La droga gestita della Cia, uno strumento di politica globale

27/4/19
Sulla scia della Seconda Guerra mondiale, le élite politiche statunitensi e britanniche si ritrovarono ad affrontare la minaccia del socialismo su scala globale. Nonostante le incombenti perplessità circa il futuro, decisero di reagire mobilitando risorse – pubbliche e nascoste – al fine di implementare un programma di “Roll Back” atto a invertire l’avanzata comunista mondiale. Un vero e proprio blocco sulla strada della mobilitazione anti-comunista era rappresentato dal fatto che la maggior parte della popolazione statunitense era diffidente verso un progetto di politica estera di così ampia portata. Per lo statunitense medio il mondo era rappresentato unicamente dall’America del Nord e l’interesse per la politica estera era minimo. A causa di questo radicato isolazionismo, negli Stati Uniti, agli esordi della Guerra Fredda, spese governative ingenti nella politica estera erano fuori questione. Inoltre la Cia, principale fonte economica nel reame della politica estera americana, rappresentava, per la maggioranza degli americani nell’epoca post-bellica, un’agenzia come un’altra, mentre in realtà questa stava diventando un protagonista chiave. Pur perseguendo l’impegno di portare a termine massicce operazioni mondiali, la Cia chiese alla Casa Bianca una licenza per inserirsi in fonti di finanziamento alternativi.
Lucky LucianoLa droga figurava come il business più remunerativo tra quelli più noti. La natura criminale del business dettava quindi le regole del gioco. Mentre alcuni dei guadagni erano effettivamente utilizzati a supporto di operazioni sotto copertura, altri erano deviati verso l’arricchimento personale di agenti e dirigenti dell’agenzia, oppure rimanevano nelle mani di gruppi finanziari con potere di lobby nell’amministrazione statunitense. Di conseguenza, la complicità nel business della droga iniziò a diffondersi verso il livello più alto dell’establishment nordamericano… Il primo caso rappresentante le connessioni tra la Cia e il business della droga risalgono al 1947, anno in cui Washington, preoccupata dell’ascesa del movimento comunista nella Francia post-bellica, si associò con la nota e spietata mafia corsa nella lotta contro la sinistra. Dal momento che il denaro non poteva essere riversato nella sgradevole alleanza attraverso canali ufficiali, una grossa fabbrica di eroina venne istituita a Marsiglia con l’assistenza della Cia, che alimentava l’affare. L’iniziativa imprenditoriale impiegava abitanti del posto, mentre la Cia organizzava il ciclo degli approvvigionamenti, ed il terrore fisico e psicologico contro i comunisti in Francia alfine impedì loro di raggiungere il potere.

