarsi di un Gheddafi che aveva finanziato metà campagne elettorali dei leader democratici europei (Sarkozy per esempio).
Il risultato oggi è ben chiaro: per merito dell’intervento Francia/Nato la Libia ha ora due governi, ognuno di questi con il proprio primo ministro, Parlamento e persino esercito.
Il Parlamento, quello che era stato eletto per volere dell’ONU e riconosciuto dalla cosiddetta ‘comunità internazionale’, è stato spazzato via da Tripoli dalle milizie islamiste che poi hanno assunto il controllo della capitale nonché in altre città. Nella parte orientale del paese, quello che tutti riconoscono come il governo ‘legittimo’ e dominato da coloro che si professano anti-islamisti, è stato esiliato a un migliaio di chilometri di distanza dalla capitale, precisamente a Tobruk, e di fatto non governa più nulla.
La caduta di Gheddafi ha creato tutti gli scenari peggiori del paese: le ambasciate occidentali non esistono più, il sud del paese è diventato un rifugio per i terroristi e il nord un centro del traffico di migranti. Egitto, Algeria e Tunisia hanno chiuso tutti i loro confini con la Libia. Nel paese vi è un contesto di illegalità assoluta, si va dallo stupro diffuso agli omicidi di massa che restano assolutamente impuniti.

La strategia futura della CIA

 L’America, da sempre impegnata a esportare libertà e democrazia nel mondo :-), riesce a contribuire in questo disastroso scenario alimentando una terza via. Non bastano i due governi, ormai totalmente inutili e inetti, ora in Libia ci sono gli Stati Uniti che aprono un nuovo scenario con una terza forza, totalmente indipendente dalle altre due. Ed è la solita CIA, il servizio di maggior intelligence 🙂 esistente al mondo, a individuare la soluzione di tutti i mali libici attraverso la figura del generale Khalifa Belqasim Haftar quale prossimo leader libico e, per questo, l’interessato già mira ad autoproclamarsi ‘nuovo dittatore’ della Libia.
Tanto per capire di che personaggio stiamo parlando, si sappia che il generale Haftar, antico nemico giurato di Gheddafi tanto da dover fuggire dal paese, si era trasferito in USA, in Virginia, guarda caso proprio vicino al quartier generale della CIA, dove si dice sia stato addestrato dall’Agenzia per prendere parte ai numerosi tentativi di golpe in Libia, sempre falliti fino al 2011, per rovesciare Gheddafi.
Non solo, nel 1991 il New York Times riferiva che Haftar era uno dei seicento soldati libici addestrati dalla CIA in atti di sabotaggio e altre azioni di guerriglia per rovesciare il regime di Gheddafi. Questo mini esercito libico/americano è stato costituito dal presidente Reagan e mantenuto integro fino all’intervento francese del 2011.

Il vero obiettivo dell’occidente

In realtà, l’obiettivo dell’occidente non era certo quello di aiutare il popolo libico, asserendo che in Libia si era oppressi e soffocati da un dittatore talmente crudele che aveva la colpa di aver contribuito a far vivere il più alto tenore di vita in Africa, bensì di spodestare Gheddafi, installare un regime fantoccio e ottenere il controllo delle risorse naturali della Libia.
Non ci vuole un Qi troppo elevato per capirlo, eppure dai mass media leggiamo ancora oggi che la Libia è stata liberata da un tiranno per garantire la democrazia e gli equilibri in Medio Oriente. E il bello è che ci credono in tanti.

