GLIFOSATO, AGROTOSSICI, SEMENTI OGM. LE VERE ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA.

11 aprile 2016

Nel consueto silenzio dell’informazione scritta e televisiva, a Bruxelles si sta consumando un nuovo crimine contro i popoli europei. La Commissione UE, nella persona del commissario greco alla Salute ed alla Sicurezza Alimentare, sta cercando, ed ovviamente troverà il modo di rendere permanente l’autorizzazione all’uso del glifosato, il diserbante più usato al mondo. In queste settimane, c’è stato un fermo nelle iniziative legislative dei dittatori comunitari, che, giova ripeterlo sempre, sono immediatamente esecutive in tutti i 28 Stati una volta sovrani dell’Unione.
In materia, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul cancro (IARC) ha da tempo affermato che il glifosato è “probabilmente cancerogeno per gli esseri umani”, e la serietà, soprattutto l’indipendenza di quella organizzazione è riconosciuta da oltre quarant’anni di attività scientifica. Un prodotto, quindi, il glifosato, che diserba e, contemporaneamente, mina la salute di animali ed umani. Fin dal 2000, fortunatamente, in sede europea, è norma il cosiddetto “principio di precauzione”, che proibisce l’uso e la vendita di qualsiasi prodotto o ritrovato di cui non si conoscano ancora gli effetti, o su cui gravi , come nel caso del glifosato, il fondatissimo sospetto di nocività.

Eppure… Giova sapere che il diserbante è stato il più fortunato brevetto della Monsanto, e che, scaduti i diritti nel 2011, è oggi prodotto liberamente da più aziende, almeno un dozzina nella sola Italia. La variante resistente agli OGM, il cui nome commerciale è Roundup, è il prodotto più redditizio della gamma Monsanto.
L’Unione Europea, tra le sue numerose, costose emanazioni pagate con il denaro dei contribuenti , dispone di una Autorità per la Sicurezza Alimentare (EFSA) . Sull’argomento, l’organo europoide, una volta di più, non ha fatto altro che accogliere le conclusioni delle parti interessate, per le quali, ovviamente, il glifosato non è affatto pericoloso. A Bruxelles, nei palazzi del potere europeo, si alternano circa ventimila lobbisti, riuniti in numerose associazioni. Una di esse è l’ECPA, Associazione per la Protezione delle Piantagioni.
Nella consueta inversione neolinguistica promossa degli oligarchi, la protezione delle piantagioni è in realtà la difesa degli interessi delle multinazionali associate del settore: BASF Agro, Syngenta, Bayer, Dupont, oltre alla solita Monsanto. I lobbisti, naturalmente, stanno studiando con la Commissione il modo di rendere definitive le autorizzazioni alla produzione ed alla commercializzazione intraeuropea di un prodotto la cui pericolosità è conclamata. L’agribusiness prima di tutto, perbacco!
Basterebbe verificare la drammaticità della situazione argentina: il grande Paese sudamericano ha dovuto riconvertire gran parte della produzione agricola, ed è oggi il massimo fornitore al mondo di soia geneticamente modificata, con oltre 22 milioni di ettari coltivati, oltre la metà dei campi coltivati a cereali. Il glifosato è il famoso Roundup Monsanto, resistente al pesticida. Una coppia fissa, da anni, quella delle sementi OGM, casualmente di proprietà delle multinazionali già nominate, e del glifosato, il cui metabolita che molti chiamano killer, l’acido aminometilfosfonico, è presente nel mais, nella soia, nella colza e nel cotone OGM.
Un fotografo argentino, Pablo Ernesto Piovano, ha documentato in immagini agghiaccianti che hanno fatto il giro del mondo e che chiunque può visionare in rete, l’effetto sugli esseri umani, in particolare sui bambini, dell’esposizione al diserbante. Nelle zone agricole argentine i casi di tumori infantili sono triplicati in pochi anni e le malformazioni neonatali di ben quattro volte. Un caso? La benemerita EFSA lo affermerà certamente, con il supporto di eminenti scienziati “amici”, ma i fatti, che hanno la brutta abitudine di essere tenaci e di tornare a galla, dicono che in Argentina sono stati irrorati 370 milioni di litri di pesticidi tossici solo nell’anno 2012. Secondo una rivista di fotografi professionali, Burn, quasi un terzo della popolazione argentina subirebbe effetti negativi dall’uso del glifosato.

​La prestigiosa rivista medica The Lancet Oncology parla di rischi per leucemie infantili, malattie della pelle, malformazioni neurovegetative, linfomi. Nessun turbamento, per azionisti, scienziati, fiancheggiatori vari del sistema: loro non mangiamo cibi transgenici, e le loro ville sono lontane dalle zone di coltivazione. Quanto agli altri, sono semplici danni collaterali di un affare da molti miliardi di euro l’anno.
Il principio di precauzione appare quindi assolutamente opportuno, a livello europeo, in attesa della conferma, o della smentita da parte di organi indipendenti, dei dati dell’ente di ricerca sul cancro e di tanti altri studiosi e militanti. Al contrario, i lobbisti dell’ECPA, attaccano proprio tale norma, e cercheranno di aggirarla con l’aiuto di ben pagati avvocati e compiacenti funzionari. Tuttavia, proprio questa è la prova della malafede delle multinazionali: se possedessero dati tranquillizzanti per le popolazioni, li esibirebbero con ogni facoltà di prova, e non attaccherebbero la normativa “in punto di diritto”.
A proposito, a detta di tutti gli osservatori, tanto in sede europea che nell’ambito delle organizzazioni affiliate all’ONU, si assiste da anni allo strano fenomeno delle porte girevoli, ovvero al passaggio di funzionari, esperti e professionisti vari dalle grandi aziende multinazionali alle strutture cosiddette di controllo. Oggi qui, domani là, prima controllati, poi controllori.
Questo è il volto vero ed oscuro della globalizzazione, che, nel caso di cui parliamo, svela la propria anima assassina, rivoltante ed antiumana.
Accenniamo allora ad un ulteriore, drammatico risvolto del sistema dei pesticidi e delle sementi OGM, quello delle tecnologie, che, brevettate, controllano ormai le fonti della vita.
Un’azienda biotech, la Delta and Pine Land, ha scoperto e naturalmente coperto da brevetto, una tecnica, definita “sistema di protezione della tecnologia” che rende sterili le piante cui viene applicata.
Possedere bombe atomiche è meno pericoloso… Sterilizzano una pianta e ci costringono quindi ad usare le loro sementi, rivendendole dopo ogni raccolto. Il brevetto si chiama, onestamente, Terminator, ed è oggi nelle mani della solita Monsanto, che vende i semi “suicidi” in Asia, Africa, Sudamerica.
Da anni, comprano pubblicità su giornali e TV e mobilitano i giornalisti di riferimento per propalare la favola della lotta alla fame nel mondo: le sementi OGM sarebbero l’arma totale dei buoni, intenzionati a sfamare il Terzo e Quarto Mondo. Peccato che l’Africa non conoscesse la morte per fame sino al 1960, ma dopo, costretta alle monocolture imposte da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, ha visto la morte e l’inedia di milioni dei suoi figli.
Chi dà la morte si chiama assassino. Banca Mondiale, FMI e multinazionali biotecnologiche sono quindi, ad ogni effetto, assassini seriali, genocidi, come il sistema bancario internazionale, e come tali i popoli hanno il dovere, non il diritto di fermarli e di trascinarli davanti ad un tribunale di Norimberga dell’economia e della finanza criminale!
Alcuni esempi: il famigerato defoliante Agente Arancio, ampiamente irrorato dagli Usa in Vietnam durante la guerra, e l’ormone sintetico Posilac, utilizzato per la crescita dei bovini e dei profitti degli azionisti di Monsanto, prodotto che moltissimi descrivono come tossico, vietato in Europa, ma che vi entrerà dalla finestra con il Trattato di Partenariato Transatlantico.
Intanto, mentre scriviamo o leggiamo queste note, il mais OGM minaccia il povero Nepal e l’intera zona dell’Himalaya. Possiamo ipotizzare che le nuove sementi siano, o possano diventare, armi per la riduzione programmata e massiccia della popolazione. Altro che Saddam e la narrazione (oggi dicono storytelling…) delle introvabili armi di distruzione di massa, che ha consentito l’approvazione della guerra da parte di strati importanti delle opinioni pubbliche occidentali. Il seme Terminator ne è la prova: che cosa faranno le nazioni, specie le più povere, quando o se non potranno pagare le royalties ai proprietari dei brevetti, e le loro povere coltivazioni saranno diventate sterili? Se c’è un’evidenza negata solo dalla parte interessata è che i raccolti OGM distruggono l’equilibrio della sostanza nutritive naturali dei terreni, e ne impediscono il transito nelle radici.
L’ingegnerizzazione imposta all’agricoltura, a partire dall’origine, ovvero dal sistema delle sementi e della trasformazione genetica, ha uno scopo preciso, che non è tanto il profitto, quanto il controllo del mercato dei semi (mercato dei semi è un’espressione ripugnante!), quindi la disponibilità di cibo per gli esseri umani.
Il cibo diventa un’arma, più insidiosa e terrorizzante delle stesse bombe. La potenza infinita dei padroni delle sementi, la loro capacità di distorcere l’opinione pubblica a loro favore può essere dimostrata già a partire da un’evidenza finanziaria, la presenza della Fondazione Bill Gates (Microsoft) tra gli azionisti dei giganti del settore, in particolare di Monsanto.
Tra le tante informazioni che stanno trapelando per merito di osservatori coraggiosi e della rete Internet c’è quella dei legami tra una delle numerose agenzie governative statunitensi, la USAID, e le multinazionali della chimica applicata all’agricoltura ed alla tecnologia transgenica. L’USAID si occupa ufficialmente di aiuti ai Paesi bisognosi, ma è una emanazione del Dipartimento della Difesa americano, largamente utilizzata in operazioni coperte ed in particolare nel reclutamento di leader politici, ricercatori, alti funzionari, da “sensibilizzare”, nelle maniere e con le modalità che ciascuno può intuire, ai temi della ricerca transgenica e delle biotecnologie applicate alle sementi.
La sola Monsanto controlla circa il 95% della fornitura mondiale di semi per cibo, ed ha ormai non soppiantato, ma espulso dal mercato (c’è un mercato con il 95 per cento???) i produttori di sementi naturali. Fondamentalmente, un seme OGM, ed anche il relativo diserbante, è un valore strategico militare.
In India le multinazionali brevettano semi ed innesti elaborati durante secoli, forse millenni, dalle popolazioni agricole locali, poi ne vietano l’uso senza il pagamento di diritti. E’ rapina con le armi di un sistema giuridico complice, ed è genocidio in guanti bianchi nei confronti di chi, derubato, non può pagare una vera e propria estorsione.
Il controllo genetico delle sementi alimentari e dei diserbanti chimici, nonché la loro ricostituzione sono elementi di una strategia precisa di dominazione a medio termine, di cui il soggetto privato, si chiami Monsanto, Syngenta, Dupont od altro, non è che il terminale di un progetto che ha nell’alta finanza, proprietaria , attraverso complessi incroci azionari, dei pacchetti di controllo delle maggiori multinazionali, l’attore principale, dominus e beneficiario finale, a fini di potere globale. L’apparato statale americano, in particolare le poderose strutture, non solo di combattimento, dell’esercito e le Agenzie specializzate nell’intelligence ne sono il braccio secolare.
Vogliamo ripeterlo: in questo settore, come in altri, i pur immensi profitti non sono l’obiettivo principale. Il controllo del cibo vale ben più dei miliardi di dollari pretesi da questi usurai della vita.
Il progetto è sempre uno: un governo mondiale diretto da un’oligarchia di banchieri ed azionisti globali, all’ombra delle armi americane. Non ce ne dimentichiamo mai.
Un cinese sapiente avvertiva che lo sciocco guarda il dito che indica la luna, solo il saggio osserva la luna. Smettiamo di detestare i responsabili politici nazionali, malandrini e corrotti certamente, ma semplici camerieri di un potere ben più grande di loro, che spesso neppure conoscono, e, stante il livello di molti tra loro, neppure capiscono.
La lotta, purtroppo, è ad un livello diverso. Informarsi è il primo passo, poi occorre capire: se la verità rende liberi, come insegnava Giovanni, l’eremita di Patmos, solo la verità ci permette di indignarci e mettere nel mirino il vero nemico.
Noi dobbiamo essere avanguardie che animano, possibilmente orientano, articolati fronti di opposizione. Loro sono infinitamente potenti, noi, se cominceremo a far capire, potremo diventare infinitamente numerosi.

