I Fratelli Mussulmani sono assassini

Continuiamo la pubblicazione del libro di Thierry Meyssan, “Sotto i nostri occhi”. In questo episodio l’autore narra la creazione di una società segreta egiziana, i Fratelli Mussulmani, nonché la rifondazione fattane dai servizi segreti britannici dopo la seconda guerra mondiale. Poi ci racconta come l’MI6 abbia usato i Fratelli Mussulmani per compiere assassinii politici in Egitto, ex colonia della Corona.

| Damasco (Siria)

Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.
Si veda l’indice.

JPEG - 31 Kb
Hasan al-Banna, fondatore della società segreta dei Fratelli Mussulmani. Si hanno scarse notizie sulla sua famiglia; si sa solo che erano orologiai, mestiere in Egitto riservato alla comunità ebraica.

Le “Primavere arabe” vissute dai Fratelli musulmani

Nel 1951 i servizi segreti anglosassoni costituiscono, a partire dall’antica organizzazione omonima, una società politica segreta: i Fratelli musulmani, usati a più riprese per assassinare figure che si oppongono e poi, dal 1979, come mercenari contro i sovietici. Nei primi anni novanta sono integrati nella NATO e nel 2010 si tenta di metterli al potere nei paesi arabi. I Fratelli musulmani e l’ordine sufita della Naqshbandiyya sono finanziati – con almeno 80 miliardi di dollari l’anno – dalla famiglia regnante saudita, cosa che lo rende uno degli eserciti più importanti al mondo. Tutti i capi jihadisti, compresi quelli dell’ISIS, appartengono a questo apparato militare.

I Fratelli musulmani d’Egitto

Durante la prima guerra mondiale scompaiono quattro imperi: il Reich tedesco, l’Impero austro-ungarico, la Santa Russia zarista e la Sublime porta ottomana. I vincitori, del tutto privi del senso della misura, impongono ai vinti le loro condizioni. Così, in Europa, il Trattato di Versailles sancisce condizioni inaccettabili per la Germania, considerata l’unica colpevole del conflitto. In Oriente, lo smembramento del Califfato ottomano è destinato a originare conflitti: alla Conferenza di San Remo (1920), in base all’accordo segreto Sykes-Picot (1916), il Regno Unito è autorizzato a stabilire la patria ebraica della Palestina, mentre la Francia può colonizzare la Siria (che all’epoca comprendeva l’attuale Libano). Tuttavia, in ciò che resta dell’Impero ottomano, Mustafa Kemal Atatürk si ribella sia contro il Sultano che ha perso la guerra, sia contro gli occidentali che occupano il suo paese. Alla Conferenza di Sèvres (1920) il Califfato viene diviso, con la conseguente creazione di ogni genere di nuovo Stato, tra cui il Kurdistan. Ma la popolazione turco-mongola della Tracia e dell’Anatolia insorge, mettendo Kemal al potere. Alla fine, la Conferenza di Losanna (1923) traccia i confini odierni rinunciando al Kurdistan, organizzando l’esodo dei popoli e provocando così più di mezzo milione di morti.
Ma proprio come in Germania Adolf Hitler mette in discussione il destino del suo paese, in Medio Oriente un uomo si oppone alla nuova divisione della regione. Un insegnante egiziano fonda un movimento per ripristinare il Califfato che gli occidentali hanno sconfitto e smembrato. Quest’uomo è Hasan al-Banna, l’organizzazione i Fratelli musulmani (1928).
Il Califfo, in linea di principio, è il successore del Profeta cui tutti devono obbedire; un titolo molto ambito. Si succedono diversi importanti lignaggi di califfi: Omayyadi, Abbasidi, Fatimidi e Ottomani. Il futuro Califfo dovrà essere colui che conquisterà tale titolo, in questo caso la “Guida suprema” della Fratellanza che s’immagina padrone del mondo musulmano.
La società segreta si diffonde in fretta, proponendosi di lavorare dall’interno per ripristinare le istituzioni islamiche. Gli adepti devono giurare fedeltà al fondatore sul Corano e su una spada o una pistola. L’obiettivo della Fratellanza è puramente politico, benché espresso in termini religiosi. Né Hasan al-Banna, né i suoi successori si riferiranno mai all’Islam come una religione o evocheranno la spiritualità musulmana. Per loro l’Islam è solo un dogma, una sottomissione a Dio e un modo per esercitare il potere. Ma evidentemente gli egiziani che appoggiano la Fratellanza non la percepiscono in questi termini, la seguono perché sostiene di appellarsi a Dio.
Per Hasan al-Banna la legittimità di un governo non si misura in base alla sua rappresentatività – come si fa per i governi occidentali –, ma dalla capacità di difendere lo “stile di vita islamico”, ossia quello dell’Egitto ottomano del XIX secolo. I Fratelli non crederanno mai che l’Islam abbia una propria storia e che lo stile di vita dei musulmani possa variare sensibilmente da regione a regione e da epoca a epoca. Non penseranno mai neanche che il Profeta abbia rivoluzionato la società beduina e che lo stile di vita descritto nel Corano non rappresenti altro che una fase. Per loro le regole giuridiche del Corano – la Sharia – non corrispondono quindi a una determinata situazione, ma dettano le leggi immutabili su cui il potere può fondarsi.
Il fatto che la religione musulmana sia stata spesso trasmessa a colpi di spada giustifica – per la Fratellanza – l’uso della forza. I Fratelli non ammetteranno mai che l’Islam possa essere diffuso tramite l’esempio: ciò non impedisce comunque ad al-Banna e alla Fratellanza di concorrere alle elezioni, e perderle. Se condannano i partiti politici non è perché si oppongono al multipartitismo, ma perché, separando la religione dalla politica, cadrebbero nella corruzione.
La dottrina dei Fratelli musulmani corrisponde all’ideologia dell’“Islam politico”, che in francese – così come in italiano – si definisce “islamismo”, una parola che oggi va molto di moda.
Nel 1936 Hasan al-Banna scrive al primo ministro Mustafa al-Nahhas per chiedere: – “Una riforma della legislazione e l’unione di tutti i tribunali sotto la Sharia; – il reclutamento militare per istituire un servizio volontario sotto la bandiera del jihad; – il collegamento dei paesi musulmani e la preparazione per la restaurazione del Califfato, applicando l’unità richiesta dall’Islam”.
Durante la seconda guerra mondiale la Confraternita si dichiara neutrale, anche se in realtà si trasforma in un servizio d’intelligence del Reich. Ma con l’entrata in guerra degli Stati Uniti, quando le sorti del conflitto sembrano ribaltarsi, fa il doppio gioco e ottiene finanziamenti dagli inglesi per fornire informazioni sul “nemico” tedesco. In tal modo la Fratellanza si mostra completamente priva di principi e puramente opportunista a livello politico.
Il 24 febbraio 1945 i Fratelli sfidano la sorte e uccidono, in piena seduta parlamentare, il primo ministro egiziano. Ne consegue una violenta escalation: la repressione nei loro confronti e una serie di omicidi politici, fino ad arrivare all’uccisione del nuovo primo ministro – il 28 dicembre 1948 – e, per rappresaglia, dello stesso Hasan al-Banna, il 12 febbraio 1949. Poco tempo dopo una corte marziale condanna alla detenzione la maggior parte dei Fratelli e ne scioglie l’associazione.
Fondamentalmente, questa organizzazione segreta non era altro che una banda di assassini che aspirava a prendere il potere mascherando la propria cupidigia dietro il Corano. La sua storia avrebbe dovuto chiudersi qui.

La fratellanza riformata dagli Anglosassoni
e la pace separata con Israele

JPEG - 29.2 Kb
Nonostante lo abbia negato, Sayyd Qutb era massone. Il 23 arile 1943 ha pubblicato sulla rivista al-Taj al-Masri (la “Corona d’Egitto”) un articolo dal titolo Perché sono diventato massone.

La capacità della Confraternita di mobilitare le persone e di trasformarle in assassini non può che incuriosire le grandi potenze.
Due anni e mezzo dopo lo scioglimento, gli anglosassoni formano una nuova organizzazione riutilizzando il nome di “Fratelli musulmani”. Approfittando della detenzione dei capi storici, l’ex giudice Hasan al-Hudaybi viene eletto Guida suprema. Diversamente da quanto si possa credere, non vi è alcuna continuità storica tra la vecchia e la nuova Fratellanza, ma si viene a sapere che un’unità della vecchia società – l’“apparato segreto” – era stata accusata da Hasan al-Banna di perpetrare gli attentati di cui negava la responsabilità. Questa organizzazione dentro l’organizzazione era così segreta che non fu mai influenzata dalla dissoluzione della Fratellanza, restando quindi a disposizione del suo successore. Ma la Guida decide di disconoscerla, dichiarando di voler raggiungere gli obiettivi in modo pacifico. È difficile definire con esattezza cosa sia successo all’epoca tra gli anglosassoni – che volevano ricreare l’antica società segreta – e la Guida, che riteneva giusto riguadagnarsi il seguito delle masse. In ogni caso, l’“apparato segreto” è talmente forte che l’autorità della Guida viene spazzata via a favore di quella di altri capi della Fratellanza. Si apre una vera e propria guerra intestina: la CIA vi pone a capo Sayyid Qutb [1], il teorico del jihad, che la Guida ha condannato prima di concludere un accordo con l’MI6.
È impossibile definire con precisione i reciproci rapporti di subordinazione, in primo luogo perché ciascuna filiale estera ha autonomia propria, poi perché le unità segrete all’interno dell’organizzazione non dipendono più necessariamente né dalla Guida suprema né dalla Guida locale, ma talvolta direttamente da CIA e MI6.
Nel secondo dopoguerra, gli inglesi cercano di riorganizzare il mondo in modo da tenerlo fuori dalla portata dei sovietici. Nel settembre 1946, a Zurigo, Winston Churchill propone l’idea degli Stati Uniti d’Europa e, secondo lo stesso principio, lancia la Lega araba. In entrambi i casi, si tratta di unire una regione escludendo la Russia. Dall’inizio della Guerra fredda gli Stati Uniti d’America, a loro volta, creano associazioni per sostenere queste mosse a loro vantaggio: il Comitato americano per l’Europa unita e gli American Friends of the Middle East [2]. Nel mondo arabo, la CIA organizza due colpi di Stato, prima a Damasco a favore del generale Husni al-Za’im (marzo 1949) e poi con gli Ufficiali liberi al Cairo (luglio 1952). Si tratta di sostenere i nazionalisti che si presumono ostili ai comunisti, ed è con tale spirito che Washington invia in Egitto il generale delle SS Otto Skorzeny e in Iran il generale nazista Fazlollah Zahedi, accompagnati da centinaia di ex ufficiali della Gestapo per guidare la lotta al comunismo.
Skorzeny purtroppo modella la polizia egiziana nel solco di una tradizione di violenza: nel 1963 sceglierà CIA e Mossad per rovesciare Nasser. Zahedi creerà invece la SAVAK, la polizia politica più crudele a quel tempo.
Se Hasan al-Banna aveva disegnato l’obiettivo – ossia assumere il potere manipolando la religione – Qutb definisce il mezzo: il jihad. Dopo che i seguaci avranno ammesso la superiorità del Corano, si potrà contare su di lui per formare un esercito e mandarlo a combattere. Qutb sviluppa una teoria manichea, distinguendo ciò che è islamico rispetto a ciò che è “oscuro”. Per CIA e MI6 questa “operazione” può permettere di utilizzare i seguaci per controllare i governi nazionalisti arabi e poi destabilizzare le regioni musulmane dell’Unione Sovietica. La Fratellanza si trasforma in una fonte inesauribile di terroristi accomunati dallo slogan: “Allah è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad la nostra via. Il martirio la nostra suprema speranza”.
Il pensiero di Qutb è razionale, ma non ragionevole. Diffonde sempre la stessa retorica Allah/Profeta/Corano/jihad/martirio che non lascia spazio a discussioni, dunque impone la superiorità di tale logica sulla ragione.

JPEG - 28.8 Kb
Il presidente Eisenhower riceve alla Casa Bianca una delegazione della società segreta (23 settembre 1953).

Quando la CIA organizza un convegno presso l’Università di Princeton sulla “situazione dei musulmani in Unione Sovietica”, si presenta l’occasione per ricevere negli USA la delegazione guidata dal capo dell’ala militare dei Fratelli musulmani, Said Ramadan. Nel suo rapporto, l’agente della CIA incaricato di monitorarli rileva che Ramadan non è un estremista religioso, ma piuttosto un fascista; un modo per sottolineare il carattere esclusivamente politico dei Fratelli musulmani. Il convegno si conclude con un ricevimento alla Casa Bianca organizzato dal presidente Eisenhower, il 23 settembre 1953: l’alleanza tra Washington e il jihadismo viene così siglata.

JPEG - 27.5 Kb
Da sinistra a destra: Hassan al-Banna diede in sposa la propria figlia a Said Ramadan e designò quest’ultimo proprio successore. Dal matrimonio nacquero Hani (direttore del Centro Islamico di Ginevra) e Tariq Ramadan (che sarà titolare della cattedra di studi islamici contemporanei all’università di Oxford).

La CIA, che ha ricreato la Fratellanza contro i comunisti, la utilizza prima di tutto per aiutare i nazionalisti. Al tempo l’Agenzia è rappresentata in Medio Oriente da antisionisti del ceto medio che ben presto vengono estromessi a favore di alti funzionari anglosassoni e puritani, provenienti dalle grandi università e pro-Israele. Washington entra dunque in conflitto con i nazionalisti e la CIA mette la Fratellanza contro di loro.

JPEG - 14.2 Kb
Said Ramadan e Abdul Ala Mawdudi furono gli animatori di una trasmissione settimanale di Radio Pakistan, stazione creata dal britannico MI6.

