Fare dell’Algeria un’altra Libia. Lo comanda il philosophe

venerdì, maggio 20, 2016

Nel febbraio 1982,  la rivista del sionismo mondiale, Kivunim (Direttive, in ebraico) pubblicava un  approfondito  studio dal titolo “Una strategia per Israele negli anni ‘80”.  Firmato dall’agente israeliano Oded Yinon, l’articolo notava come tutti i paesi islamici potenziali nemici di Israele fossero, al loro interno, minati da divisioni religiose ed etiche; e proponeva di istigare le discordie e le fratture, onde destabilizzare i paesi e spezzarli in piccoli stati settari, in lotta perpetua tra loro. Anzitutto, il piano Yinon citava l’Irak di Saddam: “l’Iraq, ricco di petrolio e lacerato internamente, è sicuramente un candidato degli obiettivi  d’Israele. La sua dissoluzione è ancora più importante per noi di quella della Siria. L’Iraq è più forte della Siria. (…)  l’obiettivo più importante, spezzare l’Iraq in domini come Siria e Libano. In Iraq, la divisione in province lungo linee etno-religiose, come in Siria durante il periodo ottomano, è possibile. Così esisteranno almeno tre Stati attorno alle tre principali città: Bassora, Baghdad e Mosul, e le aree sciite del sud si separeranno dal nord sunnita e curdo”.  Ma anche Siria, Libano, Egitto, ed altri stati erano passati in rassegna come candidati alla destabilizzazione e frammentazione.

(Qui sotto il testo integrale del Piano:
Bisognò attendere l’occasione propizia, che si presentò con l’attentato  di Al Qaeda del 11 settembre 2001  il Piano Kivunim, con le armi americane, l’espansione della democrazia o l’intervento umanitario,  la formazione di gruppi jhadisti,  Al Qaeda, ISIS, primavere arabe complicità europee, nonché l’aiuto di volonterosi sayanim,   è in via di puntuale realizzazione.  Irak, Afghanistan, Siria, Egitto, Tunisia  sono stati sovvertiti, ridotti in macerie e guerra intestina, messi in mano a terroristi di un estremismo islamico folle.  Pochi paesi  sono rimasti (per ora) indenni dall’azione destabilizzatrice.  Fra questi, il più importante economicamente  l’Algeria, resiste  – perché il regime ha combattuto negli anni ’90 una guerra di eradicazione dell’islamismo, e  veglia con estrema attenzione alle infiltrazioni di jihadisti  da oltre confine.
Adesso è scoccata l’ora per lo smembramento anche dell’Algeria. Il segnale viene da Bernard Henry Lévy  (d’ora poi  BHL) , l’ex “Nouveau philosophe” ora incartapecorito neocon. Il 17 aprile scorso, sulla   sua rivista di lusso La Régle du Jeu,  ha espresso il suo sostegno al MAK (Movimento di  Autonomia della Kabila), un gruppo berbero indipendentista che da tempo conduce attentati  ed attacchi ai militari algerini.  “Kabili, un popolo senza riconoscimento in Algeria”, esordisce BHL; “come i curdi”, e  dà il suo appoggio al preteso “governo provvisorio della Kabila”  formato dal MAK (un movimento che è ben lungi dall’avere il sostegno della popolazione kabila), che secondo il philosophe lotta “per una società libera, aperta, democratica e laica”.  BHL ha appoggiato una manifestazione del MAK che si è tenuta a  Parigi il 17 aprile,  dove si sono celebrate le vittime  della  “repressione” contro i kabili, e si sono invitate  le organizzazioni per i diritti  umani a interessarsi alle rivendicazioni dei  kabili.
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Ciò che rende pericoloso questo appello è il fatto che BHL,  come personaggio televisivo   di una certa “cultura” francese, e agente di una lobby,  ha avuto una parte fondamentale nell’incitare  Sarkozy a intervenire in Libia per rovesciare Gheddafi  nel 2011. Oggi,  ad anni di  distanza, in occasione del suo ultimo libro (ne sforna uno all’anno: questo si chiama L’esprit du judaïsme)  ha ribadito  la sua  ideologia di bellicista  per i diritti umani:  “Il ruolo degli intellettuali è dire che ci sono situazioni in cui la pace è peggio della guerra”.  E quanto al fatto che la Libia è piombata nel caos più sanguinoso, ha detto di non avere “alcun” ripensamento: “Una democrazia  non si costruisce in un giorno.  Ci vuole tempo e pazienza. Ciò comporta sangue, lacrime, a  volte dei ritorni indietro….”, ha detto filosoficamente il philosophe .
Benché sia un  personaggio macchiettistico, BHL  è anche un insuperabile promotore di sé stesso, e sa essere onnipresente sui media. Al festival di Cannes ha presentato perfino un su film, Peshmerga: girato  fra Mossul ed Erbil, perché  sì, BHL l’anno scorso è stato sul posto per dare appoggio con la sua luminosa presenza ai combattenti curdi che si battono per la democrazia e l’indipendenza.  Ed  ha inondato  i media francesi di foto sue: mentre  parla col comandante Barzani nascosto dietro una trincea di sacchetti di sabbia   sempre esibendo la costosa camicia bianca aperta sul petto avvizzito; lui alla testa delle ragazze combattenti….
Senza paura
Senza paura
Con Barzani in trincea
 
Perché sono  decenni che accorre dovunque nel mondo sia necessario il suo sostegno  per la democrazia e la civiltà contro la barbarie; naturalmente con un intero ufficio-stampa e propaganda al seguito, che diffonde le sue immagini ed esalta il suo mito, promuovendo i suoi libri.
E’ stato a Kiev, a sostenere i nazi contro  Mosca….Non senza qualche cedimento alla “narrativa”, una specialità ebraica: come nel 1982 quando raccontò di essere arrivato, con marce forzate in Afghanistan, fino al covo del generale Massoud per consegnargli delle radio-trasmittenti: una balla. O quando nel ’93  si fece intervistare e fotografare mentre stava accovacciato dietro un muro,  come fosse sotto il tiro dei cecchini; poi il Canard Enchainé mostrò la foto non tagliata, e fece vedere che dall’altra parte del muro passavano delle persone tranquille, perché nessuno stava sparando.
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Sarajevo, sotto il fuoco….
Apparentemente da quarant’anni BHL si  reca nei luoghi delle guerre civili più sanguinose (in parte provocate da lui, o dal Piano Kivunim) allo scopo di farsi del  selfie.  In Francia è diventato lo zimbello dei vignettisti.
...alle Termopili
BHL  alle Termopili
Ma sarebbe un errore sottovalutarne la pericolosità.  L’accerchiamento dell’Algeria si stringe: la Tunisia, che aveva negato agli Usa una base militare sul suo territorio,  dopo i sanguinosi attentati di “Al Qaeda” sulle spiagge che hanno rovinato per sempre il turismo, unica  risorsa, ha capito la lezione ed adesso gli americani hanno la loro base. Nel Sud,  guerriglieri berberi o “Al Qaeda” sono armati ed addestrati da chissà chi nell’amplissimo, incontrollabile spazio nord-sahariano.
E soprattutto, il fondatore del MAK, il movimento indipendentista kabilo appoggiato da  BHL – si chiama Ferhat Mehenni, è esiliato in Canada  –    nel 2015  ha chiesto ufficialmentel’aiuto di Israele per “i diritti del popolo kabilo, una  regione berbera occupata dagli Arabi”.  Il sito ultra-sionista  e neocon “EuropeIsrael” ha accolto e promosso con entusiasmo la richiesta.
Del resto sono anni che Israele coltiva le relazioni col MAK,  opportuno  strumento di sovversione. Nel maggio 2012 una delegazione di Movimento è  stata ricevuta in visita ufficiale, su invito del capo delle relazioni estere del Likud, Jacques Kopfer. Ovviamente ciò ha suscitato i più vivi sospetti ad Algeri.   Il portavoce del ministero degli esteri di Algeri disse allora: sappiamo che esiste “un tracciato di rotta”   di “ progetti scellerati per attentare all’unità nazionale”. Un’allusione al Piano Kivunim. Adesso, BHL ha dato il segnale: dopo la Siria, la Libia, l’Irak, tocca all’Algeria?
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Nella Libia da lui liberata

 

 

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Le rivoluzioni colorate sono un’aggressione estera con mezzi non militari

Rivoluzione colorata

controstoria di Saddam Hussein.

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Di Leonardo Olivetti

Quando si parla dell’Iraq contemporaneo non si può fare a meno di pensare alla controversa figura di Saddam Hussein. Il Raìs iracheno è uno dei massimi oggetti di demonizzazione dell’Occidente, accusato di ogni sorta di crimine e usato come archetipo della tirannide. Ma alle costruzioni propagandistiche degli agiografi dell’imperialismo americano, non corrispondono i fatti; Saddam Hussein fu uno dei più geniali e lungimiranti leader mediorientali degli ultimi anni, capace di guidare un paese dalla rovina alla prosperità, di non arrendersi alle minacce e all’arroganza stranieri, per nulla responsabile di quelle “atrocità” tanto vilmente accostate alla sua figura.

Quando Saddam Hussein prese in mano le redini del paese mediorientale, aveva di fronte a sé una situazione molto deteriorata, insicura e sottosviluppata economicamente, culturalmente e socialmente. Il Raìs iracheno risollevò l’Iraq dalla miseria, creando un regime prospero e culturalmente avanzato. L’alfabetizzazione, nel 1973, era solo il 35%; solo nove anni più tardi, le Nazioni Unite dichiararono l’Iraq “libero dall’analfabetismo”, con una popolazione alfabetizzata superiore al 90%, ed una percentuale del 100% di giovani che andavano a scuola. Due anni dopo, nel 1984, le stesse Nazioni Unite ammisero che “il sistema educativo dell’Iraq è il migliore mai visto in un paese in via di sviluppo”. Il sistema scolastico iracheno era anche tra i migliori al mondo per qualità; il tasso di studenti promossi era maggiore che negli altri paesi arabi, e il governo di Saddam, dal 1970 al 1984, spese solo per l’educazione il 6% del PIL, pari al 20% del reddito annuo del paese. In pratica, il governo di Baghdad spese per ogni singolo studente circa 620$, una cifra altissima per un paese in via di sviluppo. E questo dopo che Saddam Hussein era l’uomo forte di Baghdad da solo un decennio. Più tardi, dal 1976 al 1986, gli studenti delle scuole elementari crebbero del 30%, le studentesse femmine del 45%, sintomo della crescente emancipazione femminile, e il numero delle ragazze che studiavano era il 44% del totale, quasi in parità con il sesso maschile. Un altro risultato del fervore culturale importante nell’Iraq di Saddam Hussein è quello ottenuto nell’ambito universitario; l’Università di Baghdad, fondata nel 1957, ebbe oltre 33 mila studenti tra il 1983 e il 1984, l’Istituto Tecnico oltre 34 mila, l’Università di Mustansirya oltre 11 mila. Queste cifre altissime, che manifestano la fioritura culturale dell’Iraq ba’athista, portarono il New York Times, nel 1987, a battezzare Baghdad come “la Parigi del Medio Oriente”.

