Occultare la distruzione della Libia

Occultare la distruzione della Libia

Numan Abd al-Wahid, Internationalist 360°, 23 settembre 2020

Gli inglesi, sia di destra che di sinistra, semplicemente non vogliono riconoscere il ruolo svolto dal loro governo nel distruggere la Libia e la conseguente crisi migratoria. “La distruzione della Libia ha causato il primo flusso migratorio dal Mediterraneo verso l’Europa”. The Strange Death of Europe di Douglas Murray identifica tre ondate migratorie verso l’Europa occidentale nel periodo postbellico. Inizialmente, la migrazione in Gran Bretagna e Francia proveniva dalle ex-colonie, per aiutare la ricostruzione negli anni ’50 e ’60. Anche altri Paesi dell’Europa occidentale invitarono persone da altrove per la ricostruzione. In secondo luogo, un’ondata di cittadini dell’Europa orientale arrivò negli anni ’90 e 2000 a causa dell’ampliamento dell’Unione europea. Il libro di Murray fu scritto sulla scia della terza e ultima ondata migratoria dell’ultimo decennio, aggravata dall’annuncio della cancelliera tedesca Angela Merkel, nell’agosto 2015 che accoglieva i rifugiati dalla guerra in Siria. In contrasto con la decisione di Merkel di consentire ai rifugiati siriani di entrare in Germania, Murray osserva che i Paesi che alimentano la guerra in Siria non erano ospitali come le nazioni europee. Scriveva: “In tutta la parte siriana della crisi dei rifugiati, quasi nessuno ha accusato i Paesi effettivamente coinvolti nella guerra civile, inclusi Iran, Arabia Saudita, Qatar e Russia, per il costo umano del conflitto. Non c’era ampio appello europeo all’Iran per accogliere i rifugiati dal conflitto, più di quanto non ci fosse pressione per insistere sul fatto che il Qatar avesse la giusta quota di rifugiati “. [i]
Prendiamo Murray in parola e mettiamo da parte le indicazioni di sostegno britannico ai cosiddetti ribelli siriani già nel 2012. Se si legge tra le righe tale estratto e si scompone ciò a cui si riferisce come “porzione siriana”, abbiamo di fronte l’altra parte della crisi migratoria. Vale a dire, quella stimolata dalla campagna della NATO per rovesciare il Colonnello Ghadhaffi in Libia. La cosiddetta “primavera araba”, iniziata col rovesciamento relativamente pacifico dei governi di Tunisia ed Egitto all’inizio del 2011, fu seguita da una rivolta a Bengasi, nella Libia orientale, che rapidamente divenne rivolta. I media occidentali inventarono scenari su come Gheddafi fosse sul punto di compiere massacri dopo massacri se l’occidente non fosse intervenuto. Così, il collega etoniano di Douglas Murray, David Cameron, allora primo ministro britannico, guidò la campagna globale militare in Libia nel 2011 per prevenire questa presunta orribile punizione. Cameron fu sostenuto negli appelli a intervenire in Libia da tutti i media britannici. Soprattutto quelli di destra cui Murray attualmente da ai lettori le sue opinioni. Nel 2011, il Daily Telegraph voleva vedere un’azione militare a sostegno dell’“opposizione” contro il Colonnello Gheddafi. Ad esempio, all’inizio di marzo 2011, la spinta inglese a bombardare la Libia fu mascherata come iniziativa occidentale: un rapporto affermò che “l’occidente è pronto a usare la forza contro Gheddafi” perché per Cameron, “… La caduta di Gheddafi fu la“ massima priorità ”della Gran Bretagna, aggiungendo: “Se aiutare l’opposizione in qualche modo riuscisse ad ottenere questo risultato, è certamente una cosa che dovremmo considerare… In quanto tali individui vicini all’esercito inglesi informarono i lettori che era pronta la “missione libica””. I piani d’intervento inglesi si scontrarono con un ostacolo, secondo Christopher Hope del Telegraph, quando altri leader mondiali rifiutarono l’idea. Qui Obama fu chiaramente individuato come ostacolo alla spinta inglese all’intervento militare o piuttosto a una no-fly zone. L’11 marzo 2011, un altro rapporto del Daily Telegraph apertamente mise in dubbio la natura della strategia di Obama: “È vigliaccheria? È indecisione? O è diplomazia intelligente?” prima di concludere che a causa delle “dimensioni e potenza militare degli USA, il presidente nordamericano non ha la possibilità di rimanere neutrale sempre…” Come tutti sappiamo, la Gran Bretagna ha sempre saputo cosa sia meglio quando si tratta quale direzione dovrebbe prendere la politica estera nordamericana.
Un articolo sul Sunday Telegraph del 13 marzo confrontò l’impulso di Cameron ad intervenire in Libia con la “paralisi” di Obama. L’autore continuava a “sperare” che Obama “segua l’esempio di Cameron, poiché Clinton ha seguito l’esempio di Blair in Kosovo”. Tuttavia, l’autore ebbe l’onestà di sostenere che nell’interesse della Gran Bretagna: “L’argomento della Libia non è puramente o addirittura principalmente umanitario, tuttavia. Anche se si mette da parte l’importanza come nazione produttrice di petrolio, la Libia rimane centrale negli interessi strategici e commerciali della Gran Bretagna nella regione”. È del tutto naturale che l’editoriale del Telegraph nei successivi due giorni era che il “silenzio” di Obama “danneggia l’occidente” (l’”occidente” era la metafora generica che significa interessi inglesi. Uno dei modi in cui il silenzio danneggiava l’”occidente” è perché: “… restare fuori dalle liti altrui nella regione più instabile e ricca di petrolio del pianeta non è una politica estera realistica”. Inoltre, Daily Telegraph indicò che Cameron trovava “frustrante” lavorare con Obama. [ii] Ciò è confermato nell’autobiografia di Cameron dove scrive senza scusanti di voler istituire la no fly zone per impedite il presunto possibile massacro, ma scoprì che Obama era d’ostacolo e doveva essere convinto ad intervenire militarmente in Libia. Nel 2016, un rapporto del parlamento inglese sull’intervento in Libia ammise di “non poter verificare l’effettiva minaccia ai civili rappresentata dal regime di Gheddafi; scelse elementi nominali dalla retorica di Muammar Ghadhaffi… “e che il governo britannico”, non identificò l’estremismo islamista nella ribellione”. Quindi, si basò su “ipotesi errate”. Di conseguenza, la distruzione della Libia causò il primo flusso migratorio dal Mediterraneo all’Europa. Prima del 2011, secondo fonti aperte, la Libia era un punto di destinazione per milioni di lavoratori migranti africani. Le cifre non sono definitive, ma durante i miei viaggi in Tunisia fui informato in modo attendibile che almeno 900000 tunisini lavoravano in Libia. Altri cittadini che lavoravano in Libia prima dell’intervento della NATO erano 1,5 milioni di egiziani e 1,5 milioni dell’Africa subsahariana ed altri. Inoltre, l’intervento della NATO costrinse milioni di libici a fuggire dal Paese e a sfollarne internamente centinaia di migliaia di altri. Il quotidiano Le Monde riferì che dal 2014 c’erano 600000 – 1 milione di rifugiati libici in Tunisia.
Questa “porzione” della Primavera araba fu sottovalutata nel libro di Murray. Le ricadute umane dell’intervento di Cameron in Libia ammontarono a milioni di rifugiati. Milioni di africani tornarono nei Paesi d’origine o intrapresero il pericoloso viaggio sul Mediterraneo verso l’Europa. Un’altra dimensione dell’intervento libico fu, come sostiene lo storico Mark Curtis, l’alleanza di fatto tra i bombardamenti di Gran Bretagna e Francia e combattenti islamisti. Inoltre, secondo Curtis, la Libia post-Gheddfi divenne centro di addestramento dei jihadisti poi mandati in Siria. Circa 3000 combattenti tunisini e libici si recarono in Siria per unirsi a gruppi di al-Qaida come Qatibat al-Batar al-Libi, fondato dai libici. Prima del 2015, Murray afferma che più persone sbarcavano a Lampedusa perché “in parte ciò era dovuto alle persone in fuga da cambi di governo e disordini civili”. [iii] Presumo fosse un modo subdolo per dire che fuggivano dall’operazione di cambio di regime di Cameron in Libia. Poi osserva che “il primo anno della Primavera araba fu un periodo particolarmente brutto per l’isola”. [iv] Niente merda, Sherlock! Tre anni dopo, nel 2014, “… l’anno prima che la crisi dei migranti” iniziasse, “170000 persone arrivarono [a Lampedusa, Malta o Sicilia]. I funzionari parlavano di risolvere il problema colmando il vuoto del governo libico” [v]. Questo vuoto arrivò per via aerea, atterrò sulle coste libiche e non ebbe niente a che fare con David Cameron.
Murray delizia costantemente i lettori su terrorismo e stupri presumibilmente commessi da migranti. [vi] Eppure, per qualche ragione, non aveva spazio o tempo per informare i lettori del terrorismo sessuale più atroce e depravato dell’ultimo decennio. Vale a dire, il governo inglese invitò centinaia di libici, che aderirono all’azione inglese contro il Colonnello Gheddafi nel 2011, in Gran Bretagna per addestrarsi nel 2014. Piccoli gruppi di tali traditori libici (o “cadetti” come li chiamava il Guardian) lasciarono le baracche di Bassingbourn per aggredire la popolazione locale e tre furono condannati per aver violentato un uomo. Infatti, da quando arrivarono nell’estate 2014, la polizia fu costretta a condurre “frequenti pattugliamenti presso la base di Bassingbourn poiché i residenti del vicino villaggio temevano “fughe e attacchi”.” Ci si può solo chiedere perché Murray evitò di menzionare tale pessimo episodio. Perché la colpa alla fine sarebbe stata dell’allora primo ministro britannico David Cameron? Complessivamente, sostiene Curtis, l’intervento di Cameron in Libia finora stimolava attacchi terroristici in 14 Paesi diversi, incluso il più orribile in Europa avvenuto a Parigi nel 2015. Il capo della cellula Abdalhamid Abaud degli attacchi terroristici al Bataclan di Parigi, che uccise 129 persone, fu addestrato da un gruppo nato dai disordini causati dall’intervento in Libia. Tornando al 2011, non appena Cameron guidò l’assalto per distruggere la Libia, iniziò a rullare i tamburi militari per la Siria. Ancora una volta, tale storia non viene raccontata dalla lettura di Murray della guerra in Siria. Per lui, i principali attori esteri in quella guerra erano Iran, Arabia Saudita, Qatar e Russia. Tuttavia, nel marzo 2012, Cameron volò negli Stati Uniti per tentare di convincerli ad impegnarsi ulteriormente nella guerra alla Siria. In un’intervista con Niall Ferguson lamentò la mancanza di interesse di Washington ad intervenire in Siria. Nell’estate 2012, dopo che la metà orientale di Aleppo fu invasa dall’opposizione (cioè i jihadisti), un rapporto dell’Indipendente notò che l’intelligence inglese aiutava i jihadisti indicando i movimenti delle truppe dell’Esercito arabo siriano. Affermò anche: “Si si ritiene che MI6 e CIA tacitamente permettano l’invio di mitragliatrici pesanti dai Paesi del Golfo ai ribelli… un diplomatico [allora] negò che gli inglesi “facilitassero” la fornitura di mitragliatrici pesanti. Ma… disse di non poter escludere la possibilità che appaltatori privati finanziati da Paesi come il Qatar fossero coinvolti nella fornitura di armi”.
The Strange Death of Europe cita Merkel non meno di 58 volte, mentre cita Cameron solo cinque. È abbastanza chiaro che l’obiettivo di Murray è mascherare e assolvere la colpevolezza inglese sulle crisi migratorie e conseguente caos. Per Murray, la crisi migratoria dell’ultimo decennio è imperniata e individua nella disprezzata Merkel, soprattutto dopo il discorso del 31 agosto 2015 che consentì ai rifugiati siriani di entrare in Europa. In quanto neoconservatore, sarebbe anatema per lui anche solo suggerire che la politica estera britannica, di Cameron, inviabdo l’esercito in Libia, fosse persino un fattore nella crisi migratoria. Si è costretti a chiedersi se l’obiettivo del libro sia attribuire con nonchalance, anche patologicamente, la colpa della crisi migratoria Merkel piuttosto che al suo collega etoniano David Cameron. Nella postfazione dell’edizione tascabile del libro, Murray si vanta che nessuno a da ridire sui fatti contenuti nel libro o “persino tentato di contestarli o negarli”. [vii] Forse la ragione di ciò è che molti divenuti suoi detrattori, sostennero l’intervento libico. Se dovessero sostenere che esso causò e stimolò la crisi migratoria, ciò significherebbe che il loro sostegno o acquiescenza era sbagliato. Ad esempio, i compagni di sinistra che dirigono il gruppo Stop the War Coalition, non si convinsero ad opporsi apertamente alla guerra alla Libia. Durante i sette mesi di bombardamenti della NATO organizzarono una manifestazione a Londra, a metà settimana, in cui parteciparono non più di 35 persone. Tutti i media inglesi sostennero l’intervento in Libia e quando i ribelli islamisti catturarono Gheddafi dopo che la NATO l’aveva localizzato e bombardato, lo linciarono e violentarono, e il Guardian celebrò e gongolò il giorno dopo in prima pagina, che questa era la “Morte di un dittatore”.
Organizzazioni anglo-musulmane di alto profilo erano pienamente d’accordo. L’Associazione Musulmana della Gran Bretagna, collegata alla Fratellanza Musulmana, appoggiò la NATO e il direttore estero del gruppo per i diritti umani,Cage, Muazam Biq, ex-detenuto di Guantanamo Bay, non solo sostenne l’insurrezione, ma confermò le conclusioni di Curtis secondo cui molti jihadisti libici furono la fanteria della NATO ed immediatamente formarono gruppi per il cambio di regime in Siria. Biq affermò che “molti che… avevano iniziato la rivoluzione in Libia e vi parteciparono militarmente, avevano esperienza e continuarono a creare e sostenere alcuni primi movimenti dir esistenza in Siria”. Biq inoltre spiegò che quando era in Libia nel 2012, l’allora primo ministro turco Erdogan visitò e tenne un discorso che registrò. Erdogan disse ai libici “oggi la Libia, ghaddan (cioè domani) la Siria”. Chiarì il suo appoggio al cambio di regime… “da fare in Siria, come fu fatto in Libia”. Prima di recarsi in Siria, Biq incontrò l’agenzia d’intelligence inglese MI5.
Inoltre, un intero movimento socioculturale di intellettuali accademici associato allo studio della resistenza all’imperialismo occidentale nel Sud del mondo nelle università occidentali tacque. Il professor Laleh Khalili definiva Murray “razzista elegante e disinvolto”, ma battutine come questo sono molto più facili da esprimere che porre domande per approfondire la propria acquiescenza all’intervento militare in Libia. L’attuale nemesi di Murray, il professor Priyamvada Gopal si limita a denunciare e classificare come “gheddafista” chiunque metta in dubbio la cosiddetta ribellione in Libia o l’intervento della NATO. È incredibile come questi e molti altri intellettuali fossero reticenti mentre un Paese africano veniva distrutto dalla NATO creando milioni di rifugiati, libici e non libici, eppure si vantano di come le loro pubblicazioni celebrino la resistenza all’imperialismo occidentale o di come utilizzano citazioni da “How Europe Underdeveloped Africa” di Walter Rodney. Nonostante tutti i difetti, la Libia di Gheddafi aumentò l’aspettativa di vita da 51 a 74 anni. L’analfabetismo fu spazzato via e il problema dei senzatetto era pressoché inesistente. Il reddito medio pro capite era tra i più alti in Africa, 16500 dollari. [viii] In realtà sostenne Nelson Mandela e l’African National Congress nella lotta contro l’apartheid in Sud Africa. Ma tutto questo non significa nulla per questi e altri guerrieri culturali sistematisi nelle torri d’avorio occidentali che scambiano continuamente litigi coi passanti nel cortile della scuola con minacce al loro posto di lavoro. Inoltre, nella postfazione del libro Murray copre brevemente l’omicidio di 22 persone a Manchester da parte di un terrorista che sembra fu addestrato in Libia. È del tutto naturale che Murray non porti all’attenzione dei lettori che la famiglia del terrorista se ne andò rapidamente da Manchester, dove le fu concesso esilio, unendosi alla ribellione in Libia contro il Colonnello Ghadhaffi e che vi sarebbe stato addestrato dopo che la Libia divenne terra di nessuno dei gruppi jihadisti in guerra per il territorio.
In conclusione, l’intervento di Cameron è simile al colpo di Stato in Iran del 1953, anch’esso avviato e guidato dagli inglesi. Il primo ministro iraniano Mossadegh tolse l’industria petrolifera dalle mani della multinazionale inglese nazionalizzandola. Gli inglesi allora convinsero i nordamericani per garantirsi il rovesciamento di Mossadegh. Le ripercussioni del colpo di Stato del 1953 portarono non solo alla rivoluzione iraniana, ma anche all’ascesa dei movimenti militanti in Germania come la Fazione dell’Armata Rossa. Se allora non ci fosse stata la rivoluzione iraniana, non ci sarebbe stata la guerra Iran-Iraq e il resto è storia. [ix] Come col colpo di Stato in Iran, gli inglesi, di destra e di sinistra, semplicemente non vogliono riconoscere e persino nascondono il ruolo del governo britannico nella distruzione della Libia e nelle crisi migratoria derivatane. Finora, l’intervento libico portò a una pioggia di migranti in Europa, e la missione in Siria per il cambio di regime portò ad altri rifugiati e attentati terroristici in Europa. Chissà dove andrà a finire il loro ritorno. Inoltre, secondo Murray, i migranti si riversano in Europa perché vogliono uno standard di vita migliore, ricevere sostegno statale e perché il continente è molto più pacifico e tollerante di altri posti nel mondo. [x] O evidentemente può darsi che nell’ultimo decennio i migranti sono accorsi in Europa perché gli interventi militari degli inglesi (in collusione con jihadisti e Stati che li sostengono) hanno distrutto i loro Paesi e non ebbero scelta se non cercare un altro posto dove vivere.