El costo humano de los agrotóxicos – por Pablo Ernesto Piovano (Subtitulado: inglés) from Pablo Ernesto Piovano on Vimeo.


Articolo tratto dal sito Blondet & Friends
Autore:  Roberto Pecchioli  

Originale con video: http://www.nexusedizioni.it/it/CT/glifosato-agrotossici-sementi-ogm-le-vere-armi-di-distruzione-di-massa-5074

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I predatori della Libia

11 aprile 2016, da Manlio Dinucci 


«La Libia deve tornare a essere un paese stabile e solido», twitta da Washington il premier Renzi, assicurando il massimo sostegno al «premier Sarraj, finalmente a Tripoli». Ci stanno pensando a Washington, Parigi, Londra e Roma gli stessi che, dopo aver destabilizzato e frantumato con la guerra lo Stato libico, vanno a raccogliere i cocci con la «missione di assistenza internazionale alla Libia».
L’idea che hanno traspare attraverso autorevoli voci. Paolo Scaroni, che a capo dell’Eni ha manovrato in Libia tra fazioni e mercenari ed è oggi vicepresidente della Banca Rothschild, dichiara al Corriere della Sera che «occorre finirla con la finzione della Libia», «paese inventato» dal colonialismo italiano. Si deve «favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che faccia appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi», spingendo Cirenaica e Fezzan a creare propri governi regionali, eventualmente con l’obiettivo di federarsi nel lungo periodo. Intanto «ognuno gestirebbe le sue fonti energetiche», presenti in Tripolitania e Cirenaica.

Analoga l’idea esposta su Avvenire da Ernesto Preziosi, deputato Pd di area cattolica: «Formare una Unione libica di tre Stati – Cirenaica, Tripolitania e Fezzan – che hanno in comune la Comunità del petrolio e del gas», sostenuta da «una forza militare europea ad hoc». È la vecchia politica del colonialismo ottocentesco, aggiornata in funzione neocoloniale dalla strategia Usa/Nato, che ha demolito interi Stati nazionali (Jugoslavia, Libia) e frazionato altri (Iraq, Siria), per controllare i loro territori e le loro risorse.
La Libia possiede quasi il 40% del petrolio africano, prezioso per l’alta qualità e il basso costo di estrazione, e grosse riserve di gas naturale, dal cui sfruttamento le multinazionali statunitensi ed europee possono ricavare oggi profitti di gran lunga superiori a quelli che ottenevano prima dallo Stato libico. Per di più, eliminando lo Stato nazionale e trattando separatamente con gruppi al potere in Tripolitania e Cirenaica, possono ottenere la privatizzazione delle riserve energetiche statali e quindi il loro diretto controllo.
Oltre che dell’oro nero, le multinazionali statunitensi ed europee vogliono impadronirsi dell’oro bianco: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana, che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad. Quali possibilità essa offra lo aveva dimostrato lo Stato libico, costruendo acquedotti che trasportavano acqua potabile e per l’irrigazione, milioni di metri cubi al giorno estratti da 1300 pozzi nel deserto, per 1600 km fino alle città costiere, rendendo fertili terre desertiche.
Sbarcando in Libia con la motivazione ufficiale di assisterla e liberarla dalla presenza dell’Isis, gli Usa e le maggiori potenze europee possono anche riaprire le loro basi militari, chiuse da Gheddafi nel 1970, in una importante posizione geostrategica all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente.
Infine, con la «missione di assistenza alla Libia», gli Usa e le maggiori potenze europee si spartiscono il bottino della più grande rapina del secolo: 150 miliardi di dollari di fondi sovrani libici confiscati nel 2011, che potrebbero quadruplicarsi se l’export energetico libico tornasse ai livelli precedenti.
I fondi sovrani, all’epoca di Gheddafi investiti per creare una moneta e organismi finanziari autonomi dell’Unione Africana (ragione per cui fu deciso di abbattere Gheddafi, come risulta dalle mail di Hillary Clinton), saranno usati per smantellare ciò che rimane dello Stato libico. Stato «mai esistito» perché in Libia c’era solo una «moltitudine di tribù», dichiara Giorgio Napolitano, convinto di essere al Senato del Regno d’Italia.
Fonte: Il Manifesto

Preso da: http://altrenotizie.org/pescati-nella-rete/6952-i-predatori-della-libia.html

“SOVRAPPOPOLAZIONE” E IL FINANZIAMENTO DELLA 3° GUERRA MONDIALE – L’OPERAZIONE ‘BARBAROSSA 2’

Postato il Mercoledì, 16 marzo @ 23:10:00 GMT di davide

DI PETER KOENIG
Information Clearing House
“Le guerre sono orribili. L’unica cosa buona delle guerre è che contribuiscono a ridurre la popolazione mondiale”.
Ho sentito poco fa questa frase pronunciata da una persona che consideravo migliore. Ne sono rimasto scioccato e gli ho chiesto cosa intendesse.
“Beh, non pensi anche tu che il mondo sia sovrappopolato?”

Stentavo a credere che quelli fossero i pensieri di una persona che rispettavo. Potrebbero anche essere i pensieri di altre persone intorno a me. Aprendo gli occhi su una dimensione che finora avevo ignorato, i pensieri e i sogni segreti della gente iniziavano a rivelarsi; pensieri che normalmente si confidano in un ambiente familiare o quando si è indotti a rivelarli, quando cioè vengono alla luce le verità più nascoste.