Dal 1973 al 1990 furono costruiti migliaia di chilometri di strade, si completò l’elettrificazione, e si istituirono un sistema sanitario ed un sistema scolastico completamente gratuiti. Le infrastrutture in Iraq sono tutte opera della leadership di Saddam Hussein; la maggior parte degli aeroporti ora operanti in Iraq sono stati costruiti da Saddam Hussein (l’aeroporto internazionale di Basra, quello internazionale di Erbil, quello di Baghdad), la maggiore autostrada del paese (la cosiddetta “Freeway 1”, lunga 1.200 chilometri) fu costruita a partire dal 1990. Saddam Hussein si è reso molto popolare in Iraq anche per i suoi continui viaggi, negli anni ‛70, in tutto il paese, per assicurarsi che ogni cittadino avesse a disposizione un frigorifero e l’elettricità, una delle basi ed una delle più grandi vittorie del Partito Ba’ath in Iraq. La sanità irachena era tra le migliori nella regione; la mortalità infantile passò da 80 persone ogni 1.000 abitanti nel 1974, a 60 ogni 1.000 nel 1982, fino a 40 ogni 1.000 nel 1989. La mortalità al di sotto dei cinque anni calò da 120 bambini ogni 1.000 nel 1974, a 60 ogni 1.000 nel 1989. Il sistema sanitario iracheno era anche tra i migliori qualitativamente: dicono l’UNICEF e l’Organizzazione Mondiale della Sanità che “a differenza di altri paesi più poveri, l’Iraq ha sviluppato un sistema occidentale di ospedali all’avanguardia che usa procedure mediche avanzate, e ha prodotto fisici specialisti”. Prima del 1990, sempre secondo i rapporti dell’OMS, avevano accesso a cure mediche gratuite e di alta qualità il 97% dei residenti urbani e oltre il 70% di quelli rurali, percentuali infinitamente alte se confrontate con quelle di altri paesi in via di sviluppo.

La distruzione dell’Iraq fu decisa al Pentagono e cominciò con le sanzioni economiche del 1990. Poco si parla degli effetti di queste sanzioni sul popolo iracheno. Parlando a livello di morti, si potrebbe dire che si trattò di un vero e proprio genocidio. Nel periodo 1991-1998, a causa delle fortissimi limitazioni  imposte dagli Stati Uniti e del conseguente fallimento dell’economia irachena, morirono circa mezzo milione di bambini, stima l’UNICEF. E non solo: sempre secondo l’UNICEF a causa delle sanzioni degli anni ‛90, la mortalità nei primi cinque anni di vita raddoppiò e raddoppiò anche quella infantile. Bellamy, funzionaria dell’organizzazione, ha constatato che “se la riduzione della mortalità infantile che si era verificata negli anni ‛80 fosse proseguita anche negli anni ‛90, ci sarebbero state mezzo milione di morti in meno”. Può essere certamente plausibile quanto scrissero John e Karl Müller nel 1999, cioè che le sanzioni economiche “possono aver contribuito a causare più morti durante il periodo post Guerra Fredda che tutte le armi di distruzione di massa nel corso della storia”. La sanità irachena calò in qualità, dicono sempre Müller, dato che, a causa delle sanzioni, “l’importazione di alcuni materiali disperatamente necessari era stata ritardata o negata a causa delle preoccupazioni che avrebbero potuto contribuire ai programmi di armamento di distruzione di massa dell’Iraq. Forniture di siringhe sospese a causa delle paure legate alle spore di antrace”. Sempre nel campo medico “le tecniche medico-diagnostiche che utilizzano le particelle radioattive, una volta comuni in Iraq, erano vietate per effetto delle sanzioni e i sacchetti di plastica necessari alle trasfusioni di sangue ristretti”. A definire queste tremende sanzioni come un “genocidio di fatto” ci ha pensato anche  Denis Halliday, coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Iraq. Questa gravissima tragedia voluta dall’amministrazione americana, fu, successivamente, anche considerata “giusta” da Madeleine Albright.
Nella sua più controversa intervista, il 12 maggio 1996, il Segretario di Stato è intervistato da Lesley Stahl al programma 60 minutes:
– «Abbiamo saputo che mezzo milione di bambini sono morti. Intendo dire, più bambini di quelli che morirono ad Hiroshima. E, pensa ne sia valsa la pena?»
– «Pensiamo che sia stato un prezzo giusto da pagare
Non contenta dell’apologia di un crimine contro l’umanità, Albright ha poi accusato l’intervistatrice di “fare propaganda irachena”. E tutti questi morti e questa miseria per delle armi che Saddam Hussein non aveva mai avuto. Il primo passo per distruggere il più progredito stato mediorientale si concluse con un prezzo di vite altissimo, ma non fece crollare l’Iraq ba’athista.

Saddam Hussein aveva ancora una forte base di potere e godeva di un ampio sostegno, anche se si è cercato di far credere che fosse “odiato dal popolo e prossimo al collasso”. Il leader iracheno sapeva bene che con l’inizio delle sanzioni “era iniziata la madre di tutte le battaglie”, come egli stesso proclamò al mondo il 17 gennaio 1991. Infatti, senza cedere alle pressioni americane, egli proseguì la sua battaglia per un Iraq indipendente fino a che l’America non fu costretta ad intervenire direttamente. Dopo la creazione della fasulla “Asse del male” iniziò una delle più grandi operazioni di false flag che la storia ricordi: George W. Bush inventò di sana pianta la storia dei legami con al-Qaida e delle armi di distruzione di massa, e mentre lanciava assurdi slogan bellici («Saddam merita questo!»), si creava anche la storia dei “massacri” attribuiti ai ba’athisti iracheni. Mentre la notizia delle armi di distruzioni di massa si è oramai rivelata una falsità, diverso è il caso per le notizie dei “massacri” e dell’uso di armi chimiche di Saddam, che ancora riscuotono un gran successo mediatico.

Si disse che Saddam Hussein perseguitò i curdi, e, nella sola città di Halabja, ne fece uccidere 5.000 o più, nel marzo del 1988. Tuttavia furono ritrovati solo 300 corpi, e la cosa è tutt’altro che sicura; si pensa che la storia dell’attacco chimico a Halabja sia “ormai appurata”, eppure è l’America stessa a fornire le prove che scagionano Saddam.
Il Dipartimento di Stato americano ha mostrato vari rapporti che mostrano che l’Iraq non ha mai posseduto quel gas, a base di cianuro; in tanti anni, la CIA non aveva mai reperito questa arma tra gli arsenali iracheni, mentre era presente nell’esercito iraniano. Il mondo non è mai stato convinto della storia: la CIA, l’US Army War CollegeGreenpeace, Stephen Pelletiere (principale analista della CIA del 1988), Jude Waniski (giornalista e prestigioso commentatore di notizie economiche), l’Historical Report del corpo dei Marines hanno tutti accusato l’Iran, ed hanno tutti ritenuto “infondata” l’accusa rivolta a Saddam Hussein.
Stephen Pelletiere scrisse a tal proposito: «Per quanto ne sappiamo noi, tutti i casi in cui il gas fu usato corrispondono ad una battaglia. Queste sono tragedie di guerra. Forse possono esserci giustificazioni per l’invasione dell’Iraq, ma Halabja non è tra queste», ed ebbe cura di precisare, nello stesso articolo, che apparve sul New York Times:
«…la verità è che tutto quello che sappiamo è che i curdi quel giorno ad Halabja furono bombardati con gas velenoso. Non possiamo dire con assoluta certezza che furono armi chimiche irachene ad uccidere i curdi. Questa non è la sola stortura della storia di Halabja.
Io lo so perché, come capo analista politico della CIA sull’Iraq durante la guerra Iran-Iraq, e come professore al Collegio Militare di Guerra dal 1988 al 2000, ero a conoscenza di molto del materiale segreto che fluiva attraverso Washington e che aveva a che vedere con il Golfo Persico. Inoltre ero a capo di una investigazione militare del 1991 sul come gli iracheni avrebbero combattuto una guerra contro gli Stati Uniti; la versione segreta di quel dossier esplorava con dovizia di dettagli l’affare Halabja.
Quello di cui siamo sicuri circa l’uso del gas ad Halabja è che successe durante una battaglia tra le truppe irachene ed iraniane. L’Iraq usò armi chimiche per ammazzare gli iraniani che avevano preso la città, che si trova nell’Iraq settentrionale, non lontano dal confine iraniano. I civili curdi che morirono ebbero la sfortuna di essere presi in quello scambio. Ma non erano loro il bersaglio degli iracheni.
Ma la storia si intorbidisce. Immediatamente dopo la battaglia la DIA investigò e produsse un resoconto segreto, che circolò per conoscenza tra la comunità dell’intelligence. Quello studio accertò che era stato il gas iraniano ad uccidere i curdi, non quello iracheno.
L’agenzia trovò che ambedue le parti usarono armi chimiche l’una contro l’altra nella battaglia di Halabja. Tuttavia lo stato in cui furono trovati i corpi dei curdi indicava che furono uccisi con un veleno che agiva sul sangue, cioè un gas a base di cianuro, che si sapeva veniva usato dalle truppe iraniane. Gli iracheni, che si pensa usassero l’iprite in battaglia, non erano soliti usare gas che agiva sul sangue, in quel periodo.
È da molto tempo che questi fatti sono di pubblico dominio, ma, stranamente, ogniqualvolta il caso Halabja è citato, di questo non se ne parla. Un articolo controverso apparso sul New Yorker lo scorso marzo non faceva alcun riferimento al resoconto della DIA, né considerava che potesse essere stato gas iraniano ad aver ucciso i curdi. Nelle rare occasioni in cui se ne parla, ci si specula sopra, senza prova alcuna, che fosse per favoritismo politico dell’America verso l’Iraq nella guerra contro l’Iran.»

Secondo la versione suggerita dal New Yorker, e data per vera da Bush, il generale Alì Hassan al-Majid avrebbe ordinato all’aviazione irachena di sganciare bombe chimiche su Halabja. Ma Patrick Lang, uno dei maggiori analisti della DIA (la Defense Intelligence Agency americana), confermò che i due schieramenti che si contendevano la città, quello iracheno e quello iraniano, si scambiano bombe chimiche con mortai, e che l’aviazione non fu mai chiamata in causa. All’inizio, l’intera amministrazione americana accusò l’Iran della responsabilità, dato che era in corso la guerra Iraq-Iran e gli Stati Uniti supportavano la prima fazione; tuttavia, quando il nuovo bersaglio divenne Saddam Hussein, la versione venne stravolta, e fu invece accusato Saddam Hussein, così da “provare” l’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq, far approvare le sanzioni, ed avere un qualche motivo propagandistico per invadere l’Iraq nel 2003.