[i] Douglas Murray, “The Strange Death of Europe: Immigration, Identity, Islam” (London: Bloomsbury Continuum, 2018), pag. 159
[ii] Per un resoconto dettagliato della richiesta d’intervento militare da Telegraph e Times, vedasi Numan Abd al-Wahid, “Britain’s Libya Adventure“.
[iii] Murray, op. cit., pg65
[iv] ibid., pg.66
[v] ibid., pg73
[vi] ibid., pg.153-4, pg.185-186, pg.194-7
[vii] ibid., pg.335
[viii] Maximilian Forte, “Slouching Towards Sirte: NATO’s War on Libya and Africa”, (Montreal: Baraka Books, 2012), pg.143-144
[ix] Numan Abd al-Wahid, “Debunking the Myth of America’s Poodle: Great Britain Wants War” (Winchester: Zero Books, 2020), pag.108-110
[x] Murray, op. cit., pag. 59

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Preso da: http://aurorasito.altervista.org/?p=13753&fbclid=IwAR1Hk5FChNyBT-CUaqn78Qe4I2kpSH5E_iUbPHyIpexUCBSnL-lWsvoA1Ew

Libyans Celebrate 51st Anniversary of the Great Al Fatah Revolution, September 1, 2020

Submitted by JoanneM on

Across Libya with the only exception of the terrorist controlled areas in and near Tripoli, all legitimate Libyan people celebrate the 51st anniversary of the great Al Fatah revolution. The bloodless coup that gave Libya her sovereignty for the first time in hundreds, perhaps thousands of years. The great tribes of Libya appointed Colonel Moammar Al Ghadafi to lead Libya into a new and prosperous era which he did in a spectacular manner. He created a government that shared the wealth of Libya with her people. Just a short list of his accomplishments is listed in the meme below the article

Ghadafi created the Great Socialist People’s Libyan Arab Jamahiriya represented by the green flag. Most people don’t understand that this was a completely different form of socialism. Truly not the real socialism used by other countries. In Libya there was no tax, the money that was shared with the people came from the great rich oil assets of Libya. The Libyan government only required 49% of the oil riches of Libya to run the country, the other money was partitioned out to the people via cash and other benefits.

