Aggressione camuffata da guerre civili

 

 JPEG - 38.6 Kb

 

Se ci si darà la pena di guardare con distacco i fatti, si constaterà che i vari conflitti che da sedici anni insanguinano l’intero Medio Oriente Allargato, dall’Afghanistan alla Libia, non sono una successione di guerre civili, bensì l’attuazione di strategie regionali. Ripercorrendo gli obiettivi e le tattiche di queste guerre, a cominciare dalla “Primavera araba”, Thierry Meyssan ne osserva la preparazione del prosieguo.

| Damasco (Siria)
English  Español  français  română  русский  Português  ελληνικά

A fine 2010 cominciò una serie di guerre, presentate inizialmente come sollevamenti popolari. Tunisia, Egitto, Libia, Siria e Yemen furono poi travolti dalla “Primavera araba”, riedizione della “Grande rivolta araba del 1915” iniziata da Lawrence d’Arabia, con un’unica differenza: questa volta non si trattava di appoggiarsi ai Wahhabiti, ma bensì ai Fratelli Mussulmani.

Questi accadimenti erano stati minuziosamente pianificati sin dal 2004 dal Regno Unito, come dimostrano i documenti interni del Foreign Office, rivelati dallo whistleblower [lanciatore d’allarmi] britannico Derek Pasquill [1]. Con l’eccezione del bombardamento di Tripoli (Libia) ad agosto 2011, tali eventi erano frutto non soltanto delle tecniche di destabilizzazione non violente di Gene Sharp [2], ma anche della guerra di quarta generazione di William S. Lind [3].
Messo in atto dalle forze armate USA, il progetto britannico di “Primavera araba” si sovrappose a quello dello stato-maggiore americano: la distruzione delle società e degli Stati su scala regionale, formulata dall’ammiraglio Arthur Cebrowski, resa popolare da Thomas Barnett [4] e illustrata da Ralph Peters [5].
Nel secondo trimestre 2012 la situazione sembrò calmarsi, tanto che Stati Uniti e Russia si accordarono il 30 giugno a Ginevra su una nuova ripartizione del Medio Oriente.
Ciononostante, gli Stati Uniti non onorarono la propria firma. Una seconda guerra iniziò a luglio 2012, dapprima in Siria poi in Iraq. Ai piccoli gruppi e ai commando subentrarono vasti eserciti di terra, composti da jihadisti. Non era più una guerra di quarta generazione, bensì una classica guerra di posizione, adattata alle tecniche di Abou Bakr Naji [6].
Allorché la Cina svelò le proprie ambizioni, la volontà di prevenire la riapertura della “via della seta” si sovrappose ai due antecedenti obiettivi, conformemente agli studi di Robin Wright [7].
Nell’ultimo trimestre 2017, con la caduta di Daesh, gli avvenimenti sembrarono nuovamente placarsi, ma gli investimenti nei conflitti del Medio Oriente Allargato erano stati così ingenti che era impossibile per i partigiani della guerra rinunciarvi senza aver ottenuto risultati.
Si assistette così a un tentativo di rilancio delle ostilità con la questione kurda. Dopo un primo scacco in Iraq ce ne fu un secondo in Siria. In entrambi i casi, la violenza dell’aggressione indusse Turchia, Iran, Iraq e Siria a compattarsi contro il nemico esterno.
Alla fine il Regno Unito ha deciso di perseguire l’obiettivo iniziale di egemonia attraverso i Fratelli Mussulmani e per farlo ha costituito il “Gruppo Ristretto”, rivelato da Richard Labévière [8], struttura segreta che include Arabia Saudita, Stati Uniti, Francia e Giordania.
Da parte loro, gli Stati Uniti, applicando il “Pivot verso l’Asia” di Kurt Campbell [9], hanno deciso di concentrare le proprie forze contro la Cina e hanno di nuovo formato, con Australia, India e Giappone, il Quadriennal Security Dialogue.
Frattanto, l’opinione pubblica occidentale continua a credere che il conflitto unico che ha già devastato il Medio Oriente allargato, dall’Afghanistan alla Libia, sia una successione di guerre civili per la democrazia.

[1] When Progressives Treat with Reactionaries. The British State’s flirtation with radical Islamism, Martin Bright, Policy Exchange, September 2004. “I had no choice but to leak”, Derek Pasquill, New Statesman, January 17, 2008.
[2] Making Europe Unconquerable: The Potential of Civilian-based Deterrence and Defense, Gene Sharp, Taylor & Francis, 1985.
[3] “The Changing Face of War: Into the Fourth Generation”, William S. Lind, Colonel Keith Nightengale, Captain John F. Schmitt, Colonel Joseph W. Sutton, Lieutenant Colonel Gary I. Wilson, Marine Corps Gazette, October 1989.
[4] The Pentagon’s New Map, Thomas P.M. Barnett, Putnam Publishing Group, 2004.
[5] “Blood borders – How a better Middle East would look”, Colonel Ralph Peters, Armed Forces Journal, June 2006.
[6] The Management of Savagery : The Most Critical Stage Through Which the Umma Will Pass, Abu Bakr Naji, 2005. English version translated by William McCants, Harvard University, 2006.
[7] “Imagining a Remapped Middle East”, Robin Wright, The New York Times Sunday Review, 28 septembre 2013.
[8] « Syrieleaks : un câble diplomatique britannique dévoile la “stratégie occidentale” », Richard Labévière, Observatoire géostratégique, Proche&Moyen-Orient.ch, 17 février 2018.
[9] The Pivot: The Future of American Statecraft in Asia, Kurt M. Campbell, Twelve, 2016.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article199869.html

Annunci

L’imperialismo statunitense e italiano e l’aggressione alla Libia

18 Settembre 2016

selfie renzi soldatessa
La situazione della Libia e del suo popolo, di cui ci siamo occupati recentemente con altri articoli(1), è sempre più drammatica.
Il 28 agosto scorso Emergency (2), ha annunciato di dover interrompere, per ragioni di sicurezza, le attività sanitarie e di dover abbandonare l’ospedale di Gernada, nell’est della Libia. L’associazione aveva offerto scorte di medicinali sia a Zintane sia a Misurata ma nemmeno l’equidistanza ha potuto essere la soluzione per poter lavorare e fornire aiuto ad una popolazione stremata. Ovunque nel Paese, ha denunciato Emergency, mancano le risorse e il personale necessario a offrire assistenza di base e specialistica, anche per le fasce più vulnerabili della popolazione, come i bambini. L’assistenza ai feriti, che secondo i dati dell’Oms( Organizzazione mondiale della sanità) sarebbero stati oltre 20 mila solo negli ultimi mesi, non può essere garantita “in un momento in cui gli ospedali vengono perfino bombardati” come ha dichiarato Gino Strada, il medico fondatore di Emergency.