La sovrappopolazione è una fantasia egocentrica tipicamente occidentale. I “Comodoni Occidentali” temono di dover condividere alcuni dei loro eccessi con i poveri sotto-umani dei paesi cosiddetti in via di sviluppo dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina – quei continenti lentamente emergenti che per centinaia di anni sono stati violati proprio dagli stessi colonialisti occidentali che oggi paventano sovrappopolazione e guerra mondiale, come fosse una nuova forma di colonialismo.
Secondo la FAO – l’ Organizzazione Mondiale per l’ Alimentazione delle Nazioni Unite – l’attuale potenziale agricolo mondiale potrebbe alimentare almeno 12 miliardi di persone, se solo il cibo non fosse soggetto a speculazioni e fosse distribuito in modo corretto. Cosa che non é. Gli speculatori agroalimentari Statunitensi ed Europei controllano i prezzi – controllano cioè letteralmente chi può vivere e chi deve morire (di fame).
Secondo la Banca Mondiale, l’80% dell’impennata dei prezzi alimentari ha indotto nel 2008/2009 fame e carestia che ha causato la morte di due milioni di persone in Asia e in Africa, il risultato di speculazioni alimentari. Tre settimane fa, il governo Svizzero ha raccomandato al suo elettorato di respingere un’iniziativa popolare del partito socialista contro la speculazione alimentare. L’argomento principale del governo era la negazione del fatto che fame e carestia fossero il prodotto di speculazioni alimentari: “Se proibiamo la speculazione alimentare, gli speculatori lasceranno la Svizzera e andranno a fare i loro utili altrove”. Con il pensiero neoliberista dominante e dilagante – Profit über Alles – non c’è spazio per l’etica. Infatti, la popolazione Svizzera ha respinto l’iniziativa con un margine di quasi 2:3. I centri finanziari della Svizzera a Zurigo e Ginevra controllano alcuni dei più grandi speculatori alimentari in tutto il mondo. Le pratiche nefaste di natura speculativa di Place Finance Suisse sono vive e vegete.
Pensieri e desideri clandestini di riduzione della popolazione e di guerre lontane, sono probabilmente il risultato inconscio di decenni di un’orrenda propaganda occidentale che cerca, in un modo o nell’altro, di guadagnare il consenso popolare sul fatto che le guerre sono necessarie, sono normali, sono quello che l’uomo ha sempre fatto fin dall’inizio dei tempi. L’inizio? Quale inizio? Di certo parliamo di seimila anni fa, con l’avvento dell’ era Giudaico/Cristiana, violenta, sanguinaria e mossa dall’avidità.
Le guerre sono la quintessenza della nostra esistenza occidentale, la ricerca estrema del potere su tutto l’universo. Le guerre sono essenziali per la sopravvivenza del nostro sistema economico occidentale fondato sulla crescita. Le guerre creano l’esigenza di nuove guerre. Da sempre le guerre alimentano un circolo vizioso di dipendenza da se stesse. Nelle nostre economie occidentali abbiamo raggiunto un tale grado di dipendenza dalla guerra che, ad esempio, l’economia Statunitense (una a caso) non potrebbe più sussistere senza di essa. Le guerre uccidono e distruggono, e la ricostruzione crea crescita. Le uccisioni di massa aiutano a controllare la popolazione mondiale, uno degli obiettivi chiave delle élite mondiali, come i Rockfeller, fondatori di organizzazioni semi-segrete come…la Bilderberg Society.
La giustificazione per conflitti e uccisioni continue, è esattamente quello che i media occidentale diffondono ogni giorno – il terrorismo deve essere combattuto con la guerra. Se non c’è abbastanza terrorismo intorno da poter giustificare una guerra, se ne produce di nuovo, sotto una falsa bandiera. E l’Occidente ha messo a punto una scienza esatta – e molto credibile – nella costruzione di false bandiere; tanto che le masse protestano e chiedono più polizia e più protezione militare; tanto che la gente chiede più guerre all’estero per la loro protezione, per la tutela delle sue comodità; tanto che la gente è disposta a rinunciare ai propri diritti e libertà civili pur di avere intorno più polizia e più soldati. A titolo di esempio, sopo gli attacchi ‘terroristici’ a Parigi di gennaio e novembre 2015, il presidente Hollande ha tentato di tutto per introdurre tra le norme della Costituzione Francese lo stato di emergenza nazionale permanente. Finora il Parlamento lo ha bloccato.
La propaganda, come ha sempre fatto e come ancora fa, diffonde la paura. Quando un uomo ha paura, è più vulnerabile e più facilmente manipolabile.
Traendo spunto dall’eccellente analisi di Christopher Black su come l’Occidente si stia preparando ad attaccare la Russia – ovvero a dare inizio ad una Terza Guerra Mondiale – quella che lui chiama “Operazione Barbarossa 2: la Mossa Baltica” (pubblicato da NEO e Global Research), ecco alcune riflessioni aggiuntive sulle forti analogie tra questa operazione e l’originale Operazione Barbarossa – il nome in codice per l’attacco di Hitler alla Russia nella Seconda Guerra Mondiale.
Oggi abbondano le somiglianze tra quello che Chris Black chiama Operazione Barbarossa 2 e l’originale Operazione Barbarossa: a cominciare dal modo in cui Corporate Big Business (CBB) e Wall Street (WS) sostengono l’azione fascista di dominio mondiale, continuando con la propaganda bugiarda da parte di sei megagruppi d’informazione sinoisti/anglosassoni, fino ad arrivare al finanziamento diretto di operazioni di guerra.
La Seconda Guerra Mondiale ha ucciso più di 50 milioni di persone, di cui circa la metà Russi ed é stata finanziata dalla FED tramite Wall Street e la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) di Basilea – Svizzera. Il libro su cui si basa questo articolo di giornale Tedesco – “Bankgeschäfte mit dem Feind – Die Bank für Internationalen Zahlungsausgleich im Zweiten Weltkrieg” (1997), di Gian Trepp, descrive in dettaglio tutte le transazioni finanziarie avvenute all’epoca, ma purtroppo non è più disponibile e pare non sia stato mai tradotto in inglese. (Tuttavia, “La Torre di Basilea”  è un ottimo complemento del racconto di Gian Trepp.)
Sia la Prima sia la Seconda Guerra Mondiale – e Dio non voglia, anche la Terza – sono state (e potrebbe ancora essere) contro l’est. Il primo obiettivo è la Russia. La Cina è già da un pezzo nel mirino di attacco e di conquista delle élite mondiali. L’élite CBB sta già manovrando il Pentagono e – per estensione – i vassalli NATO di Washington. Questi gruppi élitari intenzionati a dominare il mondo, si nascondono dietro quelle nefaste organizzazioni come la Bilderberg Society, la Commissione Trilaterale, il Council on Foreign Relations (CFR), la Chatham House, il World Economic Forum – e altre ancora.
I Clinton, i Kerry, gli Obama, gli Hollande e i Cameron del mondo, i leader del Consenso Washington, la FED, la Banca Mondiale, il FMI, la Banca Centrale Europea, i CEO di Wall Street, il complesso industriale militare, i grandi gruppo d’informazione e i gruppi farmaceutici – per nominarne solo alcuni – sono membri della maggior parte di queste organizzazioni semi-occulte strettamente interconnesse.
Molti tra questi leader sono Sionisti o comunque sostenitori del sionismo mondiale. E confluiscono tutti al vertice attraverso uno dei patti più oscuri e sinistri mai esistiti: i Massoni, simboleggiati da triangolo e occhio che guarda, come raffigurati sulla banconota del dollaro. E’ ai Massoni che dobbiamo la creazione della FED e del nostro sistema monetario occidentale fraudolento e fuorilegge. Già governano il mondo. La loro morsa si fa sempre più stretta ogni giorno che passa fino a un punto di non ritorno, se Noi, la Gente, glielo consentiamo.
Ed ecco le analogie tra la Seconda Guerra Mondiale e gli attuali preparativi alla Terza. Negli anni ’30 e durante la Seconda Guerra Mondiale, l’IBM, allora una delle maggiori società Americane, collaborò strettamente con Hitler nell’organizzazione dell’Olocausto: contando, registrando e infine trasportando gli Ebrei ai campi di concentramento di Auschwitz ed altri, grazie ai primi computer a schede perforate.
(http://www.amazon.com/IBM-Holocaust-Strategic-Alliance-Corporation-Expanded/dp/0914153277/).
Hitler insignì il fondatore dell’IBM, Thomas Watson, con la Croce al Merito (la seconda più importante onorificenza Tedesca).
Altri collaboratori furono la Ford e la General Motors, la DuPont (il gigante chimico) e l’impero mediatico Randolph Hearst, per elencarne solo alcuni, che ammiravano il rigore della leadership del Fuhrer. Con la prospettiva di un ricco e sicuro profitto, tutti chiusero un occhio di fronte alle atrocità naziste. Le grandi imprese Americane, quindi, contribuirono a creare l’arsenale del Nazismo di Hitler.
Oggi, come ieri, le grandi aziende Americane ed Europe e i grandi gruppi mediatici, mano nella mano, promuovono e sostengono un approccio fascista per denigrare e schiacciare la Russia, indipendente e non allineata, e la Cina – e tutto questo con l’obiettivo del PNAC (Plan for a New American Century) di dominare a tutto campo le risorse naturali e le popolazioni del pianeta.
Uno dei più recenti attacchi sanguinari ha avuto inizio con il colpo di stato nazista (che poi si è dimostrato essere stato provocato dall’Occidente) contro il leader Ucraino democraticamente eletto, Viktor Yanukovich, sostituendolo con un governo fascista, durante il sanguinoso colpo di stato di Maidan a Kiev nel febbraio del 2014 – e accusando poi la Russia della conseguente guerra civile; in realtà il massacro del Donbass, in Ucraina orientale, è stata una strage ordita dalla NATO nella quale sono rimaste uccise almeno 40.000 persone, per lo più civili, causando circa 2 milioni di profughi. L’iniziativa occidentale aveva un duplice obiettivo: far guadagnare terreno alla NATO verso Mosca e privatizzare i ricchi terreni agricoli e minerari dell’Ucraina con capitali occidentali.
CHI FINANZIA “BARBAROSSA 2” – UN’IMPRESA USA/NATO IN PREPARAZIONE DI UNA TERZA GUERRA MONDIALE?
I costi sono difficili da valutare, ma è molto probabile che possano raggiungere il trilione di dollari USA, o anche più. E’ qui che entrano in gioco la FED e la BCE – ecco l’analogia con l’Operazione Barbarossa, quando la FED, tramite Wall Street e la BRI, finanziò l’Olocausto e la guerra di Hitler contro la Russia. E’ forse questa la ragione della tolleranza mostrata dalla BCE nei confronti di alcuni paesi dell’eurozona – Francia, Italia, Polonia e altri – che negli ultimi due anni hanno stampato più Euro di quanto fosse consentito dalla regole BCE? Questo denaro ‘nuovo’, prodotto a un ritmo di quasi 500 miliardi di euro BCE (in eccesso rispetto alle quote stabilite per l’Eurozona), è stato utilizzato per acquistare titoli di Stato, per finanziare cioè il debito governativo.
Conoscendo quindi il modo in cui è stata finanziata la Seconda Guerra Mondiale, non sarebbe una sorpresa scoprire che la BCE – pilotata da FED e Wall Street (ricordiamoci che Mario Draghi è un ex funzionario di Goldman Sachs) ha seguito le istruzioni di Washington chiudendo un occhio sulle limitazioni monetarie dell’eurozona, allo scopo di produrre, cosi’ come la FED a suo tempo con i dollari, euro senza valore per finanziare un nuovo conflitto mondiale. Sarebbe una replica di quanto avvenuto nella Seconda Guerra Mondiale, con FED/Wall Street e BRI. Come al solito, l’Impero del Caos tiene banco su due tavoli: da una parte briga per finanziare una nuova guerra contro la Russia, attraverso il debito imposto da Washington ai suoi alleati/vassalli Europei, sanzionando la Russia sempre attraverso il suoi alleati/vassalli Europei che accettano di buon grado di subirne le nefaste conseguenze economiche; mentre dall’altra parte l’eccezionale macchina da guerra Statunitense raccoglie i frutti della sua industria bellica nazionale; e nel frattempo Obama consente tranquillamente ai rappresentanti delle imprese Americane di partecipare all’International Business Forum dello scorso giugno a San Pietroburgo.
Ma quando arriverà il giorno in cui “Noi, la Gente” apriremo finalmente gli occhi sulle indicibili atrocità ed inganni perpetrati dalle élite manipolatrici?
Peter Koenig è un economista e analista geopolitico. Ha lavorato per molto tempo all’estero per la Banca Mondiale, occupandosi di ambiente e risorse idriche. Scrive regolarmente per Global Research, ICH, RT, Sputnik, PressTV, CounterPunch, TeleSur, per il Blog The Vineyard of The Saker e altri siti internet. E’ autore di : Implosione – un Thriller Economico su Guerra, Distruzione Ambientale e Avidità Imprenditoriale – un racconto basato su fatti reali e sulla sua esperienza trentennale per la Banca Mondiale in giro per il mondo. E’ anche co-autore di Ordine Mondiale e Rivoluzione! – Saggi dalla Resistenza.

Fonte: www.informationclearinghouse.info
Link: http://www.informationclearinghouse.info/article44423.htm
14.03.2016
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=16350

UN VIAGGIO A TRIPOLI

Oggi, 14 marzo 2016, dalle parti di Agrigento è spuntata una bellissima giornata, inondata da un sole tiepido, brillante, dallo squittio delle rondini, dalle vocine stridule dei bambini…
Mi affaccio alla finestra e guardo il mare, il Mediterraneo, nostro padre silente e carico di problemi e sofferenze, e non posso che pensare ai popoli dell’altra sponda, alla Libia ridotta a un cumulo di macerie e di malefatte.
Penso, con terrore, alla nuova guerra che si sta apparecchiando e da “profeta” disarmato ho selezionato alcuni brani di un mio libro,( http://www.lafeltrinelli.it/libri/spataro-agostino/osservatore-pci-nella-libia-gheddafi/9788891054913) per offrire uno piccolo squarcio del clima politico che caratterizzava, negli ’70 e ’80, i rapporti molto speciali dell’Italia con la Libia, per dire che altre vie sono possibili.
Prima che distruggano completamente Tripoli, i popoli della Libia, a noi tanto cari, desidero far notare agli scettici e ai guerrafondai che, nonostante le difficoltà, le provocazioni, i ritardi e le incomprensioni, l’Italia, l’Unione Europea riuscivano a gestire le relazioni con il regime del colonnello Gheddafi nella pace e nella cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa.
Spero che se ne ricordino, soprattutto i nostri “decisori” che si apprestano ad assumere scelte gravi, forse irreversibili. 
Prima d’incendiare e distruggere la Libia, scrissi che la Nato poteva vincere la guerra ma perdere il dopoguerra. Così è stato, è.
Oggi, si sta apparecchiando una nuova guerra che potrebbe risultare catastrofica. Per tutti. In primo luogo per la Libia, per l’Italia, per la Sicilia.
 