The govenment of Libya consisted of two houses, one elected (House of Representatives) and one made up of tribal leaders from all over Libya called the General Secretariat of the Tribes. There was also a Prime Minister. Ghadafi was not the leader of the country in 2011 when NATO lied and destroyed the country. Ghadafi had been required to step down according to the 2006 treaty signed with Condoleeza Rice. The Libyan people still considered him their “spiritual leader” as it was explained to us. So there was no dictatorship in Libya there was a duly elected government of the people and it was a pure democracy as the tribal leaders were in direct touch with their people all the time. This created a voice for the people unlike anywhere else in the world.

The dream of the Libyan people represented by the great tribes of Libya (all Libyans are members of tribes) is to hold a full country election and install a new government for the people of Libya using the great Jamahiriya as their guide reinstating many if not all of the principles written by their great leader in his famous “Green Book”.

The biggest problem they face are terrorists, radicals and mercenaries who run tthe country in the west by force. These are the criminal remnants of NATO, most of the Libyans involved with the terrorists (called rats by the legitimate Libyans) are traitors, thieves and criminals (less than 10% of Libyans are rats). The others are mercenaries brought in by Qatar and Turkey to save whatever hold they have on Libya.. There are 2 main groups of terrorists – one fighting with Serraj, the UN / Turkey puppet that is Muslim Brother hood and working with Erdogan who dreams of reinstating the Ottoman empire in Libya. The second group is made up of radical terrorists also, they are from Misurata and support Fathi Bashagha, the so called interior minister. The Serraj led GNA has fired Bashagha, blaming him for killing protestors last week. Bashagha is supported by the terrorists from the port city of Misurata that has its own gangs of terrorists. So, now you have the people of Tripoli caught between a war of two different factions both of them held up solely by gangs, terrorists and thugs; armed and funded by Turkey and Qatar.

For the above stated reason, there was very little celebrations in Tripoli as already 23 people in the streets (unarmed) have been shot and killed.

I have posted a link here to a video the city of Ghat in the south of Libya with the people celebrating. http://vimeo.com/453846879  There are many such videos from all over Libya.

God bless the Libyan people in their struggle to free themselves from the illegitimate, oppressors and occupiers of their beautiful country.

Slouching Towards Sirte NATO’s War on Libya and Africa

“Forte’s  book is a must-read for anyone seriously interested in understanding the motives and consequences of the West’s onslaught against Libya and African development.”  Dan Glazebrook, Ceasefire Magazine

NATO’s war in Libya was proclaimed as a humanitarian intervention—bombing in the name of “saving lives.” Attempts at diplomacy were stifled. Peace talks were subverted. Libya was barred from representing itself at the UN, where shadowy NGOs and “human rights” groups held full sway in propagating exaggerations, outright falsehoods, and racial fear mongering that served to sanction atrocities and ethnic cleansing in the name of democracy. The rush to war was far speedier than Bush’s invasion of Iraq.

https://www.barakabooks.com/wp-content/uploads/2014/07/Slouching-towards-Sirte-Baraka-Max-Forte-low-res5-246x370.jpg

Max Forte has scrutinized the documentary history from before, during, and after the war. He argues that the war on Libya was not about human rights, nor entirely about oil, but about a larger process of militarizing U.S. relations with Africa. The development of the Pentagon’s Africa Command, or AFRICOM, was in fierce competition with Pan-Africanist initiatives such as those spearheaded by Muammar Gaddafi.

libya_nato_airstrikes_04-low-res-275x183Far from the success NATO boasts about or the “high watermark” proclaimed by proponents of the “Responsibility to Protect,” this war has left the once prosperous, independent and defiant Libya in ruin, dependency and prolonged civil strife.

About humanitarian imperialism, Max Forte writes:

“Desperate to finally be seen as the liberators of Arabs, rescuing poor victims with the finest of American exports (human rights), some would understandably feel compelled to exploit the suffering of others (residents fleeing Sirte) and turn that into something worthy of celebration. This is an example of the abduction process at the centre of Western, liberal humanitarianism: it can only function by first directly or indirectly creating the suffering of others, and by then seeing every hand as an outstretched hand, pleading or welcoming. We see (or imagine) helpless others, gobbling morsels of food that we hand them, brown mouths chugging down water from our plastic bottles, and we feel accomplished. Our moral might is reaffirmed by the physical plight of others. Clearly, the humanitarian relation is not a relation between equals. We are not our “brothers’ keepers” then, but rather we are more like animal keepers. Bombing for us is really just an animal management technology, and our relationship to the world remains a zoological one.” (Slouching Towards Sirte, p. 97.

Praise/Reviews

“(Max Forte’s) book is a powerful argument against the humanitarian myth promoted by western powers to mask the imposition of their dominance on other societies.” – Damir Mirkovic, Emeritus Professor of Sociology, Brandon University

“Thoroughly researched and impeccably referenced, (Slouching Towards Sirte) tells the story of the real aims and real consequences of the war on Libya in its historical perspective. Its author, Maximilian Forte, is well placed to do so. A professor of social anthropology in Montreal, much of his writing and research in recent years has been dedicated to the new imperialism, and especially its ‘humanitarian’ cover. He was amongst the first to really expose violent racism within the Libyan insurrection, and its role in facilitating NATO’s goals in Africa, and has provided consistently excellent analyses of the media coverage surrounding the conflict.”  Dan Glazebrook, Ceasefire Magazine

Slouching Towards Sirte is “a meticulously documented study in hypocrisy: that of the U.S. elite, of the Gulf ruling classes who have lately

Finalist for QWF Non-Fiction Prize

Finalist for QWF Non-Fiction Prize

welded their agenda directly onto that of the United States, and of the liberal bombardiers who emerged in the crucible of ‘humanitarian’ wars of the 1990s only to re-emerge as cheerleaders of the destruction of another Arab country in 2011.(…) Forte is able to bring to bear evidence that NATO carried out extensive war crimes during the ‘liberation’ of Sirte, and the evidence is impeccable…” Max Ajl, Monthly Review, April 2013 (55-59)

Slouching Towards Sirte is a penetrating critique, not only of the NATO intervention in Libya, but of the concept of humanitarian intervention and imperialism in our time. It is the definitive treatment of NATO’s war on Libya. It is difficult to imagine it will be surpassed.” Stephen Gowans, What’s Left, Read More

“Forte’s allegations that NATO’s war was manufactured by liberal interventionists and “iPad imperialists” whose agenda to disrupt African independence and execute regime change under the “fig leaf” of saving lives are chilling—and persuasive. So too is the timeline of events between the start of the protests and the propagandist hysteria promulgated online. Even though Forte couches descriptions of Gaddafi in amorphous, guarded language, he isn’t an apologist. In this provocative and unabashedly direct book, Forte speaks truth to power.” ForeWord Reviews, January 4, 2013, read full review…

The Public Archive identified Slouching Towards Sirte as one of 10 Books for 2012 on its Black Radical Reading List.

Maximilian C. Forte is an Associate Professor in the Department of Sociology and Anthropology at Concordia University in Montréal, Québec. He

Max Forte

Max Forte

teaches courses in the field of political anthropology dealing with “the new imperialism,” Indigenous resistance movements and philosophies, theories and histories of colonialism, and critiques of the mass media. Max is a founding member of Anthropologists for Justice and Peace. He writes regularly for the Zero Anthropology Project, CounterPunch, and was formerly a columnist for Al Jazeera Arabic.

ISBN 978-1-926824-52-9  PDF

E-book ISBN 978-1-926824-75-8

Source: https://www.barakabooks.com/catalogue/slouching-towards-sirte/?fbclid=IwAR18Jasgpyg4sUm-n_lS8DO4KOVwPtU1ZPrPp9HSNvjeL4F6n9pZBaZIYVw

About AFRICOM’ withdrawal and foreign military presence

About AFRICOM’ withdrawal and foreign military presence

The recently appointed US AFRICOM commander, Army Gen. Stephen Townsend, revealed on July 29, 2020 that AFRICOM will leave its headquarters in Stuttgart Germany: “While it will likely take several months to develop options, consider locations, and come to a decision, the command has started the process.” He added, “We will ensure we continue to support our host nation and African partners and our families and forces throughout.”

We welcome this decision to pull out troops dedicated to Africa. GRILA was among the first on the continent to stand in the way of the expansionist aims of the post-apartheid era, notably with Warren Christopher’s African crisis response force [1], and to propose our pan-African option, the Africa Pax[2]. GRILA is also the first group that denounced AFRICOM at its inception in 2007, also when it settled in Stuttgart a year later. On May 25, 2013, on the occasion of the fiftieth anniversary of African “independence”, we launched a declaration co-signed by 50 prominent African and German personalities, entitled “AFRICOM go home, neither in Africa nor in Germany” [3]. We have campaigned for the withdrawal of the AFRICOM base as well as against military occupation and aggression on the African continent. In addition, we have almost succeeded in convincing some major parts of the German population that the base violates their own constitution, however the terrorist attack in Berlin jeopardized our peace effort. During this period, Germany became more proactive, and has now taken on a more aggressive stance on the African continent. We remain thankful to German pacifists like Gesellschaft Kultur des Friedens, and some of the progressive German deputies as well as members of civil society, including American activists like the Black Alliance for Peace, who have courageously opposed AFRICOM over the past while.
It is very likely that some of the alleged 1200 US AFRICOM soldiers will be redeployed elsewhere in Europe, in the U.S. European Command and in Special Operations Command Europe as well as in facilities on the African continent. The relocation plan which it might take some time to implement does not mention what may happen with forward bases such as the Ramstein Air Base, a strategic hub for operations in the Middle East and Africa that is headquarters to the U.S. Air Forces in Europe and Africa; the U.S. Special Operations Command Africa or the Theater Special Operations Command located in Stuttgart. We ask all progressive Americans to pressure their government to close these imperialist bases and to dismantle the so-called US strategic control of the African continent.

