Una crisi di rifugiati prodotta dagli USA

di Malachia Paperoga

Philip Giraldi, ex ufficiale della CIA e direttore esecutivo del “Council for the National Interest”, fa una pesante autocritica alla politica estera USA e al suo legame con la crisi dei rifugiati. Il mainstream finge di ignorare che tale politica è la principale causa della crisi dei rifugiati, e tenta di scaricarne la responsabilità e il peso su chi è chiamato ad accoglierli. Questa manipolazione della verità che esenta da colpe i carnefici e cerca di riscrivere la storia, ricorda all’autore il romanzo di Orwell “1984” dove tutte le verità scomode finiscono bruciate nel “buco della memoria” per scomparire dal sapere collettivo.

Di Philip Giraldi, 9 settembre 2015


Il 29 aprile 2008, ho avuto una folgorazione come quella di San Paolo sulla via per Damasco. Avevo aperto il Washington Post e lì, in prima pagina, c’era una foto a colori di un ragazzo iracheno di due anni, chiamato Ali Hussein, che veniva estratto dalle macerie di una casa che era stata distrutta dai missili americani. Il ragazzo indossava pantaloncini e maglietta e aveva infradito ai suoi piedi. La testa era piegata all’indietro in una posizione che rivelava immediatamente allo spettatore la sua morte.
Quattro giorni più tardi, il 3 maggio, una lettera proveniente da Dunn Loring, Virginia di una donna chiamata Valerie Murphy è stata pubblicata dal Post. La Murphy sosteneva che l’immagine del bambino iracheno ucciso non avrebbe dovuto essere pubblicata, perché aveva “rinfocolato l’opposizione alla guerra e nutrito un sentimento anti-americano”. Suppongo che il giornale pensasse che fosse una buona par condicio pubblicare questa lettera, anche se non posso fare a meno di ricordare che il neoconservatore Post era stato generalmente riluttante nel pubblicare gli elementi contrari alla guerra, arrivando a ignorare un raduno di 300.000 manifestanti a Washington nel 2005. Rileggendo la lamentela della donna e anche un commento su un sito Web, che suggeriva che la foto del bambino morto fosse stata una messa in scena, ho pensato tra me e me: “che mostri che siamo diventati”. E davvero eravamo diventati mostri. Mostri bipartisan avvolti nella bandiera americana. Il segretario di stato di Clinton, Madeleine Albright, una volta disse che “era valsa la pena” di uccidere 500.000 bambini iracheni tramite le sanzioni. Oggi la Albright è una rispettata ed esperta statista coinvolta nella campagna presidenziale di Hillary Clinton.
Ho avuto un’altra epifania (ossia “rivelazione” ndVdE) la scorsa settimana quando ho visto la foto del bambino siriano Aylan Kurdi che galleggiava su una spiaggia turca come un relitto. Indossava una maglietta rossa e scarpe da ginnastica nere. Ho pensato che molti americani avrebbero scosso la testa guardando la foto ma poi avrebbero pensato ad altro, più preoccupati del debutto di Stephen Colbert sul Late Show e dell’inizio della stagione di football.
Questo ragazzino è uno delle centinaia di migliaia di rifugiati che stanno cercando di arrivare in Europa. Il mondo dei media sta seguendo la crisi concentrandosi principalmente sull’incapacità dei governi locali, impreparati ad affrontare i numeri dei migranti, e chiedendo perché qualcuno, da qualche parte, non “fa qualcosa” (il buon vecchio “qualcosismo” che conosciamo molto bene ndVdE). Ciò significa che in qualche modo, di conseguenza, la grande tragedia umana è stata ridotta a una statistica e, inevitabilmente, a una partita di football politica.
Sopraffatta dalle migliaia di aspiranti viaggiatori, l’Ungheria ha sospeso i treni diretti verso l’Europa occidentale mentre paesi come la Serbia e la Macedonia hanno schierato i loro militari e la polizia lungo i loro confini in un tentativo fallito di bloccare completamente i rifugiati. L’Italia e la Grecia sono state sopraffatte dai migranti che arrivano dal mare. La Germania, a suo merito, ha intenzione di accogliere fino a 800.000 richieste di asilo di rifugiati, principalmente dalla Siria, mentre anche l’Austria e la Svezia hanno manifestato la loro disponibilità ad accettarne molti altri (va detto però che la situazione è in rapida evoluzione ndVdE). Gli immediati vicini della zona del conflitto, in particolare la Turchia, il Libano e la Giordania stanno ospitando più di 3 milioni di persone in fuga, ma i ricchi paesi arabi del Golfo e l’Arabia Saudita hanno fatto poco o nulla per aiutare.
Crescono le richieste di una strategia unitaria europea per affrontare il problema, inclusi l’istituzione di confini a tenuta stagna e la dichiarazione che i mari al largo dei punti di partenza più utilizzati in Nord Africa e in Asia diventino zone militari dove navi e viaggiatori senza documenti saranno intercettati e portati indietro. Dobbiamo anche considerare la possibilità che la crisi dei rifugiati potrebbe essere sfruttata da alcuni politici europei per giustificare un intervento “umanitario” della NATO di qualche tipo in Siria, una mossa che dovrebbe essere supportata da Washington. Ma mentre continuano i battibecchi e le schermaglie, aumenta il conto dei morti. La recente scoperta di 71 aspiranti immigranti, morti soffocati nel retro di un camion bloccato trovato in Austria, inclusi cinque bambini e un neonato, hanno sconvolto il mondo. E questo era prima del bambino di tre anni morto sulla spiaggia turca.
Molti degli aspiranti immigrati sono giovani uomini in cerca di lavoro in Europa, un fenomeno consueto, ma la maggior parte dei nuovi arrivati sono famiglie che sfuggono agli orrori della guerra in Siria, Iraq, Afghanistan e Yemen. La situazione è stata descritta nei media in termini grafici, famiglie che arrivano con niente e non si aspettano nulla, che fuggono da condizioni anche peggiori a casa loro.
Gli Stati Uniti hanno accolto solo un piccolo numero di rifugiati e la sempre volubile Casa Bianca è stata insolitamente tranquilla riguardo al problema, forse rendendosi conto che accogliere un sacco di stranieri sfollati, in un momento in cui c’è un sempre più acceso dibattito sulla politica di immigrazione in generale, semplicemente potrebbe non essere una buona mossa, politicamente parlando. Ma forse dovrebbe prestare qualche attenzione a ciò che ha causato il problema in primo luogo, un po’ di introspezione che è largamente carente sia nei media mainstream sia nei politici.
Infatti, assegnerei a Washington la maggior parte della colpa per ciò che sta accadendo in questo momento. Visto che la classe dominante è particolarmente abituata a dare giudizi basati su dati numerici, potrebbe essere interessata a conoscere il prezzo della guerra globale dell’America al terrore . Secondo una stima non irragionevole, oltre 4 milioni di musulmani sono morti o sono stati assassinati a seguito dei conflitti in corso che Washington ha avviato o di cui ha fatto parte dal 2001.
Ci sono, inoltre, milioni di sfollati che hanno perso le loro case e i mezzi di sussistenza, molti dei quali sono tra l’onda umana che sta attualmente abbattendosi sull’Europa. Ci sono attualmente circa 2.590.000 rifugiati che hanno abbandonato le loro case dall’Afghanistan, 370.000 dall’Iraq, 3.880.000 dalla Siria e 1.100.000 dalla Somalia. L’agenzia dei rifugiati delle Nazioni Unite prevede almeno 130.000 rifugiati dallo Yemen, dato che i combattimenti in quel paese si intensificano.Una cifra compresa tra 600.000 e 1 milione di libici stanno vivendo precariamente nella vicina Tunisia.
Il numero di sfollati all’interno di ogni paese è all’incirca doppio rispetto al numero di coloro che sono effettivamente scappati e stanno cercando di risistemarsi fuori dalle loro patrie. Molti di questi ultimi finiscono in accampamenti temporanei gestiti dalle Nazioni Unite, mentre gli altri stanno pagando dei criminali per farsi trasportare in Europa.
Un dato significativo è che i paesi che hanno generato la maggior parte dei rifugiati sono tutti luoghi dove gli Stati Uniti hanno invaso, rovesciato governi, supportato insurrezioni o sono intervenuti in una guerra civile. L’invasione dell’Iraq ha creato un vuoto di potere che ha messo il terrorismo al comando nel cuore del mondo arabo. Il sostegno ai ribelli in Siria ha solo aggravato la situazione del paese. L’Afghanistan continua a sanguinare 14 anni dopo che gli Stati Uniti sono arrivati e hanno deciso di creare una democrazia. La Libia, che era relativamente stabile quando intervennero gli Stati Uniti e i loro alleati, è ora nel caos, un caos che sta debordando nell’Africa sub-sahariana.
Ovunque le persone fuggono la violenza, fatto che, tra gli altri “benefici”, ha praticamente cancellato l’antica presenza cristiana in Medio Oriente. Anche se mi rendo conto che il problema dei rifugiati non può essere addebitato completamente a una sola parte, molti di quei milioni sarebbero vivi e i rifugiati sarebbero per la maggior parte nelle loro case, se non fosse stato per le catastrofiche politiche interventiste perseguite dalle amministrazioni sia democratiche sia repubblicane degli Stati Uniti.
Forse è venuto il momento per Washington di cominciare a diventare responsabile di ciò che fa. I milioni di persone che vivono duramente o in tende, se sono fortunati, hanno bisogno di aiuto, e non basta che la Casa Bianca si trinceri nel suo silenzio, una posizione che sembra suggerire che i rifugiati siano in qualche modo un problema di qualcun altro. Essi sono, in effetti, un nostro problema. Un briciolo di onestà da parte del presidente Barack Obama sarebbe apprezzato, magari un’ammissione che le cose non sono andate esattamente come previsto dalla sua amministrazione e da quella del suo predecessore. E servono soldi. Washington spende miliardi di dollari per combattere guerre che non andrebbero combattute e per sostenere finti alleati in tutto il mondo. Tanto per cambiare potrebbe essere una soddisfazione vedere il denaro dei contribuenti speso in qualcosa di buono, collaborando con gli Stati più colpiti nel Medio Oriente e in Europa per riassestare i senzatetto e facendo un vero sforzo per concludere positivamente i negoziati atti a porre fine ai combattimenti in Siria e Yemen, che possono solo avere esiti indicibilmente brutti se dovessero continuare sulla strada attuale.
Ironia della sorte, i falchi americani stanno sfruttando l’immagine del ragazzo siriano morto per incolpare gli europei per la crisi umanitaria, chiedendo nel frattempo anche uno sforzo decisivo per deporre Bashar al-Assad. Nel Washington Post dello scorso venerdì l’editoriale principale si intitolava “L’abdicazione dell’Europa” e inoltre c’era un editoriale indipendente di Michael Gerson che sollecitava un cambiamento immediato del regime in Siria, dando la colpa della crisi esclusivamente a Damasco. L’editoriale inveiva contro gli europei “razzisti” riguardo la situazione dei rifugiati. E non è chiaro come Gerson, un neoconservatore evangelico, ex autore dei discorsi di George W. Bush, possa credere che permettere alla Siria di cadere in mano all’ISIS porterebbe vantaggi a qualcuno.
Noi americani ci stiamo avvicinando a qualcosa simile alla completa negazione di come sia veramente orribile l’impatto recente che la nostra nazione ha avuto sul resto del mondo. Siamo universalmente odiati, anche da coloro che stendono la mano per ricevere la loro mancetta, e il mondo sta senza dubbio scuotendo la testa mentre ascolta la bile che esce dalla bocca dei nostri candidati presidenziali. Shakespeare ha osservato che il “male che gli uomini fanno, sopravvive dopo di loro,” ma non conosceva gli Stati Uniti. Noi scegliamo di mascherare le cattive scelte che facciamo, e poi raccontiamo bugie per giustificare e attenuare i nostri crimini. E nonostante questo, il male che facciamo alla fine scompare nel “buco della memoria”. Letteralmente.
Mentre scrivevo questo pezzo ho guardato Ali Hussein, il bambino iracheno che è stato ucciso dalla bomba americana. E’ stato “obliato” da Google, così come pure la sua foto, presumibilmente perché la sua morte non si accordava col politicamente corretto. Verosimilmente, è stato allo stesso modo eliminato dall’archivio del Washington Post. Immediatamente, mi è venuta in mente la vicenda di Winston Smith in “1984” di Orwell.

Preso da: http://vocidallestero.it/2015/09/14/una-crisi-di-rifugiati-prodotta-dagli-usa/

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Così hanno ridotto la Libia; così vogliono ridurre la Siria

9 ottobre 2015

WE CAME, WE SAW, HE DIED
we came we saw he died
C’è un pezzo della storia dei nostri giorni che mostra, simbolicamente, l’arroganza impietosa ed il cinismo con cui l’Occidente ha generato l’attuale disastro Mediorientale; è  un video di cui riportiamo solo la parte finale.
È il 20 ottobre del 2011 e Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, sta per iniziare un’intervista televisiva quando viene raggiunta dalla notizia della “morte” del leader libico Muammar Gheddafi.


La reazione della signora è l’emblema dell’irresponsabilità di una classe politica che sta facendo dei danni irreparabili. La Clinton, nel fuori-onda, esulta, non riesce a trattenere la sua contentezza; poi, davanti alla giornalista che sta per intervistarla, con l’entusiasmo di chi sa che ha vinto la sua guerra personale, esclama, parafrasando nientemeno che Giulio Cesare: “we came, we saw, he died” (siamo venuti, abbiamo visto e lui è morto), convinta che la storia avrebbe appuntato a lei e al suo Governo l’ennesima medaglia da “liberatori”.
In quel momento, secondo la retorica dei politici umanitari, un bieco dittatore era stato eliminato e i musicanti delle orchestrine occidentaliste suonavano le loro serenate sulla nuova Libia che sarebbe nata democratica e libera
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ECCO LA NUOVA LIBIA!
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Bene, ora guardate quest’altro video, agghiacciante. E’ la prima parte di un documento eccezionale pubblicato su ViceNews.
Sono le immagini di un campo profughi alle porte di Tripoli, gestito dalle milizie jihadiste, i famosi “ribelli moderati” armati e finanziati dagli americani, che ormai controllano buona parte della Libia.
Sono scene incredibili, racconti impressionanti di persone fuggite dal Sudan, dalla Nigeria, dal Ciad e arrivati, attraverso il deserto, in Libia nel viaggio della speranza che per molti di loro è finito lì. Donne e bambini distrutti dalle violenze e dalla paura, uomini denutriti o disidratati; insomma profughi veri non come molti di quelli che arrivano da noi armati di iPhone, occhiali Ray-Ban e perfetto inglese.
Le immagini mostrano come sono trattati: picchiati, frustati, lasciati senza acqua e senza cibo dentro veri e propri lager; usati come mezzi di scambio dalle milizie locali che gestiscono la nuova tratta degli schiavi.
Ecco, questa è la nuova Libia liberata dalle bombe della Nato.
UNA GUERRA SPORCA
Ancora oggi, emergono particolari inediti su come sia stata manipolata la verità sulla Libia e come quella guerra sia una vergogna di cui l’America e l’Occidente rischiano di pagare un prezzo salatissimo.
L’ultima inchiesta in questi giorni: Fox News ha reso pubbliche le mail che documentano come, fino al giorno prima dell’inizio dei bombardamenti Nato, Saif Gheddafi, il figlio del rais, abbia cercato disperatamente di contattare la Casa Bianca per trovare una soluzione pacifica alla guerra civile; una resa che garantisse una transizione democratica vera al suo paese in cambio della cessione del potere. Tutto inutile. La Clinton e Obama volevano quella guerra, volevano abbattere Gheddafi ben sapendo che non c’era nessuna pianificazione democratica per la Libia, ma solo il caos (lo abbiamo raccontato in questo video)
LE MANIPOLAZIONI DELLA CIA
Mesi fa siamo stati tra i pochi in Italia (forse unici) a raccontare un’altra inchiesta: quella secondo cui il Dipartimento di Stato americano e la Cia avrebbero manipolato i report sulla Libia per convincere la Casa Bianca (e il mondo) che Gheddafi stava violando i diritti umani e imporre l’intervento militare. Questo nonostante le organizzazioni umanitarie (Amnesty International in primis) avessero dichiarato che non era vero e che semmai erano i ribelli filo-americani a compiere fucilazioni di massa, torture, deportazioni. Ed al Pentagono (cioè i militari di scuola realista che erano contrari alla guerra) cercavano di convincere Obama che era una follia abbattere Gheddafi.
MENESTRELLI DOVE SIETE?
Ora, di fronte a quelle immagini di profughi, dove sono i grandi intellettuali, i menestrelli delle bombe umanitarie che sui media occidentali ci spiegavano che armando i leggendari “ribelli moderati” (una delle più fantasmagoriche invenzioni hollywoodiane applicata alla politica), noi avremmo consegnato la Libia alla democrazia e alla libertà e difeso i diritti umani? Si sono forse nascosti per la vergogna? No, si sono semplicemente spostati di 2000 km; in Siria, a raccontare le stesse scemenze e a propagandare le stesse menzogne.
Perché quello che è avvenuto in Libia lo si è cercato di riprodurre in Siria con lo stesso identico schema. C’è una lucida volontà di annientamento di paesi sovrani, dietro la retorica umanitaria di chi è alleato a dittature più orribili e repressive di quelle che governano quei paesi.
Per depredare una nazione delle sue ricchezze bisogna ridurla in macerie e cancellare ogni autorità legittima e sovrana. Questo volevano le centrali di potere a cui Washington, Londra e Parigi si sono piegate. Questo hanno fatto in Libia. Questo hanno provato a fare in Siria; ma, qui, per ora, i loro piani non stanno funzionando.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