Altra cosa sono, nei casi estremi, le “operazioni” di polizia internazionale decise, e gestite direttamente, dalle Nazioni Unite. 
Invece che accendere nuovi conflitti bisognerebbe spegnere quelli in corso e provare a capire le ragioni degli altri, ad amare tutti i popoli del Pianeta (la nostra casa comune), nel rispetto della dignità umana e della sovranità degli Stati, nella solidarietà e nella legalità.
Con questo libro ho cercato di evidenziare una verità oggi difficile da percepire: l’Italia della “prima Repubblica”, spesso con la convergenza fra maggioranza governativa e opposizione del PCI, realizzò con il regime di Gheddafi risultati economici davvero invidiabili ( effettivamente invidiati da certi nostri alleati), riuscì a risolvere crisi gravi, problemi difficili insorti con la Libia e con altri Paesi arabi mediante il dialogo, mai con la guerra!  (a.s.)

(Ecco alcuni brani del “viaggio” effettuato dal 28 agosto al 3 settembre 1984)

“A cena col “senatore” Susanna Agnelli

1… Il giardino della residenza (dell’ambasciatore italiano a Tripoli  n.d.r.) è illuminato a giorno. Susanna Agnelli è già arrivata e conversa con Eric Salerno del Messaggero. L’ambasciatore Alessandro Quaroni fa le presentazioni. Seguono i soliti con­vene­voli, ma la conversazione soffre, stenta a decollare.

Essendo l’unico deputato in carica presente, mi sento in obbligo di rompere quell’atmosfera e chiedo al sottosegretario:

Senatrice, quando pensa d’incontrare Triki?” (ministro degli esteri libico)

Lei, prima di rispondere nel merito, mi corregge sull’appellativo “Senatore, prego…”, al maschile.

Un piccolo vezzo, forse, per sentirsi in sintonia con certo rivendicazionismo femminista che intende l’emancipazione come imita­zione dei ruoli virili ossia volgendo al maschile la personalità della donna.

“Triki, ha detto? Oh, sì. Spero d’incontrarlo domani o dopodo­mani. Chissà? Siamo qua. Insciallah!”

Si cena a lume di candela, al fresco ricreante del giardino.

“Più tardi – promette la signora ambasciatrice- potremo ammirare lo spettacolo dei fuochi d’artificio. Veramente grandiosi, suggestivi direi. Speriamo anche quest’anno…” guardò il marito e ammutolì.

Forse, aveva azzardato un’inopportuna previsione dubitativa, incompa­tibile col suo ruolo di consorte.

2... A sistemare le cose per il meglio ci pensa il cuoco, naturalmente italiano, che si presenta seguito da un paio di camerieri recanti piatti di spaghetti, odorosi e fumanti, sui quali mancava soltanto la bandierina tricolore. Graditissimi.

Dopo giorni di sorbire “ciorba” (la locale zuppa agrodolce a base di pomodoro, non male ma eccessivamente riproposta) e monta-gne di cous cous a base di carne di pecora, vedersi davanti un bel piatto di spaghetti, insaporiti dall’odoroso parmi­giano, è come giungere in un’oasi ubertosa dopo una lunga traver­sata nel deserto.

Specie all’estero, questa pasta riesce a unificare le delegazioni ita­liane anche le più eterogenee e controverse. Su tutto si può pole­mizzare, ma sugli spaghetti, generalmente, si converge.

Per il caffè ci spostiamo in un altro tavolo, sotto la veranda. Sa­ranno stati l’ottimo vino, il buon caffè, fatto sta che, finalmente, la conversazione si sciolse.

La senatrice, pardon il senatore, Agnelli, che probabilmente prefe­rirebbe evitare domande sui colloqui che avrà con Triki, ci parla dei suoi guai di sindaco dell’Argentario.

Uno sfogo indignato contro la speculazione edilizia, l’abusivismo, a suo dire, dilaganti anche in quel pregiato promontorio.

Deve lottare, da sola, contro una ciurma agguerrita di costruttori senza scrupoli che trovano appoggi in tutti i settori del consiglio comunale. Sola contro tutti: una lotta impari.

Tanto da indurla a rassegnare le dimissioni da sindaco che notificherà nei prossimi giorni.

La notte di Tripoli: i cavalieri berberi e i fuochi della rivolu­zione

3… L’Argentario è interessante, ma siamo a Tripoli e sarebbe molto più interessante parlare di relazioni italo libiche, delle condizioni di stabilità, delle prospettive del regime di Gheddafi.

La conversazione si stava avviando su questo crinale, quando si odono i primi botti dei fuochi d’artificio. L’ambasciatore coglie la balla in balzo e ci invita a salire sul terrazzo per ammirare lo spet­tacolo.

Il gioco delle luci e l’esplosione dei mortaretti in cielo svelano la bellezza nascosta di questa città. Bella di notte Tripoli, un po’ meno di giorno quando la luce abbagliante del sole, avvol-gendola, la riduce a un biancore liquido, indistinto.

Di notte, invece, il gioco delle luci, i bagliori dei fuochi ne esaltano la visione, le fattezze, lo splendore della sua “corni­che”, l’allegro fluire della gente per le vie.

Sì, di notte, Tripoli ap­pare più viva e più bella.

Più mediterranea, direi.

Dall’alto della terrazza, anche il panorama della città appare grade­vole, a tratti perfino ammaliante.

Laggiù il lungomare, il porto, i grattacieli, il castello, la città intera sono un’immensa luminaria fantasmagorica.

La serata è quieta e rinfrescata da una leggera brezza di tramon­tana. Aria buona, di casa nostra, che lenisce le estenuanti calure provenienti dal sud, dall’immenso Sahara.

Il cielo nero è squarciato da conturbanti inflorescenze; i fuochi della rivoluzione cadono, a cascata, sopra il mare.

Eh, eh! Il colonnello ha fatto le cose in grande, anche stavolta” sospirò l’addetto militare, stretto nella sua divisa d’ordinanza, il quale durante la serata non aveva spiccicato una parola.

4… Ma la vera sorpresa della festa ci attendeva sulla via del ritorno in hotel.

Sul piazzale antistante al porto è in corso un raduno di centinaia di cavalieri berberi, beduini giunti dalle più remote regioni della Li­bia.

 
Tripoli, piazza Verde. 1984

Si esibiscono sul pianoro di sabbia in corse e caroselli davvero sfrenati, fra due ali di folla entusiasta. Montano cavalli snelli e agili come il vento. Le gare sono a batteria: gruppi di otto o di dieci ca­valieri per parte corrono intabarrati nei loro barracani bianchi e celesti, e sparano in aria con i loro fucili a canna lunga, simili ai vecchi archibugi.

Più che partecipanti a un palio, sembrano guerrieri di un’antica battaglia raffigurati nelle vecchie stampe coloniali.

Mezzanotte è passata, ma la festa si anima. Da ogni quartiere, da ogni via di Tripoli arriva gente. Nessuno si vuol perdere la disfida dei cavalieri berberi.

Negli occhi di tutti quei “cittadini” un po’ rammolliti, figli, ben protetti, dello stato sociale diffuso, creato dalla “rivoluzione”, si legge una nota di malinconia, forse di atavica nostalgia per quegli uomini duri, dai volti essiccati dal vento e dal sole, che corrono, con i loro mantelli bianchi, a dorso di cavalli indomiti che evocano il deserto infinito, le notti d’amore al chiaro di luna, la libertà di scorazzare per gli spazi infiniti, il senso più autentico della vita.

Per i beduini il deserto è la patria, la libertà. Non solo perché sono liberi di muoversi con le loro famiglie e tribù, con i loro armenti, ma perché nel deserto non sono mai penetrati gli eserciti invasori.

L’unico che vi si addentrò, nei primi anni ’30, fu il generale fasci­sta Rodolfo Graziani il quale, per corrispondere all’ordine di Mus­solini, perpetrò un genocidio.

(1° settembre)

  • Finalmente, il gran giorno. Quindici anni come oggi, il ventiset­tenne Muammar Gheddafi, con altri undici giovani uffi­ciali, tra i quali il maggiore Jallud e il generale Karrubi, detroniz­zavano il vecchio re Idriss, un fantoccio nelle mani degli anglo- a­mericani.

La vera abilità di Gheddafi non consiste solo nell’avere ideato e attuato il colpo di stato, quanto nell’avere saputo mantenere il po­tere per tre lustri, sfidando serie difficoltà all’interno e resis-tendo a una congiura internazionale davvero pericolosa, micidiale.                                   

Le più grandi potenze, con ogni mezzo e senza badare a scrupoli, hanno tentato prima di comprare il colonnello e dopo, non essen­dovi riuscite, di eliminarlo fisicamente.

I petrolieri angloamericani non potevano accettare di perdere il controllo su circa il 4% della produzione petrolifera mondiale.

Seppure con molti errori e ondeggiamenti, Gheddafi è ancora in sella, è il leader della “rivoluzione di Al Fatah” e questa mattina, dalla tribuna della Piazza Verde, si godrà la sua colorita e rumo-rosa parata militare.

Nella piazza, accostati al bastione orientale del castello, sono stati eretti due palchi con tettoia.

Uno riservato alle delegazioni straniere e un’altro a Gheddafi e al suo più stretto entourage del Comando della rivoluzione (il vero centro di potere della Jamahiriya) e ad altri dignitari del regime e a qualche ospite straniero di particolare riguardo.

Quest’anno, il colonnello ha voluto accanto a se il generale Ramadan, il vicepresidente siriano, i due ministri nicaraguensi e il “presidente” della repubblica islamica degli Stati Uniti d’America.

 
Gheddafi con Arafat, 1977

Che bella soddisfazione per Gheddafi!

Nel 1979, a Bengasi, per far dispetto agli americani, volle al suo fianco lo squattrinato Bill Carter, fratello del presidente (in carica) Jimmy, oggi, addirittura, un futuro “presidente”Usa.

Noi osserviamo la “scena” dal palco delle delegazioni straniere. La guida ci dice che quest’anno il senso di marcia della parata va da occidente verso oriente, per indicare, idealmente, la via alle armate maghre­bine unite (a partire dal Marocco) verso Gerusalemme, verso la li­berazione della terra di Palestina.

