Noam Chomsky: pennivendolo imperiale. La Libia e la fabbrica del consenso

20 giugno 2013

Dan Glazebrook Ahram Novembre 2011

Ripulendo i ribelli libici e demonizzando il regime di Gheddafi, il leader intellettuale statunitense Noam Chomsky contribuisce all’invasione imperialista? In una lunga intervista con Chomsky, Dan Glazebrook se lo chiede.

noamÈ stato un colloquio difficile per me. Fu Noam Chomsky che per primo mi aprì gli occhi sulla struttura neo-coloniale del mondo e sul ruolo dei media aziendali nel mascherare e legittimare questa struttura. Chomsky ha costantemente dimostrato come, fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, i regimi militari furono imposti al Terzo Mondo dagli Stati Uniti e dai loro alleati europei, con lo scopo riconosciuto di tenere bassi i salari (e quindi alte le opportunità di investimento) con l’annientamento di comunisti, sindacalisti e chiunque altro fosse considerato una potenziale minaccia all’impero. Fu in prima linea nel svelare le menzogne e le motivazioni reali dietro l’aggressione contro l’Iraq, l’Afghanistan e la Serbia negli ultimi anni, e contro l’America Centrale e il Sud-Est asiatico prima. Ma sulla Libia, a mio parere, è stato terribile. Non fraintendetemi: ora la campagna è quasi finita, Chomsky può essere molto schietto nella sua denuncia, come spiega nell’intervista. “In questo momento, la NATO bombarda la più grande tribù della Libia“, mi dice. “Non viene sempre detto, ma se si leggono i rapporti della Croce Rossa descrivono una crisi umanitaria terribile nella città sotto attacco, con gli ospedali al collasso, senza farmaci e persone che muoiono, fuggono a piedi nel deserto per cercare di allontanarsi, e così via. Ciò accade sotto il mandato alla NATO di proteggere i civili“. Ciò che mi preoccupa è che questo era esattamente il mandato che Chomsky ha sostenuto.
Il generale statunitense Wesley Clark, comandante della NATO durante i bombardamenti della Serbia, aveva rivelato alla televisione statunitense sette anni fa che il Pentagono, nel 2001, elaborò una “lista” di sette Stati da eliminare entro cinque anni: Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. Grazie alla resistenza irachena e afgana, il piano è in ritardo, ma chiaramente non è stato abbandonato. Dovevamo, quindi, aspettarci pienamente l’invasione della Libia. Dato il fallimento dell’ex presidente degli Stati Uniti George Bush, nell’ottenere con la prepotenza il supporto globale nella guerra all’Iraq, con l’impegno dichiarato di Obama al multilateralismo e al “soft power”, avremmo dovuto aspettarci che questa invasione venisse meticolosamente pianificata per darle una patina di legittimità. Data la crescente predilezione della CIA nell’istigare “rivoluzioni colorate” per colpire i governi che non gli piacciono, avremmo dovuto aspettarci qualcosa di simile nell’ambito dell’invasione della Libia. E data la stretta collaborazione di Obama con i Clinton, ci si sarebbe dovuti aspettare che questa invasione seguisse il modello di grande successo istituito dall’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton in Kosovo: supportare i movimenti ribelli a terra per condurre provocazioni violente contro uno Stato, per poi urlare al genocidio per la risposta dello Stato, al fine di terrorizzare l’opinione pubblica mondiale per farle supportare l’intervento. In altre parole, avremmo dovuto vedere intellettuali di spicco e ampiamente rispettati, come Chomsky, adoperarsi per pubblicizzare le rivelazioni di Clark, avvertire dell’imminente aggressione e attirare l’attenzione sulla natura razzista e settaria dei “movimenti ribelli” che i governi di Stati Uniti e Gran Bretagna hanno tradizionalmente impiegato per rovesciare governi non conformi. Chomsky non ha certo bisogno di ricordare le atrocità sgangherate dell’Esercito di liberazione del Kosovo, dei Contras del Nicaragua, o dell’Alleanza del Nord afghana. Anzi, fu lui che allertò il mondo su molti di essi. Ma Chomsky non si è adoperato per chiarire questi punti.
Invece, in un’intervista con la BBC, a un mese dall’inizio della ribellione e, soprattutto, appena quattro giorni prima del voto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite della risoluzione 1973 e l’inizio della guerra lampo della NATO, ha preferito definire la ribellione “meravigliosa”. Altrove, l’occupazione della città orientale di Bengasi da parte di bande razziste, come “liberazione”, e la ribellione come “inizialmente non violenta”. In un’intervista con la BBC, aveva anche affermato che “la Libia è l’unico posto [in Nord Africa], dove c’è stata una reazione molto violenta dello Stato nel reprimere le rivolte popolari“, una rivendicazione così lontana dalla verità che è difficile sapere da dove iniziare. L’ex presidente egiziano Hosni Mubaraq, attualmente è sotto processo per l’uccisione di 850 manifestanti, mentre secondo Amnesty International, solo 110 morti possono essere confermati a Bengasi prima dell’avvio delle operazioni della NATO, compresi i filo-governativi uccisi dalle milizie ribelli. Ciò che rende davvero eccezionale la Libia nella Primavera araba del Nord Africa, è che sia l’unico Paese in cui la ribellione era armata, violenta e apertamente volta a facilitare l’invasione straniera. Ora che Amnesty ha confermato che i ribelli libici hanno compiuto violenze fin dall’inizio, torturando e giustiziando in massa libici neri e migranti africani fin da allora, ho iniziato l’intervista chiedendo a Chomsky se oggi si rammarica per il suo sostegno verso di loro. Lui alza le spalle. “No. Sono sicuro che Amnesty International ha ragione. Vi erano elementi armati tra di loro, ma noto che non ha detto che la ribellione fosse armata, infatti, la grande maggioranza è formata probabilmente da persone come noi [sic], oppositori borghesi di Gheddafi. Era quasi una rivolta senza armi. Si è trasformata in una rivolta violenta, e gli omicidi che vengono descritti in effetti avvengono, ma non è cominciata così. Appena è diventata una guerra civile, è successo.” Tuttavia, in realtà è iniziata proprio così.
Il vero volto dei ribelli è apparso il secondo giorno della ribellione, il 18 febbraio, quando furono arrestati e giustiziati 50 lavoratori migranti africani nella città di Bayda. Una settimana dopo, un testimone oculare terrorizzato disse alla BBC di altri 70 o 80 lavoratori migranti fatti a pezzi davanti ai suoi occhi, dalle forze ribelli. Questi incidenti, e molti altri simili, chiarirono il carattere razzista delle milizie ribelli ben prima dell’intervista della BBC a Chomsky, il 15 marzo. Ma Chomsky lo rifiuta. “Queste cose non erano assolutamente chiare, e non sono state segnalate. E anche dopo, quando sono state segnalate, non si parlava della rivolta. Si parlava di  elementi interni ad essa.” Questo può essere il modo con cui Chomsky la vede, ma entrambi gli incidenti sono stati seguiti dai principali media come BBC, National Public Radio e il quotidiano britannico The Guardian, finora. Certo, erano nascosti dopo pagine e pagine di bile anti-Gheddafi e giustificate con il solito pretesto che i migranti sono “mercenari sospetti”, ma la competenza di Chomsky nell’analisi dei media avrebbe dovuto scorgerne il senso. Inoltre, l’espulsione il mese scorso di tutta la popolazione della città libica a maggioranza nera di Tawarga, da parte delle milizie di Misurata dai nomi come “brigata per l’eliminazione dei neri“, ebbe recentemente la benedizione ufficiale del presidente Mahmoud Jibril del Consiglio Nazionale di Transizione libico (CNT). Presentando questi crimini razziali come una sorta di elemento insignificante, sembra farlo volutamente in malafede. Ma Chomsky continua ad attenersi alle sue sparate. “Parli di ciò che è accaduto dopo la guerra civile e l’intervento della NATO cui sono contrario. Due punti, lo ripeto. Prima di tutto, non si sapeva, e in secondo luogo fu un aspetto secondario della rivolta. La rivolta è opera della stragrande maggioranza della classe media, dell’opposizione non violenta. Ora sappiamo che c’erano elementi armati diventati rapidamente prominenti dopo l’inizio della guerra civile. Ma non sarebbe accaduto se questo secondo intervento non avesse avuto luogo, e forse le cose non sarebbero andate in questo modo.”
Chomsky divide l’intervento della NATO in due parti. L’intervento iniziale, autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per impedire un massacro a Bengasi, che sostiene che fosse legittimo. Ma il “secondo” intervento, in cui il triumvirato Stati Uniti, Gran Bretagna e  Francia ha agito come forza aerea delle milizie di Misurata e Bengasi nell’occupazione del resto del Paese, era sbagliato e illegale. “Dobbiamo ricordare che vi sono stati due interventi, non uno, della NATO. Uno è durato circa cinque minuti. Si basava sulla risoluzione 1973 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che prevedeva una no-fly zone su Bengasi quando v’era la minaccia di un grave massacro, insieme a un mandato a lungo termine per proteggere i civili. Durò pochissimo [come] quasi subito, non la NATO, ma le tre tradizionali potenze imperiali Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti eseguirono il secondo intervento che non aveva niente a che fare con la protezione dei civili e di certo non era una no-fly zone, ma piuttosto il sostegno alla rivolta dei ribelli cui assistiamo”. “Fu quasi isolata internazionalmente. I Paesi africani sono fortemente contrari. Hanno chiesto negoziati e diplomazia fin dall’inizio. I principali Paesi indipendenti, i BRICS, si sono anch’essi opposti al secondo intervento chiedendo negoziati e diplomazia. Anche nell’ambio della partecipazione limitata della NATO, al di fuori del triumvirato, nel mondo arabo, non c’era quasi niente: il Qatar ha inviato un paio di aerei e l’Egitto, vicino e pesantemente armato, non ha fatto nulla”. “La Turchia ha atteso per un bel po’ e, infine, ha partecipato debolmente nell’operazione del triumvirato. Quindi è un’operazione molto isolata. Si è sostenuto che è stata effettuata su richiesta della Lega Araba, ma è una menzogna. Prima di tutto, la richiesta della Lega araba era estremamente limitata e solo una minoranza vi ha partecipato, solo l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo hanno in realtà anche richiesto due no-fly zone. Una sulla Libia e l’altra a Gaza. Non possiamo parlare di quello che è successo al secondo.”
Nella sostanza siamo d’accordo. La mia tesi, però, è che fu dolorosamente chiaro da subito che la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza era una foglia di fico del triumvirato proprio per quel “secondo intervento” che Chomsky denigra. “Non era chiaro, neanche per cinque minuti, che le potenze imperiale avrebbero accettato la risoluzione. Divenne chiaro un paio di giorni dopo, quando iniziarono i bombardamenti a sostegno dei ribelli. E non doveva accadere. E avrebbe potuto essere che l’opinione mondiale, la maggior parte di esso, BRICS, Africa, Turchia e così via, avrebbe prevalso“. Sembra bizzarro e ingenuo per un uomo dalla visione di Chomsky fingere sorpresa riguardo alle potenze imperiali che utilizzano la risoluzione 1973 dell’ONU per i propri scopi, al fine di far cadere uno dei governi sulla loro lista nera. Che altro avrebbero utilizzato? E’ anche esasperante: se fosse stato qualcun altro a parlare, gli avrei detto loro di leggere Chomsky. Chomsky avrebbe detto che le potenze imperiali non agiscono umanitariamente, ma per impulsi totalitari e per difendere ed estendere il loro dominio sul mondo e le sue risorse. Gli avrebbe anche detto, avrei pensato, di non aspettarsi che quelle potenze attuassero misure volte a salvare i civili, perché ne avrebbero solo approfittato facendo il contrario. Tuttavia, in questa occasione Chomsky sembrava seguire una logica diversa. Chomsky non accetta che la sua ripulitura dei ribelli e la demonizzazione di Gheddafi, nei giorni e nelle settimane prima dell’invasione, possa aver contribuito a facilitarla? “Certo che non ho ripulito i ribelli. Non ho detto quasi nulla di loro.”
L’intervista originale ebbe luogo prima di tutto ciò, quando doveva essere presa la decisione di presentare alle Nazioni Unite la risoluzione per chiedere la no-fly zone, e tra l’altro dissi che dopo che fosse passata, pensavo che sarebbe stata usata per questo scopo, e ancora oggi lo dico.
Eppure, anche dopo che l’aggressione inglese, francese e statunitense alla Libia era evidente, Chomsky scrisse un altro articolo sulla Libia, il 5 aprile. In quel periodo migliaia, se non decine di migliaia di libici erano stati uccisi dalle bombe della NATO. Questa volta il pezzo di Chomsky  criticava apertamente i governi britannico e statunitense, ma non per la loro guerra, ma per il loro presunto sostegno a Gheddafi “e ai suoi crimini“. Questo non alimentava la demonizzazione che giustificava e perpetuava l’aggressione della NATO? “Prima di tutto, non accetto la tua descrizione non la chiamerei aggressione della NATO, è stata più complessa. Il passo iniziale, il primo intervento di cinque minuti, credo fosse giustificabile. C’era una possibilità, significativa, di un gravissimo massacro a Bengasi di cui Gheddafi ha un orribile record, e che dovrebbe essere noto, ma a quel punto credo che la reazione corretta avrebbe dovuto essere raccontare la verità su quello che accadeva.” Non posso che chiedermi perché la responsabilità di “dire la verità su quello che succede” valga solo per la Libia. Non dovremmo anche dire la verità su quello che accade in occidente? Della sua inestinguibile sete di decrescenti riserve di gas e petrolio, per esempio, o della sua paura di un’Africa indipendente, o della sua lunga esperienza nel sostenere e armare gangster brutali contro i governi che vuole abbattere? Chomsky ha abbastanza familiarità di tali esempi. Non dovremmo dire la verità sulla crisi che attualmente avvolge il sistema economico occidentale e che porta le sue élite sempre più a fare affidamento sui guerrafondai per mantenere il proprio fatiscente predominio? Non è tutto ciò, in realtà molto più pertinente sulla guerra alla Libia che raccontare i presunti crimini di Gheddafi di 20 anni fa?
Chomsky ha affrontato l’accademico e attivista statunitense James Petras, nel 2003, per la sua condanna dell’arresto a Cuba di diverse decine di agenti statunitensi e l’esecuzione di tre dirottatori. Petras avevano sostenuto poi che “gli intellettuali hanno la responsabilità di distinguere tra le misure difensive adottate da Paesi e popoli sotto attacco imperiale e le modalità offensive delle potenze imperialiste impiegate nella conquista. È il culmine dell’arroganza e dell’ipocrisia adottare un’equivalenza morale tra la la violenza e la repressione dei Paesi imperialisti nella conquista e quelle dei Paesi del Terzo Mondo sotto attacco militare e terroristico“. In questa occasione, Chomsky ha fatto di peggio. Lungi dall’adottare equivalenze morali, ha semplicemente cancellato i crimini degli alleati libici della NATO, mentre amplificava e distorceva le misure difensive adottate dal governo della Libia nell’affrontare una ribellione armata e appoggiata dagli USA. Ricordai a Chomsky il suo commento di qualche anno prima, secondo cui la Libia veniva pestata dai politici statunitensi per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni. “Sì, è vero, ma questo non vuol dire che non sia stato bello.” Ora lo è molto meno.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2013/06/20/noam-chomsky-pennivendolo-imperiale-la-libia-e-la-fabbrica-del-consenso/