Preso da: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2015/10/09/cosi-hanno-ridotto-la-libia-cosi-vogliono-ridurre-la-siria/#

UNA VITA PER L’EUROPA (E L’ALTA FINANZA), UN LIBRO DI COUDENHOVE-KALERGI

Postato il Giovedì, 01 ottobre @ 11:20:00 BST di davide

DI FEDERICO DEZZANI
federicodezzani.altervista.org
In concomitanza alla recente esplosione di flussi migratori, è stato spesso citato dalla pubblicistica non ufficiale il cosiddetto “piano Kalergi”, l’inondazione programmata del Vecchio Continente da parte di popolazioni allogene. Il piano deve il suo nome al conte Richard Coudenhove-Kalergi che nel libro del 1925 “Praktischer Idealismus” ragiona sul futuro dell’umanità e sulla scomparsa delle razze. Le idee di questo padre nobile dell’Unione Europea, più che il frutto di riflessioni personali, germinano dall’humus dell’alta finanza anglofona di cui Coudenhove-Kalergi è un semplice alfiere: dalla sua biografia emergono il machiavellismo e la tenacia con cui i banchieri internazionali inseguono nei secoli gli Stati Uniti d’Europa.

Richard Coudenhove-Kalergi, un Mario Draghi ante litteram
Si riversano incessantemente flussi di immigrati in Europa, prima introdotti solo attraverso la “tratta mediterranea” che li ammassava essenzialmente in Italia e Grecia e ora anche lungo la “via balcanica” che li conduce fino in Germania, sinora protetta dai rilievi alpini dalle destabilizzazioni angloamericane in Medio Oriente. È un flusso apparentemente senza sosta, di cui nessuno giornalista, intellettuale o politico (tranne Vladimir Putin, ma siamo già fuori dal regime UE/NATO) indaga sulle lapalissiane cause, ovvero la scientifica somalizzazione di Libia, Siria, Iraq e Nigeria. Si preferisce piuttosto venderlo come ineluttabile, come l’alternarsi del dì e della notte, dell’inverno e dell’estate.
Si direbbe che i nostri politici recitino addirittura un copione, perché il vocabolario è piuttosto monotono e ricorrono spesso le stesse parole per commentare le migrazioni in atto, tra cui la più gettonata è senza dubbio “epocale”: la UE deve “decidere come affrontare questa emergenza che probabilmente tale non la si può chiamare perché in realtà rappresenta qualcosa di epocale”, esorta il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nell’estate del 20141; “la crisi delle migrazioni rappresenta un’urgenza epocale per le dimensioni del fenomeno e per la sua drammaticità su cui l’Europa sta solo adesso iniziando a sviluppare una politica comune” ammonisce nella primavera del 2015 il neo presidente Sergio Mattarella2, ospite della London School of Economics (e la sede è tutto fuorché causale, essendo il LSE uno dei santuari della finanza anglofona che dai tempi del conte Coudenhove-Kalergi sovraintende all’unificazione europea).
Nel pieno dell’emergenza non solo poi i governi europei evitano di risolvere alla radice il problema, contribuendo alla pacificazione di quei paesi dove gli angloamericani e gli israeliani seminano tempesta, ma addirittura esecutivi più o meno legittimati, tipico è l’esempio italiano, si industriano per incentivare l’immigrazione, prima recependo le sentenze della Corte UE che aboliscono il reato di clandestinità e poi sostituendo lo ius sanguinis (retaggio dell’Europa delle nazioni che si vuole cancellare) con lo ius soli (tradizione delle costituzioni di matrice massonica come quella americana e francese).
A dare manforte alla politica è ancora la finanza internazionale che, in stretta coordinazione con i media, accompagna le recenti ondate di profughi e clandestini profondendosi in elogi per le politiche di accoglienza.
L’eurozona galleggia a stento sui marosi dell’economia internazionale? La crisi economica ha causato un crollo delle nascite che in Italia non si registrava dalla Prima Guerra Mondiale3? La disoccupazione si attesta a livelli record e le fasce più giovani e dinamiche del Sud Europa lasciano a frotte i loro Paesi?  Non ha nessuna importanza: secondo un rapporto di Bloomberg dei primi di settembre, cui i media danno grande eco, servono 40 milioni di “nuovi europei” entro il 2020 e 250 milioni entro il 2060 per garantire l’attuale benessere europeo4. Se i lavoratori europei sono costretti a tagliare persino sul concepimento dei figli a causa dell’eurocrisi e, da vere anticaglie dell’Ottocento, pretendono ancora salari decenti per mantenere la famiglia, è molto più economico sostituirli con una giovane forza lavoro abituata a standard di vita africani (qualcuno ha forse promesso che l’universalismo massonico si realizzi secondo stili di vita occidentali?).
Di fronte alle palesi responsabilità dell’establishment euro-atlantico nell’innescare i flussi migratori, alla passività dei governi europei di fronte al fenomeno ed al palese appoggio di certi ambienti finanziari, in questi ultimi mesi è stato più volte citato il piano Kalergi, ovvero il progetto di sostituire le attuali nazionalità europee con un meticciato di più razze.
Il nome deriva dal conte Richard Coudenhove-Kalergi (1894-1972) che nella sua opera filosofica “Praktischer Idealismus” del 1925 (consultabile in tedesco5 ed in una più abbordabile versione francese6) discetta sul futuro dell’Europa e del mondo.Da questa opera è tratto il passo addotto da chi vuole dimostrare come l’attuale immigrazione in massa verso l’Europa corrisponda allo scopo ben preciso di cancellare le nazionalità:

L’humain du lointain futur sera un métis. Les races et les castes d’aujourd’hui seront victimes du dépassement toujours plus grand de l’espace, du temps et des préjugés. La race du futur, négroïdo-eurasienne, d’apparence semblable à celle de l’Egypte ancienne, remplacera la multiplicité des peuples par une multiplicité des personnalités. (…) L’humain noble du futur ne sera ni féodal ni juif, ni bourgeois ni prolétaire : il sera synthétique. Les races et les classes, dans le sens d’aujourd’hui, disparaîtront, les personnalités demeureront (le personalità sopravviveranno – NDR).

Niente razze, niente classi sociali, niente confessioni, una lingua comune, un governo universale, una moneta mondiale ed in cambio la personalità dell’uomo “neutro” declinata in tutte le sfaccettature possibili (dalle enne sessualità agli stili di vita più disparati): il classico universalismo massonico di cui Coudenhove-Kalergi si fa interprete.
Il fatto che l’autore sia stato uno dei più infaticabili ed energici sostenitori dell’unificazione dell’Europa e degli Stati Uniti d’Europa, nel primo e nel secondo dopoguerra, non deve trarre in inganno: ad essere implementati oggi non sono i disegni del conte Coudenhove-Kalergi, quanto piuttosto i disegni massonici di cui il nobiluomo è venuto a conoscenza e, dopo averli assimilati, ne è diventato un fervente alfiere.
Coudenhove-Kalergi scrive nel 1923 il celebre libro Paneuropa, assorto rapidamente a fulcro della sua attività politica-lobbistica, tanto che tutti i libelli e le opere divulgative del conte e dal suo entourage sono prodotte dalla casa editrice Paneuropa Verlag; con lo stesso nome di Paneuropa è chiamato anche  il movimento dove confluiscono i primi sostenitori e fondi per l’Europa unita.
Di Paneuropa e della propria rutilante vita, Coudenhove-Kalergi discetta nell’autobiografia “Una vita per l’Europa” (Ferro Edizioni 1965, edizione originale Verlag Kurt Desch 1958), facilmente consultabile presso qualche biblioteca civica o nazionale (noi l’abbiamo letta con grande interesse). L’opera è fonte di curiose informazioni sia per quanto concerne la sfarzosa, cosmopolita e mondana esistenza del conte, sia per quanto riguarda gli interessi che guidano l’unificazione europea, culminata nel 2002 coll’introduzione della moneta unica e la seguente, prevedibile, crisi dell’euro, che avrebbe dovuto sfociare negli Stati Uniti d’Europa: è di questi giorni l’ennesimo appello del venerabile governatore della BCE Mario Draghi per la creazione di “un centro politico”, di un “Tesoro europeo7, indispensabile per uscire dai marosi dell’eurocrisi.
Leggendo la biografia si può affermare che Coudenhove-Kalergi , lungi dall’essere l’uomo mefistofelico che progetta di sommergere l’Europa con orde di africani e asiatici, è piuttosto un Mario Draghi ante-litteram: un ambizioso uomo di mondo, con una naturale predisposizione agli intrighi, massone di alto grado, dotato di ottime entrature nella finanza anglofona, con una certa familiarità con l’esoterismo e felicemente appagato dai suoi servigi al Potere.
Perché il vero potere non è certo in mano ai vari Coudenhove-Kalergi, Mario Monti o Mario Draghi, semplici esecutori di direttive: la forma di potere più pura e concentrata, per quanto ci è dato di sapere, è emanata dal cosiddetto Round Table, l’organizzazione che, racchiudendo i papaveri i papaveri della City e di Wall Street fautori di un governo sinarchico, controlla a catena il Council on Foreign Relations, il Royal Institute of International Affairs, il Gruppo Bilderberg, la Commissione Trilaterale, l’Istituto Affari Internazionali, il Club di Roma, il London School of Economics, l’European Council on Foreign Relations etc. etc.: scopo di questa organizzazione è la creazione della cosiddetta Terza Europa (dopo l’impero romano ed il Sacro romano impero) sotto l’egemonia della finanza anglofona.
Nell’autunno del 1940, ospite in America del Council on Foreign Relations (lo stesso dinnanzi cui il premier Matteo Renzi ha sfoggiato8 il suo inglese da “Totò, Peppino e la malafemmena”), il conte Coudenhove-Kalergi espone le sue idee sulla guerra in corso:

Se vincerà Hitler, ci sarà un’Europa fascista sotto un regime tedesco; se vincerà Stalin, l’Europa sarà bolscevica sotto un regime sovietico; se vincerà Churchill, ci sarà un’Europa democratica sotto un regime anglosassone.

Hitler è sconfitto nel 1945, l’URSS si dissolve nel 1991 e con la firma del Trattato di di Maastricht nel 1992 inizia ufficialmente l’Europa unita sotto il regime anglosassone. Leggere Una vita per l’Europa di Coudenhove-Kalergi consente quindi di capire gli interessi dietro l’attuale processo di unificazione del continente, i meccanismi impiegati per raggiungere l’obbiettivo e le difficoltà che rendono tuttora problematica la nascita degli Stati Uniti d’Europa, nonostante gli sforzi dei vari Draghi o Mattarella.
Una vita per l’Europa (a spese dei Rothschild)
I primi capitoli di “Una vita per l’Europa” sono quelli meno interessanti dal punto di vista politico ma permettono di inquadrare bene Coudenhove-Kalergi sotto il profilo sociale e culturale.
Sua madre è figlia di un mercante d’arte giapponese in affari con gli occidentali, il padre, Heinrich Coudenhove-Kalergi, è incaricato d’affari presso l’ambasciata dell’Austria-Ungheria: così portato per le lingue da conoscerne diciotto, Heinrich è l’ultimo discente di un nobile casato dalle mille ramificazioni, austro-olandesi per quanto concerne i Coudenhove e bizantino-veneziane per quanto riguarda i Kalergi.
Secondo di sette figli, Richard Coudenhove-Kalergi nasce nel 1894 a Tokyo, ma i suoi legami con il Sol Levante sono piuttosto labili, tanto che non imparerà mai la lingua materna: trasferitosi con la famiglia in Europa all’età di due anni, il giovane è Richard è educato secondo l’etichetta della nobiltà austriaca. Il padre rinuncia alla carriera diplomatica per dedicarsi alla famiglia ed alla gestione della tenuta di Ronsperg (ora in Repubblica Ceca), oltre che agli amati studi storico-filosofici: al figlio trasmette in particolare la grande passione per l’ebraismo che, absit iniuria verbis, faciliterà non poco l’emergere di Richard nell’ambiente della finanza anglofona.
Morto il padre nel 1906, Richard si trasferisce per qualche tempo a Bressanone per frequentare il ginnasio degli Agostiniani: ospite col fratello presso amici di famiglia, il giovane conte inizia il suo personale percorsonell’occultismo (“In quegli anni appresi molto delle cose tra cielo e terra delle quali non si parla a scuola: di oroscopi e sedute spiritiche, di chiaroveggenza e apparizioni di spiriti, di chiromanzia e grafologia. Un mondo nuovo si schiudeva davanti a noi”) che culmina nel 1921 con l’iniziazione alle loggia massonica Humanitas di Vienna.
Entrato nel 1908 all’Accademia Teresiana, Richard cresce tra i futuri dirigenti dell’Austria-Ungheria, impero, peraltro, verso cui l’autore del libro non nutre particolare affezione (ma forse hanno inciso ex-post le sue amicizie massoniche) nonostante i Coudenhove-Kalergi abbiano accumulato le proprie fortune servendo per secoli gli Asburgo: mentre i proletari di Vienna e Budapest muoiono per difendere la corona imperiale, Richard, esonerato dal servizio militare grazie ad una provvidenziale (e sospetta) malattia polmonare, trascorre amenamente la guerra tra villeggiature sulle Alpi e gli spettacoli teatrali della moglie, la famosa attrice Ida Roland.
Il suo interesse per l’andamento del conflitto è ravviato solo dalla comparsa sulla scena del presidente Woodrow Wilson e del suo misterioso braccio destro, il colonnello Edward M. House, che attraverso i famosi 14 punti e la fondazione della Società delle Nazioni, guidano il primo tentativo di riassetto globale secondo i principi della sinarchia.
Tra il 1919 ed il 1923 (in concomitanza alla sua iniziazione alla loggia Humanitas), Richard partorisce l’idea di una federazione dell’Europa, idea peraltro che i frammassoni coltivano dagli anni delle guerre napoleoniche: ispirato dall’opera Pan-Amerika del Nobel per la pace Alfred Hermann Fried, Coudenhove-Kalergi dà alla propria iniziativa il nome di Paneuropa, temendo che la dicitura Stati Uniti d’Europa impaurisca le cancellerie, evocando un governo centrale troppo prematuro.
Non c’è però alcun dubbio che l’obbiettivo ultimo sia quello di ottenere nel minore tempo possibile un governo federale simile a quello statunitense: moneta unica, abbattimento delle dogane, esercito federale per fronteggiare la Russa sovietica (“Il minaccioso pericolo russo era il terzo argomento a favore di Paneruropa. (…) Soltanto l’unione dei trecento milioni di europei in un comune sistema di difesa poteva salvare la pace di fronte ai centocinquanta milioni di sovietici).
Nell’estate del 1922 Coudenhove-Kalergi scrive il primo articolo sulla questione europea e nei primi anni del 1923, ritiratosi in un castello dell’alta Austria, concepisce il libro Paneuropa che appare al pubblico nell’ottobre seguente: sulla copertina della prima edizione troneggia il simbolo del movimento, la “croce solare”. La pubblicazione del libro coincide con l’avvio dell’attività di proselitismo per la costituzione degli Stati Uniti d’Europa: la diffusione dei libri, l’attività di lobby, i frequenti viaggi e l’organizzazione di manifestazioni, però, costano, e tanto.
Chi finanzia il neonato movimento Unione Paneuropa? Risponde lo stesso Coudenhove-Kalergi:

“Nel 1924 ricevemmo un appello telefonico del barone Louis Rothschild: un suo amico, Max Warburg di Amburgo, aveva letto il mio libro e voleva conoscerci. Con mia grande meraviglia Warburg mi offrì spontaneamente sessantamila marchi oro per dare avvio al movimento nei primi tre anni”.