Nel novembre del 2003, gli Stati Uniti dichiararono che erano stati rinvenuti 400.000 corpi in fosse comuni dell’Iraq del Sud, da attribuirsi a Saddam. Ma ci pensò Tony Blair, nel giugno del 2004, a dover ammettere che Bush “aveva parlato in modo inappropriato”, perché solo 5.000 corpi erano stati rinvenuti. Solo qualche tempo dopo, altre fonti dimostrarono che erano dei morti civili causati dall’aviazione statunitense durante l’operazione Desert Storm nel 1991. Purtroppo tutto questo cadde nell’oblìo, e si decise di non divulgare più niente su questo argomento.

Saddam Hussein non abbandonò mai il suo popolo come fu detto. Questa operazione propagandistica era volta a screditare Saddam agli occhi degli iracheni. Si disse che era stato trovato nascosto in un buco a Tikrit. In realtà questa storia è totalmente priva di fondamento. Un marine libanese che aveva preso parte all’operazione per catturare Saddam, Nadim Rabeh, dichiarò nel 2005 (anche se si cercò di coprire la sua versione) che Saddam fu ritrovato “in una modesta casa di un piccolo villaggio, non nel buco dove si disse. Lo catturammo dove una feroce resistenza, e fu ucciso anche un marine sudanese”. Rabeh disse che il Raìs iracheno in persona aveva iniziato a fare fuoco contro di loro dalla sua finestra, e che si fermò dopo che gli fu detto di arrendersi perché era circondato. Rabeh disse anche che “più tardi un team militare di tecnici di ripresa assemblò il film del buco in cui sarebbe stato catturato che era in realtà un pozzo abbandonato”.
Saddam, al suo processo, espresse una versione che combaciava con questa. Un colonnello dell’esercito iracheno a riposo che partecipò al processo disse, sulla sua cattura e sulla sua resistenza attiva:
«La biancheria di Saddam appariva molto pulita dando l’impressione che egli non avesse potuto stare in un buco. Nel periodo in cui avevano detto di averlo catturato non vi sono datteri, ma le palme che si vedevano nei filmati mostratici portavano datteri e questo non è possibile. La mia casa è nel quartiere di Adhamiya e io ho effettivamente visto Saddam nella sua ultima famosa apparizione pubblica dopo che Baghdad era già caduta: egli stava in piedi sul cofano di un’autovettura, sorrideva alla gente intorno a lui che lo incitava mostrandogli la fedeltà di sempre. Saddam era alla testa delle truppe durante la battaglia dell’aereoporto. Secondo quello che ho sentito aveva guidato molti attacchi contro gli americani.»

In realtà, Saddam Hussein combatté fino alla fine, non si arrese né si nascose, e godette sempre del sostegno del popolo iracheno. Il 9 aprile 2003, conosciuto come il giorno della “caduta di Baghdad”, egli fece la sua ultima apparizione pubblica, circondato da una folla in delirio, qualche decina di migliaia di persone che lo sollevò dal tettuccio della sua macchina affinché potesse parlare alla folla. Parla degli ultimi giorni di Baghdad e del ruolo di Saddam Hussein anche una ex Guardia Repubblicana, che disse:
«Mentre stavo sparando con i miei compagni, all’improvviso, trovammo Saddam Hussein con molti dei suoi assistenti dentro l’aeroporto. Fummo davvero sorpresi perché non ci aspettavamo una simile cosa, ma Saddam venne avanti e prese un RPG e se lo mise sulle spalle ed iniziò a sparare anche lui. Ci raccogliemmo intorno a lui e lo pregammo di mettersi da parte e lasciare noi a combattere perché se fossimo stati uccisi noi eravamo comuni ufficiali, ma se lui fosse stato ucciso avremmo perso il nostro leader. Saddam si rivolse a noi e disse, “Ascoltate, io non sono meglio di chiunque tra voi e questo è il momento supremo per difendere il nostro grande Iraq e sarebbe grandioso essere ucciso come martire per il futuro dell’Iraq”.»

In un sondaggio del novembre 2006, condotto dal Iraq Centre for Research and Strategic Studies e Gulf Research Center, alla domanda se “si stesse meglio con Saddam o ora”, il 90% disse che si stava meglio meglio prima, e solo il 5% disse di preferire la situazione odierna. Un vero e proprio plebiscito. Per descrivere l’Iraq invaso dagli yankee, l’Iraq ipocritamente definito “libero”, non ci sono parole più precise di quelle usate da Riverbend – Blog da Baghdad:
«Non esiste alcuna maniera per descrivere la perdita di cui abbiamo fatto esperienza con questa guerra e questa occupazione. Non esiste compensazione per la densa nube nera di paura che penzola sulla testa di ogni iracheno. Paura degli americani nei loro carri armati, paura delle pattuglie della polizia con le loro bandane nere, paura dei soldati iracheni che indossano le loro maschere nere ai checkpoint.»

Per quanto riguarda il processo di Saddam Hussein, una delle più grandi finzioni giudiziarie degli ultimi anni, sarebbe fin troppo lungo elencare gli errori, le mancanze giudiziarie e le assurdità. Basti ricordare che il primo giudice fu costretto a dimettersi perché permetteva a Saddam di parlare e sembrava troppo equo, e ne subentrò uno che mostrava una totale tendenziosità; molte volte Saddam fu allontanato dall’aula senza motivo, gli avvocati difensori espulsi, testimoni a difesa torturati, furono distrutti vari video mostrati dalla difesa, ed in soli due giorni la corte disse di aver letto le 1.500 pagine della deposizione della difesa. La condanna a Saddam Hussein fu nient’altro che una montatura, un processo politico per liquidare un uomo scomodo, umiliare fino in fondo quell’implacabile nemico dell’Occidente, accusato di ogni sorta di crimine e screditarlo agli occhi del suo popolo che, invece, era ancora affezionato a lui. Delle ottime parole per descrivere l’ultimo giorno di Saddam Hussein prima della sua impiccagione furono quelle usate da Malcolm Lagauche: «Oggi, Saddam Hussein è l’uomo più libero dell’Iraq, nonostante sia dietro le sbarre. La sua mente è limpida e la sua integrità incredibile. Attende la morte con dignità. Non una sola volta ha ceduto sotto tortura o pressione. Anche quando gli fu offerta dagli USA una tessera per “uscire gratis di prigione” se avesse fermato la resistenza, Saddam rifiutò di capitolare.»

Leonardo Olivetti

– Fonte: statopotenza.eu del 19 dicembre 2013
Link: http://www.statopotenza.eu/9765/controstoria-di-saddam-hussein

Fonte: visto su NOCENSURA del 112 agosto 2014
Link: http://www.nocensura.com/2014/08/controstoria-di-saddam-hussein-e.html

Bahar Kimyongür: “Le elite occidentali e le monarchie del Golfo hanno gli stessi obiettivi e la stessa immoralità”

Gli ultimi sviluppi nel Medio Oriente e nel Maghreb analizzati dall’attivista, scrittore e giornalista belga di origine turca, Bahar Kimyongür, in un intervista concessa al portale di informazione, “Algerie Patriotique”.

Il testo dell’intervista originale su “Algerie Patriotique”.

La Francia ha appena consegnato al principe ereditario saudita la Legione d’Onore, mentre il Belgio ha concesso al presidente turco Recep Tayyip Erdogan l’Ordine di Leopoldo. Si tratta di due alti riconoscimenti per i paesi che sostengono il terrorismo. Come si spiega. L’Occidente premia  gli sponsor del terrorismo?

Le elite occidentali e le monarchie del Golfo sono parte dello stesso mondo. I nostri leader ed i loro re hanno gli stessi obiettivi e la stessa immoralità. I leader francesi e belgi vogliono mantenere buoni rapporti con gli amici, clienti e alleati strategici. Essi sono disposti a compromessi per soddisfare i peggiori interessi personali.

Come ha detto il consulente di Hollande per il Medio Oriente, David Cvach, “è giunto il momento di comprare azioni MBN” iniziali di Mohammed Bin Nayaf. Il capo del paese dei diritti umani compra i favori dei torturatori, assassini e criminali di guerra e viceversa. È il contrario di quello dovrebbe sorprendere.

I nostri leader cercano di giustificarsi dicendo che i regimi sauditi e turchi lottano contro il terrorismo, mentre questi due regimi sono i principali sponsor del terrorismo in Medio Oriente. Si dice che il denaro non ha colore o odore. Tuttavia, il denaro che il principe Mohammed Bin Najaf offre Hollande ha un odore: l’odore del sangue delle vittime del terrorismo.

C’è stato un tempo in cui l’Occidente ha elogiato il “modello turco”, definendo il governo di Erdogan di “moderata e liberale”. Tuttavia, il coinvolgimento diretto di Erdogan in conflitti interni in Iraq, Egitto, Iraq e Siria e la persecuzione contro i media opposizione lo hanno fatto l’uomo più odiato della regione. Come spieghi il suo passo da riformatore a dittatore?

Erdogan è sempre stato un dittatore insaziabile. In un primo momento, ha dovuto nascondere il suo gioco e affidarsi alla confraternita di Fethullah Gülen, flirtando con l’élite intellettuale, d’accordo con le forze politiche e gli attori economici, seducendo l’Unione europea, sostenendo la causa palestinese di fronte a Shimon Peres al Forum economico di Davos, etc. Ha praticato la dissimulazione, al fine di salire le scale e ottenere pieni poteri.

Tuttavia, quando la sua popolarità ha portato alle vittorie elettorali ripetute e sentiva che c’era una rete di sostegno internazionale dei Fratelli Musulmani, ha poi mostrato il suo temperamento da bullo. L’amministrazione Obama ha spinto Erdogan ad impegnarsi in una guerra contro la Siria di Bashar al-Assad come l’amministrazione Carter e Reagan hanno spinto Saddam Hussein ad attaccare l’Iran di Khomeini.

Le pressioni degli Stati Uniti su Erdogan affinché si implicasse nel conflitto siriano sono state rivelati dal quotidiano Sabah, un media pro-Erdogan, che ha raccontato di un incontro tra il leader turco e poi con direttore della CIA, Leon Panetta, a marzo 2011. La missione di Panetta era quella di convincere Erdogan ad affrontare Assad ha e lo ha fatto. Erdogan ha ricevuto il FSA(Esercito siriano libero ndr), la Coalizione Nazionale Siriano (CNS) e poi i terroristi di tutto il mondo. Tutte queste forze agiscono nell’interesse e per conto di Erdogan che, a sua volta, agisce per conto degli USA.

Infine, Erdogan è diventato un dittatore, ma anche un semplice esecutore degli ordini di Washington e intermediario tra gli Stati Uniti e la Galassia ISIS-Nusra-Ahrar-FSA.

