Ucraina: la costituzione di uno stato ultranazionalista nel cuore dell’Europa

Un ottimo documentario pubblicato da VOXKOMM https://www.youtube.com/watch?v=l8HXoZwfp6o&bpctr=1542738812&fbclid=IwAR2D6EYUwZm1xFfZ_wfJggPzRPA7KSmDcqr1ZvCQ2AJbGBKvJFkCYsg34dE  ha messo in risalto le responsabilità degli imperialismi USA ed UE nel sostegno alle forze neonaziste ucraine con l’obiettivo (cito testualmente): ‘’La costituzione di uno Stato ultranazionalista nel cuore d’Europa’’ 1. Il tutto rappresenta ‘’una base di supporto e di addestramento per l’estrema destra di tutto il mondo ’’, operazione di sciacallaggio a cui hanno partecipato, spalleggiati dalla intelligence corrotta, anche i neofascisti italiani, con la presenza di Francesco Fontana, manutengolo del guru Gabriele Adinolfi e dello stragista Stefano delle Chiaie. L’organizzazione CasaPound si è confermata parte di una internazionale della criminalità organizzata, tollerata purtroppo aldilà di ogni limite legale. Su questi argomenti si è scritto in abbondanza (giustamente), la pecca, dal punto di vista dell’analisi inerisce al, troppe volte sottovalutato, ruolo di Israele nella costruzione di un regime ultranazionalista, baluardo del neocolonialismo occidentale in funzione antirussa. La presenza israeliana nel golpe ucraino e nei pogrom anti-russi è un elemento, a dir poco, decisivo.
Il canale russo Sputnik riporta lo sforzo di quaranta attivisti israeliani i quali si sono rivolti alle autorità giudiziaria per chiedere la fine delle esportazioni di armi al regime di Kiev: “Un gruppo di oltre 40 attivisti per i diritti umani ha presentato un esposto alla Corte Suprema, chiedendo lo stop alle esportazioni di armi israeliane verso l’Ucraina. Sostengono che le armi vengono usate da forze che elogiano apertamente l’ideologia neonazista,” — scrive Haaretz; “Sebbene queste armi siano ora puntate contro i russi, occorre tener conto della significativa probabilità che in futuro vengano utilizzate verso altri obiettivi, compresi attacchi ai membri delle minoranze in questo Paese”, si legge nell’esposto degli attivisti 2. La parte finale del testo mi sembra eloquente, rileggiamo: ‘’occorre tener conto della significativa probabilità che in futuro vengano utilizzate verso altri obiettivi, compresi attacchi ai membri delle minoranze in questo Paese’’. Tutto ciò potebbe lasciar presupporre un giro – illegale – di armi dai neonazisti ucraini ai coloni sionisti, con tanto di gemellaggio fra le due destre radicali: quella ucraina (nazifascista) e quella ebraica (sionista).

Uno squadrista di Settore Destro insieme ad una sostenitrice di Israele

La propaganda del Battaglione Azov mostra fucili Tavor, dalla licenza israeliana, nelle mani dei nazisti antisemiti di Settore Destro, malgrado le proteste dei pacifisti israeliani. Il governo israeliano trama sulla pelle degli ebrei anti-militaristi, appoggiando ‘’una base di supporto e di addestramento per l’estrema destra di tutto il mondo ’’, una estrema destra più nazista che fascista del tutto subalterna e funzionale alla geopolitica americana. La questione è diventata di pubblico dominio grazie ai giornalisti di The Electonic Intifada, quindi Asa Winstanley ha documentato come: ‘’La propaganda online di Azov Battalion mostra fucili Tavor dalla licenza israeliana nelle mani del gruppo fascista, mentre attivisti israeliani per i diritti umani protestavano contro le vendite di armi all’Ucraina che finirebbero alle milizie antisemite. In una lettera “sulle licenze per l’Ucraina” ottenuta da The Electronic Intifada, l’agenzia per le esportazioni di armi del ministero della Difesa israeliano afferma di “prestare attenzione alle licenze” agli esportatori di armi “in pieno coordinamento col ministero degli Esteri ed altre entità governative” 3. Sionismo e neofascismo hanno un orizzonte strategico comune, non si tratta di mera tattica politica. L’analista Max Blumenthal ha documentato, in modo estremamente dettagliato, l’antisemitismo dei golpisti ucraini: ‘’Secondo The Telegraph, Biletskij nel 2014 scrisse che “la missione storica della nostra nazione in questo momento critico è guidare le razze bianche del mondo in un’ultima crociata per la sopravvivenza. Una crociata contro gli untermenschen guidati dai semiti”. In un campo di addestramento militare per bambini l’anno scorso The Guardian notò diversi istruttori Azov con tatuaggi nazisti e razzisti, tra cui svastiche, il teschio delle SS e la scritta “White Pride”. Un miliziano di Azov spiegava a The Guardian che combatte la Russia perché “Putin è ebreo”. Parlando con The Telegraph, un altro elogiava Adolf Hitler, dicendo che l’omosessualità è una “malattia mentale” e la dimensione dell’Olocausto “è una grave domanda”’’. Ciononostante, Biletskij (fondatore del Battaglione Azov) riconosce al sionismo il merito di essersi “impegnato a ripristinare l’onore della razza bianca”, promulgando leggi che vietano di ‘‘mescolare le razze’’. Non soltanto gli USA, la Gran Bretagna e la UE, anche Israele è ossessionata dalla russofobia al punto da finanziare una ondata antisemita mondiale. I fascisti antisemiti italiani, a partire proprio da CasaPound, hanno legami di qualche tipo con il MOSSAD israeliano?

Grande Israele o Grande Khazaria?
Il giornale israeliano The Times of Israel, giornale di centro-sinistra con diversi giornalisti fuoriusciti da Haaretz, pubblicò nel 2014 un importante documento che rivela il sogno dell’estrema destra ebraica: ricostituire il Regno della Khazaria contro la Russia ortodossa.
Che cos’è la Khazaria? Ce lo spiega lo storico della sinistra ebraica (critica verso il sionismo), Shlomo Sand: ‘’Questo impero medievale dimenticato occupava un’area enorme, dal Volga alla Crimea e dal Don all’attuale Uzbekistan. Scomparve dalla Storia nel secolo XIII quando i Mongoli invasero l’Europa distruggendo tutto al loro passaggio. Migliaia di Khazari, fuggendo dalle orde di Batu Khan, si dispersero nell’Europa Orientale. La loro eredità culturale fu insperata’’ 4. Per altri storici come Marc Bloch ed Arthur Koestler i khazari vanno identificati con gli aschenaziti le cui comunità, differenziandosi dai sefarditi, ebbero un ruolo determinante nella pulizia etnica della Palestina storica. In questo modo, il sionismo aschenazita ha deturpato la storia ebraica spingendo le comunità giudaiche dell’est Europa su posizioni politiche intolleranti e proto-coloniali. Diversi studiosi – come ad esempio James Petras – definiscono lo Stato d’Israele uno Stato neofascista, alludendo a questa (triste) parabola.
Per il giornalista Wayne Madsen, Israele vorrebbe costituire uno Stato neo-ebraico, o meglio neo-sionista, nel cuore dell’Europa 5 e ideologicamente russofobo. Un progetto che cammina parallelamente alla sovversione neofascista sostenuta da USA ed UE. Ancora una volta, imperialismo e fondamentalismo religioso (evangelico e sionista) mettono a repentaglio la pace nel mondo. Un piano eversivo destinato, vista la portata della Resistenza filo-russa, al fallimento. Un fallimento che potrebbe portare ad un declino del mondo unipolare a dominio USA. La russofobia è una “malattia” dalle radici antiche che ha sempre portato conseguenze nefaste, come la storia insegna.

https://www.youtube.com/watch?v=l8HXoZwfp6o&fbclid=IwAR1iMnKhLetaNsiKpipd9k-I8z-DlrAAmhgMp_TW4fqfYQagTSYrhIWPezU&bpctr=1542904084
https://it.sputniknews.com/mondo/201807096216024-neonazismo-Azov-paramilitari-diritti-umani-Donbass/?fbclid=IwAR0wUWitwf7MSvKN1Ajsgmfg42K4CYF0qXx5aeePmgKmRM8N05Jx_sNbLsA
http://aurorasito.altervista.org/?p=1361&fbclid=IwAR0mCJXtUdxmMhEu-wFQ_ikRg6uLIdkaYuxdnZBmKfaz8UWPGcZHANRGsw4
http://unmondoimpossibile.blogspot.com/2016/06/linvenzione-del-popolo-ebraico-di.html
https://www.strategic-culture.org/news/2014/12/03/israel-secret-plan-for-second-israel-in-ukraine.html?fbclid=IwAR1_4gm4EyyzwdAg8jHs1pVdh5oifiell7l9dk0vr-LjG6vo3GAYZqgKF44

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Dalla parte dei popoli africani contro l’imperialismo francese

La Germania ha guadagnato miliardi dalla crisi che distrutto la Grecia

22 giugno 2018. Lorenzo Vita.
** FILE ** A Euro sculpture is seen in the autumnal sun in front of the European Central Bank ECB building, rear, in Frankfurt, Germany, in this Sept. 24, 2007 file picture. The European Central Bank, along with the U.S. Federal Reserve and others, plans to offer billions in short-term credit to banks in Europe to meet their demand for dollars amid tense financial markets. (AP Photo/Bernd Kammerer)
La Germania ha guadagnato miliardi dalla crisi che ha colpito la Grecia e che ha portato il popolo greco nel baratro dell’indigenza. A rivelarlo non sono movimenti euroscettici, né leader populisti né governi antitedeschi, ma direttamente il governo di Berlino, in risposta a un’interrogazione parlamentare promossa dai Verdi.
Da quanto si è potuto comprendere, le casse della Germania hanno guadagnato circa 2.9 miliardi di euro come conseguenza indiretta della crisi greca. Guadagni scaturiti, in gran parte, come risultato del programma di acquisto di titoli di debito greci da parte della Banca centrale europea.
Il meccanismo funziona così. Dal 2010 la Germania ha acquistato obbligazioni di Atene come parte di un accordo dell’Unione europea per sostenere l’economia greca. Le obbligazioni furono acquistate dalla Bundesbank e poi trasferite al tesoro statale.