William ColbySuccessivamente lo schema adottato è stato replicato nel mondo. All’inizio degli anni ’50 la Cia dirigeva un network di fabbriche di eroina nel Sud Est Asiatico e con parte dei guadagni sosteneva Chiang Kai-shek, che combatteva contro la Cina comunista. La Cia iniziò quindi a patrocinare il regime militare in Laos, rafforzando i propri legami nella regione del Triangolo d’Oro comprendente Laos, Thailandia e Birmania, paesi che hanno contribuito per il 70% della fornitura globale di oppio. La maggior parte della merce era diretta a Marsiglia e in Sicilia per il trattamento effettuato dalle fabbriche gestite dalla mafia corsa e siciliana. In Sicilia, l’associazione criminale che gestiva diverse fabbriche di droga era stata fondata da Lucky Luciano, un gangster americano nato in Italia e rideportatovi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Le informazioni non classificate non lasciano alcun dubbio circa il lavoro che Luciano svolgeva per l’intelligence americana. L’uomo è stato, senza grosse motivazioni, rilasciato dalla prigione americana nel 1946 prima di aver scontato la sua condanna; l’associazione criminale italiana che operava sotto il controllo statunitense condivideva i guadagni con i patroni americani, i quali utilizzavano il denaro per portare avanti una guerra segreta contro il partito comunista italiano.
La Cia continuò a prelevare denaro dal Triangolo d’Oro durante la Guerra del Vietnam. La droga proveniente da questa regione veniva trafficata illegalmente negli Stati Uniti e distribuita a basi militari americane all’estero. Ne deriva che molti dei veterani della Guerra del Vietnam sono rimasti segnati non solo dalla guerra, ma anche dall’uso di narcotici. Le attività legate al traffico della droga portate avanti dalla Cia dovevano rimanere segrete, ma evitare di venire a conoscenza di azioni così gravi era difficile. Uno scandalo enorme scoppiò infatti negli anni ’80 coinvolgendo la banca Nugan Hand di Sydney, con filiali registrate alle isole Cayman, e il precedente direttore della Cia William Colby avente funzione di consigliere legale. La Cia ha utilizzato la suddetta banca per operazioni di riciclaggio di denaro sporco nella gestione dei proventi derivanti dal traffico di droga e armi in Indocina. La geografia dei traffici di droga appoggiati dalla Cia si ampliò costantemente. Negli anni ’80, lo scambio “armi per droga” è stato replicato per finanziare i Contras del Nicaragua; ma dopo essere stato scoperto, il Comitato delle relazioni estere del Senato americano ha dovuto aprire un’inchiesta. Una frase del rapporto del Senato sul famoso accadimento affermava: «I decisori statunitensi non erano immuni all’idea che i soldi della droga fossero una soluzione ideale al problema del finanziamento del Contras».
Aereo Cia caduto in Messico nel 2012 con 4 tonnellate di cocainaQuesta dichiarazione, in linea generale, potrebbe dimostrare che le attività della Cia erano strettamente collegate alla politica estera americana. Il business della Cia nel narcotraffico si è diffuso senza precedenti quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica entrarono indirettamente in conflitto in Afghanistan. La comunità dell’intelligence americana finanziò generosamente i Mujahiddin, in parte con i soldi derivanti dal narcotraffico. Gli aerei statunitensi che consegnavano armi alla nazione rientravano carichi di eroina. Secondo giudizi indipendenti, all’epoca, circa il 50% del consumo di eroina negli Stati Uniti proveniva dall’Afghanistan. “La mafia, la Cia e George Bush” di Pete Brewton (New York: S.P.I. Books, 1992) offre una serie di dati concreti che provano i legami esistenti tra il direttore della Cia e il presidente americano Bush e la mafia. Lo stesso presidente, in certe fasi della sua carriera, combinò la propria funzione pubblica con la politica e il business della droga. L’establishment americano ha concluso che la droga, oltre ad essere stata impiegata per circostanze politiche, potrebbe tornare utile nel raggiungimento di obiettivi geopolitici di lungo termine.
Bremer con Colin PowellQuando Paul Bremer divenne capo di Baghdad con un’autorità che nemmeno Saddam Hussein si sognava, non fece alcun tentativo per innalzare una barriera contro l’ondata del narcotraffico che travolse l’Iraq. Inoltre è importate notare che il business della droga, durante il governo di Saddam, era un problema inesistente nel paese. «Questa è la panacea di ogni rivolta. Drogateli, rendeteli dipendenti come pesci affamati. In seguito, dopo aver preso il controllo della loro radio e televisione, storditeli con la propaganda». Baghdad, la città che non aveva mai visto l’eroina fino a marzo del 2003, ora è sommersa di stupefacenti, inclusa l’eroina. Secondo un rapporto pubblicato dal giornale “The Indipendent” di Londra, i cittadini di Baghdad si lamentavano che la droga, come l’eroina e la cocaina, erano smerciate per le strade delle metropoli irachene. «Alcune relazioni suggeriscono che il traffico di droga e armi era sostenuto dalla Cia, al fine di finanziare le sue operazioni segrete internazionali», scrive Brenda Stardom. Nel suo rapporto, un abitante di Baghdad spiegava: «Saresti stato impiccato, per il traffico di droga. Ma ora si può ottenere eroina, cocaina, qualsiasi cosa». I civili tossicodipendenti non hanno nessuna volontà di resistere, mentre la trionfante Washington, che ottenne le risorse del paese, è incurante del fatto che questa gente è condannata all’estinzione.
L’operazione anti-terroristica lanciata immediatamente dopo il dramma dell’11 Settembre è giunta a conclusione in Afghanistan 11 anni dopo. Washington tratta la questione come un successo, ma evitare l’opinione pubblica genera gravi effetti collaterali. L’Afghanistan è stato abbandonato in uno stato di distruzione, con interi villaggi annientati, migliaia di persone decedute, prigionieri, campi di concentramento e rifugiati in tutto il paese. Sconfiggere il business della droga era l’obiettivo più pubblicizzato dell’intera “guerra al terrore” americana, ma il risultato e gli obiettivi della campagna erano completamente diversi. Nelle mani della coalizione occidentale, l’Afghanistan si è trasformato nel principale produttore mondiale di droga. Gli Usa e il business della droga si sono intrecciati sin dalla fine del secondo conflitto mondiale. Per Washington, la droga è stata a lungo un elemento strutturale della politica estera, oltre all’enorme mercato nero mondiale che alimenta l’economia “legittima” dell’Occidente… Un dollaro destinato al commercio della droga rende fino a 12.000 dollari, nella migliore delle ipotesi. Il costo dell’eroina afghana aumenta nettamente man mano che ci si sposta a nord del paese – in Pakistan ammonta a circa 650 dollari al chilo, 1.200 in Kyrgyzstan, raggiungendo i 70 dollari al grammo nella città di Mosca. Un chilo di eroina equivale a 200.000 dosi, e una dipendenza disperata inizia dopo 3 o 4 dosi.
Soldati Usa nei campi di oppio in AfghanistanIl capitale “legittimo” sarebbe temporaneamente insostenibile senza il trascinante mercato nero globale. Entrambi i componenti dell’economia mondiale sono incentrati sugli Stati Uniti. Washington è consapevole che la produzione di droga può essere messa in atto solo dopo aver soddisfatto il requisito principale, cioè che gli utili finali non creino un effetto a cascata sul produttore. Diversamente, il mercato nero si sgretolerebbe all’istante. La mafia che gestisce il traffico di droga “in linea” riesce ad ottenere il 90% dei ricavi dall’eroina. Accanto ad altri soggetti coinvolti nel traffico, coloro che lavorano la materia prima ricevono il 2% del guadagno, gli agricoltori di papavero il 6% e i commercianti di oppio il 2%. La produttività del mercato nero utilizza anche aree coltivate a prezzi marginali. Promuovere un conflitto armato nella zona agricola è il modo più semplice per attenuare i costi richiesti dagli agricoltori, considerando che le armi sono la merce con più alto valore equivalente. La formula è che più sanguinoso è il conflitto e più alti sono i ricavi dalle vendite di armi e droga. L’instabilità, associata al controllo del disordine, rappresenta il motore del mercato nero. I due fattori armonizzano la domanda e l’offerta, tuttavia per assottigliare i costi e non avere difficoltà occorre diffondere aspirazioni separatiste. Il comandante della situazione dovrebbe impegnarsi con gruppi etnici, clan o fazioni religiose piuttosto che con enti statali.
L’Afghanistan ha distribuito un totale di circa 50 tonnellate di oppio durante la metà degli anni ’80, ma la cifra è balzata a 600 tonnellate entro il 1990, un anno dopo il ritiro dei sovietici. Dopo aver sequestrato il 90% del territorio afgano e preso controllo della coltivazione di papavero locale, i Talebani si sono scrollati di dosso la presa della Cia e del Dipartimento di Stato americano, causando la perdita della quota statunitense dei circa 130 miliardi di dollari di profitto che la mafia poteva ottenere se le forniture venivano incanalate con successo in Asia centrale. Riprendere il controllo della produzione di eroina dal potere dei Talebani era l’obiettivo fondamentale dietro la campagna statunitense in Afghanistan. Al momento la missione è compiuta, gran parte dell’eroina viene acquistata e trasmessa dalla Cia e dal Pentagono ad altri paesi. Dopo aver costruito le basi militari in Kyrgyzstan, Uzbekistan e Tagikistan e insediato il governo di Hamid Karzai, Washington ha aperto nuove rotte di approvvigionamento, eliminando i concorrenti e facendo sì che la capacità degli stabilimenti di trasformazione dell’oppio in eroina non siano mai privi di lavoro. Al momento, l’Afghanistan rappresenta il 75% del mercato globale di eroina, l’80% del mercato europeo e il 35% del mercato statunitense. Circa il 65% del rifornimento di droga dell’Afghanistan attraversa l’Asia centrale post-sovietica, e anche se questa disposizione sarà leggermente modificata, il traffico persisterà anche dopo il ritiro della coalizione occidentale dall’Afghanistan.
Droga in RussiaL’alleanza criminale tra la Cia e i Talebani è un fatto noto e non svanirà. Attualmente, i gruppi criminali albanesi del Kosovo possiedono un ruolo di primo piano nel commercio internazionale della droga. L’indipendenza del Kosovo dalla Serbia ha permesso agli Stati Uniti di pianificare un nuovo punto di appoggio per il business della droga, con particolare riguardo all’Europa. Oltre un milione di albanesi risiedono in Europa occidentale e la maggior parte di loro sopravvive grazie a diversi affari illegali, soprattutto quello della droga. Senza dubbio, gli Stati Uniti hanno deliberatamente presentato all’Europa un problema che d’ora in poi aumenterà. Secondo l’agenzia anti-narcotici russa, circa 100.000 persone in tutto il mondo – più di quante uccise dall’esplosione nucleare che distrusse Hiroshima – muoiono ogni anno a causa degli stupefacenti provenienti dall’Afghanistan. In questo contesto, in Russia, il bilancio è di circa 30.000 vittime. L’agenzia russa sul controllo della droga afferma che la produttività è raddoppiata negli ultimi dieci anni e ad oggi il 90% delle dosi di droga consumate globalmente – un totale di 7 miliardi – rappresentano eroina. La tossicodipendenza sta invadendo l’odierna Russia e nel mix con l’abuso di alcool sta mettendo in pericolo l’esistenza stessa della nazione.
La Russia è molto attiva nell’incoraggiare la lotta internazionale contro la droga – il ministro degli esteri Sergej Lavrov, per esempio, ha ricordato al forum anti-droga 2010 che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite osserva il problema della droga come una minaccia alla pace e alla sicurezza globale. Il suo punto di vista era che il mandato della coalizione in Afghanistan dovrebbe essere aggiornato per includere delle misure ben più robuste, incluso lo sradicamento dei campi di oppio e lo smantellamento delle fabbriche di droga. I passi per contrastare la produzione di stupefacenti in Afghanistan dovrebbero essere altrettanto decisi di quelli scattati in America Latina contro il traffico di cocaina, afferma Lavrov, sottolineando anche che un coordinamento in tempo reale tra la Russia e la Nato, lungo il confine con l’Afghanistan, potrebbe essere di grande aiuto. Mosca ha mandato per anni segnali in merito, ma l’atteggiamento della Nato sembra essere impassibile. Il capo dell’agenzia russa del controllo della droga Viktor Ivanov ha affermato nel 2010 che la Russia ha fornito delle informazioni riservate agli Stati Uniti e all’amministrazione afghana riguardo 175 stabilimenti di droga in Afghanistan, eppure nessuno di questi è stato smantellato. I fondi continuano quindi ad accumularsi sui conti bancari di coloro che gestiscono questi traffici ed è chiaro che questa condizione richiede un fronte anti-narcotico molto più ampio. Mosca perderà solo tempo e vedrà sempre più russi morire se attende una mossa dell’Occidente per sottoscrivere tali iniziative. È giunto il momento di adottare misure drastiche contro coloro che diffondono la morte confezionata in dosi.
(“La droga, uno strumento di politica globale”, da “La Crepa nel Muro” del 9 aprile 2019).

Preso da: http://www.libreidee.org/2019/04/la-droga-gestita-della-cia-uno-strumento-di-politica-globale/

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I veri guerrafondai? I «liberal» di sinistra

7 aprile 2019.