“L’ISIS scomparirà quando Assad andra via”, ha detto il ministro degli Esteri saudita Adel al Jubeir, in visita in Francia pochi giorni fa. Non è questa una ammissione indiretta che il gruppo terroristico agisce sostenuto dall’Arabia Saudita?

Il regime wahhabita è consapevole che la sua dottrina è la stessa dell’ISIS. Egli osserva, non senza timore che la simpatia della popolazione saudita è in crescita verso l’ISIS. La monarchia rifiuta la presenza dell’ISIS nel suo territorio. Al contrario, questa monarchia vede l’ISIS come un male minore in Siria, Yemen e Iraq perché questo gruppo terroristico combattere gli stati, le ideologie e le comunità che giudica ostili: la laicità della Siria, l’Iran sciita, Zaidi, lo Yemen, gli alawiti e le minoranze cristiane in Siria.

Quindi, vi è una chiara strumentalizzazione dell’ISIS da parte del regime saudita. Durante la conquista di Mosul da parte dell’ISIS nel 2014, i media vicini al potere saudita, lo hanno accolto come il trionfo di quello che chiamavano “rivoluzione sunnita” contro, gli sciiti, (il primo ministro iracheno Nuri al Maliki).

Il gran numero di sauditi nell’ISIS, tra cui alti funzionari dell’esercito saudita, è un’illustrazione della vicinanza ideologia e strategica tra ISIS e Al Saud. Le guerre del regime saudita contro l’Iraq, la Siria, il Libano e Yemen sono condotte attraverso il sostegno all’ISIS e Al Qaida nella regione. Se l’Arabia Saudita aveva davvero voluto il benessere del popolo yemenita, si sarebbe alleata con l’esercito e gli Huthi contro l’ISIS e Al Qaida. Invece no. Re Salman sta cercando di distruggere le sole forze yemenite che resistono contro i due gruppi terroristici più barbari del mondo.

La Tunisia soffre gli attacchi terroristici dallo scorso anno, l’ultimo dei quali è stato quello di Ben Guerdane. Il trionfalismo mostrato dai tunisini potrebbe  avere un effetto nefasto per la lotta contro il terrorismo?

Il giorno dopo un fatto così traumatizzante come l’ operazione jihadista di Ben Guerdane, il trionfalismo può essere utile per tenere unito il popolo tunisino intorno al suo esercito. Ma il governo tunisino deve stare attento a non riposare sugli allori in quanto il jihadismo tunisino non è stato eliminato. Quasi 5.000 tunisini combattono in Siria e più di mille in Libia.

La Tunisia non è più un teatro frequente di attacchi terroristici di ampiezza, come l’attacco del Museo del Bardo, di Sousse, l’esplosione in un autobus militare, in Tunisia, per non parlare dei delitti diretti contro attivisti di sinistra come Chokri Belaid e Mohammed Brahmi. Il santuario terrorista libico è alle porte della Tunisia. La guerra del popolo tunisino contro l’ISIS è tutt’altro che finita.

Cosa pensa della situazione attuale in Siria?

Dopo l’intervento russo, i terroristi in Siria non hanno raggiunto alcuna vittoria. Gli attacchi lanciati contro esercito siriano finiscono sempre nella sconfitta. Damasco è salda. I distretti di Aleppo occupati dai terroristi vengono gradualmente cancellati da parte dell’esercito. La provincia di Latakia è stata completamente liberato. A Deraa, i gruppi terroristici si sono ritirate. Palmira è diventato una tomba per l’ISIS. Sono le province di Idleb, il bastione di Al-Nusra, e poi Raqqa e Deir ez-Zor, le due province quasi interamente occupate dall’ISIS.

Sul fronte settentrionale, le Forze Democratiche siriane, guidati da YPG curde milizie sono riuscite a espellere l’ISIS, in provincia di Hasaka e avanzare nel nord di Aleppo.

L’annuncio del presidente russo di ritirare la maggior parte delle truppe sul fronte siriano indica che la Siria dovrà prendersi cura di se stessa e fare lo sforzo di eliminare i resti dei gruppi terroristici. Detto questo, l’esercito siriano continuerà ad essere sostenuto dal cielo dai russi e da terra daller Forze di Difesa Nazionale, dagli iraniani, dal Hezbollah libanesi, da volontari afgani e dalle milizie sciite, dai volontari internazionali sunniti (Guardia nazionale araba),dalle tribù sunnite siriane (Shaitat, Magawir), dai drusi dello Scudo della Nazione, dalle Brigate assire (Sotoro) etc.

Parallelamente, diverse iniziative di riconciliazione si svolgono a margine dei negoziati di Ginevra. Allo stesso tempo, si registra l’ingresso di aiuti umanitari nelle città assediate. Cinque anni dopo l’inizio della controrivoluzione siriana, siamo in grado di credere che possiamo vedere la fine dell’incubo.

L’Algeria ha rifiutato di partecipare alla coalizione saudita contro lo Yemen e di etichettare Hezbollah una “organizzazione terroristica”.L’ Algeria si è trasformata in un bastione contro l’egemonismo saudita con l’Iraq, Siria e Libano?

L’Algeria conosce meglio di qualsiasi altro paese il colonialismo occidentale e il terrorismo jihadista. Il popolo algerino ha subito queste due calamità per due decenni e alla fine le ha superate: nel 1954-1962 e 1991-2002, rispettivamente. L’Algeria conosce meglio di qualsiasi altro Paese musulmano le devastazioni ideologici e culturali del wahhabismo nel mondo islamico ed i valori sacri e universali di resistenza nel mondo islamico incarnate da Hezbollah. Anche durante i momenti più critici della crisi siriana, l’Algeria non ha mai nascosto la sua simpatia per il popolo siriano, il suo governo e il suo esercito insistendo sulla necessità di trovare una soluzione politica alla crisi siriana. Questa posizione di rispetto per la sovranità nazionale siriana ha fatto in modo che l’ Algeria si guadagnasse l’attacco costante del regime saudita. Diversi paesi arabi hanno continuato più o meno apertamente, i rapporti con la Siria, in particolare l’Egitto, la Tunisia e l’Oman, ma solo l’Algeria ha mantenuto una forte solidarietà con la Siria.

Nonostante le pressioni saudite e occidentali, l’Algeria ha mantenuto ottimi rapporti con l’Iran distruggendo così il mito di uno scontro tra sunniti e sciiti. L’Algeria, come capitale del Terzo Mondo, ha mantenuto fedele alla sua storia. Questo è un grande onore per il popolo algerino. Il popolo siriano, che continua a resistere, gli sarà infinitamente grato.

Fonte: Algerie Patriotique
Notizia del:

Generale inglese: il Qatar e l’Arabia Saudita hanno attivato una bomba a tempo per creare terrore

ita+eng
Scritto da The Telegraph

Il generale Jonathan Shaw, ex assistente capo del gruppo della difesa inglese, ha detto che il Qatar e l’Arabia Saudita sono responsabili della diffusione dell’Islam radicale.
Il generale Shaw stronca gli alleati arabi occidentali.
Originalmente apparso in “the Telegraph”.
Il Qatar e l’Arabia Saudita hanno innescato una bomba a tempo per sovvenzionare la diffusione globale dell’Islam radicale, secondo un ex comandante delle forze inglesi in Iraq.

Il generale Jonathan Shaw, che si è ritirato dall’incarico di assistente capo del Ministero della Difesa nel 2012, ha detto in un’intervista al “The Telegraph” che il Qatar e l’Arabia Saudita sono stati i primi responsabili dell’incremento delle frange più estremiste dell’Islam che hanno inspirato i terroristi dell’Isis.
I due stati del Golfo hanno speso milioni di dollari per promuovere un’interpretazione militante e prosetilista della loro fede derivata da Abdhul Wahhab, uno studioso del XVII secolo, basata sul Salaf, cioè sui seguaci originari del Profeta.
Ma i governanti di entrambi gli stati sono ora minacciati dalla loro stessa creazione più dell’Inghilterra e dell’America, ha argomentato il Generale Shaw.Lo stato islamico dell’Iraq e del Levante hanno promesso di rovesciare i regimi del Qatar e dell’Arabia Saudita, che considerano entrambi come avamposti corrotti della decadenza e del peccato.
Così il Qatar e l’Arabia Saudita hanno tutte le ragioni di intraprendere una guerra ideologica contro l’Isis. Dal loro punto di vista, ha aggiunto, l’offensiva militare occidentale contro il movimento terrorista è stata probabilmente una prova futile.
“Questa è una bomba a tempo innescata sotto sembianze culturali. In realtà,il Salafismo di Wahhabi sta logorando il mondo. Ed è sovvenzionato dall’Arabia Saudita e dal Qatar e deve fermarsi.” ha detto il Generale Shaw. “Il punto è: bombardare tutti i popoli è realmente una soluzione a tutto questo? Non credo. Preferirei che ci concentrassimo di più sulla battaglia ideologica piuttosto che su quella fisica”
Il generale Shaw, 57 anni, si è ritirato dall’Esercito dopo 31 anni di carriera, che l’hanno visto a capo di un plotone di paracadutisti nella battaglia del Monte Longdon, il più sanguinoso scontro della guerra delle Falklands e supervisionare il ritiro della Gran Bretagna da Basra, nel sud dell’Iraq. Assistente Capo di Stato Maggiore della Difesa, si è specializzato nella lotta al terrorismo e nella politica di sicurezza. Tutto questo lo ha reso acutamente consapevole dei limiti che l’uso della forza può avere. Egli ritiene che l’Isis può essere sconfitto solo con mezzi politici e ideologici. Attacchi aerei occidentali in Iraq e Siria, a suo avviso, non possono raggiungere nulla se non un temporaneo successo tattico. Quando si tratta di condurre tale lotta ideologica, il Qatar e l’Arabia Saudita sono fondamentali. “Il problema principale è che questi due paesi sono gli unici due paesi al mondo in cui il salafismo wahabbita è religione di Stato – e l’Isis è una espressione violenta del salafismo wahabita”, ha detto il General Shaw. La minaccia principale dell’Isis non riguarda gli occidentali: riguarda l’Arabia Saudita e  gli altri stati del Golfo.”
Sia il Qatar che l’Arabia Saudita giocano una piccola parte nella campagna aerea contro l’Isis
contribuendo con due e quattro aerei rispettivamente. Ma il Gen Shaw ha detto che “dovrebbero essere in prima linea” e, soprattutto, che dovrebbero essere a capo di una contro-rivoluzione ideologica contro l’Isis.
La campagna aerea britannica e americana non può “fermare il sostegno a persone in Qatar e Arabia Saudita per questo tipo di attività”, ha aggiunto il General Shaw. “Questo è il punto. Si potrebbe, se funziona, risolvere un problema tattico immediato. Non è affrontare il problema fondamentale del salafismo wahabbita come cultura, che credo sia fuori controllo e che è ancora la base ideologica dell’Isis- e che continuerà ad esistere anche se fermiamo la loro avanzata in Iraq”.
Il Gen Shaw ha detto che l’approccio del governo verso l’Isis è stato fondamentalmente sbagliato. “La gente sta ancora trattando questo come un problema militare, cosa che è, a mio avviso, fraintendere il problema”, ha aggiunto. “La mia preoccupazione sistemica è che stiamo ripetendo gli errori che abbiamo fatto in Afghanistan e in Iraq: stiamo mettendo i militari troppo al centro nella nostra risposta alla minaccia senza affrontare la questione politica fondamentale e le cause. Il pericolo è che ancora una volta stiamo affrontando il trattamento dei sintomi e non delle cause.
Il General Shaw ha detto che il principale obiettivo dell’Isis era di rovesciare i regimi stabiliti del Medio Oriente, non colpire obiettivi occidentali. Si è domandato se l’omicidio dell’Isis di due ostaggi britannici e due americani fosse una giustificazione sufficiente per la campagna.
“L’Isis ha fatto la sua grande incursione in Iraq nel mese di giugno. L’Occidente non ha fatto nulla, nonostante migliaia di persone uccise”, ha detto il Gen Shaw. “Che cosa è cambiato nell’ultimo mese? Decapitazioni in TV di occidentali. E quello ci ha portato a cambiare improvvisamente la nostra politica e a lanciare attacchi aerei.”
Ritiene che l’Isis potrebbe aver ucciso gli ostaggi al fine di provocare una risposta militare dall’America e dalla Gran Bretagna che potrebbe poi essere raffigurato come un assalto cristiano sull’Islam. “Quale possibile vantaggio ha l’Isis a portarci in questa campagna?” ha chiesto il Gen Shaw. Risposta: unire il mondo musulmano contro il mondo cristiano. Abbiamo giocato nelle loro mani. Abbiamo fatto quello che volevano che noi facessimo.”
Tuttavia, l’analisi di Gen Shaw è una questione aperta. Anche se ne avessero la volontà, i governanti dell’Arabia Saudita e del Qatar potrebbero non essere in grado di condurre una lotta ideologica contro l’Isis. Il Re Abdullah di Arabia Saudita ha 91 anni ed è solo sporadicamente attivo. Il suo successore prescelto, il principe ereditario Salman, ha 78 anni e già lo si crede di essere in declino per senilità. La leadership ossificata del regno rischia di essere paralizzata per il futuro più prossimo.
Intanto in Qatar, il nuovo emiro, Tamim Bin Hamad Al-Thani, ha solo 34 anni in una regione che rispetta l’età. Su questa falsa riga, consigliata da Harrow e Sandhurst, ha l’autorità personale di condurre una controrivoluzione ideologica all’interno dell’Islam, senza dubbi.
Dato che l’Arabia Saudita e il Qatar quasi certamente non possono fare ciò che il Gen Shaw ritiene necessario, l’Occidente può avere altra scelta se non di intraprendere un’azione militare contro l’Isis con l’obiettivo di ridurre, se non eliminare, la minaccia terroristica.
Ho solo l’orribile sensazione che stiamo facendo il peggio. Stiamo agendo in un modo che non comprendo”, ha detto il Gen Shaw. “Io sono contro il principio di attaccare senza un progetto politico chiaro. “
Traduzione di Alice L. per civg.it

