Occidente e NATO hanno distrutto Gheddafi e tutta la Libia

 

 Gruppo armato in Libia (foto d'archivio)

10/12/2015

La Libia è stato il primo Paese ad aver vissuto la “primavera araba”. Più velocemente di qualunque altro Stato che ha subito lo stesso fenomeno è piombata nel caos. Che cosa ha ottenuto la Libia, un tempo tra i Paesi più ricchi dell’Africa, dopo l’uccisione di Muammar Gheddafi da parte dei ribelli con il supporto dell’Aviazione della NATO?
L’impunità di molti gruppi armati, ciascuno dei quali si definisce formato da “veri rivoluzionari”. Apparsi dopo l’uccisione di Muammar Gheddafi, non solo combattono tra di loro per territori e il controllo delle infrastrutture, ma allo stesso tempo uccidono su commissione ed effettuano sequestri di persona. L’esempio è il rapimento nel 2013 del primo ministro Ali Zeidan.
Se il primo ministro può essere rapito, cosa può attendere la gente comune della Libia?

Secondo un rapporto dell’organizzazione per i diritti umani in Libia, nella piccola città di Sabha, con una popolazione di 200mila persone, nel corso di quest’anno sono stati commessi 138 sequestri, una media di 1 ogni 2 giorni. Questo centro è in testa nella classifica delle città col più alto tasso di criminalità del mondo. Nella grande città di Misurata sono stati registrati 850 rapimenti, in 20 casi si trattava di bambini.
Secondo le organizzazioni per i diritti umani, il numero totale delle persone rapite o scomparse durante la guerra civile raggiunge 11mila persone.
L’ex portavoce dell’Unione delle tribù libiche Bassem as-Sol ha raccontato a Sputnik delle donne detenute nelle carceri illegali:
“A Bengasi, Misurata e Sirte, in palazzi trasformati in prigioni, i gruppi armati segregano le donne accusate di “sostenere il regime di Gheddafi.” Vengono torturate solo perché avevano lavorato nelle istituzioni pubbliche. Solo nella città di Misurata le donne che si trovano in questo stato sono quasi 4.300.”
Bassem as-Sol ha inoltre raccontato che i militanti rapiscono i bambini a scopo di estorsione.
I rapitori chiedono da 100mila a 200mila dollari, a seconda dello stato e della situazione finanziaria della famiglia. A volte l’importo del riscatto può raggiungere 1 milione di dollari.
Nei territori controllati dal Daesh (ISIS) spesso i bambini diventano strumenti per compiere attacchi terroristici. Secondo Bassem as-Sola, migliaia di bambini subiscono il “lavaggio del cervello” dopo essere sequestrati dai terroristi nelle zone della Libia sotto il controllo del Daesh.
“I bambini sono rapiti e convertiti in combattenti fanatici che uccidono, stuprano e compiono attacchi terroristici. Gli cambiano radicalmente il modo di pensare.”
Quanto guadagna un mercenario del Daesh?
Secondo il ministero degli Interni della Libia, oggi circa 16mila uomini fanno parte dei vari gruppi armati illegali. Tutte queste persone hanno ottenuto le armi dagli aerei della NATO, che le gettavano per sostenere i “rivoluzionari” nella guerra contro il legittimo governo di Gheddafi nel 2011.
Secondo i media, basandosi sulle pagine del Daesh nei social network, l’emiro del gruppo può ricevere fino a 6mila dollari. Se l’emiro ha donne e figli, ogni moglie viene compensata con un pagamento extra di 500 dollari, mentre per ogni bambino il bonus è di 200 dollari. Il combattente di rango più basso guadagna al mese 265 dollari.
Allo stesso tempo prima della “primavera araba” nel 2011 il salario medio in Libia ammontava a 1.000 dollari.

Ora il Paese, uno dei più ricchi di petrolio in Africa e in Medio Oriente, sta subendo la crisi petrolifera. Nel 2010, secondo la compagnia petrolifera nazionale “National Oil Corporation” (NOC), si estraevano ogni giorno 1 milione e mezzo di barili. Nel 2015, nello stesso periodo solo 500mila. La quantità di petrolio che viene prodotta nei territori controllati dal Daesh e dagli altri gruppi armati non è inclusa nelle statistiche.

Preso da: https://it.sputniknews.com/politica/201512101704506-Daesh-Caos-Terrorismo-Violenza/

Annunci

I dieci miti che hanno più inciso sulla guerra contro la Libia

3 ottobre 1011

Di Maximilian C. Forte *
Dal momento che il colonnello Gheddafi ha perso il suo potere militare nella guerra contro la NATO e contro gli insorti / ribelli / nuovo regime, numerosi mezzobusti televisivi hanno preso a celebrare questa guerra come un “successo”.
Costoro ritengono che questa sia una “vittoria del popolo libico” e che tutti dovremmo festeggiare. Altri si gloriano della vittoria esaltando la “responsabilità di proteggere”, “l’interventismo umanitario”, e condannano la “sinistra antimperialista”.
Alcuni di coloro che affermano di essere “rivoluzionari”, o che credono di sostenere la “rivoluzione araba”, in qualche modo reputano opportuno porre su un piano secondario il ruolo della NATO nella guerra, invece esaltano le virtù democratiche degli insorti, magnificano il loro martirio, e assegnano un’importanza al loro ruolo oltre ogni limite.
Vorrei dissentire da questa cerchia di acclamanti, e ricordare ai lettori il ruolo di invenzioni di “verità” ideologicamente motivate, che sono state utilizzate per giustificare, motivare, attivare, rendere più efficace la guerra contro la Libia, e per sottolineare quanto dannosi sono stati gli effetti pratici di questi miti contro i Libici, e contro tutti coloro che favorivano soluzioni pacifiche, non-militariste.
Questi dieci miti più cruciali rientrano in alcune delle affermazioni maggiormente reiterate dagli insorti, e/o dalla NATO, dai leader europei, dall’amministrazione Obama, dai media di più alta diffusione, e perfino dalla cosiddetta “Corte penale internazionale”, i principali attori che hanno recitato nel corso della guerra contro la Libia.
D’altro canto, andiamo ad analizzare alcuni dei motivi per cui queste affermazioni sono considerate più giustamente come folklore imperiale, come miti pilastri del mito massimo – che questa guerra è stata scatenata come “intervento umanitario”, destinato soprattutto a “proteggere i civili”.
Ancora, l’importanza di questi miti risiede nella loro larga riproduzione, con scarsi interrogativi, fino a mortali conseguenze. Inoltre, essi minacciano di falsare gravemente per il futuro gli ideali dei diritti umani e la loro invocazione, aiutando così la costante militarizzazione della cultura e della società occidentale.

Genocidio

Appena pochi giorni dopo l’inizio delle “proteste di piazza” , il 21 febbraio, il Rappresentante permanente aggiunto della Libia presso le Nazioni Unite, Ibrahim Dabbashi, pronto all’immediata defezione, dichiarava: “A Tripoli, ci si attende un vero e proprio genocidio. Gli aerei stanno ancora trasportando mercenari agli aeroporti”. Questo è eccellente: un mito che si compone di miti.
Con questa affermazione, costui metteva insieme tre miti chiave, il ruolo degli aeroporti (quindi la necessità ossessionata di una porta di ingresso per un intervento militare: la “no-fly zone”), il ruolo dei “mercenari” (che significava, semplicemente, i neri), e la minaccia di “genocidio” (adeguata al linguaggio della dottrina delle Nazioni Unite sulla Responsabilità di fornire Protezione).
L’affermazione era tanto maldestra e totalmente priva di fondamento, quanto egli era stato abile nel mettere insieme alla meglio questi tre miti meschini, uno dei quali fondato su un discorso e una pratica razzista, che dura fino ad oggi, con le nuove atrocità riportate contro i migranti africani e i Libici di pelle nera, come pratica quotidiana.
Non è stato il solo a fare queste affermazioni. Tra gli altri come lui, Soliman Bouchuiguir, presidente della Lega libica per i diritti umani, il 14 marzo, dichiarava alla Reuters che se le forze di Gheddafi avessero raggiunto Bengasi, “avverrà un vero e proprio bagno di sangue, un massacro, come quello visto in Ruanda”.
Questa non è l’unica volta che qualcuno avrebbe deliberatamente fatto riferimento ai massacri in Ruanda.
C’è stato il tenente Gen. Roméo Dallaire, l’…eccellentissimo comandante delle forze canadesi della missione di peacekeeping delle Nazioni Unite per il Ruanda nel 1994, attualmente senatore eletto al Parlamento canadese e co-direttore del progetto “Will to Intervene – Volontà di interposizione” alla Concordia University.
Dallaire, in un precipitoso sprint ad emettere giudizi nel tentativo di valutare la situazione libica, non solo esternava ripetuti riferimenti al Ruanda, ma sottolineava come Gheddafi lanciasse “minacce di genocidio”, asserendo di “volere ripulire la Libia casa per casa”.
Questo è un esempio di come un’attenzione selettiva per gli eccessi retorici di Gheddafi prenda tutto sul serio, quando in altre occasioni i detentori del potere si erano invece affrettati a non tenerne conto: il portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Marco Toner, allontanava con cenni di mano, come scacciasse mosche, le presunte minacce di Gheddafi contro l’Europa, asserendo che Gheddafi è “uno che si compiace di una retorica esagerata”.
Invece, il 23 febbraio, il presidente Obama dichiarava che aveva dato istruzioni alla sua amministrazione di trovare una “gamma completa di opzioni” da applicare contro Gheddafi, …quanto più calmo, per contrasto, e quanto più “conveniente”!
Il crimine “genocidio” ha una consolidata definizione giuridica internazionale, come viene ribadito nella Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, in cui il genocidio comporta la persecuzione di un “gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. Non tutta la violenza è “genocida”. La violenza intestina, di reciproca distruzione, non è genocidio. Il genocidio non è nemmeno “l’eccesso di violenza”, né la violenza indifferenziata contro civili.
Quello che sia Dabbashi, che Dallaire, e altri non sono riusciti a fare è stato di identificare “il gruppo perseguitato nazionale, etnico, razziale o religioso”, e quanto il genocidio presuntivamente commesso differiva da questi termini. Costoro avrebbero dovuto veramente conoscere meglio la questione (e la conoscono!), uno come ambasciatore alle Nazioni Unite e l’altro come esperto di chiara fama e docente di genocidio.
Questo è il segnale che la creazione del mito era, o intenzionale, o fondata sul pregiudizio.
Quello che l’intervento militare straniero ha realizzato, però, è stato di consentire una violenza genocida reale, quella che è stata regolarmente applicata fino a solo poco tempo fa: l’orribile violenza contro i migranti africani e i Libici neri, presi di mira esclusivamente sulla base del colore della loro pelle. Questa violenza è stata esercitata senza impedimenti, senza giustificazioni, e fino a poco tempo fa, senza alcuna considerazione e senza darne risalto. Infatti, i media , che forniscono la loro collaborazione, sono stati rapidi ad affermare senza prove che ogni uomo catturato o morto di pelle nera doveva essere un “mercenario”.
Questo è il genocidio che il mondo occidentale, bianco, e tutti coloro che dominano la “narrazione” sulla Libia, hanno omesso (e non per caso).

Gheddafi sta “bombardando il suo popolo”

Dobbiamo ricordare che una delle ragioni iniziali nella corsa precipitosa per imporre una “no-fly zone” è stata quella di impedire a Gheddafi di usare la forza aerea per bombardare “il suo popolo”, una fraseologia ben definita, che richiama ciò che è stato tentato e testato con la demonizzazione di Saddam Hussein in Iraq.
Il 21 febbraio, quando i primi “avvertimenti” di “genocidio” venivano allarmisticamente diffusi da parte dell’opposizione libica, sia Al Jazeera che la BBC conclamavano che Gheddafi aveva schierato le sue forze aeree contro i manifestanti, come “segnalava” la BBC : “Testimonianze affermano che aerei militari hanno sparato contro i manifestanti nella città.”
Eppure, il 1 ° marzo, in una conferenza stampa del Pentagono, alle domande: “Avete a disposizione qualche prova che egli [Gheddafi] in realtà abbia sparato contro il suo popolo dal cielo? Ci sono state segnalazioni di questo, ma avete conferme indipendenti? In caso affermativo, in che misura?”, il Ministro della Difesa degli Stati Uniti Robert Gates rispondeva: “Abbiamo visto i comunicati stampa, ma non abbiamo conferme di questo”. Alle sue spalle stava l’ammiraglio Mullen: “Questo è del tutto corretto. Non abbiamo avuto nessun riscontro di sorta”.
In realtà, sostenere che Gheddafi utilizzava perfino gli elicotteri contro manifestanti disarmati era completamente infondato, una pura invenzione basata su affermazioni false.
Questo è tanto importante, dal momento che era il dominio dello spazio aereo libico da parte di Gheddafi che gli interventisti stranieri volevano annullare, e di conseguenza il mito delle atrocità perpetrate dal cielo produceva un valore aggiunto per fornire un buon motivo per un intervento militare straniero, che è andato ben oltre ogni mandato di “protezione di civili”.
David Kirpatrick del The New York Times, già il 21 marzo confermava questo, che “i ribelli sono indifferenti alla fedeltà alla verità nel plasmare la loro propaganda, sostenendo vittorie inesistenti sul campo di battaglia, affermando che stavano ancora combattendo in città importanti dopo essersi ritirati davanti alle forze di Gheddafi, e facendo asserzioni ampiamente gonfiate del comportamento barbarico di queste truppe”.
Le “asserzioni ampiamente gonfiate” sono ciò che è entrato a far parte del folklore imperialista che ha pervaso gli eventi in Libia, che ha fornito le giustificazioni dell’intervento occidentale.
Raramente la folla di giornalisti di stanza a Bengasi ha messo in dubbio o contraddetto i suoi ospiti.

Salvate Bengasi!

Il presente articolo è stato scritto quando le forze di opposizione libiche marciavano contro Sirte e Sabha, le due ultime roccaforti del governo di Gheddafi, con avvertimenti inquietanti alla popolazione che doveva arrendersi, e con altro di sinistro.
A quanto pare, Bengasi è diventata una specie di “città santa” nel discorso internazionale dominato dai leader dell’Unione Europea e della NATO. Bengasi è stata la sola città al mondo a non potere essere toccata. Rappresentava come una terra sacra.
Tripoli? Sirte? Sabha? Queste possono essere sacrificate, visto che tutti stanno a guardare, senza un accenno di protesta che sia da parte di qualcuno dei poteri forti, e visti i primi resoconti su come l’opposizione ha massacrato la gente a Tripoli.

Ma torniamo al mito Bengasi!

“Se aspettavamo un giorno di più,” Barack Obama ha dichiarato nel suo discorso del 28 marzo, “Bengasi, una città quasi delle stesse dimensioni di Charlotte, avrebbe potuto subire un massacro che si sarebbe riverberato in tutta la regione e avrebbe macchiato la coscienza del mondo”.
In una lettera firmata congiuntamente, Obama con il primo ministro britannico David Cameron e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno affermato: “Rispondendo immediatamente, i nostri paesi hanno bloccato l’avanzata delle forze di Gheddafi. Il bagno di sangue che aveva promesso di infliggere ai cittadini della città assediata di Bengasi è stato impedito. Decine di migliaia di vite sono state salvate”.
E allora, i jet francesi hanno bombardano una colonna in ritirata; si trattava, come abbiamo visto, di una colonna molto breve che comprendeva camion e ambulanze, che chiaramente non avrebbero potuto né distruggere né occupare Bengasi.
Oltre alla “retorica esagerata” di Gheddafi, che gli Stati Uniti si sono affrettati a non tenere in conto quando conveniva ai loro scopi, non vi è ad oggi ancora nessuna prova provata che dimostri come Bengasi avrebbe dovuto assistere alla perdita di “decine di migliaia” di vite, come proclamato da Obama, Cameron e Sarkozy.
Questo è stato meglio spiegato dal professor Alan J. Kuperman in “False pretense for war in Libya? – Falso pretesto per la guerra in Libia? :
“La prova migliore che Gheddafi non aveva un piano di genocidio contro Bengasi è che non lo ha perpetrato nelle altre città che in seguito ha ripreso integralmente o parzialmente – Zawiya, Misurata, e Ajdabiya, centri che insieme hanno una popolazione ben superiore a quella di Bengasi …Le azioni di Gheddafi sono state ben diverse dai massacri avvenuti in Ruanda, Darfur, Congo, Bosnia, e in altri campi di sterminio … Nonostante gli onnipresenti cellulari dotati di telecamere e video, non ci sono prove visive di massacri deliberati… Né Gheddafi ha mai minacciato di massacrare i civili di Bengasi, come Obama presumeva. L’avvertimento ‘nessuna pietà’, del 17 marzo, era rivolto solo ai ribelli, come riportato dal New York Times, che sottolineava come il leader della Libia avesse promesso l’amnistia per coloro ‘che deponevano le armi’. Inoltre Gheddafi aveva offerto ai ribelli una via di fuga e frontiera aperta verso l’Egitto, per evitare una lotta ‘dalla fine dolorosa’”.
Per amara ironia, le prove dell’esistenza di uccisioni, commesse da entrambe le parti, si possono riscontrare a Tripoli in questi ultimi giorni, mesi dopo che la NATO ha imposto le sue misure militari “salvavita”. Uccisioni per vendetta sono quotidianamente segnalate sempre con maggiore frequenza, tra cui il massacro di Libici e migranti africani di pelle nera da parte delle forze ribelli. Un’altra triste ironia: a Bengasi, che gli insorti hanno tenuto per mesi, anche dopo che le forze di Gheddafi sono state respinte, neppure qui è stata impedita la violenza: omicidi per vendetta sono stati segnalati anche in questa città, come trattato più avanti.

Mercenari africani.