Un Paese, la Libia, ricco di petrolio, ricco di gas, un Paese dove gli scontri e le guerre, il sangue versato e il terrore negli occhi dei bambini orfani hanno, come mandanti di questo orrore, i nomi di avventurieri, di jihadisti, di capi di numerose tribù locali spesso in lotta fra loro ma, soprattutto, il nome del capitalismo occidentale e delle sue criminali guerre imperialiste.
In Libia gli interessi del capitalismo dei vari Stati sono evidenti: il capitalismo italiano con l’Eni è in Tripolitania con tre giacimenti di petrolio e due di gas; il capitalismo della Gran Bretagna con la British Petroleum è presente nella regione centro-orientale, quello francese della Total è nella zona di Sirte e di al-Sharara. A questi si aggiungono la Repsol (Spagna), Wintershall (Germania) Occidental, Conoco Phillips, Marathon, Hess (Stati Uniti), Suncor e Petro-Canada (Canada),OMV (Austria)…

La Sicilia base militare contro la Libia nella guerra dell’imperialismo statunitense ed italiano
Nel mese di agosto l’aviazione degli Stati Uniti ha compiuto una serie di attacchi aerei ufficialmente contro obiettivi della Stato Islamico, a Sirte, e dichiarando che i bombardamenti sono stati effettuati su richiesta del governo locale di Fayez al Sarray, governo sostenuto dall’Onu. Fra le alte cariche militari Usa è trapelata la notizia della possibilità che i bombardamenti di agosto possano essere ripetuti più avanti. Risulta chiaro come gli Stati Uniti mirino ad aumentare il vantaggio per il proprio capitalismo in una zona ricca di petrolio e gas da sfruttare, cercando di sottrarre potere ad altri Paesi che controllano già parti dei giacimenti. La difesa dei profitti è fatta anche attraverso appoggi militari, o promesse d’appoggio, alle diverse fazioni della Libia e ai vari personaggi ambiziosi e corrotti, appoggi che continuano a mutare a seconda delle convenienze politiche e che riguardano, non tanto i diritti umani o la sopravvivenza della popolazione civile, bensì le immense risorse petrolifere e di gas.
In Italia il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha dichiarato che le operazioni non hanno interessato l’Italia né dal punto di vista della logistica né per il sorvolo del territorio nazionale, ma una parte della stampa italiana (3) ha denunciato che alla prima ondata di bombardamenti su Sirte aveva preso parte anche un drone Usa Reaper decollato dalla base di Sigonella, in Sicilia.
Per il ministro Pinotti l’operazione Usa si è sviluppata “…in piena coerenza con la risoluzione delle Nazioni unite numero 2259 del 2015 e in esito a una specifica richiesta di supporto formulata dal legittimo governo libico per il contrasto all’Isis nell’area di Sirte…” e che “”. “l’azione militare americana non prevede l’utilizzo di forze a terra..” , inoltre Pinotti ha affermato che “…l’Italia è pronta a considerare positivamente l’eventuale utilizzo delle basi italiane e il sorvolo per le operazioni aeree degli alleati impegnati nel conflitto in Libia su richiesta del governo di accordo nazionale libico”.
Nonostante il Presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, del Partito Democratico, continui a porre un’attenzione ossessiva ad evitare che la parola “guerra” sia associata al suo governo, nonostante la “schizofrenia” di dichiarazioni con le quali candida l’Italia per un pieno coinvolgimento e un “ruolo guida” nel Mediterraneo e al contempo ostenti un atteggiamento d’estraneità alle operazioni miliari, la realtà è che il governo Renzi, che si appoggia ad una base elettorale in cui emergono attivamente come bacino di voti numerose associazioni che si richiamano al pacifismo e all’ anti-razzismo( spesso ricevendone un cospicuo riconoscimento finanziario in termini di contributi, di sedi, d’incarichi in questa o quella Fondazione) è, con buona pace di quella fetta del suo sempre più esiguo elettorato pacifista o vagamente di sinistra, un governo di guerra come lo sono stati i governi precedenti, come lo sono stati, solo per citarne due su tutti, quello di Berlusconi e quello di Prodi(4) .
La base scelta per i bombardamenti sulla Libia è la più grande isola dell’Italia e del Mediterraneo, la Sicilia. Su chi ha deciso e chi dovrebbe decidere se l’Italia debba o no partecipare a questa guerra, su la “legalità” o meno di questa guerra, come di quelle precedenti, è un tema che non ci appassiona. ExJugoslavia, Irak, Afghanistan, aumento delle spese militari, costruzioni di basi di guerra Nato e Usa in territorio italiano, e così via, sono stati l’occasione di estenuanti raccolte di firme, interrogazioni parlamentari, referendum, o appelli alla Costituzione italiana ( sempre rispettata nei passaggi sulla sacralità della proprietà privata dei mezzi di produzione e sempre carta stracciata nei passaggi di ripudio alla guerra ). Si è spesa tanta energia di migliaia e migliaia di sinceri e onesti attivisti che in centinaia di movimenti e comitati, negli anni, si sono opposti alla guerra e sono spesso caduti nella trappola dei ricorsi ai tribunali borghesi, ricorsi che sono serviti solo per svuotare le piazze e fare tornare gli attivisti a casa, in attesa del pronunciamento di un magistrato “illuminato”, senza considerare che le istituzioni sono la sovrastruttura del sistema e sono lo strumento della sua governabilità e del suo mantenimento.
E non è stato un caso, infatti, che, proprio il 5 agosto scorso, il Tribunale del riesame di Catania, confermando il dissequestro delle antenne Muos (5), ha risposto “Presente” alla guerra, come hanno denunciato attivisti siciliano “No Muos”. Il Tribunale ha fatto così seguito al pronunciamento del maggio scorso in cui il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana (CGA), cedeva alle pressioni del governo Usa e italiano. Una sentenza, quella del Tribunale di Catania, che ha dato ragione ai profitti delle classi dominanti e che sacrifica il popolo siciliano ad offrire la sua bellissima terra come avamposto di sofferenza e morte per popoli vicini.

