Ancora scontri tra i RATTI terroristi che sostengono Serraji.

Tutti i problemi della coalizione anti-Haftar, schermaglie tra le milizie di Tripoli

Successivamente, diversi scontri si sono verificati in varie aree della capitale tra i miliziani della RADA e i rivoluzionari di Tripoli in quello che sembra essere l’ennesimo tentativo di espellerli dalla città da parte degli islamisti, sebbene entrambi i gruppi facciano parte della coalizione anti-Haftar autoproclamatasi ‘Tripoli Protection Force’.

Le schermucce si sono allargate a macchia d’olio raggiungendo anche le aree residenziali di Sabaa e Al-Furnaj nella capitale. Secondo fonti della Presidential Guard, l’arresto di El-China sarebbe stato ordinato dal ministro degli Interni, Fathi Bashagha, dopo le recenti tensioni con le milizie di Haytham al-Tajouri e Nawasi. Va detto che i rapporti tra le gang armate del GNA e lo stesso GNA non sono idilliaci da quando, all’inizio del conflitto, diversi giovani appartenenti alla TRB e all’8va Brigata Nawasi si sono rifiutati di combattere al fianco di terroristi dell’ormai disciolto Ansar al-Sharia, successivamente additati di collaborare con Haftar.

Nel frattempo, la TRB ha rilasciato una breve nota sul suo account Facebook negando le tensioni con l’SDF e ribadendo che le scaramucce sono scoppiate tra i rami che operano al di fuori dei ranghi ufficiali delle milizie, confermando le tensioni per l’assenza di leadership all’interno del gruppo. Va detto inoltre che tra le due milizie esistono delle differenze ideologiche di fondo, l’SDF infatti ha un approccio molto religioso, mentre i membri della TRB non disdicono la compagnia di donne, il gioco a carte, il consumo di alcool e droghe, ampiamente consumati di nascosto.

Tali eventi seguono un altro arresto ordinato da Bashagha di almeno altri due comandanti della TRB, che hanno portato la Brigata a ritirarsi dal fronte di Ain Zara il 21 aprile. Gli osservatori continuano a temere atti di vendetta soprattutto nei confronti delle istituzioni che hanno innescato tali meccanismi.

Preso da: https://specialelibia.it/2020/04/27/tutti-i-problemi-della-coalizione-anti-haftar-schermaglie-tra-le-milizie-di-tripoli/

Ininterrotti crimini di guerra in Yemen dalla criminale coalizione saudita, in un vergognoso silenzio globale

A cura di Enrico Vigna

 

Mentre la coscienza della solidarietà internazionale è attenuata e l’attenzione internazionale langue, sepolta dalla disinformazione o peggio dall’indifferenza, quelle organizzazioni che affermano di essere impegnate per i “diritti umani”, si rivelano estranee o distratte  circa l’eccidio sistematico commesso dalla coalizione americano-saudita e loro complici, contro civili, donne e bambini, sistematicamente e ferocemente da cinque anni, ogni giorno nello Yemen.

 

Dove sono i cantori del “dirittoumanesimo” globale, gli accusatori di “regimi e stati canaglia” indicati da USA e Israele, i praticanti le varie  “rivoluzioni colorate” in ogni dove ci sono  ingiustizie…tranne dove possono infastidire o contrastare interessi NATO o statunitensi?

Perché non levano le loro voci influenti “mediaticamente ed economicamente”, perché tacciono?

Nello Yemen da cinque si attua anni una guerra soprattutto sulla popolazione che vive in prima linea, sottoposta a attacchi indiscriminati che continuano senza sosta, senza alcuna segnale di discontinuità.

Una guerra che ha prodotto finora 3 milioni 650.000 sfollati, continuamente in crescita.

Una aggressione spietata dove non esiste la parola umanitario, dove il cosiddetto diritto internazionale umanitario che dovrebbe proteggere i civili, all’interno di un conflitto è quotidianamente calpestato nel silenzio, letale, internazionale.

 

 

 

Secondo molti testimoni e denunce, la coalizione saudita utilizza armamenti USA, prodotti e forniti dalla società Gazal Dynamics, che è fornitrice del sistema aeronautico americano, il quale ha in dotazione  bombe e missili come l’Mk 82, un missile a caduta libera leggera.

La coalizione guidata da Arabia Saudita e Stati Uniti non rispetta i minimi obblighi ai sensi delle leggi di guerra, e utilizza l’armamento statunitense in attacchi palesemente sproporzionati e indiscriminati, che provocano migliaia di vittime civili e danni a strutture civili nel paese arabo.

Dal marzo 2015, la coalizione saudita, ha iniziato questa guerra contro lo Yemen con l’obiettivo dichiarato di schiacciare il movimento Houthi di Ansarullah, che aveva preso il potere e cacciato il fedele alleato di Riyadh, l’ex presidente fuggitivo Abd Rabbuh Mansur Hadi.

Ininterrotti crimini di guerra in Yemen dalla criminale coalizione saudita, in un vergognoso silenzio globale      
Anche secondo il quotidiano La Repubblica: “… Nello Yemen, negli ultimi mesi la crisi umanitaria si è ulteriormente aggravata, restando il punto del mondo dove si sta consumando la tragedia peggiore degli ultimi trent’anni. Un conflitto che, così come è avvenuto in Siria, colpisce soprattutto la popolazione civile, fin dall’inizio della guerra. Dallo scorso dicembre, infatti, nella sostanziale indifferenza della cosiddetta “comunità internazionale” e della maggior parte del sistema mediatico, qualcuno si è messo a calcolare che, di fatto, tre civili ogni giorno vengono uccisi, in media una vittima ogni 8 ore. ..Tre anni e oltre 600.000 persone yemenite morte e ferite, impedendo ai pazienti di recarsi all’estero per cure e bloccando l’ingresso delle medicine nel paese dilaniato dalla guerra…”.

Dopo gli innumerevoli bombardamenti sulle infrastrutture civili e gli ospedali, oggi sono oltre 2.400 i morti di colera e la crisi ha innescato quello che le Nazioni Unite hanno descritto come il peggior disastro umanitario del mondo.

Gli abitanti della provincia di Hodeidah hanno organizzato manifestazioni di protesta per le aggressioni criminali nel loro territorio contro la popolazione.
Una manifestazione di protesta è stata organizzata dagli  abitanti della provincia di Hodeidah per condannare l’ultimo crimine commesso dagli attacchi aerei sauditi contro i prigionieri nella provincia di Dhamar.
I partecipanti hanno lanciato slogan ed esposto  striscioni per denunciare i crimini del terribile massacro, che ha lasciato decine di prigionieri morti e feriti, che erano elencati nell’accordo di scambio firmato a Stoccolma.