Un decennio di fallimenti militari giustificato da un business miliardario

Qualche anno fa la Nato ha dichiarato che la missione in Libia era stato “uno dei più riusciti nella storia della Nato”. A parte il fatto che molto del merito va alla ‘furbesca’ Francia e non certo alla Nato, la verità è sotto gli occhi di tutti: questo intervento occidentale non ha prodotto nulla se non fallimenti colossali in Libia, Iraq e Siria. E parliamoci chiaro: prima del coinvolgimento militare occidentale, queste tre nazioni erano gli Stati più moderni e laici esistenti in Medio Oriente e in tutto il nord Africa, con il più alto tasso di godimento dei diritti della donna e del tenore di vita.
Un decennio di fallimentari spedizioni militari in Medio Oriente ha lasciato il popolo americano un trilione di dollari di debito. Tuttavia qualcuno in particolare negli USA hanno beneficiato immensamente per tali costose e mortali guerre: l’industria militare americana.
La costruzione di nuove basi militari significa miliardi di dollari per l’élite militare statunitense. È dai tempi del bombardamento dell’Iraq che gli Stati Uniti hanno costruito nuove basi militari in Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman e Arabia Saudita. Dopo l’Afghanistan gli Stati Uniti hanno costruito basi militari in Pakistan, Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan, mentre dopo la Libia hanno realizzato nuove basi militari in Seychelles, Kenya, Sud Sudan, Niger e Burkina Faso.
In tutti questi paesi a presenza militare americana sono a basso tenore di vita della popolazione e a forte limitazione delle libertà individuali, delle donne in special modo.
Infine, il flusso dei migranti rischia di far ‘scoppiare’ l’Europa. E qui ricordo la profezia di Gheddafi che, a quanto pare, si sta puntualmente avverando quando nel 2011 disse:

“State bombardando il muro che si erge sulla strada dei migranti e dei terroristi verso l’Europa”.

Di ogni intervento americano nel mondo non esiste un fattore positivo per l’Umanità, bensì serve a rendere invincibile chi, come Trump, dice di avere “il pulsante più grande che, tra l’altro, funziona”.
Eh sì, vediamo bene come funziona.
Questo articolo è stato pubblicato qui

Preso da: https://www.agoravox.it/La-Libia-dall-era-Gheddafi-ai.html

Dal tribunale dell’Onu ai crimini di guerra in Libia: ecco come Ocampo ha aiutato Haftar

Dopo aver diretto le indagini della Corte Penale Internazionale, il giurista argentino si è messo a lavorare per una delle fazioni del conflitto. Quella del generale che controlla la Cirenaica. Ben sapendo degli orrori commessi dai suoi uomini sul campo
di Stefano Vergine e EIC Network – Indagine di Hanneke Chin-A-Fo, NRC

29 settembre 2017

Dal tribunale dell'Onu ai crimini di guerra in Libia: ecco come Ocampo ha aiutato Haftar 

È stato uno dei magistrati più importanti al mondo: il primo procuratore capo dell’Icc, la Corte penale internazionale de L’Aia, il tribunale creato dall’Onu per giudicare i crimini di guerra. Ma Luis Moreno Ocampo, argentino classe 1952, non è solo questo. Migliaia di documenti ottenuti dalla testata online francese Mediapart e analizzati dal consorzio giornalistico Eic, di cui fa parte L’Espresso, permettono di svelare retroscena inediti sull’uomo che per nove anni ha diretto le più importanti indagini sui crimini di guerra.  A partire dalle sue società offshore , scatole basate in paradisi fiscali e usate per movimentare soldi, anche durante il suo mandato all’Icc.

Studiando le carte, il consorzio giornalistico Eic ha ricostruito una vicenda che interessa da vicino l’Italia. Una storia che riguarda la Libia, nazione che Ocampo conosce bene avendo condotto le indagini che portarono nel giugno del 2011 a spiccare mandati d’arresto contro Muhammar Gheddafi, suo figlio Saif al-Islam e il capo dei servizi segreti militari, Abdullah al Senussi. Una volta lasciato l’incarico al Tribunale de l’Aia, l’avvocato sudamericano si è messo in proprio. Ha ottenuto un contratto da 3 milioni di dollari per offrire consulenza legale all’uomo d’affari libico Hassan Tatanaki, con l’obiettivo ufficiale di portare “la pace nel Paese nordafricano”.

Peccato che Tatanaki non sia un uomo qualunque. È un alleato di Khalifa Haftar, il generale che controlla la parte orientale del Paese e sta oggi trattando con le potenze mondiali per disegnare il futuro assetto del Paese. Insomma, l’ex procuratore capo della Corte internazionale si è messo a lavorare per una delle fazioni in guerra. E ha continuato a farlo pur sapendo che lo stesso Tribunale stava indagando su possibili crimini contro l’umanità commessi da Haftar e dai suoi luogotenenti.

