Hillarygate, la complicità occidentale nel genocidio dei neri in Libia

12 febbraio 2016

A capodanno furono svelati 3000 messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton quando era segretaria di Stato. Sono stati ripresi da diversi media statunitensi, tra cui la CNN. Gli storici saranno sorpresi da alcune rivelazioni esplosive contenute nei messaggi di posta elettronica sulla Libia: la legittimazione dei crimini dei ribelli, le operazioni speciali inglesi e francesi in Libia all’avvio delle proteste contro Gheddafi, l’integrazione dei terroristi dial-Qaida nell’opposizione sostenuta dai Paesi occidentali, ecc.
Gli squadroni della morte della NATO
Le informazioni raccolte da Sidney Blumenthal su Hillary Clinton forniscono prove decisive sui crimini di guerra commessi dai “ribelli” libici sostenuti dalla NATO. Citando un capo ribelle “con cui ha parlato in piena fiducia”, Blumenthal ha detto di Clinton: “Prendendo le parole con la massima riservatezza, un capo dei ribelli ha detto che le sue truppe continuano l’esecuzione sommaria di tutti i “mercenari stranieri”  (che hanno combattuto per Muammar Gheddafi) durante i combattimenti“. Mentre le esecuzioni illegali sono facili da riconoscere (i gruppi coinvolti in questi crimini vengono chiamati convenzionalmente “squadroni della morte”), ancor più sinistro è che erano considerati “mercenari stranieri” i combattenti di origine sub-sahariana e, difatti, i civili neri. Vi è un’ampia documentazione presso giornalisti, ricercatori e gruppi di difesa dei diritti umani che dimostrano che i libici neri e i lavoratori sub-sahariani assunti da società libiche, attività favorita da Gheddafi per la sua politica a favore dell’unità africana, furono oggetto di una brutale pulizia etnica.
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Il massacro di Tawarga
I neri libici furono spesso stigmatizzati come “mercenari stranieri” dai ribelli, principalmente gruppi estremisti legati ad al-Qaida, per la loro fedeltà in generale a Gheddafi, in quanto comunità furono stati sottoposti a torture ed esecuzioni e le loro città furono “liberate” con la pulizia etnica e le stragi. L’esempio più documentato è Taweaga, una città di 30000 libici neri. La popolazione scomparve del tutto dopo l’occupazione da parte dei gruppi ribelli sostenuti dalla NATO, le Brigate di Misurata. Tali attacchi erano ben noti e continuarono fino al 2012, come confermato dall’articolo del Daily Telegraph: “Dopo che Muammar Gheddafi fu ucciso, centinaia di lavoratori migranti provenienti dagli Stati confinanti furono arrestati dai combattenti alleati delle nuove autorità provvisorie. Accusarono gli africani di essere mercenari al servizio dell’ex-leader”. Sembra che Hillary Clinton fosse stata personalmente informata dai crimini degli alleati, i ribelli anti-Gheddafi, molto prima di
commettere i peggiori crimini del genocidio.
al-Qaida e le forze speciali di Francia e Regno Unito in Libia
Nella stessa email Sydney Blumenthal ha anche confermato ciò che divenne un problema ben noto, le insurrezioni sostenute dall’occidente in Medio Oriente e la cooperazione tra le forze militari occidentali e le milizie legate ad al-Qaida. Blumenthal riferisce che “una fonte estremamente sensibile” confermò che le unità speciali inglesi, francesi ed egiziane crearono le milizie ribelli libiche al confine tra Libia ed Egitto, nonché alla periferia di Bengasi. Mentre gli analisti a lungo specularono sulla presenza di truppe occidentali sul terreno, nella guerra libica, il messaggio è la prova definitiva del ruolo svolto da esse e della loro presenza sul terreno nelle prime manifestazioni contro il regime di Gheddafi, scoppiate nel febbraio 2011 a Bengasi. Il 27 marzo, in ciò che doveva essere una “rivolta popolare”, gli agenti dei servizi speciali inglesi e francesi “supervisionarono il trasferimento di armi ai ribelli“, tra cui armi d’assalto e munizioni
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Il timore francese per la moneta pan-africana
La risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite proposta dalla Francia istituiva una no-fly zone sulla Libia “al fine di proteggere i civili”. Tuttavia, una e-mail inviata a Clinton nell’aprile 2011 esprime intenzioni meno nobili. L’e-mail indica l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy come a capo dell’attacco alla Libia e individua cinque obiettivi da raggiungere: avere il petrolio libico, garantire l’influenza francese nella regione, aumentare la reputazione nazionale di Sarkozy, affermare il potere militare francese ed evitare l’influenza di Gheddafi su ciò che chiamava “francofona”. Ancor più sorprendente è il riferimento alla minaccia che le riserve di oro e denaro libiche, stimate in 143 tonnellate d’oro e una quantità simile di denaro, “comportassero la sostituzione del franco CFA quale moneta ufficiale dell’Africa francofona“. Una delle principali cause della guerra, poi, fu la volontà francese d’impedire la creazione della moneta panafricana basata sul dinaro-oro libico, un programma che faceva parte dei tentativi di Gheddafi di promuovere l’unità africana. Questo avrebbe dato ai Paesi africani un’alternativa al franco CFA, uno dei fattori del dominio neocoloniale sull’economia dell’Africa Centrale da parte della Francia.

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2 luglio 2013, Laura Boldrini premia con soldi pubblici la giornalista Annick Cojean, l’ideatrice della menzogna dell’uso del Viagra da parte dei soldati della Jamahirya Libica, propaganda di guerra volta a giustificare la distruzione della Libia, ancora diffusa e utilizzata dall’oscena sicaria atlantista Boldrini a due anni dall’assassinio della Libia.

Fonte: Contrainjerencia
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2016/02/12/hillarygate-la-complicita-occidentale-nel-genocidio-dei-neri-in-libia/

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Muoiono nel deserto i neri libici di Tawergha perseguitati dai “ribelli” della NATO

20 febbraio 2018

Fra i suoi innumerevoli crimini impuniti, l’operazione della Nato in appoggio a gruppi armati antigovernativi in Libia nel 2011 può annoverare una pulizia etnica in piena regola.
Durante quei mesi di bombardamenti, le milizie islamiste della città di Misurata uccisero diversi abitanti della vicina Tawergha, la città dei libici di pelle nera, diedero fuoco alle case e spinsero alla fuga bambini, donne, uomini, anziani. Circa 40mila persone. L’accusa? “Erano dalla parte del governo di Gheddafi”.
I più fortunati riuscirono a riparare in Tunisia o in Egitto. Gli altri da anni sopravvivono in alloggi di fortuna: capannoni, tende nei parchi pubblici, ma anche baracche in aree desertiche. Sette anni passati invano, come ha appena denunciato l’incaricata dell’Onu per gli sfollati, la filippina Cecilia Jimenez-Damary, dopo una visita in Libia.
Le condizioni dei cittadini di Tawergha sono terribili da tutti i punti di vista e gli aiuti internazionali agli sfollati possono appena alleviarle.

Due uomini sono morti nelle tende per via delle temperature notturne vicine allo zero.
Il ritorno a casa dei deportati continua a essere bloccato dalle milizie di Misurata e dalle complici autorità locali dell’area, malgrado un accordo approvato dasl governo di unità nazionale. Il quale si dimostra del tutto inerte.
Niente sembra scalfire l’impunità legale della NATO e dei terroristi ai quali fece da forza aerea.
Per non parlare dell’impunità politico-morale di chi riuscì a chiamare “rivoluzionari”, “bravi padri di famiglia”, “partigiani” quei gruppi armati razzisti ed estremisti. Adesso c’è il silenzio.

Marinella Correggia

Preso da: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=3498

CounterPunch: Come Il Capitalismo Americano È Stato Costruito sulla Schiavitù

Counter Punch pubblica un pesante articolo storico sulle origini del capitalismo americano. Gli Stati Uniti sono emersi così rapidamente a superpotenza economica sulla scena mondiale non grazie ai loro ideali e al “sogno” di libertà – ma più prosaicamente grazie allo sfruttamento intensivo della schiavitù. È così che si costruiscono gli imperi. Grandi imprese e banche americane, celebri ancora oggi, hanno costruito le loro fortune sulla schiavitù. Nella seconda parte l’articolo argomenta che la discriminazione razziale presente ancora oggi in America, la profonda frattura sociale, la violenza contro gli afroamericani di cui ci parla quotidianamente la televisione, sarebbero la conseguenza di un passato che non si è ancora concluso, di una mai avvenuta riconciliazione.

di Garikai Chengu, 18 dicembre 2015
Oggi [18 dicembre, NdT] è l’anniversario dei 150 anni di abolizione della schiavitù in America e, contrariamente alla credenza popolare, la schiavitù non è un prodotto del capitalismo occidentale. È il capitalismo occidentale ad essere un prodotto della schiavitù.

