La Libia è stata liberata? Da che cosa? Per condurla dove e come?

Malta
Cosa accadrà se le forze di invasione non lasciano la nostra terra? Se l’esercito degli Usa e degli altri rimarrà sulla nostra amata patria? Se le loro aziende e le loro ambasciate rimarranno aperte, la bandiera Americana ben esposta? Rimarremo in silenzio? Potete immaginarlo?
Finalmente “Siamo liberi”.    (Se l’ISIS o l’UE non arriveranno prima!)
Mentre l’instabilità politica e la sicurezza in deterioramento hanno complicato i loro sforzi, gli Usa si impegnano ad addestrare le forze di sicurezza del Paese, forze che, ovviamente, avevano precedentemente distrutto insieme con la Nato.
“Gli Usa, e I loro alleati della Nato costruiscono l’esercito spalleggiatore libico, a spese della Libia. Gli Usa si impegnano ad addestrare le Forze di sicurezza libiche”, dichiara il Dipartimento statunitense della Difesa, aggiungendo che “la Libia sta pagando per l’addestramento, che dovrebbe richiedere otto anni”. Vedete, gli Usa hanno già detto che si prenderanno la loro fetta di torta!

E adesso, a che punto siamo!
Presto potrebbero essere strette altre due catene, l’UE e l’ISIS!
Nel Marzo 2008 Muammar al – Gheddafi prese la parola al summit della Lega araba a Damasco per pronunciare uno dei suoi discorsi.
Tra le altre cose, indirizzò ai capi di Stato un ammonimento profetico, accusandoli di avere avvallato il rovesciamento e la seguente esecuzione di Saddam Hussein. “Una Potenza straniera occupa un Paese arabo e impicca il suo leader mentre noi restiamo a guardare ridendo…”. Gheddafi tuonò: “Il vostro turno arriverà presto!” Il pubblico scoppiò a ridere. Le telecamere inquadrarono in sala il padrone di casa, il Presidente siriano Bashar Al-Assad, mentre sorrideva. Gheddafi proseguì imperterrito: “Perfino voi, gli amici dell’America. Anzi, noi – noi, gli amici dell’America. L’America potrebbe essere d’accordo con la nostra risata, un giorno.” Ci furono ulteriori risate. Chi ride ora?
Quale profezia! Quelli che adesso ridono sono i distruttori di quel Paese, anche se sembra che non saranno loro a ridere per ultimi.
Con l’uccisione sommaria del Col. Gheddafi, almeno due cose sono state rubate al popolo libico . Uno era la giustizia, di dare all’uomo la possibilità di difendersi contro tutte le accuse.                             E in secondo luogo, se trovato colpevole, assicurare che ottenesse una pena adeguata per le sue azioni dopo, naturalmente, avere assicurato una corretta valutazione, con un bilancio veritiero e completo delle sue (non quello che gli altri hanno fatto in suo nome) normative amministrative e dei risultati per il suo paese. Sono sicuro che ogni libico onesto, sincero e amante del suo paese, avrebbe senza dubbio voluto questo. Ma è stata negata al popolo libico!
Dopo tutto, non è questo che la presuntuosa e ipocrita ECHR predica costantemente, mentre guarda comodamente dall’altra parte quando i suoi indesiderabili vengono assassinati.
Molto probabilmente, voi pensate di sapere il motivo per cui gli Stati Uniti e i paesi occidentali invasero e la Libia e Gheddafi. O credete alla menzogna che la popolazione libica si sia rivoltata contro il regime di Gheddafi. O pensate che la ragione fosse il petrolio! In ogni caso, è con queste spiegazioni che ci hanno foraggiati. E non sono la verità! La copertura delle notizie da parte dei media occidentali è stato semplificata e fuorviante.
Gli USA e la NATO avevano già distrutto la maggior parte delle infrastrutture di Iraq e Afghanistan prima di mettere gli occhi sulla Libia. Così, che cosa sta realmente succedendo e chi vogliono prendere in giro?
Le potenze occidentali hanno fomentato la ribellione contro Gheddafi e la hanno sostenuta attraverso la NATO e le Nazioni Unite. Volevano sbarazzarsi di Gheddafi e lo hanno rimosso dal potere.
Forse Gheddafi era lontano dalla perfezione (chi non lo è?) Ma, certamente, ebbe una visione di grandezza per la Libia e l’Africa. Anche se la sua logica di base era semplice, il suo piano avrebbe palesemente mostrato la vulnerabilità delle potenze occidentali. Gheddafi ha fronteggiato il loro potere. Ha affrontato lo status quo degli “Imperi”. Ha chiesto una maggiore potenza per i paesi africani, nonché una maggiore potenza per i paesi più piccoli della Nazioni Unite. Ha proposto e ha insistito su un nuovo modo di procedere che avrebbe ridotto la capacità di uno o pochi paesi a dominare il mondo.
Questo è il punto. Il popolo libico ha avuto il più alto tenore di vita di una nazione africana (lo so, ero lì), ma Gheddafi ha smesso di accettare banconote della Federal Reserve ed euro per il suo petrolio e ha chiesto di essere pagato in oro. Ha quindi cercato di ritirare il suo oro dalle casseforti a Londra e New York. Non era una cosa che Rothschild, oppure qualsiasi altro paese capitalistico occidentale, avrebbero  permesso che accadesse.                                                                                          Aveva così intenzione di sostenere il dinaro d’oro e aveva accordi con altre nazioni in Africa di basare i loro interscambi sul dinaro, piuttosto che l’euro o il dollaro. Il suo unico errore fu parlarne con altri leader troppo presto. Avrebbe dovuto farlo e basta! Tuttavia, credo che l’errore più grande che ha fatto sia stato quello di avvicinarsi amichevole ad alcuni politici occidentali, confidando in personaggi perfidi come Sarkozy (chiedetegli del sostegno di Gheddafi verso la sua campagna elettorale e sul ruolo determinante del suo paese nella sua cacciata e uccisione), per citare un esempio.
Quanto sono male informati, come ad esempio Anthony Manduca, che ha definito l’era Gheddafi come “una brutale dittatura di 42 anni”. La Libia è stata devastata. Tutti i progressi economici ottenuti durante 42 anni di potere di Gheddafi sono stati buttati via e sono seguite  la morte, la violenza, la miseria, il caos … ciò che ora è la Libia. Robert Gates, l’allora segretario alla Difesa, ha dichiarato che solo un pazzo avrebbe rovesciato Gheddafi. Ma, amico mio, bisogna sapere che l’avidità non ha limiti!
Spodestare Gheddafi non è stata opera solo degli statunitensi. Non avevano cercato invano di ucciderlo all’inizio bombardando la sua capitale, Tripoli? Era ben voluto dal suo popolo. Sapevate come era la Libia prima di Gheddafi? Ma questa è un’altra cosa. I suoi problemi li aveva con i cartelli bancari internazionali, che hanno usato i loro tirapiedi per sistemarlo. Ucciderlo ha aiutato la gente comune di qualche Paese? La guerra in Libia è stata una battaglia per l’Africa!
Per non commettere errori bisogna capire che una volta sconfitti Gheddafi e la rivoluzione libica da parte di questo conglomerato opportunistico di reazionari e razzisti, le forze progressiste di tutto il mondo e il progetto panafricano hanno subito una grande sconfitta e una battuta d’arresto. Quando i bombardamenti alleati della Libia iniziarono nel 2011, l’amministrazione Obama respinse un’offerta di Muammar Gheddafi per avviare negoziati, per abdicare e persino per accettare l’esilio dalla Libia, (egli ritirò perfino le sue forze da diverse città libiche, come segno di buona fede), come testimonia un ex ufficiale di Marina degli Stati Uniti, il quale affermò di essere stato predisposto a gestire la vicenda.
Al contrario gli Usa decisero di fornire armi ai “ribelli”, cioè alle milizie locali libiche affiliate ad Al Qaida e alla Fratellanza musulmana. Così si è consumato l’apice dell’ipocrisia occidentale.
Mustafa Abdul Jalil-, un ex alto funzionario del regime di Gheddafi, aveva dichiarato che i poteri che appoggiavano i ribelli avrebbero ricevuto un accesso preferenziale alla risorse petrolifere della Libia. “I nostri amici che sostengono questa rivoluzione avranno le migliori occasioni nei contratti futuri in Libia“, ha detto. Un altro motivo per l’Occidente di raccogliere i suoi guadagni illeciti (ottenuti con la morte). Molto probabilmente, la loro debolezza li terrà in un continuo stato di servitù, se non la schiavitù, agli imperi dominanti! Nessuno dei paesi che hanno partecipato agli attacchi illegali Libia ha mai avuto a cuore il popolo libico. La loro unica preoccupazione era il ‘commercio’ e il ‘commercio’, in altre parole significa: ‘Quanto grande sarà la mia fetta di torta dopo la rimozione di Gheddafi e la disintegrazione della Libia?’ Gli Stati Uniti possono continuare a guidare l’operazione dalle retrovie in modo efficace, sollecitando gli europei a sostenere un onere commisurato ai loro interessi.
Mentre gli occhi del mondo sono sulla lotta contro l’ISIS in Iraq e in Siria, un altro problema molto reale è ora la Libia, un paese nel caos, per dirla con leggerezza.                                                                           Siamo tutti ancora in attesa che si realizzi la previsione di Manduca, che “il mondo sarà sicuramente un posto migliore senza di Gheddafi” e che vi saranno “buone notizie per Malta!”
Tutto quello che so è che la questione Libia è un cattivo presagio e che l’eliminazione di Gheddafi è stata la più grande tragedia per l’Occidente.
Lo spirito di Gheddafi non deve mai morire!
“Il nome di ‘riforma’ copre semplicemente ciò che cela un processo di furto del patrimonio nazionale”.
Aleksandr Solzhenitsyn
Traduzione di Andrea B. per civg.it

Un silenzio fragoroso circonda l’adesione (senza dibattito) dell’Italia alla EI2

 

  • 4 ottobre 2019
  • di
  • A due settimane dall’annuncio di Palazzo Chigi un silenzio fragoroso avvolge l’adesione dell’Italia all’European Intervention Initiative (EI2), proposta da Emmanuel Macron nel settembre 2017 e costituita a Parigi il 25 giugno 2018 al di fuori sia dagli ambiti NATO sia della PESCO (Cooperazione Strutturata Permanente nel settore della Difesa) prevista dai Trattati dell’Unione Europea.
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    Un annuncio “sospetto”, reso noto sul sito della Presidenza del Consiglio meno di 24 ore l’incontro a Roma tra il premier Giuseppe Conte e il presidente Macron, che solo il giorno dopo è stato ripreso dal sito internet del ministero della Difesa. La notizia è infatti comparsa sul sito internet della Difesa il 20 settembre mentre già il giorno prima era su quello di Palazzo Chigi.

    Il ministro Lorenzo Guerini ha giustificato l’adesione all’EI2 sostenendo che “questa iniziativa è nata da una forte volontà politica e intende rafforzare la UE e la NATO, entrambe indispensabili a garantire la sicurezza dell’Europa e degli europei” ma in realtà l’European Intervention Initiative non solo non rafforza PESCO e NATO ma persegue l’obiettivo di Parigi di sviluppare uno strumento militare multinazionale europeo, ma sotto comando francese, per far fronte a crisi militari e calamità naturali sia a livello di analisi e pianificazione sia di intervento sul campo.
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    Pur senza voler ribadire i dettagli espressi in un precedente editoriale è impossibile non notare che dopo 15 giorni dall’annuncio dell’adesione italiana né Palazzo Chigi né il ministero della Difesa hanno ritenuto di fornire dettagli e motivazioni di questa scelta al Parlamento o quanto meno alle commissioni Difesa di Camera e Senato.
    Del tutto assenti inoltre (o non pervenute) valutazioni e osservazioni dal ministero degli Esteri che pure sull’adesione a un trattato internazionale, pur se di tipo militare, dovrebbe dire la sua.
    Invece di chiarimenti istituzionali ce ne sarebbe davvero bisogno specie se si tiene conto che l’assenso del Parlamento è necessario per l’adesione a trattati internazionali.
    La EI2 ha incontrato da un lato lo scetticismo di Washington e degli ambienti NATO ma anche della Germania, che pur avendo aderito all’iniziativa vede con sospetto le mire di leadership militare continentale di Parigi e certo non apprezza il tentativo di mantenere legata la Gran Bretagna, potenza nucleare, a una Difesa europea di cui Berlino intende assumere la leadership, come dichiarato nel Libro Bianco 2016 dall’allora ministro della Difesa Ursula von der Leyen, oggi presidente della Commissione Europea.
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    Dall’altro va tenuto conto che i due precedenti governi italiani hanno guardato con sospetto l’ambigua iniziativa francese.
    Nelle scorse settimane il generale Vincenzo Camporini e Michele Nones, dell’Istituto Affari Internazionali, avevano raccomandato in una lettera aperta al nuovo ministro della Difesa l’adesione italiana alla European Intervention Initiative circa la quale, nel giugno 2018, i ministri Moavero Milanesi (Esteri) ed Elisabetta Trenta (Difesa) non nascosero dubbi e perplessità.
    “Esiste un accordo in Europa che si chiama PESCO, e l’EI2 altro non fa che prendere i Paesi che vi aderiscono più la Gran Bretagna e dargli una missione simile”, disse la titolare della Difesa. “È un’iniziativa parzialmente europea”, da guardare con “cauta e doverosa prudenza” aggiunse il ministro degli Esteri.
    Lo stesso ministro Trenta non aveva escluso “la possibilità di aderire in un secondo momento” ma se le valutazioni del nuovo esecutivo sono mutate sarebbe il caso di spiegarlo.
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    Certo è legittimo (anzi, per nulla sorprendente dopo quello che si è visto nelle ultime settimane) che il governo Conte 2 esprima valutazioni e preferenze diametralmente opposte all’esecutivo precedente guidato dallo stesso Giuseppe Conte ma un’informativa alle Camere è quanto meno doverosa e un ampio chiarimento è atteso dalla prevista audizione in commissione Difesa del ministro Guerini, chiamato a illustrare le linee programmatiche del suo ministero.
    Chiarimento necessario anche a sgombrare il campo dalle altrettanto legittime sensazioni che l’adesione di Roma all’EI2, se non motivata da esigenze politico-strategiche o da chiare contropartite chieste a Parigi, rientri nella ormai ben nota politica filo-francese (secondo molti di eccessiva sudditanza) a cui il PD, oggi tornato nella maggioranza di governo, ci ha già abituato.
    Difficile poi non notare come l’improvvisa adesione italiana alla iniziativa di Macron sia immediatamente consequenziale alla visita del presidente francese a Roma, rafforzando così l’impressione che Conte abbia semplicemente obbedito immediatamente alla richiesta dell’inquilino dell’Eliseo.
    @GianandreaGaian
    Foto:  AFP, Difesa.it e Governo.it

    Preso da: https://www.analisidifesa.it/2019/10/un-silenzio-fragoroso-circonda-ladesione-senza-dibattito-dellitalia-alla-ei2/

 

F-35: la sconfortante immaturità del governo sulla Difesa

Roma, 12 ott – Con l’entrata in scena del governo giallofucsia ritorna alla ribalta il dibattito sull’F-35. Non lo fa in modo pacato, ma con un intervento a gamba tesa direttamente sulla caviglia di tutti gli addetti del settore che, sinceramente, ne avrebbero fatto volentieri a meno. E così politici, mass media e gli immancabili social abbondano di grandi esperti che ci regalano amenità alla stregua di: “meno F-35, più scuole ed ospedali”.

