Dietro le quinte del colpo di stato libico: l’aiuto russo alla Jamahiriya (I parte)

  • Dietro le quinte del colpo di stato libico: l’aiuto russo alla Jamahiriya
    (I parte)
    [06.10.2011] di GilGuySparks

Ex maggiore delle forze speciali della Armata Rossa, Ilya Korenev, ufficiale dell’ex Unione Sovietica, divenuto tenente colonnello nella Russia odierna, ufficialmente in pensione, ha rilasciato nelle scorse settimane un’intervista preziosa pubblicata ieri dal sito Argumenti.ru, vicino ai servizi segreti russi.
Koronev ha trascorso quasi sei mesi accanto al colonnello Gheddafi e alla sua famiglia con il compito di supportare con la sua esperienza maturata tra Caucaso e Russia, le difese delle forze lealiste della Jamaijria libica.
Ilya Koronev è stato intervistato dopo aver passato una settimana in America Latina per le cure di ferite e contusioni procuratesi nel deserto libico, vicino al confine con l’Algeria.

Alla  domanda sul come sarebbe arrivato in Libia visto che la Russia non ha ufficialmente fornito assistenza a Gheddafi, il colonnello risponde senza giri di parole:

Il viaggio è stato svolto nella primavera di quest’anno in Algeria, come missione commerciale. Ma il problema principale era quello di farlo a Tripoli. Da concordare con l’ambasciata per il transito di una “carovana”. Sono andato al quartier generale di Muammar Gheddafi. Quasi subito abbiamo cominciato a preparare il personale della 32° brigata d’elite, che è stata ordinata e comandata da Khamis al-Gheddafi. Si è svolta la preparazione e l’addestramento per il combattimento in ambienti urbani. Il fatto che Tripoli non sarebbe stata in grado di resistere, è apparso chiaro circa a giugno o luglio. Quindi si cominciò a preparare il personale delle brigate a condurre addestramenti per gli scontri in piccoli gruppi autonomi nelle aree urbane, e al di fuori degli insediamenti. Ci siamo concentrati sulla formazione di commandos.
I soldati e gli ufficiali della 32° sono stati ben preparati. Alcuni si erano formati tra i corpi d’elite in Francia. Ma in Libia è molto rinomata la scuola militare russa.

Apprendiamo diversi dettagli inediti sulla guerra in Libia delle potenze colonialiste occidentali che erano rimasti coperti per tutto questo tempo. Determinante per la comprensione della preparazione delle difese della Libia lealista il racconto del colonnello Koronev che rivela come la preparazione dei corpi d’elite iniziò immediatamente durante la primavera con il contributo di personale russo:
Li abbiamo addestrati alle tattiche di combattimento in piccoli gruppi, istruendoli grazie all’esperienza dei guerriglieri nella Grande Guerra Patriottica e – in Cecenia. Piccoli gruppi di 20-30 elementi addestrati allo scopo di attaccare convogli militari e dopo il sabotaggio commesso, retrocedere in aree di sicurezza.

Proseguendo nel suo racconto sotto insistenza dell’intervistatore Alexander Grigoriev che sottolineando l’uso del termine “noi” in relazione al lavoro di preparazione del personale della 32° brigata d’elite di Khamis al-Gheddafi, chiedeva: “[…]sai di qualcun altro che era con te in Libia?” – il colonnello Ilya Korenev rispondeva:

Certo, non ero solo. Tutto quello che posso dire in questo momento, è che dei nostri ragazzi sono da Gheddafi. Dalla Russia, per lo più funzionari in pensione,che hanno terminato incarichi per l’esercito russo, così come specialisti delle ex repubbliche sovietiche.”

Koronev rivela quindi che un congruo staff di personale militare, ufficialmente non più in attività presso l’esercito russo, ha lavorato dall’inizio del conflitto in Libia con compiti di consulenza militare e di addestramento, nonostante il divieto delle autorità russe per i propri cittadini di recarsi nella Libia, dicendo:
Chi può negare ad un alto ufficiale di inviare un subordinato in Algeria per un viaggio d’affari? Per esempio, in cooperazione tecnico-militare?“.
Il supporto russo al di là di quello che è apparso sui media, c’è stato e come è in uso in questi casi l’operazione è stata condotta attraverso paesi terzi. Il ruolo della Russia all’interno della vicenda verrebbe così illuminata da una luce particolare che la porrebbe parte in causa e possibile prossimo obiettivo dell’espansionismo imperialistico delle potenze europee e degli USA:
I professionisti capiscono che l’attacco alla Libia – fa parte di azioni previste. Le prossime saranno: Siria, Algeria, Yemen, Arabia Saudita, Iran, Asia Centrale e Russia. Non importa in quale sequenza. Ma la Russia rischia di pagare un prezzo prima […] circondata da radar e basi militari ostili […] mentre cresce la corruzione e il dissenso all’interno del paese.

Riguardo alla caduta di Tripoli e alle responsabilità nella difesa della capitale, il colonnello chiarisce quello che alla fine di agosto andò storto e che portò all’impossibilità di mantenere il controllo della città più popolata della Libia:
Il fatto che mantenere Tripoli sarebbe stato impossibile, è diventato chiaro in giugno/luglio. Pertanto era necessario preparare personale brigata per l’impegno in piccoli gruppi autonomi sia in ambienti urbani, sia all’interno sia all’esterno degli insediamenti, concentrandosi sulla formazione per il sabotaggio.[…]
L’errore non è stato nella difesa, ma nella valutazione del conflitto. E’ avvenuto che Gheddafi viveva in due mondi paralleli. Non ha aderito ad una certa politica, come il leader della Corea del Nord. […] Gheddafi non credeva all’attacco contro il suo paese fino a poco tempo fa. Anche a metà agosto, quando sono stati condotti attacchi missilistici e bombardamenti su Tripoli, in altre città, ha parlato con Berlusconi e Sarkozy. Gli avevano assicurato che l’operazione di terra a Tripoli non ci sarebbe stata. Diversi anni fa, Gheddafi si era proposto di creare un potente sistema di difesa aerea nella sua interezza. Questo avrebbe potuto esser fatto attraverso alcuni dei paesi dell’ex Unione Sovietica. Ma credeva che queste azioni avrebbero solo teso i rapporti con gli Stati Uniti e l’Europa. Ripeteva che l’Italia e anche Francia e pure la Gran Bretagna gli avevano assicurato che la guerra di terra contro la Libia non ci sarebbe stata. Un errore, anche, è stato il lungo monitoraggio degli ufficiali libici corrotti. Sarebbe stato necessario arrestarli immediatamente, per non diffondere il contagio impunemente. Ma Gheddafi voleva far rivelare quanto più possibili traditori. L’indecisione di Gheddafi, in virtù del suo personale punto di vista sul conflitto, fu, per inciso, il fattore che persuase diversi alti ufficiali militari a prendere un paio di milioni di dollari e passare dalla parte dei ribelli. Immaginate, che ovunque vi sia una pioggia di pietre che cadono sulla testa, e voi dite mi piacerebbe tenere una festa. Molti si farebbero convincere ad andarvi secondo voi? Specialmente quelli che saranno obiettivi importanti e primari per il nemico.
Il fattore umano, anche in Africa, è il fattore umano
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Durante gli ultimi anni erano stati compiuti molti sforzi da parte del colonnello Gheddafi e della sua famiglia di rompere l’isolamento che stringeva il paese; dopo la fine riservata a Saddam Hussein, il colonnello aveva cercato in tutti i modi di ricostruire un rapporto con Inglesi e Americani risarcendo le vittime dell’attentato di Lockerbie, anche se sussistevano seri dubbi sulla reale matrice libica dell’attentato. Ha instaurato un rischioso rapporto di collaborazione di intelligence con CIA e MI6 acconsentendo le illegal rendition di terroristi islamici; numerosissimi riscontri testimoniano che la città di Tripoli era divenuta una delle tappe di transito dei voli della CIA e dell’MI6 che trasportavano presunti terroristi islamici per provvedere ad interrogatori particolari con l’uso ampio di torture di ogni genere.