Il rapporto professionale tra Ocampo e Tatanaki inizia a marzo del 2015, tre anni dopo che il giurista argentino ha lasciato l’Aia. Il progetto si chiama Justice First, un’organizzazione fondata dallo stesso Tatanaki e definita super partes. Il compito affidato all’ex procuratore capo dell’Icc è infatti quello di raccogliere prove sulla violazione dei diritti umani da parte delle fazioni in guerra e portarle all’attenzione della Corte Internazionale, oltre che dei giudici libici. «È un modo per sbloccare i negoziati», spiegò nel maggio del 2015 Ocampo in un’intervista alla Cnn, «senza giustizia in Libia ci saranno più ritorsioni e più sangue». Come dire: se i cattivi vengono messi fuori gioco, si creeranno maggiori possibilità affinché i leader tribali si accordino per la pace.

Per tutto questo Ocampo verrà compensato, e con un paga di molto superiore rispetto a quella che percepiva a l’Aia. Il suo stipendio netto da procuratore capo del Tribunale internazionale era di 150mila dollari all’anno. L’offerta libica prevede invece un contratto di tre anni, con una paga da 1 milione di dollari lordi all’anno più un diaria da 5mila dollari. Il problema non è però lo stipendio, ma il profilo del nuovo datore di lavoro dell’avvocato argentino.

Tatanaki è un miliardario che ha fatto fortuna sotto Gheddafi, collaborando anche personalmente con la famiglia dell’ex leader libico. Proprietario della Challenger Limited, una società che lavora per le grandi compagnie petrolifere, ha presto allargato i suoi interessi all’agricoltura, all’immobiliare e al settore dei media. E subito dopo la caduta del regime, si è messo a lavorare per riportare stabilità nel Paese con il progetto Justice First. Ma Tatanaki non è un semplice peacemaker. È in stretto contatto con Haftar, da lui stesso definito un partner. Insomma sostiene una delle fazioni in guerra.

I documenti analizzati dal network Eic non aiutano a capire se Ocampo fosse consapevole fin dal principio di questo conflitto d’interessi. Ma di certo lo ha capito poco dopo aver iniziato il suo nuovo lavoro da consulente. Il 12 maggio 2015, sei giorni dopo la presentazione ufficiale del progetto Justice First, la Corte Penale Internazionale è al lavoro proprio sulla Libia. Fatou Bensouda, la giurista gambiana succeduta a Ocampo, informa il Consiglio di Sicurezza dell’Onu delle notizie a sua disposizione.

Dice di aver notato che le truppe di Haftar, così come la maggior parte delle fazioni sul campo, ignorano continuamente il rispetto dei diritti umani. La nuova responsabile della Procura de l’Aia si definisce «preoccupata» per l’Operazione Dignità, l’offensiva militare lanciata da Haftar nel 2014 intorno alla città di Bengasi con l’obiettivo ufficiale di combattere l’Isis, ma diretta in realtà anche contro altre milizie coinvolte nella guerra. La preoccupazione di Bensouda deriva dal fatto che, attraverso l’Operazione Dignità, Haftar e il suo “Esercito Nazionale Libico” stanno bombardando aree densamente popolate, causando così la morte di parecchi civili, e non mancano i sospetti di tortura sui prigionieri di guerra.

Sei giorni dopo, il 18 maggio, avviene un altro fatto che dovrebbe far capire chiaramente a Ocampo di aver scelto un cliente sbagliato. L’avvocato argentino riceve una email da una sua ex collaboratrice che lavora ancora presso il Tribunale de l’Aia. «I miei colleghi stanno trovando cose preoccupanti su Tatanaki. Volevo condividerle con te», si legge nel messaggio. Ocampo viene così a sapere che una delle televisioni possedute da Tatanaki poco tempo prima ha mandato in onda un’intervista con uno dei comandanti dell’aviazione di Haftar.