Il 40enne Coudenhove-Kalergi, l’aristocratico che frequenta i salotti buoni di Vienna e si diletta in opere filosofiche, parrebbe inserito (la biografia glissa sul come) ai massimi livelli della finanza anglofona, in diretto contatto con le più prestigiose famiglie che siedono nel Round Table, vero motore dell’unificazione europea sin dalle origini: un membro austriaco della famiglia Rothschild, Louis Nathaniel (1882-1955), introduce Richard al banchiere Max Moritz (1867-1946) della celebre famiglia Warburg, che ha costruito una fortuna tra la Germania e gli Stati Uniti. Quando l’anno successivo, nell’autunno del 1925, Coudenhove-Kalergi si reca negli USA per sensibilizzare l’establishment statunitense sulla necessità di fondare gli Stati Uniti d’Europa, è sempre Max Warburg a finanziare ed organizzare la trasferta:

“Max Warburg, servizievole come sempre, s’incaricò egli stesso dei preparativi del viaggio. Due dei suoi fratelli erano diventati influenti cittadini americani e godevano di molta stima: Felix, il filantropo ben noto, e Paolo, il creatore del “Federal Reserve System” della banca nazionale americana. Entrambi facevano parte del comitato di presidenza della “Foreign Policy Association” (organizzazione nata per sostenere l’attuazione dei 14 punti di Woodrow Wilson – NDR).

L’interesse dell’alta finanza angloamericana per la nascita degli Stati Uniti d’Europa è quindi molto datato e la frammassoneria è solo un mezzo per raggiungere lo scopo: non si può che ammirare la perseveranza e la dedizione con cui le grandi famiglie della City e di Wall Street inseguono nei secoli i loro obbiettivi di potere.
Sintomatiche sono anche le personalità che Coudenhove-Kalergi incontra in Regno Unito, il cui beneplacito è fondamentale per la costituzione degli USE:

“Mi rivolsi in primo luogo all’ex-capo redattore del Times (giornale controllato dal Round Table – NDR), Wickham Steed. (…) Mi mise subito in contatto con gli uomini più in vista della Gran Bretagna, Ramsay Macdonald, Sir Robert Cecil, Lord Balfour, Lord Reading, Sir Robert Horne, Philip Kerr, Gilbert Murray, Lionel Curtis, Bernard Shaw, H.G. Wells, Sir Walter Layton.”

Tra questi altisonanti nomi, meritano in particolare di essere evidenziati il professore Lionel Curtis (1872–1955), sostenitore di un governo mondiale e tra i padri fondatori del Royal Institute of International Affairs, e lo scrittore Bernard Shaw, cofondatore della London School of Economics sopra citata nonché accesso ammiratore della Russia staliniana: la classe dirigente inglese non è infatti aprioristicamente ostile ad un’Europa federale, purché essa essa sia compressa tra il gigante sovietico da una parte ed il blocco anglofono (l’impero britannico e gli USA) dall’altro.
Se gli USE saranno una costruzione continentale, allora il loro nocciolo non possono che essere Parigi e Berlino, il famoso “motore franco-tedesco” oggi in panne. Sconfitta la Germania nel 1918, è la Francia a guidare l’iniziativa e Coudenhove-Kalergi trova l’uomo adatto per implementare i progetti di Paneuropa: è il premier francese Aristide Briand (1862-1932) che, giocando di sponda col ministro degli esteri tedesco Gustav Stresemann (1878-1929), si fa promotore dell’unificazione europea, assumendo la carica di presidente onorario dell’Unione Paneuropea.
Tra il settembre del 1929 ed il maggio del 1930 si tengono i primi due congressi paneuropei presieduti da Briand: grazie all’incredibile eco dei media, l’opinione pubblica famigliarizza con gli Stati Uniti d’Europa la cui costituzione, per un breve lasso di tempo, sembra imminente.
Tre però sono i fattori, strettamente collegati tra di loro, che causano l’improvviso arenarsi del progetto: il crollo di Wall Street, l’improvvisa ostilità inglese all’iniziativa di Briand ed alla costituzione di un’Europa federale (Quel governo non voleva che l’Inghilterra fosse esclusa dall’Europa né che vi fosse inclusa. Voleva impedire una federazione di Stati Europei”) e la netta affermazione del partito nazionalsocialista di Adolf Hitler alle elezioni tedesche del settembre 1930.
In un’Europa prostrata dalla crisi economica, piegata, in Regno Unito come in Germania, dalla deflazione che è incentivata anziché combattuta dalla banche centrali, l’establishment anglofono cambia idea: anziché sostenere il progetto di Coudenhove-Kalergi come ha fatto sino a quel momento, scommette su una svolta autoritaria in Germania, sulla falsariga della marcia di Roma del 1922 che ha aperto le porte al regime fascista, e sull’espansionismo tedesco per contenere la minaccia sovietica.
Le medesime figure che fino a quel momento avevano parteggiato per Paneuropa, ora sostengono la scalata al potere di Adolf Hitler: tipico in questo senso è l’atteggiamento del presidente della Reichbank, nonché massone, Hjalmar Schacht (1877-1970), che da sostenitore di Paneuropa dal lontano 1924 (“Fra i democratici che parteggiavano per Paneuropa c’era anche Hjalmar Schacht. Costui era estremamente popolare a quel tempo perché, quale presidente della Reichsbank, aveva fermato l’inflazione e stabilizzato il marco”) si trasforma all’inizio del 1933 in un convinto partigiano di Hitler, a sua detta il solo capace di realizzare Paneuropa (“Hjalmar Schacht fece un altro pronostico. Gli era riuscito il tour de force di restare seguace di Paneuropa nonostante la sua ammirazione per Hitler. Con la sua abituale vivacità mi disse:-In tre mesi Hitler è cancelliere del Reich. Ma non si preoccupi, Hitler è l’unico capace di riappacificare la Germania con le potenze occidentali. Hitler creerà Paneuropa!- (…) -Soltanto Hitler può creare Paneuropa- mi ripeté con profonda convinzione- perché lui non ha da temere un’opposizione delle destre. Stresemann e Bruning hanno fallito perché gli ambienti di destra mettevano loro i bastoni tra le ruote. Hitler non ha bisogno di tener conto di quest’opposizione; pertanto sarà lui, e solo lui, che potrà assicurare definitivamente la pace e la collaborazione dell’Europa-).
Scrive asciutto Coudenhove-Kalergi:

“La prima parte della profezia di Schacht doveva avverarsi rapidamente. Alcuni giorni dopo il nostro colloquio, giunse da Colonia la notizia che Hitler e von Papen, che erano nemici, si erano incontrati a casa del banchiere Schroeder e si erano alleati contro il governo del Reich”

Chi è il banchiere che ospita l’incontro? È Kurt von Schroeder, (1889-1966), membro della potente famiglia di banchieri di origine anseatica che, partendo da Amburgo, ha costruito un impero finanziario tra la Germania, l’Inghilterra ed gli Stati Uniti: mentre il ramo tedesco lavora per la salita al potere di Hitler, negli uffici newyorchesi della banca Schroeder lavorano i fratelli John Foster e Allen Welsh, Dulles, rispettivamente futuro segretario di Stato e direttore della CIA, nonché tra i principali sponsor americani dell’Europa unita dopo la guerra.
La strategia dell’establishment anglofono è quindi mutata: non più gli Stati Uniti d’Europa di Coudenhove-Kalergi ma un’Europa sotto l’egemonia tedesca che arresti l’avanzata dell’URSS e consenta agli USA ed all’impero britannico di concentrarsi sugli oceani.
Che i regimi fascisti abbiamo familiarità con l’ambiente che ha partorito Paneuropa, è testimoniato dal fatto che Coudenhove-Kalergi continua la sua opera di proselitismo anche sotto le dittature fasciste: a due riprese, nel 1933 e nel 1936, il conte è ospite a Palazzo Venezia di Benito Mussolini.
Se durante il primo colloquio il duce si dice disponibile a Paneuropa (“Questo ci portò finalmente a parlare di politica e di Paneuropa. Era favorevole all’idea di un’unione latina con la Francia, quale baluardo contro il Terzo Reich, era pure favorevole all’idea paneuropea. Durante la conversazione, Mussolini divenne più amabile, più cordiale e naturale. Il dittatore era scomparso, restava l’intellettuale”), durante la seconda audizione, che segue le sanzioni per la guerra in Etiopia e la vittoria di Léon Blum in Francia, Mussolini sostiene rammaricato che Paneuropa, benché apprezzabile, è ormai inattuabile (“Inoltre- aggiunse- l’Inghilterra non permetterà mai un’unione tra la Francia e l’Italia”).
Anche i nazisti non sono ostili a Paneuropa, purché a fungere da polo aggregante sia ovviamente il Terzo Reich (“Nel 1932 Goering fu intervistato da un giornale svedese che gli chiese che cosa pensava di Paneuropa: – Io sono per Paneuropa- fu la sua sorprendente risposta- ma non per la Paneuropa di Coudenhove-Kalergi-).
L’invasione della Polonia nel settembre del 1939 ed il mancato raggiungimento di un compromesso con le potenze occidentali nei mesi della “strana guerra”, inducono Hitler a invadere la Francia nel maggio del 1940: Coudenhove-Kalergi fugge velocemente a Lisbona dove, ospite dell’ambasciatore inglese, riesce ad ottenere velocemente visti e biglietti per gli Stati Uniti grazie ad una corsia preferenziale. Il gigantesco aereo sui cui si imbarcano, dopo uno scalo alle Azzorre e 26 ore di viaggio, atterra all’aeroporto di La Guardia mentre in Europa infuriano i combattimenti.
I ricordi di quei giorni di Coudenhove-Kalergi confermano la comune matrice di Paneuropa e dei regimi fascisti:

“Vivevo nel continuo timore che Hitler, consigliato da Schacht, adottasse ad un tratto l’idea paneuropea; che potesse formare, assieme a Mussolini, Pétain e Franco, una dittatura europea per l’unione ed il rinnovamento del continente, per l’abolizione delle frontiere doganali e per l’attuazione di grandiose riforme sociali. Se avesse seguito questa via, accompagnata da una politica pacifista nei confronti della Russia e dell’America, l’Inghilterra sarebbe stata costretta, presto o tardi, a concludere la pace e a riconoscere il dominio di Hitler sull’Europa”.

Anche se momentaneamente esiliato negli USA, Coudenhove-Kalergi non rinuncia all’attività politica, sfruttando tutte le sue conoscenze per rientrare nei giochi: attraverso il potente uomo d’affari Henry Morgenthau (1856-1946) che ha contribuito all’elezione di Franklin D. Roosvelt, Coudenhove-Kalergi sollecita al presidente l’occupazione dell’Islanda per rendere sicuri i rifornimenti tra USA e Regno Unito, poi effettivamente realizzata dagli americani nel luglio del 1941.
Divenuto insegnate alla New York University grazie ad una borsa di studio del Carnegie Endowment for International Peace, Coudenhove-Kalergi può riprendere la sua attività di propaganda per gli Stati Uniti d’Europa, sicuro com’è che la vittoria finale arriderà agli angloamericani: è proprio nelle sale dell’università di New York che si svolge nel marzo del 1943 il grande congresso paneuropeo dove è rilanciata l’idea di un’Europa federale, da realizzare nell’immediato dopoguerra. Come esperti finanziari intervengono il banchiere francese André Istel, consigliere economico di De Gaulle, e l’austriaco Ludwig von Mises (1881-1973), padre nobile del neoliberismo che imperversa attualmente in Europa.
Il congresso paneuropeo riceve enorme pubblicità grazie al giornalista Walter Lippmann (1889-1974), uomo di fiducia del Round Table nonché partecipante con il sullodato Ludwig von Mises alla conferenza “Colloque Lippmann” del 1938 dove sono gettati i semi del neoliberismo, ed alle testate controllate dall’establishment finanziario: il New York Times, Herlad Tribune, Washington Post, Life, Time, Fortune, etc etc.
Con il profilarsi della sconfitta di Hitler, la politica europea è ormai scritta negli USA, obbligati a scendere a compromessi soltanto con l’URSS, sospettosa dei disegni angloamericani in Europa (“Dopo la disfatta di Hitler, Stalin era diventato il nemico numero uno dell’idea paneuropea. Gli era riuscito di guadagnare Roosevelt alle proprio idee. Agenti dell’Unione Sovietica si erano infiltrati alla Casa Bianca e nel dipartimento di Stato”).
Nell’estate del 1946 Coudenhove-Kalergi rientra in Europa sul piroscafo francese Oregon.
Le stelle sembrano essere allineate correttamente per la nascita degli USE: il pieno supporto americano (John Foster Dulles tiene nel 1947 una perorazione all’hotel Waldorf Astoria di New York per l’unificazione dell’Europa), la disponibilità inglese ad un’Europa unita ed un continente prostrato da cinque anni di guerra e desideroso solo di pace.
Il 7 maggio del 1948 si tiene il congresso europeo all’Aja che mette al centro del tavolo l’unità del continente: ironicamente il conte Coudenhove-Kalergi, che da vent’anni si spende per quest’obbiettivo, non è invitato (“Mi stupì che prima del congresso né l’Unione dei parlamentari europei, né io avessi ricevuto inviti per il congresso dell’Aja. Soltanto dopo che io ebbi scritto a Churchill, ricevemmo inviti al congresso con una cordiale lettera di accompagnamento di Sandys”) probabilmente perché la sua immagine è ritenuta compromessa a causa delle vecchie frequentazioni fasciste.
Perché gli Stati Uniti d’Europa non nascono nell’immediato dopoguerra, quando le condizioni sono più propizie? Cosa impedisce il coronamento dei sogni di Coudenhove-Kalergi?
Subito emerge lo scontro che paralizza tutt’ora l’Unione Europea e ne impedisce la trasformazione in USE, cioè l’opposizione tra federalisti (cui ascrivono oggi i vari Matteo Renzi, Mario Draghi e Laura Boldrini che chiedono la fondazione degli Stati Uniti d’Europa) e unionisti, che preferiscono un consiglio di governi ad un esecutivo centralizzato.
I primi a schierarsi su posizioni unioniste sono Wiston Churchill ed il genero Duncan Sandys (“La Gran Bretagna si ribellava al pensiero di essere legata al continente mediante una costituzione scritta e di dover obbedire a leggi che vengono approvate da una maggioranza continentale contro i voti britannici. Pertanto desiderava un’unione europea di Stati indipendenti, non uno Stato federale”) seguito a distanza di un decennio dal generale Charles De Gaulle (“La sua meta era anzitutto una lega di Stati sovrani, la cui politica coordini in tutti in campi gli interessi comuni: un’Europa delle patrie. (…) Molti dei migliori europei vedevano in questo programma una regressione in confronto agli sforzi di integrazione europea di Robert Schuman, Paul Henri Spaak, Jean Monnet e Konrad Adenauer (…) Desiderano anzitutto la caduta di De Gaulle. La loro propaganda tendeva ad accelerare questa caduta, come premessa per l’unione dell’Europa”).
Charles De Gaulle cade ed è sostituito dall’ex-direttore della banca Rothschild, George Pompidou: trascorrono però altri 20 anni prima che il collasso dell’URSS nel 1991 offra l’occasione idonea a rinvigorire il processo di unificazione.
L’anno successivo, con il trattato di Maastricht, sono poste le basi dell’euro, moneta che, presto o tardi, avrebbe prodotto la crisi che stiamo vivendo, indispensabile per svuotare i parlamenti nazionali e creare gli Stati Uniti d’Europa: qualcosa però, tra il 2011 ed il 2012, va storto ed a prevalere sono ancora gli unionisti (i governi e le burocrazie francesi e tedesche) che rifiutano di cedere poterea organi federali. Benché Mario Draghi invochi ancora un Tesoro comune, anche questa volta il sogno dell’establishment anglofono per la costituzione degli USE sembra sfumato e la “missione storica” di Paneuropa arenatasi nelle sabbie dell’eurocrisi.
Sono passati 90 anni dalla fondazione del movimento Paneuropa e di Coudenhove-Kalergi si è persa quasi memoria: eppure gli interessi che finanziano Paneuropa nel 1923 e la scalata al potere di Hitler nel 1933, sono quelli che sopraintendono all’attuale processo di unificazione europea. Che si tratti di politiche economiche o flussi migratori, l’Europa dipende oggi da questa questa ristretta cerchia di banchieri internazionali suddivisi tra la City e Wall Street: i loro obbiettivi sono chiari (la cancellazione degli Stati nazionali e l’accentramento del potere in strutture sovranazionali via via più estese così da ampliare la sinarchia) ed a stupire è piuttosto l’incredibile machiavellismo che li caratterizza. Un Coudenhove-Kalergi od un Adolf Hitler, un Mario Draghi od un Beppe Grillo, sono pedine interscambiabili secondo le esigenze del momento.

