Libia |Foto | I “poveri” ribelli civili

In un paese dove la rendita pro capite era più alta che la nostra, dove l’istruzione e l’obbiettivi “sociali” erano all’avanguardia, noi spianiamo la strada all’integralismo e ai poveri ribelli.

IFOTO POVERI RIBELLI

Basta vedere queste foto per capire che questi non sono libici che protestano per un mondo migliore. Ma mercenari assoldati per creare caos e facilitare l’occupazione illegale del paese.

Estratto da jerbanews

Preso da: https://saragio.wordpress.com/2011/05/16/libia-foto-i-poveri-ribelli-civili/

Libia 2011: Dichiarazione del Movimento Donne Coscienza della Serbia (Zenes)

14 marzo 2011.
Il Movimento Zenes, che segue con un’attenzione particolare la situazione in Libia, denuncia il flusso di disinformazione e di menzogna che si abbatte su questo paese e sui suoi dirigenti. Un’odiosa campagna di stampa scatenata dai grandi media dei paesi della NATO e dalle petromonarchie arabe deforma da tre settimane la realtà, demonizza la Guida libica Mouhammar Gheddafi e getta infamia sulle sue strutture di difesa.
Per la sua ampiezza e il suo stile, questa campagna di stampa rilanciata da alcune ONG ad hoc, ricorda quella scatenata qualche anno fa dagli stessi soggetti contro la Repubblica Federale di Jugoslavia e la Serbia.
In parallelo a questo bombardamento mediatico, in effetti, sono stati messi in piazza con una estrema rapidità a New York, Londra e Bruxelles gli stessi strumenti di “diplomazia coercitiva” volti ad isolare, indebolire, demonizzare e abbattere uno Stato indipendente e sovrano e i suoi dirigenti.

La rapidità con la quale le decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e degli Stati e organismi sotto l’influenza degli Anglosassoni sono state prese (come l’esclusione dal Consiglio dei Diritti Umani, l’indagine della Corte Penale Internazionale e il “blocco dei beni” libici) così come la presenza attestata delle forze speciali occidentali che addestrano i ribelli, indicano che i tumulti non hanno nulla di spontaneo come si è preteso di far credere. Come si è fatto ieri in Jugoslavia la “comunità internazionale” ha sostenuto i suoi spioni reazionari e islamisti in un paese che vuole occupare.
Seguendo il copione di un film già visto in Jugoslavia, gli Anglosassoni e il loro seguito ci vogliono convincere che i rivoltosi della Cirenaica sono dei “resistenti alla dittatura” di Mohuammar Gheddafi che “ha massacrato dei civili”, al punto che BBC e CNN fanno parlare dei diplomatici di ritorno eretti quali “soli rappresentanti legittimi” e mettono in scena il “flusso di rifugiati” alle frontiere.
Vero atto di guerra contro uno Stato sovrano la “zona di esclusione aerea” che la NATO vuole instaurare non è per proteggere dei “manifestanti” ma per aiutare dei ribelli armati, dopo che i portavoce del Dipartimento di Stato e del Foreign Office hanno pubblicato delle notizie fantasiose e dei bilanci menzogneri. All’inizio del film, le ONG di Soros, Human Rights Watch e International Crisis Group, si sono precipitate per avanzare la tesi che bisognasse urgentemente portare “assistenza ai civili” per impedire un “genocidio” e un “disastro umanitario”. La “responsabilità di proteggere”, variante semantica del “dovere d’ingerenza” e maschera dell’ “imperialismo umanitario”, serve una volta di più da pretesto allo scatenamento di una scellerata spedizione militare americano-occidentale con la complicità delle Nazioni Unite.
Già impiegate nei Balcani e in Mesopotamia, queste dichiarazioni e misure sono quelle che precedono le aggressioni di grande portata. All’opposto di questa propaganda formattata la verità è che i resistenti sono coloro che resistono all’aggressione dei media, degli organismi di spioni azionati da un Impero americano che si nutre di guerre.
Per questo motivo, nelle circostanze drammatiche attuali, il Movimento Zenes:

  • Accusa gli Angloamericani e la loro fanteria coloniale araba e europea di condurre una nuova guerra d’aggressione contro uno Stato indipendente e sovrano in una zona strategica del Sahara che dispone d’importanti risorse in petrolio e gas.
  • Denuncia l’atteggiamento spregevole del Governo allineato della Serbia che fino a ieri ancora si pavoneggiava in Libia e che, al fischio degli Stati Uniti, si è allineato servilmente sulle posizioni della cosiddetta comunità internazionale.
  • Manifesta la sua intera solidarietà con la Jamahirya Araba Socialista libica, al suo popolo e alla sua Guida nella situazione drammatica in cui sono stati messi e cui i colpevoli sono, una volta di più, gli Occidentali.
  • Ricorda il suo estremo attaccamento alle donne e agli uomini liberi di Libia odiosamente aggredita dall’imperialismo americano e dai suoi valletti.
  • Lancia un appello alle organizzazioni nazionali progressiste e non allineate di Serbia, dei Balcani e d’Eurasia a mobilitarsi per difendere, qualunque cosa accada, la giustizia e la libertà. Queste ultime non consistono, in effetti, nella difesa virtuale d’individui e di gruppi spinti contro la loro patria dall’ingegneria dei centri finanziari imperialisti ma nell’affermazione viva e dinamica di Stati e di nazioni indipendenti e sovrane in seno ad un mondo multipolare nel quale i popoli uniti e solidali possano trovare pienamente l’espressione della loro identità e della loro libertà.

Belgrado, 7 marzo 2011
Il Presidente del Movimento Zenes: Dr. Mila Aleckovic Nikolic
javljamse@zenes.org

Fonte: http://www.eurasia-rivista.org/libia-%E2%80%93-dichiarazione-del-movimento-donne-coscienza-della-serbia-zenes/8675/

La vera arma di distruzione di massa é la democrazia

domenica 16 settembre 2012

La vera arma di distruzione di massa é la democrazia

Marco Cedolin

Uno dei tratti salienti che hanno caratterizzato l’ultimo decennio é senza dubbio l’esportazione della democrazia occidentale, omologata secondo il modello americano e veicolata ovunque sia stato possibile, spesso in maniera coatta e con l’ausilio delle bombe.
Dopo la “democraticizzazione” dell’Europa dell’Est, intervenuta come corollario del crollo dell’Unione Sovietica e del mito del comunismo, per realizzare la quale é stata necessaria solamente qualche “spinta” data al momento giusto nel luogo più consono (da Ceausescu a Milosevic sarebbero molte le storie da raccontare e sulle quali riflettere) da parte dell’amministrazione USA, dei suoi padroni e dei suoi servi é maturato il convincimento che si dovesse proseguire sulla strada intrapresa raddoppiando gli sforzi e sostituendo le spintarelle con veri e propri schiaffoni.
Prima é toccato all’Afghanistan  di Bin Ladin, reo di essere stato scelto come caprio espiatorio degli auto attentati dell’11 settembre, assaporare il dolce gusto delle bombe e della democrazia….