Il colonnello in questione ha dichiarato che ucciderà chiunque non si unirà all’Operazione Dignità. Questi uomini sono traditori e vanno massacrati, è il messaggio, e le loro mogli devono essere violentate. «Questo canale televisivo è di proprietà di Tatanaki», scrive l’ex collaboratrice di Ocampo nella email: «mandare in onda persone che dicono cose del genere è istigazione a commettere crimini vietati dallo Statuto di Roma (il trattato istitutivo della Corte Penale Internazionale, ndr). Sono cose di cui dovresti essere consapevole».

Nonostante l’avvertimento dell’ex collega e il discorso di Bensouda al Consiglio di Sicurezza, Ocampo sceglie di non allontanarsi da Tatanaki. Al contrario: inizia a lavorare per evitare che l’imprenditore libico finisca indagato dalla Corte Penale Internazionale. In una email inviata all’assistente di Tatanaki, l’avvocato argentino scrive che «il comandante non deve dire quelle cose….il canale non deve promuoverle». E aggiunge: «Ora dobbiamo trovare una strategia per isolare Hassan».

L’obiettivo sembra quindi chiaro: la protezione legale di Tatanaki è importante almeno quanto la fine delle ostilità in Libia. Ma pochi giorni dopo quel messaggio sulla necessità di trovare «una strategia per isolare Hassan», succede qualcosa che complica ulteriormente lo scenario. A Tobruk, una città della Cirenaica, il primo ministro del governo libico riconosciuto dalla comunità internazionale, Abdullah Al-Thinni, sfugge ad un attentato. Qualcuno nascosto in mezzo a una folla di dimostranti ha cercato di sparargli.

Secondo l’agenzia di stampa Associated Press, poco prima dell’attacco un leader tribale aveva minacciato il primo ministro. E ancora una volta il mezzo utilizzato era stato il canale televisivo di Tatanaki: «Questo primo ministro deve rassegnare le dimissioni, altrimenti gli spaccheremo la testa», sono state le parole pronunciate dal leader tribale sul canale di Tatanaki. L’agenzia di stampa scrive anche che, secondo fonti anonime, dietro l’attacco ad Al-Thinni c’è proprio Tatanaki. Un’accusa che non trova riscontri precisi, se non per il fatto che l’imprenditore libico è considerato da tutti un nemico del premier. La settimana dopo l’attentato Ocampo e Tatanaki si parlano. L’assistente dell’imprenditore riassume i risultati dell’incontro in un nuovo piano strategico. Al terzo punto si legge: «Proteggere HT da azioni legali». È in questo periodo che Hassan Tatanaki paga i primi 750mila dollari di stipendio a Ocampo sul suo conto corrente.

Con il passare del tempo l’ex procuratore capo del Tribunale Internazionale si rende conto che Tatanaki vuole raggiungere la pace in Libia solo se questo coincide con la vittoria di Haftar.  «Hassan è troppo fazioso e io non credo che sarà in grado di andare avanti avendo un approccio più inclusivo. Questo mi mette a disagio», scrive l’avvocato argentino in una email inviata a un conoscente americano. Ma le certezze sulle reali intenzioni del nuovo datore di lavoro non sono ancora sufficienti per abbandonare l’incarico.

Il lavoro finirà infatti per volontà dello stesso Tatanaki. Questo almeno è quello che ci ha detto Ocampo. Intervistato sulla vicenda da Der Spiegel, membro del consorzio Eic, l’ex procuratore capo dell’Icc ha ammesso l’esistenza di un contratto di tre anni fra lui e l’imprenditore libico, ma ha precisato che la collaborazione è terminata dopo soli tre mesi per volontà dello stesso Tatanaki: «Non so cosa gli sia successo: mi ha chiamato e mi ha detto: “La finiamo qui”». Ocampo ci ha anche assicurato di aver consigliato al suo cliente di non collaborare con Haftar. «Se dai soldi ad Haftar e sai cosa sta facendo, puoi finire sotto indagine: questo naturalmente gliel’ho detto», sono state le parole di Ocampo. Il quale resta comunque convinto di aver fatto la cosa giusta mettendosi al servizio dell’imprenditore vicino ad Haftar. «Mettere a posto la Libia da un punto di vista legale era una buona causa», è stata la sua risposta, «semplicemente non ha funzionato».