Said Ramadan ha comandato alcuni combattenti della Fratellanza durante la breve guerra contro Israele nel 1948; inoltre, ha aiutato Abul Ala Maududi a creare l’organizzazione paramilitare del Jamaat-e-Islami in Pakistan: si è trattato allora di costruire un’identità islamica per gli indiani musulmani in modo che fosse fondato un nuovo Stato, ovvero il Pakistan. Il Jamaat-e-Islami redigerà anche la costituzione pakistana. A quel punto, Ramadan sposa la figlia di Hasan al-Banna e diventa il capo del braccio armato dei nuovi “Fratelli musulmani”.
Mentre in Egitto i Fratelli partecipano al colpo di Stato degli Ufficiali liberi del generale Muhammad Naguib – Sayyid Qutb è il loro agente di collegamento –, ricevono l’ordine di eliminare uno dei loro leader, Gamal Abd el-Nasser, entrato in contrasto con Naguib. Non solo falliscono, ma il 26 ottobre 1954 Nasser prende il potere, sopprimendo la Fratellanza e mettendo ai domiciliari Naguib. Sayyid Qutb sarà impiccato pochi anni dopo.
Vietata in Egitto, la Fratellanza si ritira nei regni wahhabiti (Arabia Saudita, Qatar ed Emirato di Sharja) e in Europa (Germania, Francia, Regno Unito e la neutrale Svizzera). Ogni volta vengono accolti come agenti occidentali che combattono contro l’alleanza nascente tra nazionalisti arabi e Unione Sovietica. Said Ramadan riceve un passaporto diplomatico giordano e si trasferisce a Ginevra nel 1958, da dove dirige la destabilizzazione del Caucaso e dell’Asia centrale (Pakistan, Afghanistan e valle di Fergana in Unione Sovietica). Prende il controllo della commissione per la costruzione di una moschea a Monaco di Baviera, che gli permette di sorvegliare quasi tutti i musulmani in Europa occidentale. Con l’aiuto del Comitato americano per la liberazione dei popoli della Russia – abbreviato con la sigla inglese AMCOMLIB –, cioè la CIA, crea Radio Free Europe/Radio Liberty, una stazione finanziata direttamente dal Congresso degli Stati Uniti per diffondere il pensiero della Fratellanza [3].
Dopo la crisi del Canale di Suez e il drastico cambio di alleanze di Nasser all’indirizzo dei sovietici, Washington decide di sostenere illimitatamente i Fratelli musulmani contro i nazionalisti arabi. A un alto dirigente della CIA, Miles Copeland, viene inutilmente assegnato il compito di scegliere una personalità della Fratellanza in grado di svolgere – nel mondo arabo – un ruolo equivalente a quello del pastore Billy Graham negli Stati Uniti. Bisognerà aspettare fino agli anni ottanta per trovare un predicatore di egual rilievo, l’egiziano Yusuf al-Qaradawi.
Nel 1961 la Fratellanza si collega a un’altra società segreta, l’Ordine Naqshbandı, una sorta di massoneria musulmana che mescola iniziazione sufi e politica. Uno dei suoi teorici, l’indiano Abu Hasan Ali al-Nadwi, pubblica un articolo sulla rivista dei Fratelli. L’Ordine è antico e presente in molti paesi: in Iraq il gran maestro non è altri che il futuro vicepresidente Izzat Ibrahim al-Douri, che sosterrà il tentato colpo di Stato della Fratellanza in Siria nel 1982 e la “campagna del ritorno alla fede” organizzata dal presidente Saddam Hussein per dare nuovamente un’identità al suo paese dopo l’istituzione della no-fly zone degli occidentali. In Turchia l’Ordine avrà un ruolo più complesso: responsabili saranno sia Fethullah Gülen (fondatore dell’Hizmet), sia il presidente Turgut Özal (1989-1993) e il primo ministro Necmettin Erbakan (1996-1997), a capo del Partito della Giustizia (1961) e del Millî Görüs¸ (1969). In Afghanistan, gran maestro sarà l’ex presidente Sibghatullah Mojaddedi (1992). In Russia, con l’aiuto dell’Impero ottomano, nel XIX secolo l’Ordine aveva fatto insorgere Crimea, Uzbekistan, Cecenia e Daghestan contro lo zar. Fino alla caduta dell’URSS non si avranno più notizie di questo ramo, come pure nel Xinjiang cinese. La vicinanza dei Fratelli e dei Naqshbandı viene studiata di rado, data l’opposizione di principio degli islamisti alla mistica e agli ordini sufi in generale.

JPEG - 27.8 Kb
La sede saudita della Lega Islamica Mondiale, il cui budget nel 2015 è stato superiore a quello del ministero saudita della Difesa. Primo acquirente mondiale di armi, l’Arabia Saudita le fa pervenire alle organizzazioni dei Fratelli Mussulmani e dei Naqshbandi attraverso la Lega.

Nel 1962 la CIA incoraggia l’Arabia Saudita a creare la Lega musulmana mondiale e a finanziare la Fratellanza e l’Ordine contro i nazionalisti e i comunisti [4]. Questa organizzazione viene inizialmente finanziata dall’ARAMCO (Arabian-American Oil Company). Tra i venti fondatori vi sono tre teorici islamici di cui abbiamo già parlato: l’egiziano Said Ramadan, il pakistano Sayyid Abul Ala Maududi e l’indiano Abu Nasal Ali al-Nadwi.
Di fatto i sauditi, che improvvisamente si ritrovano a possedere un’enorme liquidità grazie al commercio del petrolio, diventano gli sponsor dei Fratelli nel mondo. In loco la monarchia crea un sistema scolastico e universitario in un paese in cui quasi nessuno sa leggere e scrivere. I Fratelli si devono adattare alle tradizioni dei loro ospitanti. Infatti, la fedeltà al re impedisce loro di giurare davanti alla Guida suprema. In ogni caso si organizzano in due filoni attorno a Muhammad Qutb, fratello di Sayyid: i Fratelli sauditi da un lato e i “sururisti” dall’altro. Questi ultimi, sauditi, cercano di compiere una sintesi tra ideologia politica della Fratellanza e teologia wahhabita. Questa setta, cui aderisce la famiglia reale, segue un’interpretazione dell’Islam nata dal pensiero beduino, iconoclasta e antistorico. Finché Riad dispone di petrodollari, lancia anatemi contro le scuole musulmane tradizionali che, a loro volta, ritengono eretica tale sintesi.
In realtà, la politica dei Fratelli e la religione wahhabita non hanno nulla in comune, ma sono comunque compatibili. Sennonché il patto che lega la famiglia dei Saud ai predicatori wahhabiti non può esistere con la Fratellanza: l’idea della monarchia di diritto divino si scontra infatti con la brama di potere dei Fratelli. Si decide quindi che i Saud sosterranno i Fratelli di tutto il mondo, purché questi ultimi si astengano dal fare politica in Arabia Saudita.
L’appoggio dei wahhabiti sauditi alla Fratellanza inasprisce la rivalità tra l’Arabia Saudita e gli altri due Stati wahhabiti, il Qatar e l’Emirato di Sharja.
Dal 1962 al 1970 i Fratelli musulmani prendono parte alla guerra civile nello Yemen del Nord, tentando di restaurare la monarchia al fianco di Arabia Saudita e Regno Unito contro nazionalisti arabi, Egitto e URSS; un conflitto che anticipa ciò che avverrà nel mezzo secolo successivo.
Nel 1970 Gamal Abd el-Nasser giunge a un accordo tra le fazioni palestinesi e re Husayn di Giordania, ponendo fine al “settembre nero”. Però muore la sera del vertice della Lega araba, che ratifica l’accordo: ufficialmente per un attacco cardiaco, ma molto probabilmente per omicidio. Nasser ha tre vicepresidenti: uno di sinistra – estremamente popolare –, uno di centro – ben noto –, e un conservatore, scelto su richiesta di Stati Uniti e Arabia Saudita, Anwar al-Sadat. A seguito di pressioni enormi, il vicepresidente di sinistra si dichiara non meritevole della carica, il vicepresidente centrista preferisce rinunciare alla vita politica e al-Sadat viene così nominato candidato dei nasseriani. È un dramma per molti paesi: il presidente sceglie un vicepresidente tra i concorrenti per ampliare la base elettorale, ma se questi lo sostituisce quando muore, ne distrugge l’eredità.
Al-Sadat, che ha operato per conto del Reich durante la seconda guerra mondiale e professa grande ammirazione per il Führer, è un militare ultra-conservatore, un alter-ego di Sayyid Qutb in veste di intermediario tra la Fratellanza e gli Ufficiali liberi. Al momento della sua ascesa al potere, libera i Fratelli che Nasser ha imprigionato. Il “presidente credente” è alleato della Confraternita nell’islamizzazione della società – la “rivoluzione correttiva” –, ma suo rivale in caso di tensioni politiche. Questo rapporto ambiguo è dimostrato dalla creazione di tre gruppi armati che non nascono da scissioni della Fratellanza, ma sono unità esterne a essa obbedienti: il partito di liberazione islamica, il Jihad islamico (dello sceicco Omar Abdel Rahman) e il “Takfir” (letteralmente “scomunica e immigrazione”). Tutti affermano di applicare le istruzioni di Sayyid Qutb. Armato dai servizi segreti, il Jihad islamico sferra attacchi contro i cristiani copti: lungi dal calmare la situazione, “il presidente credente” accusa di sedizione gli stessi copti e ne imprigiona il papa insieme a otto vescovi. Alla fine, al-Sadat interviene nella guida della Confraternita e parteggia per il Jihad islamico contro la Guida suprema, che fa arrestare [5].
Su indicazione del segretario di Stato americano, Henry Kissinger, convince la Siria a unirsi all’Egitto per attaccare Israele e ripristinare i diritti dei palestinesi. Il 6 ottobre 1973 i due eserciti attaccano su due fronti Israele durante la festa dello Yom Kippur. L’esercito egiziano attraversa il Canale di Suez, mentre i siriani sferrano attacchi dalle alture del Golan. Tuttavia, al-Sadat non schiera che una parte della difesa antiaerea e arresta l’esercito a 15 chilometri a est del canale, mentre gli israeliani si avventano sui siriani che si ritrovano catturati e gridano al complotto. Soltanto quando le truppe israeliane sono mobilitate e l’esercito siriano circondato, al-Sadat ordina alla propria armata di riprendere l’avanzata, interrompendola poi per negoziare il cessate il fuoco. Considerando il tradimento egiziano, i sovietici – che hanno già perso un alleato con la morte di Nasser – minacciano gli Stati Uniti e chiedono il cessate il fuoco immediato.

JPEG - 25 Kb
Ex agente di collegamento tra gli “Ufficiali liberi” e la Confraternita, insieme a Sayyid Qutb, il “presidente credente” Anwar al-Sadat avrebbe dovuto essere proclamato dal parlamento egiziano “sesto califfo”. Nella foto, questo ammiratore di Adolf Hitler siede alla Knesset, a fianco dei partner Golda Meir e Shimon Peres.

Quattro anni dopo, seguendo il piano della CIA, al-Sadat si reca a Gerusalemme e decide di firmare una “pace separata” con Israele a scapito dei palestinesi. E così si sigla l’alleanza tra Fratellanza e Israele. Tutti i popoli arabi condannano il tradimento e la Lega araba estromette l’Egitto, trasferendo la sede ad Algeri.

JPEG - 21.7 Kb
Responsabile dell’“Apparato segreto” dei Fratelli Mussulmani, Ayman al-Zawahiri (capo attuale di Al Qaeda) organizza l’assassinio del presidente Sadat (6 ottobre 1981).

Washington decide di voltare pagina nel 1981. Il jihad islamico ha il compito di liquidare al-Sadat – diventato ormai inutile –, che viene assassinato durante una parata militare, mentre il Parlamento si prepara a proclamarlo “Sesto Califfo”. Nella tribuna d’onore, 7 persone rimangono uccise e 28 ferite ma, seduto accanto al presidente, il vicepresidente – il generale Mubarak – si salva. È l’unico nella tribuna d’onore a indossare un giubbotto antiproiettile. Succede al “presidente credente” e la Lega araba può così tornare al Cairo.
(segue…)

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.
[1] “Sayyd Qutb era massone”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 29 maggio 2018.
[2] America’s Great Game: The CIA’s Secret Arabists and the Shaping of the Modern Middle East, Hugh Wilford, Basic Books (2013).
[3] A Mosque in Munich: Nazis, the CIA, and the Rise of the Muslim Brotherhood in the West, Ian Johnson, Houghton Mifflin Harcourt (2010).
[4] Dr. Saoud et Mr. Djihad. La diplomatie religieuse de l’Arabie saoudite, Pierre Conesa, préface d’Hubert Védrine, Robert Laffont (2016).
[5] Histoire secrète des Frères musulmans, Chérif Amir, préface d’Alain Chouet, Ellipses (2015).

The Muslim Brotherhood as Assassins

Thierry Meyssan

We are continuing publication of Thierry Meyssan’s book, “Before Our Eyes “. In this installment, he describes the creation of an Egyptian secret society, the Muslim Brotherhood, and its reactivation after the Second World War by the British secret services, and the use of this group by MI6 to carry out political assassinations in the former Crown colony.

In 1951, the Anglo-Saxon secret services formed, from the former homonymous organization, a political secret society: the Muslim Brotherhood. They used it first as an instrument to assassinate individuals who resisted them, and then from 1979 as mercenaries against the Soviets. In the early 1990s, they incorporated them into NATO and in the 1990s tried to bring them to power in Arab countries. Ultimately, the Muslim Brotherhood and the Sufi Order of the Naqchbandis were funded to the tune of $80 billion annually by the Saudi ruling family, making it one of the largest armies in the world. All jihadist leaders, including those of Daesh, belong to this military system.

1- The Egyptian Muslim Brotherhood

Four empires disappeared during the First World War: the Germanic Reich, the Austro-Hungarian Empire, Holy Tsarist Russia, and the Sublime Ottoman Gateway. The victors were completely unrestrained in imposing their conditions on the defeated. Thus, in Europe, the Treaty of Versailles established conditions that were unacceptable to Germany, and made Germany solely responsible for the conflict. In the East, the carving up of the Ottoman Caliphate was going badly: at the San Remo Conference (1920), in accordance with the Sykes-Picot-Sazonov secret agreements (1916), the United Kingdom was allowed to establish a Jewish homeland in Palestine, while France was allowed to colonize Syria (which at the time included the present-day Lebanon). However, in what remained of the Ottoman Empire, Mustafa Kemal revolted both against the Sultan who had lost the war and against the Westerners who were seizing his country. At the Sèvres conference (1920), the Caliphate was divided into sections to create a variety of new states, including Kurdistan. The Turkish-Mongolian population of Thrace and Anatolia rose up and brought Kemal to power. In the end, the Lausanne Conference (1923) drew the current borders, renounced Kurdistan and organised huge population transfers that left more than half a million people dead.

But, just as in Germany Adolf Hitler would challenge the fate of his country, in the Middle East, a man stood up against the new division of the region. An Egyptian teacher founded a movement to restore the Caliphate that the Westerners had defeated. This man is Hassan el-Banna and the organization was the Muslim Brotherhood (1928).

