CONTROSTORIA DEI FATTI DI SREBRENICA

 Due vecchi articoli che è utile pubblicare in questa ricorrenza ipocrita, perché la storia non sia scritta solo dai vincitori (e dai propagandisti della NATO)
Dopo 14 anni che investigo i fatti che ebbero luogo a Srebrenica nel 1995 posso attestare che in quella enclave non vi è stato nessun genocidio di musulmani — il mito sul massacro di musulmani è stato inventato dallo scomparso leader di guerra musulmano bosniaco Alija Izetbegovic e dall’allora presidente USA Bill Clinton“, ha affermato in una esclusiva intervista alla stampa quotidiana di Belgrado il ricercatore svizzero Alexander Dorin, autore del libro Srebrenica — La storia del razzismo da salotto. Ha aggiunto che, contrariamente alla mitologia popolare che ancora domina i media mainstream occidentali, i musulmani che persero la vita a Srebrenica erano degli uomini cresciuti piuttosto che dei “ragazzi“, e sono stati colpiti mentre combattevano contro l’esercito serbo bosniaco. Il che, come osserva, non può essere in nessun modo uguagliato ad un massacro, per non parlare di “genocidio“.
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– Dopo molti anni che investigo gli eventi bellici a ed attorno a Srebrenica, ho raggiunto la conclusione definitiva che non vi fu nessun genocidio. Nel luglio del 1995, mentre la città veniva conquistata dalle forze serbe, persero la vita circa 2.000 musulmani — non 8.000 come pretende la macchina della propaganda musulmano bosniaca, con il sostegno di certi politici e media occidentali. Quei 2.000 caddero in battaglia contro l’esercito serbo, mentre stava sfondando verso Tuzla. Il “genocidio di Srebrenica” è un’invenzione di Izetbegovic e Clinton, – ha dichiarato Dorin.
D: Su che cosa basate le vostre asserzioni che il “massacro” di Srebrenica è stato inventato da Izetbegovic e Clinton? R: Si dovrebbe tenere in mente che persino i media americani scrissero abbastanza sul fatto che gli Stati Uniti stavano armando da anni le forze di Izetbegovic. L’amministrazione Clinton era molto ostile verso i serbi — i generali di Clinton erano persino coinvolti nell’operazione croata “Tempesta”, l’espulsione e l’eliminazione della nazione serba dalla Repubblica della Krajina serba e da parti occidentali della Bosnia-Herzegovina. Allo stesso tempo, uno dei signori della guerra di Srebrenica — Hakija Meholjic — continua ad asserire che dal 1993 Clinton offriva ad Izetbegovic un massacro fabbricato contro i musulmani di Srebrenica, come una manovra che avrebbe posto fine alla guerra civile in Bosnia-Herzegovina [a vantaggio dei musulmani bosniaci].
D: Cosa ci dice questo? R: Ci dice che hanno avuto due anni per avviare quella manovra, il tempo durante il quale Izetbegovic e Clinton venivano mitizzati ed elevati alla posizione di eroi attraverso i più influenti media occidentali.
Le “vittime di Srebrenica” votano D: Questo libro offre prove aggiuntive? R: Il libro presenta inoltre le prove che dimostrano che 2.000 musulmani che hanno perso la vita a Srebrenica sono caduti in battaglia. Per essere in grado di pretendere che fu commesso il “genocidio” e dal momento che non avevano i corpi sufficienti per sostenere la pretesa iniziale di presumibilmente 8.000 musulmani uccisi, hanno elencato come vittime di Srebrenica numerosi combattenti musulmano bosniaci che sono morti molto prima della conquista di Srebrenica o che vennero uccisi in altre battaglie durante la guerra civile, dal 1992 al 1995. La lista delle presunte vittime di Srebrenica contiene anche i nomi di quelli che sono ancora vivi.
D: Intendete quelli che più tardi votavano alle elezioni…? R: Esatto. Nelle elezioni bosniache del 1996, le liste elettorali contenevano circa 3.000 musulmani bosniaci che erano anche elencati come “vittime di Srebrenica“. Ciò sottolinea ulteriormente il fatto che il cosiddetto Tribunale dell’Aia non ha ancora nessuna prova del “genocidio di Srebrenica“. Invece, conta sulle affermazioni del croato Dražen Erdemovic, provate essere assolute menzogne, come ha dimostrato nel suo ultimo libro il giornalista bulgaro Germinal Civikov.
D: Il Tribunale dell’Aia non ritiene così…? R: L’ex portavoce della NATO Jamie Shea nel 1999 ha enfatizzato che, senza la NATO, tanto per cominciare, non vi sarebbe nessun Tribunale dell’Aia. Ha asserito che la NATO ed il Tribunale dell’Aia sono “alleati ed amici“. Tra gli altri, l’esempio che conferma la sua affermazione è il caso del [Colonnello] Vidoje Blagojevic, condannato ad un lungo periodo di prigione a causa dei fatti di Srebrenica anche se è assolutamente innocente e non ha fatto del male a nessuno. Così, la NATO punisce i suoi avversari attraverso il Tribunale dell’Aia mentre, allo stesso tempo, protegge i suoi alleati.
La storia della guerra civile jugoslava è stata scritta dagli aggressori D: Perché hanno premuto sui serbi? R: I serbi non si sono mai alleati con forze aggressive. Nei secoli passati, i serbi combatterono contro tutti gli aggressori e le forze fasciste. Invece di rispetto e gratitudine, sono stati ricompensati con sanzioni e bombe dalla comunità internazionale e con una meticolosa e completa demonizzazione da parte dei media occidentali. Il mondo di oggi è dominato dai criminali e dagli psicopatici che chiamano se stessi democratici.
D: Cosa vi ha motivato ad investigare i fatti di Srebrenica? R: Da 14 anni interi investigo Srebrenica ed il presunto genocidio che l’esercito serbo bosniaco apparentemente commesso contro i musulmani bosniaci perché, già verso la fine della guerra in Bosnia-Herzegovina, è divenuto evidente che l’occidente non ha intenzioni oneste verso le nazioni di quel paese. Non potevo accettare il pensiero che il mondo sarà lasciato con un quadro di quella guerra che si accorda esclusivamente con gli interessi della NATO. Sfortunatamente, questo è precisamente ciò che è avvenuto.
D: Perché siete restio a promuovere personalmente il vostro libro? R: A questo punto, dopo una scrupolosa ricerca che ha preso molti anni, quando ho scoperto prove irrefutabili su quello che è realmente successo a Srebrenica di cui il vasto pubblico è inconsapevole, non voglio attirare l’attenzione su me stesso. E’ il libro che è importante, il libro dice tutto.
D: “Srebrenica — La storia del razzismo da salotto” sarà presto pubblicato in tedesco. Sarà tradotto in serbo o in qualche altra lingua? R: L’editore del mio libro, Kai Homilius – di Berlino, intende pubblicarlo in entrambe le lingue serba ed inglese. Abbiamo deciso che venga prima pubblicato in tedesco, dal momento che il pubblico di lingua tedesco non ha veramente nessuna idea della propaganda sul quale è basato il mito di Srebrenica. L’edizione tedesca del libro sarà pubblicata attorno alla metà del prossimo mese.