Ippocrate con la divisa della Folgore

Di pochi giorni fa è la notizia che le forze armate libiche del generale Khalifa Haftar di Tobruk del Libyan National Army (che controlla la Libia orientale e che ha l’appoggio di Stati stranieri, come l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti), hanno conquistato, praticamente senza combattere, il controllo dei porti petroliferi di Sidra e Ras Lanuf, porti dai quali viene esportato il petrolio libico, sottraendone il controllo al governo di “unità nazionale” di Sarraj sostenuto dall’Onu. Sembra che le guardie che dovevano proteggere i siti petroliferi abbiano rinunciato a qualsiasi resistenza e non abbiano aperto il fuoco. Il governo di Sarraj ha annunciato una controffensiva per la riconquista dei porti petroliferi.
In queste ore mentre scriviamo, dopo l’informativa dei ministri Paolo Gentiloni e Roberta Pinotti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, si sta discutendo alla commissione Camera le risoluzioni dei gruppi parlamentari (al Senato hanno già votato) sulla nuova operazione italiana in Libia e intanto partono dall’Italia 100 paracadutisti del 186esimo reggimento della Folgore. Il costo totale dell’operazione saranno circa 10 milioni di euro, che verranno stanziati nel decreto e che si aggiungono ai “500mila euro già stanziati dal governo italiano per le operazioni di sminamento umanitario a Sirte”.
La nuova guerra targata imperialismo italiano si chiama missione ‘Ippocrate’ e, ancora una volta come nelle guerre che l’hanno preceduta, si ammanta di umanità. E’ una missione “umanitaria”, sottolinea a più riprese Pinotti. Missione chiamata ‘Ippocrate’, dal nome del padre della medicina, proprio per cercare di occultarne il carattere militare . “65 tra medici e infermieri, 135 a fare da supporto logistico tra manutenzione dei mezzi, comunicazione, amministrazione, mensa, ecc; 100 come force protection”, cioè i parà. Sempre Pinotti ammette “la situazione sul terreno è molto instabile: non si può dire che Haftar abbia il controllo sulla Mezzaluna petrolifera, né che non lo abbia. Diciamo che ci sono dei contrasti…”
I contrasti si chiamano pozzi petroliferi, terminal di gas e interessi dell’Eni. L’Italia è in guerra, quindi, anche sul terreno e anche se ufficialmente i militari italiani andranno per umanità, per costruire un ospedale a Misurata, non per fare la guerra.

Unità di classe per il pane, il lavoro e la pace
Nel frattempo continua l’afflusso di profughi, di minori non accompagnati, di donne in gravidanza che cercano disperatamente un futuro sfidando un mare che il cimitero simbolo dell’orrore, della fame, della guerra, dell’ingiustizia del capitalismo odierno.
Il denaro che potrebbe servire per costruire nel nostro Paese ospedali, scuole, case antisismiche, consultori familiari, mense per lavoratori e studenti, sono veicolati per salvare i profitti dei banchieri e per costruire, e vendere nel mondo, armi di distruzione di massa. E’ necessario costruire e rafforzare una reale opposizione alla guerra, che abbia come obiettivi lo smantellamento del Muos in Sicilia, la chiusura delle basi Usa-Nato nel nostro territorio, che denunci senza tentennamenti come i piani imperialistici di guerra rappresentano solo l’interesse dei profitti di pochi e che la politica di guerra si appoggia sullo sfruttamento della maggioranza della popolazione mondiale come succede quotidianamente nell’Unione europea e come succede in Italia dove il governo Renzi ha scatenato una guerra sociale contro i lavoratori e i settori popolari del nostro Paese.
Gli interessi capitalistici statunitensi ed italiani sono opposti a quelli della classe lavoratrice siciliana ed italiana, e questa contraddizione è la medesima in tutti i Paesi del mondo.
Solo nelle lotte contro gli attacchi dei vari governi è possibile costruire una resistenza contro la guerra e l’imbarbarimento della società. I lavoratori del Nord Africa e del Medio Oriente sono oggi in Italia all’avanguardia delle lotte nel settore della logistica come in Francia i lavoratori immigrati lottano a fianco dei lavoratori francesi contro la riforma del lavoro. Ed è proprio di queste ore la tragica notizia dell’omicidio a Piacenza di un operaio in lotta durante un presidio.
Solo nell’unità delle lotte della nostra classe potrà sorgere una reale opposizione al razzismo e a tutte le guerre imperialiste.

Note
1) http://www.alternativacomunista.it/content/view/2287/45/
2) Emergency: “associazione italiana nata nel 1994 per offrire cure mediche chirurgiche gratuite e d’elevata qualità alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà”
3) http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/da-sigonella-gia-partono-i-droni-usa-contro-lisis/
4) http://www.alternativacomunista.it/content/view/1320/47/
5) MUOS (acronimo di Mobile User Objective System) è un sistema di comunicazioni satellitari militari ad alta frequenza e a banda stretta , gestito dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Il sistema è composto da quattro satelliti (più uno di riserva) e quattro stazioni di terra, una delle quali è stata terminata a fine gennaio 2014 in Sicilia, nei pressi di Niscemi.