Federico Dezzani
Fonte: http://federicodezzani.altervista.org
Link: http://federicodezzani.altervista.org/vita-leuropa-lalta-finanza-un-libro-coudenhove-kalergi/
30.09.015

NOTE

Ricordo del 2011: i liberatori della Libia, Sarkozy, Cameron ed Erdogan si congratulano con i mercenari della NATO

Retrocediamo fino al 2011 e ricordiamo come i “liberatori” della Libia, Sarkozy, Cameron ed Erdogan si congratulavano allora con i terroristi mercenari della NATO:
Quando il Presidente della Francia Francois Hollande richiama per la “neutralizzazione” di Bashar al-Assad, il britannico Ministro della Difesa Michael Fallon annunciava  preparativi per sospingere l’ISIS verso la Siria (…) “per mantenere le nostre strade sicure qui in casa”, dichiarava.

le-figaro-16-september-20111Allo stesso modo il turco Erdogan proclamava ai media che “Aleppo potrà trasformarsi nella 82a provincia della Turchia”; vale la pena ricordare che nel Settembre del 2011, gli esponenti europei,  il francese presidente Nicolas Sarkozy, il primo ministro britannico David Cameron ed il presidente turco Recep T. Erdogan, visitarono la Libia da poco occupata dai terroristi mercenari della NATO.

Le Figaro, 16 September 2011

The Guardian, 15 September 2011Cameron poses with terrorist ISIS
“Questo va più in avanti della Libia; questo è un momento in cui la primavera araba potrebbe trasformarsi in una estate araba e potremo vedere la democrazia anche in altri paesi. Credo che voi stessi potrete dare un esempio agli altri per quello che questo potrà significare”. (Il primo Ministro britannico David Cameron, in una conferenza stampa congiunta assieme al presidente francese, Nicolas Sarkozy, e quello della Libia, “Presidente” Mustafa Abdul Jalil, presso l’Hotel Corinthia, Trípoli, 15 Settembre, 2011   – The Guardian, 15 Settembre 2011

“Sapete quello che stavo pensando mentre camminavo per le strade di Tripoli e i corridoi dell’Ospedale? “Dice il presidente francese Hollande. “Stavo sognando che un giorno i giovani siriani avranno la stessa opportunità come quella di cui i giovani libici stanno usufruendo oggi giorno, e che un giorno anche loro possano dire: “la democrazia e la rivoluzione pacifica sono per noi”. Per questo forse la cosa migliore che posso fare è dedicare la nostra visita alla città di Tripoli per tutte quelle persone che hanno una speranza per la Siria, che un giorno potrà diventare un paese liberoi”. (Il presidente francese Nicolas Sarkozy alla conferenza stampa congiunta con il primo ministro Cameron in Libia ed il presidente libico, Mustafa Abdul Jalil, presso l’Hotel Corinthia, Trípoli, (15 Septiembre 2011)

Cameron Sarkpsy in LybiaLe operazioni militari in Libia condotte dalle coalizione Erdogan con pres. LibicoNATO (inclusa l’Italia) sono state effettuate dal Marzo all’Ottobre del 2011 per attaccare obiettivi all’interno del territorio libico ed annientare le forze lealiste del regime di Gheddafi. Le operazioni di terra furono condotte appoggiandosi sulle milizie jihadiste organizzate dai servizi di intelligence della NATO, le stesse che poi furono successivamente utilizzate anche in Siria per rovesciare il governo di Bashar al-Assad (operazione ancora in corso).

Il risultato ottenuto da quelle operazioni è stata la distruzione di basi militari, depositi ed infrastrutture,  la totale destabilizzazione del paese, oggi in preda al caos ed alla guerra civile.

Fonte: Syrian Freepress

Nelle foto a sinistra: David Cameron, Nicolas Sarkozy, il neopresidente libico Mustafa Abdul Jalil

Nella foto a destra: il presidente turco Erdogan abbraccia il neo presidente libico (verrà spodestato pochi giorni dopo)

Preso da: http://www.controinformazione.info/ricordo-del-2011-i-liberatori-della-libia-sarkozy-cameron-ed-erdogan-si-congratulano-con-i-mercenari-della-nato/

Guerra e bugie: rapinare la Jugoslavia, tutto cominciò lì

21/3/2015

Guai se la denuncia del nazifascismo, risuonata nel 70° anniversario della liberazione di Auschwitz, serve a depistare l’opinione pubblica dall’altro fascismo, il “nostro”, fondato sulla menzogna che giustifica le peggiori, sistematiche aggressioni. Per esempio la Libia di Gheddafi, travolta dopo la decisione di costituire una banca africana e una moneta alternativa al dollaro. E la Jugoslavia, rasa al suolo dopo la decisione della Germania di riconoscere i separatisti: inaccettabile, per la nascente Eurozona, la sopravvivenza di un grande Stato multientico con l’economia interamente in mani pubbliche. E avanti così, dalla Siria all’Ucraina, fino alle contorsioni terrificanti del cosiddetto Isis, fondato sulle unità di guerriglia addestrate dall’Occidente in Libia contro Gheddafi, poi smistate in Siria contro Assad e quindi dirottate in Iraq. Possiamo chiamarlo come vogliamo, dice John Pilger, ma è sempre fascismo. E’ il “nostro” fascismo quotidiano. «Iniziare una guerra di aggressione», dissero nel 1946 i giudici del tribunale di Norimberga, «non è soltanto un crimine internazionale, ma è il crimine internazionale supremo». Se i nazisti non avessero invaso l’Europa, Auschwitz e l’Olocausto non sarebbero accaduti.

«Se gli Stati Uniti e i loro vassalli non avessero iniziato la loro guerra di aggressione in Iraq nel 2003, quasi un milione di persone oggi sarebbero vive, e lo Stato islamico, o Isis, non ci avrebbe in balìa delle sue atrocità», scrive Pilger in una riflessione ripresa da “Come Don Chisciotte”. I nuovi “mostri” sono «la progenie del fascismo moderno, svezzato dalle bombe, dai bagni di sangue e dalle menzogne, che sono il teatro surreale conosciuto col nome di “informazione”». Infatti, «come durante il fascismo degli anni ‘30 e ‘40, le grandi menzogne vengono trasmesse con la precisione di un metronomo grazie agli onnipresenti, ripetitivi media e la loro velenosa censura per omissione». In Libia, nel 2011 la Nato ha effettuato 9.700 attacchi, più di un terzo dei quali mirato ad obiettivi civili, con strage di bambini. Bombe all’uranio impoverito, Misurata e Sirte bombardate a tappeto. L’omicidio di Gheddafi «è stato giustificato con la solita grande menzogna: stava progettando il “genocidio” del suo popolo». Se gli Usa avessero esitato, disse Obama, la città di Bengasi «avrebbe potuto subire un massacro che avrebbe macchiato la coscienza del mondo». Peccato che Bengasi non sia mai stata minacciata da nessuno: «Era un’invenzione delle milizie islamiche che stavano per essere sconfitte dalle forze governative libiche».

Le milizie, scrive Pilger, dissero alla “Reuters” che ci sarebbe stato «un vero e proprio bagno di sangue, un massacro come quello accaduto in Ruanda». La menzogna, segnalata il 14 marzo 2011, ha fornito la prima scintilla all’inferno della Nato, definito da David Cameron come «intervento umanitario». Molti dei “ribelli”, segretamente armati e addestrati dalle Sas britanniche, sarebbero poi diventati Isis, decapitatori di “infedeli”. «Per Obama, Cameron e Hollande – scrive Pilger – il vero crimine di Gheddafi era l’indipendenza economica della Libia e la sua dichiarata intenzione di smettere di vendere in dollari Usa le più grandi riserve di petrolio dell’Africa», minacciando così il petrodollaro, che è «un pilastro del potere imperiale americano». Gheddafi aveva tentato con audacia di introdurre una moneta comune in Africa, basata sull’oro, e voleva creare una banca tutta africana per promuovere l’unione economica tra i paesi poveri ma dotati di risorse pregiate. «Era l’idea stessa ad essere intollerabile per gli Stati Uniti, che si preparavano ad “entrare” in Africa corrompendo i governi africani con offerte di Clinton e Blaircollaborazione militare». Così, “liberata” la Libia, Obama «ha confiscato 30 miliardi di dollari dalla banca centrale libica, che Gheddafi aveva stanziato per la creazione di una banca centrale africana e per il dinaro africano, valuta basata sull’oro».

La “guerra umanitaria” contro la Libia aveva un modello vicino ai cuori liberali occidentali, soprattutto nei media, continua Pilger, ricordando che, nel 1999, Bill Clinton e Tony Blair inviarono la Nato a bombardare la Serbia, «perché, mentirono, i serbi stavano commettendo un “genocidio” contro l’etnia albanese della provincia secessionista del Kosovo». L’ambasciatore americano David Scheffer affermò che «circa 225.000 uomini di etnia albanese di età compresa tra i 14 e i 59 anni potrebbero già essere stati uccisi». Sia Clinton che Blair evocarono l’Olocausto e «lo spirito della Seconda Guerra Mondiale». L’eroico alleato dell’Occidente era l’Uck, Esercito di Liberazione del Kosovo, «dei cui crimini non si parlava». Finiti i bombardamenti della Nato, con gran parte delle infrastrutture della Serbia in rovina – insieme a scuole, ospedali, monasteri e la televisione nazionale – le squadre internazionali di polizia scientifica scesero sul Kosovo per riesumare le prove del cosiddetto “olocausto”. L’Fbi non riuscì a trovare una singola fossa comune e tornò a casa. Il team spagnolo fece lo stesso, e chi li guidava dichiarò con rabbia che ci fu «una piroetta semantica delle macchine di propaganda di guerra». Un anno dopo, un tribunale delle Nazioni Unite sulla Jugoslavia svelò il conteggio finale dei morti: 2.788, cioè i combattenti su entrambi i lati, nonché i serbi e i rom uccisi dallUck. «Non c’era stato alcun genocidio. L’“olocausto” era una menzogna».

L’attacco Nato era stato fraudolento, insiste Pilger, spiegando che «dietro la menzogna, c’era una seria motivazione: la Jugoslavia era un’indipendente federazione multietnica, unica nel suo genere, che fungeva da ponte politico ed economico durante la guerra fredda». Attenzione: «La maggior parte dei suoi servizi e della sua grande produzione era di proprietà pubblica. Questo non era accettabile in una Comunità Europea in piena espansione, in particolare per la nuova Germania unita, che aveva iniziato a spingersi ad est per accaparrarsi il suo “mercato naturale” nelle province jugoslave di Croazia e Slovenia». Sicché, «prima che gli europei si riunissero a Maastricht nel 1991 a presentare i loro piani per la disastrosa Eurozona, un accordo segreto era stato approvato: la Germania avrebbe riconosciuto la Croazia». Quindi, «il destino della Jugoslavia era segnato». La solita macchina stritolatrice: «A Washington, gli Stati Uniti si assicurarono che alla sofferente Pilgereconomia jugoslava fossero negati prestiti dalla Banca Mondiale, mentre la Nato, allora una quasi defunta reliquia della guerra fredda, fu reinventata come tutore dell’ordine imperiale».

Nel 1999, durante una conferenza sulla “pace” in Kosovo a Rambouillet, in Francia, i serbi furono sottoposti alle tattiche ipocrite dei sopracitati tutori. «L’accordo di Rambouillet comprendeva un allegato B segreto, che la delegazione statunitense inserì all’ultimo momento». La clausola esigeva che tutta la Jugoslavia – un paese con ricordi amari dell’occupazione nazista – fosse messa sotto occupazione militare, e che fosse attuata una “economia di libero mercato” con la privatizzazione di tutti i beni appartenenti al governo. «Nessuno Stato sovrano avrebbe potuto firmare una cosa del genere», osserva Pilger. «La punizione fu rapida; le bombe della Nato caddero su di un paese indifeso. La pietra miliare delle catastrofi era stata posata. Seguirono le catastrofi dell’Afghanistan, poi dell’Iraq, della Libia, della Siria, e adesso dell’Ucraina. Dal 1945, più di un terzo dei membri delle Nazioni Unite – 69 paesi – hanno subito alcune o tutte le seguenti situazioni per mano del moderno fascismo americano. Sono stati invasi, i loro governi rovesciati, i loro movimenti popolari soppressi, i risultati delle elezioni sovvertiti, la loro gente bombardata e le loro economie spogliate di ogni protezione, le loro società sottoposte a un assedio paralizzante noto come “sanzioni”. Lo storico britannico Mark Curtis stima il numero di morti in milioni. «Come giustificazione, in ogni singolo caso una grande menzogna è stata raccontata».

La modella Vanessa Hessler, le menzogne sulla Libia, i ricatti occupazionali, i piloti, i lavoratori aeroportuali e le scie chimiche

novembre 2011

Come ci conferma il Corriere della sera del 1 novembre 2011, la la compagnia telefonica tedesca «Alice» ha rescisso il contratto con la modella Vanessa Hessler, in seguito ad una intervsita della ragazza al settimanele “Diva e Donna”.
La Hessler, che era stata fidanzata per 4 anni con uno dei figli di Gheddafi, ha dichiarato:
«I suoi fratelli e la sua famiglia non sono così come vengono descritti, sono persone normali (…) Non si deve credere a tutto quello che viene detto. Noi – Francia e Gran Bretagna – abbiamo finanziato i ribelli. […]

Queste persone non sanno quello che fanno (…) In questo momento mi disgusta tutto, tranne la Libia»
Di fronte alla richiesta dell’azienda di “ritrattare” quelle parole la ragazza ha opposto il suo rifiuto.