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Quello che sarebbe passato alla storia come il casus belli della “guerra umanitaria”, cioè la cosiddetta “strage di Racak”, è ormai pienamente provato che si trattò di una macabra, spudorata messinscena. L’inviato del “Figaro” Renaud Girard fu tra i primi a denunciare l’eccidio di 45 civili albanesi, ma soltanto due giorni dopo pubblicò un secondo articolo denunciando di essere stato “preso in giro dall’Uck” al pari degli altri giornalisti. Poi, anche “Le Monde” e “Liberation” hanno smascherato l’inganno, ma troppo tardi (e comunque, al di fuori della Francia non hanno riscosso alcuna eco). Girard si recò sul posto il 15, su invito delle autorità serbe, in seguito a un attacco dell’Uck e a un contrattacco della polizia, con un bilancio di 15 combattenti albanesi uccisi. Sia i giornalisti che gli osservatori dell’Osce non videro alcuna vittima civile, e il villaggio “appariva del tutto normale”. L’indomani, Racak era tornata sotto il controllo dell’Uck, e i giornalisti furono portati a vedere il massacro: 45 corpi che prima non c’erano, apparsi molto tempo dopo il ritiro delle forze serbe. Girard pubblicò il 20 gennaio un dettagliato resoconto dell’inganno subìto, dove, in pratica, erano stati mostrati cadaveri di persone uccise lontano da Racak e trasportati lì per la messinscena della strage: perché il giorno in cui sarebbe avvenuta, nessuno nel villaggio ne sapeva nulla? E perché Walker si era riunito per 45 minuti con i capi militari dell’Uck proprio a Racak?. L’articolo mandò su tutte le furie i corrispondenti anglosassoni, che accusarono Girard di “uccidere la loro notizia”… Il mondo fece come gli osservatori dell’Osce: ignorò la verità e giudicò sacrosanto l’inizio della guerra. Ottimo lavoro, mister Walker.
Michel Chossudovsky, docente di economia presso l’Università di Ottawa, Canada, è un profondo conoscitore delle guerre nei Balcani e ha dedicato un lungo studio sul cosiddetto “Esercito di Liberazione del Kosovo”, Uck, nel quale vengono alla luce i legami con le organizzazioni mafiose di Turchia, Albania e Italia. Chossudovsky ha scritto a tale riguardo nel giugno del 1999: “Ricordate Oliver North e i contras? Lo schema in Kosovo è simile ad altre operazioni segrete della CIA in America Centrale, Haiti e Afghanistan, dove “combattenti per la libertà” (freedom fighters) erano finanziati tramite il riciclaggio del denaro sporco proveniente dal narcotraffico. Dalla fine della guerra fredda, i servizi segreti occidentali hanno sviluppato complesse relazioni con il traffico di narcotici. Caso dopo caso, il denaro ripulito dal sistema bancario internazionale ha finanziato operazioni segrete. (…) L’Albania è un punto chiave per il transito della via balcanica della droga, che rifornisce l’Europa occidentale di eroina. Il settantacinque per cento dell’eroina che entra in Europa occidentale viene dalla Turchia e una larga parte delle spedizioni di droga provenienti dalla Turchia passa dai Balcani. (…) Il traffico di droga e armi fu lasciato prosperare nonostante la presenza, fin dal 1993, di un grande contingente di truppe nordamericane al confine albanese-macedone, con il mandato di rafforzare l’embargo. L’Ovest ha finto di non vedere. I proventi del traffico venivano usati per l’acquisto di armi e hanno consentito all’Uck di sviluppare rapidamente una forza di 30.000 uomini. In seguito, l’Uck ha acquisito armamenti più sofisticati, tra cui missili antiaerei e razzi anticarro, oltre ad equipaggiamenti di sorveglianza elettronica che gli permettono di ricevere informazioni via satellite dalla Nato sui movimenti dell’esercito yugoslavo. (…) Il destino del Kosovo era già stato accuratamente disegnato prima degli accordi di Dayton del 1995. La Nato aveva stipulato un insano “matrimonio di convenienza” con la mafia. I freedom fighters furono piazzati sul posto, il traffico di droga consentiva a Washington e a Bonn di finanziare il conflitto in Kosovo con l’obiettivo finale di destabilizzare il governo di Belgrado e di ricolonizzare completamente i Balcani: il risultato è la distruzione di un intero paese”. La storia si ripete nonostante le diverse latitudini: mentre Washington lancia “guerre sante” contro la droga – spesso per occultare interventi controinsorgenti, come in Perù e in Colombia – usa i profitti del narcotraffico per finanziare organizzazioni terroristiche destinate a realizzare i suoi piani di destabilizzazione internazionale. E nel frattempo, ha l’arroganza di concedere o negare “certificazioni” a questo o a quell’altro paese… compreso il Messico. Come ha giustamente dichiarato Carlos Fuentes in una recente intervista, “Debería ser al revés: somos nosotros quienes debemos certificar o descertificar a los estadunidenses y no ellos a nosotros”.
Riaffermare che “la verità è la prima vittima di ogni guerra”, appare ormai scontato, ma vale sempre la pena soffermarsi sugli esempi concreti, per quanto sia la nostra una lotta di minuscoli Don Chisciotte contro mulini a vento globalizzanti. Tra le poche incrinature nella campagna di disinformazione monolitica, vanno registrate le corrispondenze di Paul Watson da Pristina, inviato del “Los Angeles Times”, cioè di un organo tutt’altro che critico nei confronti della guerra. Anche Watson, rispetto alla “strage di Racak”, dapprima avalla la versione di Walker, ma in seguito esprime gravi dubbi e intervista addirittura alcuni abitanti del villaggio che confermano le deduzioni avanzate dagli inviati francesi. Quando iniziano i bombardamenti, Watson si rifiuta di lasciare il Kosovo e assume la scomoda posizione di testimone diretto, affermando a più riprese che la Nato “sta colpendo soprattutto chi dice di voler salvare” e gli obiettivi degli attacchi sono sempre civili inermi, senza distinzione tra profughi dell’una o dell’altra etnia. Ben presto lo sconcerto di Watson si trasforma in indignazione: il 17 aprile dichiara alla Cbc canadese che la Nato sta mentendo riguardo i presunti massacri di civili albanesi a opera dell’esercito serbo a Pristina, aggiungendo “Non posso essere d’accordo con i governi della Nato che stanno solo cercando di nascondere le loro responsabilità per l’esodo dei profughi dal Kosovo. E’ molto improbabile che un esodo di tale entità sarebbe avvenuto se non fosse stato per i bombardamenti”. E il 20 giugno scrive: “Come unico corrispondente statunitense in Kosovo per buona parte dei 78 giorni di bombardamenti della Nato sono passato attraverso una guerra di cui la prima vittima è stata, come nella maggioranza dei conflitti, la verità. La