Patrick Cockburn (giornalista irlandese, corrispondente in Medio Oriente per il Financial Times, attualmente, ricopre lo stesso incarico per l’Independent) ha sintetizzato l’utilità funzionale del mito del “mercenario africano” e il contesto in cui è sorto:
“Da febbraio, i ribelli, spesso sostenuti da potenze straniere, hanno affermato che lo scontro era tra Gheddafi e la sua famiglia da un lato, e il popolo libico dall’altro. La loro giustificazione per la presenza di forze così notevoli a fianco di Gheddafi era che si trattava di tanti mercenari, per lo più dall’Africa nera, il cui unico movente era il denaro”.
Come osserva il giornalista, i prigionieri di pelle nera sono stati messi in mostra per i media (cosa che costituisce una violazione della Convenzione di Ginevra), ma Amnesty International in seguito ha scoperto che tutti i prigionieri erano presumibilmente stati rilasciati, poiché non si trattava di combattenti, ma di lavoratori privi di documenti provenienti dal Mali, Ciad, e Africa occidentale.
Il mito era utile per l’opposizione, che insisteva che questa era una guerra tra “Gheddafi e tutto il popolo libico”, in definitiva come se Gheddafi non godesse di alcun sostegno interno: una montatura colossale e assoluta, tale da far pensare che solo dei bambini potevano credere ad una storia così fantastica.
Il mito è anche utile per cementare la rottura premeditata tra “la nuova Libia” e il Panafricanismo, riallineando così la Libia all’Europa e al “mondo moderno”, che alcuni dell’opposizione pretendevano con insistenza in modo esplicito.
Il mito del “mercenario africano”, indirizzato ad una pratica mortale, razzista, è un fatto che paradossalmente è stato sia documentato che ignorato.
Mesi fa, ho fornito un’ampia rassegna del ruolo dei media a grande diffusione, guidati da Al Jazeera, e del ruolo catalizzatore dei social media nella creazione del mito del mercenario africano.
I primi ad allontanarsi dalla norma di demonizzare gli Africani sub-sahariani e i Libici di pelle nera, invece documentando gli abusi contro questi civili, sono stati il Los Angeles Times e Human Rights Watch,che non avevano riscontrato alcuna prova documentata di mercenari presenti nella parte orientale della Libia (totalmente in contraddizione con le affermazioni presentate come una verità indiscutibile da Al Arabiya e da The Telegraph, tra gli altri, come il Time e The Guardian).
In un discostarsi estremamente raro dalla propaganda sulla minaccia dei mercenari neri, che Al Jazeera e i suoi giornalisti avevano contribuito a divulgare attivamente, la stessa Al Jazeera produceva un documento davvero unico, concentrandosi sulle rapine, sulle uccisioni, sui rapimenti di residenti neri nella parte orientale della Libia (ora che anche la CBS, Channel 4, e altri stanno puntando il dito contro il razzismo, Al Jazeera sta cercando di mostrare ambiguamente un certo interesse sull’argomento!).
Infine, sta spuntando un qualche accresciuto riconoscimento di questa collaborazione dei media nella denigrazione razzista delle vittime civili degli insorti – vedi Fair: “NYT Points Out ‘Racist Overtones’ in Libyan Disinformation It Helped Spread – Il New York Times mette in evidenza le ‘implicazioni razziste’ nella disinformazione sulla situazione in Libia, che ha contribuito a diffondere”.
Il prendere di mira e le uccisioni razziste di Libici neri e di Africani sub-sahariani continuano ancora oggi.
Patrick Cockburn e Kim Sengupta parlano della recente scoperta di un cumulo di “corpi in decomposizione di 30 uomini, quasi tutti neri e molti ammanettati, massacrati mentre giacevano su barelle e anche in ambulanza nel centro di Tripoli”.
E anche, mentre ci mostra il video di centinaia di cadaveri nell’ospedale Abu Salim, la BBC non osa rimarcare il fatto che la maggior parte di questi è chiaramente di pelle nera, e perfino si chiede con stupore anche chi poteva averli uccisi.
Questo non costituisce un problema per le forze anti-Gheddafi.
“Vieni e vedi. Questi sono neri, Africani, assunti da Gheddafi, mercenari”, urlava Ahmed Bin Sabri, intervistato da Sengupta, sollevando il lembo della tenda per mostrare il corpo di un paziente morto, la sua T-shirt grigia macchiata di rosso scuro di sangue, la flebo di soluzione salina ancora in esecuzione nel braccio nero coperto di mosche.
Perché un uomo ferito che stava ricevendo delle cure era stato giustiziato?
Recenti documenti rivelano che gli insorti sono impegnati in una pulizia etnica contro i Libici neri a Tawergha; questi insorti si definiscono “Brigate per la purificazione dagli schiavi, dalla pelle nera”, giurando che nella “nuova Libia” i neri di Tawergha sarebbero stati esclusi dall’assistenza sanitaria e scolastica nella vicina Misurata, da cui i Libici neri era già stati espulsi dagli insorti.
Attualmente, Human Rights Watch ha riferito: “Libici dalla carnagione nera e Africani sub-sahariani devono affrontare rischi particolari perché le forze ribelli e altri gruppi armati spesso li hanno considerati mercenari pro-Gheddafi provenienti da altri paesi africani. Siamo stati spettatori di violente aggressioni e uccisioni di queste persone in aree prese sotto controllo dal Consiglio Nazionale di Transizione”.
Amnesty International ha appena riferito sulla detenzione spropositata di neri Africani ad Az-Zawiya sotto controllo dei ribelli, e come lavoratori agricoli migranti, disarmati, siano presi di mira. Continuano ad aumentare le denuncie messe per scritto da altre organizzazioni per i diritti umani, che accusano con prove il fatto che gli insorti prendono di mira i lavoratori migranti dell’Africa sub-sahariana.
Anche il presidente dell’Unione africana, Jean Ping, ha recentemente dichiarato:
“Il Consiglio Nazionale di Transizione (NTC) sembra confondere la gente nera con mercenari. Tutti i neri sono mercenari. Se si fa così, significa che un terzo della popolazione della Libia, che è nero, è anche costituito da mercenari. Stanno uccidendo la gente, semplici lavoratori, li maltrattano.”
Il mito del “mercenario africano” continua ad essere il più immorale di tutti i miti, e il più razzista. Nei giorni scorsi, i giornali come il Boston Globe, acriticamente e incondizionatamente, mostrano ancora le fotografie delle vittime o dei detenuti di pelle nera, con l’affermazione immediata che deve trattarsi di mercenari, nonostante l’assenza di qualsiasi prova.
Anche noi usualmente abbiamo raccolto occasionali affermazioni che Gheddafi è “noto per avere” reclutato “nel passato” Africani provenienti da altre nazioni, senza nemmeno preoccuparsi di sapere se quelli mostrati nelle foto erano Libici neri.
I linciaggi sia di Libici neri che di lavoratori migranti dell’Africa sub-sahariana sono avvenuti di continuo, e a questo riguardo non si è sentita mai alcuna espressione di preoccupazione, anche puramente simbolica, dagli Stati Uniti e dai membri della NATO, e nemmeno hanno suscitato l’interesse del cosiddetto “Tribunale penale internazionale”.
Esiste una trascurabile possibilità che venga fatta giustizia per le vittime, in quanto non c’é nessuno che ponga fine a questi crimini efferati che costituiscono chiaramente un caso di pulizia etnica.
I media, solo ora e sempre più, si stanno rendendo conto della necessità di coprire questi crimini, avendoli nascosti per mesi.

Viagra – combustibile per lo stupro di massa

I delitti denunciati e le violazioni dei diritti umani da parte del regime di Gheddafi sono terribili abbastanza, che ci si deve chiedere perché qualcuno trovi la necessità di inventare storie, come quella delle truppe di Gheddafi, con erezioni procurate dal Viagra, che se ne vanno in giro in una baldoria di stupri.
Forse tutto ciò è stato spacciato perché rappresenta il tipo di storia che “cattura l’immaginazione dell’opinione pubblica, traumatizzandola”.
Questa storia è stata presa così sul serio che qualche persona ha iniziato a scrivere a Pfizer per farli smettere di vendere Viagra in Libia, visto che il loro prodotto presumibilmente veniva usato come “arma di guerra”.
D’altro canto, c’è gente che avrebbe dovuto sapere meglio come produrre disinformazione deliberata nei confronti dell’opinione pubblica internazionale.
La storia del Viagra è stata diffusa innanzitutto dall’emittente televisiva Al Jazeera, in collaborazione con i suoi partner ribelli, favorita dal regime del Qatar, che finanzia Al Jazeera. E poi ripresa da quasi tutti i principali mezzi di comunicazione dell’Occidente.
Luis Moreno-Ocampo, procuratore generale del Tribunale penale internazionale, si è presentato davanti ai media del mondo per dire che esistevano “prove” che Gheddafi distribuiva Viagra alle sue truppe in modo da “migliorare la potenzialità degli stupratori”, e che era Gheddafi ad ordinare lo stupro di centinaia di donne.
Moreno-Ocampo insisteva: “Stiamo ricevendo informazioni che è stato lo stesso Gheddafi a decidere sugli stupri” e che “noi abbiamo informazioni che in Libia era prassi la politica dello stupro contro gli oppositori del governo”. Perfino, esclamava che il Viagra è “come un machete”, e che “il Viagra è uno strumento per lo stupro di massa”.
In una dichiarazione sorprendente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, anche l’ambasciatrice degli Stati Uniti Susan Rice affermava che Gheddafi stava fornendo alle sue truppe il Viagra per incoraggiare lo stupro di massa. Non offriva alcuna prova per sostenere la sua denuncia. Infatti, le fonti militari e di intelligence statunitensi nettamente contraddicevano la Rice, comunicando alla NBC News che “non esistono prove che alle forze militari libiche venga dato il Viagra per impegnarle in stupri sistematici contro le donne nelle aree dei ribelli”.
La Rice è un’interventista liberale, una di coloro che hanno convinto Obama ad intervenire in Libia. Ha usato questo mito, perché il “mito del Viagra” l’ha aiutata a portare avanti alle Nazioni Unite la tesi che non c’era “equivalenza morale” tra gli abusi contro i diritti umani da parte di Gheddafi e quelli degli insorti.
Inoltre, la Segretaria di Stato degli Stati Uniti Hillary Clinton ha anche dichiarato che “le forze di sicurezza di Gheddafi e altri gruppi della regione stanno cercando di dividere il popolo, utilizzando la violenza contro le donne e lo stupro come strumenti di guerra, e gli Stati Uniti condannano questo nei termini più energici possibili”. Ha aggiunto di essere “profondamente preoccupata” per queste notizie di “stupri su larga scala”. (Lei, finora, non si è mai pronunciata riguardo i linciaggi razzisti perpetrati dai ribelli!)
Il 10 giugno, Cherif Bassiouni, che sta conducendo un’inchiesta delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti in Libia, ha suggerito che le affermazioni sul Viagra e lo stupro di massa facevano parte di una “isteria generalizzata”. Infatti, entrambe le parti in conflitto lanciavano le stesse accuse, gli uni contro gli altri.
Per di più, Bassiouni riferiva alla stampa di un caso di “una donna che sosteneva di avere inviato 70.000 questionari e di avere ricevuto 60.000 risposte, di cui 259 segnalavano abusi sessuali”.

[N.d.tr.: Si tratta della psicologa infantile, dottoressa Siham Sergewa di Bengasi, alla quale le ex guardie del corpo del Raìs avrebbero raccontato di essere state abusate non soltanto da lui, ma anche dai suoi figli. Questa signora era stata la fonte dell’accusa diffusa in tutto il mondo che i soldati libici governativi usavano lo stupro come arma di guerra. Quando Diana Eltahawy, di Amnesty International, le ha chiesto di poter incontrare alcune donne, la psicologa ha detto di aver perso i contatti.
Cherif Bassiouni ha sottolineato che, quando le è stata chiesta copia dei 60.000 questionari restituiti, non li ha mai inoltrati.]

Tuttavia, i gruppi di ricercatori di Bassiouni interrogati su tali questionari, hanno dichiarato di non averne visionato uno.
“Allora costei va in giro per il mondo raccontando a tutti di questo… ha fornito queste informazioni ad Ocampo, e Ocampo si è convinto che qui siamo in presenza di un gruppo impressionante di 259 donne che hanno risposto al fatto di avere subito abusi sessuali”, ha ribadito Bassiouni, che inoltre sottolineava: “Non sembra essere credibile che la donna sia stata in grado di inviare 70 mila questionari in marzo, quando il servizio postale non era più funzionante”.
Tuttavia, il team di Bassiouni ha “rilevato solo quattro presunti casi” di stupri e abusi sessuali:
“Da ciò è possibile trarre la conclusione che vi sia una politica sistematica dello stupro? A mio parere non si può!”
Oltre che alla commissione delle Nazioni Unite, Donatella Rovera di Amnesty International ha sostenuto in un’intervista al quotidiano francese Libération, che Amnesty “non aveva riscontrato casi di stupro…. Non solo non abbiamo incontrato alcuna vittima, ma nemmeno abbiamo ancora incontrato persone che hanno incontrato le vittime. Per quanto riguarda le scatole di Viagra, che si suppone siano state distribuite da Gheddafi, sono state rinvenute intatte… vicino a carri armati completamente bruciati”.
Nonostante ciò, questo non ha impedito ad alcuni manipolatori di notizie il tentativo di ribadire le accuse per gli stupri, in forma modificata.
La BBC è arrivata ad aggiungere un altro tassello, perfino pochi giorni dopo che Bassiouni aveva umiliato la Corte penale internazionale e i media: la BBC ora affermava che le vittime di stupro in Libia erano state oggetto di “delitti d’onore”. Questa è una novità per i pochi Libici che conosco, che non hanno mai sentito parlare di delitti d’onore nel loro paese.
La letteratura accademica sulla Libia tratta questo fenomeno poco o per nulla presente in Libia.
Il mito “delitti d’onore” ha l’utile scopo di mantenere viva la pretesa dello stupro di massa: esso suggerisce la giustificazione del perché le donne non si sarebbero fatte avanti a testimoniare, per la vergogna!
Anche pochi giorni dopo le dichiarazioni di Bassiouni, gli insorti libici, in collaborazione con la CNN, hanno fatto un ultimo disperato tentativo per salvare le accuse di stupro: “hanno presentato un telefono cellulare con un video di stupro”, sostenendo che apparteneva a un soldato governativo.
Gli uomini mostrati nel video sono in abiti civili. Non ci sono prove di Viagra. Non c’è una data sul video e non abbiamo idea di chi lo abbia registrato, o dove. Coloro che presentavano il cellulare affermavano che esistevano molti altri video di questo tipo, ma che avevano ritenuto opportuno distruggerli per preservare l’“onore” delle vittime.

Responsabilità di Proteggere (R2P).

L’aver affermato, a torto come abbiamo visto, che la Libia era in procinto di subire un imminente “genocidio” per mano delle forze di Gheddafi, ha reso più facile per le potenze occidentali invocare la dottrina delle Nazioni Unite del 2005 sulla “Responsabilità di Proteggere –R2P”.
Nel frattempo, non è affatto chiaro come, dal momento in cui il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato la Risoluzione 1973, la violenza in Libia abbia addirittura raggiunto i livelli constatati in Egitto, Siria e nello Yemen.
Il ritornello più comune utilizzato contro i critici della selettività di questo presunto “interventismo umanitario” si fonda solo sul fatto che, poiché l’Occidente non può intervenire “dappertutto”, questo non significa che non dovrebbe intervenire in Libia.
“Forse … ma questo ancora non spiega perché la Libia sia stata scelta come bersaglio”.
Questo è un punto dirimente, perché alcune delle prime critiche alla R2P espresse presso le Nazioni Unite avevano sollevato il problema della selettività, di chi deve decidere, e perché alcune crisi in cui sono presi di mira i civili (ad esempio, a Gaza) sono sostanzialmente ignorate, mentre altre ricevono la massima preoccupazione, e se la R2P possa servire come nuova foglia di fico per geopolitiche egemoniche.
Il mito messo qui in atto si fonda sul fatto che l’intervento militare straniero sarebbe guidato da preoccupazioni umanitarie.
Per rendere efficace il mito, si devono ignorare volontariamente almeno tre realtà fondamentali.
Quindi, si deve ignorare la nuova corsa all’Africa, in cui gli interessi della Cina appaiono in competizione con l’Occidente per l’accesso alle risorse e per le aree di influenza politica, qualcosa che è destinato a sfidare l’AFRICOM.

[N.d.tr.: L’Africa Command (AFRICOM) del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, formalmente attivo dall’ottobre 2008, è responsabile per le operazioni e relazioni militari con 53 paesi di tutta l’Africa, ad esclusione del solo Egitto.]

