Il ruolo della NATO nell’introduzione dei mercati di schiavi in Libia

di Ben Norton – 29 novembre 2017

Mercati di schiavi nel ventunesimo secolo. Esseri umani venduti per poche centinaia di dollari. Grandi proteste in tutto il mondo.
I media statunitensi e britannici si sono svegliati alla cupa realtà in Libia, dove profughi africani sono in vendita in mercati di schiavi all’aria aperta. Tuttavia un dettaglio cruciale di questo scandalo è stato minimizzato o persino ignorato in molti articoli della stampa dominante: il ruolo dell’Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO) nel portare lo schiavismo nella nazione nordafricana.
Nel marzo del 2011 la NATO ha lanciato una guerra in Libia espressamente mirata o rovesciare il governo del leader di lungo corso Muammar Gheddafi. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno attuato circa 26.000 missioni aeree sulla Libia e lanciato centinaia di missili da crociera, distruggendo la capacità del governo di opporsi alle forze ribelli.
Il presidente statunitense Barack Obama e il Segretario di Stato Hillary Clinton, assieme ai loro omologhi europei, hanno insistito che l’intervento militare era attuato per motivi umanitari. Ma il politologo Micah Zenko (Foreign Policy, 22 marzo 2016)  ha utilizzato materiali della stessa NATO per dimostrare come “l’intervento libico sia stato mirato sin dall’inizio al cambiamento di regime”.
La NATO ha appoggiato una molteplicità di gruppi ribelli in lotta sul campo in Libia, molti dei quali erano dominati da estremisti islamisti e che coltivano visione violentemente razziste. I militanti della roccaforte ribelle, appoggiata dalla NATO, di Misurata si riferivano addirittura a sé stessi nel 2011 come “la brigata per l’epurazione degli schiavi di pelle nera”, un’inquietante presagio di ciò che stava per accadere.

La guerra è finita nell’ottobre del 2011. L’aviazione statunitense ed europea ha attaccato il convoglio di Gheddafi ed egli è stato brutalmente assassinato da estremisti ribelli, sodomizzato con una baionetta. Il Segretario Clinton, che aveva avuto un ruolo decisivo nella guerra, ha dichiarato a CBS News (20 ottobre 2011) “Siamo venuti, abbiamo visto, lui è morto!” Il governo libico si è dissolto subito dopo.
Nei sei anni da allora la Libia è stata intorbidita da caos e bagni di sangue. Molti aspiranti governi sono in competizione per il controllo del paese ricco di petrolio e in alcune aree non c’è ancora nessuna autorità centrale funzionante. Sono morte molte migliaia di persone anche se i numeri reali sono impossibili da verificare. Milioni di libici sono finiti sfollati; un numero sbalorditivo, quasi un terzo della popolazione, era fuggito nella vicina Tunisia a tutto il 2014.
I media industriali, tuttavia, hanno in larga misura dimenticato il ruolo chiave svolto dalla NATO nel distruggere il governo della Libia, destabilizzando il paese e dando potere ai trafficanti di esseri umani.
Inoltre persino i pochi servizi giornalistici che in effetti riconoscono la complicità della NATO nel caos in Libia non fanno un passo ulteriore per dettagliare il violento razzismo, ben documentato, dei ribelli libici appoggiati dalla NATO che ha introdotto lo schiavismo dopo aver attuato la pulizia etnica e aver commesso crimini brutali contro i libici neri.

NATO, dove sei?
A metà novembre la CNN (14 novembre 2017) ha pubblicato un servizio esplosivo che ha offerto uno sguardo di prima mano sul mercato degli schiavi in Libia. La rete mediatica ha ottenuto un video terrificante che mostra giovani profughi africani messi all’asta, “ragazzi grandi e forti per lavoro contadino”, venduti per la ridicola cifra di 400 dollari.
Il vistoso rapporto multimediale della CNN includeva un’abbondanza di bonus: due video, due immagini animate, due fotografie e una mappa. Ma mancava qualcosa: la narrazione di mille parole non faceva alcuna menzione della NATO o della guerra del 2011 che aveva distrutto il governo libico, o Muammar Gheddafi, o di un qualunque contesto storico e politico.
Nonostante queste enormi carenze, il rapporto della CNN è stato diffusamente celebrato e ha avuto un impatto sull’apparato dei media industriale che diversamente si preoccupa poco dell’Africa del Nord. E’ seguito un turbine di servizi mediatici. Quei servizi hanno parlato in misura prevalente dello schiavismo in Libia come di un problema apolitico e immemorabile di diritti umani, non come di un problema politico radicato nella storia molto recente.
In narrazioni successive, quando dirigenti libici e delle Nazioni Unite hanno annunciato che avrebbero avviato un’indagine sulle aste di schiavi, la CNN (17 novembre 2017, 20 novembre 2017) ha nuovamente mancato di citare la guerra del 2011, per non parlare del ruolo della NATO in essa.
Un servizio della CNN (21 novembre 2017) su una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha segnalato: “Ambasciatori del Senegal e della Svezia hanno anche biasimato le cause alla radice del traffico: paesi instabili, povertà, profitti dal commercio di schiavi e assenza di forze dell’ordine”. Ma non ha spiegato perché la Libia è instabile.
Un altro articolo di approfondimento di 1.200 parole della CNN (23 novembre 2017) è stato altrettanto opaco.  Solo nel trentacinquesimo paragrafo di questo articolo di trentasei, il ricercatore di Human Rights Watch ha osservato: “Le autorità provvisorie libiche hanno menato il can per l’aia in virtualmente tutte le indagini supposte avviate da esse, e tuttavia mai concluse, dopo la rivolta del 2011”. La guida della NATO in quella rivolta del 2011 è stata tuttavia ignorata.
Un dispaccio dell’Agence France-Press pubblicato dalla Voice of America (17 novembre 2017) e da altri siti della rete ha analogamente mancato di fornire un contesto storico per la situazione politica in Libia. “Testimonianze raccolte da AFP in anni recenti hanno rivelato una litania di violazioni di diritti per mano di capi di bande, trafficanti di esseri umani e forze di polizia libiche”, diceva l’articolo, ma senza raccontare nulla di quanto avvenuto prima del 2017.
Anche servizi di BBC (18 novembre 2017), New York Times (20 novembre 2017), Deutsche Welle (ripresa da USA Today, 23 novembre 2017) e Associated Press (ripresa dal Washington Post, 23 novembre 2017) hanno mancato di citare la guerra del 2011, per non parlare del ruolo della NATO in essa.
Un altro articolo del New York Times (19 novembre 2017) ha in effetti fornito un po’ di contesto:
“Dopo che la rivolta della Primavera Araba del 2011 ha posto fine al dominio brutale del colonnello Muammar el-Gheddafi, la costa libica è diventata un centro di traffici e di contrabbando di esseri umani. Ciò ha alimentato la crisi dei migranti illegali che l’Europa si affanna a contenere dal 2014. La Libia, finita nel caos e nella guerra civile dopo la rivolta, è oggi divisa tra tre fazioni principali.
Tuttavia il Times ha continuato a cancellare il ruolo chiave della NATO nella rivolta del 2011.
In un resoconto delle vaste proteste scoppiate all’esterno di ambasciate libiche in Europa e Africa in reazione a notizie delle aste di schiavi la Reuters (20 novembre 2017) ha indicato: “Sei anni dopo la caduta di Muammar Gheddafi la Libia è ancora uno stato privo di legge dove gruppi armati competono per terre e risorse e reti di contrabbando di esseri umani operano impunemente”. Ma non ha fornito alcuna ulteriore informazione su come Gheddafi è stato rovesciato.
Un articolo dell’Huffington Post (22 novembre 2017), in seguito ripubblicato all’AOL (27 novembre 2017), ha in realtà ammesso che la Libia è “uno dei più instabili del mondo [sic], infangata in un conflitto da quando il dittatore Muammar Gheddafi è stato deposto e ucciso nel 2001”. Non ha fatto alcuna menzione della guida della NATO in tale deposizione e uccisione.
Parte del problema è stato l’indisponibilità di organizzazioni internazionali e segnalare la responsabilità di potenti governi occidentali. Nella sua dichiarazione sulle notizie di schiavismo in Libia, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres (20 novembre 2017)  non ha detto nulla riguardo a quanto è accaduto politicamente all’interno della nazione nordafricana negli ultimi sei anni. L’articolo del New Centre dell’ONU (20 novembre 2017) sui commenti di Guterres è stato semplicemente altrettanto privo di contesto e non informativo, così come il comunicato stampa (21 novembre 2017) sull’argomento dell’Organizzazione Internazionale per i Migranti (IOM).
Al Jazeera (26 novembre 2017) ha in effetti citato un dirigente dell’IOM che ha suggerito, nelle parole di Al Jazeera, che “la comunità internazionale dovrebbe dedicare più attenzione alla Libia post Gheddafi”. Ma il canale mediatico non ha fornito alcun contesto su come la Libia è diventata post Gheddafi, tanto per cominciare. In realtà la fonte di Al Jazeera ha fatto di tutto per rendere apolitico il tema: “Lo schiavismo del giorno d’oggi è diffuso in tutto il mondo e la Libia non è assolutamente un caso unico”.
Anche se è vero che lo schiavismo e il traffico di esseri umani sono attuati in altri paesi, questa diffusa narrativa mediatica depoliticizza il problema in Libia, che ha le sue radici in decisioni politiche esplicite prese da governi e dai loro leader: cioè la scelta di rovesciare lo stabile governo libico, trasformando la nazione nordafricana ricca di petrolio in uno stato fallito, governato da signori della guerra e milizie in competizione tra loro, alcune delle quali sono coinvolte nello schiavismo e nel traffico di esseri umani e ne lucrano.