Ecco a cosa serve l’F-35

Lo scenario è sconfortante: “A cosa serve un caccia multiruolo di 5a generazione se non sappiamo neanche controllare le nostre coste?”, si domanda il cittadino medio. Evidentemente, tralasciando l’ingenuità di considerare un F-35 un strumento di pattugliamento costiero, dimentichiamo di prendere in considerazione il progressivo ritorno agli scenari convenzionali ed ai “grandi blocchi” che stanno subentrando ai cosiddetti “scenari asimmetrici”. Succede che, quando uno dei “Grandi” la smette di molestare un popolo disperato a caso, ma si ritrova a confrontarsi “tra pari”, la deterrenza e la superiorità tecnologica diventano fondamentali. Oggi, i “Grandi” non parlano più di guerriglia ed IED ma di Anti Access/Area Denial (A2/AD). Se non sapete di che si tratta, provate a chiederlo ai russi o ai cinesi.

Ebbene, spiace informarvi che, in questo dominio e tralasciando L’F-22 Raptor, l’F-35 è attualmente l’unico a garantire superiorità informativa e versatilità operativa. Se a qualche russofilo è venuto in mente il Su35 o il cinese J31, sappiate che ad oggi (piaccia o meno) sarebbero nell’altro blocco. In definitiva, a meno di non aver preso in considerazione quanto su detto, risparmiateci la tortura.

L’F-35 e il bilancio della Difesa

Lo sconfortante panorama italiano è stato sapientemente descritto da Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, grande conoscitore del comparto e già consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Interpellato sull’argomento ha definito l’attuale dibattito come “sintomo dell’ immaturità politica di cui soffre tutta la Difesa”. Con i sovranisti al governo, “in rotta di collisione con Bruxelles e con l’asse franco-tedesco, la decisione di completare il programma aveva una sua chiara validità per evitare, in una condizione di braccio di ferro con la Germania, di litigare anche con Washington. In sintesi, il ragionamento era: l’America sostiene la nostra politica sovranista, noi compriamo gli F-35. Eppure – chiosa Gaiani – questa scelta non è stata fatta.”
La situazione è poi peggiorata con l’attuale esecutivo ed in particolare con il M5S, il cui atteggiamento è stato sapientemente comparato a quello dell’estrema sinistra che attacca “tout-court” il bilancio difesa ed i suoi punti più mediaticamente esposti: “Dire che gli investimenti per velivoli di quinta generazione potrebbero essere utilizzati per costruire asili nido, o che quelli per una portaerei potrebbero andare a favore di campi-scuola per disabili è fuorviante. Il bilancio della Difesa serve alla Difesa, così come i bilanci di altri dicasteri servono alle rispettive funzioni”.
“Oggi – osserva – il governo è decisamente più orientato verso un’Europa a trazione franco-tedesca. Il problema è dunque diverso, e lo abbiamo notato con il segretario di Stato Mike Pompeo, venuto qui per ricordarci che le politiche protezionistiche contro Airbus (che, va ricordato, non è un’azienda italiana, ma che anzi è spesso rivale delle nostre aziende di settore se escludiamo Mbda) colpiranno anche il nostro Paese. C’è dunque da chiedersi – dice Gaiani – che politica vogliamo attuare, ed è innegabile che ci siano spazi per negoziare i dazi al made in Italy in connessione con il completamento del programma. Tuttavia, non c’è stata né una valutazione tecnica, operativa e finanziaria sulla sostenibilità del programma, né una valutazione politica sul suo utilizzo in chiave di difesa dai dazi americani. Ripeto: navighiamo a vista, privi di una strategia militare d’impiego e di una valutazione sui vantaggi della commessa in Italia, anche relativa ai posti di lavoro che, sebbene minori rispetto a quanto previsto all’inizio, rischiano di ridursi ancora”.
Ebbene sì: l’altro importantissimo aspetto della questione è legato ai ritorni industriali, con meno ali prodotte per Leonardo ed un appeal minore per quei Paesi che avrebbero ancora voglia di venire a Cameri a produrre i loro aerei. Risultato: una marea di posti di lavoro saltati. E pensare che “l’estromissione della Turchia dal programma determina anche l’uscita della sua capacità di produzione di alcune componenti, e ciò potrebbe offrirci opportunità per nuovo lavoro”.
Quello di certa politica (e media affini) è stato definito un vero e proprio ritardo culturale sulla Difesa: “Ricordo che, nel 2007, quando mandammo una serie di mezzi da combattimento e droni disarmati in Afghanistan, ci fu un politico dell’estrema sinistra che criticò l’invio del velivolo perché chiamato Predator. Una cosa simile – ci ricorda sempre Gaiani – è avvenuta sul “uso duale sistemico” promosso come mantra dal precedente ministro della Difesa. Se non c’è la capacità politica di accettare il fatto che le Forze armate servono per difendere i confini e gli interessi nazionali, ed eventualmente per combattere (cosa per cui devono essere preparate), resteremo a un livello di immaturità. Abbiamo un’incapacità di fondo di buona parte della politica ad accettare le Forze armate per quello che istituzionalmente sono”.
Prima di accordarsi ad un certo “ritardo culturale” ci si dovrebbe chiedere: “Quale futuro vogliamo per l’Italia?
Aldo Campiglio

Preso da: https://ilprimatonazionale.it/esteri/f-35-sconfortante-immaturita-governo-difesa-133436/

Unione nazionale in Siria e Venezuela

All’inizio di settembre siamo stati i soli ad annunciare il passo decisivo contemporaneamente compiuto in Siria e Venezuela. Paesi che ora non cercano più di negoziare con i terroristi, bensì di costruire un nuovo regime in collaborazione con l’opposizione patriottica.

| Damasco (Siria)

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I presidenti Bashar al-Assad e Nicolás Maduro.
Siria e Venezuela si giocano contemporaneamente e parallelamente il proprio futuro. Ed è normale sia così, perché trattasi di conflitti che non hanno origine locale, ma sono frutto della strategia del Pentagono di distruzione delle strutture statali, avviata dapprima nel Medio Oriente Allargato, in seguito nel Bacino dei Caraibi (dottrina Rumsfeld/Cebrowski [1]).

La situazione e le capacità dei due Stati sono molto diverse, ma la resistenza al capitalismo globale è la medesima. Hugo Chávez (presidente dal 1999 al 2013) è stato portavoce delle popolazioni delle periferie del mondo, di fronte alle ambizioni delle società transnazionali. Deluso dalla defezione di alcune nazioni del Movimento dei Paesi Non-allineati, diventate vassalle degli Stati Uniti, Chávez e il presidente siriano Bashar al-Assad immaginarono di rifondare il Movimento su basi rinnovate e di chiamarlo Movimento dei Liberi Alleati [2]. A chi si poneva domande sui tempi di realizzazione di quest’ambizioso progetto, il presidente venezuelano rispondeva con la previsione che l’omologo siriano avrebbe occupato il suo posto sulla scena internazionale. Nel piano quinquennale 2007-2013, che redasse in prima persona, Chávez inserì anche istruzioni per le amministrazioni del Paese affinché sostenessero un alleato politico tanto lontano, la Siria [3].

Da 18 anni la guerra imperversa nel Medio Oriente Allargato e da otto in Siria. Afghanistan, Iraq e Libia sono già stati distrutti. Lo Yemen è ridotto alla fame. In Siria un governo in esilio è stato riconosciuto dagli Stati Uniti e da un pugno di loro alleati. Il patrimonio del Paese in Occidente è stato confiscato. Nella Lega Araba un governo alternativo ha rimpiazzato quello costituzionale. I vassalli regionali del Pentagono si sono messi agli ordini della NATO.
Nel Bacino dei Caraibi il preludio alla guerra è già in fase avanzata, soprattutto in Nicaragua e a Cuba. In Venezuela un autoproclamato presidente è stato riconosciuto dagli Stati Uniti e da un pugno di loro alleati. Il patrimonio del Paese in Occidente è stato confiscato. Nell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) un governo alternativo ha rimpiazzato quello costituzionale. I vassalli regionali del Pentagono stanno riattivando il Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR).
La guerra in Siria è al termine perché la presenza militare russa rende impossibile l’invio di nuove truppe per combattere il governo [legittimo] del Paese, siano esse formate da soldati regolari statunitensi, da mercenari ufficialmente ingaggiati dal Pentagono o da mercenari ufficiosamente ingaggiati dagli alleati della NATO. Ma la vittoria contro decine di migliaia di mercenari dell’Esercito Arabo Siriano non significa pace.
In Siria e Venezuela la pace sarà possibile solo a condizione che la società fratturata – dalla guerra nel primo caso e dalla sua preparazione nel secondo – venga riparata. In Siria la riparazione potrà avvenire attraverso la redazione e l’adozione d’una nuova Costituzione, come previde quattro anni fa la risoluzione ONU 2254. Anche in Venezuela la pace dovrà passare dalla creazione di un regime di unione nazionale, ove si associno gli chavisti e l’opposizione patriottica, ancora viva nel Paese, cui sta a cuore la preservazione della nazione.
Con l’assenso del presidente Trump, nonostante l’opposizione dei generali del Pentagono e dei diplomatici del dipartimento di Stato, il 16 settembre Siria e Venezuela hanno fatto passi avanti in questa direzione. Lo stesso giorno Iran, Russia e Turchia hanno annunciato la formazione della Commissione Costituzionale Siriana [4] e il Venezuela l’apertura di un Tavolo di dialogo che riunisce rappresentanti del governo e dell’opposizione patriottica [5]. Un’iniziativa che si sostituisce ai negoziati che il governo costituzionale aveva intavolato alle Barbados – alla presenza di mediatori norvegesi – con i rappresentanti dell’autoproclamato presidente Guaidó; negoziati che quest’ultimo dichiarò esauriti e abbandonò. Analogamente, la Commissione Costituzionale Siriana mette fine ai negoziati che il governo conduceva da anni con gli jihadisti “moderati”, sotto gli auspici dell’ONU.
Dopo l’inizio della guerra in Siria il principio di Unione Nazionale si è gradualmente affermato. Il presidente Assad riuscì a organizzare nel 2014 un’elezione presidenziale conforme agli standard internazionali dei regimi democratici. In Venezuela invece questo principio rappresenta una novità, di cui ancora non tutti sono convinti. Un precedente tentativo avviato da papa Francesco è fallito. Questa volta, in poche ore, i negoziatori sono riusciti ad accordarsi su tutto quel che Guaidó asserisce di rivendicare, ma che in realtà rifiuta di formalizzare. Gli chavisti hanno smesso di disertare le sedute dell’Assemblea Nazionale; la riforma della Commissione elettorale è in gestazione; il vice-presidente dell’Assemblea Nazionale, prima agli arresti, è stato rilasciato; e via di questo passo.
La diffusione della notizia di questi considerevoli progressi ha coinciso con la vacanza del posto di Consigliere per la Sicurezza Nazionale USA. La sostituzione di John Bolton con Robert O’Brien favorisce l’avvio di un nuovo indirizzo a Washington. I due uomini hanno le medesime referenze ideologiche, l’“eccezionalismo statunitense”, ma stili opposti: il primo minaccia di guerra l’intero pianeta, il secondo è consumato negoziatore.
Giacché i partigiani del terrorismo – gli jihadisti “moderati” e i guarimberos di Juan Guaidó – ne sono esclusi, Unione Europea e Gruppo di Lima, privi del pragmatismo del presidente Trump, condannano questi progressi.

[1] The Pentagon’s New Map, Thomas P. M. Barnett, Putnam Publishing Group, 2004. “Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 agosto 2017.
[2] “Assad e Chavez chiedono la formazione di un movimento di liberi alleati”, Rete Voltaire, 3 luglio 2010.
[3] Proyecto Nacional Simón Bolívar. Primer Plan Socialista (PPS) del Desarrollo Económico y Social de la Nación (2007/2013), Presidencia de la República Bolivariana de Venezuela.
[4] “Joint Statement by Iran, Russia and Turkey on the International Meeting on Syria”, Voltaire Network, 16 September 2019.
[5] «Venezuela : Mesa Nacional», Red Voltaire, 26 de septiembre de 2019.

La Libia è stata liberata? Da che cosa? Per condurla dove e come?

Malta

Cosa accadrà se le forze di invasione non lasciano la nostra terra? Se l’esercito degli Usa e degli altri rimarrà sulla nostra amata patria? Se le loro aziende e le loro ambasciate rimarranno aperte, la bandiera Americana ben esposta? Rimarremo in silenzio? Potete immaginarlo?

Muqtada al Sadr

 

 

Finalmente “Siamo liberi”.    (Se l’ISIS o l’UE non arriveranno prima!)

Mentre l’instabilità politica e la sicurezza in deterioramento hanno complicato i loro sforzi, gli Usa si impegnano ad addestrare le forze di sicurezza del Paese, forze che, ovviamente, avevano precedentemente distrutto insieme con la Nato.

“Gli Usa, e I loro alleati della Nato costruiscono l’esercito spalleggiatore libico, a spese della Libia. Gli Usa si impegnano ad addestrare le Forze di sicurezza libiche”, dichiara il Dipartimento statunitense della Difesa, aggiungendo che “la Libia sta pagando per l’addestramento, che dovrebbe richiedere otto anni”. Vedete, gli Usa hanno già detto che si prenderanno la loro fetta di torta!

 

E adesso, a che punto siamo!

Presto potrebbero essere strette altre due catene, l’UE e l’ISIS!

Nel Marzo 2008 Muammar al – Gheddafi prese la parola al summit della Lega araba a Damasco per pronunciare uno dei suoi discorsi.

Tra le altre cose, indirizzò ai capi di Stato un ammonimento profetico, accusandoli di avere avvallato il rovesciamento e la seguente esecuzione di Saddam Hussein. “Una Potenza straniera occupa un Paese arabo e impicca il suo leader mentre noi restiamo a guardare ridendo…”. Gheddafi tuonò: “Il vostro turno arriverà presto!” Il pubblico scoppiò a ridere. Le telecamere inquadrarono in sala il padrone di casa, il Presidente siriano Bashar Al-Assad, mentre sorrideva. Gheddafi proseguì imperterrito: “Perfino voi, gli amici dell’America. Anzi, noi – noi, gli amici dell’America. L’America potrebbe essere d’accordo con la nostra risata, un giorno.” Ci furono ulteriori risate. Chi ride ora?

Quale profezia! Quelli che adesso ridono sono i distruttori di quel Paese, anche se sembra che non saranno loro a ridere per ultimi.

Con l’uccisione sommaria del Col. Gheddafi, almeno due cose sono state rubate al popolo libico . Uno era la giustizia, di dare all’uomo la possibilità di difendersi contro tutte le accuse.                             E in secondo luogo, se trovato colpevole, assicurare che ottenesse una pena adeguata per le sue azioni dopo, naturalmente, avere assicurato una corretta valutazione, con un bilancio veritiero e completo delle sue (non quello che gli altri hanno fatto in suo nome) normative amministrative e dei risultati per il suo paese. Sono sicuro che ogni libico onesto, sincero e amante del suo paese, avrebbe senza dubbio voluto questo. Ma è stata negata al popolo libico!

Dopo tutto, non è questo che la presuntuosa e ipocrita ECHR predica costantemente, mentre guarda comodamente dall’altra parte quando i suoi indesiderabili vengono assassinati.

Molto probabilmente, voi pensate di sapere il motivo per cui gli Stati Uniti e i paesi occidentali invasero e la Libia e Gheddafi. O credete alla menzogna che la popolazione libica si sia rivoltata contro il regime di Gheddafi. O pensate che la ragione fosse il petrolio! In ogni caso, è con queste spiegazioni che ci hanno foraggiati. E non sono la verità! La copertura delle notizie da parte dei media occidentali è stato semplificata e fuorviante.

Gli USA e la NATO avevano già distrutto la maggior parte delle infrastrutture di Iraq e Afghanistan prima di mettere gli occhi sulla Libia. Così, che cosa sta realmente succedendo e chi vogliono prendere in giro?