Patrizia Cammarata – PdAC

Fonte

Preso da: http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o49211

Un altra vittoria di Muammar Gheddafi

L’ultima vittoria di Muammar Gheddafi

Il 6 marzo 2011 era chiaro che il regime libico aveva soppresso la rivolta interna e sospeso il caos nel mondo arabo. Una missione clandestina di un diplomatico inglese protetto da 8 ufficiali delle SAS nella base orientale dell’opposizione libica si concluse con la loro detenzione e “interrogatorio” da parte dei capi ribelli. L’articolo del Sunday Times fu la “bandiera bianca” issata dagli organizzatori delle proteste in Medio Oriente e Nord Africa del 2010-2011. Fin dall’inizio la catena di eventi in Libia ebbe una svolta inaspettata per le élite globali. Muammar Gheddafi si rifiutò di abbandonare Tripoli e, insieme alla famiglia e al clan, mantenne i contatti coi libici attraverso la TV nazionale e regolari apparizioni pubbliche. Nell’impressionante discorso del 22 febbraio 2011, ripristinò il sostegno pubblico ed incoraggiò i libici a resistere alla rivolta. Da allora i media mainstream internazionali diffusero bugie inaudite sugli eventi in Libia. Si sentì parlare di “mercenari stranieri che uccidono civili”, “attacchi aerei sui dimostranti”, “bombardamenti delle posizioni ribelli”, “grandi proteste contro Gheddafi a Tripoli”, “migliaia di rifugiati libici” e tanti altri annunci che, come risultò, non avevano nulla a che fare con la realtà.
Le fonti interne libiche, ad esempio del Centro di San Pietroburgo per il Medio Oriente moderno, descrivevano una realtà piuttosto diversa. Non c’erano proteste a Tripoli e dintorni. Pochi gruppi di emarginati operavano ad al-Zawiya (sobborgo occidentale di Tripoli) e al centro (l’incendio doloso della Sala del Popolo la notte del 21 febbraio è apparentemente l’atto più noto) furono prontamente neutralizzati dalla polizia municipale. Gli “attacchi aerei” dell’Aeronautica libica prendevano di mira depositi di munizioni nelle vicinanze di Bengasi, quando la minaccia che venissero catturati dai separatisti orientali era ancora alta. La questione dei “mercenari stranieri che proteggevano Gheddafi”, è apparentemente la più interessante. È chiaro che qualsiasi mercenario combatte per soldi. Quindi nel conflitto in cui sono coinvolti gli interessi delle mafie petrolifere internazionali, i mercenari sono la forza meno affidabile. Avrebbero tradito Gheddafi ben prima. Quindi Gheddafi è un uomo intelligente e ne è perfettamente consapevole. Non poteva arruolarli. Ma supponiamo che la loro presenza in Libia fosse un fatto provato. Potevano essere “gentilmente” proposti a Gheddafi dai vicini “simpatizzanti” africani? Si, perché no. Qual era la loro missione? Dovevano avere l’ordine dai loro veri padroni di essere spietati e feroci contro i “manifestanti” locali il più possibile per intensificare il conflitto. Non c’è da stupirsi che dopo i primi scontri con la loro partecipazione e annunci nel mondo dei media, i mercenari siano “scomparsi”. Certamente avremo modo di conoscere dettagli sorprendenti sulle operazioni militari dell’esercito libico contro i mercenari “alleati” di fine febbraio 2011. Guardando la CNN riportare la “guerra civile” in Libia va capito che ciò significa che le forze governative localizzavano ed eliminavano questi “alleati”.
Ora, perché tale scenario rischioso? Perché il regime di Gheddafi era il più stabile in Medio Oriente. Si noti che tutti i “dittatori arabi” andati al potere col sostegno degli Stati Uniti negli anni ’80 furono facilmente eliminati nel gennaio-febbraio 2011, prontamente “caduti in coma”. Non avevano l’autorità morale per combattere per un potere ottenuto illegittimamente. Qual era la componente chiave di tale illegittimità? Quando aspirarono al potere, si allearono segretamente con una nazione straniera che li sostenne completamente. Da allora non sono leader sovrani. Questo è il motivo per cui non possono sconfiggere la rivoluzione. Non possono dire la verità al popolo e alla comunità internazionale, perché iniziare a dire la verità significa dirla TUTTA. E TUTTA la verità include le circostanze della loro ascesa al potere… Ma c’è una soluzione per tale situazione di “stallo”. Se un leader politico riconosce i vergognosi rapporti clandestini con una potenza straniera, non sarà mai condannato ma PERDONATO e sostenuto dal popolo. Dopo di che lealtà e professionalità delle guardie del corpo impediranno che il futuro politico sia il caos. Le alternative sono la forca di Sadam, i letti da moribondi di Mubaraq e Ben Ali.
Torniamo alle “rivoluzioni popolari in Medio Oriente”. Vediamo che per avere successo c’era disperatamente bisogno di “masse infuriate”. Quindi qualcuno doveva infuriarle. Come in Iran nel giugno 2009? Cecchini sconosciuti uccisero astanti a Teheran durante le proteste (i dettagli sono nell’articolo “Cosa decidono i Bilderberger dell’Iran“). Cosa successe in Egitto nel gennaio 2011? Ancora una volta cecchini sconosciuti spararono alla folla dal tetto dell’edificio del Ministero degli Interni di Cairo. Si noti che in entrambi i casi fu fatto di tutto per convincere il pubblico che i perpetratori fossero le forze governative. Ma dov’era la prova? C’è qualche logica nei servizi di sicurezza che uccidono dimostranti per provocarli a commettere atti violenti? Al contrario, la loro missione è disperdere pacificamente la folla, identificare e arrestare le “teste calde” tra i manifestanti ed evitare vittime! Allora, chi sparava dal tetto del Ministero degli Interni egiziano? Non lo sappiamo ancora. Ma chi fece lo stesso in Tunisia durante l’agitazione pubblica fu catturato e mostrato da RT. Si guardi il seguente video:

Credete che costoro dai passaporti svedesi e inlgesi cacciassero davvero cinghiali per le strade di Tunisi?
Ora possiamo fare alcune conclusioni. Innanzitutto, non c’era nulla di spontaneo nell’ondata delle rivoluzioni del Nord Africa e Medio Oriente del 2011. I disordini popolari in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, ecc. furono accuratamente preparati, organizzati, finanziati e sostenuti dai media internazionali. Abbastanza sorprendentemente, al-Jazeera svolse un ruolo fondamentale nel sostenere i conflitti nelle società arabe diffondendo disinformazione e silenziando le voci della verità e sobrie. In secondo luogo, chi architettò tali insurrezioni, generalmente fallì. Non c’è dubbio che l’idea era organizzare caos e guerre civili nel mondo arabo, provocare imbarazzo nelle élite nazionali, imporre l’opposizione radicale anti-progressista al potere nei Paesi chiave della regione. Poi si aspettavano che, a tempo debito, standard sociali degradati e cattiva gestione del governo catalizzata dalla propaganda dei media internazionali creassero le condizioni per imporre il controllo estero su questi Stati islamici. La Libia con le sue ricche riserve naturali era il premio più ambito. Ma con Muammar Gheddafi ancora al potere che riacquistava sostegno pubblico e si sbarazzava dei rami “secchi” tra gli alti funzionari, gli attori globali soffrivano molto mentre il fantasma del presidente Bush Jr. si profila di nuovo al largo delle coste libiche. Apparentemente le élite non ebbero altra scelta che attivare le super-portaerei statunitensi. Messi all’angolo e sotto la pressione schiacciante della piramide del dollaro. Terzo e più importante, questi eventi rivelavano il legame occulto tra “islamisti” ed élite globali. Muammar Gheddafi combattendo gli islamisti di al-Qaida e allo stesso tempo sostituendo solennemente bin Ladin come incarnazione del “Male assoluto” nei media tradizionali, fu un cambiamento notevole. I radicali dovevano essere la nuova generazione di leader arabi. Non avrebbero portato prosperità o giustizia nelle loro società. La loro missione era stringere saldamente la pentola a pressione del mondo musulmano con regole e retorica pseudo-islamiche. Una volta esplosa, l’energia di milioni di giovani fanatici ignoranti che si diffondono nel mondo avrebbe aperto la strada allo scaltro Gran Pacificatore. I semi di tale misteriosa simbiosi furono piantati dall’intelligence inglese nel XIX secolo. Per esempio, se si segue la storia del fondatore della Fratellanza musulmana Hasan al-Bana, si vedrà che il “controllore generale” inglese in Egitto dal 1878 era Evelyn Baring, rampollo di una vecchia dinastia di banchieri che nominò lo sceicco Muhamad Abduh Gran Mufti d’Egitto. Non ne va sottovalutata l’importanza. Il Gran Mufti d’Egitto del tempo era la massima autorità spirituale nel mondo musulmano. Perché lo sceicco Abduh, noto salafita, fu scelto dal residente inglese? Perché lo scenario della falsa guida del mondo islamico delle élite globali era già stato scritto. Volevano che i musulmani fossero carne da cannone per imporre il loro dominio. Dovevano corrompere la fede islamica, sostituirla con un surrogato pseudo-islamico. Ecco perché Evelyn Baring scrisse dei salafiti: “Sono gli alleati naturali del riformatore europeo” (Goodgame, Peter. La Fratellanza Musulmana: l’arma segreta dei globalisti). A quel tempo Sheikh Adbuh divenne murshid (insegnante) di Muhamad al-Bana, padre di Hasan…
Quindi entriamo in tempi molto interessanti, forse decisivi. Muammar Gheddafi ha vinto la sua ultima battaglia nonostante vigore e pressione insolente da ogni parte. Ci saranno nuovi Gheddafi nati da madri musulmane che resisteranno al nuovo ordine mondiale? Speriamo e preghiamo di sì.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

ecco un bell esempio dei RATTI nella “nuova Libia”.

