Di Anniversari, Ricorrenti menzogne e Unintended consequences

Dodici anni fa, il 20 marzo 2003, gli Stati Uniti – a capo di una coalizione di ossequienti  “volenterosi” e con il mandato delle ossequienti Nazioni Unite – iniziavano l’attacco all’Iraq per distruggere le “armi di distruzione di massa” di cui quel paese era dotato, bloccarne la politica di “appoggio al terrorismo islamico”, fargli dono della democrazia.
Nel giro di quaranta giorni Baghdad fu “liberata”, la statua del dittatore immancabilmente abbattuta. Di fronte ai soldati schierati sulla portaerei Lincoln, il presidente Bush poté trionfalmente dichiarare: “Missione compiuta”.

Busch missione compiuta

La campagna mediatica per “vendere” alla manipolabile opinione pubblica (americana e internazionale) l’inevitabilità di quella guerra preventiva, si era appoggiata su un documento prodotto dall’Intelligence nell’ottobre del 2002 che per ovvi motivi di sicurezza doveva rimanere secretato. A detta dei vertici dell’amministrazione, il documento dimostrava oltre ogni dubbio la grave minaccia costituita dall’Iraq per la sicurezza degli Stati Uniti e del mondo occidentale: i programmi di fabbricazione degli ordigni nucleari non erano stati abbandonati, gli arsenali di armi chimiche e biologiche non erano stati distrutti, l’appoggio attivo al terrorismo alqaidista non era stato interrotto.
Condoleeza Rice, di fronte all’insaziabile e continua richiesta di prove provate che gli ispettori ONU non riuscivano a trovare, affermò stizzita e con efficace metafora che gli Stati Uniti non potevano aspettare che la “pistola fumante” si trasformasse in un fungo atomico.

La CIA consegnò copia di quel documento al Comitato per la Sicurezza del Senato – che lo aveva reclamato in base al Freedom Information Act – una prima volta nel 2004, con 72 pagine completamente censurate su un totale di 93. In seguito il Comitato poté disporre di un testo più esaustivo, in base al quale nel settembre 2006 – a disastro avvenuto e Bush rieletto –  arrivò alla conclusione che Washington aveva “esagerato” la minaccia irachena e che il rapporto non confermava in alcun modo le accuse.
Il documento è stato definitivamente desecretato a fine gennaio di quest’anno.

Che i pretesti fossero inconsistenti  era già risultato palese fin dai primi mesi dell’occupazione, quando nonostante le accanite ricerche sul campo non era stata trovata alcuna traccia di armi chimico-batteriologiche o di impianti per la fabbricazione di ordigni nucleari. Tuttavia le conclusioni del Comitato erano importanti, o avrebbero dovuto esserlo, perché inchiodavano  i vertici della Casa Bianca alle loro reponsabilità: non erano stati indotti in errore da un rapporto sbagliato, ma ne avevano anzi deliberatamente falsificato le indicazioni per rafforzare la loro menzogna, di fatto mentendo due volte.Statua Saddam Hussein abbattuta

Migliaia di morti nella coalizione dei volenterosi, centinaia di migliaia fra gli iracheni, milioni di profughi, miliardi di dollari spesi e dodici anni più tardi le conseguenze dell’inganno sono ancora tutte da risolvere. La previsione del generale William Odom, secondo il quale l’invasione dell’Iraq si sarebbe rivelata “il più grande disastro strategico nella storia degli Stati Uniti”, si è puntualmente avverata. La rinascita irachena e il risveglio sunnita, su cui gli strateghi americani avevano contato per la normalizzazione del paese, non sono mai avvenuti. Al contrario, le violenze settarie scatenate con l’invasione hanno alimentato la crescita di al Qaida, da cui le ancora più radicali milizie dello Stato Islamico hanno origine.

In un mondo ideale, gli psicopatici che si sono resi colpevoli di un simile disastro sarebbero processati e condannati. Nel nostro mondo imperfetto, al contrario, pare che il loro sia un esempio da seguire.

Barack Obama ne prende le distanze, a parole, quando in una recente intervista ammette che l’ISIS è una derivazione di al Qaida, che a sua volta ha potuto crescere in Iraq grazie all’invasione americana. “È un esempio di conseguenze non intenzionali  [unintended consequences], dice. Ed è la ragione per cui, in linea di massima, dovremmo prendere la mira prima di sparare“.
Nei fatti adotta la stessa tattica (manipolazione della realtà e noncuranza delle conseguenze umanitarie) che ha caratterizzato il suo predecessore, dal quale diventa sempre più difficile distinguerlo, per imbarcarsi anch’egli in avventure di esito catastrofico per l’intera comunità mondiale.

Libia – il bagno di sangue evitato
È il caso della Libia, di cui ricorre in questi giorni il quarto anniversario dell’inizio dei bombardamenti aeronavali a opera della NATO (19 marzo 2011). John Pilger ricorda che l’assassinio di Gheddafi e la distruzione del suo paese fu giustificato dalla solita menzogna dell’intervento umanitario: il dittatore stava pianificando un genocidio contro il suo popolo. “Sapevamo – disse Obama – che se avessimo aspettato ancora un giorno Bengasi, una città grande come Charlotte, avrebbe patito un massacro che si sarebbe ripercosso sull’intera regione e avrebbe macchiato la coscienza del mondo”.avvoltoi libia
L’autorevole fonte di questa informazione era un portavoce delle forze ribelli, che stavano subendo pesanti rovesci e spingevano per l’intervento occidentale. In un’intervista alla Reuters costui dichiarò che ci sarebbe stato “un vero bagno di sangue, un massacro come quello accaduto in Rwanda” (14/03/2011). Questo fornì la giustificazione morale all’intervento umanitario della Nato: 9700 incursioni aeree, un terzo delle quali su obiettivi civili; l’uso di uranio impoverito; Misurata e Sirte bombardate a tappeto; migliaia di morti, il paese nel caos.
“Il bagno di sangue che lui  aveva promesso di infliggere alla città assediata di Bengasi è stato evitato”, affermò Obama un mese dopo. “Lui” sottintendeva Gheddafi, anche se il solo a parlare di bagno di sangue era stato il portavoce delle forze ribelli (molte delle quali, segretamente addestrate ed equipaggiate dai corpi speciali inglesi, sarebbero poi confluite nelle file dello Stato Islamico).
Il vero crimine di Gheddafi, ovviamente indicibile, era il suo progetto di una valuta africana comune, sostenuta da riserve in oro e greggio, che tramite una Banca continentale affrancasse il continente dall’egemonia finanziaria del petrodollaro. Garikai Chengu, membro del DuBois Institute for African Research Harvard University,  in un articolo su Global Research, sostiene che in agosto 2011 gli Stati Uniti confiscarono alla Banca centrale libica 30 miliardi di dollari che Gheddafi aveva destinato alla creazione di di un Fondo Monetario Africano.
L’obiettivo più verosimile delle potenze occidentali era dunque quello di sbarazzarsi di un leader recalcitrante alla soggezione politica ed economica, metterne uno più docile e acquisire il controllo delle risorse del sottosuolo libico. Ma detta così non suona bene.

Siria – la linea rossa
In agosto 2012 Obama tracciò la linea rossa che il presidente siriano Bashar al Assad non avrebbe mai dovuto superare, quella dell’uso di armi chimiche: una linea rossa che di nuovo si richiamava al potente topos dell’intervento umanitario, perfetta per preparare il successivo passo verso un confronto armato contro il regime siriano. Le accuse ad Assad di averla ripetutamente superata si sprecavano, e l’eccidio avvenuto alla periferia di Damasco nell’agosto 2013 sembrò segnare il punto di non ritorno. La confusione sul campo di battaglia avrebbe consigliato prudenza nell’attribuire l’uso di armi chimiche all’una o all’altra parte; molti indizi anzi portavano a ritenere che l’uso del sarin potesse essere stato cinicamente usato dai ribelli come false flag  perché l’Occidente intervenisse.

crocodile_tears_for_syriaBarack Obama era perfettamente al corrente di queste riserve, espresse peraltro da buona parte degli analisti della sua stessa Intelligence; e tuttavia non perse occasione per parlarne come se fosse provata la colpevolezza del regime, fino al suo discorso davanti alle Nazioni Unite del 24 settembre 2013, quando dichiarò: “È un insulto alla ragione umana e alla legittimità di questa assemblea ipotizzare che siano stati altri e non il regime siriano a condurre questo attacco”.

Fortunatamente, la volontà di Obama di rovesciare il regime siriano si scontrò contro quella dei russi di sostenerlo, stavolta molto più determinati di quanto non avevano dimostrato con la Libia. E sfortunatamente per i falchi, un’intervista di John Kerry produsse una “unintended consequence” che inceppò il meccanismo di intervento bellico. Oggi lo stesso Kerry – dopo duecentomila vittime, 11 milioni di profughi e uno Stato Islamico che occupa buona parte del paese – è costretto ad ammettere che sì, per trovare una soluzione alla guerra in Siria, si dovrà necessariamente negoziare con il Presidente Bashar al Assad. Scusate, avevamo scherzato.

Ucraina – l’invasione russa
Il 24 settembre 2014, esattamente un anno dopo il suo discorso sulla Siria, Obama si rivolgeva di nuovo all’Assemblea delle Nazioni Unite dando la seguente personale rappresentazione della crisi in Ucraina e dell’atteggiamento geopolitico russo:

“Le recenti azioni della Russia in Ucraina mettono a repentaglio l’ordine mondiale quale si è delineato nel dopoguerra. Questi sono i fatti. A seguito delle mobilitazioni di protesta del popolo ucraino che chiedeva riforme, il loro corrotto presidente è fuggito. Contro la volontà del governo di Kiev, la Crimea è stata annessa alla Federazione Russa. La Russia ha riversato armi nell’Ucraina orientale appoggiando le violenze dei separatisti e un conflitto che ha ucciso migliaia di persone.
Quando un aereo civile è stato abbattuto da un’area controllata da questi emissari, costoro rifiutarono per giorni l’accesso ai relitti. 
Quando l’Ucraina ha cominciato a riaffermare il suo controllo sul territorio, la Russia ha abbandonato ogni finzione di sostenere i separatisti e ha inviato proprie truppe oltre il confine.

Questa è una visione del mondo in cui la forza crea il diritto, un mondo in cui i confini di una nazione possono essere ridisegnati da un’altra, e per evitare che la verità sia rivelata i civili non hanno il permesso di recuperare i resti dei loro cari. L’America sostiene qualcosa di diverso.
Noi crediamo che sia il diritto a dare la forza, che le grandi nazioni non dovrebbero prevaricare quelle piccole e che ognuno dovrebbe essere in grado di scegliere il proprio futuro. Sono semplici verità, ma devono essere difese. L’America, con i suoi alleati, appoggerà il popolo ucraino nello sviluppo della loro democrazia ed economia. Noi rinforzeremo i nostri alleati nella NATO e sosterremo il nostro impegno di autodifesa collettiva. La Russia dovrà pagare il costo dell’aggressione, e contrasteremo le menzogne con la verità.
Chiediamo ad altri di unirsi a noi dalla parte giusta della storia – perché i piccoli vantaggi che si possono estorcere puntando una pistola alla fine si ritorceranno contro,  se saranno abbastanza le voci che si levano per la libertà delle nazioni e dei popoli di decidere autonomamente.

Ho già commentato altrove le affermazioni dei primi tre capoversi: alla fine del post “Il fascino discreto dei neocons” e nel post “Un Boeing insabbiato” – a cui rimando chi avesse voglia e tempo.
Quanto ai capoversi successivi mi chiedo se anche voi, come me, avvertite una sensazione di grottesca ipocrisia, o di cieca negazione della realtà come fa il proverbiale bue quando dà del cornuto all’asino.
Ecco allora un breve elenco, probabilmente incompleto, delle nazioni che direttamente o indirettamente  hanno goduto della traboccante passione americana per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli nel corso degli ultimi 35 anni:

Iran (1980, 1987-1988)
Libia (1981, 1986, 1989, 2011)
Libano (1983)
Kuwait (1991)
Iraq (1991-2011, 2014)
Somalia (1992-1993, 2007-)
Bosnia (1995)
Saudi Arabia (1991, 1996)
Afghanistan (1998, 2001-)
Sudan (1998)
Kosovo (1999)
Yemen (2000, 2002-)
Venezuela (2002)
Pakistan (2004-)
Honduras (2009)
Siria (2011-)
Ucraina (2013-)

imagesIl filosofo Georges Santayana diceva che colui che non impara dalla Storia è condannato a riviverla. Gramsci, meno possibilista, sosteneva che la Storia è maestra, ma non ha allievi.

Se invece di dedicarsi a migliorare la mira, che comunque presuppone la volontà di sparare, Obama e chi gli succederà si preoccupassero di imparare dalla Storia, forse le ragioni per lamentarsi di unintended consequences si ridurrebbero significativamente, a tutto vantaggio dell’America e soprattutto del mondo intero.

Documenti per approfondire:
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Nuove evidenze confermano l’aiuto militare degli USA al gruppo takfiri dell’ISIS tanto in Libia come in Iraq

18 febbraio 2015

“Come mai gli equipaggiamenti militari di fabbricazione statunitense sono arrivati nelle mani dello Stato Islamico?”
Un giorno dopo dall’esecuzione dei 21 cristiani copti egiziani in Libia da parte dell’ISIS, lo scorso Lunedì, vari utilizzatori egiziani delle reti sociali hanno diretto la loro attenzione dei cittadini di tutto il mondo agli equipaggiamenti militari di fabbricazione statunitense che utilizzano i componenti dello Stato Islamico.