Le potenze occidentali hanno fomentato la ribellione contro Gheddafi e la hanno sostenuta attraverso la NATO e le Nazioni Unite. Volevano sbarazzarsi di Gheddafi e lo hanno rimosso dal potere.

Forse Gheddafi era lontano dalla perfezione (chi non lo è?) Ma, certamente, ebbe una visione di grandezza per la Libia e l’Africa. Anche se la sua logica di base era semplice, il suo piano avrebbe palesemente mostrato la vulnerabilità delle potenze occidentali. Gheddafi ha fronteggiato il loro potere. Ha affrontato lo status quo degli “Imperi”. Ha chiesto una maggiore potenza per i paesi africani, nonché una maggiore potenza per i paesi più piccoli della Nazioni Unite. Ha proposto e ha insistito su un nuovo modo di procedere che avrebbe ridotto la capacità di uno o pochi paesi a dominare il mondo.

Questo è il punto. Il popolo libico ha avuto il più alto tenore di vita di una nazione africana (lo so, ero lì), ma Gheddafi ha smesso di accettare banconote della Federal Reserve ed euro per il suo petrolio e ha chiesto di essere pagato in oro. Ha quindi cercato di ritirare il suo oro dalle casseforti a Londra e New York. Non era una cosa che Rothschild, oppure qualsiasi altro paese capitalistico occidentale, avrebbero  permesso che accadesse.                                                                                          Aveva così intenzione di sostenere il dinaro d’oro e aveva accordi con altre nazioni in Africa di basare i loro interscambi sul dinaro, piuttosto che l’euro o il dollaro. Il suo unico errore fu parlarne con altri leader troppo presto. Avrebbe dovuto farlo e basta! Tuttavia, credo che l’errore più grande che ha fatto sia stato quello di avvicinarsi amichevole ad alcuni politici occidentali, confidando in personaggi perfidi come Sarkozy (chiedetegli del sostegno di Gheddafi verso la sua campagna elettorale e sul ruolo determinante del suo paese nella sua cacciata e uccisione), per citare un esempio.

Quanto sono male informati, come ad esempio Anthony Manduca, che ha definito l’era Gheddafi come “una brutale dittatura di 42 anni”. La Libia è stata devastata. Tutti i progressi economici ottenuti durante 42 anni di potere di Gheddafi sono stati buttati via e sono seguite  la morte, la violenza, la miseria, il caos … ciò che ora è la Libia. Robert Gates, l’allora segretario alla Difesa, ha dichiarato che solo un pazzo avrebbe rovesciato Gheddafi. Ma, amico mio, bisogna sapere che l’avidità non ha limiti!

Spodestare Gheddafi non è stata opera solo degli statunitensi. Non avevano cercato invano di ucciderlo all’inizio bombardando la sua capitale, Tripoli? Era ben voluto dal suo popolo. Sapevate come era la Libia prima di Gheddafi? Ma questa è un’altra cosa. I suoi problemi li aveva con i cartelli bancari internazionali, che hanno usato i loro tirapiedi per sistemarlo. Ucciderlo ha aiutato la gente comune di qualche Paese? La guerra in Libia è stata una battaglia per l’Africa!

Per non commettere errori bisogna capire che una volta sconfitti Gheddafi e la rivoluzione libica da parte di questo conglomerato opportunistico di reazionari e razzisti, le forze progressiste di tutto il mondo e il progetto panafricano hanno subito una grande sconfitta e una battuta d’arresto. Quando i bombardamenti alleati della Libia iniziarono nel 2011, l’amministrazione Obama respinse un’offerta di Muammar Gheddafi per avviare negoziati, per abdicare e persino per accettare l’esilio dalla Libia, (egli ritirò perfino le sue forze da diverse città libiche, come segno di buona fede), come testimonia un ex ufficiale di Marina degli Stati Uniti, il quale affermò di essere stato predisposto a gestire la vicenda.

Al contrario gli Usa decisero di fornire armi ai “ribelli”, cioè alle milizie locali libiche affiliate ad Al Qaida e alla Fratellanza musulmana. Così si è consumato l’apice dell’ipocrisia occidentale.

Mustafa Abdul Jalil-, un ex alto funzionario del regime di Gheddafi, aveva dichiarato che i poteri che appoggiavano i ribelli avrebbero ricevuto un accesso preferenziale alla risorse petrolifere della Libia. “I nostri amici che sostengono questa rivoluzione avranno le migliori occasioni nei contratti futuri in Libia“, ha detto. Un altro motivo per l’Occidente di raccogliere i suoi guadagni illeciti (ottenuti con la morte). Molto probabilmente, la loro debolezza li terrà in un continuo stato di servitù, se non la schiavitù, agli imperi dominanti! Nessuno dei paesi che hanno partecipato agli attacchi illegali Libia ha mai avuto a cuore il popolo libico. La loro unica preoccupazione era il ‘commercio’ e il ‘commercio’, in altre parole significa: ‘Quanto grande sarà la mia fetta di torta dopo la rimozione di Gheddafi e la disintegrazione della Libia?’ Gli Stati Uniti possono continuare a guidare l’operazione dalle retrovie in modo efficace, sollecitando gli europei a sostenere un onere commisurato ai loro interessi.

Mentre gli occhi del mondo sono sulla lotta contro l’ISIS in Iraq e in Siria, un altro problema molto reale è ora la Libia, un paese nel caos, per dirla con leggerezza.                                                                           Siamo tutti ancora in attesa che si realizzi la previsione di Manduca, che “il mondo sarà sicuramente un posto migliore senza di Gheddafi” e che vi saranno “buone notizie per Malta!”

Tutto quello che so è che la questione Libia è un cattivo presagio e che l’eliminazione di Gheddafi è stata la più grande tragedia per l’Occidente.

Lo spirito di Gheddafi non deve mai morire!

 

“Il nome di ‘riforma’ copre semplicemente ciò che cela un processo di furto del patrimonio nazionale”.

Aleksandr Solzhenitsyn

Traduzione di Andrea B. per civg.it

Preso da: http://www.civg.it/index.php?option=com_multicategories&view=article&id=612:la-libia-e-stata-liberata-da-che-cosa-per-condurla-dove-e-come&catid=25&Itemid=139

Libia 2011: quando la Nato supportò al Qaeda contro Gheddafi

Piccole Note 16/8/2019.

In Libia la Nato intervenne in supporto di al Qaeda. Lo rivela il documentato studio di Alan J. Kuperman, che ha analizzato l’immane documentazione pubblicata al tempo dai rivoltosi sul web. Fonti dirette, dunque, inequivocabili.

Nell’articolo pubblicato sul National Interest il professore della lbj School of Public Affairs di Austin (Texas) dettaglia quanto avvenne in quel fatidico 2011, quando la Libia fu teatro di un’insurrezione contro Muammar Gheddafi, travolto poi dall’intervento Nato.

Libia 2011: quando la Nato supportò al Qaeda contro Gheddafi
Libia: falsità di una narrazione

Kuperman rammenta quanto ormai acclarato da indagini precedenti, che cioè l’intervento dell’Occidente ebbe “false giustificazioni”.

Non era vero che Gheddafii stesse “massacrando civili”, in realtà il regime stava contrastando “con attenzione delle forze ribelli che avevano attaccato per prime”.

In secondo luogo, l’apparente “missione umanitaria” era in realtà un’operazione di regime-change che accrebbe “il bilancio delle vittime di almeno dieci volte, promuovendo l’anarchia che ancora persiste”.

La narrazione ufficiale vuole che i disordini libici abbiano avuto inizio con proteste pacifiche, contro le quali. Il regime avrebbe usato la forza letale, costringendo i manifestanti a prendere le armi.

“Questi ribelli dilettanti – secondo tale narrazione – presero poi il controllo della Libia orientale in pochi giorni, spingendo Gheddafi a schierare forze per commettere un genocidio, che fu interrotto solo dall’intervento” Nato.

In verità, “studiosi e gruppi per i diritti umani hanno da tempo smentito parti fondamentali di questa narrazione: la rivolta è stata violenta sin dal primo giorno, il regime ha preso di mira i militanti e non i manifestanti pacifici e Gheddafi non ha minacciato nemmeno verbalmente i civili disarmati”.

La Nato in soccorso di Al Qaeda

Resta però il mistero su chi “ha effettivamente realizzato la ribellione nella Libia orientale”, ovvero su quei “militanti che hanno salvato i manifestanti dalla sconfitta e hanno aiutato a rovesciare Gheddafi”.

La narrazione convenzionale suggerisce “improbabilmente” che i pacifici manifestanti, “reagendo spontaneamente alla violenza del regime, si siano in qualche modo impossessati di armi e abbiano conquistato metà del Paese in una settimana”.

“La verità ha molto più senso: la ribellione è stata guidata da veterani islamici delle guerre in Afghanistan, Iraq e Libia. Pertanto, gli Stati Uniti e i suoi alleati, non rendendosene conto in quel momento, intervennero per sostenere Al Qaeda”.

Questo, in sintesi, quanto scoperto da Kuperman, che dettaglia giorno per giorno, scontro per scontro, i primi giorni di insorgenza.

E spiega come in realtà Gheddafi fu più che moderato rispetto ai manifestanti pacifici, “facilitando in tal modo la rivoluzione di al Qaeda”.

Egli, infatti, “ha perseguito la riconciliazione politica con gli islamisti, liberando centinaia di prigionieri, che lo hanno ricambiato rovesciandolo e uccidendolo”.

“In secondo luogo, all’inizio del 2011, Gheddafi si è astenuto da compiere forti ritorsioni contro l’insurrezione armata per evitare di recare danno ai civili, ma ciò ha dato slancio agli insorti e ha incoraggiato altri libici a unirsi a loro, aiutandoli a conquistare rapidamente l’Oriente”.

Il leader libico, sostiene Kuperman, avrebbe invece avuto facilmente la meglio sugli insorti se non si fosse aperto a una riconciliazione con i suoi avversari e avesse lasciato in galera gli islamisti.

Al Qaeda, dalla Libia alla Siria

Per Kuperman gli errori di valutazione dell’Occidente furono causati da una mancanza di approfondimento da parte di media, intelligence e politici.

Lettura minimalista, che nulla toglie al coraggio dell’autore dello studio.
Resta però arduo credere che l’intelligence Usa, che dopo l’attentato alle Torri Gemelle monitorava costantemente al Qaeda, non fosse a conoscenza che i bastioni della rivoluzione anti-Gheddafi nella Libia orientale coincidevano con i presidi di al Qaeda.

Insomma, una grande menzogna, la narrazione della rivolta libica propagandata allora, che nonostante tutto perdura.

Pur non potendo negare la tragedia prodotta dall’intervento, evidente dal caos in cui è sprofondata la Libia, resta comunque consegnata alla storia l’idea di un regime che ha massacrato civili inermi, che andava comunque rovesciato.

Solo, è l’autocritica di oggi, occorreva una pianificazione’ più accurata, che prevedesse un nuovo ordine post-Gheddafi.

Ma al di là, la scoperta che l’intervento della Nato in Libia è stato in supporto di al Qaeda non ha solo implicazioni storiche. Riguarda anche il presente. Basti pensare alle Siria, dove l’ambigua convergenza tra Occidente e al Qaeda si è
replicata, in maniera altrettanto tragica, contro Assad.

Ma sul punto torneremo, limitandoci per ora a registrare che l’ultima enclave siriana di al Qaeda vacilla: l’esercito di Assad, infatti, sembra sul punto di riprendere il controllo di Khan Sheikhoun, città chiave dell’enclave di Idlib, ultimo baluardo del Terrore nella Siria tornata sotto il controllo di Damasco (resta agli Usa il Nord Est). Potrebbe rappresentare un punto di svolta decisivo dopo otto anni di tragedie inenarrabili.

preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-libia_2011_quando_la_nato_support_al_qaeda_contro_gheddafi/16658_30090/?fbclid=IwAR2X10cUMn2rUtUupSVId9BvpShyF7PYA4OkHFS3bM9gASoPv—CuiUbHk

Ininterrotti crimini di guerra vengono commessi in Yemen dalla criminale coalizione saudita, in un vergognoso silenzio globale

Scritto da Enrico Vigna

Mentre la coscienza della solidarietà internazionale è attenuata e l’attenzione internazionale langue, sepolta dalla disinformazione o peggio dall’indifferenza, quelle organizzazioni che affermano di essere impegnate per i “diritti umani”, si rivelano estranee o distratte  circa l’eccidio sistematico commesso dalla coalizione americano-saudita e loro complici, contro civili, donne e bambini, sistematicamente e ferocemente da cinque anni, ogni giorno nello Yemen.

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Dove sono i cantori del “dirittoumanesimo” globale, gli accusatori di “regimi e stati canaglia” indicati da USA e Israele, i praticanti le varie  “rivoluzioni colorate” in ogni dove ci sono  ingiustizie…tranne dove possono infastidire o contrastare interessi NATO o statunitensi?

Perché non levano le loro voci influenti “mediaticamente ed economicamente”, perché tacciono?

Nello Yemen da cinque si attua anni una guerra soprattutto sulla popolazione che vive in prima linea, sottoposta a attacchi indiscriminati che continuano senza sosta, senza alcuna segnale di discontinuità.

Una guerra che ha prodotto finora 3 milioni 650.000 sfollati, continuamente in crescita.
Una aggressione spietata dove non esiste la parola umanitario, dove il cosiddetto diritto internazionale umanitario che dovrebbe proteggere i civili, all’interno di un conflitto è quotidianamente calpestato nel silenzio, letale, internazionale.

 

Secondo molti testimoni e denunce, la coalizione saudita utilizza armamenti USA, prodotti e forniti dalla società Gazal Dynamics, che è fornitrice del sistema aeronautico americano, il quale ha in dotazione  bombe e missili come l’Mk 82, un missile a caduta libera leggera.

La coalizione guidata da Arabia Saudita e Stati Uniti non rispetta i minimi obblighi ai sensi delle leggi di guerra, e utilizza l’armamento statunitense in attacchi palesemente sproporzionati e indiscriminati, che provocano migliaia di vittime civili e danni a strutture civili nel paese arabo.
Dal marzo 2015, la coalizione saudita, ha iniziato questa guerra contro lo Yemen con l’obiettivo dichiarato di schiacciare il movimento Houthi di Ansarullah, che aveva preso il potere e cacciato il fedele alleato di Riyadh, l’ex presidente fuggitivo Abd Rabbuh Mansur Hadi.

Anche secondo il quotidiano La Repubblica: “… Nello Yemen, negli ultimi mesi la crisi umanitaria si è ulteriormente aggravata, restando il punto del mondo dove si sta consumando la tragedia peggiore degli ultimi trent’anni. Un conflitto che, così come è avvenuto in Siria, colpisce soprattutto la popolazione civile, fin dall’inizio della guerra. Dallo scorso dicembre, infatti, nella sostanziale indifferenza della cosiddetta “comunità internazionale” e della maggior parte del sistema mediatico, qualcuno si è messo a calcolare che, di fatto, tre civili ogni giorno vengono uccisi, in media una vittima ogni 8 ore. ..Tre anni e oltre 600.000 persone yemenite morte e ferite, impedendo ai pazienti di recarsi all’estero per cure e bloccando l’ingresso delle medicine nel paese dilaniato dalla guerra…”.
Dopo gli innumerevoli bombardamenti sulle infrastrutture civili e gli ospedali, oggi sono oltre 2.400 i morti di colera e la crisi ha innescato quello che le Nazioni Unite hanno descritto come il peggior disastro umanitario del mondo.