Gheddafi ha sfidato l’intento dell’AFRICOM di stabilire basi militari in Africa. Da allora, AFRICOM ha partecipato direttamente all’intervento in Libia e in particolare alla “Operation Odyssey Dawn – Operazione Alba dell’Odissea”.
Horace Campbell (docente universitario e attivista politico giamaicano) ha sostenuto che “il coinvolgimento degli Stati Uniti nel bombardare la Libia si è trasformato in una manovra di pubbliche relazioni in favore dell’AFRICOM”, e in “una opportunità per fornire credibilità all’AFRICOM, approfittando dell’intervento libico”.
Inoltre, il potere e l’influenza di Gheddafi sul continente africano stava sempre più diffondendosi, attraverso gli aiuti, gli investimenti, e una serie di progetti volti a diminuire la dipendenza dell’Africa dall’Occidente e a sfidare le istituzioni multilaterali occidentali con la costruzione dell’unità africana – presentandosi all’Africa come oppositore degli interessi degli Stati Uniti.
Secondariamente, non solo si deve ignorare l’inquietudine degli interessi petroliferi occidentali causata dal “nazionalismo delle risorse” propugnato da Gheddafi, (che minacciava di riprendere ciò che le compagnie petrolifere avevano guadagnato), ansietà ora chiaramente manifesta nella corsa delle compagnie europee in Libia per raccogliere il bottino della vittoria, ma si deve ignorare anche l’apprensione per quello che Gheddafi stava facendo con le entrate derivanti dal petrolio, per sostenere una maggiore indipendenza economica africana e per appoggiare storicamente i movimenti di liberazione nazionale che sfidavano l’egemonia occidentale.
In terzo luogo, si deve ignorare anche il timore a Washington che gli Stati Uniti stessero perdendo la presa sul corso della cosiddetta “rivoluzione araba”.
Quando si pongono una sull’altra queste realtà e le si mettono in relazione alle preoccupazioni ambigue e parzialmente “umanitarie”, e quindi si conclude che, sì, i diritti umani sono quelli che contano di più, questa conclusione sembra non plausibile e per nulla convincente, soprattutto visti gli atroci precedenti delle violazioni dei diritti umani da parte della NATO e degli Stati Uniti in Afghanistan, Iraq, e prima nel Kosovo e in Serbia.
Il punto di vista umanitario è semplicemente né credibile né minimamente logico.
Se la R2P risulta fondata su ipocrisia morale e contraddizioni – ormai definitivamente alla luce del sole – diventerà molto più difficile in futuro urlare ancora “al lupo, al lupo” e aspettarsi un’attenzione rispettosa.
È un fatto che poco si sia tentato in termini di trattative diplomatiche e pacifiche a precedere l’intervento militare, mentre addirittura Obama viene accusato da alcuni di essere stato lento a reagire, è stata piuttosto scatenata una corsa alla guerra su un ritmo che ha superato di molto i tempi dell’invasione dell’Iraq da parte di Bush.
Non solo sappiamo dall’Unione Africana come i suoi sforzi per creare una transizione pacifica siano stati ostacolati, ma Dennis Kucinich [politico ed ambientalista statunitense, esponente del Partito Democratico e membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato dell’Ohio] rivela anche di aver ricevuto segnalazioni che una soluzione pacifica era a portata di mano, solo per essere “fatta naufragare da funzionari del Dipartimento di Stato”.
Si tratta di violazioni che mettono assolutamente in crisi la dottrina R2P, dimostrando invece come gli ideali di questa teoria sulla “protezione” possono essere utilizzati per una pratica che si è tradotta in una marcia impetuosa verso la guerra, una guerra volta a un cambio di regime (che è di per sé una violazione del diritto internazionale!).
Che la R2P sia servita come un mito per giustificare il risultato ottenuto spesso tutto all’opposto degli obiettivi dichiarati, non è più una sorpresa.
Non sto nemmeno parlando del ruolo sostenuto dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti nel bombardare la Libia e aiutare gli insorti, comunque hanno surrogato l’Arabia Saudita nell’intervento militare per schiacciare le proteste per la democrazia in Bahrein, né del velo di turpitudine steso su un intervento guidato da gente del calibro di coloro che hanno commesso abusi incontrastati contro i diritti umani, che hanno commesso crimini di guerra impunemente in Kosovo, Iraq e Afghanistan.
Invece, sto affrontando un argomento più ristretto, come, ad esempio, i casi documentati in cui la NATO non solo per sua volontà non è riuscita a proteggere i civili in Libia, ma anche deliberatamente e consapevolmente li ha assunti come bersagli, con modalità indicate come “terrorismo” dalla maggior parte delle definizioni ufficiali utilizzate dai governi occidentali.
La NATO ha ammesso di avere preso deliberatamente di mira la televisione di Stato della Libia, uccidendo tre giornalisti civili, in un’azione condannata dalle federazioni internazionali dei giornalisti come una violazione diretta di una risoluzione del 2006 del Consiglio di Sicurezza, che vieta assolutamente gli attacchi contro i giornalisti.
Un elicottero Apache statunitense, una riproduzione delle infami uccisioni viene mostrata nel video “Murder Collateral – Strage Collaterale”, ha fatto fuoco sui civili nella piazza centrale di Zawiya, uccidendo, tra gli altri, il fratello del Ministro dell’Informazione.
Applicando in modo piuttosto estensivo la nozione di ciò che costituisce “strutture e impianti di comando e controllo”, la NATO ha centrato con le bombe uno spazio civile residenziale causando la morte di alcuni membri della famiglia Gheddafi, tra cui tre nipoti.
Per proteggere il mito della “protezione dei civili” e la contraddizione irragionevole di una “guerra per i diritti umani”, i media principali hanno spesso sottaciuto sulle vittime civili causate dai bombardamenti NATO.
La R2P risulta invisibile quando si tratta di raccontare dei civili presi come obiettivi da parte della NATO.
Nell’ambito della mancata protezione dei civili, in un modo che è in realtà un reato penale internazionale, abbiamo a disposizione numerosi rapporti di navi NATO che hanno ignorato le invocazioni di soccorso di imbarcazioni di profughi nel Mediterraneo che fuggivano dalla Libia.
Nel mese di maggio, 61 rifugiati africani sono morti in un unico barcone, nonostante il contatto con navi appartenenti a stati membri della NATO.
In una macabra ripetizione di questa situazione, sono decine i morti ai primi di agosto su un’altra barca fatiscente. In realtà, su segnalazione della NATO, sono almeno 1.500 i rifugiati in fuga dalla Libia morti in mare dall’inizio della guerra. Si trattava per lo più di Africani sub-sahariani, e sono morti in numero ben superiore dei morti che Bengasi ha dichiarato di aver subito durante le proteste. La R2P, per queste persone, non veniva assolutamente applicata!
La NATO ha sviluppato una torsione terminologica particolare per la Libia, orientata ad assolvere i ribelli di qualsiasi risma nel loro perpetrare crimini contro i civili, ha abdicato così alla sua cosiddetta “responsabilità di proteggere”.
Nel corso del conflitto, i portavoce della NATO, degli Stati Uniti e dei governi europei costantemente dipingevano tutte le azioni delle forze di Gheddafi come “minacce ai civili”, anche quando queste forze erano impegnate o in azioni difensive, o combattevano contro avversari armati.
Per esempio, questa settimana il portavoce della NATO, Roland Lavoie, “ha dovuto sforzarsi per dare spiegazioni su come la NATO avesse protetto i civili a questo stadio della guerra. Interrogato sull’affermazione della NATO che asseriva di avere colpito 22 veicoli corazzati vicino a Sirte il lunedì, non è riuscito a dire quanto i veicoli risultassero minacciosi per i civili, e nemmeno se erano in movimento o in sosta”.
Proteggendo i ribelli, mentre allo stesso tempo si parla di protezione di civili, risulta evidente che la NATO si rivolge a noi in modo che possiamo considerare gli oppositori armati di Gheddafi come semplici civili.
È interessante notare come in Afghanistan, dove la NATO e gli Stati Uniti finanziano, contribuiscono ad armare e addestrare il regime di Karzai nelle aggressioni contro “il suo stesso popolo” (come viene fatto in Pakistan), gli oppositori armati vengono sempre etichettati come “terroristi” o “rivoltosi”, anche se la maggior parte di costoro sono civili che non hanno mai servito in alcun esercito ufficiale permanente.
In Afghanistan sono dei “rivoltosi”, e i loro decessi per mano della NATO sono elencati separatamente dai conteggi delle vittime civili. Con un colpo di magia, in Libia, gli oppositori sono tutti “civili”.
In risposta all’annuncio del voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per un intervento militare, un traduttore volontario per i giornalisti occidentali a Tripoli ha fatto questa osservazione fondamentale: “I civili, che portano pistole, fucili ed armi varie; e voi volete proteggerli? Si tratta di uno scherzo. Siamo noi i civili! E cosa fate per noi?”
In Libia, la NATO ha fornito uno scudo per i rivoltosi, e ha reso vittime i civili disarmati nelle zone occupate dai ribelli. In questi casi, non si è vista traccia di alcuna “responsabilità di proteggere”. La NATO ha dato manforte ai ribelli nell’affamare Tripoli, sottoponendo la sua popolazione civile ad un assedio che ha privato cittadini disarmati di acqua, cibo, medicine e carburante.
Quando Gheddafi è stato accusato di fare questo a Misurata, i media internazionali si sono affrettati a citarlo come criminale di guerra.
“Salvate Misurata, ammazzate Tripoli!” – si voglia etichettare una qualsiasi cosa come “logica”, ebbene l’umanitarismo non è un’opzione accettabile.
Lasciando da parte i crimini documentati commessi dai ribelli contro i Libici neri e i lavoratori migranti africani, Human Rights Watch ha avuto riscontri che i rivoltosi hanno praticato “saccheggi, incendi dolosi, e hanno abusato dei civili in [quattro] città recentemente catturate nella parte occidentale della Libia”.
A Bengasi, che ora gli insorti hanno conquistato da mesi, non più tardi di questo mese di maggio il The New York Times ha denunciato omicidi per vendetta, e da Amnesty International a fine giugno, e biasimato il Consiglio nazionale di transizione degli insorti .
La “Responsabilità di Proteggere”? Sembra ormai una feroce presa in giro!

Gheddafi — il Demonio.

A seconda del punto di vista, o Gheddafi è un rivoluzionario eroico, e quindi la demonizzazione da parte dell’Occidente è grave ed estrema, o Gheddafi è un uomo veramente malvagio, nel qual caso la demonizzazione è inutile e assurda.
Qui il mito si concretizza nella storia del potere di Gheddafi, caratterizzata solo da atrocità – lui è completamente malvagio, senza alcuna qualità di riscatto, e chiunque sia accusato di essere un “sostenitore di Gheddafi” dovrebbe in qualche modo provare più vergogna rispetto a coloro che apertamente sostengono la NATO.
Questo è assolutismo binario, nella peggiore delle ipotesi – praticamente non viene presa in considerazione in nessun modo la possibilità che alcuni potrebbero non appoggiare né Gheddafi, né gli insorti, né la NATO. Ognuno deve essere costretto in uno di quei campi, senza eccezioni consentite. Quello che risulta è un dibattito ipocrita, dominato da fanatici da una parte o dall’altra. Perso nella discussione, il riconoscimento dell’ovvio: per quanto Gheddafi sia andato “a letto” con l’Occidente negli ultimi dieci anni, ora le sue forze stanno combattendo contro una NATO decisa ad impadronirsi del suo paese.
Altro risultato conseguito è stato l’impoverimento della consapevolezza storica, e il deterioramento delle più complesse valutazioni ad ampio raggio sull’operato di Gheddafi.
Questo potrebbe contribuire a spiegare perché alcuni non si sarebbero affrettati a condannare e sconfessare l’uomo (senza dover ricorrere a rozze e infantili caricature per le loro motivazioni). Mentre anche Glenn Greenwald (un giurista statunitense di area liberal) sente il bisogno deferente di mettere le mani avanti, “Nessun essere umano decente potrebbe nutrire simpatia per Gheddafi,” io ho conosciuto esseri umani decenti in Nicaragua, Trinidad, Repubblica Dominicana, e fra i Mohawk a Montreal, che apprezzano molto l’appoggio ricevuto da Gheddafi, per non parlare del suo sostegno ai vari movimenti di liberazione nazionale, non ultimo alla lotta contro l’apartheid in Sud Africa.
Il regime di Gheddafi ha molte facce: alcune sono giudicate dai suoi oppositori interni, altre lo sono dai beneficiari del suo aiuto, e altre sono state oggetto di sorrisi da parte di personaggi del calibro di Silvio Berlusconi, Nicolas Sarkozy, Condoleeza Rice, Hillary Clinton e Barack Obama.
Esistono molte facce, e tutte allo stesso tempo sono reali.
Alcuni si rifiutano di “rinnegare” Gheddafi, di “chiedere scusa” per la loro amicizia nei suoi confronti, non importa quanto sgradevole, indecente, imbarazzante altri, che sono “progressisti”, possano trovare in questo. Questo è degno di rispetto, non questo bullismo tanto di moda dell’ultima ora e nemmeno i colpi violenti di una banda che riduce una serie di posizioni ad un’unica accusa infantile: “Voi sostenete un dittatore!”. Ironia della sorte, noi sosteniamo molti dittatori, soprattutto con i nostri soldi delle tasse, e di solito non porgiamo le nostre scuse per questo fatto.
A proposito della valutazione complessiva sull’operato di Gheddafi, che dovrebbe resistere a semplificazioni revisioniste e semplicistiche, alcuni potrebbero aver cura di notare che, a tutt’oggi, la pagina web sulla Libia del Dipartimento di Stato statunitense rimanda ancora a uno “Studio sui Paesi” condotto dalla Biblioteca del Congresso, che presenta alcune delle molte realizzazioni di assistenza sociale del governo Gheddafi portate avanti nel corso degli anni nel campo delle cure mediche, degli alloggi pubblici, e dell’istruzione.
Inoltre, i Libici hanno il più alto tasso di alfabetizzazione in Africa (vedi UNDP, Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, p. 171) e la Libia è l’unica nazione dell’Africa continentale a classificarsi in “alto” nell’Indice di Sviluppo Umano dell’UNDP. Perfino la BBC ha riconosciuto questi risultati:
“Le donne in Libia sono libere di lavorare e vestirsi come vogliono, non sono assoggettate a vincoli familiari. L’aspettativa di vita media è di settant’anni. E il reddito annuo pro-capite – sebbene non così alto come ci si aspetterebbe, date le ricchezze petrolifere della Libia e la popolazione relativamente bassa di 6.5 milioni di abitanti – dalla Banca Mondiale viene stimato intorno ai 12.000 dollari (9.000 lire sterline).
L’analfabetismo è stato quasi del tutto debellato, così come il problema dei senza casa – un problema cronico nell’era pre-Gheddafi, quando baracche di lamiera ondulata punteggiavano molti centri urbani in tutto il paese”.
Dunque, se uno è a favore dell’assistenza sanitaria pubblica, significa che è automaticamente a favore della dittatura? E se “il dittatore” finanzia l’edilizia abitativa pubblica e sovvenziona i redditi, dobbiamo semplicemente cancellare questi fatti dalla nostra memoria?

Combattenti per la Libertà – gli Angeli

A complemento della demonizzazione di Gheddafi è arrivata la angelizzazione dei “ribelli”.
Il mio intervento non ha l’obiettivo di contrastare il mito invertendolo, quindi demonizzando tutti gli oppositori di Gheddafi, i quali hanno molti motivi di risentimento, gravi e legittimi, e molti di costoro hanno sicuramente dovuto subire più di quello che è possibile sopportare.
Sono invece interessato a come “noi”, che stiamo sul piatto nord-atlantico della bilancia, abbiamo costruito l’angelizzazione in modo tale da giustificare il nostro intervento.
Un metodo standard, ripetuto in diverse maniere attraverso una vasta schiera di mezzi di comunicazione e di portavoce del governo USA, che può essere sintetizzato in questa rappresentazione dei ribelli fatta del New York Times , come “professionisti dalla mentalità laica – avvocati, accademici, uomini d’affari – che parlano di democrazia, trasparenza, diritti umani, stato di diritto”.
Questo elenco di professioni familiari alla classe media statunitense, e da questa ritenute rispettabili, è fatto apposta per ispirare un senso condiviso di identificazione tra i lettori e gli oppositori libici, specialmente quando noi richiamiamo di continuo che è dalla parte di Gheddafi dove risiedono le forze del male: le principali “professioni” che troviamo da questa parte sono torturatori, terroristi, e mercenari africani.
Per molte settimane è stato quasi impossibile ottenere dai reporter vicini al Consiglio Nazionale di Transizione dei ribelli a Bengasi una seppur minima descrizione di chi costituisse il movimento anti-Gheddafi, se fosse un’unica organizzazione o più gruppi distinti, quale fosse la loro agenda, e così via.
Il leitmotiv delle cronache, abilmente condotto, assegnava alla ribellione la parte di un movimento interamente spontaneo e indigeno – il che può essere vero, in parte, ma può anche essere un’eccessiva semplificazione.
Tra le notizie, che complicavano il quadro in maniera significativa, vi erano quelle che denunciavano legami della CIA con gli insorti; altre mettevano in luce il ruolo del National Endowment for Democracy, dell’International Republican Institute, del National Democratic Institute, e dell’USAID (Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale), tutte agenzie attive in Libia dal 2005; altre analizzavano in dettaglio il ruolo dei vari gruppi di fuorusciti; e venivano diffusi rapporti sul ruolo attivo delle milizie “radicali Islamiste” inserite all’interno dell’insurrezione generale, ed alcuni indicavano legami con Al Qaeda.
Alcuni sentono il bisogno assoluto di essere dalla parte dei “bravi ragazzi”, soprattutto in quanto né l’Iraq né l’Afghanistan offrono una tale sensazione di giusta rivendicazione.
Gli Statunitensi vogliono che il mondo veda che stanno facendo una cosa giusta, e che consideri questa cosa non solo indispensabile, ma anche del tutto corretta. Non potrebbero sperare in niente di meglio che essere visti come coloro che così stanno espiando i loro peccati commessi in Iraq e in Afghanistan. Questo è un momento speciale, in cui la parte del cattivo può tornare ad essere sostenuta ancora una volta da altri. Un mondo, sicuro per gli Stati Uniti è un mondo insicuro per i malvagi.
Marcia banda, majorettes fate volteggiare i bastoni, Anderson Cooper, coriandoli – abbiamo capito!
[Anderson Cooper conduce uno show giornaliero sulla CNN ed è l’inviato di punta della tv americana]

Vittoria per il popolo della Libia

Dire che la svolta in corso in Libia rappresenta una vittoria per il popolo libico nel pianificare il proprio destino è, nel migliore dei casi, una semplificazione, che maschera la portata degli interessi in ballo fin dall’inizio nel dar forma e nel determinare il corso degli eventi sul campo, e che trascura il fatto che per gran parte del conflitto Gheddafi ha potuto contare su una solida base di appoggio popolare.
Fin dal 25 febbraio, solo una settimana dopo l’inizio delle prime proteste nelle strade, Nicolas Sarkozy aveva già stabilito che Gheddafi “doveva andarsene”.
Il 28 febbraio, David Cameron ha cominciato a lavorare su una proposta per una “no-fly zone” – queste dichiarazioni e decisioni sono state diffuse senza nessun tentativo di dialogo o di intervento diplomatico.
Il 30 marzo, il New York Times riportava che da “diverse settimane” operatori della CIA erano entrati in azione in Libia, il che significava che erano nel paese dalla metà di febbraio, cioè da quando erano iniziate le proteste – e a loro si erano uniti poi, all’interno della Libia, “decine di membri delle forze speciali britanniche e ufficiali dello spionaggio britannico dell’MI6”.
Inoltre, il NYT riportava nello stesso articolo che, “diverse settimane” prima (ancora una volta, intorno alla metà di febbraio), il Presidente Obama “aveva firmato un documento segreto che autorizzava la CIA a rifornire di armi e altre forme di supporto i ribelli libici”, intendendo con “altre forme di supporto” una serie di possibili “azioni sotto copertura”.
L’USAID aveva schierato in Libia un reparto già agli inizi di marzo. Alla fine di marzo, Obama dichiarava pubblicamente che l’obiettivo era quello di deporre Gheddafi.
Con una espressione terribilmente ambigua, “un alto funzionario degli Stati Uniti affermava che l’amministrazione aveva sperato che le sollevazioni in Libia si sarebbero evolute ‘organicamente’, come quelle in Tunisia e in Egitto, senza il bisogno di un intervento straniero” – il che suona esattamente come il tipo di affermazione che si fa quando qualcosa inizia in un modo che non è “organico”, e quando si confrontano gli eventi in Libia come caratterizzati da un potenziale deficit di legittimità rispetto a quelli di Tunisia ed Egitto.
Eppure, il 14 marzo, Abdel Hafeez Goga del Consiglio Nazionale di Transizione asseriva:
“Siamo in grado di controllare tutta la Libia, ma soltanto dopo che verrà imposta la no-fly zone” – ma non è ancora così, dopo sei mesi!
Di più, in giorni recenti è stato rivelato che ciò a cui la leadership dei ribelli aveva giurato si sarebbe opposta – “stivali stranieri sulla nostra terra” – è invece una realtà confermata dalla NATO: “Reparti delle forze speciali dalla Gran Bretagna, Francia, Giordania e Qatar, presenti sul suolo libico, hanno incrementato le operazioni a Tripoli e in altre città, di recente, per aiutare le forze ribelli, mentre queste dirigevano la loro avanzata finale contro il regime di Gheddafi”.
Questa, e altre sintesi, grattano soltanto la superficie dell’ampiezza dell’appoggio esterno fornito ai ribelli.
Qui, il mito è quello dei ribelli nazionalisti, autosufficienti, forniti totalmente di sostegno popolare. Al momento, i sostenitori della guerra stanno dichiarando che l’intervento è un “successo”. Bisognerebbe sottolineare come c’è già stato un altro caso in cui una campagna aerea, dispiegata a sostegno di milizie armate locali sul terreno, aiutate da consiglieri militari degli Stati Uniti sotto copertura, è riuscita a deporre un altro regime, e anche molto più velocemente. Questo è il caso dell’Afghanistan. Un successo!