Uno degli aspetti più bizzarri della politica odierna è l’assunto secondo il quale se sei contro la guerra sei di sinistra, e se sei un conservatore sei “pro-guerra”. Proprio come etichettare gli stati conservatori “rossi” e quelli liberali “blu”, è un’inversione di una pratica storica.
L’opposizione all’entrata in guerra dell’America in entrambe le guerre mondiale fu diretta principalmente dai conservatori. Il senatore Robert A. Taft, maggiore esponente del conservatorismo postbellico, si opponeva alla guerra tranne nel caso in cui gli Stati Uniti venissero attaccati. Perfino Bismarck, dopo avere combattuto e vinto le tre guerre che gli servirono per unificare la Germania, era principalmente anti-guerra. Una volta ha descritto la guerra preventiva, come quella che l’America ha lanciato contro l’Iraq, in questi termini: “è come suicidarsi per paura di essere uccisi”.
I veri guerrafondai? I «liberal» di sinistra

La diffidenza dei conservatori verso la guerra non ha origini “sentimentali” e pacifiste, ma deriva dalle radici stesse del conservatorismo, dai suoi obiettivi e dalle sue teorie fondamentali. Il conservatorismo cerca prima di tutto la continuità sociale e culturale, e niente le minaccia più della guerra.
Nel ventesimo secolo, la guerra ha condotto a rivoluzioni sociali e culturali negli Stati Uniti, incluso il movimento su larga scala delle donne fuori dalla casa e dentro i luoghi di lavoro. I riformatori del diciannovesimo secolo sono riusciti a rendere possibile per le donne (e per i bambini) lasciare gli infernali luoghi di lavoro e devolvere le loro vite alla casa e alla famiglia, supportati dal maschio che portava i soldi a casa. I vittoriani consideravano la casa più importante del luogo di lavoro. I compiti di un uomo nel mondo degli affari erano un fardello che lui doveva portarsi sulle spalle per la sua famiglia, non era una cosa che le donne avrebbero dovuto invidiare.
Questa situazione è stata ribaltata a seguito delle due guerre mondiali, in quanto gli uomini furono arruolati a milioni, mentre la richiesta di lavoro in fabbrica per supportare la produzione bellica saliva. E così, dietro i macchinari, ci sono tornate le donne. Il risultato è stato l’indebolimento della famiglia, l’istituzione maggiormente responsabile del passaggio della cultura da generazione a generazione.
La minaccia che la guerra pone ai costumi è esacerbata da una delle sue principali caratteristiche: i suoi risultati sono imprevedibili. Pochi paesi entrano in guerra con l’aspettativa di perdere, ma raramente le guerre vengono vinte da entrambi i lati. Gli effetti della sconfitta militare sull’ordine sociale possono essere rivoluzionari.
Il coinvolgimento russo nella prima guerra mondiale ci ha dato il bolscevismo. La sconfitta della Germania ha reso possibile Hitler. Come ha dimostrato la prima guerra mondiale, se un conflitto è troppo dispendioso, l’ordine sociale dei vincenti può essere stravolto al pari di quello degli sconfitti. Non solo l’Impero Britannico è morto nel fango delle Fiandre, ma l’Inghilterra postbellica era un posto molto diverso dall’Inghilterra edoardina.
E i conservatori detestano l’imprevedibilità. Essi sanno anche grandi spese statali e grandi indebitamenti pubblici possono destabilizzare una società, e nessuna attività statale è più dispendiosa della guerra. L’avventura americana in Iraq, guidata in gran parte dalla ricerca di petrolio – che ora, per buona parte, finirà in Cina – è già costata un triliardo di dollari, e un altro triliardo o due verranno spesi per l’assistenza ai veterani. Perfino il costo in tempo di pace di un grande esercito può devastare una società, come è accaduto per l’Unione Sovietica. I conservatori americani erano falchi del budget, non falchi della guerra.
Ma se guardiamo oltre i dollari, i franchi e i marchi, il costo della guerra cresce all’infinito. Dopo la prima guerra mondiale, non c’erano più giovani uomini per le strade di Parigi. Come ha notato un osservatore britannico, la lista dei morti nelle prime battaglie della guerra si leggeva come l’Almanach de Gotha, il libro che catalogava la nobiltà tedesca. Ancora più spaventoso per i conservatori, le guerre come la prima guerra mondiale possono distruggere la fede nella propria cultura. Probabilmente l’ultima speranza di sopravvivenza per la cultura europea sarebbe stata una vittoria tedesca nella battaglia delle Marne nel 1914.
Un guadagno della guerra, che disturba i conservatori, è l’ingrandimento del potere dello stato. L’argomento delle “necessità di guerra” passa sopra qualunque bilancio, qualunque libertà civile e qualunque tradizionale limitazione del governo. Nel ventesimo secolo, i progressisti americani sapevano che potevano creare un governo centralizzato e potente soltanto dichiarando guerra.
È stata la sinistra ad avere architettato l’entrata degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale. Quasi un secolo dopo, l’11 settembre ha dato ai centralizzatori dell’amministrazione Bush neoconservatrice la scusa per creare la legislazione del “Patriot Act”, una cosa che ai padri fondatori avrebbe fatto rivalutare in meglio Re Giorgio. Così come niente aumenta il debito di un paese come la guerra, niente aumenta di più il potere del governo. I conservatori rigettano entrambi.
Quando Edmund Burke, considerato il fondatore del conservatorismo del diciottesimo secolo, dovette affrontare in parlamento la proposta di entrare in guerra per assicurare che il fiume Scheldt nei Paesi Bassi rimanesse chiuso, così che Antwerp non entrasse in competizione con Londra, la sua risposta fu: “Una guerra per lo Scheldt? È una guerra per un vaso da notte!”. Una risposta genuinamente conservatrice.
I veri conservatori odiano la guerra. Se la cosa oggi sembra strana, come pensare al blu come il colore dei conservatori, possiamo ringraziare un pugno di (ex?) trozkisti che hanno rubato il nostro nome, e un complesso militare-industriale che si è comprato sia la destra che la sinistra. Se la storia è una maestra, e di solito lo è , il prezzo per l’amore militarista della destra nazionalista sarà più alto di quanto immaginiamo.

(da The American Conservative – traduzione di Federico Bezzi)

Preso da: https://oltrelalinea.news/2019/04/07/i-veri-guerrafondai-i-liberal-di-sinistra/

Giornata dell’acqua, “nei paesi in guerra uccide come proiettili”

Nuovo rapporto dell’Unicef in occasione della giornata mondiale. Nei paesi colpiti da conflitti protratti nel tempo, i bambini sotto i 15 anni hanno probabilità 3 volte maggiori di morire a causa della mancanza di acqua sicura e servizi igienico-sanitari che per violenza

22 marzo 2019

Foto: Unicef/Water Under Fire
Unicef/Water Under Fire

Roma – Secondo un nuovo rapporto dell’Unicef, lanciato oggi, in occasione della Giornata Mondiale dell’acqua, i bambini sotto i 15 anni nei paesi colpiti da conflitti protratti nel tempo, in media, hanno probabilita’ 3 maggiori di morire a causa di malattie diarroiche dovute alla mancanza di acqua sicura e servizi igienico-sanitari che per violenza diretta. Il rapporto “Acqua sotto attacco” (Water Under Fire) mostra i tassi di mortalita’ in 16 paesi durante conflitti prolungati e mostra che, nella maggior parte, i bambini sotto i 5 anni hanno probabilita’ 20 volte maggiori di morire per malattie legate alla diarrea dovuta alla mancanza di accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari sicuri che per violenza diretta.

“Le probabilita’ gia’ sono contro i bambini che vivono conflitti prolungati – molti di loro non possono raggiungere fonti di acqua sicura,” ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore generale Unicef. “La realta’ e’ che ci sono piu’ bambini che muoiono per la mancanza di accesso ad acqua sicura che per proiettili”. Senza acqua, i bambini semplicemente non -possono sopravvivere. Secondo gli ultimi dati, nel mondo 2,1 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua sicura e 4,5 miliardi di persone non usano servizi igienico-sanitari sicuri.