Si tratta delle baionette che vengono utilizzate dai terroristi dell’ ISIS nel nuovo video in cui decapitano le loro vittime cristiane. Gli utenti egiziani si domandano come questo tipo di pugnali , che appartengono all’Esercito statunitense come armi d’ordinanza, siano arrivati nelle mani dello Stato Islamico.

Parallelamente il Movimento di Resistenza Islamica (Hezbollah) dell’Iraq ha pubblicato questo Lunedì immagini che mostrano un elicottero da trasporto di carico pesante, modello Chinook, che fornisce armi all’ISIS nella provincia occidentale del Al-Anbar.
L’elicottero ha sbarcato armi, il giorno 5 di febbraio, a due veicoli che appartenevano all’ISIS, nella zona est della città di Faluya , così come ha spiegato Hezbollah dell’Iraq, citato dall’agenzia di notizie “Al-Sumaria”.

Atre evidenze testimoniano l’appoggio degli USA all’ISIS

Il presidente della Commissione della Sicurezza e difesa del Parlamento Iracheno, Hakem al-Zameli, ha assicurato che lo scorso mercoledì che questo Parlamento dispone di documenti che mettono in evidenza come gli aerei degli USA offrono appoggio all’ISIS.
In data precedente, il vice segretario generale di Hezbollah dell’Iraq, Husein al-Ramahi, ha divulgato la notizia che “gli aerei statunitensi lanciano di frequente armi per l’ISIS nelle regioni sotto il controllo di questo gruppo e dopo adducono che non si tratta di una misura premeditata e tutto avviene in modo accidentale”.

Nel corso degli ultimi mesi, in reiterate occasioni i media ed i funzionari siriani e gli iracheni hanno rivelato e hanno condannato gli appoggi che gli Stati Uniti offrono in segreto al gruppo dell’ISIS, autore di massacri e azioni di violenza nella regione.

Questa azione paradossale degli USA, rispetto ai gruppi armati mette in tela di giudizio la loro serietà e quella dei loro alleati rispetto al combattimento contro il terrorismo, visto che i gruppi estremisti come l’ISIS si sono rafforzati nel corso degli ultimi anni grazie al sostegno ed all’aiuto finanziario di paesi come gli USA, la Turchia, l’Arabia Saudita ed il Qatar che cercavano di rovesciare il governo siriano con l’utilizzo dei gruppi terroristi.

Nel frattempo si registrano le dichiarazioni rilasciate dall’ex collaboratore della CIA, Steven Kelley , il quale ha riferito, nel corso di una intervista rilasciata alla PressTV, che l’ISIS è un nemico totalmente creato e finanziato dagli Stati Uniti. “ Intervista registrata ad Anaheim, in California.

“I finanziamenti arrivano dagli Stati Uniti e dai loro alleati e il fatto che l’opinione pubblica pensi che questo sia un nemico e che deve essere combattuto in Siria o in Iraq è soltanto una farsa, dato che è chiaramente qualcosa che abbiamo creato, che controlliamo, e solo adesso è diventato svantaggioso attaccare questo gruppo come un nemico legittimo”, ha aggiunto l’ex agente della CIA.

Le parole di Kelley arrivano in un momento in cui il presidente degli Stati Uniti Barack Obama cerca l’approvazione del Congresso prima di estendere la campagna aerea americana su obiettivi Isis in Iraq e Siria. Il Pentagono ha lanciato finora circa cento raid su obiettivi Isis nel nord dell’Iraq da quando è stato autorizzato l’uso della forza a inizio agosto.

“Se si vuole risolvere il problema alla radice e rimuovere questa organizzazione, bisogna togliere i finanziamenti e occuparsi delle entità responsabili della creazione di questo gruppo. Credo che il gruppo probabilmente si dissolverebbe, sarebbe sconfitto dalle armate di Bashar Assad”, ha concluso Kelley.

Fonti:

■Hispantv
■PressTv
Traduzione e sintesi: Luciano Lago per Controinformazione

Fonte: http://www.informarexresistere.fr/2015/02/18/nuove-evidenze-confermano-laiuto-militare-degli-usa-al-gruppo-takfiri-dellisis-tanto-in-libia-come-in-iraq/

L’età d’oro delle operazioni nere: le forze speciali degli USA sono presenti in 150 nazioni

Tyler Durden, Zerohedge 2/2/2015

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USSpecOpsCmdDUI[1]Il seguente articolo è ciò che volevo evidenziare da oltre una settimana, ma le notizie erano così travolgenti che semplicemente non ne ho avuto la possibilità, finora. Avendo spese molto tempo a cercare di capire il mondo, mi stupisco sempre di ciò che leggo. Mentre i lettori abituali di questo sito sono ben consapevoli di come aggressivo e irresponsabile sia l’impero USA, distribuendo risorse militari all’estero, credo che parte delle seguenti informazioni, li renderanno ancora più inquieti.
Dall’articolo di Nick Turse sull’Huffington Post: The Golden Age of Black Ops:
Durante l’anno fiscale che si è concluso il 30 settembre 2014, le forze delle operazioni speciali (SOF) statunitensi erano presenti in 133 Paesi, circa il 70% delle nazioni del pianeta. Secondo il tenente-colonnello Robert Bockholt, ufficiale delle relazioni pubbliche del Comando Operazioni Speciali (SOCOM). Nell’arco di tre anni le forze d’élite del Paese erano attive in più di 150 Paesi nel mondo conducendo missioni che vanno dai raid notturni alle esercitazioni. E quest’anno potrebbe essere record. Solo un giorno prima del raid fallito che pose fine alla vita di Luke Somers, solo 66 giorni dall’inizio dell’anno fiscale 2015, le truppe d’élite statunitensi avevano già messo piede in 105 nazioni, circa l’80% del totale nel 2014. Nonostante dimensioni e scopi, tale guerra segreta globale in gran parte del pianeta è ignota alla maggior parte degli statunitensi. A differenza della debacle di dicembre nello Yemen, la stragrande maggioranza delle Special Ops rimane completamente nell’ombra, nascosta al controllo esterno. In realtà, a parte modeste informazioni divulgate attraverso fonti altamente selezionate dai militari, fughe ufficiali della Casa Bianca, SEALs con qualcosa da vendere e qualche primizia raccolta da giornalisti fortunati, le operazioni speciali statunitensi sono mai sottoposte a un esame significativo, aumentando le probabilità di ripercussioni impreviste e conseguenze catastrofiche. “Il comando è allo zenit assoluto. Ed è davvero un periodo d’oro per le operazioni speciali“. Queste sono le parole del generale Joseph Votel III, laureato a West Point e Army Ranger, quando assunse il comando della SOCOM lo scorso agosto. E non credo che sia la fine, anzi. Come risultato della spinta di McRaven a creare “una rete globale interagenzie di alleati e partner delle SOF“, ufficiali di collegamento delle Operazioni Speciali, o SOLO, sono ora incorporati nelle 14 principali ambasciate degli USA per aiutare a consigliare le forze speciali di varie nazioni alleate. Già operano in Australia, Brasile, Canada, Colombia, El Salvador, Francia, Israele, Italia, Giordania, Kenya, Polonia, Perù, Turchia e Regno Unito, e il programma SOLO è pronto, secondo Votel, ad espandersi in 40 Paesi entro il 2019. Il comando, e soprattutto il JSOC, ha anche forgiato stretti legami con Central Intelligence Agency, Federal Bureau of Investigation e National Security Agency, tra gli altri. La portata globale del Comando Operazioni Speciali si estende anche oltre, con più piccoli ed più agili elementi che operano nell’ombra, dalle basi negli Stati Uniti alle regioni remote del sud est asiatico, dal Medio Oriente agli austeri avamposti nei campi africani. Dal 2002, SOCOM è stato anche autorizzato a creare proprie task force congiunte, una prerogativa normalmente limitata ai comandi combattenti più grandi come CENTCOM. Si prenda ad esempio la Joint Special Operations Task Force-Filippine (JSOTF-P) che, al suo apice, aveva circa 600 effettivi statunitensi a sostegno delle operazioni di controterrorismo dagli alleati filippini contro gruppi di insorti come Abu Sayyaf. Dopo più di un decennio trascorso combattendo quel gruppo, i numeri sono diminuiti, ma continua ad essere attivo mentre la violenza nella regione rimane praticamente inalterata.
L’Africa è, infatti, diventato un luogo importante per le oscure missioni segrete degli operatori speciali statunitensi. “Questa particolare unità ha fatto cose impressionanti. Che si trattasse di Europa o Africa, assumendovi una serie di contingenze, avete tutti contribuito in modo assai significativo“, aveva detto il comandante del SOCOM, generale Votel, ai membri del 352.mo Gruppo Operazioni Speciali presso la loro base in Inghilterra, lo scorso autunno. Un’operazione di addestramento clandestina delle Special Ops in Libia implose quando milizie o “terroristi” fecero irruzione due volte nella base sorvegliata dai militari libici, e saccheggiarono grandi quantità di apparecchiature avanzate e centinaia di armi, tra cui pistole Glock e fucili M4 statunitensi, così come dispositivi di visione notturna e laser speciali che possono essere visti solo da tali apparecchiature. Di conseguenza, la missione fu abbandonata assieme alla base, che fu poi rilevata da una milizia. Nel febbraio dello scorso anno, le truppe d’élite si recarono in Niger per tre settimane di esercitazioni militari nell’ambito di Flintlock 2014, una manovra antiterrorismo annuale che riuniva le forze di Niger, Canada, Ciad, Francia, Mauritania, Paesi Bassi, Nigeria, Senegal, Regno Unito e Burkina Faso. Diversi mesi dopo, un ufficiale del Burkina Faso, addestratosi all’antiterrorismo negli Stati Uniti nell’ambito del Joint Special Operations presso l’Università del SOCOM nel 2012, prese il potere con un colpo di Stato. Le operazioni delle forze speciali, invece, continuano. Alla fine dello scorso anno, per esempio, nell’ambito del SOC FWD dell’Africa occidentale, i membri del 5° battaglione del 19.mo Gruppo Forze Speciali collaboravano con le truppe d’élite marocchine per l’addestramento in una base presso Marrakesh. Lo schieramento in nazioni africane, però, avviene entro la rapida crescita delle operazione all’estero del Comando delle Operazioni Speciali. Negli ultimi giorni della presidenza Bush, sotto l’allora capo del SOCOM, ammiraglio Eric Olson, le forze speciali sarebbero state dispiegate in circa 60 Paesi. Nel 2010 in 75, secondo Karen DeYoung e Greg Jaffe del Washington Post. Nel 2011, il portavoce del SOCOM, colonnello Tim Nye, disse a TomDispatch che il totale sarebbe stato 120 Paesi entro la fine dell’anno. Con l’ammiraglio William McRaven, in carica nel 2013, l’allora maggiore Robert Bockholt disse a TomDispatch che il numero era salito a 134 Paesi. Sotto il comando di McRaven e Votel nel 2014, secondo Bockholt, il totale si ridusse leggermente a 133 Paesi. Il segretario alla Difesa Chuck Hagel aveva osservato, tuttavia, che sotto il comando di McRaven, dall’agosto 2011 all’agosto 2014, le forze speciali erano presenti in più di 150 Paesi. “In effetti, SOCOM e tutti i militari degli Stati Uniti sono più che mai impegnati a livello internazionale, in sempre più luoghi e in una sempre più ampia varietà di missioni“, ha detto in un discorso nell’agosto 2014.
us_spec_ops-m Il SOCOM ha rifiutato di commentare la natura delle missioni o i vantaggi dell’operare in tante nazioni. Il comando non farà neanche il nome di un solo Paese in cui le forze delle operazioni speciali USA sono state dispiegate negli ultimi tre anni. Uno sguardo ad alcune operazioni, esercitazioni ed attività rese pubbliche, però, dipinge un quadro di un comando in costante ricerca di alleanze in ogni angolo del pianeta. A settembre, circa 1200 specialisti e personale di supporto statunitensi si unirono alle truppe d’élite di Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Finlandia, Gran Bretagna, Lituania, Norvegia, Polonia, Svezia, Slovenia nell’esercitazione Jackal Stone, dedicata a tutto, dai combattimenti ravvicinati alle tattiche da cecchino, dalle piccole operazioni su imbarcazione a missioni di salvataggio degli ostaggi. Per i capi delle Black Ops degli USA, il mondo è tanto instabile quanto interconnesso. “Vi garantisco che ciò che succede in America Latina influisce su ciò che accade in Africa occidentale, ciò che interessa l’Europa meridionale riguarda ciò che accade nel sud-ovest asiatico“, ha detto l’anno scorso McRaven a Geolnt, un incontro annuale dei dirigenti dell’industria spionistica con i militari. La loro soluzione all’instabilità interconnessa? Più missioni in più nazioni, in più di tre quarti dei Paesi del mondo, sotto il mandato di McRaven. E la scena sembra destinata ad ulteriori operazioni simili in futuro. “Vogliamo essere ovunque“, ha detto Votel a Geolnt. Le sue forze sono già sulla buona strada nel 2015. “La nostra nazione ha aspettative molto alte dalle SOF“, ha detto agli operatori speciali in Inghilterra lo scorso autunno. “Si rivolgono a noi per missioni molto dure in condizioni molto difficili“. Natura e sorte della maggior parte di quelle “missioni dure” tuttavia, rimangono ignote agli statunitensi. E Votel a quanto pare non è interessato a far luce. “Mi dispiace, ma no“, fu la risposta di SOCOM alla richiesta di TomDispatch per un colloquio con il capo delle operazioni speciali sulle operazioni, in corso e future. In realtà, il comando rifiutò di mettere qualsiasi personale a disposizione per una discussione di ciò che fa in nome degli USA e con i dollari dei contribuenti. Non è difficile indovinarne il motivo. Attraverso una combinazione abile di spavalderia e segretezza, fughe ben piazzate, abili marketing e pubbliche relazioni, coltivazione della mistica del superman (con un ciuffo dalla torturata fragilità di lato) e di estremamente popolari e pubbliciazzatti assassinii mirati, le forze speciali sono diventate le beniamine della cultura popolare statunitense, mentre il comando continua a vincere a Washington il pugilato sul bilancio. Ciò è particolarmente evidenziato da ciò che realmente accade sul campo: in Africa, armamento ed equipaggiamento di militanti e addestramento di un golpista; in Iraq, le forze d’elite statunitensi implicate in torture, distruzione di case, uccisione e ferimento di innocenti; in Afghanistan stessa storia, con ripetute segnalazioni di civili uccisi; mentre in Yemen Pakistan, e Somalia è lo stesso. E questo è solo una minima parte degli errori delle Special Ops. Quindi non solo il pubblico statunitense non ha idea di cosa succeda, ma ciò spesso finisce in un disastro. Vedasi più sotto.
Dopo più di un decennio di guerre segrete, sorveglianza di massa, un numero imprecisato di incursioni notturne, detenzioni ed omicidi, per non parlare di miliardi su miliardi di dollari spesi, i risultati parlano da soli. Il SOCOM ha più che raddoppiato le dimensioni e il segreto JSOC sarebbe grande quasi quanto il SOCOM nel 2001. Dal settembre di quell’anno, 36 nuovi gruppi terroristici sono nati, tra cui divesre succursali, propaggini e alleati di al-Qaida. Oggi, tali gruppi ancora operano in Afghanistan e Pakistan, dove ora ci sono 11 riconosciuti affiliati di al-Qaida, e cinque nella prima, così come in Mali, Tunisia, Libia, Marocco, Nigeria, Somalia, Libano e Yemen, tra gli altri Paesi. Un ramo è nato con l’invasione dell’Iraq, alimentato da un campo di prigionia statunitense, ed ora noto come Stato islamico che controlla una larga parte del Paese e della vicina Siria, un proto-califfato nel cuore del Medio Oriente che i jihadisti, nel 2001, potevano solo sognarsi. Quel gruppo, da solo, ha una forza stimata di circa 30000 armati che sono riusciti a conquistare grandi territori ed anche la seconda dell’Iraq, pur essendo incessantemente colpiti fin dall’inzio dal JSOC. “Dobbiamo continuare a sincronizzare il dispiegamento delle SOF in tutto il mondo“, dice Votel. “Dobbiamo tutti sincronizzarci, coordinarci e preparare il comando“. Ad essere fuori sincrono è il popolo statunietnse, costantemente tenuto all’oscuro di ciò che gli operatori speciali statunitensi fanno e dove lo fanno, senza citare i fallimenti e le conseguenze che hanno prodotto. Ma se la storia insegna, i blackout sulle Black Ops contribuiranno a garantire che continui ad esserci l’”età d’oro” dell’US Special Operations Command.
Ripetete dopo di me: USA! USA!

