CHI VOLEVA LA MORTE DI GHEDDAFI?

14/6/2013

Chi voleva Gheddafi morto? Noi, cioè la Nato, ovvero l’aggregazione dei Paesi democratici che esporta la libertà e la civiltà coi bombardamenti e le esecuzioni mirate. Portatori di droni di pace in ogni angolo del pianeta.
L’Italia, che fino al primo raid, in quel fatidico marzo del 2011, era stata amica e partner della Libia, in un interessante quadrangolare geopolitico nel mediterraneo, con Russia ed Algeria (e in un secondo momento anche la Turchia, interessata al progetto di gasdotto South Stream, di cui Roma era titolare con una partecipazione maggioritaria) si schierò con francesi, inglesi ed americani (in ordine inverso di aggressività) per eliminare il dittatore.
Perché lo fece avendo tutto da perdere e niente guadagnare?  Perché rimettere in discussione i profittevoli accordi e la strategia vincente, tanto commerciale che diplomatica, concordata col leader arabo-africano, peraltro, dopo aver ammesso le proprie responsabilità coloniali risarcendo i libici?

Il governo italiano, che inizialmente provò almeno a restare fuori dalla guerra, proprio per il rispetto dei patti stretti con Tripoli, all’improvvisò si schierò per l’intervento attivo. Berlusconi non era affatto contento ma i suoi ministri degli esteri e della difesa, dapprima dichiaratisi apertamente contro la soluzione militare perché loro stessi pienamente coinvolti nell’imbastitura di entente con Gheddafi, mutarono atteggiamento. A parere di Umberto Bossi, membro di quel gabinetto, fu il Presidente della Repubblica a fare pressione sugli uomini dell’esecutivo che parlarono, senza mettere B. al corrente, coi vertici della Nato. C’è da crederci se si pensa che oggi Franco Frattini è candidato alla segreteria dell’Organizzazione del trattato Nord Atlantico e che La Russa, dopo aver sostenuto il mero appoggio logistico alla coalizione, fece lanciare ordigni sul territorio libico (secondi solo alla Francia per quantità di missioni e di sganciamenti)  tentando di nasconderlo alla pubblica opinione.
Adesso, il Fatto quotidiano ritiene, avendone ricevuto da notizia da ambienti diplomatici e d’intelligence, che B. avesse chiesto ai servizi di uccidere Gheddafi per timore che questi rivelasse fatti compromettenti. In realtà, sempre a detta di Bossi, B. aveva paura che le barbe finte del colonnello si mettessero sulle sue tracce per l’infame voltafaccia. Ma con l’escalation del conflitto e le difficoltà del Rais, sempre più isolato internazionalmente, con Russia e Cina che non opposero il veto allo stabilimento della No Fly zone,  questa eventualità risultava piuttosto remota.
Più di chiunque altro, a voler Gheddafi fuori dai giochi, erano gli stessi che lo avevano sdoganato, molto prima dei governi italiani, e che si erano sentiti traditi per i business perduti, a favore di russi e connazionali. Fu George Bush ad abolire, nel 2003, alcune sanzioni decretate da Ronald Reagan, perché così vollero le multinazionali petrolifere americane. Qualche anno dopo, nel 2006, Tripoli sparì anche dalla black list dei rogue state. Nel 2009 la Gran Bretagna restituisce  Abdel Basset al-Megrahi, l’ “eroe” Lockerbie  a Gheddafi che reclamava un segno di amicizia per favorire gli appalti petroliferi della Bp, la quale si lamentava di essere stata danneggiata dalla concorrenza di altre società estere. Infine, il presidente francese Sarkozy, il vero “nanonapoleone” della campagna di Libia,  accreditatosi agli occhi del mondo come il nemico più acerrimo del satrapo della Jamaria. Costui era quello che più di tutti aveva qualcosa da far dimenticare, i finanziamenti del Colonnello alla sua corsa alla presidenza. Furono i rafale francesi ad intercettare il convoglio governativo che scappava attraverso il deserto e a colpirlo ripetutamente. Gheddafi fu preso dai mercenari ribelli che lo torturarono, poi una manina compassionevole, o, forse, fin troppo lesta ad eseguire gli ordini superiori (francesi) premette il grilletto in nome e per conto dell’inquilino dell’Eliseo.
Questi gli eventi. B. non ha mai controllato la Sicurezza nostrana per avanzare richieste così ardite, come l’annichilimento di un leader straniero, tanto che il suo sport più sgradito era farsi fotografare in tutte le pose, presso la sua villa in Sardegna, con gli 007 distratti dal mare e dal sole. Forse, ad un certo punto, anche lui si è augurato la morte di Gheddafi ma non ha mai voluto che il nostro paese s’infilasse in quel meschino conflitto nel quale danneggiavamo la quarta sponda del Belpaese. Questa resterà la macchia più grande sulla sua carriera politica, perché la Storia perdona le scappatelle ma non le fughe vigliacche di fronte alle responsabilità epocali.

Preso da: http://www.conflittiestrategie.it/chi-voleva-la-morte-di-gheddafi

Annunci

Spietato controllo delle milizie, sofferenza di massa: benvenuti nella Libia post-guerra NATO

Intervista esclusiva con Linda Ulstein, portavoce delle tribù libiche: le colpe dell’Occidente, l’orrore di oggi nella Libia degli occidentali

Spese militari: quei 64 milioni al giorno per caccia, missili e portaerei

La corsa agli armamenti è aumentata negli ultimi anni. Stimati in più di 23 miliardi gli investimenti per il 2017. Il record di Bersani: dal 1993 è  il ministro che ha destinato più risorse

– di GIANLUCA DI FEO –

SULLA CARTA nascono come navi a doppio uso, un ibrido destinato un po’ ad aiutare la Protezione civile in caso di calamità e un po’ a combattere. E così vengono presentate al Parlamento. Ma poco alla volta il progetto prende la forma di una nuova portaerei e i pattugliatori si trasformano in agguerrite fregate. Oppure sono prototipi di aereo ideati dalle aziende come iniziativa privata, senza che l’Aeronautica ne abbia manifestato l’esigenza; poi dopo qualche anno di tira e molla vengono acquistati a decine dallo Stato. Il tutto sotto gli occhi di senatori e deputati, molte volte distratti ma in alcuni casi fin troppo interessati.
Tanto alla fine il conto tocca ai contribuenti. Già ma quanto paghiamo per le spese militari? La risposta non è semplice. Perché nei bilanci della Difesa ci sono anche i finanziamenti per i carabinieri e per altre attività che vanno dalla manutenzione dei fari al rifornimento idrico delle isole. Mentre gli armamenti si comprano grazie a consistenti elargizioni di altri ministeri e ci sono gli stanziamenti extra per le missioni all’estero. Un labirinto dove ora l’Osservatorio sulle spese militari italiane Mil€x cerca di trovare un filo grazie a un dossier elaborato da Enrico Piovesasca e Francesco Vignarca. Con conclusioni sorprendenti.Boom mimetizzato. Per il prossimo anno l’esborso complessivo viene stimato in 23 miliardi e 400 milioni, ossia 64 milioni di euro al giorno: un aumento dello 0,7 per cento rispetto alla dotazione del 2016 e di quasi il 2,3 per cento in più rispetto alle previsioni. Il criterio di calcolo elaborato dall’Osservatorio Mil€x – lo stesso che viene usato dagli organismi internazionali più accreditati – ribalta i luoghi comuni sui tagli alla Difesa: i fondi reali invece sarebbero aumentati del 21 per cento nell’ultimo decennio. Così nel 2017 solo per l’acquisto di strumenti per le forze di cielo, di terra e di mare si impiegheranno 5,6 miliardi di euro, ossia 15 milioni al giorno. Il primato. Questa corsa agli armamenti viene alimentata soprattutto dal ministero dello Sviluppo Economico, il gran benefattore delle aziende belliche nostrane foraggiate negli anni della Seconda Repubblica con contratti per quasi 50 miliardi di euro. A sorpresa, nella classifica dei ministri più attivi in questo shopping dal 1993 a oggi, al primo posto spicca Pier Luigi Bersani che ha firmato finanziamenti per oltre 27 miliardi, seguito da Federica Guidi con 8 miliardi, Claudio Scajola con 6,5 miliardi ed Enrico Letta con quasi 4. Nonostante sia rimasta al potere per meno anni, la sinistra sembra avere largheggiato in questo canale di sovvenzione dell’industria.

L’epopea degli F-35. Certo, questi investimenti si traducono in 50 mila posti di lavoro e tanta ricerca tecnologica, con prodotti che in alcuni casi hanno ottenuto successi di export notevoli. Ma non sempre ai cittadini viene spiegato con chiarezza cosa compriamo e a che prezzo. Bisogna riconoscere che dall’arrivo di Roberta Pinotti al ministero i bilanci sono più trasparenti, resta però il problema dei contratti diluiti per decenni. Come l’epopea degli F-35: alla fine l’impegno a dimezzare la spesa votato dalle Camere sarà rispettato? L’Osservatorio ritiene di no e segnala come siano stati firmati ordini per otto supercaccia e versati acconti per altri sette, con una previsione complessiva di budget salita a 13,5 miliardi. Una parte degli F-35 – secondo il Rapporto – prima o poi salterà a bordo della Trieste, la nuova supernave da 1.100 milioni della Marina che si ritiene destinata a un futuro di portaerei, anche se ufficialmente è stata impostata come unità di sostegno agli sbarchi con una vocazione per i soccorsi umanitari.
Più graduati che truppa. Nonostante le cifre stratosferiche, i comandanti si lamentano di non avere soldi per la manutenzione e di faticare a garantire l’addestramento dei reparti. E non mentono. Nel 2017 oltre il 41 per cento delle risorse globali servirà per gli stipendi di un’armata che non si riesce a snellire: ci sono troppi graduati e poca truppa. Oggi si contano 90 mila comandanti contro 81 mila comandati; nel 2024 le proporzioni dovrebbero cambiare radicalmente, ammesso che si trovi un modo per ridurre 32 mila marescialli e 4500 ufficiali in otto anni. Finora le grandi manovre per destinare i marescialli ad altre amministrazioni – come i palazzi di giustizia o i musei – sono state una disfatta. Ministro e Stato Maggiore stanno tagliando molti comandi e di conseguenza il numero di poltrone per generali e ammiragli: la riduzione di un terzo pare però ancora fuori bersaglio. Infine c’è una voce nel bilancio 2017 che letteralmente decolla: quella dei voli di Stato, con un 50 per cento in più. Serviranno infatti ben 23 milioni e mezzo per il noleggio del nuovo Airbus presidenziale voluto da Matteo Renzi. “Non è il mio aereo”, ha detto pochi giorni fa il premier: “È un jet in leasing, usato, che serve a portare gli imprenditori a fare missioni all’estero”. Finora se ne ricorda una sola, forse la più costosa trasvolata della storia italiana.

FONTE: repubblica.it

Ahmed Gaddaf al-Dam si rivolge al popolo italiano: “Non siamo solamente barili di petrolio e gas, stiamo soffrendo”

7 agosto 2018.
https://thepatrimony.files.wordpress.com/2014/10/ahmedgaddafaldam.jpg?w=1200
Di Vanessa Tomassini.
Il cugino del rais, Ahmed Gaddaf al-Dam, ambasciatore all’estero durante il periodo di Gheddafi ed attuale leader del Fronte di Lotta Nazionale, in questa intervista esprime tutto il suo dispiacere per la sofferenza vissuta dal popolo libico a causa della politica italiana in Libia e le ultime dichiarazioni dell’ambasciatore Giuseppe Perrone.
– Nei giorni scorsi abbiamo assistito a diverse manifestazioni contro la politica italiana in Libia. Cosa ne pensa?
“Sfortunatamente, la politica italiana verso la Libia è guidata da una mentalità incivile che porta con sè gli accumuli dell’era coloniale. Ne abbiamo sofferto e ne soffriamo ancora oggi, nonostante quello che abbiamo raggiunto con il presidente Berlusconi, quando abbiamo firmato un accordo bilaterale che è stato un onore per tutti fino alla sua ultima pagina. La lezione più importante che abbiamo appreso è che il colonialismo è un progetto fallito. Abbiamo accettato le scuse dell’Italia ed abbiamo gettato le basi per il rapporto futuro. Nel 2011 il nostro Paese è stato bombardato dai missili della NATO e l’Italia ha rotto il suo impegno di non attaccare. Oggi tutti pagano il prezzo di questa scelta, la Libia è stata distrutta e siamo entrati in innumerevoli problemi. Li abbiamo avvertiti, ma invece di correggere gli errori, i governi dell’Italia continuano a punirci con lo stesso spirito del fascismo coloniale, credendo che la Libia possa tornare ad essere una colonia italiana, con il linguaggio della minaccia e del disprezzo per tutti i governi istituiti dai missili della NATO. Dopo il martirio di Gheddafi non c’è legittimità per nessuno. L’Italia ha mandato le sue navi da guerra, soldati a Tripoli e Misurata e Jafra.  I soldati delle forze navali libiche non dimenticheranno il comandante della marina libica che gli ha impedito di entrare nel suo ufficio, sebbene sia stato uno dei traditori che avevano arredato il tappeto rosso per ricevere la flotta italiana”.