Nato ha chiamato la sua devastante guerra aerea un “intervento umanitario”, una battaglia tra il bene e il male per fermare la pulizia etnica e far ritornare i kosovari albanesi alle loro case. Ma vista dall’interno del Kosovo, questa guerra non è mai apparsa così semplice e pura. E’ sembrato piuttosto come aver chiamato un idraulico per riparare una perdita ed averlo osservato allagare completamente la casa”. E’ anche a causa della presenza di Watson (e di un fotoreporter della Reuters) se la Nato ha dovuto ammettere il massacro del 14 aprile, quando oltre 80 profughi kosovari albanesi rimangono uccisi in ripetuti attacchi aerei (ben quattro incursioni a bassa quota, a distanza di tempo una dall’altra, e non l’errore di un singolo pilota). Nelle ore successive, i telegiornali mostrano servizi nei quali diversi presunti “profughi scampati al bombardamento” giurano di aver riconosciuto le insegne di Belgrado sui velivoli responsabili della carneficina. Ma in seguito alle immagini diffuse dall’inviato della Reuters e alle descrizioni inviate da Watson, la Nato ammetterà “il tragico errore”. Resta solo da chiarire un punto: i testimoni erano vittime di psicosi collettiva o avevano ricevuto l’ordine di dichiarare il falso? E’ assolutamente impossibile confondere i colori yugoslavi dalle insegne statunitensi che spiccano su ali e timoni di coda. Comunque fosse, rappresentano un esempio da tenere sempre bene in mente, quando assistiamo a certe “accuse irrefutabili di testimoni oculari”.
Qualche mese dopo la fine dell’intervento “umanitario”, persino le tanto sbandierate fosse comuni hanno subìto un drastico ridimensionamento. Nessuno potrebbe mai negare la ferocia dei paramilitari serbi – fermo restando, come ha affermato persino una funzionaria dell’Osce, che questi si sono scatenati dopo l’inizio degli attacchi Nato, e non prima, a riprova che l’incolumità dei kosovari albanesi è stata solo un pretesto per altri scopi – ma le famose foto satellitari di presunte sepolture di massa, sono risultate altrettante montature false a uso e consumo della propaganda. Durante il conflitto la Nato ha diffuso la spaventosa cifra di 10.000 civili uccisi dai serbi: calata l’attenzione dei media, risulteranno essere circa duemila, dei quali la maggior parte combattenti dell’Uck, mandati allo sbaraglio dai loro comandi per ottenere maggiori riconoscimenti sul campo, e resta inoltre impossibile quantificare quanti civili albanesi siano stati uccisi dall’Uck perché considerati “collaborazionisti”. Il 17 ottobre 1999 la Fondazione Stratford, un centro di studi strategici di Austin, Texas, ha emesso un approfondito rapporto in cui tra l’altro si legge: “Nel caso che gli Stati Uniti e la Nato si fossero sbagliati (sulla cifra di 10.000 vittime) i governi dell’Alleanza che, come quello italiano e quello tedesco, hanno dovuto a suo tempo fronteggiare pesanti critiche, potrebbero venirsi a trovare in difficoltà. Ci saranno molte conseguenze qualora risultasse che le dichiarazioni della Nato riguardo le atrocità commesse dai serbi erano largamente false”. Sembra che il problema non sussista: sono ormai trascorsi diversi anni senza la benché minima “difficoltà” nel digerire e dimenticare qualsiasi falsità ingoiata.
Poi, avremmo assistito a una capillare pulizia etnica, stavolta davvero totale: a parte i serbi, anche turchi, montenegrini, croati, goran, rom ed ebrei hanno dovuto lasciare il Kosovo, cacciati a forza di stragi e distruzioni sistematiche. Una pagina del tutto taciuta dall’informazione globale è quella che riguarda il dramma della comunità ebraica di Pristina. Jared Israel, del Brecht Forum di New York, ha intervistato Cedda Prlincevic, presidente della comunità, scampato al pogrom scatenatosi con l’ingresso della Kfor – cioè dei “liberatori” – e rifugiatosi prima in Macedonia e quindi a Belgrado grazie all’aiuto di un amico israeliano, Eliz Viza, e del presidente della comunità ebraica di Skopje. Riporto alcuni stralci delle sue dichiarazioni. “Sono successe cose orribili. Ma i serbi come popolo, come nazione dall’inizio della loro storia fino a oggi non hanno commesso atrocità né genocidi. Ci sono stati individui che hanno compiuto atti che non avrebbero dovuto compiere. Ma qualcuno sta sfruttando questo, lo sta esagerando: il popolo serbo non aveva problemi con gli albanesi del Kosovo. Si sono aiutati a vicenda, specialmente nell’ultimo periodo. Ma appena sono entrate le truppe Kfor e il confine è stato aperto alla Macedonia e all’Albania, sono arrivati moltissimi albanesi da fuori e si è creata un’enorme confusione, con molte uccisioni. Durante i bombardamenti nei luoghi dove viveva la gente comune non si sono verificati massacri commessi dalla popolazione locale. Anzi, spesso erano gli stessi serbi a difendere gli albanesi dalle milizie paramilitari. (…) Poi, con la ritirata dell’esercito, c’erano gruppi paramilitari da entrambe le parti, allora la situazione è diventata sporca. Prima, non si verificavano eccidi. A Pristina ci rifugiavamo in cantina insieme con gli albanesi. Tutti insieme, rom, serbi, turchi, albanesi, ebrei, tutti inquilini dello stesso condominio. Stavamo tutti insieme. (…) Il pogrom è stato messo in atto dagli albanesi stranieri. Loro parlano una lingua diversa. Un altro dialetto. Non posso garantire al cento per cento che siano soltanto gli albanesi d’Albania a farlo, ma non ho visto neppure un albanese di Pristina compiere una vendetta contro un vicino di casa. (…) Noi non siamo stati cacciati dagli albanesi di Pristina, ma da quelli venuti dall’Albania. E’ la stessa gente che alcuni anni fa dimostrava in Albania e che stava demolendo l’intero paese. Adesso, sono venuti in Kosovo. Nessuno li sta fermando. La Kfor è lì, vede tutto e permette di fare ciò che hanno fatto. La popolazione si aspettava davvero protezione dalle truppe Kfor. Ma invece di difendere la popolazione, sono rimasti a guardare, e tra giugno e luglio almeno trecentomila abitanti non albanesi hanno dovuto lasciare il Kosovo. Persino molti kosovari albanesi hanno avuto grossi problemi, non solo chi era contrario al separatismo, ma persino chi si è limitato a non sostenerlo”. C’è una domanda su cui Cedda Prlincevic sembra reticente, quasi imbarazzato, tanto che Jared Israel gliela pone più volte: riguarda le notizie della stampa sulle atrocità compiute dall’esercito yugoslavo contro gli albanesi durante i bombardamenti. Infine, il presidente della comunità ebraica dice: “Anche se ne parlassi, nessuno ormai si fida più dei serbi. Persino se affermassi che non è accaduto, nessuno crederebbe ai serbi. E se un ebreo di Pristina dicesse che questa accusa è falsa, sarebbe molto difficile per lui essere creduto.”