Questa storia è decisamente istruttiva, in quanto mostra che:
1) viviamo in un mondo in cui esprimere la propria opinione costa caro, e le pressioni possono arrivare fino al licenziamento
2) la modella Hessler molto probabilmente conosceva la Libia meglio di tanti giornalisti che si sono scagliati contro il “despotico regime di Gheddafi” favorendo così l’intervento bellico della NATO in Libia; se non ha cambiato idea nemmeno di fronte a quelle pressioni molto probabilmente costei sa che i mass media ed i politici hanno mentito clamorosamente sulla Libia (con questo non sosteniamo l’idea che il regime di Gheddafi fosse altamente democratico, ma se è per questo, non lo è nemmeno quello di Monti come non lo era quello di Berlusconi)

3) tutto sommato la bella modella può probabilmente permettersi per il momento di sopportare la rescissione di un contratto e prendere qualche altro ingaggio da favola (a meno che il sistema dello show-business non voglia punirla ulteriormente per lo “sgarro” fatto ai danni dei soliti poteri forti), ma altri lavoratori nelle sue stesse condizioni non potrebbero avere la stessa libertà di scelta.
In particolare ci riferiamo ai lavoratori aeroportuali, ai piloti, alle hostess, agli stewart, ai controllori di volo, ai lavoratori dell’ENAV, i quali si trincerano dietro un rigoroso “no-comment” quando si chiede loro un parere sulla questione delle “scie chimiche”.
Sappiamo per certo che in quell’ambito qualcuno è stato minacciato appena ha detto due parole di troppo, che qualcuno schifato da quanto è costretto a fare (o ad avallare) non vede l’ora di andare in pensione, che qualcun altro ha paura di sentire nominare le due fatidiche parole “scie chimiche”, al sentire le quali si dilegua all’istante.
Leggendo l’opuscolo Low cost che tratta dell’inquinamento da aerei nelle prossimità degli aeroporti scopriamo come alcune compagnie Low cost affittino molti dei propri dipendenti dalle agenzie di lavoro interinali e che i contratti di queste persone danno ben poche garanzie; pensate che una persona che svolge un lavoro così precario possa ribellarsi, denunciare le scie chimiche, con sulla testa un simile ricatto occupazionale?
E pensate che un pilota che si ribelli allo scempio delle scie chimiche, che si decida a dire qualche parola di troppo, avrebbe ancora possibilità di trovare un lavoro come pilota? Se è vero come è vero che le scie degli aerei sono ormai arrivate a coprire il cielo di intere regioni è evidente che tutte le persone che hanno a che fare con gli aerei sono a conoscenza della questione, che tutti gli aeroporti e tutte le torri di controllo sono in qualche misura coinvolti, che la manovra è coordinata a livello nazionale ed internazionale, e che una persona che abbia il coraggio di denunciare la faccenda non solo rischia il licenziamento da parte dell’azienda con cui lavora, ma rischia pure di non essere più assunto in nessun’altra azienda del settore.
Se è vero come è vero che ci sono aerei low cost (dal costo di pochi euro più le tasse) che partono quasi vuoti mentre le aziende che li gestiscono non sono ancora fallite, sembra evidente che ci siano sovvenzioni nascoste per chi monta dei diffusori di scie chimiche sugli aerei di linea. Con aziende che vivono di fondi neri elargiti da chi gestisce l’operazione scie chimiche, il livello del ricatto occupazionale sale alle stelle.

Nota bene: la pubblicità di Alice mostra un inequivocabile ostentazione (altro che messaggi subliminali di un tempo) del famoso “occhio che tutto vede” tipico simbolo che rimanda sia ai cosiddetti “illuminati”, che al progetto orwelliano (ormai in fase di piena attuazione) di una società che spia ogni movimento dei cittadini-sudditi.
La moneta elettronica tanto caldeggiata da Monti e persino dalla Gabanelli (conduttrice di Report, ben nota per il suo sostegno al CICAP e la sua presa di posizione negazionista nei confronti delle scie chimiche) serve ad un progetto di monitoraggio di qualsiasi transazione fatta dal cittadino che vede spiato ogni suo acquisto dopo che sono già state spiate tutte le sue conversazioni telefoniche e telematiche (via echelon), spiati i suoi gesti dalle telecamere disposte ad ogni angolo della strada, tracciati i suoi movimenti tramite il telefonino che si porta addosso. In ultima istanza si accelera un processo che va in direzione del microchip come “bancomat/carta di credito/carta di identità” da impiantare in ogni essere umano.
Che poi tale provvedimento serva a ridurre l’evasione fiscale è a dir poco discutibile, per i motivi giustamente indicati nel suo blog da Salvatore Tamburro (che ci auspichiamo prima o poi riesca a collegare il signoraggio e la moneta elettronica alle scie chimiche ed al microchip).
PS: su un recente articolo del Corriere si cita un congresso di psichiatria nel quale si discute delle “innovative” pillole con nanochip incorporato per verificare che il “paziente” (ovvero la persona torturata e drogata dalla psichiatria) assuma la sua razione quotidiana di veleni. In alternativa un nuovo farmaco a lento rilascio creato con l’aiuto della nanotecnologia (del quale ovviamente non sappiamo quali possano essere gli effetti avversi). L’articolo informa che anche per i malati di cuore sono in arrivo le pillole col nanochip.
Se volete crete pure che le coincidenze siano casuali, ma se ci riflettete bene sopra …
Pubblicato da corrado
http://scienzamarcia.blogspot.com/2011/11/la-modella-vanessa-hessler-le-menzogne.html

Preso da: http://apocalisselaica.net/la-modella-vanessa-hessler-le-menzogne-sulla-libia-i-ricatti-occupazionali-i-piloti-i-lavoratori-aeroportuali-e-le-scie-chimiche/

La cecità dell’UnioneEuropea di fronte alla strategia militare degli Stati Uniti

di Thierry Meyssan 27 aprile 2015

I responsabili dell’Unione Europea si sbagliano completamente sugli attentati islamisti in Europa e le migrazioni verso la UE di genti in fuga dalle guerre. Thierry Meyssan qui dimostra che tutto ciò non è la conseguenza accidentale dei conflitti nel Medio Oriente allargato e in Africa, ma un obiettivo strategico degli Stati Uniti.

I dirigenti dell’Unione Europea si trovano improvvisamente a confrontarsi con situazioni impreviste. Da una parte, attentati o tentativi di attentati commessi o preparati da individui che non appartengono a gruppi politici identificati; dall’altra, attraverso il Mediterraneo, un afflusso di migranti, molte migliaia dei quali muoiono alle loro porte.

In assenza di analisi strategica, questi due ordini di avvenimenti sono considerati a priori senza relazione tra loro e sono trattati da amministrazioni differenti. I primi afferiscono ai Servizi segreti e alla polizia, i secondi alle dogane e al Ministero della difesa. Essi hanno tuttavia un’origine comune: l’instabilità politica nel Levante e in Africa.

L’Unione Europea si è privata dei mezzi per comprendere
Se le accademie militari dell’Unione Europea avessero fatto il loro lavoro, già da una quindicina d’anni avrebbero studiato la dottrina del “grande fratello” statunitense. In effetti, da lunghissimi anni, il Pentagono pubblica ogni sorta di documenti sulla “teoria del caos” improntata alla filosofia di Leo Strauss. Ancora qualche mese fa, un funzionario che avrebbe dovuto essere in pensione da più di 25 anni, Andrew Marshall, disponeva di un budget di 10 milioni di dollari annui per condurre ricerche su questo argomento [1]. Ma nessuna accademia militare della UE ha seriamente studiato questa dottrina e le sue conseguenze. Sia perché si tratta di una forma di guerra barbara, sia perché è stata concepita da un maître à penser delle élites ebraiche statunitensi [2].

Se i politici dell’Unione Europea avessero viaggiato un minimo, non soltanto in Iraq, in Siria, in Libia, nel corno d’Africa, in Nigeria e nel Mali, ma anche in Ucraina, avrebbero visto con i loro stessi occhi l’applicazione di questa dottrina strategica. Ma si sono accontentati di venire a parlare in un edificio nella zona verde di Bagdad, su una strada a Tripoli o sulla piazza Maidan di Kiev. Essi ignorano ciò che vivono le popolazioni, e su richiesta del loro “grande fratello” hanno spesso chiuso le loro ambasciate così che si sono privati di occhi e orecchie sul posto. Meglio ancora, essi hanno sottoscritto – sempre su richiesta del loro “grande fratello” – delle forme di embargo, in modo che nemmeno alcun uomo d’affari andrà più sul posto a vedere che cosa succede.

Il caos non è un accidente, è l’obiettivo
Contrariamente a quel che ha detto il presidente François Hollande, la migrazione dei libici non è la conseguenza di una “mancanza di seguito” dell’operazione “Protettore unificato”, bensì il risultato ricercato attraverso questa operazione nella quale il suo Paese giocava un ruolo guida. Il caos non si è creato perché i “rivoluzionari libici” non hanno saputo accordarsi tra loro dopo la “caduta” di Muammar Gheddafi: esso era l’obiettivo strategico degli Stati Uniti. Ed è stato raggiunto. Non c’è mai stata una “rivoluzione democratica” in Libia, ma una secessione della Cirenaica. Non c’è mai stata applicazione del mandato dell’ONU che mirava a ’proteggere la popolazione’, ma c’è stato il massacro di 160.000 Libici, tre quarti dei quali civili, sotto i bombardamenti dell’Alleanza (cifre della Croce Rossa internazionale).

Ricordo di essere stato sollecitato a far da testimone, prima che integrassi il governo della Jamahirya araba libica, in occasione di un incontro a Tripoli tra una delegazione statunitense e dei rappresentanti libici. In occasione di quella lunga conversazione, il capo della delegazione USA ha spiegato ai suoi interlocutori che il Pentagono era pronto a salvarli da morte certa, ma esigeva che gli fosse consegnata la Guida. Ha aggiunto che, quando Gheddafi fosse morto, la società tribale non sarebbe arrivata ad approvare un nuovo capo prima di almeno una generazione, e il Paese sarebbe allora sprofondato in un caos mai visto prima. Ho riferito questo colloquio in numerose occasioni e non ho cessato, dal linciaggio della Guida, nell’ottobre 2011, di predire ciò che avviene oggi.

La “teoria del caos”
Quando, nel 2003, la stampa statunitense ha cominciato a evocare la “teoria del caos”, la Casa Bianca ha risposto evocando un “caos costruttivo”, lasciando intendere che si sarebbero distrutte delle strutture oppressive affinché la vita potesse sgorgare senza ostacoli.

Ma né Leo Strauss né il Pentagono, fino a quel momento, avevano mai utilizzato questa espressione. Al contrario, secondo loro, il caos doveva essere tale che niente potesse strutturarsi, tranne la volontà del Creatore dell’Ordine nuovo, gli Stati Uniti [3].

Il principio di questa dottrina strategica può essere così riassunto: il modo più semplice per saccheggiare le risorse naturali di un Paese sul lungo periodo non è occuparlo, ma distruggere lo Stato. Senza Stato, niente esercito. Senza esercito nemico, nessun rischio di sconfitta. Da quel momento, l’obiettivo strategico delle forze armate USA e dell’alleanza che esse guidano, la NATO, consiste esclusivamente nel distruggere Stati. Ciò che accade alle popolazioni coinvolte non è un problema di Washington.

Questo progetto è inconcepibile per degli Europei, i quali, dalla guerra civile inglese, sono stati convinti dal Leviatano di Thomas Hobbes che è necessario rinunciare a certe libertà, o addirittura accettare uno Stato tirannico, piuttosto che venire sprofondati nel caos.

L’Unione Europea nega la propria complicità con i crimini USA
Le guerre in Afghanistan e in Iraq sono già costate la vita a 4 milioni di persone [4]. Sono state presentate al Consiglio di sicurezza come risposte necessarie “per legittima difesa”, ma oggi si ammette che erano state pianificate ben prima dell’11 settembre in un contesto molto più ampio di “rimodellamento del Medio Oriente allargato”, e che le ragioni invocate per scatenarle non erano che invenzioni di propaganda.

Si usa riconoscere i genocidi commessi dal colonialismo europeo, ma sono rari coloro che oggi ammettono questi 4 milioni di morti malgrado gli studi scientifici che li attestano. Il fatto è che i nostri genitori erano “cattivi”, ma noi siamo “buoni” e non possiamo essere complici di questi orrori.

È cosa comune prendersi gioco di questo povero popolo tedesco che conservò fino alla fine la fiducia nei suoi dirigenti nazisti e soltanto dopo la sconfitta prese coscienza dei crimini commessi a suo nome. Ma noi agiamo esattamente allo stesso modo. Conserviamo la nostra fiducia nel nostro “grande fratello” e non vogliamo vedere i crimini nei quali ci coinvolge. Sicuramente, i nostri figli si faranno beffe di noi…

Gli errori di interpretazione dell’Unione Europea
Nessun dirigente europeo occidentale, assolutamente nessuno, ha osato considerare pubblicamente che i rifugiati provenienti da Iraq, Siria, Libia, corno d’Africa, Nigeria, Mali, non fuggono da dittature, ma dal caos in cui noi abbiamo volontariamente, ma incoscientemente, affondato i loro Paesi.

Nessun dirigente europeo occidentale, assolutamente nessuno, ha osato considerare pubblicamente che gli attentati ’islamisti’ che toccano l’Europa non sono l’estensione delle guerre del Medio Oriente allargato, ma sono commissionati dagli stessi che hanno commissionato il caos in quella regione. Noi preferiamo continuare a pensare che gli ’islamisti’ ce l’abbiano con gli ebrei e con i cristiani, mentre l’immensa maggioranza delle loro vittime non sono né ebree né cristiane, ma musulmane. Imperturbabili, noi li accusiamo di promuovere la “guerra di civiltà”, quando questo concetto è stato forgiato in seno al Consiglio di sicurezza nazionale degli USA e resta estraneo alla loro cultura [5].

Nessun dirigente europeo occidentale, assolutamente nessuno, ha osato considerare pubblicamente che la prossima tappa sarà l’«islamizzazione» delle reti di diffusione delle droghe sul modello dei Contras del Nicaragua che vendevano droga nella comunità nera della California con l’aiuto e sotto gli ordini della CIA [6]. Noi abbiamo deciso di ignorare che la famiglia Karzai ha ritirato la distribuzione dell’eroina afghana alla mafia kosovara e l’ha trasmessa a Daesh [7].

Gli Stati Uniti non hanno mai voluto che l’Ucraina si unisse alla UE
Le accademie militari dell’Unione Europea non hanno studiato la “teoria del caos” perché è stato loro vietato. Quei pochi insegnanti e ricercatori che si sono avventurati su quel terreno sono stati pesantemente sanzionati, mentre la stampa ha etichettato come ’cospirazionisti’ gli autori civili che se ne interessavano.

I politici dell’Unione Europea pensavano che gli avvenimenti di piazza Maidan fossero spontanei e che i manifestanti si augurassero di abbandonare l’orbita autoritaria russa e di entrare nel paradiso della UE. Sono rimasti stupiti dalla pubblicazione della conversazione della sottosegretaria di Stato, Victoria Nuland, che alludeva al proprio segreto controllo degli avvenimenti e affermava che il suo obiettivo era di ’fottere la UE’ [!] [8]. Da quel momento, non hanno più capito niente di quel che stava succedendo.

Se avessero lasciato libera la ricerca nei loro paesi, avrebbero capito che intervenendo in Ucraina e organizzandovi il “cambio di regime”, gli Stati Uniti si assicuravano che l’Unione Europea restasse al loro servizio. La grande angoscia di Washington, dal discorso di Vladimir Putin alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007, è che la Germania si renda conto di dove stia il proprio interesse: non con Washington, ma con Mosca [9]. Distruggendo progressivamente lo Stato ucraino, gli USA Tagliano la principale via di comunicazione tra l’Unione Europea e la Russia. Potreste girare e rigirare in tutti i modi la successione degli avvenimenti, ma non potreste trovare un altro senso. Washington non si augura che l’Ucraina si unisca alla UE, come attestano i propositi della signora Nuland. Il suo unico scopo è di trasformare questo territorio in una zona pericolosa da attraversare.

La pianificazione militare USA
Eccoci dunque di fronte a due problemi che si sviluppano molto rapidamente: gli attentati ’islamisti’ non sono che all’inizio. Le migrazioni sono triplicate nel Mediterraneo nell’arco di un solo anno.

Se la mia analisi è esatta, nel corso del prossimo decennio vedremo raddoppiare gli attentati ’islamisti’ legati al Medio Oriente allargato e all’Africa e gli attentati ’nazisti’ legati all’Ucraina. Si scoprirà allora che al-Qa’ida e i nazisti ucraini sono collegati fin dal loro congresso comune a Termopol (Ucraina) nel 2007. In realtà, i nonni degli uni e degli altri si conoscono dalla seconda Guerra mondiale. I nazisti avevano allora reclutato dei musulmani sovietici per lottare contro Mosca (era il programma di Gerhard von Mende all’Ostministerium). Alla fine della guerra, gli uni e gli altri erano stati recuperati dalla CIA (il programma di Frank Wisner con l’AmComLib) per condurre delle operazioni di sabotaggio in URSS.