-Che cosa infastidisce di più i libici?
“L’Italia ha presentato una richiesta per l’acquisto di terreni per usi militari, ha persino domandato alcune proprietà che sostengono di aver posseduto durante il dominio coloniale e forse l’ultimo ospedale psichiatrico nel centro di Tripoli. Questo ha provocato il malcontento ed ha messo in ridicolo i libici. Mi dispiace dire che il nostro ottimismo nel nuovo governo dei giovani è svanito ed abbiamo iniziato a pensare che l’Italia, ‘che è proprietario di una mano longitudinale’ stia negoziando con altri paesi il suo diritto. Abbiamo ascoltato un linguaggio straordinario del ministro della Difesa ed altri. Forse il più recente è quello dell’ambasciatore Giuseppe Perrone che ordina da Tripoli al nostro governo sconfitto la sua decisione di rinviare le elezioni. L’Italia non le permetterà ora. Alcuni clienti di alcune città offrono promesse. Queste dichiarazioni hanno anche portato i nostri giovani di movimenti pacifici libici nelle strade delle città dopo che hanno ricevuto conferma dell’incapacità del Governo di rispondere all’umiliazione e al linguaggio del disprezzo usato dall’ambasciatore. Ne ho già avvertito più di una volta, ve lo ripeto: la Libia di oggi non è quella del 1911. Il 2018 non sarà come in passato, queste generazioni sono state allevate sotto la montagna di orgoglio del periodo Gheddafi, si sono riunite e preparate per una nuova alba. Queste politiche stupide riportano alla memoria ricordi amari. Non lo dimentichiamo. Proteste pacifiche, bandiere bianche continueranno a sorgere in tutte le nostre città e villaggi, finché non sentiremo delle scuse sincere ed un nuovo ambasciatore non faccia promesse esplicite consone all’accordo che abbiamo firmato. Voglio avvertire il vostro ambasciatore di non ridicolizzare più le dozzine di giovani che sono usciti per protestare come ha già fatto. E avverto il governo italiano che i giorni stanno passando velocemente e ciò che possiamo fare insieme oggi, potrebbe essere troppo tardi domani, qualunque cosa nella Libia di oggi di debolezza, umiliazione e silenzio hanno i giorni contati. Abbiamo le potenzialità, le alleanze e difendiamo il nostro diritto alla vita. Mi rivolgo al popolo italiano, amico e vicino, per unirsi a noi al fine di prevenire questa palese delusione. Coloro che portano avanti questa relazione, domani non ci saranno più”.
-Signor Ahmed perché pensa che l’Italia voglia attendere per le elezioni?
“Il fatto che l’Italia voglia rinviare le elezioni è un’altra mancanza di rispetto verso il popolo libico. Questa dichiarazione o questi ordini non aiutano i libici. Queste voci devono essere fermate. Siamo esseri umani, non abbiamo una patria per colpa della vostra aggressione del 2011 che ci ha portato a questa miserabile condizione, non siamo solamente barili di olio e gas, né tantomeno uno spazio per risolvere il conflitto tra Nazioni. Dov’è la civiltà, la sicurezza, i valori la democrazia delle Nazioni Unite in tutto questo?? Spero che non dimenticherete che questo piccolo popolo vi ha affrontato da solo nel 2011, spero che non dimenticherete la rivoluzione del conquistatore nel 1969, che non si aspettava tutte le mine d’Europa. Per 42 anni questo Paese ha controllato le sue risorse ed era un muro di sicurezza nel sud del Mediterraneo. Ha affrontato l’invasione nel Golfo di Sirte e stava guidando il continente africano verso la creazione degli Stati Uniti d’Africa. La Libia ha aperto le porte del bene, della cooperazione e della pace con tutti i suoi vicini, fino a quando non l’avete attaccato nel 2011 con la NATO, senza dichiarare nemmeno lo stato di guerra. Ha resistito 8 mesi con un valore raro, un’epica che deve essere insegnata nei libri di storia, letta e riletta. Ricordo che il governo italiano ha peccato di vanità dopo il mandato del presidente Trump, ma noi non siamo un burattino da passarsi l’un l’altro, lo abbiamo visto nei conflitti passati quando non ci hanno spaventato le flotte che ci assediavano, come quando negli anni Ottanta il mare e l’aria si scontravano quasi quotidianamente nel Golfo di Sirte. Se volete aiutarci o collaborare con noi, questi metodi e questo linguaggio influenzeranno il futuro delle nostre relazioni. So che sono parole dolorose, ma voglio arrivare direttamente a voi anche se so che il Ministro degli Esteri libico ha riferito sulla nostra posizione.  Voglio sentire il popolo italiano amico ed aspetterò una vostra risposta…”.

Preso da: https://specialelibia.it/2018/08/07/esclusiva-ahmed-gaddaf-al-dam-si-rivolge-al-popolo-italiano-non-siamo-solamente-barili-di-petrolio-e-gas-stiamo-soffrendo/

dopo anni dalla caduta di Gheddafi, la Libia dei RATTI è al collasso

dopo anni dalla caduta di Muammar Gheddafi, i conflitti militari e politici in Libia hanno portato il Paese al collasso. La crisi politica e di sicurezza da una parte, e quella economico-sociale dall’altra, hanno fatto della Libia uno Stato fallito, luogo di insorgenza di radicalismi di vario tipo, incapace di sfruttare in pieno le sue enormi risorse petrolifere. Con il pericolo, segnalano gli esperti, di una prossima, imminente e grave “crisi fiscale”.


Dopo la distruzione della Jamahiriya da parte dei NATO/RATTI, con la falsa promessa di ” democrazia, libertà ecc” , ggi, però, le aspettative sono ben più modeste: “Vivere in sicurezza, disporre di elettricità, di carburante, di un salario. E poter mandare i figli a scuola. Non chiediamo di più”, ha spiegato Mahmoud, 35enne residente a Tripoli. 5 anni di guerra hanno lasciato infrastrutture vetuste, un’economia totalmente dipendente dal petrolio, una manodopera poco qualificata. Ma soprattutto, un Paese diviso, sempre più in preda a clan e milizie, con un controllo statale pressoché inesistente in moltissime delle sue regioni. Un quadro che stride con quello che l’ambasciatore designato d’Italia in Libia, Giuseppe Perrone, ha definito “un interesse superiore”: “un Paese unito, democratico, globalizzato, inclusivo”, “una Libia in cui tutti abbiano una voce”, capace di intraprendere un processo politico “che non si improvvisa, che richiede tempo e rodaggio”, ma che sia in grado di assicurare “stabilità, sicurezza e governance”. Da un punto di vista della sicurezza, numerose sono “le sfide e le difficoltà” da superare: “la più difficile”, secondo il diplomatico italiano, è “la creazione di una forza armata unitaria” alle dirette dipendenze e sotto il controllo delle legittime autorità di governo. Il riferimento, senza citarlo direttamente, è anche e soprattutto al generale Khalifa Haftar. Se non si possono cancellare interessi e ruolo dell’uomo forte della Cirenaica, è il ragionamento degli esperti, di certo una trasposizione del modello Al Sisi in Egitto – ovvero della dittatura militare – sarebbe “un disastro” per il Paese nordafricano e porterebbe a una guerra civile lunga 15-20 anni, con la nascita di movimenti di ribellione simili a quelli dei talebani in Afghanistan. Invece, “le armi devono essere limitate alle forze armate libiche”, ha sottolineato da parte sua l’attivista Amal Alhaai, insistendo sul fatto che la sfida deve essere “la costruzione della pace” e che questa non sarà possibile “senza il dialogo fra tutte le parti”. D’altra parte, è l’opinione dell’ambasciatore di Libia in Italia Ahmed Elmabrouk Safar, “stabilità e pacificazione della Libia sono direttamente collegate a sicurezza e pace del Mediterraneo”. Un Mediterraneo che – gli ha fatto eco Perrone – “non divide, ma unisce l’Italia e la Libia”. Ed è per questo che il governo italiano si è impegnato sin dall’inizio “perché il processo politico libico fosse sostenuto in modo coerente dalla Comunità internazionale, così da evitare interessi disgregatori”. Eppure la maggior parte delle imprese straniere hanno abbandonato la Libia e il Paese sta pagando ad alto prezzo i conflitti degli ultimi anni. “L’economia libica è al collasso”, ha denunciato di recente la Banca mondiale. La produzione di petrolio, che forniva alla Libia il 95% dei suoi ricavi, di fatto è stata interrotta negli ultimi tre anni. Scesa praticamente a zero nel 2011, aveva quasi ripreso il suo livello pre-guerra per qualche mese, ma è precipitata nuovamente a partire dal 2013 a causa delle violenze nelle aree dei terminal petroliferi nel Nord-Est del Paese. Oggi, i campi petroliferi producono appena un quinto della propria capacità, ovvero solo 335.000 barili al giorno (media del primo semestre). Questo crollo della produzione, assieme al drastico calo dei prezzi del greggio dal 2014, ha generato “una situazione economia impantanata nella recessione dal 2013”, secondo la Banca Mondiale, che ha previsto “livelli storici” di deficit pubblico. Le perdite cumulative dei proventi petroliferi sono stimate in oltre 100 miliardi di dollari (91 miliardi di euro) dall’inizio del 2013, secondo il direttore della compagnia petrolifera nazionale (NOC), Moustafa Sanalla. I ricavi del settore sono scesi al livello più basso, ad appena 2,25 miliardi di dollari (2,05 miliardi di euro) nei primi sette mesi dell’anno, secondo la Banca Mondiale. Prima della rivoluzione 2011, la vendita di greggio fruttava 50 miliardi di dollari all’anno alla Libia, che produceva 1,6 milioni di barili al giorno. La situazione è leggermente cambiata nel settembre scorso, quando le truppe di Haftar hanno preso il controllo della Mezzaluna petrolifera. L’esportazione è ripresa, seppure a rilento, e la Compagnia petrolifera nazionale ha parlato di evoluzione “positiva”. Ma la produzione non dovrebbe tornare alla sua capacità massima prima del 2020, secondo le stime della Banca mondiale. “Ci vorrà del tempo perché la crisi possa essere risolta e le entrate generate da queste esportazioni riescano a coprire le enormi spese pubbliche”, ha commentato Karima Munir, una esperta libica indipendente, invitata questa settimana ad una conferenza sulla crisi in Libia tenuta alla Camera. Per colmare il deficit, le autorità attingono sempre più a riserve in valuta estera che sono in forte calo, essendo passate dai 107,6 miliardi di dollari del 2013 ai 43 miliardi di dollari del 2016, secondo la Banca Mondiale. D’altra parte, restrizioni sui cambi e speculazione hanno fatto entrare l’economia in un circolo vizioso, i libici non si fidano delle banche e quasi tutte le transazioni commerciali sono fatte sul mercato nero. Un quadro completato dalla tendenza dei commercianti a limitare le importazioni per il timore di perdite in un mercato dei cambi molto volatile. “La situazione potrebbe peggiorare se non sarà trovata una soluzione al problema della liquidità”, ha avvertito a condizione di anonimato uno dei pochi imprenditori ancora rimasti a Tripoli.

LA TERRIBILE CRONISTORIA DELL’OMICIDIO DI GHEDDAFI

14 ottobre 2016

Il pezzo di Jean Paul Pougala del 14 aprile 2011 su Pambazuka News titolava “Le bugie dietro la guerra occidentale in Libia” descrive come l’Africa inizialmente avesse sviluppato il proprio sistema di comunicazioni transcontinentali comprando un satellite il 26 dicembre 2007: l’African Development Bank aveva sborsato 50 milioni di dollari dei 400 necessari, la West African Development Bank ne aveva aggiunti 27. La Libia aveva contribuito con 300 milioni, rendendo l’acquisto possibile. Pougala scrive quando tutto è già in opera, il nuovo sistema “connetteva tutto il continente a livello telefonico, radiofonico e televisivo, oltre ad altre applicazioni tecnologiche come la telemedicina e l’insegnamento a distanza”.
Dopo 14 anni di perdite di tempo del FMI e della Banca Mondiale, la generosità del leader libico Muammar Gheddafi aveva permesso l’acquisto, che aveva evitato alle nazioni africane di richiedere un prestito di 500 milioni per avere accesso ad un satellite ed aveva privato le banche occidentali di potenziali miliardi in prestiti ed interessi.. al tempo, Gheddafi stava anche cercando di creare un sistema bancario trans africano basato sull’oro, per liberare il continente dai vincoli finanziari con il FMI e la Banca Mondiale – questo avrebbe gravemente danneggiato i due predatori.