Poi all’Iraq di Saddam Hussein, reo di possedere armi di distruzione di massa tanto ferali quanto inesistenti, venire investito da una tale dose di democrazia quale era sufficiente a riportare indietro il paese di almeo un secolo.
Poi alla Libia di Gheddafi, accusato di sterminare il proprio popolo, come accuratamente documentato nei filmati girati ad Hollyvood e nel Qatar, subire una democratica caccia all’uomo, portata con l’ausilio dei missili Tomahawk che hanno distribuito la democrazia in maniera equanime radendo al suolo buona parte del paese.
Infine alla Siria di Assad, dove fortunatamente la democrazia fatica ad affermarsi e per ora alligna solamente fra le orde di mercenari che massacrano donne e bambini, aiutati nel proprio lavoro dagli uomini dei corpi speciali dei paesi occidentali e dall’arsenale di armi di distruzione di massa che l’Occidente distribuisce loro in maniera più o meno ufficiale.
Mentre nel frattempo la democrazia sbocciava anche nella Tunisia di Ben Ali e nell’Egitto di Mubarak, fortuntamente in maniera meno impetuosa, grazie alla disponibilità dimostrata dai due “dittatori” a lasciarsi deporre senza combattere, nell’ambito di quelle che sono state veicolate nell’immaginario collettivo come rivolte popolari.
Oggi nell’Afghanistan democratico si vota come negli USA (e come negli USA occorre qualche mese per portare a termine lo spoglio delle schede), ma le donne, sia quelle che non hanno più il burka sia quelle che ancora lo portano, vengono regolarmente sterminate dai droni statunitensi mentre vanno a fare la legna o quando partecipano ad un matrimonio o quando devono recarsi all’ospedale a partorire. In Afghanistan la democrazia si specchia quotidianamente nella guerra permanente, nelle stragi di civili, in un paese ancora più devastato di quanto non lo fosse prima, dove l’unica novità sono i centri commerciali nuovi fiammanti dedicati agli operatori occidentali e all’elitè al servizio degli USA ed il rifiorire delle coltivazioni di oppio che gli anti democratici talebani avevano eliminato.
Oggi nell’Iraq democratico, che si é ormai lasciato alle spalle gli “anni bui” di Saddam Hussein, quando il paese era all’avanguardia nella regione, sia sotto il profilo tecnologico ed economico, sia sotto quello dei diritti umani e delle donne, come testimoniato dagli stessi rapporti dell’ONU, si vive in una sorta di polveriera senza senso nè costrutto. Composta da città stato dominate da bande tribali e da un governo fantoccio eletto dall’amministrazione a stelle e strisce. Senza che esistano più un tessuto industriale e una capacità produttiva degne di questo nome. Senza che il paese abbia più un qualche peso economico, con la popolazione costretta a vivere fra le macerie di un tempo che fu ed a morire alla disperata ricerca di cibo all’interno di qualche mercato dove quotidiamente deflagrano autobomba prive di pietà ma sempre molto ricche di democrazia.
Nella Libia democratica e libera non c’é più il petrolio “di Gheddafi” a sostenere una politica socialista attraverso la quale garantire una vita dignitosa alla gran parte dei cittadini. Ci sono solo macerie condite con l’uranio impoverito, intorno alle quali aggirarsi con la speranza di riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena, lotte intestine, morti ammazzati ed un futuro da declinare nel segno della miseria.
Come si può evincere da una semplice osservazione della realtà, depurata dalla mistificazione dei media mainstream che inseriscono ogni paese “liberato” all’interno di una bolla di oblio mediatico dalla quale nulla filtra più, la democrazia é allo stato attuale delle cose l’unica vera arma di distruzione di massa, della quale l’Occidente fa un uso smodato, ben conoscendone le devastanti potenzialità.

Ma Gesu’ avrebbe finanziato queste guerre?

Neanche se fossimo invasi dagli UFO, spenderemmo tanti soldi a difenderci” dice Alex Zanotelli.

Mentre la finanziaria taglia su tutto quello che è degli umani, della convivenza pacifica, del lavoro e della cultura, si continuano a buttare via i soldi per ammazzare gente da tutte le parti e riempire il mondo di odio e violenza….tradendo i principi della Costituzione Italiana e della Carta delle Nazioni Unite.

Pubblichiame integralmente un Appello (da firmare, se volete) del Padre Alex Zanotelli, che su questi temi, come si dice da queste parti …….“più chiaro non canta il gallo!”………

Il tutto illustrato con immagini dell’affresco nel catino absidale della CHIESA PARROCCHIALE DI BERGORO DI FAGNANO OLONA, in Provincia di Varese – Italia

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APPELLO
Manovra e armi: “Il male oscuro”
di Alex Zanotelli

In tutta la discussione nazionale in atto sulla manovra finanziaria, che ci costerà 20 miliardi di euro nel 2012 e 25 miliardi nel 2013, quello che più mi lascia esterrefatto è il totale silenzio di destra e sinistra, dei media e dei vescovi italiani sul nostro bilancio della Difesa. E’ mai possibile che in questo paese nel 2010 abbiamo speso per la difesa ben 27 miliardi di euro? Sono dati ufficiali questi, rilasciati lo scorso maggio dall’autorevole Istituto Internazionale con sede a Stoccolma(SIPRI). Se avessimo un orologio tarato su questi dati, vedremmo che in Italia spendiamo oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni all’ora e 76 milioni al giorno. Ma neanche se fossimo invasi dagli UFO, spenderemmo tanti soldi a difenderci!!

E’ mai possibile che a nessun politico sia venuto in mente di tagliare queste assurde spese militari per ottenere i fondi necessari per la manovra invece di farli pagare ai cittadini? Ma ai 27 miliardi del Bilancio Difesa 2010, dobbiamo aggiungere la decisione del governo, approvata dal Parlamento, di spendere nei prossimi anni, altri 17 miliardi di euro per acquistare i 131 cacciabombardieri F 35. Se sommiamo questi soldi, vediamo che corrispondono alla manovra del 2012 e 2013. Potremmo recuperare buona parte dei soldi per la manovra, semplicemente tagliando le spese militari. A questo dovrebbe spingerci la nostra Costituzione che afferma :”L’Italia ripudia la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali…”(art.11) Ed invece siamo coinvolti in ben due guerre di aggressione, in Afghanistan e in Libia. La guerra in Iraq (con la partecipazione anche dell’Italia), le guerre in Afghanistan e in Libia fanno parte delle cosiddette “ guerre al terrorismo”, costate solo agli USA oltre 4.000 miliardi di dollari (dati dell’Istituto di Studi Internazionali della Brown University di New York). Questi soldi sono stati presi in buona parte in prestito da banche o da organismi internazionali. Il governo USA ha dovuto sborsare 200 miliardi di dollari in dieci anni per pagare gli interessi di quel prestito. Non potrebbe essere, forse, anche questo alla base del crollo delle borse? La corsa alle armi è insostenibile, oltre che essere un investimento in morte: le armi uccidono soprattutto civili.