Sconfitta per la “sinistra”

Ripetendo lo schema degli articoli di condanna alla “sinistra” pubblicati sulla scia delle proteste per le elezioni in Iran del 2009 (vedi ad esempio Hamid Dabashi e Slavoj Zizek), la guerra in Libia, ancora una volta è sembrata aver fornito l’opportunità di prendere di mira la sinistra, come se questo fosse il primo punto all’ordine del giorno – come se “la sinistra” fosse il problema da affrontare.
Ecco allora degli articoli, a vari livelli di sfacelo intellettuale e politico, di Juan Cole [vedi alcune delle confutazioni: “Il caso del Professor Juan Cole,” “Lettera aperta al professor Juan Cole: replica ad una calunnia,” “Il professor Cole ‘risponde’ a WSWS (World Socialist Web Site) sulla Libia: un’ammissione di fallimento politico e intellettuale”], Gilbert Achcar (questo in modo particolare), Immanuel Wallerstein, e Helena Sheehan, che sembra essere arrivata ad alcune delle sue conclusioni più critiche in aeroporto al termine dell’appena sua prima visita a Tripoli.
Sembra esserci un po’ di confusione sui ruoli e le identità.
Non esiste una sinistra omogenea, né un accordo ideologico tra gli anti-imperialisti (che comprendono conservatori e libertari, tra anarchici e marxisti).
Nemmeno, la “sinistra anti-imperialista” si è trovata mai in una posizione tale da fare un vero danno sul campo, come nel caso degli effettivi protagonisti. C’è stata poca possibilità per gli anti-interventisti di influenzare la politica estera, che aveva preso forma a Washington già prima che fosse pubblicata qualsiasi seria critica contro l’intervento.
Questi punti suggeriscono che almeno alcune delle critiche sono mosse da preoccupazioni che vanno oltre la Libia, e che in ultima istanza con la Libia hanno anche ben poco a che fare.
L’accusa più comune è che la sinistra anti-imperialista sta in qualche modo coccolando un dittatore. L’argomentazione si fonda su un’analisi viziata – nel criticare la posizione di Hugo Chávez, Wallerstein afferma che è l’analisi di Chávez ad essere profondamente viziata, e tra le sue critiche presenta la seguente:
“Il secondo punto sbagliato nell’analisi di Chávez è che non è previsto nessun coinvolgimento militare significativo del mondo occidentale in Libia” (sì, leggete questo di nuovo!).
Infatti, molte delle contro argomentazioni presentate contro la sinistra anti-interventista echeggiano o riproducono per intero tutti i miti che sono stati smantellati qui sopra, che rendono la loro analisi geopolitica quasi del tutto sbagliata, e che perseguono politiche incentrate in parte sui personaggi e gli eventi del giorno.
Questo ci dimostra anche l’estrema povertà della politica fondata pregiudizialmente soprattutto su idee semplicistiche e unilaterali rispetto ai “diritti umani” e alla “protezione” (vedi il saggio critico di Richard Falk), e il successo del nuovo umanesimo militare nell’appropriarsi delle energie della sinistra.
E una domanda persiste: se coloro che si sono opposti all’intervento sono stati stigmatizzati per aver fornito uno scudo morale alla “dittatura” (come se l’imperialismo non fosse già di per sé una dittatura globale), che dire di quegli umanitari che hanno sostenuto l’ascesa di militanti razzisti e xenofobi che, secondo fonti molteplici, sono impegnati in un’operazione di pulizia etnica? Significa che la folla a favore dell’intervento è razzista? Costoro si oppongono al razzismo? Fin qui, ho sentito solo silenzio da questa direzione.
Il programma di intimidire l’uomo di paglia anti-imperialista maschera lo sforzo di frenare il dissenso contro una guerra inutile, che ha prolungato e aumentato la sofferenza umana; che ha sostenuto la causa dei membri delle compagnie guerrafondaie, delle società multinazionali e dei neoliberisti; che ha distrutto la legittimità delle istituzioni multilaterali, che un tempo erano apertamente impegnate per la pace nelle relazioni internazionali; che ha violato le leggi internazionali e i diritti umani; che ha testimoniato l’ascesa della violenza razzista; che ha fornito potenza allo Stato imperialista nel giustificare la sua continua espansione; che ha violato le leggi interne e ha ridotto il discorso dell’umanitarismo nelle grinfie di slogan semplicistici, di impulsi reazionari e di formule politiche che privilegiano la guerra come prima opzione.
Davvero, è la sinistra il problema, a questo punto?

* Maximilian Forte è professore associato al dipartimento di Sociologia e Antropologia alla Concordia University di Montreal, Canada.
Il suo sito web può essere consultato a: http://openanthropology.org/ , dove si possono leggere suoi precedenti articoli sulla Libia ed altre osservazioni sull’imperialismo.

Preso da: http://it.cubadebate.cu/notizie/2011/10/03/i-dieci-miti-che-hanno-piu-inciso-sulla-guerra-contro-la-libia/

La menzogna libica

Il golpe del 2011 in Libia sarà ricordato in due modi. In primo luogo, ha segnato l’usurpazione e l’infiltrazione della primavera araba da parte delle agenzie d’intelligence occidentali e del Consiglio di cooperazione del Golfo. In secondo luogo, e peggio, rappresenta la distruzione della nazione più moderna e riuscita dell’Africa, nota dal 1977 al suo popolo come Jamahiriya Araba Socialista del Popolo Libico. Mentre ancora la propaganda degli illuminati si crogiola tra notizie fasulle che fanno rivivere la caricatura del “pazzo Gheddafi”, i loro giornalisti rigurgitato le psyops della CIA, i noti falsi sui “massacri e bombardamenti”. L’elemento più significativo del loro misero repertorio erano le bandiere rosse, verdi e nere tirate fuori dai “ribelli” di Bengasi, la bandiera della monarchia di re Idris. Ben presto nacque anche una banca centrale privata. La Libia era una colonia italiana dal 1911 fino al 1951, quando re Idris fu messo sul trono dagli inglesi. Firmò trattati con Gran Bretagna (1953), Stati Uniti (1954) e Italia (1956) permettendo a questi Paesi di stabilire basi militari, come la base aerea Wheelus nei pressi di Tripoli.
Subito Exxon Mobil, British Petroleum e Agip ebbero enormi concessioni petrolifere. Re Idris era assai impopolare tra i libici poiché vendeva il loro Paese alle compagnie petrolifere estere. Le proteste furono represse assai brutalmente e la rivolta sotterranea crescente incluse molti delle forze armate. Nel 1969 un incruento colpo di Stato fu effettuato da poche decine di ufficiali che si facevano chiamare “ufficiali liberi”, sull’esempio di Gamal Nasser in Egitto. Nasser aveva guidato la ribellione che depose il re egiziano Faruq nel 1952. L’architetto del colpo di Stato libico del 1969 che pose fine alla monarchia di re Idris era un capitano dell’esercito di nome Muammar Gheddafi.
La nuova Repubblica della Libia adottò la bandiera verde, che simboleggia il ‘Libro Verde’ di Gheddafi, che scrisse per spiegare il modello economico unico dell’anarco-sindacalismo libico. E’ un libro molto premuroso di cui raccomando la lettura. Nel 1970 Gheddafi costrinse le forze statunitensi ed inglesi ad evacuare le loro basi militari. L’anno seguente nazionalizzò le proprietà della British Petroleum e costrinse le altre compagnie a versare allo Stato libico una quota molto più alta dei loro profitti. Inoltre nazionalizzò la banca centrale della Libia. La Libia era uno dei soli cinque Paesi al mondo la cui banca centrale non era controllata dalle otto famiglie del sindacato bancario guidato dai Rothschild. A causa della drastica uscita dall’usura coloniale, la Libia ebbe uno dei più alti standard di vita di tutta l’Africa. Il reddito medio pro-capite era di 14000 dollari all’anno. I lavoratori non solo avevano le proprietà delle fabbriche in cui lavoravano, ma decidevano cosa produrre. Le donne godevano di pari diritti. Mentre i media degli illuminati ritraggono lo Stato libico come altamente centralizzato e onnipotente, niente era più lontano dalla verità. L’idea dell’anarco-sindacalismo è che lo Stato alla fine sparisce. E fu così. Quando Gheddafi diceva che non aveva molto a che fare con la gestione quotidiana degli affari della nazione, intendeva ciò. Il popolo gestiva quegli affari e il potere era assai disperso. Gheddafi accusò la rivolta libica di essere opera di al-Qaida e delle nazioni occidentali. Si riferiva al Fronte Nazionale per la Salvezza (NFS), affiliato ad al-Qaida, che a lungo operò dalle basi in Ciad tentando di rovesciare Gheddafi. Gli estremisti del NFS erano finanziati dall’Arabia Saudita ed erano guidati dai loro gestori di CIA/MI6/Mossad. I giornalisti occidentali ricevevano notizie fresche dai capi del NFS. Il Ciad fu a lungo il Paese nordafricano più importante nel sistema di produzione petrolifero della Exxon. Nel 1990, a seguito di un contro-colpo di Stato filo-libico contro il governo del Ciad che dava rifugio al NFS, gli Stati Uniti evacuarono in Kenya 350 elementi del NFS con il finanziamento saudita. Negli anni ’80 il pazzo Reagan bombardò la casa di Gheddafi uccidendo molti suoi parenti dopo che l’intelligence occidentale falsamente gli attribuì un attentato ad una discoteca tedesca.
La menzogna di Lockerbie
lockerbieIl volo Pan Am 103 del 21 dicembre 1988 fu fatto esplodere su Lockerbie, in Scozia. Quando il presidente Bush prestò giuramento il mese dopo, accusò dell’attentato terroristico due libici, Abdal Basat Ali al-Magrahi e Lamin Qalifa Fimah. Bush impose le sanzioni alla Libia. Il presidente Bill Clinton poi chiese il boicottaggio internazionale del petrolio libico. Nel 2000 i libici furono condannati da un tribunale scozzese istituito a L’Aia. Le prove erano inconsistenti. Numerose indagini indipendenti sull’incidente dipingono un quadro molto diverso. Interfor, una società d’intelligence aziendale di New York City, assunta dalla compagnia assicurativa della Pan Am, scoprì che una cellula della CIA a Francoforte, Germania, proteggeva un’operazione di contrabbando di eroina mediorientale, che usava il deposito di Francoforte della Pan Am come punto di trasbordo del suo traffico. Interfor individuò nel siriano Manzar al-Qasar il capo dell’operazione di contrabbando. Un’indagine della rivista Time giunse alla stessa identica conclusione. Andò oltre scoprendo che al-Qasar era anche parte di una cellula super-segreta della CIA dal nome in codice COREA. Un altro gruppo di agenti della CIA che lavorava per liberare i cinque ostaggi della CIA, detenuti dagli aguzzini dell’Hezbollah di William Buckley, scoprì che al-Qasar poté continuare il contrabbando di eroina, nonostante i vertici della CIA sapessero delle sue attività. Il team sugli ostaggi a Beirut aveva scritto e chiamato il quartier generale della CIA a Langley per denunciare la rete di al-Qasar. Non ebbe alcuna risposta. Così decisero di andare negli Stati Uniti e informare di persona i loro capi della CIA. Tutti e sei gli agenti erano sul Pan Am 103 quando fu fatto esplodere. Dopo un’ora dall’attentato, agenti della CIA indossanti le uniformi della Pan Am giunsero sul luogo dello schianto. Gli agenti rimossero una valigia che apparteneva a uno degli agenti morto insieme agli altri 269. La valigia molto probabilmente conteneva prove incriminanti sul coinvolgimento di al-Qasar e dell’unità COREA della CIA nella rete del narcotraffico siriana. Forse conteneva anche una videocassetta sulle confessioni del capo stazione della CIA a Beirut, William Buckley, ai suoi torturatori di Hezbollah, che avrebbe potuto ulteriormente svelare il coinvolgimento della CIA nel narcotraffico in Medio Oriente.
L’ex-investigatore dell’US Air Force Gene Wheaton pensò che il colonnello Charles McKee e gli altri cinque agenti della CIA fossero gli obiettivi primari dell’attentato. Wheaton dichiarò: “Un paio di miei vecchi compagni del Pentagono ritengono che gli attentatori del Pan Am mirassero alla squadra di soccorso degli ostaggi di McKee“. Wheaton sospetta il coinvolgimento della CIA in un altro incidente aereo verificatosi poco dopo l’attentato della Pan Am. In quell’incidente, 248 soldati statunitensi di ritorno dal servizio in Europa rimasero uccisi quando un aereo da trasporto militare Arrow Air si schiantò nei pressi di Gander, Terranova. Wheaton ritiene che l’Arrow Air fosse una compagnia aerea della CIA e che l’incidente fosse collegato a un “accordo su operazioni segrete andate male” tra la CIA e la BCCI. Il giorno in cui Arrow Air si schiantò, due uomini in borghese arrivarono sul posto portandosi via una sacca da viaggio di 70 chili. Wheaton pensa che la borsa fosse zeppa di denaro che la BCCI aveva fornito alla CIA per un’operazione segreta. Pensa che la CIA avesse causato l’incidente per far sembrare che il denaro della BCCI fosse bruciato per poi arrivare sul posto e rubarlo, dopo averlo avvolto con materiale ignifugo. La CIA poté quindi andare dalla BCCI e riscuoterne altro. Poco dopo, le relazioni BCCI/CIA s’inasprirono. La CIA si preparò ad abbandonare la nave della BCCI che affondava e ad attaccare i poveri del Terzo Mondo con la chiusura della Bank of England dei Rothschild.
La Polizia Federale Tedesca (BKA) fece irruzione nella casa di un sospetto terrorista, due mesi prima l’attentato di Lockerbie. Trovò una bomba identica a quella utilizzata sul Volo 103. Tutti, tranne uno degli arrestati nel raid, furono misteriosamente rilasciati. Il giorno dell’attentato un agente di sorveglianza della BKA assegnato al controllo del bagaglio, notò un diverso tipo di valigia per la droga utilizzata dalla gente di al-Qasar. Informò i suoi superiori che trasmise le informazioni a un’unità della CIA di Francoforte. Al-Qasar contattò la stessa unità della CIA per farle sapere che McKee e gli altri cinque agenti stavano rientrando negli USA quel giorno. La risposta del gruppo della CIA di Francoforte al rapporto della BKA fu: “Non vi preoccupare. Non fermatelo. Lasciatelo perdere”. L’ambasciata degli Stati Uniti in Finlandia ricevette l’avvertimento di un possibile attentato aereo quel giorno. Si strinse nelle spalle, nonostante un altro avvertimento della FAA. Un’indagine di PBS Frontline scoprì la prova che la bomba era stata effettivamente piazzata sul Volo 103 quando si fermò a Heathrow, Londra. Una valigia appartenente all’agente della CIA Matthew Gannon, uno degli altri cinque della squadra del colonnello McKee, fu scambiata con una valigia a Heathrow. Frontline ritiene che la valigia di Gannon contenesse informazioni che collegavano la cellula COREA della CIA di Damasco con la narcorete di al-Qasar, così la valigia fu rubata e sostituita da una contenente la bomba. Secondo il settimanale tedesco Stern, un funzionario della sicurezza Pan Am a Francoforte fu sorpreso a retrodatare l’allerta che la FAA aveva emesso. La Pan Am fu multata per 600000 dollari dalla FAA dopo l’attentato. L’agenzia accusò il lassismo della sicurezza nelle operazioni di movimentazione dei bagagli della Pan Am. Secondo l’indagine d’Interfor queste operazioni con i bagagli furono più che inette. Furono seguite da al-Qasar. Nel giugno 2007 la polizia spagnola arrestò al-Qasar per traffico di armi. Pan Am ha vecchie relazioni con la CIA. Il suo consiglio consultivo internazionale è il “chi è” dei trafficanti di droga e armi dei Caraibi. Tra costoro Ronald Joseph Stark, il piduista collegato agli spacciatori di LSD della Brotherhood of Eternal Love; Sol Linowitz della Carl Lindner United Brands; il segretario di Stato di Carter Cyrus Vance della Gulf & Western Corporation, controllata dalla Lindner, e Walter Sterling Surrey, agente dell’OSS in Cina che contribuì a lanciare la Cartaya World Finance Corporation di Guillermo Hernandez.
Stati Uniti e Gran Bretagna si impegnarono ad insabbiare i fatti. L’editorialista Jack Anderson registrò una conversazione telefonica tra il presidente Bush Sr. e il primo ministro inglese Margaret Thatcher, dopo l’attentato entrambi decisero che l’indagine doveva essere limitata, per non danneggiare l’intelligence delle due nazioni. Paul Hudson, avvocato di Albany, NY, che dirige il gruppo “Famiglie di Pan Am 103/Lockerbie“, perse la figlia 16enne nello schianto. “Sembra che il governo sappia i fatti e li copra, o non conosce tutti i fatti e non vuole sapere“, spiega Hudson. Nell’aprile 1990, l’omologo inglese del gruppo “familiari inglesi del Volo 103″ inviò lettere aspre a Bush e Thatcher, citando “resoconti pubblici interamente credibili…avete deciso di minimizzare deliberatamente le prove e ridurre le indagini fino a liquidare il caso come storia vecchia“. Abdel Basat Ali al-Magrahi, uno dei libici capro espiatorio dell’attentato, fece appello nel febbraio 2002. L’argomento centrale dell’avvocato era la nuova prova secondo cui il reparto bagagli di Heathrow, a Londra, era stato violato la notte prima dell’attentato. Nel 2010 i libici furono improvvisamente liberati. Alcune voci insistettero che il loro rilascio fosse parte di un accordo petrolifero della BP con la Libia. Gheddafi fece altre aperture verso l’occidente, ma fu tutto inutile. Quando hai a che fare con i dei pazzi veri, come lo sono senza dubbio i banchieri illuminati, le concessioni sono raramente efficaci. Il popolo libico ha perso la bandiera verde che simboleggiava la fuga rivoluzionaria dalla trappola dei bankster, tornando a vivere sotto colonialismo, feudalesimo e monarchia.
Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Potete seguirlo gratuitamente su Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio
di Dean Henderson – 09/04/2014
Fonte: aurorasito

Preso Da: http://scintillarossa.forumcommunity.net/?t=56186375#entry394394223

La conferma che Gheddafi fu ucciso per il progetto “dinaro d’oro panafricano”.

Posted on
Moammar Gadhafi
Le guerre dell’imperialismo contro i non allineati. La Libia di Gheddafi era una minaccia del sistema occidentale perché voleva rendere indipendente e ricca l’Africa attraverso il dinaro d’oro. Per questo motivo è stato ucciso Muammar Gheddafi e distrutta una nazione. Nicolas Sarkozy arrivò a definire la Libia una “minaccia alla sicurezza finanziaria del mondo”. Comprendi queste parole?
Cosa dicono quei quattro disperati libici, o presunti tali, che manifestavano in giro per l’Europa contro il colonnello Gheddafi? Cosa pensano adesso della distruzione della loro nazione? Sono felici? Sicuramente il colonnello non sarà stato un santo, come tra l’altro non lo è nessun presidente/governatore/politico/ecc… Però manifestare per la distruzione della propria nazione è semplicemente da malati mentali. L’imperialismo, l’occidente tutto è contro la vita. Il Nuovo Ordine Mondiale, a cui la maggioranza non crede, e ci trova pure da ridere, passa attraverso la distruzione e la morte di chi è indipendente. Alla speculazione non interessa una banana della vita della gente. Basta vedere quante guerre sono state causate dal 1900 ad oggi. Non passa giorno che non scoppi una nuova guerra. Eppure dovremmo affogare nel BENESSERE più sfrenato. Ed invece viviamo in un mondo di sofferenza. Anche gli occidentali stessi, che si credono liberi, soffrono ogni giorno sempre più. Siamo tutti sempre più schiavizzati.