Fin dal 2003 Gheddafi aveva lavorato sodo per ristabilire la sua reputazione di finanziatore del terrorismo, rinunciando a qualsiasi futuro supporto alle organizzazioni terroristiche e creando un fondo per le vittime dei voli Pan Am 103 e UTA 772, entrambi abbattuti da attacchi terroristici, dei quali si sospettava un finanziamento libico. Il 10 dicembre 2007 Gheddafi si era recato in Francia per un incontro con il Presidente Nicolas Sarkozy.
Durante il loro incontro dell’11 dicembre all’Eliseo, Gheddafi E Sarkozy avevano siglato accordi per un valore di 15 miliardi di dollari riguardo forniture militari e la costruzione di una centrale nucleare, ma ciò che più contava oltre al commercio era già in agenda. In un report del 12 marzo 2012, il consorzio di giornalismo investigativo Mediapart dichiarava “Secondo informazioni contenute in un report confidenziale preparato da un esperto francese di terrorismo e finanziamenti al terrorismo stesso, la campagna elettorale presidenziale del Presidente Sarkozy del 2007 aveva ricevuto almeno 50 milioni di euro di fondi neri dal regime del dittatore libico Muammar Gheddafi”. Documenti diffusi da Mediapart l’11 settembre 2016 confermano che le relazioni finanziarie tra Sarkozy e Gheddafi risalivano almeno al 10 dicembre 2006.
(Appena diffuse queste informazioni nel 2012 Sarkozy aveva negato di aver ricevuto denaro libico come finanziamento – pratica illegale in Francia, che lo avrebbe potuto condurlo al carcere – e aveva tentato di denunciare Mediapart. Tuttavia, parte un’investigazione ufficiale sulla condotta di Sarkozy era trapelata sul sito di Mediapart e le prove riconducevano direttamente al fatto che il Presidente francese aveva ricevuto il denaro).
Gheddafi aveva capito che a causa dell’iniziativa del satellite e della sua proposta di un sistema bancario panafricano (delle quali sicuramente l’occidente era a conoscenza), la sua popolarità presso i leader occidentali era in terribile calo, tanto da renderlo un possibile obiettivo di un “cambio di regime”, perciò aveva sperato che finanziando il leader francese si sarebbe comprato un’assicurazione sulla vita. Nel frattempo aveva fatto del suo meglio per apparire come un uomo di stato pro-occidente. Nell’agosto del 2008 Gheddafi aveva firmato accordi con gli USA formalizzando la compensazione per le vittime del terrorismo di stato e nel settembre 2008 Condoleeza Rice aveva visitato la Libia e dichiarato che le relazioni tra le due nazioni stavano entrando in una “nuova fase”.
Nel febbraio 2009, però, Gheddafi era stato eletto Presidente dell’Unione Africana e per la prima volta aveva reso pubblica la definizione “Stati Uniti d’Africa” e aveva suggerito la possibilità di un sistema bancario panafricano. (Profeticamente il 12 marzo 2009 Sarkozy aveva introdotto la Francia nella NATO, violando una tradizione risalente ai tempi di De Gaulle). Successivamente, in Agosto del 2009, Abdelbaset Ali al-Megrahi – pregiudicato per aver partecipato al bombardamento del volo Pan Am 103 – fu rilasciato dal carcere in Scozia ed accolto come un eroe al suo ritorno in Libia, più tardi lo stesso anno la Libia aveva siglato un accordo con la Russia per l’acquisto di 1.8 miliardi di dollari in armi. Questi eventi non migliorarono la posizione di Gheddafi agli occhi dei leader occidentali.
Per di più, il piatto era molto ricco. Prima della caduta di Gheddafi, la Libia aveva riserve liquide per 150 miliardi di dollari, oltre alle 143 tonnellate di oro nelle casseforti di Gheddafi. Come aveva scritto Pougala “[Larga parte di questo denaro] era stata accantonata come contribuzione libica per tre progetti fondamentali che sarebbero serviti a dare l’ultimo tocco alla Federazione Africana – la African Investment Bank a Sirte, Libia, la creazione, nel 2011, del Fondo Monetario Africano, e la creazione della Afrcan central Bank ad Abuja in Nigeria, che iniziando a stampare valuta africana avrebbe suonato un requiem per il franco CFA, attraverso il quale Parigi aveva tenuto al giogo vari stati africani per più di 50 anni”.
Il 7 giugno 2016, Bob Fitrakis scrive su Black Opinion:
le vere ragioni dell’attacco sono state spiegate da uno dei più famosi sicari economici statunitensi, John Perkins.
Perkins spiega che l’attacco alla Libia, come quello all’Iraq, ha a che fare solo con il controllo delle risorse, non solo petrolio, ma anche oro. La Libia ha il più alto standard di vita in Africa. Secondo il FMI, la Banca Centrale Libica è al 100% di proprietà statale. Il FMI stesso stima che la banca abbia riserve in oro per quasi 144 tonnellate.
La NATO è andata in Libia come un moderno pirata per saccheggiarne l’oro. I media russi, oltre a Perkins, hanno scritto che il panafricanista Gheddafi, l’ex Presidente dell’Unione Africana, sosteneva che l’Africa avrebbe usato l’abbondante oro presente in Libia e Sud Africa per creare una valuta africana basata sul dinaro aureo.
È significativo che nei mesi che hanno portato alla risoluzione dell’ONU che ha permesso agli USA ed ai loro alleati di invadere la Libia, Muammar al-Gheddafi parlava apertamente della creazione di una nuova valuta che avrebbe rivaleggiato con dollaro ed euro. Infatti questi invitava le nazioni africane e musulmane ad unirsi in un’alleanza che avrebbe dato vita alla nuova valuta, il dinaro aureo, la forma principale di scambio internazionale. Avrebbero venduto petrolio e altre risorse in dinari aurei.
Nel dicembre 2010, una rivoluzione in Tunisia abbatté il governo. In seguito, nel 2011, incominciarono le “Primavere arabe”: rivolte popolari in Oman, Yemen, Egitto, Siria e Marocco. Mentre queste avevano portato al cambio di regime in Tunisia, in Egitto erano state brutalmente soppresse, mentre in Siria e Yemen avevano scatenato guerre civili non ancora estinte. Quelle in Oman e Marocco si erano spente da sole.
In Libia le cose stavano diventando quasi buffe,. A partire dal 15 febbraio 2011, una serie di proteste che chiedevano la cacciata di Gheddafi iniziò a scoppiare in Libia. Il 20 febbraio 2011 si parlava di 300 civili morti e del fatto che Gheddafi avesse sguinzagliato l’aviazione contro i dissidenti a Tripoli. Sarkozy a quel punto aveva trovato il modo di salvare i suoi amici banchieri e di coprire i finanziamenti illegali ricevuti da Gheddafi. Il 10 marzo 2011 Sarkozy decise di riconoscere come governo libico il “Consiglio Nazionale di Transizione”, l’ombrello sotto cui operavano i ribelli, e dichiarò l’istituzione di una no-fly zone, nel caso in cui Gheddafi avesse deciso di utilizzare armi chimiche contro la propria popolazione.
In un report del Guardian dell’11 marzo 2011:
La decisione unilaterale di Sarkozy di riconoscere il consiglio di transizione della Libia come legittimo rappresentante del popolo libico era grossolanamente prematuro. “Sarkozy sta agendo da irresponsabile” aveva avvermato un diplomatico europeo.
Mark Rutte, Primo Ministro olandese, affermò “La trovo una mossa folle da parte della Francia. Fare un passo avanti e sostenere ‘Riconosco un governo di transizione’ a sfregio di ogni pratica diplomatica non è la giusta soluzione per la Libia”
Il 19 marzo 2011 Sarkozy diresse i caccia francesi in missione contro la Libia e ordinò alla portaerei Charles de Gaulle di recarsi in acque libiche. I Francesi non erano soli. Prima nella stessa settimana – il 15 marzo – un F15 statunitense si era schiantato in Libia. Il 29 marzo gli USA avevano confermato che A-10 Warthog e elicotteri d’assalto A-130 erano stati inviati in Libia. Il 16 aprile il giornalista Jeremy Scahill, intervistato a The Eld Show:
Scahill: gli agenti della CIA sul campo in Libia sono in stretta relazione con i ribelli. Questa, come ha detto il Colonnello Jacobs, è la normalità. Ciò che mi preoccupa maggiormente è che sicuramente ci sono già operazioni speciali statunitensi sul territorio, che si preoccupano di marchiare gli obiettivi che dovranno essere colpiti dagli attacchi aerei. Ed, devo dirti che lo scenario di cui parli – quando parli di armare i “combattenti per la libertà”, mi porta alla mente le disastrose guerre sporche degli anni ’80, cioè, gli USA che vengono direttamente coinvolti in una guerra su territorio libico, con un pugno di ribelli … questi non hanno addestramento militare. Voglio dire, tu mi sta dicendo che gli USA sono nettamente schierati con una delle due parti di una guerra civile.
Il 7 giugno 2016 Fitrakis scrive:
… in un documento del Dipartimento di Stato declassificato, inviato ad Hillary il 2 aprile 2012, l’assistente Michael Blumenthal conferma che Perkins aveva ragione e che l’attacco sulla Libia non aveva nulla a che fare con il fatto che Gheddafi potesse essere una minaccia per la NATO o gli Stati Uniti, ma che l’unico obiettivo era razziarne l’oro.
Il governo libico possiede 143 tonnellate d’oro e una quantità simile di argento. Nel tardo marzo 2011, queste riserve vennero spostate a Sabha (verso il confine sud occidentale con Niger e Ciad); Blumenthal aveva informato la Clinton, sottolineando l’importanza di quell’oro, che veniva accumulato come riserva per la creazione di una valuta panafricana legata al dinaro aureo libico. Questo piano avrebbe permesso ai paesi francofoni africani di avere un’alternativa al franco francese (CFA).
Blumenthal rivela la ragione dell’attacco NATO e del saccheggio imperiale francese, l’intelligence francese è venuta a conoscenza di questo piano poco dopo lo scoppio della ribellione, questa è stata una delle ragioni che ha spinto il Presidente Sarkozy a sferrare l’attacco.
5 erano le ragioni della guerra illegale della NATO contro la Libia. Secondo Blumenthal Sarkozy cercava: a. di ottenere una maggiore fetta della produzione libica di petrolio, b. di aumentare l’influenza francese in nord africa, c. di migliorare la sua posizione in Francia, d. di fornire all’esercito francese un modo di mettersi in luce, e. di soddisfare la preoccupazione dei suoi consiglieri nei confronti del piano a lungo termine di Gheddafi, di soppiantare la Francia come potenza dominante nell’Africa francofona.
È ovvio che Blumenthal avesse inteso il bisogno di Sarkozy di proteggere i banchieri francesi dal piano di Gheddafi, ma sicuramente non poteva avere idea dell’ulteriore motivo – eliminare le prove del proprio coinvolgimento nei finanziamenti illegali. Va altresì notato – e sottolineato – che nessuna delle ragioni elencate nell’e-mail di Blumenthal potrebbe giustificare un’invasione di uno stato sovrano.
Il 30 marzo 2011 il governo britannico espulse 5 diplomatici dall’ambasciata libica, visto che le relazioni tra Libia e occidente continuavano a peggiorare. Nei mesi successivi la guerra imperversò in tutta la Libia. Ad un certo punto si promosse una tregua tra governo libico e Consiglio Nazionale di Transizione (NTC), che non durò e in agosto la nazione era nuovamente messa a ferro e fuoco dalla guerra civile.
Dopo il 31 marzo 2011 gli USA avevano applicato la no-fly zone sui cieli libici, apparentemente per aiutare una rivolta legittima e togliere dal suo trono un dittatore sanguinario, ma i risultati degli attacchi andarono ben oltre il cambio di regime di Gheddafi. Il 18 giugno 2011 la NATO ha attaccato il Grande Fiume Artificiale, un enorme progetto per l’irrigazione che portava l’acqua ad immense distese aride. I caccia colpevoli di questo crimine non solo hanno distrutto un pezzo vitale delle infrastrutture libiche, ma il 22 luglio hanno fatto a pezzi anche l’unica fabbrica che poteva costruire i pezzi per le riparazioni necessarie. Questa mossa malvagia non aveva alcuno scopo, se non quello di punire tutta la popolazione libica.
Aiutati e sostenuti dalle potenze occidentali, i “ribelli” assediarono Tripoli e il 21 agosto 2011 la città cadde nelle mani dell’NTC. Gheddafi e il suo staff volarono immediatamente a Sirte. Poco dopo le 8 di sera il 20 ottobre 2011, con i “ribelli” che incalzavano, Gheddafi tentò di abbandonare Sirte su un convoglio di 75 veicoli, ma la sua fuga fu scoperta da un velivolo della RAF. Un drone predator statunitense guidato da qualcuno seduto nel deserto del Nevada lanciò i primi missili contro il convoglio, lo stesso fece il velivolo della RAF. 10 veicoli furono distrutti. Gheddafi sopravvisse all’attacco, ma fu immediatamente catturato dall’NTC, che lo aveva trovato in un canale di drenaggio. Gheddafi su crivellato di colpi e una baionetta gli fu infilata nel retto.
Prima della morte di Gheddafi la Libia era una nazione stabile, se non una tradizionale nazione stato. Secondo un report intitolato “La Libia di Gheddafi era la più prospera democrazia africana” di Garikai Chengu, apparso il 12 gennaio 2013 “La Libia era divisa in innumerevoli piccole comunità che di base si comportavano come piccoli stati autonomi all’interno di uno stato più grande. Questi avevano il controllo sui propri distretti e potevano prendere una serie di decisioni tra cui come allocare gli introiti della vendita di petrolio. All’interno di questi mini-stati, i tre principali organi della democrazia libica erano Comitati Locali, Congressi Popolari e Consigli Rivoluzionari Esecutivi”. Chengu spiega come i Comitati Locali facessero riferimento ai Congressi del Popolo, che poi passavano le decisioni ai Consigli Rivoluzionari Esecutivi, creando così un consenso diffuso sulle decisioni che riguardavano tutta la popolazione. “La democrazia diretta in Libia utilizzava la parola ‘elevazione’ più che ‘elezione’, ed evitava le campagne politiche, che sono una caratteristica tipica dei partiti e beneficiano solo delle promesse elettorali. A differenza dell’occidente, i Libici non votavano solo ogni 4 anni per il Presidente e un parlamento centrale che prendesse tutte e decisioni per loro. Tutti i Libici prendevano decisioni riguardo la politica interna, quella estera e quella economica.” Rovesciare Gheddafi ha fatto a pezzi un sistema di governo che aveva funzionato bene – e tranquillamente – per quasi 50 anni.
Sarkozy rimane un uomo libero. Deve ancora essere perseguito per aver ricevuto illegalmente denaro libico per finanziare la propria campagna elettorale e per aver scatenato una guerra illegale per coprire la propria relazione illegale con Gheddafi.
Molto è stato scritto circa la catastrofe caduta sulla Libia a seguito dei criminali attacchi francesi e statunitensi – 400.000 persone strappate alle proprie case, violenze e repressioni, la creazione di un nuovo stato fantoccio in seguito ad un’iniziativa di politica estera degli USA. Ma il vero danno è stato arrecato all’Africa stessa, se la proposta di Gheddafi di un sistema bancario trans africano fosse giunta a compimento, quello sfortunato continente per la prima volta in secoli avrebbe avuto una vera libertà e una vera indipendenza a portata di mano, una circostanza che le potenze occidentali non si sarebbero potute permettere. Libertà e giustizia non hanno mai fatto parte dell’agenda occidentale.
La sera del 20 ottobre 2011, durante un’intervista alla CBS alla notizia della morte di Gheddafi, il Segretario di Stato Hillary Clinton si lasciò scappare una battuta con il suo staff, affermando “Siamo venuti, abbiamo visto, lui è morto”, poi applaudì e rise fragorosamente. Questa rimane la più vile e degradante immagine di sempre di un membro del governo USA.
Chris Welzenbach è uno scrittore (“Downsize”), che per anni è stato membro del Walkabout Theater di Chicago. Può essere contattato a incoming@chriswelzenbach.com.