Sergio Michilini 1983, CROCIFISSIONE TRA SAN FRANCESCO E SAN GIOVANNI EVANGELISTA, affresco tradizionale sull’abside della Chiesa Parrocchiale di BERGORO di Fagnano Olona (Varese)

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Per questo mi meraviglia molto il silenzio dei nostri vescovi, delle nostre comunità cristiane, dei nostri cristiani impegnati in politica. Il Vangelo di Gesù è la buona novella della pace: è Gesù che ha inventato la via della nonviolenza attiva. Oggi nessuna guerra è giusta, né in Iraq, né in Afghanistan, né in Libia. E le folle somme spese in armi sono pane tolto ai poveri, amava dire Paolo VI. E da cristiani come possiamo accettare che il governo italiano spenda 27 miliardi di euro in armi, mentre taglia 8 miliardi alla scuola e ai servizi sociali?

Ma perché i nostri pastori non alzano la voce e non gridano che questa è la strada verso la morte?

E come cittadini in questo momento di crisi, perché non gridiamo che non possiamo accettare una guerra in Afghanistan che ci costa 2 milioni di euro al giorno? Perché non ci facciamo vivi con i nostri parlamentari perché votino contro queste missioni? La guerra in Libia ci è costata 700 milioni di euro!

Come cittadini vogliamo sapere che tipo di pressione fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’armi. Noi vogliamo sapere quanto lucrano su queste guerre aziende come la Fin-Meccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto-Melara, l’Alenia Aeronautica. Ma anche quanto lucrano la banche in tutto questo.

E come cittadini chiediamo di sapere quanto va in tangenti ai partiti, al governo sulla vendita di armi all’estero (Ricordiamo che nel 2009 abbiamo esportato armi per un valore di quasi 5 miliardi di euro).

E’ un autunno drammatico questo, carico di gravi domande. Il 25 settembre abbiamo la 50° Marcia Perugia-Assisi iniziata da Aldo Capitini per promuovere la nonviolenza attiva. Come la celebreremo? Deve essere una marcia che contesta un’Italia che spende 27 miliardi di euro per la Difesa.

E il 27 ottobre sempre ad Assisi , la città di S. Francesco, uomo di pace, si ritroveranno insieme al Papa, i leader delle grandi religioni del mondo. Ci aspettiamo un grido forte di condanna di tutte le guerre e un invito al disarmo.

Mettiamo da parte le nostre divisioni, ricompattiamoci, scendiamo per strada per urlare il nostro no alle spese militari, agli enormi investimenti in armi, in morte.

Che vinca la Vita!

Alex Zanotelli

Napoli, 24 agosto 2011
Per aderire all’appello clicca qui, alla pagina: http://www.ildialogo.org/appelli/indice_1314206334.htm

Sergio Michilini 1983, AFFRESCO SUL CATINO ABSIDALE DELLA CHIESA DI BERGORO, studio per le “giornate” e “mescole” dell’ affresco, cm.35×50

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La storia della parrocchia e i beni artistici della Chiesa San Giovanni Battista di Bergoro http://www.bergoro.it/storia.htm

Preso da: http://www3.varesenews.it/blog/labottegadelpittore/?p=8019

Libia 2012: Le bande criminali di Misurata bombardano i civili di Bani Walid ~ 7 Video [+18]

Misrata gangsters bombing civilians in Bani Walid ~ Le bande criminali di Misurata bombardano i civili di Bani Walid ~ 7 Video [+18]

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~ VERY GRAFIC  VIDEOS
~ VIDEO  CON IMMAGINI MOLTO FORTI

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Author: AldardanelTV

LibyanFreePress.net Network  at

https://libyanfreepress.wordpress.com/2012/10/20/8119/

Libia 2011: La sporca guerra in Libia, i gas democratici sui civili.

23 ottobre 2012.
Ci vorrebbero tomi interi per scrivere tutto quello che la stampa italiana occulta. Se continueremo a seguire le vicende della sporca guerra civile in Siria, di oggi le bombe ribelli sugli inermi civili cristiani, dall’altra parte del Mediterraneo un’altra sporca guerra è invece dimenticata: la guerra civile in Libia. I diritti umani, si sa, sono merce pregiata, pertanto vanno maneggiati con parsimonia.
Quindi sarebbe inutile versare pianti o rabbrividire per quello che stanno facendo i governativi sulla popolazione tripolitana. I governativi, cui è stata immediatamente data la patente di liberatori democratici, sono i “nostri alleati” (o meglio alleati della Francia, dell’Inghilterra e di quegli italiani, pacifisti o pacifinti fino al giorno prima, che tanto hanno premuto perché Berlusconi non bloccasse la guerra democratica a Gheddafi), quindi non è proprio il caso che i nostri mezzi di informazione ci informino di cosa stiano facendo quelli che Sarkozy e alleati vari hanno fatto vincere.


Di quello che sta succedendo a Bani Walid, ad esempio, nulla si sa, tranne qualche misero articoletto dove si spiega, con un disprezzo per la verità pari al disprezzo per la vita umana, che i governativi stanno piegando le ultime forze gheddafiane del paese: la realtà pare un po’ differente. E’ una realtà atroce di bombardamenti su civili inermi, sugli ospedali e bombardamenti a gas (già il gas, che bravi ragazzi questi democratici aiutati dall’occidente!).
Una delle testimonianze viene da un fotografo di Agence France Presse che si trovava nei paraggi di Bani Walid, il quale parla di almeno 20 morti e 200 feriti nella sola giornata di sabato oltre che di fiumane di civili che scappavano in preda al panico.
Non potendo contare sull’Europa premio nobel per la pace, i capitribù e i civili di Bani Walid, hanno postato i video delle atrocità (si vedono bimbi maciullati dalle bombe), le foto e le loro e mail al governo russo e a Russia Today, da cui traiamo una parte delle notizie, nella speranza che almeno i russi possano fare qualche cosa per salvare le loro vite.
Quello che scrivono è orribile: sono sotto assedio dall’inizio di ottobre, hanno elettricità per due tre ore al giorno, sono a corto di cibo, hanno finito il latte per i bambini, sono senza medicine e l’ospedale cittadino è sotto il fuoco dell’artiglieria.
Le testimonianze dall’interno parlano di attacchi coi gas da parte dei governativi sui civili e la prova che portano è nelle foto che ritraggono gli attaccanti con le maschere antigas (ci pare una prova credibile, perché mai gli attaccanti userebbero maschere antigas se non avessero usato il gas?).
Nella giornata di domenica centinaia di abitanti di Bani Walid erano andati a Tripoli per chiedere al neonato parlamento libico il cessate il fuoco, ma la risposta è stata a base di scariche di fucile da parte della polizia.
Il testimone intervistato da RT (con volto reso irriconoscibile per ovvi motivi) conclude dicendo che l’obbiettivo delle milizie è uno soltanto: far sparire dalla faccia della terra la tribù di Bani Walid.
Lasciando stare quello che gli ex ribelli, oggi governativi, stanno facendo al figlio del dittatore morto, Seif al Islam Gheddafi, da mesi prigioniero sotto tortura, l’Europa premio nobel per la pace (non carichiamo certo il professor Monti di queste incombenze, sarebbe già molto se ci riportasse i nostri marò dall’India) dopo aver imposto al paese questi ribelli potrebbe almeno fare finta di interessarsi del destino della popolazione libica. O almeno informare i cittadini di questa Europa di quello che succede.
Ma i diritti umani, si sa sono merce pregiata, pertanto vanno maneggiati con parsimonia.
articolo di Gianni Candotto – Qelsi

Fonte:http://www.blog.art17.it/2012/10/23/la-sporca-guerra-in-libia-i-gas-democratici-sui-civili/

Anche su: banihttp://marionessuno.blogspot.it/2013/03/la-sporca-guerra-in-libia-i-gas.html

Chimere atlantiste

Pubblicato il: 24 marzo, 2012
Analisi / Cultura | Di Fabio Falchi

Chimere atlantiste

In un articolo pubblicato il 20 marzo scorso, Manlio Dinucci, uno dei pochi giornalisti degni di questo nome, ha voluto ricordare come sia stato passato «sotto silenzio il fatto che un anno fa, il 19 marzo, iniziava il bombardamento aeronavale della Libia, formalmente “per proteggere i civili”. In sette mesi, l’aviazione Usa/Nato effettuava 30mila missioni, di cui 10mila di attacco, con impiego di oltre 40mila bombe e missili». (1) Facendo leva sulla tradizionale ostilità della Cirenaica nei confronti della Tripolitania e sulle divisioni tra le differenti tribù libiche, gli anglofrancesi, con il consenso e l’appoggio di Washington (che dirigeva l’intera operazione, come ha esplicitamente dichiarato l’ambasciatore statunitense presso la Nato) infiltravano forze speciali nel Paese, in particolare islamisti al soldo del Qatar, per metter fine alla Giamahiria, all’esistenza cioè di uno Stato sovrano, socialista e popolare, con un Welfare che non aveva nulla da invidiare al “modello sociale” europeo (quello, per intendersi, che i “mercati” stanno distruggendo, al fine di imporre la nuova modernizzazione “made in Usa”).
D’altronde, i media hanno passato sotto silenzio pure che il 19 marzo di nove anni fa si iniziava aggressione contro un altro Stato sovrano da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, per liquidare definitivamente il regime di Saddam Hussein. Approfittando della debolezza della Russia , gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, attaccarono l’Iraq senza l’autorizzazione dell’Onu e senza farsi scrupolo di mentire all’opinione pubblica internazionale. E Colin Powell, che allora ricopriva la carica di Segretario di Stato degli Stati Uniti, si inventò addirittura che Saddam disponeva di armi batteriologiche con le quali minacciava l’intera umanità. (Tra l’altro, Powell fu imitato da una schiera di “replicanti”, sedicenti esperti di terrorismo internazionale, tra cui il “nostro” Enrico Jacchia, che in una trasmissione televisiva terrorizzò il giornalista che lo intervistava, mostrando una fiala, il cui contenuto avrebbe potuto uccidere centinaia di migliaia di persone, e sostenendo che tale arma terribile era, in grande quantità, nelle mani del “tiranno di Baghdad”, pronto a sterminare donne, vecchi e bambini di serie A, ossia israeliani e angloamericani, di serie B, ossia degli altri Paesi “(filo)occidentali”, nonché altri meno importanti, di serie C).
Una guerra, la Seconda Guerra del Golfo, che ha causato centinaia di migliaia di vittime, che ha “sfregiato” irrimediabilmente la vita di milioni di iracheni, che ha visto gli angloamericani non solo dare sfogo ad un razzismo ripugnante, ma compiere massacri, torture, abusi e nefandezze di ogni genere, spesso facendo fare il lavoro sporco agli stessi iracheni e generando così una spirale di odio e di terrore che ha fatto precipitare l’Iraq in un girone infernale dal quale non riesce a risalire. Una guerra però che con il passare del tempo ha anche visto l’opinione pubblica occidentale dimenticare o perfino giustificare i crimini degli angloamericani, considerati a priori i “paladini dell’umanità” e quindi legittimati di fatto a commettere qualsiasi violenza, compresa quella di bruciare vivi i civili, e qualsiasi violazione del diritto internazionale per far trionfare la libertà e la democrazia. Ovverosia quella libertà e quella democrazia che sono fondate sui “mercati sovrani” e sull’ideologia della merce, come ormai è chiaro a chiunque viva e lavori in Occidente.
Si comprende allora il silenzio dei media mainstream, anche perché, se in Iraq si susseguono attentati terroristici, assassinii e scontri tra gruppi rivali, la Libia è stata trasformata dalle milizie armate filo-occidentali in un campo di battaglia. Tanto è vero che, pur essendo impegnati in torture ed esecuzioni extragiudiziarie, i “ribelli libici” hanno trovato il tempo di allestire, presso Tripoli, un campo di addestramento per i “ribelli siriani” – anche se a giudizio dei “democratici” quest’ultimo servirebbe alle “masse libiche” per insegnare alle “masse siriane” a fare la rivoluzione con armi, equipaggiamenti e istruttori forniti dallo “zio Sam”, dagli anglofrancesi e dal Qatar. Il che, in verità, è difficile da sostenere anche per i professionisti della disinformazione, senza che per questo si debba negare che in Siria vi sia una guerra civile o addirittura affermare che la Siria di Assad è un Paese perfetto. Un Paese tuttavia (e non lo si dovrebbe dimenticare) ben diverso dall’Iraq di Saddam e che da decenni si contrappone ad Israele e appoggia con coerenza e notevole coraggio sia la causa palestinese che Hezbollah.
Peraltro, il fatto che l’Occidente sia in grado di sfruttare con notevole abilità le contraddizioni e le “ferite” presenti nel mondo musulmano conferma naturalmente che tali contraddizioni e “ferite” esistono (si pensi, ad esempio, a quanto accadde nella città di Hama nel 1982), ma che non possono essere spiegate senza tener conto della particolare struttura sociale di un Paese, della sua storia, della sua cultura e soprattutto delle “ragioni” e degli “interessi” che sono alla base dei conflitti politici. Pertanto, anziché ritenere che il mondo sia popolato da ” masse rivoluzionarie” oppresse da “unicorni rossobruni”, sarebbe opportuno comprendere che il significato di termini come libertà e democrazia varia al variare del contesto storico-politico e che nella attuale fase storica l’attacco dei “mercati” contro i diritti sociali ed economici dei popoli passa anche attraverso la distruzione della sovranità di quegli Stati che, in qualche modo, ostacolano la volontà di potenza dell’Occidente, oppure, se si preferisce, della società di mercato occidentale. Sotto questo profilo, è decisivo – sia pure tenendo presente la complessità dei sistemi sociali contemporanei – il modo in cui la lotta geopolitica articola la stessa lotta sociale.
Certo la geopolitica la si può ignorare e certamente non può spiegare tutto (né vi è chi lo sostenga); ma chi la ignora, ammesso (e non concesso) che sia in buonafede, sarebbe meglio che non si occupasse di politica. Del resto, con buona pace dei “rivoluzionari da salotto” occidentali, i russi (e i cinesi) non la ignorano e sembra che siano determinati a farla comprendere, con le buone o con le cattive, anche a chi la ignora o forse fa finta di ignorarla. Una determinazione che a giudizio di alcuni sarà pure “preoccupante”, ma di cui non se ne possono dolere coloro che credono non solo che le “ragioni” e gli “interessi” dei popoli non siano rappresentati dai “mercati”, ma anche e soprattutto che, senza il riconoscimento dei “diritti dei popoli”, i cosiddetti “diritti umani”, esattamente come la libertà e la democrazia di mercato, non siano altro che “chimere atlantiste”.
Note:

(1) M Dinucci “Libia un anno fa: memoria corta” (http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in edicola /manip 2n1 /20120320 /manip2pg /14/ manip2pz/ 319871/.

Resistenza libica e ipocrisia occidentale

Pubblicato il: 28 gennaio, 2012

Resistenza libica e ipocrisia occidentale

Un evento importante e atteso si è verificato in Libia. I leader della Resistenza hanno parlato della creazione di un governo provvisorio in Libia. Le persone di tutto il mondo, che compongono la comunità mondiale, hanno atteso questo momento. Ora il nostro compito è quello di chiedere ai governi dei nostri paesi di revocare il riconoscimento del regime di occupazione del CNT perché essi non sono i rappresentanti legali della nazione libica, e iniziare relazioni diplomatiche con il vero governo libico. Questo governo è stato varato in via temporanea fino alla completa liberazione della Libia dagli invasori della NATO.

Dopodiché i Comitati Popolari di diversi livelli verranno ripristinati e continueranno a governare la Libia come era prima dell’invasione del febbraio
2011. Ovviamente tutti gli errori riscontrati verranno presi in seria considerazione per evitare ulteriori alibi per un nuovo intervento. I media mondiali (in particolare la Reuters), attraverso i loro agenti (ratti), cercano di diffondere menzogne attraverso fonti web, affermando che i presidenti degli Stati Uniti, della Francia e della Russia stanno organizzando un vertice per discutere della situazione in Libia e, in particolar modo, di concedere a Saif Al-Islam di divenire Primo Ministro della Libia con una essenziale continua
presenza di aziende occidentali in Libia. E’ chiaro che il loro obiettivo è quello di creare caos informativo e nascondere le notizie riguardanti il rilancio del governo della Jamahirya libica; colpire Saif,la Resistenza e tutto
il popolo libico che vuole scegliere i propri leader. Barack Obama e Nicolas Sarkozy sono dei criminali.
Le forze militari dei loro paesi stanno prendendo parte al saccheggio della Libia e all’eliminazione dei civili, un crimine in corso da quasi 11 mesi. La propaganda mondiale continua a cercare di creare un’immagine di operatori di pace come se stessero ignorando i propri interessi personali nel distruggere paesi ricchi di risorse minerali. Uno scopo ulteriore di questa disinformazione è quello di sminuire la lotta libica contro gli occupanti. I media mondiali cercano di nascondere questa lotta che si è diffusa già in tutta la Libia. Nella parte orientale della Libia, la tribù Obeydi, che in un primo momento ha partecipato alla guerra al fianco degli occupanti, ha liberato dai ratti e tenuto la città di Tobruck. La tribù supporta la rivolta contro il CNT e contro gli occupanti.
La tribù Al-Zintan, dal novembre 2011, vale a dire dall’arrivo di Saif al Gheddafi nella città di Zintan,combatte nelle fila della Resistenza libica. Ciò significa che le tribù sono unite nella lotta contro gli invasori. I media mondiali nascondono le informazioni riguardanti le operazioni di successo della Resistenza libica. Vengono dipinti come attacchi terroristici. Per esempio, hanno citato il caso dell’addetto francese al CNT, il cui assassinio è stato commesso dai patrioti della Resistenza libica e l’attacco ai mercenari francesi in cui è rimasto ucciso un ex soldato francese. L’intera operazione è stata definita attacco terroristico ed è stato sottolineato che il CNT ha arrestato un sospettato.
I media mondiali ricalcano esattamente la propaganda nazista, che chiamava i partigiani russi banditi. Le squadre delle SS catturavano civili in modo casuale e chiedevano ai locali di consegnare i partigiani altrimenti minacciavano di giustiziare gli ostaggi. Esattamente lo stesso accade in Libia. Gli squadroni della NATO e del CPM hanno creato una serie di campi di sterminio per la tortura dei membri della Resistenza e terrorizzando la popolazione libica, in stretta collaborazione con in traditori interni. Video di torture si diffondono attraverso YouTube come nel febbraio-marzo i video del linciaggio dei libici dalla pelle nera. Gli amministratori del sito web hanno eliminato solo i video dei crimini commessi dalla NATO e da Al-Qaeda. Quando i media mondiali iniziano a diffondere disinformazione per far sembrare la Resistenza compromessa,dovrebbe significare che ogni libico dovrebbe continuare a lottare, perché quando i leader dei paesi sostenitori del terrorismo affermano attraverso i media che vogliono la pace, è chiaro che essi vogliono avere un pò di riposo e raggruppare le loro forze.
E’ essenziale continuare la guerriglia contro gli invasori con lo stesso passo e accordando con la strategia generale. Ora, mentre viene creato il governo provvisorio libico, è essenziale che tutte le persone e organizzazioni intelligenti garantiscano il supporto ad esso e chiedano ai governi dei propri
paesi di riconoscere questo governo come unico e legittimo rappresentante del
popolo della Jamahirya libica.
Traduzione di Enrico Siddera

Fonte: http://english.pravda.ru//hotspots/terror/18-01-2012/120272-Libyan_Resistance_and_western_hypocrisy-0/

http://www.statopotenza.eu/2016/resistenza-libica-e-ipocrisia-occidentale

Anche su: http://marionessuno.blogspot.it/2013/03/resistenza-libica-e-ipocrisia.html

Clio Evans: “Cosa ho visto in Libia (e cosa i media hanno taciuto)”

28 settembre 2011
Clio Evans ha incontrato più volte la guida della Jamahiriya libica, Muammar el Gheddafi, e si è recata in Libia anche durante la guerra.

L’abbiamo incontrata per conoscere il suo parere sugli eventi in corso.
G.M.: Tanto per cominciare ci puoi raccontare come hai incontrato Gheddafi?
C.E.: Ho conosciuto Gheddafi alla fine del 2009, quando è venuto in Italia e ha tenuto una conferenza presso l’Accademia libica di Roma, a cui hanno assistito più di 500 persone. Avevo già lavorato come interprete con l’agenzia che ha organizzato l’evento e ricordo che per l’occasione, causa motivi di sicurezza, non ci fu chiarito chi avremmo incontrato. Ci fu detto solamente di indossare un abbigliamento sobrio ed elegante e che avremmo ricevuto un rimborso spese per il trasporto. Tutto mi aspettavo fuorché incontrare Gheddafi di persona. Io ero seduta proprio di fronte a lui. Parlava con pacatezza, con un tono di voce molto basso. Ma la sua personalità carismatica si percepiva in tutta la sala.