Attenzione selettiva al dopo NATO in Libia
La copertura mediatica industriale sulla Libia rispecchia in larga misura quella sullo Yemen (FAIR.org, 20 novembre 2017, 31 agosto 2017, 27 febbraio 2017), sulla Siria (FAIR.org, 4 aprile 2017, 5 settembre 2017) e oltre: il ruolo del governo degli Stati Uniti e dei suoi alleati nel creare caos all’estero e minimizzato, se non del tutto ignorato.
Notevolmente, una delle sole eccezioni a questa prevalente tendenza dei media è arrivata in aprile dal, di tutti, comitato editoriale del New York Times. Il comitato editoriale del Times (14 aprile 2017) non ha usato mezzi termini nel collegare l’operazione militare appoggiata dagli USA alla catastrofe in corso:
“Nulla di tutto questo sarebbe possibile se non fosse per il caos politico in Libia dalla guerra civile nel 2011 quando, con il coinvolgimento della coalizione NATO comprendente gli Stati Uniti, è stato rovesciato il colonnello Muammar el-Gheddafi. I migranti sono diventati l’oro che finanzia le fazioni in guerra in Libia”.
Questa è una considerevole inversione di marcia. Immediatamente dopo l’avvio della guerra della NATO in Libia nel marzo del 2011 l’editoriale del Times (21 marzo 2011) aveva applaudito il bombardamento, sperticandosi: “Il colonnello Muammar el-Gheddafi è da molto un violento e un assassino che non ha mai pagato per i suoi crimini”. Aveva riversato poesia sullo “straordinario”, “sbalorditivo” intervento militare e sperava in una caduta imminente di Gheddafi.
L’editoriale del Times dell’aprile 2017 ha mancato poco di essere un mea culpa, tuttavia è rimasto una rara ammissione della verità.
All’epoca in cui era stato scritto questo editoriale sorprendentemente onesto, c’era stata brevemente un po’ di attenzione mediatica nei confronti della Libia. L’Organizzazione Internazionale per i Migranti aveva appena condotto un’inchiesta sullo schiavismo nel cambiamento della Libia post regime, determinando una serie di articoli giornalistici sul Guardian (10 aprile 2017) e altrove. In pratica non appena questa vicenda terribile aveva suscitato l’interesse dei media industriali, tuttavia, era presto scomparsa. L’attenzione era tornata alla Russia, alla Corea del Nord e allo spauracchio di turno.
Quando i governi occidentali speravano di intervenire militarmente nel paese nell’imminenza del 19 marzo 2011, ci fu un costante torrente di notizie mediatiche sulle malvagità di Gheddafi e del suo governo – compresa una sana dose di notizie false (Salon, 16 settembre 2016). I principali giornali appoggiarono devotamente l’intervento NATO e non fecero mistero delle loro linee editoriali favorevoli alla guerra.
Quando il governo statunitense e i suoi alleati si stavano preparando alla guerra, l’apparato mediatico industriale fece quello che sa fare meglio, e contribuì a spacciare al pubblico un altro intervento militare.
Negli anni da allora, d’altro canto, c’è stato un interesse esponenzialmente minore al disastroso seguito della guerra della NATO. Ci saranno brevi picchi d’interesse, com’è stato agli inizi del 2017. Il più recente spruzzo di copertura della stampa è stato ispirato dalle sconvolgenti riprese della CNN. Ma la copertura invariabilmente raggiunte un picco e poi svanisce.

L’estremo razzismo dei ribelli libici
La catastrofe che la Libia avrebbe potuto subire dopo il crollo del suo stato era prevedibile all’epoca. Lo stesso Gheddafi aveva avvertito i paesi membri della NATO, mentre stavano conducendo la guerra contro di lui, che avrebbero scatenato il caos in tutta la regione. Tuttavia i leader occidentali – Barack Obama e Hillary Clinton negli USA, David Cameron nel Regno Unito, Nicolas Sarkozy in Francia, Stephen Harper in Canada – ignorarono l’ammonimento di Gheddafi e rovesciarono il suo governo con la violenza.
Persino nel piccolo numero di servizi mediatici sullo schiavismo in Libia che riescono a riconoscere la responsabilità della NATO nella destabilizzazione del paese, tuttavia, manca ancora qualcosa.
Guardando indietro ai ribelli libici anti Gheddafi, sia durante sia dopo la guerra del 2011, è chiarissimo che un duro razzismo contro i neri era diffuso nell’opposizione appoggiata dalla NATO. Un’indagine del 2016 del Comitato Affari Esteri della Camera dei Comuni britannica (Salon, 16 settembre 2016) riconosceva che “milizie islamiste militanti hanno avuto un ruolo critico nella ribellione dal febbraio 2011 in poi”. Ma molti ribelli non erano solo fondamentalisti; erano anche violentemente razzisti.
Purtroppo non è una sorpresa che questi militanti libici estremisti abbiano successivamente schiavizzato profughi e migranti africani. Vi alludevano fin dall’inizio.
La maggior parte della copertura mediatica statunitense ed europea all’epoca dell’intervento militare della NATO era decisamente a favore dei ribelli. Quando i giornalisti arrivarono sul campo, tuttavia, cominciarono a pubblicare alcuni testi più sfumati che alludevano alla realtà dell’opposizione. Furono insignificanti come numero, ma sono illuminanti e meritano di essere rivisitati.
Tre mesi dopo l’inizio della guerra della NATO, nel giugno del 2011, Sam Dagher del Wall Street Journal (21 giugno 2011) scrisse da Misurata, la terza città più vasta della Libia e un importante centro dell’opposizione, dove segnalava di aver visto slogan dei ribelli quali “la brigata per purgare gli schiavi, i neri”.
Dagher segnalava che la roccaforte ribelle di Misurata era dominata da “famiglie strettamente collegate di mercanti bianchi”, mentre “il sud del paese, prevalentemente nero, principalmente sostiene il colonnello Gheddafi”.
Un altro graffito a Misurata diceva “Traditori state alla larga”. Con “traditori” i ribelli si riferivano ai libici della cittadina di Tawergha, che il Journal spiegava è “abitata prevalentemente da libici neri, un’eredità delle sue origini nel diciannovesimo secolo come città di transito del commercio degli schiavi”.
Dagher scriveva che alcuni leader libici ribelli stavano “sollecitando l’espulsione degli abitanti di Tawergha dall’area” e “la messa al bando dei nativi di Tawergha dal lavorare, risiedere o mandare i loro figli in scuole di Misurata”. Aggiungeva che i quartieri prevalentemente Tawergha di Misurata erano già stati svuotati. I libici neri erano “andati via o si erano nascosti, temendo attacchi vendicativi dai cittadini di Misurata, in mezzo a notizie di taglie per la loro cattura”.
Il comandante ribelle Ibrahim al-Halbous dichiarò al Journal: “Tawergha non esiste più; solo Misurata”.
Al-Halbous sarebbe in seguito ricomparso in un articolo del Sunday Telegraph (11 settembre 2011) ripetendo al giornale britannico: “Tawergha non esiste più”.  (Quando Halbous rimase ferito a settembre, il New York Times (20 settembre 2011) lo dipinse con simpatia come un martire dell’eroica lotta contro Gheddafi. La brigata Halbous negli anni da allora è diventata una milizia influente in Libia).
Come Dagher, Andrew Gilligan del Telegraph attirò l’attenzione sullo slogan dipinto sulla strada tra Misurata e Tawergha: “la brigata per purgare gli schiavi [e i] neri”.
Gilligan scriveva da Tawergha, o piuttosto di quel che restava della cittadina a maggioranza nera, che egli riferiva come “svuotata dalla sua popolazione, vandalizzata e in parte data alle fiamme da forze ribelli”. Un leader ribelle disse dei residenti dalla pelle nera: “Abbiamo detto che se non se ne fossero andati sarebbero stati conquistati e incarcerati. Ciascuno di loro se n’è andato e non permetteremo mai loro di tornare”.
Gilligan segnalava “un’avvisaglia razzista. Molti di Tawergha, anche se né immigrati né manifestamente mercenari di Gheddafi, sono discendenti di schiavi e hanno la pelle più scura della maggior parte dei libici”.
L’Organizzazione del Trattato Nord-atlantico ha assistito questi virulenti ribelli razzisti a Misurata. Forze della NATO hanno frequentemente lanciato attacchi aerei contro la città. Caccia da combattimento francesi hanno abbattuto aerei libici sopra Misurata. Gli USA e la Gran Bretagna hanno lanciato missili da crociera contro bersagli del governo libico e gli USA hanno lanciato attacchi di droni Predator. Anche l’aviazione canadese ha attaccato forze libiche, allontanandole da Misurata.
In un video di propaganda della NATO pubblicato nel maggio del 2011, agli inizi della guerra in Libia, l’alleanza militare occidentale ha ammesso apertamente di aver intenzionalmente permesso a “ribelli libici di trasportare armi da Bengasi a Misurata”. Il politologo Micah Zenko (Foreign Policy, 23 marzo 2016) ha segnalato le implicazioni di tale video: “Una nave NATO, di stazione nel Mediterraneo per forzare un embargo degli armamenti, ha fatto esattamente il contrario e la NATO si è sentita a proprio agio nel pubblicare un video che dimostrava la sua ipocrisia”.
Nel corso dell’intera guerra e dopo di essa ribelli libici hanno continuato a condurre attacchi settari razzisti contro i loro compatrioti neri. Tali attacchi sono stati ben documentati da organizzazioni prevalenti per i diritti umani.
Il direttore esecutivo di lungo corso di Human Rights Watch,  Kenneth Roth,  ha plaudito all’intervento della NATO in Libia nel 2011, definendo l’unanime avallo del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a una zona d’interdizione al volo, una “rimarchevole” conferma della dottrina della cosiddetta “responsabilità di proteggere”.
L’organizzazione di Roth, tuttavia, non ha potuto ignorare i crimini commessi dai militanti anti Gheddafi contro libici e migranti dalla pelle nera.
Nel settembre del 2011, quando la guerra era ancora in corso, Human Rights Watch riferì di “arresti arbitrari e violenze [di ribelli libici] contro lavoratori migranti africani e libici neri supposti mercenari [filo-Gheddafi]”.
Poi a ottobre la maggior organizzazione statunitense per i diritti umani ha segnalato che milizie libiche stavano “terrorizzando i residenti sfollati della città vicina di Tawergha”, la comunità a maggioranza nera che era stata una roccaforte a sostegno di Gheddafi. “L’intera cittadina di 30.000 persone è stata abbandonata – in parte saccheggiata e incendiata – e i comandanti della brigata di Misurata affermano che i residenti di Tawergha non dovrebbero tornare mai”, ha aggiunto HRW. Testimoni “hanno fornito resoconti credibili di alcune milizie di Misurata che hanno sparato contro abitanti disarmati di Tawergha e di arresti e maltrattamenti arbitrati di detenuti di Tawergha, in alcuni casi causa di morte”.
Nel 2013 HRW ha ulteriormente riferito sulla pulizia etnica della comunità nera di Tawergha. L’organizzazione per i diritti umani, il cui capo aveva così calorosamente appoggiato l’intervento militare, ha scritto: “La cacciata a forza di circa 40.000 persone, le detenzioni arbitrarie le torture e le uccisioni sono diffuse, sistematiche e sufficientemente organizzate da costituire crimini contro l’umanità”.
Tali atrocità sono innegabili e aprono una via diretta alla schiavizzazione di profughi e migranti africani. Ma per riconoscere la complicità della NATO nel dare potere a questi militanti estremisti razzisti i media dell’industria dovrebbero innanzitutto riconoscere il ruolo della NATO nella guerra del 2011 in Libia per il cambiamento del regime.
Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/nato-role-in-bringing-slave-markets-to-libya/
Originale: FAIR.org  
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