Saif al Islam era anche giunto ad affidare praticamente l’intero fondo sovrano della Libia alla Goldman Sacs (che era l’equivalente di dare in consegna eroina ad un tossico), infatti “all’inizio del 2008 il fondo sovrano libico, controllato dal colonnello Moammar Gheddafi, [aveva] affidato 1,3 miliardi di dollari al gruppo Goldman Sachs per investirlo in valute e in altri complicati strumenti finanziari. Gli investimenti hanno persero il 98% del loro valore, secondo i dati di un documento interno di Goldman.

Secondo un cablogramma dell’ambasciata americana a Tripoli del 15.01.2009 (The pro-U.S. group included Moammar Gadhafi id187231) sebbene molto sospettoso nei confronti degli americani, Gheddafi incoraggiava una collaborazione con gli USA che valutavano ambivalente la posizione del governo libico, spaccato al suo interno in due posizioni una filo USA ed una più cauta: “Elementi elevati del regime erano rimasti in conflitto sulla natura del rapporto che Libia ha voluto con gli Stati Uniti[..]. C’erano “due correnti” di pensiero all’interno del GOL(Governo libico) rispetto ai legami Usa-Libia: una pro-U.S. e un gruppo che è rimasto sospettoso sulle motivazioni degli Stati Uniti e fermamente contrario ad un impegno più ampio successivo. Il gruppo pro-U.S. comprendeva Muammar Gheddafi, il Presidente della Gheddafi Development Foundation Saif al-Islam al-Gheddafi, il Consigliere della Sicurezza Nazionale Muatassim Gheddafi, il direttore esterno dell’organizzazione della sicurezza il direttore Musa Kusa, un alto funzionario del regime Abdullah Sanussi, e membri chiave della Commissione Rivoluzionaria e della vecchia guardia Mustapha e Kharrubi al-Hweildi al-Hmeidi. […] Muammar al-Gheddafi in genere sosteneva l’incremento della cooperazione USA-Libia, ma con “riserve” nate da una preoccupazione costante che l’eventuale obiettivo del coinvolgimento degli Stati Uniti con la Libia fosse un cambio di regime.”
Le preoccupazione di Muammar Gheddafi erano tutt’altro che infondate, visto che gli Usa attraverso la loro ambasciata a Tripoli tessevano la trama della dissidenza e si informavano sugli equilibri nelle regioni orientali della Libia, dove il controllo degli apparati di sicurezza libici erano molto più vulnerabili. Alla luce dell’avvicinamento all’occidente di Gheddafi, andrebbe letto il punto di vista russo sulla questione libica; il colonnello Koronev non manca di sottolineare e lo fa in maniera chiara, alcuni degli errori di fondo dell’approccio di Gheddafi rispetto alla situazione che si era venuta a creare, in particolare la fiducia riposta fino all’ultimo nelle cancellerie europee di Francia, Inghilterra e Italia che escludevano, mentendo, l’uso di reparti militari di terra.

Il colonnello Iliya Koronev  non ha trascurato di soffermarsi sulla rocambolesca fuga da Tripoli dalla quale uscirono indenni con una fortuna alla quale anche lo stesso colonnello stentava a credere, dilungandosi in inediti dettagli della caduta di Tripoli:
Siamo messi sull’avviso da “Al Jazeera” e CNN. Abbiamo visto filmati della “vittoria” dei ribelli girati in Qatar. Era già noto dello scenario della piazza Verde a Tripoli, allestita nel deserto vicino a Doha. Sapevano ciò che erano [quelle immagini]. Quei filmati sono stati il segnale per l’attacco dei ribelli e dei sovversivi. Immediatamente dopo queste immagini in tutta la città “cellule dormienti” dei ribelli cominciarono a creare posti di blocco, tagliavano i centri di comando tra gli ufficiali di stanza che non avevano tradito Gheddafi. Nel porto è cominciato lo sbarco di truppe straniere. Uno dei fianchi ha smesso di rispondere. Il Generale Eshkal ha consegnato la posizione senza combattere. Gheddafi ha ordinato di non cessare il fuoco […] Per non trasformare in una bolgia Tripoli si è rettificato l’ordine alle unità dell’esercito e dei civili. Diverse centinaia di unità d’artiglieria hanno rifiutato di conformarsi al presente ordine e stavano combattendo nella città, nel tentativo di infliggere il massimo danno al nemico, per distoglierlo dal perseguire la leadership e il comando. Essi continuano a resistere. Da più di un mese a Tripoli, ci sono zone in cui anche gli islamisti non sono ben d’accordo. E’ una loro (dei lealisti) scelta, è la loro città, e io li capisco.
L’attacco ebbe inizio. Abbiamo lasciato la casa vicino alla base del Bab al-Aziz […]. Solo poche ore dopo con diverse vetture abbiamo lasciato la città e ci siamo trasferiti in un luogo sicuro. Si è scappati appena in tempo – prima che colpissero tre volte consecutive la casa – bombe anti bunker e bombe di profondità. Le macchine erano jeep comuni, non ci sono “Mercedes” appositamente costruite per Gheddafi. Perché attirare l’attenzione? Anche se non ho dubbi che gli americani spesso sanno dove è al-Gheddafi. Ma i razzi e le bombe sono ripresi dopo 5 minuti dopo la partenza. Sembrano averlo dimostrato che da un momento all’altro si potesse essere distrutti, ma finora, a quanto pare, c’è un divieto di distruzione. Nel conflitto libico hanno fatto molta attenzione anche agli attacchi psicologici di informazione.

[Continua]

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/10/06/dietro-le-quinte-del-colpo-di-stato-libico-laiuto-russo-i-parte/

il Grande Gheddafi.

di Pepe Escobar
19.08.2011
È notte tarda a Tripoli e il Grande Gheddafi sta sorseggiando un White Russian, fuma qualche prodotto magrebino di prima scelta e sta sintonizzando lo schieramento di TV al plasma nella sua tenda nella fortezza di Bab al-Aziziyah. Ma neppure una succulenta infermiera ucraina potrebbe pacificare la sua anima irrequieta.
Rimane sbigottito di fronte alle storie che vengono propinate da quella sbobba alfabetica occidentale, conosciuta come “informazione”; giurano che Muammar Gheddafi è “assediato”, “esausto”, che “cerca una via di uscita”, che “si sta preparando a scappare” (in Tunisia) e che è “solo una questione di tempo” prima che il suo regime “collassi”.

Tutto questo avviene perché una manica di barbari beduini appoggiati dalle bombe della North Atlantic Treaty Organization (NATO) ha deciso di pisciargli sul tappeto.