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Gli abitanti della provincia di Hodeidah hanno organizzato manifestazioni di protesta per le aggressioni criminali nel loro territorio contro la popolazione  

 

 

Una manifestazione di protesta è stata organizzata dagli  abitanti della provincia di Hodeidah per condannare l’ultimo crimine commesso dagli attacchi aerei sauditi contro i prigionieri nella provincia di Dhamar.
I partecipanti hanno lanciato slogan ed esposto  striscioni per denunciare i crimini del terribile massacro, che ha lasciato decine di prigionieri morti e feriti, che erano elencati nell’accordo di scambio firmato a Stoccolma.

La popolazione ha urlato il suo sdegno e ritiene le Nazioni Unite e la comunità internazionale pienamente responsabili degli atroci crimini commessi dall’aggressione contro il popolo yemenita.
Il 1° settembre l’aggressione aerea di USA-Arabia Saudita aveva lanciato sette incursioni su un edificio utilizzato per prigionieri di guerra a nord della provincia di Dhamar. Più di 150 persone sono state uccise e ferite nel massacro, mentre ancora continua il processo di recupero dei corpi delle vittime.      3 settembre 2019

A cura di Enrico Vigna, CIVG

Preso da:  http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1600:ininterrotti-crimini-di-guerra-vengono-commessi-in-yemen-dalla-criminale-coalizione-saudita-in-un-vergognoso-silenzio-globale&catid=2:non-categorizzato&Itemid=101

1999-2012 : Nato, Serbia, Balcani e Russia

Tratto da “Rinascita” 29 settembre 2012 – http://www.rinascita.eu/?action=news&id=17024
Intervista a Yves Bataille, geopolitico franco-serbo e attivista nazionaleuropeo impegnato contro l’occupazione atlantica dell’Europa fa il punto sulle strategie di dominio atlantiche oggi in Europa, dopo l’aggressione del 1999 a Belgrado

D: Yves Bataille, sono trascorsi oramai 13 anni dalla fine della guerra d’aggressione della Nato alla Repubblica Serba. Il 24 marzo 1999 fu ordinato d’iniziare i bombardamenti, un momento importante e tragico perché era la prima volta dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale che la guerra si riaffacciava nel cuore dell’Europa, questa volta mascherata da “volto umanitario” dalle Potenze Occidentali. Ci vuole illustrare le cause che portarono allora all’aggressione di uno Stato sovrano da parte della più forte alleanza militare d’oggi?
R: Sì, era la prima volta dalla seconda guerra mondiale che un paese europeo veniva bombardato da un esercito di una coalizione. Naturalmente le ragioni di questo attacco erano false. Dopo aver aiutato le forze separatiste in Krajina e della Bosnia, l’Occidente con la scusa di evitare una “catastrofe umanitaria” in Kosovo è intervenuto. I 78 giorni di bombardamenti sono la prosecuzione dell’ aggressione iniziato nel 1991. Come primo passo, i paesi dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (Nato) hanno stretto la Jugoslavia e in un secondo tempo si sono portati via il suo cuore, ovvero la Serbia che è la componente principale e la sua armatura centrale.
Le vere ragioni dell’attacco sono numerose. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la riunificazione della Germania, è stato necessario rimuovere il modello originale di Jugoslavia, che aveva due caratteristiche: autonomia e neutralità. La Jugoslavia era “tra Oriente e Occidente”. Come “Est” non esiste più perché è stata invasa dall’Ovest. Gli Anglo-Sassoni hanno voluto introdurre il loro “libero mercato”. La Nato ha voluto estendere ulteriormente il suo controllo al territorio lasciato libero da parte dell’Unione Sovietica nei paesi ex Patto di Varsavia. Co-fondatore del Movimento dei Paesi Non Allineati, la Jugoslavia doveva non solo scomparire, ma servire come banco di prova per le future guerre.

 

 

Nel 1990 una relazione della Cia prevedeva il crollo della Federazione. Nel novembre dello stesso anno, il Congresso degli Stati Uniti aboliva i prestiti alla Jugoslavia fino a che le elezioni si sarebbero svolte separatamente in ogni repubblica. Ciò ha contribuito a peggiorare i già difficili antagonismi socio-economici ed etnici che stavano riemergendo. Nel 1986, il Memorandum dell’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti (Sanu) indicava questi problemi e richiamava l’attenzione sulle difficoltà dei serbi della Repubblica di Serbia a vivere nella Federazione. Falsamente presentato dalla stampa occidentale come un manifesto del nazionalismo serbo, è servito ad inventare l’esistenza di un piano serbo per “conquistare la Jugoslavia.” In realtà coloro che volevano conquistare la Jugoslavia erano gli occidentali.

Per i centri finanziari di Washington, Londra, Bruxelles e Berlino, il presidente serbo Slobodan Milošević era un “dittatore” che si era opposto alla riforma del Fondo monetario internazionale (FMI) e della Banca mondiale, impedendo il cosiddetto libero scambio (“libero mercato”). Nel suo grande discorso a Gazimestan sulla scena della battaglia di Kosovo Polje nel 1989, davanti a un milione di persone, era stato presentato dagli occidentali come il punto di partenza di un viaggio verso una Grande Serbia, un pericolo per le altre repubbliche. Il moto rotatorio instaurato a Belgrado dopo la morte del maresciallo Tito, doveva essere utile nelle mani dei sostenitori delle varie repubbliche che rappresentavano la Serbia come il pericolo. La verità è che i serbi sono una memoria vivente e hanno una capacità militare riconosciuta, un vero ostacolo alla formazione di un nuovo “Drang nach Osten” Marcia ad Est.

Pur essendo un esercito in gran parte obsoleto, l’Armata Popolare Jugoslava (Jna) era una forza in grado di svolgere una resistenza nazionale sviluppato sulla base della “Dottrina della Difesa Popolare”. La gran parte dei soldati di leva erano serbi dal momento che rappresentavano la maggioranza della popolazione della Federazione. L’esercito jugoslavo però doveva essere descritto come un esercito di conquista, il popolo serbo e i suoi capi criminalizzati e collettivamente demonizzati. Tutte le tecniche di propaganda dei media sono stati usate per questo scopo aizzando contro la Serbia i gruppi etnici delle componenti periferiche della Federazione jugoslava.
Gli Ustascia, la Divisione Handschar, Balli Kombëtar, sono stati presentati come sue “vittime”. Ma in Krajina, Bosnia o in Kosovo, decine di migliaia di morti e la pulizia etnica di centinaia di migliaia di serbi ha distrutto questa favola. La guerra in Jugoslavia è stata una guerra di distruzione della Jugoslavia, una guerra di aggressione contro la Serbia e la guerra contro l’Europa geopolitica.

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D: La Nato ha sempre giustificato il suo intervento per fermare i massacri etnici a danno della popolazione kossovara a causa delle Forze Armate di Belgrado, un’ingerenza umanitaria che si è ripetuta recentemente con la Libia di Gheddafi, dove il Kosovo per la tradizione serba è la culla della propria storia centenaria. Si volle a tutti costi creare un Kosovo “indipendente” sulla base, si è sempre sostenuto, degli accordi di Rambouillet, in conformità al Diritto Internazionale e alla Carta delle Nazioni Unite, ecc. ecc. Qual è la sua opinione al riguardo? Vogliamo parlare della pulizia etnica operata nei confronti sei serbi del Kosovo?
R: La denuncia di un massacro è una ricetta che si è dimostrata vincente. Nel loro libro “War and Anti-War“ (“Guerra e Contro Guerra, sopravvivere al XXI secolo“), di Alvin e Heidi Toffler, essi evidenziano che è un requisito indispensabile per l’avvio di qualsiasi guerra. Questo permette di ottenere il sostegno del pubblico e fornisce una motivazione per le spedizioni militari. Questa idea non era nuova, ma è diventata sempre più importante con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione e di influenza moderna.

La guerra contro i serbi è da prendere come esempio, perché anticipava i successivi attacchi di Paesi della Nato nei confronti degli Stati indipendenti e sovrani. La Jugoslavia ha sempre portato come modello questo massacro, che poi è stato attuato in Libia per la guerra contro Gheddafi, e ora lo si sta utilizzando contro la Siria. Gli attacchi a Sarajevo, il “massacro” di Srebrenica in Bosnia e il Racak in Kosovo hanno preceduto di poco le nuove azioni della “comunità internazionale”, giustificando così gli incontri drammatici delle Nazioni Unite, le sanzioni, gli embarghi, i bombardamenti, e il rinvio alla Corte Penale Internazionale – Icc. Reale o percepito, l’attacco o la strage pubblicizzata serve sempre a scatenare i mezzi di comunicazione, passando poi alle testimonianze di Ong ad hoc e mobilitare gli ‘opinion leader’.
Quando si studia la cronologia degli eventi che vediamo, la questione del Kosovo è stata sull’agenda degli Stati Uniti fin dall’inizio della guerra, ma è stata tenuta in riserva. Nel 1992, il Congresso degli Stati Uniti ha preso una posizione per la minoranza albanese e ha annunciato l’intervento di Washington nella regione autonoma. Dopo il conflitto di Krajina e della Bosnia, il ministro degli Esteri tedesco, Klaus Kinkel, atlantista, ha annunciato pubblicamente che la questione del Kosovo non sarebbe rimasta un affare interno della Serbia.

Sappiamo che il risultato è stato la creazione di un movimento di mercenari reclutati localmente e all’estero e l’organizzazione di una conferenza internazionale in un Paese con l’obiettivo di imporre un diktat. Il Consigliere Speciale dei separatisti della delegazione albanese a Rambouillet non era altro che Morton Abramowitz, l’uomo che nel Dipartimento di Stato si occupava di operazioni segrete durante la guerra in Afghanistan, avendo a suo tempo fornito i famosi missili terra-aria Stinger ai mujahidin legati a Bin Laden. Quella guerra venne definita da Zbigniew Brzezinski come una guerra per smantellare l’Unione Sovietica, e i volontari islamici che credono nel Jihad sono la punta di diamante di tutte le guerre americane con il supporto delle monarchie arabe.

La messa in scena del cosiddetto “massacro di Racak” (15 gennaio 1999) dove avevamo solo raccolto i corpi sparsi di membri dell’Uck, poi rivestiti facendo credere in un massacro di poveri contadini albanesi, è stata utilizzata per dare il via libera al bombardamento della Nato. Un ruolo in tutta questa messa in scena lo hanno avuto gli “Osservatori” dell’ Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) e il loro capo, l’americano William Walker, già della Scuola delle Americhe (Soa) e implicato negli squadroni della morte in El Salvador, il quale ha seguito personalmente la messa in scena. Successivamente sono seguiti quasi tre mesi di bombardamenti indiscriminati, l’ingresso delle forze Nato in Kosovo e la pulizia etnica dei serbi. Le “catastrofi umanitarie” albanesi erano solo una farsa.

D: La Nato condusse allora una campagna militare essenzialmente aerea -Operazione Allied Force – durata 77 giorni e terminata il 10 giugno 1999, arrivando a 38 mila missioni in totale, in questo non facendo alcuna differenza tra obiettivi militari e civili, una copia di quello già visto sulla Germania durante la II Guerra Mondiale, usare il terrore delle bombe per cercare di piegare un popolo. In che misura questo riuscì in Serbia?
R: La differenza con i bombardamenti sulla Germania è stata l’evoluzione della tecnologia. Nelle operazioni in corso non sono più i bombardamenti a tappeto, ma gli ‘attacchi chirurgici‘. Bombe e missili hanno una maggiore precisione e grande capacità di distruzione. Un missile è sufficiente per far saltare un grande edificio. Ho vissuto i bombardamenti della Nato. La reazione del popolo serbo è stata esemplare. Dopo il primo momento di incertezza, i serbi si comportava come se nulla fosse accaduto. Il ricorso ai rifugi è diminuito nel corso del tempo e la gente ha cominciato a ballare e cantare sotto le bombe. L’Esercito e la Milizia hanno usato una tattica che si è rivelata molto efficace per evitare di essere colpiti, hanno evacuato le caserme e sono stati suddivisi in piccole unità ad alta mobilità, per cui i bombardamenti hanno avuto poco effetto. Nonostante non fosse modernissima, la Difesa Antiaerea (Pvo) aveva costretto gli aerei nemici a non volare al di sotto dei 5000 metri. I radar montati su vecchi camion sovietici dopo aver agganciato gli aerei della Nato e consentito alla contraerea di aprire il fuoco, in tre minuti potevano cambiare la loro posizione per evitare di essere distrutti dai missili antiradar. Ci sono state poche vittime e gli accordi militari dopo Kumanovo (9 giugno 1999) l’Armata serba del Kosovo si ritirò in buon ordine, con quasi tutto il materiale, al contrario dei civili che hanno dovuto pagare un prezzo molto alto. Si parla di almeno 3.500 morti e non 500 come sostenuto da “Amnesty International”. ‘Solo?”, affermano alcuni, come i soliti sostenitori della “guerra umanitaria” che a loro dire è una guerra pulita(?) che salva le persone. Missili e bombe a guida laser sono certamente molto accurati, ma non sempre funzionano bene e sono a volte deviati dal loro percorso. Si deve aggiungere che questo dato non tiene conto delle migliaia di altre vittime degli effetti dei bombardamenti (o decine di migliaia di serbi uccisi prima e/o dopo il bombardamento da parte della forze Nato in Krajina, Bosnia e in Kosovo).

Va ricordato l’uso di proiettili all’uranio impoverito e l’inquinamento derivante dalla distruzione (volontaria) d’impianti petrolchimici, i cui veleni si sono riversati nell’atmosfera. Esiste una correlazione tra i luoghi più bombardati e i tumori.

Specialisti dell’Accademia Militare di Medicina (Vma), mi hanno riferito dell’uso in cinque diverse località del paese di armi batteriologiche, ma l’Ambasciata degli Stati Uniti ha chiesto al governo serbo di distruggere questo file… Le perdite della Nato sono difficili da stabilire, anche se la Nato ha detto che non ne ha avute, ma vi sono state. Decine di armamenti (elicotteri, aerei e Uav) sono stati distrutti e le forze speciali inglesi e americane che appoggiavano le milizie del “Kosovo-Liberation Army” hanno perso numerosi uomini. Operazioni dell’aviazione serba hanno distrutto decine di aerei a terra degli americani a Tuzla (Bosnia) e Tirana (Albania).

D: In un lucido saggio, dal titolo “La Giustizia dei Vincitori”, Danilo Zolo analizza il vero volto delle “Humanitarian Intervention”, che sono presenti nei documenti preparati dalle massime autorità statunitensi, sia politiche sia militari a partire dal 1980. Proprio George Bush nel 1990, in un suo discorso nel Colorado, parlò delle linee guida di un programma di pacificazione del mondo denominato “ New World Order”; successivamente tale progetto venne perfezionato con la direttiva “ National Security Strategy of the United States“ e ulteriormente sviluppato nel “ Defence Planning Guidance”. La stessa Nato doveva trasformarsi da sistema integrato difensivo contro il Patto di Varsavia in braccio armato per i nuovi interventi, come fu presentata al Vertice di Roma del 1991 la “New strategic concept”. Dott. Batj lei che ne pensa, anche alla luce di quanto sta accadendo in Siria in questi giorni?
R: Io dico: E’ il partito che controlla la pistola. L’esercito è solo l’esecutore. Per imporre il “nuovo ordine mondiale” è stata elaborata una dottrina. Questa è la “Casa del Nuovo Ordine Mondiale.” “R2P”Responsibility to Protect è un’iniziativa delle Nazioni Unite (istituita nel 2005 si basa sull’idea che la sovranità non è un diritto, ma una responsabilità e si sviluppa nella prevenzione di genocidi, crimini contro l’umanità, crimini di guerra ed etnici), in realtà è solo una maschera che rende l’aggressore virtuoso, il trucco delle Nazioni Unite imposto dagli Anglo-Sassoni e dalla struttura globalista di Morton Abramowitz, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia, fondatore di International Crisis Group (Icg).