Quello che segue è un articolo interessante che fa luce sui RATTI che dal 2011 occupano la Libia. Meno male che è un articolo che non è stato scritto da un sostenitore di Gheddafi. Buona lettura.

Chi sta distruggendo la cultura in Libia

Dalle fosse comuni in Libia alle armi chimiche in Siria: storia delle bufale in Medio Oriente

Dalla Libia alla Siria, di bufale ne sono state raccontate parecchie: l’ultima è quella sull’uso delle armi chimiche a Idlib da parte di Assad.

Si disse poi che anche a Tripoli vi era stata una massiccia rivolta, sanguinosamente repressa dal regime, che nel frattempo stava portando nel paese con appositi voli aerei dei mercenari dall’Africa nera. Solerti testimoni e giornalisti raccontarono che ben sette aerei da caccia avevano sorvolato in circolo la Piazza Verde a bassa quota colpendo gli insorti: peccato che ciò non fosse tecnicamente possibile per degli aerei del genere, e che in tutta la piazza non si vedesse un solo segno d’arma da fuoco. In seguito vennero fatte trovare delle “fosse comuni” in cui gli uomini di Gheddafi, sempre secondo la stampa araba ed occidentale, avevano seppellito le vittime della repressione: e invece era il cimitero dove venivano sepolti gli animali dello zoo di Tripoli.

Su Gheddafi, naturalmente, non mancarono anche bufale postume, certamente le più odiose, che gli attribuivano una lussuria fuori dal comune, al punto da far sguinzagliare i suoi poliziotti alla ricerca di ragazzine da portarsi a letto, o ancora quella secondo cui la figlia Anna non sarebbe morta nel bombardamento americano di Tripoli del 1986, ma tenuta nascosta al mondo per farlo credere a tutti. Sul bunker di Bab al Aziziya fiorì tutta una serie di leggende accuratamente alimentate dai nostri media, che ancor oggi talvolta resistono nell’opinione di qualche passante malgrado siano poi state sempre e regolarmente dimostrate come totalmente infondate.
Insomma, già sulla Libia se ne raccontarono così tante, di balle, da far subito capire quale china stesse prendendo il mondo dell’informazione in rapporto alle cose arabe e mediorientali. Infatti nel frattempo era cominciata anche la crisi in Siria, e pure in quel caso se ne stavano raccontando di tutti i colori.
In Siria vi erano state proteste pacifiche e spontanee, stimolate da quanto visto in Tunisia e in Egitto. Ma ben presto, soprattutto dal confine iracheno ma anche dal Libano e dalla Turchia, entrarono gruppi di uomini armati e non identificati che iniziarono ad attaccare le guardie frontaliere e le forze di polizia. Il clima cominciò rapidamente a farsi incandescente, ma l’aumento della tensione venne subito attribuita sempre e comunque al governo siriano da parte dei soliti media occidentali e panarabi. Poichè, però, a differenza della Libia in questo caso la Russia e la Cina non permettevano ad alcuna coalizione occidentale d’intervenire in Siria, si cominciarono ad escogitare espedienti sempre più raffinati. Così l’anno dopo, nel 2012, già Obama accusava Assad di “aver oltrepassato la linea rossa” usando armi chimiche contro la popolazione e i ribelli. S’arrivò ad un passo dallo scontro non soltanto fra la Siria e la coalizione occidentale a guida franco-anglo-americana, ma soprattutto fra quest’ultima e la Russia che aveva già schierato le proprie forze davanti alle coste siriane, oltre ad essere presente a Latakia e a Tartous. Alla fine gli occidentali capirono che i russi non scherzavano, e seppur a malincuore decisero di mollare la spugna.
Continuò però l’operazione di continuare a bruciare la Siria dall’interno e dall’esterno, ricorrendo stavolta all’ennesima novità sul fronte mediorientale, l’ISIS. Assecondando l’espansione di quest’ultimo, gli occidentali e le petromonarchie del Golfo presero due piccioni con una fava: l’Iraq, che s’era avvicinato un po’ troppo all’Asse della Resistenza, si ritrovò invaso fino ed oltre Mosul, e subì un cambio di governo che fornì la sua “normalizzazione” politica; la Siria, che già faticava contro gli uomini dell’Esercito Libero Siriano e di al Qaeda, si ritrovò con un nuovo fronte e le sue forze cominciarono a trovarsi sempre più in difficoltà. Era la scusa, per gli occidentali, per intervenire finalmente in Siria e in Iraq: con la scusa di bombardare l’ISIS, spesso e volentieri invece le forze aeree francesi e statunitensi colpivano gli uomini dell’Esercito Arabo Siriano di Damasco e quelli di Hezbollah. Così, grazie ai bombardamenti di Stati Uniti e Francia, l’ISIS anzichè perdere terreno ne guadagnava sempre di più, mentre le forze siriane continuavano a perdere mordente.
L’intervento russo smontò e smascherò anche quest’ennesima bufala: in sole due settimane il Califfato perse il 40% del proprio territorio. Questo semplicemente perchè la Russia colpiva realmente gli obiettivi dell’ISIS anzichè quelli siriani e di Hezbollah. In più occasioni, a partire da quel momento, la Russia fornì all’opinione pubblica riprese scattate dai suoi satelliti spia, che mostravano chiaramente quali fossero gli obiettivi dell’ISIS da colpire e perchè gli occidentali non li avessero colpiti. Giustamente, i nostri media preferirono sempre glissare.
Poi c’è stato il caso di Aleppo: poichè i bombardamenti per strappare la città al Califfato erano condotti dai russi e dai siriani, ogni giorno i media occidentali e panarabi s’inventavano qualche nuovo ospedale bombardato. Aleppo, la seconda città siriana per importanza, aveva sicuramente più di un ospedale, ma a dar retta alla narrazione dei nostri media le strutture ospedaliere erano addirittura decine e decine. Sul fronte iracheno, invece, i bombardamenti fatti dalle forze statunitensi su Mosul non causavano nessuna vittima, e men che meno veniva colpito alcun ospedale: qualcosa d’incredibile, ma del resto è noto come le bombe americane siano “intelligenti”.
L’ultima bufala è quella che sta circolando in questi giorni, secondo cui Assad avrebbe nuovamente usato le armi chimiche a nord di Idlib, con un bilancio rapidamente salito a 72 vittime. Anche in questo caso l’accusa è formulata dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, notoriamente una sola persona residente a Londra e legata a doppio filo ai ribelli del Consiglio Nazionale Siriano e dell’Esercito Siriano Libero. Nessuno in Occidente, nè tra i media nè tra i governi, ha pensato di dubitare di quest’accusa, attribuendo immediatamente ad Assad quest’ennesima ed infamante responsabilità. Il punto, però, è che ormai l’esercito siriano non dispone più di armamenti chimici, come da accordi presi dopo il 2012. Mosca ha subito smentito le accuse occidentali, come del resto già aveva fatto il governo siriano attraverso l’agenzia SANA, e il Ministero della Difesa russo per voce del Generale Maggiore Igor Konashenkov ha specificato che s’è trattata dell’esplosione di un arsenale chimico di proprietà proprio dei ribelli, colpito dalle forze aeree siriane. Quel tipo di gas, il sarin, era già stato usato dai ribelli ad Aleppo, oltre ad essere contrabbandato anche in Iraq, cosa che denuncia le pericolose contiguità fra quest’ultimi ed il Califfato. Ma di questo, come di tante altre cose, i nostri media e i nostri governi preferiscono non parlare.