The U.S. defense budget exceeds the combined budget of the seven countries that follow it, like an alpha male in a wolf pack, but in addition this pack of US allies accounts for 75 percent of the world’s military spending. Bilateral relations between the US and Germany are difficult these days, and, in June 2020, the U.S. Ambassador to Germany, Richard Grenell, resigned. There were issues such as Germany’s gold which was repatriated from its American British and French allies, and Germany’s refusal to spend 2% of its GDP in Western collective defense all of which probably served to convince the Trump administration to redeploy its troops in other strategic areas of American expansionism.
However, the extension of the American system and the cooptation of our military regimes are ultimately of greater significance. We should not underestimate the presence of France, which has assets linked to secret defense agreements conditional to neo-colonial independence and the militaristic connivance of business networks. The introduction of other players like Russia, Germany, China or Turkey also demands more scrutiny. There is a continuous escalation of insecurity in Africa because of the presence of foreign forces.

About AFRICOM’ withdrawal and foreign military presence

As predicted in the film AFRICOM go home, foreign bases out of Africa [4], an independent study from the University of Maryland (National Consortium for the Study of Terrorism and Responses to Terrorism) illustrates the dramatic increase in transnational attacks since the establishment of AFRICOM. France and the United States bear the burden of military responsibility for this state of affairs. On March 19, 2011, AFRICOM launched Operation Odyssey Dawn, the first phase of a war, which was completed by France, in overthrowing the government in Tripoli. The sinister result is the dislocation of Libya amidst subversive activities by France, Russia, Turkey, Egypt, Saudi Arabia, Qatar, the Emirates, jihadist forces, Syrian mercenaries, Libyan tribes, Sudanese and Chadian ethnic militia groups, and all kinds of trafficking. This destabilization in the Sahelistan model extends to Mali, Burkina Faso and Nigeria, creating dislocation, as far as Mozambique, in the sub-region.
US administrations change but the system remains. Since the US is a great power that tries to temper its decline by employing cunning and force, the African continent is now riddled with drones and military installations that, for the moment, make the presence of a mega-base useless. NATO and AFRICOM actually need no more than their current senior military liaison officer acting as a point of contact with the African Union. The African Union’s attitude at the moment is still pathetic. It has overseen the placing of national armies under the control of AFRICOM and NATO forces. It lives under the constant threat of seeing the AFRICOM base move to Africa. It also accepts the resurgence of French and other military interventions and even condones recently-created military bases under Japan and China in Djibouti, Germany in Niger, Turkey, and Israel influences. All of these developments culminate in jeopardizing any real African integration. The prospect of an AFRICOM base in Africa, although still rejected by most countries on the continent, is attractive to a few. It has indeed become a fait accompli as the strategy of indoctrination, encirclement and diffusion progresses across the continent and as hotbeds of tension are maintained. Indeed, AFRICOM and NATO’s arrangements, as well as unilateral initiatives by some NATO countries such as France, are undertaken in the exclusive interest of the countries of the Core and their comprador allies in Africa. The sole purpose of these bases is to secure, in the long term and for their own purposes, our raw materials and our strategic space as a counter to the appetite of the powerful emerging BRIC countries (Brazil, Russia, India, China) and the prospect of our own unity.
None of the NATO countries needs such a large military base in Africa. Not only do they have several bases and facilities, but they go wherever they want on the continent, because of bilateral clauses and other related agreements. Most of the armies of African countries have been co-opted by the forces of imperialist states, their private militias and other security companies. These forces, moreover, are fueling, directly or indirectly, the terrorist peril that thrives in the breeding ground of underdevelopment.
The placing of our national armies, or what remains of them, under the command and supervision of foreign imperial forces, and AFRICOM spreading in Africa, as well as the resurgence of French and other military interventions, are undermining any real African integration. Africa is gradually being forcibly brought under the umbrella of NATO. AFRICOM is helping NATO and vice versa without any discernible nuances. Both AFRICOM and NATO are crisscrossing the continent, practicing a sophisticated policy that goes back a long way. The impediments to independence and the overthrow of progressive regimes; the failure to contain the fight against apartheid; the errors of US policy in Somalia and Sudan and its dealings with El Qaeda as well as the jihadist attacks before those of September 11 added to the so-called anti-terrorist policy that followed, are some of the significant historical events of this era.
Unfortunately, Africa is still subservient to imperialism. The integrated nebula of transnational firms, mainly American and Canadian, imposes its iniquitous economic conditions on African countries and “legalizes” the plundering of mineral resources to the detriment of Africa’s peoples.
However, the emergence of more dynamic African social formations, the bulimic appetite of China and India for resources, the arrival on the scene of no less important players such as Brazil, Qatar or Israel, are blurring the situation.
The failure of neo-liberalism, the consequences of three decades of monetary liberalization and the dismantling of areas of sovereignty are giving rise to a new logic of multipolar partnerships. It’s a South/South type of logic, which changes the geopolitical, economic and cultural terrain. Some countries’ debts are being wiped out; raw materials are being exchanged for infrastructure projects or business opportunities without imposing conditionalities, while OECD official development assistance is declining. In fact, it is now less than the remittances and various monetary transfers that African immigrants send home from abroad. This worries the economically weak but geopolitically dominant powers. They are therefore playing the military card to maintain their pre-eminence.

So, there is now a constellation of facilities in our countries rubbing shoulders with NATO, AFRICOM, logistics intelligence networks side-by side with the total co-option of our armies and political leaderships. With technological dependency and voluntary servitude of entire depoliticized or misinformed sections of our modern skirmishers, we are less prepared to resist these complex phenomena than when we were able to resist colonization in the twentieth century. Now Chinese market socialism is also being hit by bourgeois tendencies and the impulses of mandarin oligarchs concerned only with their own interests. But the oligarchs are nothing without the Chinese state. There is a delicate balance of power and a deafening internal struggle going on in China. If the pro-business trend triumphs, Africa will have to guard against what will then become an assertive social imperialism. For the time being, apart from economic hegemony and its voracity for raw materials, under pretext of defending its economic and commercial interests in the Gulf of Aden, China has just followed Japan’s military model. In Djibouti, on top of the bases of the French, Americans and Japanese, China has a logistical space in Obock, which is currently under American control. Whether it’s there or more likely somewhere else, it sets a dangerous precedent. The industrial free zone signed with Djibouti and the security of the new silk road on African soil raise up the geopolitical covetousness of imperialism on the continent another notch. At that time, China is more likely to join the centres of imperialism and in so doing violate the principles of its non-aligned and south-south discourse. China, until that occurs, could be seen as mainly defending what is inside its walls, while cognizant of its increased power and what fear that is causing around the world. China therefore seems anxious to reassure both imperialism and the countries of Africa, which for the time being can still benefit from this south-south exchange when intelligently practiced with the interests of the people coming first.
Given China’s insatiable appetite for mining and trade, the rapid changes brought about by the mutations of its bourgeoisie and the inflation of the hegemonic threat it might represent on the world stage, as trumpeted by the United States, Europe and Japan, it becomes difficult to read the future of its use of bilateral cooperation. The AFRICOM go home film shows precisely that having lost the economic battle to China, the countries of the triad are forced to impose the security and geopolitical agenda in order to gain access to their “safe haven”. China has meanwhile opened a military base in Africa, and the battle rages between those who still believe in internationalist cooperation in China and those who want to close this parenthesis and opt for greater liberalization of market socialism – or social-capitalism – and reinvigorate an exhausted capitalism.
In the Sahel, the French President is both concerned about French human and material losses, as well as the disaffection of popular support in the face of the duplicity of French policies and his desire to build a new international coalition in the Sahel. He has inherited a militaristic policy of rival administrations entangled in paternalistic visions of France overseas, combined with his own disparate Franco-African networks.
The opaque or unofficial networks feed each other macabrely which makes it possible to manage the quagmire that is the status quo. At the same time, those networks are also essential to the survival of the regimes of French-speaking Africa, and one can recall, for example, the exfiltration of Blaise Compaoré towards the Ivory Coast.
It makes sense for US and NATO forces to count on the allegiance of their African allies, to help silence social discontent and to redistribute so-called democratic roles. This has been the case since the end of the 19th century, but is now taking place in a more complex way with refinements of the geostrategy of the 21st century and the transnational networks of destabilization adding nuance to the situation. African countries are no longer mere pawns. They also have their own agenda and are not passive in the wider game of NATO, AFRICOM and other extra-African and transnational state actors.

The war on terror has done everything but get rid of terrorism. The alliances and tactics used by the USA and France serve their interests and nothing will change that. They are doing everything possible to counter their loss of influence or credibility and are determined to protect their interests differently by dividing up the risks of their past policies.
It is up to us pan-Africans to make a lucid analysis of our own interests. It is clear that today our allies, during this global war, are besieging us and ‘assisting’ us at the same time. We can also see that our countries, which have been bruised by market fundamentalism and the disengagement of the State from the economy within ridiculous margins of sovereignty, cannot be complacent about any aid offered, especially military and strategic aid. Libya stands as a stark illustration of the situation, in both its pre-colonial and colonial phase, in the assassination of Gaddafi and also in the ongoing war and partition of the country.

 

References :
[1] Warren Christopher: “[…] We would like to develop that force for use in various ways. Primarily, as a humanitarian concept at the present time, but also if the forces are there, trained, integrated and able to work together we have other options that we are completely deprived of, at the present time. George Moose, the assistant secretary for African affairs, has reported that his initial trip to Africa provided encouraging indications that African countries are prepared to supply the troops. We will consult with our European allies to see if they are prepared to help by providing the logistics and financial support […] at the same time, in each of the countries where I’ll be meeting with leaders, I’m going to be talking about the ACRF, urging them not only to contribute themselves, but also to urge other African leaders to participate”.

[2] Africa Pax, http://www.grila.org/index_grila.php?gri=org&org=231234&lang=fr Widerstand, Revolutionen, Renaissance: Stimmen zum sozialen Aufbruch in Afrika, Africavenir International, Berlin, p189

[3] The advocacy and awareness-raising work of the declaration Africom go home has been translated into 9 languages, which you can find on the website of the GRILA (Research and Initiative Group for the Liberation of Africa).

http://www.grila.org/index_grila.php?gri=org&org=231200&lang=en

[4] Africom Go Home, Foreign bases out of Africa https://youtu.be/-HLjrzVHWPM

Source: https://grila.org/index_grila.php?gri=org&org=231310&lang=en&fbclid=IwAR3vgWaCt5bGCIpa0FxJoSYnVTbfNOar8a3lyxIEl9okw96AF7Q7hJQ7l_A

“The Real Case-Fatality Rate of the Novel Coronavirus in Italy is at Least 10 Times Lower than the Official Data”.