The Caliph was in principle the successor of the Prophet to whom all owed obedience; a highly coveted de facto title. Several great lines of caliphs followed one another: the Umayyads, the Abbasids, the Fatimids and the Ottomans. The next Caliph would be the one who would assume the title, in this case the “General Guide” of the Brotherhood, which would see itself as the master of the Muslim world.

The secret society developed very quickly. It intended to work from within the system to restore Islamic institutions. Applicants were required to swear loyalty to the founder on the Koran and on a sword, or on a revolver. The purpose of the Brotherhood was exclusively political, even if it was expressed in religious terms. Hassan el-Banna and his successors would never speak of Islam as a religion or evoke a Muslim spirituality. For them, Islam was no more than a dogma, a submission to God and a means of exercising power. Naturally, the Egyptians who support the Brotherhood do not perceive it as such. They follow them because they claim to follow God.

For Hassan el-Banna, the legitimacy of a government was not measured by its representativeness as assessed by Western governments, but by its ability to defend the “Islamic way of life”, that is, that of 19th century Ottoman Egypt. The Brothers would never consider that Islam has a History and that Muslim lifestyles vary considerably according to regions and times. Nor would they ever consider that the Prophet revolutionized Bedouin society and the way of life described in the Koran was a fixed stage for these men. For them, the penal rules of the Koran – the Shariah – did not therefore correspond to a given situation, but established the immutable laws on which an authority could base itself.

The fact that the Muslim religion had often spread by the sword justified the use of force for the Brotherhood. Never would the Brothers recognize that Islam could also have spread by example.This did not prevent Al-Banna and his Brothers from running for election – and losing. If they condemned political parties, it was not in opposition to a multi-party system, but because by separating religion from politics, they allegedly fell into corruption.

The doctrine of the Muslim Brotherhood was the ideology of “political Islam”, in French we say “Islamism”; a word that would become very popular.

In 1936, Hassan el-Banna wrote to Prime Minister Mustafa el-Nahhas Pasha. He demanded:

– a reform of the law and the union of all courts under Sharia law;
– recruitment into the armed forces by establishing a voluntary service under the banner of jihad;
– the connection of Muslim countries and the preparation of the restoration of the Caliphate, in accordance with the unity required by Islam.

During the Second World War, the Brotherhood declared itself neutral. In reality, it transformed into a German Reich Intelligence Service. But from the time the United States entered the war, when the fate of their weapons seemed to be reversed, they played a double game and were financed by the British to provide them with information on their first employer. In doing so, the Brotherhood demonstrated its total absence of principle and its pure political opportunism.

On February 24, 1945, the Brothers made their move and assassinated the Egyptian Prime Minister in the middle of a parliamentary session. This led to an escalation of violence: repression against them and a series of political assassinations, including that of the new Prime Minister on 28 December 1948 and retaliation by Hassan el-Banna himself on 12 February 1949. Shortly afterwards, a court instituted by martial law sentenced most of the Brothers to a term of detention and dissolved their association.

This secret organization was fundamentally a band of assassins who wanted to seize power by concealing its lust behind the Koran. Its story should have ended there. This was not the case.

2- The Brotherhood re-founded by the Anglo-Saxons
and separate peace with Israel

The Brotherhood’s ability to mobilize people and turn them into murderers intrigued the Great Powers.

Two and a half years after its dissolution, a new organization was formed by the Anglo-Saxons by reusing the name of “Muslim Brothers”. Taking advantage of the imprisonment of the historical leaders, former Judge Hassan Al-Hodeibi was elected General Guide. Contrary to an often accepted idea, there was no historical continuity between the old and the new brotherhood. It appeared that a unit of the former secret society, the “Secret Apparatus”, had been commissioned by Hassan el-Banna to carry out the attacks for which he denied responsibility. This organization within the organization was so secret that it was not affected by the dissolution of the Brotherhood and was now at the disposal of its successor. The Guide decided to disavow it and declared that it only wanted to achieve its objectives in a peaceful way. It is difficult to establish exactly what happened at that time between the Anglo-Saxons who wanted to recreate the old society and the Guide who believed he could obtain his audience back among the masses. In any case, the “Secret Apparatus” continued and the authority of the Guide had been erased in favour of that of other leaders of the Brotherhood opening a real internal war. The CIA introduced Freemason Sayyid Qutb[1], the jihad theorist, to their leadership, which the Guide condemned before concluding an agreement with MI6.

It is impossible to specify the internal subordination relationships of each other, on the one hand because each foreign branch has its own autonomy and on the other hand because the secret units within the organization no longer necessarily depend on either the General Guide or the Local Guide, but often directly on the CIA and the MI6.

In the period following the Second World War, the British tried to organize the world in such a way as to keep it out of the reach of the Soviets. In September 1946, in Zurich, Winston Churchill launched the idea of the United States of Europe. On the same principle, he launched the Arab League. In both cases, it was a question of uniting a region without Russia. At the beginning of the Cold War, the United States of America, for its part, created associations to support this movement for its benefit, the American Committee on United Europe and the American Friends of the Middle East[2]. In the Arab world, the CIA organized two coups d’état, first in favour of General Hosni Zaim in Damascus (March 1949), then with the Free Officers in Cairo (July 1952). It was a question of supporting nationalists who were supposed to be hostile to communists. It is in this spirit that Washington brings SS General Otto Skorzeny to Egypt and Nazi General Fazlollah Zahedi to Iran, accompanied by hundreds of former Gestapo officials to lead the anti-communist struggle. Unfortunately, Skorzeny fashioned the Egyptian police into a tradition of violence. In 1963, he chose the CIA and Mossad over Nasser. Zahedi created the SAVAK, the most cruel political police of the time.

If Hassan el-Banna had set the objective – to take power by manipulating religion – Qutb would define the means: jihad. Once the followers recognized the superiority of the Koran, it could be used to organize them into an army and send them into battle. Qutb developed a Manichean theory distinguishing between what was Islamist and what was “tenebrous”. For the CIA and MI6, this brainwashing allowed adepts to be used to control Arab nationalist governments and then to destabilize the Muslim regions of the Soviet Union. The Brotherhood became an inexhaustible reservoir of terrorists under the slogan: “Allah is our goal. The Prophet is our leader. The Koran is our law. Jihad is our way. Martyrdom, our vow”.

Qutb’s thinking was rational, but not reasonable. It deployed an invariable rhetoric of Allah/Prophet/Koran/Jihad/Martyrdom that left no opportunity for discussion at any time. He placed the superiority of his logic over human reason.

The CIA organized a symposium at Princeton University on “The Situation of Muslims in the Soviet Union”. It was an opportunity to receive a delegation of the Muslim Brotherhood in the United States led by one of the leaders of its armed wing, Said Ramadan. In his report, the CIA monitoring officer noted that Ramadan was not a religious extremist, but rather a fascist; a way of emphasizing the exclusively political nature of the Muslim Brotherhood. The symposium concluded with a reception at the White House by President Eisenhower on September 23, 1953. The alliance between Washington and jihadism is established.

The CIA, which had recreated the Brotherhood against the communists, first used it to help the nationalists. At that time the Agency was represented in the Middle East by anti-Zionists from the middle classes. They were quickly ousted in favour of senior officials of Anglo-Saxon and Puritan origin, who had graduated from the major universities and were in favour of Israel. Washington came into conflict with the nationalists and the CIA turned the Brotherhood against them.

Said Ramadan had commanded some of the Brotherhood’s fighters during the brief war against Israel in 1948, then helped Sayyid Abul Ala Maududi to create the paramilitary organization of the Jamaat-i-Islami in Pakistan. The idea was to create an Islamic identity for Muslim Indians so that they could form a new state, Pakistan. The Jamaat-i-Islami would also draft the Pakistani constitution. Ramadan married Hassan Al-Banna’s daughter and became the head of the armed wing of the new “Muslim Brotherhood”.

While in Egypt, the Brothers participated in the coup d’état of General Mohammed Naguib’s Free Officers – Sayyid Qutb was their liaison officer – they were responsible for eliminating one of their leaders, Gamal Abdel Nasser, who had come into conflict with Naguib. Not only did they fail, on October 26, 1954, but Nasser took power, repressed the Brotherhood and placed Naguib under house arrest. Sayyid Qutb was hanged a few years later.

Prohibited in Egypt, the Brothers withdrew to the Wahhabi states (Saudi Arabia, Qatar and the Sharjah Emirate) and to Europe (Germany, France and the United Kingdom, plus neutral Switzerland). Each time, they were welcomed as Western agents fighting against the emerging alliance between Arab nationalists and the Soviet Union. Said Ramadan received a Jordanian diplomatic passport and settled in Geneva in 1958, from where he led the destabilization of the Caucasus and Central Asia (both Pakistan/Afghanistan and the Soviet Ferghana Valley). He took control of the Commission for the construction of a mosque in Munich, which allowed him to supervise almost all Muslims in Western Europe. With the help of the American Committee for the Liberation of the Peoples of Russia (AmComLib), i. e. the CIA, he had at his disposal Radio Liberty/Radio Free Europe, a station directly financed by the United States Congress to disseminate the Brotherhood’s teachings.[3]

After the Suez Canal crisis and Nasser’s spectacular turnaround on the Soviet side, Washington decided to support the Muslim Brotherhood without limits against Arab nationalists. A senior CIA official, Miles Copeland, was asked – in vain – to select from the Brotherhood a personality who could play a role in the Arab world equivalent to that of Pastor Billy Graham in the United States. It was not until the 1980s that a preacher of this stature, the Egyptian Youssef Al-Qaradâwî, was found.

In 1961, the Brotherhood established a connection with another secret society, the Order of the Naqchbandis. It is a kind of Muslim Freemasonry mixing Sufi and political initiation. One of his Indian theorists, Abu Al-Hasan Ali Al-Nadwi, published an article in the Brothers’ journal. The Order was established and has a presence in many countries. In Iraq, the great master was none other than the future vice-president Ezzat Ibrahim Al-Douri. He supported the Brothers’ attempted coup d’état in Syria in 1982, and then the “return to faith campaign” organized by President Saddam Hussein to restore his country’s identity after the establishment of the no-fly zone by the West. In Turkey, the Order would play a more complex role. It would include leaders Fethullah Güllen (founder of Hizmet), President Turgut Özal (1989-93) and Prime Minister Necmettin Erbakan (1996-97), responsible for the Justice Party (1961) and Millî Görüs (1969). In Afghanistan, former President Sibghatullah Mojaddedi (1992) was its grand master. In Russia, with the help of the Ottoman Empire, the Order had raised Crimea, Uzbekistan, Chechnya and Dagestan against the Tsar in the 19th century. Until the fall of the USSR, there would be no news of this branch; the same would apply in China’s Xinjiang. The proximity of the Brothers and the Naqchbandis is very seldom studied in view of the Islamists’ opposition in principle to Sufi mysticism and orders in general.

The Saudi headquarters of the World Islamic League. By 2015, its budget was higher than that of the Saudi Ministry of Defence. As the world’s largest buyer of weapons, Saudi Arabia acquired weapons that the League distributed to the organizations of the Muslim Brotherhood and the Naqchbandis.

In 1962, the CIA encouraged Saudi Arabia to create the World Islamic League and to finance the Brotherhood and Order against nationalists and communists[4]. This structure was first financed by Aramco (Arabian-American Oil Company). Among its twenty or so founding members were three Islamist theorists we have already mentioned: the Egyptian Said Ramadan, the Pakistani Sayyid Abul Ala Maududi and the Indian Abu Al-Hasan Ali Al-Nadwi.

De facto Arabia, which suddenly had enormous liquidity thanks to the oil trade, became the godfather of the Brothers in the world. The Monarchy entrusted them with the school and university education system in a country where almost no one could read and write. The Brothers had to adapt to their hosts. Indeed, their allegiance to the king prevented them from lending loyalty to the General Guide. In any case, they organized themselves around Mohamed Qutb, Sayyid’s brother, in two directions: the Saudi Brothers on the one hand and the “Sourists” on the other. The latter, who are Saudi, attempted a synthesis between the political ideology of the Brotherhood and Wahhabi theology. This sect, of which the royal family is a member, has an understanding of Islam based on Bedouin, iconoclastic and antihistoric thought. Until Riyadh had petrodollars, it was anathema to traditional Muslim schools, which, in turn, considered it to be heretical.

In reality, the Brothers’ politics and the Wahhabi religion have nothing in common, but they are compatible. Except that the pact that links the Saud family to the Wahhabi preachers cannot exist with the Brotherhood: the idea of a monarchy of divine right clashed with the Brothers’ appetite for power. It was therefore agreed that the Saud people would support the Brothers all over the world, on the condition that they refrained from entering politics in Arabia.

The Saudi Wahhabi support for the Brothers provoked an additional rivalry between Arabia and the other two Wahhabi states of Qatar and the Emirate of Sharjah.

From 1962 to 1970, the Muslim Brotherhood participated in the civil war in North Yemen and tried to restore the monarchy alongside Saudi Arabia and the United Kingdom, against Arab nationalists, Egypt and the USSR; a conflict that foreshadowed what would follow for the next half-century.

In 1970, Gamal Abdel Nasser managed to reach an agreement between the Palestinian factions and King Hussein of Jordan that ended the “black September”. On the evening of the Arab League summit that endorsed the agreement, he died, officially of a heart attack, much more likely murdered. Nasser had three vice-presidents, one from the left – extremely popular -, one from the centre – well known -, and one conservative chosen at the request of the United States and Saudi Arabia: Anwar Sadat. Under pressure, the left-wing vice-president declared himself unworthy of the position. The centrist vice-president preferred to abandon politics. Sadat was nominated as a candidate of the Nasserians. This is the tragedy of many countries: the president chooses a vice-president from among his rivals in order to broaden his electoral base, but he replaces him when he dies and destroys his legacy.

Sadat, who had served the Reich during the Second World War and had great admiration for the Führer, was an ultra-conservative military man who served as Sayyid Qutb’s alter ego as a liaison between the Brotherhood and the Free Officers. As soon as he came to power, he freed the Brothers imprisoned by Nasser. The “Believing President” was the Brotherhood’s ally in the Islamization of society (the “rectification revolution”), but its rival when it derived political benefit from it. This ambiguous relationship was illustrated by the creation of three armed groups, which are not divisions of the Brotherhood but external units obeying it: the Islamic Liberation Party, Islamic Jihad (of Sheikh Omar Abdul Rahman), and Excommunication and Immigration (the “Takfir”). All of them declared that they were implementing Sayyid Qutb’s instructions. Armed by the secret services, Islamic Jihad launched attacks against Coptic Christians. Far from appeasing the situation, the “Believing President” accused the Copts of sedition and imprisoned their pope and eight of their bishops. In the end, Sadat intervened in the conduct of the Brotherhood and took a stand for Islamic Jihad against the General Guide, whom he had arrested[5].