Senza acqua sicura e servizi igienico sanitari efficaci, i bambini sono a rischio di malnutrizione e malattie prevenibili che comprendono anche diarrea, tifo, colera e polio. Le ragazze sono particolarmente colpite: sono vulnerabili a violenza sessuale mentre raccolgono acqua o si apprestano ad utilizzare le latrine. Devono fare i conti con la loro dignita’ mentre si lavano e curano l’igiene mestruale. Non vanno a scuola durante il periodo mestruale se le scuole non hanno acqua e strutture igieniche adatte. Queste minacce sono acuite durante i conflitti quando attacchi indiscriminati distruggono infrastrutture, feriscono personale e tagliano l’energia che consente di ricevere acqua e utilizzare i sistemi igienico sanitari. I conflitti armati limitano anche l’accesso alle attrezzature di riparazione essenziali e ai materiali di consumo come carburante o cloro – che possono essere esauriti, razionati, dirottati o bloccati alla distribuzione. Fin troppo spesso i servizi essenziali vengono deliberatamente negati.
“Attacchi deliberati su strutture idriche e igienico sanitarie sono attacchi contro bambini vulnerabili,” ha dichiarato Fore. “L’acqua e’ un diritto di base. È una necessita’ per la vita”. L’Unicef lavora nei paesi in conflitto per fornire acqua sicura da bere e servizi igienico-sanitari adeguati migliorando e riparando i sistemi idrici, trasportando acqua, costruendo latrine e promuovendo informazioni sulle pratiche igieniche. L’Unicef chiede ai governi e ai partner di: fermare gli attacchi contro infrastrutture idriche e igienico-sanitarie e personale; collegare la risposta salva vita umanitaria a uno sviluppo del sistema idrico e sanitario sostenibile per tutti; rinforzare la capacita’ dei governi e delle agenzie di fornire consistentemente servizi idrici e igienico sanitari di alta qualita’ durante le emergenze.
Il rapporto ha calcolato i tassi di mortalita’ in 16 paesi con conflitti prolungati: Afghanistan, Burkina Faso, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Iraq, Libia, Mali, Myanmar, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Siria e Yemen. In tutti questi paesi, ad eccezione di Libia, Iraq e Siria, i bambini di 15 anni e piu’ giovani hanno piu’ probabilita’ di morire per malattie legate all’acqua rispetto che a causa di violenze collettive. Eccetto in Siria e Libia, i bambini sotto i 5 anni hanno possibilita’ 20 volte maggiori di morire per malattie diarroiche legate ad acqua e servizi igienico sanitari non sicuri rispetto che a violenze collettive. (DIRE)

Preso da: http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/627715/Giornata-dell-acqua-nei-paesi-in-guerra-uccide-come-proiettili

Saddam, Gheddafi, Maduro

Saddam, Gheddafi, Maduro.

sventurato quel paese che trabocca di petrolio…

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e anche quello che trabocca di basi militari americane.
Italia: 59 basi Usa in Italia, 13mila militari americani di stanza qui e 120 testate nucleari.
praticamente siamo sotto occupazione dal 1943 in poi.
ma se state ad ascoltare questo governo che si dice sovranista e che e` tornato a mettersi a disposizione degli americani, chi ostacola la nostra indipendenza e` l’Europa.

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del resto, mal comune, mezzo gaudio: anche la Germania e` nella stessa condizione.
solo la Francia no: ah, gia`, le Giubbe Gialle.
a proposito, sentite Macron:  “Rendo omaggio alle centinaia di migliaia di venezuelani che marciano per la loro libertà. Dopo l’elezione illegittima di Nicolas Maduro nel maggio 2018, l’Europa sostiene il ritorno della democrazia”.
Macron che rende omaggio alle Giubbe Gialle venezuelane…, non e` spassoso?
sembra l’Ucraina, ripetuta in Venezuela: le elezioni degli altri sono sempre illegittime.

vererb

il sistema elettorale francese invece e` perfetto, e si vede.

Se non capiamo la lotta di classe, non capiamo niente

di Ken Loach e Lorenzo Marsili – 21 agosto 2018

Il regista cinematografico britannico Ken Loach è una delle voci più celebrate del cinema del nostro tempo. Un artista profondamente impegnato e uno di un pugno di registi a essere insignito due volte della prestigiosa Palma d’Oro. Il lavoro di Loach affronta spesso temi sociali e politici. La sua opera ha attraversato la guerra civile spagnola (Terra e Libertà), lo sciopero degli addetti alle pulizie di Los Angeles (Pane e Rose), l’occupazione dell’Iraq (L’Altra Verità), la guerra d’indipendenza irlandese (Il vento che accarezza l’erba) e il lato coercitivo dello stato sociale (Io, Daniel Blake). Mentre la cosiddetta “rivolta populista” ha innescato un grande dibattito sul ruolo delle disuguaglianze economiche e dell’esclusione sociale, Ken Loach è stato uno dei più grandi narratori della coscienza della classe lavoratrice e delle sue trasformazioni sotto il neoliberismo.