Si possono così presentare come aggressione “umanitaria” dello Zio Sam le spedizioni militari della sua fanteria coloniale. R2P è stata la bandiera agitata contro la Jugoslavia sotto il nome di “giusto” o “dovere di intervenire“ da Bernard Kouchner, il primo rappresentante delle Nazioni Unite come forza di occupazione. Inoltre, non è un caso che la compagna di Kouchner, Christine Ockrent, fosse la rappresentante della Francia per l’ICG o se Martti Ahtisaari, l’editore della separazione del Kosovo, apparteneva anche lui a questa struttura. Personaggi chiave del dispositivo collegato a “Human Rights Watch” (Hrw) e all’”International Crisis Group” (Icg), Gareth Evans (ex ministro degli Esteri australiano), Lee Hamilton (ex Alto Commissario per i diritti umani alle Nazioni Unite), David Hamburg (della Fondazione Carnegie), James Traub (del Council on Foreign Relations). Tutti appartengono al Global Centre for the Responsability to Protect. Questo chiamiamolo pure club anglosassone, al servizio del Anglosfera imperialista che ha imposto R2P presso le Nazioni Unite. Tutte queste persone difendono il cosiddetto “diritto internazionale”, che è una loro interpretazione del diritto e si applica solo in certi luoghi e non in altri. Dopo tre mesi di bombardamenti i serbi avevano accettato la risoluzione 1244 dell’ONU che prevedeva che il Kosovo rimanesse alla Serbia attraverso un “ampia autonomia”. La “comunità internazionale” con Morton Abramowitz ha violato tali accordi con la concessione dell’indipendenza all’entità shiptar (albanesi).

Spinto da una mentalità messianica, questo piccolo gruppo causa le guerre e la distruzione degli Stati indipendenti e sovrani, per imporre quello che loro chiamava la “governance globale”. Nel 1992, il diplomatico americano Strobe Talbott ha riassunto l’idea: “la sovranità nazionale è al termine, erosa pezzo per pezzo, in modo più efficace del vecchio attacco frontale” […] “la nazionalità sarà obsoleta e tutti gli Stati riconosceranno un’unica autorità globale”. Il termine “cittadino del mondo assumerà poi il suo vero significato.” Ecco le guerre del quarto di secolo per soddisfare questa “agenda”.

D: Uno sguardo alla Serbia di oggi del neopresidente Tomislav Nikolić, che è subentrato a Boris Tadić. Come giudica il mandato di Tadic e invece quali prospettive si possono aprire per Belgrado con Nikolić, sarà anche lui un fautore dell’integrazione europea ? E nei riguardi del problema Kosovo che farà il nuovo esecutivo e qual è il sentire del popolo serbo nei riguardi dell’Ue?
R: La posizione del nuovo presidente serbo è quello di una linea tra due linee. Sì all’integrazione europea e un buon accordo di cooperazione con la Russia. Questa posizione è vista con antipatia dagli ambienti atlantici che temono un riavvicinamento con Mosca. Con l’ex presidente Tadić, Washington e Bruxelles erano sicuri di inserire in un modo o in un altro ambito la Serbia nella sfera “euro-atlantica”. Facendo agire in sinergia questi due centri con la speranza poi di arrivare al riconoscimento dell’”indipendenza” del Kosovo.

Se ci fosse un avvicinamento tra Belgrado e Mosca tutto ciò diverrebbe molto più difficile. Indice di questo nervosismo è stato il violento attacco a mezzo stampa di un certo Michael Morgan dal titolo: “Serbia, lo Stato fantoccio russo nei Balcani”, un articolo pubblicato dalla struttura separatista Slobodna Vojvodina. Dalla scissione del Partito radicale serbo (Srs), il Partito Progressista Serbo (Sns) ha beneficiato di risorse molto ingenti per la campagna elettorale, almeno pari a quelle del Partito Democratico (Ds) di Boris Tadić.

E’ stata abbastanza sorprendente questa affermazione, dato che la sua nascita era recente. Si dice nei media che la Russia ha partecipato al finanziamento di questa campagna. Vero o falso, gli occidentali non possono lamentarsi perché hanno finanziato il Partito Democratico e una miriade di organizzazioni non governative che hanno a suo tempo fatto l’opposizione a Milosevic. La “Fondazione Soros”, il “National Endowment for Democracy” e l’ “Usaid” hanno creato una rete di associazioni e Ong che ricevono ingenti finanziamenti.

Nella composizione del nuovo governo vi è stata la nomina di un ultra-liberale caduto in disgrazia sotto Tadić, Mladjan Dinkic, al Ministero dell’economia e un riallineamento dei socialisti al nuovo regime – che “socialisti non sono” come mi ha detto a Belgrado l’ex ministro francese della Difesa Chevènement – e si pone quindi la questione del compromesso e/o del calcolo. A parte il fatto che molti settori dell’opposizione nazionale ritengono che i capi del nuovo regime, Nikolić e Vucic, hanno tradito Vojislav Seselj, il leader radicale imprigionato a L’Aia, per creare con l’appoggio americano-occidentale un partito sul modello di “Alleanza Nazionale” in Italia. Abbiamo così a che fare con dei nazionalisti moderati ansiosi di risparmiare l’Occidente, una mossa destinata a proteggere il nemico e dare tempo, o facendo il doppio gioco. Il futuro lo dirà…

D: La Russia considerata potenzialmente la nazione più vicina alla Repubblica Serba che ruolo ha giocato fino ad oggi? Il ritorno di Vladimir Putin com’è visto a Belgrado?
R: L’Occidente ha sfruttato la momentanea scomparsa della Russia dalla scena, per attaccare la Serbia con gli effetti che conosciamo. La successione di Vladimir Putin ha avuto luogo quando il gioco per la Jugoslavia era già iniziato e la disgregazione territoriale della Serbia in fase di attuazione. In Bosnia e Kosovo i volontari russi hanno combattuto con i serbi durante la guerra, ma erano iniziative individuali o di gruppi. Il ritorno di Putin al potere è stato ben visto a Belgrado, dove molti intravedono una futura alleanza con la Russia per assicurare l’indipendenza e la sicurezza nazionale. La forza dei filo-russi è dimostrata dal gran numero di associazioni serbo-russe. La cooperazione tecnica militare era già stata sviluppata sotto il precedente regime e i russi l’hanno allargata nell’ambito di una base per le emergenze di protezione civile vicino a Nis, base facilmente convertibile in militare dicono gli analisti occidentali. Quest’ultima non è lontana dal campo base statunitense Bondsteel in Kosovo.

La Serbia è diventata anche un importante collegamento – di ben 450 km – per la geopolitica del gas russo alla rete South Stream. È stato costruito a Banatski Dvor, in Vojvodina, un grande serbatoio in grado di contenere 300 milioni m3 di gas, che può fornirlo ai paesi dell’Europa occidentale per un certo periodo: la Serbia ne controllerà il rubinetto. Sembra che ci sarà un’intensificazione della cooperazione tra i due paesi, e alcuni addirittura parlano di una possibile integrazione della Serbia nell’Unione Eurasiatica di Vladimir Putin.

D: Qual è l’attuale situazione dal punto di vista geopolitico dei Balcani, dopo lo smembramento della Jugoslavia?
R: Il campo di battaglia di ieri della Jugoslavia è ora uno spazio frammentato territorialmente. Sei entità teoriche giocano la commedia dell’indipendenza. Nella ex repubbliche di Jugoslavia gli “Stati” hanno perso il controllo delle loro risorse, e l’agricoltura e i settori industriali sono stati venduti a un prezzo ridicolo agli interessi stranieri grazie alle privatizzazioni. Le banche jugoslave sono stati comperate da banche estere, alcune acque minerali della Serbia e le piante di tabacco sono in mano alla “Coca Cola” e alla “British American Tobacco”. La Dalmazia ha perso alcune delle sue isole vendute al miglior offerente. Costruita dal consorzio americano-turco Bechtel-Enka, l’autostrada Zagabria Adriatico è costata tre volte di più rispetto alla stima iniziale. Come già avvenuto nella Repubblica Ceca e in Polonia, i tedeschi hanno comprato le società dei grandi mezzi di comunicazione. Il resto è sotto il controllo degli americani, mentre i francesi controllano l’industria del cemento con Lafarge. Gli Stati Uniti inoltre controllano l’acciaio serbo e i vari supermercati sono di proprietà straniera. La Navigazione sul Danubio si è ridotta notevolmente, e la Slovenia e la Croazia non hanno più l’autosufficienza alimentare e devono importare il cibo da Germania e Austria. Il Montenegro, dove c’è il filo-occidentale Milo Djukanovic, è diventato la ventesima fortuna nel mondo, quasi tutto è stato venduto all’estero.

La Serba Zastava auto è scomparsa a favore della Fiat, mentre gli amici di George Soros con le miniere di Trpca in Kosovo hanno ingaggiato una battaglia legale per sfruttarle. Lo spazio jugoslavo ha subito il furto e il saccheggio. Al posto di un ex stato sovrano federale ci sono dei mini stati–fantoccio che giocano la commedia dell’indipendenza, con la sola eccezione della Serbia. Nonostante la rimozione di Slobodan Milošević, nonostante il disastroso periodo di “transizione democratica” a tutti i livelli (non dimentichiamo la consegna dei patrioti al Tribunale dell’Aia), lo Stato serbo ha mantenuto una forte identità e una capacità di resistenza elevati. Così non è entrato nella Nato, nonostante la “transizione democratica”, e continua a resistere in Bosnia e in Kosovo … E la Republika Srpska in Bosnia non sarà sepolta in un ente dominato dai musulmani e un giorno vorrà riunirsi alla Repubblica di Serbia. In Kosovo nel Nord vi sono le barricate che esprimono il rifiuto serbo di cedere al potere dei leader albanesi arrivati ​​con la Nato. Questo tipo di resistenza senza leader, al di fuori e al di sopra delle parti, è un modello nel suo genere e la barricata di Kosovska Mitrovica – Ponte sul fiume Ibar, è sorvegliata giorno e notte dai volontari, è un simbolo che la Nato non può accettare e l’attacca cercando di rimuoverla.

D: Infine i rapporti Italia Serbia, che hanno toccano il livello più basso dopo il via libera dato dal governo D’Alema agli aerei Nato della base di Aviano e aerei dell’AMI sono stati impegnati in operazioni belliche. Ora al governo c’è Monti uomo della Goldman Sachs, che ne pensa?
R: D’Alema o Monti, credo che per i serbi non faccia troppa differenza. E’ noto in Serbia come i primi aerei Nato per i bombardamenti, esclusi i missili da crociera sulle navi, siano partiti dall’Italia. Ma questo è secondario, perché tutta l’Europa occidentale è considerata una base Usa. Tuttavia, gli italiani sono visti ancora positivamente. Durante la seconda guerra mondiale l’occupazione italiana di una parte della Jugoslavia non ha lasciato troppi brutti ricordi. All’inizio della guerra (il 1990), Seselj ha chiesto una “frontiera comune con l’Italia” sul lato della Krajina Knin e la Dalmazia! A differenza degli “alleati”, l’Italia non ha chiuso la sua ambasciata durante i bombardamenti della Nato.

Si è rinnovato il legame con la Fiat a Kragujevac, mentre la Peugeot voleva subentrare alla Zastava Fiat, ma alla fine ha vinto il gruppo di Torino. Il comportamento del governo francese è così vile che tutti i prodotti francesi ne subiscono le conseguenze. Presto la Francia produrrà ed esporterà “i diritti umani”. Gli italiani hanno anche costruito un grande ponte sulla Sava, affluente del Danubio a Belgrado, anche se si parla di una tangente di grandi dimensioni sotto il precedente regime.


www.disinformazione.it

Preso da: http://www.disinformazione.it/guerra_balcani.htm

I crimini NATO in Kosovo

di Antonella Randazzo per www.disinformazione.it – 2 marzo 2007
Autrice del libro “DITTATURE: LA STORIA OCCULTA

Nel 1999, la Nato bombardò le apparecchiature di trasmissione televisiva della Jugoslavia, accusandole di essere “macchine della menzogna”, uccidendo 16 persone. In realtà ciò avveniva per evitare la smentita delle notizie menzognere che venivano date in Occidente. Si trattava di impedire che la Jugoslavia fornisse la sua versione dei fatti, assai diversa da quella che veniva riferita dai nostri media.
Dalla fine del 1989, la Cnn e altre Tv occidentali, mandavano in onda con frequenza filmati di presunte stragi di civili attuate dai serbi. Venivano trasmesse diverse parti del filmato, che mostravano cadaveri accatastati. Le parti sempre diverse dello stesso filmato davano l’idea che i serbi stessero attuando un genocidio, e inducevano a credere che la Nato dovesse intervenire per impedirlo.

I giornalisti occidentali ripetevano acriticamente le notizie che arrivavano dalle agenzie. Il nuovo Hitler era Slobodan Milosevic, e si doveva credere nell’umanità e nell’altruismo delle autorità dei governi dei paesi della Nato, come fossero filantropi disinteressati. Giornali come il Wall Street Journal e il New York Times scrivevano che “il regime di Milosevic stava tentando di sradicare un intero popolo”.[1]

In realtà, Milosevic, assediato dalle forze militari delle autorità occidentali, aveva presentato due possibili piani di pace, per evitare ulteriori distruzioni. Egli aveva comunicato che : (sebbene) “il Parlamento serbo non avesse accettato la presenza di forze militari straniere in Kosovo e Metohjia”[2] intendeva discutere un accordo politico sull’autogoverno nella regione del Kosovo. I tentativi di pace della Repubblica Federale Jugoslava passarono sotto silenzio e venne propagandata la realtà opposta. I giornali occidentali, come il New York Times scrivevano: “il rifiuto di Milosevich di accettare o addirittura discutere un piano di pace internazionale (l’accordo di Rambouillet) è il fattore che ha fatto scattare i bombardamenti Nato del 24 marzo”.