On instructions from US Secretary of State Henry Kissinger, he convinced Syria to join Egypt in attacking Israel and restoring Palestinian rights. On October 6, 1973, the two armies took Israel in force during the Yom Kippur festival. The Egyptian army crossed the Suez Canal while the Syrian army attacked from the Golan Heights. However, Sadat only partially deployed his anti-aircraft cover and stopped his army 15 kilometres east of the canal, while the Israelis rushed to the Syrians who found themselves trapped and roared about the plot. It was only once the Israeli reservists had been mobilized and the Syrian army surrounded by Ariel Sharon’s troops that Sadat ordered his army to resume its progress and then to halt in order to negotiate a ceasefire. Observing the Egyptian betrayal, the Soviets, who had already lost an ally with Nasser’s death, threatened the United States and demanded an immediate end to the fighting.

Former liaison officer with Sayyid Qutb between the “Free Officers” and the Brotherhood, the “believing president” Anwar Sadat was to be proclaimed “sixth Caliph” by the Egyptian parliament. Here, the admirer of Adolf Hitler in the Knesset alongside his partners Golda Meïr and Shimon Peres.

Four years later – pursuing the CIA plan – President Sadat went to Jerusalem and decided to sign a separate peace with Israel at the expense of the Palestinians. From then on, the alliance between the Brothers and Israel was sealed. All Arab peoples were protesting this betrayal and Egypt was excluded from the Arab League, whose headquarters had been moved to Algiers.

Responsible for the Muslim Brotherhood’s “Secret Apparatus”, Ayman al-Zawahiri (current head of Al Qaeda) organized the assassination of President Sadat (October 6, 1981).

Washington decided to turn the page in 1981. Islamic Jihad was tasked with liquidating Sadat, no longer necessary. He was assassinated during a military parade, when Parliament was about to proclaim him “Sixth Caliph”. In the official gallery 7 people were killed and 28 wounded, but, sitting next to the President, his Vice-President General Mubarak escaped. He was the only person in the official gallery to wear a bullet-proof vest. He succeeded the “believing president” and the Arab League was repatriated to Cairo.

(To be continued…)

1] “Sayyid Qutb was a Freemason”, Voltaire Network, May 28, 2018.

2] America’s Great Game: The CIA’s Secret Arabists and the Shaping of the Modern Middle East, Hugh Wilford, Basic Books (2013).

3] A Mosque in Munich: Naz

Source: https://libya360.wordpress.com/2019/06/21/the-muslim-brotherhood-as-assassins/

In Italiano: https://www.voltairenet.org/article206792.html

Gamal Abd Al-Nasser: dalla rivoluzione egiziana al sogno infranto del panarabismo

di Roberto Cascio
https://i1.wp.com/www.istitutoeuroarabo.it/DM/wp-content/uploads/2017/04/copertina-Gamal-Abd-el-Nasser.jpg 

Nella storia contemporanea, risulta particolarmente complesso trovare un personaggio così controverso e discusso come il presidente egiziano Gamal Abd Al-Nasser. Sebbene siano ormai trascorsi più di 40 anni dalla sua morte, avvenuta nel 1970, Nasser divide tutt’oggi gli studiosi sulla reale portata delle sue politiche non solo in terra egiziana, ma nell’intero mondo arabo. Se da una parte si sostiene che Nasser «ha segnato la storia dei popoli arabi, per i quali ha rappresentato la “loro ora più bella”» (Bagozzi, 2011: 6), dall’altra parte, non sono pochi coloro che ritengono il presidente egiziano come colui «che ha collezionato soltanto sconfitte nella propria vita» (Minganti, 1979:109).
Da tali premesse, un tentativo di comprensione dell’opera e delle politiche del presidente egiziano non può fare a meno di ripercorrere i tratti biografici più salienti e i temi principali delle ideologie da lui abbracciate, in modo da sfuggire, per quanto possibile, a quel desiderio di incasellare e classificare l’intera politica di Nasser come quella, a seconda dei diversi punti di vista, di un «demagogo … bolscevico … militarista … anarchico … fascista …» (Daumal e Leroy, 1970: 9), mostrando invece, oggettivamente, l’evoluzione delle idee e dell’agire nasseriano.
La rivoluzione e l’avanguardia: il lungo cammino di Nasser 
Gamal Abd Al-Nasser nasce il 15 gennaio 1918 ad Alessandria d’Egitto; la sua famiglia è originaria di Beni-Morr, un piccolo paese non lontano da Assiout, da dove suo padre si spostò trasferendosi ad Alessandria per lavorare lì come funzionario delle poste. Durante la sua infanzia, Nasser cambia spesso città di residenza, fino a tornare nella sua città natale nel 1929, dove, giovanissimo, viene a contatto con le manifestazioni nazionaliste dell’estate 1930, duramente represse dalla monarchia egiziana. Il trasferimento al Cairo, nel 1933, vede il giovane Nasser ancora coinvolto nelle agitazioni studentesche e sempre più convinto della necessità di affrontare l’imperialismo britannico in nome di una patria libera e indipendente; notevoli sono le parole cariche di speranza rivolte ad un compagno di scuola in una lettera: «Dove sono coloro che offrivano la loro vita per liberare il Paese?…Dov’è la dignità? Dov’è la giovinezza ardente? (…) Scuoteremo la nazione, risveglieremo le energie nascoste nel cuore degli uomini …» (Daumal e Leroy, 1970: 32).

Sono anni in cui l’ardore giovanile di Nasser trova terreno fertile nelle continue manifestazioni studentesche, a sostegno della Costituzione del 1923 e in totale contrasto con una monarchia sempre più collusa con gli inglesi. In queste manifestazioni, alcune sfociate anche in duri scontri con la polizia egiziana, Nasser prende inoltre consapevolezza della difficoltà di superare le ritrosie delle masse di fronte alle loro rivendicazioni: «Mi sono messo alla testa dei manifestanti nel collegio in cui studiavo allora, gridando a pieni polmoni: Viva la completa indipendenza! Ma le nostre grida si smorzarono nell’indifferenza generale» (Daumal e Leroy, 1970: 33).
La sua vocazione militare lo porta ad entrare nel 1937 nell’accademia per ufficiali, dove si mostrerà come un allievo dalle grandi doti. Durante il secondo conflitto mondiale, il sotto-luogotenente Nasser comincia la sua opera di costituzione di quella associazione segreta che prenderà il nome di Movimento degli Ufficiali Liberi: fedele agli ideali della sua gioventù, Nasser tenta di unire intorno a questo Movimento gli ufficiali egiziani pronti a lottare per l’indipendenza totale dall’Inghilterra, il cui protettorato, anche dopo gli accordi del 1936, è rimasto sempre forte e opprimente nella vita politica e sociale egiziana. Il Movimento riesce a convergere su un unico obiettivo: «l’indipendenza della dignità, che comporta tre punti: cacciare gli inglesi, riedificare l’esercito, formare un governo onesto e competente» (Daumal e Leroy, 1970: 37).
Un evento decisivo per Nasser e per tutte le popolazioni arabe avviene nel maggio 1948, quando, a seguito del ritiro delle truppe inglesi in Palestina, viene proclamato lo Stato di Israele, dando immediatamente inizio alla prima guerra arabo-israeliana, che si concluderà solo nel gennaio 1949, con la sconfitta delle forze arabe unitesi contro Israele. Tra le cause della sonora sconfitta araba può essere annoverata anche la disorganizzazione delle truppe mandate al fronte; è un momento particolarmente importante per Nasser: tra le trincee, riemerge tra gli ufficiali il desiderio mai sopito di salvare la Patria dal potere corrotto, legato indissolubilmente all’imperialismo. Seguendo le stesse parole di Nasser, «combattevamo in Palestina, ma i nostri pensieri ed i nostri sogni volavano verso l’Egitto. Puntavamo le armi verso il nemico, acquattato là di fronte a noi nelle trincee, ma nei nostri cuori grande era la nostalgia per la Patria lontana, lasciata in preda ai lupi voraci che tentavano di dilaniarla» (Nasser, 2011: 27).
1952-anno-della-rivoluzione

1952, anno della rivoluzione
Di fronte a questa ennesima umiliazione, gli Ufficiali Liberi decidono di organizzare in maniera precisa e programmatica la rivoluzione che li porterà al potere. Nella notte tra il 22 e il 23 luglio 1952, gli Ufficiali Liberi occupano tutti i centri più importanti del Cairo, costringendo il re Farouk a dimettersi. Nasser è uno dei principali fautori di questa impresa, cosciente tuttavia di dover svolgere un ruolo di “avanguardia”, in un Paese dove le masse erano da tempo immemore indifferenti e scettiche di fronte ad ogni cambiamento.
Al potere sale una figura di conciliazione nazionale come Mohammed Neghib, colonnello dell’esercito molto apprezzato anche dai Fratelli Musulmani, dai nazionalisti del Wafd e dal piccolo partito comunista. Il nuovo presidente egiziano non ebbe tuttavia modo di arginare l’ala più dura del Movimento degli Ufficiali Liberi, capitanata da Nasser, che spingeva per un autoritarismo da imporre in nome della rivoluzione. Come ben descritto da Campanini,
«Anche se Neghib era Capo dello Stato, gli Ufficiali Liberi riconoscevano in Nasser la loro guida. I due uomini nutrivano una concezione politica opposta: mentre Neghib voleva che, portata a termine la rivoluzione, i militari tornassero nelle caserme e il governo passasse ai civili, Nasser era convinto che l’esercito fosse l’avanguardia cosciente delle masse egiziane e che dovesse assumersi le responsabilità del potere. Il contrasto, sotterraneo, divenne crisi aperta nel 1954» (Campanini, 2006: 125).
Lo stesso anno, Nasser diviene così Presidente egiziano esautorando la figura di Neghib, ma ciò portò inevitabilmente grandi malumori, specialmente tra i Fratelli Musulmani, che vedevano nel nuovo presidente una tendenza autoritaria decisamente pericolosa. Il culmine di questo scontro avrà luogo il 26 ottobre 1954 ad Alessandria, quando un membro dei Fratelli Musulmani spara sei colpi di pistola contro Nasser durante un suo comizio. Rimasto miracolosamente illeso, Nasser scatenerà l’esercito contro i Fratelli Musulmani, arrestandone migliaia e devastando le loro sedi. L’attentato può quindi definirsi come il punto di non-ritorno tra Nasser e l’associazione fondata da Hasan al-Banna.
Ormai leader indiscusso della politica egiziana, Nasser mostra grande abilità nella politica estera, destreggiandosi e sfruttando a suo favore lo scontro allora infuocato tra URSS e Stati Uniti d’America, proponendosi ad entrambe le parti come alleato in cambio di aiuti economici e militari a sostegno del suo Paese. Un’importante vetrina per Nasser sarà inoltre la conferenza dei Paesi non-allineati dell’aprile 1955, tenuta a Bandung, che si rivelerà un grande successo: Nasser si mostra carismatico, fermo nelle sue idee e pronto a sostenere l’idea di un “terzo blocco”, in posizione equidistante tra i contendenti della Guerra Fredda.
La politica estera nasseriana trova il suo corrispettivo in terra egiziana nel socialismo arabo, vera novità nello scenario mediorientale di metà Novecento, che vede in Nasser uno dei suoi principali fautori. Riforme agrarie, lotta all’analfabetismo, la nazionalizzazione del canale di Suez (che condurrà alla crisi del 1956) rappresentano i punti di forza dell’operare nasseriano. Al socialismo arabo (su cui si dovrà tornare) Nasser affianca un panarabismo che condurrà il presidente egiziano a tentare un progetto decisamente ambizioso: unire i diversi popoli arabi sotto la medesima bandiera. Sebbene Nasser si sia prodigato molto per tale obiettivo, non si può nascondere come ben deludente sia stato il risultato: la RAU (Repubblica Araba Unita), fusione di Egitto e Siria, durerà solamente dal 1958 al 1961. Fu questo un grave colpo per le speranze di Nasser, che accantonerà così in maniera definitiva il sogno panarabista.
Gli ultimi anni di Nasser sono decisamente complessi: sul fronte interno, i Fratelli Musulmani, ricostituitesi clandestinamente, vengono duramente repressi nel 1966, portando addirittura all’impiccagione di Sayyid Qutb, ideologo di punta dei Fratelli Musulmani. Ma ciò che probabilmente segna la fine del nasserismo è la pesante sconfitta subìta per mano di Israele nella Guerra dei Sei giorni. Nasser si assume le responsabilità del crollo delle difese egiziane e rassegna le sue dimissioni, respinte tuttavia a furor di popolo che, in un pellegrinaggio spontaneo, converge nelle strade del Cairo a sostegno del suo presidente. Commosso da tanta devozione, il presidente egiziano riprende il potere, tentando nuovamente di proporsi come attore politico di primo piano attraverso politiche distensive verso gli altri Stati arabi. Tali sforzi provano tuttavia gravemente la salute di Nasser, che morirà il 28 settembre del 1970. Una folla oceanica renderà il suo ultimo tributo a Nasser: sono infatti milioni gli egiziani che parteciperanno al suo funerale per le strade del Cairo.
neghib-e-nasser-in-uniforme-militare