Le migrazioni nel Mediterraneo, che per il momento sono soltanto un problema umanitario (200.000 persone nel 2014), continueranno a crescere fino a divenire un grave problema economico. Le recenti decisioni della UE di andare ad affondare i barconi dei trafficanti in Libia non serviranno a bloccare le migrazioni, ma a giustificare nuove operazioni militari per mantenere il caos in Libia (e non per risolverlo).

Tutto ciò provocherà disordini importanti nell’Unione Europea che pare oggi un’oasi di pace. Per la classe dirigente di Washington non si tratta di distruggere questo mercato che continua a restarle indispensabile, ma di assicurarsi che non si ponga mai in competizione con essa, e di limitare il suo sviluppo.

Nel 1991, il presidente Bush padre incaricò un discepolo di Leo Strauss, Paul Wolfowitz (allora sconosciuto al grande pubblico), di elaborare una strategia per l’era post-sovietica. La “Dottrina Wolfowitz” spiegava che la supremazia degli U.S.A. Sul resto del mondo esige, per essere garantita, di imbrigliare l’Unione Europea [10]. Nel 2008, all’epoca della crisi finanziaria negli Stati Uniti, la presidente del Consiglio economico della Casa Bianca, la storica Christina Rohmer, spiegò che l’unico mezzo per riportare a galla le banche era di fermare i paradisi fiscali dei Paesi terzi, e poi provocare dei disordini in Europa in modo che i capitali rifluissero verso gli Stati Uniti. In definitiva, Washington si propone oggi di far alleare il NAFTA e l’Unione Europea, il dollaro e l’euro, e di abbassare gli Stati membri dell’Unione al livello del Messico [11].

Sfortunatamente per loro, né i popoli dell’Unione Europea, né i loro dirigenti hanno coscienza di quel che il presidente Barack Obama prepara loro.

Thierry Meyssan
Traduzione
Luisa Martini

Fonte
Megachip-Globalist (Italia)

[1] « Après 42 ans, Andy Marshall quitte le Pentagone », Réseau Voltaire, 7 janvier 2015.

[2] “Selective Intelligence”, Seymour Hersch, The New Yorker, May 12, 2003.

[3] “Stumbling World Order and Its Impacts”, by Imad Fawzi Shueibi, Voltaire Network, 5 April 2015.

[4] « 4 millions de morts en Afghanistan, au Pakistan et en Irak depuis 1990 », par Nafeez Mosaddeq Ahmed, Traduction Maxime Chaix, Middle East Eye (Royaume-Uni), Réseau Voltaire, 11 avril 2015.

[5] « La “Guerre des civilisations” », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 4 juin 2004.

[6] Dark Alliance, The CIA, the Contras and the crack cocaine explosion, Gary Webb, foreword by Maxime Waters, Seven Stories Press, 1999.

[7] « La famille Karzaï confie le trafic d’héroïne à l’Émirat islamique », Réseau Voltaire, 29 novembre 2014.

[8] « Conversation entre l’assistante du secrétaire d’État et l’ambassadeur US en Ukraine », par Andrey Fomin, Oriental Review (Russie), Réseau Voltaire, 7 février 2014.

[9] « La gouvernance unipolaire est illégitime et immorale », par Vladimir Poutine, Réseau Voltaire, 11 février 2007.

[10] Le document est toujours classifié, mais son contenu a été révélé dans « US Strategy Plan Calls For Insuring No Rivals Develop » par Patrick E. Tyler, New York Times du 8 mars 1992. Le quotidien publie également de larges extraits en page 14 : « Excerpts from Pentagon’s Plan : “Prevent the Re-Emergence of a New Rival” ». Des informations supplémentaires sont apportées dans « Keeping the US First, Pentagon Would preclude a Rival Superpower » par Barton Gellman, The Washington Post du 11 mars 1992.

[11] “Crisi dell’euro e smantellamento dell’Unione Europea”, di Jean-Claude Paye, Rete Voltaire, 9 luglio 2010.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article187426.html

Il nuovo ascaro degli USA in Medio Oriente: l’ISIS

Scritto il febbraio 16, 2015 by Federico Dezzani

Questa settimana ci occuperemo ovviamente di Libia e lo faremo con due articoli in successione. Nel primo studieremo l’origine dell’ISIS, secondo mostruoso parto dell’intelligence americana dopo Al Qaida, mentre il secondo ripartirà dal nostro pezzo “Libia: sfida Russia-USA?” pubblicato nel novembre 2014, proseguendo sino ai velleitari piani bellici di oggi.

Italiani, all’armi!

L’ISIS infatti rafforza le sue posizioni sulle coste libiche e, stando al piano strategico “The Islamic State 2015” redatto in inglese ad uso e consumo del pubblico occidentale, intende trasformare la “quarta sponda” in una base di lancio missilistica per colpire l’Italia in vista di un’invasione da sud del continente. Roma esce dal letargo libico in cui era caduta e, per bocca dei ministri Roberta Pinotti e Paolo Gentiloni, azzarda l’invio di almeno 5.000 uomini e chiede per sé la guida di una coalizione internazionale.

L’ultima volta che un presunto missile libico colpì l’Italia fu nel 1986 quando secondo i media il Colonnello Gheddafi avrebbe lanciato due missili balistici a corto raggio Scud contro Lampedusa, in risposta ai raid aerei americani con cui il presidente americano Ronald Reagan aveva cercato di liquidarlo: che l’episodio, come afferma l’allora capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare Basilio Cottone1, fosse una montura di servizi segreti stranieri finalizzata a compromettere le relazioni italo-libiche, ci ricorda che il terrorismo è lo strumento di manipolazione dell’opinione pubblica per eccellenza.

Il modus operandi dell’ISIS è talmente efferato ed amorale che obbliga a chiedersi se il suo obbiettivo sia effettivamente l’instaurazione del Califfato Islamico oppure sia l’ennesima sigla dietro cui si nascondo determinati interessi: si può fare proselitismo sgozzando cooperanti inglesi, decapitando i copti egiziani, crocifiggendo i cristiani siriani, seppellendo vivi i bambini iracheni o facendo saltare in aria le mura di Ninive?

Se l’Università cairota di Al-Azhar, una delle massime autorità dell’islam sunnita cui pretende di appartenere anche l’ISIS, ha fermamente condannato l’organizzazione terroristica e ha invocato pene esemplari per i suoi membri2, ad Occidente c’è invece chi ha interesse nel proliferare dello Stato Islamico, perché alimenta quello stato di assedio nato dopo la strage di Charlie Hebdo (“Prendere atto della Terza Guerra Mondiale” scriveva il 9 gennaio Lucia Annunziata) e consente di mettere a ferro e fuoco quegli Stati (Siria, Libano, Iraq) dove è forte l’influenza iraniana e russa.

La sua apparizione sul palcoscenico internazionale l’ISIS ( Islamic State of Iraq and al-Sham noto anche come ISIL, Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) la fa proprio in Siria nella primavera del 2013 quando l’opposizione al regime di Bashar Assad (il Free Syrian Army e l’organizzazione terroristica Fronte al-Nusra, finanziati ed equipaggiati da Turchia, Qatar, Arabia Saudita, NATO ed Israele) subisce una sconfitta strategica nella battaglia di Al-Qusayr3, la “Stalingrado” dell’insurrezione siriana.

Se un tentativo di ribaltare la situazione del campo sarà abbozzato pochi mesi dopo dal trio Washington-Londra-Parigi che cercheranno invano di bombardare l’Esercito Arabo Siriano sull’onda del falso attacco chimico di Damasco, il capo di Al Qaida, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, anticipa tutti lanciando nell’aprile del 2013 un provvidenziale appello per l’unità delle milizie sunnite e l’instaurazione di uno Stato Islamico4. Risponde pochi giorni dopo lo sceicco Abu Bakr al-Husseini al-Baghdadi che in un messaggio video proclama che l’organizzazione terroristica di cui è capo, lo Stato Islamico operante in Iraq, estenderà il suo raggio d’azione alla Siria, prendendo il nome d’ora in vanti di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante5. Così facendo l’ISIS entra in diretta concorrenza con il Fronte al-Nusra, anch’esso riconducibile all’estremismo sunnita, ed inizia un processo di inglobamento del secondo, accompagnato da saltuarie ma sanguinose faide6: a facilitare l’integrazione però concorre la reciproca presunta conoscenza tra il capo dell’ISIS, Al-Baghdadi, e quello di al-Nusra, Abu Muhammad al-Golani, entrambi veterani di Al Qaida in Iraq ed ex-camerati7.

L’ISIS sembra eclissare in questi ultimi mesi la stessa Al Qaida (l’ultima azione significativa rivendicata da quest’ultima è la strage di Charlie Hebdo) seguendo quel tipico percorso di progressiva sostituzione delle organizzazione terroristiche man mano che si usurano. Anche l’Italia ha vissuto durante gli anni della strategia della tensione una simile esperienza con l’avvidendarsi del terrorismo nero, quindi rosso ed infine mafioso.

Chi è Abu Bakr al-Baghdadi, l’enigmatico capo dell’ISIS

La voce dello sceicco Al-Baghdadi è stata diffusa pochi giorni fa dalle stazioni radio di Sirte, Libia, quando l’ISIS ha preso possesso della città: il messaggio di Al-Baghdadi, dato significativo, non è stato registrato per l’occasione ma è stato estrapolato da un sermone di diversi mesi prima dove si profetizzava l’avvento del Califfato8. Chi è dunque Al-Baghdadi e come ha creato questo temibile strumento di terrore che semina morte da Tripoli al Kurdistan iracheno? Esistono sul suo contro tre versioni, dalla più estrema alla più conservativa: le riportiamo tutte dal momento che spesso le menzogne sono deformazioni della verità.

In base alla prima tesi Abu Bakr al-Baghdadi non sarebbe nato nel 1971 a Samarra, Iraq, né sarebbe uno sceicco/emiro/califfo a capo di una brigata internazionale di islamici fanatici, bensì un prodotto di marketing simile ai cantati plasmati da zero nei reality televisivi: sarebbe infatti un agente del Mossad o secondo un’altra variante avrebbe ricevuto una formazione dal Mossad in materia di teologia islamica ed oratoria9. Di certo possiamo dire che l’ISIS non ha mai costituito una seria minaccia per Israele ma al contrario un vantaggio tattico: l’organizzazione terroristica ha messo a ferro e fuoco la Siria di Assad e l’Iraq di Maliki mentre ha indotto Giordania ed Egitto a collaborare con Tel Aviv in materia di sicurezza10.

La seconda tesi prende spunto da un articolo apparso nel 2007 sull’autorevole New York Times: Al-Baghdadi sarebbe un personaggio fittizio, interpretato dall’attore Abu Adullah al-Naima e commissionato da “Al Qaida in Iraq” per leggere i suoi sermoni affinché la rete terroristica sembrasse guidata da un iracheno e non da stranieri come in realtà era. L’articolo riportava inoltre notizie di una possibile uccisione di Al-Baghdadi per mano delle truppe americane già nel 2007. Ricordiamo che Al Qaida non esisteva in Iraq prima dell’invasione anglo-americana e che la disfatta militare della coalizione non è stata opera dell’organizzazione di Bin Laden, ma dei sunniti epurati dall’esercito dopo l’abbattimento del regime di Saddam Hussein e degli sciiti della milizia Jaish al-Mahdi.

La terza tesi, quella più conservativa, ruota attorno ad un articolo del dicembre 2014 apparso su The Guardian11 secondo cui Al-Baghdadi, terrorista in carne ed ossa, sarebbe stato catturato dagli americani poco dopo l’invasione e rinchiuso nel carcere di Bucca: qui il “califfo” avrebbe fatto conoscenza con gli altri detenuti e forgiato le basi ideologiche del futuro ISIS fino alla sua provvidenziale scarcerazione del dicembre del 2004 (secondo altri sarebbe stato scarcerato nel 200912).

In definitiva, Al-Baghdadi esiste oppure no? È vivo oppure è morto nel 2007 o nel settembre 2014 sotto i bombardamenti americani su Mosul13? Sono quesiti che possono rimanere senza risposta: è importante focalizzarsi su ciò che l’ISIS fa e riflettere sul “cui prodest”.

ISIS: forza e composizione

L’ISIS è una brigata internazionale del terrorismo i cui effettivi variano, a seconda delle stime, dai 7.00014 ai 30.00015 miliziani, con una forte presenza di stranieri (circa 3.000 nel teatro iracheno e siriano16). Tranne l’uso sporadico di qualche aereo o carrarmato, dispongono delle tradizionali armi della guerriglia, alcune di fabbricazione americana paracadutate in loco direttamente dalla US Air Force17 ed alcune abbandonate dall’esercito iracheno in ritirata18.

Come nel caso di Al-Nusra in Siria, anche le milizie islamiste autoctone che controllano Tripoli, riunite sotto la sigla Fajr Lybia, hanno patito l’arrivo dell’ISIS che prende velocemente il sopravvento e marginalizza le organizzazioni islamiste locali fino alla cancellazione/inglobamento19.

A cosa serve l’ISIS

L’ISIS ha guadagno le prime pagine dei giornali quando, nella tarda primavera del 2014, esce dalle sue consolidate basi lungo la valle dell’Eufrate (Raqqa, Deir Ez-Zor, Abu Kamal) e penetra a fondo in Iraq, in direzione nord (Kurdistan iracheno) e sud (Baghdad): verso al fine di giugno la caduta della capitale sembra imminente20 ed il premier filo-iraniano Nuri Al-Maliki è costretto alle dimissioni a metà agosto, con grande gioia di Washinton.

Nel settembre gli USA ed i loro tradizionali alleati (UK, Francia, Giordania, Arabia Saudita, Kuwait, etc.) avviano una lunga serie di raid aerei contro l’ISIS dai dubbi risultati, mentre sul lato opposto l’Iran incrementa l’invio di addestratori ed ufficiali per ricostruire da zero l’esercito iracheno21 e la Russia mantiene fede ai contratti precedentemente firmati inviando a Baghdad gli elicotteri d’attacco Mi-35 ed i caccia Su-2522.

Sottolineiamo come chi avesse tutto da perdere dall’avanzata dell’ISIS fossero il governo centrale di Baghdad e l’Iran che, attraverso un Iraq unito, riusciva a proiettarsi sino alla Siria ed al Libano. Chi ha tutto da guadagnare salla politica destabilizzante dell’ISIS sono invece quei paesi (USA, UK, Francia, Israele in testa) interessati alla cancellazione delle vecchie frontiere coloniali ed alla sostituzione degli Stati attuali con una miriade di “cantoni svizzeri” diversi per etnia e religione.

L’agenda dell’ISIS (il Califfato sunnita, l’espulsione del Kurdistan dall’Iraq, lo sbarco a Tripoli,etc.) ricalca infatti punto per punto i piani per un “Nuovo Medio Oriente” che sono stati fatti trapelare dal 2006 od oggi e che, anno dopo anno, profetizzano una sembra maggiore balcanizzazione della regione e la sua divisione secondo linee etniche e religiose. Il processo, lo vediamo ogni giorno, è accompagnato da una sempre più efferata pulizia etnica di cui le prime vittime sono le minoranze religiose, specialmente quelle cristiane.

Alleghiamo una mappa che esemplifica la spartizione cui si sta sottoponendo il Medio Oriente: la carta è apparsa nel settembre del 2013 sul New York Times23 e l’autrice, Robin Wright, è un membro del pensatoio Carnegie Endowment for International Peace.

Conclusione: l’ISIS è uno strumento della politica estera americana

L’ISIS è un esercito itinerante di mercenari e tagliagole, spostato dagli USA in tutto il Medio Oriente con finalità di destabilizzazione: scopo dell’organizzazione terroristica è portare la guerra dentro ai confini degli stati ostili a Washington, dilaniandoli con guerre a sfondo pseudo-religioso fino allo smembramento.