La popolazione ha urlato il suo sdegno e ritiene le Nazioni Unite e la comunità internazionale pienamente responsabili degli atroci crimini commessi dall’aggressione contro il popolo yemenita.
Il 1° settembre l’aggressione aerea di USA-Arabia Saudita aveva lanciato sette incursioni su un edificio utilizzato per prigionieri di guerra a nord della provincia di Dhamar. Più di 150 persone sono state uccise e ferite nel massacro, mentre ancora continua il processo di recupero dei corpi delle vittime.      3 settembre 2019

 

A cura di Enrico Vigna, CIVG

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-ininterrotti_crimini_di_guerra_in_yemen_dalla_criminale_coalizione_saudita_in_un_vergognoso_silenzio_globale/24790_30674/

USA: un documento del Federal Protective Service dice che i suprematisti bianchi vogliono usare il coronavirus come arma biologica

di Michele Metta

Quello che vi mostro e commento oggi è un documento che etichettare come sconvolgente è, assolutamente, non retorico.

Si tratta di un bollettino del Federal Protective Service, organo che fa capo al Dipartimento per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. Quel che emerge, è la volontà dei cosiddetti “suprematisti bianchi” di usare il coronavirus come mezzo per raggiungere i loro deliranti scopi.

In dettaglio, tra le loro mire si elencano quelle di sterminare le minoranze diffondendo tra queste il più possibile la malattia, vaporizzando il virus nei luoghi pubblici dove vivono in prevalenza comunità non di pelle bianca. Idem per i tasti degli ascensori, e le maniglie dei portoni. Operazioni dichiaratamente ispirate alle teorie di James Mason, sessantottenne pedofilo e guru neonazista USA, il quale predica la supposta necessità, tramite disordine, guerra civile, e morte, di un nuovo ordine mondiale basato sul dominio ariano.

È importantissimo sottolineare che il documento risale al febbraio di quest’anno; momento, cioè, in cui Trump negava la possibile diffusione della malattia nel proprio territorio nazionale. Coincidenza vuole che Mason sia un grande sostenitore proprio di Donald Trump.

Un documento, insomma, che fa sorgere non poche domande circa il momento che noi tutti stiamo vivendo.

Notizia del:

From Cluster Bombs to Toxic Waste: Saudi Arabia is Creating the Next Fallujah in Yemen

Ahmed Abdulkareem
Yemen Toxic Legacy Feature photoAL-JAWF, YEMEN — As the world’s focus turns to the rapidly-spreading COVID-19 pandemic, Yemenis are reeling from their own brewing tragedy, contending with the thousands of cluster bombs, landmines and other exploded munitions that now litter their homeland. Just yesterday, a young child was killed and another was injured in the al-Ghail district of al-Jawf when a landmine left by the Saudi military exploded, witnesses told MintPress. Outraged and terrified by the presence of these unexploded ordnances, Ahmed Sharif, a father of 9 who owns a farm in the district called the unexploded ordnances “a significant threat to our children.”

Earlier this week, thousands of cluster bombs containing between dozens and hundreds of smaller submunitions were dropped by air and scattered indiscriminately over large areas near Ahmed’s farm. A large number of those munitions failed to explode on impact, creating a new threat to residents already reeling from 5 years of war, famine and an economic blockade. The use, production, sale, and transfer of cluster munitions is prohibited under the 2008 Convention on Cluster Munitions, an international agreement recognized by over 100 countries, but rejected by Saudi Arabia and the United States.

Saudi Arabia is estimated to have dropped thousands of tons of U.S.-made weapons in al-Jawf over the past 100 days alone. Al-Jawf is an oil-rich province that lies in Yemen’s north-central reaches along the Saudi border. The aerial campaign is likely a last-ditch effort to stem the tide of battlefield success by local volunteer fighters who teamed with Houthi forces to recapture large swaths of al-Jawf and Marib provinces. That campaign, for all intents and purposes, has failed.

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An unexploded bomb dropped by a Saudi warplane is recovered from a pomegranate farm in the Jamilah district in Sadaa. Courtesy | YEMAC

On Wednesday, the Houthis announced that their military operation – dubbed “God Overpowered Them” – was complete and that al-Jawf was free of Saudi occupation. According to Houthi sources, more than 1,200 Saudi-led coalition fighters were killed or injured during the operation and dozens of Saudi troops, including officers, were captured. The Houthis also struck deep into Saudi territory in retaliation for the more than 250 Saudi airstrikes that were carried out during the campaign. In multiple operations, ballistic missiles and drones were used to target facilities inside Saudi Arabia, according to officials.

Saudi losses haven’t been limited to al-Jawf either. Last week, Marib province, which lies adjacent to Yemen’s capital of Sana’a, was recaptured following heavy battles with Saudi forces. Local tribal fighters were able to clear strategic areas in the Sirwah District with the assistance of Houthi forces and take control of the town of Tabab Al-Bara and the strategic Tala Hamra hills that overlook Marib city. Both the Saudi-led coalition and its allied militants initially admitted defeat but later described their loss as a tactic withdrawal.

Marib is now the second Yemeni governorate adjacent to Saudi Arabia to fall under the control by Yemen’s resistance forces in the last month, al-Jawf being the first. Both provinces have strategic importance to Saudi Arabia and could serve as a potential launch point for operations into Saudi Arabia’s Najran province.

“Saudi [Arabia] and America have planted our land with death”

The highly populated urban areas of Sana’a, Sadaa, Hodeida, Hajjah, Marib, and al-Jawf have been subjected to incomprehensible bombing campaigns during the Saudi-led war on Yemen, which turns five on March 26. The sheer scale of that campaign, which often sees hundreds of separate airstrikes carried out every day, coupled with its indiscriminate nature, has left Yemen one of the most heavily contaminated countries in the world.

Since 2015, when the war began, coalition warplanes have conducted more than 250,000 airstrikes in Yemen, according to the Yemeni Army. 70 percent of those airstrikes have hit civilian targets. Thousands of tons of weapons, most often supplied by the United States, have been dropped on hospitals, schools, markets, mosques, farms, factories, bridges, and power and water treatment plants and have left unexploded ordnances scattered across densely populated areas.

A significant proportion of those ordnances are still embedded in the ground or amid the rubble of bombed-out buildings, posing a threat to both civilians and the environment. As Man’e Abu Rasein, a father who lost two sons to an unexploded cluster bomb in August of 2018 puts it: “Saudi [Arabia] and America have planted our land with death.” Abu Rasein’s sons, Rashid, ten, and Hussein, eight, were grazing their family’s herd of sheep in the village of al-Ghol north of Sadaa, far from any battlefield. They spotted an unusual looking object and like most curious young boys, picked it up to investigate. But the object they found was no toy, it was an unexploded cluster munition dropped by a Saudi jet. After hearing an explosion, the boys’ family went to investigate and found them lying dead, covered in blood.