Gen. Joseph L. Votel

Gen. Joseph L. Votel

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2015/02/08/leta-doro-delle-operazioni-nere-le-forze-speciali-degli-usa-sono-presenti-in-105-nazioni/

SARKHOLLANDE E GLI ALTRI PADRINI. 5 PUNTI DA GRIDARE DAI TETTI

Riassunto dei cinque punti. 1. Nato e Golfo hanno aiutato in tutti i modi l’ascesa dei terroristi in molti paesi. 2. Nato e Golfo hanno condotto guerre di aggressione dirette o indirette definibili come terrorismo. 3. Vittime di massa del terrorismo sedicente islamico sono popolazioni musulmane, e comunque popolazioni extraoccidentali. 4. Chi combatte di più e con più sacrificio contro il terrorismo sedicente islamico sono le popolazioni musulmane e comunque extraoccidentali, molti popoli e diversi governi del Sud del mondo. 5. Media e società civile d’Occidente sono colpevoli di ignavia rispetto all’intreccio guerre di aggressione-sostegno al terrorismo.

Il 2015 si è aperto all’insegna del terrorismo. In Nigeria centinaia o forse migliaia di persone in sedici villaggi sono state massacrate dai folli di Boko Haram, rafforzatisi grazie alla guerra della Nato in Libia che ha prodotto un proliferare di spore terroriste armatissime. In Yemen decine di morti e almeno 40 feriti in un attentato kamikaze compiuto a Sana’a in un’alba di morte. Diverse autobombe in Iraq, con molte vittime; succede tutti i giorni dal 2003 (invasione Usa). A Tripoli nove morti in un attentato compiuto da una delle bande nelle quali si è sciolto il paese, come nell’acido. Anche la fine dell’anno 2014 è stata un concentrato di terrore (*).

Dimenticavamo: il 7gennaio 2015 alcuni terroristi hanno ucciso 17 persone in Francia. Solo per queste ultime si sono mobilitati governi e popoli, media ufficiali e social network, associazioni e singoli. Con Sarkozy e Hollande e gli altri leader occidentali, Nato e petromonarchi in prima linea.

Gli stessi antirazzisti non islamofobi hanno peccato di razzismo inconscio. Il razzismo dei buoni? Il sangue europeo vale dunque di più, proprio in proporzione alle infinitamente maggiori possibilità economiche, per mantenere le quali si fanno le guerre?

Per questa ragione la Rete No War, bastian contrari, è andata a portare solidarietà all’ambasciata della Nigeria.

Contro l’orrore islamofobo e le prospettive di nuove guerre, cinque elementi devono essere ben chiari quanto ai veri colpevoli e alle vere vittime dei terroristi; e del terrorismo chiamato guerra.

Primo. Connivenze criminali. L’Occidente e i petromonarchi non combattono il terrorismo, anzi lo hanno fomentato permettendogli di conquistare interi paesi non occidentali prima in mano a governi laici. L’attentato a Parigi è frutto anche della politica francese in Siria (come ha ricordato l’ambasciatore siriano all’Onu Bashar al Jaafari in un’intervista a Presstv:). Nel dicembre 2012 a Marrakesh il ministro degli esteri francese Laurent Fabius aveva dichiarato che al Nusra (gruppo che fa parte della galassia armata a geometrie variabili al lavoro in Siria) faceva gli interessi della Francia (ecco il video:). E nel 2013 l’attuale primo ministro Manuel Valls aveva sostenuto di non potere, come ministro dell’interno, impedire a jihadisti francesi di andare a combattere in Siria.

Ma prima della Siria, la Libia. In questo articolo una breve storia di come fra il 2011 e il 2014 il governo francese sotto la guida di Nicholas Sarkozy e poi di François Hollande abbia perpetrato, insieme agli alleati della Nato e alle petromonarchie, una politica estera tale da provocare in Libia, Siria e non solo, massacri mille volte più grandi di quello visto a Parigi. Certo, quando fanno stragi in Occidente li chiamano terroristi; quando invece con i soldi occidentali fanno strage in Libia, Siria, Iraq, Afghanistan, ecc., li chiamano «combattenti per la libertà». In Libia la Nato con sette mesi di bombardamenti ha fatto letteralmente da aviazione ad Al Qaeda. E gruppi islamisti sono stati riforniti di armi grazie a una rete della Cia.

 

Vecchia storia, ben nota, della politica neocoloniale per la rapina delle risorse altrui e l’invasione di spazi. In Afghanistan si finanziarono i mujaidin. In Kosovo con la guerra Nato del 1999 fu portato al potere l’Uck (Esercito di liberazione del Kosovo), formazione di narcotrafficanti non estranea a spore terroriste . Nell’Iraq invaso i gruppi fanatici hanno prosperato, saldandosi poi a quelli fomentati in Libia e Siria per piani geostrategici.

 

In un’operazione a tenaglia, dalla Libia il terrorismo fanatico internazionale nutrito dalla guerra Nato ha infettato di armi e uomini intere porzioni di Africa subsahariana (Mali, Nigeria, Niger) oltre a dilagare in Siria, dove passano armi e uomini in funzione anti-Assad e anti-Iran. Paesi occidentali e petromonarchi insieme alla Turchia (riuniti nell’associazione a delinquere chiamata Amici della Siria”, poi diventata “Gruppo di Londra” e mai sciolta) hanno finanziato, armato, addestrato forze antigovernative composte da siriani e combattenti di molti altri paesi (e c’è ancora chi dice che l’Occidente non ha aiutato i «ribelli» e questi si sono dovuti rivolgere agli integralisti!). Il sistema a geometrie variabili dei “ribelli” è poi sfociato nei tagliagole di Daesh (Isis) andati alla conquista dell’Iraq. E alla fine «c’è un momento – successe anche ai gerarchi di Washington – che il mostro costruito con tanta applicazione e disciplina decide di camminare per conto proprio. Si è visto con i talebani in Afghanistan o con le milizie in Libia. Il sedicente Stato islamico è questo» . Il ragionamento vale sia che il gesto di Parigi, di «jihadisti autoctoni» sia stato una missione comandata dai capi, un’azione autonoma o un false flag pretesto per nuovi interventi bellici e nuove politiche «di sicurezza».

Uno scenario diverso ma stessa vergognosa connivenza è l’appoggio politico (e quanto alla Cia anche militare) dato al golpe neonazista in Ucraina, con seguito di terrorismo modello Inquisizione nel rogo a Odessa e molto altro. Ma nessuno è Odessa….

 

Secondo. L’Occidente ha praticato anche direttamente il terrorismo colpendo intere nazioni con le guerre di bombe e sanzioni. Perché si è parlato di stato di guerra a Parigi, dimenticando che Parigi e i suoi alleati della Nato e del Golfo hanno portato una guerra vera in molti paesi distruggendoli. Guerra e terrorismo: due orrori speculari. Crimini contro l’umanità. Del resto le guerre di aggressione sono terrorismo (magari al cielo) e il terrorismo è guerra. E’ incredibile che si parli di «noi occidentali tolleranti portatori di una cultura di pace e libertà». Dalla prima guerra del Golfo nel 1991, l’Occidente buono ha condotto cinque guerre devastanti a suon di bombe con pretesti umanitari (terrorismo dai cieli in Iraq, Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia), e ha fomentato guerre per procura come in Siria e Ucraina, per suoi interessi economici e geopolitici veri o presunti. Crimini su crimini, sempre impuniti. Intanto, in contemporanea con il massacro a Parigi, la Nato ha ucciso bambini afghani nella cosiddetta lotta al terrorismo. Non parliamo poi della perenne guerra economica, condotta anche a colpi di sanzioni, contro una miriade di paesi. Guerre per il petrolio si intrecciano a guerre del petrolio. Embarghi si accavallano a destabilizzazioni. E’ dunque legittimo dire che gli attentati «sono stati commessi da quella stessa rete che la nato aveva creato per combattere una sua sporca guerra».

Terzo.  La matrice non è islamica. Sono milioni le vittime non occidentali del terrorismo (e delle bombe occidentali): i popoli mediorientali e africani, e altri popoli a maggioranza musulmana. Giustamente al diluvio di twitter @iosonocharliehebdo, uno scrittore libanese ha reagito con il twitter @jesuisAhmed: il poliziotto musulmano ucciso da falsi musulmani e veri terroristi. Ma sarebbe più esatto dire @iosonoFatimaOmarHanaEliasYuri e milioni di uccisi da bombe e terroristi.

Rafa, Omar, Hana, Elias, Salah, Fatima, Aminullah…persone incontrate in Iraq, Siria, Libia, Afghanistan, Africa subsahariana. Popoli e nazioni annientate dal binomio bombe occidentali+terrorismo fomentato. Centinaia di migliaia di morti e amputati, infrastrutture distrutte, popolazioni sfollate o rifugiate. Il loro sangue, le loro disgrazie vanno pianti meno?

Quarto. I veri oppositori del terrorismo sedicente islamico sono proprio i popoli mediorientali e africani, gli altri popoli a maggioranza musulmana e i governi e popoli del Sud del mondo. I terroristi non sono affatto rappresentativi dell’islam e dei suoi fedeli. E non lo sono i loro padrini petromonarchi rispetto ai quali qualunque definizione sarebbe eufemistica. Proprio come non rappresentano l’Occidente i ragazzi di buona famiglia europei che buttano l’acido in faccia a qualcuno e i governanti occidentali che buttano bombe sulle teste altrui e fomentano il terrorismo.  Quando si parla di «musulmani moderati», magari aggiungendo che sono pochi, si dimentica che i musulmani non fanatici sono 1,57 miliardi e i fanatici terroristi (che si dicono musulmani) sono forse lo 0,00001…e oltretutto fanno vittime appunto soprattutto fra i musulmani e comunque fra non occidentali! E si fa anche un torto ai musulmani quando si dice che gli attentati terroristici sono una risposta asimmetrica alle aggressioni occidentali a suon di bombe sulla testa di donne e bambini. Non sono quelle donne e quei bambini a vendicarsi! Divulghiamo le parole dei giovani di Gaza ( Gaza Youth Breaks Out, li trovate qui: ) che lo spiegano per bene. Altro che «scontro di civiltà, noi contro di loro» (come le destre bombardano e come si dice nei bar sport). Sono infatti proprio quei popoli a resistere contro i tagliagole e massacratori. Resistono come possono, anche con le armi, si pensi appunto a Siria, Iraq, Kurdistan, Libia, Yemen. Quindi si fa un grosso torto a quei popoli quando, per giocare ai tolleranti, si sostiene che «se si offende l’Islam, poi c’è da aspettarselo».

E’ una farsa la lotta contro l’Isis da parte della «coalizione dei colpevoli» che sono stati parte del problema . Arabia saudita e dintorni hanno accettato di far parte della coalizione solo nella speranza che questo faccia cadere Assad. Non solo: la Turchia continua a far passare terroristi e armi in Siria e ad addestrare, con gli statunitensi, i cosiddetti ribelli siriani «moderati» da lanciare contro Damasco . Quegli stessi che – ci sono tutte le prove – funzionano in un sistema continuo di porte girevoli con al Nusra, al Qaeda e Isis.