Gli occidentali credono di pulirsi la coscienza facendo beneficenza e volontariato. Sono sempre stato contro questi strumenti perché sono dell’idea che ognuno debba essere indipendente. Mi sta bene la solidarietà ma far sentire inferiore gli altri è solo un’altra trovata occidentale che si sentono superiori sempre e comunque.
Non dimentichiamo che le guerre che portiamo in giro del mondo con la scusa di portare la democrazia nei paesi dittatoriali ci rende complici attraverso un silenzio assordante che fa davvero molta paura. Fintato tocca agli altri chissenefrega!
Guarda caso vengono colpiti sempre e comunque le nazioni che non sono filo-imperialiste. Chi non si piega ai loro voleri viene criminalizzato. Viene ritenuto un pericolo. Viene definito dittatore ecc…
Speriamo che il passato serva finalmente per un futuro migliore. Ognuno di noi deve agire nel proprio quotidiano. Solo così possiamo evolverci e liberarci da questo cappio che ci sta strangolando sempre più tutti quanti.
Non ci resta che attendere tante NORIMBERGHE!! Chi ha tramato e continua a tramare contro la collettività deve pagare salatamente.
Seguono i passaggi più importanti dell’articolo pubblicato sul blog aurorasito: Email di Hillary, dinari d’oro e Primavera araba
Blumenthal scrive a Clinton, “Secondo le informazioni sensibili disponibili a questa fonte, il governo di Gheddafi detiene 143 tonnellate di oro e una quantità simile in argento… l’oro fu accumulato prima della ribellione ed era destinato a creare una valuta panafricana basata sul dinaro d’oro libico. Questo piano era volto a fornire ai Paesi africani francofoni un’alternativa al franco francese (CFA)
L’attuale guerra tra sunniti e sciiti o lo scontro di civiltà sono infatti il risultato delle manipolazioni degli Stati Uniti nella regione dal 2003, il “divide et impera”. Nel 2008 la prospettiva del controllo sovrano in un numero crescente di Stati petroliferi africani ed arabi dei loro proventi su petrolio e gas causava gravi preoccupazioni a Wall Street e alla City di Londra. Un’enorme liquidità, migliaia di miliardi, che potenzialmente non potevano più controllare. La primavera araba, in retrospettiva, appare sempre più sembra legata agli sforzi di Washington e Wall Street per controllare non solo gli enormi flussi di petrolio dal Medio Oriente arabo, ma ugualmente lo scopo era controllarne il denaro, migliaia di miliardi di dollari che si accumulavano nei nuovi fondi sovrani.
Nel 2009 Gheddafi, allora Presidente dell’Unione africana, propose che il continente economicamente depresso adottasse il “dinaro d’oro”. Nei mesi precedenti la decisione degli Stati Uniti, col sostegno inglese e francese, di aver una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per aver la foglia di fico del diritto alla NATO di distruggere il regime di Gheddafi, Muammar Gheddafi organizzò la creazione del dinaro-oro che sarebbe stato utilizzato dagli Stati africani petroliferi e dai Paesi arabi dell’OPEC per vendere petrolio sul mercato mondiale. Al momento Wall Street e City di Londra erano sprofondati nella crisi finanziaria del 2007-2008, e la sfida al dollaro quale valuta di riserva l’avrebbe aggravata. Sarebbe stata la campana a morto per l’egemonia finanziaria statunitense e il sistema del dollaro. L’Africa è uno dei continenti più ricchi del mondo, con vaste inesplorate ricchezze in minerali ed oro, volutamente mantenuto per secoli sottosviluppato o preda di guerre per impedirne lo sviluppo. Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale negli ultimi decenni furono gli strumenti di Washington per sopprimere un vero sviluppo africano. Gheddafi invitò i Paesi produttori di petrolio africani dell’Unione africana e musulmani ad entrare nell’alleanza che avrebbe fatto del dinaro d’oro la loro valuta. Avrebbero venduto petrolio e altre risorse a Stati Uniti e resto del mondo solo in dinari d’oro. In qualità di Presidente dell’Unione africana, nel 2009 Gheddafi presentò all’Unione Africana la proposta di usare il dinaro libico e il dirham d’argento come unico denaro con cui il resto del mondo poteva comprare il petrolio africano. Insieme ai fondi sovrani arabi dell’OPEC, le altre nazioni petrolifere africane, in particolare Angola e Nigeria, creavano i propri fondi nazionali petroliferi quando nel 2011 la NATO bombardava la Libia. Quei fondi nazionali sovrani, legati al concetto del dinaro d’oro di Gheddafi, avrebbe realizzato il vecchio dell’Africa indipendente dal controllo monetario coloniale, che fosse sterlina, franco francese, euro o dollaro statunitense. Gheddafi attuava, come capo dell’Unione africana, al momento dell’assassinio, il piano per unificare gli Stati sovrani dell’Africa con una moneta d’oro negli Stati Uniti d’Africa. Nel 2004, il Parlamento panafricano di 53 nazioni aveva piani per la Comunità economica africana, con una moneta d’oro unica entro il 2023. Le nazioni africane produttrici di petrolio progettavano l’abbandono del petrodollaro e di chiedere pagamenti in oro per petrolio e gas; erano Egitto, Sudan, Sud Sudan, Guinea Equatoriale, Congo, Repubblica democratica del Congo, Tunisia, Gabon, Sud Africa, Uganda, Ciad, Suriname, Camerun, Mauritania, Marocco, Zambia, Somalia, Ghana, Etiopia, Kenya, Tanzania, Mozambico, Costa d’Avorio, oltre allo Yemen che aveva appena scoperto nuovi significativi giacimenti di petrolio. I quattro Stati africani nell’OPEC, Algeria, Angola, Nigeria, gigantesco produttore di petrolio e primo produttore di gas naturale in Africa dagli enormi giacimenti di gas, e la Libia dalle maggiori riserve, avrebbero aderito al nuovo sistema del dinaro d’oro. Non c’è da stupirsi che il presidente francese Nicolas Sarkozy, che da Washington ricevette il proscenio della guerra contro Gheddafi, arrivò a definire la Libia una “minaccia” alla sicurezza finanziaria del mondo .
Nelle prime settimane della ribellione, i capi dichiararono di aver creato una banca centrale per sostituire l’autorità monetaria dello Stato di Gheddafi. Il consiglio dei ribelli, oltre a creare la propria compagnia petrolifera per vendere il petrolio rubato, annunciò: “la nomina della Banca Centrale di Bengasi come autorità monetaria competente nelle politiche monetarie in Libia, e la nomina del governatore della Banca centrale della Libia, con sede provvisoria a Bengasi“.
Robert Wenzel del Economic Policy Journal, osservò, “non ho mai sentito parlare di una banca centrale creata poche settimane dopo una rivolta popolare. Ciò suggerisce che c’è qualcos’altro che non una banda di straccioni ribelli e che ci sono certe piuttosto sofisticate influenze“.
Il sogno di Gheddafi di un sistema basato sull’oro arabo e africano indipendente dal dollaro, purtroppo è morto con lui. La Libia, dopo la cinica “responsabilità di proteggere” di Hillary Clinton che ha distrutto il Paese, oggi è lacerata da guerre tribali, caos economico, terroristi di al-Qaida e SIIL. La sovranità monetaria detenuta dal 100% dalle agenzie monetarie nazionali statali di Gheddafi e la loro emissione di dinari d’oro, è finita sostituita da una banca centrale “indipendente” legata al dollaro.  Nonostante ciò, va notato che ora un nuovo gruppo di nazioni si unisce per costruire un sistema monetario basato sull’oro. Questo è il gruppo guidato da Russia e Cina, terzo e primo Paesi produttori di oro nel mondo. Questo gruppo è legato alla costruzione del grande progetto infrastrutturale eurasiatico della Nuova Via della Seta della Cina, comprendente 16 miliardi di fondi in oro per lo sviluppo della Cina, decisa a sostituire City di Londra e New York come centri del commercio mondiale dell’oro. L’emergente sistema d’oro eurasiatico pone ora una serie completamente nuova di sfide all’egemonia finanziaria statunitense. Questa sfida eurasiatica, riuscendo o fallendo, deciderà se la nostra civiltà potrà sopravvivere e prosperare in condizioni completamente diverse, o affondare con il fallimentare sistema del dollaro.

Libia: i tragici “errori” di Cameron

14 settembre 2016

Una relazione del parlamento britannico inchioda Cameron alle sue responsabilità: il suo ruolo nello scatenare la guerra in Libia che rovesciò il Colonnello Muammar Gheddafi è stato «decisivo» e se ne deve assumere la responsabilità.

Infatti, nel rapporto si legge che la politica britannica riguardo la Libia «prima e dopo l’intervento di marzo 2011 è stata fondata su presupposti errati e su una comprensione incompleta del Paese e della situazione».


In particolare, sintetizza la Reuters del 14 settembre, il governo Cameron non ha recepito dai rapporti forniti dall’«intelligence che la minaccia per i civili è stata sopravvalutata e che le forze ribelli comprendevano un elemento islamista significativo».

Nota a margine. Così, dopo aver stigmatizzato i tragici errori compiuti da Tony Blair in Iraq, il parlamento britannico mette all’angolo anche David Cameron per la Libia. Destini incrociati, quelli dei due leader, i cui governi si sono succeduti nel segno della continuità, al di là delle differenze di partito (laburista il primo, Tory il secondo). Classico esempio di alternanza nella continuità.

Dove la continuità, almeno quella più importante per il destino del mondo, è data dall’adesione aprioristica alle dottrine neocon. 
Ma al di là della variegata continuità britannica, resta un dato inquietante implicito nell’accusa di aver «sopravvalutato» la minaccia che il “regime” costituiva per i civili: tante tragiche boutade girarono allora sulla “sanguinaria” repressione operata da Gheddafi. Abilmente usate per giustificare una guerra che si poteva e doveva evitare.

Né era difficile immaginare che i cosiddetti ribelli erano per gran parte jihadisti. Gli stessi che hanno poi portato il terrore in Siria e nel mondo. Non serviva una particolare intelligence, bastava un po’ di intelligenza.

Ma o il governo Cameron (come i suoi sodali occidentali) è stato poco dotato sotto questo profilo, o ha scientemente ignorato i rischi, in particolare quello della diffusione dell’islamismo radicale, pur di conseguire suoi obiettivi (leggi petrolio e altro). Per tacere di altre eventualità, più oscure e inquietanti.

La denuncia, che tale resterà nonostante sia atto di accusa, dei parlamentari britannici non aiuta solo a guardare il passato. Ma anche a capire il presente: gli stessi identici errori si stanno commettendo in Siria: identica la sottovalutazione dell’elemento jihadista tra le fila dei cosiddetti ribelli, identica la demonizzazione del governo di Assad, il quale, come Gheddafi allora, costituisce un argine al dilagare del terrorismo internazionale. Una coazione a ripetere certi errori che ha del diabolico.

Preso da: http://piccolenote.ilgiornale.it/29781/libia-tragici-errori-cameron

Libia: come distruggere una nazione

di Patrick Howlett-Martin
Più di 30.000 libici sono morti durante sette mesi di bombardamenti messi in atto da una forza essenzialmente tripartitica – Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti – che ha chiaramente favorito i ribelli. ‘La missione di maggior successo nella storia della NATO‘, secondo le parole imprudenti del Segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, un danese, a Tripoli nell’ottobre 2011.
Libia: come distruggere una nazioneIl desiderio del presidente francese Nicolas Sarkozy di sostenere un intervento militare con lo scopo presunto di proteggere la popolazione civile è in contrasto con l’ospitalità offerta al presidente della Libia, Muammar Gheddafi, quando visitò Parigi nel dicembre 2007 e firmò importanti accordi militari del valore di circa 4.5 miliardi € con accordi di cooperazione per lo sviluppo dell’energia nucleare per usi pacifici, I contratti che la Libia non sembrava più disposta a rispettare si concentravano su 14 jet multiruolo Dassault Rafale da combattimento e il loro armamento (lo stesso modello che la Francia ha venduto o sta cercando di vendere al generale Egiziano Abdel Fattah al-Sisi l’auto-proclamato maresciallo), 35 elicotteri Eurocopter, sei motovedette, un centinaio di veicoli blindati, e la revisione di 17 caccia Mirage F1 venduti da Dassault Aviation negli anni 1970.

 Le principali compagnie petrolifere (Occidental Petroleum, Oil Stato, Petro-Canada …) che operano in Libia hanno aiutato la Libia a pagare 1,5 miliardi di dollari di risarcimento che il regime libico aveva accettato di pagare alle famiglie delle vittime del volo Pan Am 103. A quel tempo, la compensazione era stata destinata ad essere una delle condizioni per la Libia per essere riaccettati nella comunità delle relazioni internazionali.

I principali fondi libici di investimento (LAFICO-Libyan Arab Foreign Investment Company; LIA-Libyan Investment Authority) erano azionisti di molte aziende italiane e britanniche (Fiat, UniCredit, Juventus, il Gruppo Pearson, proprietario del Financial Times e la London School of Economics, dove Gheddafi è stato insignito del titolo di ‘Brother Leader‘ nel corso di una videoconferenza nel dicembre 2010 ed a suo figlio Saif è stato assegnato un dottorato di ricerca nel 2008). La banca di investimenti di New York Goldman Sachs è stata denunciata nel 2014 da un fondo libico (Libyan Investment Authority), che aveva perso più di 1,2 miliardi di dollari tra gennaio e aprile 2008 dopo che l’azienda americana aveva preso una commissione di 350 milioni di dollari per investire i loro soldi in derivati altamente speculativi.
Muammar Gheddafi era stato ricevuto con tutti gli onori da parte delle grandi potenze alcuni mesi prima: oltre al ricevimento in grande stile a Parigi, dove è stato ospite per cinque giorni, nel 2007, fu ricevuto in Spagna nel dicembre 2007, a Mosca nel ottobre 2008, e a Roma nell’agosto 2010, due anni dopo aver accettato il dono dell’Italia di 5 miliardi di dollari come risarcimento per l’occupazione italiana della Libia 1913-1943. E degni dii nota sono anche i cinque viaggi a Tripoli in tre anni da ex primo ministro britannico Tony Blair, un consulente senior legato alla banca d’investimento JP Morgan Chase. L’ex presidente francese Nicolas Sarkozy è stato ricevuto a Tripoli nel luglio 2007, dove ha annunciato l’inizio di una collaborazione per l’installazione di una centrale nucleare in Libia. L’Unione europea era pronta a facilitare l’accesso al mercato Europeo per le esportazioni agricole della Libia. La Libia fu invitata dai capi della NATO di difesa per l’Assemblea dei comandanti marittimi »(MARCOMET) a Tolone il 25-28 maggio 2008.
Una politica che ricorda quella verso il leader iracheno, Saddam Hussein. Il leader iracheno è stato invitato a Parigi nel giugno 1972 e settembre 1975; un accordo è stato firmato nel giugno 1977 per la vendita a Baghdad di 32 aerei da combattimento Mirage F1. Una coincidenza che non ha giovato a nessuno dei due governi nel lungo periodo.
I leader militari arabi (veterani dell’Afghanistan e membri del Gruppo combattente islamico libico, con legami con Al-Qaeda) hanno contribuito rovesciare Gheddafi. Uno dei principali capi militari della ribellione, Abdelhakim Belhadj (pseudonimo Abu Abdullah al-Sadik), poi capo della sicurezza di Tripoli e oggi il principale leader del partito conservatore islamista al-Watan era stato arrestato a Bangkok nel 2004, torturato da agenti della CIA, e consegnato alla prigione di Abu Salim di Gheddafi. Ora è il principale leader dell’ISIS in Libia. Jaballah Matar è stato rapito dalla sua casa al Cairo dalla CIA nel 1990 e poi consegnato a funzionari libici. Alcuni documenti sequestrati dopo la morte di Gheddafi rivelano una stretta collaborazione tra i servizi segreti libici, americani (CIA), e Britannici (MI6).
Sotto Gheddafi, il terrorismo islamico era praticamente inesistente. Prima dei bombardamenti degli Stati Uniti nel 2011, la Libia aveva il più alto indice di sviluppo umano, la mortalità infantile più bassa e l’aspettativa di vita più alta di tutta l’Africa. Oggi la Libia è uno stato distrutto.
Nel gennaio 2012, tre mesi dopo la fine delle ostilità, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Navi Pillay, ha riferito l’uso diffuso di torture, esecuzioni sommarie e stupri nelle carceri libiche. Allo stesso tempo, l’organizzazione Medici Senza Frontiere ha deciso di ritirarsi dalle carceri di Misurata a causa della torture in corso ai detenuti.
L’intervento della NATO in Libia, che coinvolge la maggior parte dei paesi membri sotto un pretesto umanitario, fissa uno spiacevole precedente per gli sforzi per risolvere la crisi siriana: l’attacco da parte di aerei da guerra francesi e britannici sulla tribù Warfallah, che sono rimaste fedeli a Muammar Gheddafi, e sul convoglio che trasportava il leader libico e uno dei suoi figli, che conduce direttamente alla morte di Gheddafi in circostanze deplorevoli. Le immagini  video di Ali Algadi, e della giornalista Tracey Sheldon forniscono un resoconto grafico del leader libico trascinato da un tubo di scarico il 20 ottobre 2011 e ucciso poco dopo. Queste circostanze smentiscono la natura pseudo-umanitaria dell’intervento militare e infangano l’immagine della “Primavera Libica”.
La morte dell’ambasciatore americano in Libia, Christopher Stevens e di uno dei suoi collaboratori in un incendio appiccato al consolato degli Stati Uniti a Bengasi nel mese di settembre 2012 rivela l’ampiezza delle attività della CIA, nelle quali il Consolato fungeva da facciata. Il reclutamento della CIAnella sua base di Bengasi dei combattenti dalla città di Derna per il conflitto in Siria, feudo degli islamisti (Brigata Al-Battar), contro il presidente Bashar al-Assad, ha paralleli inevitabili con il reclutamento del 1979, ancora una volta dalla CIA, dei mujahidin contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, con tutte le conseguenze che sono ben note, una in particolare: la nascita del jihadismo sunnita.
L’attentato con un’autobomba all’ambasciata francese a Tripoli nel mese di aprile 2013; la fuga di 1.200 detenuti del carcere di Bengasi; l’uccisione del avvocato dei diritti umani Abdel Salam al-Mismari nel mese di luglio; e l’attacco al Consolato svedese a Bengasi nell’ottobre 2013, tutto ciò evidenzia l’incapacità delle autorità di acquisire il controllo della situazione della sicurezza in Libia considerando come è stata invasa dalle milizie armate fino ai denti. Nel luglio 2013, il primo ministro libico Ali Zeidan ha minacciato di bombardare i porti libici nella regione di Bengasi che erano nelle mani delle milizie e che sono stati utilizzati per l’esportazione del petrolio ora sotto il loro controllo. Nel mese di ottobre, il Primo Ministro è stato rapito da 150 uomini armati nel centro di Tripoli ed è stato trattenuto per sei ore per protestare contro il rapimento sul suolo libico di Abu-Anas al-Libi in un’operazione aerea segreta americana. Al-Libi è stato accusato di essere uno dei leader di Al-Qaeda e poi è morto mentre era in custodia negli Stati Uniti.
Il 2015 è iniziato con la Libia priva di tutte le istituzioni. E’ governata da un gruppo eterogeneo di coalizioni in lotta per il potere, con sede a Tripoli (Libia Farj, che controlla la banca centrale), Bengasi (Consiglio della Shura, composto da Ansar al-Sharia, che sta affrontando le Forze armate libiche del rinnegato generale Khalifa Hiftar), in Tobruk-Bayda (ramo del Consiglio Nazionale di Transizione, che gode di riconoscimento diplomatico internazionale dopo le elezioni di Giugno 2013).
La situazione di salute e sicurezza della popolazione civile è quasi disastrosa. Quando ho visitato il paese nel 1994, era un modello per la salute pubblica e l’istruzione, e vantava il più alto reddito pro capite in Africa. E’ stato chiaramente il più avanzato di tutti i paesi arabi in termini di status giuridico delle donne e delle famiglie nella società libica (la metà degli studenti presso l’Università di Tripoli erano donne). L’aggressione contro la presentatrice Sarah Al-Massalati nel 2012, la poetessa Aicha Almagrabi a febbraio 2013, e l’attivista per i diritti delle donne Maddalena Ubaida, ora in esilio a Londra,  sono la testimonianza del triste status giuridico della Libia post-Gheddafi. La città di Bengasi è ora semi-distrutta; le scuole e le università sono per lo più chiuse.
E’ teatro di scontri fratricidi tra fazioni rivali finanziate e armate da una serie di apprendisti stregoni, Un generale che è stato di stanza negli Stati Uniti per 27 anni comanda una coalizione eterogenea con l’appoggio militare dell’Egitto, degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita mentre i gruppi islamici che rivendicano fedeltà all’ISIS, ben radicati a Sirte e Derna, sono in grado di diffondere la loro influenza grazie alla crisi istituzionale. e, Qatar, Turchia e Sudan che dall’altro lato sostengono Farj Libia.
Gheddafi, leader della rivoluzione libica, la Jamahiriya, al potere nel periodo 1969-2011, ha dato un avvertimento all’Europa in un’intervista rilasciata al giornalista francese Laurent Valdiguié del Journal du Dimanche, alla vigilia dell’intervento della NATO, con parole che ora sembrano profetiche:
‘Se si cerca di destabilizzare [La Libia], ci sarà il caos, Bin Laden, le fazioni armate. Questo è ciò che accadrà. Avrete l’immigrazione, migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. E non ci sarà più nessuno a fermarli. Bin Laden si baserà in Nord Africa […]. Avrete Bin Laden a portata di mano. Questa catastrofe si estenderà dal Pakistan all’Afghanistan e percorrerà tutta la strada verso il Nord Africa’
 La Libia è diventata un fulcro per il traffico illegale, in particolare di emigranti africani in condizioni che ricordano quelle del commercio degli schiavi. Secondo L’iniziativa Globale contro la criminalità organizzata internazionale (Global Initiative Against Transnational Organized Crime), il mercato del contrabbando di rifugiati in Libia valeva 323 milioni di dollari nel 2014. Nei primi cinque mesi del 2015, più di 50.000 immigrati clandestini hanno raggiunto l’Italia dall’Africa sub-sahariana con la Libia; 1.791 di loro hanno perso la vita in mare.
Prima dell’inizio delle ostilità, 1,5 milioni di africani subsahariani lavoravano in Libia in posti di lavoro in generale umili (industria del petrolio, agricoltura, servizi, del settore pubblico). I giorni più scuri in mare devono ancora arrivare.
NOTE:
 [1] “Il Capo della NATO Rasmussen ‘orgoglioso’ per la fine della missione in Libia’, BBC News, 31 ottobre 2011.
[2] Agenzia France Presse, 11 dicembre 2007.
[3] International Herald Tribune, 24 marzo 2011.
 [4] Jeremy Anderson, ‘Goldman per aver rivelato il reddito legato alla causa libica’, International New York Times, 25 novembre 2014.
 [5]The Telegraph, 23 marzo 2012.
 [6]O’Globo, il 26 luglio, 2007.
[7] Souad Mekhennet, Eric Schmitt, ‘ribelli libici cercano di gettarsi Al Qaeda alle spalle’, International Herald Tribune, 19 luglio 2011.
 [8]. Rod Nordland, ‘File di nota stretti legami della CIA con unità spia di Gheddafi’, International Herald Tribune, 5 settembre 2011.
 [9]International Herald Tribune, 28-29 gennaio 2012.
[10]Borzou Daragahi, ‘Invito a esplorare le morti dei civili libici’, Financial Times, 14 maggio 2012.
[11] Seymour Hersh, ‘Stati Uniti Sforzo contro il braccio jihadisti in Siria. Lo scandalo Dietro l’ente sotto copertura della CIA a Bengasi ‘, Global Research, Blog di Washington, 15 aprile 2014.
[12] Abdel Sharif Kouddous, ‘Relazione dal fronte: Libia discesa nel caos’, The Nation 25 febbraio 2015.
[13] Journal du Dimanche, 5 marzo 2011 (www.lejdd.fr)
[14] Fonte: Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e la Commissione europea.
 …………………………………………………………..
Traduzione di Edoardo Gistri