Preso da: http://znetitaly.altervista.org/art/23776

Annunci

La distruzione della Libia e la privatizzazione dell’acqua

Era il sogno di Muammar Gheddafi: fornire acqua fresca a tutti i libici e rendere la Libia autosufficiente nella produzione alimentare
La distruzione della Libia e la privatizzazione dell’acqua
a cura di Enrico Vigna
 I libici la chiamavano l’ottava meraviglia del mondo. I media occidentali lo hanno definito il capriccio e il sogno irrealizzabile di un cane rabbioso. Il “cane rabbioso”, nel 1991, aveva profeticamente detto, a proposito della più grande impresa di ingegneria civile nel mondo:
“Dopo questo risultato, le minacce americane contro la Libia raddoppieranno. Gli Stati Uniti inventeranno delle scuse, ma la vera ragione sarà la volontà di fermare questo progetto, per tenere il popolo libico assoggettato”.
Il sogno di Gheddafi
Era il sogno di Muammar Gheddafi: fornire acqua fresca a tutti i libici e per rendere la Libia autosufficiente nella produzione alimentare. Nel 1953 la ricerca di nuovi giacimenti petroliferi nei deserti del sud della Libia ha portato alla scoperta non solo di riserve petrolifere importanti, ma anche di grandi quantità di acqua dolce negli strati profondi del sottosuolo. Delle quattro antiche falde acquifere che sono state scoperte, ognuna aveva capacità stimate tra i 4.800 e i 20.000 chilometri cubi. La maggior parte di questa acqua si è raccolta nelle falde in un arco temporale stimabile tra 38.000 e 14.000 anni fa, anche se alcune sacche sono da ritenersi solo di 7.000 anni.
Dopo che Gheddafi e i Liberi Ufficiali Uniti presero il potere con un golpe incruento contro il corrotto re Idris, durante la rivoluzione di Al-Fateh nel 1969, il governo della Jamahiriya nazionalizzò le compagnie petrolifere e spese gran parte dei proventi del petrolio per sfruttare l’approvvigionamento di acqua dolce dalle falde acquifere del deserto, costruendo centinaia di pozzi.  Furono create grandi aziende agricole nel sud della Libia per incoraggiare le persone a stabilirsi nel deserto. Risultò che la maggior parte delle persone però preferiva la vita nelle zone costiere settentrionali.
Pertanto successivamente Gheddafi concepì un piano per portare invece l’acqua alle persone. Il governo della Jamahiriya libica ha condotto gli studi di fattibilità iniziali nel 1974, e nel 1983 fu istituita l’Autorità del Grande Fiume Artificiale. Questo progetto finanziato interamente dal governo è stato programmato in cinque fasi, ognuna delle quali avrebbe realizzato un sistema autonomo, che alla fine avrebbe potuto formare un sistema integrato. Poiché l’acqua nella Libia di Gheddafi è stata considerata come un diritto umano, non vi è stato alcun onere a carico del popolo e non sono stati necessari prestiti internazionali per la spesa di quasi 30 miliardi dollari del progetto.
Nel 1996, durante l’apertura della fase II del progetto del Grande Fiume Artificiale, Gheddafi disse:
“Questa è la risposta più grande all’America e a tutte le forze del male che ci accusano di coinvolti nel terrorismo. Noi siamo solo coinvolti nella pace e nel progresso. L’America è contro la vita e il progresso, e spinge il mondo verso l’oscurità”
Lo sviluppo e la distruzione
Al tempo della guerra guidata dalla NATO contro la Libia nel 2011, tre fasi del progetto Grande Fiume Artificiale sono state completate. La prima e più importante ha fornito due milioni di metri cubi di acqua al giorno lungo una conduttura di 1.200 km da Bengasi a Sirte, ed è stata formalmente inaugurata nell’agosto del 1991. La fase II fornisce un milione di metri cubi di acqua al giorno per la fascia costiera occidentale e per Tripoli. La fase III prevedeva l’espansione del sistema esistente e di servire Tobruk e la costa con un nuovo sistema di pozzi.
I “fiumi” sono una rete di 4000 chilometri di tubi in cemento di 4 metri di diametro, sepolti sotto le sabbie del deserto per evitare l’evaporazione. Ci sono 1.300 pozzi, 500.000 sezioni di tubo, 3.700 chilometri di strade e 250 milioni di metri cubi di scavo. Tutto il materiale per il progetto è stato prodotto localmente. Grandi serbatoi immagazzinano l’acqua e stazioni di pompaggio controllano il flusso verso le città.
Le ultime due fasi del progetto avrebbero dovuto unire tutta la rete di distribuzione. Una volta che fosse completata, l’acqua di irrigazione dal grande Fiume Artificiale avrebbe consentito di ottenere circa 155.000 ettari di terra da coltivare. Come disse Gheddafi, il progetto renderebbe il deserto verde come la bandiera della Jamahiriya libica.
Nel 1999 l’UNESCO aveva accettato l’offerta della Libia di finanziare il Premio Internazionale dell’Acqua Grande Fiume Artificiale, un riconoscimento che riguarda importanti lavori di ricerca scientifica sul consumo d’acqua nelle zone aride.
Molti cittadini stranieri lavoravano in Libia al Progetto Grande Fiume Artificiale. Ma dopo l’inizio del cosiddetto bombardamento umanitario della NATO contro il paese nord -africano nel marzo 2011, la maggior parte dei lavoratori stranieri sono tornati a casa. Nel luglio 2011 la NATO non solo ha bombardato il Grande Fiume e le sue condutture di alimentazione nei pressi di Brega, ma ha anche distrutto la fabbrica che produce i tubi per ripararlo, sostenendo che era stato utilizzato come “un deposito militare” e che “razzi sono stati lanciati da lì”. Sei guardie di sicurezza della struttura sono state uccise durante l’attacco della Nato, e la fornitura di acqua per il 70 % della popolazione, sia per uso domestico che per l’irrigazione, è stata compromessa creando danni alle infrastrutture vitali della Libia.
Le ultime due fasi del Grande Progetto Fiume Artificiale erano state programmate per proseguire nel corso dei prossimi due decenni, ma la guerra della NATO in Libia ha compromesso il futuro del progetto e il benessere del popolo libico.
Un documentario tedesco mostra la dimensione e la bellezza del progetto.
Le guerre dell’acqua
Acqua fresca e pulita, così come era previsto per i libici dal Grande Fiume Artificiale, è essenziale per tutte le forme di vita  In questo momento il 40 % della popolazione mondiale ha scarsità o non ha accesso all’acqua potabile, e questa cifra in realtà dovrebbe passare al 50 % entro il 2025 . Secondo il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite del 2007, il consumo mondiale di acqua raddoppia ogni 20 anni, più del doppio del tasso di crescita della popolazione umana. Allo stesso tempo, ogni anno la maggior parte dei grandi deserti di tutto il mondo sta diventando più grande e la quantità di terra agricola utile in molte aree sta diventando sempre minore, mentre i fiumi, i laghi e le principali falde acquifere sotterranee di tutto il mondo si stanno
esaurendo – tranne che nella Libia di Gheddafi .
Alla luce della situazione attuale, la distruzione da parte della NATO del Grande Fiume Artificiale è stato qualcosa di più di un semplice crimine di guerra. Il Programma delle Nazioni Unite 2007 prevedeva una cosiddetta “partecipazione agli utili dell’acqua”, che promuove attivamente la privatizzazione e la monopolizzazione delle forniture idriche mondiali da parte delle multinazionali. Nel frattempo la Banca Mondiale ha recentemente varato una politica di privatizzazione dell’acqua e la tariffazione dell’acqua a pieno costo, con uno dei suoi ex amministratori, Ismail Serageldin, che ha affermato: “Le guerre del 21 ° secolo saranno combattute per l’acqua”.
In pratica, questo significa che le Nazioni Unite, in collaborazione con la Banca Mondiale, cercano di ottenere il controllo totale delle risorse idriche, per fornirle poi ai popoli solo dietro pagamento. I prezzi saliranno mentre la qualità dell’acqua diminuirà, e le fonti di acqua dolce diventeranno meno accessibile proprio a coloro che ne hanno un disperato bisogno. In poche parole, uno dei modi più efficaci per asservire il popolo è quello di prendere il controllo delle loro esigenze quotidiane di base e di eliminare la loro autosufficienza.
Come questo si riferisca alla distruzione della NATO nel luglio 2011 del Grande Fiume Artificiale di Gheddafi, può essere spiegato nei termini della dialettica hegeliana (Tesi > Antitesi – > Sintesi). Bombardando le risorse idriche e la fabbrica di tubi, un problema è stato creato con un secondo fine, quello di ottenere il controllo della parte più preziosa delle infrastrutture della Libia. Ciò ha determinato una esigenza immediata, dal momento che il 70 % dei libici dipendeva dal Grande Fiume per gli usi domestici, nonché per l’irrigazione del terreno. Un mese dopo la distruzione del Grande Fiume, quindi, più della metà della Libia era senza acqua corrente. In definitiva una soluzione predeterminata è stata imposta: per avere accesso all’acqua fresca, gli abitanti del paese devastato dalla guerra non hanno avuto altra scelta che dipendere completamente e, quindi, ad essere schiavi, del governo installato dalla NATO.
Un governo “democratico” e che “ha portato la democrazia”, che è salito al potere attraverso l’uccisione di decine di migliaia di libici, di “bombe umanitarie”, e che ha rovesciato e assassinato il “dittatore” il cui sogno era quello di fornire acqua fresca per tutti i libici gratis .
La guerra è ancora la pace, la libertà è ancora la schiavitù.
(da Globalresarch, Traduzione di Sonia S. per civg.it)
La Libia del dittatore Gheddafi, OGGI finalmente libera e democratica
Un messaggio senza parole, rivolto a persone rette ed eticamente integre (Enrico Vigna)
Ma c’è un’altra Libia che non ci raccontano
Un comandante della Resistenza Libica Verde

Aumenta il rischio di cancro. La Nato ha utilizzato l’uranio impoverito nei raid in Libia del 2011.

 

IMG-20180308-WA0019

14 luglio 2018

Di Vanessa Tomassini.
Era stato il cugino di Gheddafi, Ahmed Gaddaf al-Dam, a sollevare la vicenda qualche mese fa in una lettera indirizzata al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, in cui avvertiva la Comunità Internazionale del rischio reale che “oltre 1milione e 700mila uomini e donne libici possano morire di cancro, che si sta diffondendo in maniera allarmante a causa dei missili e dell’artiglieria utilizzati nell’attacco Nato alla Libia”.
Ora un gruppo di esperti nucleari libici ha presentato un rapporto al Governo di Accordo Nazionale in cui dimostra tassi di alta radioattività in uno dei quartier generali dell’esercito libico, bombardato dalle forze dell’Alleanza atlantica nel 2011. Il consulente della commissione per l’ambiente e l’Atomic Energy Commission, Nuri al Druk, ha dichiarato all’agenzia di stampa Sputnik che “dopo aver effettuato misurazioni precise, abbiamo scoperto che la radioattività è il risultato dell’uso di missili NATO con uranio impoverito”.