In questa conversazione con il giornalista e attivista politico italiano Lorenzo Marsili, Loach guarda al ruolo dell’arte in momenti di trasformazione politica, all’evoluzione della classe lavoratrice, al significato oggi della lotta di classe e al fallimento della sinistra nell’ispirare un cambiamento radicale.
L’intervista è stata registrata durante le riprese di DEMOS, un documentario di prossima uscita nel quale Lorenzo Marsili percorre l’Europa indagando la solidarietà internazionale dieci anni dopo la crisi finanziaria.
Lorenzo Marsili: Il dibattito sul ruolo dell’arte nel cambiamento politico ha una lunga storia. Oggi stiamo chiaramente attraversando un momento di grande trasformazione geopolitica e di disorientamento globale. Qual è la sua visione del ruolo che la creatività può avere in un momento simile?
Ken Loach: In generale penso che nell’arte ci sia solo la responsabilità di dire la verità. Qualsiasi frase che cominci con “l’arte dovrebbe…” è sbagliata, perché si basa sull’immaginazione o la percezione di persone che scrivono o dipingono o descrivono o svolgono quelli che sono i diversi ruoli dell’arte. Dobbiamo affermare i principi fondamentali di modi attraverso i quali le persone possano vivere insieme. Il ruolo degli scrittori, degli intellettuali e degli artisti sta nel considerare questi come i principi chiave. Questa è la visione lunga della storia, della lotta, così anche se si deve fare una ritirata tattica è importante essere cosciente che resta una ritirata e i principi chiave sono quelli che dobbiamo tenere in mente. Questo è qualcosa che possono fare le persone che non sono coinvolte nelle tattiche giorno per giorno.
LM: Nel suo lavoro l’elemento umano non è meramente un’illustrazione della teoria, ma incarna realmente e diviene l’elemento politico. Sarebbe d’accordo che l’arte ha il potere di mostrare che, alla fin fine, ci sono esseri umani dietro i grandi processi economici e politici?
KL: Assolutamente. La politica vive nelle persone, le idee vivono nelle persone, vivono nelle lotte concrete che le persone conducono. Determina anche le scelte che abbiamo e le scelte che abbiamo, a loro volta, determinano il genere di persone che diventiamo. Il modo in cui le famiglie interagiscono non è un qualche concetto astratto di madre, figlio, padre, figlia: ha a che fare con le circostanze economiche, il lavoro che fanno, il tempo che possono passare insieme. L’economia e la politica sono collegate al contesto in cui le persone vivono le loro vite, ma i dettagli di quelli vite sono molto umani, spesso molto divertenti o molti tristi e in generale pieni di contraddizioni e complessità. Per gli scrittori con i quali ho collaborato e per me, il rapporto tra la commedia della vita quotidiana e il contesto economico in cui quella vita ha luogo è sempre stato molto significativo.
LM: Dunque c’è un rapporto dialettico tra il modo in cui l’economia trasforma il comportamento umano e il modo in cui il comportamento umano, specialmente attraverso l’azione collettiva, trasforma le relazioni economiche.
KL: Prenda una persona che lavora. La famiglia di lui o di lei funziona o cerca di funzionare, ma individualmente non hanno forza perché non hanno potere. Sono semplicemente una creatura di quella situazione. Ma io penso davvero che il senso di forza collettiva sia qualcosa di molto importante. E’ qui che cominciano le difficoltà. Non è facile raccontare una storia in cui la forza collettiva sia immediatamente evidente. D’altro canto è spesso rozzo e sciocco terminare ogni film con un pugno chiuso in aria e un appello militante all’azione. Questo è un dilemma costante: come si fa a raccontare la storia di una famiglia della classe lavoratrice, tragicamente distrutta dalle circostanze economiche e politiche, e non lasciare la gente nella disperazione?
LM: Una cosa che io trovo dare speranza persino in un film tetro come Io, Daniel Blake è che vediamo l’apparato coercitivo dello stato, ma vediamo anche la resilienza di una certa solidarietà umana: i poveri si aiutano tra loro e la gente si ferma ad applaudire quando Daniel Blake scrive un graffito feroce fuori dal centro per l’impiego. Suggerisce che non siamo stati interamente trasformati in homo economicus: che c’è ancora resistenza contro la mercificazione della vita.
KL: Sì, questo è qualcosa che i commentatori della classe media non colgono: i lavoratori … sono presi in giro anche se ridono. Nelle trincee la storia è più amara ed è lì che vediamo la resistenza, anche nei luoghi più bui. Ma in particolare abbiamo avuto questa crescita dei banchi alimentari dove è offerto cibo per beneficienza e si vedono i due volti pubblici della nostra società. In Io, Daniel Blake quando la donna consegna il pacchetto di cibo a una donna che non ha nulla, non dice “Ecco il tuo cibo caritatevole”, ma dice invece “Posso aiutarti con la spesa?” Da un lato c’è quella generosità e dall’altra c’è lo stato che si comporta nel modo più consapevolmente crudele, sapendo che sta spingendo la gente alla fame. La società capitalista è colta in questa situazione schizofrenica e sta a noi organizzare la solidarietà.
LM: Spesso sembra che quella tradizionale alienazione economica si sia trasformata in un’alienazione nei confronti dello stato. Pensa che questo sia al centro di fenomeni come l’ascesa del nazionalismo, della xenofobia, persino della Brexit? Oltre a rendere capri espiatori i migranti c’è forte anche questa sensazione che “non c’è nessuno che mi difenda”.
KL: Sì, penso in effetti che il clima che il populismo di destra indica è un fallimento della sinistra… in modo simile agli anni ’20 e ’30. I partiti di destra si presentano con una risposta semplicissima: il problema è il tuo vicino, il tuo vicino è di colore diverso, il tuo vicino cucina cibo che ha un odore diverso, il tuo vicino ti sta rubando il lavoro, il tuo vicino è dentro casa tua. Il pericolo è che questo è appoggiato dalla stampa di massa, tollerato e promosso da emittenti come la BBC che, ad esempio, ha dato a Nigel Farage e ai suoi compagni tutto il tempo in onda che volevano.
LM: Il centro del suo lavoro è sempre stato la solidarietà della classe lavoratrice. Lei ha vissuto la transizione dal capitalismo sociale postbellico all’arrivo del neoliberismo. Come ha visto trasformarsi la solidarietà di classe in questo periodo?
KL: La cosa maggiore è stata la riduzione del potere dei sindacati. Negli anni ’50 e ’60 erano divenuti forti perché le persone lavoravano in organizzazioni sociali come fabbriche, miniere o moli e a quel punto era più facile organizzare sindacati. Ma quelle vecchie industrie sono morte. Oggi la gente lavora in un modo molto più frammentato. Siamo più forti quando possiamo fermare la produzione, ma se non siamo organizzati sul punto di produzione, siamo decisamente più deboli. Il problema è che oggi la produzione è così frammentata e che con la globalizzazione la nostra classe lavoratrice oggi e nell’Estremo Oriente o in America Latina.
LM: I lavoratori in bicicletta a chiamata di Deliveroo o Foodora potrebbero neppur considerarsi dei lavoratori.
KL: Sì, o lavorano in franchising o sono cosiddetti “lavoratori autonomi”. E’ un grosso problema. E’ un problema di organizzazione per la classe lavoratrice.
LM: Pensa che il concetto di classe abbia ancora senso? Molti non si considererebbero della classe lavoratrice anche se sono poveri e a volte si sentono decisamente miserabili.
KL: Credo che la classe sia fondamentale. Cambia semplicemente forma col cambiare delle richieste di una manodopera diversa da parte del capitale. Ma si tratta ancora di forza lavoro. Ed è tuttora sfruttata e continua a fornire surplus di valore ancor più intensamente che in passato. Cosa più importante, se con capiamo la lotta di classe, non capiamo nulla.
LM: E’ una delle grandi sfide di oggi: riavviare la lotta in mezzo a una popolazione frammentata che non si concepisce come parte di un gruppo.
KL: E’ una sfida alla nostra comprensione. E’ stato molto buffo: recentemente parlavo con alcune persone molto carine in Giappone che stavano scrivendo un articolo e io insistevo sulla necessità di capire la classe e il conflitto. Una donna molto carina mi ha detto: “Mostreremo il suo film ai funzionari del governo giapponese” e io ho detto “Beh, perché?” e lei ha detto “Beh, per far loro cambiare idea” e io ho replicato “Ma questo è il punto che ho appena sostenuto! Non cambieranno idea, sono impegnati a difendere gli interessi della classe dominante e non vanno persuasi, vanno cacciati!”
E’ un punto molto difficile da superare quando l’idea di far funzionare il sistema è così profondamente radicata. Questa è una delle terribili eredità della socialdemocrazia che dobbiamo combattere.
LM: E’ una forma efficace di controllo sociale, quando i tuoi sottoposti ritengono di poter parlare con te e che tu terrai conto delle loro preoccupazioni.
KL: E’ per questo che dobbiamo resuscitare l’intera idea di rivendicazioni di transizione. Dobbiamo avanzare richieste che siano assolutamente ragionevoli sulla base degli interessi della classe lavoratrice.
LM: Vorrei arrivare alla conclusione, ma noto che lei una volta ha condotto una campagna a favore del Parlamento Europeo.
KL: Me l’ero dimenticato.
LM: E’ interessante per me come l’Europa non sia mai stata realmente oggetto di dibattito qui in Gran Bretagna. Improvvisamente, dopo la Brexit, tutti parlano dell’Unione Europea ed è diventato l’argomento più dibattuto dopo il calcio. Sente che ci sia ancora speranza di costruire una democrazia transnazionale o è semplicemente troppo tardi?
KL: Davvero non conosco la risposta. Ma penso realmente che la solidarietà internazionale sia chiaramente importante. Può essere organizzata all’interno dell’Europa? Non lo so. La struttura dell’Unione Europea è veramente molto complicata; è difficile vedere come introdurre il cambiamento senza ripartire da zero. Ovviamente ogni cambiamento deve essere avallato da ogni governo e sappiamo tutti quanto difficile sia la pratica di tale processo. Chiaramente abbiamo bisogno di un’Europa diversa, basata su principi diversi: sulla proprietà comune, la pianificazione, l’allineamento delle economie, la sostenibilità e in generale lavorando per l’uguaglianza.
Ma semplicemente non possiamo farlo mentre è data priorità alle grandi imprese, è data priorità al profitto e mentre il sistema legale dà priorità al profitto. Effettuare tale cambiamento va al di là della mia competenza. Yanis Varoufakis mi assicura che si può fare. Sono certo che ha ragione. Ho fiducia in lui, ma non so come.
Lorenzo Marsili è cofondatore di European Alternatives e uno degli iniziatori del movimento paneuropeo DiEM25. Il suo libro più recente è ‘Citizens of Nowhere’ (University of Chicago Press, 2018).                  
Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/if-we-dont-understand-class-struggle-we-dont-understand-anything/
Originale: The Nation
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

Preso da: http://znetitaly.altervista.org/art/25656

 

Libia, anniversario morte di Gheddafi, ma oggi molti lo rimpiangono

Il 20 ottobre è l’anniversario della morte di Muammar Gheddafi, fatto barbaramente uccidere dai sicari della Nato inviati in Libia per destabilizzare il nord Africa.
Molti ne hanno approfittato per rimpiangerlo, per denigrarlo e comunque per parlare di lui attraverso siti e blog.
Questo anniversario sta passando inosservato nei grandi media che evitano di ricordare quello che fu un omicidio commissionato dalle “centrali di potere internazionale” che hanno voluto distruggere la Libia, ma ancora prima l’Iraq e l’Afghanistan e che negli ultimi anni hanno tentato la stessa cosa in Siria.
Oggi la Libia è un paese semi distrutto, il caos regna sovrano e si sta allargando a macchia d’olio.

Quelli che erano allora i leader dell’Occidente  applaudirono alla sua morte, francesi, italiani e americani in prima linea, ma oggi in tanti rimpiangono Gheddafi, ma gli errori sono stati talmente tanti che oggi, la condizione è disperata per tutto il popolo libico che invece sotto il potere di Gheddafi aveva un tenore di vita che era considerato  il più alto di tutta l’Africa.
I cittadini godevano di sanità e scuola gratuita e di qualità, forniture di acqua e gas e un poter che era capace di tenere unite le tribù.
Le immagini della sua morte sono impresse nella mente di tanti di noi, ma ancora di più i quello che sta avvenendo in quelle terre da sei anni a questa parte.