  • Il Colonnello osserva attentamente i reparti dietro un paio di occhiali neri (come vuole la migliore tradizione dittatoriale), truc­cato come un attore che si prepara ad affrontare la scena madre, mentre sorseggia una bibita fresca spaparanzato sopra un’enorme poltrona di pelle.

Al passaggio dei reparti femminili da una gomitata a Ramadan, come per dire “guarda cosa ho io!”.

La Libia è l’unico paese arabo ad avere introdotto questa sconvol­gente novità.

Le donne, che la tradizione vuole chiuse in casa, schiave dei padri e dei mariti, il Colonnello le ha portate nell’esercito, innalzandole, formalmente, alla dignità di combattenti al pari degli uomini.

E, per sottolineare la bontà della scelta, ha voluto che metà della sua scorta personale fosse formata da prestanti ragazze in grigio­verde.

Per le donne il servizio militare non è obbligatorio. Possono ar­ruolarsi volontarie dietro consenso del padre o del fratello mag­giore. Comunque sia, a parte questa novità, bisogna dare atto al re­gime di aver fatto molto per migliorare la condizione della donna in Libia nei vari campi della vita sociale.

Dopo i reparti appiedati, vengono i mezzi corazzati, soprattutto carri armati. In gran parte ferraglia venduta dall’Italia, a prezzi stracciati. Ogni tanto, i governi occidentali, quando decidono di ammodernare gli arsenali, fanno di queste svendite.

Per la fortuna delle nostre orecchie, ne sfilano soltanto un centi­naio. A Bengasi furono migliaia. Un vero strazio ossia sette ore di assordante sfilata avvolti dentro una nuvola di sottile polvere bian­castra che i panzer sollevavano al loro passaggio.

  • Sotto lo spietato sole tripolino, ora è la volta dell’esibizione dei reparti missilistici. Passano camion carichi di missili di varia grandezza e gittata.

Alcuni, molto lunghi, sono trasportati da appositi tir mimetici.

Il nostro pensiero corre agli SS12 sovietici, ordigni particolarmente temuti poiché, avendo una gittata di circa mille chilometri, possono agevolmente raggiungere la Sicilia e l’Italia meridionale.

Di questa nuova minaccia al fianco sud della Nato si è molto par­lato in Italia, anche nel quadro del rafforzamento del dispositivo mediterraneo e dell’installazione dei missili nucleari a Comiso.

La questione, dunque, è molto delicata e controversa. C’è chi so­stiene che i libici siano già in possesso di tali sistemi d’arma e altri che lo escludono.

Personalmente, confido nel senso di responsabilità dei sovietici i quali non possono, davvero, permettere di far dipendere da Ghed­dafi la scelta di scatenare un conflitto contro la Nato, nel cuore del Mediterraneo.

D’altra parte, se i libici possedessero questo tipo di missili è im­probabile che li avrebbero esposti in una parata.

L’ambasciatore Quaroni, che ci sta di fianco, esclude che quei be­stioni siano gli SS12.

  • Allontanatisi le armi e gli armati, è il turno del popolo fe­stante. La piazza è invasa da masse vocianti che inneggiano al Co­lonnello e alla rivoluzione.

Invocano il nome di Gheddafi il quale, senza tanto farsi pregare, va sul podio e attacca a parlare.

Come il solito, i toni del discorso sono duri, sprezzanti. aggressivi, in sintonia con le attese della piazza.

Parla per oltre un’ora, molto meno delle precedenti celebrazioni. Parata corta, discorso breve: si vede che il colonnello avrà adottato un nuovo stile o rivisto il suo personale senso delle misure.

Il passaggio più arduo è quello in cui ha dovuto spiegare al popolo la bizzarra unione della Jamahirja con il regno del Marocco di Has­san II, fino a qualche mese addietro odiato nemico e indicato al pubblico ludibrio come servo dell’imperia-lismo franco- americano in Africa.

Le masse addestrate plaudono anche a questo accordo, tanta è la fede nella nuova “spada dell’Islam”.

 
Tripoli, presidenza conferenza mediterranea: da sin. A. Spataro, O. Di Liberto, segretario gen. libico

Tuttavia, malgrado gli applausi e gli apparenti entusiasmi, il colon­nello non è risultato molto convincente.

In privato, alcuni dirigenti libici me ne hanno parlato con un certo imbarazzo.

Anche Shahati, che è una delle persone più sagge dell’entourage di Gheddafi, pur dichiarandosi d’accordo, teme che la scelta non possa essere capita dagli altri Paesi fratelli (fronte del rifiuto) e dai movimenti di liberazione dell’Africa e in generale nel mondo.

“Quando una decisione necessita di troppe spiegazioni…tu capisci cosa voglio dire”

La propaganda ufficiale, invece, sostiene che l’unione è il primo passo verso la creazione del grande Maghreb. Una buona idea in se, da tempo, proposta dagli algerini anche al Marocco, ma senza i convitati francesi e americani.

La Tv diffonde in continuazione le immagini della parata, del co­mizio di Gheddafi e quelle del Congresso generale dei Comitati popolari, svoltosi nel tardo pomeriggio, che in pochi minuti ha rati­ficato il trattato d’unione col Marocco. Nelle stesse ore, il 99% dei marocchini rispondeva “Sì” al referendum indetto da Hassan II. L’esito del referendum è lampante, ma resta il mistero delle moda­lità e dei tempi del suo svolgimento e, soprattutto, del suo plebi­scitario consenso.

(2 settembre)

Leptis Magna: una civiltà resuscitata

  • Sveglia alle 6,00. Oggi abbiamo un programma molto denso: una visita a Leptis Magna e ai cantieri Impregilo a Homs. Viene a prelevarci il dottor Tornetta, secondo consigliere della nostra am­basciata. Passiamo al “Grande Hotel” dove è alloggiata Susanna Agnelli che farà parte della comitiva.

Siamo sul punto di avviarci verso Leptis, quando dal ministero de­gli esteri libico arriva la comunicazione che il ministro Triki ha fis­sato l’incontro con la Agnelli per le 10,30 di quella mattina.

Si con­ferma il fattore imprevedibilità, specie nella gestione del tempo, che qui è una caratteristica dominante nelle relazioni anche proto­collari.

E così, noi partiamo per Leptis e “il senatore” per il ministero degli esteri. Ci raggiungerà dopo l’incontro con Triki.

L’autostrada che da Tripoli giunge a Bengasi è un rettifilo nero che si snoda fra il blu intenso del mare della Sirte e il verde cupo degli orti e degli uliveti.

Da Tripoli a Leptis vi sono circa 120 km. L’auto va veloce. In poco più di un’ora ci porterà a Leptis, la meta da me agognata, detta “magna” dai romani per distinguerla dalla Leptis minor, fondata da mercanti fenici in Tunisia, nei pressi dell’attuale Sousse.

Il paesaggio è gradevole, addolcito dalla vegetazione della cosid­detta “fascia utile” ovvero un’ampia striscia di terra irrigata che corre lungo la costa, dove crescono, ubertosi, uliveti e giardini di agrumi, orti di verdure e, naturalmente, distese di palme.

“Fascia utile”, evidentemente tutto il resto si considerava “inutile”. Un errore per la politica coloniale italiana che concentrò i suoi im­pegni nella fascia costiera (attività agricole) e trascurò la “fascia inutile”(deserto) dove saranno rinvenuti immensi giacimenti di pe­trolio e di gas. E perfino di acqua!

Il simpatico dottor Tornetta, siciliano di Piazza Armerina, ritiene suo dovere darci alcuni chiarimenti su taluni aspetti della realtà politica libica.

Dalle prime battute (talune veramente esilaranti!), s’intuisce che non ama il regime e per indicare Gheddafi dice sempre “Pieri­no”. Non si capisce se lo faccia per precauzione diplomatica o per un chiaro intento spregiativo. Il suo dire è spesso intercalato da espressioni tipo “come ha detto Pierino, come ha fatto Pierino”.

  • Giungiamo a Leptis Magna prima di mezzogiorno. Ci atten­dono tre ragazzi (due maschi e una donna) della missione archeo­logica dell’università di Roma impegnati nei lavori di restauro del sontuoso arco di Settimo Severo.
 
Leptis Magna (foto Unesco)

Ai nostri occhi si presenta uno spettacolo davvero unico, esaltante.

La maestosità e l’ottimo stato di conservazione degli edifici e delle vie consentono di ammirare, in tutto il suo splendore, una grande città romana.

“Questa città, una vera perla incastonata fra il deserto e il mare, è una testimonianza del passaggio di Roma verso il nord Africa; ma­estoso monumento, fondato dai fenici, che deve il suo splendore all’impero dei Cesari e di Settimo Severo, suo figlio diletto… In poco più di un secolo e mezzo, furono costruiti: il calcidicum, il tempio di Roma ed Augusto, il vecchio Foro, gli archi di Tiberio, Vespasiano, Traiano, Settimo Severo e Marco Aurelio; i templi de­gli Augusti, del Libero Padre e di Ercole, della Grande Madre o Cibale, gli acquedotti, le terme di Adriano e il santuario in onore dell’imperatore Antonino Pio.” [1]

E ancora, il nuovo foro, il mercato, il teatro, il ginnasio, la basilica e tanto altro.

Tutto si è salvato sotto le sabbie del deserto giunto fino al mare. Erette o per terra, le rovine sono ancora qui. Intatte o quasi. Come in altre regioni dell’immenso Sahara, la sabbia, da nemico mortale della natura e delle genti, si è trasformata nel migliore custode de­gli splendori di civiltà sepolte che diversamente non avremmo po­tuto ammirare.

Penso anche ai templi della civiltà sabea, dove officiava e gover­nava Bilqis la celebre regina di Saba, di Palmira in Siria, ai tanti tesori dell’antico Egitto, della Mesopotamia, ecc.

Grazie a queste sabbie, bionde e sericee, Leptis si è conservata e oggi, in gran parte, è stata riportata alla luce dagli scavi con-dotti, in oltre mezzo secolo, da varie missioni archeologiche italiane.

Il risultato, davvero brillante, è sotto gli occhi di tutti: credo non sia esagerato dire che per vedere l’antichità romana più auten­tica bisogna venire a Leptis Magna.

  • Domando al capo missione quali fossero i rapporti con le auto­rità libiche.

Risponde che, all’inizio, non mostrarono grande interesse per la ricerca archeologica poiché consideravano quelle rovine estranee alla loro civiltà, perfino come simboli di un’antica oppressione.

Una visione, d’altra parte, in sintonia col manicheismo islamico secondo cui tutto quello che era prima della Rivelazione (a Mao­metto) è “jahaliya”ossia il caos, il male, mentre è bene tutto quello che è venuto dopo.