Le rivoluzioni colorate sono un’aggressione estera con mezzi non militari

Rivoluzione colorata

Il sostegno occidentale ai ribelli in Libia è stato un appoggio diretto e deliberato ad al Qaeda

10 marzo 2016

Si parla molto della Libia in questi giorni ma ancora oggi non vengono chiarite le motivazioni che nel 2011 hanno condotto all’intervento Nato in Libia. Cosa è accaduto, perché ci troviamo oggi in questa situazione di caos nel paese nord-africano?… Balbettando i leader occidentali dicono che bisogna completare la democrazia in Libia , che l’intervento armato dell’occidente fu ‘un errore’, ma non un errore in sè: fu un errore ‘non aver accompagnato i libici nel ‘periodo di transizione’, di averli lasciati soli’.
Vedremo di seguito che questo non sarebbe stato comunque possibile, giacchè il consiglio Nazionale di Transizione libico era formato da membri di al Qaeda ed affiliati e l’occidente ne era perfettamente a conoscenza perchè li aveva scelti.
Già da all’ora lo dicevamo a seguito di numerose eclatanti evidenze che venivano colpevolmente sottaciute dai media mainstream di intattenimento.
Già da allora lo diceva uno studio condotto di J.FELTER e B. Fishman,  due analisti dell’Accademia Militare di West Point. Lo studio si chiama Al Aa’ida Foreign Fighter in Iraq. A first Look at the Sinjar Record (Harmony Project, Combating Terrorism Center, Department of Social Science, US Academy, West Point, NY, December 2007)
Ve ne proponiamo alcuni contenuti da una sintesi scritta sempre nel 2011 dal giornalista investigativo G.Tarpley che riprendende lo studio di West Point.
Vietato Parlare – Patrizio Ricci

 

The CIA’s Libya Rebels: The Same Terrorists who Killed US, NATO Troops in Iraq

Webster G. Tarpley, Ph.D. TARPLEY.net 24 Marzo 2011
Washington DC, 24 marzo 2011 –
L’attacco militare in corso in Libia è stato motivato dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1973 con l’esigenza di proteggere i civili. Le dichiarazioni del presidente Obama, del primo ministro britannico Cameron, del presidente francese Sarkozy, e di altri leader hanno sottolineato la natura umanitaria dell’intervento, che si dice mirare a prevenire un massacro delle forze pro-democrazia e difensori dei diritti umani da parte del regime di Gheddafi.
Ma allo stesso tempo, molti commentatori hanno espresso l’ansia a causa del mistero che circonda il governo di transizione anti-Gheddafi che è emerso a inizio marzo, nella città di Bengasi, che si trova nel quartiere Cirenaica del nord-est della Libia.
Questo governo è già stato riconosciuto dalla Francia e Portogallo come unico rappresentante legittimo del popolo libico. Il consiglio dei ribelli sembra essere composto da poco più di 30 delegati, molti dei quali sono avvolti nell’oscurità. Inoltre, i nomi di più di una dozzina di membri del consiglio dei ribelli sono stati tenuti segreti, presumibilmente per proteggerli dalla vendetta di Gheddafi. Ma ci possono essere altre ragioni per l’anonimato di queste figure.
Nonostante molta incertezza, le Nazioni Unite e suoi numerosi paesi – chiave nella NATO, tra cui gli Stati Uniti, si sono precipitati in avanti per assistere le forze armate di questo regime ribelle con attacchi aerei, che ha portato alla perdita di uno o due aerei della coalizione e la prospettiva di pesanti perdite a venire, soprattutto se ci sarà una invasione. E ‘giunto il momento che il pubblico americano ed europeo impari qualcosa in più su questi ribelli che dovrebbero rappresentare un’alternativa democratica e umanitaria a Gheddafi.

I ribelli sono chiaramente non i civili, ma una forza armata. Che tipo di forza armata?

Dal momento che molti dei capi dei ribelli sono così difficili da identificare da lontano, e da un profilo sociologico dei ribelli non può essere fatto nel bel mezzo di una guerra, forse i metodi tipici della storia sociale ci possono essere d’ aiuto. C’è un modo per noi di ottenere utili informazioni più in precise nel clima di opinione prevalente in queste città libiche nord-orientali come Bengasi, Tobruk e Derna, i principali centri abitati dala ribellione?
wp
Scarica West Point Studio (pdf)
Si scopre che queste informazioni ci sono, sono presentate nella forma di uno studio di West Point del dicembre 2007 che esamina a fondo i combattenti guerriglieri stranieri jihadisti – o mujahedin, tra cui gli attentatori suicidi – che attraversavano il confine siriano in Iraq durante il lasso di tempo tra 2006 ed il 2007, con l’appoggio dell’organizzazione terroristica internazionale al Qaeda.
Questo studio si basa su sull’esame di circa 600 fascicoli di personale appartenente ad  Al Qaeda, catturato dalle forze statunitensi nell’autunno del 2007, e analizzati a West Point utilizzando una metodologia di cui parleremo dopo aver presentato i principali risultati.
Lo studio risultante (1) ci permette di fare importanti scoperte circa la mentalità , le credenze e la struttura sociale della popolazione libica nord-orientale che è la base per l’organizzazione della ribellione, permettendo importanti conclusioni circa la natura politica della rivolta anti-Gheddafi in queste aree.

Derna, est Libia: Capitale Mondiale dei jihadisti

Il risultato più sorprendente che emerge dallo studio West Point è che il corridoio che va da Bengasi a Tobruk, passando per la città di Derna (traslitterato anche come Derna) rappresenta una delle più grandi concentrazioni di terroristi jihadisti che si possano trovare al mondo, e in gran misura può essere considerata come la principale fonte di kamikaze per qualsiasi punto del pianeta. Un combattente terrorista ogni 1.000 a 1.500 persone della popolazione di Derna, è stato mandato in Iraq per uccidere gli americani con attacchi suicidi, questa misura supera di molto il concorrente più vicino, che è Riyad, Arabia Saudita.
libyaSecondo gli analisti Joseph Felter e Brian Fishman di West Point, l’Arabia Saudita è al primo per  quanto riguarda il numero assoluto di jihadisti inviati per combattere gli Stati Uniti e gli altri membri della coalizione in Iraq (durante il periodo di tempo in questione).
La Libia, un paese meno di un quarto come popoloso, è al secondo posto. L’Arabia Saudita ha inviato 41% dei combattenti. Secondo Felter e Fishman, “la Libia è stato il successivo paese di origine più comune tra i terroristi, con il 18,8% (112) dei combattenti catturati per quando riguarda la propria nazionalità ha affermato di essere libici.” Altri paesi molto più grandi erano molto meno rappresentati ed indietro nella classifica: “Siria, Yemen, e Algeria sono stati i paesi di origine più comuni dei jadisti con 8,2% (49), 8,1% (48), e del 7,2% (43), rispettivamente. Marocchini hanno rappresentato il 6,1% (36) del totale seguiti dai giordani 1,9% (11). ” (2)
Ciò significa che quasi un quinto dei combattenti stranieri che sono entrati in Iraq attraverso il confine siriano è venuto dalla Libia, un paese di poco più di 6 milioni di persone.
La maggiore percentuale era costituita da libici interessati a combattere in Iraq rispetto a qualsiasi altro paese che che fornisce mujahedin. Felter e Fishman sottolineano: “Quasi il 19 per cento dei combattenti nei registri Sinjar è venuto dalla sola Libia.
Inoltre, la Libia ha contribuito molto più di combattenti pro capite di qualsiasi altra nazionalità (fascicoli Sjniar), tra cui l’Arabia Saudita. “(Vedi il grafico dal rapporto di West Point, pagina 9) (3)
Ma dal momento che i fascicoli del personale di Al Qaeda contengono la residenza o il paese natale dei combattenti stranieri in questione, possiamo determinare WestPointStudy-p9che il desiderio di recarsi in Iraq per uccidere gli americani non è distribuita uniformemente in tutta la Libia, ma è stato molto concentrato proprio in quelle zone intorno Bengasi, che sono oggi gli epicentri della rivolta contro il colonnello Gheddafi, che gli Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, e altri stanno così avidamente sostenendo.
Così Daya Gamage dell’ Asia Tribune ha commentato in un recente articolo sullo studio di West Point, “… in modo allarmante per i politici occidentali, la maggior parte dei combattenti è venuto dalla Libia orientale, il centro della rivolta in corso contro Muammar el-Gheddafi.
La città libica orientale di Derna ha inviato più combattenti in Iraq rispetto a qualsiasi altra città o paese unico, secondo il rapporto di West Point. Ha rilevato che 52 militanti sono venuti in Iraq da Derna, una città di appena 80.000 persone (la seconda più grande fonte di combattenti era Riyadh, in Arabia Saudita, che ha una popolazione di oltre 4 milioni).
Bengasi, la capitale del governo provvisorio della Libia dichiarata dai ribelli anti-Gheddafi, ha inviato in 21 combattenti, di nuovo un numero del tutto sproporzionato. ” (4) La sconosciuta Darnah ha battuto la metropolitana  Riyadh di 52 combattenti a 51. La roccaforte di Gheddafi di Tripoli, al contrario, si mostra a malapena nelle statistiche. (Vedi la tabella dalla relazione di West Point, pagina 12)
Come si spiega questa straordinaria concentrazione di combattenti anti-americani a Bengasi e Derna? La risposta sembra legato alle scuole di estremismo politico-religioso fiorite in queste aree. Come la relazione di West Point fa notare: “Sia Derna e Bengasi sono state a lungo associate con la militanza islamica in Libia.”
Queste aree sono in conflitto teologico e tribale con il governo centrale del colonnello Gheddafi, oltre ad essere politicamente opposte a lui. Che un conflitto teologico del genere merita la morte di soldati americani ed europei è una questione che ha urgente bisogno di essere risolta.
Felter e Fishman osservazione che “La stragrande maggioranza dei combattenti libici che comprendeva la loro città natale nel fascicolo Sinjar risiedeva nel nord-est del paese, in particolare le città costiere di Derna 60,2% (52) e Bengasi 23,9% (21). Sia Derna e Bengasi sono stati a lungo associati con la militanza islamica in Libia, in particolare per una rivolta da parte di organizzazioni islamiste a metà degli anni 1990. Il governo libico ha accusato che la rivolta è stata causata da ‘infiltrati provenienti dal Sudan e l’Egitto’ e da un gruppo di combattenti  libici del Gruppo (Jama-ah al-libiyah al-muqatilah) –che ha veterani afghani nei suoi ranghi. Le rivolte libiche sono diventate straordinariamente violenta. ” (5)

Northeastern Libia: Massima densità dei kamikaze

Un’altra caratteristica notevole del contributo libico per la guerra contro le forze Usa in Iraq è la spiccata propensione dei libici nord-est di scegliere il ruolo di attentatore suicida come metodo preferito di lotta.
Come afferma lo studio West Point, “dei 112 libici nelle registrazioni, il 54,4% (61) lo ha elencato come il proprio ‘lavoro’. Completamente 85,2% (51) di questi combattenti libici erano elencati come “kamikaze”: era il loro compito in Iraq “. (6)
Ciò significa che i libici nordorientali erano molto più inclini a scegliere il ruolo del kamikaze di quelli provenienti da qualsiasi altro paese:”i  combattenti libici erano molto più probabili come attentatori suicidi che quelli altre nazionalità per essere incluso (85% per i libici, 56% per tutti gli altri). “ 7
Il gruppo anti-Gheddafi  ‘ Libyan Islamic Fighting’ (LIFG) si fonde con al Qaeda nel 2007
La base istituzionale specifica per il reclutamento di guerriglieri nel nord-est della Libia è associata ad una organizzazione che in precedenza si chiamava il Gruppo combattente islamico libico (LIFG). Nel corso del 2007, il LIFG si è dichiarato un’affiliato ufficiale di al Qaeda, in seguito ha ssunto  il nome di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM).
Come risultato di questa fusione del 2007, un aumento del numero di guerriglieri è arrivato in Iraq dalla Libia. Secondo Felter e Fishman, “L’aumento vistoso di reclute libiche in viaggio verso l’Iraq può essere collegato al  rapporto sempre più cooperativo dell’ LIFG con al-Qaeda, che culminò nell’ufficiale adesione del Gruppo combattente islamico libico (LIFG) con al-Qaeda il 3 novembre 2007.. ” (8)Questa fusione è confermata da altre fonti: un comunicato del 2008 attribuito a Ayman al-Zawahiri ha affermato che il Gruppo combattente islamico libico è unito al Qaeda ( al Jazeera ).

 Il ruolo chiave di Bengasi, Derna a al Qaeda nell’Emirato terrorista.

Lo studio West Point rende chiaro che i principali baluardi del LIFG e del tardo AQIM sono state le città gemelle di Bengasi e Derna. Questo è documentato in una dichiarazione da Abu Layth al-Libi, il sedicente “emiro” del LIFG, che in seguito divenne un alto funzionario di al Qaeda. Al momento della fusione del 2007, “Abu Layth al-Libi, Emiro del LIFG, ha rinforzato l’importanza di Bengasi e Derna agli occhi dei  jihadisti libici con il suo annuncio che LIFG si è unito con al-Qaeda, dicendo:

‘E’ con la grazia di Dio che abbiamo sollevato la bandiera della jihad contro questo regime apostata sotto la guida del Gruppo combattente islamico libico, che ha sacrificato l’elite dei suoi figli e dei comandanti nella lotta contro questo regime il cui sangue è stato versato sulle montagne di Derna, per le strade di Bengasi, la periferia di Tripoli, il deserto di Sabha, e la sabbia del mare ‘ ” (9).

Questa fusione avvenuta nel 2007 ha fatto sì che le reclute libiche di Al Qaeda sono diventate una parte sempre più importante dell’attività di questa organizzazione nel suo complesso, spostando in una certa misura  il centro di gravità lontano dai sauditi e gli egiziani che è stato in precedenza più cospicuo. Come Felter e Fishman hanno commentato, le “fazioni libiche (in primo luogo il Gruppo combattente islamico libico) sono sempre più importanti  dentro al-Qaeda. I ‘Sinjar Records’ offrono qualche evidenza che la presenza libica è cominciata ad aumentare in Iraq più sensibilmente  a partire da maggio 2007. La maggior parte delle reclute libiche provenivano da città a nord-est della Libia, una zona nota da tempo per la militanza ‘jihadista-linked’. ” 11
Lo studio West Point dicembre del 2007 conclude formulando alcune opzioni politiche per il governo degli Stati Uniti. Un approccio, gli autori suggeriscono, sarebbe per gli Stati membri di cooperare con i governi arabi esistenti contro i terroristi.
Come scrivono Felter e Fishman,

“I governi di Siria e Libia condividono le preoccupazioni degli Stati Uniti ‘circa la violenta ideologia salafita-jihadista e la violenza perpetrata dai suoi aderenti. Questi governi, come altri in Medio Oriente, hanno paura della violenza all’interno dei propri confini e preferiscono che gli elementi più radicali vadano in Iraq, piuttosto che causino disordini in Libia. Gli sforzi degli Stati Uniti e della Coalizione per arginare il flusso di combattenti in Iraq  sarà rafforzata se si rivolgono contro l’intera catena logistica in grado di supportare il movimento di questi individui-inizio nei loro paesi d’origine – e non solo contro i punti di ingresso siriani. Per arginare il flusso dei combattenti in Iraq, gli Stati Uniti dovrebbero aumentare la cooperazione con i governi dei paesi di partenza affrontando le loro preoccupazioni per la violenza jihadista domestica. ” 12

Dato il corso degli eventi successivi, possiamo concludere con certezza che questa opzione non era quella selezionata, né negli anni di chiusura  dell’amministrazione Bush né durante la prima metà dell’ amministrazione Obama.
Lo studio West Point offre anche un altra, prospettiva più sinistra. Felter e Fishman suggeriscono che potrebbe essere possibile utilizzare gli ex componenti LIFG di Al Qaeda contro il governo del colonnello Gheddafi in Libia, in sostanza la creazione di un’alleanza de facto tra gli Stati Uniti e un segmento dell’organizzazione terroristica.
Il rapporto fa notare: “l’unificazione Islamica del Gruppo combattente libico con al-Qaeda e la sua apparente decisione di dare priorità nel fornire supporto logistico per lo Stato Islamico dell’Iraq è probabile anche se  controverso all’interno dell’organizzazione.
E ‘probabile che alcune fazioni LIFG ancora vogliano dare priorità alla lotta contro il regime libico, piuttosto che alla lotta in Iraq. Potrebbe essere possibile aggravare scismi all’interno LIFG, e tra i leader del LIFG e la tradizionale alimentazione dalla base egiziana e saudita di al-Qaeda “. 13 Ciò suggerisce la politica degli Stati Uniti che vediamo oggi, quella di allearsi con le forze fanatiche oscurantiste e reazionarie di al Qaeda in Libia contro il nasseriano modernizzatore Gheddafi.