La guerra in Kosovo ha colpito quasi esclusivamente i civili – si calcola che siano soltanto 13 (tredici!) i carri armati serbi distrutti dalla Nato, mentre oltre duemila i civili uccisi dai bombardamenti. Ma questo bilancio, per quanto spaventoso, è poca cosa al confronto delle conseguenze terrificanti che si verificheranno negli anni a venire, e che colpiranno le future generazioni per decenni e forse per secoli. Perché la guerra “umanitaria” in Kosovo non è stata assolutamente di tipo “convenzionale”, cioè con l’uso di armi “previste” dalla Convenzione di Ginevra, bensì chimico-nucleare. Infatti, come in Irak, anche contro la Serbia – e sul territorio kosovaro, cioè quello che si diceva di voler “liberare” – sono stati impiegati proiettili e missili con testate all’uranio cosiddetto “impoverito” (Depleted Uranium), ottenuti rifondendo le scorie delle centrali nucleari. Solo in seguito a una precisa richiesta dell’Onu, la Nato ha ammesso – il 7 febbraio 2000, in una breve lettera del segretario generale George Robertson a Kofi Annan – di aver lanciato durante il conflitto almeno 31.000 (trentunomila) proiettili all’uranio, senza però specificare che le ogive dei missili Tomahawk sono anch’esse a base di Depleted Uranium. Soltanto lungo la strada che collega Pec a Prizren, dove attualmente sono dislocati i militari italiani della Kfor, si calcola in oltre dieci tonnellate il quantitativo di uranio lanciato sul terreno. Per gli Stati Uniti, che si ritrovano con almeno 500.000 tonnellate di scorie radioattive da smaltire dalle proprie centrali nucleari, il riciclaggio sotto forma di proiettili e testate di missili è un doppio business: si “distribuiscono” all’estero rifiuti altrimenti costosissimi da stoccare e isolare, e si ottiene un’arma letale, infinitamente più efficace delle munizioni convenzionali. Infatti, un proiettile all’uranio, che pesa il doppio del piombo ma è estremamente più denso e duro, all’impatto con la corazza di un mezzo blindato brucia ad altissima temperatura fondendo qualsiasi metallo, e incenerisce all’istante gli occupanti chiusi all’interno. Bruciando, l’uranio si trasforma in finissime particelle di ossido radioattivo, che si spargono nell’atmosfera e quindi ricadono al suolo. Ogni particella inalata crea cellule cancerogene nei polmoni e nel sangue, successivamente, sotto forma di polvere impalpabile, penetra nelle falde acquifere ed entra nel ciclo alimentare. E’ stato calcolato che ogni missile Tomahawk con testata all’uranio può causare in media 1620 casi di tumore nella popolazione che vive intorno al punto in cui è esploso. Un volontario di una ONG italiana ha prelevato nel gennaio del 2000 un campione di terra nella città di Novi Sad e lo ha fatto analizzare al suo rientro in Italia: ne è risultata una radioattività da isotopo 238 – quello presente nel Depleted Uranium a uso bellico – addirittura 1000 (mille!) volte superiore al limite considerato accettabile per gli esseri umani. Oggi sono ormai novantamila i veterani della guerra contro l’Irak del 1991 che, per l’esposizione alle polveri di ossido di uranio provocate dal lancio di proiettili anticarro e missili antibunker, accusano sintomi riconducibili alla cosiddetta “Sindrome del Golfo”: molti sono già deceduti per leucemia, tumori linfatici e polmonari, i loro figli sono nati con gravissime malformazioni, mentre un gran numero di sopravvissuti è costretto a un’esistenza enormemente pregiudicata, con costanti dolori alle ossa, nausea, vertigini e stanchezza spossante. Dato che gli effetti per l’inalazione e l’ingestione di ossido di uranio si manifestano nel medio e lungo periodo, tra qualche anno avremo un lungo elenco di militari della Kfor che denunceranno i propri governi chiedendo un risarcimento (si registrano già diversi casi di militari italiani morti di leucemia dopo essere stati inviati in Bosnia, tra il novembre del ’98 e l’aprile del ’99, in una zona contaminata da proiettili all’uranio). Ma la popolazione serba e kosovara, i bambini che nasceranno deformi, le madri condannate al cancro, gli operai delle fabbriche distrutte che per primi hanno tentato di ricostruirle esponendosi alla contaminazione, i contadini kosovari “liberati” che avranno ingerito acqua e cibi tossici a loro insaputa, tutte le vittime innocenti di questa “guerra umanitaria”, a chi chiederanno un risarcimento? E in quali ospedali potranno sperare di farsi curare, e con quali medicine, in un paese devastato dalle bombe prima e stremato poi dall’embargo, o in un Kosovo governato dalla mafia del narcotraffico?
Infine, l’Italia sopporterà il peso più oneroso tra i paesi che hanno partecipato a questa sciagurata alleanza. Oltre all’inquinamento ambientale che ci colpirà nel lungo periodo – prima toccherà agli altri paesi balcanici e alla Grecia, dove già si registrano impennate nei tassi di radioattività – l’Adriatico è infestato di ordigni pericolosissimi, le famigerate cluster-bombs a frammentazione, ufficialmente vietate dalla Convenzione di Ginevra e successivamente da quella di Ottawa. Le cluster-bombs sono micidiali ordigni che esplodono al contatto con il terreno solo parzialmente, infatti si calcola che circa il 30 per cento rimane inesploso ma attivo, pronto a deflagrare appena il singolo cilindro – poco più grande di due lattine di birra – viene rimosso. Decine di migliaia, forse centinaia di migliaia di cluster-bombs (ogni singolo contenitore a forma di serbatoio subalare ne racchiude circa duecento) sono state sganciate in mare dagli aerei della Nato al rientro dalle missioni, su preciso ordine dei comandi per “questioni di sicurezza” (evitando di atterrare negli aeroporti con quel carico potenzialmente devastante). Non passa mese senza che i pescatori del Veneto, della Romagna, delle Marche, della Puglia, di tutte le regioni costiere, ne segnalino la presenza tra le reti tirate in secco, e sono già diversi i feriti gravi per le esplosioni avvenute a bordo o poco distante dai pescherecci. E la Nato continua a rifiutarsi di indicare con precisione i punti in cui sono state sganciate. In effetti, nelle migliaia di incursioni aeree effettuate, risulta ormai impossibile stabilire dove e quante siano, le cluster-bombs finite sul fondo del mare divenuto tra i più inquinati al mondo, nelle cui acque, tra l’altro, riposa ancora l’intero carico in bidoni di gas nervino di una nave statunitense affondata dai tedeschi nei pressi del porto di Bari (ufficialmente non dovrebbe esistere, perché “ufficialmente” gli Alleati non hanno usato gas nervino nella Seconda guerra mondiale…).
Bufale belliche: il caso Kosovo – Pino Cacucci