Il Grande Gheddafi: Quello scendiletto ci sta proprio bene in questa stanza.
Non riesce facilmente a immaginarsi “assediato”. Dopo che in Libia il suo successo al botteghino è almeno raddoppiato negli ultimi mesi. E allora qualche tizio della Casa Bianca ha detto a questi tizi di attenersi a un cessate il fuoco dove la NATO avrebbe gestito solo alcune parti della Cirenaica – sì per Bengasi, no per Misurata – e che avrebbe istituito una forza di peacekeeping con gli elmetti blu dell’ONU.
Guarda al calendario sull’iPhone; il sacro mese del digiuno del Ramadan durerà fino al 29 agosto. Ci sono ancora circa dieci giorni prima che il cessate il fuoco entri in funzione. Ma gli americani, come sempre, sono stati avidi. Volevano tutte le concessioni di petrolio e di gas su cui poter mettere le mani, e volevano che lui si mettesse da parte. Il petrolio e il gas, si può trattare, è solo un prezzo. Per quanto riguarda le dimissioni, lasciamo perdere.
L’assistente del Grande Gheddafi: Quando facciamo la manovra di rugby, io passo da dietro, ne prendo uno e lo riempio di botte! Giusto?
Il Grande Gheddafi: È un gran bel piano. È davvero ingegnoso, se ho capito correttamente. Come un fottuto orologio svizzero.
Che genere di guerra “popolare” era questa? I suoi ragazzi dell’intelligence gli avevano portato su un piatto d’argento l’ultimo sondaggio Rasmussen, secondo il quale solo il 20% degli Americani sosteneva lo scandalo dei bombardamenti degli Stati Uniti/NATO, specialmente perché questi pagliacci stavano bombardando folle di civili, persino bambini. Gli europei – la gente vera, non i burocrati di Bruxelles – erano ancora più disgustati.
E come poter comprendere questi nichilisti europei che hanno cercato di far passare la storia che lui, Gheddafi, fosse un “perfido dittatore ” che voleva “uccidere la sua gente”!
L’assistente del Grande Gheddafi: Nichilisti! ‘Sti cazzi. Voglio dire, dì quello che ti pare dei principi del Socialismo Nazionale, Drugo Arabo, ma almeno è una filosofia.
Gli europei nichilisti stavano bombardando le infrastrutture civili, privando molte persone nella Libia occidentale di cibo e di acqua, per fare in modo che si potessero “sollevarsi” per abbatterlo. Così funziona una guerra per “proteggere i civili” per queste menti malate occidentali: fare cacare addosso i civili.
Il Grande Gheddafi sapeva di non essere solo. La gente di Tripoli non era “impaurita”. Gli studenti, gli insegnanti, le persone comuni, tutti ben armati di kalashnikov, RPG e mortai, erano pronti a fare la propria parte, per controllare i margini della città, per presidiare un cordone di posti di blocco, per organizzare una difesa casa per casa. I “ribelli della NATO” non ce l’avrebbero mai fatta.
L’assistente del Grande Gheddafi: Ho delle informazioni, capo. C’è altra roba buona là fuori!
Davvero. Ora lui sapeva che le più grandi tribù – Warfa’llah, Washafana, Tarhouna, Zlitan – erano con lui e che, smentendo la propaganda dei “ribelli della NATO “, Zawiya, Gharian e Surman non era cadute.
Lui sapeva che questi personaggi ripugnanti del Consiglio di Transizione Nazionale sarebbero stati sempre immischiati nelle loro guerre tribali, alla fin fine piccole guerre civili.
Non riusciva ancora a credere quanto fossero ottusi gli Americani e gli Europei per innaffiare di soldi la brigata di Abu Ubaidah bin Jarrah, che si rifiuta di combattere sotto la guida dei “ribelli NATO” e invece controlla la “sicurezza interna”, decapitando i nemici.
Ora lui riusciva a godere anche del supporto della bellicosa tribù Obeidi, che comprende la famiglia del generale Abdul Fatah Younis, il suo ex ministro degli Interni, disertore e comandante in capo dei “ribelli”, ucciso dai “ribelli NATO” stessi.
Questi fessi occidentali, che fino a ieri stavano baciando l’orlo delle sue lussuose tuniche nella sua tenda itinerante, stavano ora sbavando sui succosi contratti commerciali e le ancora più succose lottizzazioni dei campi petroliferi, credendo di essere in grado di contenere l’inevitabile, colossale guerra tribale e civile.
Il Grande Gheddafi: Allora, se puoi scrivere il mio assegno per il 10% di mezzo trilione…. 50 miliardi… che devo uscire per mescolarmi alla gente.
Ha sempre saputo perché gli erano venuti a pisciare sul tappeto. Perché non aveva rilasciato le concessioni petrolifere che i drogati di tè, i mangiaranocchi e gli yankee volevano. E così loro, e quegli ineffabili bastardi sauditi hanno iniziato a fomentare questi tizi fanatici collegati ad al-Qaeda, proprio come fecero in Afghanistan negli anni ’80.
I “banksters” occidentali hanno inventato una Banca Centrale “alternativa” – con l’aiuto di HSBC – per rubare i soldi della Libia. Hanno anche inventato una nuova, totalmente privatizzata, compagnia petrolifera nazionale gestita dal Qatar, per rubare il petrolio delle Libia. Perché non ci avevano pensato prima a questa truffa, la “guerra umanitaria”? Avrebbe potuto farci un sacco di soldi.
Il Grande Gheddafi: Tu hai la tua storia, io ho la mia. Io dico che ti avevo affidato i soldi, e *tu* li hai fatti sparire!
La “coalizione”: Come se noi avessimo mai *sognato* di prenderci i tuoi soldi merdosi!
E il blowback arriverà, e saranno cazzi amari.
Le bombe della NATO hanno messo in crisi l’industria petrolifera libica per almeno tre anni. Ma questi vigliacchi non hanno le palle per iniziare la Battaglia di Tripoli, uccidendo donne e bambini a frotte.
Il Grande Gheddafi: Ah! Fascisti del cazzo!
Dovranno bombardare Tripoli per portarla all’età della pietra, come hanno fatto a Baghdad. O sganciare qualche peste biologica per svuotare l’intera città.
Il Grande Gheddafi: Io lo so, il Drugo lo so Non può reggere, lo sa. Quest’aggressione non può reggere, caro mio.
Bene, se questo è il genere di paradiso che la NATO assieme a quei “democratici” dei Sauditi e dei Catarioti volevano, il Drugo Arabo acconsentirà, rendendogli la vita un inferno. Un caotico libero mercato, una base Africom nel Mediterraneo, un governo fantoccio inconsistente, un Karzai libico, e una guerriglia che li combatterà fino al giorno del Giudizio. Un nuovo Afghanistan.
Il Grande Gheddafi ha messo la Chocolate Watchband sul suo iPodI just dropped in/ to see/ what condition my condition was in – io ho controllato il perimetro e sono uscito nella notte non tanto fredda del Nord Africa. Ma non per molto. I jet della NATO facevano cerchi nel cielo, e poi sette forti esplosioni hanno colpito Bab al-Aziziyah.
Lo Straniero: L’oscurità si abbatté sul Drugo, più nera del culo di un manzo nero in una notte senza luna nella prateria. Non c’era fine.

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La NATO (euro-yankee) detta la politica di Al-Qaeda

Responsabile dei servizi di sicurezza libici accusa LA NATO di sostenere AL-QAEDA

 Madison Ruppert, Contributing Writer –Activist Post


La “guerra al terrore” americana è una farsa progettata per togliere  libertà agli americani consolidando la ricchezza e il potere nelle mani dell’élite.