Originale, con 2 video : http://www.cagliaripad.it/262673/libia-anniversario-morte-gheddafi-oggi-molti-lo-rimpiangono

Quei filmati di Al Qaeda? Li faceva il Pentagono

5 ottobre 2016

di MARCELLO FOA – I video di Al Qaeda? Così falsi da sembrare veri e commissionati non da Bin Laden, ma dal Pentagono, per il tramite dell’agenzia di PR britannica Bell Pottinger che per almeno cinque anni ha lavorato in Iraq su mandato del Dipartimento della difesa americano ottenendo un compenso di oltre 100 milioni di dollari all’anno. Totale: 540 milioni di dollari, una cifra esorbitante.
Sì, sì, avete letto bene: certi filmati di Al Qaeda erano “made in USA”. A rivelarlo è il Bureau of Investigative Journalism in un’ottima inchiesta appena pubblicata sul web, incentrata sulla testimonianza di un video editor, Martin Wells, che quei filmati li ha fatti in prima persona, e riscontri nei documenti ufficiali.

La storia è intrigante, quasi da film. Siamo a Londra. Wells, un video operatore free lance, nel maggio del 2006 viene contattato con la prospettiva di un contratto in Medio Oriente e al primo colloquio si accorge che il committente è molto particolare. Non è la solita società di produzione ma l’ambiente in cui viene accolto è militare; anzi di intelligence militare. Viene scortato da guardie armate all’ultimo piano di un palazzo. Il colloquio è breve e gli comunicano subito l’assunzione perché hanno fatto delle verifiche sul suo conto e lo hanno trovato «pulito». Tempo 48 ore e si trova a Baghdad in una base ultraprotetta, una centrale dove vengono pianificate operazioni di guerra psicologica, in gergo le psyops, alcune delle quali tradizionali. “Dovevamo produrre filmati “bianchi” ovvero nei quali la fonte era dichiarata, tendenzialmente si trattava di spot contro Al Qaeda”, spiega Wells.
Ma altre erano decisamente meno trasparenti. “La seconda tipologia era ‘grigia’: finti servizi giornalistici che poi venivano mandati alle Tv arabe”. E poi c’era quella “nera” in cui la paternità dei video era “falsamente attribuita”. Insomma false flag, che Wells spiega così: “Producevamo finti filmati di propaganda di Al Qaeda, secondo regole e tecniche precise; dovevano durare dieci minuti ed essere registrati su dei CD, che poi i marines lasciavano sul posto durante i loro raid, ad esempio durante un’incursione nelle case di persone sospettate di terrorismo. L’obiettivo era di disseminare questi video in più località, possibilmente lontani dal teatro di guerra” perché scoprire filmati di quel genere in località insospettabili avrebbe aumentato il clamore e l’interesse mediatico. Dunque non solo a Baghdad, ma anche “in Iran, in Siria (prima della guerra) e persino negli Stati Uniti”.
Capito? Certi angoscianti scoop che rimbalzavano sul web o in Tv in realtà erano fabbricati a tavolino da una società di PR britannica all’interno di una base statunitense in Iraq. E vien da sorridere pensando che poi erano la CIA o la Casa Bianca a certificarne l’autenticità.
Wells conferma modalità che gli esperti di spin conoscono bene. Il mandato viene affidato da un governo a società di consulenza esterne per aggirare la legge, evitare il controllo di commissioni parlamentari e proteggere le istituzioni nell’eventualità che queste operazioni vengano scoperte e denunciate dalla stampa, cosa che peraltro non accade quasi mai. I fatti svelati dal Bureau of Investigative Journalism infatti risalgono al periodo 2006-2011; nel frattempo la Bell Pottinger è passata di mano e le truppe americane si sono ufficialmente ritirate dall’Iraq. Lo scoop è sensazionale ma difficilmente assumerà rilevanza internazionale perché riguarda un passato lontano e infatti la maggior parte dei grandi media lo ha ignorato.
Intendiamoci. Il fatto che in un contesto di guerra, seppur particolare come quella al terrorismo, si possano concepire operazioni di questo tipo non sorprende. Lo insegnano, da secoli, Sun Tzu e Machiavelli. Il problema è che di solito sono limitate al teatro di guerra, mentre negli ultimi anni hanno assunto una valenza globale. Quella propaganda non è rivolta solo agli iracheni e agli attivisti di Al Qaeda ma anche ai cittadini del resto del mondo, persino agli americani nonostante la legge statunitense lo vieti espressamente. Ed è diventata sistematica. Sappiamo che la guerra in Iraq è stata proclamata su accuse inventate a tavolino. Sappiamo che i report sull’andamento della lotta ai telabani in Afghanistan sono stati falsificati per anni ingigantendo i successi dell’esercito americano, sappiamo delle manipolazioni mediatiche di alcuni drammatici episodi del conflitto in Siria e sappiamo anche che alcuni filmati dell’ISIS sono stati postprodotti e manipolati, in certi casi anche con risvolti comici, come quello in cui i terroristi scorrazzano per il deserto iracheno su un pick-up con le insegne di un idraulico del Texas.
La frequenza e l’opacità di questi episodi pone un problema di fondo, molto serio: quello dell’uso e soprattutto dell’abuso delle tecniche di psyops, che non può diventare un metodo implicito di governo attraverso il condizionamento subliminale ed emotivo delle masse. Non nelle nostre democrazie.

Benvenuti al poligono Afghanistan

Per non farsi mancar nulla gli americani hanno gettato sull’Afghanistan, terra di sperimenti militari, come fosse un poligono di tiro o il deserto del Nevada, la GBU 43-B detta anche Moab, “la madre di tutte le bombe”, la Megabomba, la Bombissima, l’arma più potente dopo l’Atomica con le sue undici tonnellate di esplosivo. Se l’obbiettivo dichiarato, come dicono gli Usa, era colpire alcuni uomini dell’Isis nascosti sulle montagne di Nangarhar, la Moab pare vagamente sproporzionata e un tantino criminale. E’ chiaro che una bomba che devasta intorno a sé centinaia di metri non può che avere ‘effetti collaterali’ altrettanto devastanti. Naturalmente la Casa Bianca, attraverso uno dei suoi portavoce Sean Spicer, si è premurata di avvertire che “sono state prese tutte le precauzioni per evitare vittime e danni civili collaterali”. Insomma anche la Moab è una bomba “intelligente”. Le bombe americane sono sempre ‘intelligenti’. Lo abbiamo già visto nei bombardamenti su Bagdad e Bassora del 1990 (157.971 vittime civili), nei bombardamenti su Belgrado del 1999 (5.500 morti), nei bombardamenti indiscriminati sull’Iraq nel 2003.

Naturalmente nessuno si fermerà a contare e a piangere i morti afgani della ‘madre di tutte le bombe’, perché gli afgani hanno il grave torto di non essere arabi, o cristiani propriamente detti oppure copti, o ebrei e nemmeno yazidi. E quindi dei loro uomini, delle loro donne, dei loro bambini si può fare carne di porco come sta avvenendo da 16 anni nella più lunga, insensata e disgustosa guerra dei tempi moderni.