L’accordo originale tra Berlino e Atene prevedeva che qualsiasi interesse guadagnato sulle obbligazioni sarebbe stato restituito alla Grecia quando avrebbe adempiuto ai suoi obblighi sulle riforme. Solo che è successo qualcosa che ha cambiato sensibilmente le carte in tavola.
Fino al 2017, la Bundesbank aveva guadagnato utili su quegli interessi pari a 3.4 miliardi di euro. Ma ne ha trasferiti molti di meno alla Grecia. 527 milioni nel 2013 e 387 milioni nel 2014, lasciando un utile di 2 miliardi e mezzo. A questi, si devono poi aggiungere 400 milioni di interessi maturati grazie a un prestito della KfW Bankengruppe (KfW), la Banca per lo sviluppo.
Dati che hanno provocato la rabbia dei Verdi, i quali da sempre chiedono alla Germania di allentare la morsa sul debito greco come gesto per far ripartire l’economia di Atene. “La Germania ha tratto notevoli benefici dalla crisi greca, non è accettabile che il governo consolidi il bilancio tedesco con i benefici della crisi greca”, ha detto il portavoce del gruppo parlamentare verde Sven-Christian Kindler.
Secondo Kindler, i greci hanno mantenuto le loro promesse sulle riforme facendo tagli dolorosissimi, ma “ora è il momento del gruppo euro di mantenere le sue promesse”. Ed è un attacco rivolto soprattutto alla Germania che, insieme ad altri Paesi dell’Europa settentrionale, ha sempre voluto mantenere il pugno duro nei confronti della Grecia.
Ieri, i ministri dell’eurozona hanno finalmente dato il via libera all’atteso taglio del debito pubblico greco. Il governo ellenico è stato “promosso”. Atene ha fatto quello che doveva fare, con 88 riforme sanguinose che l’Europa ha ritenuto necessarie per completare il piano di aiuto ai creditori. L’Ue sborserà l’ultima tranche di prestiti di circa 15 miliardi ed è stato esteso di 10 anni il termine per la scadenza dei prestiti.
“Questo è un momento storico per la Grecia e per l’Eurozona”, ha detto il commissario agli affari economici Pierre Moscovici. Sì, ma a quale prezzo? Come ricordato su questa testata, dal 2010 ad oggi “il potere d’acquisto è crollato del 24%, il 21,2% della popolazione, certifica Eurostat, vive in estrema povertà, il doppio del 2008. Lo scorso anno 130 mila persone, il 333% in più del 2013 hanno rinunciato alle eredità lasciate dai parenti perché non avevano i soldi per pagare le tasse”.
Alexis Tsipras non può certo cantare vittoria. Può solo sommessamente dire grazie ai suoi creditori, così come il popolo greco può provare a pensare di nuovo a un futuro di speranza. Ma i guadagni, cinici, della Germania sul debito greco dimostrano, ancora una volta, di cosa sia fatta questa Unione europea.

Fare cassa su un popolo affamato, per giunta alleato e partner di un’Unione come quella europea, dimostra che  l’Europa germanocentrica non è una realtà del mondo populista, ma uno scoglio per chiunque possa pensare a una Ue diversa. La Grecia, al collasso, che ha bisogno di soldi più di chiunque altro, vede il Paese economicamente più forte lucrare sul suo debito: lo stesso per cui sono morte persone, attività e imprese.

Preso da: http://www.occhidellaguerra.it/germania-crisi-grecia/

I numeri del tracollo della Grecia: così è stata distrutta dall’austerità

31 agosto 2018

Il 20 agosto scorso Alexis Tsipras ha scelto un riferimento omerico per celebrare la fine del programma di aiuti internazionali alla Grecia, dichiarando da Itaca che per il Paese era finita “la sua Odissea moderna”. Novello Ulisse, Tsipras deve probabilmente aver mangiato, al contrario del suo predecessore letterario, il frutto dell’oblio dei Lotofagi per arrivare a rivendicare un risultato tanto importante. La verità è che per la grande maggioranza della popolazione greca la data del 20 agosto non ha significato nulla di particolare, dopo otto anni di austerità che hanno letteralmente sconvolto il tessuto economico e sociale del Paese sulla scia di politiche restrittive imposte a uno Stato che non aveva una costituzione tale da sopportarla senza effetti traumatici.
Infografica di Alberto Bellotto

Infografica di Alberto Bellotto

Né possono apparire consolanti le dichiarazioni del portavoce di Tsipras, riportate da Agenzia Nova, secondo il quale la Grecia “sta tornando ad avere la piena sovranità economica” e non dovrà operare nuovi tagli alle pensioni, che del resto non avrebbero potuto incidere in maniera notevole visto che i precedenti hanno eroso fino al 70% gli assegni e, dal 2021 in avanti, un neopensionato su due riceverà 550 euro al mese.
I dati sulle pensioni sono solo l’inizio: i numeri del mattatoio economico che ha sconvolto la Grecia, a cui si è unita la massiccia svendita di asset pubblici di cui ha scritto Lorenzo Vita su Gli Occhi della Guerraparlano di un disastro sociale senza precedenti per un Paese oramai letteralmente a pezzi.

La macelleria sociale non allevia il debito della Grecia

L’austerità ha colpito la Grecia principalmente attraverso i tagli massicci alla spesa pubblica, alla prevenzione sociale e all’assistenza alle fasce più deboli della popolazione imposti dai vari memorandum a cui anche Tsipras, eletto con promesse di riscossa e orgoglio nazionale, si è prontamente chinato.
La Grecia, negli ultimi anni, ha registrato gli avanzi primari nel saldo tra entrate e uscite dello Stato più alti d’Europa, pari al 3,9% del Pil nel 2016 e al 4% (7,08 miliardi di euro) nel 2017. In assenza di manovre espansive per favorire la crescita, il solo avanzo primario non contribuisce affatto alla stabilità del debito pubblico, che anzi nel suo rapporto col Pil è notevolmente peggiorato nell’ultimo decennio, dato che il rapporto per la Grecia è passato dal 109,4% del 2008 al 180,8% del 2016.
Meno settore pubblico ha significato, per la Grecia meno investimenti strategici: come segnala Formiche, il Paese non è ancora in grado di coprire i 100 miliardi di deficit di investimenti creati cumulativamente nel periodo tra il 2009 e il 2017. In particolare la Grecia ha perso 16 posizioni nel World Economic Forum – Competitiveness Index nel periodo 2008-2016: è al 28esimo posto rispetto ai 28 Paesi dell’Ue. Inoltre ha perso sei posizioni nell’indice Doing Business della Banca Mondiale nel 2016/2017, mentre è al 27esimo posto tra i 28 paesi dell’Ue. Rigorosa nei suoi conti e nella sua ortodossia neoliberista, la Grecia ha pagato tutte le conseguenze della macelleria sociale nella maniera più grave.

Più che un’Odissea, quella della Grecia è un’ordalia

La Grecia ha impegnato tutta sé stessa nel programma di risanamento: in cambio di un alleviamento della quota di interessi dovuti ai creditori (principalmente istituti finanziari franco-tedeschi) e di un ridimensionamento del suo spread, Atene si è impegnata a spalmare il rimborso dei suoi debiti su un lasso di tempo smodatamente lungo, destinato a protrarsi fino al 2060. Mettere preventivamente in conto quarant’anni di ulteriore austerità significa abdicare a ciò che resta della sovranità politica ed economica del Paese.
L’obiettivo dell’Unione europea è il raggiungimento, entro quell’anno, della quota del 100% del rapporto debito-Pil. Più che un’Odissea, la Grecia è attesa da una vera e propria ordalia del fuoco, come segnala Bloomberg.
“Le proiezioni dell’Ue implicano un pensiero estremamente ottimistico”, si legge su un articolo della testata d’informazione finanziaria ripreso da Voci dall’Estero. “Per esempio, assumono un livello di austerità impossibile: la Grecia deve realizzare un avanzo primario di bilancio (al netto degli interessi) del 3,4% del Pil per un decennio, e poi del 2,2% fino all’anno 2060 – qualcosa che nessun paese dell’area dell’euro con una così  precaria storia economica ha mai fatto. Ridimensionando queste proiezioni a un soltanto improbabile 2 per cento e poi 1 per cento, e usando le stime di crescita e di tasso d’interesse del Fondo monetario internazionale, si ha un quadro molto diverso”, che vede il rapporto sfiorare il 300%.