Per aggirare l’ostacolo e suscitare l’interesse delle autorità, gli ar­cheologi italiani, testi alla mano, dimostrarono che al tempo dei romani qui viveva la tribù dei “Libo” dalla quale discendono i li­bici contemporanei. Lo stesso imperatore Settimo Severo nacque nato a Leptis Magna da una famiglia libo.

Pertanto, un libo/libico assurse alla più alta magistratura di Roma imperiale.

Sulla base di tali argomenti, pare che Gheddafi si sia convinto a prestare l’assistenza necessaria alle missioni italiane. Oggi esiste una proficua collaborazione fra i due Paesi: l’Italia fornisce i tec­nici, gli archeologi e la Libia i mezzi finanziari e il personale di scavo. L’area centrale della città è già tutta alla luce, ma la gran parte è ancora da scoprire.

Visitiamo la grande piazza del mercato. È molto interessante, per­fino commovente osservare i banchi di pietra dove si vendevano il pesce, le carni, i tessuti, ecc.

Di fianco, c’è una lapide sulla quale sono intagliate le unità di mi­sura dell’epoca: il braccio punico e il piede romano.

Due arti importantissimi, due simboli, qui, riuniti in un mirabile esempio di fusione di due civiltà così distinte e contrapposte.

Lungo i cardi e i decumani, davanti alle abitazioni si notano tavo­lette con sopra incisi enormi simboli fallici che la guida ci dice gli antichi esponevano contro il malocchio.

Più avanti i resti di un abbeveratoio e le relative condutture di ad­duzione dell’acqua provenienti da una cisterna.

Il teatro è di rara magnificenza. E’ tutto un grande spettacolo di eleganti architetture armonizzate con la natura circostante: il mare, le dune di sabbia finissima, i frutteti.

  • Terminata la passeggiata archeologica, i ragazzi della mis­sione ci invitano nel loro appartamento, ricavato nei locali sovra­stanti il piccolo antiquarium.

L’edificio è immerso nella fresca quiete di un giardino di frutta e di verdure. Con fare circospetto, i tre archeologi ci introducono in un ripostiglio nascosto da una tenda, promettendoci una piacevole sorpresa. Pensai a un pezzo raro o comunque a una curiosità legata al loro lavoro. Invece…

Aprono la tenda e appare un rudimentale meccanismo per la fabbricazione della birra. Una piccola fabbrica clandestina, s’intende. Assaggiamo volentieri. Da una settimana, beviamo soltanto acqua minerale e una specie di gassosa insipida, perciò la birra fredda de­gli archeologi è davvero una squisitezza da pub inglese.

Arrivano Susanna Agnelli e l’ambasciatore Quaroni, reduci dall’incontro con Triki. Il sottosegretario ha poco tempo a disposi­zione.

 
Teatro di Leptis Magna. Da sin. S. Agnelli, A. Quaroni, A. Spataro

 

Una visita veloce al teatro e all’agorà e via, di corsa, verso Homs, al cantiere del consorzio italiano “Impregilo” di cui è capofila la madre Fiat.

Qui si sta costruendo un nuovo grande porto militare. Un ingegnere ci accoglie tutto emozionato. Non capita tutti i giorni vedere sul posto di lavoro uno dei titolari della ditta, per giunta nelle vesti di rappresentante ufficiale del governo italiano.

Ci illustra le caratteristiche del progetto, davvero ambizioso ri­spetto alla consistenza della marina militare libica.

Forse, pensano di ricevere “ospiti”. I sospetti si appuntano sulle mire sovietiche ad avere, dopo quello di Tartous in Siria, un altro buon approdo nel Mediterraneo centrale.

I lavori sono a buon punto: dal mare affiorano i lunghi bracci, i moli e le altre infrastrutture del grande porto.

Al pranzo (ottimo) partecipano i dirigenti e i tecnici del consorzio con le rispettive consorti che hanno seguito i mariti in questo lembo d’Africa.

Vita difficile per le signore, costrette a vivere, isolate, dentro roventi prefabbricati metallici, un po’ simili a quelli dei terremotati dell’Irpinia.

Questi, però, sono dotati di tutti i confort, in particolare, dell’impianto di aria condizionata, di vitale importanza.

L’ambasciatore freme per rientrare a Tripoli dove, nel pomeriggio, la signora Agnelli è attesa a casa di Triki per il tè, probabilmente per continuare, al riparo da occhi indiscreti, i collo­qui della mattina.

A fronte di tali incombenze, non resta che prendere atto e ripartire.

Durante il viaggio di ritorno, il dottor Tornetta ci intrattiene piace­volmente con le sue salaci battute su “Pierino”.

È una miniera inesauribile di simpatica maldicenza: fatti e misfatti, anche minimi, bizzarrie del sottobosco politico libico che tutti sus­surrano, ma che mai diventeranno notizie di cronaca.”

 

* Brani tratti dal mio libro “NELLA LIBIA DI GHEDDAFI” in vendita presso le librerie Feltrinelli e Amazon:

 

 
B.Aires- ottobre 2015- presentazione del libro al circolo de “La campora”
  1. Per il lettore e per il “Grande fratello” (in ascolto), desidero precisare- come ampiamente spiego nel libro- che i miei rapporti con personalità e organismi ufficiali libici si sono svolti, sempre nell’ambito della mia attività di parlamentare della Repubblica italiana, per conto del PCI , dell’Associazione nazionale di amicizia italo-araba e, sovente, d’intesa col nostro Ministero degli Affari esteri. Da quando, nel 2003, i dirigenti libici si accollarono la terribile responsabilità dell’abbattimento di due aerei civili, che condannai pubblicamente, ho conseguentemente interrotto ogni residuo contatto. Su questa come su altre vicende mi limito a dare qualche (inascoltato) consiglio. . 

[1] H. Calderon, op. cit.

 

Preso da: http://montefamoso.blogspot.it/2016/03/un-viaggio-tripoli.html

Moneta: come fu che ci rubarono tutti i soldi.

LA FINE DEL CONTANTE ARRIVERA’, PRESTO

Postato il Giovedì, 18 febbraio @ 23:10:00 GMT di davide

DI TYLER DURDEN (postato da Simon Black via sovereginman.com)
zerohedge.com
La situazione si sta facendo molto preoccupante. Il momento di “far fuori il contante” ed in particolare i tagli da 500€ e 100$ si sta avvicinando.
Lunedì il Presidente della BCE ha affermato che sta seriamente pensando di mettere fuori corso la banconota da 500€.
Ieri l’ex Segretario del Tesoro Larry Summers ha pubblicato un editoriale sul Washington Post dicendo di sbarazzarsi della banconota da 100$.

Eminenti economisti e banche si sono uniti al coro negli ultimi mesi, acclamando la scomparsa del denaro contante.
Il ragionamento è sempre lo stesso: che il contante viene usato solo da criminali, terroristi ed evasori fiscali.
In questo editoriale Summers fa riferimento ad una ricerca di Harvard intitolata “Rendere il lavoro più difficile ai cattivi: caso di studio sull’eliminazione delle banconote di taglio alto”.
Il titolo riassume bene il pensiero comune. All’interno si suggerisce l’eliminazione dei tagli 500e e 100$.
Gli autori sostengono che “senza la possibilità di utilizzare quelle banconote, le persone coinvolte in attività illegali – “i cattivi” del titolo – affronterebbero costi maggiori e maggiori rischi di detenzione. L’eliminazione del contante distruggerebbe il loro “modello di business”.
Personalmente lo trovo comico.
Riesco solo ad immaginarmi un mucchio di burocrati e politicanti chiusi in una stanza che fingono di sapere qualcosa di attività illegali.
Non ha senso. Da quando esiste la civiltà è esistito il crimine. Il crimine esiste da prima del denaro contante e continuerà ad esistere comunque, anche se questo verrà eliminato.
Forse ancora più esilarante è che molti di questi governi in bancarotta sono così disperatamente alla ricerca della crescita economica da contare le attività illegali di narcotraffico e prostituzione nel calcolo del PIL. Ovviamente entrambe le attività sono gestite in contanti.
Paradossalmente, eliminando il contante contrarrebbero il proprio PIL.
Cosa c’è davvero dietro? Perchè eliminare una cosa che solo una minima parte della popolazione usa per attività illegali?
Il contante è il tallone d’Achille del sistema finanziario.
Le Banche Centrali di tutto il mondo hanno mantenuto tassi di interesse prossimi allo zero per quasi otto anni.
Nonostante abbiano creato enormi bolle e un gigantesco ammontare di debito le loro strategie non stanno funzionando.
Specialmente in Europa, il tentativo di innescare la ripresa (insieme al velenoso obiettivo dell’inflazione) è fallito.
Naturalmente, visto che ciò che hanno tentato non ha funzionato, la loro soluzione è di continuare…sempre di più.
I tassi di interesse in Europa ora sono negativi. I tassi giapponesi sono anch’essi negativi.
Persino negli USA, la FED ha ammesso di aver preso in considerazione tassi di interesse negativi.
Non hanno altra scelta: aumentare i tassi manderebbe in bancarotta i governi che supporta e manderebbe a monte ogni speranza di ripresa economica.
Basta osservare quanto bassi siano i tassi negli USA – ma comunque nell’ultimo trimestre il PIL si è fermato. Non si possono permettere di alzare i tassi.
Finchè l’economia mondiale sarà così debole, le Banche Centrali non hanno altra possibilità se non portare i tassi in un territorio ancora più negativo.
Detto ciò, i tassi negativi saranno il cancro del sistema finanziario.
Prima o poi, se le banche devono pagarsi tra loro enormi interessi negativi e alle banche centrali, dovranno necessariamente riversare quegli stessi tassi negativi sui clienti.
Molte banche già lo fanno, specialmente sui depositi più ingenti.
L’abbiamo visto accadere in Europa, dove alcune banche addebitano interessi negativi ai clienti per averne in deposito il denaro e, in circostanze straordinarie, pagano altri clienti per prendere denaro in prestito.
È follia.
Ad un certo punto, comunque, quando i tassi diventeranno così negativi nessuna persona sana di mente avrà più interesse a depositare il proprio denaro nel sistema bancario.
Magari la gente si accorgerà che è più conveniente continuare a prelevare e avere in mano denaro contante.
Sicuramente il contante non frutta interessi, ma non ha nemmeno alcun costo.
Con 200.000$ sul conto corrente ad un tasso negativo dell’1%, il costo che andrà alla banca sarà di 2.000$ all’anno.
Ha chiaramente più senso comprare una cassetta di sicurezza e tenere i contanti a casa.
Il problema è che le banche quel denaro non ce l’hanno.
Non esiste denaro sufficiente nell’intero sistema per coprire una piccola frazione di tutti i depositi bancari.
Ancora più importante: le banche (specialmente in USA ed Europa) sono particolarmente carenti in liquidità.
Investono la maggior parte dei vostri depositi in prestiti o prodotti dal dubbio valore di lungo periodo, per quanto qualsiasi investimento possa apparire idiota.
Molte banche hanno intrapreso un grosso cambio nei bilanci, ciò che era definito “in vendita” ora è “trattenuto a maturare”.
È un trucco di contabilità usato per nascondere le perdite nei portafogli obbligazionari. Ma significa anche che dqueste dispongono di meno liquidità per supportare i prelievi dei clienti.
L’effetto collaterale dei tassi di interesse negativi è che la gente è spinta a tenere il denaro fuori dal sistema bancario.
È chiaro che una crescita dei prelievi farebbe crollare il sistema.
Le banche non vogliono che ciò accada.
Ma dato che le banche centrali non hanno altra scelta se non continuare con questa politica, l’unica opzione logica è bandire il contante ed obbligare i consumatori a lasciare il proprio denaro nel sistema.
Non dubitate, questa è una forma di controllo del capitale e tra poco arriverà anche nel sistema bancario a voi più vicino.