Patrizia Cecconi
https://www.lantidiplomatico.it/resizer/picscache/700x350c50/cf03b45280cf1474e530a0d5a3ba7236.jpgIn order to achieve conscious responsibility on the part of the population, the authorities should offer coherence. They have not done so in the past and they do not do so now. In the third interview with Dr. Leopoldo Salmaso (specialist in Infectious and Tropical Diseases, and Public Health, who has worked for 30 years at the Department of Infectious Diseases of the Padua Teaching Hospital (Italy), and 5 years in Tanzania, controlling epidemics like Cholera, Thyphoid, Hemorrhagic Fevers, and intra-hospital Polio), he insists on letting the figures speak for themselves.

The official report on the 2017-18 seasonal flu concludes that 8.7 million people consulted the family doctor/pediatrician by phone for a “flu-like syndrome”. Less than 1/4 were visited by the doctor. No less than 18,000 people, mostly elderly, “died with influenza as a complication”. Of those 18,000, only 173 died in a resuscitation unit.

Q. Good morning doctor, welcome back from Tanzania… through Austria, since no airline has wanted to fly you back directly to Venice. If you had been a few days late, you would not get home, not even from Austria! We Italians are now qualified as plague people: me too I cannot go back to Italy because Great Britain has closed the flights, although they too have the virus: they dance, they embrace each other, they cough in your face, they feel immune, but they have closed a school attended by Italians!…
But let’s move on to our interview: What do you think about the situation in Italy, due to the numerous deaths associated with Covid-19?

A. Every year, in Italy, the deaths associated with the common seasonal flu are 20-30 times more than those recently associated with Covid19. How comes that we don’t clog the resuscitations units every year?
Look at the data on Covid-19 (source: Italian Ministry of Health), updated at March 10th, 2020: 8,514 cases with 631 deaths. Please notice that this is an extremely biased sample, because the tests have been done mainly on sick people. The majority of experts, including Ilaria Capua1, believe that asymptomatic cases are 10 to 100 times higher. Therefore the case-fatality rate would not be 7.4%, but at least ten times lower.

Q. Can you tell us more about the the official data about the last seasonal flu in Italy?

A. Yes, that is the seasonal flu 2017-18: 8.7 million people turned to the family doctor/pediatrician by phone for a “flu-like syndrome”. Less than 1/4 were visited by the doctor. No less than 18,000 people, mostly elderly, died “with flu complications”. Out of those 18,000, only 173 (1 in 100) died in a resuscitation unit, and overall there were 764 “serious cases with confirmed flu in Intensive Care Units”.
That is: the other 17,000 people died at home, or in a nursing home, or in some hospital ward, with no confirmed diagnosis of flu. If the media had unleashed the current uproar two years ago, no less than 75,000 people with influenza would have clogged the ICUs, at a rate of 750 new admissions every day (while so far we have admitted to ICUs a total of 650 patients positive to Covid-19).
The comparison between these data confirms that we are facing an epidemic of panic, and that the very spreaders are the media.

Q. We are told that Italy has the highest case-fatality rate worldwide, and this makes us being considered the top spreaders in Europe, so much so that Italy is now completely isolated and many people, like me, cannot return home.

A. The most reliable data come from South Korea, which records a case-fatality rate around 6 per thousand (1/12 of ours). This is explained by the fact that Korea has done carpet testing since the very beginning (more than 200,000 tests done so far) and confirms what I said above: that our statistics, using a very biased denominator (ill people), falsely magnify the ratio between dead and infected people, i.e. the case-fatality rate.
If we then compare the mortality rates, Covid19 so far has a mortality rate of 1 per 100,000 inhabitants, while the flu every year reaps 20-30 lives per 100,000 inhabitants.

Q. Among the many messages on social networks, in particular Whatsapp, there arrive really worrying calls by doctors from the ICUs. Can you tell us something about that?

A. Thanks to our National Health System, Italy has been ranking at the top of the world, with a very enviable quality/cost ratio, but since 1992 (law for the privatization of the NHS) the whole system has been dismantled to the advantage of private profit: they are not interested in investing in the more expensive sectors, such as organ transplants and ICUs. This plundering will never be denounced and condemned enough.
You ask me about the testimonies and heartfelt appeals by doctors and nurses from the ICUs, who are under real stress because of the seriously ill patients with Covid19. Well, I feel sympathetic on a human level, but I must say that they are misleading in order to understand this “epidemic”. It would be like using the testimony of the sailor of a Titanic lifeboat in order to reconstruct the story of that shipwreck… but here, today, we only have a few lifeboats: there is neither the Titanic nor the iceberg. There is no epidemic, there is no pandemic. And we have two notorious precedents, just with two variants of coronavirus that caused such a sensation and turned out to be real “straw fires”: SARS in the year 2002 (8000 cases in all) and MERS in 2012 (800 cases). And it should be noted that SARS had a case-fatality rate of 9%, MERS an appalling 38%.

Q. We hear rumors of “almost” ready vaccines from Israel or the US, which could save many lives attacked by this virus. What do you think about?

A. Surprise: so much noise for a vaccine?
In the common flu of 2017-18 the prevalent strain was A/H1N1pdm09 (better known as H1N1 or “swine”). It was included in the flu vaccine administered to about half the Italians over-65-year-old, not only that year, but also in the previous years. That strain originated in 2009 in the USA, as a variant of the swine flu. In 2010, our Ministry of Health undertook to pay 184 million euros to Novartis for 24 million doses of the vaccine against “H1N1 porcine”. However, that announced “pandemic” was actually a real media hoax: in fact in Italy we vaccinated less than a million people, and 9 million doses of that vaccine remained in the refrigerators of our public health facilities.
Now, to comment on the vaccine from Israel (Netanyahu promised the vaccine a week before their recent elections) or from the USA (they also are deeply into election campaign and, if not covered by expensive private insurance, they have to pay about $ 3,000 to get tested for Covid-19… and to make matters worse, they have the highest rate of false positive results in the world).
In short: commenting on the Israel-USA vaccine promises would be like shooting on the Red Cross.

Q. The last question I ask you, doctor, is what you think of the measures taken by the Italian government to reduce the speed of contagion.

A. The great Ennio Flajano once said that in Italy “the situation is severe but not serious”. Based on all the data we have examined here, we should conclude that this time in Italy the situation is “serious but not severe”.
I mean “serious” in the sense that the measures taken by our leaders reflect their anxiety of proving they are “serious and responsible” but I ask myself: towards whom? Towards the EU? Towards NATO? Why not towards the Italian citizens? The first requirement of seriousness is consistency, and every citizen knows if he has received consistent messages from the authorities and “experts” in these 40 days. Walter Ricciardi, just hired as a special consultant to the Minister of Health in the midst of this storm, has worked wonders on both the domestic and international front. And when the storm rages, when the sails are torn and the boat is full of water, you can only shovel water and shut up. In science and conscience I believe I am shoveling water, patching up sails, and (almost) shutting up. I said almost shut up: in solidarity with Colleagues (underpaid) who work stressful shifts in hospitals devastated by thirty years of neoliberal filibustering, but also screaming loudly against self-styled “colleagues” who, in anonymity, sow terror by talking about “grandchildren who kill their grandparents by infecting them” or about “reckless people who leave home for a walk”. Other criminals pass off the XY product as a curative panacea (and above all preventive) against the “2020 plague” which is said to be “extremely contagious” and a “ruthless exterminator”…
Let me repeat: those who are in the hospital front line today are really under stress, they must be supported, and we all must take all reasonable measures to reduce the probability of contagion, but a large newspaper in my region, Veneto, today reports that we have 498 beds of intensive care, of which 67 are occupied by patients with a swab positive for Covid-19.
Coming back to the authorities: they threaten 3 months in prison if a grandmother moves to another city to look after her grandchildren who have been left without school and without babysitting (on the other side, their parents can go far away every day, and join thousands of colleagues, if that is their job: perhaps Covid19 is off limits for workers).
So, three months prison for the grandmother; have you seen any threat of sanction against those who sow panic, starting with the mainstream media?

Q. So you accuse the authorities of little consistency, if I understand correctly?

A. Of course, there is no consistency! If the authorities want citizens to behave responsibly, they themselves must be consistent. For the last 40 days I have been explaining that, compared to the real pandemics, the current outbreak looks rather like the storm that Truman Burbank had to face in the film “The Truman Show”. And I would prefer to be wrong, but I see a significant difference: our authorities are not Christof, they are not in the control room, they are in the same boat with Truman, me, you, and 60 million unfortunate fellow Italians. If it can console you, in the place of Christof I see neither European leaders nor Mr. Trump.
In the control room, since mid-January, I have seen CNN, NYT, Guardian, and all the western mainstream media. And now I see that the boomerang they threw against China is hitting back against us, all of us!

Q. Thank you for the time you have dedicated to me. I am now going for a tour of London where, until yesterday, I have managed to count only 11 masks, all on oriental faces. Otherwise I have seen many cool people, serenely sneezing and coughing in the buses and on the streets, in spite of the precautions that prompted their leaders to isolate Italy.