Armare i ribelli: l’esperienza dell’Afghanistan

Guardando indietro alla tragica esperienza degli sforzi degli Stati Uniti per incitare la popolazione dell’Afghanistan contro l’occupazione sovietica negli anni dopo il 1979, dovrebbe essere chiaro che la politica della Casa Bianca di Reagan di armare i mujaheddin afghani con missili Stinger e altre armi moderne, torni per essere altamente distruttiva per gli Stati Uniti. Come il segretario alla Difesa Robert Gates corrente si è avvicinato ad ammettere nelle sue memorie, Al Qaeda è stato creato in quegli anni dagli Stati Uniti come una forma di Legione Araba contro la presenza sovietica, con risultati a lungo termine che sono stati fortemente lamentati.
Oggi, è chiaro che gli Stati Uniti stanno fornendo armi moderne per i ribelli libici attraverso l’Arabia Saudita e attraverso il confine egiziano con l’assistenza attiva dell’esercito egizianano e della Giunta militare pro-USA egiziana appena installata. 14Questa è una diretta violazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 1973, che prevede un embargo completo sulle armi alla Libia. Il presupposto è che queste armi saranno usate contro Gheddafi nelle prossime settimane. Ma, data la natura violentemente anti-americana della popolazione del nord-est della Libia, che ora viene armata, non vi è alcuna certezza che queste armi non saranno presto attivate ​​nei confronti di coloro che le hanno fornite.
Un problema più ampio è rappresentato dal comportamento del futuro governo libico dominato dal consiglio dei ribelli corrente con la sua attuale grande maggioranza di islamisti del nord-est, o di un governo simile di un futuro stato Cirenaico. Nella misura in cui tali regimi avranno accesso ai proventi del petrolio, porranno  evidenti problemi di sicurezza internazionale. Gamage si chiede: “Se la ribellione riesce a rovesciare il regime di Gheddafi si avrà accesso diretto alle decine di miliardi di dollari che Gheddafi si crede abbia depositato in conti all’estero durante il suo governo di 4 decenni”. 15 Data la mentalità libica dell’est , possiamo immaginare come tali soldi potrebbero essere utilizzati.

Chi è al Qaeda e perché la CIA l’ha usata

Al Qaeda non è un’organizzazione centralizzata, ma piuttosto un insieme di fanatici, psicopatici, disadattati, doppi agenti, provocatori, mercenari, e altri elementi. Come notato, Al Qaeda è stata fondata dagli Stati Uniti e dagli inglesi durante la lotta contro i sovietici in Afghanistan. Molti dei suoi leader, come il secondo in comando di fama mondiale Ayman Zawahiri e l’astro nascente corrente Anwar Awlaki, sono evidentemente doppi agenti del MI-6 e / o della CIA.
La struttura di Al Qaeda si basa sulla convinzione che tutti i governi arabi e musulmani esistenti sono illegittimi e devono essere distrutti, perché non rappresentano il califfato, che Al Qaeda afferma, è descritto dal Corano. Ciò significa che l’ideologia di Al Qaeda offre un modo pronto e facile per le agenzie di intelligence segrete anglo-americane per attaccare e destabilizzare i governi arabo e musulmani esistenti come parte della necessità incessante di imperialismo e di colonialismo teso a saccheggiare e attaccare le nazioni in via di sviluppo. Questo è esattamente ciò che sta facendo in Libia oggi.
Al Qaeda è emerso dal contesto culturale e politico della Fratellanza musulmana o Ikhwan , essa stessa una creazione dei servizi segreti britannici in Egitto alla fine del 1920. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna ha usato Fratelli Musulmani egiziani per opporsi alle politiche anti-imperialiste del presidente egiziano Nasser, che ha conseguito immensi vantaggi per il suo paese con la nazionalizzazione del Canale di Suez e la costruzione della diga di Assuan, senza le quali il moderno Egitto sarebbe semplicemente impensabile . La Fratellanza Musulmana ha fornito una quinta colonna attiva e capace di mobilitare agenti stranieri contro Nasser, nello stesso modo che il sito ufficiale di Al Qaeda nel Maghreb islamico è strombazza il suo sostegno alla ribellione contro il colonnello Gheddafi.
Ho discusso la natura di Al Qaeda ad una certa lunghezza nel mio recente libro dal titolo ‘9/11 sintetic terrorism: Made in USA’ , ma  l’analisi non può essere ripetuta qui. E ‘sufficiente dire che non abbiamo bisogno di credere in tutto il fantastico della mitologia, che il governo degli Stati Uniti ha tessuto intorno al nome di Al Qaeda al fine di riconoscere il fatto fondamentale che i militanti o capri espiatori che spontaneamente si uniscono al Qaeda sono spesso sinceramente motivati da un profondo odio per gli Stati Uniti e un ardente desiderio di uccidere gli americani, così come gli europei.
La politica dell’amministrazione Bush ha usato la presunta presenza di Al Qaeda come pretesto per attacchi militari diretti in Afghanistan e in Iraq. L’amministrazione Obama ora sta facendo qualcosa di diverso, intervenendo sul lato di una ribellione in cui Al Qaeda e dei suoi co-pensatori sono molto rappresentati mentre attacca il governo autoritario secolare del colonnello Gheddafi. Entrambe queste politiche sono in bancarotta e devono essere abbandonate.

I leader ribelli Jalil e Younis, più la maggior parte dei ribelli sono membri di al Qaeda o legati alla tribù Harabi.

Il risultato della presente indagine è che la filiale libica di Al Qaeda rappresenta un continuum con il Gruppo combattente islamico libico centrato in Derna e Bengasi. La base etnica del gruppo combattente islamico libico è apparentemente da trovare nel campo anti-Gheddafi della tribù Harabi, la tribù che costituisce la stragrande maggioranza del Consiglio dei ribelli tra cui i due leader ribelli dominanti, Abdul Fatah Younis e Mustafa Abdul Jalil.
L’evidenza suggerisce in tal modo che il Gruppo combattente islamico libico, l’elite della tribù Harabi, e il consiglio dei ribelli supportato da Obama tutto si sovrappongono a tutti gli effetti. Come alla fine del Ministro degli Esteri della Guyana Fred Wills, un vero combattente contro l’imperialismo e il neocolonialismo, mi ha insegnato molti anni fa, le formazioni politiche nei paesi in via di sviluppo (e non solo lì) sono spesso una maschera per le rivalità etniche e religiose; così è in Libia. La ribellione contro Gheddafi è una miscela tossica composta da odio fanatico contro Gheddafi, l’islamismo, il tribalismo, e il localismo. Da questo punto di vista, Obama ha stupidamente scelto di schierarsi in una guerra tribale.
Quando Hillary Clinton è andata a Parigi per essere introdotta ai ribelli libici dal presidente francese Sarkozy, ha incontrato il leader dell’opposizione libica appoggiato dagli USA, Mahmoud Jibril, già noto ai lettori di Wikileaks. 16
Mentre Jibril potrebbe essere considerato presentabile a Parigi, i veri capi dell’insurrezione libica sembrano essere Jalil e Younis, entrambi ex ministri sotto Gheddafi. Jalil sembra essere il primus inter pares , almeno per il momento: “Mustafa Abdul Jalil o Abdul-Jalil (arabo: مصطفى عبد الجليل, anche trascritto Abdul-Jelil, Abd-al-Jalil, Abdel-Jalil o Abdeljalil, e spesso ma erroneamente come Abud al Jeleil) (nato nel 1952) è un politico libico. E ‘stato il ministro della Giustizia (non ufficialmente, il Segretario del Comitato generale del popolo) sotto il colonnello Muammar al-Gheddafi …. Abdul Jalil è stato identificato come il presidente del Consiglio nazionale di transizione con sede a Bengasi … anche se questa posizione è contestata da altri in rivolta a causa delle sue connessioni passate con il regime di Gheddafi. ” 17
Per quanto riguarda Younis, è stato strettamente associato con Gheddafi da quando la 1968-9 ha preso del potere: “Abdul Fatah Younis (in arabo: عبد الفتاح يونس) è un alto ufficiale militare in Libia. Ha tenuto il grado di generale e la carica di ministro degli Interni, ma si dimise data 22 febbraio 2011 …. ” 18
Quello che dovrebbe interessare di più a noi è che sia Jalil e Younis provengono dalla tribù Haribi, quella dominante nel nord-est della Libia, e quella tribù che si sovrappone con al Qaeda. Secondo Stratfor, la “… Harabi tribù è una potente tribù storicamente ‘ombrello’ (di al Qaeda ndr) situata nella parte orientale della Libia che ha visto il suo declino sotto l’influenza del colonnello Gheddafi.
Il leader libico ha confiscato distese di terreni dei soci tribali e ridistribuito a tribù più deboli e più fedeli …. Molti dei leader che stanno emergendo nella parte orientale della Libia dalla tribù Harabi, tra cui il capo del governo provvisorio istituito a Bengasi, Abdel Mustafa Jalil, e Abdel Fatah Younis, che hanno assunto un ruolo fondamentale di leadership sui militari , hanno disertato i ranghi nelle prime fasi del rivolta. ” 19 Questo è come un biglietto presidenziale in cui entrambi i candidati sono dello stesso stato, tranne che le feroci rivalità tribali della Libia rendono il problema infinitamente peggiore di come si rappresenta.

Il Consiglio dei Ribelli: La metà dei nomi sono tenuti segreti; Perché?

Questa immagine di una base tribale , settaria e strettamente regionale, non migliora quando si guarda al consiglio dei ribelli nel suo complesso. Secondo una versione recente, il consiglio dei ribelli è “presieduto dall’ex ministro della giustizia libico, Mustafa Abdul Jalil, [e] si compone di 31 membri, apparentemente rappresentanti provenienti da tutta la Libia, molti dei quali non possono essere nominati per” motivi di sicurezza”…. “Gli attori chiave del Consiglio, almeno quelli che conosciamo apartengono tutti alla confederazione nord-orientale delle tribù Harabi. Queste tribù hanno forti affiliazioni con Bengasi che risalgono a prima della rivoluzione del 1969 che hanno portato Gheddafi al potere “. 20
Altre considerazioni sul resto dei rappresentanti:” Il Consiglio ha 31 membri; l’ identità dei diversi membri, non è stata resa pubblica per proteggere la propria sicurezza. ” 21 Dato ciò che sappiamo circa la straordinaria densità di LIFG e tutti i fanatici di Qaeda nel nord-est della Libia, siamo autorizzati ad interrogarci  se così tanti membri del consiglio vengono tenuti segreti al fine di proteggerli da Gheddafi, o se l’obiettivo è quello di impedire loro di essere riconosciuto in Occidente come terroristi di al Qaeda o simpatizzanti. Quest’ultima ipotesi sembra essere la sintesi più precisa del reale stato delle cose.
I nomi rilasciati finora includono: Mustafa Abduljaleel; Ashour Hamed Bourashed della città di Darna; Othman Suleiman El-Megyrahi dell’area Batnan; Al Butnan del confine Egitto e Tobruk; Ahmed Al-Abduraba Abaar della città di Bengasi; Fathi Mohamed Baja della città di Bengasi; Abdelhafed Abdelkader Ghoga della città di Bengasi; Mr. Omar al-Hariri per gli affari militari; e il dottor Mahmoud Jibril, Ibrahim El-Werfali e il dottor Ali Aziz Al-Eisawi per gli affari esteri.22
Il Dipartimento di Stato ha bisogno di domandarsi su questi dati, a partire magari da Ashour Hamed Bourashed, il delegato terrorista della roccaforte di Derna.

Riferimenti:
1 Joseph Felter e Brian Fishman, “Fighter Esteri di Al Qaeda in Iraq: un primo sguardo i record Sinjar,” (West Point, NY: Progetto Armonia, Combating Terrorism Center, Dipartimento di Scienze Sociali, US Military Academy, Dicembre 2007 ). Citato come West Point Studio.
2 Joseph Felter e Brian Fishman, “Fighter Esteri di Al Qaeda in Iraq: un primo sguardo i record Sinjar,” (West Point, NY: Progetto Armonia, Combating Terrorism Center, Dipartimento di Scienze Sociali, US Military Academy, Dicembre 2007 ). Citato come West Point Studio.
3 West Point Studio, pp. 8-9.
4 Daya Gamage, “ribellione libica ha radicale fervore islamista: Bengasi link alla militanza islamica, Documento militare ci rivela,” Asian Tribune , il 17 marzo 2011, at http://www.asiantribune.com/news/2011/03/17/libyan-rebellion-has-radical-islamist-fervor-benghazi-link-islamic-militancyus-milit
5 West Point Studio, p. 12.
6 West Point Studio, p. 19.
7 West Point Studio, p. 27.
8 West Point Studio, p. 9.
9 http://english.aljazeera.net/news/africa/2008/04/200861502740131239.html ; http://www.adnkronos.com/AKI/English/Security/?id=1.0.2055009989 ;
10 West Point Studio, p. 12.
11 West Point Studio, p. 27.
12 West Point Studio, p. 29.
13 West Point Studio, p. 28.
14 Vedere “Egitto disse braccio Ribelli Libia, Wall Street Journal , il 17 marzo 2011, a http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704360404576206992835270906.html ; si veda anche Robert Fisk, “piano segreto americano per armare i ribelli libici,” Independent , Mach 7, 2011,
15 Cramer.
16 http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-12741414
17 http://en.wikipedia.org/wiki/Mustafa_Abdul_Jalil
18 http://en.wikipedia.org/wiki/Mustafa_Abdul_Jalil
19 Stratfor, “della Libia Tribal Dyanmics, 25 febbraio 2011, disponibile all’indirizzo http://redstomp.org/forums/showthread.php?1109-Libya-s-Tribal-Dyanmics
20 Venetia Rainey: “Chi sono i ribelli che si battono per la protezione,” The First Post , http://www.thefirstpost.co.uk/76660,news-comment,news-politics,who-are-the-rebels-we-are-fighting-to-protect#ixzz1HMRIrUP9
21 http://en.wikipedia.org/wiki/National_Transitional_Council
22 Dichiarazione del “Transizione Consiglio Nazionale,” Bengasi, il 5 marzo 2011 alle http://www.libyanmission-un.org/tnc.pdf ; http://en.wikipedia.org/wiki/National_Transitional_Council

Preso da: http://www.vietatoparlare.it/il-sostegno-occidentale-ai-ribelli-in-libia-e-stato-un-appoggio-diretto-e-deliberato-ad-al-qaeda/

Libia: Vera storia della jihadista Hillary Clinton, mezzana del caos.

9 marzo 2016

Da qualche settimana il Washington Post e il New York Times stanno conducendo con grandi mezzi una sottile operazione: scagionare Hillary Clinton, allora segretaria di Stato, di quel che ha fatto in Libia. Hillary è la candidata preferita dell’Establishment, specie ora che si deve assolutamente evitare che alla Casa Bianca vada Trump.   Se le cose sono andate così male e la Libia è oggi uno stato fallito, è colpa di una serie di fortuite e sfortunate circostanze; lei, la Cltinon, ha deciso l’intervento per proteggere i civili libici dalla strage che stava compiendo il loro dittatore.
Per fortuna s’è formata in Usa un gruppo civico di base, la Citizen Commission on Benghazi (CCB). Lo scopo di questi cittadini: stabilire la verità su quanto accadde a Bengasi l’11 settembre 2012, quando fu attaccata la sede distaccata dell’ambasciata americana e i terroristi massacrarono l’ambasciatore Chris Stevens e tre difensori, Marines. La loro indagine (cito) “ha dimostrato che Gheddafi era un nostro alleato di fatto nella guerra al terrorismo islamico…e come l’amministrazione Obama e Hillary Clinton decisero di sostenere  ribelli legati ad Al Qaeda, invece che tenere negoziati di tregua con Gheddafi,  ciò che avrebbe portato alla sua abdicazione e alla transizione pacifica del potere”.

Sotto, i morti di Bengasi
Sotto, i morti di Bengasi

Fu il figlio del Leader, Saif, a cercare contatti con gli occidentali dopo che questi avevano ottenuto dall’Onu il mandato per l’intervento militare (17 marzo 2011) col pretesto che Gheddafi “stava massacrando il suo stesso popolo” (la guerriglia scatenata dagli islamisti era in corso). I “cittadini per Bengasi” hanno raccolto nel 2014 la testimonianza giurata del vice ammiraglio Chuck Kubik, che in quei giorni mise in contatto i rappresentanti di Gheddafi con il generale Carter Ham, il capo dell’AFRICOM (il comando supremo Usa in Africa). Kubik ha testimoniato: noi americani chiedemmo agli emissari una prova per dimostrare che chi li mandava era il loro capo: per esempio, ritirare le truppe alla periferia di Bengasi. Poche ore dopo, vedemmo che le truppe si ritiravano da Bengasi e da Misurata; fu concordata una tregua di 72 ore. Era l’inizio di una trattativa, e la controparte dimostrava la sua serietà. Gheddafi offriva d dimettersi. Gli alti ufficiali Usa si approntavano a trattare. “E allora ci è arrivata quella telefonata; l’idea fu silurata sopra la testa dell’AFRICOM”. Obama e la sua segretaria di stato Hillary volevano non solo rovesciare Gheddafi, ma erano ben consci che stavano dando il potere a terroristi di Al Qaeda. Il Katar e gli Emirati Arabi stavano spedendo armamento pesante ai ‘ribelli’ islamisti “sotto la protezione e supervisione Usa e NATO”: questo si deduce da un’altra testimonianza giurata raccolta dall’organizzazione civica CCB , la ex dirigente della CIA Clare Lopez. Gheddafi, racconta la Lopez, “collaborava da anni a tener sotto Al Qaeda nel Maghreb Islamico. Nelle sue prigioni c’erano i jihadisti di AL Qaeda”. Il governo del dittatore era riuscito anche a intercettare parte delle forniture di armamenti che Katar e Emirati mandavano ai wahabiti libici. Enormi forniture, come ha raccontato la Lopez, evocando “una visita a Tripoli dei delegati (degli Emirati)”, dove questi “scoprirono che metà del carico di armamenti del valore di un miliardo di dollari (!) che avevano pagato per i ribelli,   era stato deviato da Mustafa Abdul Jalil, i capo dei Fratelli Musulmani nel Comitato di Transizione Nazionale Libico, che l’aveva venduto a Gheddafi”: uno squarcio illuminante sul livello patriottico del personaggio, ma anche dei doppi e tripli giochi che avvenivano in quel vero nido di vipere e scorpioni che risulta essere il Comitato di Transizione, da cui – secondo la narrativa – era la opposizione moderata anti-Gheddafi,   che preparava l’instaurazione della demokràtia. Tant’è vero che Jalil, il suddetto rappresentante del Brothers, organizzò l’assassinio del general maggiore Abdel Fatah Younis, ex ministro dell’interno di Gheddafi passato all’opposizione, perché aveva scoperto che metà delle armi passavano nelle mani di Gheddafi; e incaricò dell’assassinio Mohamed Abu Khattala: il personaggio che, secondo gli americani, ha guidato l’assalto alla sede diplomatica quell’altro fatale 11 Settembre (2012) in cui i suoi uomini hanno ucciso (e sodomizzato da morto) l’ambasciatore.
Per questo motivo gli americani hanno catturato Abu Khattala e lo tengono prigioniero, senza precisa accusa, fuori dalla circolazione. Personaggi istruttivo, Abu Khattala era stato liberato dalle galere di Gheddafi nei primi giorni della “primavera libica”pagata dal Katar su supervisione NATO; aveva formato una sua milizia islamista chiamandola dal nome di uno dei compagni del Profeta “ Obeida Ibn Al Jarra” (una ventina di individui), ovviamente intruppandosi con Ansar Al Sharia (alias AL Qaeda) e il Comitato Supremo di Sicurezza,   che – sotto lo stentoreo nome – era l’apparato di sicurezza rivoluzionario creato dallo Stesso Comitato di Transizione Nazionale per propria autodifesa, nel vuoto i potere determinato dalla caduta di Gheddafi. Criminalità comune, qaedismo, buoi affari sporchi, islamismo e affarismo uniti nella lotta, Fratelli Musulmani che stanno con Al Qaeda ma la tradiscono per denaro, eccetera. Il New York Times ha dipinto una Clinton costretta a armare jihadisti perché “sempre più preoccupata che il KAtar stava fornendo armi soltanto e certe fazioni di ribelle, milizie di Misurata e brigate islamiste selezionate”. Insomma: ha davuto armare l’ISIS perché il Katar, disubbidiente come sempre ai voleri americani, armava Al Qaeda.

