Sfruttamento sessuale, minori un quarto delle vittime

E’ quanto emerge dalla XIII edizione del rapporto ‘Piccoli schiavi invisibili 2019’ di Save the Children, pubblicato a pochi giorni dalla Giornata internazionale contro la tratta di esseri umani.
fonte: per la pace
da: ADN Kronos
Il business dello sfruttamento sessuale nel nostro Paese recluta le sue vittime in Nigeria, Romania, Bulgaria e Albania, e cambia modalità operative per rimanere sommerso. Un quarto delle vittime di tratta presunte o identificate in Europa sono minorenni e l’obiettivo principale dei trafficanti di esseri umani è lo sfruttamento sessuale. E’ quanto emerge dalla XIII edizione del rapporto ‘Piccoli schiavi invisibili 2019’ di Save the Children, una fotografia aggiornata della tratta e dello sfruttamento dei minori in Italia, ed in particolare del sistema dello sfruttamento sessuale e della specifica vulnerabilità delle sue vittime, in larga maggioranza di origine straniera.
In base al rapporto, diffuso a pochi giorni dalla Giornata internazionale contro la tratta di esseri umani, sulle 20.500 vittime di uno dei sistemi più violenti e senza scrupoli che si conoscano, registrate nell’Unione nel biennio 2015-16, il 56% dei casi riguarda la tratta a scopo di sfruttamento sessuale. Un pur consistente 26% è legato allo sfruttamento lavorativo, una vittima su 4 ha meno di 18 anni, due su tre sono donne o ragazze.
Il numero delle vittime di tratta minori e neo-maggiorenni intercettate in sole 5 regioni dagli operatori del progetto Vie d’Uscita di Save the Children è cresciuto del 58%, passando dalle 1.396 vittime del 2017 alle 2.210 nel 2018, mentre i Paesi di origine sono per il 64% la Nigeria e per il 34% Romania, Bulgaria e Albania.

“Un fenomeno di questa gravità e di queste proporzioni – ha dichiarato Raffaela Milano, direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children – necessita di un intervento nazionale coordinato tra tutti gli attori, in grado di garantire gli standard necessari ad una vera e propria azione di prevenzione, che deve scattare con tempestività appena le potenziali vittime entrano nel nostro Paese, e deve anche fornire i mezzi più efficaci per promuovere la fuoriuscita delle vittime e il loro percorso di integrazione”.

Per avvicinare tutti in modo semplice e coinvolgente al dramma dello sfruttamento sessuale collegato alla tratta, ‘Piccoli Schiavi Invisibili’ propone quest’anno al suo interno la graphic novel ‘Storia di Sophia. Una vittima di tratta. Una ragazza’  ( nella FOTO) illustrata dal fumettista Roberto Cavone, che racconta la storia vera di un’adolescente nigeriana.
In Italia le vittime di tratta accertate sono 1.660, con un numero sempre maggiore di minorenni coinvolti, cresciuti in un anno dal 9% al 13%. La sempre più giovane età delle vittime e la prevalenza dello sfruttamento di tipo sessuale trova conferma anche tra i 74 nuovi casi di minori che sono riusciti a uscire dal sistema di sfruttamento nel 2018 nel nostro Paese e sono stati presi in carico dai programmi di protezione istituzionale, soprattutto in Piemonte (18) e Sicilia (16). Uno su 5, infatti, non supera in età i 15 anni e lo sfruttamento sessuale riguarda quasi 9 casi su 10. In base al rapporto, anche se non rappresenta il principale obiettivo del sistema della tratta, lo sfruttamento lavorativo in Italia è in crescita e nel 2018 gli illeciti registrati con minori vittime, sia italiani che stranieri, sono stati 263, per il 76% nel settore terziario.
Le ragazze e le donne nigeriane, una volta giunte in Italia, dopo un viaggio attraverso la Libia e via mare dove subiscono abusi e violenze, devono restituire alla ‘maman’, la figura femminile che gestisce il loro sfruttamento, un debito di viaggio che raggiunge i 30mila euro e sono costrette a ”lavorare” fino a 12 ore tutte le notti, anche per 10-20 euro a prestazione, raccogliendo dai 300 ai 700 euro al giorno. Buona parte dei soldi servono però per pagare vitto, alloggio e vestiti, spesso anche per l’affitto del posto in strada dove si prostituiscono e l’estinzione del debito diventa così quasi irraggiungibile. Sulle nostre strade, sottolinea ‘Save the Children’, è rimasta invece costante la presenza di ragazze di origine rumena o bulgara, ma si segnala un aumento delle ragazze di origine albanese, un ritorno, che riguarda anche i gruppi criminali albanesi in Italia, secondi solo a quelli nigeriani.
Il reclutamento delle vittime nei Paesi di origine avviene con metodi sempre più efficaci, come ad esempio in Romania, dove diverse testimonianze di vittime raccolte in Italia hanno rilevato l’esistenza di ”sentinelle” dei trafficanti che individuano in anticipo negli orfanotrofi le ragazze che stanno per lasciare le strutture al compimento dei 18 anni, e mettono in atto un adescamento basato – come per tutte le connazionali – su finte promesse d’amore e di un futuro felice in Italia, facendo leva sulla loro condizione di deprivazione affettiva. Secondo ‘Save the Children’ finti lover boy che sono affiancati ad ogni ragazza lungo tutto il periodo di sfruttamento in Italia, che può durare anni, ne controllano l’attività, ma esercitano un controllo totale e violento, come nel caso, riportato dagli operatori, di una ragazza rimasta incinta indotta ad entrare in una vasca riempita di cubetti di ghiaccio per indurre l’aborto per shock termico. ‘
‘Un sistema di tratta degli esseri umani così forte e spietato nei confronti di ragazze quasi bambine e giovani donne, in grado di adattarsi e modificare il proprio operato per rimanere sommerso, rende più che mai necessario incentivare e rafforzare la cooperazione con i Paesi di origine e di transito, al fine di rafforzare la lotta alla tratta in quanto crimine internazionale e transnazionale – sottolinea Antonella Inverno, Responsabile Politiche per l’Infanzia di Save the Children Italia – In Italia occorre intensificare l’azione congiunta, anche promuovendo la definizione e adozione di protocolli e convenzioni per l’individuazione precoce delle vittime di tratta, sulla base di un approccio multi-agenzia che coinvolga tutti gli attori territoriali interessati”.
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I migranti che preferiscono la Libia

16/7/2019

Da un rapporto dell’OIM risulta che la maggior parte dei migranti in Libia non vuole venire in Italia.
Non tutti i migranti che stanno in Libia vivono in centri di detenzione, non tutti i migranti che stanno in Libia sperano di venire in Italia o in Europa. Sono una piccola parte quelli che giornalmente lasciano la Libia per attraversare il Mediterraneo su imbarcazioni di fortuna. La maggior parte dei migranti vive in case in affitto e lavora in Libia. A dirlo è un rapporto dell’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, un’agenzia collegata alle Nazioni Unite, con sede in Svizzera, di cui fa parte anche l’Italia.

Nel rapporto è spiegato che ancor oggi, come ai tempi di Gheddafi e nonostante la guerra civile, al Libia è un paese che accoglie le migrazioni non solo dal continente africano ma anche dal Medio Oriente e da alcuni paesi dell’Asia, come il Bangladesh.

Sono 641.398 i migranti presenti in Libia. Di questi quasi la metà, ovvero 367.350 vive in una casa in affitto, 64.741 vivono in una abitazione pagata dal datore di lavoro mentre 50.000 vivono nel luogo di lavoro. Un quadro che dimostra come la maggior parte dei migranti veda nella Libia una destinazione finale, non una rotta di passaggio.

Il 65% dei flussi arriva dai paesi nordafricani, come principalmente dall’Egitto (59%), ma anche Tunisia, Algeria e Marocco. Il 29% arriva dai paesi dell’Africa subsahariana, mentre il resto (6%) arriva dall’Asia, e di questi il 69% dal Bangladesh, il 24% dalla Siria e il resto da Palestina e Pakistan. I migranti sono per la maggior parte adulti (91%) e di questi l’87% sono uomini. I minori sono il 9% e di questi solo il 34% non è accompagnato.
Le partenze giornaliere, suddivise tra le varie città sono molto variabili, ma sempre uguali agli arrivi. Non tutte le partenze hanno come destino l’Europa, ma molto spesso si tratta di migrazioni interne. Nel rapporto si accenna ai migranti reclusi nei centri di detenzione, che sono meno di una decina su tutto il territorio libico. La loro condizione, come quella dei migranti urbani, è stata peggiorata dal conflitto interno. Tuttavia non esiste una crisi umanitaria, dato che secondo il rapporto, le maggiori richieste da parte della popolazione straniera residente in Libia non sono viveri, ma generi di seconda necessità. Da questo quadro emerge che le persone che scappano dalle guerre sono una minima parte della popolazione migrante.