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A group of children in Sahar district inspects a cluster bomb dropped by a Saudi warplane at a farm in Sadaa, March 18, 2019. Abdullah Azzi | MintPress News

Since March of 2015, Human Rights Watch has recorded more than 15 incidents involving six different types of cluster munitions in at least five of Yemen’s 21 governorates. According to the United Nations Development Program’s Emergency Mine Action Project, some of the heaviest mine and ERW (explosive remnants of war) contamination is reported in northern governorates bordering Saudi Arabia, southern coastal governorates and west-central governorates, all areas surrounding Houthi-dominated regions of Yemen. Since 2018 alone, the UNDP has cleared nearly 9,000 landmines and over 116,000 explosive remnants in Yemen.

From the Yemeni war of 1994 to the six wars in Sadaa, Yemenis have suffered several wars over the last three decades. Yet thanks to saturation of U.S. weapons, the ongoing war has brought death on a toll not seen in Yemen for hundreds of years. In Sadaa, the Saudi coalition has a significant legacy of unexploded ordinances, up to one million according to figures provided to MintPress by the Yemeni Executive Mine Action Center (YEMAC), an organization backed by the United Nations.

The Project Manager of YEMAC identified heavy cluster munition contamination in Saada, al-Jawf, Amran, Hodeida, Mawit, and Sanaa governorates, including in Sanaa city. Contamination was also reported in Marib. For the time being, YEMAC is the only organization working throughout the country during the ongoing war. Their teams are confronted with a very complex situation, disposing of both conventional munitions and bombs dropped from airplanes, including explosive remnants of war rockets, artillery shells, mortars, bombs, hand grenades, landmines, cluster bombs, and other sub-munitions and similar explosives.

Saudi Arabia’s toxic legacy

In addition to killing and injuring hundreds of civilians, American-made weapons have exposed Yemen’s people to highly toxic substances on a level not seen since the now-infamous use of radioactive depleted uranium by the United States in Fallujah, Iraq, which to this day is causing abnormally high rates of cancer and birth defects.

The hazardous chemicals from Saudi Coalition military waste, including radioactive materials, fuel hydrocarbons, and heavy metals, has already led to outbreaks of disease. Vehicles abandoned on battlefields, usually in various states of destruction, contain toxic substances including PCBs, CFCs, DU residue, heavy metals, unexploded ordnances, asbestos and mineral oils. Hundreds of these military scraps remain publicly accessible in Nihm, al-Jawf, Serwah, Marib and throughout Yemen.

Aside from the threat they pose to life and limb, unexploded ordnances contain toxic substances like RDX, TNT, and heavy metals which release significant levels of toxic substances into the air, soil and water. According to both the Ministry of Water and Environment and the Ministry of Health, which have undertaken environmental assessments on the impact of urban bombing, high levels of hazardous waste and air pollutants are already present in a populated areas

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A young girl injured by a cluster bomb dropped by a Saudi warplane is fitted for a wheelchair near the Yemen-Saudi border, March 18, 2020. Photo | YEMAC

Alongside the still unknown quantities of more conventional weapons remnants in Yemen, the waste from the cleanup of bombed-out buildings has been found to be especially contaminated with hazardous materials, including asbestos which is used in military applications for sound insulation, fireproofing and wiring among other things. Fires and heavy smoke billowing over heavily populated civilian areas following Saudi bombing runs also pose an imminent threat to human health. A common sight in many Yemeni cities since the war began, these thick clouds of toxic smoke sometimes linger for days and coat both surfaces and people’s lungs with hazardous toxins like PAHs, dioxins and furans, materials which have been shown to cause cancer, liver problems and birth defects.

Before the war began, most hazardous materials were trucked to Sanaa where they were separated and disposed of properly at the sprawling al-Azragein treatment plant south of the capital. But that plant was among the first targets destroyed by Saudi airstrikes after the war began. After it was bombed, puddles and heaps of toxic material were left to mix with rainwater and seep into surrounding areas. Yemeni researchers are still trying to grasp the scale of pollution from biohazardous chemicals at the site.

Although a comprehensive nationwide environmental assessment of the impact of urban bombing in Yemen has yet to be completed, high levels of hazardous waste and air pollutants have been recorded by many hospitals and environmental agencies. Some idea of the long-term effects can also be gleaned from studies carried out in areas where similar toxins have been used, particularly by the United States in Fallujah, Iraq and in Vietnam, where scientific assessments have shown increased cases of birth defects, cancer and other diseases, including in U.S. veterans.

In southern Yemen, where Saudi Arabia and the United Arab Emirates operate largely unchallenged, the coalition has been disposing of military waste in large trenches devoid of any measures to mitigate potential toxic fallout.  Waste is dumped into large holes and either detonated or simply buried, inevitably contaminating soil and groundwater according to data from the UN Environment Program.

Yemen’s coastline hasn’t been immune either. The country’s General Authority for Environmental Protection said Wednesday that the Saudi-led coalition is dumping toxic and polluted waste on the shores of Yemen and in Yemeni regional waters, causing great damage to the marine environment, the deaths of fish and marine organisms, and in some cases, actually changing the color of the sea to a toxic green. The agency stated that in addition to dumping toxic waste, the coalition was allowing unsafe fishing practices such as marine dredging and the use of explosives by foreign ships, destroying the marine environment and coral reefs.

One hundred years to safety

Thousands of displaced Yemenis cannot fathom returning home due to the large number of explosives potentially hidden in and around their houses. Removing them all would require an end to the U.S.-backed war and economic blockade. Special equipment and armored machines such as armored excavators would need to be brought in, a slim prospect in a country unable to secure even the basic stapes of life.

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The remnants of a cluster bomb dropped by Saudi-led coalition warplanes inside a Yemeni home. March 18, 2020. Abdullah Azzi| MintPress News

Explosive remnants do not just impact lives and limbs, they prevent the use of potentially productive agricultural land and the rebuilding of important infrastructure. Like many border areas in Saada and Hajjah, fertile soil in al-Jawf and Marib has become so environmentally polluted since the war began that it could take decades to recover. Explosive remnants also prevent access to vital resources like water and firewood, cripples the movement of residents, including children traveling to school, and prevents aid from reaching those in need.

Even if the Saudi-led coalition were to stop the war immediately and lift the blockade, its legacy of indiscriminate bombing on such a massive scale will be felt for years to come. Due to the intensity of the bombing, experts at the United Nations Development Program’s Yemeni Executive Mine Action Center estimate that clearance could take at least 100 years in larger cities. Despite these dangers, desperate families with nowhere to go do not waste a lull in the barrage of Saudi airstrikes or a short-lived ceasefire to attempt to return home.

Feature photo | A collection of unexploded ordnance recovered by the UNDP’s YEMAC project in Yemen. Courtesy | YEMAC

Ahmed AbdulKareem is a Yemeni journalist. He covers the war in Yemen for MintPress News as well as local Yemeni media.

A Man-Made Virus?