Su questo, in effetti, non ci sono dubbi. A sei anni dalla morte di Gheddafi, il Paese è ancora nel caos e non si vedono soluzioni credibili all’orizzonte. Di certo nel frattempo Haftar ha conquistato credibilità agli occhi della comunità internazionale, come dimostra – ultimo in ordine di tempo – l’incontro avvenuto il 26 settembre a Roma tra il generale libico e i vertici dello Stato italiano. I crimini di guerra commessi dai suoi uomini? Il mese scorso, su richiesta di Fatou Bensouda, la Corte Penale de l’Aia ha emesso un mandato d’arresto nei confronti di Mahmoud al-Werfalli, uno dei comandanti dell’esercito di Haftar, per alcuni omicidi commessi negli ultimi due anni. Segno che anche il secondo obiettivo di Ocampo – evitare le accuse nei confronti degli uomini del generale – non è stato raggiunto.

Il cancro della guerra: gli Stati Uniti ammettono l’uso di munizioni radioattive in Siria

30 settembre 2017
( RPI ) Nonostante abbia promesso di non usare munizionamento all’ uranio impoverito nella sua azione militare in Siria, il governo degli Stati Uniti ha ora ammesso di aver usato migliaia di munizioni radioattive nel territorio siriano. Come riferisce la rivista Foreign Policy  :

 “Il portavoce Maj. Josh Jacques,  del Comando Centrale statunitense (CENTCOM), ha detto a Airwars e Foreign Policy che tra il 16 novembre e il 22 novembre 2015 sono stati usati 5,265 nastri di di proiettili da 30 millimetri  contenenti  uranio impoverito (DU) da aerei di tipo A-10 della US Air Force, che hanno distrutto circa 350 veicoli nel deserto orientale del paese “.

Il portavoce dell’Inherent Resolve John Moore ha affermato nel 2015 che:
“Gli aeromobili americani e della coalizione non sono hanno e non utilizzeranno munizioni con uranio impoverito in Iraq o Siria durante l’operazione Inherent Resolve”.

Ora sappiamo che non è vero.
Numerosi studi hanno trovato che l’uranio impoverito è particolarmente dannoso quando la polvere viene inalata dalla vittima. Un studio di University of Southern Maine ha  scoperto  che:
“… DU danneggia il DNA nelle cellule polmonari umane. La squadra, guidata da John Pierce Wise, ha esposto colture di cellule a composti di uranio a diverse concentrazioni.
“I composti causarono interruzioni nei cromosomi all’interno delle cellule e impedirono loro di crescere e di dividere in modo sano. “Questi dati suggeriscono che l’esposizione al particolato DU può rappresentare un rischio significativo [danni al DNA] e potrebbe causare un cancro al polmone”, ha scritto la squadra nella rivista Chemical Research in Toxicology.

Dobbiamo ricordare che gli Stati Uniti sono impegnati in attività militari in Siria in violazione della legge internazionale e statunitense. Non esiste un’autorizzazione del Congresso per l’azione militare USA contro l’ISIS in Siria e le Nazioni Unite non hanno autorizzato la forza militare in violazione della sovranità della Siria.

I cittadini innocenti della Siria saranno costretti a sopportare un aumento dei rischi di cancro, difetti congeniti alla nascita e altre malattie legate all’esposizione a materiali radioattivi. L’uranio depletato è il sottoprodotto dell’arricchimento dell’uranio per alimentare le centrali nucleari e d ha un durata di depotenziamento della radioattività che dell’ordine di centinaia di milioni di anni. I danni al territorio siriano continueranno quindi a lungo anche dopo che chiunque è coinvolto nelle ostilità attuali è morto.
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Preso da: http://www.vietatoparlare.it/cancro-della-guerra-gli-stati-uniti-ammettono-luso-munizioni-radioattive-siria/

Quei filmati di Al Qaeda? Li faceva il Pentagono

5 ottobre 2016

di MARCELLO FOA – I video di Al Qaeda? Così falsi da sembrare veri e commissionati non da Bin Laden, ma dal Pentagono, per il tramite dell’agenzia di PR britannica Bell Pottinger che per almeno cinque anni ha lavorato in Iraq su mandato del Dipartimento della difesa americano ottenendo un compenso di oltre 100 milioni di dollari all’anno. Totale: 540 milioni di dollari, una cifra esorbitante.
Sì, sì, avete letto bene: certi filmati di Al Qaeda erano “made in USA”. A rivelarlo è il Bureau of Investigative Journalism in un’ottima inchiesta appena pubblicata sul web, incentrata sulla testimonianza di un video editor, Martin Wells, che quei filmati li ha fatti in prima persona, e riscontri nei documenti ufficiali.