UK General: Qatar and Saudi Arabia ‘Have Ignited a Time Bomb’ by Backing Terror
19 novembre 2015
General Jonathan Shaw, Britain’s former Assistant Chief of the Defence Staff, says Qatar and Saudi Arabia responsible for spread of radical Islam
General Shaw slammed the West’s Arab “allies”
Originally appeared in The Telegraph
Qatar and Saudi Arabia have ignited a “time bomb” by funding the global spread of radical Islam, according to a former commander of British forces in Iraq.
General Jonathan Shaw, who retired as Assistant Chief of the Defence Staff in 2012, told The Telegraph that Qatar and Saudi Arabia were primarily responsible for the rise of the extremist Islam that inspires Isil terrorists.
The two Gulf states have spent billions of dollars on promoting a militant and proselytising interpretation of their faith derived from Abdul Wahhab, an eighteenth century scholar, and based on the Salaf, or the original followers of the Prophet.
But the rulers of both countries are now more threatened by their creation than Britain or America, argued Gen Shaw. The Islamic State of Iraq and the Levant (Isil) has vowed to topple the Qatari and Saudi regimes, viewing both as corrupt outposts of decadence and sin.
So Qatar and Saudi Arabia have every reason to lead an ideological struggle against Isil, said Gen Shaw. On its own, he added, the West’s military offensive against the terrorist movement was likely to prove “futile”.
“This is a time bomb that, under the guise of education, Wahhabi Salafism is igniting under the world really. And it is funded by Saudi and Qatari money and that must stop,” said Gen Shaw. “And the question then is ‘does bombing people over there really tackle that?’ I don’t think so. I’d far rather see a much stronger handle on the ideological battle rather than the physical battle.”
Gen Shaw, 57, retired from the Army after a 31-year career that saw him lead a platoon of paratroopers in the Battle of Mount Longdon, the bloodiest clash of the Falklands War, and oversee Britain’s withdrawal from Basra in southern Iraq. As Assistant Chief of the Defence Staff, he specialised in counter-terrorism and security policy.
All this has made him acutely aware of the limitations of what force can achieve. He believes that Isil can only be defeated by political and ideological means. Western air strikes in Iraq and Syria will, in his view, achieve nothing except temporary tactical success.
When it comes to waging that ideological struggle, Qatar and Saudi Arabia are pivotal. “The root problem is that those two countries are the only two countries in the world where Wahhabi Salafism is the state religion – and Isil is a violent expression of Wahabist Salafism,” said Gen Shaw.
“The primary threat of Isil is not to us in the West: it’s to Saudi Arabia and also to the other Gulf states.”
Both Qatar and Saudi Arabia are playing small parts in the air campaign against Isil, contributing two and four jet fighters respectively. But Gen Shaw said they “should be in the forefront” and, above all, leading an ideological counter-revolution against Isil.
The British and American air campaign would not “stop the support of people in Qatar and Saudi Arabia for this kind of activity,” added Gen Shaw. “It’s missing the point. It might, if it works, solve the immediate tactical problem. It’s not addressing the fundamental problem of Wahhabi Salafism as a culture and a creed, which has got out of control and is still the ideological basis of Isil – and which will continue to exist even if we stop their advance in Iraq.”
Gen Shaw said the Government’s approach towards Isil was fundamentally mistaken. “People are still treating this as a military problem, which is in my view to misconceive the problem,” he added. “My systemic worry is that we’re repeating the mistakes that we made in Afghanistan and Iraq: putting the military far too up front and centre in our response to the threat without addressing the fundamental political question and the causes. The danger is that yet again we’re taking a symptomatic treatment not a causal one.”
Gen Shaw said that Isil’s main focus was on toppling the established regimes of the Middle East, not striking Western targets. He questioned whether Isil’s murder of two British and two American hostages was sufficient justification for the campaign.
“Isil made their big incursion into Iraq in June. The West did nothing, despite thousands of people being killed,” said Gen Shaw. “What’s changed in the last month? Beheadings on TV of Westerners. And that has led us to suddenly change our policy and suddenly launch air attacks.”
He believes that Isil might have murdered the hostages in order to provoke a military response from America and Britain which could then be portrayed as a Christian assault on Islam. “What possible advantage is there to Isil of bringing us into this campaign?” asked Gen Shaw. “Answer: to unite the Muslim world against the Christian world. We played into their hands. We’ve done what they wanted us to do.”
However, Gen Shaw’s analysis is open to question. Even if they had the will, the rulers of Saudi Arabia and Qatar may be incapable of leading an ideological struggle against Isil. King Abdullah of Saudi Arabia is 91 and only sporadically active. His chosen successor, Crown Prince Salman, is 78 and already believed to be declining into senility. The kingdom’s ossified leadership is likely to be paralysed for the foreseeable future.
Meanwhile in Qatar, the new Emir, Tamim bin Hamad al-Thani, is only 34 in a region that respects age. Whether this Harrow and Sandhurst-educated ruler has the personal authority to lead an ideological counter-revolution within Islam is doubtful.
Given that Saudi Arabia and Qatar almost certainly cannot do what Gen Shaw believes to be necessary, the West may have no option except to take military action against Isil with the aim of reducing, if not eliminating, the terrorist threat.
“I just have a horrible feeling that we’re making things worse. We’re entering into this in a way we just don’t understand,” said Gen Shaw. “I’m against the principle of us attacking without a clear political plan.”
UK General: Qatar and Saudi Arabia ‘Have Ignited a Time Bomb’ by Backing Terror                                                                              19 novembre 2015
General Jonathan Shaw, Britain’s former Assistant Chief of the Defence Staff, says Qatar and Saudi Arabia responsible for spread of radical Islam
General Shaw slammed the West’s Arab “allies”
Originally appeared in The Telegraph