Libia: Seguire il calcio femminile per capire la deriva islamista

di Gianandrea Gaiani23-07-2013

nazionale di calcio femminile libica

Ci sono notizie destinate a restare nell’ombra, ad avere poca visibilità perché riguardano temi considerati spesso marginali o secondari anche se in molti casi ben rappresentano tendenze più ampie. Per farsi un’idea di come la Libia stia sprofondando nell’oscurità dell’islamismo può essere utile seguire le notizie …calcistiche. Le autorità sportive di Tripoli hanno infatti vietato alla nazionale femminile di calcio di partecipare al torneo in programma in questi giorni in Germania. La Federazione libica ha motivato la sua decisione con il Ramadan, dopo che la squadra è stata costretta ad allenarsi in località segrete protetta da guardie armate per le minacce ricevute dagli estremisti religiosi. “La Federazione ha detto che non possiamo giocare in Germania per il digiuno – ha detto al Guardian la centrocampista Hadhoum el-Alabed – noi vogliamo andare, ma ci hanno detto che non possiamo”. La squadra libica avrebbe dovuto giocare contro quelle di Egitto, Giordania, Libano, Palestina, Tunisia e Germania nel torneo “Discover Football”, istituito dal governo tedesco e considerato il più grande raduno di calciatrici del Medio Oriente.  El-Alabed ha sottolineato come il divieto abbia mandato in frantumi le speranze di cambiamenti nella società libica dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi.

La condizione femminile rappresenta un importante indizio dell’involuzione della Libia anche sul piano politico. Il Parlamento libico, nel quale il 20 per cento dei seggi è occupato da donne, ha approvato la legge che istituisce la commissione che dovrà scrivere la nuova Costituzione che probabilmente vedrà ulteriormente rafforzato il peso della sharia. La rappresentanza femminile all’interno della commissione è stata ridotta al 10 per cento, sei donne su 60 seggi. Hana Al Qalall, professoressa di Diritto Internazionale presso l’Università di Bengasi, ha dichiarato all’agenzia Agi che “questa sconfitta è dovuta all’arrivo di deputati che non credono nei diritti delle donne, non le considerano come un vero partner nel processo di transizione democratica e cercano di escluderle dalla scena politica usando un metodo assimilabile alla discriminazione razziale”.

Parlare di istituzioni in Libia è del resto difficile, considerato che parlamento, sedi governative, ministeri vengono spesso occupati da milizie armate e tenuto conto che il governo non ha nessun controllo sul territorio e su quanto avviene nel Paese. Secondo le Nazioni Unite in Libia scorrazzano liberamente oltre 200 mila miliziani, mentre fonti d’intelligence citate da “Il Foglio” riferiscono di una crescente penetrazione di salafiti e gruppi legati alle varie anime di al-Qaeda. Il centro per la lotta al terrorismo dell’Unione africana considera che la Libia sia divenuta un importante snodo logistico e organizzativo utilizzato dai principali gruppi terroristici nordafricani e del Sahel. A questi traffici, riscontrabili soprattutto in Cirenaica e Fezzan, ma tangibili anche in Tripolitania, si sta aggiungendo l’afflusso dall’Egitto di molti militanti dei Fratelli Musulmani che temono di venire arrestati dall’esercito che ha assunto il potere al Cairo spodestando il governo islamista di Mohamed Morsi.

Come se tutto questo non bastasse il confronto politico tra  l’Alleanza delle forze nazionali (liberal-democratici) e il Partito per la giustizia e la costruzione ( Fratelli Musulmani) si mescola alle tensioni tribali e alle interferenze di molti Paesi interessati a influenzare il futuro della Libia per lo più in termini negativi per l’Italia e l’Occidente. Roma, che dopo le pressioni degli Stati Uniti ha accettato anche la richiesta del G-8 a impegnarsi per la stabilizzazione del Paese nordafricano, è in prima linea in un’operazione già approvata dalla Nato per rafforzare le forze armate libiche. Circa 20 mila soldati e poliziotti verranno addestrati all’estero, a quanto sembra in Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Italia, che da sola accoglierà ben 5 mila reclute libiche.

L’Italia ha già da un anno insediato a Tripoli la missione addestrativa Cirene (finanziata nel 2013 con 7,5 milioni di euro) che addestra i poliziotti destinati alla protezione di aree “sensibili” come i siti petroliferi e i gasdotti ma  in ambito Nato è stato deciso di effettuare all’estero il grosso della formazione delle forze libiche per non esporre istruttori e consiglieri militari ad attacchi terroristici. L’Italia sta inoltre trattando con Tripoli la cessione di equipaggiamenti militari incluse alcune centinaia di blindo Puma, tutte con circa dieci anni di vita ma ormai surplus per il nostro Esercito perché non sono protette contro mine e ordigni improvvisati.

Il vero limite del programma di sostegno militare al governo libico non riguarda però il numero di mezzi o di soldati da addestrare ma la loro ”qualità”. I militari e i poliziotti libici sono infatti per lo più ex miliziani attratti dai buoni stipendi ma la cui fedeltà alla nazione (e non alla tribù di origine) è tutta da verificare così come sarà difficile evitare l’infiltrazione di terroristi come è accaduto anche in Afghanistan. O nel vicino Mali dove delle quattro unità anti-insurrezione addestrate ed equipaggiate negli anni scorsi dagli statunitensi tre sono passate con i qaedisti che l’anno scorso invasero il Nord del Paese e la quarta ha fatto il golpe a Bamako. Insomma, meglio fare attenzione alle reclute libiche che porteremo in Italia per l’addestramento.

Preso da: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-seguire-il-calcio-femminile-per-capire-la-deriva-islamista-6932.htm

CHI VOLEVA LA MORTE DI GHEDDAFI? Scritto da: Gianni Petrosillo (14/06/2013)

CHI VOLEVA LA MORTE DI GHEDDAFI?  Scritto da: Gianni Petrosillo (14/06/2013)
Chi voleva Gheddafi morto? Noi, cioè la Nato, ovvero l’aggregazione dei Paesi democratici che esporta la libertà e la civiltà coi bombardamenti e le esecuzioni mirate. Portatori di droni di pace in ogni angolo del pianeta.
L’Italia, che fino al primo raid, in quel fatidico marzo del 2011, era stata amica e partner della Libia, in un interessante quadrangolare geopolitico nel mediterraneo, con Russia ed Algeria (e in un secondo momento anche la Turchia, interessata al progetto di gasdotto South Stream, di cui Roma era titolare con una partecipazione maggioritaria) si schierò con francesi, inglesi ed americani (in ordine inverso di aggressività) per eliminare il dittatore.