Infografica di Alberto Bellotto

Infografica di Alberto Bellotto

“Anche in uno scenario ottimistico, la Grecia dovrà prendere in prestito centinaia di miliardi di euro dagli investitori privati ​​per pagare i suoi creditori ufficiali. Se quegli investitori penseranno che i debiti del governo sono fuori controllo, saranno costretti a ritirarsi – e i leader europei dovranno affrontare un’altra crisi greca”, che potrebbe essere prevenuta solo con un ragionevole condono di quote importanti del debito di Atene. Anche perché, sul lungo periodo, la somma della crisi economica all’avanzante inverno demografico che attende il Paese potrebbe rendere ancora più complessa qualsiasi speranza di ripresa.

L’errore del moltiplicatore

Si vuole imporre alla Grecia di proseguire su una strada che si è dimostrata errata sin dalle prime battute, tanto che il Fondo monetario internazionale ha di recente segnalato le valutazioni sbagliate condotte nel 2010 in occasione della scrittura del primo programma di assistenza strutturale ad Atene.
In particolare, l’Fmi aveva imposto a 0,5 il cosiddetto moltiplicatore fiscale che, come si può leggere sul blog di Alberto Bagnai, “esprime l’impatto che una manovra di spesa pubblica avrà sul Pil. Moltiplicatore di 0.5 significa che un aumento di spesa pubblica di un euro incrementa il Pil di 0.5 euro, e naturalmente (moltiplicando per meno uno), che una diminuzione di spesa pubblica di un euro decrementa il Pil di 0.5 euro”. Nella realtà, il moltiplicatore per la Grecia si è dimostrato essere addirittura triplo, come confermato da un crollo del Pil superiore al 25%.
I motivi politici della palese sottostima del moltiplicatore greco da parte del Fmi sono, per Bagnai, evidenti: “Era essenziale insufflare l’idea che i tagli non avrebbero danneggiato ‘troppo’ l’economia greca”, contro ogni evidenza reale. Secondo un disegno che ora si vorrebbe applicare nei decenni a venire.

Redditi a picco, meno sicurezza, meno imposte

Di sicuro la Grecia non può affidare la propria ripartenza ai consumi, a causa dell’erosione subita dal potere d’acquisto (-28% dal 2008) e del deficit di spese private e gettito fiscale per l’ancora elevato livello della disoccupazione, scesa sì di sette punti percentuali rispetto al picco del 2013 (27%) ma ancora circa otto punti sopra rispetto al 2010, come segnala Il Giornale.
Di fatto, sono inoltre stati smantellati gli ammortizzatori sociali: chi è senza un posto da tempo incassa appena il 7% di quanto percepiva prima del licenziamento contro il 55% garantito nella Repubblica ceca e il 68% in Lussemburgo. E chi un lavoro ancora ce l’ha, deve far fronte alla mannaia delle tasse, il 40% su uno stipendio medio mensile di 900 euro, contro il 14% versato dai contribuenti in Irlanda.
Non c’è luce in fondo al tunnel greco: dalle privatizzazioni a raffica al crollo dei prezzi degli asset, il Paese ha recuperato attrattività per gli investimenti proprio grazie alla precarietà delle condizioni del suo sistema economico e della sua società, afflitta dalla piaga di lavori precari e sottopagati: la modesta crescita economica è imputabile soprattutto alla ripresa del turismo e alle esportazioni, ma porta poche briciole nelle tasche di cittadini impoveriti dal dissesto sistemico del Paese.

In Grecia, ha scritto Martina Castigliani sul Fatto Quotidiano, “c’è la guerra. […] ce l’ha portata la troika, Bruxelles, Alexis Tsipras. Ce l’hanno portata gli uomini. Le città sono fortini di resistenza: centri di normalità fanno ombra a strade di periferie abbandonate dove si lotta per l’aria e per il pane”. Un’Odissea senza fine, nonostante i proclami del primo ministro.

Preso da: http://www.occhidellaguerra.it/i-numeri-del-tracollo-della-grecia-distrutta-dallausterita/

I frutti della Troika sulla Grecia: Hiv, disturbi mentali e suicidi

10 novembre 2018.
TOPSHOT - Tourists take pictures of slogans on a wall in central Athens, on August 18, 2018. - On August 20, Greece's third and final bailout officially ends after years of hugely unpopular and stinging austerity measures. The economy is growing slowly, and unemployment fell to below 20 percent in May for the first time since 2011. (Photo by LOUISA GOULIAMAKI / AFP)
La crisi greca esplode nel 2009: all’epoca come primo ministro si è appena insediato George Papandreou del Pasok, figlio di Andreas che risulta capo dell’esecutivo tra gli anni  Ottanta e Novanta e protagonista della vita politica successiva alla caduta dei colonnelli. In quei drammatici mesi dell’autunno del 2009, scoppia la “bolla”. Il governo dichiara di aver trovato bilanci falsificati, di conseguenza il debito appare molto più grave di quanto fino a quel momento si pensa. E già, come dimostrano le due elezioni anticipate in tre anni vissute dal paese e le tensioni sociali scoppiate ad Atene nel dicembre 2008, la situazione in Grecia non sembra rosea di suo prima degli annunci sul deficit da parte di Papandreou. A quel punto scattano i piani della cosiddetta “troika”: Ue, Fmi e Bce impongono riforme radicali alla Grecia, in cambio di prestiti per un valore di miliardi di Euro. È l’inizio del caos.

Il rapporto del Consiglio d’Europa

Quello che avviene da allora è sotto gli occhi di tutti. Vengono imposti piani di austerità che prevedono tagli enormi nella spesa pubblica. Per un paese già in recessione è una mazzata micidiale. Crolla il potere d’acquisto, crolla il commercio, ad Atene molti negozi sono costretti alla chiusura, la Grecia va subito in ginocchio. Vengono licenziati diversi impiegati pubblici, viene tagliato lo stipendio a chi rimane, anche nel privato i salari crollano. Per non parlare poi delle privatizzazioni dei servizi e dei settori più importanti dell’economia ancora in mano allo Stato. A livello politico questo comporta il crollo dei due principali partiti, ossia Pasok di centro sinistra e Nuova Democrazia di centro destra, e la vittoria nel 2015 della sinistra radicale con Tsipras. Nel luglio di quell’anno un referendum boccia l’ennesimo piano di austerità, migliaia di greci festeggiano in piazza il risultato e sembra preludio dell’uscita di Atene dall’Euro. Ma in realtà un nuovo piano, molto simile a quello bocciato, viene poi approvato ed il paese continua con le sue sofferenze.
La domanda di tanti in Europa in questi anni è: qual è la situazione reale in Grecia? Il paese è per davvero così disastrato oppure ci sono alcuni segnali positivi? Per rispondere, nei primi mesi del 2018 viene attivata la commissione diritti umani del Consiglio d’Europa. L’Ente, nonostante il nome, nulla ha a che vedere con Bruxelles e le istituzioni comunitarie: si tratta di un organismo che valuta il rispetto dei valori e dei diritti umani nel vecchio continente. A capo di questa commissione vi è Dunja Mijatović, la quale fino allo scorso 4 giugno assieme ai suoi colleghi gira la Grecia in lungo ed in largo per vedere in che situazione vive la popolazione. Pochi giorni fa vi è la pubblicazione del rapporto. I dati che emergono sono allarmanti: sanità al collasso, istruzione non più garantita, tasso di suicidi aumentato del 40%, numero dei senzatetto quadruplicato dal 2008 al 2016. È lo specchio di un paese devastato, colpito, con una società che vive un momento paragonabile a quello del periodo bellico. In poche parole, la risposta alle domande sopra poste è drammaticamente semplice: la Grecia è in ginocchio. 