Quinto. I popoli, i media e la società civile occidentale sono colpevoli di ignavia negli ultimi anni rispetto alle azioni dei loro governi. In questi ultimi anni è stata grande la responsabilità della stessa sinistra occidentale, per non dire dei media, perfino delle ex sigle storiche del movimento della pace. Non hanno fatto nulla o addirittura hanno espresso solidarietà ai «rivoluzionari» armati in Libia e Siria che hanno demolito i rispettivi paesi.

Un esempio…spaziale: nessuna delle tante grosse organizzazioni i cui vertici si sono recati all’ambasciata di Francia l’8 gennaio per portare solidarietà, erano là il 19 marzo 2011 alla manifestazione di realtà di base autoconvocatesi a poche ore dall’inizio della guerra contro la Libia, avviata in modo fraudolento dalla Francia approfittando lestamente dell’approvazione della  no fly zone sulla Libia da parte del Consiglio di sicurezza Onu.

Noi c’eravamo (resoconto sul manifesto di domenica 20 marzo, «E l’attacco al rais spacca i pacifisti»).

(*) Pakistan, metà dicembre: massacro in una scuola con 141 morti di cui 100 bambini. In Pakistan e Afghanistan, ripetutamente, sono i droni statunitensi antiterroristi a far strage di civili. Iraq, Siria, Kurdistan: sono continue le stragi compiute dal terrorismo del sedicente Stato islamico.

 

Marinella Correggia

Preso da: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=2859

Libia, Iraq e Siria: esiti delle “guerre umanitarie” in corso.

25 novembre 2014
Gli USA e i suoi alleati negli anni hanno adottato la nuova dottrina della ”responsability to protect” in base alla quale hanno reso legale sovvertire qualsiasi paese che non segua il proprio modello di civiltà e democrazia. Il punto di vista di alcuni studiosi e le conseguenze disastrose nei paesi ‘beneficiati’ dall’ingerenza umanitaria.

Patrizio Ricci ( sito associato Vietato Parlare.it )

Esiste solo un punto di vista, una sola lettura delle situazioni. La scala dell’autorevolezza non è data dalla realtà oggettiva ma è quella imposta e diffusa dagli Stati Uniti, dalle Nazioni Unite; cioè da quegli organismi ‘sovranazionali’ che si prendono carico della ‘sicurezza globale’.

In sostanza, secondo tale mentalità di ‘governo globale’ i diritti e la sicurezza globale verrebbero prima del valore del singolo uomo e delle comunità nazionali. Ma attenzione: gli interessi delle potenze mondiali che incarnano i ‘diritti umanitari’ vengono prima della pace; è la pace che deve conciliarsi con gli interessi economici e la sicurezza nazionale e non viceversa.

Lo tengano bene in mente i governi di tutto il pianeta: bisogna essere in armonia con il ‘lego’. I sovrani dispotici sono giudicati non in quanto tali ma se in armonia con il ‘lego’: solo se in armonia o funzionali con tali progetti non avverrà alcuna ‘ingerenza umanitaria’ sui propri affari interni.

Una simile mentalità è indice che qualcosa evidentemente non funziona. Emblematico è il modo con cui la situazione siriana è descritta dal ”Global Center to Responsability to protect” (questa organizzazione rispecchia il punto di vista maggiormente condiviso da parte della ‘Comunità Internazionale’ essendo supportata da tutti i governi occidentali, da ‘figure di spicco della comunità dei diritti umani’, nonché da International Crisis Group, Human Rights Watch, Oxfam International, Refugees International, e WFM-Institute for Global Policy):

“La guerra civile in corso in Siria vede le popolazioni affrontare le atrocità di massa commesse dalle forze di sicurezza dello Stato e le milizie affiliate”.

Non è spesa una parola di condanna sulle milizie islamiste che imperversano nel paese e che costituiscono l’80% delle forze ‘ribelli’. Il giudizio è netto: la responsabilità grava totalmente sul governo siriano. E’ l’opinione del circolo che conta, e poco importa se la situazione reale è del tutto rovesciata (l’aggressione è subita dalla Siria ad opera delle milizie fondamentaliste eterodirette).

Simili ‘insindacabili giudizi’ rimangono immutati anche davanti a evidenze di segno opposto. La radice è profonda e deriva da una concezione dell’uomo e dei diritti in mutamento, diritti che hanno una loro casistica ben definita e che derivano da una visione dell’esistenza umana lontana dalla fede di Cristo (da cui sono pur nati tutti i ‘valori’ europei…). E’ una visione della vita e dell’uomo nichilista a e relativista sottomessa al ‘progresso economico’ infinito. E’ un argomento che accende il dibattito e divide i paesi occidentali al loro interno ma all’esterno dominano e prendono le decisioni i centri di potere che innalzano i loro principi assoluti:

“L’ideologia occidentale della humanitarian intervention, con la sua pretesa di diffondere nel mondo intero i valori occidentali – e tali sono i valori sottesi alla dottrina dei diritti umani e della democrazia -, coincide in realtà con una strategia generale di promozione di “interessi vitali” dei singoli Stati “umanitari” – o di alleanze fra Stati -, presentati come interessi della comunità internazionale…”
(Danilo Zolo, giurista).

Così inteso, l’intervento umanitario è subdolo e non è sincero:

“Può accadere che l’emergenza umanitaria sia pura invenzione di una potenza che si propone di interferire nella ‘domestic jurisdiction’ di un altro Stato per ragioni politiche e/o economiche. Oppure può accadere che una guerra civile di ridotte dimensioni venga gonfiata di proposito da parte di una grande potenza per giustificare l’aggressione contro un paese militarmente debole che essa ha deciso di occupare per ragioni strategiche.” (Danilo Zolo).

Le conseguenze di questa ‘ricetta’ sono sotto gli occhi di tutti: Iraq, in Libia ed in Siria ne sono la testimonianza vivente. In questi paesi ha portato solo morte e distruzione.
Pur di realizzare i propri piani si può impunemente usare l’inganno e la menzogna: la guerra contro Saddam si è basata su inesistenti armi di distruzione di massa. I suoi esiti non possono essere presi alla leggera ed essere considerati ‘un disguido’: è un’aggressione ad uno stato sovrano che ha causato al popolo iracheno da 700.000 ad un milione e 400 mila morti (Opinion Research Survey)

Ebbene sono passati anni e nessuno ha chiesto scusa a quelle vittime. Gli esiti e le divisioni generati da quella guerra sono ancora in atto ma l’occidente non si domanda cosa non ha funzionato, quali errori ha fatto: ha sempre pronta la stessa agenda di 6 punti (vedi nota a margine..).

Che dire? E’ evidente che le cose così non vanno… Dice C. Schmitt, giurista e filosofo politico tedesco (Cfr., Begriff des Politischen, München-Leipzig, Duncker & Humblot, 1963):

“Chi cerca di vestire il suo attacco militare con panni umanitari è un impostore: in realtà egli cerca di consacrare la propria guerra come “guerra giusta” e di degradare moralmente il proprio avversario, di isolarlo come nemico dell’umanità e di essergli ostile sino all’estrema disumanità”.

Anche il prof. Thomas Franck (docente presso la New York University in diritto internazionale) è diffidente nei confronti di una apologia indiscriminata dell’uso della forza per finalità umanitarie. Infatti, Franck in “Interpretation and change in the law of humanitarian intervention”sostiene con saggezza che bisogna discriminare fra interventi umanitari “genuini” ed interventi umanitari insinceri e opportunistici.

Ed a proposito di opportunismi ed inganni ”umanitari”, il conflitto siriano-iracheno ne è infarcito: – proprio l’Arabia Saudita (che ha finanziato e sostenuto Isis insieme a Qatar e Turchia) è nella coalizione e per non meglio precisati motivi ed è l’unico stato che ha il privilegio di volare sui cieli della Siria insieme agli USA; – i bombardamenti sono focalizzati su Kobane , nel Kurdistan siriano, con l’intenzione evidente di staccare la regione dall’autorità siriana; in Siria i target dei caccia americani sono scelti accuratamente per nuocere ad Isis ma anche al governo siriano: i raid sono compiuti su raffinerie siriane, infrastrutture, granai. L’ intento è fin troppo palese: il governo siriano non ritornerà più in possesso di risorse vitali.
Intanto i pozzi estrattivi in mano allo Stato del Levante continuano fruttare ogni giorno al Califfato un milione di euro. I jadisti provenienti dall’estero continuano ad affluire a migliaia attraverso la Turchia (dove sono curati e riforniti).

Sono alcuni esempi di ciò che viene taciuto. E l’Italia? Nel nostro paese il dibattito su queste cose è inesistente: il governo italiano si è sempre accodato alle decisioni di altri con la sola preoccupazione di non dispiacere alle alleanze da cui dipendiamo totalmente.
… continuiamo così a costruire un mondo migliore? Auguri alle future generazioni.

NOTA A MARGINE:

Il copione seguito dagli USA in questo tipo di interventi è sempre lo stesso:
1) si alimenta segretamente il malcontento (si utilizzano una pluralità di mezzi: Ong, diplomatici, si acuisce la depressione economica del paese grazie all’influenza sulla finanza internazionale e sull’FMI, e altri metodi );
2) una volta che tutto è pronto, si fa esplodere la piazza in maniera violenta confidando nella repressione;
3) si ingigantisce la partecipazione popolare alle manifestazioni di protesta e si esagerano il numero degli incidenti e le vittime;
4) si indirizzano i principali mass media in mano a poche lobbyes per costruire una opinione pubblica favorevole all’intervento;
5) si dispone una copertura giuridica internazionale per bypassare le costituzioni dei paesi democratici;
6) si forma una coalizione simbolica con il meccanismo delle alleanze e con allettanti promesse di partecipazione alla ricostruzione.

Preso da: http://www.siriapax.org/?p=2164

Noam Chomsky: “Usa, leader mondiali in crimini internazionali”

28 luglio 2014
Noam Chomsky ci offre una panoramica impietosa delle aggressioni che hanno permesso agli Usa di “guadagnarsi” il titolo di leader mondiali in crimini internazionali. Hanno bevuto nello stesso calice avvelenato “offerto” ai nazisti nel Processo di Norimberga.
di Noam Chomsky

“L’aggressione è il supremo crimine internazionale che differisce dagli altri crimini di guerra in quanto contiene in sé il male accumulato dall’intera guerra”. (Dagli atti del Processo di Norimberga)

La prima pagina del New York Times del 26 giugno mostrava una foto di una donna che piangeva per un iracheno assassinato. Una delle innumerevoli vittime della campagna dell’Isis (Stato islamico di Iraq e Siria) in cui l’esercito iracheno – per tanti anni addestrato e armato dagli Usa – si è rapidamente disciolto, abbandonando gran parte dell’Iraq a pochi militanti, esperienza affatto nuova nella storia imperiale. Appena sopra la foto c’era un titolo: “tutte le notizie che è giusto pubblicare”.

C’è però una omissione cruciale. La prima pagina dovrebbe visualizzare le parole della sentenza del processo di Norimberga ai nazisti di spicco – parole che dovrebbero essere ripetute fino a penetrare la coscienza: “l’aggressione è il supremo crimine internazionale che differisce dagli altri crimini di guerra in quanto contiene in se stesso il male accumulato dall’intera guerra”.

E accanto a queste parole dovrebbe esserci il monito dell’allora procuratore capo degli Stati Uniti, giudice Robert Jackson che, rivolgendosi alla Corte di Norimberga dopo la condanna alla pena di morte degli imputati, accusati in particolare di aver commesso il “crimine internazionale supremo”, cioè l’aggressione, disse: “Il fondamento in base al quale giudichiamo questi imputati è il fondamento con cui la storia giudicherà noi, domani. Porgiamo a queste persone un calice avvelenato e se ne sorseggeremo anche noi dovremo essere sottoposti allo stesso giudizio. Altrimenti questo processo sarà una farsa”

L’invasione dell’Iraq da parte di Stati uniti e Gran Bretagna fu un esempio da manuale di ciò che è un’aggressione. Gli apologeti della guerra invocarono nobili intenzioni, cosa irrilevante anche se i motivi erano sostenibili.
Ai tribunali della Seconda guerra mondiale non importava un accidenti che gli imperialisti giapponesi volevano portare un “paradiso in terra” ai cinesi che stavano massacrando, o che Hitler nel 1939 inviò truppe in Polonia per difendere la Germania dal “terrorismo selvaggio” dei polacchi. Quando si dice sorseggiare il calice avvelenato.

Quelli dalla parte sbagliata del club hanno poche illusioni. Abdel Bari Atwan, editore di un sito web panarabo, osserva che “il principale fattore, responsabile del caos attuale [in Iraq], è l’occupazione USA /occidentale e il sostegno arabo ad essa. Qualsiasi altra affermazione è fuorviante e mira a distogliere l’attenzione [fuori] da questa verità.”

In una recente intervista al programma televisivo di Moyers & Company, lo specialista in questioni irachene Raed Jarrar ha delineato ciò che noi, in Occidente, dovremmo sapere. Come molti iracheni, Jarrar è mezzo sciita e mezzo sunnita, ma prima dell’invasione a malapena conosceva l’identità religiosa dei suoi parenti perché “la differenza etnico-religiosa non faceva parte della coscienza nazionale”.
Jarrar ci ricorda che “questa lotta settaria che sta distruggendo il paese … è chiaramente iniziata con l’invasione degli Stati Uniti e con l’occupazione.” Gli aggressori hanno distrutto “l’identità nazionale irachena rimpiazzandola con identità etniche e confessionali”, operazione iniziata immediatamente dopo che gli Stati Uniti istituirono un governo basato su identità etniche, una novità per l’Iraq.
Ormai, sciiti e sunniti sono acerrimi nemici, grazie al bastone brandito da Donald Rumsfeld e Dick Cheney (rispettivamente l’ex segretario della Difesa e vice presidente durante l’amministrazione di George W. Bush) e da altri come loro, che non capiscono altro se non violenza e terrore, e che hanno contribuito a creare conflitti che affliggono la regione, ora a brandelli.