Perché lo fece avendo tutto da perdere e niente guadagnare? Perché rimettere in discussione i profittevoli accordi e la strategia vincente, tanto commerciale che diplomatica, concordata col leader arabo-africano, peraltro, dopo aver ammesso le proprie responsabilità coloniali risarcendo i libici?
Il governo italiano, che inizialmente provò almeno a restare fuori dalla guerra, proprio per il rispetto dei patti stretti con Tripoli, all’improvvisò si schierò per l’intervento attivo. Berlusconi non era affatto contento ma i suoi ministri degli esteri e della difesa, dapprima dichiaratisi apertamente contro la soluzione militare perché loro stessi pienamente coinvolti nell’imbastitura di entente con Gheddafi, mutarono atteggiamento. A parere di Umberto Bossi, membro di quel gabinetto, fu il Presidente della Repubblica a fare pressione sugli uomini dell’esecutivo che parlarono, senza mettere B. al corrente, coi vertici della Nato. C’è da crederci se si pensa che oggi Franco Frattini è candidato alla segreteria dell’Organizzazione del trattato Nord Atlantico e che La Russa, dopo aver sostenuto il mero appoggio logistico alla coalizione, fece lanciare ordigni sul territorio libico (secondi solo alla Francia per quantità di missioni e di sganciamenti) tentando di nasconderlo alla pubblica opinione.
Adesso, il Fatto quotidiano ritiene, avendone ricevuto da notizia da ambienti diplomatici e d’intelligence, che B. avesse chiesto ai servizi di uccidere Gheddafi per timore che questi rivelasse fatti compromettenti. In realtà, sempre a detta di Bossi, B. aveva paura che le barbe finte del colonnello si mettessero sulle sue tracce per l’infame voltafaccia. Ma con l’escalation del conflitto e le difficoltà del Rais, sempre più isolato internazionalmente, con Russia e Cina che non opposero il veto allo stabilimento della No Fly zone, questa eventualità risultava piuttosto remota.
Più di chiunque altro, a voler Gheddafi fuori dai giochi, erano gli stessi che lo avevano sdoganato, molto prima dei governi italiani, e che si erano sentiti traditi per i business perduti, a favore di russi e connazionali. Fu George Bush ad abolire, nel 2003, alcune sanzioni decretate da Ronald Reagan, perché così vollero le multinazionali petrolifere americane. Qualche anno dopo, nel 2006, Tripoli sparì anche dalla black list dei rogue state. Nel 2009 la Gran Bretagna restituisce Abdel Basset al-Megrahi, l’ “eroe” Lockerbie a Gheddafi che reclamava un segno di amicizia per favorire gli appalti petroliferi della Bp, la quale si lamentava di essere stata danneggiata dalla concorrenza di altre società estere. Infine, il presidente francese Sarkozy, il vero “nanonapoleone” della campagna di Libia, accreditatosi agli occhi del mondo come il nemico più acerrimo del satrapo della Jamaria. Costui era quello che più di tutti aveva qualcosa da far dimenticare, i finanziamenti del Colonnello alla sua corsa alla presidenza. Furono i rafale francesi ad intercettare il convoglio governativo che scappava attraverso il deserto e a colpirlo ripetutamente. Gheddafi fu preso dai mercenari ribelli che lo torturarono, poi una manina compassionevole, o, forse, fin troppo lesta ad eseguire gli ordini superiori (francesi) premette il grilletto in nome e per conto dell’inquilino dell’Eliseo.
Questi gli eventi. B. non ha mai controllato la Sicurezza nostrana per avanzare richieste così ardite, come l’annichilimento di un leader straniero, tanto che il suo sport più sgradito era farsi fotografare in tutte le pose, presso la sua villa in Sardegna, con gli 007 distratti dal mare e dal sole. Forse, ad un certo punto, anche lui si è augurato la morte di Gheddafi ma non ha mai voluto che il nostro paese s’infilasse in quel meschino conflitto nel quale danneggiavamo la quarta sponda del Belpaese. Questa resterà la macchia più grande sulla sua carriera politica, perché la Storia perdona le scappatelle ma non le fughe vigliacche di fronte alle responsabilità epocali.
Fonte:http://saragio.wordpress.com/2013/06/14/chi-voleva-la-morte-di-gheddafi-scritto-da-gianni-petrosillo-14062013/

L’altra verità su Muammar Gheddafi

23 ottobre 2011

«Faceva gli interessi del suo popolo, e per questo dava fastidio ai Paesi occidentali, che hanno colto il momento per toglierselo di mezzo». E l’opinione “fuori dal coro” di Michele Bella, laureando in Scienze Politiche di Fiumefreddo di Sicilia

     La recente e cruenta eliminazione fisica del rais libico Muammar Gheddafi non è ancora storia, bensì cronaca, “fumante” e grondante di sangue. Ci vorranno, dunque, parecchi anni per appurare (anche sulla base dell’operato di coloro che lo sostituiranno alla guida del Paese africano) se si era di fronte ad un despota o ad un illuminato governante.

E sì: perché potrebbe pure essere che il cosiddetto “dittatore” sia un individuo che ama svisceratamente lo Stato che si trova ad amministrare, e pur di realizzare i suoi “sogni” per quella terra dà anche vita ad atti qualificati “antidemocratici” (in pratica la cosiddetta “ragion di Stato” di cui scrisse Giovanni Botero e poi ripresa dal Machiavelli). Questo è quanto sostanzialmente sostiene Michele Bella, un brillante giovane laureando in Scienze Politiche di Fiumefreddo di Sicilia, già presente su questo sito Internet per via dei suoi trascorsi nei mondi del cinema e della tv.

     Bella è uno che non ci sta ad omologarsi alla massa di politici, intellettuali e giornalisti che in questi giorni (ma anche da diversi anni…) demonizzano il regime di Gheddafi ed “esultano” di fronte alla sua barbara uccisione; e lo fa sulla base delle conoscenze da lui acquisite attraverso i suoi studi universitari e le ricerche che ha autonomamente condotto, spinto dall’interesse verso i meccanismi politici e socioeconomici che determinano le sorti dell’umanità.

Poiché anche noi non abbiamo interessi da difendere né pregiudizi da alimentare ed, in più, ci piace dare voce a chi si colloca “fuori dal coro” delle opinioni dominanti e scontate (che non è detto siano sinonimo di “assoluta verità”…), abbiamo ritenuto doveroso intervistarlo.

– Ed allora: perché è crollato il regime di Gheddafi?
«Perché la cosiddetta “Primavera Araba” ha “scioccamente” contagiato anche la Libia».

– Perché usa l’avverbio “scioccamente”?
«Perché in Libia non si stava bene, ma… benissimo! Non si è capito, dunque, perché il Governo Gheddafi bisognava rimuoverlo. E per di più macchiandosi di un efferato omicidio (le cui raccapriccianti immagini hanno fatto il giro del mondo) perpetrato nei confronti di un essere umano che amava a tal punto la propria terra da non volersi mai distaccare da essa, nemmeno per salvarsi la pelle».

– Nella Libia di Gheddafi, dunque, si viveva benissimo?
«Altro che! Basti pensare che lo Stato assicurava ad ogni cittadino il diritto ad avere una casa, non si pagava alcuna tassa, la benzina costava appena otto centesimi al litro, agli studenti diplomati veniva assicurato uno stipendio medio fino a quando non trovavano lavoro, chi metteva su famiglia riceveva significative agevolazioni (300 euro al mese e l’acquisto della prima casa a carico dello Stato), a tutti i pensionati venivano corrisposti duecento euro al mese oltre ai rispettivi emolumenti, ai giovani che volevano studiare all’estero venivano concesse borse di studio mensili di oltre 1.600 euro, i pubblici impiegati che si assentavano dal lavoro per un paio di giorni non venivano “tartassati” con richieste di presentazione di certificati medici e diminuzioni di stipendio, le banche erogavano finanziamenti senza chiedere interessi, ecc. Infine un ultimo, ma non insignificante, particolare: in Libia, forse anche grazie al benessere di cui godevano tutti i suoi abitanti, non esisteva criminalità. La Libia di Gheddafi, insomma, era uno Stato ideale che tutti gli Stati del mondo, perennemente “impantanati” in ipocriti discorsi teorici e demagogici di democrazia e libertà, dovrebbero prendere a modello. Magari in Italia si stesse come si stava in Libia sotto la presunta “tirannia” di Gheddafi!… ».

– E come mai il fautore di questo sistema socioeconomico “perfetto” ha fatto una fine così atroce?
«Come lui stesso ha spiegato in uno dei suoi ultimi interventi in video, la cosiddetta “Primavera Araba” si è estesa, quasi fosse una “moda”, anche alla Libia, con la particolare “benevolenza” delle potenze mondiali che hanno fatto leva sull’esuberanza di giovani scapestrati, animati solo dalla voglia di contestazione tipica della loro età».

– Vuole dire, in pratica, che gli Stati Uniti e diversi Paesi europei hanno sfruttato la “Primavera Araba” per rimuovere Gheddafi: ma per quale motivo?
«Il discorso è sempre quello: ci sono Stati governati da efferati dittatori che osano calpestare i più elementari diritti umani, ma in cui la Nato non si “sogna” mai di ficcare il naso; ci si appunta, invece, su quelli dove si possono ricavare interessi. E la Libia, a parte il petrolio, ultimamente era diventata “interessante” (o “inquietante”…) anche per un altro fattore, di cui l`opinione pubblica non è a conoscenza: i tentativi di Gheddafi di dotare il continente africano di una moneta unica, che avrebbe sconvolto gli equilibri economici mondiali. Si trattava del “dinaro d’oro”, in grado di mettere in ginocchio il dollaro e l’euro. Questa sua “idea” (scaturita anche dal fatto che la Libia possiede ben 144 tonnellate del preziosissimo metallo) aveva già fatto parecchi proseliti tra i governanti dell’Africa, e ciò cominciava a far “paura” alle banche del resto del mondo. E, guarda caso, i Paesi più favorevoli a tale progetto erano l’Egitto, la Tunisia e la Siria, ossia quelli dove sono scoppiate le recenti rivolte della “Primavera Araba”… Perché, soprattutto nelle contrattazioni petrolifere, la ricchezza di una Nazione sarebbe dipesa da quanto oro essa avrebbe avuto e non da quanti dollari o euro avrebbe scambiato. Gheddafi, dunque, non faceva altro che gli interessi del suo Paese, così come dovrebbe fare qualsiasi altro governante al mondo. Tutto ciò gli ha attirato delle “antipatie” che gli sono costate care: le “bestie” che lo hanno ucciso e fatto scempio del suo corpo non sarebbero giunte a così tanta barbarie se non avessero goduto del sostegno di coloro che si fanno definire “paladini della democrazia e della libertà”, ma che, in realtà, sono solo degli squallidi affaristi protesi ad impinguare i loro portafogli ed i loro consensi elettorali».

– Mi sembra di capire che, risultando piuttosto “impopolare” sul piano internazionale, Gheddafi si è anche visto costretto a cautelarsi imponendo censure e limiti alla libertà di espressione del popolo libico, che è forse il maggior motivo di malcontento dei suoi oppositori…
«Certamente! Oltre che dalle notorie turbolenze delle “irrequiete” tribù interne, Gheddafi si doveva guardare le spalle anche dall’ostilità di tanti Paesi occidentali, con in testa gli Stati Uniti. Ma mettiamoci nei suoi panni con un banalissimo esempio: se un padre si accorge che il figlio utilizza il personal computer di casa in maniera impropria (ossia aprendo i file personali degli altri membri della famiglia, inviando e-mail volgari o connettendosi a siti diseducativi), cosa è naturale e giusto che faccia? Semplice: impedirgli l’accesso a quel computer o dotare quest’ultimo di programmi e dispositivi atti a limitare l’operatività su di esso da parte del ragazzo. Questo per dire che oggi la comunicazione è un fattore fondamentale di civiltà e progresso (anch’io non posso rinunciare alla mia “brava” pagina su Facebook), ma bisogna capire che ci rende anche più vulnerabili; ed in un contesto delicato come quello libico, piuttosto inviso alla comunità internazionale, chi si trova a governare è comprensibile che in qualche modo si cauteli onde evitare fenomeni di spionaggio oltre che manifestazioni “indisciplinate” della libertà di pensiero».