Fonte: www.counterpunch.org
Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l’autore della traduzione FA RANCO

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2016/10/14/la-terribile-cronistoria-dellomicidio-di-gheddafi/

2016: Un informatore espone il modo in cui il principale alleato della NATO sta armando e finanziando l’ISIS

DI NAFEEZ AHMED
medium.com
+ Il capo dei servizi segreti della Turchia, Hakan Fidan, è stato nominato membro di un gruppo terroristico legato ad al-Qaeda e all’ISIS
 + L’intelligence turca ha fornito direttamente all’ISIS aiuti militari per anni
 + Il governo turco ha dirottato forniture militari all’ISIS tramite un’agenzia di aiuti umanitari
 + I combattenti dell’ISIS, tra cui il vice di al-Baghdadi, hanno ricevuto cure mediche gratuite in Turchia e “protezione” dalla polizia turca
 + Il capo dell’ISIS in Turchia ha ricevuto “protezione H24/7” all’ordine personale del presidente Erdogan
+ Le indagini di polizia turche riguardanti l’ISIS vengono sistematicamente annullate
 + Il petrolio dell’ISIS viene venduto con la complicità delle autorità in Turchia e nella regione curda del nord dell’Iraq
 + La NATO afferma il ruolo della Turchia come alleato nella guerra all’ISIS

Un ex alto funzionario antiterrorismo in Turchia ha denunciato apertamente la sponsorizzazione deliberata dello Stato Islamico (ISIS) da parte del presidente Recep Tayyip Erdogan, come strumento geopolitico per espandere l’influenza regionale della Turchia ed emarginare i suoi avversari politici in casa.
Ahmet Sait Yayla è stato capo della Divisione Antiterrorismo e Operazioni della Polizia Nazionale Turca tra il 2010 e il 2012, prima di diventare Capo della Divisione per l’Ordine Pubblico e la Prevenzione del Crimine fino al 2014. In precedenza aveva lavorato nella Divisione Antiterrorismo e Operazioni come dirigente di medio livello per tutta la sua ventennale permanenza in carica nella polizia, prima di diventare Capo della Polizia di Ankara e Sanliurfa.
Nelle interviste con INSURGE intelligence, Yayla ha rivelato in esclusiva che aveva personalmente assistito alla prova dell’alto livello di sponsorizzazione dell’ISIS da parte dello Stato turco, durante la sua carriera in polizia, ciò che alla fine lo ha portato a dare le dimissioni. Ha deciso di diventare informatore dopo il giro di vite autoritario di Erdogan, a seguito del colpo di stato militare fallito nel mese di luglio. Questa è la prima volta che l’ex capo antiterrorismo ha messo agli atti le rivelazioni relative a ciò che sa sugli aiuti dati dal governo turco a gruppi terroristici islamici.
L’ex Capo Antiterrorismo della Polizia Nazionale Turca sta alzando la voce, nonostante il notevole rischio per la propria famiglia. Come parte del giro di vite di Erdogan, dopo il colpo di stato militare fallito nel mese di luglio, al figlio diciannovenne di Yayla stato impedito di lasciare il paese ed è, infine, stato arrestato con l’accusa di terrorismo.
Quando ho parlato con Yayla, egli aveva appena lanciato il suo nuovo libro a Washington DC, ISIS Defectors: Inside Stories of the Terrorist Caliphate, scritto in collaborazione con la professoressa Anne Speckhard, consulente NATO e del Pentagono, specializzata in psicologia della radicalizzazione.
“La Turchia sta sostenendo lo Stato islamico e altri gruppi jihadisti”, ha detto Yayla.
“Lo so dapprima come ex capo della polizia nazionale turca e in seguito alle esperienze che ho avuto lì, ciò è il motivo per cui ho finito per lasciare la polizia. E in secondo luogo, a causa di ex terroristi dell’ISIS che ho intervistato come parte della mia ricerca sul fenomeno jihadista – molti dei quali dicono che l’ISIS gode del sostegno ufficiale turco.”
Preso di mira dal contro golpe di Erdogan
 Yayla è il primo funzionario turco antiterrorismo a rivendicare conoscenze di prima mano riguardanti il sostegno segreto di Erdogan, dato a gruppi terroristici islamici. Ha una profonda conoscenza della relazione del governo con l’ISIS, dopo aver lavorato a stretto contatto con i funzionari governativi di alto livello ad Ankara – tra cui lo stesso Erdogan – per discutere le operazioni.
Dopo il mio primo colloquio con Yayla, ho posto innumerevoli altre domande sulle sue specifiche esperienze della sponsorizzazione, fornita dalla Turchia all’ISIS. Ma stavo avendo difficoltà nel raggiungerlo.
Alla fine, ho ricevuto un’e-mail, in data 30 luglio, che chiariva il motivo del silenzio.