L’espansione della schiavitù nei primi otto decenni dopo l’Indipendenza Americana ha guidato l’evoluzione e la modernizzazione degli Stati Uniti.
Lo storico Edward Baptist illustra come, nell’arco di tempo di una vita umana, il Sud crebbe da una stretta fascia costiera di piccole piantagioni di tabacco ad un impero continentale del cotone, e gli Stati Uniti divennero un’economia moderna, industriale e capitalista.
Attraverso la tortura e i maltrattamenti i proprietari degli schiavi ottennero la massima efficienza, che permise agli Stati Uniti di prendere il controllo del mercato mondiale del cotone, la materia prima fondamentale della Rivoluzione Industriale, e diventare così una nazione ricca e potente.
Il cotone era nel diciannovesimo secolo ciò che il petrolio è stato nel ventesimo secolo: il bene che determinava la ricchezza delle nazioni. Il cotone contava per un sorprendente 50 percento delle esportazioni statunitensi, e scatenò il boom economico che l’America conobbe allora. L’America deve alla schiavitù la sua stessa esistenza di paese appartenente al primo mondo.
In termini astratti, il capitalismo e la schiavitù sarebbero due sistemi fondamentalmente contrapposti. Uno è fondato sul lavoro libero, l’altro sul lavoro forzato. Però in pratica il capitalismo stesso non sarebbe stato possibile senza la schiavitù.
Negli Stati Uniti gli accademici hanno dimostrato che il profitto ottenuto dalla schiavitù non riguardava soltanto il Sud, che vendeva il cotone o la canna da zucchero raccolta dagli schiavi. La schiavitù è stato un elemento centrale anche per la creazione delle industrie che oggi dominano l’economia statunitense: il settore immobiliare, il settore delle assicurazioni e la finanza.
Wall Street è stata fondata sulla schiavitù. Furono schiavi africani a costruire perfino il muro fisico da cui Wall Street prende il nome, che costituiva il confine settentrionale della colonia olandese, costruito per respingere i nativi che rivolevano indietro le loro terre. Per formalizzare il colossale commercio di esseri umani, nel 1711 i funzionari di New York stabilirono a Wall Street il mercato degli schiavi.
Molte importanti banche americane, tra cui JP Morgan e Wachovia Corp costruirono delle fortune sulla schiavitù, e accettavano gli schiavi come “garanzia”. JP Morgan ha recentemente ammesso di avere “accettato circa 13.000 persone in schiavitù come collaterale sui prestiti, e di essersi impossessata di circa 1.250 schiavi“.
La storia che i libri di testo scolastici americani raccontano che la schiavitù era regionale, anziché nazionale, e dipingono la schiavitù come una brutale aberrazione rispetto alle regole di democrazia e libertà che l’America si è data. La schiavitù viene raccontata come una sfortunata deviazione dalla marcia del paese verso la modernità, non certo come il motore che ha guidato la prosperità economica dell’America. Nulla potrebbe essere più lontano dal vero.
Per apprezzare davvero l’importanza che la schiavitù ha avuto per il capitalismo americano, basta guardare la scabrosa storia di un’azienda che prima della Guerra Civile Americana confezionava abiti, chiamata Lehman Brothers. Warren Buffet è l’amministratore delegato di Berkshire Hathaway, nonché il miliardario più ricco d’America. L’azienda da cui Berkshire Hathaway è nata era una produttrice tessile dello Stato di Rhode Island, e approfittava della schiavitù.
Nel Nord, New England è stata la patria dell’industria tessile americana e la culla dell’abolizionismo, ma si è arricchita sulla schiena degli schiavi costretti a raccogliere il cotone nel Sud. Gli architetti della rivoluzione industriale di New England controllavano costantemente il prezzo del cotone, e i loro stabilimenti tessili si sarebbero fermati senza il lavoro degli schiavi nelle piantagioni.
Il libro “Complicità: Come il Nord ha promosso, prolungato e tratto profitto dalla schiavitù“, di Anne Farrow, illustra come la borghesia del Nord era collegata al sistema della schiavitù da milioni di fili: compravano la melassa, che era prodotta dal lavoro degli schiavi, e vendevano il rum nel Triangolo del Commercio; prestavano denaro alle piantagioni del Sud, e molto del cotone che veniva venduto alla Gran Bretagna era imbarcato nei porti di New England.
Nonostante sia stato poi dipinto come un eroe dei diritti civili, Abraham Lincoln non pensava affatto che i neri fossero uguali ai bianchi. Il piano di Lincoln era quello di rispedire i neri in Africa e, se non fosse stato assassinato, il rinvio dei neri in Africa sarebbe stato con ogni probabilità la sua politica dopo la Guerra Civile. Lincoln ammise persino che i proclami sull’emancipazione, secondo le sue stesse parole, erano solo “una misura pragmatica per la guerra” finalizzata a convincere la Gran Bretagna che il Nord era mosso “da qualcosa di più che dalla propria ambizione“.
Per i neri la fine della schiavitù, centocinquanta anni fa, è stato solo l’inizio di una ricerca ancora non conclusa di equità democratica ed economica.
Fino a prima della Seconda Guerra Mondiale, l’élite americana vedeva la civilizzazione capitalista come un progetto razziale e coloniale. Ad oggi, il capitalismo americano può essere visto solo come “capitalismo razziale”: l’eredità della schiavitù segnata dal concomitante emergere della supremazia e del capitalismo bianco nell’America moderna.
I neri in America vivono in un sistema di capitalismo razziale. Il capitalismo razziale esercita la sua autorità sulla minoranza nera attraverso l’oppressiva serie dei linciaggi da parte della polizia, incarcerazioni di massa e istituzionalizzazioni guidate dalla disuguaglianza economica e razziale. Il capitalismo razziale è senza dubbio uno dei moderni crimini contro l’umanità.
Vedere un afroamericano al vertice del potere in quella che è stata la terra della schiavitù sarebbe esaltante, se solo gli indicatori sulla disuguaglianza dei neri non si stessero impennando. Di fatto, durante l’amministrazione di Obama il divario tra la mediana della ricchezza delle famiglie nere e quella delle famiglie bianche è aumentato del 7 per cento. Il divario tra la disoccupazione dei neri e dei bianchi si è anch’esso ampliato durante l’amministrazione Obama, del 4 per cento.
La polizia nazionale storicamente ha agito per mettere in atto il capitalismo razziale. Le prime forze di polizia moderne in America furono le pattuglie per il controllo degli schiavi e le ronde notturne, che erano finalizzate a controllare gli afroamericani.
La letteratura storica esprime chiaramente che prima della Guerra Civile esisteva una forza di polizia legittimata che aveva il solo scopo di opprimere la popolazione schiavizzata e proteggere la proprietà e gli interessi dei padroni. Le lampanti somiglianze tra le ottocentesche pattuglie per il controllo degli schiavi e l’attuale brutalità della polizia americana contro la comunità nera sono troppo evidenti per essere ignorate.
Da quando le prime forze di polizia sono state stabilite in America, i linciaggi sono diventati il fulcro della legge e dell’ordine imposto dal capitalismo razziale. Nei giorni seguenti all’abolizione della schiavitù, si costituì la peggiore organizzazione terroristica della storia americana, con la benedizione del governo statunitense: il Klu Klux Klan.
La maggioranza degli americani crede che i linciaggi siano una forma antiquata di terrorismo razziale, che ha macchiato la società americana fino alla fine dell’era delle leggi di Jim Crow. Tuttavia la propensione dell’America verso il massacro sfrenato degli afroamericani è solo peggiorata nel tempo. Il Guardian ha recentemente riportato come gli storici ritengano che tra la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo, in media venissero linciati due afroamericani ogni settimana.
Confrontate questo dato con la serie incompleta stilata dall’FBI, che mostra che l’omicidio di un nero da parte di un poliziotto americano avviene più di due volte a settimana, ed è chiaro che la brutalità della polizia verso le comunità afroamericane sta aumentando, non diminuendo.
I linciaggi non significano solo l’uccisione. Spesso includono l’umiliazione, la tortura, le ustioni, le mutilazioni e la castrazione. Il linciaggio era un classico rituale pubblico in America, che spesso avveniva davanti a una grande folla, che a volte contava migliaia di persone, tra cui bambini che giocavano.
Poco dopo l’abolizione della schiavitù, nel 1899, il settimanale Springfield Weekly ha descritto così un linciaggio condotto dal KKK: “al Negro sono state tolte le orecchie, le dita e i genitali. Supplicava pietosamente per la propria vita durante la mutilazione … Prima che il corpo fosse freddo, è stato tagliato in pezzi e le ossa frantumate in piccoli pezzettini … il cuore del Negro è stato tagliato a pezzi, e così il suo fegato … si vendevano i pezzetti di ossa a 25 cent …“.
Il terrorismo razziale è fondamentale per la perpetuazione del capitalismo razziale, ed è per questo che ancora oggi il governo americano rifiuta di riconoscere il KKK come un’organizzazione terroristica.
Terrorizzare le comunità afroamericane va a braccetto con l’imprigionamento e il confinamento sistematico dei neri. In gran parte con la scusa della guerra alla droga, gli Stati Uniti incarcerano più afroamericani oggi, in percentuale, che il Sud Africa al culmine dell’Apartheid.
Le prigioni private sono state progettate dai ricchi a vantaggio dei ricchi. Il sistema delle prigioni a scopo di lucro dipende dall’imprigionamento dei neri per sopravvivere. Un po’ come gli stessi Stati Uniti. Dopotutto, ci sono più neri in prigione, in libertà vigilata o condizionale, di quanti fossero in schiavitù nel 1850 o prima che iniziasse la Guerra Civile.
Il decollo economico dell’America nel diciannovesimo secolo non è avvenuto “nonostante” la schiavitù. È avvenuto in larga parte proprio grazie ad essa. Il capitalismo è stato creato con la schiavitù, e la schiavitù a sua volta ha creato una persistente eredità di capitalismo razziale che è ancora presente nell’America di oggi.
Storicamente c’è sempre stato un netto contrasto tra i nobili ideali americani da una parte e lo status di eterna inferiorità degli afroamericani dall’altra. Alla fine del diciannovesimo secolo, per ironia, è stata eretta una statua detta “della libertà” a osservare l’arrivo nel porto di New York di milioni di stranieri, mentre i contadini neri del Sud – non degli alieni, ma profondamente alienati – erano mantenuti in condizioni di schiavitù ai margini della società. È l’ipocrisia di un’ideologia razzista che ha messo apertamente in discussione la dignità della vita dei “negri”, e che è sopravvissuta alla sconfitta del nazismo. Ad oggi l’America non può dirsi una nazione “post-razziale”, e gli indicatori sull’uguaglianza razziale in America sono di nuovo ai minimi.
Il problema razziale in America è ancora un grande dilemma nazionale che continua minacciare l’esperimento democratico americano. Il malcontento nelle comunità afroamericane continuerà a crescere verso un pericoloso punto di ebollizione, a meno che la più grande eredità della schiavitù, cioè il capitalismo razziale, non sarà apertamente svelato e smantellato completamente.

Preso da: http://vocidallestero.it/2015/12/28/counterpunch-come-il-capitalismo-americano-e-stato-costruito-sulla-schiavitu/

La confessione di un ex-marine USA: “Ho contribuito a creare lo Stato Islamico”

Il veterano USA ha confessato in un articolo le torture ed i maltrattamenti nei confronti di persone innocenti durante l’ultima guerra in Iraq.

“Ho visto i miei commilitoni Marines uccidere persone innocenti, torturare civili innocenti, distruggere proprietà, mutilare cadaveri, ridere e scattare foto di persone mentre facevano tutto questo”, ha confessato a RT Vincent Emanuele, ex-marine USA che ha partecipato alla guerra in Iraq.
Due settimane fa, dopo 10 anni di riflessione e di attivismo, l’ex-marine ha pubblicato l’articolo “Ho contribuito a creare l’ISIS: la testimonianza di un veterano della guerra in Iraq.”
“I miei incubi e le mie riflessioni quotidiane mi ricordano come sia nato l’Isis e perché ci odiano particolarmente”, ha confessato Emanuel nel suo articolo, nel quale ha descritto la tortura, la violenza e gli abusi da parte dei soldati degli Stati Uniti sugli iracheni, fra i quali bambini, spesso per divertimento.
Nell’articolo, l’ex marine ricorda come i soldati USA gettavano rifiuti dai loro veicoli blindati in Iraq, oltre a bottiglie piene di urina sui bambini. Inoltre, ha confessato che non ha lavorato in nessun campo di detenzione, ma ricorda le storie di torture, anche sessuali, contro di loro questi, fra i quali adolescenti. “Sappiamo che fra gli ex  detenuti che sono sopravvissuti [in uno di questi campi] c’era Abu Bakr al-Baghdadi, il leader dell’Isis”.
“Sapevo che quello che ho visto era sbagliato, sapevo che era immorale, sapevo che era illegale”, ha spiegato Emanuel. “Sapevo che potevamo andare incontro a subire gravi conseguenze come quello che stiamo vedendo adesso lo stato islamico”, ha aggiunto.
Dopo anni di auto-educazione e il contatto con altri attivisti, l’ex-marine ha concluso che il problema è andato al di là della guerra in Iraq. A suo avviso, il vero problema è la lunga storia di aggressioni statunitensi, non solo in Medio Oriente, Nord Africa, Afghanistan, Vietnam, Corea, ma anche “le centinaia di anni di pratiche di genocidio” l’uccisione dei nativi, schiavizzare i neri, i tentativi di dominare l’America Latina, rubare la metà territorio messicano, e così via.
“Abbiamo bisogno di attenzione per riesaminare il ruolo che gli Stati Uniti hanno avuto nel mondo”, ha evidenziato, sostenendo che è qualcosa che i politici ed i media tradizionali in Occidente non hanno mai voluto fare.

Fonte: RT

LIBIA: LA LUCROSA CACCIA AL NEGRO PER MANDARCELO

Postato il Giovedì, 11 giugno @ 23:10:00 BST di davide

DI MAURIZIO BLONDET

effedieffe.com

«Siamo qui per essere venduti»: così i migranti – quasi tutti subsahariani – che sono parcheggiati nel centro di raccolta di Zaouia, in Libia, un 50 chilometri ad ovest di Tripoli. Due inviati di Le Monde sono riusciti a avvicinarli (non si conoscono i particolari): come risultati dai loro agghiaccianti racconti, diversi sono rimasti vittime di retate delle ‘autorità’ libiche della zona e del momento.

«Le autorità ci accusano di voler partire per l’acqua, ma è falso», dice uno (Le Monde lo mostra in video): «C’è chi viene preso in casa, negli appartamenti, altri sono presi per strada; come me, io sono stato preso per strada».

«I veri traghettatori sono loro», spiega un compagno. «Dicono agli europei che ci hanno catturato in mare ma è falso! Ci stanno vendendo. Sono loro che gestiscono la prigione e organizzano le partenze per andare in Italia. Sono padroni di appartamenti in riva all’acqua, raccolgono la gente nelle ‘connection houses’. La ‘connessione’ sono loro, la fanno tra di loro, è il loro business. Siamo qui per essere venduti, alcuni a quasi mille dinari (libici). Mangiamo pochissimo, Quando arrivate voi giornalisti, fanno finta, è organizzato».

«Mi chiamo Roland», interviene un terzo, «sono nigeriano. Siamo venuti qui per lavorare, io e i miei amici. Guarda, ho addosso ancora i miei abiti da lavoro. La polizia ci ha arrestato per la strada. Noi non siamo venuti per fare la traversata, siamo venuti per lavorare. Io lavo le auto, questo faccio. Non so più che fare. Tutti i miei soldi, il telefono… tutto! Mi hanno preso tutto, sono in piedi senza niente. Non abbiamo alcun contatto… il mio telefono, tutto! Tutto m’hanno preso. Guardami, sono davanti a te».

«Io mi chiamo Samir, sono somalo. Siamo rifugiati e adesso cerchiamo una vita migliore… ma siamo stati arrestati in Libia. Nove mesi in Libia, capisci, e tre mesi in questa prigione. Cerchiamo la libertà, chiediamo aiuto».

«Mi chiamo Fussa. Sono venuto in Libia tre mesi fa, vivo in Libia, io lavoro. Sono venuto con i miei amici. Ieri tornavamo dal lavoro quando ci hanno arrestati. Ci hanno preso tutti i nostri beni, non abbiamo più niente… e l’acqua qui, è acqua salata. Qui siamo perduti, non mangiamo bene, per favore, domandiamo al Governo di Questo paese di venire in nostro aiuto, e di lasciarci rientrare a casa, nel nostro Paese. Chiediamo la libertà. Prego il Governo di questo Paese di aiutarci. Per favore, chiediamo soccorso, per favore…».

«Se ho l’opportunità di lavorare ancora in Libia lo farò», dice un altro, «se ho questa possibilità lavoro: sono muratore, sono un buon lavoratore».

Un altro ancora: «La sola cosa che vogliamo è tornare al nostro Paese –– è tutto quello che si vuole perché ci hanno affaticato qui, non si mangia, non si beve, non si dorme. Ci sono molte persone malate qui. Abbiamo perduto tutto: il denaro, i nostri passaporti….».

«Ci sono persone che sono qui da più di sei mesi, sette mesi… altri quattro mesi… senza contatto coi parenti. Le nostre famiglie non sanno se siamo vivi o morti».