I crimini NATO in Kosovo

di Antonella Randazzo per www.disinformazione.it – 2 marzo 2007
Autrice del libro “DITTATURE: LA STORIA OCCULTA

Nel 1999, la Nato bombardò le apparecchiature di trasmissione televisiva della Jugoslavia, accusandole di essere “macchine della menzogna”, uccidendo 16 persone. In realtà ciò avveniva per evitare la smentita delle notizie menzognere che venivano date in Occidente. Si trattava di impedire che la Jugoslavia fornisse la sua versione dei fatti, assai diversa da quella che veniva riferita dai nostri media.
Dalla fine del 1989, la Cnn e altre Tv occidentali, mandavano in onda con frequenza filmati di presunte stragi di civili attuate dai serbi. Venivano trasmesse diverse parti del filmato, che mostravano cadaveri accatastati. Le parti sempre diverse dello stesso filmato davano l’idea che i serbi stessero attuando un genocidio, e inducevano a credere che la Nato dovesse intervenire per impedirlo.

I giornalisti occidentali ripetevano acriticamente le notizie che arrivavano dalle agenzie. Il nuovo Hitler era Slobodan Milosevic, e si doveva credere nell’umanità e nell’altruismo delle autorità dei governi dei paesi della Nato, come fossero filantropi disinteressati. Giornali come il Wall Street Journal e il New York Times scrivevano che “il regime di Milosevic stava tentando di sradicare un intero popolo”.[1]

In realtà, Milosevic, assediato dalle forze militari delle autorità occidentali, aveva presentato due possibili piani di pace, per evitare ulteriori distruzioni. Egli aveva comunicato che : (sebbene) “il Parlamento serbo non avesse accettato la presenza di forze militari straniere in Kosovo e Metohjia”[2] intendeva discutere un accordo politico sull’autogoverno nella regione del Kosovo. I tentativi di pace della Repubblica Federale Jugoslava passarono sotto silenzio e venne propagandata la realtà opposta. I giornali occidentali, come il New York Times scrivevano: “il rifiuto di Milosevich di accettare o addirittura discutere un piano di pace internazionale (l’accordo di Rambouillet) è il fattore che ha fatto scattare i bombardamenti Nato del 24 marzo”.