Translation by Marinella Correggia

Source: https://libya360.wordpress.com/2020/03/13/the-real-case-fatality-rate-of-the-novel-coronavirus-in-italy-is-at-least-10-times-lower-than-the-official-data/

“Il tasso di letalità del coronavirus in Italia è almeno 10 volte inferiore ai dati ufficiali”. Nuova intervista all’epidemiologo Salmaso

Sull’influenza stagionale 2017-18, risulta che 8,7 milioni di persone si rivolsero telefonicamente al medico/pediatra di famiglia per una “sindrome simil-influenzale”. Meno di 1/4 furono visitate dal medico. Sono morte “con complicazioni influenzali” non meno di 18.000 persone, in prevalenza anziane. Di quelle 18.000, solo 173 (1 su 100) morirono in un reparto di rianimazione”

di Patrizia Cecconi

Londra 11 marzo 2020

D. Buongiorno dottore, bentornato in Italia… dall’Austria, visto che la Tanzanìa aveva chiuso i voli con l’Italia. Se avesse tardato qualche giorno non sarebbe più entrato neanche dall’Austria! Ormai siamo qualificati come appestati e io stessa non posso tornare in Italia perché la Gran Bretagna ha chiuso i voli, sebbene abbiano anche loro il virus, ballano, si abbracciano, ti tossiscono in faccia, ma si sentono immuni, però hanno chiuso una scuola frequentata da italiani ! Passiamo all’intervista, cosa pensa della situazione che si è creata in Italia e i numerosi decessi che si sono avuti in seguito alla Covid-19?

R. Ogni anno in Italia, i morti con la comune influenza stagionale sono 20 volte di più di quelli morti ad oggi con Covid19. Perché non intasiamo le rianimazioni ogni anno? Ecco i dati del Covid-19 in Italia, aggiornati alle ore 18:00 del 10/3/2020: 8514 casi con 631 deceduti (ISS-Epicentro). Faccio notare che questo campione è estremamente selezionato perché i test sono stati fatti in prevalenza su persone malate. La maggioranza degli esperti, fra cui Ilaria Capua, ritiene che i casi asintomatici siano da 10 a 100 volte superiori. Perciò il tasso di letalità non sarebbe del 7,4%, ma almeno dieci volte inferiore.

D. Bene, può dirci qualcosa di più circa l’ultima influenza stagionale in Italia di cui si hanno i dati ufficiali?

R. Sì, sull’influenza stagionale 2017-18, risulta che 8,7 milioni di persone si rivolsero telefonicamente al medico/pediatra di famiglia per una “sindrome simil-influenzale”. Meno di 1/4 furono visitate dal medico. Sono morte “con complicazioni influenzali” non meno di 18.000 persone, in prevalenza anziane. Di quelle 18.000, solo 173 (1 su 100) morirono in un reparto di rianimazione e in tutto furono 764 i “casi gravi da influenza confermata in soggetti ricoverati in terapia intensiva”. Cioè, le altre 17.000 persone sono morte a casa propria, o in casa di riposo, o in un qualche reparto ospedaliero, senza diagnosi confermata di influenza. Se i media due anni fa avessero scatenato il putiferio attuale, non meno di 75.000 malati con influenza avrebbero intasato le rianimazioni, al ritmo di 750 nuovi ingressi ogni giorno (finora in rianimazione ne abbiamo ricoverati 650 in tutto). Questi dati confermano che siamo di fronte a una epidemia di panico e che gli untori per eccellenza sono i media.

D. Ci dicono che in Italia abbiamo il più alto tasso di letalità e questo ci sta portando ad essere considerati “gli untori” per antomasia in Europa, tanto che siamo ormai isolati e, come me,  molti altri non possono rientrare.

R. I dati più affidabili vengono dalla Corea del Sud, che registra tassi di letalità attorno al 6 per mille (1/12 dei nostri). Questo si spiega perché la Corea ha fatto test a tappeto fin dall’inizio (già più di 200.000) e conferma quanto abbiamo detto sopra, cioè che le nostre statistiche usano un denominatore (persone infettate) assai ridotto e selezionato, il che ingigantisce falsamente il rapporto morti/infettati, cioè il tasso di letalità.

D. tra i tanti messaggi che arrivano nei social, in particolare in Whatsapp che è forse il più diffuso tra i mezzi di comunicazione veloce via smartphone, arrivano appelli di medici di rianimazione veramente preoccupanti, può dirci qualcosa in proposito?

R. Il nostro Sistema Sanitario pubblico collocava l’Italia ai primi posti nel mondo, con un invidiabile rapporto qualità/costi, ma a partire dal 1992 (legge-delega per la privatizzazione del SSN) è stato smantellato per favorire le speculazioni private, che non hanno alcun interesse a investire nei settori più costosi, come grandi chirurgie e rianimazioni. Mi permetta di dire che questo fatto non sarà mai ribadito e condannato abbastanza. Però le testimonianze e gli appelli accorati da parte di medici e infermieri dei reparti di terapia intensiva, ora sotto pressione per i malati gravi con Covid19, mentre sono condivisibili sul piano umano, sono fuorvianti per la comprensione di questa “epidemia”. Sarebbe come usare la testimonianza del marinaio di una scialuppa di salvataggio del Titanic per ricostruire la storia di quel naufragio… ma qui abbiamo solo qualche scialuppa: non c’è né il Titanic né l’iceberg. Non c’è epidemia, non c’è pandemia. E abbiamo due precedenti famigerati, proprio con due varianti di coronavirus che fecero tanto scalpore per poi rivelarsi veri e propri “fuochi di paglia”: la SARS del 2002 (8000 casi in tutto) e la MERS del 2012 (800 casi). Noti che la SARS ebbe una letalità del 9% e la MERS addirittura del 38%.

Il tasso di letalità del coronavirus in Italia è almeno 10 volte inferiore ai dati ufficiali. Nuova intervista all'epidemiologo Salmaso

D. Stanno arrivando voci di vaccini “quasi” pronti da parte di Israele o degli USA che potrebbero salvare molte vite aggredite da questo virus, lei cosa ne pensa?

R. Tanto rumore per un vaccino? Nell’influenza comune del 2017-18 il ceppo prevalente era A/H1N1pdm09 (più noto come H1N1 o “suina”), ed era incluso nel vaccino antinfluenzale somministrato a circa la metà degli ultrasessantacinquenni italiani, non solo quell’anno, ma anche negli anni precedenti. Quel ceppo ebbe origine nel 2009 negli USA, come variante dell’influenza suina. Nel 2010 il nostro Ministero della Salute si impegnò a pagare 184 milioni di euro alla Novartis per 24 milioni di dosi di vaccino contro la “H1N1 suina”, ma anche quella annunciata “pandemia” in realtà fu una vera e propria bufala mediatica: di fatto furono vaccinati meno di un milione di italiani, e 9 milioni di dosi di quel vaccino rimasero nei frigoriferi delle ASL.
Parlare di Israele (Netanyahu promise il vaccino a una settimana dalle recentissime elezioni) o di USA (pure loro in campagna elettorale, coi cittadini che, se disoccupati e non coperti da assicurazione, devono pagare una somma notevole per farsi fare un tampone, e per giunta col più alto tasso di risultati falsi positivi nel mondo) data la situazione conosciuta, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.

D. L’ultima domanda che le faccio, dottore, è cosa pensa delle misure per ridurre il contagio prese dal governo italiano.

R. Il grande Ennio Flajano diceva che in Italia “la situazione è grave ma non seria”. Per tutti i dati che abbiamo qui esaminato, dovremmo concludere che questa volta la situazione è “seria ma non grave”. Dico “seria” nel senso che le misure adottate riflettono l’ansia di dimostrarsi “seri e responsabili” ma mi domando: verso chi? Verso la UE? Verso la NATO? Perché non verso i cittadini italiani? Il primo requisito della serietà è la coerenza, e ogni cittadino lo sa se ha ricevuto messaggi coerenti dalle autorità e dagli “esperti” in questi 40 giorni. Walter Ricciardi, imbarcato nel pieno della tempesta, ha fatto miracoli sia nel fronte interno che su quello internazionale. E quando infuria la tempesta, quando le vele sono già lacerate e la barca è piena d’acqua, puoi solo spalare acqua e stare zitto. In scienza e coscienza io credo di spalare acqua, di rattoppare almeno qualche vela, e di stare (quasi) zitto. Ho detto quasi zitto: solidale coi colleghi (anche sottopagati) che fanno turni stressanti negli ospedali devastati da trent’anni di filibustering neoliberista, ma anche urlante a squarciagola contro “colleghi” veri o sedicenti tali che, in anonimato, seminano il terrore parlando di “nipotini che uccidono i nonni”, o di “incoscienti che escono a fare una passeggiata”, o che spacciano il prodotto XY come panacea curativa (e soprattutto preventiva, così non scappa neanche un potenziale cliente fra i 60 milioni) contro la “peste del 2020” che avrebbe una “contagiosità pazzesca” e una mortalità (sarebbe troppo pretendere da loro il termine corretto letalità) “spaventosa”. Ripeto: chi sta in prima linea negli ospedali oggi è davvero sotto stress, va rispettato e sostenuto, e le misure ragionevoli per ridurre le probabilità di contagio vanno adottate, ma un grande quotidiano della mia regione, il Veneto, oggi riferisce che abbiamo 498 letti di terapia intensiva, di cui 67 occupati da pazienti con tampone positivo per Covid19.

E torniamo alle autorità: minacciano 3 mesi di galera se una nonna si sposta in un’altra città per accudire i nipotini che sono rimasti senza scuola e senza babysitter (i genitori possono andare anche in capo al mondo, in un’azienda con migliaia di dipendenti, se quello è il loro posto di lavoro e il contagio passa in secondo piano). Lei ha visto anche solo la minaccia di una sanzione qualunque contro chi semina panico, a cominciare dai media mainstream?

D. Quindi lei accusa le autorità di poca coerenza se capisco bene? 

R. Certo, manca coerenza! Per ottenere responsabilità consapevole bisogna offrire coerenza. Io, credo coerentemente, da 40 giorni sto spiegando che, se confrontata con le vere pandemie, l’attuale “tempesta” assomiglia piuttosto a quella che un certo Truman Burbank deve affrontare nel film “The Truman Show”. E vorrei tanto sbagliarmi, ma ci vedo una non trascurabile differenza: le nostre autorità non sono Christof, non stanno nella cabina di regia ma nella barca, con Truman, me, lei, e 60 milioni di sciagurati concittadini. Se può consolare, al posto di Christof non ci vedo né i politici di Bruxelles né Trump. Nella cabina di regia io, già a metà gennaio, ho visto CNN, NYT, Guardian, e tutto il codazzo mainstream.

D. La ringrazio del tempo che ci ha dedicato e vado a fare un giro per Londra dove, fino a ieri, sono riuscita a contare solo 11 mascherine e tutte su visi orientali, ma tante persone raffreddate, serenamente starnutenti e tossicchianti sui mezzi pubblici e per la strada alla faccia delle precauzioni che hanno portato le loro autorità a isolare l’Italia.