Neghib e Nasser in uniforme militare
L’esercito come avanguardia delle masse 
Un interessante approfondimento sulla figura di Nasser non può prescindere dalle sue personali considerazioni intorno al ruolo dell’esercito nella vita politica egiziana. La posizione nasseriana è chiaramente esposta nel testo Filosofia della Rivoluzione, scritto dallo stesso leader degli Ufficiali Liberi, dove vengono descritte le cause, gli obiettivi e le vie per proseguire al meglio la rivoluzione avvenuta nel 1952. Questo piccolo testo, pubblicato nel 1953, mostra nelle sue prime pagine lo sconforto di Nasser per non poter contare su un popolo coeso e unito contro la monarchia filo-imperialista del re Farouk. Andando più nello specifico, Nasser ammette che l’esercito avrebbe dovuto avere un ruolo di avanguardia nella rivoluzione del 1952, avanguardia che avrebbe permesso in seguito alle masse di convogliare tutta la loro forza a sostegno della rivoluzione. Come si evince dalle deluse parole di Nasser, le masse non ebbero invece un ruolo ben definito nella rivoluzione, preferendo l’indifferenza di fronte ad un evento storico di importanza decisiva per la storia egiziana:
«Immaginavo, prima del 23 luglio, che tutta la nazione fosse preparata, stesse sul chi vive in attesa degli elementi di avanguardia, per scagliarsi compatta ed ordinata verso l’obiettivo finale. Credevo che il nostro compito si limitasse a quello dei commandos, che la nostra azione non avrebbe preceduto che di qualche ora l’assalto della nazione intera contro l’obiettivo (…). Ma la realtà fu diversa (…) Allora mi resi conto che la missione degli elementi di avanguardia non era terminata, ma anzi cominciava da quel momento» (Nasser, 2011: 31-32).
L’esercito assume dunque un ruolo di avanguardia che non si esaurisce con la cacciata del re Farouk, ponendosi invece l’obiettivo di condurre le masse, l’intera società egiziana, ad uscire da uno stato di commiserazione e impotenza, dovuto alle angherie che nei secoli si sono abbattute contro la parte più debole della popolazione, mostrando loro la strada corretta per lo sviluppo della nazione. Risulta ancora una volta illuminante leggere le stesse parole di Nasser: «E, dunque, qual è il cammino da seguire? Quale il nostro compito? La via da scegliere è l’indipendenza economica e politica. Il compito affidatoci né più né meno che quello di sentinella per un tempo limitato (…) La nostra azione si limiterà (…) a tracciare il cammino» (Nasser, 2011: 45).
L’allontanamento nel 1954 di Neghib dal comando del Paese e lo scioglimento di tutti i partiti mostrerà invece come tali affermazioni rimasero valide solo a livello teorico. Ciò che invece rimarrà valido a lungo nel pensiero nasseriano sarà la riflessione intorno al nazionalismo arabo e sul ruolo dell’Egitto nella seconda parte del Novecento, tematica con cui termina la terza ed ultima parte della Filosofia della Rivoluzione.
-nasser-e-gheddafi-1960

Nasser e Gheddafi, 1960
Un nazionalismo “in cerca d’autore”: origine e temi del panarabismo 
Singolare appare nell’ultima parte del testo nasseriano il riferimento alla commedia di Pirandello Sei Personaggi in cerca d’autore:
«Non so perché, ma arrivando a questo punto delle mie meditazioni, mi viene in mente una Commedia del grande scrittore italiano Luigi Pirandello: Sei Personaggi in cerca d’autore. Indubbiamente il palcoscenico della storia è pieno di atti intrepidi di cui si sono resi autori molti eroi, come pure è ricco di sublimi gesta che non hanno trovato gli eroi capaci di adempierle; io credo appunto che nella zona in cui viviamo ci sia un’importante missione “in cerca” di un personaggio che possa eseguirla: essa, esausta dalla lunga ricerca attraverso i vasti territori a noi contigui, ha fatto sosta alle frontiere del nostro Paese per invitarci all’azione, ad assumere “la parte”, a portarne il vessillo. Nessun altro avrebbe potuto farlo» (Nasser, 2011; 50-51).
La “parte” è evidentemente quella presa di coscienza di una missione, di un compito che travalica i confini egiziani. Di qui la consapevolezza di vivere in un Paese importante nello scacchiere internazionale, e che ogni isolazionismo risulterebbe non solo antistorico, ma impossibile da attuare  per la stessa posizione geografia del territorio egiziano.
Ciò che vale la pena approfondire è dunque la convinzione di Nasser che il nazionalismo egiziano debba lasciare spazio ad un panarabismo che rispecchi il nuovo ruolo dell’Egitto nel quadro geopolitico contemporaneo. Il nazionalismo egiziano si era infatti sviluppato nel contesto delle lotte per l’indipendenza dall’imperialismo britannico, avendo principalmente come obiettivo lo stravolgimento del potere monarchico colluso con l’elemento occidentale. Raggiunto l’obiettivo con la rivoluzione del 1952, si trattava adesso di condurre l’Egitto ad essere riconosciuto come Paese dominante nel panorama arabo, sia in modo da prevalere sugli stessi Stati arabi, sia per poter avere in ambito internazionale una forza che si ponesse in contrasto con i due blocchi della Guerra Fredda.
Relativamente agli elementi principali del nazionalismo arabo, occorre evidenziare il peso delle rivendicazioni arabe successive alla proclamazione dello Stato di Israele del 1948, che destano nei diversi Paesi arabi  sentimenti di comunione, di fratellanza che il presidente egiziano farà propri in molti dei suoi discorsi. Oltre a questo elemento etnico, che lega i territori del Nord-Africa e del Medio Oriente, un altro fattore importante del panarabismo risulta essere l’elemento religioso. Nasser ritiene difatti l’Islam fondamentale fattore di forza all’interno del nazionalismo arabo: «quando (…) la mia mente va a queste centinaia di milioni uniti dai vincoli di un’unica fede, mi convinco ancor più delle immense possibilità che nascerebbero dalla collaborazione di tutti i Musulmani» (Nasser, 2011: 61).
Nasser vede dunque nell’Egitto del Novecento il soggetto designato per portare l’ideologia del nazionalismo arabo ad essere riconosciuta dagli altri Paesi, in nome sia di una comune “coscienza” araba, sia per l’importanza della religione islamica come elemento aggregante e universale. Solo attraverso queste considerazioni può essere inteso gran parte dell’agire nasseriano, mai domo nel cercare e proporre diverse soluzioni di collaborazione e di unità tra i diversi Stati arabi; sebbene tali sforzi abbiano prodotto come massimo risultato la breve ed infelice esperienza della Repubblica Araba Unita (1958-1961), Nasser può essere considerato a buona ragione il più notevole esponente del nazionalismo arabo, «un patriota arabo tra milioni di patrioti arabi» (Daumal e Leroy, 1970: 173).
copertina-time-marzo-1963

Copertina Time, marzo 1963
Il socialismo arabo: l’Egitto come laboratorio politico 
Un ulteriore elemento da approfondire per comprendere la politica nasseriana è rappresentato dal socialismo arabo, che costituirà un momento fortemente innovativo nella storia egiziana, ben presto imitato anche da altri Capi di Stato arabi. A livello sociale, il socialismo arabo si è concretizzato in Egitto attraverso diverse misure tese a dare una forte scossa all’economia locale: esempi di queste misure possono essere i piani quinquennali pensati per lo sviluppo energetico-economico, le riforme agrarie del 1952, le nazionalizzazioni del 1961 e il controllo statale delle industrie produttive e delle banche del Paese. Lo Stato si assume quindi la piena responsabilità dei problemi principali di un Paese ancora poco sviluppato come quello egiziano, tentando, con ampie nazionalizzazioni e con un intervento a tutto campo nell’economi, di migliorare le condizioni di vita dei suoi cittadini, puntando così al superamento della divisioni in classi della società, piaga ormai secolare dell’Egitto.
Sebbene molti studiosi siano concordi nel definire il socialismo nasseriano molto pragmatico, un’ideologia delineata lungo il corso degli eventi, è possibile comunque fissarne analiticamente le principali istanze: «[1] il sentimento della collettività come di un organismo stabile e onnicomprensivo (…) [2] la centralità dell’esperienza religiosa (…) [3] l’importanza essenziale che il possesso della terra ha avuto per confermare un’autorità, e quindi per la gestione del potere» (Campanini, 1987: 42).
Il sentimento della collettività veniva letto da Nasser sotto la lente del panarabismo, ideologia che avrebbe permesso alle popolazioni arabe di unirsi nello scontro con il colonialismo occidentale. L’Egitto avrebbe dovuto assumere un ruolo guida nel portare le masse ad abbracciare le idee del panarabismo, e in effetti, come si è avuto modo di osservare, il leader degli Ufficiali Liberi si è particolarmente speso per tale causa. Ulteriore punto interessante risulta essere il terzo, in quanto esso richiama quell’esigenza di giustizia sociale che fu il grido rivoluzionario non solo dell’esercito, ma anche dei Fratelli Musulmani e, in generale, delle opposizioni al protettorato britannico: «La rivoluzione è stata fatta affinché la terra egiziana venga distribuita agli egiziani. L’Egitto per noi e noi per l’Egitto» (Campanini, 1987: 53).
L’elemento religioso si configura invece come una delle chiavi di volta per comprendere la distanza tra il socialismo europeo e quello nasseriano. Il marxismo, nella sua impostazione teorica, poggia infatti sulle basi del materialismo storico, ideologia che invece è rigettata da Nasser e dagli altri esponenti del socialismo arabo. La religione assume un ruolo centrale nel socialismo arabo, rappresentandone la base etica; tale concetto è bene espresso in un discorso del presidenze egiziano del 1966: «Il nostro problema è un’ingiusta redistribuzione (dei redditi) tra le classi. Dobbiamo far sì che il reddito nazionale venga suddiviso tra tutto il popolo. In questo modo avremo applicato i principi dell’Islam» (Campanini, 1987: 61).
Dalla base religiosa del socialismo arabo scaturiscono interessanti corollari, quali ad esempio l’attenzione verso l’individuo, la persona, che non deve risultare annullato nella collettività, e il rispetto della proprietà privata. Sono questi temi che lo stesso Nasser sottolinea nel rimarcare la distanza tra il comunismo e la sua politica sociale ed economica:
«I comunisti grazie al loro comunismo sono diventati delle macchine nell’apparecchio della produzione collettiva, mentre prima erano uomini dotati di una propria volontà! Hanno rinnegato la religione (…) hanno rinnegato la persona umana (…). La sola realtà è lo Stato; hanno rinnegato la libertà perché la libertà è una manifestazione della fiducia della persona umana nelle sue possibilità (…). Noi Egiziani … Noi Arabi … Noi musulmani e cristiani di questa parte del mondo … Noi abbiamo fede in Dio, nei suoi angeli, nei suoi libri, nei suoi profeti e nella risurrezione …(…). Quel che ci separa dal comunismo sia nella teoria del governo che nelle regole di vita, è che il comunismo è una religione … e noi abbiamo già la nostra religione. Non lasceremo mai la nostra religione per il comunismo» (Daumal e Leroy, 1970: 164-165).
Riepilogando: il materialismo storico, la lotta tra le classi come motore della storia, la collettivizzazione della proprietà privata sono elementi estranei al socialismo arabo, che invece poggia sui princìpi dell’Islam, ritenuti validi e fondamentali per la costituzione di una società progredita. È l’elemento religioso la vera molla della lotta per la giustizia sociale e distributiva.
Folla ai funerali-di-NasserAP-Photo-Eddie-Adams

Folla ai funerali di Nasser (ph. Eddie Adams)
La crisi del nasserismo e il riemergere dei movimenti islamisti 
I provvedimenti in campo sociale, le nazionalizzazioni attuate dal presidente egiziano riuscirono solo in parte nel loro intento di migliorare la situazione economico-sociale egiziana: i piani quinquennali non ebbero grandi risultati e la corruzione a livello burocratico raggiunse livelli più che allarmanti. La seconda durissima repressione dei Fratelli Musulmani tra il 1965 e il 1966 intaccò inoltre fortemente la figura di Nasser, ormai consapevole delle difficoltà di unire un intero popolo a sostegno dell’ormai datata rivoluzione del 1952. Ma il colpo più duro per il leader degli Ufficiali Liberi sarà la sconfitta nella Guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno 1967), dove le armate egiziane mostrarono un’imbarazzante disorganizzazione, non riuscendo ad arginare gli attacchi di Israele che, in pochi giorni, sbaragliò la coalizione formata dai diversi Paesi arabi. Crollò così drasticamente la popolarità di Nasser, provocando inoltre una grave crisi all’interno dell’intellettualità arabo-islamica: le ragioni della sconfitta vennero infatti additate nell’abbandono dei precetti islamici in nome del nazionalismo e del socialismo, concetti allogeni rispetto alla cultura e al mondo arabo. Si spalancheranno così le porte a quelle rivendicazioni islamiste che, rifiutando in toto la modernità di stampo occidentale, cercheranno nuovamente nella religione islamica le fondamenta per una ricostruzione della società, rivendicazioni che, nei casi più drammatici, sfoceranno nel terrorismo e nella lotta armata contro il potere costituito.
Dialoghi Mediterranei, n.25, maggio 2017
 Riferimenti bibliografici
Bagozzi M., La Rivoluzione panaraba di Gamal Abd al-Nasser, in Nasser, Filosofia della rivoluzione, All’insegna del Veltro, Parma, 2011
Campanini M., Socialismo arabo. La teoria del socialismo in Egitto, Centro Culturale Al Farabi, Palermo, 1987
Campanini M., Storia del Medio Oriente, Il Mulino, Bologna, 2006
Daumal J. e Leroy M., Nasser. La vita, il pensiero, i testi esemplari, Accademia-Sansoni, Milano, 1981
Minganti P., L’Egitto Moderno, Sansoni, Firenze, 1959
Minganti P., Vicino Oriente, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1979
Nasser G., Filosofia della rivoluzione, All’insegna del Veltro, Parma, 2011
 _______________________________________________________________
Roberto Cascio, ha conseguito la laurea Magistrale in Scienze Filosofiche presso l’Università degli Studi di Palermo, con una tesi dal titolo “Le Pietre Miliari di Sayyid Qutb. L’Islam tra fondamento e fondamentalismo”. Ha collaborato con la rivista Mediterranean  Society Sights e il suo campo di ricerca è l’Islamismo radicale nei Paesi arabi, con particolare riferimento all’Egitto.
Preso da: http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/gamal-abd-al-nasser-dalla-rivoluzione-egiziana-al-sogno-infranto-del-panarabismo/

Aggressione camuffata da guerre civili

 

 JPEG - 38.6 Kb

 

Se ci si darà la pena di guardare con distacco i fatti, si constaterà che i vari conflitti che da sedici anni insanguinano l’intero Medio Oriente Allargato, dall’Afghanistan alla Libia, non sono una successione di guerre civili, bensì l’attuazione di strategie regionali. Ripercorrendo gli obiettivi e le tattiche di queste guerre, a cominciare dalla “Primavera araba”, Thierry Meyssan ne osserva la preparazione del prosieguo.

| Damasco (Siria)
English  Español  français  română  русский  Português  ελληνικά

A fine 2010 cominciò una serie di guerre, presentate inizialmente come sollevamenti popolari. Tunisia, Egitto, Libia, Siria e Yemen furono poi travolti dalla “Primavera araba”, riedizione della “Grande rivolta araba del 1915” iniziata da Lawrence d’Arabia, con un’unica differenza: questa volta non si trattava di appoggiarsi ai Wahhabiti, ma bensì ai Fratelli Mussulmani.