Le autorità europee e statunitensi avevano imposto a Milosevic i negoziati di Rambouillet, in cui si proponevano condizioni inaccettabili, per scatenare la guerra. Si imponeva l’occupazione militare della Nato sulla Federazione Serba. Lo stesso Henry Kissinger dichiarò che: “Il testo di Rambouillet, che chiedeva alla Serbia di ammettere truppe Nato in tutta la Jugoslavia era una provocazione, una scusa per iniziare il bombardamento. Rambouillet non è un documento che un Serbo angelico avrebbe potuto accettare. Era un pessimo documento diplomatico che non avrebbe dovuto essere presentato in quella forma”.[3] La conferenza di Rambouillet iniziò il 6 febbraio 1999 e si concluse il 23 febbraio. Venne riaperta il 15 marzo a Parigi e si chiuse il 18 marzo con la sola firma della delegazione kosovara albanese.
Dal 24 marzo le forze aeree della Nato, comandate dagli Usa, iniziarono a distruggere la Repubblica Federale Jugoslava. Il 3 giugno Milosevic si arrese. L’intervento Nato veniva giustificato con la presunta esistenza di profughi kosovari che fuggivano dai serbi. Ma in realtà, come spiega Noam Chomsky:

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) ha dato notizia dei primi profughi recensiti fuori dal Kosovo (quattromila) il 27 marzo, tre giorni dopo l’inizio dei bombardamenti. Il loro numero non ha fatto che crescere fino al 4 giugno, raggiungendo un totale valutato intorno alle 670 mila unità nei paesi confinanti (Albania e Macedonia), a cui si aggiungono 70 mila profughi nel Montenegro (all’interno della RFY) e 75 mila rifugiati in altri paesi. Queste cifre, purtroppo ben note, non tengono conto delle migliaia di persone disperse all’interno del Kosovo: due o trecento mila secondo la Nato prima dei bombardamenti, molte di più dopo. E’ indiscutibile che la “grande guerra aerea” ha fatto precipitare la situazione in una drammatica escalation di pulizia etnica e altre atrocità.[4]

Per 78 giorni la Nato mise a ferro e fuoco il Kosovo. Il presunto genocidio dei serbi faceva apparire l’intervento Nato come provvidenziale per fermare i crimini dei serbi, e permetteva che si commettessero impunemente una serie di crimini contro i civili kosovari e serbi.
I serbi subirono almeno 600 raid aerei al giorno. Il numero delle vittime civili fu enorme. Morirono almeno 250.000 serbi e albanesi.
Si prometteva di colpire “esclusivamente obiettivi militari”, come affermavano rassicuranti il comandate in capo Nato Havier Solana e il generale americano Wesley Clark. Ma la realtà era assai diversa. Saranno bombardate le emittenti Tv e le centrali elettriche, oltre a numerosi agglomerati civili. Lo stesso presidente francese Jacques Chirac rivolgerà un messaggio sarcastico al generale americano: “bisogna ringraziarlo (Clark) per il fatto che sul Danubio c’è ancora un ponte integro”.[5]

Le operazioni della Nato contro la Jugoslavia videro diversi scontri e divergenze interne ai paesi della Nato. In particolare, i tedeschi si scontrarono più volte con gli americani. La Nato sarebbe entrata in crisi se, nel giugno del 1999, Milosevic non si fosse arreso. In una trasmissione della Bbc, il diplomatico americano Strobe Talbott disse che se Milosevic non si fosse ritirato dal Kosovo “avremmo proseguito con i bombardamenti. Sarebbe stato sempre più difficile governare le tensioni nei rapporti tra la NATO e la Russia. Ritengo che per gli alleati sarebbe stato sempre più difficile anche solo conservare la reciproca solidarietà e la decisione nell’agire. Non penso che sarebbe stato possibile, in tal caso, risolvere il problema in alcuni giorni e ritengo una fortuna che il conflitto sia terminato nel modo che abbiamo visto e nelle condizioni che abbiamo visto”.[6]

Secondo Talbott, ci poteva essere uno scontro fra le truppe russe e le forze Nato. Gli statunitensi furono molto innervositi per la presa di controllo dei russi a Pristina, e le cose sarebbero potute precipitare. Osserva Talbott: “Non vedo a chi avrebbe potuto portare qualcosa di buono, con la possibile eccezione del presidente Milosevic, che probabilmente ha riso di cuore guardando la scena da Belgrado”.[7]
Dopo l’occupazione del Kosovo, le divisioni fra paesi Nato riguardarono il futuro assetto del paese. Gli Usa volevano l’indipendenza degli albanesi, mentre la Germania e la Francia erano contrarie.

I generali americani faticarono ad imporre la loro linea di azione, basata sui bombardamenti e le distruzioni indiscriminate. Per questi contrasti, le autorità Usa, negli ultimi anni, hanno potenziato l’esercito dell’Onu, che oltre ad avere il vantaggio di apparire come “esercito di pace”, permette agli americani di imporre la loro linea di azione crudele e altamente distruttiva.
Il ministro degli esteri di Cuba, Felipe Perez Roque, aveva capito chi davvero stava commettendo un genocidio. Il 2 giugno del 1999, dichiarò che la Nato stava commettendo “un vero genocidio da punire in modo esemplare” e che “il Segretario Solana dovrebbe essere processato da un Tribunale internazionale come criminale di guerra in rappresentanza di tutti i colpevoli”.[8]

I capi di governo dei paesi aggressori, Bill Clinton, Gerhard Schroeder, Tony Blair e altri, utilizzarono i media per convincere che si trattava di una guerra con finalità umanitarie, nascondendo i propri crimini e mettendo in evidenza il presunto genocidio serbo. Si gridava che i morti sarebbero stati 100.000, poi salirono addirittura a 500.000. Ad alcune persone venne dato l’incarico di trovare le fosse comuni, perché questi morti nessuno li aveva visti.
La propaganda occidentale riproponeva il mito della “guerra giusta” contro il nemico malvagio. Le notizie erano martellanti e al tempo incongruenti. Le stime della persone uccise dalla Nato non venivano date (come accade anche oggi) e si rivendicava come giusta un’aggressione brutale attuata in spregio al diritto internazionale.

La guerra era stata scatenata dai bombardamenti Nato e, prima ancora, dalla formazione dell’Uck, un gruppo di combattenti collegato alla Nato, che era stato assoldato per fare in modo che i serbi entrassero in guerra. Occorreva che la Serbia intervenisse nel Kosovo, cosicché la Nato potesse giustificare i bombardamenti e i massacri contro i civili.
Dagli anni Novanta, le politiche dei paesi della Nato avevano provocato la disintegrazione della Jugoslavia e fomentato gli odi etnici. Già alla fine degli anni Ottanta, la Germania e gli Stati Uniti avevano diffuso l’idea propagandistica di “proteggere le minoranze”, ma si trattava in realtà di mettere le etnie le une contro le altre.
Le notizie che venivano date in Occidente provocavano stupore e raccapriccio, e non si capiva perché, dopo tanti anni, le etnie della Jugoslavia stessero lottando fra loro in maniera così feroce, e come mai la Serbia fosse diventata improvvisamente così malvagia da voler sterminare intere etnie.

Dopo l’aggressione, il Kosovo diventò di proprietà della Nato, in particolare delle autorità americane, che avevano organizzato e diretto l’intera operazione. Le gigantografie del ritratto di Clinton sorridente erano state affisse praticamente ovunque, ad indicare chi sarebbe stato la nuova autorità.
L’attacco al Kosovo era il capitolo finale della devastazione che la Jugoslavia subiva dall’inizio degli anni Novanta. La destabilizzazione aveva preso inizio quando, nel corso degli anni Ottanta, la Repubblica Federativa e Socialista di Jugoslavia (RFSJ) subì fortissime pressioni         dal Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Nel 1990, il premier Mihailo Markovic cedette alle pressioni ma ottenne effetti molto negativi. La popolazione, impoverita, si oppose ad ulteriori riforme di tipo neoliberistico. Le potenze occidentali tentarono la carta dei micronazionalismi. Finanziarono i gruppi nazionalisti per creare scontri fra questi gruppi e le politiche centralistiche dei socialisti serbi. Se non potevano piegare il governo jugoslavo, allora gli mettevano contro le rivendicazioni autonomiste di alcune regioni, per scatenare la guerra e ottenere la dissoluzione del paese. Venne erogato molto denaro alle regioni secessioniste. Nell’ottobre del 1990, la Croazia ottenne dal Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM) due miliardi di dollari.

Il 5 novembre del 1990, il Congresso americano approvò la legge 101/513, che decretava la dissoluzione della Jugoslavia mediante il finanziamento diretto di diverse formazioni nazionaliste e secessioniste.[9] Nello stesso mese, venne redatto un rapporto della Cia che prevedeva la dissoluzione della Jugoslavia nel giro di pochi mesi.
Le potenze occidentali assoldarono gruppi armati per seminare divisioni e terrore. Iniziarono a risvegliare gli odi etnici e crearono situazioni di scontro fra i diversi gruppi.
I media occidentali davano notizie false o esagerate sulle operazioni serbe contro questi gruppi. Ad esempio nel giugno 1991, venne data la falsa notizia del bombardamento di Ljubljana. Soltanto anni dopo, l’allora Ministro degli Esteri italiano Gianni De Michelis confesserà alla rivista Limes che effettivamente c’era una campagna disinformativa, senza precisare da chi partisse.

L’esercito serbo appariva nei media crudele e criminale. Non si faceva menzione del progetto americano di distruzione della Jugoslavia, e dei gruppi armati assoldati dall’Occidente.
Dal dicembre 1991, venne applicato alla Jugoslavia il vecchio principio divide et impera. Dividere la Jugoslavia risultava l’unico modo per controllarla.
La Croazia e la Slovenia , regioni industrializzate e con un tenore di vita più alto, credevano che l’autonomia li avrebbe rese più ricche, ma in realtà la guerra preparata da Washington aveva lo scopo di distruggere economicamente e politicamente tutte le regioni della ex Jugoslavia. Ciò era stato dichiarato dallo stesso Vicepresidente della Banca Mondiale, Willi Wapenhans: “Secondo la nostra opinione non sussiste alcun dubbio sul fatto che nessuna delle parti componenti la Jugoslavia trarrà profitto dallo sfascio della Jugoslavia o della sua economia nel breve e medio periodo”.[10]

L’8 luglio del 1991, la Slovenia venne riconosciuta indipendente. Nel dicembre dello stesso anno, la Croazia proclamò la sua indipendenza, immediatamente riconosciuta dalle autorità occidentali. Nel febbraio del 1992, la Bosnia ottenne l’indipendenza dopo un referendum.
Il 7-8 aprile 1992, i serbi formarono la Repubblica Serba di Bosnia, che comprenderà i territori a maggioranza serba (il 65% del territorio). Il 27 aprile 1992, Serbia e Montenegro costituirono la nuova Federazione Jugoslava.
Per scatenare l’opinione pubblica contro i serbi, le autorità occidentali organizzarono diverse azioni terroristiche. Ad esempio, il 27 maggio del 1992, avvenne una strage a Sarajevo. Alcune persone in fila per il pane vennero uccise da un colpo di mortaio. Si trovavano già lì le telecamere pronte a filmare il fatto e a trasmetterlo nei media occidentali, per dare ad intendere che i serbi erano criminali senza pietà. Ciò sarebbe servito a fare in modo che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvasse una risoluzione di condanna contro la Jugoslavia , e la risoluzione n. 757, che imponeva sanzioni economiche contro la Federazione Jugoslava.

Dopo qualche tempo si saprà che i responsabili della strage di Sarajevo e di altri crimini erano i gruppi dell’estremismo musulmano formati e finanziati da Washington.
Dal luglio del 1992, le autorità Usa iniziarono una serie di strategie per rovesciare il governo della Repubblica Federale di Jugoslavia. Tentarono di insediare Milan Panic, che prese soltanto il 34% dei voti, mentre Slobodan Milosevic vinse con il 56%. Salito al potere Bill Clinton, iniziarono le operazioni militari. Nel dicembre del 1992, il “Defence and Foreign Affairs Strategic Policy” fece un elenco delle armi leggere e pesanti (60 panzer) date alla Croazia da parte tedesca.

Le autorità occidentali, attraverso i servizi segreti, organizzarono altri attentati terroristici a Sarajevo. Il 5 febbraio 1994 organizzarono una prima strage a Markale, la piazza del mercato di Sarajevo. La seconda avverrà il 28 agosto 1995.
Nel 1995, arrivarono in Jugoslavia 60.000 uomini delle truppe di terra della Nato, con carri armati e artiglieria, che si aggiungevano agli altri già impegnati nei paesi limitrofi, per un totale di 200.000 uomini. La propaganda diceva che si doveva “stabilizzare”, ma in realtà il motivo era l’opposto: “destabilizzare” e far crollare la Repubblica Federale Jugoslava.

L’Italia dette l’autorizzazione alla Nato a far partire i bombardieri da Aviano (Friuli-Venezia Giulia) e da altri basi. Il governo D’Alema, pur sapendo che si trattava di un intervento militare offensivo, autorizzò l’uso dello spazio aereo italiano, e partecipò all’occupazione del Kosovo a partire dal 12 giugno 1999, con un contingente di 2.287 uomini della Brigata “Garibaldi”.
Daniele Scaglione, presidente della sezione italiana di Amnesty International, in piena guerra, organizzò l’invio, all’allora presidente del consiglio D’Alema, di 120.000 cartoline che denunciavano i crimini contro i civili jugoslavi e chiedevano il ripristino del rispetto dei diritti umani. D’Alema non rispose.[11]
I nostri militari fanno ancora parte delle truppe d’occupazione del Kosovo. In qualità di Ministro degli Esteri, D’Alema, ancora oggi, ritiene che l’aggressione Nato sia stata fatta “per salvare i profughi e fermare la pulizia etnica di Milosevic”.[12]

I gruppi terroristici assoldati dagli Usa in Kosovo furono capeggiati dal saudita Abdul Aziz, già combattente in Afghanistan, e da altri strani personaggi.[13] Il 1° maggio del 1995, le truppe croate, armate dalle autorità occidentali, invasero parte del territorio della Repubblica Serba di Krajina. Nello stesso mese le truppe musulmane attaccarono su diversi fronti. Le milizie musulmane avevano già distrutto almeno 30 villaggi serbi. Nell’agosto del 1995, l ‘esercito croato attaccò le zone della Croazia sotto il controllo serbo e costrinse l’intera popolazione (170.000 persone) a fuggire. Le autorità Usa, per distruggere la Jugoslavia , utilizzarono anche milizie private del Military Professional Resources Inc.

Nel settembre del 1995, la Nato colpì i serbi di Bosnia, utilizzando anche proiettili all’uranio impoverito.
Dal 1997 venne rafforzato il movimento separatista kosovaro-albanese, per coinvolgere il Kosovo nel conflitto. Si preparò un “caso”, per ingannare l’opinione pubblica occidentale. Nell’agosto del 1998, il giornalista tedesco Erich Rathfelder diffuse la falsa notizia di una strage, a Orahovac, di 567 albanesi del Kosovo, dei quali 430 erano bambini. Questa notizia doveva servire a convincere della necessità di intervento in Kosovo, per bloccare i presunti crimini serbi.

Le autorità occidentali armarono i secessionisti panalbanesi e scatenarono centinaia di attacchi terroristici, che uccisero almeno 141 persone e ne ferirono 305. Venne finanziato l’Uck (Ushtria Çlirimtare e Kosovës o Kla, Kosovo Liberation Army), un gruppo formato dai servizi segreti occidentali per innescare una guerra a bassa intensità contro la Repubblica Federale di Jugoslavia. Dal 1996, l ‘Uck attuò attentati terroristici contro cittadini serbi e contro la Repubblica Jugoslava.
William Walker, noto per il caso Iran-contras e per la creazione degli squadroni della morte in Salvador, preparò uno spettacolo macabro di cadaveri ammucchiati per far vedere i “civili inermi” uccisi dai serbi. In realtà i cadaveri erano         guerriglieri dell’Uck.

Le autorità occidentali organizzarono persino un falso negoziato con la delegazione albanese-kosovara, (che fu rappresentata dall’Uck). L’accordo firmato prevedeva un referendum per l’indipendenza e l’occupazione militare delle truppe Nato.
La Nato agiva per sottomettere tutte le regioni della ex Jugoslavia al nuovo assetto neoliberista, dominato dalle regole criminali del Fondo Monetario Internazionale, che mirano a rendere tutti i paesi dipendenti da un’unica élite economico-finanziaria.

Alcuni mesi dopo la fine della guerra, diversi giornalisti sollevarono la questione del presunto genocidio serbo in Kosovo. Il 20 ottobre del 1999, Paolo Soldini de L’Unità si chiedeva “quanti Kosovari di etnia albanese siano stati effettivamente uccisi dai Serbi durante la guerra” e riferiva la stima di 11.000 vittime, fatta dall’esponente dell’Onu Bernard Kouchnner. Quest’ultimo citava come fonte il Tribunale per i crimini nella ex Jugoslavia. Il Tribunale però smentiva e Soldini osservava che in Kosovo 62 agenti dell’Fbi stavano indagando e avevano trovato soltanto alcune fosse comuni con 200 cadaveri. Conclude Soldini: “in nessuno dei luoghi teatro delle presunte stragi di cui si era dato notizia durante la guerra sono stati trovati cadaveri corrispondenti all’eccidio denunciato. Il più delle volte, anzi, non è stato trovato alcun corpo… A Pusto Selo dove i morti sarebbero 106 e dove gli investigatori non hanno trovato traccia delle presunte fosse comuni riprese dagli aerei Nato e mostrate alla tv…C’è poi il caso clamoroso di lzbica, il villaggio che tutto il mondo vide nelle riprese segrete di un profugo albanese; 130 uomini uccisi, neppure un corpo trovato”.