Ma la Moab, ci dicono gli esperti, era solo un avvertimento come le atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki lo furono nei confronti dell’Unione Sovietica. Chi è adesso il pericolosissimo avversario da ‘avvertire’? E’ la Corea del Nord che ha sottratto la primazia nell’’Asse del Male’ all’Iran che ora è stato anzi accolto nel salotto buono perché dei pasdara, come dei peshmerga curdi (per inciso: ieri o l’altro ieri i bombardieri americani ne hanno uccisi una ventina in Siria, ‘fuoco amico’) abbiamo estremo bisogno -perché vigliacchi come siamo diventati non osiamo più scendere sul terreno- per piegare la resistenza di 2.000 guerriglieri dell’Isis che a Mosul, benché accerchiati, bombardati dall’alto, spiati dai droni, e impegnati, oltre che a combattere, a mantenere l’ordine, il loro ordine, nella città e a stuprar yazide in gran quantità, si ostinano a non arretrare di un passo.
Gli americani dopo aver incendiato il Medio Oriente con quattro guerre disastrose si apprestano adesso a far la stessa cosa con l’Estremo Oriente che finora era stato relativamente tranquillo. Questa volta il pretesto per colpire la Corea del Nord (la portaerei Carl Vinson, sommergibili nucleari, droni, commandos dei Navy Seals sono già in zona) è che il dittatore Kim Jong-un sta effettuando dei suoi esperimenti nucleari. E per questo deve essere punito come lo fu l’Iran con 35 anni di durissimo embargo economico. Fra l’Iran degli Ayatollah e la Corea di Kim Jong-un c’è certamente una differenza in favore del primo. L’Iran ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare e ha sempre accettato le ispezioni dell’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica) che non hanno mai rilevato che nelle centrali nucleari iraniane l’arricchimento dell’uranio superasse quel 20% che serve agli usi civili e medici (per l’Atomica l’arricchimento deve arrivare al 90%). Che volesse farsi la Bomba era una pura ipotesi, un classico processo alle intenzioni derivante da una mera avversione ideologica.
Invece la Corea del Nord, paese poverissimo, due bombette atomiche ce l’ha e sta cercando di allungare la portata dei suoi missili. Nonostante ciò non costituisce un pericolo per nessuno, sia perché i suoi missili non hanno la gittata necessaria per colpire obbiettivi ‘sensibili’, tantomeno negli Stati Uniti, sia, e soprattutto, perché nessuno, nemmeno Kim Jong-un, sarebbe così pazzo da gettare un’Atomica. Verrebbe infatti investito nel giro di pochi minuti da decine di atomiche. L’Atomica serve solo, è arcinoto, come deterrente e giustamente Kim Jong-un ha detto che il bombardamento americano in Siria, del tutto illegittimo dal punto di vista del diritto internazionale, giustificava i suoi esperimenti nucleari. E ancor più li giustificherà la criminale Moab gettata, come esperimento, sull’innocente Afghanistan. Se Saddam Hussein e Gheddafi avessero avuto l’Atomica sarebbero ancora al loro posto.
In questa gara di Potenze per soddisfare i propri appetiti, con guerre condotte per interposta persona, la più rassicurante sembra essere la Cina. A differenza dell’America di Trump e dei suoi predecessori, della Russia di Putin e dei suoi predecessori, della Turchia e persino dell’Arabia Saudita, la Cina, con il suo miliardo e 400 milioni di abitanti, non ha assunto alcun atteggiamento muscolare, non fa il muso duro militare a nessuno. Si limita a conquistare, silenziosamente e astutamente, il mondo intero attraverso l’economia, mentre gli altri perdono il tempo con le loro stupide e criminali guerre. Ammettiamolo una volta per tutte: la vera ‘cultura superiore’ è quella ‘made in Cina’. E non solo perché la cinesina sottocasa ci fa con maestria tutti quei lavoretti, modesti quanto indispensabili, che noi superbiosi occidentali ci rifiutiamo o non siamo più capaci di fare.
Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2017

i punti di consenzo sull’ 11 settembre: le prove effettive che contraddicono la versione ufficiale dell’ 11 settembre.

12/8/2013
Il 9/11 Consensus Panel dedica il suo lavoro a: lo scopo del Governo e la responsabilità dei media.

L’intento del 9/11 Consensus Panel
L’intento del 9/11 Consensus Panel è quello di presentare chiaramente al mondo alcune fra le prove più convincenti che smentiscono la versione ufficiale dei fatti dell’11 settembre, basandosi sull’opinione di esperti indipendenti.

Lo scopo del 9/11 Consensus Panel è quello di fornire una fonte selezionata di ricerca, basata su prove tangibili, per qualunque indagine possa venire intrapresa dal pubblico, dai media, dagli accademici o da qualsivoglia ente o istituzione investigativi.

L’autorevolezza del 9/11 Consensus Panel
I “punti di consenso” sono risultati da una indagine condotta con il metodo Delphi fra oltre 20 esperti della Commissione, che li hanno graduati secondo un punteggio da 1 a 6, dopo tre tornate di revisioni e di commenti, restando ciascuno all’oscuro dell’identità e delle risposte altrui.

Il Metodo Delphi è un classico metodo di consenso che usa una collaudata metodologia per accrescere la conoscenza scientifica in campi come quello della medicina.

I punti di consenso presentati hanno quindi ricevuto l’approvazione da parte di almeno il 90% di oltre 20 persone (nella letteratura scientifica questa è considerata una alta percentuale).

Unitamente agli estratti video professionali che accompagneranno ciascuno dei Punti, questa indagine controllata fra i Membri della Commissione intende ridurre la confusione e le controversie che riguardano i fatti dell’11 settembre, incoraggiando i media ad affrontare tutti gli aspetti della vicenda.

I “Punti di Consenso” sono supportati da un’ampia documentazione fatta da testimonianze personali, resoconti ufficializzati dei pompieri, comunicazioni iniziali da parte di giornali e televisione, libri ed articoli di esperti ricercatori.

I punti di consenso sull’11 settembre
Le prove effettive che contraddicono la versione ufficiale dell’11 settembre
La versione ufficiale sui fatti dell’11 settembre 2001 è stata utilizzata:

•per giustificare le guerre in Afghanistan e in Iraq, che hanno provocato la morte di milioni di persone; 1
•per autorizzare torture, tribunali militari e extraordinary renditions;
•per sospendere le libertà garantite dalla Costituzione americana come l’habeas corpus negli USA e libertà simili in Canada, nel Regno Unito e in altri Paesi.
Le affermazioni ufficiali riguardanti l’11 settembre sono contraddette da fatti convalidati da un processo scientifico basato sul consenso che include i seguenti punti indicanti le “prove migliori”.

I 26 punti di consenso sono divisi in sette categorie, ciascuna delle quali rimanda ai 26 punti individuali:

A. Punti di consenso generali
B. Punti di consenso sulle Twin Towers
C. Punti di consenso sul crollo del World Trade Center 7
D. Punti di consenso sul Pentagono
E. Punti di consenso sui voli dell’11 settembre
F. Punti di consenso sulle esercitazioni militari prima e durante l’11 settembre
G. Punti di consenso sugli ordini politici e militari dell’11 settembre
H. Punti di consenso sui dirottatori dell’11/9
V. Punti di consenso sulle prove video ufficiali riguardanti il 11/9
A. Punti di consenso generali
Punto G-1: l’affermazione su Osama bin Laden (precedentemente punto 1 – settembre 2011)

Punto G-2: l’affermazione che non ci fosse insider trading nelle opzioni di vendita prima dell’11 settembre 2001 (precedentemente punto 3A – gennaio 2012)

B. Punti di consenso sulle Twin Towers
Punto TT-1: l’affermazione sulla distruzione delle Twin Towers dovuta unicamente all’impatto, al carburante e agli incendi (precedentemente punto 2 – settembre 2011)

Punto TT-2: l’affermazione sulla distruzione delle Twin Towers dovuta unicamente all’impatto, agli incendi e alla gravità (precedentemente punto 3 – settembre 2011)

Punto TT-3: un’affermazione esclude la presenza di esplosivi nelle Twin Towers (precedentemente punto 4 – settembre 2011)

Punto TT-4: un’altra affermazione esclude la presenza di esplosivi nelle Twin Towers (precedentemente punto 5 – settembre 2011)

Punto TT-5: l’affermazione che la polvere del World Trade Center non contenesse tracce di materiale termitico (precedentemente punto 9 – settembre 2011)

C. Punti di consenso sul crollo del World Trade Center 7
Punto WTC7-1: l’affermazione che il WTC 7 sia crollato unicamente a causa di un incendio (precedentemente punto 6 – settembre 2011)

Punto WTC7-2: l’affermazione contenuta nel rapporto preliminare del NIST che il WTC 7 non è crollato a velocità di caduta libera (precedentemente punto 7 – settembre 2011)

Punto WTC7-3: l’affermazione contenuta nel rapporto finale del NIST che il WTC 7 crollò in caduta libera senza l’intervento di esplosivi (precedentemente punto 8 – settembre 2011)

D. Punti di consenso sul Pentagono
Punto Pent-1: perché l’attacco al Pentagono non è stato impedito: la prima versione ufficiale (precedentemente punto 4A – gennaio 2012)

Punto Pent-2: perché l’attacco al Pentagono non è stato impedito: la seconda versione ufficiale (precedentemente punto 5A – gennaio 2012)

Punto Pent-3: l’affermazione riguardante Hani Hanjour come pilota del volo 77 (precedentemente punto 12 – settembre 2011)

E. Punti di consenso sui voli dell’11 settembre
Punto Flt-1: un’affermazione riguardante il dirottamento degli aerei (precedentemente punto 10 – settembre 2011)

Punto Flt-2: l’affermazione che il volo 93 si schiantò vicino a Shanksville, in Pennsylvania (precedentemente punto 11 – settembre 2011)