Libia, la guerra del petrolio e gli interessi dei Grandi

A cinque anni dalla caduta di Gheddafi vengono al pettine i nodi di un intervento voluto dai francesi e poi avallato dalla Nato e dagli Usa che hanno commesso un altro errore strategico: le frontiere libiche sono sprofondate per mille chilometri nel Sahara e il caos ha portato una destabilizzazione incontrollabile che con i jihadisti ha contagiato la Tunisia e i Paesi confinanti.

di Alberto Negri – 14 settembre 2016

«It’s the oil stupid», è il petrolio la posta in gioco in Libia, scrive Issandr Al Amrani, fondatore di The Arabist. E potremmo aggiungere anche il gas: il 60% del carburante pompato dall’Eni- ogni giorno 35 milioni di metri cubi – alimenta le centrali elettriche locali, sia in Tripolitania che in Cirenaica. In poche parole è la produzione dell’Eni che accende la luce ai libici.
Nel momento in cui si mandano un centinaio di medici a Misurata protetti da 200 parà della Folgore, questo aspetto di vitale importanza per la sopravvivenza dei libici non va sottovalutato. Anche il generale Khalifa Haftar e il governo di Tobruk forse dovrebbero pagare la bolletta ma hanno fatto una scelta diversa, ovvero impadronirsi dei principali terminali petroliferi della Cirenaica fino a Ras Lanuf, a ridosso della linea del fronte dove nella Sirte comincia la battaglia al Califfato, quasi passata in secondo piano davanti alle tensioni crescenti tra le fazioni libiche.
La guerra in Libia del 2011 per abbattere il Colonnello Gheddafi, come quella in Siria per far fuori Assad, si è trasformata quasi subito in un conflitto per procura con forti connotati economici e strategici. L’intervento francese a favore dei ribelli di Bengasi accompagnato da quello della Nato ha diviso il Paese tra le due regioni principali e l’unità libica, un eredità coloniale italiana, di fatto non si è più ricostituita.  In pratica ci sono due situazioni critiche derivanti dall’attacco alla Mezzaluna petrolifera libica condotto dal generale Khalifa Haftar, l’uomo forte di Tobruk e della Cirenaica. Una è lo scontro tra Tripoli, il governo internazionalmente riconosciuto, e quello di Tobruk; l’altra è quella meno visibile degli interessi contrastanti delle potenze in campo. Nonostante le notizie diffuse dalla stampa, Francia, Russia ed Egitto continuano ad appoggiare Haftar che conquistando porti e terminali minaccia anche gli interessi italiani. Gli americani bombardando l’Isis rafforzano Tripoli e Misurata contro Haftar, quindi, con qualche sfumatura, si schierano contro la Francia, l’Egitto e la Russia, con implicazioni anche sul fronte siriano. L’Italia, appoggiando Misurata e gli Stati Uniti, prende posizione contro l’Isis ma anche nei confronti delle milizie di Haftar, appoggiate dal Cairo e fino a ieri da Parigi.
A cinque anni dalla caduta di Gheddafi vengono al pettine i nodi di un intervento voluto dai francesi e poi avallato dalla Nato e dagli Usa che hanno commesso un altro errore strategico: le frontiere libiche sono sprofondate per mille chilometri nel Sahara e il caos ha portato una destabilizzazione incontrollabile che con i jihadisti ha contagiato la Tunisia e i Paesi confinanti. L’Italia, come ha ammesso l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini, fu costretta allora a partecipare ai raid dell’Alleanza perché i terminali dell’Eni risultavano tra i bersagli da colpire. Ora rimediare è complicato e la divisione tra Tripolitania e Cirenaica si è fatta sempre più aspra. In sostanza questa guerra per procura è interna al fronte occidentale, oltre che a quello arabo, e per l’Italia è un conflitto ultrasensibile perché dopo avere perso in Libia miliardi di euro, sfumati con gli accordi firmati con Gheddafi, si trova sull’altra sponda un trampolino di lancio per i migranti.
La comunità internazionale e anche la Francia ufficialmente si sono schierati contro Haftar ma il bottino libico, 140-150 miliardi di dollari, è troppo attraente per non essere diffidenti. Del bottino petrolifero la Cirenaica costituisce la parte più ricca perché custodisce circa il 70-80% delle riserve di oro nero. Non solo: la sua proiezione verso il Sahara la rende strategica per l’influenza nella fascia sub-saheliana dove i francesi sono attori di primo piano mentre l’Egitto è fortemente interessato a estendere il suo controllo in questa area di frontiera per evidenti ragioni economiche e di sicurezza. Prima della caduta di Gheddafi un milione di egiziani lavorava in Libia.  Quando si stava disgregando la Libia italiana lo stesso monarca egiziano Farouk nel 1944 rivendicò la Cirenaica: «Non mi risulta che vi sia mai appartenuta». fu la secca replica di Churchill in un burrascoso faccia a faccia con Farouk al Cairo. Oggi forse dovrebbero essere gli americani a pronunciare le stesse parole. Ma dopo quanto è accaduto negli ultimi anni tra il Maghreb e il Medio Oriente nessuno si fa illusioni. La Libia è una lezione sui tempi che corrono: concetti come “alleato” e “nemico” non spiegano più la realtà internazionale. E l’Italia nel caso libico ha avuto la prova di quanto gli alleati siano più concorrenti che amici.
Fonte: Il Sole 24 Ore
Preso da: http://www.lintellettualedissidente.it/rassegna-stampa/libia-la-guerra-del-petrolio-e-gli-interessi-dei-grandi/

Libia, ecco le prove del traffico d’organi

Paolo Lambruschi

21 agosto 2016

Traffico d’organi sui migranti che passano dalla Libia. Diversi magistrati italiani, in particolare la Procura palermitana stanno conducendo indagini grazie alle rivelazioni di un trafficante pentito. Ora, per la prima volta, da Milano un testimone qualificato, un medico, conferma di aver visto una vittima di questo immondo mercato e ha scritto al nostro giornale perché si prendesse coscienza di questa realtà mostruosa.