Al Druk ha annunciato che i suoi colleghi intendono chiedere l’assistenza dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA) e altre organizzazioni internazionali per svolgere verifiche approfondite sulla presenza di uranio, già ampiamente dimostrata nella capitale, anche in altre città come Misurate e Zliten, che furono maggiormente colpite dai missili della coalizione occidentale.
L’uranio impoverito è stato usato nella guerra in Bosnia ed Erzegovina, nella guerra del Kosovo e, in misura minore, nella seconda guerra del Golfo. Nel 2001 Carla del Ponte, allora a capo del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia, ha affermato che l’uso di armi all’uranio impoverito da parte della NATO sarebbe potuto essere considerato un crimine di guerra, sebbene tale ipotesi non è mai stata presa in considerazione seriamente, forse per evitare cause contro i Governi che ne hanno fatto ampio utilizzo.

Uno studio effettuato da Diane Stearns, biochimico presso la Northern Arizona University, nel 2006, ha stabilito che cellule animali esposte al sale di uranio solubile in acqua, meglio noto in gergo scientifico come acetato di uranile, UO2(CH3COO)2,   sono risultate soggette a mutazioni genetiche, determinando tumori ed altre patologie, indipendentemente dalle sue proprietà radioattive. Lo studio ha anche accertato che l’esposizione sia a composti chimici di uranio impoverito sia di uranio naturale può causare danni ai reni, pancreas, stomaco o intestino, mostrare effetti citotossici e carcinogeni in animali, nonchè causare effetti teratogeni in roditori e rane e in umani in contatto con polveri di uranio naturale ed impoverito.

Si ricorderà che i soldati italiani al ritorno dalle missioni internazionali sono stati colpiti dalla tristemente nota “sindrome dei Balcani” ossia quella lunga serie di malattie come i linfomi di Hodgkin e altre forme di cancro. I primi casi segnalati in Italia risalgono al 1999 quando Salvatore Vacca, un soldato di Cagliari, morì di leucemia al ritorno della missione militare in Bosnia-Erzegovina. Da allora le vittime registrate in Italia sono 45 ed oltre 500 i soldati malati. Una sentenza pronunciata il 19 dicembre 2008 dal Tribunale di Firenze, ha ritenuto responsabile il Ministero della Difesa italiano per patologie contratte da un militare che aveva partecipato alla missione Ibis in Somalia, in conseguenza di esposizione all’uranio impoverito.
I nuovi studi dimostrano che i residui bellici in Libia sono radioattivi e potrebbero aver contaminato colture e bestiame, ma il rischio maggiore potrebbe essere rappresentato dall’inalazione delle polveri che si sono frammentate durante le esplosioni, creando danni irreparabili anche per le generazioni future, sebbene test dell’esercito americano affermino la pericolosità del’uranio impoverito solo se direttamente inalato, ingerito, o posto a contatto di ferite.

Preso da: https://specialelibia.it/2018/07/14/aumenta-il-rischio-di-cancro-la-nato-ha-utilizzato-luranio-impoverito-nei-raid-in-libia-del-2011/

Parla un giovane di Bengasi: “Gheddafi è nel cuore di milioni”.

“Scendo in strada a bruciare le bandiere italiane” il giovane Moneim ci racconta la sua rabbia.

Di Vanessa Tomassini.
“Tu sei una vera giornalista? Vorrei che tu scrivessi sul tuo giornale che Muammar Gheddafi resta nel cuore di milioni e milioni di persone, forse dire un milione è dire poco. Mi chiamo Moneim Ould Elfatih e sono di Bengasi. Visto che l’Italia è un paese democratico, voglio che scriva un messaggio agli agenti della Nato. ‘Vivo in un posto dove non possono raggiungermi e uccidermi – diceva Gheddafi – avrete ucciso il mio corpo, ma non sarete in grado di uccidere la mia anima che dimora nei cuori di milioni di persone’. Beh tutto questo era vero e non lo dimenticheremo mai. Ora noi sappiamo che l’Italia vuole la sua fetta di torta, ma non è questo il modo. Siamo molto arrabbiati ed è per questo che siamo scesi in piazza a bruciare il tricolore!”.
36823181_630524350648758_2052471532529123328_n

A dirci questo è un giovane di 27 anni che indossa una divisa militare e un foulard verde intorno al collo nelle sue foto, dove emula il saluto del rais, con il pugno chiuso verso il cielo. Occhi e capelli scuri, Moneim è arrabbiato, come molti altri, per il via via di politici dall’Italia alla Libia, e viceversa. “Difendiamo la nostra patria, come è accaduto nel secolo scorso. Rispettiamo il popolo italiano, ma non rispettiamo il vostro Governo corrotto che vuole mettere il naso su affari che non gli riguardano. Non vogliamo nemmeno assistenza, perché aprire la porta dell’aiuto significa aprire al colonialismo”. Proviamo a spiegargli che le voci di una missione militare italiana nel sud non sono vere e che l’Italia vuole solamente fermare l’immigrazione e aiutare la Libia a proteggere i suoi confini e che bruciare la bandiera italiana non risolverà poi molto. Lo lasciamo sfogare e così ci mostra i resti dei bombardamenti della Nato, città e strade di Sirte e Bengasi completamente distrutte e residui bellici abbandonati da anni.

36923506_632119630489230_4636073542813745152_n
Vedi questi? Sono i veicoli italiani del tempo del colonialismo, messi 
a Bengasi affinché il mondo non dimentichi”.

La visita del ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, a Tripoli, anziché calmare gli animi dopo le dichiarazioni, forse tradotte male del Ministro della Difesa e dell’Interno, ha fatto discutere ancora di più i libici per alcuni dettagli del protocollo diplomatico, come il Ministro italiano che lascia indietro il suo omologo libico.
Screenshot_20180710-193858_Twitter
Durante la sua missione, il capo della Farnesina ha parlato di voler riattivare l’accordo di amicizia tra la Libia e l’Italia, firmato da Gheddafi e Berlusconi nel 2008. Moneim quel giorno lo ricorda, come “uno dei momenti più belli per il popolo libico. Le scuse dell’Italia alla Libia ed il risarcimento per anni di colonizzazione erano un momento della storia che non avremmo mai potuto dimenticare”. Così mentre esperti ed analisti si interrogano se la rimessa in vigore del Trattato di amicizia possa dare i suoi frutti oggi, i libici si chiedono come possano fidarsi nuovamente dell’Italia dopo la sua partecipazione all’intervento della Nato nel 2011.

36923469_631462503888276_7630646538267525120_n
“Da questa strada, gli ultimi 200 uomini hanno lasciato la piazza di Izz al-Azz, con un totale di 43.000 saccheggiatori e 40 paesi crociati. Da qui le anime delle candele della resistenza si sono diffuse in fiamme in tutta la Libia”.

Muammar Gheddafi – prosegue –era la coscienza del mondo, seguito da tutte quelle persone che vogliono la gloria, la libertà e non vogliono la schiavitù, un simbolo che è difficile da dimenticare”. Poi ci confessa: “amo tutto del mio paese, perfino lo sporco su cui cammino perché è narrato dal sangue dei miei antenati. Questa è la gloria che non può essere sottovalutata”. Si rattrista al pensiero che “i soldati della NATO hanno visto con loro alcuni agenti libici ed arabi. Quando ho visto alcuni di loro tra le loro file, ho capito che Israele aveva raggiunto il suo obiettivo, quello di spegnere l’ultimo simbolo dell’islam arabo, Muammar Gheddafi. Questo è ciò che mi fa più male al cuore ogni giorno. Poi c’è il Qatar, sappiamo che Doha ha ancora il controllo della Libia e che insieme alla Turchia finanzia il terrorismo nel mondo”.
36725212_629354580765735_525476896339656704_n
Quando gli parliamo del futuro, Moneim ci dice che non ha speranze e che le elezioni potrebbero essere una soluzione solamente se vinte da Saif al-Islam, il figlio del rais. La cosa che ci sorprende è che indossa una divisa, “sì, sono un’agente di polizia, non ho mai ucciso nessuno ed il mio lavoro rappresenta un dovere nazionale nei confronti della Libia”.
36744283_630520870649106_9218828494031552512_n (1)

Preso da: https://specialelibia.it/2018/07/10/scendo-in-strada-a-bruciare-le-bandiere-italiane-il-giovane-moneim-ci-racconta-la-sua-rabbia/

LE RAGAZZE RAPITE IN NIGERIA, L’ASSASSINIO DI GHEDDAFI, BIN LADEN E I BARCONI DEI MIGRANTI

Aggiornato
Ragazze-rapite-Nigeria-634x380
Qualcuno forse si chiederà cosa lega tra loro gli argomenti apparentemente disparati citati nel titolo. Da parte nostra ci ripromettiamo di mostrare come la distruzione dello stato libico guidato per 42 anni da Gheddafi, programmata da tempo dall’Occidente e dalle monarchie arabe reazionarie, abbia creato un’area di instabilità che coinvolge tutta l’Africa occidentale e sub-sahariana: una situazione che fornisce agli stati imperialisti ed ex-coloniali (come USA e Francia) continue occasioni di intervento e ingerenza in Africa.

La rivoluzione del 1969, condotta da un gruppo di giovani ufficiali nazionalisti e laici guidato da Gheddafi sul modello del nazionalismo arabo di Nasser, aveva permesso alla Libia un lungo periodo di crescita economica e stabilità. Tutti gli accordi con le multinazionali del petrolio erano stati ricontrattati permettendo allo stato libico di incassare ingenti somme ed effettuare preziosi investimenti. Erano state valorizzate le grandi risorse d’acqua sotterranee presenti sotto il deserto del Sahara, permettendo alla Libia di raggiungere l’autonomia alimentare. Il reddito pro-capite della popolazione era diventato il più alto dell’Africa. Era stata anzi varata una Banca Africana che avrebbe permesso a molti stati africani di sfuggire ai ricatti del FMI e delle grandi banche occidentali. Nella sua visione di liberazione panafricana  Gheddafi aveva finanziato molti movimenti di liberazione, ed in particolare l’ANC di Nelson Mandela, protagonista della lotta contro l’Apartheid in Sud-Africa.