G.M.: Di cosa vi ha parlato Gheddafi?
C.E.: Sono stati due giorni in cui si è parlato della situazione della donna in Libia e dell’islam. Gheddafi oltre a spiegarci il contenuto del suo “Libro Verde”, ci raccontò di come era considerata la donna nel mondo musulmano in passato e della sua progressiva affermazione, grazie anche a dei cambiamenti che egli stesso aveva promosso. Poi ha affrontato il tema della religione. Nella sala parecchie persone avevano sguardi perplessi ma credo si trattasse di quella diffidenza che si ha verso una cosa che non si conosce. Per me è stata un’esperienza interessante ed ho ascoltato ogni parola con molta attenzione.
G.M.: Dalle tue visite in Libia che impressione hai avuto della Jamahiriya?
C.E.: Dopo la firma del trattato di amicizia tra l’Italia e la Libia è nata l’iniziativa di scambi culturali con la Libia e nel 2010 l’ho visitata almeno cinque volte. Sono stata a Tripoli, Sabratha, Leptis Magna, nel Sahara e a Sirte.
Il clima che si respirava era sereno. Per le strade molti libici, soprattutto i più anziani, parlavano un po’ di italiano. Mi ha colpito il fatto che non ci fossero manifesti pubblicitari e la cosa destava ai miei occhi un profondo senso di pace. Mancava quel bombardamento di immagini a cui siamo sottoposti qui in occidente e del quale non ci rendiamo più conto, forse perché ormai ci siamo ridotti a consumatori assuefatti di qualsiasi prodotto che le multinazionali mettano in commercio. Le uniche gigantografie erano alcune che ritraevano Gheddafi. L’unico ‘altro’ uomo che si vedeva, trionfante, sulla facciata di un palazzo mentre stringeva la mano al leader libico, era Berlusconi.
Le città erano piene di cantieri e di edifici in costruzione, con architetti e ingegneri stranieri. Non sembrava di stare in Africa. In precedenza avevo visitato altri paesi africani ed ero stata colpita dalla povertà dilagante, ma anche dall’inquinamento e dalla disorganizzazione che vi regnava. Quando sono arrivata in Libia mi sembrava di stare in una Svizzera nordafricana.
Sabratha e Leptis Magna sono due siti archeologici da fare invidia ai Fori Imperiali. Sirte invece ha una minore densità di popolazione e infrastrutture moderne destinate ad accogliere i capi di Stato esteri che si riuniscono per i convegni internazionali.
G.M.: E il deserto?
C.E.: Il Sahara è una cosa magnifica. La pace dei sensi. Costellazioni a volontà e un senso di libertà totale. Abbiamo incontrato una famiglia di tuareg che vive dentro le immense rocce al riparo dal sole, ci ha offerto del tè. Gli uomini che vivono nel deserto sono gente semplice, con un grande senso della dignità. Persone che si svegliano e si coricano secondo i ritmi del sole. Persone che si orientano con le stelle e che vivono seguendo valori e tradizioni tramandati di generazione in generazione.
G.M.: A Roma Gheddafi vi ha parlato della condizione femminile, qual era la condizione della donna in Libia?
C.E.: Una volta sono passata per Jedda (Arabia Saudita) e la maggior parte delle donne erano coperte dalla testa ai piedi, anche le mani erano coperte da guanti neri. In Libia invece ho visto donne dal viso, e spesso anche dai capelli, scoperti. All’università c’erano tanti studenti, maschi e femmine, tutti curiosi e con voglia di conoscere le nostre abitudini.
L’accademia militare femminile ci ha mostrato delle donne molto forti che simulavano la cattura di un ricercato e la fuga da un palazzo in fiamme. Fra loro c’erano donne che allo stesso tempo erano mamme, mogli e soldatesse, come alcune delle guardie del corpo di Gheddafi. Non dimentichiamoci che tutt’ora in alcune regioni dell’Africa le donne non hanno alcun diritto e viene ancora effettuata sulle bambine la pratica dell’infibulazione.
G.M.: Gheddafi è da diversi decenni una personalità che suscita opinioni divergenti. Alcuni lo considerano un criminale, tu che idea ti sei fatta del leader libico?
C.E.: Premetto dicendo che sono istintiva e mi baso su ciò che una persona mi trasmette a pelle e a livello umano. Prima di incontrarlo ne avevo sentite di tutti i colori su di lui ma non per questo mi sono lasciata intimorire. Tutt’altro. Quando l’ho visto ho provato un senso di sicurezza e tranquillità. Non potrei paragonarlo a nessuno dei nostri politici. Non ho mai scorto sul suo viso, neanche lontanamente, quell’espressione da uomo arrogante e fanfarone.
Mi è parso un uomo molto intelligente, che pensa prima di parlare e non vive nello sfarzo e nel lusso. Un uomo che si appresta a cominciare quella che è considerata la parte finale della vita. Un uomo che, nonostante abbia una cultura diversa dalla mia, ha dimostrato molta comprensione. Era interessato al dialogo e ad ascoltare altre opinioni. Quando gli ho detto che ero cristiana ha sorriso con benevolenza. Mi è sembrato un uomo consapevole del proprio potere, ma allo stesso tempo semplice e al passo coi tempi, capace di discutere con ironia di argomenti leggeri. Solo quando parlava del proprio paese e della sua gente diventava serio e orgoglioso.
G.M.: Che opinione aveva Gheddafi dell’Italia, ritieni che egli credesse veramente all’amicizia con l’Italia e con il presidente del consiglio Berlusconi?
C.E.: Si, penso che egli credesse davvero all’amicizia con l’Italia. Nelle nostre conversazioni spesso mi citava “il suo amico Silvio”. Sembrava interessato a sviluppare la cooperazione col mondo occidentale. Era curioso di sapere cosa si pensava in Italia di lui.
G.M.: Dall’inizio della guerra hai rilasciato diverse interviste a giornali italiani ed esteri, qual è la tua opinione sugli eventi in corso in Libia?
Credo che la Libia fosse un paese sano, avviato a dei cambiamenti, anche attraverso il figlio di Gheddafi, Saif al-Islam. Però ogni cosa sarebbe arrivata nel momento opportuno, gradualmente. Come in ogni paese ci sono persone che sostengono chi sta al potere e persone che si oppongono. Ma non per questo si fa un massacro. Quando la gente scende in piazza a Roma per manifestare contro Berlusconi si prende atto della cosa e magari si procede verso qualche legislazione o, come più spesso accade, resta tutto come prima. Cosa succederebbe se all’improvviso arrivassero delle forze straniere e dotassero la folla esaltata di un arsenale da guerra?! Sono contro la violenza e per me i cambiamenti si raggiungono con la diplomazia e con il dialogo, non certo con lo spargimento di sangue innocente.
G.M.: Dunque secondo te gli attori esterni alla Libia hanno avuto un ruolo determinante nello scatenare la guerra?
C.E.: Poco dopo le prime manifestazioni pacifiche, Gheddafi aveva parlato di elezioni, le cose stavano prendendo una svolta. E quando i media mondiali hanno diffuso le voci dei ‘massacri’, egli ha chiesto di far venire in Libia una commissione d’inchiesta per verificare lo stato attuale delle cose. Ma nessuno è arrivato e la Francia è entrata immediatamente in scena inviando apache e caccia bombardieri sul cielo libico.
La Nato fra l’altro ha palesemente violato la Carta delle Nazioni Unite. Esattamente l’art.2 dove si dice che “nessuna disposizione del presente Statuto autorizza le Nazioni Unite ad intervenire in questioni che appartengono alla competenza interna di uno Stato” e l’art.39 dove si dice che “ il Consiglio di Sicurezza autorizza l’uso della forza militare solo dopo aver accertato l’esistenza di una minaccia internazionale della pace, di una violazione della pace o di un atto di aggressione da parte di uno Stato contro un altro”. Mi sembra chiaro che in Libia la guerra sia motivata solo da interessi economici, volti alla colonizzazione di un paese ricchissimo e in via di sviluppo.
G.M.: Tu hai visitato la Libia durante la guerra, qual era lo scopo del tuo viaggio?
C.E.: Sono tornata dalla Libia il 4 agosto 2011 dove sono andata con un piccolo gruppo di amici ai quali, come me, sta molto a cuore la situazione libica. Siamo andati perché nei telegiornali italiani vedevamo delle cose, mentre al telefono gli amici libici ce ne dicevano altre e volevamo verificare con i nostri occhi cosa stesse realmente accadendo. Abbiamo raccolto in un dossier indipendente moltissimi giga di materiale con foto, documenti, filmati e interviste con lo scopo di divulgarle e far conoscere l’altro lato della medaglia.
G.M.: Come era la vita a Tripoli durante i bombardamenti?
C.E.: Molte infrastrutture erano crollate sotto i bombardamenti. I libici continuavano a vivere normalmente, ma la desolazione nei loro occhi era evidente. Ogni notte, nonostante l’inizio del ramadan, si sentivano le bombe e ogni volta le finestre dell’Hotel Rixos, dove alloggiavamo, rimbombavano e risuonavano. Lo stomaco ci si gelava. Una mattina ci siamo svegliate ed era tutto coperto da un fitto fumo bianco. Non si riusciva a vedere nemmeno ad un metro e mezzo di distanza, era la mattina in cui la Nato aveva bombardato le istallazione delle televisioni.
G.M.: Hai avuto paura?
C.E.: Si, ho avuto paura. Soprattutto durante il viaggio in macchina, durato dieci ore, da Djerba a Tripoli perché dalla frontiera tunisina alla capitale libica i posti di blocco erano tantissimi e ad ognuno c’erano giovani con mitragliatrici a chiedere i documenti. All’ospedale di Tripoli il personale continuava ad essere disponibile ma i civili colpiti dalle bombe erano troppi. Al suq le poche persone che continuavano a portare avanti il proprio spazio commerciale inneggiavano unanimi un coro che diceva “ Allah – Muammar – Libia – e basta!” Le donne piangevano e urlavano che Gheddafi era nelle loro vene, che se moriva lui sarebbero morte anche loro, che volevano risolvere le cose fra di loro, senza l’ingerenza di paesi stranieri e senza la morte di altri figli innocenti. Ci chiedevano “perché l’Italia ci attacca? Perché la Francia ci attacca? Che vi abbiamo fatto?” e tornavano a piangere. La chiesa cattolica di Monsignor Martinelli, che abbiamo intervistato, era ancora intatta. Anche la casa di una imprenditrice italiana, Tiziana Gamannossi, che non ha mai lasciato il paese e che è molto legata al popolo libico era ancora intatta.
G.M.: Durante il tuo soggiorno hai alloggiato nell’albergo dove risiedevano i giornalisti stranieri, ritieni che da noi la stampa abbia offerto una copertura adeguata degli eventi?
C.E.: Mi sono molto informata, ma di sicuro non ho letto tutti i giornali che sono usciti, né ho visto tutti i telegiornali del mondo. Certo è che i 10000 manifestanti che avrebbe ucciso Gheddafi non li ho mai visti. E non parliamo di un ventina di persona o di trecento vittime ma di 1 0 0 0 0 ! Poi con il mio gruppo siamo stati a Tajura (14 Km a est di Tripoli) e Janzour (12 Km da Tripoli) dove abbiamo visto grandi manifestazioni pacifiche, che abbiamo documentato con foto e video. La gente manifestava contro i bombardamenti della Nato e a favore di Gheddafi. Di manifestazioni di questo tipo ce ne sono state parecchie, ma da noi le televisioni e i giornali non ne hanno mai parlato.
Non faccio la giornalista e non mi permetto di giudicare il lavoro altrui, però ho notato una certa tendenza alla disinformazione.
Molte delle cose che ho visto con i miei occhi non sono mai arrivate nelle case degli italiani. Ad esempio le vittime civili della guerra. Noi in un ospedale abbiamo visto molti giovani con le gambe spappolate dalle bombe della Nato, alcuni li abbiamo anche intervistati. Oppure le immagini dei libici dalla pelle scura brutalmente deturpati e massacrati in pubblico dai ribelli, con l’accusa di essere mercenari stranieri. Di queste cose i principali media italiani non hanno mai parlato.
G.M.: Come italiana, cittadina cioè di un paese che partecipava ai bombardamenti, hai riscontrato sentimenti di avversione da parte dei libici?
C.E.: Il popolo libico ci ha dimostrato tolleranza e pazienza. Più che altro ci chiedeva aiuto e si aspettava delle risposte sul perché la Nato li stesse bombardando… risposte che purtroppo non avevamo.
G.M.: Gheddafi ha ripetuto più volte che non intende lasciare la Libia e che combatterà fino alla morte contro quella che considera un’aggressione coloniale mirante a impossessarsi del petrolio libico. Ritieni che terrà fede a questa proposito?
C.E.: Credo che terrà fede a questa promessa, anche se mi auguro che sia ancora vivo con la sua famiglia e che non muoia più nessuno. Anche perché mi piacerebbe, in futuro, poter leggere un libro intitolato “In verità vi dico…” in cui Gheddafi scrive tutto quello che ha passato in questo periodo, tutto quello che sapeva e che non ha mai rivelato sui meschini meccanismi che muovono la guerra.