Il pezzo di Le Monde (qui) non dice molto di più, è costruito come un articolo «di colore», di impressioni e sentimenti (sarebbe come, ai tempi di Stalin, entrare in un Lager siberiano e fare del «colore»). Tuttavia, dal poco si ricava questa visione:

I prigionieri sono tutti negri dell’Africa nera, non vengono dal Medio Oriente, non fuggono le guerre e l’IS.

Molti di loro sostengono essere emigrati per lavoro nella Libia di Gheddafi; si dicono vittime di sistematiche retate da parte di poliziotti (o quel che sono) libici, comunque gente di un qualche «Governo» in combutta con i trafficanti, o trafficanti essi stessi, per essere mandati in Italia su barconi o gommoni.

In Libia c’è la caccia all’africano nero, perché il traffico rende. Siccome l’Italia li accoglie tutti (Manconi e Papa Francesco: «Accogliamoli tutti!») l’industria della tratta libica ce ne manda sempre di più. Se ne procura di sempre nuovi con arresti e retate, li caccia nei suoi campi, e li imbarca –– alcuni contro la loro volontà: quanti? Non sappiamo. Altri di sicuro si sono mossi per venire in Italia via mare. Sarebbe interessante sapere se il business li raccoglie nei loro Paesi, li attrae con la promessa: in Italia vi prendono tutti! Dateci tremila dollari.. .poi furto di denaro, dei passaporti, dei cellulari (tanto in Italia ve ne danno uno nuovo), in compenso un costoso satellitare sul barcone per chiamare i soccorritori italioti.

In un certo senso è una storia di razzismo libico che continua.

Cercando in archivio trovo un titolo del 2011: «È caccia all’africano nero in Libia, ma nessuno lo dice». È un comunicato dell’agenzia Habeshia per la comunicazione e lo sviluppo (un gruppo di eritrei), e parlava di un altro genere di caccia in voga allora: tutti i neri, per lo più immigrati lavoratori nella prospera Libia di Gheddafi (i libici si sa non lavorano; avevano – diciamo – il reddito di cittadinanza, potevano pagarsi i negri come servi e schiavi) quando Gheddafi è stato rovesciato sono stati presi di mira come «mercenari al soldo del colonnello, e per questo inseguiti, perseguitati e uccisi. (…)» . Vi si racconta di «una donna eritrea, picchiata e buttata fuori di casa dal proprietario, a Tripoli, zona Medina, perché nera. Voi neri africani, gli ha detto, siete mercenari del regime. E fatti di questo genere stanno accadendo ovunque, soprattutto di notte».

«A Bengasi due eritrei sono stati linciati e uccisi dalla folla mentre cercavano di portare assistenza a due connazionali gravemente feriti. I profughi rimasti in vita hanno chiesto aiuto ad una nave inglese, pregando che mettesse in salvo almeno i due feriti, ma hanno ricevuto un rifiuto secco».

A Tripoli, «le famiglie di origine sub-sahariana non possono uscire nemmeno a fare la spesa perché temono il linciaggio. Sono le vittime preferite degli sciacalli depredatori. Molti sono stati rapinati, altri sequestrati. È una persecuzione». «Centinaia di richiedenti asilo politico che erano tenuti nelle carceri libiche, con l’aggravarsi della crisi sono stati costretti dai loro carcerieri a imbracciare le armi per colpire la piazza. Chi si è rifiutato di farlo, è stato ucciso».

La pulsione del linciaggio razzista, la caccia al negro di allora, sembra adesso perfezionata in industria del rastrellamento e vendita del negro all’Italia, che li accoglie tutti.

«Dal gennaio 2015 la guardia costiera libica non salpa più in mare per pattugliamenti», scrive Deutsche Welle in un servizio di poche settimane fa. In aprile, Deutsche Welle non ha fatto un pezzo di colore, ha persino parlato col capo della guardia costiera libica, Mohamed Baithi: il marpione, pieno di compassione umana, gli ha detto che i migranti presi in mare «non vogliono tornare in Libia –– e non si fa fatica a crederlo. Sono loro che «vogliono andare in Europa. Certe volte quando li prendiamo e portiamo indietro, piangono o cercano di distruggere le nostre imbarcazioni».

Messe insieme, le asserzioni del brav’uomo con il servizio fotografico-impressionistico di Le Monde, si intuisce che è la guardia costiera libica a fare i business, o almeno a prenderci la sua parte. Infatti Baithi spiega a DW (qui) quel che già sappiamo: «I barconi mandano un messaggio di SOS, le navi mercantili o i pescherecci nelle vicinanze sono obbligati in base al diritto internazionale marittimo a soccorrerli. Devono prender tutta questa gente a bordo». E il gioco è fatto.

«Siamo qui per essere venduti», dicono i negri imprigionati, e gli impressionisti di Le Monde non chiedono dettagli: venduti da chi? E soprattutto: a chi? Chi vi vuole comprare? Per quanti soldi?

Allo stesso modo, i valorosi inchiestisti di DW non chiedono a Baithi: come mai la guardia costiera libica «non esce più in mare dal gennaio 2015»? Si capirebbe avesse detto: non usciamo più in mare dal 2011, perché l’apparato statale è collassato. Invece: dal gennaio 2015, ossia dall’inizio di quest’anno. Perché? E da allora che il numero dei migranti gettati sui barconi volenti o nolenti è aumentato in modo esponenziale. Ancor più dei 17 0 mila del 2014, che erano già quattro volte di più di quelli messi in mare nel 2013. Centinaia e centinaia arrivano ormai ogni giorno, immediatamente soccorsi dall’Italia e dalla UE, la cui operazione è stata potenziata.

Ad alimentare quella che anche Le Monde chiama «una cinica industria. Il numero degli annegati in mare è salito alle stelle: alla data del 7 maggio, 1829 affogati, nove volte di più del periodo corrispondente del 2014. Fanno economie, li gettano in galleggianti marci promessi a naufragio certo. Sulle coste libiche, i trafficanti li parcheggiano in stamberghe dopo averli spogliati, le autorità li arrestano per mostrare all’Europa che fanno qualcosa e mascherare le loro connivenze occulte».

La nostra carità senza limiti aumenta il numero degli annegati? È una modesta domanda. Tanto più urgente visto che anche da noi fiorisce il business sull’immigrato salvato-in-mare: con la differenza che a pagare il business criminale italiota siamo noi contribuenti italioti. Carità pelosa?

Da noi domina l’accoglienza totale, la carità senza limiti, e guai a chi storce il naso; che non sia quello il fomite dell’industria del negro con retate dall’altra sponda? Che più ne accogliamo e più loro ce ne trovano?

«Siamo qui per essere venduti»; dicono i poveri negri del campo di Zaouia: venduti a chi, precisamente? I trafficanti della loro carne hanno preso i 3-4 mila dollari a ciascuno di loro, li hanno depredati del cellulare e del soldino in tasca, li hanno già puliti e spolpati come ossi di seppia: da loro non possono certo prendere altro. E allora da chi aspettano altri soldi? A chi li hanno venduti o intendono venderli?

Chi li compra in Italia, in Europa, in Occidente?

Viene qualche dubbio: che ci siano organizzazioni occidentalissime che «comprano» i negri dai libici. I complottisti più fanatici (da cui mi dissocio) dicono che c’è un interesse globalista ad inondarci di immigrati, un progetto per affondarci nella destabilizzazione che l’Occidente ha portato in Libia, Siria, Iraq, Yemen. Perché «una fonte dell’intelligence di Londra» accredita la stima di “migliaia di migranti” in pericolo e rilancia l’allarme su possibili ulteriori partenzeimminenti, indicando in almeno “mezzo milione” le persone radunate sulle coste libiche in attesa di nuovi imbarchi? Come sanno quella cifra? E perché le navi inglesi che raccolgono gli immigrati dai barconi, prodigandosi in modo eccezionale, poi li sbarcano in Italia? Perché non se li prendono e se li portano? Dopotutto, le navi militari sono pezzi di territorio nazionale.

Maurizio Blondet

Fonte: www-effedieffe.com

8.06.2015

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15166

Noam Chomsky: pennivendolo imperiale. La Libia e la fabbrica del consenso

20 giugno 2013

Dan Glazebrook Ahram Novembre 2011

Ripulendo i ribelli libici e demonizzando il regime di Gheddafi, il leader intellettuale statunitense Noam Chomsky contribuisce all’invasione imperialista? In una lunga intervista con Chomsky, Dan Glazebrook se lo chiede.