Questi accadimenti erano stati minuziosamente pianificati sin dal 2004 dal Regno Unito, come dimostrano i documenti interni del Foreign Office, rivelati dallo whistleblower [lanciatore d’allarmi] britannico Derek Pasquill [1]. Con l’eccezione del bombardamento di Tripoli (Libia) ad agosto 2011, tali eventi erano frutto non soltanto delle tecniche di destabilizzazione non violente di Gene Sharp [2], ma anche della guerra di quarta generazione di William S. Lind [3].
Messo in atto dalle forze armate USA, il progetto britannico di “Primavera araba” si sovrappose a quello dello stato-maggiore americano: la distruzione delle società e degli Stati su scala regionale, formulata dall’ammiraglio Arthur Cebrowski, resa popolare da Thomas Barnett [4] e illustrata da Ralph Peters [5].
Nel secondo trimestre 2012 la situazione sembrò calmarsi, tanto che Stati Uniti e Russia si accordarono il 30 giugno a Ginevra su una nuova ripartizione del Medio Oriente.
Ciononostante, gli Stati Uniti non onorarono la propria firma. Una seconda guerra iniziò a luglio 2012, dapprima in Siria poi in Iraq. Ai piccoli gruppi e ai commando subentrarono vasti eserciti di terra, composti da jihadisti. Non era più una guerra di quarta generazione, bensì una classica guerra di posizione, adattata alle tecniche di Abou Bakr Naji [6].
Allorché la Cina svelò le proprie ambizioni, la volontà di prevenire la riapertura della “via della seta” si sovrappose ai due antecedenti obiettivi, conformemente agli studi di Robin Wright [7].
Nell’ultimo trimestre 2017, con la caduta di Daesh, gli avvenimenti sembrarono nuovamente placarsi, ma gli investimenti nei conflitti del Medio Oriente Allargato erano stati così ingenti che era impossibile per i partigiani della guerra rinunciarvi senza aver ottenuto risultati.
Si assistette così a un tentativo di rilancio delle ostilità con la questione kurda. Dopo un primo scacco in Iraq ce ne fu un secondo in Siria. In entrambi i casi, la violenza dell’aggressione indusse Turchia, Iran, Iraq e Siria a compattarsi contro il nemico esterno.
Alla fine il Regno Unito ha deciso di perseguire l’obiettivo iniziale di egemonia attraverso i Fratelli Mussulmani e per farlo ha costituito il “Gruppo Ristretto”, rivelato da Richard Labévière [8], struttura segreta che include Arabia Saudita, Stati Uniti, Francia e Giordania.
Da parte loro, gli Stati Uniti, applicando il “Pivot verso l’Asia” di Kurt Campbell [9], hanno deciso di concentrare le proprie forze contro la Cina e hanno di nuovo formato, con Australia, India e Giappone, il Quadriennal Security Dialogue.
Frattanto, l’opinione pubblica occidentale continua a credere che il conflitto unico che ha già devastato il Medio Oriente allargato, dall’Afghanistan alla Libia, sia una successione di guerre civili per la democrazia.

[1] When Progressives Treat with Reactionaries. The British State’s flirtation with radical Islamism, Martin Bright, Policy Exchange, September 2004. “I had no choice but to leak”, Derek Pasquill, New Statesman, January 17, 2008.
[2] Making Europe Unconquerable: The Potential of Civilian-based Deterrence and Defense, Gene Sharp, Taylor & Francis, 1985.
[3] “The Changing Face of War: Into the Fourth Generation”, William S. Lind, Colonel Keith Nightengale, Captain John F. Schmitt, Colonel Joseph W. Sutton, Lieutenant Colonel Gary I. Wilson, Marine Corps Gazette, October 1989.
[4] The Pentagon’s New Map, Thomas P.M. Barnett, Putnam Publishing Group, 2004.
[5] “Blood borders – How a better Middle East would look”, Colonel Ralph Peters, Armed Forces Journal, June 2006.
[6] The Management of Savagery : The Most Critical Stage Through Which the Umma Will Pass, Abu Bakr Naji, 2005. English version translated by William McCants, Harvard University, 2006.
[7] “Imagining a Remapped Middle East”, Robin Wright, The New York Times Sunday Review, 28 septembre 2013.
[8] « Syrieleaks : un câble diplomatique britannique dévoile la “stratégie occidentale” », Richard Labévière, Observatoire géostratégique, Proche&Moyen-Orient.ch, 17 février 2018.
[9] The Pivot: The Future of American Statecraft in Asia, Kurt M. Campbell, Twelve, 2016.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article199869.html

L’imperialismo statunitense e italiano e l’aggressione alla Libia

18 Settembre 2016

selfie renzi soldatessa
La situazione della Libia e del suo popolo, di cui ci siamo occupati recentemente con altri articoli(1), è sempre più drammatica.
Il 28 agosto scorso Emergency (2), ha annunciato di dover interrompere, per ragioni di sicurezza, le attività sanitarie e di dover abbandonare l’ospedale di Gernada, nell’est della Libia. L’associazione aveva offerto scorte di medicinali sia a Zintane sia a Misurata ma nemmeno l’equidistanza ha potuto essere la soluzione per poter lavorare e fornire aiuto ad una popolazione stremata. Ovunque nel Paese, ha denunciato Emergency, mancano le risorse e il personale necessario a offrire assistenza di base e specialistica, anche per le fasce più vulnerabili della popolazione, come i bambini. L’assistenza ai feriti, che secondo i dati dell’Oms( Organizzazione mondiale della sanità) sarebbero stati oltre 20 mila solo negli ultimi mesi, non può essere garantita “in un momento in cui gli ospedali vengono perfino bombardati” come ha dichiarato Gino Strada, il medico fondatore di Emergency.


Un Paese, la Libia, ricco di petrolio, ricco di gas, un Paese dove gli scontri e le guerre, il sangue versato e il terrore negli occhi dei bambini orfani hanno, come mandanti di questo orrore, i nomi di avventurieri, di jihadisti, di capi di numerose tribù locali spesso in lotta fra loro ma, soprattutto, il nome del capitalismo occidentale e delle sue criminali guerre imperialiste.
In Libia gli interessi del capitalismo dei vari Stati sono evidenti: il capitalismo italiano con l’Eni è in Tripolitania con tre giacimenti di petrolio e due di gas; il capitalismo della Gran Bretagna con la British Petroleum è presente nella regione centro-orientale, quello francese della Total è nella zona di Sirte e di al-Sharara. A questi si aggiungono la Repsol (Spagna), Wintershall (Germania) Occidental, Conoco Phillips, Marathon, Hess (Stati Uniti), Suncor e Petro-Canada (Canada),OMV (Austria)…

La Sicilia base militare contro la Libia nella guerra dell’imperialismo statunitense ed italiano
Nel mese di agosto l’aviazione degli Stati Uniti ha compiuto una serie di attacchi aerei ufficialmente contro obiettivi della Stato Islamico, a Sirte, e dichiarando che i bombardamenti sono stati effettuati su richiesta del governo locale di Fayez al Sarray, governo sostenuto dall’Onu. Fra le alte cariche militari Usa è trapelata la notizia della possibilità che i bombardamenti di agosto possano essere ripetuti più avanti. Risulta chiaro come gli Stati Uniti mirino ad aumentare il vantaggio per il proprio capitalismo in una zona ricca di petrolio e gas da sfruttare, cercando di sottrarre potere ad altri Paesi che controllano già parti dei giacimenti. La difesa dei profitti è fatta anche attraverso appoggi militari, o promesse d’appoggio, alle diverse fazioni della Libia e ai vari personaggi ambiziosi e corrotti, appoggi che continuano a mutare a seconda delle convenienze politiche e che riguardano, non tanto i diritti umani o la sopravvivenza della popolazione civile, bensì le immense risorse petrolifere e di gas.
In Italia il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha dichiarato che le operazioni non hanno interessato l’Italia né dal punto di vista della logistica né per il sorvolo del territorio nazionale, ma una parte della stampa italiana (3) ha denunciato che alla prima ondata di bombardamenti su Sirte aveva preso parte anche un drone Usa Reaper decollato dalla base di Sigonella, in Sicilia.
Per il ministro Pinotti l’operazione Usa si è sviluppata “…in piena coerenza con la risoluzione delle Nazioni unite numero 2259 del 2015 e in esito a una specifica richiesta di supporto formulata dal legittimo governo libico per il contrasto all’Isis nell’area di Sirte…” e che “”. “l’azione militare americana non prevede l’utilizzo di forze a terra..” , inoltre Pinotti ha affermato che “…l’Italia è pronta a considerare positivamente l’eventuale utilizzo delle basi italiane e il sorvolo per le operazioni aeree degli alleati impegnati nel conflitto in Libia su richiesta del governo di accordo nazionale libico”.
Nonostante il Presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, del Partito Democratico, continui a porre un’attenzione ossessiva ad evitare che la parola “guerra” sia associata al suo governo, nonostante la “schizofrenia” di dichiarazioni con le quali candida l’Italia per un pieno coinvolgimento e un “ruolo guida” nel Mediterraneo e al contempo ostenti un atteggiamento d’estraneità alle operazioni miliari, la realtà è che il governo Renzi, che si appoggia ad una base elettorale in cui emergono attivamente come bacino di voti numerose associazioni che si richiamano al pacifismo e all’ anti-razzismo( spesso ricevendone un cospicuo riconoscimento finanziario in termini di contributi, di sedi, d’incarichi in questa o quella Fondazione) è, con buona pace di quella fetta del suo sempre più esiguo elettorato pacifista o vagamente di sinistra, un governo di guerra come lo sono stati i governi precedenti, come lo sono stati, solo per citarne due su tutti, quello di Berlusconi e quello di Prodi(4) .
La base scelta per i bombardamenti sulla Libia è la più grande isola dell’Italia e del Mediterraneo, la Sicilia. Su chi ha deciso e chi dovrebbe decidere se l’Italia debba o no partecipare a questa guerra, su la “legalità” o meno di questa guerra, come di quelle precedenti, è un tema che non ci appassiona. ExJugoslavia, Irak, Afghanistan, aumento delle spese militari, costruzioni di basi di guerra Nato e Usa in territorio italiano, e così via, sono stati l’occasione di estenuanti raccolte di firme, interrogazioni parlamentari, referendum, o appelli alla Costituzione italiana ( sempre rispettata nei passaggi sulla sacralità della proprietà privata dei mezzi di produzione e sempre carta stracciata nei passaggi di ripudio alla guerra ). Si è spesa tanta energia di migliaia e migliaia di sinceri e onesti attivisti che in centinaia di movimenti e comitati, negli anni, si sono opposti alla guerra e sono spesso caduti nella trappola dei ricorsi ai tribunali borghesi, ricorsi che sono serviti solo per svuotare le piazze e fare tornare gli attivisti a casa, in attesa del pronunciamento di un magistrato “illuminato”, senza considerare che le istituzioni sono la sovrastruttura del sistema e sono lo strumento della sua governabilità e del suo mantenimento.
E non è stato un caso, infatti, che, proprio il 5 agosto scorso, il Tribunale del riesame di Catania, confermando il dissequestro delle antenne Muos (5), ha risposto “Presente” alla guerra, come hanno denunciato attivisti siciliano “No Muos”. Il Tribunale ha fatto così seguito al pronunciamento del maggio scorso in cui il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana (CGA), cedeva alle pressioni del governo Usa e italiano. Una sentenza, quella del Tribunale di Catania, che ha dato ragione ai profitti delle classi dominanti e che sacrifica il popolo siciliano ad offrire la sua bellissima terra come avamposto di sofferenza e morte per popoli vicini.

Ippocrate con la divisa della Folgore

Di pochi giorni fa è la notizia che le forze armate libiche del generale Khalifa Haftar di Tobruk del Libyan National Army (che controlla la Libia orientale e che ha l’appoggio di Stati stranieri, come l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti), hanno conquistato, praticamente senza combattere, il controllo dei porti petroliferi di Sidra e Ras Lanuf, porti dai quali viene esportato il petrolio libico, sottraendone il controllo al governo di “unità nazionale” di Sarraj sostenuto dall’Onu. Sembra che le guardie che dovevano proteggere i siti petroliferi abbiano rinunciato a qualsiasi resistenza e non abbiano aperto il fuoco. Il governo di Sarraj ha annunciato una controffensiva per la riconquista dei porti petroliferi.
In queste ore mentre scriviamo, dopo l’informativa dei ministri Paolo Gentiloni e Roberta Pinotti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, si sta discutendo alla commissione Camera le risoluzioni dei gruppi parlamentari (al Senato hanno già votato) sulla nuova operazione italiana in Libia e intanto partono dall’Italia 100 paracadutisti del 186esimo reggimento della Folgore. Il costo totale dell’operazione saranno circa 10 milioni di euro, che verranno stanziati nel decreto e che si aggiungono ai “500mila euro già stanziati dal governo italiano per le operazioni di sminamento umanitario a Sirte”.
La nuova guerra targata imperialismo italiano si chiama missione ‘Ippocrate’ e, ancora una volta come nelle guerre che l’hanno preceduta, si ammanta di umanità. E’ una missione “umanitaria”, sottolinea a più riprese Pinotti. Missione chiamata ‘Ippocrate’, dal nome del padre della medicina, proprio per cercare di occultarne il carattere militare . “65 tra medici e infermieri, 135 a fare da supporto logistico tra manutenzione dei mezzi, comunicazione, amministrazione, mensa, ecc; 100 come force protection”, cioè i parà. Sempre Pinotti ammette “la situazione sul terreno è molto instabile: non si può dire che Haftar abbia il controllo sulla Mezzaluna petrolifera, né che non lo abbia. Diciamo che ci sono dei contrasti…”
I contrasti si chiamano pozzi petroliferi, terminal di gas e interessi dell’Eni. L’Italia è in guerra, quindi, anche sul terreno e anche se ufficialmente i militari italiani andranno per umanità, per costruire un ospedale a Misurata, non per fare la guerra.