preso da:http://www.eurasia-rivista.org/libia-intervista-a-clio-evans/11399/

Libia 2011: Vittime Nato e Libia nel caos

  • La Russia vuole che gli attacchi aerei della NATO sulla Libia vengano indagati

    [17.01.2012]   (trad. di Levred per GilGuySparks)

    Mosca: La Russia ha informazioni che suggeriscono che siano stati uccisi civili durante gli attacchi aerei della NATO sulla Libia, lo ha detto il vice ministro russo degli esteri Gennady Gatilov.
    Abbiamo appreso, incluso dai media, che ci son state delle vittime e che erano piuttosto gravi,”  ha detto in una conferenza stampa a Mosca martedì.

    Ciò che è accaduto in Libia deve essere seriamente studiato. Pensiamo che tale indagine sia necessaria“, ha detto Gatilov.
    Russia ha attirato l’attenzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU sugli attacchi aerei della NATO che ha portato a vittime tra i civili in Libia, ha aggiunto.
    Purtroppo, la leadership della NATO continua a sostenere che non ci sono state perdite civili,” ha detto Gatilov.


    http://www.interfax.com/newsinf.asp?pg=7&id=301911

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  • Russia Wants NATO’s Deadly Air Strikes In Libya InvestigatedInterfax
    January 17, 2012
     
    MOSCOW: Russia has information suggesting that civilians were killed during NATO’s air strikes on Libya, said Russian Deputy Foreign Minister Gennady Gatilov.
    “We have learned, including from the media, that fatalities did take place and that they were rather serious,” he said at a news conference in Moscow on Tuesday.
    “What happened in Libya must be seriously investigated. We think such an investigation is necessary,” Gatilov said.
    Russia has been drawing the attention of the UN Security Council to the aftermath of NATO air strikes that led to fatalities among civilians in Libya, he said.
    “Unfortunately, the NATO leadership keeps claiming there were no civilian losses,” Gatilov said.http://www.interfax.com/newsinf.asp?pg=7&id=301911

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  • Scontro di milizie per il terzo giorno nei pressi di una città libica

Reuters

[15.01.2012] By Mahmoud Habboush   (trad. di Levred per GilGuySparks)

GARIAN: Domenica milizie rivali si sono combattute per il terzo giorno vicino alla città libica di Garian, uccidendo una persona e ferendone sei, nonostante gli sforzi del governo provvisorio di mediare un cessate il fuoco.

Combattenti dalle vicine città libiche, che hanno rifiutato di abbandonare le armi cinque mesi dopo il rovesciamento di Gheddafi, hanno cominciato spararsi a vicenda con artiglieria e razzi venerdì. Il numero dei morti ha raggiunto i tre, con 42 feriti, secondo un medico dell’ospedale di Garian. Un giornalista della Reuters, a Garian, 80 chilometri a sud di Tripoli, ha detto che poteva sentire esplosioni regolari al di fuori della città […]

La battaglia ha avuto iniziò venerdì, quando combattenti da Assabia hanno fermato due civili, ne hanno denudato uno e sparato l’altro alla gamba, pugnalato secondo un membro del Consiglio comunale di Garian. Il Governo del CNT della Libia sta lottando per controllare disparati gruppi armati, molti dei quali hanno combattuto duramente nella campagna per rovesciare Gheddafi, ma ora si rifiutano di consegnare le armi, dicendo che sono sospettosi dei nuovi governanti del paese.

http://www.dailytimes.com.pk/default.asp?page=20121\16\story_16-1-2012_pg7_31

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  • Militias clash for third day near Libyan town

Reuters
[15.01.2012] By Mahmoud Habboush

GHARYAN: Rival militia groups battled for a third day near the Libyan town of Gharyan on Sunday, killing one person and injuring six, despite the efforts of the interim government to broker a ceasefire.

Fighters from neighbouring Libyan towns, who have refused to disarm five months after toppling Gaddafi, began blasting each other with artillery and rockets on Friday. The death toll has reached three, with 42 wounded, according to a doctor at Gharyan hospital. A Reuters journalist in Gharyan, 80 kilometres south of Tripoli, said he could hear regular explosions outside the town […]

The battle began on Friday when fighters from Assabia stopped two civilians, stripped one naked and stabbed the other in the leg, according to a Gharyan city council member. Libya’s NTC government is struggling to control disparate armed groups, many of which fought hard in the campaign to topple Gaddafi but are now refusing to hand in their weapons, saying they are suspicious of the country’s new rulers.

http://www.dailytimes.com.pk/default.asp?page=20121\16\story_16-1-2012_pg7_31

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2012/01/17/vittime-nato-e-libia-nel-caos/