Altri titoli riportano la rinascita dei talebani in Afghanistan. La giornalista Anand Gopal spiega le ragioni del suo straordinario libro, No Good Men Among the Living: America, the Taliban, and the War through Afghan Eyes [Nessun buono tra i vivi: Stati uniti, il talebano e la guerra vista con occhi afghani].
Nel 2001-2002, quando il bastone degli Stati uniti colpì l’Afghanistan, gli outsider di al-Qaeda si dileguarono e i talebani si dissolsero. Molti scelsero, come da tradizione, accomodarsi dalla parte dei conquistatori. Ma Washington era alla disperata ricerca di terroristi da schiacciare. Gli uomini forti, che imposero come governanti, ben presto scoprirono che potevano sfruttare la cieca ignoranza di Washington e attaccare i loro nemici, compresi quelli che collaboravano con entusiasmo con gli invasori americani. Ben presto il paese si ritrovò governato da signori della guerra senza scrupoli mentre molti ex talebani, che avevano cercato di entrare nel nuovo ordine, ricrearono l’insurrezione.

Più tardi il bastone è stato raccolto dal presidente Obama per “condurre da dietro le quinte” la distruzione della Libia.
A marzo del 2011, durante la rivolta (o primavera araba) contro il leader libico Muammar Gheddafi, il Consiglio di sicurezza dell’Onu approvò la risoluzione 1973, chiedendo “un cessate il fuoco, la fine della violenza e di tutti gli attacchi e gli abusi sui civili”

Il triumvirato imperiale – Francia, Inghilterra, Stati Uniti – decise all’istante di violare la risoluzione, trasformandosi nella forza aerea d’appoggio ai ribelli e intensificando la violenza.
Il loro intervento è culminato nell’assalto al rifugio di Gheddafi a Sirte, città
che lasciarono “completamente devastata”, secondo testimoni oculari della stampa britannica: “reminiscenza delle scene più truci di Grozny, verso la fine della sanguinosa guerra della Russia in Cecenia”. A costo di tanto sangue il triumvirato raggiunse il suo obiettivo di cambiare il regime, in violazione dei suoi pietosi pronunciamenti.

L’Unione Africana si oppose fermamente all’assalto del triumvirato in Libia. Come informò Alex De Waal, della rivista britannica International Affairs, la UA aveva proposto un cessate il fuoco e una “road map” per l’assistenza umanitaria, per proteggere i migranti africani (molti dei quali sono stati uccisi, i più fortunati espulsi) ed altri cittadini stranieri, nonché la richiesta di riforme politiche per eliminare “le cause della crisi”, stabilire un “governo ad interim per arrivare ad elezioni democratiche”.
All’inizio la proposta della UA fu accettata da Gheddafi, ma disdegnata dal triunvirato, che “non era interessato ad un vero negoziato” scrisse De Waal. Il risultato è che la Libia è ormai lacerata dalla guerra tra milizie, mentre il terrore jihadista si è scatenato in gran parte dell’Africa insieme ad una marea di armi, arrivando anche in Siria.

Esistono evidentissime prove delle conseguenze di tale politica del bastone. Prendiamo la Repubblica democratica del Congo, ex Congo Belga, un grande paese ricco di risorse – e con una delle peggiori storie dell’orrore contemporaneo. Aveva avuto una possibilità di sviluppo dopo l’indipendenza nel 1960, sotto la guida del primo ministro Patrice Lumumba.
Ma l’Occidente non voleva nulla di tutto questo. Il direttore della Cia, Allen Dulles, a proposito di Lumumba disse “la sua rimozione deve essere un obiettivo urgente e primario” dei servizi segreti, soprattutto perché gli investimenti statunitensi nel paese erano considerati in pericoloso a causa di documenti interni che parlavano della presenza di “nazionalisti radicali”.
Sotto la supervisione di ufficiali belgi Lumumba fu assassinato, realizzando il desiderio del presidente Eisenhower che gli aveva augurato “di cadere in un fiume pieno di coccodrilli.” Il Congo fu consegnato al favorito degli Stati Uniti, il dittatore sanguinario e corrotto Mobutu Sese Seko, e da lì l’attuale naufragio di ogni speranza africana.

In luoghi più vicini è più difficile chiudere gli occhi sulle conseguenze del terrorismo di Stato di Washington. Oggi regna la preoccupazione dell’esodo dal Centro America di bambini che stanno inondando gli Stati uniti. Il “Washington post” informa che questi piccoli migranti arrivano “in gran parte da Guatemala, Salvador e Honduras”, ma non dal Nicaragua. Perché? Può essere perché quando il bastone di Washington colpiva la regione, negli anni ’80, il Nicaragua era l’unico paese che poteva contare su un esercito per difendere la popolazione dai terroristi inviati dagli Stati uniti, mentre negli altri paesi i terroristi che devastavano la popolazione erano gli eserciti addestrati ed equipaggiati da Washington?
Il presidente Obama ha proposto una soluzione “umanitaria” alla tragica migrazione: una deportazione più efficiente. Vi viene in mente qualche alternativa?

Sarebbe ingiusto però omettere quanti esercitano il “potere soft” nel ruolo del settore privato.
Un buon esempio è la decisione di Chevron di abbandonare il suo tanto pubblicizzato programma di energie rinnovabili, perché i combustibili fossili sono molto più redditizi.
ExxonMobil a sua volta ha annunciato, dalle pagine del Bloomberg Businessweek , che “il suo obiettivo di usare il laser sui combustibili fossili è una buona strategia, indipendentemente dal cambio climatico, perché il mondo ha gran bisogno di energia e significative riduzioni di carbonio sono molto improbabili”.

E’ quindi un errore ricordare ai lettori, giorno dopo giorno, la sentenza di Norimberga. L’aggressione non è più considerata il “crimine internazionale supremo”, non si può mettere a confronto con il suo costo – in termini di distruzione della vita di generazioni future -, se l’obiettivo è quello di ottenere guadagni sempre maggiori oggi.

Fonte: Alternet.org (traduzione di Marina Zenobio)

Preso da: http://popoffquotidiano.it/2014/07/28/noam-chomsky-usa-leader-mondiali-in-crimini-internazionali/

Hillary Clinton: L’Isil è roba nostra, ma ci è sfuggita di mano

11 agosto 2014
L’ex segretario di Stato Usa rivendica la creazione della guerriglia islamista, in funzione anti Assad. Poi accusa Obama di averne perso il controllo a causa della sua posizione troppo attendista. «Avrebbe dovuto fare come Netanyahu, affondando il colpo».

di Franco Fracassi

«È stato un fallimento. Abbiamo fallito nel voler creare una guerriglia anti Assad credibile. Era formata da islamisti, da secolaristi, da gente nel mezzo. Il fallimento di questo progetto ha portato all’orrore a cui stiamo assistendo oggi in Iraq». L’ex segretario di Stato Usa Hillary Rodham Clinton ha rilasciato un’intervista a Jeffrey Goldberg del giornale web “The Atlantic”. «In un’intervista che risale allo scorso febbraio il presidente Obama mi disse: “Quando hai un esercito di professionisti che combatte contro contadini, falegnami e ingegneri che iniziano una protesta devi fare qualcosa. Purtroppo modificare l’equazione delle forze in campo è difficile, e quasi mai ci si riesce. All’epoca non capii. Oggi mi è tutto chiaro», scrive Goldberg.

Clinton: «Obama in politica estera è troppo cauto. L’America ha bisogno di un leader che crede che il proprio Paese sia un’indispensabile forza di pace, nonostante gli errori commessi. Anzi, gli errori li commette proprio chi fa, fanno parte del ruolo dell’America. Obama cerca con troppa insistenza di comunicare agli americani che non sta facendo qualcosa di folle. È troppo ragioniere. Noi, invece, dovremmo portare avanti una politica estera bilanciata. Una via di mezzo tra la bellicosità di Bush e l’attesa di Obama. Attendere lo sviluppo degli eventi non ti porta a prendere decisioni migliori e più sagge per il mondo e per l’America».

«Abbiamo fatto un gran lavoro contro l’Unione Sovietica. Ma abbiamo anche commesso molti errori. Abbiamo appoggiato personaggi veramente cattivi. Abbiamo fatto cose in America Latina e nel Sud-est asiatico di cui non vado per nulla fiera. Ma all’epoca c’era un obiettivo più grande. E lo abbiamo raggiunto. Tutto il resto è passato in secondo piano. È così che bisogna agire, che deve agire l’America», ha proseguito l’ex ministra degli Esteri.

E a proposito dell’atteggiamento di Israele verso i palestinesi: «Israele ha fatto quello che serviva per contrastare i missili sparati dai palestinesi. Israele ha il diritto di difendersi. Netanyahu ha agito correttamente, come andava fatto. Le vittime civili, i bambini, le donne, sono tutti effetti collaterali di una politica giusta. Quando un Paese democratico attacca, ovviamente, colpisce anche civili innocenti. Ma alla base c’è comunque un processo decisionale etico che non appartiene ai Paesi non occidentali. E comunque, la colpa per quello che sta accadendo resta ad Hamas».

«Obama deve prendere esempio da Netanyahu. Se avessimo agito con la stessa decisione in Siria i combattenti della Jihad non ci sarebbero sfuggiti di mano, come poi è accaduto. Adesso rappresentano un vero pericolo per il Medio Oriente, per l’Europa e perfino per gli Stati Uniti», ha concluso la Clinton.

Preso da: http://popoffquotidiano.it/2014/08/11/hillary-clinton-lisil-e-roba-nostra-ma-ci-e-sfuggito-di-mano

Cosa dire? complimenti “signora” Clinton! lei ragiona come un vero criminale.

VI SIETE MAI CHIESTI PERCHE’ IL MONDO E’ UN SIMILE CAOS ?

Postato il Giovedì, 24 luglio @ 07:25:00 BST di davide
DI ROBERTO SAVIO

informationclearinghouse.info

Dedicato alle generazioni dei più giovani

Mentre la terza guerra mondiale non è stata formalmente dichiarata, i conflitti di tutto il mondo stanno raggiungendo livelli mai visti dal 1944.

Naturalmente, per la grande maggioranza di persone in tutto il mondo, le notizie su questi conflitti sono solo parte della cronaca quotidiana, ma un’altra quota di essa verte sul caos esistente nei nostri paesi.

Esso è così complesso e confuso che molte persone hanno rinunciato al tentativo di tentare qualsiasi forma di comprensione profonda, così ho pensato che sarebbe stato utile offrire dieci spiegazioni di come siamo riusciti a creare questo caos.

1) Il mondo, così come esiste oggi, è stato in gran parte plasmato dalle potenze coloniali, che lo hanno diviso tra di loro, ritagliandosi Stati senza alcuna considerazione per le realtà etniche, religiose o culturali esistenti. Questo era particolarmente vero per l’Africa e il mondo arabo, dove è stato imposto il concetto di stato sui sistemi di tribù e clan.
Solo per fare alcuni esempi, nessuno dei paesi arabi di oggi esisteva prima del colonialismo. Siria, Libano, Iraq, i Paesi del Golfo (tra cui l’Arabia Saudita) erano tutte parti dell’impero ottomano. Quando questo scomparve con la Prima Guerra Mondiale (come gli imperi russo, tedesco e austro-ungarico), i vincitori – Gran Bretagna e Francia – si sedettero a un tavolo e redassero i confini dei paesi che avrebbero dovuto gestire, come avevano fatto prima con l’Africa. Quindi, mai guardare a quei paesi come equivalenti a paesi con una storia di identità nazionale.

2) Dopo la fine dell’era coloniale, era inevitabile che per mantenere questi paesi artificiali in vita ed evitare la loro disintegrazione, sarebbero stati necessari uomini forti per coprire il vuoto lasciato dalle potenze coloniali. Le regole della democrazia sono state utilizzate solo per raggiungere il potere, con pochissime eccezioni. La primavera araba ha effettivamente spazzato via dittatori e autocrati, solo per sostituirli con caos e fazioni in guerra (come in Libia) o con un nuovo autocrate, come in Egitto.
Il caso della Jugoslavia è istruttivo. Dopo la seconda guerra mondiale, il maresciallo Tito smantellò il Regno di Jugoslavia e creò la Repubblica socialista Federale di Jugoslavia. Ma noi tutti sappiamo che la Jugoslavia non sopravvisse alla morte del suo uomo forte.
La lezione è che senza creare un processo molto partecipativo e unificante dei cittadini, con una forte società civile, le identità locali giocheranno sempre il ruolo più decisivo. Quindi ci vorrà tempo prima che molti dei nuovi paesi saranno considerati paesi reali privi di conflitti interni.