L’ostilità occidentale contro le politiche di Gheddafi si era esplicata già in precedenti bombardamenti aerei statunitensi (in uno di questi fu uccisa una figlia di Gheddafi) e sanzioni imposte al paese accusato (senza prove evidenti) di aver causato la caduta di un aereo di linea a Lockerbie. Molti ignorano che anche Bin Laden (già agente statunitense e dell’Arabia Saudita nella lotta contro i Comunisti e i Sovietici in Afghanistan) era stato inviato anche in Libia per organizzare un complotto contro il governo laico-nazionalista di Gheddafi. La congiura, appoggiata dall’esterno dai servizi segreti britannici, era basata su clan tribali e gruppi confessionali di fanatici islamici, forti soprattutto in Cirenaica, dove la setta dei Senussi aveva sostenuto il vecchio re Idriss, fantoccio dei colonialisti inglesi defenestrato dalla rivoluzione.
Costretto alla fuga Bin Laden dopo che il suo progetto era stato smascherato, il piano di destabilizzazione è andato comunque avanti e si è finalmente attuato nel 2011 grazie anche all’intervento militare diretto della NATO e del Qatar, protettore e finanziatore di gruppi estremisti islamici in Libia, così come in Siria e in altri paesi.
Oggi notoriamente la Libia è nel caos più completo. Non esiste un governo degno di questo nome. Le bande armate di fanatici controllano singole città o quartieri, o singole installazioni petrolifere, tentando persino di vendere petrolio per proprio conto. Ben nota è la vicenda della petroliera battente una falsa bandiera nordcoreana, che, dopo aver acquistato petrolio in Cirenaica, è stata poi abbordata in alto mare dalla marina statunitense. Bande di assassini razzisti, come i famigerati miliziani di Misurata, già noti per la pulizia etnica effettuata ai danni dei cittadini di pelle troppo scura di Tawerga, fanno continuamente irruzione a Tripoli, e nello stesso Parlamento libico, completamente esautorato.
Le conseguenza sui paesi limitrofi sono state devastanti perché la Libia, che era una volta un paese organizzato e laico che bloccava il passaggio delle milizie islamiche ed il traffico delle armi, oggi, al contrario, si è trasformata in un crocevia da cui transitano le bande armate ed i rifornimenti per i vari movimenti terroristi.
La prima vittima è stata il Mali, paese sahariano e sub-sahariano posto a sud dell’Algeria, dove l’attacco delle bande armate di fanatici, sovrappostesi alle antiche rivendicazioni autonomiste dei nomadi Tuareg, hanno portato il caos e permesso alla Francia di intervenire militarmente rimettendo piede nella ex-colonia ricca di minerali. Ma situazioni simili si stanno verificando in altri paesi come la Repubblica Centro-africana. Anche qui i conflitti tribali e confessionali tra islamici e cristiani hanno dato modo alla Francia di intervenire (per non parlare della Costa d’Avorio dove un colpo di stato sostenuto dalla truppe francesi ha posto al potere un fantoccio della Francia).
Il clamoroso caso delle ragazze rapite nella Nigeria settentrionale, essenzialmente colpevoli di essere troppo istruite, oltre che cristiane, si iscrive in questo quadro. L’azione dei terroristi islamici di Boko Haram ha permesso a squadre militari di “esperti” statunitensi ed inglesi di ingerirsi negli affari interni nigeriani, mentre l’agitazione si estende in tutta l’Africa sub-sahariana.
Un altro elemento destabilizzante è stato indubbiamente anche il progressivo collasso, in gran parte operato dall’esterno, di un altro grande paese considerato “stato-canaglia”come il Sudan. La parte meridionale di questo stato, resasi indipendente con l’aiuto occidentale, è preda di conflitti tribali sanguinosi, mentre altre agitazioni coinvolgono il Darfur, vasta zona occidentale ai confini con il Ciad, paese anch’esso coinvolto, così come il Niger. Anche la fuga dalla Libia di oltre un milione di lavoratori egiziani ha contribuito ai disordini ed alla crisi economica che perdura in Egitto.
Le conseguenze di queste destabilizzazioni programmate si avvertono anche attraverso un fenomeno che ci riguarda molto da vicino, quello di masse di esuli che tentano di raggiungere le nostre coste partendo da paesi devastati e dilaniati da crisi e conflitti. I barconi che affondano nel Mediterraneo coinvolgendo nel disastro profughi africani, o anche provenienti dalla Siria (altro paese destabilizzato da ingerenze esterne statunitensi, europee, turche, e dell’Arabia Saudita e del Qatar), sono fatti che testimoniano anche del nostro diretto coinvolgimento in queste tragedie.
E’ evidente che solo un (per ora improbabile) cambio di politica da parte dell’Europa (non più ingerenze militari finto-“umanitarie”, ma una reale politica di rispetto e buon vicinato) può cominciare ad invertire queste tendenze disastrose per l’Africa, per i paesi del Vicino Oriente, ma domani anche per l’Europa stessa.

Vincenzo Brandi
Preso da: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=2454

2018: Condizioni per il ritorno della popolazione di Tawerga nella loro città

Chi segue le vicende Libiche, in questi giorni (era Giugno 2018),avrà notato alcuni articoli della stampa di regime, sul “ritorno” dei cittadini di Tawerga alle loro case. Ebbene questo è ancora una volta FALSO, o meglio, è possibile, ma a certe condizioni che sono una presa in giro e non un accordo.
Credo sia bene ricordare che il popolo di Tawerga è stato cacciato, deportato dalla loro città sin dal 2011 quando i NATO/RATTI invasero la città di Tawerga durante l’ invasione della LIbia, ( quella che ci hanno presentato come la liberazione dal tiranno Gheddafi).
Migliaia di persone sono state uccise, le donne violentate, uomini malamente mutilati, solo perchè neri. è anche utile ricordare che questi crimini sono stati commessi dalle bande di mercenari pagati dall’ occidente e non dal popolo di Misurata. Un anno fa i cittadini di Misurata manifestarono per il ritorno dei Tawerga alle loro case.

con l’ inizio di maggio 2018, i Tawerga avrebbero dovuto ritornare alle loro case, che intanto sono state distrutte, saccheggiate, le poche agibili sono occupate dai terroristi di Misurata.
Nei pressi di Bani Walid sono stati aperti dei campi profughi, almeno 2 persone sono morte li.
La colpa dei Tawerga è la “colpa” di tutto il popolo Libico, cioè di essere fedeli alla loro patria e quindi fedeli al Leader, Muammar Gheddafi.

Finalmente adesso si parla di accordo firmato tra le milizie di Misurata ed una fantomatica “municipalità di Tawerga” La tribù di Tawerga non riconosce questo documento. Ma cosa dice questo “accordo”?
Condizioni per il ritorno della popolazione di Tawerga nella loro città:
1. Le forze “di sicurezza” di Misurata controllano l’ingresso di rifugiati a Tawerga.
2. Le forze di sicurezza di Misurata parlano a nome della città di Tawarga
3. I rifugiati sono autorizzati a vivere in luoghi identificati da Misurata, il resto, di quelle aree che non sono identificati per l’insediamento, i cittadini sono impegnati nella ricerca di alloggi per se stessi o vivono in un campo profughi.
4. Le forze di sicurezza di Misurata possono chiudere l’ingresso nella città dei Tawerga o decidere di deportarli in un luogo controllato dal Consiglio di Misurata.
5. E ‘vietato per qualsiasi persona di Tawerga entrare in città in modo indipendente, eccetto per coloro che hanno il permesso delle forze di sicurezza di Misurata.
6. I residenti di Tawerga non sono autorizzati a partecipare a nessuna trattativa o a stipulare accordi, ad eccezione di quelli conclusi con il permesso di Misurata.
7 È vietato a qualsiasi persona in Tawerga di tenere dimostrazioni o rilasciare dichiarazioni, ad eccezione di quelle consentite da Misurata.
8. Eventuali visite  ai residenti di Tawerga sono fatte solo dopo l’approvazione da parte delle forze di sicurezza di Misurata.
9. L’istituzione della polizia di Tawerga o dell’ufficio di sicurezza non è consentita.
Soltanto un sito Russo ( che a sua volta riprende un post su Facebook),  di cui riporto il link ci consente di sapere di questo vergognoso falso accordo.

http://za-kaddafi.org/node/45109

La Libia secondo l’ONU e secondo la dura realtà

Nonostante la buona volontà di alcuni partecipanti, la conferenza di Parigi per la Libia non ha prodotto, in concreto, gli effetti immaginati. Secondo Thierry Meyssan, la spiegazione è da ricercare nella doppiezza del linguaggio della NATO e dell’ONU che a parole dicono di voler stabilizzare il Paese, mentre nei fatti continuano a perseguire il piano Cebrowski, ossia la distruzione delle strutture degli Stati. Dalla messinscena di Parigi traspariva anche una profonda ignoranza delle peculiarità della società libica.

| Damasco (Siria)

JPEG - 35.2 Kb

Conferenza stampa finale del summit di Parigi, il 29 maggio. Da sinistra a destra: Fayez Al-Sarraj (presidente del Governo Libico di Unione Nazionale, designato dall’ONU), Emmanuel Macron (presidente della Repubblica Francese), Ghassan Salamé (funzionario dell’ONU). Questi tre uomini, in Libia, non hanno alcuna legittimità elettiva, eppure sperano di decidere l’avvenire del popolo libico.
Dopo che, nel 2011, la NATO ha annientato la Jamahiriya Araba Libica, la situazione in Libia si è profondamente deteriorata: il PIL si è dimezzato e intere fasce di popolazione vivono nella miseria; è impossibile circolare nel Paese; l’insicurezza è generale. Negli ultimi anni due terzi della popolazione è fuggita all’estero, quantomeno provvisoriamente.

Passando un colpo di spugna sull’illegalità dell’intervento della NATO, le Nazioni Unite stanno tentando di rendere di nuovo stabile il Paese.