Pensare di debellare l’ISIS è ingenuo come sarebbe stato credere di eliminare in Italia, durante gli anni di piombo, i vertici delle Brigate Rosse, di Ordine Nuovo o di Avanguardia Nazionale (vedi omicidio Calabresi): la simbiosi tra il terrorismo ed establishment è tale da rendere superfluo ogni tentativo.

L’Italia deve tremare per l’arrivo dell’ISIS in Libia non perché la esponga a improbabili lanci di missili, quanto piuttosto perché è il segnale che Washington ha avviato una nuova campagna di destabilizzazione in tutto il Nord Africa, a quattro anni dalla “Primavera araba” targata CIA.

Salvare la Libia dal caos è possibile ma la soluzione non passa per le velleitarie ipotesi di un intervento terrestre italiano in territorio libico, bensì nel supporto illimitato a tutte quelle forze interne ed esterne alla Libia interessate a fermare la politica destabilizzatrice di Washington.

Ce ne occuperemo nel prossimo articolo.

1http://www.paginedidifesa.it/2005/salpietro_050920.html

2http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/grande-imam-di-al-azhar-attacca-l-isis-i-terroristi-andrebbero-crocifissi-_2093784-201502a.shtml

3http://www.lastampa.it/2013/05/20/esteri/la-battaglia-di-qusayr-assad-scacco-ai-ribelli-con-l-aiuto-di-hezbollah-1cTkwynoTagFEZT3ZqGVDJ/pagina.html

4http://rt.com/news/zawahiri-qaeda-islamic-state-469/

5http://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/view/al-qaeda-announces-an-islamic-state-in-syria

6http://syriahr.com/en/2015/01/isis-clashes-with-jabhat-al-nusra-and-islamic-battalions-around-mare-town/

7http://www.repubblica.it/esteri/2015/01/01/news/al_nusra_scheda-104138230/

8http://www.adnkronos.com/aki-it/sicurezza/2015/02/13/alla-conquista-della-libia-controlla-radio-sirte-ordina-alla-popolazione-sottomettersi_w06Sn0G8Q5SsU9Ar6rkGMN.html

9http://www.agoravox.it/Il-Califfo-del-Mossad.html

10http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/.premium-1.641497

11http://www.theguardian.com/world/2014/dec/11/-sp-isis-the-inside-story

12http://www.politifact.com/punditfact/statements/2014/jun/19/jeanine-pirro/foxs-pirro-obama-set-isis-leader-free-2009/

13http://www.iraqinews.com/iraq-war/urgent-isis-leader-abu-bakr-al-baghdadi-allegedly-killed-us-airstrikes/

14http://www.theguardian.com/world/2014/jun/12/how-battle-ready-isis-iraqi-army-peshmerga

15http://www.vox.com/2014/9/12/6138977/isis-iraq-numbers

16http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21604230-extreme-islamist-group-seeks-create-caliphate-and-spread-jihad-across

17http://www.theguardian.com/world/2014/oct/22/isis-us-airdrop-weapons-pentagon

18http://www.alternet.org/world/how-isis-ended-stocked-american-weapons

19http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2015/02/15/lisis-avanza-in-libia.-gentiloni-pronti-a-combattere-con-onu_9fdcefab-3ef5-443b-b48c-3ba44c71d74d.html

20http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2014/06/28/ARjQLPx-arrivano_qaedisti_periferia.shtml

21http://www.bloombergview.com/articles/2015-02-03/exclusive-iran-s-militias-are-taking-over-iraq-s-army

22http://english.alarabiya.net/en/News/2014/07/24/Russia-delivering-weapons-to-Iraq.html

Preso da: http://federicodezzani.altervista.org/libia1-il-nuovo-ascaro-degli-usa-mo-lisis/

La copertura mediatica della crisi dei migranti in Europa ignora la causa del fenomeno: la NATO

La portata della crisi migratoria che Europa sta affrontando oggi non può essere sottovalutata. E’ veramente senza precedenti. Deve essere chiaro però che il numero di migranti che i paesi europei hanno accolto o si sono impegnati a ad accogliere è irrisorio rispetto ai numeri che sono ospitati in altri paesi del Medio Oriente. Il Libano, per esempio, ospita 1,1 milioni di rifugiati siriani. La Giordania ospita più di 600.000 rifugiati. L’Iraq ospita quasi 250mila. La Turchia ospita 1,6 milioni.

Ciò che è abitualmente sottovalutato, però – e di fatto quasi completamente ignorato dai media tradizionali – sono le vere radici della crisi, si legge su Russia Insider.

Il dibattito intorno alla migrazione nell’UE si sta sviluppando quasi interamente senza riferimento alle cause del recente afflusso di migranti dal Nord Africa e dal Medio Oriente. L’elefante nella stanza è la NATO e nessuno vuole davvero parlarne.

Il modus operandi della NATO è chiaro. Il modello, ripetuto più e più volte, comporta la completa destabilizzazione di una regione, che sarà rapidamente seguita con un’altra ‘soluzione’ NATO al problema.

Discutere della crisi dei migranti in Europa senza riconoscere il contesto in cui è nata è inutile. Sarebbe come chiedere agli americani di discutere la brutalità della polizia senza parlare di razza. Le due cose sono inevitabilmente interconnesse e qualsiasi “soluzione” proveniente da un dibattito incompleto alla fine fallirà.

Una soluzione più semplice, ovviamente, sarebbe che la NATO ponesse fine alla sua campagna di destabilizzazione in Medio Oriente e Nord Africa, ma questo richiederebbe l’accettazione e il riconoscimento di alcune verità molto dure.

In un articolo di Telesur – tradotto da Vocidallestero – che vi avevamo proposto lo scorso aprile si ricordava quello che spesso viene taciuto riguardo alle tragedie dei migranti nel Mediterraneo, ossia che i migranti che si imbarcano verso l’Europa “fuggendo da guerre e miseria” fuggono da guerre e da miseria che sono state causate in primo luogo dall’Occidente stesso, Europa inclusa.

“In Libia, Siria, Somalia ed Eritrea, l’Europa e in generale il mondo occidentale si è trovato davanti per decenni a una semplice scelta: sostenere la pace oppure incoraggiare il conflitto. In tutti e quattro i casi, il mondo occidentale è stato inequivocabilmente dalla parte della guerra, della sofferenza e della violazione dei più basilari diritti umani. Ora che questi paesi sono stati saccheggiati a sufficienza, l’UE lascia che i rifugiati prodotti dai tanti conflitti sostenuti dall’Occidente muoiano annegati in mare.

I politici possono dare la colpa agli scafisti, e possono parlare finché vogliono della “fortezza Europa”. Ma alla fine il solo modo che l’Occidente ha per fermare le navi dei migranti è di smetterla di sostenere la guerra e l’oppressione. Potrebbero iniziare col trattare con umanità i rifugiati che attraversano il Mediterraneo, invece che con quel disprezzo che l’Europa ha dimostrato verso l’Africa e il Medio Oriente per tutto il secolo passato”.

Per la traduzione completa dell’articolo di Telesur si ringrazia e si rimanda a Vocidallestero.it

Preso da: http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=11&pg=12082

Memorandum sulla Libia: disinformazione contro Stato, Guida ed Esercito di Saïf al-Islam Kadhafi

Mentre la NATO ha deliberatamente falsificato il dossier libico per arrogarsi il diritto di distruggere la Libia e assassinarne la Guida per gettarla nel caos, Sayf al-Islam Gheddafi rimane l’unica personalità capace di unire rapidamente le diverse tribù. Liberato di recente, ha scritto questo memorandum per esaminare la situazione giuridica del suo Paese.

| Tripoli (Libia)

Questo memorandum mira ad identificare ciò che il popolo libico ha subito negli ultimi sei anni. Questi crimini sono stati commessi in nome dell’interventismo umanitario, della protezione dei civili, dell’introduzione della democrazia e della prosperità. Le forze della NATO, con l’aiuto di certi Stati arabi e di certi libici, attaccarono la Libia con tutti i mezzi a disposizione. Le giustificazioni avanzate erano false quanto quelle per l’invasione dell’Iraq nel 2003. Fu la distruzione sistematica di un Paese sovrano e di una nazione pacifica. Questa nota tenta di presentare tali crimini alla comunità internazionale, alle organizzazioni per i diritti umani e alle ONG, al fine di sostenere la Libia e il suo popolo negli innumerevoli sforzi per ricostruire questo piccolo Paese.

Libia al crocevia: l’inizio

L’agonia della Libia iniziava il 15 febbraio 2011, quando alcuni cittadini si riunirono per protestare in modo pacifico contro l’incidente nella prigione di Abu Salim. La dimostrazione divenne rapidamente ostaggio dei gruppi jihadisti come il Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG). Questi elementi attaccarono le stazioni di polizia e le caserme di Derna, Bengasi, Misurata e Zuiya per rubare le armi e utilizzarle nella guerra pianificata contro il popolo libico e il suo governo legittimo. Tali azioni furono accompagnate dalla propaganda di al-Jazeera, al-Arabiya, BBC, France24 e altri che incoraggiarono i libici ad affrontare la polizia che cercava di proteggere edifici pubblici e proprietà private da attacchi e saccheggi.

Scene di orrore si videro per le strade, i ponti e contro le indifese forze di sicurezza su cui i manifestanti commisero crimini contro l’umanità. Membri delle forze di sicurezza, militari e di polizia furono massacrati, i loro cuori furono strappati dai corpi e fatti a pezzi; uno spettacolo di brutalità selvaggia. Ad esempio, il primo giorno dei disordini, il 16 febbraio 2011, nella città di Misurata i cosiddetti manifestanti pacifici uccisero e bruciarono un uomo, Musa al-Ahdab. Lo stesso giorno a Bengasi, un agente di polizia fu ucciso e smembrato [1]. Questa barbarie fu commessa da elementi che usavano carri armati, mitragliatrici e cannoni antiaerei a Misurata, Bengasi e Zuiyah [2]. Queste scene sono ben documentate e possono essere viste su YouTube [3] e Internet.

Così, si ebbero dozzine di vittime contrariamente a quanto riportato dai media menzogneri. Secondo al-Jazeera, al-Arabiya e gruppi di opposizione libici, alla fine del 2011 il numero di persone uccise era di 50000. Tuttavia nel 2012 il governo di Abdarahim al-Qib annunciò che il numero di vittime registrate tra il 17 febbraio 2011 e la fine della guerra nell’ottobre 2011, era di 4700, incluse le morti naturali [4]. Nonostante il numero elevato di vittime menzionate dalle statistiche, i loro nomi ed identità non vengono riportati e nessuna famiglia ha chiesto di essere compensata dal governo.

La propaganda e le bugie che accompagnarono le accuse contro i militari non si fermarono all’inflazione del numero di vittime, ma affermarono che il regime usò aerei militari per attaccare i civili, ordinò massacri all’esercito e alle forze di sicurezza [5], col Viagra trovato nei carri armati [6], e fece ricorso a mercenari africani e algerini e subendo la diserzione dei piloti a Malta [7]. Alcuna di tali accuse è stata dimostrata finora e non corrispondono a verità. Le indagini di Nazioni Unite, Amnesty International e Human Rights Watch [8] non hanno confermato alcuno degli 8000 rapimenti segnalati dall’opposizione libica. In realtà, tali accuse furono fabbricate e non hanno credibilità. Allo stesso modo, l’accusa di utilizzare i Mirage della base aerea di al-Withy, nell’estremo ovest della Libia, per attaccare i civili di Bengasi ignoravano il fatto che questi aerei non potevano rientrare considerando il consumo di carburante. È impossibile per questo tipo di aereo attaccare obiettivi a 1500 km e rientrare senza rifornimento ed esistono basi aeree presso Bengasi che potevano essere utilizzate dal governo libico, se necessario. Allo stesso modo, il presunto Viagra trovato nei carri armati esce dallo stesso cilindro: la Libia aveva un esercito giovane, professionista e morale, che non pensava a commettere tali crimini e non aveva bisogno del Viagra per badare ai propri desideri sessuali. Queste storie sono semplicemente disinformazione come i sette minuti necessari alle armi di distruzione di massa irachene per attaccare l’occidente. Oggi, la questione irachena e libica fanno ridere i popoli di Iraq, Libia, Stati Uniti ed Europa. (Relazione di Amnesty International [9]).

La Corte Internazionale di Giustizia (ICC)

L’ICC [10] emise un mandato d’arresto nel 2011 contro Muammar Gheddafi, Sayf al-Islam Gheddafi [11] e Abdallah Senussi, accusati di reati contro l’umanità. Nonostante la gravità del crimine, l’ICC non svolse alcuna indagine sul campo e tracciò le conclusioni ed individuò i responsabili a due settimane dalla sessione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il calendario dato al procuratore non fu presentato e comunque non ebbe il tempo per specificare le accuse. A tal fine, Ahmad al-Jahani, coordinatore del CNT nel CPI-Libia dichiarò che “il caso dell’ICC contro la Libia è puramente politico perché la NATO chiese al Consiglio nazionale di transizione (NTC) di elaborare l’elenco dei funzionari da accusare di crimini contro l’umanità”. Il CNT nominò al-Jahani per la preparazione di tale elenco con circa dieci nomi, tuttavia l’ICC ne perseguì solo tre. Al-Jahani inoltre aggiunse che tutte le accuse erano fabbricate. Ribadì il suo punto di vista durante l’incontro con Sayf al-Islam e l’assicurò che la giustizia libica non poteva condannarlo. Al-Jahani aggiunse che con la sua squadra l’aveva fatto perché sapeva che era persa in anticipo e che l’aveva perseguita per implicare Sayf al-Islam in casi finanziari e di corruzione.

Al-Jahani giustificò le sue fabbricazioni e menzogne affermando che sono (legalmente) legittime in guerra (dichiarazione di al-Jahani documentata il 1° gennaio 2012 e al tribunale di Zintan).

L’ICC adottò il doppiopesismo nella guerra alla Libia e nell’intervento della NATO. Accusò figure politiche libiche di crimini inventati ignorando il massacro barbaro di Muammar Gheddafi [12] e suo figlio Muatasim da parte delle milizie sostenute dalla NATO [13]. L’unica reazione dell’ICC fu far cadere le accuse contro Muammar Gheddafi dopo la morte. Tuttavia, l’ICC persisteva, dato che i media documentarono l’omicidio, non c’era bisogno di ulteriori prove per processare i responsabili. L’ICC poteva facilmente arrestare i responsabili politici e diplomatici nelle varie capitali europee. Una posizione simile fu presa dall’ICC contro Abdallah Senussi dopo che fu rapito in Mauritania dal governo libico [14]. La Corte semplicemente smise di chiederne l’estradizione. Nemmeno ne seguì la violazione dei suoi diritti, né il trattamento inumano subito nella prigione della milizia, anche se era detenuto da noti jihadisti del Gruppo combattente islamico libico (LIFG). Il direttore della prigione non era altri che il capo del LIFG Abdalhaqim Bilhadj.

Bilhadj è noto a CIA e governi occidentali. La CIA l’arrestò dopo la fuga da Kandahar, interrogato ed estradato in Libia nel 2002 con l’accusa di terrorismo [15]. Nel 2009, lui e membri del LIFG furono liberati dalla prigione in base alla legge di amnistia generale. [16] Il passato terroristico di Bilhadj parla da sé. Nel 1994-1997 ordinò la strage di 225 persone. Nel 1997 ordinò l’omicidio dei turisti tedeschi Steven Baker e Manuela Spiatzier. Tuttavia, assunse un’alta carica in Libia. Fu ministro della Difesa e Sicurezza a Tripoli, direttore generale delle prigioni libiche e come tale direttamente responsabile della detenzione di Abdallah Senussi. Informato dei crimini di Bilhadj, l’ICC espresse la certezza che al-Senussi fosse in buone mani e ne sostenne il processo in Libia.

La NATO e i paesetti del Golfo ignorarono le attività terroristiche di Bilhadj e lo riconobbero capo politico e militare e affarista. Ha il maggiore canale televisivo nel Nord Africa, la più grande compagnia aerea della Libia, un cementificio, proprietà in Spagna e Turchia e un aeroporto privato a Tripoli. Questo aeroporto però viene usato per trasportare terroristi dalla Libia alla Siria. Questi terroristi ricebvettero160 miliardi di dollari nel 2010.