Nel rapporto si accenna anche agli effetti delle politiche migratorie del governo italiano. Tra gennaio e maggio sono solo 1561 i migranti arrivati in Italia, un numero in drastica riduzione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, in cui si attestava a 13430 arrivi. Si riduce anche il numero dei rimpatri: 2417 nei primi sei mesi del 2019 contro i 6830 rimpatri in Libia registrati nello stesso periodo dell’anno precedente.

Preso da: https://it.sputniknews.com/mondo/201907167882473-i-migranti-che-preferiscono-la-libia/

Mihajlovic: «Vi racconto la mia Serbia, prima bombardata e poi abbandonata»

Vi riproponiamo questa intervista di Sinisa Mihajlovic rilasciata al ‘Corriere di Bologna’ in occasione dei 10 anni dalla guerra della NATO contro la Jugoslavia. Nel nostro piccolo, un incoraggiamento, ad un grande calciatore, grande allenatore, soprattutto all’Uomo, leggete questa intervista e capirete il perché del nostro omaggio.

Mihajlovic: «Vi racconto la mia Serbia, prima bombardata e poi abbandonata»
Sinisa Mihajlovic, oggi, ha annunciato di aver la leucemia, e allo stesso che lotterà fino all’ultimo per sconfiggere questa malattia. Noi ci crediamo, la vincerà, nel nostro piccolo vogliamo incoraggiarlo, riprendendo una sua intervista al ‘Corriere di Bologna’, rilasciata quando ricorrevano i 10 anni dei bombardamenti della NATO contro la Jugoslavia avvenuti nel 1999.

In questa intervista emerge l’Uomo Sinisa Mihajlovic, lo ammirerete ancora di più oltre alle sue qualità di calciatore e di allenatore.

Fonte intervista

Sinisa Mihajlovic.

Non rinnega, perché è fiero. Non ha vergogna, perché non c’è paura. Parlare di forza del gruppo, spogliatoio coeso non è il suo rifugio. Per star comodamente al mondo, anche in quello del calcio, basta dire ovvie banalità. Si fa così, è il protocollo da conferenza stampa. Racconta niente, ma basta a sfamare tutti. Sinisa Mihajlovic no. Non la prende mai alla larga, non ci gira attorno. Va dentro il problema, lo spacca, lo analizza. Poi lo ripone daccapo, con un’altra domanda e una nuova ancora, finché sei tu a cercare risposte e a dover ricomporre certezze sgretolate. Mihajlovic è una persona forte, cresciuto sotto il generale Tito, svezzato da due guerre, indurito dall’orgoglio della sua Serbia. Gli storici sogni di grandezza del Paese sono scomparsi, resta a mala pena la voglia di farcela a sopravvivere. L’allenatore del Bologna è un «privilegiato», almeno così dice chi guarda da fuori. E in fondo è vero. Aveva notorietà e miliardi in tasca quando sulla sua casa piovevano bombe. Aveva tutto, ha ancora l’umiltà di non dimenticare da dove viene e chi è.
Il 24 marzo 1999 la Nato cominciò i bombardamenti sulla Federazione Jugoslava. Quando l’hai saputo? Dov’eri?

«In ritiro con la nazionale slava. La notte prima ci avvisarono che la guerra sarebbe potuta cominciare. Eravamo al confine con l’Ungheria, la Federazione ci trasferì in fretta a Budapest. La mattina dopo sulla Cnn c’erano già i caccia della Nato che sventravano la Serbia».

Qual è stata la tua prima reazione? 

«Ho contattato i miei genitori, stavano a Novi Sad. Li ho fatti trasferire a Budapest, ma papà non voleva. Da lì siamo partiti per Roma (ai tempi giocava nella Lazio, ndr), ma dopo due giorni mio padre Bogdan ha voluto tornare in Serbia. Mi disse: “Sono già scappato una volta da Vukovar a Belgrado durante la guerra civile. Non lo farò ancora, non potrei più guadare i vicini di casa quando i bombardamenti finiranno”. Prese mia madre Viktoria e se ne andarono. Ero preocuppato, ma fiero di lui».

Dieci anni dopo come giudichi quella guerra? 

«Devastante per la mia patria e il mio popolo. A Novi Sad c’erano due ponti sul Danubio: li fecero saltare subito. Ci misero in ginocchio dal primo giorno. Prima della guerra per andare dai miei genitori dovevo fare 1,4 km, ma senza ponti eravamo costretti a un giro di 80 chilometri. Per mesi la gente ha sofferto ingiustamente. Bombe su ospedali, scuole, civili: tutto spazzato via, tanto non faceva differenza per gli americani. Sul Danubio giravano solo delle zattere vecchie. Come la giudico? Ho ricordi terribili, incancellabili, inaccettabili».

Ma la reazione della Nato fu dettata dalla follia di Milosevic. La storia dice che fu lui a provocare quella guerra. 

«Siamo un popolo orgoglioso. Certo tra noi abbiamo sempre litigato, ma siamo tutti serbi. E preferisco combattere per un mio connazionale e difenderlo contro un aggressore esterno. So dei crimini attribuiti a Milosevic, ma nel momento in cui la Serbia viene attaccata, io difendo il mio popolo e chi lo rappresenta».

L’hai conosciuto? 

«Ci ho parlato tre-quattro volte. Aveva una mia maglietta della Stella Rossa di Belgrado e mi diceva: Sinisa se tutti i serbi fossero come te ci sarebbero meno problemi in questa terra».

Il tuo rapporto con gli americani? 

«Non li sopporto. In Jugoslavia hanno lasciato solo morte e distruzione. Hanno bombardato il mio Paese, ci hanno ridotti a nulla. Dopo la Seconda Guerra Mondiale avevano aiutato a ricostruire l’Europa, a noi invece non è arrivato niente: prima hanno devastato e poi ci hanno abbandonati. Bambini e animali per anni sono nati con malformazioni genetiche, tutto per le bombe e l’uranio che ci hanno buttato addosso. Che devo pensare di loro?».

Rifaresti tutto ciò che hai fatto in quegli anni, compreso il necrologio per Arkan? 

«Lo rifarei, perché Arkan era un mio amico: lui è stato un eroe per il popolo serbo.

 

 

Era un mio amico vero, era il capo degli ultras della Stella Rossa quando io giocavo lì. Io gli amici non li tradisco né li rinnego. Conosco tanta gente, anche mafiosi, ma non per questo io sono così. Rifarei il suo necrologio e tutti quelli che ho fatto per altri».

Ma le atrocità commesse? 

«Le atrocità? Voi parlate di atrocità, ma non c’eravate. Io sono nato a Vukovar, i croati erano maggioranza, noi serbi minoranza lì. Nel 1991 c’era la caccia al serbo: gente che per anni aveva vissuto insieme da un giorno all’altro si sparava addosso. È come se oggi i bolognesi decidessero di far piazza pulita dei pugliesi che vivono nella loro città. È giusto? Arkan venne a difendere i serbi in Croazia. I suoi crimini di guerra non sono giustificabili, sono orribili, ma cosa c’è di non orribile in una guerra civile?»

Sì, ma i croati… 

«Mia madre Viktoria è croata, mio papà serbo. Quando da Vukovar si spostarono a Belgrado, mia mamma chiamò suo fratello, mio zio Ivo, e gli disse: c’è la guerra mettiti in salvo, vieni a casa di Sinisa. Lui rispose: perché hai portato via tuo marito? Quel porco serbo doveva restare qui così lo scannavamo. Il clima era questo. Poi Arkan catturò lo zio Ivo che aveva addosso il mio numero di telefono. Arkan mi chiamò: “C’è uno qui che sostiene di essere tuo zio, lo porto a Belgrado”. Non dissi niente a mia madre, ma gli salvai la vita e lo ospitai per venti giorni».

Hai nostalgia della Jugoslavia? 

«Certo, di quella di Tito. Slavi, cattolici, ortodossi, musulmani: solo il generale è riuscito a tenere tutti insieme. Ero piccolo quando c’era lui, ma una cosa ricordo: del blocco dei Paesi dell’Est la Jugoslavia era il migliore. I miei erano gente umile, operai, ma non ci mancava niente. Andavano a fare spese a Trieste delle volte. Con Tito esistevano valori, famiglia, un’idea di patria e popolo. Quando è morto la gente è andata per mesi sulla sua tomba. Con lui la Jugoslavia era il paese più bello del mondo, insieme all’Italia che io amo e che oggi si sta rovinando».

Sei un nazionalista? 