Da quando è iniziata la guerra al terrorismo, assolutamente nessun progresso misurabile è stato fatto e l’intera nomenclatura assegnata a questa “guerra” rafforza questo fatto dimostrando che questa è una guerra che è destinata a continuare per sempre, in tutto il mondo.

Per coloro che sono ancora preda dell’illusione che stiamo combattendo il terrorismo, il nostro supporto ai ribelli apertamente legati ad al Qaeda in Libia ( lo stesso gruppo al Qaeda responsabile per l’invio di militanti in Iraq per uccidere i soldati americani) dovrebbe aver frantumato questa illusione.

Il capo dei servizi di sicurezza libici , che sono i reali servizi di sicurezza libici non i ribelli criminali di guerra affiliati ad al-Qaeda, Abdullah al-Snousi, l’ha chiarito molto bene in una dichiarazione in data odierna.

La seguente dichiarazione è stata pubblicata sul blog in diretta di Al Jazeera in Libia,  ma non è stato specificato a chi è stata fatta questa dichiarazione o in quale luogo.

“Quello che stiamo affrontando ora in questa guerra è la NATO guidata da al-Qaeda. I funzionari europei e occidentali stanno mentendo al loro popolo quando dicono che stanno combattendo il terrorismo. Infatti stanno combattendo con il terrorismo contro il popolo libico e stanno eseguendo gli ordini di al Qaeda.

Ciò che troviamo veramente strano è che gli stessi che ci hanno mostrato questi elementi come terroristi sono le stesse persone che adesso supportano proprio questi elementi terroristi. Ora la coalizione internazionale non è contro il terrorismo, ma tra l’Occidente e il terrorismo. E i miei colleghi, i capi dei servizi segreti di tutto il mondo sanno di cosa sto parlando. Capo libico dei servizi di sicurezza Abdullah Al-Snousi “.

Sono in disaccordo che la guerra è “guidata da al-Qaeda”, in quanto sarebbe del tutto sciocco pensare che al Qaeda detta la politica americana.

Rettifico, stabilendo che  è l’America che detta la politica ad Al-Qaeda.

Il semplice fatto è che stiamo sostenendo terroristi in Libia e incoraggiando attivamente un gruppo di individui con forti legami con i terroristi per rovesciare il regime di Gheddafi, per sostituirsi al potere.

Proprio come i regimi autoritari di tutto il mondo, la leadership ribelle non è stata scelta o approvata dal popolo della Libia.

Essi si sono dichiarati gli unici rappresentanti legittimi del popolo della Libia e rapidamente sono stati accettati come tali dai governi occidentali.

Le nazioni occidentali a sostegno di questi ribelli affiiati ad Al-Qaeda poi, a dispetto delle convenzioni di Vienna, hanno rubato territorio sovrano libico e l’hanno consegnato agli illegittimi inviati ribelli.

Possiamo solo sperare che una volta che questi ribelli prenderanno il pieno controllo sulla Libia la governeranno correttamente e democraticamente, ma purtroppo tutti i segni attuali dimostrano che questo non sarà il caso.

Perché? Perché le forze di opposizione hanno già iniziato a servire i loro padroni globalisti vendendo loro petrolio greggio dolce e istituendo una banca privata centrale per trasformare la Libia da ricco paese Africano indipendente in una nazione impoverita schiava del debito obbligata verso i cartelli bancari, come il FMI , la Banca Mondiale e la Banca dei Regolamenti Internazionali.

Tutto ciò che possiamo fare a questo punto è sostenere il diritto del popolo libico ad un governo democraticamente eletto e, purtroppo, non è questa la strada che attualmente si sta seguendo.

Madison Ruppert è l’editor e il Proprietario -Operatore dell’archivio di notizie alternative e di analisi End The Lie e non ha alcuna affiliazione con qualsiasi ONG, partito politico, scuola di economia o altra organizzazione/causa. Se avete domande, commenti o correzioni non esitate a contattarlo all’indirizzo admin@EndtheLie.com

Fonti: Activist Post 21 Agosto 2011
Traduzione: Anna Moffa per ilupidieinstein.blogspot.com

Adattamento di LibyanFreePress

Preso da: https://libyanfreepress.wordpress.com/2011/08/24/la-nato-euro-yankee-detta-la-politica-di-al-qaeda/

I tragici segni della cospirazione

Non c’è bisogno di essere un convinto seguace di David Icke, il famoso ex anchorman della BBC che gira il mondo a diffondere le sue rivelazioni sulla grande cospirazione degli “Illuminati”, per rendersi conto che la maggioranza dei grandi avvenimenti mondiali non ha certo una origine casuale, né scaturisce dalla evoluzione spontanea di circostanze non inquinate e non dirette ad arte da una regia occulta.
Per esempio, la  CIA, il servizio segreto USA, la cui storia è costellata di azioni criminali di ogni genere, ci fornisce diversi esempi a proposito. Per ricordarne uno, è rimasto un caso eclatante quello che ha visto il famigerato ente di spionaggio ingannare gli americani ed il mondo intero quando nel 2003 ha confezionato la falsa prova che l’Iraq detenesse armi di distruzione di massa, fornendo l’unico appiglio utile a Bush figlio per scatenare la seconda guerra del Golfo, con tutto ciò che ne è conseguito.
Forse perché non è venuta ancora una ammissione ufficiale da parte dell’attuale presidente USA, il nostro sistema informativo si guarda bene dallo spiegarci come gli americani abbiano negli ultimi anni costituito una vasta rete di enti ed organizzazioni, più o meno governative, con il preciso compito di finanziare ed organizzare le varie rivoluzioni colorate nelle ex repubbliche sovietiche, a cui abbiamo assistito negli anni scorsi e che abbiamo creduto essere il frutto di moti popolari volti alla definitiva conquista della “democrazia”, trattandosi invece di rivoluzioni artificiali con l’ausilio di leader politici corrotti, al solo scopo di sottrarre quelle repubbliche all’influsso della Russia.