Unità di classe per il pane, il lavoro e la pace
Nel frattempo continua l’afflusso di profughi, di minori non accompagnati, di donne in gravidanza che cercano disperatamente un futuro sfidando un mare che il cimitero simbolo dell’orrore, della fame, della guerra, dell’ingiustizia del capitalismo odierno.
Il denaro che potrebbe servire per costruire nel nostro Paese ospedali, scuole, case antisismiche, consultori familiari, mense per lavoratori e studenti, sono veicolati per salvare i profitti dei banchieri e per costruire, e vendere nel mondo, armi di distruzione di massa. E’ necessario costruire e rafforzare una reale opposizione alla guerra, che abbia come obiettivi lo smantellamento del Muos in Sicilia, la chiusura delle basi Usa-Nato nel nostro territorio, che denunci senza tentennamenti come i piani imperialistici di guerra rappresentano solo l’interesse dei profitti di pochi e che la politica di guerra si appoggia sullo sfruttamento della maggioranza della popolazione mondiale come succede quotidianamente nell’Unione europea e come succede in Italia dove il governo Renzi ha scatenato una guerra sociale contro i lavoratori e i settori popolari del nostro Paese.
Gli interessi capitalistici statunitensi ed italiani sono opposti a quelli della classe lavoratrice siciliana ed italiana, e questa contraddizione è la medesima in tutti i Paesi del mondo.
Solo nelle lotte contro gli attacchi dei vari governi è possibile costruire una resistenza contro la guerra e l’imbarbarimento della società. I lavoratori del Nord Africa e del Medio Oriente sono oggi in Italia all’avanguardia delle lotte nel settore della logistica come in Francia i lavoratori immigrati lottano a fianco dei lavoratori francesi contro la riforma del lavoro. Ed è proprio di queste ore la tragica notizia dell’omicidio a Piacenza di un operaio in lotta durante un presidio.
Solo nell’unità delle lotte della nostra classe potrà sorgere una reale opposizione al razzismo e a tutte le guerre imperialiste.

Note
1) http://www.alternativacomunista.it/content/view/2287/45/
2) Emergency: “associazione italiana nata nel 1994 per offrire cure mediche chirurgiche gratuite e d’elevata qualità alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà”
3) http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/da-sigonella-gia-partono-i-droni-usa-contro-lisis/
4) http://www.alternativacomunista.it/content/view/1320/47/
5) MUOS (acronimo di Mobile User Objective System) è un sistema di comunicazioni satellitari militari ad alta frequenza e a banda stretta , gestito dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Il sistema è composto da quattro satelliti (più uno di riserva) e quattro stazioni di terra, una delle quali è stata terminata a fine gennaio 2014 in Sicilia, nei pressi di Niscemi.

Patrizia Cammarata – PdAC

Fonte

Preso da: http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o49211

Un altra vittoria di Muammar Gheddafi

L’ultima vittoria di Muammar Gheddafi

Il 6 marzo 2011 era chiaro che il regime libico aveva soppresso la rivolta interna e sospeso il caos nel mondo arabo. Una missione clandestina di un diplomatico inglese protetto da 8 ufficiali delle SAS nella base orientale dell’opposizione libica si concluse con la loro detenzione e “interrogatorio” da parte dei capi ribelli. L’articolo del Sunday Times fu la “bandiera bianca” issata dagli organizzatori delle proteste in Medio Oriente e Nord Africa del 2010-2011. Fin dall’inizio la catena di eventi in Libia ebbe una svolta inaspettata per le élite globali. Muammar Gheddafi si rifiutò di abbandonare Tripoli e, insieme alla famiglia e al clan, mantenne i contatti coi libici attraverso la TV nazionale e regolari apparizioni pubbliche. Nell’impressionante discorso del 22 febbraio 2011, ripristinò il sostegno pubblico ed incoraggiò i libici a resistere alla rivolta. Da allora i media mainstream internazionali diffusero bugie inaudite sugli eventi in Libia. Si sentì parlare di “mercenari stranieri che uccidono civili”, “attacchi aerei sui dimostranti”, “bombardamenti delle posizioni ribelli”, “grandi proteste contro Gheddafi a Tripoli”, “migliaia di rifugiati libici” e tanti altri annunci che, come risultò, non avevano nulla a che fare con la realtà.
Le fonti interne libiche, ad esempio del Centro di San Pietroburgo per il Medio Oriente moderno, descrivevano una realtà piuttosto diversa. Non c’erano proteste a Tripoli e dintorni. Pochi gruppi di emarginati operavano ad al-Zawiya (sobborgo occidentale di Tripoli) e al centro (l’incendio doloso della Sala del Popolo la notte del 21 febbraio è apparentemente l’atto più noto) furono prontamente neutralizzati dalla polizia municipale. Gli “attacchi aerei” dell’Aeronautica libica prendevano di mira depositi di munizioni nelle vicinanze di Bengasi, quando la minaccia che venissero catturati dai separatisti orientali era ancora alta. La questione dei “mercenari stranieri che proteggevano Gheddafi”, è apparentemente la più interessante. È chiaro che qualsiasi mercenario combatte per soldi. Quindi nel conflitto in cui sono coinvolti gli interessi delle mafie petrolifere internazionali, i mercenari sono la forza meno affidabile. Avrebbero tradito Gheddafi ben prima. Quindi Gheddafi è un uomo intelligente e ne è perfettamente consapevole. Non poteva arruolarli. Ma supponiamo che la loro presenza in Libia fosse un fatto provato. Potevano essere “gentilmente” proposti a Gheddafi dai vicini “simpatizzanti” africani? Si, perché no. Qual era la loro missione? Dovevano avere l’ordine dai loro veri padroni di essere spietati e feroci contro i “manifestanti” locali il più possibile per intensificare il conflitto. Non c’è da stupirsi che dopo i primi scontri con la loro partecipazione e annunci nel mondo dei media, i mercenari siano “scomparsi”. Certamente avremo modo di conoscere dettagli sorprendenti sulle operazioni militari dell’esercito libico contro i mercenari “alleati” di fine febbraio 2011. Guardando la CNN riportare la “guerra civile” in Libia va capito che ciò significa che le forze governative localizzavano ed eliminavano questi “alleati”.
Ora, perché tale scenario rischioso? Perché il regime di Gheddafi era il più stabile in Medio Oriente. Si noti che tutti i “dittatori arabi” andati al potere col sostegno degli Stati Uniti negli anni ’80 furono facilmente eliminati nel gennaio-febbraio 2011, prontamente “caduti in coma”. Non avevano l’autorità morale per combattere per un potere ottenuto illegittimamente. Qual era la componente chiave di tale illegittimità? Quando aspirarono al potere, si allearono segretamente con una nazione straniera che li sostenne completamente. Da allora non sono leader sovrani. Questo è il motivo per cui non possono sconfiggere la rivoluzione. Non possono dire la verità al popolo e alla comunità internazionale, perché iniziare a dire la verità significa dirla TUTTA. E TUTTA la verità include le circostanze della loro ascesa al potere… Ma c’è una soluzione per tale situazione di “stallo”. Se un leader politico riconosce i vergognosi rapporti clandestini con una potenza straniera, non sarà mai condannato ma PERDONATO e sostenuto dal popolo. Dopo di che lealtà e professionalità delle guardie del corpo impediranno che il futuro politico sia il caos. Le alternative sono la forca di Sadam, i letti da moribondi di Mubaraq e Ben Ali.
Torniamo alle “rivoluzioni popolari in Medio Oriente”. Vediamo che per avere successo c’era disperatamente bisogno di “masse infuriate”. Quindi qualcuno doveva infuriarle. Come in Iran nel giugno 2009? Cecchini sconosciuti uccisero astanti a Teheran durante le proteste (i dettagli sono nell’articolo “Cosa decidono i Bilderberger dell’Iran“). Cosa successe in Egitto nel gennaio 2011? Ancora una volta cecchini sconosciuti spararono alla folla dal tetto dell’edificio del Ministero degli Interni di Cairo. Si noti che in entrambi i casi fu fatto di tutto per convincere il pubblico che i perpetratori fossero le forze governative. Ma dov’era la prova? C’è qualche logica nei servizi di sicurezza che uccidono dimostranti per provocarli a commettere atti violenti? Al contrario, la loro missione è disperdere pacificamente la folla, identificare e arrestare le “teste calde” tra i manifestanti ed evitare vittime! Allora, chi sparava dal tetto del Ministero degli Interni egiziano? Non lo sappiamo ancora. Ma chi fece lo stesso in Tunisia durante l’agitazione pubblica fu catturato e mostrato da RT. Si guardi il seguente video:

Credete che costoro dai passaporti svedesi e inlgesi cacciassero davvero cinghiali per le strade di Tunisi?
Ora possiamo fare alcune conclusioni. Innanzitutto, non c’era nulla di spontaneo nell’ondata delle rivoluzioni del Nord Africa e Medio Oriente del 2011. I disordini popolari in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, ecc. furono accuratamente preparati, organizzati, finanziati e sostenuti dai media internazionali. Abbastanza sorprendentemente, al-Jazeera svolse un ruolo fondamentale nel sostenere i conflitti nelle società arabe diffondendo disinformazione e silenziando le voci della verità e sobrie. In secondo luogo, chi architettò tali insurrezioni, generalmente fallì. Non c’è dubbio che l’idea era organizzare caos e guerre civili nel mondo arabo, provocare imbarazzo nelle élite nazionali, imporre l’opposizione radicale anti-progressista al potere nei Paesi chiave della regione. Poi si aspettavano che, a tempo debito, standard sociali degradati e cattiva gestione del governo catalizzata dalla propaganda dei media internazionali creassero le condizioni per imporre il controllo estero su questi Stati islamici. La Libia con le sue ricche riserve naturali era il premio più ambito. Ma con Muammar Gheddafi ancora al potere che riacquistava sostegno pubblico e si sbarazzava dei rami “secchi” tra gli alti funzionari, gli attori globali soffrivano molto mentre il fantasma del presidente Bush Jr. si profila di nuovo al largo delle coste libiche. Apparentemente le élite non ebbero altra scelta che attivare le super-portaerei statunitensi. Messi all’angolo e sotto la pressione schiacciante della piramide del dollaro. Terzo e più importante, questi eventi rivelavano il legame occulto tra “islamisti” ed élite globali. Muammar Gheddafi combattendo gli islamisti di al-Qaida e allo stesso tempo sostituendo solennemente bin Ladin come incarnazione del “Male assoluto” nei media tradizionali, fu un cambiamento notevole. I radicali dovevano essere la nuova generazione di leader arabi. Non avrebbero portato prosperità o giustizia nelle loro società. La loro missione era stringere saldamente la pentola a pressione del mondo musulmano con regole e retorica pseudo-islamiche. Una volta esplosa, l’energia di milioni di giovani fanatici ignoranti che si diffondono nel mondo avrebbe aperto la strada allo scaltro Gran Pacificatore. I semi di tale misteriosa simbiosi furono piantati dall’intelligence inglese nel XIX secolo. Per esempio, se si segue la storia del fondatore della Fratellanza musulmana Hasan al-Bana, si vedrà che il “controllore generale” inglese in Egitto dal 1878 era Evelyn Baring, rampollo di una vecchia dinastia di banchieri che nominò lo sceicco Muhamad Abduh Gran Mufti d’Egitto. Non ne va sottovalutata l’importanza. Il Gran Mufti d’Egitto del tempo era la massima autorità spirituale nel mondo musulmano. Perché lo sceicco Abduh, noto salafita, fu scelto dal residente inglese? Perché lo scenario della falsa guida del mondo islamico delle élite globali era già stato scritto. Volevano che i musulmani fossero carne da cannone per imporre il loro dominio. Dovevano corrompere la fede islamica, sostituirla con un surrogato pseudo-islamico. Ecco perché Evelyn Baring scrisse dei salafiti: “Sono gli alleati naturali del riformatore europeo” (Goodgame, Peter. La Fratellanza Musulmana: l’arma segreta dei globalisti). A quel tempo Sheikh Adbuh divenne murshid (insegnante) di Muhamad al-Bana, padre di Hasan…
Quindi entriamo in tempi molto interessanti, forse decisivi. Muammar Gheddafi ha vinto la sua ultima battaglia nonostante vigore e pressione insolente da ogni parte. Ci saranno nuovi Gheddafi nati da madri musulmane che resisteranno al nuovo ordine mondiale? Speriamo e preghiamo di sì.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

ecco un bell esempio dei RATTI nella “nuova Libia”.

Quello che segue è un articolo interessante che fa luce sui RATTI che dal 2011 occupano la Libia. Meno male che è un articolo che non è stato scritto da un sostenitore di Gheddafi. Buona lettura.

Chi sta distruggendo la cultura in Libia

Dalle fosse comuni in Libia alle armi chimiche in Siria: storia delle bufale in Medio Oriente

Dalla Libia alla Siria, di bufale ne sono state raccontate parecchie: l’ultima è quella sull’uso delle armi chimiche a Idlib da parte di Assad.

Si disse poi che anche a Tripoli vi era stata una massiccia rivolta, sanguinosamente repressa dal regime, che nel frattempo stava portando nel paese con appositi voli aerei dei mercenari dall’Africa nera. Solerti testimoni e giornalisti raccontarono che ben sette aerei da caccia avevano sorvolato in circolo la Piazza Verde a bassa quota colpendo gli insorti: peccato che ciò non fosse tecnicamente possibile per degli aerei del genere, e che in tutta la piazza non si vedesse un solo segno d’arma da fuoco. In seguito vennero fatte trovare delle “fosse comuni” in cui gli uomini di Gheddafi, sempre secondo la stampa araba ed occidentale, avevano seppellito le vittime della repressione: e invece era il cimitero dove venivano sepolti gli animali dello zoo di Tripoli.