I tentativi di pacificazione

L’ONU è presente in Libia con la MANUL (Missione d’Appoggio delle Nazioni Unite in Libia), organo esclusivamente politico. Il reale carattere dell’istituzione è lampante sin dalla nascita. Il suo primo direttore, Ian Martin (ex direttore di Amnesty International), organizzò il trasferimento di 1.500 jihadisti di Al Qaeda, in quanto “rifugiati” (sic!), dalla Libia alla Turchia per formare il cosiddetto “Esercito Siriano Libero”. Benché sia ora guidata da Ghassan Salamé [1], la MANUL dipende direttamente dal capo degli Affari Politici dell’ONU, che non è altri che Jeffrey Feltman. Ex assistente di Hillary Clinton al Dipartimento di Stato USA, è uno degli architetti del piano Cebrowski-Barnett, per distruggere Stati e società del Medio Oriente Allargato [2]. Feltman fu anche supervisore, da un punto di vista diplomatico, delle aggressioni contro Libia e Siria [3].
L’ONU parte dal presupposto che il disordine attuale sia conseguenza della “guerra civile” del 2011, che aizzò il regime di Muhammar Gheddafi contro l’opposizione. Ma, al momento dell’intervento dell’ONU, l’opposizione era costituita soltanto dagli jihadisti di Al Qaeda e dalla tribù dei Misurata. In quanto membro dell’ultimo governo della Jamahiriya Araba Libica, posso testimoniare che l’iniziativa dell’Alleanza Atlantica non fu la risposta al conflitto interno libico, bensì un’articolazione della strategia regionale di lungo respiro, che riguarda l’insieme del Medio Oriente Allargato.
Nelle elezioni legislative del 2014 gli islamisti che avevano combattuto a terra per conto della NATO ottennero scarni risultati. Decisero perciò di non riconoscere la “Camera dei Rappresentanti” (basata a Tobruk) e costituirono un’altra assemblea (basata a Tripoli), ora denominata “Alto Consiglio di Stato”. Ritenendo che le due assemblee rivali potessero formare un sistema bicamerale, Feltman mise i due gruppi su un piano di parità. Ci furono contatti tra le due parti nei Paesi Bassi e, in seguito, furono firmati gli accordi di Skhirat (Marocco), senza però l’assenso delle due assemblee. Con questi “accordi” venne istituito un “governo di unità nazionale” (con sede, inizialmente, in Tunisia), designato dall’ONU.
Per preparare l’elaborazione di una nuova Costituzione nonché le elezioni presidenziali e legislative, la Francia, sostituendosi agli sforzi di Paesi Bassi ed Egitto, ha organizzato a fine maggio un summit, cui hanno partecipato le personalità presentate dall’ONU come i quattro leader del Paese e i rappresentati dei principali Stati coinvolti della regione. L’iniziativa è stata vivacemente criticata in Italia [4].
Pubblicamente si è usato un linguaggio politico; discretamente, invece, sono stati disegnati i contorni di una Banca Centrale Libica che cancellerà il furto, da parte della NATO [5], dei Fondi sovrani libici e centralizzerà il denaro del petrolio. Comunque sia, dopo la firma di una dichiarazione comune [6] e gli abbracci di rito, la situazione sul campo è precipitata.
Il presidente francese, Emmanuel Macron, agisce in base alla propria esperienza di banchiere d’affari: ha riunito i principali leader libici scelti dall’ONU; con loro ha valutato come proteggere i rispettivi interessi, in vista della creazione di un governo riconosciuto da tutti; ha verificato che le potenze straniere non abbiano intenzione di sabotare l’iniziativa; e ha creduto di poter ottenere il plauso dei libici. Però non è andata così, perché la Libia è un Paese completamente differente dalle società occidentali.
È evidente che la Francia, che è stata, insieme al Regno Unito, la punta di lancia della NATO contro la Libia, sta cercando di incassare i dividenti dell’intervento militare, che gli alleati anglosassoni le hanno a suo tempo sottratto.
Per capire quel che sta accadendo, bisogna tornare indietro nel tempo e analizzare come vivono i libici, in virtù delle loro peculiari e personali esperienze.

La storia della Libia

La Libia esiste solo da 67 anni. Con la caduta del fascismo e la fine della seconda guerra mondiale, la colonia italiana fu occupata dai britannici (in Tripolitania e in Cirenaica) e dai francesi (nel Fezzan, che divisero e, amministrativamente, annetterono alle colonie d’Algeria e Tunisia).
Londra favorì l’instaurazione di una monarchia controllata dall’Arabia Saudita, la dinastia dei Senussi, che regnò dall’indipendenza del Paese, nel 1951. La monarchia, di religione wahabita, mantenne il nuovo Stato in un oscurantismo totale, favorendo gli interessi economici e militari degli anglosassoni.
La monarchia fu rovesciata nel 1969 da un gruppo di ufficiali che proclamò l’indipendenza autentica del Paese e mise alla porta le potenze straniere. Sul piano politico interno, nel 1975 Muhammar Gheddafi stilò un programma, il Libro Verde, con cui s’impegnò a soddisfare le principali aspirazioni delle popolazioni del deserto. Per esempio, mentre tutti i beduini desideravano possedere una propria tenda e un proprio cammello, Gheddafi promise a ogni famiglia un appartamento gratuito e un’auto. La Jamahiriya Araba Libica garantì anche acqua [7], educazione e sanità gratuite [8]. Progressivamente, la popolazione nomade del deserto si sedentarizzò lungo la costa, ma i legami delle famiglie con le tribù d’origine si mantennero più saldi delle relazioni di vicinato. Furono create istituzioni a livello nazionale, ispirate alle esperienze dei falansteri dei socialisti utopici del XIX secolo, e fu instaurata una democrazia diretta, pur mantenendo le antiche strutture tribali. Le decisioni importanti erano dapprima presentate all’Assemblea Consultiva delle tribù e, successivamente, deliberate dal Congresso Generale del Popolo (parlamento nazionale). Sul piano internazionale, Gheddafi si dedicò alla risoluzione dei conflitti secolari tra gli africani, arabi e neri. Mise fine alla schiavitù e utilizzò una parte consistente delle entrate petrolifere per sostenere lo sviluppo dei Paesi sub-sahariani, soprattutto del Mali. Le iniziative di Gheddafi scrollarono gli occidentali che perciò avviarono politiche di aiuto allo sviluppo del continente.
Tuttavia, malgrado i progressi, trent’anni di Jamahiriya non bastarono a trasformare questa sorta di Arabia Saudita africana in una società laica moderna.

JPEG - 29 Kb
Ghassan Salamé e il suo capo, Jeffrey Feltman.

Il problema odierno

Distruggendo il regime di Gheddafi e facendo sventolare di nuovo la bandiera dei Senussi, l’ONU ha fatto retrocedere il Paese alla situazione antecedente il 1969: un coacervo di tribù che vivono nel deserto, tagliate fuori dal mondo. La Sharia, il razzismo, la schiavitù sono ricomparsi. In simili condizioni è vano cercare di ristabilire l’ordine dall’alto. È invece indispensabile, innanzitutto, rendere pacifiche le relazioni tribali. Si potranno prevedere istituzioni democratiche solo dopo aver compiuto quest’operazione. Fino a quel momento, la sicurezza di ciascuno sarà garantita solo dall’appartenenza a una tribù. Per sopravvivere, i libici impediranno a loro stessi di pensare autonomamente e faranno sempre riferimento alla posizione del proprio gruppo.
L’esempio della repressione degli abitanti di Misurata contro quelli di Tawarga è esemplare. I misurata sono discendenti di soldati turchi dell’esercito ottomano, mentre i tawarga discendono da schiavi neri. Coalizzati con la Turchia, i misurata hanno partecipato al rovesciamento della Jamahiriya. Dopo che la bandiera dei Senussi è stata di nuovo imposta, i misurata si sono scatenati, con furore razzista, contro i neri. Li hanno accusati di ogni sorta di crimini e ne hanno costretti 30.000 a fuggire.
Indubbiamente sarà difficile far emergere una personalità della statura di Gheddafi, che possa essere innanzitutto riconosciuta dalle tribù e, successivamente, dal popolo. Del resto non è questa la soluzione che sta cercando Feltman. Contraddicendo le dichiarazioni ufficiali che parlano di soluzione «inclusiva», ossia che includa tutte le componenti della società libica, Feltman, attraverso gli jihadisti – con cui, quando era al Dipartimento di Stato, aveva collaborato per combattere Gheddafi – ha imposto una legge che vieta ogni funzione pubblica alle persone che hanno servito la Guida. La Camera dei Rappresentanti si è rifiutata di applicare questa disposizione, tutt’ora in vigore a Tripoli. Questo dispositivo è simile a quello della debaasificazione che lo stesso Feltman impose all’Iraq, all’epoca in cui era uno dei dirigenti dell’Autorità Provvisoria della Coalizione. In entrambi i casi, simili leggi sono utili per privare le istituzioni statali della maggior parte delle élite politiche, spronandole alla violenza o all’esilio. È evidente come Feltman continui a perseguire gli obiettivi del piano Cebrowski, pur avendo la pretesa di lavorare per la pace.
Diversamente da quel che sembra, il problema della Libia non è la rivalità tra i leader, bensì l’assenza di pacificazione tra le tribù e l’esclusione di chi sostenne Gheddafi. La soluzione non può essere negoziata da quattro leader riuniti a Parigi, ma unicamente in seno e intorno alla Camera dei Rappresentanti di Tobruk, la cui autorità si estende ora sull’80% del territorio.

Traduzione
Rachele Marmetti
Il Cronista 

[1] Ghassan Salamé è un politico libanese e docente universitario in Francia. È padre della giornalista francese Léa Salamé e della direttrice della Fondazione Boghossian del Belgio, Louma Salamé. Ha lavorato con Jeffrey Feltman in Iraq, ma non in Libano.
[2] “Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 agosto 2017.
[3] “La Germania e l’ONU contro la Siria”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Al-Watan (Siria) , Rete Voltaire, 28 gennaio 2016.
[4] Nel 2011 il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, insorse contro l’intervento della NATO. Fu richiamato all’ordine atlantista dallo stesso parlamento.
Ndt:
L’opzione inizialmente “pacifista” di Silvio Berlusconi e il naufragio di questa si spiegano con due considerazioni.
Primo, l’atteggiamento amicale del governo Berlusconi nei confronti della Libia si pone in continuità con quello dei governi precedenti. Chiuso il capitolo coloniale e preso atto della stabilità di Gheddafi al potere, l’Italia ha sempre cercato di sfruttare in chiave affaristica i buoni rapporti con la Guida. Un’apertura mercantile che si è sempre estesa alle imprese private: basti citare la FIAT, che nel 1976, bisognosa di capitali, chiese e ottenne un finanziamento dal governo di Tripoli, in cambio del 15% della società torinese.
Ma nel 2011 (a 25 anni dall’estromissione di Gheddafi dalla FIAT, in ossequio a un diktat della NATO, pretestato dal timore che il socio libico suggesse tecnologia militare dalla FIAT), l’ostilità contro la Libia era ormai una scelta atlantica irreversibile, alla quale si era piegato il grosso del mondo politico e affaristico italiano. Persino i sindacati si convertirono alla guerra: il 22 febbraio Susanna Camusso, segretario della CGIL (il primo sinacato del Paese!), condannò le esitazioni del governo italiano a intervenire in Libia e lo spinse a muoversi. Rossana Rossanda, esponente dei comunisti storici, fece lo stesso sul Manifesto del 9 marzo. Il 2 aprile il presidente della Repubblica, il postcomunista Giorgio Napolitano, non esitò a coprirsi di ridicolo affermando che l’aggressione alla Libia non poteva considerarsi una guerra!
Berlusconi si trovò a fronteggiare non soltanto il favore generale dell’Italia verso l’aggressione a Gheddafi, ma dovette accettare un coinvolgimento diretto, ancorché discreto, del Paese: dal 17 febbraio soldati italiani furono schierati a Benghazi (accanto a truppe inglesi e francesi e saudite), in funzione provocatoria nelle manifestazioni di piazza, dove offrirono ai media atlantisti lo spettacolo artefatto di cittadini colpiti dalle truppe di Gheddafi.
[5] “La rapina del secolo: l’assalto dei «volenterosi» ai fondi sovrani libici”, di Manlio Dinucci, Il Manifesto (Italia) , Rete Voltaire, 22 aprile 2011.
[6] « Déclaration politique sur la Libye », Réseau Voltaire, 29 mai 2018.
[7] Nel 1991 la Libia iniziò a costruire il “Grande fiume artificiale”, una vasta rete per sfruttare le falde acquifere del Bacino di Nubia, che si trovano molto in profondità. Questo gigantesco sistema non ha equivalenti nel mondo.
[8] A causa della penuria di ospedali, gli interventi spesso erano effettuati all’estero, a spese dello Stato.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article201399.html

La guerra contro la memoria storica è una campagna a lungo termine della NATO

La NATO è un’alleanza presente da tempo immemorabile che ha liberato l’Europa dal nazismo e ci protegge dall’orso russo, che poi è quello che dovremmo credere. La verità storica è molto diversa, ma la NATO si sforza di revisionarla. Un compito a lungo termine con conseguenze oscure.

| Varsavia (Polonia)
English  русский  Deutsch  français  Türkçe  norsk  Español  Nederlands  عربي  Português

Aggiornamento: L’autore di questo articolo è stato arrestato e imprigionato, in data 18 maggio 2016.