1ha1rkplep81yys47ywdzeg
“Mi dispiace non ho potuto tornare da Lei”, ha scritto Yayla: “Stavo cercando di far uscire mio figlio dalla Turchia ed è stato trattenuto presso il confine senza alcuna motivazione. È uno studente del college, un ragazzo di 19 anni. Non spiegano nulla e lo trattengono presso la polizia di frontiera. Naturalmente la ragione sono io, per quello che sto scrivendo e per la mia posizione contro Erdogan. Siamo così tesi all’idea che lui è detenuto. Come sapete, non vorrei pensare che la tortura e altre atrocità siano diventate cosa ordinaria nelle ultime due settimane in Turchia. Mi lasci gestire la crisi e Le parlerò in seguito, se non Le dispiace.”
Il figlio di Yayla è Yavuz Yayla, uno studente in Relazioni Internazionali presso l’Università di Cukurova. Non potevo immaginare che cosa Yayla stesse passando. Poi, in pochi giorni, la situazione è peggiorata:
“Purtroppo, hanno arrestato mio figlio”, Yayla ha scritto in un’ulteriore e-mail.
“L’accusa è avere avuto una banconota da un dollaro nello zaino, un segno per accusarlo di essere tra i sostenitori del colpo di stato. Ha 19 anni, è studente del primo anno di college, non ha connessioni con nessuno, nemmeno con i golpisti, ma è solo per vendicarsi su di me perché sto urlando i fatti e ciò a Erdogan non piace.”
Nonostante la sua conoscenza diretta della corruzione del sistema di sicurezza nazionale della Turchia, Yayla è stato preso alla sprovvista dallo sviluppo dei fatti:
“Non ho mai pensato che sarebbero andati così in basso. Non ci si può fare nulla. Letteralmente, nell’atto di accusa il pubblico ministero ha presentato due prove per considerarlo un terrorista che cercava di lasciare il paese con mezzi legali, per un passaggio di frontiera, dove è stato fermato perché non aveva il passaporto ufficiale (il passaporto verde, lui può andare solo nell’UE senza visti con questo passaporto che mi è stato dato dall’Università), e con una banconota da un dollaro nel suo zaino che aveva preso da me anni fa, quando sono tornato da una conferenza negli Stati Uniti. Siamo a un punto che le parole non possono descrivere la frustrazione che proviamo individualmente o come vittime di questo tentativo di colpo di stato.”
Ho parlato con Yayla a lungo il 4 agosto per telefono. La sua voce era notevolmente sottotono rispetto alla nostra conversazione iniziale. Come prima cosa mi ha detto che non era riuscito a smettere di piangere, a causa della paura di ciò che sarebbe accaduto a suo figlio.
La situazione era difficile. Per ottenere il rilascio di suo figlio, Yayla aveva bisogno di trovare un avvocato capace e coraggioso. Ma gli avvocati erano già stati eliminati da Erdogan – in particolare gli avvocati che hanno accettato di farsi carico dei casi delle persone arrestate dalle autorità, per aver connessioni al colpo di stato.
“Quindi non riesco a trovare un avvocato”, ha detto Yayla. “Gli avvocati hanno paura. Tutto quello che hanno da dire è ‘Anche noi abbiamo una famiglia, arresteranno anche noi’”.
Squadre di agenti antiterrorismo sono state inviate a casa del padre di Yayla ad Ankara. Hanno perquisito la casa, e hanno posto ripetute domande relative allo stesso Ahmet. Da allora, Yavuz Yayla rimane in detenzione a tempo indeterminato con l’accusa di terrorismo, e il procedimento d’appello non ha avuto successo.
Per Yayla, il vero obiettivo di queste azioni è evidente.
“Mi vogliono far tacere”, ha detto in relazione all’amministrazione Erdogan:
“Conosco vari patti interni. Come stavano aiutando l’ISIS direttamente.”
Nei due mesi durante la detenzione di suo figlio, Yayla non è stato in grado di comunicare con il figlio al telefono, anche se i detenuti hanno il diritto di una telefonata di dieci minuti ogni settimana.
Ai primi di settembre, le autorità turche hanno rilasciato temporaneamente Yavuz con tutti i suoi effetti personali, solo per trattenerlo ancora una volta sulla soglia della prigione. Questa volta è stato nuovamente arrestato per il fatto che il suo passaporto era stato annullato dal governo. L’avvocato che Ahmet aveva finalmente trovato per il figlio, ha condotto il caso sotto la pressione esercitata dall’intelligence turca.
In realtà, l’annullamento del passaporto di Yavuz era legato a suo padre. Le autorità turche avevano annullato i passaporti di Ahmet Yayla e dei membri della sua famiglia nel luglio 2016, dopo che Yayla aveva scritto un articolo nel World Policy Journal, sottolineando la prova del sostegno dato da Erdogan al terrorismo.
Ma quest’articolo ha a malapena scalfito la superficie di ciò che Ahmet Yayla sa di prima mano, in merito alla relazione incestuosa del governo turco con l’ISIS.
 Il terrore umanitario
 Yayla ha detto che le accuse controverse nella stampa turca, riguardanti il sostegno ai gruppi militanti in Siria per mezzo di un’ONG turca caritatevole, la Humanitarian Relief Foundation (IHH), sono del tutto precise riflessioni di un rapporto torbido tra il governo turco e i gruppi jihadisti.
Il 3 gennaio 2014, il quotidiano turco centrista Hurriyet ha riferito che una notevole quantità di munizioni e armi è stata trovata dalla polizia turca, in camion che trasportavano aiuti a favore dell’IHH ai ribelli islamici in Siria.
È emerso presto, dal pubblico ministero e dalla testimonianza degli agenti di polizia, nel corso di procedimenti di tribunale, che si presumeva che i camion fossero accompagnati da funzionari dell’Organizzazione Nazionale di Intelligence dello Stato Turco (MIT).
La testimonianza per i documenti in tribunale ha affermato che parti di razzi, munizioni e proiettili da mortaio erano stati trovati in camion che consegnavano le forniture alle zone della Siria sotto il controllo di gruppi jihadisti, verso la fine del 2013 e all’inizio del 2014.
Tuttavia, il governo di Erdogan ha vietato a tutti i media turchi di dare ulteriori informazioni sui procedimenti giudiziari. Le accuse, ha sostenuto il governo, facevano parte di una cospirazione per minare la presidenza di Erdogan, organizzata dal religioso musulmano in esilio Fethullah Gülen, residente negli Stati Uniti.
Secondo Ahmet Yayla, però, le accuse contro Erdogan e l’IHH sono precise, e non hanno nulla a che fare con una cospirazione gulenista.
“Sono stato coinvolto indirettamente nelle prime fasi delle indagini antiterrorismo nell’IHH”, ha detto Yayla.
“Il leader dell’IHH è stato arrestato a seguito di queste indagini, a quel tempo, a causa delle prove che avevamo ottenuto che il gruppo è dietro gran parte del sostegno all’ISIS. L’IHH ha fornito armi e munizioni a molti gruppi jihadisti in Siria, non solo all’ISIS”.
Yayla rileva che la flottiglia di Gaza 2010, dove a un vascello operativo dell’IHH è stato impedito di portare aiuti umanitari a Gaza da parte della Forza di Difesa Israeliana (IDF), era stata organizzata con l’approvazione di Erdogan:
“Erdogan ha voluto che la gente pensasse che stesse sostenendo Gerusalemme e la Palestina, forzando questa nave a Gaza. Si aspettava di diventare un eroe. Invece la gente è stata uccisa. Ma Erdogan ha utilizzato l’incidente per radicalizzare le persone in Turchia intorno a sé.”
Anche prima dell’incidente della flottiglia, l’IHH era diventato partner primario dell’Agenzia Turca per la Cooperazione Internazionale (TIKA) – l’agenzia di aiuti ufficiale del governo turco – per distribuire aiuti umanitari in tutto il mondo.
“Con la sola eccezione che l’IHH non distribuiva solo beni umanitari. Tra i beni, vi erano armi”, ha detto Yayla.
 Radici militanti
Il principale benefattore dell’IHH nel governo turco era Hakan Fidan, che ha guidato TIKA dal 2003 fino al 2007. Ex ufficiale militare turco, è diventato vice sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel 2007. Dal 2010 è stato capo dell’agenzia di intelligence dello Stato turco (MIT).
 Ma secondo Ahmet Yayla, Fidan è stato uno dei sospettati primari di una serie di attacchi terroristici nel 1990, quando Yayla lavorava come ufficiale di polizia di Ankara. Gli attacchi implicavano omicidi mirati di intellettuali turchi di sinistra affiliati al giornale Cumhuriyet, sotto forma di autobombe e pacchi bomba. Tra le vittime il giornalista Ugur Mumtu, l’attivista per i diritti delle donne Bahriye Ucok, e l’intellettuale Ahmet Taner Kislali.
Le operazioni di polizia hanno rintracciato i responsabili degli attacchi, facenti parte di una cellula terroristica gestita dall’Hezbollah turca (TH). Due persone chiave, ora vicine a Erdogan, sono state identificate dalla polizia come membri della cellula: Hakan Fidan e Faruk Koca, uno dei membri fondatori dell’Akp al potere.
L’Hezbollah turca è un’organizzazione terroristica islamista sunnita emersa nel 1980, originariamente gestita da una fazione curda. È particolarmente attiva contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e sostiene apertamente la violenza come mezzo per stabilire uno Stato Islamico in Turchia.
L’associazione non ha legami con il gruppo libanese che porta lo stesso nome. Ma secondo Yayla, operazioni di polizia turca hanno rivelato che TH aveva legami con elementi di alto livello dell’apparato di sicurezza turco, così come forti relazioni con funzionari dell’intelligence iraniana post-rivoluzionaria.
Una riunione informativa di background di Human Rights Watch, pubblicata nel 2000, ha documentato un sistema allarmante di legami tra le forze di sicurezza turche e TH, tra cui le testimonianze di alti funzionari del governo turco, come il ministro del governo Fikri Saglar, che ha sostenuto che l’Hezbollah turca era fin dall’inizio controllata dalle “Forze Armate” e che “si è ampliata e rafforzata sulla base di una decisione del Consiglio di Sicurezza nazionale nel 1985.”
Nell’aprile 1995, un rapporto ufficiale del Parlamento turco ha concluso che “le unità militari” turche fornivano “assistenza” a un campo segreto dell’Hezbollah turca “nei villaggi della regione di Seku, Gönüllü e Çiçekli, nel distretto Gercüs di Batman.”
TH da allora è stata indicata come organizzazione terroristica dal Dipartimento di Stato.
Negli ultimi dieci anni, mentre TH non ha rinunciato al suo impegno per la violenza, si è concentrata anche su attività politiche.
Eppure, la sua eredità di violenza continua a vivere. C’è una linea diretta di discendenza tra TH, al-Qaeda e l’ISIS. Halis Bayancuk, il cui nome di battaglia è Abu Hanzala, è l’emiro dell’ISIS in Turchia. In precedenza, l’emittente nazionale pubblica turca a guida statale (TRT) aveva identificato Bayancuk come capo del ramo turco di al-Qaeda. Ma Bayancuk è anche figlio di Haci Bayancuk, uno dei membri fondatori di TH.
Halis Bayancuk (sulla destra), l’emiro dell’ISIS in Turchia è figlio di Haci Bayancuk, un membro fondatore dell’Hezbollah turca è qui immortalato durante un arresto da parte della polizia turca. Non è ammanettato. Ahmet Yayla spiega che sotto Erdogan, le spie dell’ISIS hanno libertà di movimento e non vengono ammanettate da parte della polizia turca, se vengono arrestate.
Operazioni di polizia nel 2007 a Bingol e Koceeli, e nel 2008 a Istanbul, Ankara e Diyarbakir, hanno rivelato la cooperazione ad alto livello tra i leader di TH e di al-Qaeda. Una rete di al-Qaeda in Turchia, guidata da Muhammed Yasar, è stata colta a operare per conto di TH.
Emrullah Uslu, un ex analista di politica dell’Unità Antiterrorismo della Polizia Nazionale Turca, dice che la maggior parte dei membri della rete di al-Qaeda in Turchia “ha avuto contatto” con TH.
Oggi una fazione scissionista di TH che ha reclutato nuovi salafiti-jihadisti tra le sue file, sta “combattendo a fianco dell’ISIS e di altre fazioni estremiste in Siria”, riferisce il giornalista turco Sibel Hurtas.
“Centinaia di pagine di documentazione sull’Hezbollah turca sono state scoperte nei raid della polizia di Ankara che hanno avuto luogo a quel tempo”, ha riferito Yayla per quanto riguarda l’ondata di omicidi nel 1990:
“I file hanno dimostrato legami diretti tra l’intelligence iraniana e due figure che ora sono molto vicine a Erdogan: Hakan Fidan e Faruk Koca. E hanno dimostrato che sia Fidan, sia Koca facevano parte della cellula terroristica dell’Hezbollah turca dietro a quegli attentati dinamitardi.”
 A causa delle indagini della polizia, Fidan è fuggito dalla Turchia in Germania, si è poi trasferito negli Stati Uniti dove ha continuato a vivere in esilio. Quando l’AKP ha preso il potere sotto Erdogan, tuttavia, Fidan è tornato in Turchia e ha ripreso il ruolo di capo della agenzia di aiuti turca, il suo status di ‘ricercato’ è inspiegabilmente scomparso.
 Daesh: progenie bastarda dello Stato sotterraneo turco
 Grazie alle sue credenziali umanitarie l’IHH, ora in collaborazione con il governo turco sotto la guida di Fidan proveniente da TIKA, ha fornito la “copertura perfetta” a Erdogan per intensificare la sua strategia segreta in Siria.
La strategia segreta è proseguita, mentre Fidan è avanzato fino a diventare capo dei servizi segreti dello Stato turco.
Se le dichiarazioni di Yayla sono corrette, allora l’attuale capo del potente MIT della Turchia, sotto Erdogan, è membro di al-Qaeda affiliata all’Hezbollah turca, responsabile degli omicidi terroristici dei dissidenti di sinistra negli anni ‘90.
Attorno al 2012 in poi, ha spiegato Yayla, diverse centinaia di camion di rifornimenti sono stati inviati dall’IHH in Siria.
Descrivendo diverse operazioni attive di polizia contro l’IHH, a causa di relazioni dell’Agenzia con al-Qaeda, Yayla ha confermato che un’operazione importante che aveva coinvolto i raid antiterrorismo a Gazientep, Van, Kilis, Istanbul, Adana e Kayseri, aveva svelato lo stretto rapporto di lavoro dell’IHH con alti membri di al – Qaeda e dell’ISIS, fornendo armi ai gruppi jihadisti attraverso il confine.
Mentre Erdogan e i suoi ministri hanno condannato l’operazione di polizia, Yayla, che ha informato Erdogan come capo della polizia di Ankara, ha confermato che l’operazione è il risultato di un’indagine di polizia in corso sul sostegno jihadista in Turchia – non una cospirazione gulenista.
Ma l’IHH era soltanto un canale per queste azioni di sostegno ai jihadisti siriani.
“Il resto delle operazioni sono state effettuate direttamente dal MIT”, ha detto Yayla. “Il MIT ha portato varie volte, alla luce del sole, armi ed esplosivi in Siria con camion così come combattenti trasportati con autobus. Alcuni di loro sono stati catturati dalla polizia turca.”
Migliaia di foreign fighters hanno sciamato in Turchia negli ultimi anni per unirsi a gruppi che combattono il regime di Bashar al-Assad in Siria.
Per la prima volta, le interviste di Ahmet Yayla con INSURGE intelligence forniscono conferma diretta privilegiata, non solo che il governo di Erdogan aveva chiuso un occhio per quanto riguarda il movimento di questi combattenti oltre confine in Siria, ma che la polizia turca aveva rilevato il ruolo dell’Agenzia di Intelligence di Stato della Turchia nel trasferimento dei foreign fighters e che aveva implicato assistenza diretta all’ISIS:
“L’agenzia MIT ha trasportato terroristi dell’ISIS da Hatay a Sanliurfa in autobus nel 2014 e 2015. A volte venivano lasciati alla frontiera, altre volte venivano trasportati oltre il confine. Quando i terroristi tornavano in Turchia, venivano spesso fermati per il controllo di routine della droga. Negli autobus, guardie di frontiera turca hanno trovato kalashnikov e munizioni. Gli occupanti sono stati arrestati e interrogati, e gli autisti hanno ammesso apertamente che il MIT li aveva assunti per il trasporto di terroristi e foreign fighters.”
Yayla non era direttamente coinvolto in queste operazioni, ma è venuto a conoscenza dei loro risultati schiaccianti durante il suo alto ruolo in polizia, dato che aveva libero accesso alle registrazioni rilevanti.
Bombe per la beneficenza
L’IHH è stato a lungo sospettato di legami con il terrorismo da parte delle agenzie di intelligence occidentali.
Un cablogramma confidenziale, datato 21 luglio 2006, proveniente dal Dipartimento di Stato dall’ambasciata degli Stati Uniti a Istanbul, ottenuto da Wikileaks, conferma che l’IHH è “sospettato da alcuni per il finanziamento del terrorismo internazionale … Nel 1997 funzionari locali, presso il quartier generale dell’IHH a Istanbul, sono stati arrestati dopo un raid delle forze di sicurezza che hanno scoperto armi da fuoco, esplosivi e le istruzioni per fabbricare bombe.”
Il cablogramma descrive il memoriale funebre per la morte dell’affiliato ad al-Qaeda, il comandante militare ceceno Shamil Basayev, co-organizzato dall’IHH alla presenza del Presidente dell’IHH, Bulent Yildirim.
Basayev è stato indicato dal Dipartimento Statale come terrorista nel 2003 per aver ammesso il suo coinvolgimento in molti massacri di ostaggi civili e attacchi suicidi dinamitardi, così come i suoi “collegamenti ad al-Qaeda.”
In quel contesto, vale la pena notare il resto del cablogramma segreto:
“Coloro che seguivano il funerale continuavano a cantare slogan in arabo, inframmezzati con le seguenti frasi in turco: ‘Killer russi – Fuori dalla Cecenia’, ‘Killer israeliani – Fuori dalla Palestina’, ‘Killer americani – Fuori dal Medio Oriente’, ‘Shamil Basayev – La tua condotta è la nostra condotta’, e ‘Hamas – Resisti’. Come possibile riferimento alla stagione di elezione imminente, Yildirim aveva anche un messaggio per il Governo turco, ‘Non sostenete questi atei – se andate diritto, siamo pronti a seguirvi.’ Nel bel mezzo della cerimonia, i partecipanti hanno bruciato una bandiera, che noi non abbiamo visto, per grande gioia della folla. Per quanto riguarda Basayev, Yildirim ha lodato il fatto che lui non si è compromesso, sostenendo che mirava all’indipendenza ed è morto per Dio e per la causa.”
Yayla ha confermato che il raid di polizia nell’IHH nel 1997 avevano identificato connessioni dirette tra la beneficenza e al-Qaeda. Il personale dell’IHH, ha riferito, si stava preparando a operazioni di combattimento in Cecenia, Bosnia e Afghanistan.
I documenti trovati durante il raid hanno rivelato che le armi erano fornite in segreto a gruppi connessi a Osama bin Laden.
I sostenitori dell’ISIS trasportano regolarmente, con impunità, parti per la costruzione di apparecchiature esplosive attraverso il confine tra la Turchia e la Siria.
Le fotografie fornite in esclusiva da Yayla a INSURGE, ottenute direttamente da ex membri dell’ISIS, immortalano affiliati all’ISIS mentre si occupano delle cosiddette bombe “hell fireball”, prodotte in serbatoi di gas petrolio liquido, le cui parti sono fabbricate a Konya, una città interna in Turchia dove risiede un centinaio di sostenitori dell’ISIS.
“L’ex membro dell’ISIS ha riferito che questi rifornimenti giungono da fonti protette dalle forze di sicurezza turche”, ha detto Yayla.
La fonte del disertore, raccolta da Yayla, ha confermato che le parti sono trasportate da camion attraverso il confine in Siria per fare le bombe. I camion passano di solito attraverso la dogana turca senza problemi. “Hanno ucciso centinaia di civili e bambini”, ha detto Yayla.
“Sono molto efficienti. Il disertore spiegava che le bombe sono almeno dieci volte più potenti e letali rispetto ai mortai regolari. Tutti i materiali per queste bombe sono trasportati in Siria dalla Turchia e sono stati acquistati dalla Turchia.”
Il capo della polizia ha dato l’ordine di sorvegliare l’ISIS
Ma è l’esperienza personale di Ahmet Yayla, riguardante la sponsorizzazione ufficiale turca dell’ISIS, la cosa, forse, più incriminante.
“Sono stato testimone molte volte, coi miei propri occhi ed orecchi, che il Governatore di Sanliurfa [una città prossima al confine tra Turchia e Siria] parlava ai leader di gruppi terroristi in Siria”, ha riferito Yayla.
In molte riunioni di sicurezza di alto livello che coinvolgevano i capi di polizia, Yayla e i suoi colleghi attendevano, mentre il governatore finiva le sue telefonate con i leader ribelli.
“È stato davvero scioccante”, ricorda Yayla. “Parlava apertamente della situazione in Siria e chiedeva ripetutamente al telefono come avrebbe potuto aiutare a fornire tutto ciò di cui avevano bisogno, cibo o medicine, letteralmente qualsiasi cosa di cui avevano bisogno.”
Le cose sono venute a capo quando il governatore, che è un incaricato politico del Ministero degli Interni, ha iniziato a chiedere che Yayla sovrintendesse alla protezione di centinaia di combattenti dell’ISIS che venivano spediti in Turchia per ricevere cure mediche.
“Sono il capo della polizia al quale è stato chiesto, da parte del governatore, di sorvegliare i terroristi dell’ISIS. E ho assegnato gli agenti di polizia per questo compito”, ha detto Yayla. “Ci sono ancora i dati ufficiali della polizia riguardanti questa politica, e possono essere riscontrati nei programmi di assegnazione. Questi dati non possono essere distrutti.”
“Ero l’ufficiale assegnato, affinché la polizia custodisse quei terroristi”, ha ripetuto, l’incredulità era palpabile nel suo tono.
Combattere vicino al confine turco era diventato intenso, a partire dal 2013, anno in cui centinaia di ribelli jihadisti erano stati feriti:
“I combattenti dell’ISIS venivano portati oltre confine, a Sanliurfa, per ricevere le cure mediche negli ospedali turchi. Come capo della polizia, mi veniva chiesto dal governatore di inviare i miei ufficiali a fornire una protezione H24/7 per quei terroristi feriti. Si è giunti al punto che c’erano così tanti membri dell’ISIS in trattamento sanitario, che non riuscivo nemmeno a trovare abbastanza agenti per sorvegliare quei terroristi. Si soffriva di una grave carenza di manodopera a causa di queste richieste. Quando si è raggiunto quel punto, non avevo altra scelta che dire al governatore, eh beh, che davvero di ciò non mi importa più niente e gli ho detto, guardi, non ho forza lavoro, la città è in sofferenza e non riesco a fare la mia professione.”
Il governatore era sconvolto, ha detto Yayla, ma a causa di un vero e proprio volume di combattenti dell’ISIS che entrano in Turchia per il trattamento medico, le sue richieste non potevano essere soddisfatte.
“Era pazzesco, si potevano vedere le ambulanze che arrivavano con targhe europee, le quali trasportavano membri dell’ISIS”, ha detto Yayla.
“In effetti il vice di al-Baghdadi, Fadhil Ahmed al Hayali, è stato ferito in un bombardamento americano. Ha perso una gamba ed è stato portato in un ospedale e curato. Dopo di che è tornato in Siria. Nessuno ha pagato i soldi per le cure. Sono state completamente gratuite.”
La politica di fornire assistenza medica gratuita ai combattenti dell’ISIS è andata avanti per due anni, fino al 2015. La pressione del presidente Obama di chiudere i confini ha condotto Erdogan a distendere i rapporti politici in quell’anno.
Smettiamo di combattere i terroristi
I dubbi manifesti di Yayla circa la compromissione delle operazioni di polizia, alla fine hanno portato il governatore a indurlo a uscire dall’antiterrorismo.
“Ero così entusiasta all’idea di lottare contro il terrorismo, così ho creato un sistema per seguire i terroristi prima che essi stabilissero una cellula”, ha spiegato Yayla.
“Se qualcuno fosse stato coinvolto nel terrorismo, avrei inviato agenti di polizia a intervenire, ad esempio, parlando ai membri della famiglia, per fare in modo di evitare un’ulteriore radicalizzazione. Così i miei agenti avrebbero cominciato a intervenire contro i membri dell’ISIS, non appena rilevate le loro attività.”
 Ma il governatore non era d’accordo.
“Non gli piaceva quello che stavo facendo, così mi ha fatto uscire dall’anti terrorismo. A causa della mia anzianità nella polizia nazionale turca, lui non poteva licenziarmi. Così, invece, mi ha messo a capo del Dipartimento per le Investigazioni e l’Ordine Pubblico.”
Yayla ha continuato a impegnarsi a usare la sua autorità per il giro di vite contro i terroristi. Ha chiesto agli ufficiali nel suo dipartimento di perseguire la politica di fermare e arrestare sospetti terroristi che si aggirano in città, e di consegnarli all’antiterrorismo. Non sorprende che, ha detto, “Nemmeno al governatore piacesse l’idea.”
In realtà, Yayla lamentava:
“La maggior parte delle volte il centro dispacci è stato incitato a non inviare l’antiterrorismo, e perfino non comunicare via radio, perché le comunicazioni venivano registrate. Invece gli ufficiali turchi anti terrorismo avrebbero teso la mano ai nostri ufficiali per mezzo di un contatto telefonico diretto e detto loro di rilasciare solo i terroristi. ‘Perché fermarli? Lasciateli andare’, avrebbero detto.”
 Yayla ha detto che, come conseguenza di questa politica, l’ISIS è riuscito a far decollare la propria presenza in Turchia con totale impunità:
“Fondamentalmente, alla polizia non è stato permesso di fermare l’ISIS in città.”
L’accusa più scioccante di Yayla è che il governo turco ha direttamente protetto il leader delle operazioni turche dell’ISIS, Halis Bayancuk, noto anche come Abu Hanzala, figlio di uno dei padri fondatori dell’Hezbollah turca.
“Le mie fonti di polizia confermano che Erdogan aveva assegnato a Bayancuk, nel 2015, la protezione H24/7 della polizia”, ha detto Yayla. “Sono ancora in comunicazione con altre fonti di polizia e capi. Abitualmente lamentano il fatto che le più alte autorità turche stanno lavorando con l’ISIS, e che i loro sforzi per arrestare i membri dell’ISIS in Turchia sono ostacolati dal dipartimento antiterrorismo.”
Yayla descrive diversi esempi in cui i suoi propri ufficiali avrebbero indagato membri sospetti dell’ISIS senza alcun sostegno da parte dei loro colleghi nell’antiterrorismo:
“I membri dell’ISIS che arrivano in Turchia spesso si radono la barba e si tagliano i capelli in modo da potersi confondere tra la gente. Investigatori di alto livello ne avrebbero seguito i movimenti dal loro arrivo in Turchia e le loro attività in città, raccogliendo e condividendo le prove su di loro con l’antiterrorismo. Ma non avrebbero ricevuto alcun supporto dal reparto antiterrorismo. Al contrario, a loro sarebbe stato detto ‘non li fermate, non è il vostro lavoro.’ E come se non bastasse, la polizia avrebbe aperto poi indagini in merito a questi stessi agenti per aver indagato i terroristi.”
Yayla ha riferito che il fallito colpo di stato ha fornito a Erdogan una perfetta occasione per sradicare gli ufficiali critici su queste politiche, con il pretesto di colpire una cospirazione gulenista: “Molti di questi agenti, semplicemente, non possono parlare – se parlano verranno arrestati.”
Rifugio logistico sicuro – il sangue per il petrolio
 La Turchia, membro chiave della NATO e presunto alleato dell’Occidente nella lotta contro l’ISIS, è ora diventato rifugio sicuro, aperto ai jihadisti: “L’ISIS ha una grande base di appoggio logistico a Gaziantep. Ad esempio, tutte le sue uniformi sono state confezionate dai sarti a Gaziantep, forse oltre 60.000 nel corso degli ultimi due anni. ”
Questo non è del tutto sorprendente, dato che Gazientep in precedenza era la principale base del supporto logistico per TH e più tardi per al-Qaeda in Turchia.
“Ci sono edifici a forma di cupola a Gazientep, in cui vivono i jihadisti – sia l’ISIS che Jabhat al-Nusra [un ex affiliato di al-Qaeda rinominato Jabhat Fateh al-Sham]”, ha detto Ahmet Yayla. “Questi sono enormi appartamenti pieni di jihadisti. Molti di questi jihadisti non si preoccupano neppure di confondersi tra la gente. Conservano il loro aspetto caratteristico, con il loro particolare stile di abbigliamento e le lunghe barbe. E vanno avanti e indietro attraverso il confine liberamente.”
Ma le rivelazioni sorprendenti di Yayla, circa il sostegno del governo turco dato all’ISIS, non finiscono qui. Ha anche fatto riferimento a resoconti di prima mano che aveva ottenuto da decine di interviste sensibili con disertori dell’ISIS nascosti in Turchia. Alcuni di questi resoconti sono esaminati nel nuovo libro di Yayla con la collega accademica Speckhard, ISIS Defectors, così come nel loro recente articolo sulla rivista peer-reviewed (n.d.T. revisione fatta da ricercatori indipendenti), Perspectives on Terrorism.
Accuse che il figlio e il genero di Erdogan sono stati direttamente coinvolti in operazioni di contrabbando di petrolio dell’ISIS, sono apparse sulla stampa turca, ma sono negate con fervore dal governo.
Malgrado queste affermazioni, le proprie fonti di Yayla tra i disertori dell’ISIS hanno confermato il ruolo della Turchia e del governo regionale curdo (KRG) nell’Iraq settentrionale, per facilitare le vendite di petrolio dell’ISIS.
“Il percorso principale per ottenere il petrolio dal territorio dell’ISIS è attraverso il nord dell’Iraq”, ha detto Yayla. “Il petrolio dell’ISIS è trasportato da camion e mescolato con il petrolio dell’Iraq settentrionale. Questo è il motivo per cui il KRG ed Erdogan sono amici. ”
La rete del petrolio dell’ISIS ha coinvolto una combinazione di interessi in competizione – tra cui quelli di Bashar al-Assad, presunto arci nemico dell’ISIS.
“Quando le raffinerie hanno avuto problemi, l’ISIS avrebbe teso la mano a Bashar, che avrebbe inviato ingegneri petroliferi per entrare e risolvere i problemi. I combattenti dell’ISIS avrebbero scortato e protetto gli ingegneri di Bashar, permesso loro di risolvere i problemi, poi li avrebbero inviati, in totale sicurezza, a Bashar. ”
Questo significava, forse, che Bashar al-Assad stava, in effetti, sponsorizzando l’ISIS comprando il suo petrolio?
«Sì e no”, ha detto Yayla. “Bashar non ha controllato direttamente l’ISIS, ma ha bisogno di mantenere l’approvvigionamento sicuro di petrolio, e l’ISIS ha bisogno di mantenere le sue vendite di petrolio. È un rapporto di convenienza. Alcuni disertori mi hanno detto che erano arrabbiati per ciò. La giustificazione ufficiale dell’ISIS è che loro commerciano con altri Stati, anche se sono il nemico. ”
L’ISIS stava facendo così tanti soldi dalle vendite complessive del petrolio, tanto da essere costretti a smettere di contare i soldi per valuta e, invece, a cominciare a pesarli in chilogrammi.
Un ex emiro dell’ISIS ha riferito a Yayla:
“Una certa quantità di petrolio va direttamente alla Turchia, ma soprattutto verso il nord dell’Iraq e viene mischiata con il petrolio iracheno.”
Secondo Yayla:
“Egli [il disertore dell’ISIS] sa che sia in Turchia, che nel KRG, le navi cisterna dell’ISIS venivano protette, non venivano fermate, sono intoccabili. Non solo una nave cisterna – petroliera dopo petroliera dopo petroliera. Le strade sono state bloccate ovunque per mantenere fuori l’ISIS e le altre organizzazioni terroristiche. Eppure lui e poche altre fonti dell’ISIS mi hanno riferito che quei camion e autocisterne sono stati in grado di passare attraverso i checkpoint senza problemi, senza nemmeno essere fermati. Questo dimostra semplicemente che l’ISIS aveva ricevuto l’ordine di non fare confusione con le navi cisterna turche, e viceversa”.
 Il governo turco non ha mostrato i segni che è ancora marginalmente interessato a indagare questi problemi. Richieste multiple per ricevere un commento sono state inviate all’ambasciata turca a Londra, per quanto riguarda le accuse di Yayla e il trattamento di suo figlio. Nessuna risposta è stata ricevuta.
L’alleanza della NATO con il terrore
Ho posto a Yayla la domanda più importante.
Perché?
Perché la Turchia finanzierebbe l’ISIS, soprattutto quando il gruppo terroristico non ha, negli ultimi anni, evitato di colpire obiettivi interni alla Turchia?
Yayla ipotizza che la corruzione politica ai più alti livelli del governo di Erdogan abbia eroso la sicurezza nazionale della società turca.
“Credo che Erdogan voglia stabilire un nuovo stato turco – salafita, sciita e l’Islam politico, il tutto amalgamato,” ha detto.
“Non fraintenda. Per Erdogan, l’Islam politico è solo uno strumento utile per consolidare la sua base di appoggio in Turchia. Ed è ora il suo principale strumento da usare contro ogni opposizione nazionale al suo governo, in particolare i Curdi, che sono una forza potente per combattere l’ISIS.”
La cosa più sconvolgente è il silenzio assordante della NATO.
In risposta alle accuse alla Turchia di essere lo Stato che sponsorizza l’ISIS, un portavoce della NATO era impenitente sul ruolo continuo della Turchia all’interno dell’alleanza di sicurezza, guidata dagli Stati Uniti.
In una lunga dichiarazione, il funzionario della NATO ha detto:
“La Turchia è l’alleato della NATO più immediatamente esposto alla violenza e all’instabilità in Siria e in Iraq. Tutti gli altri alleati contribuiscono a proteggere la Turchia con una serie di misure, tra cui il dispiegamento di sistemi di difesa missilistica Patriot. La lotta contro l’ISIL richiede uno sforzo globale e sostenuto, tra cui il taglio dei finanziamenti illegali all’ISIL e porre fine al flusso di foreign fighters. Tutti gli alleati della NATO stanno contribuendo alla Coalizione Globale guidata dagli Stati Uniti per contrastare l’ISIL. La Turchia sta dando un contributo determinante, tra cui il dare ospitalità a diversi altri alleati presso la base aerea NATO di Incirlik, e rafforzare la sicurezza del suo confine con la Siria. Nel nostro recente vertice di Varsavia, la NATO ha deciso che i nostri aerei AWACS contribuiranno a fornire copertura visiva e radar alla Coalizione Globale. Abbiamo inoltre deciso di intensificare la nostra formazione di ufficiali iracheni, perfino in Iraq. Il governo turco si è offerto di aiutare lo sforzo di formazione presso le strutture in Turchia. ”
La NATO, a quanto pare, non ha alcun interesse a indagare la sponsorizzazione sistematica dell’ISIS proprio all’interno dell’alleanza.
Nel frattempo, Ahmet Yayla sta pagando un prezzo molto alto per aver parlato. Dopo l’arresto del figlio, con l’accusa infondata di terrorismo, il governo turco sta ora intensificando la sua campagna contro l’ex capo antiterrorismo, etichettandolo pubblicamente come terrorista per mezzo dei media controllati dallo Stato.
Mercoledì scorso, Yayla ha testimoniato davanti alla Sottocommissione per l’Europa, l’Eurasia e le Minacce Emergenti del Congresso degli Stati Uniti, circa la prova che il fallito colpo di stato è stato “messo in scena” da elementi del proprio governo di Erdogan. Il giorno seguente, l’Agenzia turca statale Anadolu ha accusato Yayla di essere un “presunto membro della Fetullah Terrorist Organisation (FETO)” presumibilmente guidata da Fetullah Gulen.
Ma Yayla, che ha personalmente informato lo stesso Erdogan nel suo ruolo di capo della polizia, non è, nemmeno per sogno, un gulenista.
“Erdogan etichetta chiunque come gulenista, se è contro di lui”, ha detto Yayla. “Non sono un gulenista. Sono solo un musulmano praticante con regolarità”.
Il vero crimine di Yayla è semplicemente la sua tenacia nel continuare a combattere il terrorismo, non importa chi ne sia il responsabile. Il suo coraggio, però, sta avendo un prezzo per la sua famiglia. E mentre la Nato continua a proteggere il regime sempre più draconiano di Erdogan, la cosiddetta ‘guerra all’ISIS’ continua ad avanzare senza sosta.