3) Dalla Seconda Guerra Mondiale, l’ingerenza delle potenze coloniali e delle super-potenze nel processo di consolidamento dei nuovi paesi è stato un ottimo esempio di disastro causato dall’uomo.
Prendete il caso dell’Iraq. Quando gli Stati Uniti hanno assunto l’amministrazione del paese nel 2003, dopo l’invasione, il generale Jay Garner fu nominato Direttore dell’Ufficio per la Ricostruzione e l’Assistenza Umanitaria ed ha resistito solo un mese, perché era considerato troppo aperto nei confronti dei punti di vista locali.
Garner fu sostituito da un diplomatico, Jan Bremmer, che ne ha preso il posto dopo un briefing di due ore con il Segretario di Stato, Condoleeza Rice. Egli ha proceduto immediatamente a sciogliere l’esercito (creando così 250.000 disoccupati) e a licenziare chiunque nell’amministrazione fosse un membro del partito Ba’ath, il partito di Saddam Hussein. Ciò destabilizzò il paese, e il caos odierno un risultato diretto di questa decisione.
L’attuale primo ministro iracheno, Nouri al-Maliki, che Washington sta cercando di rimuovere in quanto lo ritiene causa della polarizzazione tra sciiti e sunniti, era il candidato americano preferito. Così è stato per il Presidente dell’Afghanistan, Hamid Karzai, che ora è violentemente anti-americano. Questa è una tradizione [consolidata] che risale al primo intervento degli Stati Uniti in Vietnam, dove Washington portò al potere Ngo Dihn Dien, che si ribellò ai dettami statunitensi finché non venne assassinato.
Non c’è spazio qui per fornire esempi di errori simili (anche se meno importanti) compiuti da altre potenze occidentali. Il punto è che tutti i leader installati da potenze esterne non durano a lungo e portano instabilità.

4) Siamo tutti testimoni del fatto che la lotta religiosa e l’Islam estremista siano una minaccia crescente e inquietante. Pochi fanno qualche sforzo per capire perché migliaia di giovani siano disposti a farsi saltare in aria. Esiste una correlazione evidente tra la mancanza di prospettive di sviluppo/occupazione e l’inquietudine religiosa. Nei paesi musulmani dell’Asia (gli Arabi Musulmani rappresentano meno del 20 per cento delle popolazioni Musulmane di tutto il mondo), l’estremismo a malapena esiste.
E pochi si rendono conto del fatto che la lotta tra sciiti e sunniti sia finanziata da paesi come l’Arabia Saudita, il Qatar e l’Iran. Quei rami dell’Islam hanno convissuto fianco a fianco per secoli e ora stanno combattendo una guerra per procura, come accade per esempio in Siria. L’Arabia Saudita ha finanziato i Salafiti (la forma puritana dell’Islam) in tutto il mondo e ha fornito quasi due miliardi di dollari per il nuovo autocrate egiziano, Abdel Fattah el-Sisi, perché sta combattendo la Fratellanza Musulmana, che predica la fine dei re e sceicchi e il potere per il popolo. Anche quella in Iraq sta diventando una guerra per procura tra l’Arabia Saudita, il difensore dei Sunniti, e l’Iran, difensore degli Sciiti.
Così, quando si considerano queste guerre di religione, occorre sempre guardare chi c’è dietro di esse. Le religioni di solito diventano bellicose solo se vengono usate. Basti guardare la storia europea, in cui le guerre di religione sono state inventate dai re e combattute dalla gente. Naturalmente, una volta che il genio è uscito dalla bottiglia, ci vorrà molto tempo per rimettercelo. Quindi questo problema ci accompagnerà per un bel po’ di tempo.

5) La fine della Guerra Fredda ha scongelato [nel senso di sbloccato NdT] il mondo, che era stato tenuto stabile dall’equilibrio tra le due superpotenze. I tentativi di creare alleanze regionali o internazionali per portare stabilità sono sempre stati ostacolati dagli interessi nazionali. Il miglior esempio è l’Europa. Mentre tutti parlavano di Crimea, di Ucraina e di Vladimir Putin (reso paranoico dall’accerchiamento occidentale, strategia seguita dall’amministrazione di George Bush Jr. in poi) e di come costringerlo ad ascoltare Stati Uniti ed Europa, le imprese europee hanno continuato il commercio, a dispetto dello sbandierato embargo. E ora, l’Austria ha silenziosamente [anche nel senso di tranquillamente NdT] firmato un accordo con la Russia per aderire al South Stream, un gasdotto che porterà il gas russo verso l’Europa – alla faccia della sedicente unità di un’Europa cui è stato chiesto a gran voce di ridurre la propria dipendenza energetica dalla Russia.
Un mondo multipolare è in divenire, ma resta da capire quanto stabile. In Asia, Cina e Giappone stanno aumentando i loro investimenti militari, alla pari dei paesi circostanti. E mentre i conflitti locali, come quelli in Siria, in Iraq e in Sudan, non stanno degenerando in un conflitto più allargato, ciò si verificherebbe senza dubbio in Asia.

6) In un mondo sempre più diviso da una recrudescenza degli interessi nazionali, l’idea stessa di una governance condivisa sta perdendo forza, e non solo in Europa. Le Nazioni Unite sono diventate marginali come arena in cui raggiungere consenso e legittimità. I due motori della globalizzazione – il commercio e la finanza – non fanno parte delle Nazioni Unite, che rimangono bloccate su temi come sviluppo, pace, diritti umani, ambiente, istruzione e così via. Sebbene questi temi siano cruciali per un mondo vivibile, non sono visti come tali da chi è al potere. Conclusione: le Nazioni Unite stanno diventando irrilevanti.

7) Allo stesso tempo, anche valori e idee considerati universali, come la cooperazione, l’aiuto reciproco, la giustizia sociale e la pace internazionale vista come un paradigma totalizzante stanno diventando irrilevanti. Il presidente francese Francois Hollande incontra il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, non per discutere di come fermare il genocidio in Sudan o il sequestro di bambini in Nigeria, ma per chiedergli di intervenire con il suo Ministro della Giustizia per ridurre un’ammenda gigante comminata a una banca francese, la BNP-Paribas, per attività fraudolente. L’incombente problema del controllo del clima era in gran parte assente nell’ultima riunione del G7, per non parlare del disarmo nucleare… eppure questi sono le due principali minacce per il pianeta!

8) Dopo il colonialismo e i regimi totalitari, la frase chiave dopo la seconda guerra mondiale fu “l’attuazione della democrazia” [spesso diventata “esportazione della democrazia” NdT]. Ma dopo la fine della Guerra Fredda, la democrazia fu data per scontata. In effetti, negli ultimi venti anni, la formula della democrazia rappresentativa sta perdendo il suo fascino. Il pragmatismo ha portato alla perdita della visione a lungo termine, e la politica è diventata sempre più semplice amministrazione.
I cittadini si sentono sempre meno legati ai partiti, che sono sostanzialmente diventati egocentrici e autonomi. Gli affari internazionali non sono considerati strumenti del potere da parte di partiti, e le decisioni vengono prese senza la partecipazione [del popolo, a differenza di quanto imporrebbe l’uso della democrazia NdT]. Ciò porta a scelte che spesso non rappresentano i sentimenti e le priorità dei cittadini.
Il modo in cui il piano di salvataggio di Cipro dalla crisi finanziaria di qualche anno fa è stato trattato in seno alla Commissione Europea è stata ampiamente riconosciuto come un esempio lampante di mancanza di trasparenza. Poche persone certamente fanno più errori rispetto a molte…

9) Un elemento assai importante del caos è stata la crescita di ciò che i suoi sostenitori, soprattutto nel mondo finanziario, chiamano la “nuova economia” – un’economia che contempla la disoccupazione permanente, la mancanza di investimenti sociali, una riduzione delle imposte per i grandi capitali, la marginalizzazione dei sindacati e una riduzione del ruolo dello Stato come regolatore e garante della giustizia sociale. Le disuguaglianze stanno raggiungendo livelli senza precedenti. Le 85 persone più ricche del mondo possiedono la stessa ricchezza di 2,5 miliardi di persone.

10) Tutto ciò ha un suo corollario. Non è un caso che tutti i media mainstream in tutti i paesi abbiano la stessa lettura, visione del mondo. L’informazione oggi ha sostanzialmente eliminato analisi e processo, per concentrarsi sugli eventi. La loro capacità di seguire il caos mondiale è minima, e essi si limitano a ripetere ciò che afferma chi si trova al potere. È assai istruttivo vedere come i mezzi di comunicazione siano molto analitici per quel che riguarda gli affari nazionali e molto superficiali per ciò che concerne le questioni internazionali. I media dipendono in gran parte da tre agenzie di stampa internazionali, che rappresentano il mondo occidentale e dei suoi interessi. Avete letto qualcosa, su qualsiasi giornale, in merito all’accordo del gas tra l’Austria e la Russia?

In ultima analisi, vi lascio con un ultimo punto: non siate mai soddisfatti di ciò che si legge sui giornali, cercate costantemente di ottenere ulteriori e opposti punti di vista attraverso la Rete. Ciò vi aiuterà a guardare il mondo con i vostri occhi, e non con gli occhi di qualcun altro che probabilmente è parte del sistema che ha creato questo caos. Non siate gregge [nel testo “non andate con la marea NdT]… cercate l’altra faccia della luna. E se vi dicono che conoscono le cose, bene, basta che guardiate i risultati. Quindi, siate voi stessi e, se commetterete un errore, almeno sarà un vostro errore.

Roberto Savio, fondatore e presidente emerito della Inter Press Service (IPS), agenzia di stampa, ed editore di Other News

Fonte: http://www.informationclearinghouse.info

Link: http://www.informationclearinghouse.info/article39073.htm

12.07.2014

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di PG
Fonte: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=13689

DROGA, PETROLIO E GUERRA

:::: Peter Dale Scott :::: 7 luglio, 2013 ::::
Peter Dale Scott prosegue la sua analisi del sistema di dominazione statunitense. Durante una conferenza tenutasi a Mosca, ha riassunto i risultati delle sue ricerche sul finanziamento di questo sistema attraverso il traffico di droghe e gli idrocarburi. Sebbene tutto ciò sia risaputo, la verità è ancora oggi difficile da ammettere.

Ho pronunciato questo discorso nel corso di una conferenza anti-NATO, tenutasi l’anno scorso a Mosca. Sono stato l’unico relatore statunitense invitato all’evento. Sono stato ospitato in concomitanza della pubblicazione in Russia del mio libro Drugs, oil and war, – un’opera mai tradotta in francese, contrariamente a La Route vers le nouveau désordre mondial e al libro precedente (1).

Da vecchio diplomatico preoccupato per la pace, sono stato felice di parteciparvi. In effetti ho l’impressione che il dialogo tra gli intellettuali statunitensi e russi sia meno serio oggi rispetto al periodo della Guerra Fredda.

Ciononostante, i pericoli di un conflitto che coinvolga le due principali potenze nucleari evidentemente non sono ancora scomparsi.

In riferimento al problema di crisi strettamente interconnesse, quali la produzione di droga afgana e il jihadismo salafita narcofinanziato, e contrariamente alle posizioni degli altri intervenuti, con il mio discorso ho inteso esortare la Russia a cooperare in un contesto multilaterale con gli Stati Uniti, in virtù della condivisione di volontà simili – malgrado le attività violente della CIA, della NATO e del SOCOM (il Comando Statunitense per le Operazioni Speciali) in Asia centrale.

Dopo la conferenza, ho continuato ad approfondire le riflessioni sui rapporti che si sono deteriorati nel tempo tra Russia e Stati Uniti e sulle mie speranze quasi utopistiche di restaurazione. Malgrado i differenti punti di vista dei partecipanti alla conferenza, c’è stata la tendenza a condividere una profonda inquietudine per le intenzioni statunitensi nei riguardi della Russia e degli ex-stati dell’URSS. Questa preoccupazione comune era fondata sulle conosciute azioni passate degli Stati Uniti, e dei loro impegni non mantenuti. In effetti, contrariamente alla maggior parte dei cittadini americani, loro sono ben informati riguardo la faccenda.

L’assicurazione che la NATO non approfitterà della distensione per espandersi nell’Europa dell’Est è un valido esempio di promessa non mantenuta. Evidentemente la Polonia e altri ex-membri del Patto di Varsavia al giorno d’oggi sono integrati nell’Alleanza Atlantica, insieme alle ex-Repubbliche Socialiste Sovietiche del Baltico. Peraltro, alcune proposte che mirano a far entrare nella NATO l’Ucraina – vero cuore della vecchia Unione Sovietica – sono ancora attuali. Questa tendenza ad estendersi verso est è stata accompagnata da attività e operazioni congiunte tra le truppe USA e le forze armate di sicurezza dell’Uzbekistan – alcune delle quali sono state certamente organizzate dalla NATO. (Queste due iniziative sono cominciate nel 1997, con l’amministrazione Clinton).

Potremmo citare altre inadempienze a impegni presi in precedenza, come la conversione non autorizzata di una forza delle Nazioni Uniti in Afghanistan (approvata nel 2001 dalla Russia) in una coalizione militare gestita dalla NATO. Due relatori hanno criticato la determinazione degli Stati Uniti nel voler installare nell’Europa dell’Est uno scudo antimissile contro l’Iran, rifiutando i suggerimenti russi di posizionarlo in Asia. Secondo loro, questa intransigenza costituirebbe «una minaccia per la pace mondiale».

I partecipanti alla conferenza hanno percepito queste misure come delle estensioni aggressive del movimento che, da Washington, ha mirato a distruggere l’URSS durante il mandato di Reagan. Alcuni dei relatori con i quali ho potuto scambiare opinioni ritenevano che durante i due decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, la Russia è stata minacciata da alcuni piani operativi degli Stati Uniti e della NATO per un primo attacco nucleare contro l’URSS. Sarebbe stato possibile mettere in pratica questi piani solo prima che la parità nucleare fosse raggiunta, ma evidentemente non sono mai stati realizzati. Malgrado tutto, i miei interlocutori erano convinti che gli estremisti che hanno appoggiato questi piani non hanno mai abbandonato il loro desiderio di umiliare la Russia e di ridurla al rango di terza potenza. Non posso negare questa preoccupazione. In effetti, il mio libro precedente, intitolato La machine de guerre américaine, descrive allo stesso modo le pressioni continue volte a stabilire e a mantenere la supremazia degli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale.