The Vatican says the coronavirus was created in a “laboratory in a powerful and wealthy country”

Cardinal and Archbishop of Colombo Malcolm Ranjith, is convinced that the Covid-19 coronavirus was created by the hands of man in the “laboratory of a powerful and wealthy country”. The Cardinal demanded that the United Nations initiate an investigation in this regard, and that those responsible are prosecuted on charges of genocide and are punished. This was reported by the correspondent of the Italian newspaper Il Messaggero.

“Some viruses,” he noted, “that we have been talking about in recent days, are the product of unscrupulous experiments. We must prohibit experiments of this type that lead to loss of lives and cause pain and suffering for all mankind… These types of research are not carried out by individuals in poor countries, but are carried out in the laboratories of rich states. Producing such things is a very serious crime against humanity. I pray to God that he helps to discover those who have sown this poison. I think that the United Nations should step up to understand how this incident arose and punish those responsible. Such research should be prohibited.”

Who created the virus?

The Vatican Cardinal does not explicitly name which country he accuses of creating the virus, but it is not difficult to guess who he means when referring to the laboratory of a “rich and powerful country”.

As Larry Romanoff, a columnist at the Canadian Global Research Center, said recently, the coronavirus was created in the United States. According to him, the virus definitely did not arise in the seafood market in Chinese Wuhan, where the epidemic broke out. He believes that he was most likely brought there from outside, and even named the location of the biological weapons laboratory.

“The only possible source of the coronavirus is the United States because only this country has all branches of the evolutionary tree of coronaviruses. The original source of the COVID-19 virus was the US military laboratory at Fort Detrick,” said Romanoff.

The expert’s findings are based on research by Japanese and Taiwanese epidemiologists. He recalled that last August, a wave of pneumonia took place in the United States, the source of which Americans said was vaping. Several cases of the disease were lethal. At that time, a doctor from Taiwan warned the United States that the cause of pneumonia could be coronavirus, but no one listened to him. Romanoff drew attention to the fact that just before the outbreak of the epidemic began, the United States somehow closed its main military bio-laboratory at Fort Detrick.

Laboratory of death

According to the media, in this laboratory they were experimenting with such dangerous microbes and toxins as Ebola virus, smallpox, anthrax, plague, as well as poison ricin. Epidemiological outbreaks were also investigated, and projects were carried out for government agencies, universities, and pharmaceutical companies. In April 2019, the U.S. Army Medical Research Institute of Infectious Diseases’ Department of Molecular and Translational Sciences issued a report on the results of studying coronavirus in bats, according to which… “a shortage of drugs capable of resisting pancoronavirus activity increases the vulnerability of public health systems to the highly pathogenic coronavirus pandemic.”

Even before the outbreak of the epidemic in China – August 31st, 2019 – the New York Times published a story about the development in the United States of a mysterious epidemic of a previously unknown lung disease, which at that time affected more than 200 people.

Cannabis, e-cigarettes, and vaping were suspected. However, those who did not smoke at all were also sick. And therefore the viral-bacterial nature of the severe disease of the lung system was not excluded. As of October 1st 2019 alone, 1,080 cases of the disease were recorded in 48 states and the Virgin Islands, including deaths.

He also drew attention to another mysterious episode related to the emergence of the virus. From October 18th to 27th last year, Wuhan hosted the next Military World Games, to which the Pentagon sent a delegation of several hundred people. In this regard, Global Research, with reference to Chinese social media publications, mentions five foreign athletes or other employees who were hospitalised in Wuhan with an infection unknown at the time. The subsequent explosive increase in morbidity generally corresponds to the standard incubation period of coronavirus established by doctors (about 14 days).

The Chinese representative of the Ministry of Foreign Affairs, Zhao Lijian, said in this regard on his Twitter page that a dangerous coronavirus had been brought to Wuhan by military personnel from the United States of America.

According to him, the US is obliged to explain why the disease appeared in Wuhan. Lijian also wrote that information appeared from Robert Redfield’s Center for Disease Control and Prevention, stating that there had been cases of people dying of influenza in the United States before the outbreak in Wuhan Province. However, after they died, they were found to have a dangerous coronavirus.

In the United States, this demarche by a representative of the Ministry of Foreign Affairs of the People’s Republic of China caused indignation. President Donald Trump accused China of spreading false information.

During a White House briefing, he said “China was spreading false information that our military gave them this [virus]. It is a lie. And instead of arguing, I have to name where it [the virus] came from. It really came from China,” said Trump. However, he did not say anything specific about the specific accusations made by the experts.

Meanwhile, the theory that the coronavirus could have been bred in bio-laboratories over the ocean, after which it deliberately or inadvertently went out of control, is shared by Russian experts.

For example, former member of the United Nations Biological Weapons Commission Igor Nikulin stated that “COVID-19 is assembled in three parts: bat coronavirus, snake coronavirus, and HIV component (human immunodeficiency virus) – glycoprotein protein. In nature, such a combination could not happen.”

As he told the Tsargrad news agency, there are more than enough grounds to suspect that the coronavirus is a US bio-weapon. Firstly, the time and place are too well chosen to be considered a mere coincidence. Currently it is the height of the trade war between China and the United States, and the American President Donald Trump said six months ago that if the Chinese don’t come to their senses, they will regret it. Why the outbreak happened in Wuhan, and not Beijing, Hong Kong, or Shanghai, is also roughly understandable. There’s a pro-American Maidan in Hong Kong. There are a lot of American missions in Shanghai, almost all American companies, and thousands of Americans work there, if not tens of thousands. And Beijing is the capital, there are too big control measures, there are a million cameras that record faces, explains the expert. They chose a place where control is easier, and the fact that there is an institute of virology is also good, it is possible to accuse the Chinese of arranging everything themselves, so successfully and during the New Year, noted Igor Nikulin.

“In addition, there was an American consulate in Wuhan,” he continued. “But they closed it, before the Chinese declared the epidemic,” said the expert. “So they knew about it beforehand? The information is also not in their favour,” noted Nikulin. “I.e., there are many details that show that it is not coincidental,” stressed the expert.

He also recalled that until 2000, the coronavirus had never been transmitted to humans. And since Americans adopted an ethnically specific biological weapons program in 1999, already 8 viruses out of 38 have moved from animals to humans.

How the vaccine was created

Reports from the United States that progress has been made in the development of a vaccine against the virus have also raised questions. How exactly the US managed to beat other countries in the development of a vaccine against coronavirus COVID-19 in a situation when it is impossible from the point of view of the technological process? Such a question was asked by the well-known journalist Sergey Kurginyan on the air of the talk show “Evening with Vladimir Solovyov” on the TV channel “Rossiya 1”.

“The Americans have officially declared that they will test the vaccine, right? How did they make it? Unlike many others, I believe Americans are a great technical nation… But other peoples aren’t idiots either. Neither Germans, nor Russians, nor Chinese. So, they were so ahead of the vaccine, so much so that it is impossible to get so technologically ahead,” said Kurginyan.

He noted that in this case the question arises as to how such an advance has occurred in technological terms? This is especially important in a situation where the virus was first recorded in China and when China was seemingly the first to start developing and testing the vaccine.

“You either skip certain stages of checks on rats and so on, or you don’t skip them, so then you started it when? These stages have a chronological sequence, they cannot be skipped! Are they disrupting the technology cycle or have they got it? And if they got it, it was like what? An antidote? So there is an end product?” continued Kurginyan.

As is known, today there are approximately 400 centers and laboratories in the United States in which biological weapons are being developed. And about 40 of them are located near the Russian borders.

Not long ago, the Russian Defense Ministry accused American scientists working in the Georgian Lugar medical center of experiments on people. The military released evidence that the United States, under the pretext of a “treatment center”, had established a secret biological weapons laboratory in Georgia – near the Russian borders. The experiments there have already killed 73 people.

This sensational information was first released by former Minister of State Security of Georgia Igor Giorgadze, who gave data on the death of 30 people who allegedly died in December 2015 during treatment in the laboratory against hepatitis C. In April and August 2016 there died respectively 30 and 13 people. And in the column “cause of death” it was written “unknown”, and an investigation into this was not carried out. The Russian Ministry of Defence distributed an official report on US military and biological activities on the Georgian territory. The information inside it confirms the Pentagon’s concept of contactless war. Its essence is the use of non-standard “ammunition”, which is now actively developed by Americans. Weapons can even be insects or animals infected with human-dangerous diseases.

If you let the genie out of the bottle…

The narrative of possible US involvement in the spread of the virus is described by many as a conspiracy theory. But that is what’s curious. With particular force, the epidemic broke out for some reason in two countries – China and Italy. At the same time, China is the main economic competitor of the United States on the world stage, and Italy is its most recalcitrant ally in Western Europe, where a “friend of Putin”, the leader of the Liga Nord, Matteo Salvini, is about to return to power again. Could that be a coincidence? Maybe, but it might not have been a coincidence too. Especially since the US has a great “track record” of trying to eliminate its political opponents with poisons and even biological weapons. Ranging from the numerous assassination attempts against Fidel Castro to the bizarre death of Venezuela’s popular leader Hugo Chávez.

But if this has already been done, why could the coronavirus not be the consequence of such American “experiments” no longer against the leader alone, but also a whole country? After all, they also did this before without hesitation – they bombed Serbia, and demolished Iraq and Libya.

They may, however, object by saying that the epidemic has now broken out in the United States itself. But it is known that if a genie is released from the bottle, even if accidentally, it starts to devour everyone indiscriminately, including those who released it.

Russian politician Franz Klintsevich said he was very cautious about all conspiracy theories related to coronavirus. However, in his opinion, most of the facts point to a laboratory in the US. “The conclusions are obvious: it is established that the virus is artificial and with a high degree of probability is linked with American soldiers,” said the politician.


Vladimir Malyshev

Source: https://www.stalkerzone.org/a-man-made-virus/

Civili di Abu Qurain denunciano crimini e violazioni delle milizie

Di Vanessa Tomassini.

“Le milizie di Misurata sono entrate nel villaggio di Abu Qurain, costringendo i civili ad uscire. Hanno rotto una mano ad una ragazza quando ha provato ad impedire loro di arrestare suo fratello, Souad Mohamed al-Senussi”. Ci raccontano alcuni civili in fuga dagli scontri armati tra i gruppi armati di Misurata, affiliati al Governo di Accordo Nazionale (GNA) e il Libyan National Army (LNA) sotto il comando del feldmaresciallo Khalifa Haftar.

Ad Abu Qurain diverse case sono state danneggiate dai combattimenti, alcune sono state bruciate per via dell’orientamento politico dei proprietari. Secondo il racconto dei residenti, con l’esplosione della violenza che ha raggiunto i quartieri residenziali, si sono verificati diversi crimini, compresi furti ed episodi di sciacallaggio, mentre i civili continuano a non avere accesso ai beni esistenziali di base.

“La famiglia di Suleiman Jibril ha perso 3 figli durante gli eventi di Febbraio 2011, oggi altri due fratelli sono stati arrestati e portati forzatamente nella città di Misurata. Uno di loro è Ali Suleiman Jibril, ufficiale dell’LNA, il cui destino resta sconosciuto fino ad ora”. Raccontano le stesse fonti, aggiungendo che un uomo sarebbe stato punito a morte per la sua affiliazione all’LNA e i gruppi armati di Misurata ne avrebbero imposto la sepoltura senza un referto medico. Tra le persone catturate ad Abu Qurain ci sarebbe anche Mohamed al-Sharif, il cui amico Murad Jibril Rajab sarebbe già stato ucciso.

Preso da: https://specialelibia.it/2020/02/02/civili-di-abu-qurain-denunciano-crimini-e-violazioni-delle-milizie/

Per non dimenticare i massacri contro i Serbi: Kravica 1993.

Kravica 1993-2013: una strage impunita e dimenticata

Bosnia, Kravica 1993-2013: una strage impunita e dimenticata,
e un Natale di dolore e solitudine per i serbi
Enrico Vigna (*)

Banja Luka, Rep. Srpska di Bosnia, 5 gennaio 2013

Nel villaggio di Kravica nei pressi di Bratunac, si è celebrato con una funzione funebre il 20° anniversario del massacro di 49 persone in occasione del Natale ortodosso del 1993; una strage efferata commessa da unità dell’Armija Bosniaca musulmana secessionista, sotto il comando di Naser Oric,.

La cerimonia funebre è stata officiata nella chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo (che fu vandalizzata) , e poi sono state poste corone e fiori presso il monumento centrale in Kravica.

Nel Natale ortodosso di 20 anni fa, membri dell’esercito secessionista della BH, sotto il comando di Naser Oric uccisero a Kravica e nella vicina Kravica Zasa, 49 serbi, 80 civili e soldati furono feriti; sette persone furono rapite, di cinque delle quali ancora non sono stati ritrovati i corpi.
Due giorni dopo, vennero trovati e sepolti sette corpi di civili serbi, mentre i resti delle altre 42 vittime sono stati trovati,  identificati e sepolti dopo due mesi.

In quel giorno furono saccheggiate e bruciate 688 case serbe, circa 200 imprese ed edifici ausiliari  e 27 edifici pubblici. Circa 1.000 persone rimasero senza casa. 101 bambini persero uno o entrambi i genitori. Gli uccisi in quei giorni, compresi anche gli altri villaggi vicini che vennero attaccati, furono 158 serbi; in questa regione, i serbi uccisi documentati, furono 3267.

“…Alle famiglie delle vittime fa male la dura verità che nessuno è stato ritenuto responsabile dei crimini contro i serbi in quel giorno di Natale 1993…. “, ha detto il presidente dell’Organizzazione delle famiglie dei soldati e civili uccisi o scomparsi, di Bratunac, Radojka Filipovic .

Oltre al dolore per i familiari, per i vicini e gli amici caduti, gli abitanti sono indignati perché in questi 20 anni nessuno è stato chiamato a rispondere di questo crimine.

In un primo momento Naser Oric fu deferito al Tribunale Penale Internazionale (TPI) dell’Aja, ma venne poi prosciolto e oggi vive tranquillo e ricco in Bosnia. Tra le decine di episodi di omicidi, stupri, mutilazioni, saccheggi che gli erano contestati, vi era anche questa strage; così recitava l’atto di accusa del Tribunale dell’Aia:  “…Un massacro brutale di civili nel villaggio di Kravica, nel Natale ortodosso il 7 gennaio dell’anno  1993…”. Durante il processo egli
dichiarò:
…Abbiamo fatto crimini, sono stati commessi  crimini. Ma chi può giudicare chi ha commesso                         più crimini ?…”.

Esiste un video che mostra l’orrore perpetrato:  all’ingresso del villaggio, due teschi umani furono messi per terra ad uso dei pneumatici delle automobili dei terroristi che andavano e venivano; per le strade del villaggio: mucchi di corpi mutilati collocati uno  accanto all’altro. Il più giovane aveva 20 anni: Risto Popovic, gli spararono in bocca;  dentro la scuola primaria ‘Kravica’ … Ljubica Baskić, aveva settant’anni, ucciso con un colpo di pistola sotto il torace e poi colpito con un oggetto contundente sulla destra  della testa …. Lazzaro Veselinovic, gli mozzarono la testa … Corpi pugnalati, percossi a morte, mutilati atrocemente…  Animali bruciati o impiccati, come i maiali… Sui muri graffiti con scritto “ Naser, Turchia, Bosnia, Ali, Srebrenica “. .. Per la Corte Internazionale, materiale  non sufficientemente importante da farlo vedere in aula…

Nessun rappresentante di alcuna istituzione della Comunità Internazionale europea, del mondo della cosiddetta “società civile” o umanitaria (presenti con centinaia di sigle e ONG in Bosnia), ha partecipato, e nemmeno esponenti della Bosnia-Erzegovina.

Ancora una volta persa, da parte di tutti (… soprattutto dei “tifosi” occidentali di questa Bosnia) , un’ occasione per condividere il dolore della gente e lanciare un segno di denuncia e rifiuto degli orrori e dei crimini, al di là di religioni o etnie, da qualsiasi parte siano commessi. Invece il “razzismo” culturale e politico contro i serbi come etnia ha ancora una volta avuto la meglio; e un processo per una riconciliazione e un avvicinamento tra i popoli…è ancora più lontano.

Essere presenti per testimoniare in un luogo memoriale della miseria e della sofferenza di questo angolo della terra e sostenere il diritto alla verità, alla giustizia soprattutto verso coloro che hanno perso la vita in quella guerra fratricida. Per dire
Gloria eterna a tutti i morti ed eterno rispetto per chi è caduto innocente, di qualsiasi parte esso sia.

Ma forse per certi “tifosi” è troppo difficile sentire nell’anima questi valori e questa coscienza civile, sono troppo impegnati a soddisfare proprie peculiarità esistenziali ed il dolore non lo conoscono, non nella loro carne e anima, ma solo “mediaticamente” o professionalmente.

 “…Poi i dominanti inventeranno misere bugie, per scaricare le colpe su chi viene attaccato, ed ogni persona del reame sarà felice di quelle falsità che gli alleviano la coscienza, e le studierà accuratamente, e si rifiuterà di esaminare qualsivoglia loro confutazione. E così ringrazierà Iddio per i sonni migliori che potrà dormire, in seguito a questo grottesco processo  auto ingannatore…” .    (  M. Twain)  

Documento dal TPI dell’AJA

Oric ascolta in aula le accuse sulle “Distruzioni musulmane”

Testimoni parlano di incendi e saccheggi sistematici da parte delle forze musulmane.
Giustizia internazionale :  ICTY    Numero TRI 379, 9 novembre 2005

Il processo al comandante militare dei musulmani di Srebrenica, Naser Oric, sembra essere entrato in una routine  questa settimana, con tre nuovi testimoni che offrono la loro testimonianza su una serie di attacchi lanciati contro i loro villaggi, da parte delle forze musulmane in autunno e inverno 1992/1993.

Oggi si è parlato di attacchi musulmani su due villaggi serbi sulle rive del fiume Drina ed al villaggio di Glogova . I testimoni hanno parlato di incendi e saccheggi sistematici condotti dalle forze presumibilmente sotto il controllo di Oric, che aveva il compito di guidare e partecipare a tali attacchi. L’imputato è accusato di maltrattamenti e della morte di detenuti serbi tenuti a Srebrenica.

Le testimonianze ascoltate in aula all’Aja questa settimana, sono  focalizzate sulla autunno e l’inverno del 1992 e 1993.

Slavisa Eric, un medico del villaggio di Kravica, ha parlato dell’attacco musulmano a Glogova il 24 dicembre 1992 e la sua successiva riconquista da parte delle forze musulmane . Ha detto che Kravica era circondata dalle forze musulmane da due settimane e successivamente è stato attaccato il 7 gennaio, nel Natale ortodosso serbo.

“…Tutto – tutto ciò che poteva essere bruciato, fu  bruciato…”  così Eric ha descritto il paese dopo l’assalto di Natale.

L’accusa ha mostrato una serie di foto che ritraggono questa distruzione, case bruciate e una scuola di Kravica. Eric ha negato che uno degli edifici erano obiettivi militari legittimi e ha detto che le forze assalitrici non hanno fatto  alcuna distinzione tra obiettivi civili e militari. “Per loro era lo stesso”, ha detto…

…La settimana è proseguita con la testimonianza di due donne, Novka Bosic e Savka Okic, dai villaggi serbi i vicini di Radiovici e Diovici.

Entrambe le testimoni hanno raccontato di un attacco alle loro rispettive frazioni nel 5 ottobre 1992 – Festa Patronale della Famiglia – descrivendo incendi e razzie che lo hanno accompagnato.

“…Eravamo nel campo a raccogliere il raccolto e poi improvvisamente ci stava sparando, una vera sparatoria… “, ha detto la Bosic. “…Si poteva vedere il fumo e la combustione e poi ci siamo resi conto che era un attacco. Potremmo sentire gridare: ‘Catturate i cetnici vivi… ”

Bosic ha detto che molte delle case furono bruciate e quelle che non lo furono, erano semidistrutte in larga misura…”.

…L’accusa inoltre ha insistito sulla questione del saccheggio, un altro crimine di cui Oric è accusato. Le due testimoni hanno dichiarato che il bestiame fu razziato dai villaggi durante gli attacchi….

Nel corso della loro testimonianza, le due donne hanno negato che qualsiasi unità di militari ufficiali erano presenti nei loro villaggi, sostenendo che gli attacchi contro i loro villaggi erano rivolti contro civili e quindi crimini. La difesa ha sostenuto che i loro villaggi erano stati minati ed erano presenti armi pesanti – diventando così obiettivi militari legittimi.

Per la  testimonianza inerente  l’incendio e saccheggio delle case ed la razzia di bestiame, l’accusa ha chiesto di poter mostrare una documentazione visiva che rappresenta  in dettaglio gli omicidi che si sono verificati durante gli attacchi, dicendo che essa è necessaria per una rappresentazione accurata della scena del crimine.

Ma la difesa sostiene che l’accusa non deve introdurre elementi di prova circa le uccisioni avvenute durante gli attacchi, dato che Oric non è mai stato accusato direttamente di questi.

L’accusa imputa invece a Oric di essere responsabile degli omicidi di serbi, che si sono verificati sotto il suo comando, da parte dei suoi subalterni nei centri di detenzione dell’enclave di  Srebrenica…

(*) portavoce del Forum Belgrado Italia
Preso da: https://www.ossin.org/bosnia/1311-kravica-1993-2013-una-strage-impunita-e-dimenticata

Yemen: La strage degli innocenti

Più di 2700 i bambini morti dall’inizio del conflitto.

di Gianluca Vivacqua –
È ormai quasi un lustro che una feroce guerra civile divampa nello Yemen. Il 19 marzo scorso del conflitto tra Houthi e coalizione pro-Hadi a guida saudita è stato festeggiato il quarto anniversario di sangue, ma non era la notizia principale di quel giorno: i media hanno preferito dare maggiore spazio alla vicenda di una massaggiatrice cinese vicina al presidente Trump, Cindy Yang, o al fatto che in Italia la Camera ha approvato la mozione della maggioranza sul memorandum d’intesa con la Cina, per l’adesione alla via della Seta.
Sembra che il destino di questa guerra tanto violenta quanto remota sia ormai sempre più simile a quello del conflitto in Siria, in corso dal 2011.
Alla contrapposizione in armi tra assadiani e anti-assadiani manca poco per eguagliare il record della decennale guerra tra Iraq e Iran, ma è un altro aspetto a cui non si dà la dovuta attenzione: il comune denominatore tra i fatti bellici dello Yemen e quelli siriani, quasi a formare un ideale triangolo con quelli iranian-iracheni, sta in una particolare percezione della comunità internazionale, per cui si tende progressivamente ad operare un’eclissi di informazione su uno scenario che viene considerato o acquisito come permanente. Salvo tornare a parlarne in presenza di sviluppi eclatanti o dati che fanno discutere.
È toccato all’Onu squarciare nuovamente il sipario sullo Yemen, con i numeri relativi ai “caduti” di guerra minorenni. Secondo le stime del Palazzo di Vetro, sono più di 2.770 i bambini uccisi dall’inizio del conflitto. Quasi la metà di essi (47%) risultano periti nel corso dei ripetuti bombardamenti aerei che la coalizione a guida saudita (sostenuta dagli Usa) ha condotto dal 2015 in poi su Sana’a, la capitale in mano agli Houthi da quattro anni, e sulla regione circostante. Più in generale già l’Alto commissariato Onu per i Diritti umani aveva osservato come la sola coalizione comandata da Riad, con i suoi attacchi e le sue incursioni aeree, avesse causato il doppio delle vittime tra la popolazione civile rispetto al resto delle forze in campo.
Tornando alla conta dei martiri involontari di età prescolare e scolare, ancora più consistente è la cifra, 4.730, relativa ai feriti. Sommando piccoli morti e piccoli feriti dunque si arriva a superare le 7mila unità, una fetta abbastanza consistente delle 16mila vittime civili che in totale la guerra (sempre secondo le stime delle Nazioni Unite) avrebbe provocato.
Integra i dati Onu l’impietosa media quotidiana stilata da Save the Children: la Ong calcola che a partire dal 13 dicembre 2018, cioè dalla firma dell’ accordo di Stoccolma, nel Paese ogni giorno si continua a combattere ad un ritmo di otto minori uccisi o gravemente feriti. Il che significa che l’accordo di pace svedese, a parte il cesste-il-fuoco per Hodeida e l’ingresso degli aiuti umanitari nel suo porto, ha generato pochi altri effetti degni di nota.

Preso da: https://www.notiziegeopolitiche.net/yemen-la-strage-degli-innocenti/

Libia: il drammatico ritorno degli sfollati a casa

Libia: il drammatico ritorno degli sfollati a casa
Un uomo libico fa gesti all’interno di un edificio bruciato nella città di Al-Goualiche, a 120 chilometri (75 miglia) a ovest della capitale Tripoli – Foto: Pulse

DI |

“Abbiamo trovato la città saccheggiata, case in rovina, i nostri ulivi bruciati”. Seduto in quello che era il salotto della sua casa, Moftah racconta la sua delusione tornando a casa nella Libia occidentale dopo anni di esilio.
AL-GOUALICHE (LIBIA) – Al-Goualiche arroccata sulle alture dei monti Nafusa, 120 km a ovest di Tripoli, ha pagato il prezzo del suo sostegno per il Leader Muammar Gheddafi, catturato e ucciso dai ribelli nel mese di ottobre 2011. La rivolta fece piombare il paese nel caos.

Questa città di meno di 10.000 abitanti presenta un paesaggio di desolazione: case carbonizzate spazzate dal vento e dalla polvere, nessun accesso ai servizi di base, scuole distrutte o inutilizzabili. “Il 6 Luglio 2011”, ricorda Mohammad Moftah: il giorno preciso in cui ha dovuto rinunciare a tutto per fuggire con la sua famiglia, come gli altri residenti di Al-Goualiche, diventata città fantasma da allora. Questa città fu quindi l’obiettivo del “continuo bombardamento della NATO” – ribelli alleati – che bersagliava le forze fedeli di Gheddafi. “Restare significava morire”, dice il quarantenne.
Il timore di rappresaglie da parte delle città vicine, che avevano preso la causa dei ribelli, ha poi impedito ai residenti di tornare. Le Nazioni Unite, che hanno cercato per anni di raggiungere un accordo tra i diversi attori politici in Libia, incoraggiando e sostenendo il lavoro per la riconciliazione tra i popoli, dove i desideri di risentimento e vendetta sono ancora ardentemente vivi. In questo contesto, nel 2015 è stato firmato un accordo di riconciliazione tra le città di Jebel Nefoussa, consentendo questo ritorno, con promesse di assistenza finanziaria. Anche se Moftah Mohamad è sopraffatto nel vedere ciò che rimane della sua casa, senza porte o finestre, dice che preferisce ancora tornare a casa.
“È meglio che continuare a girare da una città all’altra”, dice. Ma ammette di essere molto deluso dal fatto che non si sia stato fatto nulla per aiutare il suo ritorno. “Cinque o sei commissioni governative si sono succedute senza cambiare nulla nel nostro destino”, dichiara rammaricandosi. Non molto lontano, Mohamad Boukraa ispeziona la sua casa carbonizzata, appoggiandosi ai suoi due nipoti. Questo settantenne ha deciso di tornare ad al-Goualiche pochi mesi fa dopo più di sette anni di esilio. “Quando ho visto la mia casa e quelli dei miei due figli bruciati, sono crollato”, dice.
 