Fonte: http://www.zerohedge.com/
Link: http://www.zerohedge.com/news/2016-02-17/ban-cash-coming-soon
17.02.2016
Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l’autore della traduzione FA RANCO

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=16250

IL DELIRIO DI GEORGE SOROS…E I VERI NEMICI DELL’EUROPA

Postato il Giovedì, 18 febbraio @ 19:56:22 GMT di davide

DI GIAMPAOLO ROSSI
ISIS? NO PUTIN

blog.ilgiornale.it
In un recente editoriale sul Guardian (lo storico quotidiano britannico della sinistra laburista) George Soros, lo speculatore “illuminato”, è tornato a parlare di politica estera; ma, vuoi per l’età ormai avanzata, vuoi per il delirio di onnipotenza tipico di chi è abituato a manipolare impunemente verità e denaro, stavolta sembra aver superato la soglia del ridicolo.
Secondo Soros, la minaccia per l’Europa è Putin, non l’Isis.

E quale sarebbe la ragione di un’affermazione tanto azzardata? Semplice, Putin starebbe orchestrando la distruzione dell’Europa attraverso la crisi dei migranti. Siccome “l’obiettivo di Putin è la disintegrazione dell’Unione Europea –scrive Soros- il modo migliore per realizzarla è quello di inondare l’Europa di profughi siriani”.
I russi, in Siria, ci starebbero per bombardare la popolazione civile così da costringere milioni di disperati a fuggire e invadere il nostro continente.
Quindi l’esodo biblico d’immigrati che sta mettendo a rischio la tenuta sociale ed economica dell’Europa e il suo futuro, sarebbe opera di Putin. I barconi che attraversano il Mediterraneo, i milioni di profughi islamici (di cui più della metà non sono profughi) che premono ai nostri confini, il rischio di trasformarci in Eurabia, tutto questo sarebbe un complotto russo finalizzato a far implodere l’Unione Europea.
INCONGRUENZE
Che l’emergenza profughi sia iniziata molto prima dell’intervento russo in Siria, è una constatazione che non sembra scalfire le certezze di Soros. Così come nelle sue considerazioni, non vi è alcun cenno alle  “guerre umanitarie” che l’Occidente ha condotto in questi anni, destabilizzando l’intera area che va dal nord Africa, al Medio Oriente.
Non rappresenta un elemento di valutazione neppure il fallimento della “Primavera araba” e il disastro libico (altro capolavoro occidentale) che hanno aperto la porta al dilagare dell’integralismo islamico nel Mediterraneo; né il fatto che l’Isis sia un prodotto di laboratorio delle centrali d’intelligence americane e saudite, creato apposta per distruggere la Siria e costruire una entità salafita sul Mediterraneo come ultimo tassello di un effetto domino che avrebbe dovuto portare alla rimozione di tutti i governi dell’area ostili al potere dei regnanti del Golfo.
Ma al di là delle incongruenze storiche, perché la Russia dovrebbe cercare di distruggere l’Europa col rischio di ampliare la minaccia islamica non solo in Asia centrale ma anche ai suoi confini occidentali? Per Soros la risposta è semplice: siccome la Russia sta per finire in default (altra vecchia ossessione del finanziere), “il modo più efficace con cui il regime di Putin può evitare il collasso è causare prima il crollo dell’Unione Europea. Una UE a pezzi non sarà in grado di mantenere le sanzioni inflitte alla Russia dopo la sua incursione in Ucraina”.
Ecco che nello schemino semplice di Soros, tutto viene riportato al suo maggiore interesse: l’Ucraina e il governo fantoccio di Kiev ennesimo prodotto delle rivoluzioni democratiche costruite a tavolino nei think tank d’oltreoceano e nei consigli d’amministrazione delle banche d’affari e dei fondi d’investmento degli amici di Soros che poi lui fa nominare ministri anche se sono cittadini stranieri (le collusioni scandalose tra Soros e il governo ucraino le abbiamo rivelate in questo articolo del Luglio scorso).
Questa mescolanza tra delirio e ossessione, tra interessi e manipolazione della verità attraverso i media di sistema, porta Soros a negare persino l’evidenza: e cioè che l’Isis ha fermato la sua avanzata solo dopo che la Russia è entrata in campo.
UN AVVERTIMENTO ALL’EUROPA
Quello di Soros è in realtà un avvertimento agli europei: “lasciate perdere l’Isis che tanto l’abbiamo creato noi e quindi lo distruggiamo quando non ci servirà più. Voi occupatevi della Russia, e non sognatevi di decidere liberamente quali sono i vostri interessi strategici”.
L’articolo di Soros non va relegato nel capitolo “disturbi senili” perché è lo specchio di cosa passa nella testa dell’élite tecnocratica che domina l’Occidente, la cui folle ideologia mischiata ad un’aggressività senza scrupoli, ci sta spingendo verso la guerra globale.
Questa élite che è finanziaria e tecno-militare, contamina i governi occidentali, controlla la Nato, domina Wall Street e condiziona l’informazione globale; ha bisogno di allargare la propria sfera d’influenza nella ricerca compulsiva di dominio.
PERCHÈ L’EUROPA MUORE
A differenza di ciò che dice Soros, l’Europa sta morendo non per colpa di Putin ma a causa della perdita di sovranità (monetaria, democratica e militare) che sta distruggendo le economie, la coesione sociale e l’identità delle nostre nazioni. Passo dopo passo gli spazi di libertà si stanno chiudendo ed una élite di tecnocrati senza volto, alchimisti della moneta, burocrati e politici scodinzolanti sta prendendo il potere sulle nostre vite e sul nostro destino.
Sono questi i veri nemici dell’Europa.

Giampaolo Rossi
Fonte: http://blog.ilgiornale.it
Link: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2016/02/18/il-delirio-di-george-soros-e-i-veri-nemici-delleuropa/
18.02.2016

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=16249

GOTTI TEDESCHI: “Vogliono arrivare a un supergoverno mondiale”

febbraio 2016.

Parla l’ex banchiere dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi: “C’è chi fa risalire le turbolenze alle scelte degli Usa. Che hanno puntato sull’autosufficienza energetica per frenare i fondi arabi

Le ultime parole di Mario Draghi, che ieri ha accennato a elementi che concorrono a deprimere l’inflazione in Europa, trasmettono di nuovo un senso di paura tra i cittadini, gli italiani in particolare.

Specialmente se combinate con il crollo verticale delle Borse. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e le connessioni con il terrorismo islamico completano un quadro nel quale, se si vogliono unire tra loro i vari puntini, si ottengono anche scenari inquietanti. Ne abbiamo parlato con Ettore Gotti Tedeschi, economista, banchiere di lungo corso, ma anche profondo conoscitore (è stato anche al vertice dello Ior, nel tentativo da molti ostacolato di mettere ordine nella banca vaticana) delle dinamiche che governano relazioni e flussi finanziari internazionali. Non a caso di denaro e Chiesa, finanza islamica, economia e religione, Gotti Tedeschi scrive nel suo ultimo libro, «Un mestiere del diavolo» (Giubilei Regnani Editore, pag 260, 15 euro).
Ci aiuta a capire che sta succedendo? «Le riporto le opinioni che io stesso ascolto da parte di esperti internazionali: c’è una corrente di pensiero, forte e autorevole, secondo la quale il calo del prezzo del petrolio, alla base di quanto sta accadendo in questi mesi e della bassa inflazione, sia stato causato non dai venditori, ma dai compratori, per rallentare le acquisizioni di aziende e banche quotate, effettuate in Occidente a prezzi di saldo con capitali dei Paesi produttori di petrolio».
Cioè una manovra degli Usa?
«Bisogna partire da lontano e vado a memoria: nel decennio ’98-2008 il Pil Usa è cresciuto di circa il 32%. Ma nel 2008 si è scoperto che l’85% circa di quel 32 era debito accumulato dalla famiglie e a quel punto non ripagato. Quindi ci si è resi conto che la crescita economica e tutti i valori espressi da questa (azioni, immobili), avevano accumulato una forte sopravvalutazione. Bisognava allora fare due cose: salvare le banche e, quindi, così, nazionalizzare il debito delle famiglie. Per poi procedere a delevereggiare, cioè sgonfiare, lentamente, questo debito, ormai diventato pubblico».
Nel frattempo i mercati crollavano.
«Il punto è che dal 2010, quando i valori di Borsa crollavano del 30-35%, si è temuto che grandi fondi sovrani potessero reinvestire i profitti petroliferi comprando di tutto, in tutto l’Occidente. È a questo punto – è una delle opinioni sostenute – che, attraverso la loro capacità tecnologica, gli Usa hanno programmato una nuova massiccia produzione di energia con l’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza energetica in 3-4 anni. E cercando, molto opportunamente, di imporre lo stesso anche ai loro alleati. Spingendo di conseguenza i Paesi arabi a ridurre i profitti dal petrolio».
Con quali effetti?
«Gli Stati Uniti hanno raggiunto l’autosufficienza energetica, e sono riusciti anche a reimportare un’importante quota di produzioni delocalizzate in Asia, creando posti di lavoro. Nel frattempo, però, sono cambiate anche le condizioni della Cina che, se prima cresceva dell’8-10%, oggi ha ridotto a un quarto la sua crescita. Riducendo, di conseguenza, anche la domanda di materie prime verso gli altri Paesi produttori (in Africa e Sudamerica). È per tutte questo dinamiche che il prezzo del petrolio si trova così in calo. E purtroppo noi europei ne paghiamo indirettamente un prezzo».
E Draghi deve reagire.
«Guardi, sul presidente della Bce io posso solo dire che se non ci fosse stato lui a immettere sul mercato 60 miliardi al mese, da un anno, noi italiani, e forse l’intera Europa, saremmo falliti».
Da economista, come pensa che si possa indurre un rialzo dell’inflazione?
«L’inflazione è fatta di due componenti: quella interna, legata ai consumi e quindi al potere d’acquisto, è stagnante e lo sarà per tutto il 2016. Da fine anni ’70 al 2010 progressivamente gli italiani sono stati portati a trasformare i risparmi in consumi: erano il 25% del reddito e sono calati fino al 5%. L’inflazione esterna dipende invece dai prezzi delle materie prime che, come abbiamo visto, non dipendono solo da domanda e offerta, bensì dalle politiche economiche dei diversi Paesi o blocchi geografici. La soluzione dei problemi deve passare da qui.