JPEG - 47.1 Kb

Nei giorni 8 e 9 luglio, Varsavia ospiterà il prossimo vertice della NATO, la riunione dei capi degli Stati membri dell’Alleanza nel formato del Consiglio Nord Atlantico.
L’incontro di Varsavia sarà il 25° vertice nella storia della NATO e vi saranno sviluppati gli accordi raggiunti nel corso della precedente riunione dei capi di Stato dell’Alleanza tenutasi a Newport nel 2014.
In particolare, abbiamo a che fare con la creazione di una forza di reazione rapida sul territorio dei paesi dell’Europa orientale che sarebbe in grado di condurre operazioni di combattimento lungo il cosiddetto fianco orientale dell’Alleanza. Il Ministro degli Affari Esteri della Polonia, Witold Waszczykowski, ha sottolineato che la creazione di basi militari permanenti della NATO e, in particolare, statunitensi sul territorio della Polonia sarà annunciato durante il vertice.
È attesa la presenza di 2.500 partecipanti oltre a quella di 1.500 giornalisti stranieri. Per questo evento è stato affittato il moderno Stadio Nazionale al centro di Varsavia. Le misure di sicurezza sono state inasprite in relazione a possibili minacce terroristiche e alle proteste di organizzazioni pubbliche che hanno già dichiarato la loro intenzione di tenere una sorta di anti-summit nella capitale polacca.

In tandem con i preparativi per l’evento, è stata condotta un’intensa campagna di informazione, il cui compito principale consiste nel fomentare le paure legate ad azioni e piani presumibilmente aggressivi da parte della Russia. La guerra sulla memoria storica fa parte di questa campagna a lungo termine. Qui va riconosciuto che la rivalutazione dei fatti storici e la negazione del ruolo dell’Unione Sovietica nella Grande Vittoria del 1945 trovano un certo terreno storico e politico nei paesi baltici e in Romania, dove gli autori della narrazione commissionata dalla NATO si riferiscono spesso direttamente a movimenti collaborazionisti locali presentando le loro attività come esempi di “lotta per l’indipendenza” nei confronti dell’Unione Sovietica.
La situazione è vista in modo diverso in Polonia, dove è molto difficile trovare sostegni in favore della tesi che la liberazione non sia stata la salvezza del popolo polacco dal genocidio di Hitler. La riformattazione della storia moderna è stata coordinata da agenzie statali come l’Istituto Polacco per la Memoria Nazionale. Tutte queste attività sono finalizzate a evitare la dissonanza cognitiva in modo che la popolazione dell’Europa orientale non possa guardare ai monumenti e ricordare la propria liberazione dalla Germania nazista ad opera dell’Armata Rossa, qualcosa che metterebbe in dubbio che la Russia sia lo storico ed eterno nemico e aggressore.
La riformattazione delle percezioni dei fatti storici è parte di questo alquanto complesso progetto a lungo termine. È impossibile fare qualcosa del genere nel corso dei soli due mesi che precedono il vertice. Tuttavia, altri sforzi possono essere intrapresi.
Nel quadro della guerra dell’informazione, i media dell’Europa orientale pubblicano regolarmente dei materiali in merito al dispiegamento di testate nucleari nella regione di Kaliningrad. L’esistenza stessa di questa regione come soggetto della Federazione Russa viene esibita come una minaccia per l’esistenza di paesi vicini. Sul fianco sud, un ruolo analogo nel processo volto a far montare un crescente senso di pericolo è attribuito alla Transnistria. In questo modo, Kaliningrad spaventa i popoli baltici e i polacchi, mentre la Transnistria è usata per terrorizzare i romeni e, in misura minore, i bulgari.
La guerra dell’informazione viene condotta in modo sistematico e professionale. Il suo inizio era legato alla necessità di preparare l’opinione pubblica alla diffusione di sistemi di difesa missilistica in Europa orientale.
In connessione con il processo di normalizzazione delle relazioni tra l’Occidente e l’Iran, i gestori delle pubbliche relazioni della NATO sono stati costretti ad ammettere finalmente che i sistemi missilistici sono finalizzati esclusivamente all’immaginaria minaccia russa.
La Polonia sta cercando di svolgere un ruolo di primo piano nelle zone settentrionali e del Baltico nell’ambito della corsa agli armamenti in Europa orientale. A sua volta, la Romania sta cercando di prendere l’iniziativa nella regione del Mar Nero. Ma tutto da quelle parti risulta tanto più difficile in quanto la Turchia ha agito come il leader della coalizione anti-russa da oltre un anno e mezzo in qua. Quella stessa Turchia che ha mostrato certe ambizioni geopolitiche.
Tuttavia, Bucarest sta cercando di utilizzare la totale mancanza di fiducia di Washington nei confronti di Erdoğan per offrire al Pentagono dei servigi alternativi. L’iniziativa per la creazione di una flotta combinata della NATO del Mar Nero, partecipata anche da quei paesi che non sono ancora membri dell’alleanza, Ucraina e Georgia, come proposto dal ministro della Difesa romeno Mihnea Motoc, è un esempio di tale approccio.
La preparazione del vertice è stata attentamente monitorata dal Dipartimento di Stato americano. Il vice di John Kerry, Anthony Blinken, ha recentemente visitato diversi paesi dell’Europa orientale. I colloqui del funzionario americano con i suoi colleghi dell’Europa orientale si riducono in sostanza a una cosa: gli ex membri del blocco orientale devono sostenere senza riserve la posizione di Washington durante il vertice, soprattutto per quanto riguarda il rafforzamento militare della NATO lungo il cosiddetto fianco orientale, e dovrebbero sopportare le spese della difesa a carico dei loro bilanci statali.
Blinken ha sottolineato che la Russia intende provocare le forze della NATO in vista del vertice. A sostegno delle sue parole, Blinken si è riferito ai pattugliamenti delle forze aeree russe sul Mar Baltico. Tuttavia, ha dimenticato di dire che quel che ha causato la preoccupazione dell’aeronautica russa è stata la presenza di navi da guerra USA. Ma secondo i funzionari americani, questa è una quisquilia che non vale la pena menzionare quando è in corso la guerra dell’informazione.
Blinken ha fatto in modo che il presidente americano possà sentirsi a suo agio nella capitale polacca. Al fine di far svolgere il vertice in un buon ambiente, il governo di Varsavia, facendo riferimento a una minaccia terroristica, ha approvato una legge in base alla quale è vietato che si svolga qualsiasi raduno o peggio durante il periodo in cui si tiene un evento internazionale di così estrema importanza come il vertice.
Tutto questo è stato fatto preoccupandosi del benessere del boss della nuova Europa filoamericana, Barack Obama. Le spese ufficiali del Ministero della Difesa polacco per lo svolgimento della riunione dei capi di Stato dell’alleanza ammontano a 40 milioni di dollari. Da sola questa notizia può davvero causare qualche incomprensione e portare i cittadini della capitale polacca a fare dei picchetti durante le giornate estive del vertice NATO.

Traduzione
Matzu Yagi

Libia, ora si sa perché l’imperialismo ha distrutto il paese.

Libia, ora si sa perché l’imperialismo voleva rovesciare il Paese.

20 aprile 2018.

[Traduzione a cura di Marika Giacometti dall’articolo originale di Abayomi Azikiwe pubblicato su Pambazuka.]

Sette anni fa, a partire dal 19 marzo 2011, il Pentagono negli Stati Uniti e la NATO avviarono un imponente bombardamento contro la Libia.
Per sette mesi i caccia militari sorvolarono migliaia di volte il Paese, allora uno degli Stati africani più ricchi.  Stando a quel che si dice furono sganciate sul Paese decine di migliaia di bombe che provocarono dai cinquantamila ai centomila morti, moltissimi feriti e l’esodo di milioni di persone.
Il 20 ottobre, il Colonnello Muammar Gheddafi, da moltissimo tempo a capo della Libia, stava guidando un convoglio che lasciava la sua città natale di Sirte, quando i veicoli vennero colpiti. Gheddafi venne catturato e ucciso brutalmente dalle forze contro-rivoluzionarie, guidate, armate e finanziate dagli Stati Uniti, dalla Nato e dai loro alleati.