I discorsi pronunciati a questa conferenza non si sono limitati in alcun caso a criticare gli intrighi politici degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica. In effetti, i relatori si sono opposti con una certa veemenza all’appoggio di Vladimir Putin per la campagna militare della NATO in Afghanistan, avvenuto l’11 Aprile 2012. Loro si sono risentiti in particolare per il fatto che Putin abbia approvato l’installazione di una base dell’Alleanza Atlantica a Ulianovsk, situato a 900 km a est di Mosca. Sebbene questa base sia stata «venduta» all’opinione pubblica russa come un mezzo per facilitare la ritirata statunitense dall’Afghanistan, un relatore ci ha garantito che l’avamposto di Ulianovsk è stato presentato nei documenti della NATO come una base militare. Infine gli intervenuti si sono mostrati contrari alle sanzioni ONU contro l’Iran, che sono state favorite dagli Stati Uniti. Al contrario loro considerano questo Paese come un alleato naturale contro i tentativi statunitensi di concretizzare il progetto di dominazione globale di Washington.

Accantonate le osservazioni successive, io sono rimasto in silenzio per la maggior parte della conferenza. Ciononostante la mia mente, perfino la mia coscienza si sono sentite turbate, quando ho pensato alle recenti rivelazioni su Donald Rumsfeld e Dick Cheney. In effetti, immediatamente dopo l’11 settembre, questi ultimi hanno realizzato un progetto con l’obiettivo di far cadere numerosi governi amici della Russia – tra i quali l’Iraq, la Libia, la Siria e l’Iran (2). Dieci anni prima, al Pentagono, il neoconservatore Paul Wolfowitz ha dichiarato al generale Wesley Clark che gli Stati Uniti disponevano di una finestra di opportunità per liberarsi di questi alleati della Russia, nel periodo di ristrutturazione russa dopo il crollo dell’URSS (3). Questo progetto non è ancora stato portato a termine in Siria e Iran.

Ciò che abbiamo potuto osservare durante il governo Obama assomiglia molto alla messa in atto progressiva del suddetto piano. Tuttavia, bisogna ammettere che in Libia, e attualmente in Siria, Obama ha mostrato ben più profonde reticenze rispetto ai suoi predecessori nell’inviare dei soldati sul posto. (È stato altrettanto riportato che, sotto la sua presidenza, un numero ristretto di forze speciali statunitensi hanno operato in questi due Paesi, per incitare la resistenza contro Gheddafi, e più recentemente contro Assad).

Più in particolare, ciò che mi preoccupa è la mancanza di reazione da parte dei cittadini degli Stati Uniti di fronte all’egemonismo militare aggressivo del loro Paese. Questo bellicismo continuo, che chiamerei «dominazionismo», è previsto nei piani a lungo termine del Pentagono e della CIA (4).

Senza alcun dubbio, numerosi americani potrebbero pensare che una Pax Americana globale assicurerebbe un’era di pace, sulla falsa riga della Pax Romana risalente a due millenni fa. Io sono convinto del contrario. In effetti, seguendo l’esempio della Pax Britannica del XIX secolo, questo dominazionismo condurrà inevitabilmente a un conflitto più ampio, potenzialmente a una guerra nucleare. In verità, la chiave di volta della Pax Romana era racchiusa nel fatto che Roma, sotto il regno di Adriano, si fosse ritirata dalla Mesopotamia. Inoltre, Roma accettava delle limitazioni rigorose al proprio potere nelle regioni nelle quali esercitava la sua egemonia. La Gran Bretagna ha dato prova di una saggezza simile, ma troppo tardi. Finora, gli Stati uniti non si sono mostrati così ragionevoli.

Peraltro, in questo Paese troppo pochi sembrano interessarsi al progetto di dominazione globale di Washington, almeno a partire dal fallimento delle manifestazioni di massa per impedire la guerra in Iraq. Abbiamo potuto constatare un gran numero di analisi critiche sulle ragioni di impegno militare degli Stati Uniti in Vietnam, e anche l’implicazione statunitense in atrocità come il massacro indonesiano del 1965.

Autori come Noam Chomsky e William Blum (5) hanno analizzato gli atti criminali degli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, hanno potuto studiare la recente accelerazione dell’espansionismo militare statunitense. Solo una minoranza di autori, come Chalmer Johnson e Andrew Bacevich hanno analizzato il rinforzamento della macchina da guerra americana che domina al giorno d’oggi lo sviluppo politico degli Stati Uniti.

Inoltre, è sorprendente constatare che il recente movimento Occupy, si sia potuto esprimere sulle guerre di aggressione condotte dal Paese. Dubito che siano stati ugualmente denunciati la militarizzazione di sorveglianza e di mantenimento dell’ordine, così come i campi di detenzione. Ora, queste misure sono il cuore del dispositivo di espressione interiore che minaccia la propria sopravvivenza (6). Faccio qui riferimento a ciò che viene chiamato il programma «di continuità di governo» (COG per «Continuity of Government»), misure attraverso le quali i pianificatori militari statunitensi hanno sviluppato dei mezzi per neutralizzare definitivamente tutti i movimenti contrari alla guerra efficaci negli Stati Uniti (7).

Da ex diplomatico canadese, se dovessi ritornare in Russia auspicherei di nuovo una collaborazione tra gli Stati Uniti e quel Paese al fine di affrontare i più urgenti problemi mondiali. La sfida è di superare questo rudimentale compromesso, che è la cosiddetta «coesistenza pacifica» tra le superpotenze. In realtà, questo intento vecchio di mezzo secolo ha permesso – e ugualmente incoraggiato – le violente atrocità dei dittatori alleati, come Suharto in Indonesia o Mohammed Siad Barre in Somalia.

È probabile che l’alternativa alla distensione, che sarà una rottura completa dei rapporti, possa portare a dei confronti sempre più pericolosi in Asia – molto certamente in Iran.

Tuttavia, questa rottura potrebbe essere evitata? Ecco, io mi domando se non abbia minimizzato l’intransigenza egemonica degli Stati Uniti (8). A Londra ho recentemente discusso con un vecchio amico, che ho conosciuto durante la mia carriera diplomatica. Si tratta di un diplomatico britannico di alto rango, grande esperto della Russia. Speravo che mitigasse la mia valutazione negativa delle intenzioni di Stati Uniti e NATO nei confronti di questo Paese. Invece, non ha fatto altro che rinforzarla.

Così, ho deciso di pubblicare il mio discorso corredato da questa prefazione, destinato tanto ai cittadini statunitensi quanto al resto del pubblico internazionale. Ritengo che al giorno d’oggi la soluzione più urgente per preservare la pace mondiale sia quella di limitare i movimenti degli Stati Uniti verso un’egemonia incontrastata. In nome della coesistenza in un mondo pacifico e multilaterale, occorre dunque rinforzare la proibizione all’ONU di guerre preventive e unilaterali.

A questo scopo, spero che i cittadini americani si mobiliteranno contro il dominazionismo del loro paese, e che pretenderanno una dichiarazione politica da parte dell’amministrazione o del Congresso, che preveda:

1.La rinuncia esplicita alle precedenti richieste del Pentagono, che fanno della «supremazia totale» (full spectrum dominance) un obiettivo militare peculiare nella politica estera degli Stati Uniti (9);
2.Il rifiuto in quanto inaccettabile della pratica delle guerre preventive oggi profondamente radicata;
3.L’astensione categorica da tutti i progetti statunitensi di utilizzo permanente delle basi militari in Iraq, Afghanistan o Kirghizistan;
4.Il ritorno, da parte degli Stati Uniti, alla conduzione delle loro future operazioni militari in accordo con le procedure stabilite dalla Carta delle Nazioni Unite.
Incoraggio i miei concittadini a seguirmi al fine di esortare il Congresso ad introdurre una risoluzione per questo scopo. Come soluzione potrebbe all’inizio non avere successo. Ciononostante, è possibile che contribuirà a riportare il dibattito politico statunitense verso un argomento secondo me urgente e poco dibattuto: l’espansionismo degli Stati Uniti, e la minaccia della pace globale, da esso derivante.

Traduzione di Lorena Orio

(1) Anche il ricercatore svizzero Daniele Ganser – autore del libro intitolato Gli eserciti segreti della NATO. Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale (Fazi Editore, Roma, 2008), e l’uomo politico italiano Pino Arlacchi, in passato direttore dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (ONUDC), sono stati invitati a questa conferenza.

(2) Inizialmente, Donald Rumsfeld volle rispondere all’11 settembre attaccando non l’Afghanistan, ma l’Iraq. Secondo lui, non ci sarebbero stati «obiettivi interessanti in Afghanistan» (Richard Clarke, Contro tutti i nemici, p. 31).

(3) Wolfowitz disse a Clark “abbiamo circa cinque o dieci anni per ripulire i vecchi regimi alleati sovietici – Siria, Iran, Iraq – prima che la prossima grande superpotenza ci metta alla prova” (Wesley Clark, Discorso al San Francisco Commonwealth Club, 3 Ottobre 2007). Dieci anni dopo, nel novembre 2001, Clark venne a conoscenza al Pentagono che i piani per attaccare l’Iraq sarebbero stati discussi come parte di una campagna quinquennal, […] che sarebbe iniziata in Iraq, e proseguita in seguito in Siria, Libano, Libia, Iran, Somalia e Sudan (Wesley Clark, Vincere le Guerre Moderne [New York, Affari Pubblici, 2003], p. 130).

(4) Il termine «egemonia» potrebbe avere un significato blando, connotante una relazione amichevole in una confederazione, oppure un significato ostile. Il movimento degli Stati Uniti verso l’egemonia globale, irremovibile e unilaterale è senza precedenti, e merita di avere un proprio appellativo. «Dominazionismo» è un termine orribile, avente una forte connotazione sessuale e perversa. Questo è il motivo per il quale l’ho scelto.

(5) I libri più recenti di William Blum sono Speranza di uccidere: gli interventi dell’Esercito statunitense e della CIA a partire dalla Seconda Guerra Mondiale (2003) e Liberare il mondo fino alla sua rovina: saggi sull’Impero Americano (2004).

(6) Paul Joseph Watson, «Leaked U.S. Army Document Outlines Plan For Re-Education Camps in America», 3 maggio 2012: Il manuale enuncia chiaramente che queste misure si applicano ugualmente sul territorio degli Stati Uniti, sotto la direzione del [Dipartimento della Sicurezza nazionale] e della FEMA. Questo documento aggiunge che le operazioni per un nuovo insediamento possono necessitare l’alloggiamento temporaneo (meno di 6 mesi) o semi permanente (più di 6 mesi) di importanti gruppi di civili».

(7) Vedere Peter Dale Scott, «Stati Uniti: lo stato di emergenza soppianta la Costituzione?», Peter Dale Scott, «Continuity of Goverment Planning: War, Terror and the Supplanting of the U.S. Constitution».

(8) Due notti fa ho fatto un sogno intenso e inquietante, nel quale alla fine ho visto l’apertura di una conferenza, dove io dovevo ancora parlare, come è accaduto a Mosca. Immediatamente dopo il mio discorso, il programma dell’evento prevedeva una discussione sulla possibilità che «Peter Dale Scott» fosse un personaggio inventato che offriva una conclusione segreta nefasta, e che in realtà non esistesse alcun «Peter Dale Scott».

(9) «Con ’La supremazia totale’ (‘full-spectrum dominance’) si intende la capacità delle forze statunitensi, agendo sole o con forze alleate, di combattere contro non importa quale nemico e di controllare non importa quale situazione annoverabile nella categoria delle operazioni militari.» (Joint Vision 2020, Dipartimento della Difesa, 30 maggio 2000; cf. «Joint Vision 2020 Emphasizes Full-spectrum Dominance», Dipartimento della Difesa).