Nelle zone in cui si ebbero combattimenti dell’Uck, dopo l’intervento della Nato, furono trovati molti corpi di civili. I 78 giorni di bombardamenti della Nato hanno sicuramente ucciso migliaia di persone, anche se le stime esatte non vengono date. Si è trattato di un crimine contro la popolazione, ma soltanto l’idea di sottoporre un’indagine al Tribunale internazionale dell’Aia ha suscitato una violenta reazione del Pentagono, che si oppone fermamente alla formazione di un Tribunale Permanente Indipendente che possa indagare su soldati e comandanti americani in paesi stranieri.         Gli interventi americani, anche quando attuano genocidi, sono sempre spacciati per “umanitari”, e non possono essere giudicati da nessun tribunale.

Gli Usa hanno creato il Tribunale dell’Aia, per indagare soltanto sui crimini commessi dai loro nemici.
Oggi è emerso che in Jugoslavia la Nato ha commesso numerosi crimini contro la popolazione civile. Oltre ai bombardamenti a tappeto su tutto il territorio, ha utilizzato le cluster bombs e l’uranio impoverito.
I bombardamenti ad alta quota hanno provocato molti eccidi, anche di rifugiati civili durante il cammino. L’80% delle forze aeree della Nato in Jugoslavia erano americane, e nei bombardamenti non rispettarono nessuna regola di condotta militare, uccidendo indiscriminatamente molti civili.

In seguito all’occupazione da parte dell’élite occidentale (Amministrazione Onu e occupazione militare Kfor-Nato), il Kosovo è diventato un luogo senza legge, in cui i traffici illegali di droga e di esseri umani la fanno da padrone. L’eroina e la cocaina arrivano dall’Asia e dall’America Latina, e vengono diffuse in Europa. Per tenere sottomessa la popolazione sono state organizzate bande di terroristi wahabiti, come racconta lo studioso Dusan Janjic: “Potete andare al villaggio di Raskov, costruito con il denaro dell’Arabia Saudita, dove potete vedere combattenti, mujaheddin, insegnanti… come se fossimo in Afghanistan, ma di tutto questo la comunità internazionale non parla… io temo che adesso si vada verso una fase che assomiglia molto alla guerra in Afghanistan. Là hanno cacciato i russi con l’aiuto dei mujaheddin, qui cacciano i serbi e i russi con l’aiuto di cose simili e quando le cose vanno fuori controllo, poi ci si chiede dov’è Bin Laden… in Kosovo adesso si crea un nuovo Bin Laden”.[14] Di tanto in tanto avvengono attentati terroristici. Gli albanesi vengono aizzati contro i serbi, per mantenere lo stato di guerra a bassa intensità e continuare l’occupazione e il saccheggio.

I governi fantoccio del Kosovo promettono lavoro, energia elettrica (che viene fornita in modo intermittente) e benessere, ma i cittadini rimangono prigionieri in un sistema criminale. I kosovari sognano di entrare nell’Unione Europea, ma viene detto loro di non essere ancora “pronti”. I veri problemi, (l’economia devastata, la criminalità e l’occupazione militare) vengono insabbiati nel generico problema dell'”indipendenza” formale. Intanto fiorisce la corruzione, il mercato nero e il contrabbando. Il paese viene saccheggiato, come spiega Janjic: “L’Unione europea in Kosovo si sta comportando come l’Impero ottomano, che quando arrivò da noi prese il potere e iniziò a disporre delle proprietà della popolazione locale. I funzionari dell’UE si comportano letteralmente come occupatori che vendono le cose altrui. Non è certo un buon ingresso in UE. Perché esistono i proprietari privati, esistono paesi che hanno investito, c’è la Serbia che paga i debiti che sono stati contratti dal Kosovo, si parla di un miliardo e cinquecento milioni di dollari. Non è possibile che senza alcun documento firmato si dica che adesso tutto ciò non è valido… senza che venga avviato un vero processo di collaborazione regionale, di rinforzo della pace e della cooperazione, il Kosovo rimarrà in una sorta di virtuale fiaba balcanica, connotata da false promesse, grande povertà, enorme nervosismo e omicidi.[15]

Nel 2003, la situazione kosovara era diventata ancora più drammatica. Scriveva il Guardian del 9 settembre 2003: “A meno di trovare urgentemente come far fuoriuscire in maniera controllata la pressione che è andata aumentando in Kosovo fin dal 1999, vi è il pericolo che questo esploda ben presto”.
Nel 2006 si sono svolti a Vienna i nuovi negoziati tra il governo serbo e quello kosovaro, per definire lo status della regione del Kosovo.
Nello scorso gennaio, i paesi Nato hanno approvato il piano dell’inviato speciale dell’Onu, Marrti Ahtisaari su quello che dovrà essere lo statuto del Kosovo. In base a questo piano, l’indipendenza del Kosovo sarà soltanto formale, perché rimarrà la forza d’occupazione militare della Nato. La bozza del piano dice: “La comunità internazionale avrà un ruolo di supervisione e monitoraggio ed avrà tutti i poteri necessari per garantire un’effettiva ed efficace implementazione di quest’accordo… La Nato stabilirà una presenza militare internazionale”.[16]

In realtà in Kosovo non c’è alcuna condizione per una vera indipendenza. Il paese è militarmente occupato e saccheggiato.
Se, come avverte lo storico John Keegan, la distruzione della Jugoslavia         è stata “una vittoria non solo della guerra aerea ma del Nuovo ordine mondiale”, occorre diventare sempre più capaci di capire gli inganni dei media che ci inducono a vedere realtà che non esistono per giustificare guerre e massacri. Occorre saper capire la verità del sistema basato sul crimine e sulla guerra, per evitare di scambiare le vittime per i colpevoli. Non c’è un elemento che ci faccia sperare qualcosa di diverso per il futuro, se rimangono al potere quelle stesse persone che ci hanno ingannato in passato. Il loro metodo di inganno preferito è capovolgere la realtà, mistificarla a tal punto che soltanto il paradosso potrà rivelarla.

Antonella Randazzo ha scritto Roma Predona. Il colonialismo italiano in Africa, 1870-1943, (Kaos Edizioni, 2006); La Nuova Democrazia. Illusioni di civiltà nell’era dell’egemonia Usa (Zambon Editore 2007) e Dittature. La Storia Occulta (Edizione Il Nuovo Mondo, 2007).

[1] New York Times, 23 settembre 1999.
[2] Internazionale, anno 6, n. 288, 18/24 giugno 1999.
[3] Daily Telegraph, 28 giugno 1999.
[4] Internazionale, anno 6, n. 288, 18/24 giugno 1999.
[5] http://www.ecn.org/est/balcani
[6] http://www.ecn.org/est/balcani
[7] http://www.ecn.org/est/balcani
[8] http://coranet.radicalparty.org/pressreleases/press_release.php?func=detail&par=440
[9] A.A.V.V., Nato in the Balkans, IAC, New York 1998.
[10] Cit. Hochberger Hunno, “Sull’intervento della RFT nella guerra civile jugoslava – Alcune riflessioni sull’espressione ‘europa tedesca’”, in A. Meurer, H. Vollmer, H. Hochberger, Die Intervention der BRD in den jugoslawischen Bürgerkrieg. Hintergründe, Methoden, Ziele, GNN-Verlag, Colonia 1992, p. 31.
[11] Il manifesto, 8 giugno 2000.
[12] Il manifesto, 24 settembre 2006.
[13] La Repubblica , 27 novembre 1994.
[14] http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6329/1/45/
[15] http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6329/1/45/
[16] http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idart=7305


www.disinformazione.it

Preso da: http://disinformazione.it/crimini_nato_kosovo.htm

FINALMENTE EMERGE LA VERITÀ SU SREBRENICA: I CIVILI NON FURONO UCCISI DAI SERBI MA DAGLI STESSI MUSULMANI BOSNIACI PER ORDINE DI BILL CLINTON

30 gennaio 2018.

FILE – This is a April 12, 1993 file photo of Bosnian Serb army Gen. Ratko Mladic, second from left, accompanied by an aide, and French U.N. security troops arrive at a U.N. sponsored meeting at Sarajevo’s airport. Mladic, Europe’s most wanted war crimes fugitive, has been arrested in Serbia, the country’s president said Thursday, May 26, 2011. Mladic has been on the run since 1995 when he was indicted by the U.N. war crimes tribunal in The Hague, Netherlands, for genocide in the slaughter of some 8,000 Bosnian Muslims in Srebrenica and other crimes committed by his troops during Bosnia’s 1992-95 war. (AP Photo/Michael Stravato)

Dopo la confessione shock del politico bosniaco Ibran Mustafić, veterano di guerra, chi restituirà la dignità a Slobodan Milošević, ucciso in carcere, a Radovan Karadžić e al Generale Ratko Mladić, ancora oggi detenuti all’Aja?

Lo storico russo Boris Yousef,  in un suo saggio del 1994, scrisse quella che ritengo una sacrosanta verità: «Le guerre sono un po’ come il raffreddore: devono fare il loro decorso naturale. Se un ammalato di raffreddore viene attorniato da più medici che gli propinano i farmaci più disparati, spesso contrastanti fra loro, la malattia, che si sarebbe naturalmente risolta nel giro di pochi giorni, rischia di protrarsi per settimane e di indebolire il paziente, di minarlo nel fisico, e di arrecare danni talvolta permanenti e imprevedibili».

Yousef scrisse questa osservazione nel Luglio del 1994, nel bel mezzo della guerra civile jugoslava, un anno prima della caduta della Repubblica Serba di Krajina e sedici mesi prima dei discussi accordi Dayton che scontentarono in Bosnia tutte le parti in campo, imponendo una situazione di stallo potenzialmente esplosiva. E ritengo che tale osservazione si adatti a pennello al conflitto jugoslavo. Un lungo e sanguinoso conflitto che, formalmente iniziato nel 1991, con la secessione dalla Federazione delle repubbliche di Slovenia e Croazia, era stato già da tempo preparato e pianificato da alcune potenze occidentali (con in testa l’Austria e la Germania), da diversi servizi segreti, sempre occidentali, da gruppi occulti di potere sovranazionali e transnazionali (Bilderberg, Trilaterale, Pinay, Ert Europe, etc.) e, per certi versi, anche dal Vaticano.

La Jugoslavija, forte potenza economica e militare, da decenni alla guida del movimento dei Paesi non Allineati, dopo la morte del Maresciallo Tito, avvenuta nel 1980, era divenuta scomoda e ingombrante e, di conseguenza, l’obiettivo geo-strategico primario di una serie di avvoltoi che miravano a distruggerla, a smembrarla e a spartirsi le sue spoglie.

Si assistette così ad una progressiva destabilizzazione del Paese, avviata già nel biennio 1986-87, destabilizzazione alla quale si oppose con forza soltanto Slobodan Milošević, divenuto Presidente della Repubblica Socialista di Serbia, e che toccò il culmine con la creazione in Croazia, nel Maggio del 1989, dell’Unione Democratica Croata (Hrvatska Demokratska Zajednica o HDZ), partito anti-comunista di centro-destra che a tratti riprendeva le idee scioviniste degli Ustascia di Ante Pavelić, guidato dal controverso ex Generale di Tito Franjo Tuđman.


Sarebbe lungo in questa sede ripercorrere tutte le tappe che portarono al precipitare degli eventi, alla necessità degli interventi della Jugoslosvenska Narodna Armija dapprima in Slovenia e poi in Croazia, alla definitiva scissione dalla Federazione delle due repubbliche ribelli e all’allargamento del conflitto nella vicina Bosnia. Si tratta di eventi sui quali esiste moltissima documentazione, la maggior parte della quale risulta però essere fortemente viziata da interpretazioni personali e di parte degli storici o volutamente travisata da giornalisti asserviti alle lobby di potere mediatico-economico europee ed americane. Giornalisti che della Jugoslavija e della sua storia ritengo che non abbiano mai capito niente.

Come ho scritto poc’anzi, ritengo che la saggia affermazione di Boris Yousef si adatti molto bene al conflitto civile jugoslavo. A prescindere dal fatto che esso è stato generato da palesi ingerenze esterne, ritengo che sarebbe potuto terminare ‘naturalmente’ manu militari nel giro di pochi mesi, senza le continue ingerenze, le pressioni e le intromissioni della sedicente ‘Comunità Internazionale’, delle Nazioni Unite e di molteplici altre organizzazioni che agivano dietro le quinte (Fondo Monetario Internazionale, OSCE, UNHCR, Unione Europea e criminalità organizzata italiana e sud-americana). Sono state proprio queste ingerenze (i vari farmaci dagli effetti contrastanti citati nella metafora di Yousef) a prolungare il conflitto per anni, con la continua richiesta, dall’alto, di tregue impossibili e non risolutive, e con la pretesa di ridisegnare la cartina geografica dell’area sulla base delle convenienze economiche e non della realtà etnica e sociale del territorio.

Ma si tratta di una storia in buona parte ancora non scritta, perché sono state troppe le complicità di molti leader europei, complicità che si vuole continuare a nascondere, ad occultare. Ed è per questo che gli storici continuano ad ignorare che la Croazia di Tuđman costruì il suo esercito grazie al traffico internazionale di droga (tutte quelle navi che dal Sud America gettavano l’ancora nel porto di Zara, secondo voi cosa contenevano?). È per questo che continuano a non domandarsi per quale motivo tutto il contenuto dei magazzini militari della defunta Repubblica Democratica siano prontamente finiti nelle mani di Zagabria.

Si tratta di vicende che conosco molto bene, perché ho trascorso nei Balcani buona parte degli anni ’90, prevalentemente a Belgrado e a Skopje. Parlo bene tutte le lingue dell’area, compresi i relativi dialetti, e ho avuto a lungo contatti con l’amministrazione di Slobodan Milošević, che ho avuto l’onore di incontrare in più di un’occasione. Sono stato, fra l’altro, l’unico esponente politico italiano ad essere presente ai suoi funerali, in una fredda giornata di Marzo del 2006.


Srebrenica

Sono stato quindi un diretto testimone dei principali eventi che hanno segnato la storia del conflitto civile jugoslavo e degli sviluppi ad esso successivi. Ho visto con i miei occhi le decine di migliaia di profughi serbi costretti a lasciare Knin e le altre località della Srpska Republika Krajina, sotto la spinta dell’occupazione croata delle loro case, avvenuta con l’appoggio dell’esercito americano.

Ho seguito da vicino tutte le tappe dello scontro in Bosnia, i disordini nel Kosovo, la galoppante inflazione a nove cifre che cambiava nel giro di poche ore il potere d’acquisto di una banconota. Ho vissuto il dramma, nel 1999, dei criminali bombardamenti della NATO su Belgrado e su altre città della Serbia. Ed è per questo che non ho mai creduto – a ragione – alle tante bugie che riportavano la stampa europea e quella italiana in primis. Bugie e disinformazioni dettate da quell’operazione di marketing pubblicitario (non saprei come altro definirla) pianificata sui tavoli di Washington e di Langley che impose a tutta l’opinione pubblica la favoletta dei Serbi ‘cattivi’ aguzzini di poveri e innocenti Croati, Albanesi e musulmani bosniaci. Favoletta che ha però incredibilmente funzionato per lunghissimo tempo, portando all’inevitabile criminalizzazione e demonizzazione di una delle parti in conflitto e tacendo sui crimini e sulle nefandezze delle altre.