– Gheddafi, comunque, non si poteva di certo considerare un “amico” del popolo italiano: pensiamo all’ingente risarcimento che si fece liquidare dal nostro Stato, ai missili verso Lampedusa ed all’emergenza immigrati…
«Non era un amico del popolo italiano semplicemente perché, nella stupida corsa al colonialismo, l’Italia si era ingiustamente impadronita del territorio libico con la forza. Ma per il suo popolo, il colonnello Gheddafi non è stato il dittatore “cattivo” dipintoci dai mass media: è stato, invece, colui che, nel 1969, ha liberato la Libia da una monarchia particolarmente corrotta e si è subito prodigato, con risultati concreti e positivi, a modernizzarne le infrastrutture e ad elevarne il Prodotto Interno Lordo ed il tenore di vita degli abitanti».

– Per concludere: se fosse chiamato a difendere il colonnello Gheddafi di fronte al cosiddetto “Tribunale della Storia”, cosa direbbe nella sua “arringa”?
«Che ci troviamo al cospetto di un autentico rivoluzionario che è morto combattendo. Con il benessere, i servizi e le opportunità che ha garantito al popolo libico si è rivelato una guida illuminata, al punto da far “impallidire” le socialdemocrazie nordeuropee e far “vergognare” gli ipocriti capi di Stato occidentali, buoni solo a riempirsi la bocca di “democrazia e libertà” senza far nulla per assicurare dignitose condizioni di vita alla gente che amministrano. Gheddafi, invece, non prendeva in giro la gente con slogan populistici, ma anzi diceva pubblicamente che “l’Africa non necessita di democrazia, bensì di pompe d’acqua, cibo e medicine”. Certo: la democrazia e la libertà sono concetti sublimi, ma rischiano di rimanere mera utopia e di lasciare il tempo che trovano se alle persone, nessuna esclusa, non si dà innanzi tutto la possibilità di vivere dignitosamente ed in piena sicurezza. Se qualche volta Gheddafi ha fatto ricorso alla violenza, bisogna tener conto dell’accesa conflittualità tra le varie tribù libiche e della conseguente necessità di garantire l’ordine pubblico. Ma da qui a dire che era un tiranno o un despota sanguinario ce ne corre. Sicuramente era un dittatore; ma molto meglio una “buona dittatura” che delle democrazie irrimediabilmente “malate” come quelle italiana ed americana. Ed, in ogni caso, il modo in cui Gheddafi è stato fatto uscire di scena è stato a dir poco abominevole, perché nemmeno il più infimo degli animali avrebbe meritato una morte così atroce».

Ringraziamo questo “coraggioso” giovane intellettuale di Fiumefreddo di Sicilia per averci fornito un’interessante visione alternativa ed anticonformista del “Caso Gheddafi”. Per il resto non ci resta che attendere l’azione di governo delle democratiche personalità che s’insedieranno quanto prima alla guida del nuovo Stato libico: solo allora potremo verificare se sia possibile conciliare il benessere socioeconomico dei tempi del “rais” con le istanze di libertà e democrazia.

RODOLFO AMODEO

Preso da: http://www.rodolfoamodeo.it/docsDetail-notizie-3/2-personaggi/237-laltra-verita-su-muammar-gheddafi

Toh, chi si vede. La “Nuova” Libia.

Libia. Certamente non è stato un argomento – come dire? – “sviscerato” dalle ‘autorevoli’ corrispondenze da Lough Erne, l’amena località del Nord Irlanda (occupato da Sua Maestà britannica) teatro del G8.
Ma qualche riga, una mezza frase, è stata ripresa su quanto sussurrato in merito da Obama al suo nuovo palafreniere d’Italia, Enrico Letta. In sintesi è stato richiesto a Roma di prodursi in buoni uffici mediatori con il nuovo regime tricefalo Tripoli-Bengasi-Fezzan.Toh, chi si vede. La Nuova Libia
Qualcuno degli acuti commentatori si è sprofondato anche in dotte reminiscenze storiche sul “ruolo mediterraneo dell’Italia” e sui suoi “incancellabili legami storici con la quarta sponda”.
In realtà, dopo aver aperto il vaso di Pandora a suon di bombe Nato per esportare “democrazia” e assassinare Gheddafi e parte del suo popolo, gli angloamericani hanno palesemente lì, nel loro dopoguerra, trovato “qualche difficoltà”. Compresa qualche morte eccellente. E’ vero che i pozzi petroliferi sono stati comunque spartiti tra i Lords Protettori (Francia inclusa) ma la situazione, su quella sponda del Mediterraneo è oggi tutt’altro che “normalizzata”.
Di qui la “delega politica” al fedele governo coloniale Letta.

Che tenterà pure di obbedire ai comandi imperiali con qualche mossa “diplomatica”, ma che non potrà che innalzare, e molto presto, bandiera bianca.
E’ un fatto che dopo più di due anni dalla vera e propria guerra del Pentagono e della Nato contro lo Stato nordafricano della Libia, il regime da loro imposto come “Congresso Nazionale Generale” oggi stia chiedendo aiuto ai suoi padroni neo-coloniali.
Lo stesso segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, aveva di recente dichiarato che il governo filo-occidentale di Tripoli ha richiesto assistenza sulla sicurezza. E un gruppo di sedicenti “esperti” si è subito recato in Libia e riferirà al Comando Nato a fine mese “il modo e la via da seguire”. Così Rasmussen ha spiegato la sua “delega militare” chiamata a ipotizzare formule di “addestramento di forze di sicurezza libiche” sotto l’egida occidentale.
Il contesto è quello di un continuo aggravarsi della stabilità “atlantica” in Libia e, da lì, in tutto il Nord ed Ovest Africa. Un lascito della guerra scatenata da Usa, Francia e Nato nel febbraio 2011 e partecipata dall’Italia e da altre nazioni ascare occidentali. La Libia di Gheddafi, strade e città modello, ora trasformate in rovine, ha ceduto il passo ad uno Stato tribale governato da vari gruppi armati molto virtualmente legati all’ectoplasma Cng. Di fatto milizie che cercano di frantumare l’unità libica in tre “entità” territoriali diverse a Est, a Sud e a Ovest. I massacri (l’ultimo a Bengasi, l’8 giugno, tra civili e miliziani fondamentalisti dello “Scudo della Libia”) e le guerre per procura (mercenari in Siria, integralisti in Mali) sono all’ordine del giorno.
Ed è lì che il governo Letta è stato chiamato a intervenire.
In un altro Afghanistan.
Preso da:http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=21624&utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Rinascita-Tutti+%28Rinascita+-+Tutti%29

Il cervello della ‘Primavera araba’: come venne sovvertita la Libia

La primavera araba: i cyber-collaborazionisti senza cervello dei vecchi cacicchi venduti
Ali al-Haj Tahar, Le Soir d’Algerie, 14 maggio 2013 – Tunisie-Secret.com

“Nella primavera araba, freddamente eseguita, anche giovani senza cervello che hanno scambiato per Che Guevara o Gandhi degli agenti al soldo degli USA, hanno svolto un ruolo importante”, ha scritto l’intellettuale algerino Ali al-Haj Tahar su Le Soir d’Algerie. Secondo lui, si tratta di colpi di Stato “fabbricati nell’ombra, molto discretamente in Egitto, ma in modo assai chiaro in Tunisia. Non per niente ministri e funzionari tunisini sono passati dal regime di Ben Ali al regime post-Ben Ali!” Ali al-Haj Tahar è scrittore, poeta e giornalista.

arab-spring-mapNella primavera araba, questa operazione sofisticata a lungo premeditata, pianificata con pazienza, freddamente e spietatamente eseguita, ha coinvolto giovani senza cervello che hanno scambiato per Che Guevara o Gandhi degli agenti al soldo degli USA, che vi hanno svolto un ruolo prezioso. Tra loro vi erano elementi interni al sistema vigente, vecchi militari, ministri e funzionari, così come esponenti dell’opposizione di tutti i colori e, infine, giovani traditori o collaborazionisti definiti  cyber-dissidenti, per riassumere. Tra tutti questi agenti molti erano elementi che vivevano all’estero, in possesso della doppia nazionalità, tra cui quelle statunitense e francese oltre alla nazionalità di origine. Ricordiamo che in Afghanistan, gli Stati Uniti hanno messo al potere Hamid Karzai e in Iraq Ibrahim al-Jaafari, Ahmed Chalabi e Ayad Allawi. Incaricati di far scendere i manifestanti in piazza, costoro apparvero sui social network come Facebook usandoli per creare una crisi e, soprattutto, per gettare polvere sugli occhi: i colpi di Stato furono eseguiti nell’ombra, con molta discrezione in Egitto, ma in modo assai chiaro in Tunisia. Non per niente ministri e funzionari tunisini sono passati dal regime di Ben Ali al regime post-Ben Ali!
I casi del vecchio cacicco Beji Caid al-Sebsi e del generale Ammar sono istruttivi, come vedremo nel prossimo studio. Molte personalità che hanno vissuto negli Stati Uniti o avevano dei legami comprovati con i loro servizi di intelligence, sono tra gli attuali leader della primavera araba. In Libia c’è Mohammad al-Magharyef, l’attuale presidente dell’Assemblea nazionale libica, un cittadino degli Stati Uniti e dipendente della CIA sin dal 1980. Khalifa Hifter, attuale capo dell’esercito ed ex colonnello dell’esercito libico di Gheddafi, ha vissuto per 15 anni negli Stati Uniti, vicino alla sede della CIA, dopo aver disertato e diretto un esercito di “contras” oppositori di Gheddafi basato in Ciad fino al 2000, composto da mercenari che hanno commesso assassini e sabotaggi in Libia. Il 19 marzo 2011 tornò segretamente a Bengasi, dove fu responsabile di “una certa coerenza tattica delle truppe ribelli sul campo.” Una delle menti del colpo di Stato contro Gheddafi, Nuri Mesmari, ex capo del protocollo del leader libico, disertò e fuggì a Parigi il 20 ottobre 2010 consegnando alla Francia i dati sulla sicurezza e militari per consentire la preparazione delle operazioni contro Gheddafi. Rendendosi conto della cospirazione, Gheddafi aveva arrestato il suo complice, il colonnello dell’aviazione Gehani, referente segreto dei francesi dal 18 novembre 2010. Il 23 dicembre, altri personaggi libici disertarono a Parigi: tra cui Fajr Sharrant, Fathi Buqris e Alunis Mansuri. Dopo il 17 febbraio, saranno proprio loro, assieme ad al-Haji, che guideranno la rivolta di Bengasi contro l’esercito libico unendosi al CNT.
In un video, Special Investigation di Canal+, l’uomo d’affari Ziad Takieddine, lo stesso che ha accusato Sarkozy di essere stato finanziato da Gheddafi durante la sua campagna elettorale, ha fatto rivelazioni importanti. Takieddine è soprattutto il boss della North Global Oil and Gas Company, una società associata alla Total presso un giacimento di petrolio in Libia (NC7), prima di consegnare alla compagnia petrolifera francese il 100% dei suoi diritti di sfruttamento per un importo di 140 milioni di dollari. Già azionista della Total (2%) e suo associato in Iran, il Qatar voleva la sua parte in Libia: riuscendo a riscattare una parte dei diritti di sfruttamento della Total del giacimento libico NC7, senza che Gheddafi ne fosse informato. Infuriato da ciò, il leader libico  minacciò di rompere ogni accordo con la Total. Ciò gli valse l’ira congiunta dell’emiro Hamad e di Sarkozy. Nel novembre 2010, la Francia e la Gran Bretagna si accordarono per condurre  le esercitazioni militari congiunte dal nome in codice “Southern Mistral 11“: il sito dell’aviazione francese annunciò che l’operazione sarebbe stata avviata tra il 21 e il 25 marzo 2011 e che il suo scopo era abbattere un dittatore che voleva mettere al potere suo figlio come proprio sostituto! Lo scenario di “Southern Mistral 11” si svolge a Southland (terra del sud ), “contro una dittatura responsabile degli attacchi contro gli interessi francesi“. Questa esercitazione militare pianificata in tre mesi, invece dei soliti sei, stranamente ricordava l’operazione Desert Storm contro l’Iraq (gennaio 1991), ci informa lo scrittore Gilles Munier.