noamÈ stato un colloquio difficile per me. Fu Noam Chomsky che per primo mi aprì gli occhi sulla struttura neo-coloniale del mondo e sul ruolo dei media aziendali nel mascherare e legittimare questa struttura. Chomsky ha costantemente dimostrato come, fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, i regimi militari furono imposti al Terzo Mondo dagli Stati Uniti e dai loro alleati europei, con lo scopo riconosciuto di tenere bassi i salari (e quindi alte le opportunità di investimento) con l’annientamento di comunisti, sindacalisti e chiunque altro fosse considerato una potenziale minaccia all’impero. Fu in prima linea nel svelare le menzogne e le motivazioni reali dietro l’aggressione contro l’Iraq, l’Afghanistan e la Serbia negli ultimi anni, e contro l’America Centrale e il Sud-Est asiatico prima. Ma sulla Libia, a mio parere, è stato terribile. Non fraintendetemi: ora la campagna è quasi finita, Chomsky può essere molto schietto nella sua denuncia, come spiega nell’intervista. “In questo momento, la NATO bombarda la più grande tribù della Libia“, mi dice. “Non viene sempre detto, ma se si leggono i rapporti della Croce Rossa descrivono una crisi umanitaria terribile nella città sotto attacco, con gli ospedali al collasso, senza farmaci e persone che muoiono, fuggono a piedi nel deserto per cercare di allontanarsi, e così via. Ciò accade sotto il mandato alla NATO di proteggere i civili“. Ciò che mi preoccupa è che questo era esattamente il mandato che Chomsky ha sostenuto.
Il generale statunitense Wesley Clark, comandante della NATO durante i bombardamenti della Serbia, aveva rivelato alla televisione statunitense sette anni fa che il Pentagono, nel 2001, elaborò una “lista” di sette Stati da eliminare entro cinque anni: Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. Grazie alla resistenza irachena e afgana, il piano è in ritardo, ma chiaramente non è stato abbandonato. Dovevamo, quindi, aspettarci pienamente l’invasione della Libia. Dato il fallimento dell’ex presidente degli Stati Uniti George Bush, nell’ottenere con la prepotenza il supporto globale nella guerra all’Iraq, con l’impegno dichiarato di Obama al multilateralismo e al “soft power”, avremmo dovuto aspettarci che questa invasione venisse meticolosamente pianificata per darle una patina di legittimità. Data la crescente predilezione della CIA nell’istigare “rivoluzioni colorate” per colpire i governi che non gli piacciono, avremmo dovuto aspettarci qualcosa di simile nell’ambito dell’invasione della Libia. E data la stretta collaborazione di Obama con i Clinton, ci si sarebbe dovuti aspettare che questa invasione seguisse il modello di grande successo istituito dall’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton in Kosovo: supportare i movimenti ribelli a terra per condurre provocazioni violente contro uno Stato, per poi urlare al genocidio per la risposta dello Stato, al fine di terrorizzare l’opinione pubblica mondiale per farle supportare l’intervento. In altre parole, avremmo dovuto vedere intellettuali di spicco e ampiamente rispettati, come Chomsky, adoperarsi per pubblicizzare le rivelazioni di Clark, avvertire dell’imminente aggressione e attirare l’attenzione sulla natura razzista e settaria dei “movimenti ribelli” che i governi di Stati Uniti e Gran Bretagna hanno tradizionalmente impiegato per rovesciare governi non conformi. Chomsky non ha certo bisogno di ricordare le atrocità sgangherate dell’Esercito di liberazione del Kosovo, dei Contras del Nicaragua, o dell’Alleanza del Nord afghana. Anzi, fu lui che allertò il mondo su molti di essi. Ma Chomsky non si è adoperato per chiarire questi punti.
Invece, in un’intervista con la BBC, a un mese dall’inizio della ribellione e, soprattutto, appena quattro giorni prima del voto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite della risoluzione 1973 e l’inizio della guerra lampo della NATO, ha preferito definire la ribellione “meravigliosa”. Altrove, l’occupazione della città orientale di Bengasi da parte di bande razziste, come “liberazione”, e la ribellione come “inizialmente non violenta”. In un’intervista con la BBC, aveva anche affermato che “la Libia è l’unico posto [in Nord Africa], dove c’è stata una reazione molto violenta dello Stato nel reprimere le rivolte popolari“, una rivendicazione così lontana dalla verità che è difficile sapere da dove iniziare. L’ex presidente egiziano Hosni Mubaraq, attualmente è sotto processo per l’uccisione di 850 manifestanti, mentre secondo Amnesty International, solo 110 morti possono essere confermati a Bengasi prima dell’avvio delle operazioni della NATO, compresi i filo-governativi uccisi dalle milizie ribelli. Ciò che rende davvero eccezionale la Libia nella Primavera araba del Nord Africa, è che sia l’unico Paese in cui la ribellione era armata, violenta e apertamente volta a facilitare l’invasione straniera. Ora che Amnesty ha confermato che i ribelli libici hanno compiuto violenze fin dall’inizio, torturando e giustiziando in massa libici neri e migranti africani fin da allora, ho iniziato l’intervista chiedendo a Chomsky se oggi si rammarica per il suo sostegno verso di loro. Lui alza le spalle. “No. Sono sicuro che Amnesty International ha ragione. Vi erano elementi armati tra di loro, ma noto che non ha detto che la ribellione fosse armata, infatti, la grande maggioranza è formata probabilmente da persone come noi [sic], oppositori borghesi di Gheddafi. Era quasi una rivolta senza armi. Si è trasformata in una rivolta violenta, e gli omicidi che vengono descritti in effetti avvengono, ma non è cominciata così. Appena è diventata una guerra civile, è successo.” Tuttavia, in realtà è iniziata proprio così.
Il vero volto dei ribelli è apparso il secondo giorno della ribellione, il 18 febbraio, quando furono arrestati e giustiziati 50 lavoratori migranti africani nella città di Bayda. Una settimana dopo, un testimone oculare terrorizzato disse alla BBC di altri 70 o 80 lavoratori migranti fatti a pezzi davanti ai suoi occhi, dalle forze ribelli. Questi incidenti, e molti altri simili, chiarirono il carattere razzista delle milizie ribelli ben prima dell’intervista della BBC a Chomsky, il 15 marzo. Ma Chomsky lo rifiuta. “Queste cose non erano assolutamente chiare, e non sono state segnalate. E anche dopo, quando sono state segnalate, non si parlava della rivolta. Si parlava di  elementi interni ad essa.” Questo può essere il modo con cui Chomsky la vede, ma entrambi gli incidenti sono stati seguiti dai principali media come BBC, National Public Radio e il quotidiano britannico The Guardian, finora. Certo, erano nascosti dopo pagine e pagine di bile anti-Gheddafi e giustificate con il solito pretesto che i migranti sono “mercenari sospetti”, ma la competenza di Chomsky nell’analisi dei media avrebbe dovuto scorgerne il senso. Inoltre, l’espulsione il mese scorso di tutta la popolazione della città libica a maggioranza nera di Tawarga, da parte delle milizie di Misurata dai nomi come “brigata per l’eliminazione dei neri“, ebbe recentemente la benedizione ufficiale del presidente Mahmoud Jibril del Consiglio Nazionale di Transizione libico (CNT). Presentando questi crimini razziali come una sorta di elemento insignificante, sembra farlo volutamente in malafede. Ma Chomsky continua ad attenersi alle sue sparate. “Parli di ciò che è accaduto dopo la guerra civile e l’intervento della NATO cui sono contrario. Due punti, lo ripeto. Prima di tutto, non si sapeva, e in secondo luogo fu un aspetto secondario della rivolta. La rivolta è opera della stragrande maggioranza della classe media, dell’opposizione non violenta. Ora sappiamo che c’erano elementi armati diventati rapidamente prominenti dopo l’inizio della guerra civile. Ma non sarebbe accaduto se questo secondo intervento non avesse avuto luogo, e forse le cose non sarebbero andate in questo modo.”
Chomsky divide l’intervento della NATO in due parti. L’intervento iniziale, autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per impedire un massacro a Bengasi, che sostiene che fosse legittimo. Ma il “secondo” intervento, in cui il triumvirato Stati Uniti, Gran Bretagna e  Francia ha agito come forza aerea delle milizie di Misurata e Bengasi nell’occupazione del resto del Paese, era sbagliato e illegale. “Dobbiamo ricordare che vi sono stati due interventi, non uno, della NATO. Uno è durato circa cinque minuti. Si basava sulla risoluzione 1973 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che prevedeva una no-fly zone su Bengasi quando v’era la minaccia di un grave massacro, insieme a un mandato a lungo termine per proteggere i civili. Durò pochissimo [come] quasi subito, non la NATO, ma le tre tradizionali potenze imperiali Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti eseguirono il secondo intervento che non aveva niente a che fare con la protezione dei civili e di certo non era una no-fly zone, ma piuttosto il sostegno alla rivolta dei ribelli cui assistiamo”. “Fu quasi isolata internazionalmente. I Paesi africani sono fortemente contrari. Hanno chiesto negoziati e diplomazia fin dall’inizio. I principali Paesi indipendenti, i BRICS, si sono anch’essi opposti al secondo intervento chiedendo negoziati e diplomazia. Anche nell’ambio della partecipazione limitata della NATO, al di fuori del triumvirato, nel mondo arabo, non c’era quasi niente: il Qatar ha inviato un paio di aerei e l’Egitto, vicino e pesantemente armato, non ha fatto nulla”. “La Turchia ha atteso per un bel po’ e, infine, ha partecipato debolmente nell’operazione del triumvirato. Quindi è un’operazione molto isolata. Si è sostenuto che è stata effettuata su richiesta della Lega Araba, ma è una menzogna. Prima di tutto, la richiesta della Lega araba era estremamente limitata e solo una minoranza vi ha partecipato, solo l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo hanno in realtà anche richiesto due no-fly zone. Una sulla Libia e l’altra a Gaza. Non possiamo parlare di quello che è successo al secondo.”
Nella sostanza siamo d’accordo. La mia tesi, però, è che fu dolorosamente chiaro da subito che la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza era una foglia di fico del triumvirato proprio per quel “secondo intervento” che Chomsky denigra. “Non era chiaro, neanche per cinque minuti, che le potenze imperiale avrebbero accettato la risoluzione. Divenne chiaro un paio di giorni dopo, quando iniziarono i bombardamenti a sostegno dei ribelli. E non doveva accadere. E avrebbe potuto essere che l’opinione mondiale, la maggior parte di esso, BRICS, Africa, Turchia e così via, avrebbe prevalso“. Sembra bizzarro e ingenuo per un uomo dalla visione di Chomsky fingere sorpresa riguardo alle potenze imperiali che utilizzano la risoluzione 1973 dell’ONU per i propri scopi, al fine di far cadere uno dei governi sulla loro lista nera. Che altro avrebbero utilizzato? E’ anche esasperante: se fosse stato qualcun altro a parlare, gli avrei detto loro di leggere Chomsky. Chomsky avrebbe detto che le potenze imperiali non agiscono umanitariamente, ma per impulsi totalitari e per difendere ed estendere il loro dominio sul mondo e le sue risorse. Gli avrebbe anche detto, avrei pensato, di non aspettarsi che quelle potenze attuassero misure volte a salvare i civili, perché ne avrebbero solo approfittato facendo il contrario. Tuttavia, in questa occasione Chomsky sembrava seguire una logica diversa. Chomsky non accetta che la sua ripulitura dei ribelli e la demonizzazione di Gheddafi, nei giorni e nelle settimane prima dell’invasione, possa aver contribuito a facilitarla? “Certo che non ho ripulito i ribelli. Non ho detto quasi nulla di loro.”
L’intervista originale ebbe luogo prima di tutto ciò, quando doveva essere presa la decisione di presentare alle Nazioni Unite la risoluzione per chiedere la no-fly zone, e tra l’altro dissi che dopo che fosse passata, pensavo che sarebbe stata usata per questo scopo, e ancora oggi lo dico.
Eppure, anche dopo che l’aggressione inglese, francese e statunitense alla Libia era evidente, Chomsky scrisse un altro articolo sulla Libia, il 5 aprile. In quel periodo migliaia, se non decine di migliaia di libici erano stati uccisi dalle bombe della NATO. Questa volta il pezzo di Chomsky  criticava apertamente i governi britannico e statunitense, ma non per la loro guerra, ma per il loro presunto sostegno a Gheddafi “e ai suoi crimini“. Questo non alimentava la demonizzazione che giustificava e perpetuava l’aggressione della NATO? “Prima di tutto, non accetto la tua descrizione non la chiamerei aggressione della NATO, è stata più complessa. Il passo iniziale, il primo intervento di cinque minuti, credo fosse giustificabile. C’era una possibilità, significativa, di un gravissimo massacro a Bengasi di cui Gheddafi ha un orribile record, e che dovrebbe essere noto, ma a quel punto credo che la reazione corretta avrebbe dovuto essere raccontare la verità su quello che accadeva.” Non posso che chiedermi perché la responsabilità di “dire la verità su quello che succede” valga solo per la Libia. Non dovremmo anche dire la verità su quello che accade in occidente? Della sua inestinguibile sete di decrescenti riserve di gas e petrolio, per esempio, o della sua paura di un’Africa indipendente, o della sua lunga esperienza nel sostenere e armare gangster brutali contro i governi che vuole abbattere? Chomsky ha abbastanza familiarità di tali esempi. Non dovremmo dire la verità sulla crisi che attualmente avvolge il sistema economico occidentale e che porta le sue élite sempre più a fare affidamento sui guerrafondai per mantenere il proprio fatiscente predominio? Non è tutto ciò, in realtà molto più pertinente sulla guerra alla Libia che raccontare i presunti crimini di Gheddafi di 20 anni fa?
Chomsky ha affrontato l’accademico e attivista statunitense James Petras, nel 2003, per la sua condanna dell’arresto a Cuba di diverse decine di agenti statunitensi e l’esecuzione di tre dirottatori. Petras avevano sostenuto poi che “gli intellettuali hanno la responsabilità di distinguere tra le misure difensive adottate da Paesi e popoli sotto attacco imperiale e le modalità offensive delle potenze imperialiste impiegate nella conquista. È il culmine dell’arroganza e dell’ipocrisia adottare un’equivalenza morale tra la la violenza e la repressione dei Paesi imperialisti nella conquista e quelle dei Paesi del Terzo Mondo sotto attacco militare e terroristico“. In questa occasione, Chomsky ha fatto di peggio. Lungi dall’adottare equivalenze morali, ha semplicemente cancellato i crimini degli alleati libici della NATO, mentre amplificava e distorceva le misure difensive adottate dal governo della Libia nell’affrontare una ribellione armata e appoggiata dagli USA. Ricordai a Chomsky il suo commento di qualche anno prima, secondo cui la Libia veniva pestata dai politici statunitensi per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni. “Sì, è vero, ma questo non vuol dire che non sia stato bello.” Ora lo è molto meno.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2013/06/20/noam-chomsky-pennivendolo-imperiale-la-libia-e-la-fabbrica-del-consenso/