La Francia ebbe un ruolo chiave nella distruzione dello Stato libico. L’allora presidente del partito conservatore, Nicholas Sarkozy, lodò la distruzione del sistema politico libico della Gran Giamahiria e l’esecuzione di Gheddafi.
Tutti gli Stati imperialisti e i propri alleati promisero alla comunità internazionale che la contro-rivoluzione libica avrebbe inaugurato un’era di democrazia e prosperità. Questa dichiarazione non poteva essere più lontana dalla verità.
Sarkozy desiderava che lo stato libico venisse annientato e Gheddafi assassinato, perché aveva ricevuto in prestito dal leader africano milioni di dollari per finanziare la sua campagna elettorale alle elezioni presidenziali del 2007. Voci di corridoio e successivi documenti confermarono quest’ipotesi.
Il 20 marzo 2018, il mondo si è svegliato con la notizia che Sarkozy era in arresto e lo stavano interrogando per delle irregolarità finanziare verificatesi sotto il governo di Gheddafi. In quel periodo la Libia era lo Stato trainante dell’Unione Africana che nacque sulle basi di una rivitalizzata Organizzazione dell’Unità Africana fondata nel maggio del 1963. La Dichiarazione di Sirte del 1999 portò alla creazione nel 2002 dell’Unione Africana e spostò la direzione delle deliberazioni del continente verso lo sviluppo di istituzioni rinvigorite che avessero obiettivi più significativi come l’integrazione economica e la sicurezza dei vari Stati.
La questione di Sarkozy riaccende i riflettori sulla guerra genocida che si è combattuta in Libia nel 2011 e sulle sue conseguenze: sottosviluppo, instabilità e impoverimento per il Paese insieme alle implicazioni che coinvolsero l’Africa settentrionale, l’Africa occidentale e il continente in generale. Oggi la Libia è il serbatoio del terrorismo, della schiavitù e di un conflitto interno in cui sono almeno tre i poteri che rivendicano l’autorità.
Nonostante gli sforzi del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per costituire un governo di accordo nazionale, l’unità del Paese è ancora lontana. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha le sue responsabilità nella crisi libica, per le due Risoluzioni 1970 e 1973 che fornirono una motivazione pseudo-legale al bombardamento a tappeto e alle operazioni di terra della guerra imperialista del 2011 con le sue conseguenze brutali.
Secondo un articolo pubblicato da France24: “Degli agenti dell’ufficio francese per l’anticorruzione e le infrazioni fiscali e finanziarie stanno interrogando Sarkozy nella periferia parigina di Nanterre, dove sarebbe in stato di fermo dalla mattina di martedì 20 marzo. È la prima volta che le autorità interrogano Sarkozy su questo dossier. Possono trattenere in custodia il sessantatreenne conservatore ex capo dello Stato per 48 ore, al termine delle quali potrà o essere rilasciato senza alcuna accusa o potrebbe essere posto sotto controllo giudiziario con la richiesta di ripresentarsi successivamente”.
La campagna imperialista e il dominio neo-coloniale in Africa
Sia che Sarkozy sia posto sotto controllo giudiziario, sia che venga accusato o arrestato per i suoi crimini finanziari, restano comunque aperte delle questioni più ampie sugli esiti della guerra in Libia. La destituzione di un governo africano legittimo e l’uccisione mirata del suo leader costituiscono un crimine contro l’umanità proveniente dal desiderio dell’imperialismo di mantenere il dominio neo-coloniale sul continente.
Prima della guerra dichiarata dal Pentagono e dalla Nato alla Libia, quest’ultima rappresentava le aspirazioni non soltanto del popolo libico, ma di tutti gli Stati membri dell’Unione Africana. Era politicamente stabile, non chiedeva prestiti alle istituzioni finanziarie come il Fondo Monetario o la Banca Mondiale e forniva assistenza agli altri Stati africani in ambito sociale, tecnologico, monetario e religioso.
Nel 2009 Gheddafi era presidente dell’Unione Africana e andò all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per presentare la sua visione sugli imperativi del suo continente e sulle relazioni internazionali. In quel periodo negli Stati Uniti d’America, con l’aiuto dei principali media, venne lanciata nei suoi confronti una campagna di calunnie e diffamazione.
Nonostante sotto la Gran Giamahiria la Libia avesse cambiato atteggiamento in moltissime questioni riguardanti il suo rapporto con gli Stati Uniti e con gli altri Stati imperialisti, l’Occidente voleva rovesciarne il governo per ottenere i suoi pozzi di petrolio e le riserve straniere che avevano un valore complessivo di circa 160 miliardi di dollari. Per giustificare una guerra che voleva sovvertire il regime si utilizzò il pretesto di un genocidio imminente contro i ribelli finanziati dall’Occidente che volevano eliminare il potere di Gheddafi.
I ribelli non sarebbero mai riusciti da soli a rovesciare il governo libico. Quindi si appellarono ai propri finanziatori di Washington, Londra, Parigi e Bruxelles per assicurare la vittoria al neo-colonialismo. Comunque questo piano non è riuscito a stabilire un regime compiacente negli anni successivi alla guerra.
Questa crisi si estende oltre i problemi legali di Sarkozy. Si tratta di un problema dell’imperialismo contemporaneo, che è alla ricerca di nuovi territori da conquistare per sfruttarli e ottenere profitto.
Nonostante la continua stagnazione economica, la Francia è uno Stato capitalista importante. Il livello di disoccupazione resta elevato, mentre la crescente popolazione di immigrati africani, mediorientali e asiatici diventa il bersaglio dell’odio razziale. Le nozioni di uguaglianza e democrazia borghese vengono applicate selettivamente, perciò la classe bianca dominante mantiene il potere a spese della minoranza nera in crescita che chiede il rispetto dei diritti umani e civili.
All’estero, la Francia mantiene i propri interessi in Africa e in altre parti del mondo. Parigi è in una competizione violenta con Londra e Washington per mantenere il suo status all’interno della matrice imperialista collegata al controllo del petrolio, delle miniere strategiche e delle vie principali del commercio.
L’importanza dell’unità africana
Nel settimo anniversario della guerra imperialista contro la Libia, il bisogno di unità all’interno dell’Unione Africana è più importante che mai. La crescita economica africana, lo sviluppo e l’integrazione non possono essere slegati dalla necessità indispensabile di strutture di sicurezza indipendenti per salvaguardare le risorse e la sovranità dei popoli.
La guerra contro la Libia è stata la prima campagna conclamata del Comando Africano degli Stati Uniti (AFRICOM) che è stato attivato nel 2008 sotto l’amministrazione di George W. Bush. Con il successore di quest’ultimo, Barack Obama, l’AFRICOM è stato rafforzato e potenziato.
Il voto favorevole di tre Stati africani, il Gabon, la Nigeria e il Sud Africa, alla Risoluzione 1973 dell’ONU è stato l’errore peggiore del periodo della post-indipendenza. Nonostante all’inizio del bombardamento l’Unione Africana desiderasse raggiungere il cessate il fuoco, questa risoluzione non servì a nulla. Ciò dimostra che non bisogna mai fidarsi dell’imperialismo e che la pace e la sicurezza in Africa si possono raggiungere soltanto con la sua distruzione.
Molti Africani, sia in Africa che altrove, crederono, che viste le origini di Obama quest’ultimo potesse intraprendere politiche più favorevoli per il continente africano e per i neri negli Stati Uniti. Fu un grandissimo sbaglio, perché sotto il suo comando a servizio del mondo imperialista, le condizioni sociali ed economiche degli Africani nel globo peggiorarono.
Perciò non è un individuo che controlla la politica interna ed estera. L’imperialismo è un sistema di sfruttamento, che nasce dalle esigenze di schiavitù e colonialismo. In epoca moderna, il neo-colonialismo è l’ultimo stadio dell’imperialismo e Kwame Nkrumah lo aveva riconosciuto già nel 1965, ma questa previsione gli costò la sua presidenza nella prima repubblica del Ghana sotto l’egida di Washington, e ciò segnò una grandissima battuta d’arresto per la rivoluzione africana nel suo complesso.
I popoli africani dovrebbero imparare da questi avvenimenti storici per procedere in modo più determinato e forte. L’unica soluzione alla crisi che sta affrontando attualmente il continente e i suoi popoli è l’autonomia e una politica nazionale e mondiale indipendente.
Da vociglobali

Preso da: https://www.articolo21.org/2018/04/libia-ora-si-sa-perche-limperialismo-voleva-rovesciare-il-paese/

Libia: il drammatico ritorno degli sfollati a casa

Libia: il drammatico ritorno degli sfollati a casa
Un uomo libico fa gesti all’interno di un edificio bruciato nella città di Al-Goualiche, a 120 chilometri (75 miglia) a ovest della capitale Tripoli – Foto: Pulse

DI |

“Abbiamo trovato la città saccheggiata, case in rovina, i nostri ulivi bruciati”. Seduto in quello che era il salotto della sua casa, Moftah racconta la sua delusione tornando a casa nella Libia occidentale dopo anni di esilio.
AL-GOUALICHE (LIBIA) – Al-Goualiche arroccata sulle alture dei monti Nafusa, 120 km a ovest di Tripoli, ha pagato il prezzo del suo sostegno per il Leader Muammar Gheddafi, catturato e ucciso dai ribelli nel mese di ottobre 2011. La rivolta fece piombare il paese nel caos.

Questa città di meno di 10.000 abitanti presenta un paesaggio di desolazione: case carbonizzate spazzate dal vento e dalla polvere, nessun accesso ai servizi di base, scuole distrutte o inutilizzabili. “Il 6 Luglio 2011”, ricorda Mohammad Moftah: il giorno preciso in cui ha dovuto rinunciare a tutto per fuggire con la sua famiglia, come gli altri residenti di Al-Goualiche, diventata città fantasma da allora. Questa città fu quindi l’obiettivo del “continuo bombardamento della NATO” – ribelli alleati – che bersagliava le forze fedeli di Gheddafi. “Restare significava morire”, dice il quarantenne.
Il timore di rappresaglie da parte delle città vicine, che avevano preso la causa dei ribelli, ha poi impedito ai residenti di tornare. Le Nazioni Unite, che hanno cercato per anni di raggiungere un accordo tra i diversi attori politici in Libia, incoraggiando e sostenendo il lavoro per la riconciliazione tra i popoli, dove i desideri di risentimento e vendetta sono ancora ardentemente vivi. In questo contesto, nel 2015 è stato firmato un accordo di riconciliazione tra le città di Jebel Nefoussa, consentendo questo ritorno, con promesse di assistenza finanziaria. Anche se Moftah Mohamad è sopraffatto nel vedere ciò che rimane della sua casa, senza porte o finestre, dice che preferisce ancora tornare a casa.
“È meglio che continuare a girare da una città all’altra”, dice. Ma ammette di essere molto deluso dal fatto che non si sia stato fatto nulla per aiutare il suo ritorno. “Cinque o sei commissioni governative si sono succedute senza cambiare nulla nel nostro destino”, dichiara rammaricandosi. Non molto lontano, Mohamad Boukraa ispeziona la sua casa carbonizzata, appoggiandosi ai suoi due nipoti. Questo settantenne ha deciso di tornare ad al-Goualiche pochi mesi fa dopo più di sette anni di esilio. “Quando ho visto la mia casa e quelli dei miei due figli bruciati, sono crollato”, dice.
 
Un ragazzo libico cammina in un edificio bruciato e distrutto nella città di Al-Goualiche, a 120 chilometri (75 miglia) a ovest della capitale Tripoli – Pulse
Il sindaco della città non nasconde nemmeno la sua impazienza. “Gli abitanti sono in attesa di un risarcimento per poter riparare le loro case e renderle sicure”, ha detto Said Amer. “Alcune famiglie sono costrette a vivere in case carbonizzate, senza rendersi conto del rischio che ciò rappresenti per la loro salute e quella dei loro figli”, si preoccupa. – Promesse non mantenute –
Oltre alle infrastrutture pubbliche, la città di al-Goualiche ha identificato, secondo lui, 1.600 casi di risarcimento alle famiglie ancora vacanti. Per il governo, le difficoltà finanziarie sono i principali ostacoli alla ricostruzione di città come al-Goualiche. Il ritorno degli sfollati “richiede un piano di sviluppo e di fondi significativi per la ricostruzione che non abbiamo”, ha dichiarato Youssef. Secondo lui, la colpa è principalmente della comunità internazionale. “Più volte, la comunità internazionale ha fatto promesse per aiutare a ricostruire le città colpite, ma nulla è stato raggiunto”, ha detto.
La Libia ha attualmente circa 187.000 sfollati interni, secondo le statistiche dell’International Organization for Migration (IOM) redatte lo scorso dicembre 2018. Human Rights Watch (HRW) ha lanciato l’allarme giovedì sul destino degli sfollati di Taouarga (nord-est), un’altra città che si era schierata con Gheddafi nel 2011.