Su Gheddafi, naturalmente, non mancarono anche bufale postume, certamente le più odiose, che gli attribuivano una lussuria fuori dal comune, al punto da far sguinzagliare i suoi poliziotti alla ricerca di ragazzine da portarsi a letto, o ancora quella secondo cui la figlia Anna non sarebbe morta nel bombardamento americano di Tripoli del 1986, ma tenuta nascosta al mondo per farlo credere a tutti. Sul bunker di Bab al Aziziya fiorì tutta una serie di leggende accuratamente alimentate dai nostri media, che ancor oggi talvolta resistono nell’opinione di qualche passante malgrado siano poi state sempre e regolarmente dimostrate come totalmente infondate.
Insomma, già sulla Libia se ne raccontarono così tante, di balle, da far subito capire quale china stesse prendendo il mondo dell’informazione in rapporto alle cose arabe e mediorientali. Infatti nel frattempo era cominciata anche la crisi in Siria, e pure in quel caso se ne stavano raccontando di tutti i colori.
In Siria vi erano state proteste pacifiche e spontanee, stimolate da quanto visto in Tunisia e in Egitto. Ma ben presto, soprattutto dal confine iracheno ma anche dal Libano e dalla Turchia, entrarono gruppi di uomini armati e non identificati che iniziarono ad attaccare le guardie frontaliere e le forze di polizia. Il clima cominciò rapidamente a farsi incandescente, ma l’aumento della tensione venne subito attribuita sempre e comunque al governo siriano da parte dei soliti media occidentali e panarabi. Poichè, però, a differenza della Libia in questo caso la Russia e la Cina non permettevano ad alcuna coalizione occidentale d’intervenire in Siria, si cominciarono ad escogitare espedienti sempre più raffinati. Così l’anno dopo, nel 2012, già Obama accusava Assad di “aver oltrepassato la linea rossa” usando armi chimiche contro la popolazione e i ribelli. S’arrivò ad un passo dallo scontro non soltanto fra la Siria e la coalizione occidentale a guida franco-anglo-americana, ma soprattutto fra quest’ultima e la Russia che aveva già schierato le proprie forze davanti alle coste siriane, oltre ad essere presente a Latakia e a Tartous. Alla fine gli occidentali capirono che i russi non scherzavano, e seppur a malincuore decisero di mollare la spugna.
Continuò però l’operazione di continuare a bruciare la Siria dall’interno e dall’esterno, ricorrendo stavolta all’ennesima novità sul fronte mediorientale, l’ISIS. Assecondando l’espansione di quest’ultimo, gli occidentali e le petromonarchie del Golfo presero due piccioni con una fava: l’Iraq, che s’era avvicinato un po’ troppo all’Asse della Resistenza, si ritrovò invaso fino ed oltre Mosul, e subì un cambio di governo che fornì la sua “normalizzazione” politica; la Siria, che già faticava contro gli uomini dell’Esercito Libero Siriano e di al Qaeda, si ritrovò con un nuovo fronte e le sue forze cominciarono a trovarsi sempre più in difficoltà. Era la scusa, per gli occidentali, per intervenire finalmente in Siria e in Iraq: con la scusa di bombardare l’ISIS, spesso e volentieri invece le forze aeree francesi e statunitensi colpivano gli uomini dell’Esercito Arabo Siriano di Damasco e quelli di Hezbollah. Così, grazie ai bombardamenti di Stati Uniti e Francia, l’ISIS anzichè perdere terreno ne guadagnava sempre di più, mentre le forze siriane continuavano a perdere mordente.
L’intervento russo smontò e smascherò anche quest’ennesima bufala: in sole due settimane il Califfato perse il 40% del proprio territorio. Questo semplicemente perchè la Russia colpiva realmente gli obiettivi dell’ISIS anzichè quelli siriani e di Hezbollah. In più occasioni, a partire da quel momento, la Russia fornì all’opinione pubblica riprese scattate dai suoi satelliti spia, che mostravano chiaramente quali fossero gli obiettivi dell’ISIS da colpire e perchè gli occidentali non li avessero colpiti. Giustamente, i nostri media preferirono sempre glissare.
Poi c’è stato il caso di Aleppo: poichè i bombardamenti per strappare la città al Califfato erano condotti dai russi e dai siriani, ogni giorno i media occidentali e panarabi s’inventavano qualche nuovo ospedale bombardato. Aleppo, la seconda città siriana per importanza, aveva sicuramente più di un ospedale, ma a dar retta alla narrazione dei nostri media le strutture ospedaliere erano addirittura decine e decine. Sul fronte iracheno, invece, i bombardamenti fatti dalle forze statunitensi su Mosul non causavano nessuna vittima, e men che meno veniva colpito alcun ospedale: qualcosa d’incredibile, ma del resto è noto come le bombe americane siano “intelligenti”.
L’ultima bufala è quella che sta circolando in questi giorni, secondo cui Assad avrebbe nuovamente usato le armi chimiche a nord di Idlib, con un bilancio rapidamente salito a 72 vittime. Anche in questo caso l’accusa è formulata dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, notoriamente una sola persona residente a Londra e legata a doppio filo ai ribelli del Consiglio Nazionale Siriano e dell’Esercito Siriano Libero. Nessuno in Occidente, nè tra i media nè tra i governi, ha pensato di dubitare di quest’accusa, attribuendo immediatamente ad Assad quest’ennesima ed infamante responsabilità. Il punto, però, è che ormai l’esercito siriano non dispone più di armamenti chimici, come da accordi presi dopo il 2012. Mosca ha subito smentito le accuse occidentali, come del resto già aveva fatto il governo siriano attraverso l’agenzia SANA, e il Ministero della Difesa russo per voce del Generale Maggiore Igor Konashenkov ha specificato che s’è trattata dell’esplosione di un arsenale chimico di proprietà proprio dei ribelli, colpito dalle forze aeree siriane. Quel tipo di gas, il sarin, era già stato usato dai ribelli ad Aleppo, oltre ad essere contrabbandato anche in Iraq, cosa che denuncia le pericolose contiguità fra quest’ultimi ed il Califfato. Ma di questo, come di tante altre cose, i nostri media e i nostri governi preferiscono non parlare.

Libia, la guerra del petrolio e gli interessi dei Grandi

A cinque anni dalla caduta di Gheddafi vengono al pettine i nodi di un intervento voluto dai francesi e poi avallato dalla Nato e dagli Usa che hanno commesso un altro errore strategico: le frontiere libiche sono sprofondate per mille chilometri nel Sahara e il caos ha portato una destabilizzazione incontrollabile che con i jihadisti ha contagiato la Tunisia e i Paesi confinanti.

di Alberto Negri – 14 settembre 2016

«It’s the oil stupid», è il petrolio la posta in gioco in Libia, scrive Issandr Al Amrani, fondatore di The Arabist. E potremmo aggiungere anche il gas: il 60% del carburante pompato dall’Eni- ogni giorno 35 milioni di metri cubi – alimenta le centrali elettriche locali, sia in Tripolitania che in Cirenaica. In poche parole è la produzione dell’Eni che accende la luce ai libici.
Nel momento in cui si mandano un centinaio di medici a Misurata protetti da 200 parà della Folgore, questo aspetto di vitale importanza per la sopravvivenza dei libici non va sottovalutato. Anche il generale Khalifa Haftar e il governo di Tobruk forse dovrebbero pagare la bolletta ma hanno fatto una scelta diversa, ovvero impadronirsi dei principali terminali petroliferi della Cirenaica fino a Ras Lanuf, a ridosso della linea del fronte dove nella Sirte comincia la battaglia al Califfato, quasi passata in secondo piano davanti alle tensioni crescenti tra le fazioni libiche.
La guerra in Libia del 2011 per abbattere il Colonnello Gheddafi, come quella in Siria per far fuori Assad, si è trasformata quasi subito in un conflitto per procura con forti connotati economici e strategici. L’intervento francese a favore dei ribelli di Bengasi accompagnato da quello della Nato ha diviso il Paese tra le due regioni principali e l’unità libica, un eredità coloniale italiana, di fatto non si è più ricostituita.  In pratica ci sono due situazioni critiche derivanti dall’attacco alla Mezzaluna petrolifera libica condotto dal generale Khalifa Haftar, l’uomo forte di Tobruk e della Cirenaica. Una è lo scontro tra Tripoli, il governo internazionalmente riconosciuto, e quello di Tobruk; l’altra è quella meno visibile degli interessi contrastanti delle potenze in campo. Nonostante le notizie diffuse dalla stampa, Francia, Russia ed Egitto continuano ad appoggiare Haftar che conquistando porti e terminali minaccia anche gli interessi italiani. Gli americani bombardando l’Isis rafforzano Tripoli e Misurata contro Haftar, quindi, con qualche sfumatura, si schierano contro la Francia, l’Egitto e la Russia, con implicazioni anche sul fronte siriano. L’Italia, appoggiando Misurata e gli Stati Uniti, prende posizione contro l’Isis ma anche nei confronti delle milizie di Haftar, appoggiate dal Cairo e fino a ieri da Parigi.
A cinque anni dalla caduta di Gheddafi vengono al pettine i nodi di un intervento voluto dai francesi e poi avallato dalla Nato e dagli Usa che hanno commesso un altro errore strategico: le frontiere libiche sono sprofondate per mille chilometri nel Sahara e il caos ha portato una destabilizzazione incontrollabile che con i jihadisti ha contagiato la Tunisia e i Paesi confinanti. L’Italia, come ha ammesso l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini, fu costretta allora a partecipare ai raid dell’Alleanza perché i terminali dell’Eni risultavano tra i bersagli da colpire. Ora rimediare è complicato e la divisione tra Tripolitania e Cirenaica si è fatta sempre più aspra. In sostanza questa guerra per procura è interna al fronte occidentale, oltre che a quello arabo, e per l’Italia è un conflitto ultrasensibile perché dopo avere perso in Libia miliardi di euro, sfumati con gli accordi firmati con Gheddafi, si trova sull’altra sponda un trampolino di lancio per i migranti.
La comunità internazionale e anche la Francia ufficialmente si sono schierati contro Haftar ma il bottino libico, 140-150 miliardi di dollari, è troppo attraente per non essere diffidenti. Del bottino petrolifero la Cirenaica costituisce la parte più ricca perché custodisce circa il 70-80% delle riserve di oro nero. Non solo: la sua proiezione verso il Sahara la rende strategica per l’influenza nella fascia sub-saheliana dove i francesi sono attori di primo piano mentre l’Egitto è fortemente interessato a estendere il suo controllo in questa area di frontiera per evidenti ragioni economiche e di sicurezza. Prima della caduta di Gheddafi un milione di egiziani lavorava in Libia.  Quando si stava disgregando la Libia italiana lo stesso monarca egiziano Farouk nel 1944 rivendicò la Cirenaica: «Non mi risulta che vi sia mai appartenuta». fu la secca replica di Churchill in un burrascoso faccia a faccia con Farouk al Cairo. Oggi forse dovrebbero essere gli americani a pronunciare le stesse parole. Ma dopo quanto è accaduto negli ultimi anni tra il Maghreb e il Medio Oriente nessuno si fa illusioni. La Libia è una lezione sui tempi che corrono: concetti come “alleato” e “nemico” non spiegano più la realtà internazionale. E l’Italia nel caso libico ha avuto la prova di quanto gli alleati siano più concorrenti che amici.
Fonte: Il Sole 24 Ore
Preso da: http://www.lintellettualedissidente.it/rassegna-stampa/libia-la-guerra-del-petrolio-e-gli-interessi-dei-grandi/

Libia, ecco le prove del traffico d’organi

Paolo Lambruschi

21 agosto 2016

Traffico d’organi sui migranti che passano dalla Libia. Diversi magistrati italiani, in particolare la Procura palermitana stanno conducendo indagini grazie alle rivelazioni di un trafficante pentito. Ora, per la prima volta, da Milano un testimone qualificato, un medico, conferma di aver visto una vittima di questo immondo mercato e ha scritto al nostro giornale perché si prendesse coscienza di questa realtà mostruosa.

Era giovedì 11 agosto quando il dottor Paolo Calgaro ha visitato nel Pronto soccorso di un grande ospedale milanese un uomo con passaporto sudanese inviato da un’associazione che gestisce un centro comunale per transitanti dove questi dormiva. «Sospettavano avesse una polmonite – spiega Calgaro – e l’hanno mandato in ospedale. Era un 42enne proveniente dal Sudan. Al momento della visita medica scopro una cicatrice in fianco sinistro di cui gli chiedo conto. Ascolto, con sbigottimento e sdegno, la storia che mi racconta. Questo povero uomo, tenuto segregato in Libia dai trafficanti mi ha raccontato che circa 16 mesi fa è stato condotto in un isolato ambulatorio per eseguire prelievi ematici. Ma si è svegliato due giorni dopo con quella dolorosa ferita chirurgica sul fianco e la spiegazione che gli era stato prelevato, senza alcun consenso, il rene sinistro per darlo a un amico del padrone. Incredulo, ho chiesto un esame radiologico, che ha confermato tutto».

Paolo Calgaro indignato da quello che ha appena visto prende carta e penna e scrive ad ‘Avvenire’. «Perché vorrei che queste storie, vere, fossero ben presenti nelle menti e nei cuori di tutti coloro che possono fare qualcosa per bloccare o ridurre questo mercato abominevole». Si calcola che il 10% dei 118.000 trapianti che ogni anno si praticano globalmente sia illegale e che fruttino alle organizzazioni criminali internazionali fino a 1,4 miliardi di dollari. Un rene varrebbe tra 2.000 e 11.000 dollari e verrebbe rivenduto anche a prezzo triplicato in Egitto, hub del mercato nero verso i Paesi islamici che per, motivi religiosi hanno legislazioni restrittive sui trapianti. Dopo una breve ricerca abbiamo trovato riscontro dell’effettivo passaggio del migrante dal centro per transitanti. Ma l’uomo è attualmente irreperibile. Appurato da un chirurgo che gli è stato asportato un rene, resta da capire se l’operazione sia avvenuta contro la sua volontà o se invece sia stato costretto a venderlo per proseguire il viaggio, come si dice – ma finora non risulta ci siano state prove altrettanto forti – sia capitato ad altri africani nell’inferno libico. Cosa cambia? Molto se si conosce il nome del ‘padrone’ e quello dello smuggler, il trafficante. Preziosi tasselli da aggiungere per individuare e fermare la spietata cupola che opera sull’ex ‘quarta sponda’.

Ai primi di luglio il pentito Nouredin Atta, trafficante d’uomini eritreo in Libia, ha raccontato ai magistrati palermitani che i migranti rimasti senza soldi per pagare il viaggio effettuato via terra né sanno come pagare il passaggio in mare vengono consegnati a sanitari egiziani, tristemente noti come ‘medici del Sahara’, per circa 15.000 dollari. Provvedono loro all’espianto degli organi e al trasporto in borse termiche. In Libia agiva il trafficante eritreo noto come Mered Medhanie Yedhego, arrestato in Sudan il 25 maggio ed estradato in Italia ai primi di giugno. Dal carcere di Palermo l’uomo sostiene di essere vittima di uno scambio di persona, ma nella memoria del suo smartphone i pm hanno trovato foto di cadaveri smembrati che testimonierebbero il traffico di organi praticato sulla rotta. Yedhego, secondo i testimoni, avrebbe collaborato ai sequestri di africani compiuti nel Sinai, dove il prelievo di organi umani a chi non poteva pagare il riscatto era frequente.

Preso da: http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/Traffico-dorgani-sugli-africani-un-medico-milanese-denuncia-.aspx