Leggi le altre due interviste al dott. Leopoldo Salmaso, medico epidemiologo di Padova. Lavora con le popolazioni rurali della Tanzania da oltre trent’anni. Autore di “AIDS: Sindrome da Indifferenza Acquisita?” 

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-sciacalli_panico_e_virus_litalia_sta_dando_i_numeri_intervista_allepidemiologo_leopoldo_salmaso/5496_33231/

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-Ci_Raccontano_Dellincubo_Coronavirus_Dalla_Cina_Ma_In_Africa_Uccide_La_Malnutrizione_E_Linvasione_Di_Locuste_Fa_Paura/82_33083/

L’intervento della Turchia in Libia

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook 31.01.2020
Mentre molti rapporti su principali media occidentali affermavano che il “vero motivo” dell’intervento diretto della della Turchia in Libia (riflesso dell’ossessione di Erdogan) era creare un impero neo-ottomano nella regione, ciò potrebbe non essere vero. Creare un “impero”, anche se la parola non è letteralmente tradotta ed è generalmente intesa come catena di Paesi sotto l’influenza turca tramite i Fratelli Musulmani, la creazione di tale catena è lontana dalla realtà e non sarebbe possibile anche se Erdogan ha il supporto di Tripoli. Gli accordi della Turchia col governo di accordo nazionale (GNA) non intendono permettere un “impero”, ma mirano solo a creare una “legittimità” per un maggiore ruolo turco nella regione altrimenti dominata dai Paesi rival Emirati Arabi Uniti, Egitto, Grecia, Cipro ecc. In altre parole, è più una lotta di potere tra Paesi rivali nella regione che un tentativo di ristabilire un “impero”. Le ambizioni della Turchia sono ulteriormente ridotte dal fatto che l’unico alleato nella regione, il GNA, controlla meno del 30% del territorio libico e circa la metà della popolazione, ed affronta l’assalto di Qalifa Haftar, che ha il sostegno dei rivali dei turchi. Sulla questione della legittimità dell’intervento della Turchia, il GNA essendo un governo riconosciuto internazionalmente, può teoricamente “chiedere” alla Turchia di intervenire. Tuttavia, se questo porterà a un massiccio cambiamento dell’equilibrio di potere nella Libia è un’altra domanda, evidente dall’uscita di Qalifa Haftar fuori dal vertice, che sarebbe stato altrimenti uni successo turco imponendo all’opposizione le trattative col GNA.


Numerose forze a sostegno dell’Esercito nazionale libico di Qalifa Haftar serravano i ranghi contrastando l’intervento militare della Turchia in Libia. E, mentre i media turchi richiesero il sostegno da Paesi come Tunisia ed Algeria, entrambi si rifiutavano di partecipare al conflitto fornendo alla Turchia supporto logistico per le sue operazioni in Libia. L’Algeria, invece di accordarsi per dare una base alla Turchia, ricorreva alla diplomazia per risolvere il conflitto, evitando lo scontro militare. Sabri Bukadum, Ministro degli Eteri dell’Algeria, conferiva col Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e successivamente con le controparti di Egitto, Emirati Arabi Uniti, Mali, Niger, Ciad e Francia, tutti con un ruolo, diretto o indiretto, nel conflitto libico. La Tunisia, il Paese chiariva la sua posizione a Erdogan quando vi compì una visita non programmata iil 25 dicembre. Lungi dal convincere la Tunisia ad allearsi ai turchi, la visita rafforzò la neutralità tunisina. Il presidente tunisino Qays Said negò che il suo Paese si fosse allineato a Turchia e governo di Tripoli contro l’Esercito nazionale libico guidato da Qalifa Haftar, confermando che non sarebbe entrata nel “nesso”. Il portavoce del parlamento Rashid Ghanuchi, capo di al-Nahda e amico intimo di Erdogan nella rete dei Fratelli Musulmani, affermò che la Tunisia non partecipa al conflitto libico e potrebbe agire solo come mediatrice.
Ci sono ragioni cruciali per cui gli amici dei turchi si rifiutavano di partecipare al conflitto. La Turchia non solo invia truppe in Libia; ma anche vi trasferisce le sue milizie dalla Siria, un fatto che forse va a suo svantaggio allontanando i suoi amici dal conflitto, che evitano di essere coinvolti in un’altra ”avventura jihadista” turca e la crescente minaccia della diffusione dell’islamismo.

Mentre s’inserisce nel conflitto in Libia, la Turchia aumenterà la dipendenza di Tripoli da Ankara, e la Turchia diverrà inevitabilmente mediatrice nella regione, come in Siria, facendo parte dei processi di pace di Astana e Sochi e continuando a proteggere militarmente i suoi interessi attraverso la presenza militare aperta ad Idlib, dove bandiere turche e ritratti di Erdogan decorano le strade. Tuttavia, anche dopo aver combattuto per anni, il suo intervento in Siria non diede frutti facendo avanzare il sogno dell’impero turco “neo-ottomano”. Di conseguenza, a causa della posizione ancora più debole in Libia e dell’opposizione che affronta da amici e rivali, limiterà ulteriormente la misura che può adottare. Inoltre, anche l’UE non sostiene l’intervento turco. Mentre la Turchia, negli ultimi anni, ha sempre più adottato un approccio in politica estera piuttosto indipendente dalla NATO abbracciando un mondo sempre più polare, non si può dire che parte dei motivi della Turchia non sia contro la Grecia, derubando le zone marittime di un membro dell’UE; perciò la posizione dell’UE contro la Turchia.
Con la Grecia che offre i suoi militari come forza di mantenimento della pace in Libia e la minaccia della Turchia d’intervenire dalla parte del governo dei Fratelli Musulmani, si arriverebbe a una pericolosa escalation, invitando ulteriormente interventi diplomatici esterni e limitando la capacità di manovra della Turchia. Pertanto, l’unico vero vantaggio che la Turchia potrebbe trarre dall’intervento è che avrà molto più voce in capitolo syl risultato del conflitto di quanto non sarebbe altrimenti. Inviando truppe e milizie si creava uno spazio significativo di manipolazione tattica. La sua capacità di cambiare in modo massiccio l’equilibrio del potere a favore di Tripoli, sconfiggendo Haftar, è una possibilità estremamente remota, per non parlare della creazione di un “impero neo-ottomano”.
Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali e affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Libya: Before and After Muammar Gaddafi

15 January 2020

Nine years after the military intervention, led by the North Atlantic Treaty Organization (NATO) to overthrow Colonel Muammar al-Gaddafi, Libya remains trapped in a spiral of violence involving armed groups, sectarian, ethnic groups and external interference that have led the country into absolute chaos.

Libyan leader Muammar Gaddafi attends a wreath-laying ceremony in Victory Square in central Minsk, November 3, 2008.

 

On Oct. 20, 2011, amid protests supported by the governments of the United States and the European Union, an armed uprising that plunged the country into a civil war, the Libyan leader was captured and brutally murdered by the rebels.

Being one of the most prosperous countries in the African continent, thanks to its vast oil fields, after the fall of Gaddafi, the North African country was divided between rival governments in the east and west, and among multiple armed groups competing for quotas of power, control of the country and its wealth.

Gaddafi ruled for 42 years, leading Libya to a significant advance in social, political and economic matters that were recognized and admired by many African and Arab nations at the time. Despite his controversial government, Gaddafi came to represent an important figure for anti-imperialist struggles for his position mainly against the U.S. and the policies carried out from Washington on the Middle East.

It is for this reason, his life and death became pivotal events in Libya and key to understand the current situation.

Libya Before Gaddafi

After World War II, Libya was ceded to France and the United Kingdom, and both countries linked it administratively to their colonies in Algeria and Tunisia.

However, the U.K. favored the emergence of a monarchy controlled by Saudi Arabia and endorsed by the U.N., the Senussi dynasty, which ruled the country since its “independence” in 1951 under the monarchy of King Idris I, who kept Libya in total obscurantism while promoting British economic and military interests.

When oil reserves were discovered in 1959, the exploitation of wealth did not translate into benefits for the people. According to political analyst Thierry Meyssan, during the monarchy, the nation was mired in backwardness in education, health, housing, social security, among others.

The low literacy rates were shocking, according to Meyssan, only 250,000 inhabitants of the four million could read and write.

But it was in 1969 that the Senussi dynasty was overthrown by a group of officers led by Colonel Muammar al-Gaddafi who proclaimed true independence and removed the dominant foreign forces from the country.

One of Gaddafi’s immediate policies was to share the benefits and wealth to all Libyans.

Libya With Gaddafi

Since Gaddafi took power, oil has been the main resource in the hands of the leader of the newly proclaimed Libyan Arab Republic. The triumph of the 1969 revolution marked a paradigm shift, moving the new government to use its oil income to boost redistributive measures among the population, generating a new model of economic and social development for the country.

According to analysts, among the measures of “economic sovereignty” which drove Gaddafi’s policies were the nationalization of various Western oil companies such as British Petroleum (BP) and the creation of the National Oil Corporation (NOC), which characterized the configuration of a more socialist model.

Throughout Gaddafi’s tenure, ambitious social programs were launched in the areas of education, health, housing, public works and subsidies for electricity and basic foodstuffs. These policies led to a substantial improvement in the living conditions of Libyans, from being one of the poorest countries in Africa in 1969 to being the continent’s leader in its Human Development Index in 2011.

In fact, the United Nations Development Programme (2010) considered Libya a high-development country in the Middle East and North Africa. This translated status meant a literacy rate of 88.4 percent, a life expectancy of 74.5 years, gender equality, among several other positive indicators.

 

At the national level, Gaddafi was able to deal with two central dilemmas characteristic of Libyan society, on the one hand, the difficulty of exercising control over the tribes, and, on the other, the fragmentation of society into diverse and sometimes opposite tribal and regional groups.

Gaddafi had the ability to hold together these territories with little connection to each other. It is estimated that there are about 140 tribes in the Libyan territory, each with different traditions and origins.