Qatar and Saudi Arabia have ignited a “time bomb” by funding the global spread of radical Islam, according to a former commander of British forces in Iraq.
General Jonathan Shaw, who retired as Assistant Chief of the Defence Staff in 2012, told The Telegraph that Qatar and Saudi Arabia were primarily responsible for the rise of the extremist Islam that inspires Isil terrorists.
The two Gulf states have spent billions of dollars on promoting a militant and proselytising interpretation of their faith derived from Abdul Wahhab, an eighteenth century scholar, and based on the Salaf, or the original followers of the Prophet.
But the rulers of both countries are now more threatened by their creation than Britain or America, argued Gen Shaw. The Islamic State of Iraq and the Levant (Isil) has vowed to topple the Qatari and Saudi regimes, viewing both as corrupt outposts of decadence and sin.
So Qatar and Saudi Arabia have every reason to lead an ideological struggle against Isil, said Gen Shaw. On its own, he added, the West’s military offensive against the terrorist movement was likely to prove “futile”.
“This is a time bomb that, under the guise of education, Wahhabi Salafism is igniting under the world really. And it is funded by Saudi and Qatari money and that must stop,” said Gen Shaw. “And the question then is ‘does bombing people over there really tackle that?’ I don’t think so. I’d far rather see a much stronger handle on the ideological battle rather than the physical battle.”
Gen Shaw, 57, retired from the Army after a 31-year career that saw him lead a platoon of paratroopers in the Battle of Mount Longdon, the bloodiest clash of the Falklands War, and oversee Britain’s withdrawal from Basra in southern Iraq. As Assistant Chief of the Defence Staff, he specialised in counter-terrorism and security policy.
All this has made him acutely aware of the limitations of what force can achieve. He believes that Isil can only be defeated by political and ideological means. Western air strikes in Iraq and Syria will, in his view, achieve nothing except temporary tactical success.
When it comes to waging that ideological struggle, Qatar and Saudi Arabia are pivotal. “The root problem is that those two countries are the only two countries in the world where Wahhabi Salafism is the state religion – and Isil is a violent expression of Wahabist Salafism,” said Gen Shaw.
“The primary threat of Isil is not to us in the West: it’s to Saudi Arabia and also to the other Gulf states.”
Both Qatar and Saudi Arabia are playing small parts in the air campaign against Isil, contributing two and four jet fighters respectively. But Gen Shaw said they “should be in the forefront” and, above all, leading an ideological counter-revolution against Isil.
The British and American air campaign would not “stop the support of people in Qatar and Saudi Arabia for this kind of activity,” added Gen Shaw. “It’s missing the point. It might, if it works, solve the immediate tactical problem. It’s not addressing the fundamental problem of Wahhabi Salafism as a culture and a creed, which has got out of control and is still the ideological basis of Isil – and which will continue to exist even if we stop their advance in Iraq.”
Gen Shaw said the Government’s approach towards Isil was fundamentally mistaken. “People are still treating this as a military problem, which is in my view to misconceive the problem,” he added. “My systemic worry is that we’re repeating the mistakes that we made in Afghanistan and Iraq: putting the military far too up front and centre in our response to the threat without addressing the fundamental political question and the causes. The danger is that yet again we’re taking a symptomatic treatment not a causal one.”
Gen Shaw said that Isil’s main focus was on toppling the established regimes of the Middle East, not striking Western targets. He questioned whether Isil’s murder of two British and two American hostages was sufficient justification for the campaign.
“Isil made their big incursion into Iraq in June. The West did nothing, despite thousands of people being killed,” said Gen Shaw. “What’s changed in the last month? Beheadings on TV of Westerners. And that has led us to suddenly change our policy and suddenly launch air attacks.”
He believes that Isil might have murdered the hostages in order to provoke a military response from America and Britain which could then be portrayed as a Christian assault on Islam. “What possible advantage is there to Isil of bringing us into this campaign?” asked Gen Shaw. “Answer: to unite the Muslim world against the Christian world. We played into their hands. We’ve done what they wanted us to do.”
However, Gen Shaw’s analysis is open to question. Even if they had the will, the rulers of Saudi Arabia and Qatar may be incapable of leading an ideological struggle against Isil. King Abdullah of Saudi Arabia is 91 and only sporadically active. His chosen successor, Crown Prince Salman, is 78 and already believed to be declining into senility. The kingdom’s ossified leadership is likely to be paralysed for the foreseeable future.
Meanwhile in Qatar, the new Emir, Tamim bin Hamad al-Thani, is only 34 in a region that respects age. Whether this Harrow and Sandhurst-educated ruler has the personal authority to lead an ideological counter-revolution within Islam is doubtful.
Given that Saudi Arabia and Qatar almost certainly cannot do what Gen Shaw believes to be necessary, the West may have no option except to take military action against Isil with the aim of reducing, if not eliminating, the terrorist threat.
“I just have a horrible feeling that we’re making things worse. We’re entering into this in a way we just don’t understand,” said Gen Shaw. “I’m against the principle of us attacking without a clear political plan.”

La confessione di un ex-marine USA: “Ho contribuito a creare lo Stato Islamico”

Il veterano USA ha confessato in un articolo le torture ed i maltrattamenti nei confronti di persone innocenti durante l’ultima guerra in Iraq.

“Ho visto i miei commilitoni Marines uccidere persone innocenti, torturare civili innocenti, distruggere proprietà, mutilare cadaveri, ridere e scattare foto di persone mentre facevano tutto questo”, ha confessato a RT Vincent Emanuele, ex-marine USA che ha partecipato alla guerra in Iraq.
Due settimane fa, dopo 10 anni di riflessione e di attivismo, l’ex-marine ha pubblicato l’articolo “Ho contribuito a creare l’ISIS: la testimonianza di un veterano della guerra in Iraq.”
“I miei incubi e le mie riflessioni quotidiane mi ricordano come sia nato l’Isis e perché ci odiano particolarmente”, ha confessato Emanuel nel suo articolo, nel quale ha descritto la tortura, la violenza e gli abusi da parte dei soldati degli Stati Uniti sugli iracheni, fra i quali bambini, spesso per divertimento.
Nell’articolo, l’ex marine ricorda come i soldati USA gettavano rifiuti dai loro veicoli blindati in Iraq, oltre a bottiglie piene di urina sui bambini. Inoltre, ha confessato che non ha lavorato in nessun campo di detenzione, ma ricorda le storie di torture, anche sessuali, contro di loro questi, fra i quali adolescenti. “Sappiamo che fra gli ex  detenuti che sono sopravvissuti [in uno di questi campi] c’era Abu Bakr al-Baghdadi, il leader dell’Isis”.
“Sapevo che quello che ho visto era sbagliato, sapevo che era immorale, sapevo che era illegale”, ha spiegato Emanuel. “Sapevo che potevamo andare incontro a subire gravi conseguenze come quello che stiamo vedendo adesso lo stato islamico”, ha aggiunto.
Dopo anni di auto-educazione e il contatto con altri attivisti, l’ex-marine ha concluso che il problema è andato al di là della guerra in Iraq. A suo avviso, il vero problema è la lunga storia di aggressioni statunitensi, non solo in Medio Oriente, Nord Africa, Afghanistan, Vietnam, Corea, ma anche “le centinaia di anni di pratiche di genocidio” l’uccisione dei nativi, schiavizzare i neri, i tentativi di dominare l’America Latina, rubare la metà territorio messicano, e così via.
“Abbiamo bisogno di attenzione per riesaminare il ruolo che gli Stati Uniti hanno avuto nel mondo”, ha evidenziato, sostenendo che è qualcosa che i politici ed i media tradizionali in Occidente non hanno mai voluto fare.

Fonte: RT

Un esponente USA getta la maschera e rivela il piano di spartizione degli USA per il Medio Oriente

Bolton John speaks 
L’ex ambasciatore di Washington alle Nazioni Unite, John Bolton, ha dichiarato ieri, Domenica 24. 05 che il suo paese dovrebbe approfittare del caos creato dalla banda terrorista dell’ISIS (Stato Islamico) per creare un “nuovo Stato sunnita”.
Credo che il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di costituire un nuovo stato sunnita a partire dalla regione occidentale dell’Iraq e che comprenda la parte orientale della Siria che dovrebbe essere diretto da moderati, o per lo meno, autoritario che non siano islamisti radicali”, ha dichiarato Bolton nel corso di una intervista con la rete TV Fox News.
L’esponente politico USA, neoconservatore in materia di politica estera, ha criticato inoltre il Presidente Barack Obama, per il fallimento della sua politica di fronte al terrorismo takfiri. “Stiamo perdendo questa guerra di questo non c’è alcun dubbio”, ha aggiunto.


Secondo Bolton, l’amministrazione Obama si rifiuta di riconoscere la sua sconfitta e, di fatto, “viene dagli ultimi 6 anni e più negando la guerra contro il terrorismo”, quello che l’ideologo repubblicano ha spiegato nella sua intervista è che ” Obama ed il suo entourage sono accecati dalla loro stessa ideologia”
Stiamo perdendo e non ci sono dubbi.
“Credono che questo (la guerra contro il terrorismo) ci porterà inesorabilmente a coinvolgere ancora di più gli USA nell’estero”, ha argomentato.
Il presidente dell’Istituto Gatestone ha reclamato inoltre che Washington aiuti la Turchia ed i suoi alleati arabi nel Golfo Persico a distruggere la banda terrorista, visto che questi paesi, ha detto Bolton, necessitano della “leadership americana”.
D’altra parte la caduta di Ramadi (la capitale della provincia di Al-Anbar, nell’Ovest dell’Iraq) nelle mani dell’ISIS dalla la scorsa settimana ha ispirato anche le accuse del segretario alla Difesa statunitense Ashton Carter, contro l’ Esercito iracheno.
“Quello che sembra sia accaduto è che le forze irachene non hanno mostrato una reale volontà di combattere”, ha dichiarato Carter ieri Domenica, alla catena CNN:
Come reazione alla accuse degli statunitensi, l’ex assessore della sicurezza nazionale irachena Mowafak al-Rubaie, ha segnalato proprio ieri, nel corso di una intervista con la catena TV in inglese Press TV, la mancanza di combattività della coalizione formata da Washington per combattere presumibilmente contro lo Stato Islamico. Inoltre ha ricordato che gli USA si fanno pagare per le armi che poi non consegnano.
Dall’anno scorso, Washington comanda una coalizione di alleati regionali che dice di dedicarsi alla lotta contro l’ISIS in Iraq ed in Siria, ma che in realtà secondo i respnsabili iracheni, risulta del tutto inefficace i direttamente favorisce i terroristi.
D’altra parte è noto che la creazione della banda terrorista fu promossa ed appoggiata dagli USA e dai loro alleati con l’obiettivo di rovesciare il Governo siriano.
Da almeno gli inizi della decade del 2000, i circoli conservatori e sionisti cercano di spingere in piano di riconfigurazione delle frontiere in Medio Oriente attraverso la guerra, diretta o indiretta per mezzo di gruppi di affini, o meglio seminando discordia tra i vari gruppi etnici e confessionali.
Questa strategia è stata denominata come “caos costruttivo” o “caos creativo” e si sostiene con slogans come “promozione della democrazia” o “lotta al terrorismo”.
Nota:  In realtà tutti gli analisti indipendenti hanno compreso da tempo che gli USA , in accordo con Israele, agiscono con secondi fini nella regione e l’avanzata dei gruppi terroristi come l’ISIS ed al Nusra, risulta utile per il loro disegno strategico di arrivare ad una nuova suddivisione degli Stati del Medio Oriente, nonostante che questo abbia portato ad alcune guerre prolungate con eccidio di centinaia di migliaia di persone, immani distruzioni e sofferenze per le popolazioni civili  della Siria e dell’Iraq.  Vedi: Il piano di balcanizzazione del Medio Oriente
Nei calcoli di Washington, l’espansione del terrorismo di matrice islamica e la dura contrapposizione tra le etnie e le confessioni  religiose della regione favorisce la strategia di balcanizzazione del Medio Oriente che porta un forte vantaggio agli USA ed a Israele.  Questo rappresenta nella sua essenzialità un già visto nella Storia: il vecchio “Divide et impera”.
Fonte: Hispan TV 
Traduzione e nota : Luciano Lago

Preso da: http://www.controinformazione.info/un-esponente-usa-getta-la-maschera-e-rivela-il-piano-di-spartizione-degli-usa-per-il-medio-oriente/

NOTE A MARGINE DI ALCUNI ARTICOLI SUI CONFLITTI MEDIORIENTALI E SULL’ISIS

siria

 

Interessanti alcune osservazioni di Alberto Negri (1) in un articolo sul Sole 24 ore (del 25.11.2015):

<< Se nel Levante ognuno fa la sua guerra Al Baghdadi potrebbe persino dire la sua nella spartizione dell’Iraq e della Siria, un’ipotesi improponibile adombrata dalla Bbc ma non così remota se ciascuno vuole portarsi a casa un pezzo di Medio Oriente. Non sarebbe la prima volta: gli inglesi con Lawrence fomentarono una celebre rivolta araba per poi spartirsi la regione con i francesi. Ma questa volta né gli arabi anti-Isis né gli iraniani sono disposti a fare la fanteria dell’Occidente>>.