Bilhadj e altri sono responsabili dell’uso improprio dei beni della Libia e della fine del piano di sviluppo della Libia da 200 miliardi di dollari, secondo la Banca mondiale. Bilhadj è un esempio della vita sontuosa dei signori della guerra quando i comuni cittadini libici sprofondano nella povertà estrema.

Violazioni dei diritti umani da parte delle milizie

I capi militari e i signori della guerra hanno commesso crimini spregevoli contro l’umanità, distruggendo città e infrastrutture vitali negli ultimi sei anni, tra cui:
- persone bruciate vive o sottoposte alle forme più terribili di tortura.
- prigionieri politici, agenti di sicurezza e soldati bruciati vivi a Misurata.
- soprattutto, le milizie organizzano il traffico di organi umani prelevati dai prigionieri.
- nel contesto della complessa scena politica libica, Daish ha aggiunto altre atrocità massacrando, crocifiggendo e schiacciando persone.

Una pulizia razziale ed etnica senza precedenti, un genocidio commesso contro cinque città libiche e la loro popolazione. Il 55% dei libici è stato costretto a fuggire dal proprio Paese negli Stati vicini. Inoltre, a Bani Walid furono bruciate centinaia di case [17] come altre nella città di Warshafana [18], la città di Sirte fu rasa al suolo [19], le aree residenziali di Bengasi [20] e Derna furono bombardate. Persino Tripoli, città cosmopolita, subì la pulizia etnica e razziale, in particolare nelle zone leali a Muammar Gheddafi.

Oltre alle violazioni sistematiche dei diritti umani, le milizie e i loro capi distrussero infrastrutture cruciali [21]. Nel luglio 2014 incendiarono l’aeroporto di Tripoli e la flotta aerea nonché i serbatoi di petrolio [22] [23] [24] [25].

Nonostante le azioni distrutte e le torture brutali delle milizie, la comunità internazionale e gli organi delle Nazioni Unite ignorarono tali crimini e non processarono tali signori della guerra [26].

Le atrocità delle milizie della NATO e libiche contro civili e figure pubbliche

Gli aerei della NATO colpirono i civili in varie città, come Zlitan, Sirte, Surman, Tripoli e Bani Walid. A sud di Zlitan e precisamente a Majir [27], 84 famiglie, in gran parte donne e bambini, furono uccise a sangue freddo dagli attacchi aerei della NATO di notte. [28] I media mostrarono corpi di bambini e di una donna, Minsyah Qalefa Hablu, tagliata a metà, estratti dalle macerie. Altri morirono in questo scenario inquietante. In un altro caso, la famiglia di Qalid Q. al-Hamadi fu colpita dagli attacchi aerei della NATO in casa, uccidendo i figli. [29] Inoltre, la famiglia al-Jafarah fu uccisa a Bani Walid [30], quando la NATO ne bombardò la casa durante il mese santo del Ramadan. Per non parlare del bombardamento ben documentato del convoglio di Muammar Gheddafi a Sirte e dell’assassinio del figlio Sayf al-Arab nella casa di Tripoli [31].

Le violazioni dei diritti umani, gli omicidi sistematici e la tortura contro i civili libici continuano dopo che le milizie presero il controllo della Libia. Le vittime erano civili che non avevano partecipato alla guerra. La maggioranza era anziana e non poteva portare armi. Il comico popolare Yusif al-Gharyani fu arrestato e torturato dalla milizia di al-Zuiyah.

La milizia di Misurata arrestò e torturò l’ex-muftì 80enne Shayq Madani al-Sharif [32] perché non approvò e sostenne l’intervento della NATO [33]. Il famoso cantante Muhamad Hasan fu brutalizzato e messo agli arresti domiciliari [34]. Altri, come l’economista Abdalhafid Mahmud al-Zulaytini, furono processati e condannati a lunghi periodi di carcere. Allo stesso modo, il presidente del Soccorso Islamico, Dr. Muhamad al-Sharif, fu condannato a un lungo periodo di carcere. Il direttore delle dogane e il responsabile dell’addestramento del Ministero degli Interni furono condannati a lunghi periodi di reclusione con altri condannato a morte o a vari periodi di carcere. Sembra assurdo che queste personalità siano accusate di traffico di stupefacenti, tratta di esseri umani, stupro, oltre a 17 altri capi di accusa [35]. La domanda è, come avrebbero potuto riunirsi per commettere tali crimini per nove mesi?

Dopo che la Nato misero tali milizie al governo, altri crimini terroristici furono commessi contro i cittadini libici e stranieri. Un copto fu ucciso dal battaglione di Misurata [36], altri a Sirte [37], molti operai cristiani etiopi furono uccisi [38], l’insegnante anglo-statunitense Roni Smith fu assassinato a Bengasi nel 2014 [39], il personale della Croce Rossa di Misurata fu ucciso [40], fu commesso un attentato contro l’ambasciata francese a Tripoli [41], e in particolare l’ambasciatore statunitense fu ucciso a Bengasi nel 2012 [42].

Tutte le suddette vittime furono segnalate da Human Rights Watch e, in alcuni casi, la NATO ne ammise la responsabilità. Tuttavia, l’ICC chiuse un occhio e non indagò su tali crimini malgrado i vari organi nazionali e internazionali chiedessero l’apertura di un’indagine trasparente. L’ICC ha fallito sulla guerra in Libia. Non produsse un unico mandato di arresto contro i capi delle milizie e delle forze della NATO. Sembra che la politica deliberata dell’ICC sia ignorare questi crimini comprovati e concentrarsi solo su accusa e processo di Sayf al-Islam.

Per quanto riguarda la famiglia di Muammar Gheddafi, l’ICC non è seria, come nel caso delle torture di Saadi Gheddafi, di cui il procuratore dell’ICC sostenne la prosecuzione dell’inchiesta. Tuttavia, un video mostrò che veniva picchiato durante l’interrogatorio. La stessa procedura si applica al caso Abdallah Senussi, dove il procuratore della ICC disse che deve ancora deliberare sulla sua condanna a morte (pronunziata in Libia). Una dichiarazione simile fu fatta dal predecessore riguardo il bombardamento e l’assassinio di Muammar Gheddafi e di centinaia di persone nel suo convoglio. L’ICC non è mai stato serio verso i crimini commessi dalle milizie contro migliaia di libici. Il suo unico interesse è silenziare la voce di Sayf al-Islam ed eliminare ogni possibile leadership.

Gli Stati membri della NATO e gli staterelli del Golfo dovrebbero essere considerati responsabili del caos creato in Libia dal 2011. Intervennero in Libia col pretesto che Muammar Gheddafi massacrasse il popolo. La scena di un leader che uccide il proprio popolo ricorda Tony Blair sull’Iraq. Disse nel 2016 che era “la cosa giusta da fare e che se Saddam fosse rimasto al potere durante la primavera araba avrebbe massacrato i ribelli” [43]. Di conseguenza, dei Paesi sono stati distrutti, migliaia di persone sfollate e proprietà nazionali derubate. Come risultato dell’intervento militare della NATO in Libia, Muammar Gheddafi, i suoi figli e migliaia di libici sono stati uccisi e milioni di persone sfollate.

Sei anni dopo, la stabilizzazione della Libia è ben lungi dall’essere raggiunta. In breve, le milizie libiche si combattono e le forze militari dei Paesi occidentali affiancano le varie milizie. La Francia rimane militarmente implicata e perse tre soldati a Bengasi nel luglio 2016 uccisi dai gruppi che sostenne nella rivolta del 2011. Parigi aveva allora chiamato la rivolta “rivoluzione” da sostenere. Se questo credo era vero, perché continua la guerra oggi? E perché 700 persone sono state uccise? Perché il personale del consolato statunitense è stato ucciso a Bengasi? Perché l’occidente ignora la barbarie del Daish, che sgozza a Sirte, Misurata e Derna?

La risposta a quest’ultima domanda è chiara, questi criminali furono sostenuti dall’occidente nel 2011 perché combattessero il governo, apostata secondo le loro dichiarazioni. Perché il Daish indossava la stessa uniforme dei soldati libici, e chi gliel’ha data? Perché i membri del Daish ricevono uno stipendio dal ministero della Difesa Libico? La risposta a queste domande va trovata preso il vero capo del Paese, Bilhadj, Sharif, il Gruppo di combattimento islamico libico e i loro sodali del Congresso Nazionale. Chi governa oggi la Libia è ben noto al popolo libico e a certe ONG internazionali. Finora la Libia è ancora controllata dai gruppi jihadisti e l’occidente li appoggia nonostante i crimini commessi contro la Libia e il suo popolo.

Non è strano che i Paesi occidentali, dalla Norvegia al Canada a Nord, da Malta all’Italia a Sud, per non parlare di Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Sudan e Marocco, si siano associati all’aggressione militare contro i civili che non gli erano ostili, contro Sayf al-Arabi, Muammar Gheddafi e la famiglia Quaylidi e le 84 vittime innocenti di Majir? Mentre questi stessi Stati sono pazienti e tolleranti col Daish a Sirte, Misurata e Bengasi, sopportano gli attentati nelle città francesi e belghe. Tuttavia, gli Stati membri della NATO e i loro alleati dovrebbero attaccarli e bombardarli come fecero in Libia nel 2011.

Infine, oltre a tale serie di crimini, gli Stati occidentali scelsero come leader libico il criminale di guerra responsabile della distruzione di Bani Walid e dell’uccisione dei suoi figli, Abdarahman Suihli. Nominò primo ministro il nipote Ahmad Mitig [44], direttrice generale agli Esteri la nipote Nihad Mitig [45] e il cognato Fayaz al-Saraj nuovo primo ministro. Inoltre, Abdarahman Suihli si accordò con Abdalhaqim Bilhadj, capo del Gruppo combattente islamico libico (LIFG), per partecipare con gli islamisti alle elezioni presidenziali. Tuttavia, in Libia è ben noto che se le elezioni dovessero essere tenute oggi, tali persone non avrebbero garantito il voto, neanche dalle proprie famiglie. La popolarità di Bilhadj apparve nelle elezioni generali quando ottenne solo 50 voti nel quartiere Suq al-Jumah, che ha 250000 abitanti.

Durante questo tempo e durante la stesura di queste pagine, la popolazione delle città della Libia, inclusa la capitale Tripoli dove abita un terzo della popolazione, soffre di carenza di acqua, vive nel buio a causa dei blackout, ed è priva di strutture mediche e mezzi per soddisfare le esigenze umane di base. Secondo l’ONU, il 65% degli ospedali ha smesso di funzionare [46]. Mentre il dinaro libico è crollato e la produzione di petrolio sceso da 1,9 milioni di barili al giorno a 250000 barili. [47] Acuendo le sofferenze del popolo libico, le strade principali sono interrotte dalle operazioni militari e dal banditismo, oltre ai bombardamenti da Derna ad est di Sirte, da ovest di Bengasi ad Aghedabia. Le notizie quotidiane più comuni sono sequestri di persona e traffico di armi vendute su Internet.

In conclusione, dobbiamo ringraziare i nostri fratelli di Qatar, Emirati Arabi Uniti, Sudan, Tunisia, Lega araba, NATO, Unione europea e tutti coloro che hanno trasformato la Libia in uno Stato fallito. Dopo la liberazione dei prigionieri islamici e altri, la Libia è diventata un’area che ospita le più grandi prigioni private. Un Paese che attirava investitori da tutto il mondo è diventato uno Stato esportatore di migranti, inclusi propri cittadini. Il 55% della popolazione è migrata e rifugiata all’estero. Uno Stato che riuniva i migliori esperti legali e costituzionali del mondo, che poté forgiare una costituzione nuova e moderna, è ora divenuta un’area governata da 1500 milizie. E infine uno Stato in cui il furto era considerato strano e insolito è divenuto luogo in cui corpi umani mutilati e decomposti vengono scaricati quotidianamente per le strade, evento divenuto banale in tutto il Paese.

Commento al rapporto Herland:
Sayf al-Islam Gheddafi e l’ICC

Prima della rivolta, Saiy al-Islam era l’architetto della nuova Libia. Presentò la sua nuova visione della Libia libera dalle carceri politiche, legata alla Carta dei Diritti Umani, alla distribuzione di ricchezza e prosperità e alla democrazia [48]. Intraprese riforme politiche ed economiche con cui i prigionieri islamisti acquisirono la libertà, venendo riabilitati e integrati nella società libica. Dopo la violenta rivolta in alcune città, le fonti locali confermano di aver aiutato gli sfollati in tutto il Paese, liberando i prigionieri della rivolta e protetto la popolazione di Misurata dai combattimenti, o di Bengasi fuggiti dalle zone dei combattimenti.

Invocò e sostenne gli sforzi di pace per risolvere la guerra. Secondo le fonti locali, chiese all’amministrazione dell’Università di Sirte di stampare 5000 volantini e distribuirli col convoglio pacifico partito per Bengasi, osservando i diritti umani. Invitò l’esercito a rispettare le regole d’ingaggio, proibendo l’uso della forza contro i manifestanti, secondo il capo della centro operativo dell’esercito nel marzo 2011, Maresciallo Hadi Ambarish, fatto prigioniero dai miliziani di Zintan, che lo torturarono e gli negarono la cure mediche fino a morire di cancro in carcere nel 2014 [49].

Nonostante gli sforzi inesorabili per la pace di Sayf al-Islam Gheddafi, gli aerei della NATO cercarono di assassinarlo, uccidendo o ferendo 29 suoi compagni. [50] Inoltre, perse delle dita e subì diverse ferite. Tuttavia, l’ICC non indagò su tale attacco aereo e non ne supervisionò i cinque anni d’isolamento. [51] Inoltre, l’ICC persisteva nel chiederne l’arresto e il processo dopo che fu condannato a morte da un tribunale libico nella prigione di al-Hadaba, guidato da Qalid al-Sharif, uomo di Bilhaj.

Perciò l’istruzione è ingiusta, l’archiviazione del caso è l’unico passo che va approvato. Si potrebbe sostenere che il caso nella sua interezza dovrebbe essere abbandonato, soprattutto dopo l’assassinio del procuratore generale a Bengasi e la fuga della maggior parte dei pubblici ministeri, mentre subivano enormi pressioni dalla milizia. In queste circostanze, gli argomenti dell’ICC sono che la sua condanna a morte non fu applicata e che pertanto dovrebbe essere arrestato e imprigionato nella prigione di al-Hadaba.

Tuttavia, il ministero della Giustizia libica si appellò contro la condanna a morte per via del processo sleale, in un tribunale nel carcere controllato da al-Sharif, che ha il potere su giudici e magistrati. Tuttavia, l’ICC continuò a chiedere un nuovo processo e ignorò il fatto che Sayf al-Islam era detenuto presso la prigione di Zintan e che il tribunale di Tripoli lo processò per teleconferenza. L’ICC dovrebbe rispettare la legge libica ed essere consapevole che una persona non va processata due volte per il presunto stesso reato. Ma scopo dell’occidente e dell’ICC è sbarazzarsi di Sayf al-Islam Gheddafi come fecero col padre Muammar Gheddafi e i fratelli.

È giunto il momento che l’ICC abbandono il doppiopesismo e aiuti il popolo libico nello scopo di salvare il proprio Paese da tali milizie e costruire una nuova Libia dove vigano diritti umani, prosperità, lo sviluppo e stato di diritto. Chiediamo anche all’ICC di abbandonare la pretesa che Sayf al-Islam sia estradato e processato a L’Aja.

L’ICC dovrebbe riconoscere e rispettare la legge di amnistia generale del ministero della Giustizia libico. Sayf al-Islam Gheddafi dovrebbe poter assumere il proprio ruolo nella lotta per una nuova Libia democratica. A tal proposito, e dopo che gli Stati occidentali comprenderanno i propri errori, dovrebbero collaborare coi libici e le ONG sincere per processare le milizie e i loro capi per il bene della pace e della riconciliazione.

Traduzione
Alessandro Lattanzio
(Sito Aurora)

Preso da: http://www.voltairenet.org/article198566.html