At the international level, Pan-Arabism should be highlighted with the confrontation opened to the United States due to the opposition that Gaddafi exerted on the influence of this country, reaching closer ties with other Arab countries to carry out common policies of rejection of Washington’s policies on the Middle East and Africa.

The Libyan leader worked to strengthen ties with neighboring countries such as Egypt, Morocco, Syria, Tunisia, Chad, among others, as well as maintaining close relations with countries like France and Russia. Gaddafi also connected with Latin American countries such as Venezuela and Cuba, which led him to cultivate an extensive network of contacts and uncomfortable influence for Europe and the U.S.

By the time of his killing, Libya had the highest GDP per capita and life expectancy on the continent. Fewer people lived below the poverty line than in the Netherlands.

The Fall of Gadaffi

The citizen protests that began in Tunisia in December 2010 (Arab Spring) arrived a month later in neighboring Libya, although in a different way, as the mass and popular demonstrations that characterized Tunisia and Egypt were not replicated. In contrast, in Benghazi, where the anti-Gaddafi movement focused, Islamists groups predominated.

Some political analysts agree that in Libya there was never a mass movement on a national scale like the other countries, nor was there popular support to overthrow Gaddafi’s government.

However, the uprisings in Benghazi were enough for the U.N. Security Council and NATO to intervene on behalf of the Responsibility to Protect (Resolution 1973) and launched a bombing campaign between March and October 2011 that had a decisive impact on the assassination of Gaddafi.

According to Meyssan, NATO’s interference in the internal affairs of Libya and the overthrow of Gaddafi were not the result of a conflict between Libyans but to a long-term regional destabilization strategy for the whole group the Middle East.

Nine years after his death, residents in the chaos-wracked country’s capital have grown to miss the longtime leader as the frustrations of daily life mount.

“I hate to say it but our life was better under the previous regime,” Fayza al-Naas, a 42-year-old pharmacist told AFP in 2015, referring to Gaddafi’s rule. A sentiment shared by many Libyans, including those who opposed him at some point.

The economically and socially stable Libya under the Gaddafi versus a fragmented country, without a government, devastated by attacks, bombings, and continuous clashes, is the result of the NATO invasion in 2011. A conclusion that many regret supporting almost a decade later.

Source: https://www.telesurenglish.net/analysis/Libya-Before-and-After-Muammar-Gaddafi-20200115-0011.html

Il Kosovo è Serbia. NATO go home

15 dicembre 2019.
da solidnet.org

Traduzione di Marx21.it

26 Partiti Comunisti e Operai di tutto il mondo sottoscrivono la risoluzione presentata dal Nuovo Partito Comunista della Jugoslavia

Il Nuovo Partito Comunista della Jugoslavia sottolinea con questa risoluzione che 20 anni dopo la fine dell’aggressione criminale dell’imperialismo contro la Repubblica Federale di Jugoslavia nel 1999, il Kosovo Metohija rimane territorio occupato dal suo braccio militare – la NATO. Sia i serbi che gli albanesi subirono l’occupazione, così come tutti gli altri residenti nella provincia serba meridionale, dove oggi si trova la più grande base militare americana al di fuori degli Stati Uniti – BONDSTIL. Questa occupazione è il principale risultato di un’aggressione che ha causato oltre 4.000 vittime innocenti e causato danni materiali alla Jugoslavia per oltre $ 100 miliardi.

https://i1.wp.com/www.marx21.it/images/esteuropa/kosovoisserbia_murales.jpg


Il Nuovo Partito Comunista della Jugoslavia chiede alle truppe NATO occupanti di lasciare immediatamente il territorio della provincia serba meridionale e l’immediato ritorno del Kosovo Metohija alla sovranità della Serbia. Serbi e Albanesi in Kosovo devono unirsi nella lotta contro l’imperialismo e l’occupazione, seguendo l’illustre esempio degli eroi partigiani Bora e Ramiz nella lotta di liberazione durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il Nuovo Partito Comunista della Jugoslavia afferma che qualsiasi “demarcazione”, divisione, sostituzione di territori e idee simili che sono continuamente nell’agenda dei funzionari dell’imperialismo occidentale, ma anche di vari settori di governi nei Balcani, è inaccettabile. L’obiettivo principale dell’imperialismo occidentale è costringere le autorità di Belgrado a riconoscere i confini tra Serbia e Kosovo e l’appartenenza del Kosovo alle Nazioni Unite, il che è pure assolutamente inaccettabile.

Sottoscrivono la risoluzione i seguenti Partiti Comunisti e Operai

  1. PADS, Algeria
  2. Democratic Progressive Tribune, Bahrain
  3. Communist Party of Bangladesh
  4. Workers Party of Bangladesh
  5. Brazilian Communist Party
  6. Communist Party of Canada
  7. Socialist Workers’ Party of Croatia
  8. Communist Party of Bohemia and Moravia
  9. German Communist Party
  10. Communist Party of Greece
  11. Hungarian Workers Party
  12. Iraqi Communist Party
  13. Communist Party of Kurdistan-Iraq
  14. Communist Party of Israel
  15. Communist Party of Pakistan
  16. Palestinian Communist Party
  17. Palestinian Peoples Party
  18. Portuguese Communist Party
  19. Communist Party of the Russian Federation
  20. New Communist Party of Yugoslavia
  21. Communists of Serbia
  22. Communist Party of the Peoples of Spain
  23. Communists of Catalonia
  24. Communist Party of Ukraine
  25. Communist Party of Uruguay
  26. Communist Party of Venezuela

Preso da:http://www.marx21.it/index.php/comunisti-oggi/nel-mondo/30189-il-kosovo-e-serbia-nato-go-home

Il Summit lancia la Nato nello spazio, costi alle stelle

| Roma (Italia)

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Si svolge a Londra, il 4 dicembre, il Consiglio Nord Atlantico dei capi di stato e di governo che celebra il 70° anniversario della Nato, definita dal segretario generale Jens Stoltenberg «l’alleanza di maggiore successo nella storia».

Un «successo» innegabile. Da quando ha demolito con la guerra la Federazione Jugoslava nel 1999, la Nato si è allargata da 16 a 29 paesi (30 se ora ingloba la Macedonia), espandendosi ad Est a ridosso della Russia. «Per la prima volta nella nostra storia – sottolinea Stoltenberg – abbiamo truppe pronte al combattimento nell’Est della nostra Alleanza». Ma l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico è andata oltre, estendendo le sue operazioni belliche fin sulle montagne afghane e attraverso i deserti africani e mediorientali.
Ora la Grande Alleanza mira più in alto. Al Summit di Londra – preannuncia Stoltenberg – i leader dei 29 paesi membri «riconosceranno lo spazio quale nostro quinto campo operativo», che si aggiunge a quelli terrestre, marittimo, aereo e ciberspaziale.
«Lo spazio è essenziale per il successo delle nostre operazioni», sottolinea il segretario generale lasciando intendere che la Nato svilupperà un programma militare spaziale. Non fornisce ovviamente dettagli, informando però che la Nato ha firmato un primo contratto da 1 miliardo di dollari per modernizzare i suoi 14 aerei Awacs. Essi non sono semplici aerei-radar ma centri di comando volanti, prodotti dalla statunitense Boeing, per la gestione della battaglia attraverso i sistemi spaziali.
Certamente quasi nessuno dei leader europei (per l’Italia il premier Conte), che il 4 dicembre «riconosceranno lo spazio quale nostro quinto campo operativo», conosce il programma militare spaziale della Nato, preparato dal Pentagono e da ristretti vertici militari europei insieme alle maggiori industrie aerospaziali. Tantomeno lo conoscono i parlamenti che, come quello italiano, accettano a scatola chiusa qualsiasi decisione della Nato sotto comando Usa, senza preoccuparsi delle sue implicazioni politico-militari ed economiche.
La Nato viene lanciata nello spazio sulla scia del nuovo Comando spaziale creato dal Pentagono lo scorso agosto con lo scopo, dichiarato dal presidente Trump, di «assicurare che il dominio americano nello spazio non sia mai minacciato». Trump ha quindi annunciato la successiva costituzione della Forza Spaziale degli Stati uniti, con il compito di «difendere i vitali interessi americani nello spazio, il prossimo campo di combattimento della guerra». Russia e Cina accusano gli Usa di aprire così la via alla militarizzazione dello spazio, avvertendo di avere la capacità di rispondere. Tutto ciò accresce il pericolo di guerra nucleare.
Anche se non si conosce ancora il programma militare spaziale della Nato, una cosa è certa: esso sarà estremamente costoso. Al Summit Trump premerà sugli alleati europei perché portino la loro spesa militare al 2% o più del pil. Finora lo hanno fatto 8 paesi: Bulgaria (che l’ha portata al 3,25%, poco al di sotto del 3,42% degli Usa), Grecia, Gran Bretagna, Estonia, Romania, Lituania, Lettonia e Polonia. Gli altri, pur rimanendo al di sotto del 2%, sono impegnati ad aumentarla. Trainata dall’enorme spesa Usa – 730 miliardi di dollari nel 2019, oltre 10 volte quella russa – la spesa militare annua della Nato, secondo i dati ufficiali, supera i 1.000 miliardi di dollari. In realtà è più alta di quella indicata dalla Nato, poiché non comprende varie voci di carattere militare: ad esempio quella delle armi nucleari Usa, iscritta nel bilancio non del Pentagono ma del Dipartimento dell’Energia.
La spesa militare italiana, salita dal 13° all’11° posto mondiale, ammonta in termini reali a circa 25 miliardi di euro annui in aumento. Lo scorso giugno il governo Conte I vi ha aggiunto 7,2 miliardi di euro, forniti anche dal Ministero per lo sviluppo economico per l’acquisto di sistemi d’arma. In ottobre, nell’incontro col Segretario generale della Nato, il governo Conte II si è impegnato ad aumentarla stabilmente di circa 7 miliardi di euro annui a partire dal 2020 (LaStampa, 11 ottobre 2019).
Al Summit di Londra saranno richiesti all’Italia altri miliardi in denaro pubblico per finanziare le operazioni militari della Nato nello spazio, mentre non si trovano i soldi per mantenere in sicurezza e ricostruire i viadotti che crollano.

Fonte
Il Manifesto (Italia)