Islamisti ed oppositori che vivono all’estero
Mahmoud Jibril si dimise dalla carica di ministro della Pianificazione e direttore della Development Authority (il numero due del presidenza del governo di Gheddafi) alla fine del 2010, prima di entrare nel CNT il 23 marzo 2011. Casualmente, Mahmoud Jibril aveva precedentemente vissuto per molti anni negli Stati Uniti e lavorato per al-Jazeera in Qatar… Il libico Mahmoud Shamman, futuro ministro dell’Informazione del CNT, è stato membro del Consiglio di al-Jazeera in Qatar. Abdel-Jalil, l’ex ministro della Giustizia, che sembrava fare di tutto per mettere nei guai Gheddafi, in particolare nel caso delle infermiere bulgare, si dimise nel gennaio 2011 non senza aver ottenuto il rilascio di più di 400 terroristi del LIFG che guidarono l’insurrezione armata che abbatterà  Gheddafi, ma non senza l’aiuto della NATO e di 5.000 soldati inviati dal Qatar di rinforzo. Ali al-Sawi, che fu ministro del Commercio e dell’Economia, poi ambasciatore in India, si dimise e si unì all’opposizione. Abdel Hafiz Ghoga, che sarà vicepresidente del CNT, avrà un ruolo importante contro Gheddafi.
In Tunisia, l’attuale presidente Marzuqi e il leader del primo partito tunisino, l’”islamista” Ghannuchi, hanno vissuto a lungo all’estero. L’attuale ministro degli Esteri Rafiq Abdessalem (genero di Rashid Ghannuchi), è stato direttore del dipartimento di studi di al-Jazeera, in Qatar. Non vi è dubbio che al-Jazeera sia collegata direttamente con la primavera araba che ha sostenuto. L’enorme manipolazione di massa è partita da al-Jazeera, cioè una copertura di Hamad e quindi della CIA che ha fatto della televisione un nido di “rivoluzionari” infiltrati da agenti statunitensi e israeliani. Peggio ancora, in Tunisia i principali leader dell’opposizione (Boshra Belhadj Yahia, Mustapha ben Jaafar, Ahmed Najib Shebbi) furono accuratamente ignorati dalla “rivoluzione” che installava al potere oppositori che hanno vissuto gran parte della loro vita all’estero: Rashid Ghannuchi e Moncef Marzuqi, l’attuale presidente della Tunisia. Marzuqi, capo della Lega tunisina per i diritti umani, era promossa dalla Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH), organizzazione finanziata dal NED e dalla Open Society del sionista George Soros.
Ghassan Hitto, presidente dell’opposizione siriana che ha vissuto 25 anni negli Stati Uniti, più di metà della propria vita, come Osama al-Qadi, dirigeva a Washington il Centro siriano per gli studi politici e strategici, una copertura legata al Pentagono e alla CIA. Inoltre, il Consiglio nazionale siriano (CNS) è composto essenzialmente da oppositori all’estero che, del resto, sono per lo più “islamisti”. Il primo presidente del CNS è stato Burhan Ghalyun, consigliere politico di Abassi Madani, ha vissuto per la maggior parte della propria vita in Francia come insegnante di sociologia, ma non è mai stato considerato un oppositore del regime siriano fin quando dovette essere lanciata la “primavera” in Siria: una rete in sonno serve un giorno o l’altro! Infatti oggi, tutti sanno che i componenti del CNS, anche chiamato “opposizione d’Istanbul” e “opposizione di Doha”, furono nominati da Hillary Clinton in queste due città. Inoltre, tutti i leader dell’opposizione della primavera araba fecero promesse a Israele. Infatti, Bassma Kodmani, membro del CNS, che aveva partecipato alla conferenza Bilderberg del 2012, dove il cambio di regime in Siria era all’ordine del giorno, aveva invocato relazioni amichevoli tra la Siria e Israele durante un talk-show francese, anche arrivando a dichiarare: “Abbiamo bisogno d’Israele nella regione.” Un altro membro del CNS, Ammar Abdulhamid, dichiarò il suo sostegno a relazioni amichevoli tra Israele e Siria, in un’intervista con il quotidiano israeliano Ynetnews, mentre trapelò una conversazione telefonica tra Radwan Ziyad del CNS e Mohammad Abdallah in cui volevano chiedere maggiore supporto dal ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. Al di fuori del CNS, Ribal al-Assad e l’ex vicepresidente in esilio Rifaat al-Assad, dissero che la Siria voleva fare pace con Israele. Nofal al-Dawalibi, a sua volta disse in un’intervista a Radio Israele che il popolo siriano voleva la pace con Israele.

Revolution 2.0” per vecchi cacicchi
Per quanto riguarda la Libia, secondo il quotidiano israeliano Yediot Aharonot, venne firmato un accordo nel 2011 tra il Consiglio nazionale di transizione (CNT) e Tel Aviv per l’installazione di una base militare nelle montagne verdi della Libia, se i ribelli arrivavano al potere. Il documento recante l’intestazione “Israel Defense Forces”, rileva inoltre che in cambio Israele si impegna a fare incrementare gli attacchi aerei della NATO contro le forze del governo libico e di ottenere l’adesione dei Paesi arabi la causa del CNT. Ciò non suggerisce che elementi delle forze speciali israeliane abbiano dato una mano alla “rivoluzione” libica? Perché la “primavera” siriana arriva per ultima? Solo perché i pianificatori sapevano che per sconfiggerla era necessario che tutti i Paesi “rivoluzionari”, le loro armi, i loro mercenari e terroristi e persino di battaglioni di giovani jihadisti tunisini, di cui una dozzina avrebbe offerto i propri servigi, svolgessero il ruolo di coniglietti dei GI che combatterono in Vietnam.
Collaborazionisti arabi di tutte le età hanno beneficiato dell’addestramento, degli aiuti e delle sovvenzioni delle organizzazioni statunitensi che operano per conto della Casa Bianca, del Dipartimento di Stato e della CIA, essendo negli Stati Uniti sottili le frontiere tra organizzazioni civili e organizzazioni militari, dato che il patriottismo statunitense non ha limiti nel suo impegno.  Innumerevoli organizzazioni lavorano per la promozione dell’ideologia statunitense, anzi per  l’egemonia del Paese sul mondo. Freedom House ha anche svolto un ruolo importante nella primavera araba, questa fiera dei manipolati. Nel 2009 Freedom House pubblicò la “Mappa della Libertà” di ogni continente, differenziando i Paesi secondo il grado di democrazia assegnatogli da essa. La mappa diceva che l’unico Paese completamente libero nel Maghreb-Medio Oriente… era Israele. Cinque Paesi erano “parzialmente liberi”: Marocco, Giordania, Libano, Yemen, Bahrain. Tutti gli altri Paesi della regione erano considerati “non liberi”. E’ per questo motivo che le ONG come l’International Crisis Group di George Soros, cercano di portarli alla libertà sostenendone i traditori. Ciò non esclude che la Freedom House finanzi un gruppo di protesta in Marocco, il Movimento del 20 Febbraio!
Le ONG statunitensi hanno anche addestrato i giovani del Bahrein che iniziarono la loro Primavera araba. Non si sa se qualcuno di loro sia sciita, ma la Casa Bianca ha ordinato all’Arabia Saudita di aiutare il governo in carica a sedare la ribellione, che attualmente sembra essere composta da sciiti che chiedono diritti legittimi: scarsamente rappresentati nelle istituzioni del Paese, gli sciiti del Bahrein si scontrano negli ultimi due anni contro l’esercito e le forze dell’ordine sauditi inviati di rinforzo. Bahrain, che vuole finirla con gli sciiti, ha anche distrutto diverse moschee della comunità musulmana ora considerata il nemico numero uno dal wahhabismo internazionale. Accusati di adorare Ali al posto di Allah e di non riconoscere Muhammad (QSSL) come profeta, gli sciiti sono oggetto di molte altre perverse deviazioni diffuse dalla propaganda saudita.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2013/05/28/il-cervello-della-primavera-araba-come-venne-sovvertita-la-libia/

UCCISO PER IMPEDIRE LA LIBERAZIONE DELL’AFRICA DAL 2014

Pubblicato su 17 Aprile 2013 da frontediliberazionedaibanchieri

Ogni tanto torniamo sull’argomento per cercare di contrastare l’ “operazione oblio” messa in atto dal sistema nel suo complesso.

L’omicidio di Gheddafi è stata una azione criminale.

Si è voluto dare un ” esempio ” di cosa sono capaci di fare contro i popoli della Terra che combattono l’imperialismo, a fianco della negazione di qualsiasi tipo di civiltà da parte dei selvaggi d’America e d’Asia.

L’Africa non si deve emancipare, non deve essere indipendente, ma deve continuare ad essere terreno di conquista da parte delle multinazionali che depredano questi popoli delle loro risorse naturali, facendoli morire di fame, ed alimentando l’immigrazione, che è il primo passo verso la globalizzazione.

Gli intellettuali della resa e gli arresi senza intelletto si trovano fianco a fianco, nel continuare la svendita di loro stessi ( e questa è la cosa meno importante), per perseguire lo scopo ultimo degli usurai mondialisti: non più popoli ma solo schiavi.