Sanità ed istruzione elementi non garantiti

Il popolo greco viene descritto come estremamente depresso, insicuro e sotto stress. Gente che prima del 2008 non ha mai manifestato segni di squilibrio mentale, si ritrova a convivere con patologie tali da costringere spesso le autorità al trattamento obbligatorio. Ci sono giovani che non hanno nemmeno i soldi per emigrare, padri di famiglia passati in pochi anni dalla classe media a non avere più nulla, nemmeno cibo per i propri figli. Ci sono anche donne costrette a prostituirsi per poter sopravvivere, quartieri nelle grandi città diventati estremamente degradati. Ma ci sono poi altri dati che rendono la situazione ancora più agghiacciante. Il consiglio d’Europa riscontra infatti casi di Hiv e tubercolosi in grande aumento. Sembra quasi essenziale a questo punto specificare che tale reportage della commissione non proviene da un paese del terzo mondo, bensì da uno appartenente all’Eurozona. La Grecia fino al 2004 ospita le Olimpiadi, costruisce centri commerciali, si illude di essere a pieno titolo tra i paesi più avanzati. Ma adesso si riscopre terribilmente surclassata dalle imposizioni della troika. Ed impossibilitata a guardare al futuro con ottimismo.
Questo perché la stessa istruzione appare non garantita. I fondi destinati a questo settore sono quelli che risultano tra i più colpiti dall’ascia e dalla scure dei piani di austerità. Molti insegnanti sono stati licenziati o messi in pre pensionamento, chi è riuscito a rimanere all’interno del mondo della scuola deve fare turni più lunghi con paghe molto più misere. La qualità dell’istruzione, si legge nel rapporto, appare incredibilmente compromessa. E la stessa cosa si può dire della sanità. I fondi destinati al servizio sanitario nazionale sono diminuiti almeno del 50% dal 2009. Molti ospedali sono chiusi, in tanti mancano le medicine. Diversi pazienti affetti da tipologie gravi rischiano di non potersi curare perchè non più coperti dal sistema sanitario oppure perché impossibilitati a raggiungere gli unici centri di eccellenza rimasti nelle grandi città. In Grecia il senso di umanità e solidarietà tanto propagandato dall’Europa, quella di Bruxelles e Francoforte, si è perso da tempo. I piani di austerità sono finiti, ma non c’è un elemento da cui poter ricominciare. Tabula rasa, deserto economico: ecco la Grecia post troika. E non è un caso che ad attivarsi sia proprio la commissione sui diritti umani del Consiglio d’Europa. Quel che è stato compiuto in questi anni non è solo una questione economica ma, per l’appunto, coinvolge i basilari principi dei diritti dell’uomo.

Preso da: http://www.occhidellaguerra.it/l-allarme-del-consiglio-d-europa-grecia-al-collasso/

1914-1918, SI APRE L’ERA DEI MASSKILLER

di Fulvio Grimaldi

Nei prossimi giorni ci assorderanno con le celebrazioni della vittoria, il Piave mormorò, i nostri fanti, il generale Diaz, Trento e Trieste, I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”. Tra cimbali e fanfare, corse di bersaglieri, penne dritte degli Alpini, Vittorio Veneto, commossi elogi e severi moniti all’unità nazionale e all’amore per l’Europa “che ci ha dato 70 anni di pace” (Jugoslavia, spedizioni Nato e guerra ai poveri escluse) pronunciati dal capo dello Stato, siamo tutti chiamati a festeggiare la “vittoria”. Dal 2 novembre, giorno dei morti, al 4, giorno del “compimento del Risorgimento” con la ripresa delle “terre irridente” (Trento e Trieste, va pure bene, ma Bolzano, il Brennero e una popolazione straniera soggiogata che c’entravano?), patria, nazione, sovranità gonfieranno i petti e orneranno le labbra dei cerimonieri sui colli e dei loro chierichetti nelle redazioni. Subito dopo torneranno ad avere il sapore tossico che gli si attribuisce quando risultano concetti formulati dalla nota peste sovranista, populista, nazionalista, razzista e, perché no, va bene per ogni disturbatore, anche un bel po’ fascista.

Dalle crepe nell’edificio fatiscente delle Grande Guerra farà capolino qualche sparuto fiore. Qualcuno rapidamente ricorderà quell “Anno sull’Altopiano” di Emilio Lussu, o “La Grande Guerra” di Monicelli, controcanti ormai storici, nascosti ai giovani da strati di polvere. Accanto all’eroismo, al martirio, perlopiù involontari, di quelli sbranati nelle trincee (magari fucilati nella schiena dai propri ufficiali) e di quelli scampati, scolpiscono nella Storia l’infamia senza limiti dei comandi e dei profittatori imboscati nelle banche e nei consigli d’amministrazione. Colpi di cannone, strazi di moribondi e tintinnio di lire suonavano la canzone della patria.

Industriali e generali

L’Europa si sbranò per decidere chi dovesse essere più imperialista e più colonialista e quale classe dirigente dovesse avere la fetta più grossa nel cannibalismo planetario. Fece staccare il biglietto per questo cammino alla gloria e ai dobloni della sua borghesia a 14 milioni di morti ammazzati. L’Italia fece la sua parte, Agnelli, produttori di armi e innovatori tecnologici in testa. Per porsi al passo con un futuro capitalista di sconfinato arbitrio e altrettanto sconfinata ricchezza predata dal basso, vaticinato dalla borghesia e, come in ogni trasferimento di ricchezza e di consolidamento di potere, accompagnato dalle Chiese, i parvenu del nostro capitalismo, gli arrembanti delle magnifiche sorti e progressive, offrirono in pasto ai loro appetiti 600mila giovani vite. I cappellani militari benedivano, gli ufficiali sparavano a chi non attaccava con sufficiente vigore.

Braccia perlopiù sottratte all’agricoltura.

ODESSA 2 maggio 2014 un massacro impunito

Di Luciano Bonazzi


Oggi è il 2 Maggio, per molti di voi significa poco, alcuni diranno che significhi che domani sarà il tre, e poi il 4 di maggio, ma non importa, non vi biasimo, nessun telegiornale ne parla o ricorda questa data. Eppure per me significa molto.

Il 2 maggio di 4 anni fa si consumava uno dei più efferati e sanguinosi delitti della storia recente. Parlo del massacro avvenuto nella Casa dei Sindacati ad Odessa, nella fu Ucraina, scrivo fu in quanto dopo il colpo di stato e i massacri ad esso seguiti non può più esistere o essere considerato legale uno stato criminale. Il colpo di stato cui mi riferisco è chiaramente quello preparato e finanziato da potenze straniere e consumatosi in piazza Maidan a Kiev.

Il malcontento della popolazione di molte regioni ucraine aumentò nei mesi seguenti sfociando in grandi dimostrazioni di piazza, simili ma del tutto opposte a quella di Maidan, innanzitutto perchè spontanee ed in difesa dello stato di diritto. Un presidio permanente si svolgeva da giorni ad Odessa ed in questa importante città, strategica per le potenze organizzatrici della rivolta colorata, doveva essere spenta nel sangue ogni scintilla di ribellione. Fu così che gli ucraini inviarono le milizie naziste mascherate da tifosi di calcio, approfittando di una partita che si sarebbe svolta in quel nefasto giorno. Naturalmente nessuno andò allo stadio, arrivarono armati, organizzati, preparati allo scontro e decisi al massacro di ogni resistente e così fecero.

Attaccarono dapprima i manifestanti pacifici, li fecero a pezzi con le spranghe di ferro, innumerevoli furono i ricoveri per ferite anche gravi. Gruppi organizzati portavano le bottiglie molotov per allontanare i gruppi più riottosi a ritirarsi, e li fecero arretrare fino alla piazza antistante la Casa dei sindacati. Qui si svolse la tragedia. Alcune tv locali filmarono i capi dei nazisti ucraini che sparavano contro i resistenti al golpe asserragliati dentro la casa dei sindacati, pensavano di aver trovato scampo al suo interno ma finirono invece in trappola.

Squadre di assassini penetrarono all’interno dell’edificio, uccidendo tutti coloro che si trovavano all’interno a mano a mano che li incrociavano, sono stati trovati corpi di donne denudati, corpi semicarbonizzati, corpi abusati in maniera oscena ed indicibile, una barbarie infinita e terribile.
Cose che davvero fanno pensare a quanto possa scendere in basso l’umanità, il tutto coperto con il lancio continuo di bombe molotov all’ingresso per creare fumo che coprisse ciò che accadeva, chi tentava di abbandonare l’edificio, ci sono le immagini, veniva pestato a morte appena uscito. Altri colpiti dal fuoco dei cecchini appena si affacciavano alle finestre.
La versione ufficiale parlò di 48 morti ma il conteggio ufficiale non rese mai conto delle denunce di scomparsa che si accumularono, fino ad ipotizzare un numero di molto superiore alle 100 vittime.

Nessun processo è mai arrivato a stabilire una responsabilità per quanto accaduto, come per i cecchini di piazza Maidan i golpisti non cercarono mai i colpevoli di quelle stragi, per evitare di autoaccusarsi sicuramente. Se cercate su Wikipedia non trovate informazioni complete a riguardo, se non due righe mal scritte e che ricalcano la versione delle autorità bollando il tutto come scontro tra tifoserie ed incidente dovuto al fumo: Ma noi sappiamo bene cosa accadde.