Dr. Nafeez Mosaddeq Ahmed è un giornalista investigativo che ha ricevuto un premio per il suo impegno quindicennale, studioso di sicurezza internazionale, autore di bestseller e film-maker.
Nafeez è l’autore di A User Guide to the Crisis of Civilazation: And How to Save It (2010) e del thriller di fantascienza ZERO POINT, tra gli altri libri. Il suo lavoro sulle cause e le operazioni segrete legate al terrorismo internazionale ha dato un contributo ufficiale alla Commissione sull’11 settembre e all’Inchiesta 7/7 del medico legale.
Questa storia è stata rilasciata gratuitamente per il pubblico interesse, ed è stata resa possibile per mezzo di crowdfunding. Vorrei ringraziare la mia straordinaria comunità di sostenitori per il loro supporto, i quali mi hanno dato l’opportunità di lavorare su questa storia. Si prega di sostenere il giornalismo d’inchiesta indipendente per il bene comune globale, per mezzo del sito http://www.patreon.com/nafeez, dove è possibile donare tanto o poco, come gradite

Fonte: https://medium.com/i
Link:  https://medium.com/insurge-intelligence/former-turkish-counter-terror-chief-exposes-governments-support-for-isis-d12238698f52#.x9leu0rj0
16.09.2p016
Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org  a cura di NICKAL88

Preso da: http://comedonchisciotte.org/un-informatore-espone-modo-cui-principale-alleato-della-nato-sta-armando-finanziando-lisis/

15 anni di crimini

Gli Stati Uniti e i loro alleati commemorano il 15° anniversario dell’11 settembre. Per Thierry Meyssan è l’occasione per fare il punto sulla politica di Washington, a partire da quella data; un bilancio particolarmente cupo. Delle due l’una: o la versione degli attentati da parte della Casa Bianca è autentica, e in tal caso la sua risposta agli attacchi è particolarmente controproducente; o è menzognera e, in questo caso, è riuscita a saccheggiare il Medio Oriente allargato.

| Damasco (Siria)

15 anni fa, negli Stati Uniti, l’11 settembre 2001, il «piano di continuità del governo» è stato attivato verso le ore 10 del mattino dal coordinatore nazionale per la sicurezza, la protezione delle infrastrutture e il controterrorismo, Richard Clarke [1]. Secondo lui, si trattava di rispondere alla situazione eccezionale di due aerei che avevano colpito il World Trade Center di New York e un di terzo che avrebbe colpito il Pentagono. Tuttavia, questo piano doveva essere utilizzato solo in caso di distruzione delle istituzioni democratiche, ad esempio da un attacco nucleare. Non si era mai previsto di attivarlo fintantoché il presidente, il vicepresidente e i presidenti delle Assemblee fossero vivi e in grado di adempiere alle loro funzioni.