«Che vuol dire nazionalista? Di sicuro non sono un fascista come ha detto qualcuno per la faccenda di Arkan. Ho vissuto con Tito, sono più comunista di tanti. Se nazionalista vuol dire patriota, se significa amare la mia terra e la mia nazione, beh sì lo sono».

È giusta l’indipendenza del Kosovo?

«Il Kosovo è Serbia. Punto. Non si possono cacciare i serbi da casa loro. No, l’indipendenza non è giusta per niente».

Dieci anni dopo la guerra cos’è la Serbia? 

«Un paese scaraventato indietro di 50-100 anni. A Belgrado il centro è stato ricostruito, ma fuori c’è devastazione. E anche dentro le persone. Oggi educare un bambino è un’impresa impossibile».

Perché? 

«Sotto Tito t’insegnavano a studiare, per migliorarti, magari per diventare un medico, un dottore e guadagnare bene per vivere bene, com’era giusto. Oggi lo sapete quanto prende un primario in Serbia? 300 euro al mese e non arriva a sfamare i suoi figli. I bimbi vedono che soldi, donne, benessere li hanno solo i mafiosi: è chiaro che il punto di riferimento diventa quello. C’è emergenza educativa in Serbia. L’educazione dobbiamo far rinascere».

Sei ambasciatore Unicef da dieci anni e hai aperto una casa di accoglienza per li orfani a Novi Sad. 

«Sì è vero, ce ne sono 150, ma non ne voglio parlare. So io ciò che faccio per il mio Paese. Una cosa non ho mai fatto, come invece alcuni calciatori croati: mandare soldi per comprare armi».

L’immagine peggiore che hai della guerra? 

«Giocavo nella Lazio. Apro Il Messaggero e vedo una foto con due cadaveri. La didascalia diceva: due croati uccisi dai cecchini serbi. Uno aveva una pallottola in fronte. Era un mio caro amico, serbo. Lì ho capito, su di noi hanno raccontato tante cose. Troppe non vere».

Guido De Carolis
Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-mihajlovic_vi_racconto_la_mia_serbia_prima_bombardata_e_poi_abbandonata/6_29460/

Fonte: Corriere di Bologna – Foto ANSA
Notizia del:

Così gli uomini di Soros hanno scritto il programma immigrazione e licenze AAMS del M5S

2 gennaio 2018.
Ci sono pochi capisaldi nella politica italiana e nei programmi dei vari partiti, eccezione fatta sui programmi di accoglienza e gestione dei flussi migratori e la lotta al gioco d’azzardo: riguardo il primo punto, tutti i partiti dell’area della sinistra liberal, globalista, e radicale (PD, Liberi e Uguali di Grasso, Più Europa della Bonino) sono per un’accoglienza incondizionata e illimitata, mentre i partiti che si riconoscono nella destra, dalla più moderata a quella più estrema (Forza Italia, Lega, Fratelli di Italia, Movimento Nazionale per la Sovranità, CasaPound) anche se con differenti sfumature, sono per fermare il costante e incontrollato sbarco nei porti italiani e per un veloce rimpatrio dei non aventi diritto alla protezione internazionale.
Per quanto riguarda la situazione relativa al gioco d’azzardo in Italia, c’è da dire che si tratta di uno dei pochi punti su cui le due forze che guidano l’attuale esecutivo sembrano essere in quasi totale armonia. Non che si tratti di una questione semplice, beninteso; il mercato del gioco italiano è il secondo più grande d’Europa, dietro solo al Regno Unito. Nel 2018, nelle casse del Governo italiano sono confluiti circa 10 miliardi di euro, risultato delle giocate effettuate presso siti di scommesse e casino online con licenza AAMS/ADM[0] e il numero di giocatori – anche occasionali – è in continua crescita. L’espansione del mercato del gioco legale sotto l’egida dell’Amministrazione Dogane e Monopoli è stata costante negli ultimi 8 anni e intervenire su un meccanismo di tali dimensioni è senz’altro un’operazione complessa.

D’altro canto, il giro di vite sul gioco parte certamente da motivazioni di carattere sociale. I dati parlano chiaro: il numero di italiani che presentano disturbi legati al gioco patologico è in costante aumento e già nel 2016 il Governo aveva stanziato 100 milioni di euro – su base biennale – da destinare a piani di lotta contro i fenomeni di ludopatia. E se il M5S è stato il principale promotore delle misure contro la pubblicità a siti di scommesse e casino online AAMS presenti nel Decreto dignità, la Lega si è a propria volta pronunciata in varie occasioni contro il fenomeno del gioco. Finora, i risultati sono stati contraddittori; se in alcune Regioni – vedasi il Piemonte – il gioco nei casino e nelle sale fisiche ha vissuto una fase di netta contrazione, i siti di scommesse e i casino online sono in crescita continua. Con, però, un trend piuttosto preoccupante: nelle classifiche di ricerca di Google per la stringa ‘casino online’ compaiono al momento ben tre operatori stranieri non dotati di licenza AAMS e dunque illegali in Italia. Si presenta così un’ulteriore sfaccettatura della questione gioco online, ossia la potenziale fuga dei giocatori italiani verso siti non autorizzati, con tutti i rischi del caso. Vedremo se il governo sarà in grado di tappare questa falla potenzialmente molto pericolosa.
Qualche perplessità, invece, ha sempre destato il Movimento 5 Stelle, che a seconda dell’esponente, non si è mai espresso univocamente, passando dalle dichiarazioni di Luigi Di Maio che, dopo l’avvio delle indagini delle Procure siciliane e la divulgazione dei report di Frontex, si accorse del business che ruota intorno all’immigrazione e dei lati oscuri delle ONG[1], a quelle di Roberto Fico che si definì contrario al respingimento e dichiarò che non bisognava “mettere al centro il dibattito sulle ONG che oggi sembrano essere considerate quasi le responsabili dei flussi migratori[2].
Due correnti di pensiero molto differenti e difficilmente accostabili, visto che l’una esclude l’altra. Per questo motivo, abbiamo deciso di approfondire la questione analizzando i documenti e le pubblicazioni ufficiali del Movimento 5 Stelle, e nel concreto il Programma Immigrazione intitolato emblematicamente: “Immigrazione: Obiettivo sbarchi zero – L’Italia non è il campo profughi d’Europa[3]. Vi garantiamo che il titolo, che sembrerebbe partorito da Matteo Salvini, trae seriamente in inganno.
Analizziamo i punti del programma immigrazione del Movimento di Grillo, fieramente votati proprio dal popolo pentastellato (“Hanno votato il programma immigrazione 80.085 iscritti certificati che hanno espresso 80.085 voti”): a volte, la “democrazia dal basso” può essere solo apparente se non supportata da una chiara informazione. Il secondo punto “Il ricollocamento dei richiedenti asilo” è stato redatto da Maurizio Veglio, noto avvocato tra i membri di ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione)[4].

Ma chi si cela dietro a questa associazione dalle caratteristiche fortemente immigrazioniste?

L’associazione è stata fondata ed è finanziata dalla Open Society Foundations del famoso speculatore George Soros, che ha fatto dell’immigrazione non controllata verso l’Europa e l’Italia una sua particolare battaglia, destinando, a tal proposito, una pioggia di fondi ad ONG e associazioni insediate ad ogni livello istituzionale. ASGI ha aderito a numerose campagne pro-immigrazione e pro-ius soli tra le quali “L’Italia sono anch’io, campagna per i diritti di cittadinanza[5], “Out of Limbo[6] per la promozione dei diritti dei rom apolidi o a rischio apolidia, “Ero straniero – L’umanità che fa bene[7], “Non aver paura. Apriti agli altri, apri ai diritti[8], e molte altre, in collaborazione con associazioni religiose (Caritas Italiana, Fondazione Migrantes, Centro Astalli, Comunità di Sant’Egidio), altre associazioni e organizzazioni sorosiane (A Buon Diritto, CIR, ARCI, Amnesty International, Antigone), Partito Radicale e diversi esponenti del Partito Democratico[9].
Quindi non ci si può aspettare di certo dall’avvocato Maurizio Veglio un orientamento intransigente, volto a fermare il flusso migratorio verso l’Italia. Infatti, nel punto del programma immigrazione da lui stilato, si parla di ricollocamento in Europa e della utopistica ridiscussione a proposito delle logiche del Trattato di Dublino. Sappiamo benissimo che gli stati confinanti con l’Italia e quelli affacciati sul Mediterraneo hanno chiuso le frontiere terrestri e marittime, mentre altri, come i paesi Visegrad, hanno rifiutato il ricollocamento, con posizioni difficilmente rinegoziabili. E anche ASGI ne è pienamente a conoscenza; i migranti continueranno a rimanere “imbottigliati” nel nostro Paese. Una piccola curiosità: ASGI è tra i promotori del ricorso vinto contro l’INPS[10] a proposito del “Bonus Mamma” che in origine non veniva assegnato alle straniere senza permesso di soggiorno di lungo periodo. Quindi, grazie all’associazione di Soros, tutte le straniere regolarmente soggiornanti in Italia ora hanno diritto all’assegno di 800 euro, che in origine era nato come sostegno alla natalità alla luce della crisi demografica.