Claudio Marconi

gheddafi.jpg

 

Quando Gheddafi e suoi figli furono linciati e assassinati, in occidente nessuna voce d’indignazione si alzò. Anzi, gente che si è spacciata come icona progressista e pacifista, come Danilo Zolo o Angelo Del Boca, ululò al fianco del lupo della NATO Amm. Giampaolo di Paola contro la ‘feroce e cocciuta’ resistenza di Gheddafi e della Jamahiriya Libica a Sirte, posta sotto assedio dalla NATO, dai suoi satelliti petro-monarchici e dalle bande di ascari sanguinari integralisti, che intenerivano e inteneriscono i cuoricini del ‘barboncini rossi’ del Pentagono e del social-colonialismo anglo-francese: Da Jean Ziegler, Illan Pappé, Tariq Alì, Rashid Kalili, Samir Amin, giù, fino alle loro locali riproduzioni in sedicesimo, come i già citati Del Boca, Zolo, Rossana Rossanda e ancora giù giù, fino allagauche-caviar italofona, come la compassionevole e orgogliosa bombardatrice della Libia Laura Boldrini, il vile barbocino rivoluzionario di casa Berlusconi Valerio Evangelisti, la feccia della sinistra radicale italiana rappresentata dalla teppaglia social-colonialista di PCL, PdAC, PRC, Sinistra Radicale, IlManifesto, Utopia, rossa o arancione, Campo antimperialista, tutti indefettibilmente schierati con gli stupratori islamo-atlantisti in Libia e in Siria, e tutti sulla stessa linea del fronte assieme ai reporter-mercenari sostenuti dai soldi del Qatar, che da una parte finanzia i terroristi in Libia e Siria, e dell’altra se ne assicura una favorevole copertura mediatica, accordando finanziamenti alle agenzie di disinformazione strategica, come in Italia l’ANSA (fondata dall’agente dell’intelligence inglese Renato Mieli, legato alla struttura ‘intellettuale’ di Gladio: Interdoc), la RAI, soprattutto RAI-3, TG-3 eRaiNews, gestiti da sgradevoli pupazzi e squallidi buffoncelli, coadiuvati da cosiddetti ‘freelance’ da 6/8000 euro mensili, collegati alle fazioni più screditate dell’intelligence italidiota (come quella che esprime la rivista clandestinaThéorema).
Dietro alla verbosità pseudo-rivoluzionaria di questa teppaglia massimalista e dietro i ‘sobri servizi’ di questi ‘reporter-spie’, ufficiali e ufficiosi, dell’apparato di disinformazione pubblico italiano, si nascondono i veri e concreti interessi degli apparati imperialistici e atlantisti, che perseguono i loro spregevoli obiettivi utilizzando financo questa insulsa massa di utili idioti e di laidi ruffiani. Dietro all’antirazzismo manierato e perbenista di una Boldrini, si cela la forma più ripugnante di disprezzo dell’umanità. Il pezzo seguente, semplice e chiaro, mostra quale fosse l’obiettivo reale dell’efferata campagna di disinformazione e bellica condotta contro la Repubblica Popolare Socialista della Jamahiriya Libica.
Il resto è solo mancia per prostitute e galoppini della NATO e dei petromonarchi wahhabiti.

Alessandro Lattanzio, 15 aprile 2013

Ucciso per impedire la liberazione dell’Africa dal 2014
285615Eliminarlo subito o perdere il controllo totale dell’Africa a partire dal 2014, ecco la ragione che ha spinto la Francia, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e i loro alleati nella campagna contro Gheddafi. Valuta, Fondo Monetario Africano, Banca Centrale Africana, telecomunicazioni, trasporti, Stati Uniti d’Africa… Muammar Gheddafi aveva abilmente pianificato tutto, ponendosi entro l’anno 2014 la creazione della banca centrale, una base monetaria e molto altro ancora per liberare il continente dopo mezzo secolo d’indipendenza, una parola seguita da nessun atto o “governata senza controllare”. Dopo aver proposto, nel 2000 al vertice dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) a Lomé, di realizzare il sogno di Kwame Nkrumah e di sheikh Anta Diop, e aver ottenuto la creazione dell’Unione africana (UA) pochi anni dopo, il leader libico si spingeva oltre.

Satelliti africani e Afriqiya: Due idee concrete per l’unità
Gheddafi spinse i suoi colleghi a comprare un satellite per l’Africa, l’Africa ha la sua indipendenza nelle comunicazioni, pre-finanziando questo acquisto con centinaia di milioni di dollari. “Seppe spendere generosamente (…) e per acquistare il satellite africano, ci sono voluti trecento milioni di dollari pronti“, dice Moustapha Cissé, ex-ambasciatore senegalese in Libia ed ex-consigliere speciale dell’ex presidente del Senegal Abdiou Diouf, responsabile del mondo arabo-islamico.
La Guida della Jamahiriya libica offrì così RASCOM-QAF1, il primo satellite per telecomunicazioni dedicato al continente africano e alle sue isole. Fu messo in orbita il 20 dicembre 2007! Fu il primo lancio di un satellite nella storia di tutti i Paesi africani.
Gheddafi lanciò anche la compagnia aerea Afriqiyah Airwyas, che assicurava i collegamenti tra le capitali africane e le regioni del continente. La società offriva quattro voli regolari tra Tripoli e Dakar, Abidjan e Cairo… ecc. “Molte persone usarono la linea Afriqiyah per andare a Parigi. Perché potemmo fare Dakar, Tripoli, Parigi, andata e ritorno per 400.000 FCFA (615 euro)“, aggiunge il diplomatico senegalese. “Così Tripoli era diventata la piattaforma di comunicazione tra l’Africa, il mondo arabo e l’Europa.”

Valuta e la Banca centrale africana nel 2014
Gheddafi propose l’istituzione di un’unità monetaria africana (AMU). Aveva versato 30 miliardi (di dollari) per la creazione dell’AMU, che avrebbe avuto sede a Yaoundé (Camerun). Aveva inoltre in programma la creazione di una Banca Centrale Africana (ACB), che avrebbe dovuto installare il suo quartier generale ad Abuja, la capitale federale della Nigeria. La banca africana doveva iniziare ad emettere una moneta africana nel 2014. “Cosa che non piacque all’occidente, perché ci avrebbe permesso di abbandonare il CFA ed altre valute che servono solo a corrompere le nostre economie” dice indignato Cissé

Investitore africano in Africa
Gheddafi aveva una dinamica politica africana. Dal Senegal al Ciad, passando per Guinea, Costa d’Avorio, Ghana, Liberia, Benin, Togo, Nigeria, Niger, Mali, ecc. La guida libica aveva investito miliardi di dollari nel settore agricolo, nel petrolio, turismo e infrastrutture. In Mali, il più piccolo investimento libico era pari a 50 miliardi (di CFA) nel settore alberghiero. “Gli investimenti libici nel settore alberghiero erano stimati in oltre 50 miliardi di franchi CFA“, ha detto Balla Umar Touré, direttore generale dell’Ufficio del Turismo del Mali. Diverse altre centinaia di miliardi di dollari furono investiti nel settore agricolo. Per i maliani Gheddafi era “un uomo che si era impegnato per la causa d’Africa“.
Il Consiglio nazionale di transizione (CNT) venne considerato in Mali un organo dei ribelli sostenuti dalla comunità internazionale. Fin dall’inizio della rivolta a Bengasi, e dall’arrivo delle  aeronautiche straniere, associazioni musulmane e partiti politici organizzarono manifestazioni a Bamako, a sostegno di Gheddafi, denunciando “l’invasione occidentale“.
Il leader libico aveva, secondo i suoi nemici, versato diversi miliardi di dollari per la creazione delle banche Sahelo-Sahariane in Senegal, Mali, Niger, Mauritania, Ciad, ecc., e per l’acquisizione di diverse società occidentali in Africa, per ridurne l’influenza sulle economie del continente. Questo fu, per esempio, il caso dell’azienda petrolifera Mobile,del gruppo statunitense Exxon-Mobil, che divenne la Oil Libia in gran parte della sub-regione dell’Africa occidentale.
La Guinea-Conakry deve il suo primo canale televisivo a Muammar Gheddafi, che glielo offrì in nome del popolo libico quale regalo al “popolo fratello” della Guinea, nel 1979. Inoltre rifornì l’esercito della Guinea, dalle armi pesanti alle uniformi dei soldati, per diversi decenni. Oltre a un enorme sostegno finanziario. “E ora certi finanzieri dicono che gli investimenti libici nella sub-regione superavano tutti gli altri investimenti“, ha sottolineato l’ambasciatore Mustapha Cissé.

La vita dei libici, con Gheddafi
1 – La Libia era l’ultimo nell’elenco dei Paesi indebitati! Il debito era il 3,3% del PIL! In Francia è l’84,5%! L’88,9% negli Stati Uniti! Il 225,8% in Giappone!
2 – La luce era gratuita!
3 – L’acqua calda era gratuita!
4 – Il prezzo di un litro di benzina era di 0,08 euro!
5 – Le banche libiche prestavano senza interesse!
6 – I cittadini non pagavano tasse e l’IVA non esisteva!
7 – Ogni famiglia libica, su presentazione del libretto di famiglia, riceveva 300 euro di aiuti al mese!
8 – A ogni studente che voleva studiare all’estero, il “governo” dava una borsa di studio di 1627,11 euro al mese!

Wadr.org

Tratto da: aurorasito.wordpress.com

 

Gaddafi e la decolonizzazione della Libia

1 dicembre 2012

Gaddafi e la decolonizzazione della Libia

nasser_and_gaddafi_haykal_plane_Dec1970

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DEDICATO AI RATTI TRADITORI (termine coniato da Muammar Gaddafi e che ora i rinnegati ripetono come stupidi pappagalli) CHE HANNO DISTRUTTO L’UNITÀ, INDIPENDENZA E SOVRANITÀ DELLA LIBIA GRAZIE ALLE BOMBE AMERICANE E NATO. VOI AVETE COMMESSO IL PIÙ GRAVE CRIMINE CHE UN UOMO POSSA COMMETTERE CONTRO LA PROPRIA TERRA: NON C’È PERDONO PER TALE VILE ATTO, PAGHERETE PER TUTTO CIÒ. TORNEREMO PRESTO. GADDAFI NON MUORE MAI.

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GAddafi, rapidamente e in modo determinato, riuscì ad espellere gli imperialisti.

Liberazione significa espellere gli imperialisti bianchi, non invitarli a ritornare per bombardarvi e occuparvi

by Sukant Chandan – Sons of MalcolmTraduzione di A.Lattanzio – SitoAurora

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Il libro di Jonathan Bearman del 1986 sulla Libia, è il migliore sull’argomento che ho trovato. Tutti gli altri libri omettono fatti importanti, come ad esempio i lavori di Robert Bruce St. John (probabilmente ‘L’autorità occidentale sulla Libia’) ripuliscono il ruolo di USA, inglesi e francesi in Libia. C’è un battibecco sui libri sulla Libia più recenti, in particolare riguardo alla caduta della Jamahirya, è un peccato che il libro di Vijay Prasad sulla Libia sia anch’esso pieno di omissioni e distorsioni su ciò che è avvenuto in Libia, in particolare nel periodo di riavvicinamento (post 1999) e dal febbraio 2011; una vergogna da parte di qualcuno che ha basato gran parte della propria carriera su un libro, generalmente buono, sulla storia del Movimento dei Paesi Non Allineati e il movimento anti-imperialista dopo la seconda guerra mondiale. Mi sforzerò di rivedere il libro di Prasad nel prossimo periodo.

Il seguente estratto dal libro di Bearman dimostra come la rivoluzione libica dell’1 settembre 1969, guidata da Muammar Gheddafi, compisse dei concreti passi nei primi mesi, e a uno-due anni dalla rivoluzione, adempiendo alla missione del più grande patriota libico, Omar al-Muqtar, espellendo i colonialisti dalla Libia. Ciò venne ottenuto dalla leadership del Consiglio del comando rivoluzionario, il corpo principale della rivoluzione con Gheddafi al suo timone, dall’ideologia  nazionalista ‘terzomondisa’/internazionalista, nazionalista panaraba e di giustizia sociale; per molti aspetti strettamente alleato e protetto dal vicino egiziano Gamal Abdel Nasser, da cui Gheddafi ridenominava le basi aeree di al-Adem e Tobruk, dopo che questo grande leader africano e arabo aveva espulso gli inglesi dalle loro basi, che per inciso, furono le prime da cui le SAS operarono.