Le autorità europee e statunitensi avevano imposto a Milosevic i negoziati di Rambouillet, in cui si proponevano condizioni inaccettabili, per scatenare la guerra. Si imponeva l’occupazione militare della Nato sulla Federazione Serba. Lo stesso Henry Kissinger dichiarò che: “Il testo di Rambouillet, che chiedeva alla Serbia di ammettere truppe Nato in tutta la Jugoslavia era una provocazione, una scusa per iniziare il bombardamento. Rambouillet non è un documento che un Serbo angelico avrebbe potuto accettare. Era un pessimo documento diplomatico che non avrebbe dovuto essere presentato in quella forma”.[3] La conferenza di Rambouillet iniziò il 6 febbraio 1999 e si concluse il 23 febbraio. Venne riaperta il 15 marzo a Parigi e si chiuse il 18 marzo con la sola firma della delegazione kosovara albanese.
Dal 24 marzo le forze aeree della Nato, comandate dagli Usa, iniziarono a distruggere la Repubblica Federale Jugoslava. Il 3 giugno Milosevic si arrese. L’intervento Nato veniva giustificato con la presunta esistenza di profughi kosovari che fuggivano dai serbi. Ma in realtà, come spiega Noam Chomsky:

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) ha dato notizia dei primi profughi recensiti fuori dal Kosovo (quattromila) il 27 marzo, tre giorni dopo l’inizio dei bombardamenti. Il loro numero non ha fatto che crescere fino al 4 giugno, raggiungendo un totale valutato intorno alle 670 mila unità nei paesi confinanti (Albania e Macedonia), a cui si aggiungono 70 mila profughi nel Montenegro (all’interno della RFY) e 75 mila rifugiati in altri paesi. Queste cifre, purtroppo ben note, non tengono conto delle migliaia di persone disperse all’interno del Kosovo: due o trecento mila secondo la Nato prima dei bombardamenti, molte di più dopo. E’ indiscutibile che la “grande guerra aerea” ha fatto precipitare la situazione in una drammatica escalation di pulizia etnica e altre atrocità.[4]

Per 78 giorni la Nato mise a ferro e fuoco il Kosovo. Il presunto genocidio dei serbi faceva apparire l’intervento Nato come provvidenziale per fermare i crimini dei serbi, e permetteva che si commettessero impunemente una serie di crimini contro i civili kosovari e serbi.
I serbi subirono almeno 600 raid aerei al giorno. Il numero delle vittime civili fu enorme. Morirono almeno 250.000 serbi e albanesi.
Si prometteva di colpire “esclusivamente obiettivi militari”, come affermavano rassicuranti il comandate in capo Nato Havier Solana e il generale americano Wesley Clark. Ma la realtà era assai diversa. Saranno bombardate le emittenti Tv e le centrali elettriche, oltre a numerosi agglomerati civili. Lo stesso presidente francese Jacques Chirac rivolgerà un messaggio sarcastico al generale americano: “bisogna ringraziarlo (Clark) per il fatto che sul Danubio c’è ancora un ponte integro”.[5]

Le operazioni della Nato contro la Jugoslavia videro diversi scontri e divergenze interne ai paesi della Nato. In particolare, i tedeschi si scontrarono più volte con gli americani. La Nato sarebbe entrata in crisi se, nel giugno del 1999, Milosevic non si fosse arreso. In una trasmissione della Bbc, il diplomatico americano Strobe Talbott disse che se Milosevic non si fosse ritirato dal Kosovo “avremmo proseguito con i bombardamenti. Sarebbe stato sempre più difficile governare le tensioni nei rapporti tra la NATO e la Russia. Ritengo che per gli alleati sarebbe stato sempre più difficile anche solo conservare la reciproca solidarietà e la decisione nell’agire. Non penso che sarebbe stato possibile, in tal caso, risolvere il problema in alcuni giorni e ritengo una fortuna che il conflitto sia terminato nel modo che abbiamo visto e nelle condizioni che abbiamo visto”.[6]

Secondo Talbott, ci poteva essere uno scontro fra le truppe russe e le forze Nato. Gli statunitensi furono molto innervositi per la presa di controllo dei russi a Pristina, e le cose sarebbero potute precipitare. Osserva Talbott: “Non vedo a chi avrebbe potuto portare qualcosa di buono, con la possibile eccezione del presidente Milosevic, che probabilmente ha riso di cuore guardando la scena da Belgrado”.[7]
Dopo l’occupazione del Kosovo, le divisioni fra paesi Nato riguardarono il futuro assetto del paese. Gli Usa volevano l’indipendenza degli albanesi, mentre la Germania e la Francia erano contrarie.