La guerra, e a maggior ragione una guerra civile, non è ovviamente un pranzo di gala e non vi si distribuiscono caramelle e cotillon. In guerra si muore. In guerra si uccide o si viene uccisi. La guerra significa fame, sofferenza, freddo, fango, sudore, privazioni e sangue. Ed è fatta, necessariamente, anche di propaganda. Durante il lungo conflitto civile jugoslavo nessuno può negare che siano state commesse numerose atrocità, soprattutto dettate dal risveglio di un mai sopito odio etnico. Ma mai nessun conflitto, dal termine della Seconda Guerra Mondiale, ha visto un simile massiccio impiego di ‘false flag’, azioni pianificate ad arte, quasi sempre dall’intelligence, per scatenare le reazioni dell’avversario o per attribuirgli colpe non sue. Ho già spiegato il concetto di ‘false flag’ in numerosi miei articoli, denunciando l’escalation del loro impiego su tutti i più recenti teatri di guerra.

Fino ad oggi la più nota ‘false flag’ della guerra civile jugoslava era la tragica strage di civili al mercato di Sarajevo, quella che determinò l’intervento della NATO, che bombardò ripetutamente, per rappresaglia, le postazioni serbo-bosniache sulle colline della città. Venne poi appurato con assoluta certezza che fu lo stesso governo musulmano-bosniaco di Alija Izetbegović a uccidere decine di suoi cittadini in quel cannoneggiamento, per far ricadere poi la colpa sui Serbi.

E quella che io ho sempre ritenuto la più colossale ‘false flag’ del conflitto, ovvero il massacro di oltre mille civili musulmani avvenuto a Srebrenica, del quale fu incolpato l’esercito serbo-bosniaco comandato dal Generale Ratko Mladić, che da allora venne accusato di ‘crimi di guerra’ e braccato dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja fino al suo arresto, avvenuto il 26 Maggio 2011, si sta finalmente rivelando in tutta la sua realtà. In tutta la sua realtà, appunto, di ‘false flag’.

I giornali italiani, che all’epoca scrissero titoli a caratteri cubitali per dipingere come un ‘macellaio’ il Generale Mladić e come un folle criminale assetato di sangue il Presidente della Repubblica Serba di Bosnia Radovan Karadžić, anch’egli arrestato nel 2008 e sulla cui testa pendeva una taglia di 5 milioni di Dollari offerta dagli Stati Uniti per la sua cattura, hanno praticamente passato sotto silenzio una sconvolgente notizia. Una notizia a cui ha dato spazio nel nostro Paese soltanto il quotidiano Rinascita, diretto dall’amico Ugo Gaudenzi, e fa finalmente piena luce sui fatti di Srebrenica, stabilendo che la colpa non fu dei vituperati Serbi, ma dei musulmani bosniaci.

Ibran Mustafić, veterano di guerra e politico bosniaco-musulmano, probabilmente perché spinto dal rimorso o da una crisi di coscienza, ha rilasciato ai media una sconcertante confessione: almeno mille civili musulmano-bosniaci di Srebrenica vennero uccisi dai loro stessi connazionali, da quelle milizie che in teoria avrebbero dovuto assisterli e proteggerli, durante la fuga a Tuzla nel Luglio 1995, avvenuta in seguito all’occupazione serba della città. E apprendiamo che la loro sorte venne stabilita a tavolino dalle autorità musulmano-bosniache, che stesero delle vere e proprie liste di proscrizione di coloro a cui «doveva essere impedito, a qualsiasi costo, di raggiungere la libertà».

Come riporta Enrico Vigna su RinascitaIbran Mustafić ha pubblicato un libro, Caos pianificato, nel quale alcuni dei crimini commessi dai soldati dell’esercito musulmano della Bosnia-Erzegovina contro i Serbi sono per la prima volta ammessi e descritti, così come il continuo illegale rifornimento occidentale di armi ai separatisti musulmano-bosniaci, prima e durante la guerra, e – questo è molto significativo – anche durante il periodo in cui Srebrenica era una zona smilitarizzata sotto la protezione delle Nazioni Unite.

Mustafić racconta inoltre, con dovizia di particolari, dei conflitti tra musulmani e della dissolutezza generale dell’amministrazione di Srebrenica, governata dalla mafia, sotto il comandante militare bosniaco Naser Orić. A causa delle torture di comuni cittadini nel 1994, quando Orić e le autorità locali vendevano gli aiuti umanitari a prezzi esorbitanti invece di distribuirli alla popolazione, molti bosniaci fuggirono volontariamente dalla città. «Coloro che hanno cercato la salvezza in Serbia, sono riusciti ad arrivare alla loro destinazione finale, ma coloro che sono fuggiti in direzione di Tuzla ( governata dall’esercito musulmano) sono stati perseguitati o uccisi», svela Mustafić. E, ben prima del massacro dei civili musulmani di Srebrenica nel Luglio 1995, erano stati perpetrati da tempo crimini indiscriminati contro la popolazione serba della zona. Crimini che Mustafić descrive molto bene nel suo libro, essendone venuto a conoscenza già nel 1992, quando era fuggito da Sarajevo a Tuzla.

«Lì – egli scrive – il mio parente Mirsad Mustafić mi mostrò un elenco di soldati serbi prigionieri, che furono uccisi in un luogo chiamato Zalazje. Tra gli altri c’erano i nomi del suo compagno di scuola Branko Simić e di suo fratello Pero, dell’ex giudice Slobodan Ilić, dell’autista di Zvornik Mijo Rakić, dell’infermiera Rada Milanović. Inoltre, nelle battaglie intorno ed a Srebrenica, durante la guerra, ci sono stati più di 3.200 Serbi di questo e dei comuni limitrofi uccisi».

Mustafić ci riferisce a riguardo una terribile confessione del famigerato Naser Orić, confessione che non mi sento qui di riportare per l’inaudita crudeza con cui questo criminale di guerra descrive i barbari omicidi commessi con le sue mani su uomini e donne che hanno avuto la sventura di trovarsi alla sua mercé. Ma voglio citare il racconto di uno zio di Mustafić, anch’esso riportato nel libro: «Naser venne e mi disse di prepararmi subito e di andare con la Zastava vicino alla prigione di Srebrenica. Mi vestii e uscii subito. Quando arrivai alla prigione, loro presero tutti quelli catturati precedentemente a Zalazje e mi ordinarono di ritrasportarli lì. Quando siamo arrivati alla discarica, mi hanno ordinato di fermarmi e parcheggiare il camion. Mi allontanai a una certa distanza, ma quando ho visto la loro furia ed il massacro è iniziato, mi sono sentito male, ero pallido come un cencio. Quando Zulfo Tursunović ha dilaniato il petto dell’infermiera Rada Milanovic con un coltello, chiedendo falsamente dove fosse la radio, non ho avuto il coraggio di guardare. Ho camminato dalla discarica e sono arrivato a Srebrenica. Loro presero un camion, e io andai a casa a Potocari. L’intera pista era inondata di sangue».

Da quanto ci racconta Mustafić, gli elenchi dei ‘bosniaci non affidabili’ erano ben noti già da allora alla leadership musulmana ed al Presidente Alija Izetbegović, e l’esistenza di questi elenchi è stata confermata da decine di persone. «Almeno dieci volte ho sentito l’ex capo della polizia Meholjić menzionare le liste. Tuttavia, non sarei sorpreso se decidesse di negarlo», dice Mustafić, che è anche un membro di lunga data del comitato organizzatore per gli eventi di Srebrenica. Secondo Mustafić, l’elenco venne redatto dalla mafia di Srebrenica, che comprendeva la leadership politica e militare della città sin dal 1993. I ‘padroni della vita e della morte nella zona’, come lui li definisce nel suo libro. E, senza esitazione, sostiene: «Se fossi io a dover giudicare Naser Orić, assassino conclamato di più di 3.000 Serbi nella zona di Srebrenica (clamorosamente assolto dal Tribunale Internazionale dell’Aja!) lo condannerei a venti anni per i crimini che ha commesso contro i Serbi; per i crimini commessi contro i suoi connazionali lo condannerei a minimo 200.000 anni di carcere. Lui è il maggiore responsabile per Srebrenica, la più grande macchia nella storia dell’umanità».

Ma l’aspetto più inquietante ed eclatante delle rivelazioni di Mustafić  è l’ammissione che il genocidio di Srebrenica è stato concordato tra la comunità internazionale e Alija Izetbegović , e in particolare tra Izetbegović e il presidente USA Bill Clinton, per far ricadere la colpa sui Serbi, come Ibran Mustafić afferma con totale convinzione.
«Per i crimini commessi a Srebrenica, Izetbegović e Bill Clinton sono direttamente responsabili. E, per quanto mi riguarda, il loro accordo è stato il crimine più grande di tutti, la causa di quello che è successo nel Luglio 1995. Il momento in cui Bil Clinton entrò nel Memoriale di Srebrenica è stato il momento in cui il cattivo torna sulla scena del crimine», ha detto Mustafić. Lo stesso Bill Clinton, aggiungo io, che superò poi se stesso nel 1999, con la creazione ad arte delle false fosse comuni nel Kosovo (altro clamoroso esempio di ‘false flag’), nelle quali i miliziani albanesi dell’UCK gettavano i loro stessi caduti in combattimento e perfino le salme dei defunti appositamente riesumate dai cimiteri, per incolpare mediaticamente, di fronte a tutto il mondo, l’esercito di Belgrado e poter dare il via a due mesi di bombardamenti sulla Serbia.

Come sottolinea sempre Mustafić, riguardo a Srebrenica ci sono inoltre state grandi mistificazioni sui nomi e sul numero reale delle vittime. Molte vittime delle milizie musulmane non sono state inserite in questo elenco, mentre vi sono stati inseriti ad arte cittadini di Srebrenica da tempo emigrati e morti all’estero. E un discorso simile riguarda le persone torturate o che si sono dichiarate tali. «Molti bosniaci musulmani – sostiene Mustafić – hanno deciso di dichiararsi vittime perché non avevano alcun mezzo di sostentamento ed erano senza lavoro, così hanno usato l’occasione. Un’altra cosa che non torna è che tra il 1993 e il 1995 Srebrenica era una zona smilitarizzata. Come mai improvvisamente abbiamo così tanti invalidi di guerra di Srebrenica?».

Egli ritiene che sarà molto difficile determinare il numero esatto di morti e dei dispersi di Srebrenica. «È molto difficile  – sostiene nel suo libro – perché i fatti di Srebrenica sono stati per troppo tempo oggetto di mistificazioni, e il burattinaio capo di esse è stato Amor Masović, che con la fortuna fatta sopra il palcoscenico di Srebrenica potrebbe vivere allegramente per i prossimi cinquecento anni! Tuttavia, ci sono stati alcuni membri dell’entourage di Izetbegović che, a partire dall’estate del 1992, hanno lavorato per realizzare il progetto di rendere i musulmani bosniaci le permanenti ed esclusive vittime della guerra».

Il massacro di Srebrenica servì come pretesto a Bill Clinton per scatenare, dal 30 Agosto al 20 Settembre del 1995, la famigerata Operazione Deliberate Force, una campagna di bombardamento intensivo, con l’uso di micidiali bombe all’uranio impoverito, con la quale le forze della NATO distrussero il comando dell’esercito serbo-bosniaco, devastandone irrimediabilmente i sistemi di controllo del territorio. Operazione che spinse le forze croate e musulmano-bosniache ad avanzare in buona parte delle aree controllate dai Serbi, offensiva che si arrestò soltanto alle porte della capitale serbo-bosnica Banja Luka e che costrinse i Serbi ad un cessate il fuoco e all’accettazione degli accordi di Dayton, che determinarono una spartizione della Bosnia fra le due parti (la croato-musulmana e la serba). Spartizione che penalizzò fortemente la Republika Srpska, che venne privata di buona parte dei territori faticosamente conquistati in tre anni di duri combattimenti.

Alija Izetbegović, fautore del distacco della Bosnia-Erzegovina dalla federazione jugoslava nel 1992, dopo un referendum fortemente contestato e boicottato dai cittadini di etnia serba (oltre il 30% della popolazione) è rimasto in carica come Presidente dell’autoproclamato nuovo Stato fino al 14 Marzo 1996, divenendo in seguito membro della Presidenza collegiale dello Stato federale imposto dagli accordi di Dayton fino al 5 Ottobre del 2000, quando venne sostituito da Sulejman Tihić. È morto nel suo letto a Sarajevo il 19 Ottobre 2003 e non ha mai pagato per i suoi crimini. Ha anzi ricevuto prestigiosi premi e riconoscimenti internazionali, fra cui le massime onorificenze della Croazia (nel 1995) e della Turchia (nel 1997). E ha saputo bene far dimenticare agli occhi della ‘comunità internazionale’ la sua natura di musulmano fanatico e fondamentalista ed i suoi numerosi arresti e le sue lunghe detenzioni, all’epoca di Tito, (in particolare dal 1946 al 1949 e dal 1983 al 1988) per attività sovversive e ostili allo Stato.

Nella sua celebre Dichiarazione Islamica, pubblicata nel 1970, dichiarava: «non ci sarà mai pace né coesistenza tra la fede islamica e le istituzioni politiche e sociali non islamiche» e che «il movimento islamico può e deve impadronirsi del potere politico perché è moralmente e numericamente così forte che può non solo distruggere il potere non islamico esistente, ma anche crearne uno nuovo islamico». E ha mantenuto fede a queste sue promesse, precipitando la tradizionalmente laica Bosnia-Erzegovina, luogo dove storicamente hanno sempre convissuto in pace diverse culture e diverse religioni, in una satrapia fondamentalista, con l’appoggio ed i finanziamenti dell’Arabia Saudita e di altri stati del Golfo e con l’importazione di migliaia di mujahiddin provenienti da varie zone del Medio Oriente, che seminarono in Bosnia il terrore e si resero responsabili di immani massacri.

Slobodan Milošević, accusato di ‘crimini contro l’umanità’ (accuse principalmente fondate su una sua presunta regia del massacro di Srebrenica), nonostante abbia sempre proclamato la sua innocenza, venne arrestato e condotto in carcere all’Aja. Essendo un valente avvocato, scelse di difendersi da solo di fronte alle accuse del Tribunale Penale Internazionale, ma morì in circostanze mai chiarite nella sua cella l’11 Marzo 2006. Sono insistenti le voci secondo cui sarebbe stato avvelenato perché ritenuto ormai prossimo a vincere il processo e a scagionarsi da ogni accusa, e perché molti leader europei temevano il terremoto che avrebbero scatenato le sue dichiarazioni.

Radovan Karadžić, l’ex Presidente della Repubblica Serba di Bosnia, e il Generale Ratko Mladić, comandante in capo dell’esercito bosniaco, sono stati anch’essi arrestati e si trovano in cella all’Aja. Sul loro capo pendono le stesse accuse di ‘crimini contro l’umanità’, fondate essenzialmente sul massacro di Srebrenica.

Adesso che su Srebrenica è finalmente venuta fuori la verità, dovrebbe essere facile per loro arrivare ad un’assoluzione, a meno che qualcuno non abbia deciso che debbano fare la fine di Milošević.

Ma chi restituirà a loro e al defunto Presidente Jugoslavo la dignità e l’onorabilità? Tutte le grandi potenze occidentali, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, dovrebbero ammettere di aver sbagliato, ma dubito sinceramente che lo faranno.

Nicola Bizzi

Fonte: srs di Nicola Bizzi; da Russia News del 24 febbraio 2014

Preso da: http://www.veja.it/2018/01/30/finalmente-emerge-la-verita-srebrenica-civili-non-furono-uccisi-dai-serbi-dagli-musulmani-bosniaci-ordine-bill-clinton/