Libia 2011: A tu per tu con… Yvonne Di Vito

Pubblicato il: 10 marzo, 2012

A tu per tu con… Yvonne Di Vito

Guerra di Libia: un anno dopo
a cura di Andrea Fais


Circa un anno fa cominciavano le operazioni militari contro la Libia di Gheddafi, a seguito del consiglio di guerra riunitosi a Parigi per fare un riassunto delle menzogne raccolte nei due mesi precedenti a proposito di quanto stava avvenendo nel Paese mediterraneo. I bombardamenti della Nato sono andati avanti per tutta l’estate fino a settembre inoltrato, distruggendo città, abitazioni civili, scuole, ospedali, condutture idriche, pozzi, cantieri e quant’altro. In base alla risoluzione n. 1973 l’intervento occidentale avrebbe dovuto proteggere la popolazione. In realtà ha provocato migliaia di vittime e la deflagrazione etnica, sociale e politica di una nazione che, prima della guerra, era tra le più prospere dell’Africa. Tu, che per lavoro eri in contatto con alcuni libici e hai conosciuto proprio il Colonnello Gheddafi, sei stata in Libia durante quei travagliati mesi. Un anno dopo qual’è il ricordo personale di quei momenti?
Questa domanda va a toccare un tasto per me dolente. Ho vari ricordi che si accavallano in un mix di sensazioni che vanno dal dolore alla rabbia, dalla nostalgia al senso di impotenza per non aver potuto fare di più in quello che è stato uno degli episodi più bui e scorretti della storia moderna. Prima dell’inizio dell’aggressione, non vedrei altri termini per definirla, avevo già delle idee abbastanza chiare sulla Nato, sulle “pseudo operazioni umanitarie”, e su tutti i loschi interessi che vi girano intorno. Sapevo quanto alcune operazioni degli ultimi anni fossero giustificate solo dall’“oro nero” o da meri interessi di controllo geo-strategico, sapevo quanto alcune situazioni venissero sfruttate ma ero così ingenua da non arrivare ad ipotizzare rivolte costruite. Ero contraria alla guerra perché pensavo che la violenza non avrebbe potuto risolvere alcun problema, neanche laddove vi fosse realmente stato un problema da risolvere, ma in una rivoluzione “costruita” e “sovvenzionata” da una regia occulta è evidente doppiamente quanto tutto sia stato sbagliato fin dall’inizio. Prima che la Libia, un Paese Sovrano, fosse aggredita non avrei mai pensato di vivere in un mondo così malato da portare alla distruzione una nazione con bombe così intelligenti da uccidere migliaia di persone. Ho dei ricordi meravigliosi della Libia e dei Libici, ricordi che porterò sempre nel cuore, insieme a terribili e amari ricordi della mia ultima visita di luglio/agosto 2011. Quando la Libia era libera l’ho visitata in tutte le sue regioni apprezzandone le incredibili bellezze, dal paesaggio del Sahara che toglie il respiro con le sue dune alte centinaia di metri, ai siti patrimonio dell’Umanità come Leptis Magna o Sabratha; ho avuto modo di stringere sinceri rapporti di amicizia con le persone del posto, con alcune ho un legame speciale. I Libici sono ospitali, hanno il cuore puro, sono gioviali e aperti, sono coraggiosi e dignitosi come hanno dimostrato nella loro eroica resistenza.
A distanza di mesi il ricordo invece della Libia sotto assedio è vivo come il giorno in cui sono ripartita da Tripoli il 5 agosto. Ricordo che la mia volontà di dare un piccolo contributo nella diffusione della Verità su quanto stesse accadendo era più forte della paura; ora ripensando a quanto accaduto ed alla luce di tutte le terribili efferatezze commesse dai ribelli contro chiunque si sia opposto, mi sento di essere stata incosciente.
Ricordo il sinistro ronzio degli aerei che sorvolavano il cielo di Tripoli, ricordo il cielo illuminarsi al passaggio dei missili (che sembravano stelle cadenti invece portavano solo morte), e dopo qualche secondo dei terribili boati, i vetri tremavano. In tutto questo ero colpita dalla popolazione che cercava, nonostante tutto, di mantenere un propria quotidianità continuando a svolgere le normali attività quali il lavoro, le passeggiate al suq, le gite in spiaggia, ma giorno dopo giorno era sempre più difficile continuare a “vivere” perché a poco a poco tutto diventava più difficile.
Ricordo ancora oggi i singoli volti e le voci delle tante persone che ci fermavano per strada e ci chiedevano disperatamente “perché tutto questo?!” implorandoci di fare qualcosa e raccontandoci le loro disgrazie, a qualcuno erano morti dei propri cari, in alcuni casi bambini molto piccoli e la loro sofferenza era tangibile nell’aria, non riuscivo a trattenere le lacrime. Avremmo fatto qualunque cosa per aiutarli ma non avevamo nessuna voce in capitolo in quella guerra ingiusta e dalle dimensioni spropositate.
Ho migliaia di ricordi di quei giorni, di tanti accadimenti, delle visite nei vari siti bombardati, di sensazioni e particolari apparentemente insignificanti; ho tenuto anche un Diario del viaggio perché non volevo dimenticare tanti episodi. Ricordo di essere rimasta molto colpita dalle folle oceaniche che si riunivano nelle piazze delle varie città (Tripoli, Zlitan, di Janzour…), erano folle smisurate, cariche di pathos, di entusiasmo, l’amore per il proprio Leader era assoluto e incondizionato ed io ero così arrabbiata nel pensare che la loro voce non potesse arrivare al mondo: i mass media non erano interessati o meglio non potevano dare spazio a milioni di persone. Con questo non voglio dire che tutti indistintamente volessero Gheddafi, sicuramente ci saranno state soprattutto in Cirenaica, persone che avrebbero voluto un cambiamento (nessuno può piacere a tutti, anche addirittura icone storiche di pace ganno subito critiche) ma la stragrande maggioranza dei libici era molto attaccata al proprio Leader e doveva essere rispettata. Ero molto dispiaciuta per loro, non solo per i miei amici più stretti ma per tutte quelle persone che avevo avuto modo di conoscere in quei giorni. Alcuni libici, uomini e donne, erano tornati da altri Paesi, Paesi in cui vivevano da anni per difendere la propria patria. Io ero dispiaciuta per tutti loro, provavo un’immensa tenerezza perché mi rendevo conto che delle grandi potenze guerrafondaie volevano la loro fine e la lotta era troppo impari nonostante il loro coraggio. Provavo e provo una stima incredibile per queste persone. Mi chiedevo e mi chiedo tuttora cosa avrei fatto io al loro posto; avrei avuto il coraggio di imbracciare un’arma e scendere in strada a difendere il mio Paese?! Provavo pena per loro ma allo stesso tempo invidiavano ciò che avevano nel cuore e mi sentivo anche io parte di qualcosa di bello e forte. Questo è ciò che forse più mi è rimasto dentro e mi ha cambiato. Nella nostra società, spesso priva di veri ideali, dove il massimo del pathos emerge nei derby calcistici, ho inverosimilmente invidiato queste persone che seppure in difficoltà estrema erano ricche di una grande passione, i loro occhi ardevano di Vita e di Amore. Anche il nostro Paese ha avuto grandi uomini che hanno combattuto per l’Unità e per renderlo speciale quale è, ma tante forze poi hanno remato contro. Tornando alla Libia: ogni giorno succedeva qualcosa di terribile e sempre più ravvicinato, nuovi morti, la distruzione della Tv, del “Grande Fiume”.
Ricordo che verso gli ultimi giorni avevamo la sensazione che stesse per succedere qualcosa di terribile, il muro di omertà era aumentato insieme alla pesantezza dei bombardamenti e iniziavano a girare notizie false per preparare il terreno e determinate mosse. Alessandro, mio marito, ha insistito perché partissi, lui si sarebbe trattenuto altri 2-3 giorni. Ricordo di aver lasciato Tripoli con la morte nel cuore consapevole che nulla sarebbe stato più come prima, che non avrei più rivisto alcune persone a me care, che la Libia non sarebbe stata più la stessa e così è stato. A distanza di mesi ripenso a quei luoghi: a Tripoli e al suo progresso costruito negli anni spazzato via in un attimo ; a Sirte, un tempo ridente seppur semplice cittadina sul mare, ridotta allo spettro di se stessa, una città fantasma, senza vita.
Ricordo l’espressione di Alessandro di ritorno dalla spedizione a Zlitan con i giornalisti dopo aver visitato delle case bombardate ed aver trovato due bimbi morti da poco mentre dormivano nelle loro camerette, non lo avevo mai visto così sconvolto, ho visto con lui le foto ed il video che documentava il tutto e sono rimasta in silenzio per ore. Non dimenticherò mai cosa abbiamo provato, la voglia di urlare la nostra rabbia, quel giorno ho visto in un’ottica diversa il mondo intero. Ci arrivano tante notizie terribili, a volte per autodifesa ci si crea una sorta di corazza e si soffre di meno per cose a noi lontane, quando le tocchi con mano non puoi più chiudere gli occhi e rimanere indifferente. Ho in questo Paese paradossalmente alcuni dei ricordi più belli e più atroci di tutta la mia vita.