Era giovedì 11 agosto quando il dottor Paolo Calgaro ha visitato nel Pronto soccorso di un grande ospedale milanese un uomo con passaporto sudanese inviato da un’associazione che gestisce un centro comunale per transitanti dove questi dormiva. «Sospettavano avesse una polmonite – spiega Calgaro – e l’hanno mandato in ospedale. Era un 42enne proveniente dal Sudan. Al momento della visita medica scopro una cicatrice in fianco sinistro di cui gli chiedo conto. Ascolto, con sbigottimento e sdegno, la storia che mi racconta. Questo povero uomo, tenuto segregato in Libia dai trafficanti mi ha raccontato che circa 16 mesi fa è stato condotto in un isolato ambulatorio per eseguire prelievi ematici. Ma si è svegliato due giorni dopo con quella dolorosa ferita chirurgica sul fianco e la spiegazione che gli era stato prelevato, senza alcun consenso, il rene sinistro per darlo a un amico del padrone. Incredulo, ho chiesto un esame radiologico, che ha confermato tutto».

Paolo Calgaro indignato da quello che ha appena visto prende carta e penna e scrive ad ‘Avvenire’. «Perché vorrei che queste storie, vere, fossero ben presenti nelle menti e nei cuori di tutti coloro che possono fare qualcosa per bloccare o ridurre questo mercato abominevole». Si calcola che il 10% dei 118.000 trapianti che ogni anno si praticano globalmente sia illegale e che fruttino alle organizzazioni criminali internazionali fino a 1,4 miliardi di dollari. Un rene varrebbe tra 2.000 e 11.000 dollari e verrebbe rivenduto anche a prezzo triplicato in Egitto, hub del mercato nero verso i Paesi islamici che per, motivi religiosi hanno legislazioni restrittive sui trapianti. Dopo una breve ricerca abbiamo trovato riscontro dell’effettivo passaggio del migrante dal centro per transitanti. Ma l’uomo è attualmente irreperibile. Appurato da un chirurgo che gli è stato asportato un rene, resta da capire se l’operazione sia avvenuta contro la sua volontà o se invece sia stato costretto a venderlo per proseguire il viaggio, come si dice – ma finora non risulta ci siano state prove altrettanto forti – sia capitato ad altri africani nell’inferno libico. Cosa cambia? Molto se si conosce il nome del ‘padrone’ e quello dello smuggler, il trafficante. Preziosi tasselli da aggiungere per individuare e fermare la spietata cupola che opera sull’ex ‘quarta sponda’.

Ai primi di luglio il pentito Nouredin Atta, trafficante d’uomini eritreo in Libia, ha raccontato ai magistrati palermitani che i migranti rimasti senza soldi per pagare il viaggio effettuato via terra né sanno come pagare il passaggio in mare vengono consegnati a sanitari egiziani, tristemente noti come ‘medici del Sahara’, per circa 15.000 dollari. Provvedono loro all’espianto degli organi e al trasporto in borse termiche. In Libia agiva il trafficante eritreo noto come Mered Medhanie Yedhego, arrestato in Sudan il 25 maggio ed estradato in Italia ai primi di giugno. Dal carcere di Palermo l’uomo sostiene di essere vittima di uno scambio di persona, ma nella memoria del suo smartphone i pm hanno trovato foto di cadaveri smembrati che testimonierebbero il traffico di organi praticato sulla rotta. Yedhego, secondo i testimoni, avrebbe collaborato ai sequestri di africani compiuti nel Sinai, dove il prelievo di organi umani a chi non poteva pagare il riscatto era frequente.

Preso da: http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/Traffico-dorgani-sugli-africani-un-medico-milanese-denuncia-.aspx 

UNA COSA CHE NON è DATO SAPERE:2016, il popolo Libico festeggia i 47 anni della rivoluzione di Al Fateh, in Libia ed all’ estero

il popolo Libico festeggia i 47 anni della rivoluzione di Al Fateh, in Libia ed all’ estero

Siamo al primo Settembre 2016, nonostante i 5 anni di occupazione il popolo Libico festeggia in massa il 1 settembre 1969 !
Nonostante i pericoli rappresentati dai RATTI che occupano il paese, che sono sempre pronti ad eliminare con le armi qualsiasi dissenso, e poi perennemente in lotta tra loro il popolo non dimentica la vita condotta prima dell’ invasione della NATO  nel 2011.

Nei social ed in vari blog arrivano le notizie e le foto delle celebrazioni per il primo settembre, uno dei primi articoli che ho visto, e che riporta le foto dei festeggiamenti a Bengasi: http://libyanwarthetruth.com/libya-celebrates-47th-anniversary-al-fateh-revolution

in questo articolo si da conto tramite parecchi video delle manifestazioni a

Zintan
Sabha
Badr Chiaan
Bani Walid
Bengasi, Derna, Rakdalin
 
 
 
in Egitto celebrazioni del LPNM ( movimento nazionale del popolo libico) con il dottor Moussa Ibrahim https://www.facebook.com/Movement69/posts/967525300043184
 
anche all’ estero i rifugiati libici, e la popolazione locale ricordano questo importante anniversario,

dimostrazioni a Londra
 
in irlanda
 

http://za-kaddafi.org/node/42022 

 
Questi sono solo alcuni esempi di ci0 che è possibile trovare in rete, basta cercare.
Se dopo anni di occupazione, il popolo Libico ancora celebra il 1 settembre, allora cè speranza per la liberazione della Libia, ed il ritorno della Jamahiriya.

“In Libia, un regime che non rappresenta le tribú della Jamahiriya” ~ Intervista di Roberta Barbi a Paolo Sensini

ratto acrobatico

I primi raid degli Stati Uniti sulla città libica di Sirte hanno già provocato “pesanti perdite” tra i jihadisti dello ‘Stato islamico’ e hanno consentito alle truppe locali di farsi strada via terra, conquistando il quartiere centrale di Al-Dollar. I raid, autorizzati da Obama, erano stati chiesti dal governo di Tripoli, ma Mosca tuona: sono illegali. La Francia, intanto, promette maggiore collaborazione con al Sarraj. Per capire cosa sta avvenendo in Libia, Roberta Barbi ha sentito Paolo Sensini, storico e scrittore esperto dell’area.