Lo stesso autore in un articolo del febbraio 2015 scriveva che, a tutti gli effetti, le forze impegnate a combattere il Califfato sul campo vedevano schierati i curdi, il fragile esercito iracheno con l’assistenza americana e dei pasdaran iraniani, gli Hezbollah libanesi alleati di Teheran e le forze di Assad. Giordania, Arabia Saudita, Barhein, Emirati Arabi Uniti e Qatar sarebbero stati, invece, i cinque paesi sunniti che si erano affiancati “politicamente” agli Usa e si erano dichiarati pronti a bombardare l’Isis, anche se in realtà le cose, già allora, si presentavano in maniera diversa e l’Arabia Saudita e il Qatar erano accusati di avere sostenuto i gruppi salafiti e jihadisti. In giugno gli organi di informazione (es. Il Fatto Quotidiano) riproponevano questo schieramento anche se si teneva a precisare che in Iraq:

<<le sole forze che combattono effettivamente sul terreno sono i curdi e le milizie sciite sostenute dall’Iran. Gli obiettivi di queste due forze, apparentemente comuni, sono però abbastanza divergenti. I primi combattono in quei territori che in futuro potrebbero aggregarsi alla formazione di uno Stato curdo; i secondi hanno mostrato che la loro lotta di liberazione anti-Isis ha riproposto comportamenti anti sunniti>>.

E ancora più chiaro e esemplificativo appare questo frammento di Roberto Bongiorni tratto dal Sole 24 ore del 25 giugno 2015:

<<In teoria, guardando i numeri, c’è da stupirsi su come lo Stato islamico riesca a mantenere il suo ampio territorio, in alcuni periodi perfino ad estenderlo (ormai controlla quasi metà della Siria e quasi un terzo dell’Iraq), con una “esercito” di gran lunga inferiore in quanto a mezzi, uomini e tecnologia militare a quello messo in campo da Iraq, Siria, Peshmerga kurdi, milizie filoiraniane sostenute da Teheran, oltre alla grande forza aerea messa in campo dalla coalizione internazionale. Forse il punto vulnerabile del fronte anti-Isis è proprio dato dal fatto della sua eterogeneità; un coacervo di soldati appartenenti a nazioni che spesso hanno interessi diametralmente opposti nello scacchiere politico mediorientale. E che quindi preferiscono spesso agire da soli, anziché coordinarsi. La notizia, subito smentita dalle autorità turche, secondo cui l’Isis sarebbe riuscita a penetrare a Kobane passando attraverso la Turchia, (storica nemica dei curdi) restituisce con efficacia la complessità della situazione. Ma è senza dubbio importantissimo il sostegno di parte della comunità sunnita irachena. Senza di loro l’Isis non può essere vinto. Discriminati dal Governo sciita di Baghdad per anni, i sunniti avevano già mostrato la loro insofferenza sollevandosi in diverse aree del Paese. L’avanzata dello Stato islamico è arrivata come una sorta di rivincita. Pur non condividendo né la violenta ideologia né i mezzi brutali dell’Isis, agli occhi di non pochi sunniti iracheni la bandiera nera dello Stato islamico rischia dunque di essere il male minore rispetto alle potenziali e feroci rappresaglie contro di loro da parte delle milizie sciite irachene. Una situazione che non lascia intravvedere sbocchi>>.

 

Ritornando ai sostenitori dell’Isis che lavorano sotto la precisa regia degli Usa, i quali con magnifica faccia tosta si presentano anche come la forza leader della coalizione “antiterrorismo”, abbiamo visto che era ormai noto da molto tempo quello che è riportato in un articolo del 01.12.2015 su “Il Giornale”:

<<E colpisce duro[V. Putin-N.d.r.].”Difendere i turcomanni – aggiunge a proposito della linea ufficiale della Turchia – è solo un pretesto”. Il Cremlino ha ricevuto “recentemente” nuovi rapporti d’intelligence che mostrerebbero un traffico di petrolio dai territori controllati dall’Isis alla Turchia “su scala industriale”. Le parole di Putin aprono un vaso di Pandora. Perché, se la Turchia protegge i jihadisti dello Stato islamico, ci sono Paesi come l’Arabia Saudita e il Qatar che li finanziano>>.

Ma nessun organo di informazione italiano potrà mai neanche lontanamente ammettere che alcuni gruppi con grandi risorse e potere facenti capo agli Usa costituiscono la vera direzione strategica di questo cosiddetto conflitto a bassa intensità (LIC)(2) e perciò il suddetto quotidiano riporta anche questa sorta di “denuncia” avanzata da un organismo governativo statunitense:

<<Nell’audizione dedicata al Terrorism Financing and the Islamic State, organizzata il 13 novembre 2014 dalla Commissione per i Servizi finanziari del Congresso americano, è emerso con chiarezza che “mentre al Qaeda poteva contare dopo l’attentato dell’11 settembre su circa mezzo milione di dollari di sostegni al giorno, l’Isis aveva introiti di 1-2 milioni di dollari al giorno attraverso la vendita di petrolio, i riscatti degli ostaggi e i sostegni da parte delle organizzazioni caritatevoli [??-N.d.r.] soprattutto dei Paesi del Golfo, a cominciare dal Qatar e dall’Arabia Saudita”>>.

Ma ritorniamo ora all’articolo da cui eravamo partiti. Nel 2011, l’anno della “primavera araba”, la rivolta in Siria era stata pensata, dalle potenze sunnite, dagli Usa e dai suoi alleati, anche “occidentali”, come una guerra per procura dall’esito scontato. Con ogni probabilità, però, almeno i principali centri strategici statunitensi erano consapevoli del pericolo insito nello scatenamento di un caos che aveva fatto “saltare“ anche regimi per nulla ostili alle potenze euro-atlantiche. Si pensava, poi, scrive Negri :

<< che le milizie islamiche sarebbero ricadute sotto il controllo di chi le sponsorizzava, Turchia e monarchie del Golfo. Ma i jihadisti sono confluiti nell’Isis, la cui intuizione strategica è stata quella di unire il campo di battaglia iracheno a quello siriano. Non bastava ancora: si è pensato che il Califfato potesse essere manovrato nella guerra tra sunniti e sciiti per disegnare nuovi confini ed equilibri. E ora che i jihadisti hanno portato il terrorismo in Europa, Turchia compresa, i leader protagonisti di questo disastro geopolitico […] reagiscono in maniera sconcertante per difendere dei calcoli sbagliati>>.

L’intervento di Putin contro l’Isis – anche se non sufficiente a rivitalizzare le esangui truppe del regime di Assad ormai guidate da Pasdaran iraniani ed Hezbollah libanesi – è apparso giustificato di fronte al fallimento delle potenze occidentali nel gestire la situazione. La prospettiva di un fronte comune, corroborata dall’accordo obamiano con l’Iran (alleato stretto della Russia in questa fase) sul nucleare, ha però trovato nella Turchia – nonostante che, almeno apparentemente, Erdogan tenti di evitare lo scontro dopo l’abbattimento del jet russo – un ostacolo importante. A questo proposito Negri osserva che la difficile situazione che si è venuta a creare ha fatto

<< perdere la testa a Erdogan, punto sul vivo da Putin nel cortile di casa, e ai suoi alleati del Golfo, che comunque qualche cosa da rimproverare agli Stati Uniti e agli europei ce l’hanno. Si sentono traditi. La Siria, a maggioranza sunnita, doveva essere l’ambito premio per avere perso l’Iraq nel 2003 con l’intervento americano contro Saddam. Allora la Turchia rifiutò il passaggio delle truppe Usa, applaudita dalla stessa Russia. Prima l’accordo sul nucleare con l’Iran, poi l’alleanza tra Mosca e Teheran e ora l’ipotesi che la Francia e gli europei concordino con Putin e gli ayatollah la strategia anti-Califfato: è troppo da sopportare per un fronte sunnita passato da una sconfitta all’altra>>.

Negri conclude il suo discorso accennando alla teoria, e alla pratica, Usa del doppio contenimento che sembrerebbe sostanzialmente un corollario alla più complessiva strategia del caos. I due esempi da lui riportati sono abbastanza chiari. Il primo partirebbe dal presunto errore di Bush junior – la “fallimentare” seconda guerra contro l’Iraq – che avrebbe portato, in funzione anti sciita e anti Iran, a scelte come quella del giugno dell’anno scorso, quando gli Usa hanno guardato, senza fare una piega, il Califfato conquistare Mosul, città di due milioni di abitanti, e arrivare a una trentina di chilometri da Baghdad. Come dire ai sunniti: accomodatevi pure e vendicatevi. Il secondo sarebbe il ben noto antecedente che negli anni’ 80 portò prima alla guerra Iran-Iraq (un milione di morti) e poi << a uno degli equivoci storici più sconcertanti, quando nell’estate del 1990 l’ambasciatrice Usa a Baghdad, April Glaspie, incontrando Saddam diede un implicito via libera all’occupazione del Kuwait. “Non potevamo sapere che gli iracheni si prendessero “tutto” il Kuwait”, fu la sua giustificazione. Sostituite Kuwait con Siria e avete l’equazione con il Califfato>>.

 

(1)Alberto Negri è nato a Milano nel 1956. Il suo primo viaggio in Iran e in Medio Oriente risale al 1980. È stato ricercatore all’Istituto di studi di politica internazionale e nel 1981 ha iniziato la carriera giornalistica. Autore del libro Il Turbante e la Corona – Iran, trent’anni dopo (Marco Tropea Editore, 2009), è giornalista del Sole 24 Ore, per cui ha seguito negli ultimi vent’anni i principali eventi politici e bellici in Medio Oriente, Africa, Balcani, Asia centrale.

(2) Nello US Army Field Manual, documento ufficiale statunitense, è contenuta la seguente definizione: « … un confronto politico-militare tra stati o gruppi contendenti, al di sotto della guerra convenzionale e oltre l’ordinaria, pacifica competizione tra stati. Spesso implica prolungate lotte di principi ed ideologie concorrenti fra loro. Il LIC spazia dalla sovversione all’uso delle forze armate. Si sostanzia di una combinazione di mezzi, adopera strumenti politici, economici, informativi e militari. I LIC sono spesso circoscritti a certe aree, generalmente nel Terzo Mondo, ma implicano questioni di sicurezza regionale e globale. »

Mauro Tozzato                       02.12.2015

Fonte: http://www.conflittiestrategie.it/note-a-margine-di-alcuni-articoli-sui-conflitti-mediorientali-e-sullisis

Le guerre USA? Pianificate. Tutte. 14 anni fa.