La SAS ritornarono in Libia nel febbraio 2011, grazie a tutti quegli agenti di MI6, CIA e servizi segreti francesi che addestrarono i loro squadroni della morte, erroneamente chiamati “ribelli”, con l’aiuto e il supporto di britannici, yankee, francesi e altre potenze della NATO che hanno trasformato la Libia dallo Stato più prospero, pacifico e sviluppato dell’Africa, in uno che tortura e lincia persone di colore e patrioti, distruggendo la pace tra le tribù, sotto Gheddafi, con una folla di 400 milizie. Sappiamo tutti che le SAS cooperavano con i ribelli fin dai primi giorni della ribellione, puntando a un piano da molto tempo studiato per il cambiamento di regime. L’estratto seguente mostra come le conquiste storiche della rivoluzione di Gheddafi di al-Fatah, del  1 settembre, sono state completamente sovvertite. Speriamo che i nordafricani e i libici rivedano l’esperienza della Rivoluzione, vedano i molti vantaggi avuti dal popolo libico e dai popoli oppressi che resistono in tutto il Mondo, e perseguano la via della riconquista di tale strategia, in nuove circostanze e sfide.

Oggi la città di Bani Walid resiste affrontando l’assalto totale di questi squadroni della morte e dei loro padroni della NATO, dimostrando al Mondo come un popolo fiero si opponga a testa alta in difesa delle proprie tribù, terra, famiglie e dignità. Coloro che scelgono di giustificare ciò che sta accadendo a loro e al popolo libico sono nemici dei popoli, nemici di Omar al-Muqtar. Dio e gli antenati faranno giustizia di loro.

‘La cacciata delle basi’
La Libia di Gheddafi, Jonathan Bearman, 1986, Zed Books, pagine 76-79

Per i clienti strategici della Libia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il discorso anti-coloniale intrapreso dalle nuove autorità ebbe un impatto immediato e devastante nell’eliminazione delle loro basi militari. Queste non erano di scarsa importanza. Le strutture militari inglesi e statunitensi in Libia aggiungevano un’ulteriore dimensione agli occidentali, alla NATO in particolare, riguardo possibili interventi nella regione. I campi di Wheelus e al-Adem non avevano rivali nell’offrire spazio per le esercitazioni militari. Mentre la RAF e l’USAF beneficiavano di condizioni quasi perfette per volare a bassa quota, usando proiettili veri, la Cirenaica concedeva ai britannici l’accesso a un terreno ideale per le grandi manovre. L’opposizione britannica e statunitense alle intenzioni dichiarate dal nuovo regime di espellere la presenza militare straniera, era prevista. Per gli Stati Uniti, in particolare, la chiusura della base Wheelus sarebbe stata una perdita strategica,  colpendone le capacità militare nella regione, in un momento in cui la presenza sovietica in Egitto stava crescendo.

La minaccia alle basi era la preoccupazione principale di Londra e Washington, dopo l’improvvisa  deposizione della monarchia. In effetti, inglesi e statunitensi, evitando un’azione precipitosa a sostegno del regime di Idris, avevano sperato di salvaguardare il futuro dei loro impianti con un nuovo accordo con le nuove autorità. Non c’era nessuna garanzia, la posizione ufficiale del RCC era chiara: nessuno dei due Paesi avrebbe avuto soddisfazione, senza ricorrere alla forza. Nonostante le smentite pro-forma del Foreign Office britannico, era noto nel mondo arabo che gli inglesi avevano un piano di emergenza per intervenire in Libia. Nell’ambito del trattato anglo-libico del 1953, un protocollo segreto prevedeva l’invasione della Libia in caso di emergenza. I dettagli del piano, nome in codice Operazione Radford, furono ottenuti dagli egiziani nel 1965 da un archivista del ministero della difesa britannico. Pubblicato su al-Ahram, il piano richiedeva lo spostamento di truppe britanniche da Germania, Malta e Cipro per difendere il re e ristabilire l’ordine. Secondo Mohammed Heikal, caporedattore di al-Ahram, il regime di emergenza era destinato proprio alla situazione che si era verificata in Libia. Ciò che scoraggiò gli inglesi fu la velocità e la decisione con cui i Liberi Ufficiali agirono. Se fosse seguita una lunga lotta, Gran Bretagna e Stati Uniti avrebbero inventato un pretesto per l’intervento.

Con Gheddafi, gli inglesi e gli statunitensi dovettero affrontare un nuovo leader che avrebbe agito  senza compromessi. Nel suo discorso a Tripoli del 16 ottobre, Gheddafi promise coraggiosamente che avrebbe trasformato il paese in un ‘campo di battaglia’ se gli inglesi e gli statunitensi non se ne fossero andati in “modo ragionevole”. Due settimane dopo, il 29 ottobre, l’RCC fece il suo approccio formale alla Gran Bretagna, a riguardo, chiedendo l’evacuazione rapida delle forze britanniche dal territorio libico. Gli inglesi, con il ministro della difesa Denis Healey, valutarono la situazione con attenzione. La perdita dei campi di addestramento in Cirenaica era considerata grave, ma non sembrava esserci alternativa all’accettazione. L’esperienza di Suez e della guerra civile algerina metteva in guardia contro ulteriori avventure coloniali. Il governo Wilson rispose con una richiesta di colloqui che durarono due sessioni, per un totale di sei ore. Al primo incontro, l’8 dicembre, l’ambasciatore britannico Donald Maitland fu incaricato di ammettere il principio di recesso. Dopo di che, fu semplicemente una questione di dettagli. Nella seconda sessione, una settimana più tardi, Maitland annunciava il termine della partenza per il 31 marzo 1970. Anche prima che i colloqui fossero iniziati, gli inglesi avevano ridotto la loro presenza ad al-Adem e Tobruk da 2.000 a 1.000 effettivi, tra ottobre e dicembre. Nel forzare la questione, i libici avevano abilmente disposto una serie di potenti scambi.

Più importante fu la loro capacità, particolarmente pregiudizievole per una potenza petrolifera in ascesa, di minacciare il ritiro dei loro depositi, intorno a 384 milioni di sterline. Se questo si fosse rivelato insufficiente, avrebbero potuto anche avviare l’annullamento dei contratti non indispensabili, e nazionalizzare gli interessi britannici della BP ed altri, in Libia. Gli inglesi, invece, si trovavano in una situazione di relativa debolezza, non potevano contrastare la Libia con la minaccia di sospendere il contratto per la fornitura di 200 carri armati Chieftain, ordinati dal regime precedente per aumentare la capacità terrestre delle forze armate libiche. Sarebbe stato un gesto di sfida inefficace. A quel tempo, l’impegno oltremare britannico veniva ampiamente rivisto, mentre il governo laburista iniziava il ritiro inglese da est di Suez. Gli inglesi erano semplicemente inclini ad accordarsi con un altro governo nazionalista. La missione di Maitland, per quanto riguardava Whitehall, doveva incitare i libici a un comunicato congiunto che sottolineava i vantaggi reciproci da una ulteriore cooperazione anglo-libica. Per Londra si trattava di limitare i danni, soprattutto per proteggere i vasti interessi economici britannici.

In seguito a tale successo, l’RCC rivolse la sua attenzione verso l’evacuazione della base aerea statunitense di Wheelus. I colloqui iniziarono a dicembre, subito dopo che gli inglesi avevano iniziato ad andarsene, ma non senza una grande inquietudine sulla prospettiva della gestione della sofisticata base, sede regionale dell’USAF, da parte di un ‘regime radicale arabo’. In effetti,  sembrando probabile che i libici consegnassero le strutture all’Unione Sovietica, l’amministrazione Nixon non avrebbe concesso il ritiro. Ma Gheddafi insisteva che i libici non avrebbero aperto le strutture ad altre potenze straniere. ‘La Libia rivoluzionaria non potrà mai sostituire uno straniero con un altro straniero o un intruso con un altro intruso’, avrebbe detto secondo il Lybian Mail del maggio 1970. In ogni caso, la decisione della Gran Bretagna di ritirarsi aveva già spiazzato gli statunitensi, così Washington accettò. Il 24 dicembre, il giorno dopo che i britannici avevano annunciato il loro ritiro, una dichiarazione congiunta libico-statunitense annunciava laconicamente che gli Stati Uniti avrebbero seguito l’esempio il 30 giugno. In effetti, l’evacuazione degli statunitensi, come degli inglesi, venne finalmente effettuato prima della scadenza, e con un minimo sforzo.

Gli inglesi finalmente lasciarono la Libia il 28 marzo, e gli statunitensi completarono il loro ritiro l’11 giugno. Fu un risultato storico. Celebrando la ‘vittoria contro l’imperialismo’, le autorità rivoluzionarie ridenominarono l’al-Adam Airbase, Gamal Abdul Nasser Airbase, e Field Wheelus, Okba bin Nafi Airbase, da un conquistatore arabo della Libia. Qualsiasi speranza che uno dei due Paesi avesse di mantenere una certa influenza militare in Libia, attraverso accordi di fornitura e addestramento, fu presto dissipata. Il 29 dicembre, dopo il suo successo iniziale, il RCC annullò il contratto del vecchio regime con la British Aircraft Corporation. A novembre, un primo tentativo di riavvicinamento venne fatto dal governo francese, come rifornitore alternativo di armi […] I francesi vi videro un mezzo per estendere la loro influenza in Africa del Nord, a spese degli inglesi e degli statunitensi. Nel gennaio 1970, la conclusione della transazione fu annunciata: la Francia vendeva alla Libia i primi 50 aerei Mirage V, 15 da consegnare nel 1971. I libici volevano questi aerei da guerra francesi, molto ambiti, per ricostruire l’arsenale arabo dopo il confronto con Israele.

Nasser vide nella Libia una via di rifornimento di quelle armi che sarebbero state, invece, bloccate dall’embargo occidentale. Mentre la trattativa era ancora in corso, Gheddafi disse: “Se sarà possibile ottenere Phantoms o Mirages, si avrebbe una colossale  forza araba“. [L’accordo finale dei francesu con la Libia] del 31 gennaio, riguardava 110 aerei da guerra […] Non vi erano condizioni allegate sul loro uso nel conflitto in Medio Oriente, tranne che essere ‘basati’ e ‘gestiti’ solo in Libia. Le uniche limitazioni reali applicate al loro uso, era evitare lo scontro con Stati clienti della Francia in Africa. L’accordo fu un altro trionfo delle autorità rivoluzionarie. Non solo l’RCC espulse le basi straniere, ma aveva drasticamente posto fine alla sua dipendenza militare da Gran Bretagna e Stati Uniti; la Gran Bretagna aveva perso la posizione di principale fornitore dell’esercito e della marina libici, e gli Stati Uniti vennero spodestati dal ruolo di primo contraente dell’aviazione libica. Avviando l’acquisto di armi dalla Francia, il RCC aveva un maggiore margine di manovra nel perseguire i propri obiettivi nazionalisti […] Le autorità rivoluzionarie riuscirono nel loro obiettivo più importante: spezzare la morsa militare britannica e statunitense sulla Libia.

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CON SOTTOTITOLI ITALIANI

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by Sukant Chandan – Sons of Malcolm

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

LibyanFreePress.net Network reloaded at

https://libyanfreepress.wordpress.com/2012/12/01/8288/

Democrazia in Libia, ovvero come rubare 150 miliardi di dollari

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La campagna militare della NATO in Libia ha avuto due risultati emblematici. Primo: l’aviazione dell’alleanza nordatlantica ha arrecato alla Libia un danno sette volte maggiore rispetto a quello inflitto al paese durante la Seconda guerra mondiale dagli aerei del maresciallo hitleriano Rommel. Secondo: sono spariti attivi libici dell’ammontare di 150 miliardi di dollari “congelati” un tempo in banche estere.