Lo stesso è stato tentato nei confronti dell’Iran, l’attuale obiettivo primario nel mirino degli Usa, quando si è tentato di innescare la rivolta contro Ahmadinejad con l’ausilio strategico di Twitter, il social network dei messaggi brevi, che all’improvviso ha spedito milioni di sms, annunciando l’inizio della sommossa, in modo da innescare un moto di popolo simultaneo in tutto l’Iran, cosa poi miseramente fallita. Come è fallito il tentativo di inscenare la falsa morte della falsa ragazza di nome Neda durante una manifestazione antigovernativa, una messa in scena scoperta da molti blogger in tutto il mondo, tra cui modestamente anche il sottoscritto. Come è anche fallito il tentativo di far montare una protesta mondiale per la supposta condanna a morte della adultera omicida Sakineh, una bufala scontratasi con le condanne realmente eseguite di altri condannati veri americani a cui nessuno si è azzardato a dedicare il minimo pensiero. Tutto questo mentre ancora adesso restano esposte le gigantografie della donna iraniana sui balconi municipali di mezza Italia e mezza Europa, come a volere ammettere  che “coglioni si nasce…”.
Ora, è un caso che la speculazione finanziaria americana e mondiale, dopo aver innescato l’ultima crisi economica, stia dirigendo con maestria la irrefrenabile ascesa dei prezzi delle materie prime, con in testa i prodotti alimentari?  Certo, potevamo pensare che fosse solo l’ennesimo modo di far soldi a palate e basta, almeno fino a quando non è scoppiata la rivolta tunisina a causa del forte rincaro del prezzo del grano e del pane. Le cose sono divenute ancora più chiare in queste ultime settimane, avendo assistito all’allargamento delle rivolte all’Egitto, al Bahrein ed infine alla Libia di Gheddafi.
Proprio in Libia l’apparato disinformativo sta ora facendo la sua parte, descrivendo bagni di sangue esagerati con molte migliaia di vittime, spacciando vecchie foto di cadaveri di clandestini naufraghi, che venivano seppelliti sulle spiagge, per false fosse comuni in cui verrebbero ammassati i corpi di migliaia di rivoltosi uccisi dal colonnello nei giorni passati. Tutto questo per far montare l’indignazione della opinione pubblica mondiale, condizione necessaria per giustificare quanto è già stato previsto, cioè l’intervento militare della Nato in Libia ed in tutti gli altri Stati nordafricani e medio-orientali nei quali le rivolte non dovessero concludersi nei modi e nei termini voluti dai grandi “burattinai” che nell’ombra ordiscono indisturbati e a proprio piacimento.
Governo americano e tutti i governi controllati, alta finanza, massoneria, lobbi ebraica, potentati economici e criminali, politici corrotti, sette e club segreti, mondialisti di ogni risma ed organi informativi, questi soggetti agiscono a vari livelli, in sintonia ed in modo coordinato come diretti da una unica regia. E’ una ragnatela efficientissima che avvolge tutto il mondo e tutti costoro sono i fili che la compongono, mentre il ragno è il ristretto gruppo degli “Illuminati”.
Si comprendono pienamente gli accadimenti mondiali se si tiene presente il vero scopo degli Illuminati: instaurare il nuovo ordine mondiale, cioè un governo unico mondiale che controllerà tutta l’umanità. Organizzazioni come l’ONU e la UE sono solo i primi passi, poi si arriverà gradualmente alla unione di USA e UE e così via…Ed è chiaro che un simile progetto debba passare per la distruzione degli stati nazionali, delle comunità distinte di popoli e della possibilità di autodeterminarsi di ogni nazione.
Questo è un processo occulto che va avanti ormai da diversi secoli ma che negli ultimi decenni ha subito una brusca accelerazione. Il fascismo è stato finora il più strenuo oppositore degli illuminati, pagando un prezzo altissimo, come sappiamo. L’unica speranza quindi, è che da un fascismo risorto torni la lotta senza quartiere a queste forze occulte, prima che sia troppo tardi.

NOTA PERSONALE: Io mi dissocio dalle parole sul fascismo!! ma per il resto è un’ analisi che non fa una piega.
Fonte:http://www.avehesperia.it/blog/2011/03/05/gli-illuminati-ed-i-tragici-segni-della-cospirazione/

Nella guerra in Libia la prima vittima è l’informazione. Le bugie dei media e il conflitto dimenticato

di Luca Troiano
1. Da settimane media e politici giustificano l’intervento della Nato con la pur nobile intenzione di proteggere i civili dalla vendetta di Gheddafi. Ma dall’inizio delle ostilità, non poche voci hanno espresso dubbi e perplessità sulle notizie provenienti dal fronte. Smentendo molte verità finora date per acquisite.
Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes e non certo un complottista, parla in proposito di “collasso dell’informazione”, tante sono le distorsioni e le lacune che stanno alterando la nostra percezione degli eventi in corso[1].
La giornalista Marinella Correggia, in una succinta analisi sul sito di Famiglia Cristiana[2] segnala l’esistenza di una Fact Finding Commission (Commissione per l’accertamento dei fatti) fondata a Tripoli da una imprenditrice italiana, Tiziana Gamannossi, e da un attivista camerunese, il cui scopo è indagare sulla rispondenza dei fatti alle notizie diffuse dai media.
E le sorprese non mancano.