Paolo Sensini – “In Libia, non c’è un governo che rappresenti la totalità delle tribù, dei gruppi, delle formazioni che sono lì: c’è il governo di unità nazionale a Tripoli, voluto dall’Onu – appoggiato sostanzialmente dalle forze di Misurata, che si sono avvicinate molto dappresso a Sirte – e ci sono le forze invece che fanno riferimento al generale Khalifa Haftar, a Tobruk, che è appoggiato da Egitto e Francia. Anch’egli sta spingendo e si è avvicinato a Sirte. Gli americani sono intervenuti ottemperando a un patto che era già implicito nell’investitura di al Sarray.”
Roberta Barbi – L’apertura di un nuovo fronte di guerra da parte degli americani può essere interpretata come una volontà di accelerare la lotta al terrorismo?
Paolo Sensini – “È chiaro che c’è una volontà di intervenire, ma c’è il fatto che la Russia non è assolutamente favorevole a questi tipi di intervento, non c’è un appoggio. E c’è il fatto, per esempio, che Khalifa Haftar – il generale in contrasto con il governo di unità nazionale di Tripoli – pochi giorni fa, si è recato a Mosca. C’è una volontà di imporre un intervento preciso a guida americana e, sul piatto della bilancia, il fatto che gli americani hanno intenzione di rientrare all’interno di quello scenario.”
Roberta Barbi – È stato detto che i raid andranno avanti “fino a che la Libia lo richiederà” e specificato che saranno raid di precisione condotti con droni. Quante vite costerà questa operazione?
Paolo Sensini – “Questo lo vedremo, poi, a cose fatte. Tutte le promesse degli interventi chirurgici che c’erano in passato, che abbiamo visto, non si sono poi rivelate tali: hanno fatto, cioè, tantissimi morti.”
Roberta Barbi – Il governo di Tripoli ha fatto richiesta ufficiale di intervento agli Stati Uniti. Il premier libico, sostenuto dall’Onu, al Sarray, lo ha confermato, ma ha anche ribadito che il suo esecutivo rifiuterà ogni tipo di ingerenza straniera senza mandato: è un riferimento alla Francia che, peraltro, in una telefonata del ministro Ayrault, ha ribadito di voler rafforzare la sua cooperazione con Tripoli?
Paolo Sensini – “Ayrault e la Francia, che non hanno riconosciuto il governo di Tripoli, collaborano con Haftar. C’è una politica del doppio binario francese. È ovvio che c’è una contrapposizione. C’è una scollatura tra coloro che sono intervenuti ed è ovvio che ciascuno ha delle mire precise. La Francia vede nella Libia una cassaforte energetica e quello che a loro interessa di più è la possibilità di proiettarsi nel Sahel, che sono le aree che trafficano commercialmente e hanno come moneta nazionale il franco CFA, che è una moneta di pertinenza francese.”
Roberta Barbi – La Farnesina ha salutato positivamente l’intervento e ha fatto sapere in merito all’uso della base di Sigonella che valuterà se questa sarà richiesta. Come si configura il ruolo dell’Italia?
Paolo Sensini – “Non valuterà. È implicito con gli americani che nel momento in cui verrà richiesta Sigonella, immediatamente verrà data la possibilità di utilizzarla. Si discuteva verso la fine dell’anno che l’Italia sarebbe potuta intervenire e l’operazione sarebbe stata auspicabilmente a guida italiana. In realtà, l’Italia, come già era avvenuto nel 2011, guarda dalla finestra, non interviene e accetta passivamente tutto quello che le accade.”
Roberta Barbi – Per l’Italia un intervento in Libia è particolarmente “risolutivo”, perché da lì parte il 90% dei migranti che arrivano sulle nostre coste…
Paolo Sensini – “Certo che sarebbe risolutivo, ma non c’è alcuna capacità, alcuna intraprendenza e iniziativa da parte dell’Italia. Non c’è nessuna volontà di intervenire concretamente e si aspetta che gli eventi procedano in un modo o nell’altro.”

Libia, il vero scopo di Haftar non è sconfiggere l’Isis

Il generale con le sue truppe assedia Sirte. Non per debellare lo Stato Islamico. Ma per ottenere da Serraj la guida dell’esercito. Sullo sfondo, il ruolo di al Sisi.

11 Maggio 2016

Il generale Khalifa Haftar non sta affatto assediando Sirte per sconfiggere l’Isis, come proclama, ma con tutt’altro fine: contrattare con Fayez al Serraj il proprio ruolo preminente nella formazione del nuovo esercito libico.
Ennesimo episodio della totale irresponsabilità dei leader libici nei confronti del Paese e della lotta al terrorismo, l’assedio alla città controllata dall’Isis, condotto dalle forze di Haftar, ha un solo scopo: mettere al Serraj di fronte al fatto compiuto, evidenziare la totale inaffidabilità delle milizie di Misurata (spina dorsale della sua forza militare) sul campo in un confronto militare serio e chiudere una trattativa in cui gli venga riconosciuto o il comando del nuovo esercito libico agli ordini del governo di Tripoli o, in subordine, che esso venga affidato a un generale di fiducia.


LE INAFFIDABILI MILIZIE DI MISURATA. Quanto a provare l’inaffidabilità militare delle milizie di Misurata, Haftar ha avuto gioco facile: nel corso del primo scontro con le sue truppe del 3 maggio scorso a Zillah, si sono squagliate come il burro.
Stesso desolante scenario l’8 maggio: al cospetto di un avamposto dell’Isis, le milizie di Misurata si sono date a un vergognoso fuggi fuggi generale, concluso persino con l’uccisione per fuoco amico di alcuni combattenti.
Il segnale vero della trattativa in corso è venuto peraltro alcuni giorni fa, quando il presidente egiziano Fattah al Sisi ha incontrato al Cairo al Serraj e il suo vicepresidente del Consiglio Ahmed Meitig.
IL RUOLO DELL’EGITTO DI AL SISI. Nel corso del vertice infatti al Sisi, per la prima volta – a detta di Meitig – ha espresso «appoggio totale dell’Egitto al popolo libico e al governo presieduto da al Serraj», sconfessando così qualsiasi ipotesi di appoggio all’“esecutivo di Tobruk”, presieduto da al Thinni, che ha sinora dato piena copertura politica e, per così dire, istituzionale a tutte le azioni militari condotte da Haftar.
Una volta che l’Egitto ha sconfessato il governo di Tobruk, senza al Sisi, Haftar può fare ora pochi passi, perché è l’Egitto a fornirgli armi e finanziamenti e a indirizzarlo sulla scena libica, ma non ha da preoccuparsi.
«IL FUTURO DI HAFTAR LO DECIDE TRIPOLI». Questo riconoscimento egiziano alla piena legittimità dell’esecutivo libico significa una sola cosa: d’ora in poi Serraj dovrà contrattare con al Sisi le linee generali del proprio governo, incluse le nomine militari, pena la decadenza di questo fondamentale appoggio.
Lo stesso Paolo Gentiloni, nel suo viaggio a Tripoli di due giorni fa, ha dato segnale di questa trattativa affermando che «il ruolo di Haftar sarà deciso dal governo di Tripoli», tirando elegantemente fuori l’Italia (che sinora ha seguito Serraj passo passo) da questo scabroso contenzioso.
Si vedrà come si svilupperà questa trattativa basata, al solito, sulla strategia della ammuina. Ma una cosa è certa: sino a quando i libici adotteranno questi standard di comportamento, l’Isis non avrà problemi.