Un ragazzo libico cammina in un edificio bruciato e distrutto nella città di Al-Goualiche, a 120 chilometri (75 miglia) a ovest della capitale Tripoli – Pulse
Il sindaco della città non nasconde nemmeno la sua impazienza. “Gli abitanti sono in attesa di un risarcimento per poter riparare le loro case e renderle sicure”, ha detto Said Amer. “Alcune famiglie sono costrette a vivere in case carbonizzate, senza rendersi conto del rischio che ciò rappresenti per la loro salute e quella dei loro figli”, si preoccupa. – Promesse non mantenute –
Oltre alle infrastrutture pubbliche, la città di al-Goualiche ha identificato, secondo lui, 1.600 casi di risarcimento alle famiglie ancora vacanti. Per il governo, le difficoltà finanziarie sono i principali ostacoli alla ricostruzione di città come al-Goualiche. Il ritorno degli sfollati “richiede un piano di sviluppo e di fondi significativi per la ricostruzione che non abbiamo”, ha dichiarato Youssef. Secondo lui, la colpa è principalmente della comunità internazionale. “Più volte, la comunità internazionale ha fatto promesse per aiutare a ricostruire le città colpite, ma nulla è stato raggiunto”, ha detto.
La Libia ha attualmente circa 187.000 sfollati interni, secondo le statistiche dell’International Organization for Migration (IOM) redatte lo scorso dicembre 2018. Human Rights Watch (HRW) ha lanciato l’allarme giovedì sul destino degli sfollati di Taouarga (nord-est), un’altra città che si era schierata con Gheddafi nel 2011.

Libia: il drammatico ritorno degli sfollati a casa

Libia: il drammatico ritorno degli sfollati a casa
Un uomo libico fa gesti all’interno di un edificio bruciato nella città di Al-Goualiche, a 120 chilometri (75 miglia) a ovest della capitale Tripoli – Foto: Pulse

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“Abbiamo trovato la città saccheggiata, case in rovina, i nostri ulivi bruciati”. Seduto in quello che era il salotto della sua casa, Moftah racconta la sua delusione tornando a casa nella Libia occidentale dopo anni di esilio.
AL-GOUALICHE (LIBIA) – Al-Goualiche arroccata sulle alture dei monti Nafusa, 120 km a ovest di Tripoli, ha pagato il prezzo del suo sostegno per il Leader Muammar Gheddafi, catturato e ucciso dai ribelli nel mese di ottobre 2011. La rivolta fece piombare il paese nel caos.

Questa città di meno di 10.000 abitanti presenta un paesaggio di desolazione: case carbonizzate spazzate dal vento e dalla polvere, nessun accesso ai servizi di base, scuole distrutte o inutilizzabili. “Il 6 Luglio 2011”, ricorda Mohammad Moftah: il giorno preciso in cui ha dovuto rinunciare a tutto per fuggire con la sua famiglia, come gli altri residenti di Al-Goualiche, diventata città fantasma da allora. Questa città fu quindi l’obiettivo del “continuo bombardamento della NATO” – ribelli alleati – che bersagliava le forze fedeli di Gheddafi. “Restare significava morire”, dice il quarantenne.
Il timore di rappresaglie da parte delle città vicine, che avevano preso la causa dei ribelli, ha poi impedito ai residenti di tornare. Le Nazioni Unite, che hanno cercato per anni di raggiungere un accordo tra i diversi attori politici in Libia, incoraggiando e sostenendo il lavoro per la riconciliazione tra i popoli, dove i desideri di risentimento e vendetta sono ancora ardentemente vivi. In questo contesto, nel 2015 è stato firmato un accordo di riconciliazione tra le città di Jebel Nefoussa, consentendo questo ritorno, con promesse di assistenza finanziaria. Anche se Moftah Mohamad è sopraffatto nel vedere ciò che rimane della sua casa, senza porte o finestre, dice che preferisce ancora tornare a casa.
“È meglio che continuare a girare da una città all’altra”, dice. Ma ammette di essere molto deluso dal fatto che non si sia stato fatto nulla per aiutare il suo ritorno. “Cinque o sei commissioni governative si sono succedute senza cambiare nulla nel nostro destino”, dichiara rammaricandosi. Non molto lontano, Mohamad Boukraa ispeziona la sua casa carbonizzata, appoggiandosi ai suoi due nipoti. Questo settantenne ha deciso di tornare ad al-Goualiche pochi mesi fa dopo più di sette anni di esilio. “Quando ho visto la mia casa e quelli dei miei due figli bruciati, sono crollato”, dice.
 
Un ragazzo libico cammina in un edificio bruciato e distrutto nella città di Al-Goualiche, a 120 chilometri (75 miglia) a ovest della capitale Tripoli – Pulse
Il sindaco della città non nasconde nemmeno la sua impazienza. “Gli abitanti sono in attesa di un risarcimento per poter riparare le loro case e renderle sicure”, ha detto Said Amer. “Alcune famiglie sono costrette a vivere in case carbonizzate, senza rendersi conto del rischio che ciò rappresenti per la loro salute e quella dei loro figli”, si preoccupa. – Promesse non mantenute –
Oltre alle infrastrutture pubbliche, la città di al-Goualiche ha identificato, secondo lui, 1.600 casi di risarcimento alle famiglie ancora vacanti. Per il governo, le difficoltà finanziarie sono i principali ostacoli alla ricostruzione di città come al-Goualiche. Il ritorno degli sfollati “richiede un piano di sviluppo e di fondi significativi per la ricostruzione che non abbiamo”, ha dichiarato Youssef. Secondo lui, la colpa è principalmente della comunità internazionale. “Più volte, la comunità internazionale ha fatto promesse per aiutare a ricostruire le città colpite, ma nulla è stato raggiunto”, ha detto.
La Libia ha attualmente circa 187.000 sfollati interni, secondo le statistiche dell’International Organization for Migration (IOM) redatte lo scorso dicembre 2018. Human Rights Watch (HRW) ha lanciato l’allarme giovedì sul destino degli sfollati di Taouarga (nord-est), un’altra città che si era schierata con Gheddafi nel 2011.