Ricordo bene quel giorno, e la notizia data in tv, in RAI, la giornalista disse che era avvenuto un “incidente” ad Odessa e che si contavano decine di morti, mi chiesi che razza di incidente potesse causare tante vittime, un frontale tra un treno ed un autobus pensai. Che strano modo di dare una notizia, questo mentre le tv presenti trasmettevano in diretta le immagini dalla piazza, le fiamme, le urla, gli spari, e la furia assassina dei nazionalisti ucraini. Altro che incidente, vidi subito che si trattava di un vero “pogrom”, un massacro, programmato, preordinato, e portato a compimento con spietata determinazione. Il silenzio dei media di quel giorno mi allarmò, sospettavo ed avevo chiaro sentore che molte cose spiegate o raccontate nei tg, scritte sui giornali, o anche commentate da “esperti”, fossero false, che la realtà venisse piegata ad un racconto, ad una versione che doveva essere passata per tacere l’indicibile, l’Ucraina aveva visto in prima fila nel sostegno ad un golpe l’Unione Europea e gli USA, pertanto andava difesa l’immagine che tenesse lontana la realtà delle bande di assassini nazisti, di criminali al governo, di stragi commesse, di giornalisti e esponenti politici massacrati di botte od eliminati fisicamente, come di li a poco sarebbe accaduto anche al nostro connazionale, il coraggioso e bravo Andrea Rocchelli, fotografo e giornalista, ucciso dagli stessi nazisti ucraini il 24 dello stesso mese di maggio, assieme al suo interprete Andrei Mironov, e per il quale oggi è in corso un processo che sta chiarendo le responsabilità ucraine anche nel nascondere i fatti e insabbiare la verità. Non potevano i giornalisti italiani sia televisivi che delle maggiori testate, non vedere ciò che io da casa vedevo in diretta streaming, eppure tacquero, e riferirono sempre la versione delle autorità, quelli dovevano essere i fatti e quello il numero delle vittime.

Da quel giorno, turbato e credo anche shoccato dalle immagini, decisi che non avrei più accettato le notizie dal mondo per come mi venivano proposte, decisi che avrei dovuto capire quali fossero realmente gli eventi che sarebbero poi accaduti di li in avanti, senza più accontentarmi delle versioni della tv o della stampa, capire divenne una priorità, e mi accorsi che nello storytelling forzato e a tratti fantasioso del mainstream le incongruenze, le inesattezze, le illogicità e le falsità belle e buone abbondavano più di quanto si potesse mai ritenere accettabile.

Una democrazia si basa sull’opinione dei cittadini espressa poi attraverso il voto, ma questa opinione si deve formare dalla conoscenza corretta dei fatti, perché se le informazioni vengono sistematicamente e unanimemente o quasi travisate o addirittura falsate, ecco che per i cittadini formarsi una opinione corretta sui fatti, diviene impossibile.

Certamente non ho e non abbiamo mezzi in grado di contrastare una simile macchina, ma con il passare degli anni il numero di coloro che come me, si è accorto di tutto ciò, è andato crescendo, come anche la nostra capacità di filtrare la realtà separandola dalla finzione della propaganda occidentale. È nato quel giorno, da quella strage, una fame di verità e di comprensione che non si è mai placata, ma che è cresciuta man mano e che si spera serva anche ad altri a comprendere il mondo in cui viviamo e a impegnarsi a sua volta a combattere la cattiva informazione che è finalizzata prima di tutto al controllo di noi cittadini.

Spero che un giorno anche per i martiri della Strage di Odessa si possa fare giustizia, non solo degli esecutori, ma soprattutto dei mandanti, i quali, spiace dirlo, temo siano seduti al comando di quello sciagurato Paese.

Stefano Orsi


Preso da: https://lucianobonazzi.altervista.org/odessa-2-maggio-2014-un-massacro-impunito/

Non uno di meno! Ecco come le ONG aprono la strada alle case farmaceutiche nei mercati “emergenti”

di Sonia Savioli*
Non uno di meno! Ecco come le ONG aprono la strada alle case farmaceutiche nei mercati emergenti

La scienza medica in Occidente e nei cosiddetti “mercati emergenti” (li chiamano così le multinazionali e le loro varie agenzie di servizi) è totalmente nelle mani delle grandi industrie farmaceutiche, a loro volta ormai emanazioni dei consorzi finanziari globali e sotto il loro completo e costante controllo. Come potremmo dire? Tutti insieme costituiscono una delle filiali o ramificazioni dell’Impero Globale.

“Cosa facciamo stasera, prof?”

“Quello che facciamo tutte le sere, Mignolo, tentiamo di conquistare il mondo!”

Per conquistare il mondo con i farmaci, oltre ad avere in mano l’istruzione e la carriera dei medici presenti e futuri, bisogna che aumentino gli ammalati. Ogni persona sana è un consumatore mancato, un cliente perso. Ora, bisogna dire che lo sviluppo industrial-capitalistico ha già fatto tutto il possibile per ammalarci, dai pesticidi agli additivi e conservanti sintetici, dai rifiuti tossici al cloro nell’acqua potabile, dagli allevamenti intensivi ai telefoni cellulari, dal trasporto privato di persone e merci e conseguente intasamento di strade con milioni di auto e camion che intasano l’aria di melma tossica, tutto il suo progresso nuoce alla salute umana e non. Adesso però tocca alle multinazionali del capitalismo global-farmaceutico fare l’impossibile: ottenere che ogni umano o animale domestico sulla faccia deturpata del pianeta diventi loro cliente. Non uno di meno!

La malattia cronica e inguaribile (ma curabile, naturalmente) è quella che prediligono e, se non c’è, non si scoraggiano. Con l’aiuto della “scienza”, dei media e dell’OMS si può benissimo inventarla. Colesterolo, pressione sanguigna, diabete, per esempio, si prestano particolarmente a trattamenti a vita di pazienti (anche troppo) occidentali. Basta far sì che gli “scienziati” al vertice delle scientifiche istituzioni (corporazioni) e al vertice delle varie agenzie sanitarie sovranazionali decidano di abbassare il tasso dei suddetti colesterolo ecc. e tutti diventiamo ammalati cronici. Dimostrando così senza più ombra di dubbio alcuno che la scienza è un’opinione.  https://www.ilgiornaledelcibo.it/nuovi-parametri-colesterolo/   https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/cardiologia/giu-il-colesterolo-ancora-di-piu
Chi crea l’opinione, per esempio, nel caso del colesterolo che deve abbassarsi sempre di più (chissà se possiamo vivere anche senza di esso, se continua così lo sapremo presto) è la European Society of Cardiology (Società Europea di Cardiologia), che definisce sé stessa una no-profit. Ma guarda. Si vede che sono tutti volontari che, finito il lavoro, si dedicano alla cura dei cardiopatici indigenti. No. Forse la parola “Società” è più appropriata. Sapete, quelle aziende dove ci si associa per fare profitti tutti insieme. Infatti, se andate a vedere il programma del loro congresso, troverete una parte “fieristica” dedicata all’industria. L’industria del farmaco e suoi annessi e connessi. https://www.escardio.org/Congresses-&-Events/ESC-Congress/Exhibition-and-industry
https://www.escardio.org/static_file/Escardio/Congresses/ESC%20Congress/Documents/2018/ESC2018-IndustryProgramme-HD.pdf

Lì ci sono tutte, anche quelle che non avete mai sentito nominare. A questo punto, credere o non credere a ciò che dice la scienza è solo questione di fede, come credere alle fate, al malocchio o, se vogliamo fare un salto di qualità, come credere in un Dio o nell’altro. Non ho niente contro gli dei, né contro le fate. L’importante è che non facciano male a nessuno, né loro né i loro credenti. Per quel che riguarda la scienza medica, avrei molti dubbi sulla sua innocuità. Tutte quelle pilloline per abbassare colesterolo, pressione e glicemia, per esempio, non sono affatto prive di effetti collaterali anche gravi. Che a volte neanche il nostro medico conosce, anche perché non ha il tempo di informarsi su tutte le nuove medicine che quotidianamente i piazzisti del farmaco gli propongono. http://www.dottorperuginibilli.it/patologie/85-i-pericoli-delle-statine-quello-che-non-vi-e-stato-detto-sui-farmaci-che-abbassano-il-colesterolo
https://www.farmacovigilanza.eu/content/disturbi-neuropsichiatrici-da-statine
http://salute24.ilsole24ore.com/articles/18499
https://www.alzheimer-riese.it/contributi-dal-mondo/ricerche/2824-perdita-di-memoria-tra-gli-effetti-collaterali-delle-statine-farmaco-anti-colesterolo.html

Magari voi, se avete più tempo dei medici, andate a leggervi gli articoli di cui vi do i link, potrebbero essere salvifici.

Ma passiamo ora ai “mercati emergenti”. Anche lì si può contare sul no-profit, ovvero sulle ONG, per salvare milioni di persone dalla malattia.
“In cosa investiamo, stasera, prof?”
“Investiamo nella malaria, Mignolo”

Quella della malaria e dei suoi rimedi è una storia particolarmente interessante da molti punti di vista.

Esiste una pianta, l’Artemisia Annua, che cresce in Asia e che è usata da secoli nella fitoterapia cinese, in grado di curare la malaria. E’ una pianta medicinale priva di effetti collaterali e che funziona egregiamente. L’uso fitoterapico della pianta naturale, cioè delle sue foglie,
risulta anzi molto più efficace dei medicinali sintetici a base del suo principio attivo. https://quellidellartemisiaannua.org/proprieta-ed-usi-dellartemisia-annua-intervista-al-dr-andrea-passini/
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3527585/

Già negli anni ottanta-novanta i cinesi, quando cominciarono la loro personale conquista economica dell’Africa (in forma di collaborazione, a differenza dell’Occidente, benché sul modello sviluppista che l’Occidente ha imposto al mondo), si portarono dietro l’Artemisia Annua e i suoi semi come prevenzione e rimedio contro la malaria e, dato che il suo uso si diffondeva nel continente, la progredita scienza industrial-mercantile si diede da fare a cercare un rimedio per questa epidemia di medicina naturale, del tutto in contrasto con il suo progresso. Così, utilizzando l’Artemisia Annua (non sono riusciti a farne a meno, anche se ci hanno sicuramente provato), hanno creato dei medicinali sintetici a base di Artemisina, principio attivo della pianta. L’Artemisina è tossica, a differenza della pianta. http://hallmarknews.com/anti-malarial-drug-amodiaquine-raises-serious-health-concerns/  Succede. La vita non è semplificabile, come sembrano credere gli scienziati dello “sviluppo” e degli affari. L’Artemisia Annua è un organismo vivente, le sue componenti innumerevoli e le loro relazioni imperscrutabili. Però, mentre la pianta uno se la poteva coltivare dietro casa o in un barattolo sul balcone, i medicinali a base di Artemisina li deve comperare. Oppure il suo governo li deve comperare per lui. A basso prezzo però, perché con grande spirito filantropico la Sanofi  Aventis rinuncia al brevetto. Difficile brevettare il principio attivo di una pianta naturale, e comunque non si può brevettare la pianta che lo produce e che uno può coltivarsi sul balcone. Ma si può, con l’aiuto di Medici Senza Frontiere e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, far esultare i media per la bontà e la buona volontà delle multinazionali farmaceutiche. “Nasce l’antimalarico senza brevetto, così l’Africa potrà curarsi da sola” era il trionfante titolo de La Repubblica nel 2007. http://www.repubblica.it/2007/02/sezioni/scienza_e_tecnologia/farmaco-malaria-africa/farmaco-malaria-secondo/farmaco-malaria-secondo.html

Non è che magari l’Africa si è sempre curata da sola, prima che arrivassimo noi ad ammalarla? Comunque il basso prezzo era garantito anche dal fatto che il nuovo e strepitante medicinale veniva prodotto in Marocco, sempre per aiutare l’Africa.
Peccato che non funzioni e, nonostante la cura venga protratta per sempre più tempo e a dosi sempre più alte, il Plasmodium Falciparum, il parassita della malaria, se la ride dell’Artemisina, mentre probabilmente il fisico dei pazienti trattati non ci trova niente da ridere. http://www.healthdesk.it/ricerca/malaria-resistenza-farmaci-minaccia-anche-lafrica-1429801200   In più, c’è sempre il rischio che la gente torni alle tisana di foglie di Artemisia Annua e che guarisca. Alla fine però un rimedio lo hanno trovato, e che rimedio: il vaccino.

Così, malati o sani, tutti diventano clienti, pardon, pazienti.  E che il vaccino non funzioni è un vantaggio: invece di sostituirsi ai farmaci a base di Artemisina, vi si assomma. Vaccino più trattamento con farmaci, che bel mercato procura la malaria. Che il vaccino non funziona lo dicono tutti, compresa l’Organizzazione Mondiale della Sanità. http://www.who.int/malaria/media/rtss-phase-3-trial-qa/en/

Perché non funziona? Perché la malaria non è un virus né un batterio, è un parassita. Hanno provato ad iniettarlo morto nei “pazienti” e, naturalmente, non li ha immunizzati, ora provano con quello vivo e il risultato (il risultato della sperimentazione che loro riferiscono) è di un’immunizzazione che non arriva al 40% pur schiaffando in corpo ai bambini (africani) ben quattro dosi di vaccino. In compenso aumentano gli effetti collaterali: meningite e… malaria. E se lo dicono loro…
E allora? Niente paura, la moderna scienza fa volare gli asini. Dopo questi bei risultati, dati dalla sperimentazione sui bambini africani del vaccino RTS,S detto anche Mosquirix, della Glaxo, si passa a una più larga sperimentazione e “Ghana, Kenya e Malawi guidano la sperimentazione del vaccino contro la malaria”, esultano la Nazioni Unite, e “Il primo vaccino della malaria arriva in Ghana, Kenya e Malawi” esultano gli uomini d’affari. https://www.un.org/sustainabledevelopment/blog/2017/04/ghana-kenya-and-malawi-to-pilot-malaria-vaccine-trial-un/

Esultano per gli stessi motivi, non avranno anche gli stessi obiettivi?

Manca ancora qualcuno, ma se vuotiamo il sacco viene fuori. La filantropia mondiale. Prima di tutto, lo avrete indovinato, la Bill & Melinda Gates Foundation. Dicono di aver speso (investito) due miliardi di dollari per combattere la malaria, e dicono di star facendo pressione sui governi di qua e di là dal mare perché ne spendano anche loro.  https://www.gatesfoundation.org/What-We-Do/Global-Health/Malaria

Poi abbiamo PATH, una ONG internazionale che si occupa di “medicina” a tutto campo, dai farmaci e dai vaccini agli strumenti diagnostici a quelli digitali. PATH e la Bill & Melinda Gates Foundation sono sempre assieme, come lo squalo e la remora. Questa no-profit si occupa di profitti, investimenti, affari, rischi politici ed economici, naturalmente nel campo sanitario  https://www.path.org/leadership/jo-addy-mba-mpa/ e per la salute delle aziende sanitario-farmaceutiche globali. https://www.path.org/leadership/dean-allen/ Nelle biografie dei suoi capi si parla di milioni di dollari guadagnati, di sviluppo finanziario-industriale. Ci si rivolge ai clienti.  https://www.path.org/partner-invest/corporations/

Da questo punto di vista PATH è un compendio estremamente istruttivo dell’intreccio tra istituzioni sovranazionali, finanza internazionale e suoi “derivati” come Big Pharma, organizzazioni così dette no-profit e governi (l’ultima ruota del carro).
Comunque, per essere una no-profit, PATH di profitti ne fa parecchi anche di suo, dato che ha bilanci e risorse ammontanti a parecchi milioni di dollari.   https://path.azureedge.net/media/documents/PDS2016-IRS990.PDF
Poi, se proprio non vogliamo farci mancare nulla, diamo un’occhiata anche alle risorse della benemerita MSF o DWB, ONG internazionale che noi chiamiamo Medici Senza Frontiere. E che distribuisce e somministra artesunato-amodiachina soprattutto ai bambini sotto i cinque anni e alle donne incinta, che nel 2015 si vantava di aver “trattato” 735.000 bambini in Niger, Ciad e Mali, 17.000 nella Repubblica Centrafricana, e ben 1.800.000 persone in Sierra Leone https://www.medicisenzafrontiere.it/news-e-storie/news/malaria-msf-prima-linea-prevenire-che-i-bambini-si-ammalino/. Inoltre, distribuisce zanzariere trattate con gli insetticidi, sempre per proteggere gli africani dalla malaria. E chi li protegge dagli insetticidi? Siamo seri ed esaminiamo seriamente i vari “trattamenti” che MSF elargisce agli africani. Ci sono vari studi condotti da ricercatori cinesi, cambogiani, britannici, americani, che lavorano in prestigiosi e insospettabili centri di ricerca, i quali dimostrano che l’Artesunato-amodiachina, alle dosi consigliate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è neurotossico ed epatotossico.  https://malariaworld.org/blog/chronic-toxicity-artesunate-and-artemether Ciononostante, l’OMS continua a consigliarlo e MSF a somministrarlo. Quanto alle zanzariere impestate, immagino che gli africani vadano in giro indossandole dalla testa ai piedi, altrimenti a cosa servono?

Le zanzare non si aggirano solo all’interno delle abitazioni, non ti pungono solo quando sei a letto a dormire. Ma forse servono alle ditte che li producono. Pensate, l’UNICEF fa un congresso annuale con i fornitori di zanzariere impestate contro la malaria; un congresso di affari,
dove l’UNICEF è il compratore.  https://www.unicef.org/supply/index_39977.html Coi nostri soldi, che passano dalle tasse agli “aiuti allo sviluppo”, e coi soldi degli africani, che passano dai loro governi alle nostre multinazionali e/o alla Banca Mondiale in forma di debito. Naturalmente le aziende delle zanzariere impestate sono grosse compagnie occidentali https://www.vestergaard.com/, gli africani si devono accontentare di qualche briciola e delle zanzariere avvelenate https://www.ft.com/content/212189c2-f83c-11e5-96db-fc683b5e52db e, poiché non sanno cosa farsene e, fortunatamente, non pensano di indossarle, le usano per pescare, creando senza colpa alcuna altro danno a sé stessi e al mare di cui vivono e di cui viviamo tutti, anche se non ce ne ricordiamo.  https://www.theguardian.com/environment/2018/jan/31/global-use-of-mosquito-nets-for-fishing-endangering-humans-and-wildlife

Una piccola curiosità, per voi che siete curiosi. Le zanzariere avvelenate sono trattate con insetticidi detti piretroidi. Come per l’Artemisina, si tratta di sostanze chimico-sintetiche tossiche e persistenti, che imitano una sostanza naturale, il piretro. Il piretro è un fiore, tossico per gli animali a sangue freddo e solo per loro. Il piretro naturale si usa nell’agricoltura biologica, avendo la precauzione di non farlo finire in corsi d’acqua (i cui abitanti sono tutti a sangue freddo), e di non irrorare a destra e a manca e a qualsiasi ora, per non uccidere gli insetti indiscriminatamente. Dopo alcune ore, comunque, perde anche le sue proprietà tossiche per insetti, rettili e pesci, e non lascia traccia. Il maggior coltivatore mondiale di questa pianta è il Kenia ma l’Africa non se ne giova. Noi prendiamo i suoi fiori di piretro per farci il nostro insetticida biologico e a loro mandiamo le zanzariere impregnate di insetticidi chimico-sintetici tossici. Medici Senza Frontiere non distribuisce il piretro keniota, insegnando agli africani delle zone malariche come usarlo, ma distribuisce, istigata da UNICEF e OMS, le zanzariere delle multinazionali danesi e americane ecc. e gli insetticidi di altra bella gente, che tra l’altro fa anche farmaci. Non domandiamoci perché, non lo sapremo mai con certezza. Imperscrutabile è l’animo e il cervello umano.

Qualcos’altro possiamo però sapere. Che il bilancio di MSF Stati Uniti era nel 2017 di 349 milioni di dollari e rotti. https://www.doctorswithoutborders.org/sites/default/files/2018-06/2017%20Doctors%20Without%20Borders%20Financial%20Statements.pdf
Che le spese di Medici Senza Frontiere a livello globale, nel 2017, erano di un miliardo e seicentoquattordici milioni di euro. file:///C:/Users/Campus%2010/Downloads/MSF_Financial_Report_2017_FINAL_WEB.pdf  Quindi, una potenza economica. Non ci meraviglieremo dunque di venire a sapere che la paga base dei suoi direttori USA è di 102.000 dollari l’anno https://www.glassdoor.com/Salary/M%C3%A9decins-Sans-Fronti%C3%A8res-Director-Salaries-E574190_D_KO25,33.htm, mentre quella del suo direttore esecutivo britannico è di “solo” 79.716 sterline. Nell’aprile 2017, adesso magari sarà qualcosina di più. https://www.msf.org.uk/senior-executive-salaries
Poi si chiamano “volontari”! E’ chiaro che sono volontari, non c’è mica bisogno di costringerli.

*Giornalista, saggista. Il suo ultimo libro è “Ong. Il cavallo di troia del capitalismo globale” (Zambon, 2018)

Sankara: basta rapinare l’Africa, col debito. E lo uccisero

10/9/2017.
Noi pensiamo che il debito si analizzi prima di tutto dalla sua origine. Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo. Quelli che ci hanno prestato denaro sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri Stati e le nostre economie. Sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali, che erano i loro fratelli e cugini. Noi non c’entravamo niente con questo debito. Quindi non possiamo pagarlo. Il debito è ancora il neocolonialismo, con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici – anzi, dovremmo invece dire “assassini tecnici”. Sono loro che ci hanno proposto dei canali di finanziamento, dei “finanziatori”. Un termine che si usa ogni giorno, come se ci fossero degli uomini che solo “sbadigliando” possono creare lo sviluppo degli altri. Questi finanziatori ci sono stati consigliati, raccomandati. Ci hanno presentato dei dossier e dei movimenti finanziari allettanti. Noi ci siamo indebitati per cinquant’anni, sessant’anni e più. Cioè siamo stati portati a compromettere i nostri popoli per cinquant’anni e più.
Thomas SankaraIl debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee. In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso. Ci dicono di rimborsare il debito.
Non è un problema morale. Rimborsare o non rimborsare non è un problema di onore. Abbiamo prima ascoltato e applaudito il primo ministro della Norvegia, intervenuta qui. Ha detto, lei che è un’europea, che il debito non può essere rimborsato tutto. Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché se noi non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno, siamone sicuri. Invece se paghiamo, saremo noi a morire, ne siamo ugualmente sicuri. Quelli che ci hanno condotti all’indebitamento hanno giocato come al casinò. Finché guadagnavano non c’era nessun problema; ora che perdono al gioco esigono il rimborso. E si parla di crisi. No, signor presidente. Hanno giocato, hanno perduto, è la regola del gioco. E la vita continua.
Migranti, bambini africani sbarcati in ItaliaNon possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito. Non possiamo pagare il debito perché, al contrario, gli altri ci devono ciò che le più grandi ricchezze non potranno mai ripagare: il debito del sangue. E’ il nostro sangue che è stato versato. Si parla del Piano Marshall che ha rifatto l’Europa economica. Ma non si parla mai del Piano africano che ha permesso all’Europa di far fronte alle orde hitleriane quando la sua economia e la sua stabilità erano minacciate. Chi ha salvato l’Europa? E’ stata l’Africa. Se ne parla molto poco. Così poco che noi non possiamo essere complici di questo silenzio ingrato. Se gli altri non possono cantare le nostre lodi, noi abbiamo almeno il dovere di dire che i nostri padri furono coraggiosi e che i nostri combattenti hanno salvato l’Europa e alla fine hanno permesso al mondo di sbarazzarsi del nazismo.
Il debito è anche conseguenza degli scontri. Quando ci parlano di crisi economica, dimenticano di dirci che la crisi non è venuta all’improvviso. La crisi è sempre esistita e si aggraverà ogni volta che le masse popolari diventeranno più coscienti dei loro diritti di fronte allo sfruttatore. Oggi c’è crisi perché le masse rifiutano che le ricchezze siano concentrate nelle mani di pochi individi. C’è crisi perché pochi individui depositano nelle banche estere delle somme colossali che basterebbero a sviluppare l’Africa intera. C’è crisi perché di fronte a queste ricchezze individuali, che hanno nomi e cognomi, le masse popolari si rifiutano di vivere nei ghetti e nei bassifondi. C’è crisi perché i popoli rifiutano dappertutto di essere dentro una Soweto di fronte a Johannesburg. C’è quindi lotta, e l’esacerbazione di questa lotta preoccupa chi ha il potere finanziario.
Fidel CastroCi si chiede oggi di essere complici della ricerca di un equilibrio. Equilibrio a favore di chi ha il potere finanziario. Equilibrio a scapito delle nostre masse popolari. No! Non possiamo essere complici. Non possiamo accompagnare quelli che succhiano il sangue dei nostri popoli e vivono del sudore dei nostri popoli nelle loro azioni assassine. Signor presidente, sentiamo parlare di club – Club di Roma, Club di Parigi, Club di dappertutto. Sentiamo parlare del Gruppo dei Cinque, dei Sette, del Gruppo dei Dieci, forse del Gruppo dei Cento o che so io. E’ normale allora che anche noi creiamo il nostro club e il nostro gruppo. Facciamo in modo che a partire da oggi anche Addis Abeba diventi la sede, il centro da cui partirà il vento nuovo del Club di Addis Abeba. Abbiamo il dovere di creare oggi il fronte unito di Addis Abeba contro il debito. E’ solo così che potremo dire, oggi, che rifiutando di pagare non abbiamo intenzioni bellicose ma, al contrario, intenzioni fraterne.
Del resto, le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico comune. Quindi il club di Addis Abeba dovrà dire agli uni e agli altri che il debito non sarà pagato. Quando diciamo che il debito non sarà pagato non vuol dire che siamo contro la morale, la dignità, il rispetto della parola. Noi pensiamo di non avere la stessa morale degli altri. Tra il ricco e il povero non c’è la stessa morale. La Bibbia, il Corano, non possono servire nello stesso modo chi sfrutta il popolo e chi è sfruttato. C’è bisogno che ci siano due edizioni della Bibbia e due edizioni del Corano. Non possiamo accettare che ci parlino di dignità. Non possiamo accettare che ci parlino di merito per quelli che pagano, e perdita di fiducia per quelli che non dovessero pagare. Noi dobbiamo dire, al contrario, che oggi è normale si preferisca riconoscere come i più grandi ladri siano i più ricchi.
L'ex premier norvegese Gro Harlem BrundtlandUn povero, quando ruba, non commette che un peccatucolo per sopravvivere e per necessità. I ricchi sono quelli che rubano al fisco, alle dogane. Sono quelli che sfruttano il popolo. Signor presidente, non è quindi provocazione o spettacolo. Dico solo ciò che ognuno di noi pensa e vorrebbe. Chi non vorrebbe, qui, che il debito fosse semplicemente cancellato? Quelli che non lo vogliono possono subito uscire, prendere il loro aereo e andare dritti alla Banca Mondiale a pagare! Non vorrei poi che si prendesse la proposta del Burkina Faso come fatta da “giovani”, senza maturità ed esperienza. Non vorrei neanche che si pensasse che solo i rivoluzionari parlano in questo modo. Vorrei semplicemente che si ammettesse che è una cosa oggettiva, un fatto dovuto. E posso citare, tra quelli che dicono di non pagare il debito, dei rivoluzionari e non, dei giovani e degli anziani. Per esempio Fidel Castro ha già detto di non pagare. Non ha la mia età, anche se è un rivoluzionario. Ma posso citare anche François Mitterrand, che ha detto che i paesi africani non possono pagare, i paesi poveri non possono pagare. Posso citare la signora primo ministro di Norvegia. Non conosco la sua età e mi dispiacerebbe chiederglielo, è solo un esempio.
Vorrei anche citare il presidente Félix Houphouët Boigny. Non ha la mia età, eppure ha dichiarato pubblicamente che, quanto al suo paese, la Costa d’Avorio, non può pagare. Ma la Costa d’Avorio è tra i paesi che stanno meglio in Africa, almeno nell’Africa francofona. E per questo, d’altronde, è normale che paghi un contributo maggiore, qui. Signor presidente, la mia non è quindi una provocazione. Vorrei che molto saggiamente lei ci offrisse delle soluzioni. Vorrei che la nostra conferenza adottasse la risoluzione di dire chiaramente che noi non possiamo pagare il debito. Non in uno spirito bellicoso, bellico. Questo per evitare di farci assassinare individualmente. Se il Burkina Faso da solo rifiuta di pagare il debito, io non sarò qui alla prossima conferenza! Invece, col sostegno di tutti, di cui ho molto bisogno, col sostegno di tutti potremo evitare di pagare. Ed evitando di pagare potremo consacrare le nostre magre risorse al nostro sviluppo.
SankaraE vorrei terminare dicendo che ogni volta che un paese africano compra un’arma, è contro un africano. Non contro un europeo, non contro un asiatico. E’ contro un africano. Perciò dobbiamo, anche sulla scia della risoluzione sul problema del debito, trovare una soluzione al problema delle armi. Sono militare e porto un’arma. Ma, signor presidente, vorrei che ci disarmassimo. Perché io porto l’unica arma che possiedo. Altri hanno nascosto le armi che pure portano. Allora, cari fratelli, col sostegno di tutti, potremo fare la pace a casa nostra. Potremo anche usare le sue immense potenzialità per sviluppare l’Africa, perché il nostro suolo e il nostro sottosuolo sono ricchi. Abbiamo abbastanza braccia e un mercato immenso, da Nord a Sud, da Est a Ovest. Abbiamo abbastanza capacità intellettuali per creare, o almeno prendere la tecnologia e la scienza in ogni luogo dove si trovano.
Signor presidente, facciamo in modo di realizzare questo fronte unito di Addis Abeba contro il debito. Facciamo in modo che, a partire da Addis Abeba, decidiamo di limitare la corsa agli armamenti tra paesi deboli e poveri. I manganelli e i machete che compriamo sono inutili. Facciamo in modo che il mercato africano sia il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa. Produciamo quello di cui abbiamo bisogno e consumiamo quello che produciamo, invece di importarlo. Il Burkina Faso è venuto a mostrare qui la cotonella, prodotta in Burkina Faso, tessuta in Burkina Faso, cucita in Burkina Faso per vestire i burkinabé. La mia delegazione e io stesso siamo vestiti dai nostri tessitori, dai nostri contadini. Non c’è un solo filo che venga d’Europa o d’America. Non faccio una sfilata di moda, ma vorrei semplicemente dire che dobbiamo accettare di vivere africano. E’ il solo modo di vivere liberi e degni.
(Thomas Sankara, estratto dal “discorso sul debito” pronunciato al vertice panafricano di Addis Abeba, Etiopia, il 29 luglio 1987. Un anno dopo, il 28 ottobre, Sankara verrà assassinato a Ouagadougu, capitale del Burkina Faso, che quattro anni prima aveva liberato, con la sua rivoluzione, dal colonialismo francese. Il presidente dell’Organizzazione per l’Unità Africana, cui Sankara si rivolge nel discorso, è il congolese Denis Sassou-Nguesso, mentre la citata premier norvegese è Gro Harlem Brundtland, progressista e ambientalista. Riletto oggi, il celebre discorso di Sankara – martire socialista della sovranità democratica dell’Africa – è particolarmente illuminante, di fronte alla tragedia quotidiana dell’esodo dei migranti africani).