L’attivazione di questo piano ha trasferito le responsabilità del presidente degli Stati Uniti a un’autorità militare alternativa collocata nel Mount Weather [2]. Questa autorità ha restituito le sue funzioni al presidente George W. Bush solo a fine giornata. Fino ad oggi, la composizione di questa autorità e le decisioni che ha potuto prendere sono rimaste segrete.
Poiché il presidente era stato esonerato dalle sue funzioni durante un periodo di circa dieci ore, l’11 settembre 2001, in violazione della Costituzione degli Stati Uniti, è tecnicamente esatto parlare di un “colpo di Stato”. Naturalmente questa espressione risulta scioccante perché si tratta degli Stati Uniti, perché tutto ciò ha avuto luogo in circostanze eccezionali, perché le autorità militari non l’hanno mai rivendicato, e perché è stato restituito il potere senza problemi al presidente costituzionale. Resta il fatto che questo sia in senso stretto un “colpo di Stato”.
In un famoso libro, pubblicato nel 1968, ma ristampato e diventato il libro preferito dei neo-conservatori durante la campagna elettorale del 2000, lo storico Edward Luttwak spiegava che un colpo di Stato è ancora più riuscito se nessuno si rende conto che ha avuto luogo, e dunque non gli si oppone [3].
Sei mesi dopo questi eventi, ho pubblicato un libro sulle conseguenze politiche di questa giornata [4]. I media si sono intrattenuti soltanto sui primi quattro capitoli, nei quali mostravo l’impossibilità della versione ufficiale di questi eventi. Sono stato spesso criticato per non offrire la mia versione di quella giornata, ma non ne avevo, e rimango ancora oggi con in mano più domande che risposte.
In ogni caso, i quindici anni trascorsi ci illuminano su quanto è accaduto quel giorno.

Dall’11 settembre, il governo federale è fuori della Costituzione

In primo luogo, anche se alcune disposizioni sono state sospese per un attimo nel 2015, gli Stati Uniti vivono ancora sotto l’imperio del Patriot Act. Adottato nell’emergenza, 45 giorni dopo il colpo di Stato, questo testo costituisce una risposta al terrorismo. Dato il suo volume, sarebbe più corretto parlare di Codice antiterrorismo più che di semplice legge. Il testo era stato preparato nel corso degli ultimi due anni da parte della Federalist Society. Solo quattro deputati vi si opposero.
Questo testo sospende le limitazioni costituzionali, formulate dalla “Dichiarazione dei diritti” – cioè i primi 10 emendamenti della Costituzione – per tutte le iniziative dello Stato miranti a combattere il terrorismo. È il principio dello stato di emergenza permanente. Lo Stato federale può così praticare la tortura fuori del suo territorio e spiare la propria popolazione in maniera massiccia. Dopo quindici anni di queste pratiche, non è tecnicamente più possibile per gli Stati Uniti presentarsi come uno “Stato di diritto”.
Per applicare il Patriot Act, il governo federale ha prima ha creato un nuovo dipartimento per la sicurezza interna (Homeland Security). Il titolo di questa amministrazione è così sconvolgente che lo si traduce in tutto il mondo con “Sicurezza interna”, il che è falso. Poi, il governo federale si è dotato di un insieme di polizie politiche che, secondo un ampio studio del Washington Post nel 2010, impiegava all’epoca almeno 850 000 nuovi funzionari per spiare 315 milioni di abitanti [5].
La grande innovazione istituzionale di questo periodo è la rilettura della separazione dei poteri. Fino ad allora si riteneva, dando seguito a Montesquieu, che essa permettesse di mantenere un equilibrio tra l’Esecutivo, il Legislativo e il Giudiziario indispensabile per il buon funzionamento e la conservazione della democrazia. Gli Stati Uniti potevano vantarsi di essere l’unico Stato al mondo a metterla in pratica rigorosamente. Ma ormai, al contrario, la separazione dei poteri significa che il Legislativo e il Giudiziario non hanno più la possibilità di controllare l’esecutivo. È d’altronde in virtù di questa nuova interpretazione che il Congresso non è stato autorizzato a discutere le condizioni del colpo di Stato dell’11 settembre.
Contrariamente a quello che scrivevo nel 2002, gli Stati dell’Europa occidentale hanno resistito a questa evoluzione. È solo da un anno e mezzo in qua che la Francia ha ceduto e ha adottato il principio dello stato di emergenza permanente, in occasione dell’assassinio dei redattori di Charlie Hebdo. Questa sua trasformazione interna va di pari passo con un cambiamento radicale della politica estera.

Dall’11 settembre, il governo federale, che sta al di fuori della costituzione, ha saccheggiato il Medio Oriente allargato

Nei giorni che seguirono, George W. Bush – di nuovo presidente degli Stati Uniti dopo l’11 settembre alla sera – dichiarò alla stampa: «Per questa crociata, questa guerra al terrorismo ci vorrà del tempo» [6]. Sebbene abbia dovuto chiedere scusa per essersi espresso in quei termini, la scelta presidenziale delle parole indicava chiaramente che il nemico si richiamava all’Islam e che questa guerra sarebbe stata lunga.
Infatti, per la prima volta nella loro storia, gli Stati Uniti sono in guerra ininterrotta da 15 anni. Hanno definito la propria Strategia contro il terrorismo [7] che l’Unione europea si è affrettata a copiare. [8]
Se le successive amministrazioni statunitensi hanno presentato questa guerra come un inseguimento trafelato dall’Afghanistan all’Iraq, dall’Iraq all’Africa, al Pakistan e alle Filippine, poi in Libia e in Siria, l’ex comandante supremo della NATO, il Generale Wesley Clark, al contrario, ha confermato l’esistenza di un piano a lungo termine. L’11 settembre, gli autori del colpo di Stato hanno deciso di cambiare tutti i governi amici del “Medio Oriente allargato” e di fare la guerra con i sette governi che resistevano loro in questa regione. L’ordine è stato registrato ufficialmente dal presidente Bush quattro giorni più tardi, nel corso di un incontro a Camp David. È chiaro che questo programma è stato messo in opera e non è finito.
Questi cambiamenti dei regimi amici tramite rivoluzioni colorate e queste guerre contro i regimi che resistevano non avevano come scopo la conquista di quei paesi secondo il senso imperiale classico (Washington già controllava i suoi alleati) bensì il loro saccheggio. In questa regione del mondo, in particolare nel Levante, lo sfruttamento di questi paesi si scontrava non solo con la resistenza delle popolazioni, ma anche con la presenza – assolutamente ovunque – delle rovine di antiche civiltà. Non sarebbe stato dunque possibile fare bottino senza “rompere le uova”.
Secondo il presidente Bush, gli attentati dell’11 settembre sarebbero stati perpetrati da Al-Qa’ida, cosa che meglio giustificava l’attacco all’Afghanistan che la rottura dei negoziati petroliferi con i taliban, nel luglio 2001. La teoria di Bush è stata sviluppata dal suo segretario di Stato, il generale Colin Powell, che promise di presentare una relazione in materia al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Non solo gli Stati Uniti non hanno trovato il tempo di redigere questo rapporto negli ultimi 15 anni, ma il 4 giugno scorso, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha affermato che il suo omologo statunitense gli aveva chiesto di non colpire i suoi alleati di al-Qa’ida in Siria; una dichiarazione sconcertante che non è stata smentita.
In un primo tempo, il governo federale incostituzionale ha proseguito il suo programma mentendo spudoratamente al resto del mondo. Dopo aver promesso una relazione sul ruolo dell’Afghanistan nell’11 settembre, lo stesso Powell mentì frase per frase in occasione di un lungo discorso al Consiglio di sicurezza che puntava a collegare il governo iracheno agli attentati e ad accusarlo di volerli continuare con armi di distruzione di massa [9].
Il governo federale uccise in pochi giorni la maggior parte dell’esercito iracheno, saccheggiò i sette principali musei e bruciò la Biblioteca Nazionale [10]. Installò al potere l’Autorità provvisoria della Coalizione, che non era un organo della Coalizione di Stati contro il presidente Hussein, ma una società privata, controllata dalla Kissinger Associates, sul modello della lugubre Compagnia delle Indie [11]. Per un anno, questa azienda ha saccheggiato a più non posso. In definitiva, restituì il potere a un governo iracheno fantoccio, non senza avergli fatto firmare che non avrebbe mai chiesto delle riparazioni e che non avrebbe sfidato per un secolo le leggi commerciali leonine redatte dall’Autorità Provvisoria.
In 15 anni, gli Stati Uniti hanno sacrificato più di 10.000 loro connazionali, mentre la loro guerra ha provocato oltre due milioni di morti nel “Medio Oriente allargato” [12]. Per aver ragione di quelli che designano come i loro nemici, hanno speso oltre 3,5 mila miliardi di dollari [13]. E annunciano che il massacro e il caos continueranno.
Stranamente, queste migliaia di miliardi di dollari non hanno indebolito economicamente gli Stati Uniti. Si trattava di un investimento che ha permesso loro di saccheggiare un’intera regione del mondo; di rubare per somme ancora ben più elevate.
A differenza della retorica dell’11 settembre, quella della guerra al terrorismo ha un senso. Ma essa si appoggia su quantità di bugie presentate come realtà. Ad esempio, viene spiegata la filiazione tra Daesh (ISIS) e al Qa’ida tramite la personalità di Abu Musab al-Zarqawi, al quale il generale Powell aveva dedicato gran parte del suo discorso al Consiglio di Sicurezza nel febbraio 2003. Tuttavia, lo stesso Powell ha ammesso di aver mentito spudoratamente in quel discorso, ed è impossibile verificare il minimo elemento della biografia di Zarqawi secondo la CIA.
Se ammettiamo che Al-Qa’ida è la continuazione della Legione Araba di bin Laden, integrata in quanto truppa supplementare nella NATO durante le guerre della Jugoslavia [14] e della Libia, dobbiamo parimenti ammettere che al Qa’ida in Iraq, diventata Stato islamico in Iraq, poi Daesh, è la sua continuazione.
Poiché il saccheggio e la distruzione del patrimonio storico sono illegali secondo il diritto internazionale, il governo federale incostituzionale ha dapprima subappaltato il suo lavoro sporco a degli eserciti privati come la Blackwater [15]. Ma la sua responsabilità era ancora troppo visibile [16]. Lo ha anche subappaltato al suo nuovo braccio armato, i jihadisti. Ormai il saccheggio del petrolio – consumato in Occidente – è attribuibile a questi estremisti e la distruzione del patrimonio al loro fanatismo religioso.
Per comprendere la collaborazione della NATO e dei jihadisti, dobbiamo chiederci che ne sarebbe oggi dell’influenza degli Stati Uniti se non ci fossero i jihadisti. Il mondo sarebbe diventato multipolare e Washington avrebbe chiuso la maggior parte delle sue basi militari in tutto il mondo. Gli Stati Uniti sarebbero tornati a essere una potenza tra le altre.
Questa collaborazione della NATO e dei jihadisti sconvolge molti alti responsabili statunitensi come il generale Carter Ham, comandante di AfriCom, che ha rifiutato nel 2011 di lavorare con Al-Qa’ida e ha dovuto rinunciare a comandare l’attacco alla Libia; o il generale Michael T. Flynn, comandante della Defense Security Agency, che ha rifiutato di approvare la creazione di Daesh ed è stato costretto a dimettersi nel 2014 [17].
Questo è diventato il vero soggetto della campagna elettorale presidenziale: da un lato Hillary Clinton, un membro di The Family, la setta dei capi di Stato Maggiore [18], dall’altro Donald Trump, consigliato da Michael T. Flynn e 88 alti ufficiali [19].
Proprio come durante la guerra fredda Washington controllava i suoi alleati europei tramite “Gli eserciti segreti della NATO”, ossia Gladio [20], allo stesso modo oggi controlla il Medio Oriente allargato, il Caucaso, la valle del Ferghana e va fin nello Xinjiang con la “Gladio B” [21].
15 anni dopo, le conseguenze del colpo di Stato dell’11 settembre non provengono affatto dai musulmani, né dal popolo statunitense, ma da coloro che lo hanno perpetrato e dai loro alleati. Sono loro che hanno banalizzato la tortura, le esecuzioni extragiudiziali ovunque nel mondo, indebolito le Nazioni Unite, ucciso più di due milioni di persone, saccheggiato e distrutto l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e Siria.

Traduzione
Matzu Yagi
[1] Against All Enemies, Inside America’s War on Terror, Richard Clarke, Free Press, 2004, Si ved il primo capitolo, «Evacuate the White House».
[2] A Pretext for War, James Bamford, Anchor Books, 2004, si veda il capitolo 4 «Site R».
[3] Coup d’État: A Practical Handbook, Edward Luttwak, Allen Lane, 1968. Luttwak costituiva con Richard Perle, Peter Wilson e Paul Wolfowitz i «Quattro moschettieri» di Dean Acheson.
[4] L’Effroyable imposture, Thierry Meyssan, Carnot, 2002. Réédition avec Le Pentagate, Demi-Lune. Edizioni italiane: L’incredibile menzogna, Thierry Meyssan, Fandango, 2002; Il Pentagate. Altri documenti sull’11 settembre, Thierry Meyssan, Fandango, 2003.
[5] Top Secret America: The Rise of the New American Security State, Dana Priest & William M. Arkin, Little, Brown and Company, 2011.
[6] «A Fight vs. Evil, Bush and Cabinet Tell U.S.», Kenneth R. Bazinet, Daily News, September 17th, 2001.
[7] National Strategy for Combating Terrorism, The White House, February 2003.
[8] Strategia europea in materia di sicurezza, Javier Solana, Consiglio europeo, 8 dicembre 2003.
[9] “Colin Powell Speech at the UN Security Council”, Colin L. Powell, Voltaire Network, 11 February 2003.
[10] « Discours du directeur général de l’Unesco», Koïchiro Matsuura, 6 juin 2003, Réseau Voltaire, 6 juin 2003.
[11] The Coalition Provisional Authority (CPA): Origin, Characteristics, and Institutional Authorities, Congressional Research Service, L. Elaine Halchin, April 29, 2004.
[12] Body Count, Casualty Figures after 10 Years of the “War on Terror”, Physicians for Social Responsibility (PSR), March 2015.
[13] The Three Trillion Dollar War, Joseph Stiglitz & Linda Bilmes, W. W. Norton, 2008.
[14] Wie der Dschihad nach Europa Kam, Jürgen Elsässer, NP Verlag, 2005.
[15] Blackwater: The Rise of the World’s Most Powerful Mercenary Army, Jeremy Scahill, Avalon Publishing Group/Nation Books, 2007.
[16] The Powers of War and Peace: The Constitution and Foreign Affairs after 9 11; War by Other Means: An Insider’s Account of the War on Terror, John Yoo, University Of Chicago Press, Atlantic Monthly Press, 2006.
[17] DIA Declassified Report on ISIS, August 12, 2012.
[18] The Family: The Secret Fundamentalism at the Heart of American Power, Jeff Sharlet, Harper, 2008.
[19] “Open Letter From Military Leaders Supporting Donald Trump”, Voltaire Network, 9 September 2016.
[20] Nato’s Secret Armies : Operation Gladio and Terrorism in Western Europe, Daniele Ganser, Frank Cass, 2004. Versione italiana : Gli eserciti segreti della NATO. Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Fazi, 2008.
[21] Classified Woman, The Sibel Edmonds Story: A Memoir, Sibel D. Edmonds, SE 2012.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article193214.html

L’Italia al guinzaglio della NATO

12 settembre 2016

La NATO cerca in tutti i modi di dividere l’Europa dalla Russia e tiene l’Italia al guinzaglio, coinvolgendola suo malgrado in una guerra fredda sempre più calda. Costellata di basi americane, l’Italia si ritrova così alla mercé degli Stati Uniti.