Lasciando da parte le ipotesi sulle reali motivazioni del conflitto[3], va evidenziato come i media hanno avuto gioco facile nel tratteggiare la situazione a tinte fosche. Non hanno esposto analisi, non hanno descritto fatti, luoghi e personaggi. Il più delle volte si sono limitati ad impiegare frasi forti e slogan intrisi di retorica, amplificando le pur terribili violenze che le milizie del Colonnello stavano compiendo nel Paese.
Innanzitutto, la storia dei bombardamenti sui manifestanti. L’annuncio fa inorridire il mondo. I politici nostrani la ripetono con enfasi. Il 23 febbraio le emittenti al-Jazeera e al-Arabiya, la cui presenza costante nei luoghi delle rivolte le ha rese agli occhi dei più come una colonna della primavera araba, parlano già di 10.000 morti e 55.000 feriti. La fonte è Sayed al-Shanuka, il quale riferisce da Parigi qualificandosi come membro libico della Corte penale internazionale[4]. In realtà la stessa Corte dichiara che il signor al-Shanuka non è membro non è in alcun modo legato ad essa, ma la smentita rimane pressoché ignorata dalla stampa internazionale[5].
A passare sotto silenzio è pure la notizia che i satelliti russi, che avevano monitorato la situazione su Tripoli fin dall’inizio della rivolta, non hanno rilevato alcun segno di distruzione[6]. La giornalista Irina Galushko, corrispondente di Russia Today, ha riferito che i supposti raid del 22 febbraio su Bengasi e Tripoli, ampiamente enfatizzati da BBC e al-Jazeera, non sono stati registrati dai servizi militari che esaminavano le immagini raccolte dai satelliti. Peraltro, non c’è alcun filmato o testimonianza dei presunti raid aerei sulla capitale.
A scanso di equivoci, è innegabile che Gheddafi abbia usato anche bombardamenti aerei nelle operazioni militari contro le milizie ribelli; ciò che si sottolinea è che non ci sono prove circa analoghi attacchi nei confronti dei civili manifestanti, che è diverso. Le uniche immagini fin qui mostrate sono state quelle relative alla presenza di fosse comuni in riva al mare, che in realtà si tratta di filmati di repertorio del cimitero (con fosse individuali) di Sidi Hamed e del cimitero di Tagura, dove periodicamente si provvede allo spostamento dei resti.
A mettere in dubbio i numerici catastrofici sulla repressione libica ci ha pensato anche il Prof. Jean-Paul Pougala, esperto di geopolitica e docente a Ginevra, il quale ha riportato che per ricoverare una moltitdine di 55.000 feriti non sarebbero bastati gli ospedali di tutta l’Africa, dove solo un decimo dei posti letto è riservato alle emergenze[7].
C’è poi la storia degli stupri di massa a Misurata, con annesso il tragicomico dettaglio del Viagra in dotazione alle truppe del Colonnello. Un’inchiesta di tre mesi condotta da Amnesty international non ha riscontrato alcuna prova di queste violenze e abusi dei diritti umani, aggiungendo altresì che in alcuni casi i ribelli di Bengasi avevano dichiarato il falso o manipolato prove. In tre mesi non è stato possibile trovare alcuna prova o una singola vittima di violenze sessuali, o un medico che ne fosse al corrente[8]. Gli stupri di massa commessi dalle forze del Colonnello, utilizzati per giustificare l’attacco Nato e l’incriminazione di Gheddafi davanti alla Corte Penale Internazionale, potrebbero (potrebbero) non essere mai avvenuti.
Quanto al Viagra, l’inviata di Amnesty Donatella Rovera scrive che la fonte erano i ribelli di Bengasi, che avevano mostrato ai giornalisti stranieri alcuni pacchetti di Viagra trovati su carri armati andati a fuoco, ma che i pacchetti stessi non mostravano bruciature.
Poi, le bombe a grappolo. Si tratta di ordigni espressamente vietati da una Convenzione internazionale. Quando sono stati trovati a Misurata il 15 aprile, il loro uso è stato subito imputato alle forze di Gheddafi, in quanto la Libia non ha mai firmato l’anzidetta Convenzione. Tanto che alla notizia il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha subito ribadito la necessità dei bombardamenti Nato per assicurare la protezione dei civili.
Ma la Convenzione che vieta gli armamenti a grappolo non l’hanno mai firmata neppure gli Usa, che considerano legittimo di tali armi in operazioni militari. Secondo le ricerche del gruppo Human Rights Investigation, le sottomunizioni mostrate a Misurata che testimonierebbero l’utilizzo di bombe a grappolo sarebbero da attribuire non all’esercito libico, bensì alla Nato[9], la quale ha ammesso di disporre di tali armamenti nei propri arsenali.
Vi infine uno dei primi discorsi di Gheddafi, il cui messaggio è stato manipolato e stravolto nella sua traduzione. La versione da noi riportata è: “Se il popolo non ama Gheddafi, deve morire”; il messaggio originale era: “Se il popolo non ama Gheddafi, Gheddafi deve morire”[10]. Nelle sue parole, il Colonnello intendeva rafforzare il consenso intorno a sé in Tripolitania, non minacciare la Cirenaica.
In definitiva, la distanza tra le affermazioni più ricorrenti sulla guerra in Libia e le verifiche sul campo si è dimostrata massima.
2. Bugie a parte, fin dalle prime battute l’informazione si è mostrata insufficiente anche solo nel rappresentare i fatti e i volti che caratterizzavano l’evolversi dello scenario libico.
A partire dalle manifestazioni di protesta di metà febbraio e dalla conseguente repressione, la guerra civile in Libia è stata analizzata sotto la lente della struttura tribale del Paese. La genesi delle violenze viene individuata nella rottura del patto tra Gheddafi e i capi tribù. Soprattutto i Warfalla, la più numerosa tribù libica con oltre un milione di abitanti, che per bocca dello sceicco Akram al-Warfalli aveva invitato il qa’id di Tripoli ad andarsene. Qui nasce il primo equivoco. Al-Warfalli è solo uno dei tanti capi dei clan in cui è suddivisa la tribù, e nemmeno uno dei più importanti. Bastava recarsi nella città d’origine della tribù, Bani Walid, per rendersi conto che il sostegno dei Warfalla al regime è tutt’altro che vacillante. Ma i media avevano creduto acriticamente allo sceicco, senza neppure domandarsi quale fosse il suo ruolo all’interno della gerarchia tribale.
Così come in pochi si sono domandati chi siano realmente i ribelli di Bengasi. Per i media sarebbero i “buoni” perché lottano contro il Colonnello. In realtà non sono altro che pezzi del suo stesso regime, passati dall’altra parte della barricata per convenienz a.
A cominciare da Mustafa Abd al-Jalil, segretario del Consiglio Nazionale di Transizione libico. Ex giudice, quando era a capo della Corte d’Appello di Bengasi fu lui a pronunciare per due volte la sentenza a morte nei confronti di cinque infermiere bulgare accusate di aver infetto 400 bambini con il virus Hiv, poi risultate innocenti[11]. Divenuto Ministro della Giustizia nel 2007, ha avuto per quattro anni in mano l’agenda riformatrice nel Paese senza apportare alcun cambiamento significativo. La riforma del codice penale richiesta da più parti non è mai stata neppure avviata. Jalil è stato anche messo sotto accusa da Amnesty International e da Human Rights Watch per i metodi di arresto, la mancanza di garanzie di difesa nei processi e i prolungati periodi di detenzione. Il suo passaggio dalla parte dei ribelli è repentino: nel mese di febbraio, Gheddafi lo manda a Bengasi per trattare il rilascio di alcuni prigionieri, ma lui cambia bandiera e accusa il qa’id per le eccessive violenze sui civili. Ben presto diventa un esponente di punta del CNT, nonché uno degli interlocutori privilegiati dell’Occidente.
Un altro esponente di primo piano del CNT è Abd al-Fattah Farag al-’Ubaydi, ex Ministro dell’Interno. Anche lui compartecipe nel mantenimento dell’”ordine” nel Paese a suon di arresti e misure repressive. Ancora, alcuni membri del Consiglio sono ex appartenenti al Lybian Islamic Fighters Group (Lifg), gruppo terroristico formato nel 1995 che negli anni ha avuto rapporti anche con al-Qa’ida. Alcuni dei suoi miliziani hanno operato (e operano) in Iraq e Afghanistan. È ben noto che nei mesi seguenti all’invasione americana in Mesopotamia, la Cirenaica, in tutto il mondo arabo, fu la regione da cui partì per l’Iraq il maggior numero di combattenti jihadisti in rapporto alla popolazione.
Sorprende la facilità con cui tali personaggi siano divenuti i nuovi interlocutori della Libia verso il mondo[12].
3. Nelle fasi più concitate delle rivolte in Egitto e Tunisia prima, e della guerra in Libia poi, un ruolo di primo piano è stato occupato dalle emittenti satellitari al-Jazeera e al-Arabiya, tanto da diventare le fonti privilegiate per tutti coloro che desiderano approfondire la complessa realtà del mondo arabo.
Molte delle notizie lanciate da tali network si sono rivelate, in seconda battuta, false. Ed è incredibile come i grandi media internazionali abbiano ripreso buona parte di tali bufale, salvo poi omettere le doverose rettifiche. Oltre alle già citate storie dei 10.000 morti e delle fosse comuni, valga un caso su tutti: la caduta di Sirte.
La mattina del 25 marzo al-Jazeera annuncia che Sirte, la città natale di Gheddafi, è stata presa dai ribelli. La BBC diffonderà la notizia di lì a poco. Le immagini mostrano i pesanti bombardamenti a cui la zona è stata sottoposta da parte degli caccia anglo-francesi. La città è praticamente deserta e c’è ancora da capire cosa sia realmente successo. Ma la notizia viene ripresa dalle maggiori agenzie di stampa internazionali che sottolineano la portata simbolica della conquista.
In realtà né al-Jazeera e né la BBC hanno giornalisti sul posto. Sono presenti solo la Reuters e AFP, che esprimono dubbi[13[. Pochi giorni dopo si scoprirà che la verità è ben diversa: Sirte, in realtà, non è mai caduta[14]. Ma tutti ci avevano (ci avevamo) creduto.
La copertura full time 24 ore su 24, l’utilizzo dei social network come Facebook e Twitter, la continua citazione di testimoniane dirette avevano convinto tutti della genuinità del servizio delle due emittenti panarabe. In realtà ben poco di ciò che riportano è oggettivamente verificabile. Al-Jazeera ha anche attivato una chat aperta alle testimonianze dal posto e un blog, aggiornato minuto per minuto, sugli accadimenti in corso dal fronte[15] . Sorpresa: quasi tutti i partecipanti alla chat risiedono all’estero e chiunque metta in dubbio le testimonianze viene tacciato di essere una spia ed espulso. La maggior parte delle informazioni riportate proviene dal sito dei ribelli http://www.lybia17february.com, anch’esso basato all’estero e precisamente a Londra.
D’altronde, la difficoltà di fare informazione a Tripoli e nelle altre zone calde richiede la necessità di stabilire una rete di relazioni dalla quale attingere. Il problema è che in tal modo scompare il fatto e domina l’opinione. Ciascuno ha le sue fonti dirette e poco importa se i fatti possano essere provati o meno. Non potendo stare sul posto, ci si accontenta del “sentito dire”.
C’è una domanda che sorge a questo punto. Come mai al-Jazeera e al-Arabiya abbiano messo da parte ogni deontologia e imparzialità per fornire un’informazione partigiana, tendenziosa, se non addirittura falsa e manipolata?
Soprattutto la prima rappresenta uno strano paradosso.
A lungo al-Jazeera è stata considerata un network autorevole, libera, internazionale, professionale e credibile, libera nel guardare il mondo e nel raccontarlo. Negli anni Duemila è stata l’occhio più diretto sui controversi scenari di Iraq e Afghanistan, criticando apertamente l’operato delle forze americane. Nei primi mesi del 2011 è stata elevata a paladina dei popoli arabi per i suoi costanti reportage da Tunisi e da Piazza Tahrir. Ha seguito le rivoluzioni in Medio Oriente con grande empatia e attenzione, divenendo così il punto di riferimento dell’Occidente verso il mondo arabo e del mondo arabo verso l’Occidente.
Ma al Jazeera è gestita e finanziata dall’emiro del Qatar, il più autocratico dei monarchi del Golfo. Parla di libertà e democrazia, purché a debita distanza dal proprio Paese. Denuncia i soprusi dei satrapi mediorientali, senza poter spendere una parola sull’assenza di diritti civili a Doha.
Una contraddizione spiegata dalla volontà dello stesso emiro del Qatar di farne uno strumento di leverage politico per garantirsi maggiori opportunità nel mondo globalizzato. Non è un caso se la partecipazione del network a favore delle manifestazioni è stata contestuale alla decisione di Doha di assumere un ruolo più attivo nella gestione delle proteste. La convergenza tra l’agenda politica estera del Paese e l’enfasi data alle ragioni dei manifestanti palesa con tutta evidenza le sottese aspirazioni geopolitiche del piccolo Stato del Golfo.
Nel tentativo di rilanciare la propria credibilità, l’emittente ha recentemente trasmesso un servizio sui lavoratori stranieri in Qatar[16]. Ovviamente costellato di omissioni circa le reali condizioni degli operai.
In questo contesto, la Libia rappresenta una buona occasione per guadagnare consensi presso le cancellerie di Europa e Usa, accettando di sostenere la propaganda della “missione umanitaria” in difesa dei civili al punto da piegare gli avvenimenti agli interessi dei governi occidentali.
4. La guerra in Libia non si combatte solo a Misurata o lungo le strade che conducono a Tripoli. Anzi, il più delle volte qui non si combatte proprio. I ribelli hanno scarsi mezzi e nessun addestramento militare. Attendono che i raid della Nato facciano da apripista e poi avanzano. E quando le forze di Gheddafi riprendono vigore, arretrano. Quasi mai combattono davvero. Sparacchiano davanti alle telecamere, simulando operazioni posticce in cambio di quale dollaro, ma quasi mai combattono.
Tanto i media si spendono nel raccontare cosa accade sulle vie per Tripoli quanto invece  si disinteressano dei combattimenti (veri) nelle zone montuose al confine con la Tunisia, dove vi è il fronte dimenticato della guerra [17]. “Dimenticato” nonostante la violenza quotidiana degli scontri.
Mark Doyle, corrispondente della BBC, è andato a Nalut, un’ora di macchina dal confine, per raccontare la guerra che non viene raccontata[18]. Gli edifici sventrati dai missili Grad lanciati dai lealisti, gli ospedali gravati da centinaia di feriti, il sospetto che il governo algerino fornisca armi al Colonnello, il sacrificio di tanti giovani (berberi) per mantenere il controllo delle città assediate. E quella frase pronunciata da uno di loro: “Ci affidiamo il nostro coraggio e alla Nato“.
Ma da noi non se ne parla abbastanza. Ci si concentra sui messaggi del Colonnello, sui bisticci diplomatici dei membri dell’Alleanza, sulle uscite dei politicanti di casa nostra, sugli “effetti collaterali” della guerra – i migranti di Lampedusa, arbitrariamente ripartiti in “profughi”, “clandestini” e “rifugiati” a seconda delle convenienze di turno[19]. Nella Libia dove le parole volano più in alto degli aerei e le bugie colpiscono più delle bombe, la prima vittima è l’informazione.
1http://temi.repubblica.it/limes/il-collasso-dellinformazione/22590