Il che lascia immaginare che siamo molto vicini a un supergoverno mondiale.

E non è un caso che già ora le elezioni democratiche sono così complesse. Mentre è sempre più facile assistere a cooptazioni di governi».

Fonte: ilgiornale.it P.S Noi vogliamo processarli per crimini contro l’umanità!!!

Preso da: http://unaliraperlitalia.altervista.org/blog/2016/02/07/gotti-tedeschi-vogliono-arrivare-a-un-supergoverno-mondiale/

America Latina, Unione Europea e ingerenza

15 febbraio 2018

di João Pimenta Lopes, deputato europeo del PCP (GUE/NGL)

parlamentoeuda avante.pt
Traduzione di Marx21.it
La natura capitalista dell’Unione Europea, le sue ambizioni imperialiste, determinano le sue pretese di ingerenza in paesi terzi su scala globale. L’UE insiste per imporre la propria retorica moralista, per esercitare pressione, ricattare, sanzionare, aggredire paesi sovrani che affrontano i suoi interessi e sottometterli. L’America Latina è un tema ricorrente, nel contesto delle discussioni nel Parlamento Europeo (PE), in quanto cinghia di trasmissione delle potenze europee, non solo attraverso la discussione, ma anche attraverso l’omissione.

Nell’ultima sessione plenaria del PE si è tenuta una discussione sulla situazione in Colombia, dove la destra ha cercato di sferrare un attacco serrato alle forze progressiste, in particolare alle FARC, l’unica parte firmante l’Accordo di Pace impegnata nella sua scrupolosa osservanza. Già nella prossima sessione, la destra ha preteso di discutere di Cuba, nella sua strategia di indebolimento dell’Accordo di Cooperazione e Dialogo, firmato l’anno scorso, anticipando la riunione tra UE e Cuba, allo scopo di dare continuità alla politica di embargo e isolamento del popolo cubano.

Si pretende anche di promuovere l’ennesima discussione, nel momento in cui si amplificano le dichiarazioni dell’Alta Rappresentante, Federica Mogherini, di interferenza e minaccia al Venezuela, con il varo di sanzioni contro alte personalità di quel paese, che alimentano la destra reazionaria e violenta, insieme alla destabilizzazione economica e sociale, con grave danno per il popolo, e anche per la consistente comunità portoghese.

Cinicamente, si diffondono dichiarazioni blande e di legittimazione della frode elettorale in Honduras e si tace di fronte allo scandaloso processo politico contro Lula da Silva, che si inserisce nella brutale offensiva contro i diritti sociali e lavorativi del popolo brasiliano e nel depauperamento e saccheggio delle ricchezze del Brasile. Silenzi che si estendono a paesi come l’Argentina e il Messico, tra gli altri, dove sono calpestati i diritti dei popoli e si infliggono persecuzioni e assassini di leader politici e sociali.

I deputati del PCP nel Parlamento Europeo sono impegnati nella solidarietà con le forze progressiste, con i lavoratori e i popoli di quel continente (come del resto di qualsiasi parte del mondo).

Mentre esce questo articolo, nel Parlamento Europeo, con il nostro appoggio e collaborazione, si svolge l’iniziativa “Diritti delle vittime e Accordo di Pace in Colombia”, che si propone di segnalare non solo i notevoli ritardi nella sua attuazione, ma anche alcune preoccupanti battute d’arresto. Occorre ricordare che dalla firma dell’accordo, 42 militanti delle FARC e 170 leader e attivisti per la pace sono stati assassinati per mano del paramilitarismo che è aumentato e ha occupato territori precedentemente controllati dalla guerriglia.

Allo stesso modo, nelle scorse settimane, e anche per iniziativa dei deputati del PCP, è stato possibile diffondere comunicati del GUE/NGL di solidarietà sia con la lotta del popolo brasiliano contro la decisione di condannare Lula da Silva, che con il popolo venezuelano e la Rivoluzione Bolivariana, di fronte all’imposizione di sanzioni decise dall’Unione Europea.

La guerra di Sarkozy a Gheddafi e all’Italia

15 gennaio 2016

[di Elido Fazi] In un’email declassificata della Clinton, le vere ragioni dell’attacco alla Libia del 2011: sabotare i piani di Gheddafi per una nuova moneta alternativa al franco francese e indebolire i rapporti tra Libia e Italia. Una rivelazione scioccante, che segna definitivamente il tramonto dell’Europa così come l’avevamo immaginata.

di Elido Fazi 
In una recente intervista sul Fatto Quotidiano, Valentino Zeichen, uno dei più grandi poeti italiani viventi, fa questa considerazione: «Berlusconi sarebbe stato un grande statista, ma quando quegli stronzi degli inglesi e dei francesi decisero di aggredire la Libia, defenestrare Gheddafi e lasciarci fuori da tutto, sarebbe dovuto andare in Parlamento e avrebbe dovuto dimettersi. Non lo fece e perse l’occasione di passare alla storia».

Oggi veniamo a sapere, dopo la pubblicazione di 3.000 email riservate di Hillary Clinton su ordine di un tribunale americano, che la storia dell’eliminazione di Gheddafi e di molti suoi famigliari, figli e nipoti compresi, è molto più inquietante di quello che un poeta come Zeichen avrebbe potuto immaginare quando ha rilasciato l’intervista.
Come rivelato dal sito Scenari Economici, in un’email dal titolo eloquente “France’s Client and Qaddafi’s Gold”, inviata alla Clinton il 2 aprile 2011 da un suo stretto collaboratore, Sidney Blumenthal, si scoprono retroscena impensabili e mai immaginabili che hanno come protagonista l’ex presidente francese Nicola Sarkozy. Alla luce di queste rivelazioni, le famose risatine tra Sarkozy e Angela Merkel del 2011 prendono un’aria sinistra. I due sembrano il gatto e la volpe.
Per chi ha sempre pensato, come noi, che l’Europa non dovrebbe mai smettere di perseguire l’obiettivo che stava a cuore ai grandi politici italiani già dagli anni Cinquanta, cioè una politica estera e di difesa comune, compreso una politica europea di intelligence, le rivelazioni sono scioccanti e segnano definitivamente il tramonto dell’Europa così come noi l’avevamo immaginata.
In sintesi, le vere ragioni dell’ennesimo disastro geopolitico della NATO (questa volta, bisogna ammettere, senza che gli americani abbiano troppe colpe!), in una terra che abbonda di petrolio come poche, si rivela essere stata una guerra imperialistica promossa dalla Francia, con l’aiuto del Regno Unito, per sabotare i piani di Gheddafi per una nuova moneta che, facendo leva sulla disponibilità di oro e di argento della Libia (143 tonnellate di oro e altrettante di argento), aveva come obiettivo quello di sostituire il franco CFA, una valuta creata nel 1945 e utilizzata da 14 ex colonie francesi con obblighi nei confronti del Tesoro francese.
Il secondo obiettivo dell’aggressione è stato quello di indebolire i rapporti tra Libia e Italia e danneggiare così i nostri interessi (nel 2011 due terzi delle concessioni petrolifere in Libia, paese allora stabile, erano dell’Eni, che aveva fatto notevoli investimenti nel maggior produttore di petrolio in Africa).
Sembra fantapolitica, essendo la Francia parte dell’Unione europea, ma crediamo che sia bene a questo punto sapere come stanno veramente le cose, al di là della brutta retorica di cui ancora oggi alcuni politici ci sommergono, facendo un riassunto dei contenuti della email.
In essa, si specifica subito che è la Francia ad avere chiari interessi economici nell’aggredire Libia e che il governo francese ha organizzato le fazioni anti-Gheddafi, alimentando inizialmente i capi golpisti con armi, addestratori delle milizie (comprese quelle con sospetti legami con l’ISIS e al-Qaeda), intelligence e forze speciali al suolo.
Riassumiamo le motivazioni che, secondo il funzionario americano, stavano nella testa di Sarkozy, che leggendo queste email sembra essere un pericoloso imperialista e un acerrimo nemico dell’Italia. L’email elenca dapprima i cinque punti dietro il pensiero di Sarkozy:

  1. Ottenere una quota maggiore della produzione di petrolio dalla Libia a danno dell’Italia.
  2. Aumentare l’influenza della Francia in Nord Africa.
  3. Migliorare la posizione politica interna di Sarkozy.
  4. Dare ai militari un’opportunità per riasserire la posizione di potenza mondiale della Francia.
  5. Rispondere alla preoccupazione dei suoi consiglieri circa i piani di Gheddafi per soppiantare la Francia come potenza dominante nell’Africa francofona.

E subito dopo la stessa email illustra l’altro pezzo dello scenario dietro all’attacco, quello più stupefacente.
In sintesi Blumenthal dice che:

  • Le grosse riserve d’oro e argento di Gheddafi, stimate in «143 tonnellate d’oro e una quantità simile di argento», pongono una seria minaccia al franco francese CFA, la principale valuta africana.
  • L’oro accumulato dalla Libia doveva essere usato per stabilire una valuta pan-africana basata sul dinaro d’oro libico.
  • Questo piano doveva dare ai paesi dell’Africa francofona un’alternativa al franco francese CFA.
  • La preoccupazione principale da parte francese è che la Libia porti il Nord Africa all’indipendenza economica con la nuova valuta pan-africana.
  • L’intelligence francese scoprì un piano libico per competere col franco CFA subito dopo l’inizio della ribellione, spingendo Sarkozy a entrare in guerra direttamente e bloccare Gheddafi con l’azione militare.

Sarebbe interessante sapere dove sono oggi le riserve d’oro e d’argento della Libia.
In conclusione, poiché amiamo l’umorismo e la letteratura umoristica, possiamo consolarci ripensando al famoso discorso di Sarkozy a Benghazi che siamo sicuri resterà negli archivi storici alla pari di alcuni discorsi esilaranti di Mussolini alle folle italiane. Questo discorso ci ricorda che la vita continuerà sempre a nutrirci con qualcosa di totalmente intangibile e inaspettato, qualcosa che soltanto la risata può conservare nell’assurda idiozia delle nostre azioni.

Originale con video: http://www.eunews.it/2016/01/15/la-guerra-di-sarkozy-gheddafi-e-allitalia/48232#