Anche il punto 3 del programma immigrazione del M5S è stato scritto da un avvocato di ASGI, Guido Savio, e riguarda le “Commissioni Territoriali”, ovvero chi decide in merito all’esistenza dei requisiti per l’ottenimento dello status di profugo dei richiedenti asilo[11].


È paradossale che Guido Savio abbia sviluppato un documento per ASGI “con il sostegno di Open Society Foundations”[12], che sviluppa le medesime tematiche e le medesime critiche all’attuale regolamentazione delle Commissioni Territoriali, riportate poi nel punto del programma immigrazione del Movimento 5 Stelle.
Ancora più curiose sono le soluzioni sviluppate da Savio, con contenuti decisamente globalisti e di certo non “anti-establishment” che dovrebbero essere la nemesi dei pentastellati.
Guido Savio propone di formare 15.000 nuovi commissari formati da enti e organizzazioni come la Croce Rossa, UNHCR e EASO (European Asylum Support Office, agenzia della Commissione Europea supportata da varie ONG, molte delle quali finanziate da Soros[13] e tra le quali figura anche ASGI[14]). Quindi, secondo l’avvocato di ASGI delle organizzazioni internazionali, governative e non, dovrebbero istruire chi dovrà decidere a proposito dello status di profugo, sul sovrano territorio italiano: nulla di più “establishment”. Inoltre, ASGI “al fine della promozione di azioni anti-discriminatorie, si è costituita in giudizio con ricorsi civili e penali nell’ambito di alcuni procedimenti di rilevanza nazionale e in diverse cause concernenti il diritto anti-discriminatorio e sta promuovendo una rete italiana di operatori e professionisti capaci di sollevare presso gli organismi amministrativi e giudiziari le questioni antidiscriminatorie[15]
Per tale motivazione, Guido Savio ha assistito un cittadino kosovaro, già pregiudicato (4 anni di carcere) presso il Tribunale di Milano, che aveva ricevuto un decreto di espulsione dall’Italia per pericolosità sociale (due rapine “violente” e un furto aggravato): il risultato è stato l’annullamento dell’allontanamento dal nostro Paese per “motivi familiari” (figlio minore residente in Italia)[16]. Savio, inoltre, in un documento[17] del 2016 tratta la legge n. 94 del 2009 che concerne il “reato di clandestinità” contenuto nel “Pacchetto Sicurezza”, sbeffeggiando l’allora Ministro Maroni, a causa dell’inefficacia della normativa vista l’impossibilità dell’irregolare di pagare l’ammenda pecuniaria. Forse l’avvocato non ha letto l’intero testo della legge e non l’ha considerata come parte integrante del pacchetto che riguardava, per esempio, anche l’impiego di alcune migliaia di membri delle forze armate in funzione di “controllo del territorio”. Quindi perché una legge “così inutile” ha sollevato un simile polverone, con le associazioni (anche ASGI) in prima linea per la sua abolizione?

A tal proposito, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio[18] nel 2013:

Passiamo al punto 4 del Programma Immigrazione del Movimento 5 Stelle che tratta di “Cooperazione Internazionale”, redatto da Nancy Porsia, giornalista esperta di Medio Oriente e Nord Africa e collaboratrice di diverse testate italiane e straniere molto mainstream media (RAI, SkyTG24, La Repubblica, L’Espresso, The Guardian, Al Jazeera, Middle East Eye).

Nel punto da lei scritto, Nancy Porsia bacchetta l’Italia per essere ancora lontana dagli impegni presi in sede internazionale come quota di aiuto ufficiale allo sviluppo”[19]. Non neghiamo la realtà della questione, ma vogliamo ricordare alla giornalista quanto il nostro Paese abbia investito nell’accoglienza dei migranti negli ultimi 5 anni, senza un reale impegno dell’Europa. La stessa, anche se non direttamente riconducibile a Open Society Foundations, è l’esperta che spesso viene chiamata per sostenere le iniziative e i progetti sviluppati dalla fondazione di Soros. Nell’agosto scorso viene “intervistata” sulla situazione in Libia dopo l’entrata in vigore del Codice di Condotta di Minniti da Open Migration[20] (progetto ideologicamente immigrazionista sviluppato da CILD-Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili[21], che vede tra i partecipanti le associazioni sostenute di Open Society Foundations), mentre a gennaio vince un “working grant”[22] per il suo lavoro “Priorità europee, realtà libiche”, assegnato da Journalismfund[23], organizzazione nata per “stimolare il giornalismo transfrontaliero in Europa” finanziata da Open Society. Quindi i punti 2, 3 e 4 del programma immigrazione del Movimento 5 Stelle sono legati da un filo rosso: l’Open Society Foundations di George Soros.
Il punto 1 che tratta delle “Vie legali di accesso” è stato redatto da Paolo Morozzo Della Rocca[24], docente di diritto e responsabile “Corridoi Umanitari” della Comunità di Sant’Egidio[25], associazione religiosa fondata dall’ex Ministro per la Cooperazione del Governo Monti, Andrea Riccardi.
Proprio Sant’Egidio è tra i fautori dei primi corridoi umanitari dal Libano, Marocco e Etiopia concordati con il nostro governo nel 2015, e poi riproposti negli anni successivi; l’operazione è stato implementata all’interno del progetto “Mediterranean Hope”: “I corridoi umanitari sono il frutto di una collaborazione ecumenica fra cristiani cattolici e protestanti: Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese evangeliche, Chiese valdesi e metodiste che hanno scelto di unire le loro forze per un progetto di alto profilo umanitario[26].

Il “punto programmatico” scritto da Paolo Morozzi Della Rocca riporta: “Il Movimento 5 Stelle s’impegnerà per affermare vie legali e sicure di accesso all’Europa. Chiediamo che la valutazione dell’ammissibilità delle domande di protezione internazionale nelle ambasciate e nei consolati nei Paesi di origine o di transito o nelle delegazioni dell’Unione europea presso i Paesi terzi, con il supporto delle Agenzie europee preposte”. Si stimano milioni di africani sub-sahariani pronti a partire per l’Europa: vi immaginate le code a perdita d’occhio davanti alle ambasciate italiane di aspiranti richiedenti asilo speranzosi di venire nel nostro Paese, e i connessi aggravi economici connessi al sicuro aumento del personale per la gestione delle domande di protezione internazionale?
Dopo aver analizzato i 4 punti del programma immigrazione del movimento di Grillo votati forse da ignari iscritti, chiudiamo l’articolo con un veloce controllo sull’attività dell’eurodeputata Laura Ferrara. Siamo partiti da due post pubblicati su Twitter, chiedendoci il motivo della contrarietà della Ferrara agli accordi intercorsi tra il governo italiano e Al Serraj, che miravano a bloccare la rotta libica e il business dei trafficanti di essere umani.

Analizzando il suo operato nel Parlamento Europeo, abbiamo riscontrato che l’eurodeputata ha appoggiato diverse volte iniziative sostenute da altri membri del Parlamento Europeo eletti nelle fila del Partito Democratico. Nel 2014, per esempio, la Ferrara ha sottoscritto un’interrogazione parlamentare proposta da Barbara Spinelli (presente nell’elenco di Open Society Institute “Reliable allies in the European Parliament” che elenca i membri eletti nel Parlamento Europeo ideologicamente “alleati” di Soros[27]) “per chiedere l’avvio di una procedura d’infrazione contro in merito agli abusi e alle violenze compiute dalle forze di polizia italiana nell’ambito delle recenti operazioni di identificazione e foto segnalamento[28] e sostenuta anche dalla Kyenge, e da Elly Schlein (altre “alleate” Open Society). Sempre nel 2014, l’eurodeputata 5 Stelle compare tra i 59 firmatari (compaiono ancora la Kyenge e la Schlein) dell’interrogazione sempre presentata dalla Spinelli per “chiedere conto della conformità dell’accordo UE-Turchia con il divieto di respingimento (il principio di non-refoulement)”[29] in seguito alle testimonianze riportate dalla sorosiana Amnesty International[30], utilizzate anche nell’interrogazione precedente.

La sua portavoce Eleonora Evi è stata ospitata nel novembre scorso come relatrice ad una conferenza organizzata da International Institute for Democracy & Electoral Assistance (IDEA), per esporre la piattaforma Rousseau al pubblico, commentando: “Siamo per la democrazia diretta e stiamo portando il futuro della partecipazione politica”.

Peccato che IDEA sia molto distante dalla “democrazia dal basso” essendo finanziata dal meglio dell’èlite globalista, come la solita Open Society Foundations, la Ford Foundation, USAID, etc[31]. Nel 2015, è la stessa Laura Ferrara[32] ad organizzare con Ignazio Corrao e Barbara Spinelli, la proiezione del documentario “EU 2013, The Last Frontier”, prodotto dalla stessa Open Society Foundations[33]; nel dibattito seguente è intervenuta anche uno degli allora più attivi agenti di Soros in Italia, Costanza Hermanin (attuale assistenze particolare del Sottosegratario Gennaro Migliore).

Non servono ulteriori commenti e riflessioni: sulla questione flussi, il Movimento 5 Stelle, il suo programma immigrazione e l’eurodeputata Laura Ferrara, sono assolutamente lontani da chi vuole fermare la rotta mediterranea verso l’Italia, da chi vuole un differente impiego dei contributi versati dai cittadini a favore di chi le tasse le ha pagate per decenni, da chi vuole più sovranità e meno ingerenze di Europa ed èlite globalista, e da chi proclama “prima gli italiani”. Elettori pentastellati riflettete sui personaggi che si accompagnano ai vostri leader; forse non basta la piattaforma Rousseau a garantirvi il pieno esercizio della democrazia partecipativa.
Francesca Totolo
NOTE
[0] Crescita del gioco online e concessione della licenza AAMS: https://casinopilota.it
[1] Di Maio: “Da ipocriti non vedere business su immigrazione”: http://www.adnkronos.com/fatti/politica/2017/04/23/maio-ipocriti-non-vedere-business-immigrazione_pl1rNe8EURYhOSjtPQSVHN.html
[2] Una riflessione sul tema dell’immigrazione: http://www.robertofico.it/una-riflessione-sul-tema-dellimmigrazione/
[3] Immigrazione: Obiettivo sbarchi zero. L’Italia non è il campo profughi d’Europa: http://www.movimento5stelle.it/programma/immigrazione.htm
[4] ASGI: https://www.asgi.it/
[5] L’Italia sono anch’io: http://www.litaliasonoanchio.it/
[6] Out of Limbo: https://www.asgi.it/progetti/out-of-limbo/
[7] Ero Straniero-L’umanità che fa bene: http://www.radicali.it/campagne/immigrazione/
[8]Non aver paura. Apriti agli altri, apri ai diritti: http://www.caritasitaliana.it/materiali/campagne/apriti_aglialtri/comunicato.pdf
[9] Onlus e Migranti in Italia: https://www.lucadonadel.it/onlus-e-migranti-in-italia-open-society/
[10] Bonus mamma domani, giudice vs Inps: “Spetta anche alle straniere. Altrimenti la condotta è discriminatoria”: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/12/13/bonus-bebe-il-giudice-contro-linps-va-esteso-a-tutte-le-madri-anche-straniere-altrimenti-la-condotta-e-discriminatoria/4037551/
[11] Le Commissioni Territoriali: http://www.beppegrillo.it/2017/07/programmaimmigrazione_le_commissioni_territoriali.html
[12] la legge 13 aprile 2017 n. 46 recante disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale di Guido Savio: https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2017/07/Scheda-pratica-legge-Minniti-DEF_2.pdf
[13] Input by civil society to the EASO Annual Report 2016: https://www.easo.europa.eu/input-civil-society-easo-annual-report-2016

[14] ECRE: Our Members: https://www.ecre.org/members/
[15] ASGI, chi siamo: https://www.asgi.it/chi-siamo/

[16] Tribunale di Milano, sez. affari immigrazione civile, decreto 7.3.2017: https://www.asgi.it/banca-dati/tribunale-milano-sez-affari-immigrazione-civile-decreto-7-3-2017/

[17] le buone ragioni per abrogare il reato di clandestinità’: un atto necessario e di onestà: http://www.asgi.it/wp-content/uploads/2016/01/2016_1_11_savio_reato_imm_irregolare1.pdf
[18] Il reato di immigrazione clandestina: http://www.ilpost.it/2013/10/10/reato-di-immigrazione-clandestina/
[19] La cooperazione internazionale: http://www.beppegrillo.it/2017/07/programmaimmigrazione_la_cooperazione_internazionale.html
[20] Quattro domande cruciali sulla Libia a Nancy Porsia: http://openmigration.org/analisi/quattro-domande-cruciali-sulla-libia-a-nancy-porsia/
[21] CILD, chi siamo: https://cild.eu/chi-siamo/
[22] Working grant: http://www.journalismfund.eu/workinggrant/operation-sophia
[23] Journalismfund, about us: http://www.journalismfund.eu/about-us
[24] Le vie legali di accesso: http://www.beppegrillo.it/2017/07/programmaimmigrazione_le_vie_legali_di_accesso.html
[25] Associazioni religiose e migranti in Italia: https://www.lucadonadel.it/associazioni-religiose-e-migranti-in-italia/
[26] Mediterranean Hope, corridoi umanitari: http://www.mediterraneanhope.com/corridoi-umanitari-0
[27] Reliable allies in the European Parliament(2014 – 2019): https://legacy.gscdn.nl/archives/images/soroskooptbrussel.pdf
[28] Identificazioni e violenze, richiesto l’avvio di una procedura d’infrazione contro l’Italia: http://www.cronachediordinariorazzismo.org/identificazioni-violenze-richiesto-lavvio-procedura-dinfrazione-contro-litalia/
[29] Rimandare i migranti in Turchia viola il principio di non-respingimento: http://www.cronachediordinariorazzismo.org/rimandare-i-migranti-in-turchia-viola-il-principio-di-non-respingimento/
[30] ONG E MIGRANTI: Amnesty International, Oxfam, Human Rights Watch: https://www.lucadonadel.it/ong-e-migranti-amnesty-oxfam-human/
[31] Annual Report IDEA: https://www.idea.int/sites/default/files/reference_docs/annual-results-report-2016_interactive.pdf
[32] Al Parlamento Europeo: proiezione del documentario EU 2013 The Last Frontier: http://www.unitademocraticagiudicidipace.it/2015/06/15/al-parlamento-europeo-proiezione-del-documentario-eu013-the-last-frontier/
[33] EU 2013, The Last Frontier: http://www.filmitalia.org/p.aspx?t=film&l=en&did=78151

Preso da: https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/cosi-gli-uomini-di-soros-hanno-scritto-il-programma-immigrazione-del-m5s-77760/

“Così uomini di Soros hanno scritto il piano migranti del M5S”

Uomini di un’associazione finanziata da Soros avrebbero redatto una parte del programma grillino sui migranti. Ecco chi sono

Ecatombe di alberi in ogni città: intralciano il wireless 5G

24/6/2019
Altro che potature programmate fuori stagione. Un abbattimento di alberi per le strade di mezzo mondo. Una vera e propria strage di verde pubblico è in corso in Occidente. Roba mai vista prima d’ora, se non altro per l’anomala sincronicità nell’esecuzione dei tagli: Inghilterra, Scozia, Irlanda, Francia, Olanda, America e pure Italia. Decine di migliaia di alberi (anche secolari e rigogliosi) tagliati con disinvoltura alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti, tra gli interrogativi dell’opinione pubblica e le proteste di chi, sgomento per l’anomala coincidenza, s’interroga sui risvolti meno evidenti spingendosi alla ricerca di verità occulte. Dietrologia? A placare gli animi non bastano le relazioni tecniche di agronomi che (legittimamente) certificano malattia e morte naturale di arbusti, fogliame e rami. Perché il problema non è tanto (e solo) saperne di più sullo stato delle piantumazioni abbattute, ma capire se esiste un motivo più subdolo e soprattutto se in tutto questo ci sia una regia nell’esecuzione: perché decine di migliaia di alberi sono stati abbattuti tutti insieme, proprio adesso? Anche in città distanti decine di migliaia di chilometri l’una dall’altra? In Europa come in America?
Strage di alberi a CerveteriNella “smart city” Prato sono scesi in strada gli attivisti del comitato locale “Stop 5G”, cartelli in mano hanno accompagnato la chirurgica esecuzione mostrando slogan su un’ipotetica correlazione col wireless di quinta generazione: “Più alberi, meno antenne”, l’equazione sfilata in corteo pure nel “Friday For Future”. E’ successo così anche alle porte di Roma, dove il “Comitato Stop 5G Cerveteri” ha diffuso una nota in cui veniva chiesto al sindaco ceretano di chiarire sulla contestata demolizione. Alessio Pascucci, primo cittadino nella città della necropoli etrusca ma pure coordinatore nazionale di “Italia in Comune” (il cosiddetto partito dei sindaci fondato dal parmense Pizzarotti dove è iscritta anche una consigliera della Regione Veneto firmataria di una mozione Stop 5G), è uscito allo scoperto accusando di teorie complottiste, rettiliane e terrapiattiste i difensori dell’ecosistema che nell’“Internet delle cose” ipotizzano il mandante del sincronico abbattimento di alberi, annunciato persino in 60.000 unità a Roma dalla giunta Raggi. Mentre in Abruzzo, nell’intento di scongiurare il de profundis, le “Mamme Stop 5G” portano i loro figli nei prati per farli abbracciare agli alberi, manco fossero scudi umani nell’avanzata dell’intelligenza artificiale.

Il fisico Andrea Grieco dell'università di MilanoPuntando su studi e consulenze d’esperti, l’inchiesta di “Oasi Sana” prova a gettare un po’ di luce, tra le ombre di una polemica che promette strascichi non solo in sedi amministrative locali. Interviste e documenti alla mano, ecco cosa ne viene fuori su alberi e 5G. Alla faccia dei negazionisti. Il nesso esiste eccome: tra natura e intelligenza artificiale, tra albero e 5G la convivenza è critica… uno dei due è di troppo! «L’acqua, di cui in genere sono ricchi gli alberi e le piante, assorbe molto efficacemente le onde elettromagnetiche nella banda millimetrica», sostiene Andrea Grieco, docente di fisica a Milano ed esperto dei problemi legati all’inquinamento elettromagnetico. «Per questo motivo costituiscono un ostacolo alla propagazione del segnale 5G. In particolare le foglie, con la loro superficie complessiva elevata, attenuano fortemente i segnali nella banda Uhf ed Ehf, quella della telefonia mobile. Gli effetti biologici sono ancora poco studiati, però alcune ricerche rilevano danni agli alberi e alle piante sottoposte a irraggiamento da parte delle Stazioni Radio Base (le antenne spesso sui tetti dei palazzi, Ndr)».
Quindi il sillogismo è presto fatto: alberi = clorofilla = acqua. E le inesplorate microonde millimetriche dalle mini-antenne 5G (senza studio preliminare sugli effetti per l’uomo, nonostante le radiofrequenze siano possibili cancerogeni per l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) trovano nell’acqua e negli alberi un ostacolo nel trasporto dati, non avendo il segnale del wireless di quinta generazione lo stesso campo elettrico né la stessa penetrazione a lungo raggio dei precedenti standard 2G, 3G e 4G. In pratica, l’albero funge da barriera. Le foglie dell’albero assorbono lo spettro di banda del 5G, impedendone l’ottimale ricezione del segnale emesso dalle mini-antenne!
Lo scempio degli alberiUn documento di 46 pagine dell’autorevole Ordance Survey (si tratta dell’ente pubblico del Regno Unito incaricato di redigere la cartografia statale) sulle pianificazioni geo-spaziali del 5G stilato come manuale d’uso per pianificatori e autorità locali dal Dipartimento per la digitalizzazione, cultura, media e sport, afferma che nelle strade urbane si deve prima di tutto «valutare se l’area ha un flusso di traffico significativo e in particolare autobus e camion», per poi considerare come il segnale del 5G possa essere impattato, cioè ostacolato, «identificando tutti gli oggetti significativi in ​​genere», con altezza «oltre i 4 metri», quali (ad esempio) «pareti alte, statue e monumenti più piccoli, cartelloni pubblicitari» e (guarda caso) «alberi di grandi dimensioni e siepi alte», poiché arbusti, foglie e rami «devono essere considerati come bloccanti del segnale» del 5G al pari di materia solida (pietra e cemento).
Se durante i test di valutazione ingegneristica sulla velocità di trasmissione del 5G condotti in particolari condizioni atmosferiche (neve, pioggia intensa) il colosso americano Verizon ha individuato nelle foglie sugli alberi un problema, sempre d’oltre Manica un altro documento (già pubblicato in esclusiva su “Oasi Sana”) conferma il nesso alberi e 5G. E’ dell’Istituto per i sistemi di comunicazione dell’Università britannica di Surrey a Guildford (Est Inghilterra) e dice come i «nuovi modi con cui le autorità di pianificazione locali possono lavorare con gli operatori di reti mobili per offrire enormi opportunità future per le comunità locali (…) è ridurre le altezze dei montanti mobili in modo che siano schermati visivamente da edifici e/o alberi, visto che gli alberi rappresentano l’ostruzione più alta e più probabile. Tuttavia, ciò scherma anche i segnali a radiofrequenza e ha sconfitto l’obiettivo di una copertura affidabile» del 5G. «Le curve tracciate nel diagramma – continua il testo redatto dai cattedratici – mostrano come all’aumentare dell’altezza dell’albero, sopra la linea di irradiazione della stazione radio base, aumenta anche quella che è noto come la ‘zona di Fresnel’ o perdita di ombre».
Francia, una piazza disboscata in AquitaniaGiungendo al dunque, infine, dall’Inghilterra vengono smascherati i conflitti tra alberi e 5G, ovvero cono d’ombra e segnale wireless sui lampioni della luce: «Per evitare questa perdita di ombreggiamento ed essere al di fuori della zona di Fresnel, è necessario che l’altezza dell’albero sia almeno 3 metri inferiore rispetto all’altezza della stazione di base». In definitiva, sia gli studiosi del 5G dell’Ordance Survey che quelli di Surrey a Guildford, convergono sullo stesso punto dicendo apertamente la stessa cosa: gli alberi con altezza ricompresa tra i 4 e i 3 metri sono un intralcio, un vero e proprio ingombro per la diffusione del segnale elettromagnetico del 5G che, irradiato dai lampioni della luce, non verrebbe recepito a terra dai nuovi Smartphone! Come anticipato dal fisico Andrea Grieco, che foglie e piante assorbano l’elettrosmog è risaputo. Lo certifica anche uno studio dell’americana Katie Haggerty che, sul giornale internazionale per le ricerche forestali, ha pubblicato gli esiti sull’influenza nociva delle radiofrequenze sulle piante. «Numerosi episodi si sono stati registrati in Nord America», deduce la ricercatrice, condotti esperimenti su piante schermate e non, irradiate da campi elettromagnetici.
«La morfologia e il comportamento dei due gruppi esposti a radiofrequenza erano molto simili. Piantine non schermate e finte schermate avevano tessuto fogliare che variava di colore dal giallo al verde e un’alta percentuale di tessuto fogliare in entrambi i gruppi esposti mostrava lesioni necrotiche. Le foglie nel gruppo schermato erano sostanzialmente prive di lesioni del tessuto fogliare, ma le foglie non schermate e finte schermate erano tutte influenzate in qualche misura dalla necrosi del tessuto fogliare». In conclusione, oltre che per l’umanità, l’elettrosmog è pericoloso per ecosistema e piante. E gli alberi sono un intralcio al grande business del 5G. Certo, da qui a dire che tra Europa e America decine di migliaia di alberi siano stati sicuramente abbattuti per installare nuove antenne a microonde millimetriche ce ne passa, ma è un dubbio fondato e tutt’altro che azzardato su cui le istituzioni sono chiamate a chiarire. Responsabilmente. Senza inutili giri di parole. Anche perché la verità sarà nella prova dei fatti. Su quelle stesse strade senza più verde, spunteranno come funghi antenne 5G dai lampioni della luce?
(Maurizio Martucci, “Ecatombe di alberi. Intralciano il wireless del 5G”, da “Oasi Sana” del 15 aprile 2019).

Preso da: https://www.libreidee.org/2019/06/ecatombe-di-alberi-in-ogni-citta-intralciano-il-wireless-5g/

Quel patto tra Francia, Germania e Spagna che svela il futuro dell’Europa

L’asse franco-tedesco ha una terza gamba: la Spagna di Pedro Sanchez. Sia chiaro, Madrid ha da sempre rappresentato un Paese fondamentale legato sia a livello politiche che a livello economico all’alleanza tra Francia e Germania. Ma adesso, con Sanchez, Emmanuel Macron ed Angela Merkel tutto appare più nitido. Le elezioni europee hanno confermato che Berlino, Parigi e Madrid hanno costruito un asse sempre più solido che serve non solo a Francia e Germania per rafforzarsi in Europa, ma anche alla stessa Spagna per scalzare l’Italia come terza potenza dell’Unione europea. Una convergenza di interessi che adesso si ripercuote su uno dei fronti più importanti dell’alleanza tra Berlino e Parigi: la difesa europea.

Dopo mesi di trattative, infatti, il governo spagnolo  ha aderito al progetto del nuovo caccia europeo. Come scrive il quotidiano spagnolo Abc, il ministro della Difesa, Margarita Robles, ha firmato l’accordo con il quale la Spagna aderisce formalmente al Future Combat Air System (Fcas) durante il Salone internazionale dell’aeronautica e dello spazio a Le Bourget, Parigi. Il memorandum d’intesa del Fcas è stato firmato, oltre che dalla Robles, anche dal ministro della Difesa francese, Florence Parly, e dal ministro della Difesa tedesco, Ursula von der Leyen. L’accordo servirà alle difese di Berlino, Madrid e Parigi per sostituire entro il 2040 gli attuali Rafale ed Eurofighter e ha una durata di almeno dieci anni. Uno strumento che serve ai governi dell’asse franco-tedesco di mostrare la propria volontà di competere rispetto ai giganti dell’industria aeronautica militare mondiale, ma serve soprattutto per dare un’accelerata a quella difesa di matrice europea su cui Parigi sta puntando moltissimo e su cui sembra avere investito anche la Germania, preoccupata dall’essere una potenza industriale ma esclusa dai grandi giochi strategici internazionali.
Per quanto riguarda la Spagna, la mossa ha un chiarissimo connotato politico che dimostra la volontà di Sanchez di unire l proprio Paese a quell’asse franco-tedesco che rimane, secondo i suoi alleati, il vero motore dell’unità europea. Sgombriamo il campo da equivoci: Sanchez al pari di Macron e Merkel non lo fa per beneficenza né per sane europeismo. Quello che si nasconde dietro questa decisione è un chiaro intento da parte della Spagna di incunearsi quale terza gamba dell’asse franco-tedesco, pur essendo perfettamente consapevole che il gioco lo conducono Macron e Merkel. Ma dalla sua Sanchez può sfruttare una fondamentale miscela di di interessi convergenti. Da una parte l’Italia ha mostrato forti aperture di credito nei confronti degli Stati Uniti di Donald Trump che tutto vogliono me no che Francia e Germania continuino nei loro progetti di Difesa europea a guida franco-tedesca. Dall’altra parte, il governo italiano ha deciso di non puntare su progetti di difesa Ue che non siano inseriti nell’ambito Pesco e nell’ambito Nato. Infine, non va dimenticato neanche un ultimo dato di natura squisitamente politica: Sanchez rappresenta l’unico governo europeo pro-Ue, sostenuto da Francia e Germania e con la Commissione europea uscente che ne ha certificato la bontà delle riforme. Di fatto questo momento storico può rappresentare per Madrid il passaggio di consegne da parte di Roma. E così, questo accordo militare può rivelare molte cose sul futuro dell’Unione europea, che da tempo sembra aver deciso che il futuro di Bruxelles spasserà per Francia e Germania con il sostegno della Spagna. Escludendo, per il momento, l’Italia.

Preso da: https://it.insideover.com/politica/patto-francia-germania-spagna-fcas.html

Verso la Grande Albania

Violando la risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulla fine della guerra della NATO contro la Serbia del 1999, il Kosovo ora possiede un esercito.

Secondo il primo ministro kosovaro, Ramush Haradinaj, un accordo concluso con l’omologo albanese, Edi Rama, prevede di abolire il 1° marzo 2019 la frontiera fra i due Stati.
Durante un consiglio di ministri congiunto di Albania e Kosovo, è stato costituito un fondo comune per promuovere l’adesione dei due Stati all’Unione Europea.
Il primo ministro albanese Rama è stato ospite del parlamento kosovaro, cui ha esposto un progetto di politica estera e di sicurezza comuni, ambasciate unificate e un’unica presidenza.
Il 15 febbraio 2019 Rama ha parlato alla rete televisiva Vizion Plus della fusione dei due Stati, affermando che sarebbe la soluzione dei problemi del Kosovo.
La fusione è in contrasto con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza.
La Grande Albania sarebbe il primo Stato mussulmano ad aderire all’Unione Europea.

Le popolazioni albanesi di Montenegro, Macedonia e Grecia si preparano a chiedere di entrare nella Grande Albania.
La minoranza greca del sud dell’Albania ha invece immediatamente chiesto, qualora il progetto venisse realizzato, di non entrare nella Grande Albania, bensì di essere annessa alla Grecia.
Il Kosovo è praticamente una base del Pentagono, mentre l’Albania è il centro europeo della CIA.
L’11° anniversario dell’indipendenza del Kosovo, il 17 febbraio 2019, è stato celebrato con la sfilata del nuovo esercito kosovaro. Il parlamento ha tenuto una sessione straordinaria alla presenza dei primi ministri kosovaro e albanese. Alla sessione hanno partecipato anche l’ex primo ministro italiano Massimo D’Alema [1] e l’ex capo della Missione di Verifica in Kosovo, William Walker, che attribuì il massacro di Račak alla Serbia per giustificare l’intervento della NATO.
Per un curioso ribaltamento delle posizioni, Stati Uniti e Turchia oggi sostengono il progetto di Grande Albania, mentre a suo tempo accusarono Belgrado di voler creare la Grande Serbia (in seguito, l’accusa di un presunto “piano ferro di cavallo” si è rivelata una menzogna fabbricata dalla NATO) e l’hanno bombardata.
Negli anni Novanta il Pentagono considerava la Jugoslavia come un «laboratorio» per testare i «combattimenti fra cani», ossia la possibilità d’isolare un Paese, di fomentarvi la guerra civile e separare le comunità che lo compongono. Prima della guerra di Jugoslavia, i Balcani erano abitati da popolazioni molto diverse. Si parlava allora di “balcanizzazione” per designare questa mescolanza. Oggi ogni comunità è più o meno territorializzata e il termine “balcanizzazione” designa un processo di frazionamento.

[1] Massimo D’Alema è sempre stato un fattivo collaboratore della guerra neocoloniale dichiarata dagli Stati Uniti, per interposta NATO, alla ex Jugoslavia. Il 21 ottobre 1998, quando assume la guida del governo, sostiene politicamente i terroristi che gli USA addestrano nella base NATO di Incirlik, in Turchia, accreditandoli come «combattenti per la libertà» e resistenti al «terrorismo di Belgrado». Eppure all’epoca non mancano le cronache ‒ negli anni successivi convalidate dalla Storia ‒ che descrivono altro scenario: sono i terroristi kosovari dell’UCK che, inquadrati e foraggiati dalla NATO, massacrano e seviziano e sequestrano i serbi; fa niente: le televisioni amiche, come la RAI diretta dal governo D’Alema e Mediaset, del suo alleato Silvio Berlusconi, perseverano nel diffondere le menzogne made in USA. Anche quando si scopre che l’UCK utilizza i prigionieri serbi (oltre ai kosovari dissidenti) per prelevargli gli organi e impiantare un florido commercio in Albania (dove collaborano anche medici italiani a beneficio di malati connazionali), D’Alema continua a lodare la «sacrosanta guerra di liberazione combattuta dall’UCK contro Belgrado». Due mesi dopo la salita al soglio governativo, D’Alema si segnala per ulteriore gesto di servilismo verso gli Stati Uniti e Israele: induce il segretario del PPK (partito comunista turco), Abdullah Ocialan, a lasciare Roma, dove aveva chiesto asilo politico, per volare a Nairobi, in Kenia. È una trappola: giunto colà, in barba alle garanzie d’incolumità personale che gli erano state date dal governo D’Alema, Ocialan è prelevato da mercenari, in combutta con Roma, e consegnato al governo turco, dove la pena di morte gli viene commutata in ergastolo grazie alla mobilitazione internazionale.
Quando gli Stati Uniti, a dicembre 1999, dichiarano guerra alla Jugoslavia senza l’autorizzazione dell’ONU, D’Alema esegue senza fiatare e il 22 manda i soldati italiani a bombardare i serbi con proiettili all’uranio impoverito. Un crimine che ‒ danno collaterale ‒ continua, a febbraio 2019, a piagare e uccidere i soldati italiani che li spararono. Logico che gli uomini issati al potere in Kosovo e in Albania siano grati al loro complice italiano e lo invitino in tribuna d’onore ad applaudire gli esiti di un macello che si connotò di genocidio. Ndt.

Siamo tutti bugiardi

Thierry Meyssan replica alle commemorazioni dello sbarco in Normandia e del massacro di Tienanmen, nonché alla propaganda elettorale per le recenti elezioni del parlamento europeo, mettendo l’accento sul fatto che continuiamo a mentire, persino rallegrandocene. Soltanto la verità può però renderci liberi.

| Damasco (Siria)

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La propaganda è un mezzo per diffondere idee, siano esse vere o false. Ma mentire a sé stessi significa non assumersi la responsabilità dei propri errori, convincersi di essere perfetti e passare oltre.

La Turchia è esempio estremo di questo atteggiamento. Insiste a negare di aver cercato di liberarsi delle minoranze non mussulmane, tentando di farle sparire a ondate per un’intera generazione, dal 1894 al 1923. Anche gli israeliani non se la cavano male: pretendono di aver creato il loro Stato allo scopo di offrire vita degna agli ebrei sopravvissuti allo sterminio nazista, quando invece già nel 1917 Woodrow Wilson si era impegnato a fondarlo, e nonostante oggi in Israele oltre 50.000 sopravvissuti ai campi della morte vivano in miseria, al di sotto della soglia di povertà. Ma gli occidentali provvedono da sé a costruire il consenso attorno alle proprie menzogne e le professano come fossero verità rivelate.

Lo sbarco in Normandia

Si festeggia il 75° anniversario dello sbarco in Normandia. Quasi unanimemente i media affermano che con questa operazione gli Alleati diedero inizio alla liberazione dell’Europa dal giogo nazista.
Ebbene, sappiamo tutti che è una menzogna.
-  Lo sbarco non fu opera degli Alleati, ma quasi esclusivamente dell’Impero britannico e del corpo di spedizione statunitense.
-  Non ebbe lo scopo di “liberare l’Europa”, bensì di precipitarsi su Berlino per strappare i brandelli del Terzo Reich alla vittoriosa armata sovietica.
-  I francesi non accolsero lo sbarco con gioia, ma con orrore: Robert Jospin, padre dell’ex primo ministro Lionel, sul suo giornale denunciava in prima pagina che gli anglosassoni avevano importato la guerra in Francia. I francesi seppellirono le 20 mila vittime dei bombardamenti anglosassoni unicamente per creare un diversivo. A Lione, un’immensa manifestazione si raccolse attorno al “capo dello Stato”, l’ex maresciallo Philippe Pétain, per respingere la dominazione anglosassone. E mai, assolutamente mai, il capo della Francia libera, il generale Charles De Gaulle, accettò di partecipare alla benché minima commemorazione di questo nefasto sbarco.
La storia è più complicata dei film western. Non ci sono “buoni” e “cattivi”, soltanto uomini che cercano di salvare parenti e amici con più o meno umanità. Almeno si sono evitate le stupidaggini di Tony Blair che, durante le commemorazioni del 60° anniversario dello sbarco, fece insorgere la stampa affermando nel suo discorso che il Regno Unito entrò in guerra per salvare gli ebrei dalla “shoah” ¬– non però i gitani vittime dello stesso massacro. Ebbene, la persecuzione degli ebrei d’Europa iniziò soltanto nel 1942, dopo la Conferenza di Wansee.

Il massacro di Tienanmen

Si celebra anche il triste anniversario del massacro di Tienanmen. Ovunque si legge che il crudele regime imperiale cinese massacrò migliaia di concittadini, pacificamente radunati nella principale piazza di Beijing, che chiedevano soltanto un po’ di libertà.
Ebbene, tutti sappiamo che è falso.
-  Il sit-in in piazza Tienanmen non fu un semplice raduno genuino di cittadini cinesi, bensì un tentativo di colpo di Stato da parte di partigiani dell’ex primo ministro Zhao Ziyang.
-  In piazza Tienanmen, “pacifici manifestanti” linciarono o bruciarono vivi soldati a decine e distrussero centinaia di veicoli militari, prima che intervenissero gli uomini di Deng Xiaoping a fermarli.
-  A organizzare gli uomini di Zhao Ziyang, sul posto c’erano gli specialisti USA delle “rivoluzioni colorate”, tra cui Gene Sharp.

L’Unione Europea

Abbiamo appena votato per eleggere i rappresentanti al parlamento europeo. Per settimane siamo stati abbeverati di slogan che ci garantivano che «l’Europa è la pace e la prosperità» e che l’Unione Europea è il compimento del sogno europeo.
Ebbene, tutti sappiamo che è falso.
-  L’Europa è insieme un continente – «da Brest a Vladivostok», secondo la definizione di De Gaulle – e una cultura di apertura e cooperazione; l’Unione Europea invece non è altro che un’amministrazione anti-Russia, in continuità con la corsa verso Berlino dello sbarco in Normandia.
-  L’Unione Europea non è pace: a Cipro è vigliaccheria di fronte all’occupazione militare turca. Non è prosperità, ma stagnazione economica quando il resto del mondo si sviluppa a gran velocità.
-  L’Unione Europea non è in rapporto alcuno con il sogno europeo del primo dopoguerra. L’ambizione dei nostri antenati era unificare i regimi politici nell’interesse generale – le Repubbliche, nel senso etimologico del termine – conformemente alla cultura europea, si trovassero o meno nel continente. Aristide Briand propugnava che l’Argentina, Paese di cultura europea dell’America Latina, facesse parte dell’Europa, ma non il Regno Unito, società di classe.
E così via…

Andiamo avanti come ciechi

Dobbiamo saper distinguere il vero dal falso. Possiamo rallegrarci della caduta del nazismo, senza tuttavia convincerci che gli anglosassoni ci hanno salvati. Possiamo denunciare la brutalità di Deng Xiaoping, senza tuttavia negare che ha salvato la Cina da un nuovo colonialismo. Possiamo essere contenti di non essere stati dominati dall’Unione Sovietica, senza tuttavia inorgoglirci di essere i lacchè degli anglosassoni.
Continuiamo a mentire a noi stessi per nascondere le nostre vigliaccherie e i nostri crimini. Ciononostante, ci meravigliamo di non riuscire a risolvere alcuno dei problemi dell’umanità.

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo  

 

«I pesticidi continuano a uccidere le api. È ora di agire veramente»

L’appello delle deputate del Gruppo Misto in Parlamento Sara Cunial e Silvia Benedetti: «Basta demandare all’Unione Europea, la competenza è nazionale. Dunque, si prendano misure drastiche».

«I pesticidi continuano a uccidere le api. È ora di agire veramente»

«Abbiamo portato all’attenzione del ministro Centinaio l’annosa questione della moria di api che sta avvenendo in diverse parti d’Italia in seguito a un uso massiccio e scriteriato di pesticidi estremamente dannosi al loro habitat e alla loro vita, come per esempio il caso del Mesurol in Friuli per cui è stata aperta un’indagine o ancora i neonicotinoidi già banditi in diversi stati membri ma purtroppo ancora utilizzati in Italia». Ad affermarlo sono le deputate del gruppo Misto Sara Cunial e Silvia Benedetti, che tornano sulla questione di cui, dopo un grande allarme qualche tempo fa, ora si tende a parlare sempre meno.

«Sebbene vi sia consapevolezza della strategicità del settore e dei gravi danni causati da alcune molecole agli ecosistemi e agli insetti impollinatori, ancora una volta si demanda a importanti decisioni all’Unione Europea, quando la competenza su queste disposizione è nazionale, come indicato nella normativa comunitaria e come altre nazioni, più lungimiranti e attente alla vita e alla salute ci insegnano».
«È bene ricordare che nelle campagne italiane ci sono milioni di alveari curati da oltre 45.000 apicoltori – continuano le deputate – miliardi di euro derivano dalla sola attività di impollinazione alle coltivazioni a cui si aggiunge il profitto di 22.000 tonnellate annue di produzione di miele. Un trend in continua crescita che dà lavoro a sempre più persone, soprattutto giovani e soprattutto al sud, e che fa dell’Italia un’avanguardia delle pratiche e tecnologie in questo frangente nonché uno dei principali produttori di miele d’eccellenza. Ma soprattutto è bene sottolineare che senza api perderemmo gran parte della nostra biodiversità, l’accesso a ingenti tipologie di cibo, la vita stessa è a rischio senza il loro lavoro – proseguono – Avremmo bisogno di azioni concrete e urgenti per favorire politiche agricole sostenibili e idonee a proteggere questo cruciale settore, purtroppo troppo spesso messo in crisi da pratiche scriteriate e anacronistiche – spiegano le deputate –  Ci chiediamo dove siano i paladini dell’occupazione, dell’innovazione, del Made in Italy e dei nostri prodotti di qualità. Ma soprattutto ci chiediamo dove siano tutti coloro che dovrebbero mettere la tutela delle persone e dell’ambiente al primo posto e fare del principio di precauzione il faro della loro azione politica. Confidiamo che in Italia quanto in Europa si mantenga ciò che è stato promesso e di ciò che moltissimi apicoltori, agricoltori e cittadini chiedono».

Preso da: http://www.ilcambiamento.it/articoli/i-pesticidi-continuano-a-uccidere-le-api-e-ora-di-agire-veramente