12L’elenco degli Stati che riconoscono il Consiglio di Bengasi: http://it.wikipedia.org/wiki/Consiglio_nazionale_di_transizione#Relazioni_internazionali

E da: http://marionessuno.blogspot.it/2012/07/nella-guerra-in-libia-la-prima-vittima.html

La guerra contro la Libia è un disastro economico per l’Africa e l’Europa

Uno dei motivi della guerra contro la Libia è quello di fermare lo sviluppo del continente, consentire l’installazione della base militare dell’US Africom in Cirenaica e l’avvio dello sfruttamento coloniale dell’Africa a beneficio degli Stati Uniti. Per capire questi problemi nascosti, la Rete Voltaire ha intervistato Mohammed Siala, ministro della cooperazione e direttore del fondo sovrano libico.

| Tripoli (Libia) | 4 luglio 2011
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Mohammed Siala riceve gli investigatori di Rete Voltaire
© Mahdi Darius Nazemroaya/Rete Voltaire

Rete Voltaire: Il suo paese è ricco di petrolio e gas. Avete capitalizzato 70 miliardi dollari nella Autorità per gli Investimenti Libica. Come usate questa manna?

Mohammed Siala: Abbiamo risorse significative, ma non sono rinnovabili. Così abbiamo creato la Autorità per gli Investimenti Libica per proteggere il patrimonio delle generazioni future, come hanno fatto i norvegesi, per esempio. Tuttavia, dedichiamo una parte di questi fondi allo sviluppo dell’Africa. Questo vuol dire che abbiamo investito oltre 6 miliardi dollari in azioni di sviluppo del continente, in agricoltura, turismo, commercio, miniere, ecc.

Abbiamo messo i fondi rimanenti in settori diversi, paesi diversi, diverse valute. Ovunque, compresi gli Stati Uniti e Germania, che purtroppo hanno permesso di congelare alcuni dei nostri beni.

Rete Voltaire: Tecnicamente, come viene messo in atto questo congelamento?

Mohammed Siala: il blocco dei beni è regolato dalle leggi bancarie del paese in cui vengono collocati. La regola è che bloccano i nostri conti, ma a volte possiamo ottenere il rilascio se portiamo la controversia al Consiglio dei Reclami e se proviamo che sono destinati a determinati usi. Per esempio, io ho appena ottenuto il disgelo dei fondi destinati alle borse di studio di 1.200 studenti che abbiamo mandato in Malesia. Cerchiamo di fare lo stesso per tutto ciò che riguarda i benefici sociali o le spese per il ricovero dei nostri cittadini all’estero.