La storia è intrigante, quasi da film. Siamo a Londra. Wells, un video operatore free lance, nel maggio del 2006 viene contattato con la prospettiva di un contratto in Medio Oriente e al primo colloquio si accorge che il committente è molto particolare. Non è la solita società di produzione ma l’ambiente in cui viene accolto è militare; anzi di intelligence militare. Viene scortato da guardie armate all’ultimo piano di un palazzo. Il colloquio è breve e gli comunicano subito l’assunzione perché hanno fatto delle verifiche sul suo conto e lo hanno trovato «pulito». Tempo 48 ore e si trova a Baghdad in una base ultraprotetta, una centrale dove vengono pianificate operazioni di guerra psicologica, in gergo le psyops, alcune delle quali tradizionali. “Dovevamo produrre filmati “bianchi” ovvero nei quali la fonte era dichiarata, tendenzialmente si trattava di spot contro Al Qaeda”, spiega Wells.
Ma altre erano decisamente meno trasparenti. “La seconda tipologia era ‘grigia’: finti servizi giornalistici che poi venivano mandati alle Tv arabe”. E poi c’era quella “nera” in cui la paternità dei video era “falsamente attribuita”. Insomma false flag, che Wells spiega così: “Producevamo finti filmati di propaganda di Al Qaeda, secondo regole e tecniche precise; dovevano durare dieci minuti ed essere registrati su dei CD, che poi i marines lasciavano sul posto durante i loro raid, ad esempio durante un’incursione nelle case di persone sospettate di terrorismo. L’obiettivo era di disseminare questi video in più località, possibilmente lontani dal teatro di guerra” perché scoprire filmati di quel genere in località insospettabili avrebbe aumentato il clamore e l’interesse mediatico. Dunque non solo a Baghdad, ma anche “in Iran, in Siria (prima della guerra) e persino negli Stati Uniti”.
Capito? Certi angoscianti scoop che rimbalzavano sul web o in Tv in realtà erano fabbricati a tavolino da una società di PR britannica all’interno di una base statunitense in Iraq. E vien da sorridere pensando che poi erano la CIA o la Casa Bianca a certificarne l’autenticità.
Wells conferma modalità che gli esperti di spin conoscono bene. Il mandato viene affidato da un governo a società di consulenza esterne per aggirare la legge, evitare il controllo di commissioni parlamentari e proteggere le istituzioni nell’eventualità che queste operazioni vengano scoperte e denunciate dalla stampa, cosa che peraltro non accade quasi mai. I fatti svelati dal Bureau of Investigative Journalism infatti risalgono al periodo 2006-2011; nel frattempo la Bell Pottinger è passata di mano e le truppe americane si sono ufficialmente ritirate dall’Iraq. Lo scoop è sensazionale ma difficilmente assumerà rilevanza internazionale perché riguarda un passato lontano e infatti la maggior parte dei grandi media lo ha ignorato.
Intendiamoci. Il fatto che in un contesto di guerra, seppur particolare come quella al terrorismo, si possano concepire operazioni di questo tipo non sorprende. Lo insegnano, da secoli, Sun Tzu e Machiavelli. Il problema è che di solito sono limitate al teatro di guerra, mentre negli ultimi anni hanno assunto una valenza globale. Quella propaganda non è rivolta solo agli iracheni e agli attivisti di Al Qaeda ma anche ai cittadini del resto del mondo, persino agli americani nonostante la legge statunitense lo vieti espressamente. Ed è diventata sistematica. Sappiamo che la guerra in Iraq è stata proclamata su accuse inventate a tavolino. Sappiamo che i report sull’andamento della lotta ai telabani in Afghanistan sono stati falsificati per anni ingigantendo i successi dell’esercito americano, sappiamo delle manipolazioni mediatiche di alcuni drammatici episodi del conflitto in Siria e sappiamo anche che alcuni filmati dell’ISIS sono stati postprodotti e manipolati, in certi casi anche con risvolti comici, come quello in cui i terroristi scorrazzano per il deserto iracheno su un pick-up con le insegne di un idraulico del Texas.
La frequenza e l’opacità di questi episodi pone un problema di fondo, molto serio: quello dell’uso e soprattutto dell’abuso delle tecniche di psyops, che non può diventare un metodo implicito di governo attraverso il condizionamento subliminale ed emotivo delle masse. Non nelle nostre democrazie.

Gheddafi, 2011: «La scelta è tra me o Al Qaeda e L’Europa tornerà ai tempi del Barbarossa»

Da Ninco Nanco Blog
Una delle ultime interviste a Gheddafi, 2011.
Laurent Valdiguié , Journal du Dimanche
(traduzione di Daniela Maggioni) riportata sul  Corriere.it 2 nel Marzo 2011.

TRIPOLI – Qual è la situazione oggi?
«Vede… Sono qui…».
Cosa succede?
«Tutti hanno sentito parlare di Al Qaeda nel Maghreb islamico. In Libia c’erano cellule dormienti. Quando è esplosa la confusione in Tunisia e in Egitto, si è voluto approfittare della situazione e Al Qaeda ha dato istruzioni alle cellule dormienti affinché tornassero a galla. I membri di queste cellule hanno attaccato caserme e commissariati per prendere le armi. E’ successo a Bengasi e a Al-Baida, dove si è sparato. Vi sono stati morti da una parte e dall’altra. Hanno preso le armi, terrorizzando la gente di Bengasi che oggi non può uscir di casa e ha paura».

Da dove vengono queste cellule di Al Qaeda?
«I leader vengono dall’Iraq, dall’Afghanistan o anche dall’Algeria. E dal carcere di Guantanamo sono stati rilasciati alcuni prigionieri».
Come possono convincere i giovani di Bengasi a seguirli?
«I giovani non conoscevano Al Qaeda. Ma i membri delle cellule forniscono loro pastiglie allucinogene, vengono ogni giorno a parlare con loro fornendo anche denaro. Oggi i giovani hanno preso gusto a quelle pastiglie e pensano che i mitra siano una sorta di fuoco d’artificio».
Pensa che tutto questo sia pianificato?
«Sì, molto. Purtroppo, gli eventi sono stati presentati all’estero in modo molto diverso. E’ stato detto che si sparava su manifestanti tranquilli… ma la gente di Al Qaeda non organizza manifestazioni! Non ci sono state manifestazioni in Libia! E nessuno ha sparato sui manifestanti! Ciò non ha niente a che vedere con quanto è successo in Tunisia o in Egitto! Qui, gli unici manifestanti sono quelli che sostengono la Jamahiriya».
Quando ha visto cadere, in poche settimane, i regimi di Tunisia e Egitto, non si è preoccupato?
«No, perché? La nostra situazione è molto diversa. Qui il potere è in mano al popolo. Io non ho potere, al contrario di Ben Ali o Mubarak. Sono solo un referente per il popolo. Oggi noi fronteggiamo Al Qaeda, siamo i soli a farlo, e nessuno vuole aiutarci».
Quali opzioni le si offrono?
«Le autorità militari mi dicono che è possibile accerchiare i gruppuscoli per lasciare che si dileguino e per portarli pian piano allo sfinimento. Questa è gente che sgozza le persone. Che ha tirato fuori i prigionieri dalle carceri, distribuendo loro le armi, perché andassero a saccheggiare le case, a violentare le donne, ad attaccare le famiglie. Gli abitanti di Bengasi hanno cominciato a telefonare per chiederci di bombardare quella gente».
Le inchieste delle organizzazioni umanitarie parlano di 6.000 morti. Contesta questa cifra?
(Risata). «Le porto un esempio. C’è un villaggio abitato da meno di mille persone, compreso il segretario del comitato popolare. E’ stato detto che lui era in fuga verso l’estero. Invece, era qui, con me, sotto la mia tenda! E’ stato detto che c’erano stati 3.000 morti in questo villaggio che ne conta 1.000, e resta un luogo tranquillo, dove la gente non guarda nemmeno la tv».
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha preso una risoluzione contro la Libia…
«Non è competente per gli affari interni di un Paese. Se vuole immischiarsi, che invii una commissione d’inchiesta. Io sono favorevole».
Dal 1969 lei ha conosciuto 8 presidenti americani. L’ultimo, Barack Obama, dice che lei deve «andarsene» e lasciare il Paese…
«Che io lasci cosa? Dove vuole che vada?».
La Cirenaica è una regione dove lei ha sempre avuto dei detrattori. Non c’è richiesta di una più grande autonomia, di federalismo?
«E’ una regione poco popolata, che rappresenta il 25% della popolazione. Nel piano attuale, le abbiamo accordato 22 miliardi di dollari di investimenti. E’ una regione della Libia un po’ viziata».
Cosa si aspetta oggi?
«Che Paesi come la Francia si mettano al più presto a capo della commissione d’inchiesta, che blocchino la risoluzione dell’Onu al Consiglio di sicurezza e che facciano interrompere gli interventi esterni nella regione di Bengasi».
Quali interventi?
«So che esistono contatti semi-ufficiali, dei britannici o di altri europei, con personaggi di Bengasi. Abbiamo bloccato un elicottero olandese atterrato in Libia senza autorizzazione».
I piloti sono vostri prigionieri?
«Sì, ed è normale».
A sentir lei, tutto va bene».
«Il regime qui in Libia va bene. E’ stabile. Cerco di farmi capire: se si minaccia, se si cerca di destabilizzare, si arriverà alla confusione, a Bin Laden, a gruppuscoli armati. Migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. Bin Laden verrà ad installarsi nel Nord Africa e lascerà il mullah Omar in Afghanistan e in Pakistan. Avrete Bin Laden alle porte».
Lei agita lo spettro della minaccia islamica…
«Ma è la realtà! In Tunisia e in Egitto c’è il vuoto politico. Gli estremisti islamici già possono passare di lì. Ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo. La Sesta Flotta americana sarà attaccata, si compiranno atti di pirateria qui, a 50 chilometri dalle vostre frontiere. Si tornerà ai tempi di Barbarossa, dei pirati, degli Ottomani che imponevano riscatti sulle navi. Sarà una crisi mondiale, una catastrofe che dal Pakistan si estenderà fino al Nord Africa. Non lo consentirò!».
Lei sembra pensare che il tempo giochi in suo favore…
«Sì, perché il popolo è frastornato per quel che accade. Ma voglio farle capire che la situazione è grave per tutto l’Occidente e tutto il Mediterraneo. Come possono, i dirigenti europei, non capirlo? Il rischio che il terrorismo si estenda su scala planetaria è evidente».
Alle democrazie non piacciono i regimi che sparano sulla propria popolazione…
«Non ho mai sparato sulla mia gente! E voi non credete che da anni il regime algerino combatte l’estremismo islamico facendo uso della forza! Non credete che gli israeliani bombardano Gaza e fanno vittime fra i civili a causa dei gruppi armati che si trovano lì? Non sapete che in Afghanistan o in Iraq l’esercito americano provoca regolarmente vittime fra i civili? Qui in Libia non abbiamo sparato su nessuno. Sfido la comunità internazionale a dimostrare il contrario».
Gli americani minacciano di bloccare i suoi beni bancari…
«Quali beni? Sfido chiunque a dimostrare che io possegga un solo dinaro! Questo blocco dei beni è un atto di pirateria, fra l’altro imposto sul denaro dello Stato libico. Vogliono rubare denaro allo Stato libico e mentono dicendo che si tratta di denaro della Guida! Anche in questo caso, che ci sia un’inchiesta, affinché sia dimostrato a chi appartengono quei soldi. Quanto a me, sono tranquillo. Posseggo solo questa tenda».
Da Ninco Nanco Blog

Preso da: http://www.complottisti.com/gheddafi-2011-la-scelta-e-tra-me-o-al-qaeda-e-leuropa-tornera-ai-tempi-del-barbarossa/