La NATO fa veramente gli interessi dell’Europa? Le continue esercitazioni militari ai confini con la Russia, le costose missioni di guerra in giro per il mondo non daranno poi evidentemente tanta stabilità e sicurezza ai Paesi europei. Dal canto suo l’Italia, sotto il controllo militare a stelle e strisce del suo territorio, si ritrova, mani legate, ad agire anche contro i propri interessi, continuando a sottoscrivere le sanzioni alla Russia. “Siamo vittime di un’autocastrazione nei confronti dei nostri stessi interessi. L’Europa si sta pestando i piedi, si sta mutilando”, ha sottolineato in un’intervista a Sputnik Italia il giornalista e documentarista Fulvio Grimaldi. — Fulvio, secondo lei che cosa vuol ottenere la NATO con la sua espansione nell’Europa orientale ai confini con la Russia?

— È un fenomeno estremamente preoccupante anche perché sta per arrivare probabilmente alla presidenza degli Stati Uniti Hillary Clinton, una persona che si è sempre dimostrata radicale nei rapporti con gli altri Paesi e in particolare con la Russia. C’è da avere molta paura su quello che succederà, sulla base di quanto è stato preparato dal presidente Obama. Si tratta di un progressivo assedio nei confronti della Russia, che si vede praticamente circondata da tutte le parti possibili e immaginabili da strutture militari sempre più robuste degli Stati Uniti e della NATO.

È un fenomeno preoccupante che non trova alcuna giustificazione, perché nessuno nell’opinione pubblica e in generale percepisce una minaccia da quella parte, percepisce semmai il pericolo di un’accentuazione della tensione a livello mondiale che non può portare a nulla di buono. Lo ribadisco alla luce del fatto che probabilmente verrà alla presidenza degli Stati Uniti una persona che si è dimostrata molto incline alla violenza, all’aggressività e alla guerra. — Con una possibile vittoria della Clinton secondo lei la NATO diventerà ancora più aggressiva e muscolare? — Non è un rischio, ma una certezza. Hillary Clinton è sostenuta dal settore politico Neocon, quello che da 15 anni ha impostato una politica, prima con Bush poi con Obama, che preme verso un conflitto sempre più acuto e intenso nei confronti di chiunque si opponga al dominino e alla globalizzazione militare, politica, economica neoliberista degli Stati Uniti. Figuriamoci se questo personaggio non rappresenterà un’accentuazione di tensione. Hillary si oppone ad un altro candidato, Trump, il quale ha dato segni di avere qualche perplessità su questo tipo di politica aggressiva e ha preso le distanze dal potenziamento della NATO e dalla necessità di pretendere una difesa dei Paesi del Baltico. La Clinton rappresenta l’ascesa del complesso militare industriale securitario americano. — La Polonia, dove si sono svolte recentemente la maxi esercitazioni NATO “Anaconda”, ha acquistato dall’americana Raytheon batterie di “Patriot”, una spesa militare importante. Nei Paesi Baltici a rotazione sono stanziati 4 battaglioni dell’Alleanza Atlantica. Per non parlare degli scudi missilistici in Romania. Questa tensione giova all’Europa stessa?

— All’Europa nulla di tutto questo giova. L’Europa segue questo carro di violenza e guerra fredda degli Stati Uniti, ma che diventa sempre più calda, una guerra che interessa certi settori della produzione di armi impostati sul mondialismo e il dominio della potenza unica. Questo non conviene certamente all’Europa che ha per situazione geografica, geopolitica, culturale un partner naturale che è l’Est europeo e l’Asia. Il concetto dell’Eurasia è profondamente radicato nella storia e nelle necessità economiche.

Per seguire gli interessi esclusivi degli Stati Uniti siamo costretti ad imporre delle sanzioni che danneggiano probabilmente meno la Russia di quanto non danneggino i produttori e gli agricoltori europei. Siamo vittime di un’autocastrazione nei confronti dei nostri stessi interessi. L’Europa si sta pestando i piedi, si sta mutilando. L’aveva già fatto al tempo della guerra contro la Jugoslavia, quando si distruggeva un pezzo d’Europa per gli interessi degli Stati Uniti. Ora l’Europa continua su questa strada in virtù del fatto che ha una classe dirigente totalmente asservita agli interessi statunitensi e che non bada agli interessi delle proprie popolazioni. In Italia la situazione è gravissima da questo punto di vista. — Cioè? — Abbiamo un Paese che è militarizzato a forza di circa 90 basi americane, inoltre ci sono tutte la basi italiane che sono anche basi NATO a disposizione degli Stati Uniti. Siamo un Paese costellato di basi militari, il che non soltanto è un peso economico finanziario pesantissimo, ci costa l’ira di Dio a scapito di ospedali, scuole, modifiche del territorio. È un fenomeno inoltre che ci mette a rischio facendo di noi un possibile bersaglio di qualcuno che vuole effettuare rappresaglie contro l’aggressività della NATO, di cui noi siamo membri. In Sicilia abbiamo la situazione del M.u.o.s che è la nuova base satellitare statunitense da dove l’America comanderà le varie guerre in Africa e in Medio Oriente. Per la Sicilia è un gravame da un punto di vista aziendale e civile. Ma questa è davvero l’Italia? © Sputnik. Vitaly Podvitsky Ma questa è davvero l’Italia? Abbiamo la Sardegna che è costellata di basi NATO utilizzate dagli Stati Uniti, dove tutte le industrie militari del mondo collegate all’Alleanza Atlantica fanno le proprie esercitazioni e i propri esperimenti su nuove armi. Tutto ciò avvelenando il territorio e nuocendo alla salute della popolazione. Stiamo soffrendo molto per questa schiavitù essendo membri della NATO. — Questa schiavitù di cui parla si riflette sull’economia, ma anche sulla politica dell’Italia? — Il peso economico è enorme. Le missioni militari che la NATO ci impone in giro per il mondo, costano circa 55 milioni al giorno. Con il contributo di altri ministeri si sale a 80 milioni al giorno per l’impegno militare di un Paese che non ha nessun interesse a fare operazioni militari nei confronti di nessuno, perché non è minacciato da nessuno. Questo controllo militare capillare sul nostro territorio, che si combina al controllo politico che è storico e nasce dalla fine della II Guerra Mondiale, quando siamo entrati in un rapporto di subalternità con gli Stati Uniti, ci pone alla mercé. Questo ci priva di qualsiasi possibilità di autodeterminazione. — Un esempio di questi condizionamenti politici è anche l’allontanamento dell’Europa dalla Russia, per via delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti?

— È un’assoluta certezza. Si cerca in tutte le maniere, attraverso la militarizzazione dei confini e il controllo politico economico, di impedire che ci sia uno sviluppo naturale, fisiologico, storico e culturale di un rapporto benefico fra l’Europa e l’Est, quindi con la Russia. Si cerca di allontanare l’Europa e la Russia anche attraverso una propaganda russofoba intollerabile che sta assumendo dei toni incredibili contro una Russia, che dopotutto si pone in difesa del diritto internazionale e in difesa dei popoli aggrediti.

— Che scenari futuri si immagina personalmente in questo complesso scenario geopolitico? — Purtroppo non vedo elementi che giustifichino ottimismo. Vedo qualche speranza nel fatto che ci sono sempre più evidenti manifestazioni di volontà popolare che si oppongono a questa strategia di scontro e delle sanzioni. Anche attraverso nuove organizzazioni politiche in vari Paesi europei credo ci sia una presa di coscienza che questo tipo di strategia aggressiva ci porta alla rovina. Spero questo sviluppo possa fermare la mano ai politici e impostare un altro tipo di politica. Si deve sperare in questo.

Libia, la guerra del petrolio e gli interessi dei Grandi

A cinque anni dalla caduta di Gheddafi vengono al pettine i nodi di un intervento voluto dai francesi e poi avallato dalla Nato e dagli Usa che hanno commesso un altro errore strategico: le frontiere libiche sono sprofondate per mille chilometri nel Sahara e il caos ha portato una destabilizzazione incontrollabile che con i jihadisti ha contagiato la Tunisia e i Paesi confinanti.

di Alberto Negri – 14 settembre 2016

«It’s the oil stupid», è il petrolio la posta in gioco in Libia, scrive Issandr Al Amrani, fondatore di The Arabist. E potremmo aggiungere anche il gas: il 60% del carburante pompato dall’Eni- ogni giorno 35 milioni di metri cubi – alimenta le centrali elettriche locali, sia in Tripolitania che in Cirenaica. In poche parole è la produzione dell’Eni che accende la luce ai libici.
Nel momento in cui si mandano un centinaio di medici a Misurata protetti da 200 parà della Folgore, questo aspetto di vitale importanza per la sopravvivenza dei libici non va sottovalutato. Anche il generale Khalifa Haftar e il governo di Tobruk forse dovrebbero pagare la bolletta ma hanno fatto una scelta diversa, ovvero impadronirsi dei principali terminali petroliferi della Cirenaica fino a Ras Lanuf, a ridosso della linea del fronte dove nella Sirte comincia la battaglia al Califfato, quasi passata in secondo piano davanti alle tensioni crescenti tra le fazioni libiche.
La guerra in Libia del 2011 per abbattere il Colonnello Gheddafi, come quella in Siria per far fuori Assad, si è trasformata quasi subito in un conflitto per procura con forti connotati economici e strategici. L’intervento francese a favore dei ribelli di Bengasi accompagnato da quello della Nato ha diviso il Paese tra le due regioni principali e l’unità libica, un eredità coloniale italiana, di fatto non si è più ricostituita.  In pratica ci sono due situazioni critiche derivanti dall’attacco alla Mezzaluna petrolifera libica condotto dal generale Khalifa Haftar, l’uomo forte di Tobruk e della Cirenaica. Una è lo scontro tra Tripoli, il governo internazionalmente riconosciuto, e quello di Tobruk; l’altra è quella meno visibile degli interessi contrastanti delle potenze in campo. Nonostante le notizie diffuse dalla stampa, Francia, Russia ed Egitto continuano ad appoggiare Haftar che conquistando porti e terminali minaccia anche gli interessi italiani. Gli americani bombardando l’Isis rafforzano Tripoli e Misurata contro Haftar, quindi, con qualche sfumatura, si schierano contro la Francia, l’Egitto e la Russia, con implicazioni anche sul fronte siriano. L’Italia, appoggiando Misurata e gli Stati Uniti, prende posizione contro l’Isis ma anche nei confronti delle milizie di Haftar, appoggiate dal Cairo e fino a ieri da Parigi.
A cinque anni dalla caduta di Gheddafi vengono al pettine i nodi di un intervento voluto dai francesi e poi avallato dalla Nato e dagli Usa che hanno commesso un altro errore strategico: le frontiere libiche sono sprofondate per mille chilometri nel Sahara e il caos ha portato una destabilizzazione incontrollabile che con i jihadisti ha contagiato la Tunisia e i Paesi confinanti. L’Italia, come ha ammesso l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini, fu costretta allora a partecipare ai raid dell’Alleanza perché i terminali dell’Eni risultavano tra i bersagli da colpire. Ora rimediare è complicato e la divisione tra Tripolitania e Cirenaica si è fatta sempre più aspra. In sostanza questa guerra per procura è interna al fronte occidentale, oltre che a quello arabo, e per l’Italia è un conflitto ultrasensibile perché dopo avere perso in Libia miliardi di euro, sfumati con gli accordi firmati con Gheddafi, si trova sull’altra sponda un trampolino di lancio per i migranti.
La comunità internazionale e anche la Francia ufficialmente si sono schierati contro Haftar ma il bottino libico, 140-150 miliardi di dollari, è troppo attraente per non essere diffidenti. Del bottino petrolifero la Cirenaica costituisce la parte più ricca perché custodisce circa il 70-80% delle riserve di oro nero. Non solo: la sua proiezione verso il Sahara la rende strategica per l’influenza nella fascia sub-saheliana dove i francesi sono attori di primo piano mentre l’Egitto è fortemente interessato a estendere il suo controllo in questa area di frontiera per evidenti ragioni economiche e di sicurezza. Prima della caduta di Gheddafi un milione di egiziani lavorava in Libia.  Quando si stava disgregando la Libia italiana lo stesso monarca egiziano Farouk nel 1944 rivendicò la Cirenaica: «Non mi risulta che vi sia mai appartenuta». fu la secca replica di Churchill in un burrascoso faccia a faccia con Farouk al Cairo. Oggi forse dovrebbero essere gli americani a pronunciare le stesse parole. Ma dopo quanto è accaduto negli ultimi anni tra il Maghreb e il Medio Oriente nessuno si fa illusioni. La Libia è una lezione sui tempi che corrono: concetti come “alleato” e “nemico” non spiegano più la realtà internazionale. E l’Italia nel caso libico ha avuto la prova di quanto gli alleati siano più concorrenti che amici.
Fonte: Il Sole 24 Ore
Preso da: http://www.lintellettualedissidente.it/rassegna-stampa/libia-la-guerra-del-petrolio-e-gli-interessi-dei-grandi/