Non sono mancate le accuse e gli attacchi personali per aver riportato su vari network, alcune verità chiaramente scomode o non allineate alla versione retorica fornita dai principali mezzi di comunicazione occidentali, che quasi quotidianamente ci raccontavano di un fronte dei ribelli “eroico” e di un Gheddafi “criminale”, in uno scenario di distorsione della realtà ormai risaputo quando abbiamo a che fare con gli interventi della coalizione atlantica. Hai avuto altri attacchi personali nel frattempo?
Avendo riportato senza veli quanto osservato nella mia spedizione in Libia, al mio rientro sono stata bersaglio di numerosi attacchi personali di varia natura, intensificatisi soprattutto in seguito all’intervista rilasciata all’emittente Russia Today. Ho ricevuto diverse mail di offese e minacce, anonime e non, sul mio sito http://www.libyanfriends.com; messaggi su facebook, aggressioni da parte di “pacifisti” durante una manifestazione.
Ricordo tante accuse di cattivo gusto e senza un filo logico, altri che contestavano la mia posizione ma aperti ad un confronto, tante falsità scritte su vari blog senza minima cognizione di causa per lo più da privati, dall’ignoranza dilagante, che passavano le loro giornate tra dibattiti scontati e luoghi comuni. Non ho dato peso a tutto ciò e dopo un po’ smisi anche di leggerli. Ciò che mi ha lasciata particolarmente perplessa è stato l’accanimento da parte di alcuni “giornalisti” di note testate nazionali. La mia versione li aveva senza dubbio infastiditi soprattutto quando accennava alle scorrettezze dei mezzi di informazione, ma pur disprezzando il loro gioco mi sono sempre limitata a riportare quanto avessi visto esprimendo un mio parere sul ruolo della disinformazione in questa guerra, senza attaccare i singoli. Di rimando ho subito da loro “avvertimenti” non troppo velati, veri e propri insulti di basso livello, fastidiosi atteggiamenti da comari contraddistinti da gergo di dubbio gusto e osservazioni fuori luogo che andavano oltre il caso concreto con un astio e una rabbia fuori misura. Parecchi amici erano preoccupati e mi raccomandavano di espormi di meno, non tanto per l’incolumità fisica ma per altre possibili ritorsioni di varia natura.
Negli ultimi mesi la situazione è stata molto più tranquilla poiché l’attenzione sulla Libia è diminuita drasticamente: la missione si è conclusa, la “democrazia” è stata “importata” ed ora sono tutti dediti a “salvare” altri Paesi come la Siria. Grazie alla Nato ed a personaggi quali Jalil, oltre alle migliaia di morti, la Libia non è più un paese unito, la Tripolitania, la Cirenaica ed il Fezzan si stanno frammentando; la quotidianità è contraddistinta da guerriglia quotidiana tra opposte milizie armate, faide tribali interne e giustizia sommaria. I mass media ormai ignorano quasi il problema.
Gli italiani che odiavano Gheddafi hanno avuto il macabro e atteso spettacolo e tutte le atrocità passate ed in corso nel paese non rappresentano più un problema. Immagino passeranno in questi giorni il loro tempo ad accusare Assad basandosi su quattro notizie ascoltate in tv o a scannarsi su chi debba uscire dall’Isola dei Famosi. Da parte di coloro cui realmente stavano a cuore la Libia e la Verità c’è ancora un grande immutato interesse e una spiccata sensibilità per i recenti accadimenti e per il futuro del paese. Vorrei sottolineare che se da una parte ho avuto degli attacchi, allo stesso tempo mi ha fatto molto piacere ricevere invece tantissime manifestazioni di stima e affetto da parte di persone da tutto il mondo, oltre che ovviamente Libici, soprattutto Africani in generale, tanti Serbi che si sono congratulati per il mio coraggio (per me semplice e dovuta cronaca dei fatti); mi hanno raccontato le loro personali esperienze di vita sottolineando le profonde motivazioni per cui amassero il Colonnello.
Per molti cittadini in Occidente ormai è un “tiranno decaduto”, ma in realtà sappiamo che Muammar Gheddafi ha incarnato uno spirito rivoluzionario capace di sconfiggere la decadente monarchia di Idris I e ridare una dignità sociale alle masse, progettando sempre in grande i suoi piani per riportare i popoli arabi e i popoli africani ad una condizione di pari dignità con i popoli dell’Occidente. Che ricordi hai del Colonnello Gheddafi?
Il mio personale ricordo di Gheddafi è quello di una persona estremamente intelligente e sagace, rispettosa, vera, legata alla sua Terra ed al suo Popolo, coraggioso, orgoglioso delle sue origini beduine, aperto al dialogo con il prossimo e soprattutto molto umile. Al nostro primo viaggio in Libia siamo stati accolti nella sua tenda dove ci è stata offerta una cena tipica e semplice, la stessa che mangiava lui con latte di cammello e datteri. Mentre lo attendevamo siamo andati a visitare le centinaia di cammelli e cammellini che circondavano il complesso.
Quando lui è entrato ci ha salutato ed il suo primo gesto è stato sostituire la propria poltrona con una sedia di plastica (le stesse che avevamo noi) per farci capire che noi eravamo importanti quanto lui. In Libia l’ospite è trattato con grande rispetto. Questo gesto ci ha profondamente colpito così come vedere la semplicità di tutto ciò che lo circondava. La sua quotidianità non era lussuosa come in molti possono pensare e lui non aveva nulla a che vedere con l’atteggiamento arrogante che contraddistingue molti altri politici. Era interessato a far conoscere ai giovani di altri Paesi la sua cultura, la sua bellissima terra, mostrare quanto la donna fosse libera ed evoluta rispetto ad altri Stati arabi. Scherzava su episodi che gli raccontavamo, rideva guardando con noi le foto dei nostri viaggi, nel vedere le nostre immagini versione tuareg o la nostra interprete un po’ attempata guidare la jeep sulle dune del Sahara… (conoscendo la sua passione per le foto gli abbiamo regalato un fotolibro con bellissimi scorci del Paese). Una volta in occasione di una festa nazionale era previsto un incontro con degli artisti provenienti dalla Costa d’Avorio, andammo anche noi ma non ci fu tempo a sufficienza da dedicarci, Alessandro però mentre usciva gli fece consegnare un oggetto che avevamo fatto fare appositamente per lui (una maglia della Roma con il n° 41 sulla schiena, il numero di anni in cui era al Governo nel 2010), lui lo aprì da lontano e tra le guardie del corpo, confusione e persone varie ricordo che cercò il nostro sguardo tra la folla per farci capire che l’aveva ricevuta e che apprezzava…
Un altro piccolo gesto arrivato dritto al cuore perché nessuno senza una spiccata sensibilità potrebbe mai avere una simile attenzione. Era interessato a confrontarsi con noi ed avere un parere su temi importanti come la religione e la società islamica ma non si tirava indietro davanti a discussioni di attualità, o a qualunque altro argomento; nei vari discorsi ho notato che coglieva al volo riferimenti e modi di dire anche tipici della nostra cultura. Una volta ad esempio gli stavamo raccontando quanto scalpore avesse fatto la sua visita in Italia susseguita da giorni e giorni di polemiche, accennammo ai giornalisti cui piace “ricamare” sopra i fatti… l’interprete ancora non capiva e lui già sorrideva e commentava con aria complice la nostra battuta.
Alcune sue cugine ci raccontavano che stretto legame avesse con la sua famiglia, con i suoi figli e soprattutto con i suoi nipotini, dicevano che per Aisha fosse importantissimo che ogni settimana passassero del tempo tutti riuniti anche perché i bimbi adoravano il nonno e lui adorava loro. Solitamente parlava in arabo, noi in italiano e l’interprete traduceva ma quando voleva accertarsi che tutto andasse bene o volesse un parere su un determinato tema senza voler rischiare “interferenze” parlavamo direttamente in inglese. Si preoccupava sempre che non avessimo avuto alcun tipo di problema o disagio negli spostamenti e che tutti ci avessero trattato con rispetto. Amava fortemente la sua gente come la sua gente amava lui, spesso viaggiava e faceva 3-4000 km in auto nel deserto per arrivare in paesi del centro africa, aveva l’aereo di stato ma voleva andare in auto, gli piaceva fermarsi lungo la strada a parlare e mangiare dividendo il cibo con le mani come si usa nella cultura beduina, “se il mio cibo lo divido con te e te lo passo con le mani significa che sei un mio amico” e lui lo era per milioni di africani, libici e non.
Quando giravo per la Libia (non parlo solo di Tripoli ma anche della Cirenaica) mi capitava di fermarmi a parlare con le persone, a Tripoli a causa della passata colonizzazione molte persone anziane soprattutto negozianti parlavano un po’ di italiano, con altri prima che io iniziassi a studiare arabo c’era una totale impossibilità di comunicazione e ricordo che loro per farmi capire andavano a prendermi qualcosa che ricordasse il leader o mi mostravano la foto sul cellulare. I malpensanti possono credere che lo facessero perché noi eravamo suoi ospiti ma non è così perché prima (e sottolineo “prima”) la Libia era un Paese sicurissimo per cui capitava di uscire da sola e andare magari al suq. Le persone vedevano Gheddafi come il loro Leader, come il giovanissimo e coraggioso ufficiale che nel 1969 fece cadere la monarchia filo-occidentale di Idris e liberò il Paese dagli invasori portando la Libia per mano in un processo di crescita e benessere sociale, economico e culturale. Negli anni passati la mia opinione di lui era molto diversa, prima di conoscerlo personalmente, prima di andare nella sua terra, prima di parlare con la sua gente, pensavo fosse uno sbruffone, un dittatore, una persona altezzosa… poi come a volte capita, conosci le persone e ti rendi conto che le tue idee non sono realmente “tue” ma sono quelle che ti mettono in testa gli altri, sono quelle che creano i media per chi si accontenta di un’informazione superficiale.
Ognuno di noi ha il diritto ed il dovere di andare oltre le versioni ufficiali, di documentarsi per non rischiare non solo di studiare una Storia non vera ma anche di vivere una Realtà costruita. Ho raccontato e ricordato la parte buona che conosciamo di lui, poi magari conosciamo anche qualche difetto caratteriale (chi non li ha?! Ma c’è già una fila lunghissima di chi voglia raccontare malignità spesso anche inventate ad arte su di lui). E’ normale che sia così, perché tutto servirà a dimostrare che se l’Occidente ha esagerato in qualche modo… in fondo era giusto! Se invece uscisse che era un brav’uomo o forse un Eroe… meglio non pensarci! Non è mia intenzione santificarlo, avrà fatto degli errori (a mio avviso non più gravi di quelli commessi da tanti altri politici…) certamente però più in buona fede. Le drammatiche immagini della sua morte ci hanno feriti, si è trattato di un brutale assassinio, l’inevitabile e annunciato epilogo di un’aggressione coloniale travestita da intervento umanitario. Siamo molto tristi perché oltre a Gheddafi è morta la Giustizia, con il suo omicidio si è oltrepassata una soglia importante, un mondo con un minimo di coscienza non avrebbe mai potuto permettere una simile atrocità, non avrebbe mai sbattuto su teleschermi e prime pagine il macabro “trofeo”. La cosa che ci fa più male è continuare a sentire le calunnie dei suoi ex collaboratori corrotti, dei politici opportunisti, o dei media che per mesi hanno bovinamente abbassato la testa al governo di turno per non perdere il proprio “posticino” di lavoro. Questo non è giusto! Non è giusto per un “Uomo” con la U maiuscola che per anni ha fatto l’Impossibile per il benessere non sono della Libia ma dell’intera Africa. Voglio ricordare solo alcuni punti come la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, la costruzione di ospedali, scuole, case, università (tutto gratuito), la costruzione dell’ottava meraviglia del Mondo il “Great Man Made River”, erogazione gratuita di medicinali ed elettricità, assenza di debito pubblico, prestiti senza interessi (gli interessi sono considerati illegali)… potrei continuare nell’elenco per giorni.
Per l’Africa ha finanziato molti progetti di modernizzazione, come l’acquisto del primo satellite africano assicurando la copertura universale all’intero continente per la telefonia. Non è giusto soprattutto per tutti quei milioni di libici che lo sostenevamo ed i cui diritti sono stati calpestati. Su questo mondo siamo solo di passaggio e ciò che conta è lasciare il segno, Gheddafi fa fatto la Storia, è morto con immenso onore da Martire, nel tempo non potrà non emergere la Verità. Il suo ricordo arde nel cuore dei libici che continuano a combattere per la Libertà… che prima o poi riconquisteranno.E’ solo questione di tempo. Da parte mia continuerò a dare il mio piccolo piccolo contributo affinché si faccia luce sulla Verità e affinché la coscienza del mondo si svegli… solo così si potrà togliere carta bianca a delinquenti ufficializzati che manovrano il mondo.
Prima di questo evento che, non dubitiamo, ha certamente sconvolto la tua vita o i tuoi affetti, che pensavi della cultura occidentale e, soprattutto, del modo di fare informazione specialmente nel campo delle relazioni internazionali e dei reportage dai teatri di guerra? Come è cambiata la tua percezione dell’informazione in questi ultimi tredici mesi?
Premetto che quando iniziai Scienze della Comunicazione presi giornalismo perché consapevole di quanto l’informazione fosse ormai alla base delle nostre vite. Pian piano mi accorsi che l’ambiente giornalistico in Italia poco avesse a che vedere con i miei ideali del cd. “giornalismo d’inchiesta”, imparziale e autonomo, così mi specializzai in altre forme di comunicazione “Impresa e Responsabilità sociale”. Ero consapevole che la notizia venisse sempre confezionata ad arte ma non pensavo si potesse costruire e manovrare come è stato fatto in Libia. Questo evento mi ha fatto capire concretamente quanto i giornalisti siano obbligati a seguire le linee guida delle loro testate che a loro volta seguono delle direttive politiche. L’unica informazione “vera” arriva ormai solo dalle testate di informazione “indipendenti” o giornalisti che lasciano una strada “certa” per diventare degli “outsider”.
Questa guerra, definita dallo stesso Lucio Caracciolo come “collasso dell’informazione”, è stata un susseguirsi interminabile di bugie e omissioni. Le “balle mediatiche” hanno a mio avviso giocato un ruolo cruciale nel conflitto al pari dei missili. Alcuni esempi a ritroso: Al Jazeera (tv fortemente interessata) accusa Gheddafi di aver bombardato le folle ed aver gettato i cadaveri in fosse comuni. La “notizia” fa il giro del mondo giustificando la necessità di un intervento Nato per “proteggere i civili”. Non fa il giro del mondo invece la smentita. Nessuna foto o video di questo massacro di migliaia di persone, nessun testimone, nessun segno di distruzione: i satelliti militari russi che hanno monitorato la situazione fin dall’inizio non hanno rilevato nulla. Non sarebbe il primo esempio storico di un “finto massacro”, Timisoara docet. Negli stessi giorni i media italiani intervistano finti libici che, radunati davanti l’Ambasciata di Via Nomentana, affermano in un dialetto dall’impresso accento tunisino che Gheddafi stesse bombardando il suo popolo, che la Libia non aveva università, ospedali, che i libici morissero di fame. Nessun giornalista ha obiettato che la Libia fosse il paese africano con miglior rapporto posti/letto popolazione; con delle bellissime e organizzatissime università gratuite, con il più alto reddito pro-capite ecc. Le notizie dilagavano non verificate rincorrendosi velocemente. Gheddafi nel suo discorso del 2 marzo chiese all’ONU di inviare ispettori per verificare cosa accadesse realmente nel Paese, ha aperto ai giornalisti affinché potessero informare l’opinione pubblica sui fatti; la risposta dei governi ex amici ci sembrò al contrario assolutamente non di dialogo e di chiarimento bensì di sfida.
I giornalisti entrano nel Paese, i ribelli così fotogenici nelle riprese mentre sparacchiano in aria con i loro mitragliatori a bordo dei pickup. Sono perfetti, questo è il loro ruolo, farsi riprendere dai media mentre la vera guerra verrà giocata dagli aerei Nato con i loro quotidiani sistematici e pesanti bombardamenti. Il tutto con l’ausilio di forze di terra, la cui presenza è stata ammessa solo a fine conflitto. In Libia, c’erano milioni di persone che cercavano di far sentire la propria voce, milioni di persone che quotidianamente si riunivano nelle Piazze urlando “Allah, Muammar, Libya ua bas!” ovvero Allah, Muammar Gheddafi, la Libya e basta! Ma tutto questo “non poteva essere trasmesso” così come anche ora i media non ritengono sia doveroso mandare in onda cosa oggi stiano vivendo in Libia ovvero un regime del terrore. La caccia agli uomini neri, libici o lavoratori migranti, da torturare e ammazzare; le abitazioni, gli esercizi commerciali ed i musei saccheggiati, le donne stuprate.
La notizia della morte di Khamis Gheddafi è stata data per certa circa 5-6 volte. La notizia della presa di Tripoli è stata preparata a tavolino. Ci vengono mostrati cadaveri di lealisti spacciati per ribelli, orrori negli ospedali, sangue ed il tutto viene attribuito all’Orco Gheddafi, i militari dell’esercito libico che stanno perdendo la Vita per difendere il proprio Paese vengono additati come delinquenti, non si parla di tutte le persone massacrate dai “Giovani rivoluzionari”. Ci viene propinata solo la testimonianza di una parte, spesso con ragazzi con perfetto accento anglo-americano. I medici lamentano “non c’è acqua per lavare via il sangue…” forse anche questa è una colpa di Gheddafi o è colpa della Nato che ha bombardato il Grande Fiume lasciando la gente a morire di sete? Le masse hanno bovinamente recepito la versione confezionata dai media mainstream come un film senza pensare che fosse girato sulla pelle, sul sangue, sul dolore e le speranze di un popolo. Ricordo che quando alle manifestazioni per la pace a Roma erano presenti gli studenti libici, ho chiesto ad alcuni tg come mai non volessero sentire il loro parere e mi è stato risposto “perchè tanto non lo manderebbero, sprecheremmo soltanto pellicola…” Alcuni giornalisti con aria rassegnata mi hanno risposto sinceramente “noi non possiamo trasmettere queste versioni”, “non possiamo mandarlo in onda”, “è già deciso come andrà”. Abbiamo visto giornalisti commuoversi davanti a delle vittime innocenti, riprendere il tutto e poi non poter diffondere queste immagini… Quando eravamo al Rixos ascoltavamo e registravamo le conferenze di Mussa Ibrahim, lui comunicava i bollettini di guerra ed il punto di vista del governo libico; dopo 5 minuti in Italia arrivavano notizie opposte. Alcuni giornalisti da veri trasformisti hanno cambiato ripetutamente versione, a fine conflitto gli Stati Uniti hanno ammesso che le loro spie infiltrate erano proprio dei giornalisti. Cosa altro dire ancora?!
Sono a dir poco disgustata nonché spaventata al pensiero. Manovrando l’informazione è possibile creare dei falsi storici, cambiare per sempre il corso ed il ricordo degli eventi. Non dobbiamo permettere tutto ciò. La libertà di pensiero e di espressione va di pari passo con il diritto e la necessità di essere informati correttamente. E’ un circolo vizioso: dando una versione distorta di un qualcosa si manipola l’opinione pubblica e con il benestare dell’opinione pubblica si ha carta bianca per qualunque operazione. Se le persone fossero state realmente informate si sarebbero indignate e non sarebbe stato possibile distruggere in questo modo un Paese nella totale indifferenza.
Non ho più alcuna fiducia nelle informazioni che mi arrivano, in Libia ho avuto un accesso privilegiato per poter capire cosa stesse realmente accadendo. Non sempre si ha questa possibilità ma sono convinta che con un minimo di spirito critico e di osservazione e soprattutto “andando a cercare la notizia” invece di essere suoi bersagli indifesi, sarebbe molto semplice scoprire palesi incongruenze. Al giorno d’oggi abbiamo la fortuna di avere internet, con pochissimo tempo e risorse chiunque può approfondire una determinata tematica e scambiare informazioni non filtrate con l’altra parte del mondo. Forse ancora per poco perché non sarà difficile a breve il controllo totale dei contenuti, già ora vengono censurati i maggiori social network. Questa esperienza mi ha cambiato radicalmente, sono ormai una persona disincantata, forse anche troppo scettica ma non commetterò più lo sbaglio di dare per scontato nulla di ciò che mi viene propinato. A Tripoli con l’ausilio dell’Ufficio stampa, di fonti locali, di interviste e delle nostre visite dirette abbiamo raccolto hard disk pieni di documenti, ci abbiamo lavorato per giorni per poter fare un dossier di denuncia completo e ricco, ad ottobre ci è sembrato ormai tutto inutile ed abbiamo messo da parte il progetto. A distanza di mesi lo abbiamo ripreso e lo stiamo concludendo, è il minimo che potessimo fare ovvero continuare a batterci per ciò in cui crediano con la forza, il coraggio e la passione di cui gli amici libici sono stati e sono tuttora un grande e glorioso esempio.
Solo se le coscienze si risveglieranno sarà possibile cambiare cambiare direzione. Perchè, come in “Think Different”, “solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero”.