Occasionalmente, alcuni paesi ci permettono di utilizzare i fondi per comprare cibo o medicine. In linea di principio, è nostro diritto, ma molti si rifiutano di scongelare i fondi necessari o lo rimandano. Per esempio, in Italia, lo stato nega qualsiasi uso dei nostri beni. In Germania, lo stato lo consente per scopi umanitari, ma alcune banche si rifiutano di sbloccare i fondi. Le interpretazioni della risoluzione sono completamente differenti da stato a stato. Chiediamo una regola chiara: ciò che è permesso è consentito e ciò che non lo è, è proibito. Per ora, l’interpretazione è politica e la forza prevale sul diritto.

Rete Voltaire: è l’unico problema che incontrate nei i vostri rifornimenti?

Mohammed Siala: Dobbiamo anche affrontare il blocco marittimo che la NATO ha istituito senza base legale. Impediscono il nostro approvvigionamento , o lo ritardano, anche i carichi di derrate alimentari. Si applicano in particolare a evitare le nostre consegne di benzina, anche se ciò non è coperto da pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite. Abbiamo una petroliera che pazienta da un mese a Malta. Per ogni nave, discutono dell’uso duale di quello che trasporta. La benzina è destinata ai veicoli civili. Ma loro dicono che può anche essere usata per i veicoli dell’esercito. Noi rispondiamo che non possono vietarci di usarlo per le ambulanze, ecc. Tuttavia, dall’inizio del conflitto, impediscono qualsiasi consegna di gas. Tuttavia, siamo dipendenti da raffinerie estere per circa un terzo del nostro fabbisogno. Da qui la carenza attuale. In teoria, hanno solo il diritto di ispezionare le navi per assicurarsi che non trasportano armi. Ma in pratica hanno installato illegalmente un blocco navale. Hanno ordinato alle navi russe e cinesi di tornare indietro. I loro stati devono quindi presentare una denuncia presso il comitato per le sanzioni delle Nazioni Unite, per discutere dell’interpretazione delle risoluzioni. Si tratta di un processo senza fine e dissuasiva. Nessuna base giuridica gli consente di farlo, ma sono forti, sicuri della loro impunità.

Tuttavia noi siamo in grado di rifornirci via terra, ma questo è irrisorio: abbiamo bisogno di un mese per trasportare sui camion quello che possiamo scaricare, in un solo giorno, nei nostri porti.

Rete Voltaire: Il suo paese ha intensificato la costruzione delle infrastrutture, tra cui le gigantesche opere d’irrigazione del Man Made River. Quali sono i vostri progetti attuali?

Mohammed Siala: C’è una ferrovia che attraversa il Nord Africa, ad eccezione della Libia. Vogliamo portare a termine l’integrazione nell’economia regionale e sospingerla. I cinesi costruiscono il tratto Tunisia-Sirte. I russi hanno il compito della Sirte-Bengasi. Una trattativa era in corso con l’Italia per la sezione Bengasi-Egitto, così come per le locomotive. Abbiamo anche iniziato la costruzione di una linea transcontinentale nord-sud, con il tratto Libia-N’Djamena. Si tratta di investimenti di interesse internazionale e abbiamo pensato che il G8 ci aiuterebbe. L’aveva promesso, ma non abbiamo visto arrivare nulla.

Siamo impegnati negli accordi, e abbiamo usato le offerte per costringere i nostri fornitori ad abbassare i prezzi. Durante la sua visita, Putin ha accettato di allineare i prezzi delle compagnie russe con quelli dei loro concorrenti cinesi. Siamo stati in grado di diversificare i nostri partner.

Rete Voltaire: Con la guerra, cosa accadrà a questi progetti?

Mohammed Siala: Tutti questi siti sono interrotti per il congelamento dei beni. Ma noi continuiamo la gara d’appalto sui tronconi da realizzare, perché siamo convinti che la guerra è temporanea e che i lavori riprenderanno. Ci stiamo preparando a continuare i contratti temporaneamente sospesi per motivi di “forza maggiore”.

La guerra ha esasperato i nostri partner. I cinesi hanno qui 20 miliardi di dollari in contratti, i turchi 12 miliardi. Poi ci sono gli italiani, russi e francesi. Non era loro interesse avviare questa aggressione, e tanto meno parteciparvi. Probabilmente alcune persone hanno ricevuto delle compensazioni sottobanco, ma non abbiamo informazioni precise su ciò. Altri sperando di poter più conquistare questo paese, sostengono da sé i contratti di ricostruzione.

Rete Voltaire: Quali sono le conseguenze del congelamento del vostro patrimonio per l’Africa?

Mohammed Siala: Bloccando le nostre risorse, hanno anche bloccato i nostri sforzi per sviluppare l’Africa. Il continente non è in grado di esportare materie prime. Noi investiamo in modo che siano trasformati e commercializzati in Africa, dagli africani. Si tratta di creare posti di lavoro e mantenere il plusvalore in Africa. Da un lato gli europei ci incoraggiano, perché si prosciuga il flusso migratorio, dall’altro, si oppongono perché dvrebbero abbandonare lo sfruttamento coloniale.

Gli occidentali vogliono mantenere l’Africa in una situazione in cui esporta solo materie prime, dei beni primari.

Per esempio, quando il caffè prodotto in Uganda è esportato in Germania, dove viene venduto, il profitto resta in Germania. Abbiamo finanziato impianti per la torrefazione, macinatura, confezionamento e così via, ecc. La percentuale di remunerazione per gli ugandesi è passata dal 20% all’80%. Ovviamente, la nostra politica è in conflitto con gli europei. Si tratta di un eufemismo.

Finanziamo risaie in Mozambico e in Liberia, per la somma di 32 milioni di dollari a progetto e creare 100000 posti di lavoro ciascuno. Cerchiamo prima l’autosufficienza di ogni stato africano, e solo dopo i mercati di esportazione. Senza dubbio, entriamo in conflitto con coloro che producono ed esportano riso, soprattutto se vi speculano.

Costruiamo anche strade. Per esempio dalla Libia al Niger. Abbiamo già collegato Sudan e Eritrea, sconvolgendo l’economia regionale e aprendo prospettive di sviluppo. Ora è possibile spostare merci su strada e mare

Rete Voltaire: Si può dire che la Libia ha poche alleanze diplomatiche, ma ha sviluppato alleanze economiche che vi proteggeranno. Possiamo parlare di diplomazia degli investimenti?

Mohammed Siala: sì. Per esempio, abbiamo 50 milioni dollari di fondi per la costruzione, da parte delle imprese cinesi, di un canale di 32 km in Mali, per l’irrigazione delle aree agricole. Il congelamento dei nostri beni interrompe gli importanti progetti per l’agricoltura in questo paese. Se continua ciò, sorgerà presto un problema alimentare e i popoli riprenderanno ed accelereranno la migrazione verso l’Europa. In definitiva, gli europei non possono permettersi di fermare i nostri sforzi per lo sviluppo del continente. Non hanno alcuna alternativa alla nostra politica.

Rete Voltaire: Avete un dispositivo che permette di pagare i vostri ordinativi sul mercato internazionale, nonostante il congelamento dei vostri beni. Il vostro paese viene attaccato, penso, naturalmente, all’acquisto di armi e munizioni.

Mohammed Siala: Resistiamo da quattro mesi e mezzo. Abbiamo imparato dall’embargo ed eravamo pronti fin dal primo giorno. Molti stati stanno guardando e vogliono adottare misure simili per proteggere se stessi dall’imperialismo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio