A quando un risveglio fra popoli in Europa ?

11 dicembre 2019.
di Luciano Lago
Le manifestazioni di protesta in Francia e lo sciopero generale che sta paralizzando quasi del tutto il paese ci fanno accendere un barlume di speranza. La speranza che si vada avvicinando l’ora di un possibile risveglio dei popoli d’Europa che trasmettano un segnale forte alle elite finanziarie dominanti, un segnale di rivolta e di cambiamento.
Il risveglio di una Europa che possa rompere le sbarre invisibili della gabbia neoliberista, quella che ha avvolto ciascuno stato europeo affossando le possibilità di crescita, non può essere lontano ma, come avviene per molti cicli storici, bisogna arrivare al punto più basso della involuzione per poi afferrare la possibilità di un riscatto.
L’ispirazione per un riscatto e una rinascita di paesi europei non può che provenire da est dove già da tempo si è verificato il risveglio dei giganti asiatici, la Federazione Russa, la Cina, l’India, paesi che oggi dimostrano una vitalità ed una capacità di rompere l’ordine mondiale di marca anglo USA che avviluppava il mondo.
Nella fase attuale, dopo decenni di pratiche neoliberiste che hanno minato le capacità agroindustriali un tempo fiorenti di paesi come la Francia, l’Italia, la Spagna, sotto la gabbia dell’euro “postindustriale”, è diventato evidente che l’austerità e l’aumento delle tasse sono le uniche soluzioni che i tecnocrati dell’eurocrazia e i padroni della moneta, che si trovano nella Banca Centrale europea, potranno consentire . Questo perchè l’appartenenza all’euro proibisce a qualsiasi nazione di sforare il rapporto deficit /PIL al di sopra del 3%, mentre non esistono i mezzi finanziari per generare credito statale sufficiente per costruire progetti su larga scala necessari per una ripresa economica.
In altre parole, dal punto di vista delle regole del gioco imposte dalle elite finanziarie transatlantiche, la situazione è senza speranza.
Sul versante orientale dell’Eurasia si può constatare che la Russia e la Cina hanno trasformato con successo l’ordine internazionale utilizzando grandi risorse per investimenti in infrastrutture, fra queste la creazione della “Belt and Road” Initiative che può essere estesa a vari paesi europei. Diventa facile comprendere che, l’agganciarsi a questa iniziativa offre una opportunità unica per i paesi europei (almeno per quelli che desiderano mantenere la testa fuori di fronte all’imminente collasso economico).
Potrebbe essere questo l’unico mezzo praticabile per fornire lavoro, sicurezza e crescita economica a lungo termine alla loro gente poiché la Belt and Road, cocepita dagli strateghi cinesi, è radicata come un progetto di sistema aperto che non è collegato alla geopolitica del sistema chiuso atlantista di ispirazione hobbesiana.

Rivolta a Parigi dei gilet gialli

Per seguire questa strada è necessario contrastare i piani dei neoconservatori in Europa di ispirazione atlantista, fra i quali i partiti dei finti sovranisti, che vorrebbero ritornare ad un ordine atlantista chiuso che escluda la possibiltà per ogni stato di trattare e cooperare con i grandi paesi dell’est ed agganciarsi a questo sviluppo.
Non è un caso che il partito atlantista agiti lo spettro della minaccia russa e della minaccia cinese per impedire ai paesi europei di affrancarsi dalla dominazione americana sull’Europa che esiste dal 1945 e che oggi, superata da quasi 30 anni la politica dei blocchi contrapposti, non ha più alcun senso.
Piuttosto la elite di potere di Washington cerca con ogni mezzo, dalle sanzioni alle minacce ed ai ricatti, di imporre all’Europa una nuova politica dei blocchi anti Russia-Cina che impedirebbe all’Europa di affrancarsi dall’ipoteca della dominanzione americana sul continente.
La guerra commerciale lanciata dall’Amministrazione Trump contro la Cina e le continue provocazioni contro Pechino, con interferenze sui disordini a Hong Kong e divieto ai paesi alleati di utilizzare le reti 5 G, sono parte della strategia USA di impedire lo sviluppo di un progetto euroasiatico. Forma parte di questa strategia anche l’ostilità manifestata dagli USA al progetto energetico del nuovo gasdotto russo Nord Stream 2 che deve fornire gas alla Germania e all’Austria contro cui Washington, dopo aver inutilmente cercato di porre ostacoli, sta minacciando sanzioni.

Protesta contro il Dominio delle Banche in Europa

Non c’è però molto tempo a disposizione perchè il prossimo collasso economico dei paesi europei, stretti fra crisi economica, immigrazione incontrollata, disgregazione sociale, ipoteca finanziaria (vedi il MES) imposta dalle oligarchie di Bruxelles, non lascia molta scelta. I leader dei veri movimenti sovranisti hanno un margine di tempo ridotto per fare le scelte indispensabili: impugnare i trattati della gabbia eurocratica e neoliberista, essendo questi in contrasto con le costituzioni nazionali e con le necessità sociali delle popolazioni, e affrancarsi dai vincoli atlantisti prima di essere trascinati in nuovi conflitti bellici che il “Deep State” degli USA sta maturando in Medio Oriente e nelllo spazio indoasiatico.
La domanda è se esistano oggi questi leader consapevoli di quale sia la sfida oggi o se ci siano in giro solo delle controfigure che si agitano sulle piazze dei paesi eiropei lanciando slogans vuoti e contestando soltanto gli effetti delle politiche eurocratiche (austerità, immigrazione, precarietà e disoccupazione, ecc..) senza risalire alle cause primarie del disastro in corso d’opera.
La domanda attende ancora una risposta e il tempo stringe………

Preso da: https://www.controinformazione.info/a-quando-un-risveglio-fra-popoli-in-europa/

La Francia manipolata

Proseguiamo la pubblicazione del libro di Thierry Meyssan, Sotto i nostri occhi. In questo episodio l’autore ci mostra come la Francia post-coloniale sia stata reclutata da Regno Unito e Stati Uniti per unirsi alle loro guerre contro Libia e Siria. Queste due potenze l’hanno però tenuta all’oscuro del progetto “primavera araba”. Troppo impegnati a sottrarre fondi, i dirigenti francesi non si sono accorti di nulla. Quando si sono resi conto di essere stati esclusi dalla progettazione, la loro reazione è stata puramente comunicazionale: hanno tentato di farsi passare per gli ammiragli dell’operazione, senza preoccuparsi delle conseguenze dei maneggi dei partner.

| Damasco (Siria)

Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.
Si veda l’indice.

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Il Regno Unito ha manipolato la Francia trascinandola nelle proprie avventure in Medio Oriente Allargato, senza rivelarle che vi si stava preparando, insieme agli Stati Uniti, sin dal 2005.

LA PREPARAZIONE DELLE INVASIONI IN LIBIA E SIRIA

Ancor prima dell’ufficializzazione della nomina da parte del Senato, il futuro segretario di Stato Hillary Clinton contatta Londra e Parigi per condurre una doppia operazione militare nel “Grande Medio Oriente”. Dopo il fiasco in Iraq, Washington reputa impossibile utilizzare le proprie truppe per un’operazione del genere. Dal suo punto di vista, è giunto il momento di rimodellare la regione – ossia ridisegnare gli Stati i cui confini erano stati definiti nel 1916 dagli imperi inglese, francese e russo (la “Triplice Intesa”) – per imporre linee di demarcazione favorevoli agli interessi degli Stati Uniti. L’accordo è noto con il nome dei delegati inglese e francese Sykes e Picot (il nome dell’ambasciatore Sazonov è stato “dimenticato” a causa della rivoluzione russa). Ma come convincere Londra e Parigi a mettere in discussione il proprio patrimonio se non promettendo di concedere loro di ricolonizzare la regione? Da qui la teoria della “leadership da dietro le quinte” (leading from behind). Tale strategia viene confermata dall’ex ministro degli Esteri di Mitterrand, Roland Dumas, che dichiarerà in TV di essere stato contattato da inglesi e statunitensi, nel 2009, per sapere se l’opposizione in Francia fosse a favore di un nuovo piano coloniale.

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Su istigazione degli Stati Uniti, Francia e Regno Unito firmano gli accordi di Lancaster House. Una clausola segreta prevede la conquista di Libia e Siria. l’opinione pubblica tuttavia ignora l’accordo tra Londra e Washington sulle future “primavere arabe”.

Nel novembre 2010 – ossia prima della cosiddetta “Primavera araba” – David Cameron e Nicolas Sarkozy firmano a Londra gli accordi di Lancaster House [1]. Ufficialmente, è un modo per creare sinergie tra gli elementi della Difesa – anche nucleari – e poter realizzare economie di scala. Benché sia un’idea decisamente bizzarra, alla luce degli interessi divergenti dei due paesi, l’opinione pubblica non capisce cosa si stia tramando. Uno degli accordi riunisce le “forze di proiezione” – da intendersi come forze coloniali – delle due nazioni.

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Operazione “Southern Mistral”: lo strano logo del Comando delle operazioni aeree. Il reziario non protegge l’uccello della libertà, bensì lo imprigiona nella rete.

Un allegato agli accordi precisa che il corpo di spedizione franco-britannica avrebbe condotto la più grande esercitazione militare congiunta nella storia dei due paesi – tra il 15 e il 25 marzo 2011 – sotto il nome di “Southern Mistral”. Il sito web della Difesa specifica che lo scenario di guerra prevede un bombardamento a lungo raggio per aiutare le popolazioni minacciate da “due dittatori del Mediterraneo”.

È proprio il 21 marzo che AFRICOM e CENTCOM – comandi regionali delle forze armate statunitensi – scelgono come data per l’attacco congiunto di Francia e Regno Unito nei confronti di Libia e Siria [2]. È il momento giusto, gli eserciti anglo-francesi sono pronti. Visto che le cose non vanno mai come previsto, la guerra contro la Siria viene rimandata e Nicolas Sarkozy – nel tentativo di colpire per primo – ordina alle sue forze di attaccare solamente la Libia, il 19 marzo, con l’operazione “Harmattan” (traduzione in francese di “Southern Mistral”).

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L’ex compagno di Gheddafi, Nuri Massud El-Mesmari, ha disertato il 21 ottobre 2010. Si è messo sotto la protezione dei servizi segreti francesi.

La Francia crede di avere un asso nella manica: il capo del protocollo libico Nuri Masud al-Masmari, che ha disertato e chiesto asilo a Parigi. Sarkozy è convinto che l’uomo sia un confidente del colonnello Gheddafi e che possa aiutarlo a identificare chi è pronto a tradirlo. Purtroppo, il “chiacchierone” conosceva gli impegni del colonnello, ma non partecipava alle riunioni [3].

Pochi giorni dopo la firma degli accordi di Lancaster House, una delegazione commerciale francese si reca in visita alla Fiera di Bengasi con funzionari del Ministero dell’Agricoltura, i capi di France Export Céréales e France Agrimer, i dirigenti di Soufflet, Louis Dreyfus, Glencore, Cani Céréales, Cargill e Conagra. Lì gli agenti della DGSE che li accompagnano incontrano in segreto alcuni militari per preparare un colpo di Stato.

Avvertita dagli Stati Uniti, Tripoli arresta i traditori il 22 gennaio 2011. I libici credono di essere protetti dalla nuova alleanza con Washington, quando dall’America si stanno invece preparando a condannarli a morte. I francesi, dal canto loro, si ritrovano costretti a tornare all’ombra del Grande Fratello statunitense.

Mentre i francesi si adoperano per predisporre l’invasione della Libia, gli statunitensi avviano la loro operazione, di portata decisamente superiore rispetto a quanto comunicato al loro agente Sarkozy. Non si tratta soltanto di detronizzare Muammar Gheddafi e Bashar al-Assad – come in effetti gli avevano fatto credere –, ma tutti i governi laici in vista di una sostituzione con i Fratelli musulmani. Iniziano così dagli Stati amici (Tunisia ed Egitto), lasciando gli inglesi e i francesi a occuparsi dei nemici (Libia e Siria).

Il primo focolaio si accende in Tunisia. In risposta al tentato suicidio di un venditore ambulante – Mohamed Bouazizi, il 17 dicembre 2010 – esplodono proteste contro gli abusi della polizia e, successivamente, contro il governo. La Francia, che crede siano state spontanee, si offre di dotare la polizia tunisina di attrezzature antisommossa.

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Nicolas Sarkozy e Michèle Alliot-Marie, all’oscuro del progetto anglosassone delle “primavere arabe”, mentre in Tunisia sta iniziando la “rivoluzione dei gelsomini”, negoziano con la famiglia del presidente Ben Ali la vendita di un aereo ufficiale, di cui si sono appropriati.

Nicolas Sarkozy e il ministro degli Interni Michèle Alliot-Marie nutrono piena fiducia in Zine El-Abidine Ben Ali, con il quale intrattengono “affari” personali. Dopo essersi fatti costruire ed equipaggiare un Airbus A330 come aereo presidenziale, hanno rivenduto i due vecchi velivoli destinati ai viaggi ufficiali. Uno degli A319 CJ è stato oscuramente rimosso dagli inventari e ceduto alla società tunisina Karthago Airlines, di proprietà di Aziz Miled e Belhassen Trabelsi (fratello della moglie di Ben Ali) [4]. Nessuno sa chi sia stato il fortunato beneficiario della transazione. Dopo la fuga del presidente Ben Ali, il velivolo sarà recuperato e venduto a una società di Singapore e, successivamente, alla Turchia.

Mentre si occupano della sua protezione, Nicolas Sarkozy e la Alliot-Marie restano increduli quando ricevono la richiesta del presidente Ben Ali di atterrare e rifugiarsi a Parigi. L’Eliseo fa appena in tempo ad annullare l’invio di un aereo cargo per il trasporto delle attrezzature di polizia che sono state promesse – aereo che sta aspettando sulla pista a causa delle lungaggini burocratiche della dogana – e quindi ad allontanare l’aereo del presidente decaduto dal suo spazio aereo.

Nel frattempo, in Egitto, l’ingegnere informatico Ahmed Maher e la blogger islamista Esraa Abdel Fattah invitano a manifestare contro il presidente Hosni Mubarak il 25 gennaio 2011, “giorno della rabbia”. Subito sostenuti dalla televisione del Qatar, Al Jazeera, e dai Fratelli musulmani, danno il via a un movimento che, con l’aiuto delle ONG della CIA, destabilizza il regime. Le manifestazioni si svolgono ogni venerdì – all’uscita dalle moschee –, a partire dal 28 gennaio, sotto il comando dei serbi “addestrati” dal promotore delle “rivoluzioni colorate”, Gene Sharp. L’11 febbraio Nicolas Sarkozy scopre da una telefonata del proprio patrigno – l’ambasciatore statunitense Frank G. Wisner – che, su istruzione della Casa Bianca, ha convinto il generale Mubarak a ritirarsi.

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Arrivato per partecipare alla riunione di lancio delle “primavere arabe” di Libia e Siria, il

La CIA organizza allora un incontro segreto al Cairo dove il presidente Sarkozy invia una delegazione che comprende il lobbista Bernard-Henri Lévy, ex amante di Carla Bruni e Ségolène Royal. Il Fratello musulmano Mahmud Gibril, il secondo uomo del governo libico a entrare nel locale, ne esce come capo dell’“opposizione al tiranno”. Tra i siriani presenti si annoverano, in particolare, Malik al-Abdah (già della BBC, ha creato Barada TV con il denaro della CIA e del Dipartimento di Stato) e Ammar al-Qurabi (membro di una serie di associazioni di difesa dei diritti umani e fondatore di Orient TV) [5].

È appena iniziata la guerra contro Libia e Siria.

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Mostrandosi sulla piazza Verde di Tripoli il 25 febbraio 2011, Gheddafi denuncia un attacco alla Libia da parte dei terroristi di Al Qaeda e proclama fieramente che, insieme al popolo, si batterà fino alla fine, pronto a far scorrere “fiumi di sangue” e a sacrificare sé stesso. Annuncia che saranno distribuite armi ai cittadini per difendere la patria in pericolo. La propaganda atlantista lo accuserà di voler far scorrere il sangue del popolo libico.

L’INIZIO DELLA GUERRA CONTRO LA LIBIA

La stampa occidentale assicura che la polizia libica ha represso una manifestazione a Bengasi, il 16 febbraio 2011, sparando sulla folla. Così il paese insorge – riporta sempre la stampa – e le autorità sparano su qualsiasi cosa si muova. Dal paese cercano di fuggire circa 200 mila lavoratori immigrati, che le TV mostrano in attesa ai valichi di frontiera. Muammar Gheddafi – che appare tre volte sullo schermo – parla senza mezzi termini di un’operazione architettata da Al Qaida, dicendosi disposto a morire da martire. Poi denuncia la distribuzione di armi al popolo per versare “fiumi di sangue”, sterminare questi “ratti” e proteggere il paese. Le frasi, estrapolate dal contesto originale, vengono diffuse dalle reti occidentali, che le interpretano come un annuncio non della lotta al terrorismo, ma della repressione di una presunta rivoluzione.

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Presi dal panico, gli operai neri dell’Est della Libia cercano di fuggire prima che la Jamahiriya sia rovesciata. Sono convinti che, ove gli Occidentali ristabilissero il vecchio regime, sarebbero ridotti in schiavitù. Secondo l’ONU, si riversano alle frontiere in decine di migliaia.

A Ginevra, il 25 febbraio, il Consiglio delle Nazioni Unite ascolta con sgomento la testimonianza della Lega libica per i diritti umani. Il dittatore è impazzito e “massacra il suo popolo”. Anche l’ambasciatore del Pakistan ne denuncia la violenza. Di colpo, la delegazione ufficiale libica entra nella stanza, conferma le testimonianze e si dichiara solidale con i concittadini contro il dittatore. Viene approvata una risoluzione, poi trasmessa al Consiglio di sicurezza [6], che adotta nell’immediato la Risoluzione 1970 [7], sotto il capitolo VII della Carta che autorizza l’uso della forza, stranamente pronta da diversi giorni. La questione viene posta all’esame della Corte penale internazionale e la Libia finisce sotto embargo. Quest’ultima misura è immediatamente adottata ed estesa all’Unione Europea. In anticipo rispetto agli altri paesi occidentali, Sarkozy dichiara: “Gheddafi deve andarsene!”.

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L’ex ministro della Giustizia, Musfafa Abdel Gelil, (qui con BHL), che aveva fatto torturare le infermiere bulgare, diventa capo del governo provvisorio.

Il 27 febbraio gli insorti a Bengasi creano il Consiglio nazionale di transizione libico (CNLT), mentre, lasciando Tripoli, il ministro della Giustizia, Mustafa Abdel Gelil, crea un governo provvisorio. Entrambi gli organi, controllati dai Fratelli musulmani, si uniscono per dare un’apparenza di unità nazionale. Subito le bandiere dell’ex re Idris spuntano a Bengasi [8]. Da Londra, suo figlio S.A. Mohammed El Senussi si dice pronto a regnare.

Non riuscendo a convincere tutti i membri del CNLT ad appellarsi agli occidentali, Abdel Gelil nomina un Comitato di crisi che gode di pieni poteri ed è presieduto dall’ex numero due del governo di Gheddafi, Mahmud Gibril, di ritorno dal Cairo.

A Parigi si ammira il modo in cui Washington gestisce gli eventi. Eppure, contraddicendo le informazioni provenienti da Bengasi e dalle Nazioni Unite, diplomatici e giornalisti a Tripoli assicurano di non presagire nulla che possa far pensare a una rivoluzione. Ma poco importa la verità, se le apparenze sono propizie. E così il “filosofo” Bernard-Henri Lévy persuade i francesi che la causa è giusta, assicurandosi di aver convinto lo stesso presidente della Repubblica a impegnarsi per la libertà dopo l’incontro con i libici “rivoluzionari”.

L’esercito francese preleva Mahmud Gibril e lo conduce a Strasburgo, dove egli chiede al Parlamento europeo l’intervento “umanitario” occidentale. Il 10 marzo Nicolas Sarkozy e il premier inglese David Cameron scrivono al presidente dell’Unione Europea per chiedere di riconoscere il CNLT al posto del “regime” e per imporre una no-fly zone [9]. Con perfetta coordinazione, il deputato verde francese Daniel Cohn-Bendit – agente d’influenza degli Stati Uniti dal maggio ’68 – e il liberale belga Guy Verhofstadt, riescono – il giorno stesso – a far adottare dal Parlamento europeo una risoluzione che denuncia il “regime” di Gheddafi e invita a prendere il controllo dello spazio aereo libico per proteggere la popolazione civile dalla repressione del dittatore [10]. Sempre lo stesso giorno, il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, rende noto il lavoro in corso sugli strumenti tecnici necessari per l’attuazione della no-fly zone.

Il 12 marzo la Lega araba vota a favore della no-fly zone nonostante l’opposizione di Algeria e Siria.

Unica stonatura in questo concerto unanime è la Bulgaria che, memore del fatto che Abdel Gelil aveva coperto le torture alle infermiere bulgare e al medico palestinese, rifiuta di riconoscere il CNLT. Da parte sua, l’Unione africana è fortemente contraria a qualsiasi intervento militare straniero.

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Il Libro Verde di Muammar Gheddafi.

La Jamahiriya Araba Libica è organizzata secondo i principi del Libro Verde di Muammar Gheddafi, estimatore dei socialisti libertari francesi del XIX secolo, Charles Fourier e Pierre-Joseph Proudhon. Il colonnello ha così ipotizzato uno Stato minimo che si rivela però incapace di difendere il popolo dagli eserciti imperialisti. Inoltre, ha affidato allo Stato il compito di soddisfare le aspirazioni dei beduini: un mezzo di trasporto, casa e acqua gratis. Così ognuno possiede un’auto propria, mentre il trasporto pubblico è di fatto riservato agli immigrati. In occasione del matrimonio, a ciascuno viene donato un appartamento, ma talvolta è necessario aspettare tre anni prima che la casa sia costruita, per poi potersi sposare. Si eseguono enormi lavori per attingere acqua da falde millenarie nelle profondità del deserto. Nel paese regna la prosperità, il tenore di vita è il più alto rispetto a tutto il continente africano. Ma, in materia di istruzione, si fa molto poco: anche se le università sono gratuite, la maggior parte dei ragazzi lascia presto gli studi. Muammar Gheddafi ha sottovalutato l’influenza delle tradizioni tribali: tre milioni di libici conducono una vita agiata, mentre due milioni di immigrati africani e asiatici sono al loro servizio.

Il 19 marzo si incontrano a Parigi 18 nazioni (Germania, Belgio, Canada, Danimarca, Emirati Arabi Uniti, Spagna, Stati Uniti, Francia, Grecia, Italia, Iraq, Giordania, Marocco, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Qatar e Regno Unito) e 3 organizzazioni internazionali (Lega araba, Unione Europea e ONU) per annunciare l’intervento militare imminente [11]. Poche ore dopo, la Francia scavalca i partner e attacca per prima.

In Siria la situazione è diversa e procede più lentamente. Gli appelli a manifestare del 4, 11, 18 e 25 febbraio e del 4 e 11 marzo a Damasco non sortiscono alcun effetto. Anzi, è in Yemen e in Bahrein che il popolo scende in piazza senza alcun invito.

Nello Yemen i Fratelli musulmani – tra cui la giovane Tawakkul Karman, che in seguito vincerà il Nobel per la Pace – danno il via a una “rivoluzione”. Ma, come nel caso della Libia, il paese si fonda su un’organizzazione tribale, per cui non è possibile disporre di una lettura prettamente politica degli eventi.

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Nicolas Sarkozy dà istruzioni a Alain Bauer per contrastare la rivoluzione in Bahrein.

Su richiesta del re del Bahrein, l’esercito saudita arriva nel minuscolo regno che ospita la V Flotta statunitense per “ristabilire l’ordine”. Il Regno Unito invia il torturatore Ian Anderson, che aveva fatto meraviglie nella gestione della repressione in epoca coloniale – ossia, prima del 1971 – mentre, per riorganizzare la polizia, la Francia invia Alain Bauer, consigliere per la sicurezza del presidente Sarkozy ed ex responsabile per l’Europa della NSA statunitense in Europa ed ex gran maestro del Grand Orient de France [12].

Il caos si propaga per contagio, ma resta ancora da far credere che siano stati i popoli a ispirarlo e che l’obiettivo sia l’instaurazione della democrazia.

(Segue…)

Traduzione
Alice Zanzottera
Rachele Marmetti
Giornale di bordo

La traduzione italiana del libro è disponibile in versione cartacea.

[1] « Déclaration franco-britannique sur la coopération de défense et de sécurité », Réseau Voltaire, 2 novembre 2010.

[2] “Washington cerca il sopravvento con “l’alba dell’odissea” Africana”, di Thierry Meyssan, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 20 marzo 2011.

[3] “Sarkozy manovra la rivolta libica”, di Franco Bechis, Libero, 23 marzo 2011.

[4] « Un avion présidentiel dans la 4e dimension », par Patrimoine du Peuple, Comité Valmy , Réseau Voltaire, 6 mars 2011.

[5] Rapporto dell’intelligence estera libica.

[6] « Résolution du Conseil des droits de l’homme sur la situation en Libye », Réseau Voltaire, 25 février 2011.

[7] « Résolution 1970 et débats sur la Libye », Réseau Voltaire, 26 février 2011.

[8] « Quand flottent sur les places libyennes les drapeaux du roi Idris », par Manlio Dinucci, Traduction Marie-Ange Patrizio, Réseau Voltaire, 1er mars 2011.

[9] « Lettre conjointe de Nicolas Sarkozy et David Cameron à Herman Van Rompuy sur la Libye », par David Cameron, Nicolas Sarkozy, Réseau Voltaire, 10 mars 2011.

[10] « Résolution du Parlement européen sur le voisinage sud, en particulier la Libye », Réseau Voltaire, 10 mars 2011.

[11] « Déclaration du Sommet de Paris pour le soutien au peuple libyen », Réseau Voltaire, 19 mars 2011.

[12] « La France impliquée dans la répression des insurrections arabes », Réseau Voltaire, 3 mars 2011.

L’appello degli accademici contro la riforma del Mes

 

L’accademia italiana apre un fronte contrario alla riforma del Mes di cui tanto si discute nelle ultime settimane. Dopo che grossi calibri come il presidente della Consob Paolo Savona avevano colpito duramente una riforma definita incompleta e rischiosa, trentadue economisti di tutta Italia hanno presentato un appello per invitare a ragionare seriamente su un’evoluzione delle regole europee definita, per l’Italia, “inutile: non ne abbiamo bisogno e comunque ricorrervi peggiorerebbe la nostra situazione”.
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L’appello dei trentadue economisti è stato pubblicato sotto forma di lettera aperta su Micromega. Tra i firmatari alcuni dei nomi più importanti degli studi economici italiani: dall’accademico postkeynesiano Sergio Cesaratto, docente all’Università di Siena e noto critico delle dottrine economiche dominanti in Europa, al direttore di Economia e Politica,Riccardo Realfonzo. Passando per un importante studioso delle disuguaglianze come Maurizio Franzini, per il consolidato gruppo degli economisti di Roma Tre e per Giovanni Dosi, docente alla Scuola Superiore Sant’Anna ed ex consigliere del Movimento Cinque Stelle.
Un elenco di firmatari di tutto rispetto, per una presa di posizione netta: con la riforma del Mes, che vincola l’intervento del “fondo salva-Stati” a precise regole sul debito e il deficit “si rafforzano i poteri di un organismo assolutamente coerente con l’impostazione che ha prevalso nell’Unione, secondo cui gli obiettivi essenziali della politica economica, quelli su cui si concentrano le regole del Fiscal compact non a caso richiamate in questa riforma, sono essenzialmente il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito”. L’ennesima celebrazione del pericoloso dogma dell’austerità, insomma. Ai fini della crescita “questa concezione non prevede altro che le “riforme strutturali”, che dovrebbero stimolare le forze spontanee del mercato. Il fatto che ciò non sia avvenuto e che non stia avvenendo viene del tutto ignorato”.
Il manifesto, inoltre, sottolinea come ci sia incongruenza tra la prospettiva di un Mes inteso come prestatore di ultima istanza dell’Eurozona e la limitatezza delle risorse ad esso conferito, oltre che con l’esplicito divieto per la Bce di svolgere tale compito. Rilievo già evidenziato di recente dal citato Savona, e che forse rappresenta il punto di maggior vulnerabilità di un organismo che, è bene ricordarlo, è esterno all’architettura tradizionale Ue.
La riforma del Mes ha inoltre evidenziato una serie di incoerenze nel governo italiano, con le dichiarazioni di Giuseppe Conte Roberto Gualtieri sulle prospettive di modificabilità del Mes che puntualmente si smentivano reciprocamente prima che a far chiarezza intervenissero, da Berlino e Bruxelles, Olof Scholz e Mario Centeno. Il Mes è immodificabile, prendere o lasciare.
E allora che dovrebbe fare l’Italia, in un contesto che vede la riforma proseguire da sola, senza contrappesi che aiutino a stabilizzare i rapporti tra rischi attesi e dividendi sperati per i diversi Paesi dell’Eurozona? Secondo gli economisti “l’Italia non dovrebbe sottoscrivere la riforma dell’Esm. L’obiezione che in questo modo il nostro paese si troverebbe politicamente isolato è singolare: l’Italia è già politicamente isolata, altrimenti non saremmo in questa situazione. E d’altronde in una situazione analoga ci troveremo quando si stringerà sulla seconda riforma, quella sulla garanzia dei depositi: non potremo mai accettare la condizione posta da Scholz, che equivarrebbe a tuffarci nel default”.

Al veto sull’Esm bisognerebbe “dare il significato di un rifiuto della logica che ha finora prevalso in Europa e che si è rivelata perdente dal punto di vista dell’efficacia”. L’invito rivolto al Parlamento è dunque a prendere una decisione coraggiosa, che da sola non basterà. Serve che l’Italia sappia farsi promotrice di un progetto capace di superare veramente il fronte dell’austerità, stabilendo alleanze con quei Paesi, specie mediterranei, che dal rigore sui conti hanno avuto più da perdere. Ne saremo capaci?

La Libia e la Turchia si spartiscono il Mediterraneo, sfidando l’Unione europea e l’Egitto

Il governo fantasma di Tripoli e la Turchia firmano accordi di cooperazione sugli idrocarburi offshore, ai danni di Cipro, Grecia, Egitto e Israele

[2 Dicembre 2019]

Il 30 novembre, la delegazione della Grecia che stava assistendo all’inaugurazione del Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline (TANAP), il gasdotto che porterà il gas del giacimento azero di Shah Deniz dal Mar Caspio in Italia e in Europa, ha abbandonato la cerimonia dopo che il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha dichiarato che entrerà in vigore l’accordo tra Turchia e Libia sul confine marittimo e che sarà applicato in tutte le sue disposizioni. La delegazione greca presente all’inaugurazione del TANAP era guidata dal vice-ministro dell’ambiente e dell’energia Dimitris Ikonomu che dopo aver definito provocatorie le dichiarazioni di Erdogan ha spiegato: «Ero lì come rappresentante del governo greco su questo tema molto concreto: il gasdotto TANAP sarà connesso al gasdotto transadriatico TAP. Era la ragione della nostra partecipazione all’inaugurazione. Quando Erdogan ha affrontato dei problemi scollegati con l’inaugurazione del gasdotto e ha evocato la Grecia in maniera provocatoria, ho giudicato giusto andarmene. I turchi mi hanno chiesto perché stavo andando via ed ho spiegato loro che non potevo restare dopo una tale dichiarazione».

Erdogan aveva dichiarato che la Turchia non fermerà le prospezioni e le trivellazioni al largo di Cipro e nella Zona economica esclusiva (Zee) di Cipro, che considera come area turca perché di fronte a Cipro Nord, lo Stato etnico turco auto-dichiaratosi indipendente nel 1983, dopo l’invasione militare turca del 1974, e che é riconosciuto solo da Ankara. Secondo Erdogan, sono i diritti dei turco-ciprioti allo sfruttamento di quei giacimenti hoffshore ad essere violati e, quindi, la Turchia «agisce nel quadro del diritto internazionali». E ha aggiunto: «Crisi e vociferazioni non costringeranno la Turchia a evacuare le sue navi».
In seguito, il ministero degli esteri della Grecia ha definito Erdogan «Il principale violatore del diritto
Dopo i colloqui tra Erdogan e il presidente del Consiglio presidenziale libico Fayez Sarraj a Istanbul,. la Libia e la Turchia hanno firmato due memorandum d’intesa sulla sicurezza e la cooperazione marittima. Secondo un comunicato della presidenza turca «Erdogan ha discusso con Sarraj della situazione in atto in Libia e in altre questioni regionali in una riunione che è durata per più di due ore» e ha ribadito il sostegno della Turchia al governo libico di Tripoli contro il generale Khalīfa Belqāsim Ḥaftar – il capo della Libyan National Army (LNA) che sta assediando e bombardando da mesi la capitale libica e che occupa gran parte del Paese – di Haftar, confermando che «Non esiste una soluzione militare al conflitto libico».
Il ministro degli interni del governo libico di Tripoli, Fathi Bashagha, «I memorandum d’intesa includono formazione, scambio di competenze e promozione dei sistemi di sicurezza, oltre alla lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata», mentre il ministro degli esteri Mohammed Sayala ha rivelato che «Il protocollo d’intesa marittimo mira a proteggere i diritti legittimi dei due Paesi nelle rispettive zone economiche. Questo protocollo d’intesa contribuirà alla protezione della sovranità libica sul Mediterraneo».
In realtà, con l’accordo Serraj e Erdogan (ri)definiscono come vogliono loro i confini delle acque territoriali. Come fa notare l’agenzia iraniana Pars Today, «La delimitazione non è nota, ma protestano Egitto e Grecia, già in contrasto con Ankara sulle trivellazioni a sud di Cipro», facendo notare che l’accordo «potrebbe complicare le controversie di Ankara sullo sfruttamento energetico con gli altri Paesi dell’area».
La Turchia non ha specificato come siano stati delineati i limiti delle acque turche e libiche. Negli anni scorsi la Libia aveva riconosciuto unilateralmente di propria pertinenza le acque attualmente corrispondenti alla zona search and rescue (SAR), cosa che quando ci provò Gheddafi gli costò i primi bombardamenti statunitensi.
Secondo il ministro degli Esteri turco. Mevlut Cavusoglu, «Questo significa proteggere i diritti della Turchia derivanti dal diritto internazionale».
L’accordo firmato tra il governo fantasma di Tripoli (sostenuto dall’Italia e dalla comunità internazionale) è stato duramente criticato da Grecia, Cipro, Israele ed Egitto, Per il regime del Cairo, stretto alleato di Ḥaftar, l’accordo è completamente illegale, mentre per la Grecia, è geograficamente assurdo perché ignora non solo la sovranità di Cipro, ma addirittura la presenza dell’isola greca di Creta tra le coste della Turchia e della Libia.
Pars Today fa notare che «A pochi giorni dal Med, la conferenza per il dialogo fra i paesi mediterranei, che avrà inizio il 5 dicembre e che vedrà, tra gli altri la presenza del ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, la situazione della Turchia si va sempre più complicando ed è probabile che il summit di Roma, dove sono attesi anche il ministro degli esteri del governo di accordo nazionale libico, Mohamed Taher Siala e l’omologo turco Cavusoglu, servirà a sciogliere i nodi di questa trama sempre più complessa. La disputa sulla Continental Shield ha lasciato Ankara alla ricerca di alleati nella regione. I nuovi accordi firmati mercoledì dal presidente turco Tayyip Erdogan e Fayez al-Serraj, il capo del governo di Tripoli assediato dall’esercito ribelle del generale Haftar, segnano un’importante alleanza destinata a far schierare i Paesi della Ue, che di recente hanno varato un pacchetto di sanzioni economiche nei confronti della Turchia per le trivellazioni a sud di Cipro».
Infatti, si tratta di un vero e proprio schiaffo in faccia sferrato all’Unione europea e di una provocazione verso il nostro governo che appoggia Sarraje che, attraverso il gasdotto TAP è coinvolto anche economicamente in tutta questa faccenda.
Il 15 luglio il Consiglio dei ministri dell’Ue aveva deciso che. «Alla luce delle attività illegali di trivellazione della Turchia, protratte nel tempo e anche nuove, di sospendere i negoziati sull’accordo globale sul trasporto aereo e aveva convenuto di non tenere, per il momento, il consiglio di associazione né ulteriori riunioni dei dialoghi ad alto livello tra l’Ue e la Turchia». Aveva inoltre approvato la proposta della Commissione Ue di «ridurre l’assistenza preadesione alla Turchia per il 2020 Il Consiglio aveva anche deciso che l’alto rappresentante e la Commissione dovessero proseguire i lavori su opzioni in vista di misure mirate». E aveva invitato la Banca europea per gli investimenti a riesaminare le sue attività di prestito in Turchia, in particolare per quanto riguarda le attività di prestito garantite da titoli di Stato.
Nelle sue conclusioni il Consiglio deplorava che, «Nonostante i ripetuti inviti dell’Unione europea a cessare le sue attività illegali nel Mediterraneo orientale, la Turchia prosegua le trivellazioni nelle acque territoriali cipriote. Il Consiglio ha ribadito il grave impatto negativo immediato che tali azioni illegali hanno nell’ambito delle relazioni Ue-Turchia. Ha chiesto ancora una volta alla Turchia di astenersi da tali azioni, di agire in uno spirito di buon vicinato e di rispettare la sovranità e i diritti sovrani di Cipro conformemente al diritto internazionale».
In precedenza i ministri degli esteri dell’Ue avevano approvato sanzioni contro la Turchia contro l’esplorazione di giacimenti di idrocarburi nella Zona economica esclusiva di Cipro dove operavano le navi trivellatrici turche Yavuz e Fatih.
Il 10 ottobre al Cairo si è tenuto il settimo incontro tripartito consecutivo del vertice Cipro-Grecia-Egitto, che hanno visto la partecipazione del presidente di Cipro Nicos Anastasiades, del presidente dell’Egitto Abdel Fattah el-Sisi e del primo ministro della Grecia Kyriakos Mitsotakis. Allora Sisi aveva spiegato: «abbiamo discusso dell’escalation e degli sviluppi in Medio Oriente derivanti da azioni unilaterali che mirano a disturbare e turbare la stabilità dei Paesi della regione. Abbiamo sottolineato che la sicurezza e la stabilità sono una priorità strategica per tutti noi, che è necessario un coordinamento comune e che senza di essa non possiamo godere dei frutti del processo della cooperazione tripartita». Riferendosi al problema di Cipro, il presidente egiziano ha sottolineato «Il sostegno del nostro Paese per le azioni intraprese dal governo di Cipro e per una soluzione pacifica del problema di Cipro».
Anastasiades aveva aggiunto. «Sulle questioni energetiche, che sono uno dei pilastri fondamentali del meccanismo tripartito, abbiamo ribadito la nostra forte volontà di rafforzare la nostra cooperazione attraverso una serie di nuovi accordi per lo sfruttamento e trasporto di gas naturale. Ho informato i due leader sugli ultimi sviluppi in merito al problema di Cipro (…) perché le ultime azioni inaccettabili della Turchia e l’intenzione di condurre esercitazioni esplorative all’interno dei lotti riconosciuti e autorizzati come della Repubblica di Cipro a livello internazionale, non solo inquinano il clima e aumentano le tensioni, ma costituiscono anche una palese violazione dei diritti sovrani della Repubblica di Cipro e del diritto internazionale (…) Ho informato i miei interlocutori che siamo determinati a esaurire tutti i mezzi diplomatici a nostra disposizione per far cessare le violazioni turche e affinché ci sia pieno rispetto per l’esercizio senza ostacoli dei diritti sovrani della Repubblica di Cipro. Le azioni unilaterali e inaccettabili della Turchia, sono molto lontane da questi principi, mentre allo stesso tempo costituiscono una minaccia per la più ampia stabilità, pace e sicurezza nel già tumultuoso Mediterraneo orientale. In questo contesto, siamo certi che, in momenti così critici, avremo il forte sostegno e la solidarietà, come già abbiamo, della comunità internazionale e dell’Unione europea».
Il premier greco Mitsotakis ha espresso tutto il sostegno della Grecia «per trovare una soluzione giusta e praticabile al problema di Cipro. Una soluzione sulla base di una federazione bi-zonale, bi-comunitaria, in conformità con le risoluzioni delle Nazioni Unite e senza truppe di occupazione e senza garanzie ed è per questo che noi, tutti e tre i Paesi, siamo a favore della ripresa dei colloqui sull’isola. Cipro, Egitto e Grecia, abbiamo tutti condannato categoricamente le azioni illegali della Turchia nelle zone marittime di Cipro, che mancano di rispetto al diritto internazionale e incitano a una sterile tensione, mentre abbiamo anche condannato il comportamento provocatorio della Turchia nell’Egeo che è anche contro il diritto internazionale e le relazioni di buon vicinato. Ho anche presentato queste problematiche al Segretario di Stato americano che era in visita ad Atene. E vale la pena registrare le sue due chiare posizioni ufficiali: sia a favore della protezione che della sicurezza nazionale della Grecia sia contro le esercitazioni illegali nella zona economica esclusiva cipriota e nel lotto 7. Abbiamo discusso in particolare dell’annuncio delle intenzioni di azioni a Varosha che violano le chiare decisioni del Consiglio di sicurezza e, naturalmente, il fatto che la Turchia stia procedendo con l’ennesimo atto illegale nel mare che non solo rientra nella zona economica esclusiva cipriota, ma è stato delimitato ed è stato concesso in licenza a società europee».
Ma dopo le ultime dichiarazioni di Erdogan gli Usa hanno fatto sapere che non hanno niente in contrario all’accordo turco-libico. Evidentemente, come è suo costume, Trump ha cambiato idea.
Invece, il 17 e 18 ottobre l’Ue ha ribadito «piena solidarietà a Cipro per quanto riguarda il rispetto della sua sovranità e dei suoi diritti sovrani, in conformità del diritto internazionale, e ha invitato la Commissione e il servizio europeo per l’azione esterna a presentare proposte relative a un quadro di misure restrittive». E ha ricordato e riaffermato «Le precedenti conclusioni del Consiglio e del Consiglio europeo, comprese le conclusioni del Consiglio europeo del 22 marzo 2018 e del 20 giugno 2019, contenenti una ferma condanna delle continue azioni illegali della Turchia nel Mediterraneo orientale». Il Consiglio ha espresso «seria preoccupazione per le attività illegali di trivellazione della Turchia nel Mediterraneo orientale» e ha deplorato che la Turchia non avesse ancora risposto ai ripetuti inviti dell’Unione europea a cessare tali attività.
L’11 novembre il Consiglio Ue ha adottato «un quadro di misure restrittive in risposta alle attività di trivellazione non autorizzate della Turchia nel Mediterraneo orientale. Il quadro consentirà di sanzionare le persone o entità responsabili o coinvolte nelle attività di trivellazione non autorizzate nel Mediterraneo orientale in cerca di idrocarburi. Le sanzioni prevedono: «Il divieto di viaggio nell’Ue e il congelamento dei beni per le persone e il congelamento dei beni per le entità. Sarà inoltre fatto divieto alle persone ed entità dell’UE di mettere fondi a disposizione di persone ed entità inserite nell’elenco. Il quadro di misure restrittive consente di sottoporre a sanzioni: 1. persone o entità responsabili delle attività di trivellazione connesse alla ricerca e alla produzione di idrocarburi non autorizzate da Cipro nel suo mare territoriale o nella sua zona economica esclusiva (ZEE), oppure sulla sua piattaforma continentale. Tali attività di trivellazione includono, nei casi in cui la ZEE o la piattaforma continentale non sia stata delimitata in conformità del diritto internazionale, le attività suscettibili di compromettere od ostacolare il raggiungimento di un accordo di delimitazione. 2. persone o entità che forniscono alle suddette attività di trivellazione sostegno finanziario, tecnico o materiale. 3. persone o entità ad esse associate».
Come risposta l’Unione europea ha avuto le provocatorie e tracotanti dichiarazioni di Erdogan e del governo fantocci libico che sta in piedi solo grazie ad aiuti di Paesi dell’Unione europea, a partire dall’Italia.

Preso da:  http://www.greenreport.it/news/energia/la-libia-e-la-turchia-si-spartiscono-il-mediterraneo-sfidando-lunione-europea-e-legitto/

Nino Galloni: il Mes è una follia, ma il tradimento risale al 1981

25 novembre 2019.
Alto tradimento, da parte di Giuseppe Conte, se ha firmato un accordo segreto sul Mes che espone gli italiani al rischio di dover sostenere di tasca propria l’eventuale “ristrutturazione” del debito pubblico? «Se Conte avesse stipulato un patto segreto contro il suo paese, il reato di alto tradimento dovrebbe essere accertato dai magistrati competenti».
Lo afferma l’economista Nino Galloni, vicepresidente del Movimento Roosevelt, richiamando l’allarme lanciato da Paolo Becchi. Per Galloni, «Becchi ha sollevato una questione reale, ma il problema – sottolinea – è dimostrare che questi accordi ci siano stati». In ogni caso, aggiunge, «le grandi decisioni di politica economica, come il divorzio del 1981 tra Tesoro e Bankitalia, non sono mai passate per il Parlamento». Galloni sgombra il campo da un equivoco: non è stata “l’Europa” a mettere nei guai l’Italia. E’ stata la classe dirigente italiana a smontare l’industria pubblica e svendere quella privata. «A quel punto, Francia e Germania hanno fatto dell’Italia una colonia a vantaggio dei loro interessi», ma solo dopo la decisione dell’Italia di rinunciare a valorizzare il proprio grande potenziale economico.
A Galloni, il Mes sembra «una follia», letteralmente: «Dato che il credito privato è più elevato del debito pubblico, allora i privati pagheranno la differenza?». Assurdo, visto che «chi compra i titoli di debito sta dando risorse allo Stato». Quanto all’ex Fondo salva-Stati, ora Meccanismo Europeo di Stabilità (creato per assicurare fondi ai governi, senza più moneta sovrana, nel caso il mercato non comprasse i loro bond), Galloni è netto: «Non si può decretare la depenalizzazione per un istituto come il Mes», i cui funzionari non rispondono alle leggi dei paesi membri. «Casomai, gli Stati avrebbero dovuto accordarsi sull’istituzione di un tribunale penale europeo per le questioni monetarie, finanziarie e tributarie», sostiene l’economista.
«Sarebbe stato coerente con la Costituzione italiana, laddove parla di limitazioni della sovranità (ma certo non contro la logica del diritto, depenalizzando reati commessi da qualcuno che è al di sopra della legge)». Aggiunge Galloni: «Se tutta questa manfrina sul Mes serve a introdurre nel sistema la categoria del “legibus solutus”, cioè del sovra-sovrano, è chiaro che siamo tornati indietro dal punto di vista della civiltà».

Conte con Moscovici

Il problema però non è di oggi, ricorda Galloni: innanzitutto, «i partner Ue hanno sottoscritto accordi basati su parametri che non tenevano conto del fatto che l’economia potesse andare male: si riteneva che l’Ue e l’euro, di per sé, avrebbero garantito una crescita costante, attorno al 2% annuo». Poi c’è stata la doccia fredda del 2009, eppure le premesse allarmanti non mancavano: i tassi di sviluppo negli anni ‘70 erano altissimi, ma sono calati già negli anni ‘80. Negli anni ‘90 sono ulteriormente scesi, e così negli anni duemila, fino a crollare negli ultimi anni. L’economia è in crisi, ma i parametri Ue sono ancora quelli della crescita presunta.
«In base al principio “ad impossibilia nemo tenetur”, questi parametri sono annullabili». In una situazione recessiva, che senso ha limitare ancora il deficit al 3% del Pil, e il debito pubblico al 60% del prodotto interno lordo? «Non si era prevista una situazione di crisi e recessione? Male: allora l’accordo era mal fatto, quindi bisogna modificarlo».

Moscovici con Soros

Comunque, ragiona Galloni, «riguardo al parametro debito-Pil, quelli che firmarono per l’Italia ai tempi di Maastricht non lo sapevano, che il debito italiano aveva superato il Pil già da anni? Perché sono andati a firmare che il debito pubblico doveva scendere sotto il 60%, quando già era al 115%?». Secondo l’economista, «sarebbe stato meglio dire: debito pubblico e debito privato non possono superare il 400%».
In quel caso, oltretutto, noi italiani «saremmo “virtuosi” insieme alla Germania, mentre oggi tutti gli altri paesi sono oltre il 400%, se si somma il debito dello Stato a quello delle famiglie e delle imprese». In altre parole, «noi siamo le pecore nere solo per il debito dello Stato, ma si sa che grossomodo il debito pubblico corrisponde alla ricchezza privata».
Vie d’uscita, a parte le polemiche sul Mes? Per Galloni, «qui bisogna mettersi intorno a un tavolo seriamente – Italia, Francia e Germania in primis – e dire: rispettiamo solo i parametri che abbiano un senso (e questi non ne hanno: lo sanno pure i sassi). E che siano parametri espressi da organi che sanno di cosa stanno parlando, e non da politici che vanno a svendere i loro paesi».
(Fonte: video-intervento di Nino Galloni su YouTube registrato con Marco Moiso il 20 novembre 2019).

Preso da: https://www.controinformazione.info/nino-galloni-il-mes-e-una-follia-ma-il-tradimento-risale-al-1981/

L’europa tomba dei popoli

di Antonella Policastrese

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Non si placa il vento della protesta che sta scuotendo l’Europa della finanza e delle banche. Risulta sempre più chiaramente che da quando siamo entrati nell’euro, i popoli hanno perso la loro sovranità e qualsiasi decisione presa per scrollarsi di dosso il giogo della dittatura, finisce con un nulla di fatto. Austerità, tagli, rassicurazioni ai pochi che l’organismo centrale della BCE vigila e controlla sull’eurozona. Draghi è intervenuto nel parlamento europeo giovedì 12 novembre, affermando che in caso di bisogno il QE potrà essere prorogato anche  dopo settembre 2016,  e rassicura sullo stato delle banche greche che a suo dire non sono al collasso. Intanto in Grecia nel silenzio assordante dei media, c’è stato lo sciopero generale contro Tsipras per protestare contro l’austerità ed una Troika che continua a chiedere ancora sacrifici “lacrime e sangue” per i Greci spolpati vivi. Si continua a non voler capire che la gente comune è al tracollo ed anche nel parlamento europeo un esponente  irlandese ha ribattuto a Draghi che la BCE non è un vigile del fuoco capace di buttare acqua sul   fuoco di una crisi che si estende a macchia d’olio nei paesi dell’Eurozona.

 E che le cose stiano così  lo dimostra quanto sta succedendo in Catalogna e nello stesso Portogallo. In Catalogna  Rajoy va giù duro, minacciando il presidente catalano Artur Mas e la presidente del parlamento Carme Forcadell di ripercussioni sul loro governo, se insisteranno a portare avanti il programma della secessione. Madrid minaccia Barcellona, che vuole tenere conto del risultato di elezioni votate in massa dalla gente, per staccarsi dalla Spagna. Senza tener conto della volontà decisionale di tanti elettori, Rajoy, ha presentato ricorso accolto  dalla corte costituzionale, per bloccare il processo verso l’indipendenza della Catalogna. Il presidente spagnolo ha affermato che ci saranno decisioni dure per chiunque attenti all’unità della Spagna, o meglio di una Spagna simile all’impero asburgico dentro l’Europa delle dittocrazie e delle monarchie assolutistiche. Non sappiamo cosa succederà e se verranno mandati i carri armati di staliniana memoria per fermare l’anelito di libertà, che serpeggia tra le popolazioni di un’Europa che ha fallito in pieno il suo mandato . Grecia, Catalogna, Portogallo. Anche in questo paese le acque sono agitate, con l’opposizione socialista ed i partiti di sinistra che hanno tolto la fiducia  al governo di centro destra, facendolo cadere. I motivi della protesta sempre gli stessi:  si lotta contro l’austerità chiedendo il ripristino dell’indicizzazione delle pensioni, sussidi per le famiglie povere, ripristino di quattro giornate festive. Ovunque si sta male ,  ed è diventato insopportabile sentir pronunciare solo la parola “Sacrifici”, mentre le disuguaglianze si allargano a dismisura,pochi detengono la maggioranza della ricchezza globale e  Draghi ripete il mantra che l’euro è irreversibile e non si torna indietro. Comodo e facile, per chi lavora per le società dell’alta finanza ignorare  i bisogni di popolazioni a rischio estinzione per povertà e misure draconiane che non ledono di sguincio gli speculatori, i profittatori gli usurpatori di diritti e di democrazia. Un benessere promesso che si è rivelato essere tale per le banche studiate e monitorate 24 h su 24, mentre la realtà fa a pugni con statistiche contraddittorie stilate ad arte, per mantenere sulle poltrone i referenti dell’impero centrale. Paradossi, incongruenze.  Mentre continua l’innalzamento dei muri per la slavina dirompente rappresentata dai migranti e si investono quattrini, per dare vita a sistemi di governi schiavisti, l’Italia vive di mezzi d’informazione di regime che lavorano a fare il lavaggio del cervello distraendo la popolazione dai fatti che contano per favorire le elite che hanno nelle loro mani potere e soldi. In Italia hanno inventato el Renzie che non essendo stato eletto, continua a ripetere che siamo fuori dalla crisi, che il nostro paese è migliore della Germania e che le sue riforme da collasso cardiocircolatorio ci porteranno in auge. Peccato che solo noi non ce ne siamo accorti.

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Antonella Policastrese

Preso da: http://www.ilsovranista.it/leuropa-tomba-dei-popoli/

Ucraina, Polonia, e Romania aumentano il budget militare. Con chi hanno intenzione di fare la guerra?

Scritto da Enrico Vigna

In questo articolo si connotano moltochiaramentealcuni aspetti che potrebbero portare, ad una lettura che vada al di là delle situazioni di realtà contingenti, a intravedere futuri sviluppi, che non sono certo portatori di pace e comprensione tra i paesi, ma al contrario di possibili nuove conflittualità, anche militari; che per ora non sono evidenti anche se già presenti, pur se a    bassa intensità, nella realtà politica dell’est Europa. Il primo aspetto è la pressione al riarmo dei governi che sono sotto il controllo politico della NATO e degli USA, che incrementano politiche aggressive. Ciò avviene con un’aperta e  rischiosa strategia, fatta di ostilità politiche, culturali e storiche, che si configura come “russofobia”. Questo accade utilizzando spregiudicatamente le forze neonaziste e fasciste lì presenti.

Il secondo aspetto si verifica a causa delle contraddizioni esistenti in questi paesi tra le forze nazionaliste più radicali; tali forze si ispirano ad una forma di neonazismo, che portano i vari governi, per tenerle alleate, a spingerle su temi identitari nazionali e sciovinisti, anche se nella storia, queste posizione sono sempre state responsabili di conflitti e guerre.

 

Nel caso di Ucraina e Polonia, citato specificatamente nell’articolo, vi è il caso del Kresy orientale: il 15 luglio 2009 il Parlamento, polacco saldamente legato a logiche nazionaliste identitarie, adottò una risoluzione sul “Tragico destino dei polacchi del Kresy orientale”, dove è usata la definizione di “genocida” in relazione al “massacro di Volyn”, nella Galizia orientale. In questa regione, tra marzo e luglio del 1943, l’esercito collaborazionista ucraino dell’UPA- OUN (i cui banditi, oggi sono riconosciuti istituzionalmente come eroi dell’Ucraina), massacrò la popolazione civile polacca con decapitazioni, impiccagioni, stupri ed esecuzioni di massa; si trattò di quasi 60.000 uccisi, tra cui vecchi, donne e bambini. Contemporaneamente operarono  una spietata pulizia etnica tesa a cacciare i polacchi lì residenti.

Questo massacro da parte dei nazisti ucraini, provocò, di conseguenza, rappresaglie in Polonia contro la popolazione ucraina lì stanziata, che vennero compiute dall’esercito di Craiova (AK) e da altre organizzazioni nazionaliste polacche ad esso alleate.Военно-политическое руководство АК считало Западную Украину «исконно польскими землями» и стремилось создать там относительно сильные структуры, для того, чтобы встретить Красную армию.La leadership militare-politica dell’AK considerava l’Ucraina occidentale come una “terra primordialmente polacca” e riteneva l’UPA-OUN il principale nemico della Polonia, persino più dell’Armata Rossa.

 . 

 квалифицирует Волынскую резню как польского населения

Ecco, in questo caso, oggi  di fronte alle politiche scioviniste polacche (ispirate a letture che ideologicamente dovrebbero essergli vicine: anticomunismo, russofobia, neonazismo, aspirazioni al totalitarismo), Volodymyr Viatrovych, una delle figure politiche più rilevanti del nazionalismo radicale ucraino, direttore dell’Istituto ucraino del ricordo nazionale,(un ente che ha il compito di propagandare sotto il profilo accademico nel paese, le letture più estreme e  scioviniste della storia ucraina), rispecchia una profonda contraddizione. Su chi può contare l’Ucraina del golpe di Maidan e dei Battaglioni neonazisti ATO? 

Ma questa contraddizione, propria di tutte le politiche identitarie e scioviniste nazionali, per l’Ucraina di oggi, investe anche le relazioni con la Romania (per via della minoranza rumena nella Bucovina), e con l’Ungheria in Transcarpazia, ed anche il nodo con Moldova e Pridnestrovie. Stessi protagonisti, stesse esplosive contraddizioni.

L’ultimo dato che emerge dall’articolo (che rappresenta anche un seme di speranza per il popolo ucraino soggiogato dagli eventi, per una ripresa del suo futuro nelle proprie mani), è che tutto questo groviglio di contraddizioni ideologiche e politiche, potrebbe portare a intravedere un processo crescente di conflittualità interne alle forze radicali e neonaziste, che combinate al costante impoverimento economico e alla distruzione delle condizioni di vita degli ucraini, potrebbe causare processi di riorganizzazione e di lotta degli strati popolari contro questi falsi patrioti, in realtà utili idioti e servi delle politiche straniere imperialiste di NATO, USA e UE.

Alla faccia delle dichiarazioni dei nazionalisti radicali e neonazi che si dicono difensori degli interessi nazionali e di indipendenza del proprio paese e Patria.    

UCRAINA

Le priorità del nuovo budget statale dell’Ucraina saranno per la Difesa e la sicurezza.

Per i bisogni dei combattenti saranno stanziati un quarto delle spese dello stato: 245 miliardi di grivnie (9,9 miliardi di dollari). Rispetto al 2019, le spese militari aumentano del 16%.

Kiev continua ad aumentare le spese per l’esercito, la polizia e i servizi speciali del MAI ( Ministero degli Affari Interni), nonostante la debolissima economia e l’alto livello del debito pubblico, rilevano gli esperti. Tale politica concernente l’intento di spesa dichiarata, dimostra il desiderio del governo di Vladimir Zelenskij di continuare le scelte di guerra nel Donbass, nonostante le sue dichiarazioni  ufficiali fossero di: “finire la guerra e attivare trattative di pace”, come ha indicato il portale russo RT.

Il Governo di Kiev ha aumentato le spese per la sicurezza e la difesa.

Nel 2020 per le spese delle Forze Armate saranno destinati 245,8 mlrd di grivnie (9,9mlrd di dollari), più di 33,8 mlrd di grivnie (1,3 mlrd di $) rispetto di 2019.

La priorità del governo di Kiev saranno la liquidazione del debito pubblico ed i pagamenti relativi agli accordi internazionali; per questo necessiterà di 438 mlrd. di grivnie (17,7mlrd.$), questa cifra è quasi la meta del profitto interno lordo.

I progetti di spesa sociale del governo attuale sono i seguenti:

Per il fondo pensionistico prevede una spesa di 172,6 mlrd. di grivnie (6,9 mlrd.$)

Per l’istruzione 136,4 mlrd. di grivnie (5,5mlrd.$)

Per la Sanità 108 mlrd. di grivnie (4,3mlrd.$).

In intervista con RT, il politologo ed economista ucraino  A. Dudchak, ha dichiarato che il nuovo governo di Kiev, conduce una politica di autodistruzione del budget. Kiev, infatti, non può continuare ad aumentare le spese per le strutture militari, in presenza del forte debito pubblico e della sempre più grave situazione economica.

Questo è un ennesimo budget per la guerra. Le forze politiche del periodo post Majdan,  concordano nuovamente per spese militari esagerate (rapportate alla propria economia), per ciò che essi chiamano “difesa”. Kiev, fra l’altro, non riesce a onorare nemmeno i debiti astronomici con i creditori occidentali. “Evidente che stante queste scelte, siano tagliate le spese sociali con il conseguente attacco alle condizioni di vita della popolazione più bisognosa”, ha fatto osservare Dubchak.

Come ha spiegato alla conferenza di presentazione a Kiev il Ministro delle Finanze ucraino, O. Markarova, nel budget il governo ha pianificato prestiti per 380 mlrd. di grivnie (15,3mlrd.$)

Il Ministero delle Finanze ucraino vede i pericoli della continua crescita delle spese militari. Come suppongono nel Ministero, la sicurezza economica è danneggiata della corruzione dilagante ai più alti livelli,  ed i tempi a rilento delle riforme ” intensificano i pericoli alla sicurezza nazionale”, conseguentemente, il deficit dei finanziamenti causano una “restrizione delle possibilità di accesso ai mercati internazionali dei capitali”.

Ancora oggi non si sa, come saranno distribuiti i fondi per le Forze armate. In accordo con le ultime correzioni alla legge ucraina, il ruolo principale in questo processo lo avrà il Consiglio della Sicurezza Nazionale della Difesa, guidato da A. Daniliuk.

Normalmente i soldi di questo capitolo di spesa, sono usati:

per mantenere le Forze Armate della Ucraina

per il Ministero degli Interni

per la Guardia Nazionale

per la Polizia Nazionale

per i Servizi Segreti ucraini

per l’Intelligence

per i Servizi della Emigrazione.

Nel 2019 metà delle risorse del budget per la sicurezza nazionale, lo ha ricevuto il Ministero della Difesa.

Vediamo come sono cresciute dal 2014 ad oggi le spese per le Forze Armata in Ucraina:

nel 2014 erano stati spesi 48mlrd. di grivnie (1,9 mlrd. $)

nel 2017 poco più di 60 mlrd. di grivnie (2,4mlrd.$)

nel 2018 ben 86mlrd. di grivnie (3,4mlrd.$)

nel 2019  si è giunti a 108 mlrd. di grivnie (4,3mlrd.$)

Solo una piccola parte di questa spesa, è utilizzata per il rinnovamento degli armamenti e per la creazione di nuova tecnologia.

Nell’aprile 2019 il consigliere del presidente, I. Arshyn ha dichiarato che le risorse destinate al Ministero della Difesa sono insufficienti. Secondo le sue parole, l’80% delle risorse stanziate, servono solamente per coprire il costo degli stipendi, dei sussidi vari e del normale rifornimento di  materiale tecnico per l’esercito.

Arshyn sostiene che la crescita della spesa militare è necessaria oltre che per il rinnovo degli armamenti, anche per aumentare  gli stipendi ai soldati, ed ha promesso che i militari semplici avranno uno stipendio equivalente a  1000 euro mensili, mentre per gli ufficiali saranno di 2500 euro mensili.

Le sue affermazioni sono in sintonia con le dichiarazioni di Vladimir Zelenskij, che ha spiegato come deve essere la ripartizione della spesa militare e cioè: il 30% sarà destinato per il rinnovamento degli armamenti dell’esercito, il 20% per la preparazione dei militari, il restante 50%  per il mantenimento delle Forze Armate della Ucraina.

In un’intervista con RT, l’esperto della rivista “Arsenale della Patria”, D. Drozdenko  ha dichiarato che le ambizioni politico militari di Kiev sono “estremamente lontane” dalle possibilità finanziarie. Secondo la sua opinione, la maggior parte dei soldi finiscono nelle tasche degli uomini d’affari, dei burocrati e dei deputati, che gestiscono il complesso militare.

Queste di seguito riportate sono le precise affermazioni di Drozdenko:

A Kiev mancano i soldi per lo sviluppo delle Forze Armate dell’Ucraina. La pratica ci insegna che più aumentano i finanziamenti e più aumentano le ruberie!  Durante il periodo dell’indipendenza, l’Ucraina non ha acquistato alcuna nuova tecnologia militare, ma ha semplicemente riadattato i vecchi armamenti ereditati dall’Unione Sovietica, e questo non sempre ha avuto senso“.

Gli esperti, intervistati da RT, pensano che questa corsa all’aumento delle spese militari, potrebbe influenzare negativamente l’immagine di Zelenskij, che ama essere rappresentato , come il “presidente della pace“. Occorre ricordare, che la promessa politica principale della sua campagna elettorale, era fondata sull’obiettivo di una pacifica reintegrazione del Donbass.

Finora Zelenskij ha fatto riattivare il lavoro dl gruppo trilaterale del contatto, il quale ha stabilito una “tregua per la pace“. Era stato anche raggiunto un accordo per il ritiro delle truppe armate nella regione di Staniza Lugovskaja. Adesso, vicino all’abitato, si è avviata la ricostruzione del ponte che era stato distrutto durante gli scontri, sul fiume Severnyj Donets.

In settembre Mosca e Kiev si sono scambiati dei prigionieri secondo la formula “35 per 35″.

Ora a  Kiev si aspetta lo svolgimento dell’incontro “Formato Normandia“, e il “ritorno di tutti i  connazionali“. Nello stesso tempo, i poteri di Kiev rifiutano il graduale rispetto dei punti politici degli accordi di Minsk e il dialogo con le repubbliche Popolari di Donetsk e di Lugansk.

  1. Bondarenko, direttore del “Fondo della Politica Progressista”,nella rubbrica dei commenti di RT,

a proposito dell’operato di Zelenskij, afferma che, nonostante alcune cose buone fatte e pur tenendo conto delle promesse dichiarate, nei fatti continua ad operare secondo il  “paradigma di Petr Poroshenko” e cioè che Kiev non ha alcuna intenzione di rispettare” Minsk-2“.

La crescita delle spese militari è indicativa delle reali intenzioni del nuovo governo di Kiev.

Su questo tema, l’analista di politica internazionale ed economista ucraino, A.Dudchak, ha ricordato che anche Poroshenko, dopo le elezioni del 2014 si era presentato come “presidente della pace”, ma poi si era rifiutato di avere colloqui con le Repubbliche Popolari autoproclamate nel DONBASS

ed era intervenuto usando la forza militare contro le locali forze di autodifesa.

Riportiamo le parole di A.Dudchak:

”Finora per l’affermazione della pace, Zelenskij non ha fatto nulla, nonostante sia sostenuto dalla maggioranza dei deputati e della popolazione. La scelta dell’aumento del budget militare  dell’Ucraina, di sicuro farà intimorire  i poteri e la popolazione del territori non  controllati. Nella sua opzione questo significa una prospettiva di continuità con una logica di conflitto..io non riesco a vedere che Zelenskij e il suo governo, davvero vogliono finire questa guerra”.

Polonia

Contemporaneamente, alle frontiere occidentali dell’Ucraina, anche in Polonia cresce notevolmente il processo di militarizzazione, uno dei pochi paesi membri della Nato, che ubbidendo all’ordine di Washington, ha portato le spese militari oltre il 2% del prodotto nazionale lordo.

A settembre del 2019 il Governo polacco ha ratificato un accordo commerciale per la somma di 6,5 mlrd. $, che prevede l’acquisto e l’importazione di 32 caccia invisibili F-35, sia di servizio che per  addestramento.

Le scelte ricorrenti del presidente A. Duda, hanno portato al raffreddamento delle relazioni tra Polonia e gli altri paesi dell’Est Europa, la destra polacca è molto vicina a Washington e ritiene che la Russia sia la più  grande minaccia. Con questa posizione, scrive l’agenzia di stampa americana “The National Interest”: ” Non solo F-35, la Polonia ha grandi piani di preparazione per una guerra con la Russia”.

“…Varsavia con grandi difficoltà cerca di modernizzare la sua tecnologia militare, nella quale, ci sono le rimanenze dei caccia-bombardiere Cy-22 e i carri armati T-72 dell’epoca sovietica. Oltre ai  più moderni caccia bombardieri F-16c/D “Dalkon” e i carri armati Leopard-, e gli elicotteri W-3 “Sokol” e i carri armati PT-91, di produzione nazionale.

Gli F35 USA potranno migliorare le Forze Aeree Polacche, e gli daranno più possibilità di  contrastare i sistemi anti-aerei russi. Però, possono essere utili solo nel caso, che non vengano  liquidati a terra dai missili balistici russi…”,ha scritto l’agenzia statunitense.

Ecco perché la Polonia spende 4,7 mlrd.$, questa sarà la più grande trattativa per acquisto di  tecnologia militare, insieme all’acquisto di 2 batterie dei complessi missilistici per i “Patriot”PAC-3, dei 4 PLC, con 16 installazioni di lancio e 218 missili.

Nell’esercito polacco questo complesso sarà denominato “Visla”.

L’analista militare polacco Krysztof Kuska ha fatto notare, che “i più famosi esemplari della tecnologia militare, come il sistema “Patriot” e quello PC30 M142 e gli aerei F-35, non

risolveranno il problema. Questo sono pezzi di un rebus, pezzi molto importanti, però, ci sono tanti altri sistemi che necessitano attenzione

Poi, sottolinea ancora l’analista polacco, con alcuni contratti chiave per l’importazione dei complessi della Difesa antiaerea e di elicotteri combattenti, molto non è chiaro.

Così conclude l’articolo del “The National Interest” statunitense:” “Le trattative  sono avviate, però è difficile indovinare cosa succederà, se, ad esempio, crescerà la crisi finanziaria, potrà la Polonia, in questo caso, continuare la modernizzazione, o rimarrà solo con qualche buon sistema, i quali non sono in grado di chiudere tutte le falle?”,

Romania

La Romania ha problemi economici e notevoli difficoltà rispetto alle esigenze sociali della sua popolazione, la quale  si è vista ridurre gli stipendi di fronte ad un costo della vita che, al contrario, ha subito un aumento vertiginoso. C’è quindi una grande quantità di persone che versano in condizioni di vita molto precarie, di fronte ad un esiguo numero di cittadini che si è arricchito.

Questo problema è presente sia in Romania, che in Polonia, che in Ucraina, ma in tutti e tre i paesi, le riduzioni delle spese sociali va di pari passo con l’aumento delle spese militari; possiamo affermare che è una costante che si presenta immancabilmente soprattutto quando questi paesi hanno deciso, in particolare, di aderire all’alleanza atlantica (NATO) e da ex appartenenti al vecchio patto di Varsavia, si sono caratterizzati nei più agguerriti contestatori dell’attuale Russia.

Ora anche in Romania gli Usa  impongono l’incremento delle spese militari, ormai obbligatorie, come forma di collaborazione per essere adeguatamente membri della NATO ed allora ecco che devono essere acquistati, come per la Polonia, il complesso dei PAC-3 per il costo di 3,9 mlrd.$ ed anche i PLC “Idgis Ashor” assieme agli anti missili SM-3. Insomma spese in uscita che alimentano la grande industria bellica statunitense e impoveriscono oggettivamente la Romania.

Noi, come sanno i nostri lettori, non facciamo ideologia, ma presentiamo “fatti”, ed i fatti sono questi: più armi, meno sanità; più armi, meno pensioni; più armi più contraddizioni, ed anche la Romania è ricca di tensioni con gli stati confinanti, pur se uniti da ideologie simili; tensioni con l’Ucraina a proposito delle minoranze rumene che vivono nella Bucovina, tensioni con Moldavia, rispetto al nodo della Moldova e pure Pridnestrovie. Del resto a Bucarest è sufficiente, per esempio, semplicemente guardare negli archivi del loro Ministero dell’Interno, dove sono già registrate le migliaia di ucraini che hanno già i passaporti rumeni e glieli  si possono levare solo usando le forze armate!

CHE DIRE! Solo alcune riflessioni sulle contraddizioni del passato che riemergono.

Con le continue e insistenti pressioni della Casa Bianca verso i paesi dell’Est Europa, cresce visibilmente una nuova corsa degli armamenti. I budget dei nuovi paesi della Nato, certamente sono piccoli, ma le armi le devono comperarle dalla “guida” americana.

Però, con la destabilizzazione, e la già molto difficile situazione in Ucraina, nessuno può garantire che a Varsavia, per esempio, non si ricorderanno dei Kresi Orientali ( territori di confine con la Polonia, dell’Ucraina occidentale, che dal 1918 al 1939 facevano parte della Polonia, ndt) .Specialmente, quando le forze neonaziste e nazionaliste più radicali di Kiev, guidate da V. Viatrovich impongono ad ogni angolo, di installare monumenti ai “veri patrioti“, il merito dei quali più rilevante fu che, durante la 2° guerra mondiale, massacrarono e sterminarono i contadini polacchi di Volyn ( storicamente conosciuto come il massacro di Volyn, ndt).

18/09/2019    da ucraina.ru    Traduzione di Larissa L. per SOS UcrainaResistente/CIVG

Preso da: http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1633:ucraina-polonia-e-romania-aumentano-il-budget-militare-con-chi-hanno-intenzione-di-fare-la-guerra&catid=2:non-categorizzato

Quello che non capisce (o che non vuole capire) Il Sole 24 Ore sul denaro contante

di , pubblicato il 25 giugno 2018, alle ore 8:57
E’ bastato che l’attuale Ministro degli Interni (2018), italiano qualche giorno fa affermasse «Fosse per me non porrei nessun limite al contante» per sentire di nuovo in giro la voce della propaganda a sostegno dell’abolizione del denaro contante.
L’abolizione del denaro contante, che tra l’altro, è esplicitamente sostenuta, almeno attualmente, da organismi internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Commissione Europa.
Obiettivo di questa campagna a favore dell’abolizione del denaro contante?
Con la scusa di voler combattere terrorismo e criminalità, facilitare il lavoro dei politici, dei burocrati e di tutti quei gruppi di pressione che aspirano ad ottenere privilegi, a tutto svantaggio dei liberi cittadini.
Visualizza immagine di origine
Tuttavia, i sostenitori dell’abolizione del denaro contante non potendo imporre con la violenza il loro punto di vista, cercano di ottenere l’adesione alla loro posizione o perlomeno una certa passiva indifferenza, facendo circolare costantemente bugie e ragionamenti fuorvianti.

In tal senso, mi ha colpito molto (si fa per dire) un articolo apparso sul Il Sole 24 Ore il qualche giorno fa, dal titolo Limite al contante: perché l’idea di Salvini è anacronistica e allontana l’Italia dall’Europa, del giornalista Biagio Simonetta.
L’articolo in questione è un inno alla disinformazione di massa, ma non mi meraviglia che certi articoli possano uscire anche sul Il Sole 24 Ore, cioè il quotidiano di Confindustria: la principale organizzazione rappresentativa delle imprese italiane, difetta da sempre di una vera e propria coscienza liberale.
Vediamo cosa si afferma in questo articolo e smontiamo ogni affermazione punto per punto.
  1. è abbastanza chiaro che dietro al contante si nasconda spesso la black economy, la corruzione, l’evasione, il denaro sporco che non vuol essere tracciato.

Trattasi di ragionamento fuorviante.
Si cerca di condurre sostanzialmente il fenomeno dell’evasione e della black economy al denaro contante, quando il contante è solo un mezzo è non la causa primaria di questi fenomeni.
La causa primaria di questi fenomeni va rintracciata invece negli eccessi di interventismo statale, che stabilisce regimi di comproprietà forzata nei quali i partners involontari degli apparati statali usano il loro margine di manovra per sfuggire alla sovra-tassazione e/o alla sovra-regolamentazione.
Oltretutto, il denaro contante è solo un mezzo con cui produrre evasione e riciclaggio, non il solo mezzo.
Al giorno d’oggi, l’evasione e il riciclaggio non passano infatti solo attraverso l’uso del denaro contante: i veri esperti di trasferimenti contabili non hanno alcun bisogno del denaro contante per porre in essere pratiche elusive, così come per evadere possono essere usati mezzi fisici alternativi al tradizionale denaro contante come oro e argento fisico, diamanti, lettere di credito, copyright o droga.
Insomma, anche senza denaro contante, la criminalità si adatta, per il semplice fatto che il crimine non ha bisogno del denaro contante per esistere.
Di conseguenza, abolire il denaro contante non assicura l’eliminazione dei fenomeni di evasione e black economy, ma in compenso costituisce un’indebita restrizione delle possibilità di scelta del cittadino.
  1. il contante è sempre più una zavorra all’economia italiana e internazionale.

Cosa?
Zavorra dell’economie sono i troppo elevati livelli di debito rispetto al valore totale della produzione e non è il denaro contante a scatenare questo squilibrio, ma improvvide politiche creditizie del sistema bancario.
Sostenere che «il contante è sempre più una zavorra all’economia italiana e internazionale» è pertanto una bugia grande quanto l’intero universo.
  1. E non è un caso che la maggior parte dei Paesi più evoluti abbia sposato da tempo strategie che mirano alle cosiddette cashless society.

Trattasi di ragionamento fuorviante.
Si cerca di stabilire l’equazione società in cui il contante è stato abolito uguale società più civile, ma questa equazione nella realtà fattuale non esiste.
Infatti, le società più civili sono quelle che permettono la diversificazione e non si appiattiscono sull’omologazione, pertanto ben vengano come opzione tutti gli strumenti di pagamento elettronico, ma allo stesso tempo ben vengano anche i metodi di pagamento più tradizionali, cioè banconote e monete – ben venga quindi sempre la modernità, ma mai in forma patologica.
Il giornalista Biagio Simonetta indica la Svezia come paese evoluto perché in cima alle classifiche per pagamenti elettronici.
Di conseguenza, per Biagio Simonetta, la Svizzera rappresenta un paese di cavernicoli, dato che  negli ultimi dieci anni il denaro contante in circolazione in Svizzera è più che raddoppiato, passando da 35 a oltre 80 miliardi di franchi, mentre il limite ai pagamenti in contanti, cioè senza obbligo di verificare l’identità dell’acquirente, arriva fino a 100 mila franchi.
In ogni caso, affermare che in certi Paesi sono in atto da tempo strategie che mirano alle cosiddette cashless society significa implicitamente affermare che i cittadini di questi Paesi vengono sottoposti da tempo a un’elaborata distopia.
Prendiamo il caso svedese, ad esempio:
A novembre dello scorso anno, la Svezia ha comunicato di aver ridotto le compravendite in contanti a meno del 2 per cento delle transazioni complessive.
Tuttavia, quello che non viene mai detto è che ciò è stato possibile solo attraverso la spinta di anni di propaganda continua da parte del governo – a chi dice che la società con pochi o pochissimi contanti in Svezia ha trovato consenso senza alcuna imposizione dall’alto, consiglio pertanto di riflettere attentamente sulla forza della propaganda governativa, e in tal senso soprattutto il secolo scorso ha molto da insegnare.
Nonostante ciò, sembra che anche in Svezia si stiano accorgendo dei pericoli e delle disfunzioni insiti in una società senza contante: in un recente sondaggio, quasi 7 intervistati su 10 hanno infatti dichiarato di volere mantenere l’opzione di utilizzare denaro contante, mentre solo il 25 per cento desidera una società completamente senza contanti.
Forse perché gli svedesi si sono accorti che:
  • truffe e truffatori non spariscono affatto assieme al denaro contante;
  • che quando hai un sistema completamente digitale non hai armi per difenderti se qualcuno lo spegne;
  • che un sistema completamente digitale implica una restrizione indebita delle libertà individuali e fa quantomeno vacillare lo stesso concetto di democrazia.
  1. Un costo fisso poco conosciuto, e cioè quello relativo allagestione e al trasporto del contante, che secondo le stime diramate dall’Osservatorio Mobile Payment & Commerce del Politecnico di Milano, impatta sul sistema Italia per 9,5 miliardi di euro all’anno.

Trattasi di ragionamento fuorviante.
Ammesso che queste stime corrispondano a valori puntuali, questa enunciazione di dati non è in grado di provare niente.
Parlare infatti di costi senza tener conto se i benefici che scaturiscono da questi costi sono maggiori o inferiori a questi costi è un esercizio decisamente scorretto.
Non c’è modo di quantificare esattamente i benefici derivanti dall’esistenza del denaro contante, ma se per questo non c’è modo di quantificare esattamente neanche i benefici che derivano dal mantenere in essere tutte quelle istituzioni necessarie al funzionamento di una democrazia.
Tuttavia, se comprendiamo che il denaro contante rappresenta una di quelle restrizioni al potere politico che non dipende dalla buona volontà o dall’intelligenza dell’operatore politico di turno, capiamo anche che i benefici che derivano dalla sua esistenza e dalla sua possibilità di utilizzo legale sono maggiori di qualsiasi costo di gestione e trasporto del contante, il che ovviamente non esclude che questo costa debba essere sottoposto a ottimizzazione.
  1. il vero punto riguarda il mancato gettito fiscale derivante dall’utilizzo del cash, che è pari a 24 miliardi all’anno. L’Osservatorio milanese ha stimato che il 34% del transato in contante non è dichiarato, dunque sfugge al fisco, generando un fiume di denaro sporco che alimenta l’economia malata di questo Paese.

Trattasi di ragionamento fuorviante.
Anche qui ci troviamo di fronte a stime che non sappiamo se corrispondano a valori puntuali, ma in ogni caso il punto non è questo, il punto è che si vuol far passare l’idea è che una volta abolito il denaro contante il sistema diventerà automaticamente più efficiente nella gestione delle risorse.
Avviso ai naviganti: non c’è alcuna correlazione tra denaro contante e allocazione efficiente delle risorse, così come azzerare l’evasione fiscale non significa automaticamente un miglioramento nell’allocazione delle risorse, così come più gettito nelle casse dello Stato non significa automaticamente più benessere generalizzato.
Ciò significa che l’economia senza denaro contante potrebbe complessivamente migliorare oppure peggiorare, dato che non è l’esistenza o meno del denaro contante a determinare se le risorse vengono allocate in modo efficiente o non efficiente.
In conclusione, ricordiamoci sempre che se il denaro a corso legale non ha più alcuna possibilità di uscita dal circuito bancario (le banche avrebbero in cassa la totalità dei risparmi liquidi privati a corso legale senza via alternativa di scelta), di fatto la proprietà del denaro, o meglio di questo tipo di denaro,  passa da chi lo ha guadagnato a chi lo custodisce, ossia il circuito bancario e chi ha il compito di regolare tale circuito, cioè gli apparati statali.
Come sosteneva: Paul Claudel:
Chi cerca di realizzare il paradiso in terra, sta in effetti preparando per gli altri un molto rispettabile inferno.

Preso da: http://www.contantelibero.it/quello-che-non-capisce-o-che-non-vuole-capire-il-sole-24-ore-sul-denaro-contante/1005/

Un silenzio fragoroso circonda l’adesione (senza dibattito) dell’Italia alla EI2

 

  • 4 ottobre 2019
  • di
  • A due settimane dall’annuncio di Palazzo Chigi un silenzio fragoroso avvolge l’adesione dell’Italia all’European Intervention Initiative (EI2), proposta da Emmanuel Macron nel settembre 2017 e costituita a Parigi il 25 giugno 2018 al di fuori sia dagli ambiti NATO sia della PESCO (Cooperazione Strutturata Permanente nel settore della Difesa) prevista dai Trattati dell’Unione Europea.
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    Un annuncio “sospetto”, reso noto sul sito della Presidenza del Consiglio meno di 24 ore l’incontro a Roma tra il premier Giuseppe Conte e il presidente Macron, che solo il giorno dopo è stato ripreso dal sito internet del ministero della Difesa. La notizia è infatti comparsa sul sito internet della Difesa il 20 settembre mentre già il giorno prima era su quello di Palazzo Chigi.

    Il ministro Lorenzo Guerini ha giustificato l’adesione all’EI2 sostenendo che “questa iniziativa è nata da una forte volontà politica e intende rafforzare la UE e la NATO, entrambe indispensabili a garantire la sicurezza dell’Europa e degli europei” ma in realtà l’European Intervention Initiative non solo non rafforza PESCO e NATO ma persegue l’obiettivo di Parigi di sviluppare uno strumento militare multinazionale europeo, ma sotto comando francese, per far fronte a crisi militari e calamità naturali sia a livello di analisi e pianificazione sia di intervento sul campo.
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    Pur senza voler ribadire i dettagli espressi in un precedente editoriale è impossibile non notare che dopo 15 giorni dall’annuncio dell’adesione italiana né Palazzo Chigi né il ministero della Difesa hanno ritenuto di fornire dettagli e motivazioni di questa scelta al Parlamento o quanto meno alle commissioni Difesa di Camera e Senato.
    Del tutto assenti inoltre (o non pervenute) valutazioni e osservazioni dal ministero degli Esteri che pure sull’adesione a un trattato internazionale, pur se di tipo militare, dovrebbe dire la sua.
    Invece di chiarimenti istituzionali ce ne sarebbe davvero bisogno specie se si tiene conto che l’assenso del Parlamento è necessario per l’adesione a trattati internazionali.
    La EI2 ha incontrato da un lato lo scetticismo di Washington e degli ambienti NATO ma anche della Germania, che pur avendo aderito all’iniziativa vede con sospetto le mire di leadership militare continentale di Parigi e certo non apprezza il tentativo di mantenere legata la Gran Bretagna, potenza nucleare, a una Difesa europea di cui Berlino intende assumere la leadership, come dichiarato nel Libro Bianco 2016 dall’allora ministro della Difesa Ursula von der Leyen, oggi presidente della Commissione Europea.
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    Dall’altro va tenuto conto che i due precedenti governi italiani hanno guardato con sospetto l’ambigua iniziativa francese.
    Nelle scorse settimane il generale Vincenzo Camporini e Michele Nones, dell’Istituto Affari Internazionali, avevano raccomandato in una lettera aperta al nuovo ministro della Difesa l’adesione italiana alla European Intervention Initiative circa la quale, nel giugno 2018, i ministri Moavero Milanesi (Esteri) ed Elisabetta Trenta (Difesa) non nascosero dubbi e perplessità.
    “Esiste un accordo in Europa che si chiama PESCO, e l’EI2 altro non fa che prendere i Paesi che vi aderiscono più la Gran Bretagna e dargli una missione simile”, disse la titolare della Difesa. “È un’iniziativa parzialmente europea”, da guardare con “cauta e doverosa prudenza” aggiunse il ministro degli Esteri.
    Lo stesso ministro Trenta non aveva escluso “la possibilità di aderire in un secondo momento” ma se le valutazioni del nuovo esecutivo sono mutate sarebbe il caso di spiegarlo.
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    Certo è legittimo (anzi, per nulla sorprendente dopo quello che si è visto nelle ultime settimane) che il governo Conte 2 esprima valutazioni e preferenze diametralmente opposte all’esecutivo precedente guidato dallo stesso Giuseppe Conte ma un’informativa alle Camere è quanto meno doverosa e un ampio chiarimento è atteso dalla prevista audizione in commissione Difesa del ministro Guerini, chiamato a illustrare le linee programmatiche del suo ministero.
    Chiarimento necessario anche a sgombrare il campo dalle altrettanto legittime sensazioni che l’adesione di Roma all’EI2, se non motivata da esigenze politico-strategiche o da chiare contropartite chieste a Parigi, rientri nella ormai ben nota politica filo-francese (secondo molti di eccessiva sudditanza) a cui il PD, oggi tornato nella maggioranza di governo, ci ha già abituato.
    Difficile poi non notare come l’improvvisa adesione italiana alla iniziativa di Macron sia immediatamente consequenziale alla visita del presidente francese a Roma, rafforzando così l’impressione che Conte abbia semplicemente obbedito immediatamente alla richiesta dell’inquilino dell’Eliseo.
    @GianandreaGaian
    Foto:  AFP, Difesa.it e Governo.it

    Preso da: https://www.analisidifesa.it/2019/10/un-silenzio-fragoroso-circonda-ladesione-senza-dibattito-dellitalia-alla-ei2/

 

Sui migranti illegali continuano gli annunci bluff del governo