Abu Khattala
Abu Khattala

In realtà il giudice Andrew Napolitano, dopo inchiesta, ritiene che quelle armi che il Katar spediva ai suoi ribelli preferiti in Libia, erano armi che gli Usa avevano venduto al Katar, su specifico mandato di Hillary Clinton, la quale al proposito ha mentito sotto giuramento durante l’audizione al Senato sulla tragedia dell’ambasciatore inLibia.   Le armi erano lanciarazzi kalashnikov, missili a spalla dell’Est Europa, e delle spedizioni si occupavano ditte Usa, autorizzate legalmente al traffico di armamenti, che non hanno mai fatto mistero di   lavorare coi sevizi e il Dipartimento di Stato. Le autorizzazioni rilasciate a queste ditte dal Dipartimento di Stato sono aumentate vistosamente mentre sulla poltrona sedeva la Clinton: “Oltre 86 mila licenze per il valore di 44,3 miliardi di dollari sono state concesse nel 2011 – un aumento di oltre 10 miliardi di dollari rispetto all’anno prima”.
Uno di questi commercianti, Marc Turi, ha aggiunto: “Quando il materiale atterrava in Libia, metà andava da una parte, metà dall’altra:   questa metà è quella che è ricomparsa in Siria”: In Mano al Califfato. Risultato, Marc Turi è stato arrestato per traffico d’armi.
http://www.foxnews.com/opinion/2015/10/29/cannot-allow-hillary-clinton-midwife-to-chaos-and-public-liar-to-be-our-next-president.print.html
Turi ha detto: “Obama ha incriminato me per proteggere Hillary”. Chissà perché se l’è messo in testa.
Come tocco finale, c’è da ricordare che quell’11 Settembre, quando i comandi americani potevano intervenire rapidamente da Sigonella per salvare l’ambasciatore e i Marines che lo stavano difendendo – per radio udivano le loro richieste disperate di aiuto – qualcuno ordinò ai militari di non far nulla, to stand down: i servitori dello Stato erano diventati testimoni di un mercato losco diventato un disastro criminale, su cui era meglio tacessero per sempre.
Questa è la Libia dove adesso Obama vuole che mandiamo cinquemila italiani. Così ha ridotta lui e la sua segretaria di Stato, che adesso po’ andare alla Casa Bianca.  Il giudice Napolitano: “Non possiamo permettere che Hillary Clinton, questa mezzana del caos e pubblica mentitrice, sia il prossimo presidente”.
http://www.foxnews.com/opinion/2015/10/29/cannot-allow-hillary-clinton-midwife-to-chaos-and-public-liar-to-be-our-next-president.print.html
Per fortuna noi qui abbiamo il Corriere della Sera, a scriverci sopra abbiamo il columnist principe, Angelo Panebianco, che titola: “All’Europa conviene Hillary” alla Casa Bianca. Perché – spiega l’alto analista – la vittoria di Trump “sarebbe positiva per Vladimir Putin e i suoi amici” europei, mentre “Hillary Clinton promette una continuità con il passato che sarebbe seppellito, se vincesse Trump”.
La continuità con questo passato è quel che vuole Panebianco e chi gli suggerisce.
E anche da noi è cominciata la campagna di mostrificazione di Donald. Con una strana aggiunta: improvvisamente, grandi media, Confindustria ed ebrei vari attaccano Renzi con gli stessi toni con cui attaccano Trump. Perché non vuole è cascato nella trappola.

Fonte: http://ww.maurizioblondet.it

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2016/03/09/libia-vera-storia-della-jihadista-hillary-clinton-mezzana-del-caos/

La Guerra in Libia è una Operazione CIA Studiata già 30 Anni Fa

sabato 3 settembre 2011

La Guerra in Libia è una Operazione CIA Studiata già 30 Anni Fa? Chi Sono i Ribelli?

La campagna di disinformazione è iniziata in febbraio, come risaputo sono state dette molte falsità al pubblico, sia per quanto riguarda la natura della rivolta sia per quanto riguarda la reazione del governo libico ad essa. Mentre i carri solcavano le strade libiche, e i jet volavano nei cieli la battaglia si faceva più dura e i mercenari di Al Qaeda mossero guerra contro l’esercito libico, i media corporativi in tandem con gli stati membri della NATO si preparavano ad intervenire, ritraendo una rivolta costituita da attivisti pacifici che venivano crivellati dai colpi delle mitragliatrici e bombardati dagli aerei. Ci sono ora le prove che confermano che tali atrocità non sono mai avvenute, ma l’Onu citando questa disinformazione ha autorizzato l’intervento della NATO.


La natura stessa dei ribelli Bengasi è stata presentata in maniera ingannevole al pubblico. In realtà, erano una miscellanea di estremisti e mercenari, molti dei quali avevano combattuto di recente in Iraq e in Afghanistan contro le forze Usa. Questi mercenari, pagati dalla CIA e dall’MI6 negli ultimi 30 anni (vedi linea del tempo), vengono raffigurati come “una forza politica indigena” di opposizione al governo libico. Recentemente è stato rivelato che il comandante dei ribelli che hanno tentato la conquista di Tripoli altro non è che Abdelhakim Belhadj, una pedina di Al Qaeda che venne precedentemente catturato in Malesia, torturato dalla Cia a Bangkok, in Thailandia nel 2003, prima di saltar fuori di nuovo in Libia dove sta ora combattendo per conto della NATO.

Un’altra via in cui è stata propagata disinformazione è stato il tentativo di rappresentare Gheddafi come un pazzo vagabondo che, nonostante la denigrazione, si rivelò essere uno dei pochi capi di stato “sinceri” sul conflitto che assediava la sua nazione. Dalle sue prime dichiarazioni sul fatto che la rivolta fosse fomentata dall’esterno e che fosse coinvolta Al Qaeda, alle affermazioni ormai certe del fatto che la ribellione servisse per inaugurare una nuova occupazione straniera assieme alla depredazione delle risorse della Libia, aveva colto nel segno.

Quello a cui stiamo assistendo in Libia è una di aggressione orchestrata da finanziatori/capi corporativi per i loro interessi. Hanno cospirato apertamente sul fatto di effettuare una campagna di conquista militare ed economica in tutto il Medio Oriente (e oltre), includendo il Nord Africa e specificamente anche la Libia. Dal discorso di Wesley Clark nel 2007, all’articolo del Newsweek del 1981, ci sono state consegnate delle confessioni firmate sul fatto che sono i “nostri” governi i veri nemici da cui l’umanità si deve liberare, mascherano la loro agenda con la sottile patina della giustificazione morale. Ancora una volta, dobbiamo impegnarci ad individuare i veri interessi che hanno messo in moto questo conflitto, guardando dietro i leader militari e politici meri esecutori della “politica internazionale”. (Fonte)



Chi sono i ribelli libici?


Intervista (di Ami Goodman per Democracy Now) a Gilbert Achcar, professore alla Scuola di Studi orientali e africani a Londra, autore di molti libri, il più recente si intitola:  “Gli Arabi e l’Olocausto”. 



Amy Goodman –   Benvenuto a Democracy Now, Professor Achcar.Può dirci che cosa succede oggi in Libia?

Gilbert Achcar – Salve, Amy . E’ un piacere parlare con lei. Quello che avviene in Libia è  quello che lei ha descritto. Non ne so molto di più. Fondamentalmente la battaglia continuerà fino a quando non cattureranno  Gheddafi e sottometteranno le rimanenti città che sono a favore di Gheddafi o dominate dalle forze pro-Gheddafi. Per quanto sappiamo dai notiziari, si stanno svolgendo intensi negoziati con la gente di queste città perché si faccia tutto pacificamente; un portavoce ha anche parlato dei ribelli che stanno prendendo il controllo di Sirte, questo si vedrà in seguito.

Amy Goodman – Il pezzo che lei ha scritto si intitola: La cospirazione della NATO contro la rivoluzione libica. Ci spieghi.

Gilbert Achcar – Naturalmente cospirazione è tra virgolette perché cito delle persone che la chiamano cospirazione, ma il punto è che non è una cospirazione. E’ uno schema molto chiaro che si è sviluppato fin dall’intervento della NATO e da quando si è capito che sarebbe stato un intervento  con una prospettiva più lunga, che gli schemi erano in effetti costruiti perché la guerra continuasse, in un certo senso, per non far precipitare la conclusione, e allo stesso tempo tentando di arrivare a una specie di accordo tra il regime di Gheddafi e i ribelli. La situazione fino all’ultimo periodo è stata questa.

 Fino a poche settimane fa la squadra della NATO guidata dal Regno Unito che aveva  preparato un progetto per la Libia, stava  insistendo – sapete che hanno una specie di ossessione per l’esempio dell’Iraq quando l’amministrazione Bush ha smantellato lo stato Baathista di  Saddam Hussein quando gli Stati Uniti  invase il paese. Di solito le fonti occidentali attribuiscono il disastro in cui l’invasione dell’Iraq si è trasformata a questo atto iniziale e quindi l’ossessione della NATO è stata proprio di evitare che si ripetesse questo stesso tipo di situazione in Libia e di fare un patto tra i baroni tra del regime di Gheddafi e la ribellione.

Fino a pochi giorni fa il Financial Times in un suo editoriale diceva che i ribelli non dovevano attaccare Tripoli e il pretesto era che ci sarebbe stato un bagno di sangue. Fortunatamente non è accaduto e l’idea di non attaccare Tripoli e di cercare di fare un patto con Tripoli  c’è sempre stata e lo scoglio  che lo  ha impedito  è stata proprio  la testardaggine stessa di Gheddafi, perché non c’era modo che i ribelli accettassero un patto per mantenere Gheddafi in una posizione ufficiale di potere, e non c’era modo che egli accettasse di dimettersi..

Amy Goodman – Chi sono i ribelli, Gilbert Achcar?

Gilbert Achcar – Chi sono i ribelli? Questa è una domanda da un miliardo di dollari. Perfino nei circoli della NATO  si fanno la stessa domanda. Il fatto è che sappiamo che esiste il Consiglio Nazionale transitorio, ma anche riguardo a questo abbiamo informazioni limitate. Non ci sono notti tutti i suoi membri e si annunciano nuovi membri  in rappresentanza delle  restanti le aree, compresa Tripoli. Ci sono un misto di liberali, dei membri del regime precedente e figure tradizionali che rappresentano le componenti tribali e regionali del paese.

Quello che possiamo giudicare è il programma emesso dal CNT in termini di programma politico;  e quello che sappiamo sembra un piano democratico per una transizione democratica. Promettono di organizzare due turni di elezioni, uno per l’assemblea  costituente, che elaborerà  una bozza di costituzione, e un secondo uno basato sulla costituzione che eleggerà il governo. Promettono (sono molto scettico al riguardo), che tutti i membri del CNT non entreranno in questa arena elettorale per i due turni elettorali.  Si vedrà.

 Per quanto riguarda il programma economico che è rappresentato nel gabinetto attuale del CNT, si trovano persone che avevano già questo ruolo sotto Gheddafi per la supervisione di  riforme neo-liberali nel paese, quindi nulla di molto originale ci si deve aspettare al riguardo. Non è una rivoluzione socialista, nessuno  ha mai avuto alcuna illusione riguardo a questo.

Detto ciò, però, quando pensiamo ai ribelli come persone che  combattono, quando pensiamo come le masse che abbiamo visto domenica sera a Tripoli arrivare in gran numero a Piazza dei Martiri che  una volta si chiamava Piazza Verde, ebbene, allora si trova un panorama del tutto eterogeneo, direi che la grandissima maggioranza di queste persone  non hanno avuto un background politico in passato, comprese le persone armate, la maggior parte di loro, di chi sta dalla parte dei ribelli, prima erano dei civili. Non erano militari.  La maggior parte di queste persone dopo 42 anni di dittatura, senza una vera vita politica genuina nel paese, sono difficili da descrivere politicamente. Bisogna aspettare e vedere che cosa verrà fuori quando nel paese ci sarà una vera lotta politica, come quelle di cui siamo testimoni e che si svolgono in Egitto e in Tunisia, due paesi dove i dittatori sono stati spodestati.

Amy Goodman –  Come mai la NATO ha scelto di lavorare con questi gruppi di  ribelli, invece che con altri?

Gilbert Achcar – Non c’era molta scelta, quando molte nazioni del mondo riconoscono un CNT e sentite la gente che dice che: “Il Consiglio non è stato eletto”. Come poteva essere eletto? E’ una situazione di insurrezione e ci si arrangia con quello che si ha. Non pretendevano di restare per sempre nel paese. Dall’inizio si sono chiamati a interim o di transizione;  hanno detto che avrebbero organizzato le elezioni e avrebbero poi abbandonato la scena; hanno perfino detto che non tutti i membri del CNT si candideranno nei due turni elettorali, quindi non c’è nessuna alternativa in Libia alla al governo di Gheddafi tranne questo CNT.

Rimane da vedere che cosa accadrà dal punto di vista politico. In Egitto  Mubarak è stato destituito, ma chi ha preso il potere? I militari,e in effetti in quel senso ciò che accade ora in Libia è una trasformazione più radicale del regime in confronto a ciò che c’è in Egitto. In quel paese, infatti, a parte la punta dell’iceberg che è stata messa da parte, cioè Mubarak e i suoi compagni, l’esercito,  fondamentalmente, ha ancora il controllo ed è stato la spina dorsale  del regime fin dall’inizio, dagli anni ’50. Ora invece in Libia, sebbene ci siano membri del regime tra i ribelli, le strutture del regime,  cominciando dall’esercito, che con Gheddafi era piuttosto un gruppo  di milizie private e di guardia pretoriana, e che comprendeva anche i mercenari, tutto questo si sta sbriciolando, sta crollando; abbiamo visto come è crollato a Tripoli sebbene non sia ancora tutto finito.

Amy Goodman – Ieri Democracy Now ha parlato con Phiyllis Bennis, dell’Istituto per gli studi politici,   che ci ha detto che il controllo del petrolio libico  da parte delle potenze occidentali è stata una parte cruciale di questo conflitto.

Phyllis Bennis – “Non si tratta dell’accesso al petrolio; questo sarà sul mercato mondiale e ne sarà parte.  Si tratta del controllo, il controllo dei termini di quei  contratti. Riguarda il controllo di quantità che sono stati “gonfiate” in tempi diversi.      Riguarda il controllo dei prezzi. Riguarda il controllo di quella risorsa fondamentale”

Amy Goodman –  Parliamo di molte compagnie petrolifere diverse:  la francese Total, le compagnie statunitensi  Marathon Hess, ConocoPhillips., e molte altre. E’interessante che il governo dei ribelli libici abbia detto alla Reuters  in un’intervista che avrebbero onorato tutti i contratti concessi durante il periodo di Gheddafi, compresa quello con  compagnie cinesi. Gilbert Achcar, la sua risposta?

Gilbert Achcar – E’ assolutamente ovvio che il petrolio è stato un fattore chiave nell’intervento della NATO; se  la Libia non fosse stato un paese produttore di petrolio, non sarebbero intervenuti, è assolutamente ovvio. Il problema, ora, come lei ha appena detto, non è quello di avere accesso a un territorio che era al di là dell’accesso occidentale. Fondamentalmente tutti gli interessi occidentali sono stati rappresentati in Libia, tutte le più importanti compagnie petrolifere occidentali hanno fatto contratti con il regime libico e il CNT ora dice che onorerà questi contratti con tutte le nazioni. Questo fondamentalmente significa che  i guadagni, a questo livello,non possono essere enormi. Naturalmente, se ci saranno nuove concessioni e nuovi contratti, saranno privilegiati a fare affari, le nazioni che hanno appoggiato i ribelli dall’inizio,  come ha detto il CNT.

 Penso però che ci sia una cosa ancora più importante: il futuro mercato. C’è stata infatti grande distruzione, molte infrastrutture devono essere ricostruite, e naturalmente le compagnie occidentali, cominciando da quelle statunitensi,  britanniche e francesi, avranno grande interesse ad accedere a questo mercato. Naturalmente la NATO ha un incentivo, c’è una questione di interesse dietro questo intervento e niente altro.

Però tra questo e credere che la NATO ha ora il controllo della Libia c’è una grande differenza. Anche se consideriamo paesi come l’Iraq e l’Afghanistan dove ci sono truppe di terra della NATO – in Iraq la loro presenza è stata massiccia ed è durata molto tempo – non erano comunque in grado di controllare il paese. Come volete che faccia la NATO a controllare la Libia da lontano, senza truppe sul terreno? Ecco perché persone come Richard Haass, del Consiglio per le relazioni estere, chiedono a Washington di mandare truppe di terra; questa è una cosa che è stata risolutamente rifiutata dai ribelli di loro volontà;  essi chiedono copertura aerea, protezione aerea; sono stati categorici nel rifiutare qualsiasi forma di intervento operato da truppe di terra e sono ancora largamente su queste posizioni; proprio di recente hanno perfino  dichiarato ufficialmente che non permetteranno alla NATO di stabilire nessuna base nel paese e possiamo vedere molti segnali, come per esempio dire che non consegnerebbero  Gheddafi o i suoi figli alla Corte Penale Internazionale, ma che vorrebbero che fossero  processati in Libia; questo quindi  mostra le limitazione – qualsiasi cosa sostengano a Washington, a Londra o a Parigi della loro reale influenza sulla situazione libica; hanno avuto un’influenza e ne avranno ancora, anche se limitata,  finché le forze di Gheddafi saranno là e fino a quando continuerà la guerra, ma appena tutto questo svanirà, allora l’influenza che hanno diminuirà tantissimo.

Amy Goodman –  Molte grazie per essere stato con noi.