La storia di Halla El-Mesrati, paradigma della barbarie Nato in Libia

Questo articolo usciva nel febbraio 2012. Da allora qualcosa è cambiato, per fortuna la LEONESSA VERDE, HALLA EL MESRATI è libera. Purtroppo l’ articolo è ancora attuale. Le violenze, gli stupri sono considerati normali, le donne sono tenute prigioniere nelle loro stesse case, dai ratti, e qui sistematicamente torturate e violentate. MA NOI NON DOBBIAMO SAPERLO !!

Pubblicato il: 25 febbraio, 2012
Analisi / Esteri | Di Filippo Bovo

La storia di Halla El-Mesrati, paradigma della barbarie Nato in Libia

Sicuramente molti lettori si ricorderanno di Halla el Mesrati: era la giornalista della televisione di Stato libica Al Libya che, nelle drammatiche ore della presa di Tripoli da parte dei mercenari NATO, esibiva in diretta una pistola affermando che nulla avrebbe potuto eliminare la Jamahiriya e che gli svendipatria del CNT e i loro scherani atlantici avrebbero trovato pane per i loro denti. Caduta Tripoli, di lei non s’era saputo più nulla: alcune fonti autorevoli, a distanza di settimane, avevano ventilato l’ipotesi che Halla el Mesrati avesse trovato ospitalità in Algeria o, molto più probabilmente, in Tunisia. Purtroppo, considerata la sorte a cui è andata incontro, veniamo ora a sapere che non era così.
Al pari di molte altre donne libiche (come quelle della guardia femminile di Gheddafi, alcune delle quali imprigionate, umiliate e vessate dai ribelli, per non parlare di quelle che addirittura sono state trucidate; oppure le tante ragazze che sono state violentate, mutilate ed uccise fin dai primi giorni della “rivoluzione colorata” di Bengasi) Halla el Mesrati ha tenuto fede alla fierezza e all’amor di patria della stragrande maggioranza dei suoi connazionali e non s’è data alla fuga, attendendo veramente al varco i nemici per combatterli a viso scoperto. Catturata dai ribelli, dalla fine di agosto è loro prigioniera; dalle poche notizie che trapelano, si sa che è incinta ed è stata finora violentata non meno di diciassette volte. E’ possibile che anche la sua gravidanza sia frutto delle ripetute violenze a cui è stata sottoposta da parte dei “portatori di democrazia”.
La drammatica vicenda personale di Halla el Mesrati può essere assurta a paradigma delle barbarie che la NATO e i suoi proconsoli del CNT da mesi perpetrano a danno della Libia e della sua popolazione. Halla el Mesrati era una donna emancipata, una femminista, giornalista e scrittrice di successo: aveva pubblicato libri dallo spirito tutt’altro che castigato e per queste ragioni agli occhi dei ribelli, legati al fondamentalismo del Libyan Islamic Fighting Group, doveva essere distrutta nel corpo e nello spirito. Sotto il governo dei ribelli la Libia ha visto ripristinare la Sharia come legge fondante dello Stato e ristabilire la diseguaglianza fra uomo e donna: pertanto l’emancipazione femminile incarnata da donne come Halla el Mesrati, frutto della rivoluzione socialista gheddafiana, è considerata un sacrilegio da rimuoversi dalla società libica secondo le modalità più brutali, ricorrendo ai coltelli, allo stupro, alle percosse ed alla segregazione.
Ogni giorno uomini e donne vengono massacrati dai ribelli, dai soldati di ventura al soldo del Qatar e dai consiglieri militari americani (seimila già presenti sul posto più altri seimila in dirittura d’arrivo, per un totale di dodicimila) nel tentativo di domare una nazione che non si rassegna al furto della propria identità laica e socialista, della propria sovranità e del proprio benessere da parte dell’imperialismo americano, europeo e arabo-qatarino. Sono noti i massacri di cui sono stati vittime gli immigrati e le minoranze di colore della Libia: Tawergha, dove risiedeva buona parte dei neri di Libia, è città martire esattamente come Sirte e Bani Walid. Recentemente sono uscite immagini di cadaveri di uomini torturati ed uccisi dai ribelli del CNT: in bocca avevano i genitali che erano stati loro recisi mentre erano ancora in vita. Anche questi sono esempi della “civiltà” e della “democrazia”, certamente sconosciute sotto Gheddafi, di cui adesso i libici potranno fruire ed avvantaggiarsi grazie agli squadroni della morte della NATO e del CNT.
Viene spontaneo chiedersi, di fronte a tutte queste atrocità, dove si trovino adesso i “dirittoumanisti” occidentali, sempre pronti a levare gli scudi per le balle mediatiche usate contro i gheddafiani e gli assadiani; e a gridare contro stupri, uccisioni, torture e repressioni che alla prova dei fatti risultano essere soltanto speculazioni partorite dalla fantasia dei nostri politici e giornalisti. Di fronte alla pulizia etnica attuata dai ribelli contro i neri di Libia, dove sono adesso quei benpensanti che s’indignavano per “fora de ball” di bossiana memoria o per i campi di detenzione degli immigrati in Libia di cui è stata poi sfatata l’esistenza? E di fronte alla tragedia di Halla el Mesrati, dove si trovano ora quelle “femministe” che all’unisono con la loro beniamina Hillary Clinton sbraitavano alla notizia, poi risultata completamente infondata, dei mercenari gheddafiani che s’imbottivano di Viagra per violentare le donne libiche?
Sulla coscienza di tutte queste persone grava il peso della loro ipocrisia.

I mercenari in Libia ci sono davvero

di Piero Pagliani – 08/04/2011

Ma come? Non era Gheddafi ad avere i mercenari? Certo, è saltato fuori che i “mercenari neri” erano immigrati che lavoravano in Libia. Già, perché su un totale di 6 milioni di libici c’erano 2 milioni di immigrati. Un po’ come dire 20 milioni di immigrati in Italia. In massima parte provenienti dall’Africa nera, e odiati dai “rivoluzionari” che si sono dedicati nelle zone da essi controllate a rastrellamenti casa per casa, torture, uccisioni e stupri (una ragazza eritrea che su LA7 stava testimoniando queste violenze è stata azzittita da Gad Lerner: non disturbare il manovratore). Se questi sono i “mercenari” di Gheddafi, bisogna però ammettere che in Libia mercenari ce ne sono veramente e saranno sempre di più.

Ce lo rivela il Corriere della Sera. Eccone uno stralcio:

«I costi dell’operazione sarebbero coperti da alcuni paesi arabi, come il Qatar e gli Emirati, che già partecipano alla missione. Il ricorso ai “privati” potrebbe aggirare l’ostacolo – diplomatico e politico – che impedisce l’uso di forze di terra. È chiaro che i “contractors” sono una foglia di fico ma che almeno sul piano legale consentirebbe agli alleati di assistere in modo diretto i nemici di Gheddafi. Lo schema potrebbe essere il seguente: il comitato libico ingaggia ufficialmente i mercenari e i paesi arabi pagano il conto mentre la coalizione sovraintende all’operazione. Come hanno segnalato molti esperti l’offensiva Nato senza il ricorso ai soldati l’offensiva è destinata a raggiungere risultati parziali. E i ribelli, per ora, non sono in grado di fare da soli.»

Un solo breve commento: si capisce bene perché abbiamo subito definito “inaccettabile” la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza. Per prima cosa perché ha fatto piazza pulita dei principi base dell’ONU stessa che vietano espressamente di intromettersi negli affari interni di un altro stato. Si può intervenire solo se un Paese attacca o ne minaccia un altro. In secondo luogo perché lasciava ai volenterosi la possibilità di fare qualsiasi cosa, senza consultarsi con l’ONU e senza nemmeno un comando unificato: la casa delle libertà, insomma. È tuttavia difficile cercare di provare che autorizzi anche un’invasione da terra. Ma niente paura: ci pensano i mercenari, quelli veri!

Preso da: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=38278

Libia: dal caos alla dissoluzione pianificata

[20.03.2012] di John Cherian   (trad. di Levred per GilGuySparks)

Un anno dopo l’intervento della NATO, la Libia si trova di fronte alla disintegrazione mentre la regione orientale ricca di petrolio va verso la semi-autonomia.
La Libia sembra essere sul punto di disintegrarsi un anno dopo l’intervento militare da parte dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO).
Nella prima settimana di marzo, i leader della regione orientale ricca di petrolio, che comprende Bengasi, punto focale della ribellione sostenuta dall’Occidente che spodestò Muammar Gheddafi, hanno annunciato l’intenzione di andare verso la “semi-autonomia” dal governo centrale.

L’incontro a Bengasi, dove è stata presa la decisione, è stato seguito dai principali leader politici, comandanti militari e leader tribali della regione. La nuova regione “semi-autonoma“, la Cirenaica, si estenderà dal centro della città costiera di Sirte, città natale di Gheddafi, al confine del paese con l’Egitto. Secondo gli esperti di energia, l’area detiene circa i due terzi delle riserve petrolifere del paese.

Gli osservatori della scena libica prevedono che la mossa sia mirata a dividere la nazione. Alla riunione di Bengasi, c’è stato un aperto invito alla ri-adozione della Costituzione del 1951, che ha riconosciuto come capitale amministrativa Tripoli e Bengasi come capitale finanziaria del paese. Sotto il re Idris, sovrano fantoccio filo-occidentale dell’epoca, la Libia era divisa in tre province, la Cirenaica a est, la Tripolitania a occidente e il Fezzan nel sud. Bengasi, dove il re risiedeva, era il centro del processo decisionale. Gli Stati Uniti avevano basi militari nelle vicinanze, mentre le grandi società petrolifere occidentali monopolizzavano le risorse petrolifere del paese. Dopo che Gheddafi salì al potere, nazionalizzò l’industria petrolifera e costrinse gli Stati Uniti a lasciare le sue basi.

Zubeir Sheikh Ahmad al-Sanussi, che è emerso come leader del gruppo di Bengasi, è un pronipote di re Idris. Il meeting di Bengasi ha respinto la decisione del Consiglio Nazionale di Transizione Libico (CNT) di assegnare 60 posti alla regione orientale nell’Assemblea [composta] da 200 membri. I leader chiedono circa 100 posti a sedere per la regione [orientale]. E’ previsto che le elezioni per un nuovo governo si terranno nel mese di giugno. Ma con un forte blocco di potere, emergente nel est,  sostenuto dall’Occidente e il prevalere di una generale illegalità in buona parte del paese, sarebbe un compito in salita per il governo ad interim a Tripoli sorvegliare il trasferimento pacifico del potere ad un’Assemblea eletta.

Più di 100 milizie, cariche di armi letali, sono barricate nelle principali città del paese. Esse non sono disposte a integrarsi nell’esercito nazionale o a consegnare le armi. Nella capitale, Tripoli, l’aeroporto principale e gli edifici governativi più importanti sono ancora sotto il controllo di opposte milizie. Frequenti scontri sono scoppiati nella capitale e in altre parti del paese poichè ogni milizia cerca di espandere il suo territorio. I sette mesi di guerra, inflitti dalle forze della NATO, non hanno solo mietuto migliaia di vite, ma anche distrutto le infrastrutture del paese.

Mustafa Abdul Jalil, il presidente del CNT, ha descritto la dichiarazione di Bengasi come “l’inizio di una congiura contro i libici“, che potrebbe portare alla disintegrazione finale del paese. Ha accusato “alcuni paesi arabi” di incoraggiare i movimenti secessionisti. Il Qatar, che è stato tra i primi sostenitori e sponsor della contro-rivoluzione contro Gheddafi, si dice che abbia un posto di rilievo nella lista dei paesi arabi dietro il complotto. Alti funzionari a Tripoli hanno criticato l’ingerenza del piccolo ma ricco emirato del Golfo negli affari interni del paese dopo la cacciata di Gheddafi. Abdel Rahman Shalgham, ambasciatore della Libia presso le Nazioni Unite, aveva ottimamente domandato, alla fine dell’anno scorso, “Chi è il Qatar?” Era arrabbiato per la continua interferenza del Qatar negli affari interni della Libia e il suo sostegno alle milizie islamiche e ai politici.

In dichiarazioni rilasciate nella prima parte dell’anno, Mustafa Jalil aveva detto che la Libia era caduta in uno stato di “guerra civile“.
Sirte, che è stata ridotta in macerie dai bombardamenti NATO, è occupata da combattenti di Misurata. Decine di migliaia di sostenitori di Gheddafi continuano a languire in prigione. Le agenzie internazionali hanno fornito crudi resoconti delle torture che essi hanno subito nelle mani dei loro carcerieri. Molti cittadini, tra cui un ex ambasciatore libico in Francia, Omar Brebesh, sono morti a seguito di brutali torture in carcere. La città di Tawergha nei pressi di Misurata è stata spopolata con la forza perché i suoi abitanti sostenevano Gheddafi. Amnesty International, in un rapporto sulla Libia, pubblicato nel mese di febbraio, ha documentato dettagli sul diffuso abuso dei diritti umani nel paese. Un portavoce dell’organizzazione ha detto che le milizie nel paese “sono in gran parte fuori dal controllo del governo“.


Navi Pillay, capo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), ha chiesto alle autorità libiche di prendere il controllo delle prigioni.
Ci sono torture, esecuzioni extragiudiziali, stupri di uomini e donne“, ha detto a fine gennaio.

Il governo di Tripoli, sostenuto dalla Nato, ha fatto sapere che garantirà il primato della legge della Sharia nel paese. Sotto Gheddafi, le donne godevano di una notevole libertà. La poligamia era vietata. Un uomo doveva avere il consenso legale della moglie per divorziare. Gheddafi aveva incoraggiato le donne a far parte della forza lavoro. Il governo ad interim ha annunciato che allenterà le severe norme contro la poligamia.

La maggior parte dei leader delle milizie anti-Gheddafi, pur essendo sostenuti dall’Occidente, sono islamisti dichiarati. I leader delle milizie libiche si coordinano ora con l’Esercito Libero Siriano che combatte contro il governo di Damasco. L’ambasciatore russo all’Onu, Vitaly Churkov, ha accusato il governo libico di addestrare ribelli siriani nei campi libici e poi di inviarli di nuovo in Siria.
Human Rights Watch (HRW) ha citato esempi di lavoratori migranti dall’Africa sub-sahariana fatti oggetto di detenzioni e di esecuzioni sommarie da parte delle milizie.

Baso Sanggu, Presidente del Consiglio di sicurezza dell’ONU e ambasciatore del Sudafrica presso le Nazioni Unite, ha detto che la NATO doveva essere indagata per violazioni dei diritti umani. I raid aerei della NATO hanno portato alla morte di migliaia di civili innocenti. La distruzione di Sirte è soprattutto opera delle forze della NATO. Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite ha concluso che la NATO non ha esaminato a sufficienza i raid aerei condotti sulla Libia. Le Nazioni Unite avevano dato mandato ad una “no-fly zone” sopra la Libia con il chiaro obiettivo di proteggere i civili. Droni della NATO e forze speciali hanno giocato un ruolo chiave nel facilitare la cattura di Gheddafi. Egli fu in seguito torturato e ucciso dai suoi rapitori. Il rapporto ha anche detto che le milizie stavano continuando con i loro “crimini di guerra“.

Un altro rapporto, divulgato nel mese di gennaio, da parte di gruppi per i diritti umani dell’Asia occidentale, che comprendono l’Organizzazione Araba dei Diritti Umani, il Centro Palestinese per i diritti umani e il Consorzio di Assistenza Legale Internazionale, ha concluso che vi erano pesanti prove che coinvolgevano la NATO in crimini di guerra in Libia.
La NATO ha partecipato a quelle che potrebbero essere classificate come azioni offensive intraprese dalle forze di opposizione, ivi compresi, ad esempio, gli attacchi contro le città mantenute dalle forze di Gheddafi. Allo stesso modo, la scelta di taluni obiettivi, come i magazzini alimentari regionali, solleva, a prima vista, domande riguardanti il ruolo di tali attacchi in relazione alla protezione dei civili “, afferma il rapporto.  La missione ha trovato la prova più schiacciante di crimini di guerra della NATO nella città di Sirte. Gli Stati Uniti avevano speso circa 2 miliardi di dollari per le loro “operazioni speciali” che alla fine hanno portato alla macabra uccisione di Gheddafi. Francia e Gran Bretagna erano gli altri paesi della NATO di rilievo che hanno giocato un ruolo chiave nel garantire un cambio di regime in Libia.
Qatar e Arabia Saudita hanno aperto i cordoni della borsa e hanno lanciato un blitz di propaganda sotto gli auspici di Al Jazeera e Al Arabiya, rispettivamente, demonizzando Gheddafi e mascherando le colpe delle milizie libiche e dei loro protettori.

Ci sono rapporti nei media arabi secondo cui i lealisti di Gheddafi hanno iniziato raggrupparsi sotto la bandiera del movimento “Green Resistance“.
Il giornale egiziano Al Ahram ha riferito che combattenti della Resistenza Verde avevano da poco preso d’assalto il carcere di Misurata ed ucciso 145 guardie. C’è chi sostiene che centinaia di combattenti siano stati uccisi dalla resistenza dall’inizio dell’anno per la loro fedeltà al nuovo governo.

Il gruppo etnico dei Tuareg, che è stato con Gheddafi fino alla fine, mentre parteggia con la resistenza, si è anche collegato con ai suoi confratelli nel vicino Mali e Niger. I Tuareg, conosciuti per il loro particolare stile nel vestire e il loro stile di vita nomade, hanno chiesto uno stato separato. Gruppi ben armati di tuareg hanno attaccato, negli ultimi mesi, città in Niger e in Mali. Armi sofisticate dei depositi di armi libici sono fluite non solo verso gruppi di islamisti militanti, ma anche verso gruppi che combattono per rovesciare i governi nella regione del Sahel al confine con la Libia. L’intervento militare della NATO in Libia ora minaccia di destabilizzare l’intera regione e oltre.

http://www.frontlineonnet.com/stories/20120406290605700.htm

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  • Slipping into chaos

[20.03.2012]  by JOHN CHERIAN

One year after the NATO intervention, Libya faces disintegration as the oil-rich eastern region seeks semi-autonomy.

LIBYA seems to be on the verge of disintegration one year after the military intervention by the North Atlantic Treaty Organisation (NATO). In the first week of March, leaders from its oil-rich eastern region, which includes Benghazi, the focal point of the Western-backed rebellion that ousted Muammar Qaddafi, announced their intention to seek “semi-autonomy” from the central government. The meeting in Benghazi, where the decision was taken, was attended by major political leaders, military commanders and tribal leaders from the region. The new “semi-autonomous” region, Cyrenaica, will extend from the central coastal city of Sirte, Qaddafi’s hometown, to the country’s border with Egypt. According to energy experts, the area holds around two-thirds of the country’s oil reserves.

Observers of the Libyan scene predict that the move is aimed at partitioning the country. At the Benghazi meeting, there was an open call for the re-adoption of the 1951 Constitution, which recognised Tripoli as the administrative capital and Benghazi as the financial capital of the country. Under King Idris, the pro-Western puppet ruler at the time, Libya was divided into three provinces, Cyrenaica in the east, Tripolitana in the west and Fezzan in the south. Benghazi, where the King resided, was the centre of decision making. The United States had military bases nearby while big Western oil companies monopolised the country’s oil resources. After Qaddafi came to power, he nationalised the oil industry and forced the U.S. to vacate its bases.

Sheikh Ahmad Zubeir al-Sanussi, who has emerged as the leader of the Benghazi group, is a grand-nephew of King Idris. The Benghazi meeting rejected the decision of the Libyan Transitional National Council (NTC) to allocate 60 seats to the eastern region in the 200-member Assembly. The leaders are demanding around 100 seats for the region. Elections for a new government are scheduled to be held in June. But with a powerful Western-backed power bloc emerging in the east and general lawlessness prevailing in most parts of the country, it would be an uphill task for the interim government in Tripoli to supervise a peaceful transfer of power to an elected Assembly.

Over 100 militias, flush with lethal arms, are bunkered down in the major towns of the country. They are unwilling to integrate into the national army or give up their arms. In the capital, Tripoli, the main airport and major government buildings are still under the control of opposing militias. Frequent clashes have erupted in the capital and other parts of the country as each militia has been trying to expand its turf. The seven-month-long war inflicted by the NATO forces not only claimed thousands of lives but also destroyed the country’s infrastructure.

Mustafa Abdul Jalil, the NTC Chairman, has described the Benghazi declaration as “the beginning of a conspiracy against Libyans” which could lead to the eventual disintegration of the country. He blamed “some Arab nations” for encouraging the secessionist moves. Qatar, which was among the early backers and sponsors of the counter-revolution against Qaddafi, is said to figure prominently on the list of the Arab countries behind the conspiracy. Senior officials in Tripoli have been critical of the interference of the tiny but rich Gulf emirate in the internal affairs of the country following the ouster of Qaddafi. Abdel Rahman Shalgham, Libya’s Ambassador to the United Nations, had famously asked, late last year, “Who is Qatar?” He was angered by Qatar’s continued interference in the internal affairs of Libya and its backing of Islamist militias and politicians.

In statements issued earlier in the year, Mustafa Jalil had said that Libya had descended into a state of “civil war”. Sirte, which was reduced to rubble by NATO bombing, is occupied by fighters from Misrata. Tens of thousands of Qaddafi supporters continue to languish in jail. International agencies have provided graphic accounts of the torture they endured at the hands of their captors. Many citizens, including a former Libyan Ambassador to France, Omar Brebesh, died following brutal torture in prison. The town of Tawergha near Misrata has been depopulated forcibly because its residents supported Qaddafi. Amnesty International, in a report on Libya released in February, has documented details about the widespread abuse of human rights in the country. A spokesman for the organisation said that militias in the country “are largely out of control of the government”.

Navi Pillay, the chief of the United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR), asked the Libyan authorities to take control of the prisons. “There is torture, extrajudicial killings, rape of both men and women,” she said in late January.

The NATO-backed government in Tripoli has said that it will guarantee the primacy of Sharia law in the country. Under Qaddafi, women enjoyed considerable freedom. Polygamy was banned. A man needed his wife’s legal consent to get a divorce. Qaddafi had encouraged women to join the workforce. The interim government has announced that it will relax the strict rules against polygamy.

The majority of the anti-Qaddafi militia leaders, despite being backed by the West, are avowed Islamists. Libyan militia leaders are now coordinating with the Free Syrian Army fighting against the government in Damascus. The Russian Ambassador to the U.N., Vitaly Churkov, has accused the Libyan government of training Syrian rebels in Libyan camps and then sending them back to Syria.

Human Rights Watch (HRW) has given instances of migrant workers from sub-Saharan Africa being targeted for detention and summary executions by the militias. Baso Sanggu, the President of the U.N. Security Council and South Africa’s Ambassador to the U.N., said that NATO had to be investigated for human rights abuses. NATO air raids resulted in the death of thousands of innocent civilians. The destruction of Sirte is mainly the handiwork of NATO forces. A new U.N. report has concluded that NATO has not sufficiently investigated the air raids it conducted over Libya. The U.N. had mandated a “no-fly zone” over Libya with the overt aim of protecting civilians. NATO drones and Special Forces had played a key role in facilitating the capture of Qaddafi. He was later tortured and shot by his captors. The report also said that the militias were continuing with their “war crimes”.

Another report, by the West Asian Human Rights Groups, which included the Arab Organisation of Human Rights, the Palestinian Centre for Human Rights and the International Legal Assistance Consortium, released in January, concluded that there was strong evidence to implicate NATO in war crimes in Libya. “NATO participated in what could be classified as offensive actions undertaken by the opposition forces, including, for example, attacks on towns and cities held by Qaddafi forces. Equally, the choice of certain targets, such as regional food warehouses, raises prima facie questions regarding the role of such attacks with respect to the protection of civilians,” the report stated. The mission found the strongest evidence of NATO war crimes in the city of Sirte. The U.S. had spent around $2 billion for its “special operations” which finally led to the grisly assassination of Qaddafi. France and Britain were the other notable NATO countries that played a key role in guaranteeing regime change in Libya. Qatar and Saudi Arabia opened up their purse strings and launched a propaganda blitz through the auspices of Al Jazeera and Al Arabiya respectively, demonising Qaddafi and whitewashing the sins of the Libyan militias and their patrons.

There are reports in the Arab media that Qaddafi loyalists have started regrouping under the banner of the “Green Resistance” movement. Al Ahram, the Egyptian newspaper, reported that Green Resistance fighters had recently stormed the prison in Misrata and killed 145 guards. There are claims that hundreds of fighters owing allegiance to the new government have been killed by the resistance since the beginning of the year.
The Tuareg ethnic group, which stood by Qaddafi until the very end, while siding with the resistance, has also linked up with its kinsmen in neighbouring Mali and Niger. The Tuaregs, known for their distinct style of dressing and nomadic lifestyle, have been demanding a separate state. Well-armed Tuareg groups have, in recent months, attacked towns in Niger and Mali. Sophisticated arms in the Libyan armoury have trickled down not only to militant Islamist groups but also to groups fighting to overthrow governments in the Sahel region bordering Libya. NATO’s military intervention in Libya now threatens to destabilise the whole region and beyond.

http://www.frontlineonnet.com/stories/20120406290605700.htm

Preso da:https://gilguysparks.wordpress.com/2012/03/21/libia-dal-caos-alla-dissoluzione-pianificata/