Preso da: http://www.libreidee.org/2017/09/sankara-basta-rapinare-lafrica-col-debito-e-lo-uccisero/

Occidente compatto al fianco di al-Qaeda…17 anni dopo l’11/9

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Diciassette anni dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, l’Occidente è il migliore alleato di al-Qaeda e degli altri jihadisti spalleggiati dalle monarchie del Golfo Persico. Lo si vede bene in Siria, dove Usa ed Europa fanno di tutto per impedire che le truppe di Assad appoggiate da russi e iraniani conquistino l’ultima roccaforte ribelle nella provincia di Idlib.
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Qui si stima combattano 10/15 mila miliziani per lo più di Tharir al-Sham (ex Fronte al Nusra, braccio di al-Qaeda in Siria) le cui milizie controllano il 60 per cento di quel territorio.

La caduta dell’ultimo lembo di Siria in mano ai jihadisti è vista come una sciagura dall’Occidente che, dopo aver aiutato con armi e “consiglieri militari” i ribelli anti-Assad, oggi minaccia raid aerei come quelli scatenati nell’aprile scorso se il regime siriano dovesse impiegare armi chimiche.
Ipotesi improbabile poichè Assad non avrebbe alcun vantaggio politico o militare ad impiegare armi chimiche ma l’intelligence russo ha raccolto molte prove che i jihadisti stanno organizzando, con l’aiuto di contractors britannici, un finto-attacco col cloro per attribuirne la colpa a Damasco e giustificare un blitz.
Una sceneggiata già vista più volte in Siria, necessaria all’Occidente per coprire un appoggio ai qaedisti che farà rivoltare nella tomba le vittime dell’11/9 e del terrorismo islamico.
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Per il segretario di Stato americano, Mike Pompeo i russi hanno ragione a dire che a Idlib ci sono i terroristi ma “devono combatterli senza mettere a rischio la vita di civili innocenti”. Come hanno fatto gli Usa in Somalia, Afghanistan, Iraq, Yemen e in ogni altro Stato dove sono intervenuti in armi?
Da quale pulpito viene la predica: 16 anni di “guerra dei droni” hanno provocato migliaia di “danni collaterali” e solo nella battaglia di Mosul centinaia di civili sono stati colpiti per errore dai raid aerei Usa. L’Isis, come i qaedisti e tutti i gruppi insurrezionali, utilizzando i civili come scudi umani ma per Pompeo solo le bombe russe rischiano di uccidere innocenti.
Con sommo sprezzo del ridicolo, il segretario di Stato ha infatti dichiarato poco dopo che nel conflitto yemenita i militari sauditi ed emiratini (alleati di ferro degli Usa) “prendono misure evidenti per ridurre il rischio contro i civili nel quadro delle loro operazioni militari”.
Esercito conquista al Nusra
Anche la Francia è un convinto fans dei qaedisti: il ministro degli Esteri, Jean Yves Le Drian, minaccia rappresaglie in caso di attacco chimico e teme che l’offensiva siriana “rischi di disperdere migliaia di foreign fighter all’estero, mettendo in pericolo l’Occidente”.
Strano che la stessa preoccupazione non l’abbia avuta in occasione delle offensive della Coalizione contro l’Isis a Raqqa e Mosul a cui hanno preso parte anche i militari francesi e che hanno fatto crollare lo Stato Islamico determinando il ritorno in Europa di molti foreign fighters.
Persino la Germania, nonostante la Costituzione “pacifista, valuta di partecipare ai raid aerei anglo-franco-americani che verrebbero scatenati in seguito ad attacchi chimici, veri o falsi che siano.
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Dovrebbe far riflettere il fatto che Berlino non abbia mai lanciato un solo ordigno contro l’Isis né contro i talebani ma sia pronta a combattere Assad per aiutare i tagliagole di al-Nusra, 50 dei quali sono peraltro ricercati come terroristi dalla polizia criminale tedesca.
Del resto l’Europa vendutasi ai petrodollari del Golfo, sta aiutando il terrorismo islamico anche sul fronte interno: jihadisti scarcerati in massa, foreign fighters lasciati liberi di muoversi, estremisti sovvenzionati dal nostro welfare e immigrazione islamica dilagante.
“Dobbiamo impedire che la Siria sia distrutta dalla guerra civile” ha detto l’11 settembre il presidente del parlamento europeo, Antonio Tajani. Ora è troppo tardi ma avremmo potuto farcela sei anni fa se non ci fossimo schierati con al-Qaeda e gli altri jihadisti.
@GianandreaGaian
da Libero del 15 settembre 2018
Foto:  AP, Ghouta media center, AFP, Fronte al-Nusra

Preso da: https://www.analisidifesa.it/2018/09/occidente-compatto-al-fianco-di-al-qaeda-17-anni-diopo-l119/