F. Punti di consenso sulle esercitazioni militari prima e durante l’11 settembre
Punto ME-1: le esercitazioni militari mostrano che l’esercito fosse preparato per affrontare dirottamenti interni (così come provenienti dall’esterno NUOVO

Punto ME-2: l’affermazione che le esercitazioni militari non ritardarono la risposta agli attacchi dell’11 settembre NUOVO

G. Punti di consenso sugli ordini politici e militari dell’11 settembre
Punto MC-Intro: panoramica sulle affermazioni contraddittorie riguardanti importanti capi militari e politici NUOVO

Punto MC-1: perché il Presidente Bush non venne portato via d’urgenza dalla scuola in Florida? (precedentemente punto 1A – gennaio 2012) *** Traduzione in corso ***

Punto MC-2: l’affermazione della Casa Bianca sui tempi: quanto rimase il Presidente Bush nella classe in Florida (precedentemente punto 2A – gennaio 2012) *** Traduzione in corso ***

Punto MC-3: l’affermazione sul momento esatto in cui Dick Cheney entrò nel bunker della Casa Bianca (precedentemente punto 13 – settembre 2011)

Punto MC-4: quando Cheney autorizzò l’abbattimento di aerei di linea? NUOVO

Punto MC-5: il comportamento del Segretario alla Difesa Rumsfeld tra le 9:00 e le 10:00 del mattino NUOVO

Punto MC-6: le attività del generale Richard Myers durante gli attacchi dell’11 settembre NUOVO

Punto MC-7: L’orario di rientro al suo comando del Generale Shelton NUOVO

Punto MC-8: le attività del generale di brigata Montague Winfield tra le 8:30 e le 10:30 del mattino NUOVO

H. Punti di consenso sui dirottatori dell’11/9
Punto H-1: Il misterioso viaggio di Mohamed Atta a Portland *** Traduzione in corso ***

V. Punti di consenso sulle prove video uffiali riguardanti il 11/9
Punto Video-1: I presunti video di sicurezza di Mohamed Atta durante il suo misterioso viaggio a Portland, Maine, 10-11 settembre 2001 *** Traduzione in corso ***

Punto Video-2: E’ veramente autentico il video dell’aeroporto che mostrano i presunti dirottatori del volo AA77 ? Le prove video ufficiali dell’11/9 *** Traduzione in corso ***

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1.G. Burnham, R. Lafta, S. Doocy e L. Roberts, “Mortality after the 2003 invasion of Iraq: A cross-sectional cluster sample survey,”Lancet, 11 ottobre 2006: 21;368 (9545):1421-28.
Fonte: Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, Baltimore.
Questo studio epidemiologico ha stimato 654,965 morti in Iraq direttamente causati dalla guerra, cioè il 2,5% della popolazione, fino alla fine di giugno 2006.
Il dottor Gideon Polya, autore di Body Count: Global Avoidable Mortality Since 1950, ha stimato la morte di più di 4 milioni di afgani fino al gennaio 2010 (per cause sia di morte violenta che non violenta) dall’invasione del 2001, persone che no n sarebbero decedute se non ci fosse stata l’invasione. Si veda: “January 2010 – 4.5 Million Dead in Afghan Holocaust, Afghan Genocide.”
Dr. Gideon Polya, “Iraqi Holocaust: 2.3 Million Iraqi Excess Deaths,” 21 marzo 2009. ↩

Fonte: www.mathaba.net/news/?x=633344

USA, 31 anni di raid punitivi: una lunga storia dalla Libia alla Siria

Quella decisa da Donald Trump contro la Siria è l’ennesima ritorsione della Casa Bianca, nel suo ruolo di ‘gendarme del mondo’
George W. Bush, 43esimo presidente degli Stati Uniti, certamente tra i più 'interventisti'
Quella compiuta dall’amministrazione Trump in Siria è l’ennesima ritorsione decisa da Washington nei confronti di uno Stato sovrano. Dal 1986 ad oggi, da quasi 31 anni, gli Stati Uniti d’America intervengono puntualmente nel mondo con ‘raid punitivi’. Una lunga storia che inizia esattamente il 14 aprile del 1986 con la Libia. Quel giorno, l’amministrazione della Casa Bianca guidata da Ronald Reagan tentò di uccidere il presidente Mu’ammar Gheddafi. Il nome in codice dell’operazione fu “El Dorado Canyon”, ed aveva ufficialmente lo scopo ( LA SCUSA) di vendicare un attentato MAI commesso da “terroristi libici” alla discoteca ‘La Belle’ di Berlino, notoriamente frequentata da militari americani. Il leader libico sfuggì al raid in cui morì una delle sue figlie adottive. Il giorno successivo, il governo di Tripoli rispose lanciando due missili verso il territorio italiano, obiettivo l’isola di Lampedusa,( ALTRO FALSO, I MISSILI NON ERANO LIBICI)  che precipitarono in mare prima di colpire il bersaglio. Dal Nord Africa all’America Centrale, più di tre anni dopo. Era il 20 dicembre 1989 quando Ronald Reagan, in uno dei suoi ultimi atti, decretò l’invasione di Panama per deporre il presidente Manuel Noriega.

Il lungo braccio di ferro con Saddam

Un nemico ‘cresciuto’ grazie ai finanziamenti ed agli armamenti statunitensi. Tale fu il leader irakeno Saddam Hussein, dapprima alleato degli States durante la lunga guerra tra Iran ed Iraq (1980-1988), nel tentativo di contrastare il governo di Teheran retto dall’ayatollah Ruhollah Khomeini. La pericolosità di Saddam emerse nell’agosto del 1990, quando l’esercito iracheno invase ed occupò il Kuwait. Il 20 gennaio 1991, il presidente americano George H.W. Bush diede inizio all’operazione ‘Desert Storm’ che porterà alla liberazione dell’emirato kuwaitiano. Inizia in quel momento il lungo braccio di ferro tra Washington ed il regime di Baghdad: nel 1996, l’amministrazione di Bill Clinton decreta il raid punitivo dopo l’attacco di Saddam contro i curdi. Due anni dopo, lo stesso Clinton dà il via all’operazione ‘Desert Fox‘ allo scopo di prevenire il pericolo della presunta produzione, in territorio iracheno, di armi di distruzione di massa. Quelle stesse armi, della cui esistenza non ci sarà mai prova, saranno il pretesto per il presidente George W. Bush di portare a compimento nel 2003 ciò che il padre aveva iniziato dodici anni prima. La seconda guerra del Golfo porterà alla deposizione di Saddam Hussein che si darà alla fuga, ma sarà succesivamente arrestato e, poi, processato e condannato a morte.

Caccia ad Osama Bin Laden

La storia di Osama Bin Laden, lo ‘sceicco del terrore’ ispiratore e fondatore di Al Qaeda, è molto simile a quella di Saddam Hussein. Anche il noto terrorista saudita aveva beneficiato del supporto statunitense contro l’esercito sovietico, quando l’URSS aveva invaso l’Afghanistan alla fine degli anni ’70. Successivamente aveva iniziato la sua guerra contro Washington il cui episodio più eclatante è certamente l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Già tre anni prima, però, l’amministrazione Clinton aveva tentato di ucciderlo in un bombardamento aereo effettuato in territorio afghano, il 20 agosto 1998. Gli Stati Uniti, sotto la presidenza di George W. Bush, attaccheranno l’Afghanistan il 3 ottobre 2001, poco meno di un mese dopo l’attentato al World Trade Center, e l’azione militare porterà alla fine del regime di Kabul retto dai Talebani, ma Bin Laden sfuggirà alla cattura. La sua latitanza durerà fino al 2 maggio 2011, quando sarà ucciso a seguito di un blitz delle forze speciali antiterrorismo ad Abottabad, in Pakistan.

Gli attacchi contro l’Isis

Siamo praticamente ai giorni nostri. Nel 2014 inizia l’espansione dello Stato Islamico che occupa una fetta consistente di territorio tra Iraq e Siria, l’amministrazione Obama ordina due raid a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. Il primo viene effettuato in Siria, l’8 agosto, mentre il secondo ha come obiettivo le postazioni dell’Isis in Iraq e ha luogo il 23 settembre. Tutto questo, ovviamente, prima del raid ordinato da Donald Trump contro la Siria di Bashar al-Assad che rischia di avere serissime conseguenze. Perché non c’è dubbio che rispetto a Gheddafi, Noriega, Saddam o Bin Laden, il presidente siriano sia molto più fortunato nelle alleanze.

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