I generali americani faticarono ad imporre la loro linea di azione, basata sui bombardamenti e le distruzioni indiscriminate. Per questi contrasti, le autorità Usa, negli ultimi anni, hanno potenziato l’esercito dell’Onu, che oltre ad avere il vantaggio di apparire come “esercito di pace”, permette agli americani di imporre la loro linea di azione crudele e altamente distruttiva.
Il ministro degli esteri di Cuba, Felipe Perez Roque, aveva capito chi davvero stava commettendo un genocidio. Il 2 giugno del 1999, dichiarò che la Nato stava commettendo “un vero genocidio da punire in modo esemplare” e che “il Segretario Solana dovrebbe essere processato da un Tribunale internazionale come criminale di guerra in rappresentanza di tutti i colpevoli”.[8]

I capi di governo dei paesi aggressori, Bill Clinton, Gerhard Schroeder, Tony Blair e altri, utilizzarono i media per convincere che si trattava di una guerra con finalità umanitarie, nascondendo i propri crimini e mettendo in evidenza il presunto genocidio serbo. Si gridava che i morti sarebbero stati 100.000, poi salirono addirittura a 500.000. Ad alcune persone venne dato l’incarico di trovare le fosse comuni, perché questi morti nessuno li aveva visti.
La propaganda occidentale riproponeva il mito della “guerra giusta” contro il nemico malvagio. Le notizie erano martellanti e al tempo incongruenti. Le stime della persone uccise dalla Nato non venivano date (come accade anche oggi) e si rivendicava come giusta un’aggressione brutale attuata in spregio al diritto internazionale.

La guerra era stata scatenata dai bombardamenti Nato e, prima ancora, dalla formazione dell’Uck, un gruppo di combattenti collegato alla Nato, che era stato assoldato per fare in modo che i serbi entrassero in guerra. Occorreva che la Serbia intervenisse nel Kosovo, cosicché la Nato potesse giustificare i bombardamenti e i massacri contro i civili.
Dagli anni Novanta, le politiche dei paesi della Nato avevano provocato la disintegrazione della Jugoslavia e fomentato gli odi etnici. Già alla fine degli anni Ottanta, la Germania e gli Stati Uniti avevano diffuso l’idea propagandistica di “proteggere le minoranze”, ma si trattava in realtà di mettere le etnie le une contro le altre.
Le notizie che venivano date in Occidente provocavano stupore e raccapriccio, e non si capiva perché, dopo tanti anni, le etnie della Jugoslavia stessero lottando fra loro in maniera così feroce, e come mai la Serbia fosse diventata improvvisamente così malvagia da voler sterminare intere etnie.

Dopo l’aggressione, il Kosovo diventò di proprietà della Nato, in particolare delle autorità americane, che avevano organizzato e diretto l’intera operazione. Le gigantografie del ritratto di Clinton sorridente erano state affisse praticamente ovunque, ad indicare chi sarebbe stato la nuova autorità.
L’attacco al Kosovo era il capitolo finale della devastazione che la Jugoslavia subiva dall’inizio degli anni Novanta. La destabilizzazione aveva preso inizio quando, nel corso degli anni Ottanta, la Repubblica Federativa e Socialista di Jugoslavia (RFSJ) subì fortissime pressioni         dal Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Nel 1990, il premier Mihailo Markovic cedette alle pressioni ma ottenne effetti molto negativi. La popolazione, impoverita, si oppose ad ulteriori riforme di tipo neoliberistico. Le potenze occidentali tentarono la carta dei micronazionalismi. Finanziarono i gruppi nazionalisti per creare scontri fra questi gruppi e le politiche centralistiche dei socialisti serbi. Se non potevano piegare il governo jugoslavo, allora gli mettevano contro le rivendicazioni autonomiste di alcune regioni, per scatenare la guerra e ottenere la dissoluzione del paese. Venne erogato molto denaro alle regioni secessioniste. Nell’ottobre del 1990, la Croazia ottenne dal Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM) due miliardi di dollari.

Il 5 novembre del 1990, il Congresso americano approvò la legge 101/513, che decretava la dissoluzione della Jugoslavia mediante il finanziamento diretto di diverse formazioni nazionaliste e secessioniste.[9] Nello stesso mese, venne redatto un rapporto della Cia che prevedeva la dissoluzione della Jugoslavia nel giro di pochi mesi.
Le potenze occidentali assoldarono gruppi armati per seminare divisioni e terrore. Iniziarono a risvegliare gli odi etnici e crearono situazioni di scontro fra i diversi gruppi.
I media occidentali davano notizie false o esagerate sulle operazioni serbe contro questi gruppi. Ad esempio nel giugno 1991, venne data la falsa notizia del bombardamento di Ljubljana. Soltanto anni dopo, l’allora Ministro degli Esteri italiano Gianni De Michelis confesserà alla rivista Limes che effettivamente c’era una campagna disinformativa, senza precisare da chi partisse.

L’esercito serbo appariva nei media crudele e criminale. Non si faceva menzione del progetto americano di distruzione della Jugoslavia, e dei gruppi armati assoldati dall’Occidente.
Dal dicembre 1991, venne applicato alla Jugoslavia il vecchio principio divide et impera. Dividere la Jugoslavia risultava l’unico modo per controllarla.
La Croazia e la Slovenia , regioni industrializzate e con un tenore di vita più alto, credevano che l’autonomia li avrebbe rese più ricche, ma in realtà la guerra preparata da Washington aveva lo scopo di distruggere economicamente e politicamente tutte le regioni della ex Jugoslavia. Ciò era stato dichiarato dallo stesso Vicepresidente della Banca Mondiale, Willi Wapenhans: “Secondo la nostra opinione non sussiste alcun dubbio sul fatto che nessuna delle parti componenti la Jugoslavia trarrà profitto dallo sfascio della Jugoslavia o della sua economia nel breve e medio periodo”.[10]

L’8 luglio del 1991, la Slovenia venne riconosciuta indipendente. Nel dicembre dello stesso anno, la Croazia proclamò la sua indipendenza, immediatamente riconosciuta dalle autorità occidentali. Nel febbraio del 1992, la Bosnia ottenne l’indipendenza dopo un referendum.
Il 7-8 aprile 1992, i serbi formarono la Repubblica Serba di Bosnia, che comprenderà i territori a maggioranza serba (il 65% del territorio). Il 27 aprile 1992, Serbia e Montenegro costituirono la nuova Federazione Jugoslava.
Per scatenare l’opinione pubblica contro i serbi, le autorità occidentali organizzarono diverse azioni terroristiche. Ad esempio, il 27 maggio del 1992, avvenne una strage a Sarajevo. Alcune persone in fila per il pane vennero uccise da un colpo di mortaio. Si trovavano già lì le telecamere pronte a filmare il fatto e a trasmetterlo nei media occidentali, per dare ad intendere che i serbi erano criminali senza pietà. Ciò sarebbe servito a fare in modo che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvasse una risoluzione di condanna contro la Jugoslavia , e la risoluzione n. 757, che imponeva sanzioni economiche contro la Federazione Jugoslava.