Fonte: http://www.voltairenet.org/article178702.html
Preso da:

http://www.eurasia-rivista.org/droga-petrolio-e-guerra/19806/

Noam Chomsky: pennivendolo imperiale. La Libia e la fabbrica del consenso

20 giugno 2013

Dan Glazebrook Ahram Novembre 2011

Ripulendo i ribelli libici e demonizzando il regime di Gheddafi, il leader intellettuale statunitense Noam Chomsky contribuisce all’invasione imperialista? In una lunga intervista con Chomsky, Dan Glazebrook se lo chiede.

noamÈ stato un colloquio difficile per me. Fu Noam Chomsky che per primo mi aprì gli occhi sulla struttura neo-coloniale del mondo e sul ruolo dei media aziendali nel mascherare e legittimare questa struttura. Chomsky ha costantemente dimostrato come, fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, i regimi militari furono imposti al Terzo Mondo dagli Stati Uniti e dai loro alleati europei, con lo scopo riconosciuto di tenere bassi i salari (e quindi alte le opportunità di investimento) con l’annientamento di comunisti, sindacalisti e chiunque altro fosse considerato una potenziale minaccia all’impero. Fu in prima linea nel svelare le menzogne e le motivazioni reali dietro l’aggressione contro l’Iraq, l’Afghanistan e la Serbia negli ultimi anni, e contro l’America Centrale e il Sud-Est asiatico prima. Ma sulla Libia, a mio parere, è stato terribile. Non fraintendetemi: ora la campagna è quasi finita, Chomsky può essere molto schietto nella sua denuncia, come spiega nell’intervista. “In questo momento, la NATO bombarda la più grande tribù della Libia“, mi dice. “Non viene sempre detto, ma se si leggono i rapporti della Croce Rossa descrivono una crisi umanitaria terribile nella città sotto attacco, con gli ospedali al collasso, senza farmaci e persone che muoiono, fuggono a piedi nel deserto per cercare di allontanarsi, e così via. Ciò accade sotto il mandato alla NATO di proteggere i civili“. Ciò che mi preoccupa è che questo era esattamente il mandato che Chomsky ha sostenuto.
Il generale statunitense Wesley Clark, comandante della NATO durante i bombardamenti della Serbia, aveva rivelato alla televisione statunitense sette anni fa che il Pentagono, nel 2001, elaborò una “lista” di sette Stati da eliminare entro cinque anni: Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. Grazie alla resistenza irachena e afgana, il piano è in ritardo, ma chiaramente non è stato abbandonato. Dovevamo, quindi, aspettarci pienamente l’invasione della Libia. Dato il fallimento dell’ex presidente degli Stati Uniti George Bush, nell’ottenere con la prepotenza il supporto globale nella guerra all’Iraq, con l’impegno dichiarato di Obama al multilateralismo e al “soft power”, avremmo dovuto aspettarci che questa invasione venisse meticolosamente pianificata per darle una patina di legittimità. Data la crescente predilezione della CIA nell’istigare “rivoluzioni colorate” per colpire i governi che non gli piacciono, avremmo dovuto aspettarci qualcosa di simile nell’ambito dell’invasione della Libia. E data la stretta collaborazione di Obama con i Clinton, ci si sarebbe dovuti aspettare che questa invasione seguisse il modello di grande successo istituito dall’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton in Kosovo: supportare i movimenti ribelli a terra per condurre provocazioni violente contro uno Stato, per poi urlare al genocidio per la risposta dello Stato, al fine di terrorizzare l’opinione pubblica mondiale per farle supportare l’intervento. In altre parole, avremmo dovuto vedere intellettuali di spicco e ampiamente rispettati, come Chomsky, adoperarsi per pubblicizzare le rivelazioni di Clark, avvertire dell’imminente aggressione e attirare l’attenzione sulla natura razzista e settaria dei “movimenti ribelli” che i governi di Stati Uniti e Gran Bretagna hanno tradizionalmente impiegato per rovesciare governi non conformi. Chomsky non ha certo bisogno di ricordare le atrocità sgangherate dell’Esercito di liberazione del Kosovo, dei Contras del Nicaragua, o dell’Alleanza del Nord afghana. Anzi, fu lui che allertò il mondo su molti di essi. Ma Chomsky non si è adoperato per chiarire questi punti.
Invece, in un’intervista con la BBC, a un mese dall’inizio della ribellione e, soprattutto, appena quattro giorni prima del voto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite della risoluzione 1973 e l’inizio della guerra lampo della NATO, ha preferito definire la ribellione “meravigliosa”. Altrove, l’occupazione della città orientale di Bengasi da parte di bande razziste, come “liberazione”, e la ribellione come “inizialmente non violenta”. In un’intervista con la BBC, aveva anche affermato che “la Libia è l’unico posto [in Nord Africa], dove c’è stata una reazione molto violenta dello Stato nel reprimere le rivolte popolari“, una rivendicazione così lontana dalla verità che è difficile sapere da dove iniziare. L’ex presidente egiziano Hosni Mubaraq, attualmente è sotto processo per l’uccisione di 850 manifestanti, mentre secondo Amnesty International, solo 110 morti possono essere confermati a Bengasi prima dell’avvio delle operazioni della NATO, compresi i filo-governativi uccisi dalle milizie ribelli. Ciò che rende davvero eccezionale la Libia nella Primavera araba del Nord Africa, è che sia l’unico Paese in cui la ribellione era armata, violenta e apertamente volta a facilitare l’invasione straniera. Ora che Amnesty ha confermato che i ribelli libici hanno compiuto violenze fin dall’inizio, torturando e giustiziando in massa libici neri e migranti africani fin da allora, ho iniziato l’intervista chiedendo a Chomsky se oggi si rammarica per il suo sostegno verso di loro. Lui alza le spalle. “No. Sono sicuro che Amnesty International ha ragione. Vi erano elementi armati tra di loro, ma noto che non ha detto che la ribellione fosse armata, infatti, la grande maggioranza è formata probabilmente da persone come noi [sic], oppositori borghesi di Gheddafi. Era quasi una rivolta senza armi. Si è trasformata in una rivolta violenta, e gli omicidi che vengono descritti in effetti avvengono, ma non è cominciata così. Appena è diventata una guerra civile, è successo.” Tuttavia, in realtà è iniziata proprio così.
Il vero volto dei ribelli è apparso il secondo giorno della ribellione, il 18 febbraio, quando furono arrestati e giustiziati 50 lavoratori migranti africani nella città di Bayda. Una settimana dopo, un testimone oculare terrorizzato disse alla BBC di altri 70 o 80 lavoratori migranti fatti a pezzi davanti ai suoi occhi, dalle forze ribelli. Questi incidenti, e molti altri simili, chiarirono il carattere razzista delle milizie ribelli ben prima dell’intervista della BBC a Chomsky, il 15 marzo. Ma Chomsky lo rifiuta. “Queste cose non erano assolutamente chiare, e non sono state segnalate. E anche dopo, quando sono state segnalate, non si parlava della rivolta. Si parlava di  elementi interni ad essa.” Questo può essere il modo con cui Chomsky la vede, ma entrambi gli incidenti sono stati seguiti dai principali media come BBC, National Public Radio e il quotidiano britannico The Guardian, finora. Certo, erano nascosti dopo pagine e pagine di bile anti-Gheddafi e giustificate con il solito pretesto che i migranti sono “mercenari sospetti”, ma la competenza di Chomsky nell’analisi dei media avrebbe dovuto scorgerne il senso. Inoltre, l’espulsione il mese scorso di tutta la popolazione della città libica a maggioranza nera di Tawarga, da parte delle milizie di Misurata dai nomi come “brigata per l’eliminazione dei neri“, ebbe recentemente la benedizione ufficiale del presidente Mahmoud Jibril del Consiglio Nazionale di Transizione libico (CNT). Presentando questi crimini razziali come una sorta di elemento insignificante, sembra farlo volutamente in malafede. Ma Chomsky continua ad attenersi alle sue sparate. “Parli di ciò che è accaduto dopo la guerra civile e l’intervento della NATO cui sono contrario. Due punti, lo ripeto. Prima di tutto, non si sapeva, e in secondo luogo fu un aspetto secondario della rivolta. La rivolta è opera della stragrande maggioranza della classe media, dell’opposizione non violenta. Ora sappiamo che c’erano elementi armati diventati rapidamente prominenti dopo l’inizio della guerra civile. Ma non sarebbe accaduto se questo secondo intervento non avesse avuto luogo, e forse le cose non sarebbero andate in questo modo.”
Chomsky divide l’intervento della NATO in due parti. L’intervento iniziale, autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per impedire un massacro a Bengasi, che sostiene che fosse legittimo. Ma il “secondo” intervento, in cui il triumvirato Stati Uniti, Gran Bretagna e  Francia ha agito come forza aerea delle milizie di Misurata e Bengasi nell’occupazione del resto del Paese, era sbagliato e illegale. “Dobbiamo ricordare che vi sono stati due interventi, non uno, della NATO. Uno è durato circa cinque minuti. Si basava sulla risoluzione 1973 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che prevedeva una no-fly zone su Bengasi quando v’era la minaccia di un grave massacro, insieme a un mandato a lungo termine per proteggere i civili. Durò pochissimo [come] quasi subito, non la NATO, ma le tre tradizionali potenze imperiali Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti eseguirono il secondo intervento che non aveva niente a che fare con la protezione dei civili e di certo non era una no-fly zone, ma piuttosto il sostegno alla rivolta dei ribelli cui assistiamo”. “Fu quasi isolata internazionalmente. I Paesi africani sono fortemente contrari. Hanno chiesto negoziati e diplomazia fin dall’inizio. I principali Paesi indipendenti, i BRICS, si sono anch’essi opposti al secondo intervento chiedendo negoziati e diplomazia. Anche nell’ambio della partecipazione limitata della NATO, al di fuori del triumvirato, nel mondo arabo, non c’era quasi niente: il Qatar ha inviato un paio di aerei e l’Egitto, vicino e pesantemente armato, non ha fatto nulla”. “La Turchia ha atteso per un bel po’ e, infine, ha partecipato debolmente nell’operazione del triumvirato. Quindi è un’operazione molto isolata. Si è sostenuto che è stata effettuata su richiesta della Lega Araba, ma è una menzogna. Prima di tutto, la richiesta della Lega araba era estremamente limitata e solo una minoranza vi ha partecipato, solo l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo hanno in realtà anche richiesto due no-fly zone. Una sulla Libia e l’altra a Gaza. Non possiamo parlare di quello che è successo al secondo.”
Nella sostanza siamo d’accordo. La mia tesi, però, è che fu dolorosamente chiaro da subito che la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza era una foglia di fico del triumvirato proprio per quel “secondo intervento” che Chomsky denigra. “Non era chiaro, neanche per cinque minuti, che le potenze imperiale avrebbero accettato la risoluzione. Divenne chiaro un paio di giorni dopo, quando iniziarono i bombardamenti a sostegno dei ribelli. E non doveva accadere. E avrebbe potuto essere che l’opinione mondiale, la maggior parte di esso, BRICS, Africa, Turchia e così via, avrebbe prevalso“. Sembra bizzarro e ingenuo per un uomo dalla visione di Chomsky fingere sorpresa riguardo alle potenze imperiali che utilizzano la risoluzione 1973 dell’ONU per i propri scopi, al fine di far cadere uno dei governi sulla loro lista nera. Che altro avrebbero utilizzato? E’ anche esasperante: se fosse stato qualcun altro a parlare, gli avrei detto loro di leggere Chomsky. Chomsky avrebbe detto che le potenze imperiali non agiscono umanitariamente, ma per impulsi totalitari e per difendere ed estendere il loro dominio sul mondo e le sue risorse. Gli avrebbe anche detto, avrei pensato, di non aspettarsi che quelle potenze attuassero misure volte a salvare i civili, perché ne avrebbero solo approfittato facendo il contrario. Tuttavia, in questa occasione Chomsky sembrava seguire una logica diversa. Chomsky non accetta che la sua ripulitura dei ribelli e la demonizzazione di Gheddafi, nei giorni e nelle settimane prima dell’invasione, possa aver contribuito a facilitarla? “Certo che non ho ripulito i ribelli. Non ho detto quasi nulla di loro.”
L’intervista originale ebbe luogo prima di tutto ciò, quando doveva essere presa la decisione di presentare alle Nazioni Unite la risoluzione per chiedere la no-fly zone, e tra l’altro dissi che dopo che fosse passata, pensavo che sarebbe stata usata per questo scopo, e ancora oggi lo dico.
Eppure, anche dopo che l’aggressione inglese, francese e statunitense alla Libia era evidente, Chomsky scrisse un altro articolo sulla Libia, il 5 aprile. In quel periodo migliaia, se non decine di migliaia di libici erano stati uccisi dalle bombe della NATO. Questa volta il pezzo di Chomsky  criticava apertamente i governi britannico e statunitense, ma non per la loro guerra, ma per il loro presunto sostegno a Gheddafi “e ai suoi crimini“. Questo non alimentava la demonizzazione che giustificava e perpetuava l’aggressione della NATO? “Prima di tutto, non accetto la tua descrizione non la chiamerei aggressione della NATO, è stata più complessa. Il passo iniziale, il primo intervento di cinque minuti, credo fosse giustificabile. C’era una possibilità, significativa, di un gravissimo massacro a Bengasi di cui Gheddafi ha un orribile record, e che dovrebbe essere noto, ma a quel punto credo che la reazione corretta avrebbe dovuto essere raccontare la verità su quello che accadeva.” Non posso che chiedermi perché la responsabilità di “dire la verità su quello che succede” valga solo per la Libia. Non dovremmo anche dire la verità su quello che accade in occidente? Della sua inestinguibile sete di decrescenti riserve di gas e petrolio, per esempio, o della sua paura di un’Africa indipendente, o della sua lunga esperienza nel sostenere e armare gangster brutali contro i governi che vuole abbattere? Chomsky ha abbastanza familiarità di tali esempi. Non dovremmo dire la verità sulla crisi che attualmente avvolge il sistema economico occidentale e che porta le sue élite sempre più a fare affidamento sui guerrafondai per mantenere il proprio fatiscente predominio? Non è tutto ciò, in realtà molto più pertinente sulla guerra alla Libia che raccontare i presunti crimini di Gheddafi di 20 anni fa?
Chomsky ha affrontato l’accademico e attivista statunitense James Petras, nel 2003, per la sua condanna dell’arresto a Cuba di diverse decine di agenti statunitensi e l’esecuzione di tre dirottatori. Petras avevano sostenuto poi che “gli intellettuali hanno la responsabilità di distinguere tra le misure difensive adottate da Paesi e popoli sotto attacco imperiale e le modalità offensive delle potenze imperialiste impiegate nella conquista. È il culmine dell’arroganza e dell’ipocrisia adottare un’equivalenza morale tra la la violenza e la repressione dei Paesi imperialisti nella conquista e quelle dei Paesi del Terzo Mondo sotto attacco militare e terroristico“. In questa occasione, Chomsky ha fatto di peggio. Lungi dall’adottare equivalenze morali, ha semplicemente cancellato i crimini degli alleati libici della NATO, mentre amplificava e distorceva le misure difensive adottate dal governo della Libia nell’affrontare una ribellione armata e appoggiata dagli USA. Ricordai a Chomsky il suo commento di qualche anno prima, secondo cui la Libia veniva pestata dai politici statunitensi per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni. “Sì, è vero, ma questo non vuol dire che non sia stato bello.” Ora lo è molto meno.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2013/06/20/noam-chomsky-pennivendolo-imperiale-la-libia-e-la-fabbrica-del-consenso/