“Iraq, Afghanistan, LIbia, Siria: tutto pianificato a tavolino 14 anni fa”.


Wesley Clark è un generale in pensione delle forze Usa, laureato ad Oxford in filosofia, politica ed economia. In 34 anni di carriera ha ricevuto medaglie alla libertà e all’onore, vari cavalierati e ha comandato l’operazione Allied Force della Nato in Kosovo, tra il 1997 e il 2000. Di certo non si può definire un complottista da strapazzo.

Intevistato da Democracy Now, ha rilasciato la dichiarazione che potete ascoltare nel video.

Una decina di giorni dopo l’11 settembre sono andato al pentagono, dove ho incontrato il Ministro della Difesa Rumsfeld e il suo vice, Wolfowitz. Sono sceso a salutare alcune delle persone nei vertici delle forze armate che avevano lavorato per me, e uno dei generali mi ha chiamato e mi ha detto: “Signore, venga dentro che le vorrei parlare un secondo“.

Io gli ho detto: “Lei ha troppo da fare“. Ma lui insiste: “No, no, no… Abbiamo preso la decisione di andare in guerra contro l’Iraq“. Era circa il 20 settembre [ndr: 2001].

Allora io gli ho detto: “Andiamo in guerra contro l’Iraq? Perché?“. E lui dice: “Non lo so!“. E aggiunge: “Immagino che non sappiano cos’altro fare!“.

Così, io gli chiedo: “Hanno trovato informazioni che collegano Saddam con Al-Qaeda?“. E lui: “No, no, non c’è niente di nuovo su quel fronte. Semplicemente, hanno deciso di andare in guerra contro l’Iraq“. Poi dice: “Immagino che non sappiamo bene cosa fare con i terroristi, ma abbiamo un buon esercito e possiamo tirar giù governi“. E ancora: “Credo che se l’unico strumento che hai è un martello, allora ogni problema deve assomigliare a un chiodo“.

Sono tornato ad incontrarlo, qualche settimana dopo. A quel punto stavamo bombardando l’Afghanistan. Gli chiedo: “Stiamo sempre per andare in guerra contro l’Iraq?“. E lui risponde: “Ancora peggio di così!“. Prende un foglio dalla scrivania e dice: “Questo è appena arrivato da sopra, cioè dal Ministro della Difesa, oggi. Questo memorandum spiega come faremo fuori 7 nazioni in 5 anni. Prima l’Iraq, poi la Siria, il Libano, la Libia, la Somalia, il Sudan e infine l’Iran!“.

Ho chiesto: “E’ un documento classificato?“. Risposta: “Sì, signore“. Così dico: “Beh, allora non mostrarmelo“.

L’ho rivisto un anno fa e gli ho chiesto: “Ti ricordi quello che mi hai mostrato?“. E lui risponde: “Signore, non le ho mostrato quel memorandum. Non gliel’ho mai mostrato!“.

Preso da: afghttp://www.byoblu.com/post/2015/11/05/le-guerre-usa-pianificate-tutte-14-anni-fa.aspx

GLOBAL RESEARCH: RISOLTO IL MISTERO DEGLI AUTOMEZZI TOYOTA IN MANO ALL’ISIS (LI HANNO FORNITI GLI USA)

16 ottobre 2015

Uno degli “imbarazzanti” misteri dei terroristi dello Stato Islamico è come mai siano in possesso di centinaia di mezzi tutti uguali targati Toyota. L’evidenza, che emerge dai video propagandistici, è tale che il Dipartimento del Tesoro americano ha aperto un’inchiesta. Eppure, nota Global Research in questo articolo, le stesse autorità americane avevano recentemente dichiarato di aver fornito equipaggiamenti e mezzi (molti dei quali Toyota) ai “ribelli siriani” (dipingendoli come combattenti per la libertà) — l’obiettivo degli USA è sempre la stesso: destabilizzare il Medio Oriente con ogni mezzo per imporvi il proprio dominio.


di Tony Cartalucci, 9 ottobre 2015
Il Dipartimento del Tesoro Americano ha recentemente aperto un’inchiesta sull’uso di un gran numero di autocarri targati Toyota da parte del cosiddetto “Stato Islamico” (ISIS). La questione è stata sollevata dopo l’inizio delle operazioni aeree russe in Siria, e dopo l’aumento a livello globale dei sospetti che gli stessi USA abbiano avuto un ruolo fondamentale nell’armare, finanziare, e sostenere intenzionalmente l’esercito terrorista in Iraq e in Siria.
ABC News, nel suo articolo su “Funzionari USA chiedono perché l’ISIS abbia così tanti autocarri Toyota“, scrive:

I funzionari anti-terrorismo degli Stati Uniti hanno chiesto alla Toyota, il secondo maggior produttore di auto al mondo, di aiutarli a capire come l’ISIS sia riuscito ad acquisire un così grande numero di autocarri, SUV e pick-up targati Toyota, come si nota con molta evidenza dai video di propaganda del gruppo terrorista in Iraq, Siria e Libia.
La Toyota dice di non sapere come l’ISIS abbia potuto ottenere quei veicoli, e “supporta” l’indagine guidata dalla Terror Financing Unit del Dipartimento del Tesoro — che è parte di un più ampio sforzo condotto dagli USA per evitare che i beni prodotti in occidente finiscano nelle mani dei gruppi terroristi.

Il report prosegue, e cita l’ambasciatore iracheno negli USA, Lukman Faily:

Questa è una domanda che abbiamo già posto ai nostri vicini” ha detto Faily. “Come è possibile che ci siano tutti questi autocarri nuovi… a quattro ruote motrici, ce ne sono a centinaia — da dove arrivano?

Non sorprende affatto che il Dipartimento del Tesoro, a quanto pare, stia chiedendo spiegazioni alla parte sbagliata. Invece che alla Toyota, il Dipartimento del Tesoro avrebbe dovuto iniziare la sua indagine bussando alla porta accanto, cioè al Dipartimento di Stato USA.
Mistero risolto
Appena lo scorso anno è stato reso noto che il Dipartimento di Stato USA aveva spedito in Siria grosse quantità di autocarri targati Toyota, che dovevano essere destinati al “Libero Esercito Siriano”.
Nel 2014 la Public Radio International (PRI), fondata negli USA, aveva titolato “Questo pick-up Toyota è in cima alla lista degli acquisti da parte del Libero Esercito Siriano — e dei talebani“, che:
Recentemente, quando il Dipartimento di Stato USA ha ripreso a inviare aiuti non-letali ai ribelli siriani, la lista delle consegne includeva 43 automezzi Toyota.
Hiluxes era nella lista dei desideri del Libero Esercito Siriano. Oubai Shahbander, consigliere della Coalizione Nazionale Siriana, con sede a Washington, è un fan di questo automezzo.
“Equipaggiamenti specifici come gli Hiluxes Toyota sono ciò che definiamo dei fornitori di potenza per le forze di opposizione moderata in campo”, ha aggiunto. Shahbander dice che i pick-up forniti dagli USA serviranno a spostare truppe e rifornimenti. Alcuni dei mezzi diventeranno effettivamente armi sui campi di battaglia.
Anche il governo britannico ha ammesso di aver fornito una certa quantità di veicoli ai terroristi che combattono in Siria. L’articolo del 2013 del britannico Independent intitolava “Rivelazione: Ecco cosa l’Occidente ha dato ai ribelli siriani“, e diceva che:

Fino ad ora la Gran Bretagna ha inviato circa 8 milioni di sterline di aiuti non-letali, secondo le carte ufficiali viste dall’Independent, e questa cifra include cinque veicoli a 4 ruote motrici con protezione balistica, 20 set di giubbotti antiproiettile, quattro autocarri (tre da 25 tonnellate, uno da 20 tonnellate), sei SUV 4×4, cinque pick-up non corazzati, un carro di soccorso, quattro carrelli elevatori, tre “kit di resistenza” avanzati per i centri regionali, destinati a recuperare le persone nelle emergenze, 130 batterie a celle solari, circa 400 radio, depuratori d’acqua e kit per la raccolta dei rifiuti, computer, VSAT (piccoli sistemi satellitari per la comunicazione dei dati) e stampanti.

Si può dire che qualsiasi sia stato il mezzo tramite il quale il Dipartimento di Stato USA e il governo britannico hanno usato per rifornire i terroristi in Siria con questi automezzi, è probabile che esso sia stato usato per inviare ulteriori veicoli anche prima e dopo che questi report fossero resi pubblici.
Il mistero di come centinaia di nuovissimi autocarri Toyota, tutti uguali, siano finiti in Siria e siano nelle mani dell’ISIS è risolto. Non solo i governi USA e britannico hanno ammesso in passato di averli forniti, ma le loro forze militari e le loro agenzie di intelligence hanno solcato i confini di Turchia, Giordania, e perfino Iraq, da cui queste colonne di autocarri devono essere necessariamente passate per finire in Siria – anche se sono stati altri agenti regionali a fornirli. Se le precedenti ammissioni di aver fornito i veicoli coinvolgono l’Occidente direttamente, il fatto che nulla sembra aver impedito le operazioni di consegna lungo i confini implica che l’Occidente è complice con altri paesi nell’aver fornito di veicoli i terroristi siriani.
Ma quale mistero?
Certo, molte di queste informazioni non sono affatto nuove. Quindi la questione è – perché mai il Tesoro americano sta avviando adesso questa palese farsa? Forse quelli a Washington credono che se è lo stesso governo USA a porre l’ovvia questione di come abbia potuto l’ISIS mettere in campo una forza meccanizzata così impressionante, proprio nel mezzo del deserto siriano, nessuno sospetterà che sia stato esso stesso ad avere un ruolo.
Certo, i mezzi non si sono materializzati in Siria. Sono stati prodotti da qualche parte fuori dalla Siria e poi ci sono stati portati dentro, e ci sono stati portati in gran numero, con gli USA e i loro alleati regionali che lo sapevano esplicitamente e/o sono stati direttamente complici. Il fatto di mettersi a domandare alla Toyota da dove possano essere arrivati gli automezzi forniti dallo stesso Dipartimento di Stato USA è un’altra indicazione di quanto la politica estera, la legittimità e la credibilità degli USA siano perdute.
L’intervento della Russia, e ciò che dovrebbe diventare una coalizione anti-terrorismo con ampio supporto, deve  tenere presente la criminalità degli USA e dei suoi alleati, nel momento in cui sceglie i propri partner nello sforzo di riportare la sicurezza entro i confini del Medio Oriente e del Nord Africa.
Fonte: vocidallestero.it

Preso da: http://sapereeundovere.com/global-research-risolto-il-mistero-degli-automezzi-toyota-mano-allisis-li-hanno-forniti-gli-usa/