Questi dati sono riportati nel libro “Abbattimento di Muammar Gheddafi. Diario libico. Anni 2011-2012” scritto da Anatolij Egorin dell’Istituto di orientalistica presso l’Accademia delle Scienze della Russia. La presentazione del libro si è svolta a Mosca. Si tratta della prima ricerca integrale in Russia sulla tragedia libica.

Ovviamente, le distruzioni sono una conseguenza inevitabile di qualsiasi guerra. Ma, considerato che la NATO ha ricevuto il mandato soltanto per stabilire una “no fly zone”, le dimensioni delle distruzioni in Libia non dovevano essere così grandi. Non solo, ma gli attivi esteri libici di 150 miliardi di dollari dovrebbero bastare per coprire i danni o per lo meno di una loro notevole parte. Ma il denaro è sparito senza lasciar traccia. Sorge la domanda: come poteva succedere?

Anatoli Egorin, autore del “Diario libico”, avanza la sua ipotesi:

“Quando è stata lanciata la campagna contro Muammar Gheddafi ed è diventato chiaro che la NATO non intendeva lasciarlo al potere, tutto questo denaro è cominciato a spandersi. Nessuno sa precisamente dove e come. Sulla stampa sono trapelate solo notizie frammentarie sul fatto che questi fondi venivano sottratti e riciclati da banchieri occidentali attraverso zone offshore. Adesso tutti cercano il denaro libico ma le probabilità di trovarlo sono minime. Sarebbe, del resto, sbagliato imputarlo solo all’Occidente. Gli stessi libici che sono venuti a sostituire Gheddafi e che hanno combattuto contro di lui ne portavano via macchine piene attraverso il deserto all’estero. Questi fatti sono pure noti.

All’incirca della stessa opinione è Fatima abu-an-Niran, capo dell’Associazione internazionale per la democrazia in Libia:

“In Libia è stato rubato tutto ciò che si poteva rubare. Ciò avveniva agli occhi del mondo intero e nessuno ha detto una parola contro. Non sono accuse gratuite. Lo ha confermato in precedenza il già capo della Banca Centrale della Libia. Si tratta non solo dei 150 miliardi di dollari depositati sui conti esteri. Il denaro continua a fuggire dalla Libia all’estero, anche per vie illegali. Ciò succede sullo sfondo degli scontri intertribali e nelle condizioni di un potere praticamente illimitato delle formazioni paramilitari locali che fanno con le persone non gradite tutto quello che vogliono. Ora è chiaro che l’invasione da parte della NATO è stata intrapresa non per instaurare in Libia la democrazia. Adesso tutti possono vedere che il vero obiettivo era quello di depredare il paese.

Diventa sempre più evidente che le sorti dalla Libia come stato non interessano più all’Occidente. Già da un anno i nuovi governanti libici si occupano della spartizione delle cariche e non si danno la briga di chiedere ai loro precedenti protettori dove sono andati a finire i 150 miliardi di dollari che adesso sarebbero tanto utili, in una paese diventato di colpo povero dopo la guerra.

http://rus.ruvr.ru/

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LibyanFreePress.net Network – 6/11/2012

https://libyanfreepress.wordpress.com/2012/11/06/8172/

RICORDARE LA JAMAHIRIYA LIBICA

DI ALEXANDER MEZYAEV
strategic-culture.org

La Libia uno stato autosufficiente e prospero è collassato due anni fa. Riporta alla memoria i drammatici eventi e ciò che hanno prodotto. Prima di tutto, è stato un nuovo tipo di guerra, una «rivoluzione virtuale» e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite erano basate su …la revisione delle sequenze di un film Tv.

Dopo l’adozione della risoluzione numero 1970 da parte del Consiglio di Sicurezza ONU, il Consiglio ONU per i diritti umani ha inviato in Libia la Commissione d’indagine indipendente. Il governo libico acconsentì alla visita di tutti i posti dove sarebbe stato aperto il fuoco su chi protestava pubblicamente. I membri della commissione furono autorizzati ad andare ovunque volessero recarsi e loro … in tutta fretta lasciarono il paese.

Gheddafi li invita per un incontro, ma essi nemmeno attesero fino ad allora! Non seguì alcun’altra indagine da parte della «comunità internazionale ». Vladimir Chamov, ex ambasciatore russo in Libia (2008-2011), scrisse, «la menzogna usata dalla NATO per giustificare la sua Guerra contro la Libia fece impallidire persino quella inventata come pretesto per invadere l’Iraq».

Egli sa di cosa parla, visto che è stato anche ambasciatore russo in Iraq. La risoluzione adottata dal Consiglio di sicurezza ONU prefigurava la possibilità di «qualsiasi azione» contro la Libia. Vi si dice che la Russia commise un grande errore astenendosi mentre il Consiglio di sicurezza votava per la risoluzione N 1973. E i diplomati russi, incluso Oleg Peresypkin, ex ambasciatore russo in Libia (1984-1986), dicono che era del tutto possible opporsi al testo prima della votazione. Infatti, per la prima volta nella storia del diritto internazionale qualsiasi stato poteva adottare qualsiasi misura contro la Libia. Le parole usate erano di sfida, necessitavano un lavoro di rifinitura , di precisazione, ma … ciò non è mai accaduto.

Per la prima volta nella storia, il caso di un paese fu sottoposto alla Corte penale internazionale, per quanto la Libia non vi avesse nemmeno aderito.

Dopo gli eventi in Libia, i risultati elettorali e la conformità al diritto interno hanno cessato di essere criteri per giudicare la legittimità del potere esercitato dallo Stato. Erano le dichiarazioni di capi di stato stranieri (il Presidente degli Stati Uniti, per esempio) che ora contavano.

Le cosiddette rivoluzioni arabe hanno arrecato parecchi danni agli interessi della Russia. Senza dubbio, la cooperazione col mondo arabo era benefica, ora invece sono andati perduti molteplici contatti. Pavel Akopov, presidente dell’Associazione dei diplomatici russi ed ex Ambasciatore russo in Libia, ricorda, «Gli economisti sovietici misero a punto un sistema di concessione di crediti per gli stati arabi. Un prestito decennale veniva concesso a un tasso di interesse del 2.5%. Era possibile pagare con i beni prodotti dall’industria del paese o dale imprese costruite con l’aiuto fornito dall’Unione sovietica a scapito dei prestiti. Questo era il modo in cui esportavamo prodotti dell’industria ingegneristica ». Il modello di sviluppo di relazioni bilaterali benefiche per ambo le parti si è rivelato così attraente da essere copiato in Occidente.

Per la Russia la Libia è stata la perdita più grande nel Medio Oriente.
L’ex ambasciatore russo in Libia (1991-1992) Veniamin Popov dice che attraverso il riscatto dei prestiti la Libia pagava alla Russia più di ogni altro paese nella storia della cooperazione economica tra l’ USSR ed altri stati. I libici pagavano sempre con denaro contante, altrimenti, esportavano riserve di petrolio. Il greggio libico è un prodotto di elevata qualità, essendo praticamente privo di zolfo.
Secondo Alexey Podzerob, ex Ambasciatore russo in Libia (1992-1996), persino estinguere parte del debito era conveniente visto che il denaro veniva usato per piazzare ordini per l’industria russa!

L’eliminazione della Libia è un crimine contro lo stato, ma anche un tentativo di decretare arbitrariamente un nuovo diritto internazionale. Gli eventi in Mali sono una diretta conseguenza di ciò che è successo in Libia. Il caso è stato già trasferito alla Corte penale internazionale, e ciò non appena il Presidente legalmente eletto è stato rovesciato. Il 19 febbbraio 2013 la Commissione internazionale indipendente d’indagine dell’ONU ha consegnato un rapporto al Consiglio di sicurezza ONU nel quale si raccomandava fortemente di sottomettere la situazione in Siria all’attenzione della stessa Corte. La Commissione ha riconosciuto che «I gruppi armati anti-governativi hanno commesso crimini di guerra, tra cui omicidio, tortura, sequestro di persona ed aggressione a cose oggetto di tutela. Continuano a mettere in pericolo la popolazione civile posizionando obiettivi militari all’interno di aree civili ». E ancora, secondo la Commissione «Le violazioni e gli abusi commessi dai gruppi armati anti-governativi non hanno comunque raggiunto l’intensità e la portata di quelli commessi dalle forze governative e dalle milizie affiliate ». (1) Peraltro, Carla Del Ponte, ex procuratore capo di due tribunali ONU di diritto penale internazionale, è un membro della Commissione. Considerando casi di guerra civile, ha reso una persecuzione unilaterale una norma di «giustizia» internazionale.

Le lezioni della Libia devono essere tratte per rettificare errori. Parlando in conferenza-stampa alla fine di dicembre 2012, il presidente Putin ha detto che la Russia non avrebbe ripetuto l’errore. Secondo lui, «Non appoggeremo alcun gruppo armato che cerchi di risolvere problemi interni con l’uso della forza ». Egli ha anche rilasciato una dichiarazione che non poteva passare inosservata. Parlando in conferenza-stampa a Copenhagen nel 2011 disse che nessuno aveva il diritto di interferire nei conflitti interni altrui. Oggi questa presa di posizione acquista un significato specifico. L’intervento internazionale in altri paesi non è più trattato alla stregua di un’interferenza in affari interni. La posizione resa pubblica da Putin richiede di lasciarsi alle spalle decisioni fittizie e arbitrarie presentate come atti legali e di tornare al vero diritto internazionale. È qualcosa che va ricordato da tutti i sostenitori di un «nuovo» sistema legale internazionale parallelo.

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L’eliminazione della libica Jamahiriya del Grande Popolo Socialista è stata la fine di un progetto mondiale di ampia portata, un modello alternativo di società …

Ricordando la Jamahiriya libica non si dovrebbe dimenticare il fondatore del paese che ha sacrificato la propria vita per essa. Muammar Gheddafi è morto e lo ha fatto con dignità. Aveva riflettuto sulla morte a lungo. Quasi quaranta anni fa la sua famosa storia chiamata Morte vide la luce. In essa egli si interroga se la morte sia maschio o femmina. Dal punto di vista della filosofia di Gheddafi la differenza è significativa. Se la morte è maschio ad essa bisogna opporsi ad ogni costo, se è femmina– allora bisogna abbandonarsi ad essa. La storia dice che la morte può assumere qualsiasi forma ed è la forma che definisce le tue azioni. Il capo della Jamahiriya libica ha agito come avrebbe dovuto così come descritto nella sua toccante storia.

(1) Il testo completo del rapporto della Commissione d’indagine ONU è disponibile sul sito web dell’Alto Commissario ONU per i diritti umani: http://www.ohchr.org/ Documents/ HRBodies/ HRCouncil/CoISyria/A.HRC.22.59_en.pdf

Alexander Mezyaev
Fonte: http://www.strategic-culture.org
Link: http://www.strategic-culture.org/news/2013/03/04/remember-libyan-jamahiriya.html
4.03.2013

Traduzione per http://www.Comedonchisciotte.org a cura di ALE EL TANGUERO Fonte:http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11598

Anche su: http://marionessuno.blogspot.it/2013/03/ricordare-la-jamahiriya-libica.html