Dopo qualche tempo si saprà che i responsabili della strage di Sarajevo e di altri crimini erano i gruppi dell’estremismo musulmano formati e finanziati da Washington.
Dal luglio del 1992, le autorità Usa iniziarono una serie di strategie per rovesciare il governo della Repubblica Federale di Jugoslavia. Tentarono di insediare Milan Panic, che prese soltanto il 34% dei voti, mentre Slobodan Milosevic vinse con il 56%. Salito al potere Bill Clinton, iniziarono le operazioni militari. Nel dicembre del 1992, il “Defence and Foreign Affairs Strategic Policy” fece un elenco delle armi leggere e pesanti (60 panzer) date alla Croazia da parte tedesca.

Le autorità occidentali, attraverso i servizi segreti, organizzarono altri attentati terroristici a Sarajevo. Il 5 febbraio 1994 organizzarono una prima strage a Markale, la piazza del mercato di Sarajevo. La seconda avverrà il 28 agosto 1995.
Nel 1995, arrivarono in Jugoslavia 60.000 uomini delle truppe di terra della Nato, con carri armati e artiglieria, che si aggiungevano agli altri già impegnati nei paesi limitrofi, per un totale di 200.000 uomini. La propaganda diceva che si doveva “stabilizzare”, ma in realtà il motivo era l’opposto: “destabilizzare” e far crollare la Repubblica Federale Jugoslava.

L’Italia dette l’autorizzazione alla Nato a far partire i bombardieri da Aviano (Friuli-Venezia Giulia) e da altri basi. Il governo D’Alema, pur sapendo che si trattava di un intervento militare offensivo, autorizzò l’uso dello spazio aereo italiano, e partecipò all’occupazione del Kosovo a partire dal 12 giugno 1999, con un contingente di 2.287 uomini della Brigata “Garibaldi”.
Daniele Scaglione, presidente della sezione italiana di Amnesty International, in piena guerra, organizzò l’invio, all’allora presidente del consiglio D’Alema, di 120.000 cartoline che denunciavano i crimini contro i civili jugoslavi e chiedevano il ripristino del rispetto dei diritti umani. D’Alema non rispose.[11]
I nostri militari fanno ancora parte delle truppe d’occupazione del Kosovo. In qualità di Ministro degli Esteri, D’Alema, ancora oggi, ritiene che l’aggressione Nato sia stata fatta “per salvare i profughi e fermare la pulizia etnica di Milosevic”.[12]

I gruppi terroristici assoldati dagli Usa in Kosovo furono capeggiati dal saudita Abdul Aziz, già combattente in Afghanistan, e da altri strani personaggi.[13] Il 1° maggio del 1995, le truppe croate, armate dalle autorità occidentali, invasero parte del territorio della Repubblica Serba di Krajina. Nello stesso mese le truppe musulmane attaccarono su diversi fronti. Le milizie musulmane avevano già distrutto almeno 30 villaggi serbi. Nell’agosto del 1995, l ‘esercito croato attaccò le zone della Croazia sotto il controllo serbo e costrinse l’intera popolazione (170.000 persone) a fuggire. Le autorità Usa, per distruggere la Jugoslavia , utilizzarono anche milizie private del Military Professional Resources Inc.

Nel settembre del 1995, la Nato colpì i serbi di Bosnia, utilizzando anche proiettili all’uranio impoverito.
Dal 1997 venne rafforzato il movimento separatista kosovaro-albanese, per coinvolgere il Kosovo nel conflitto. Si preparò un “caso”, per ingannare l’opinione pubblica occidentale. Nell’agosto del 1998, il giornalista tedesco Erich Rathfelder diffuse la falsa notizia di una strage, a Orahovac, di 567 albanesi del Kosovo, dei quali 430 erano bambini. Questa notizia doveva servire a convincere della necessità di intervento in Kosovo, per bloccare i presunti crimini serbi.

Le autorità occidentali armarono i secessionisti panalbanesi e scatenarono centinaia di attacchi terroristici, che uccisero almeno 141 persone e ne ferirono 305. Venne finanziato l’Uck (Ushtria Çlirimtare e Kosovës o Kla, Kosovo Liberation Army), un gruppo formato dai servizi segreti occidentali per innescare una guerra a bassa intensità contro la Repubblica Federale di Jugoslavia. Dal 1996, l ‘Uck attuò attentati terroristici contro cittadini serbi e contro la Repubblica Jugoslava.
William Walker, noto per il caso Iran-contras e per la creazione degli squadroni della morte in Salvador, preparò uno spettacolo macabro di cadaveri ammucchiati per far vedere i “civili inermi” uccisi dai serbi. In realtà i cadaveri erano         guerriglieri dell’Uck.

Le autorità occidentali organizzarono persino un falso negoziato con la delegazione albanese-kosovara, (che fu rappresentata dall’Uck). L’accordo firmato prevedeva un referendum per l’indipendenza e l’occupazione militare delle truppe Nato.
La Nato agiva per sottomettere tutte le regioni della ex Jugoslavia al nuovo assetto neoliberista, dominato dalle regole criminali del Fondo Monetario Internazionale, che mirano a rendere tutti i paesi dipendenti da un’unica élite economico-finanziaria.

Alcuni mesi dopo la fine della guerra, diversi giornalisti sollevarono la questione del presunto genocidio serbo in Kosovo. Il 20 ottobre del 1999, Paolo Soldini de L’Unità si chiedeva “quanti Kosovari di etnia albanese siano stati effettivamente uccisi dai Serbi durante la guerra” e riferiva la stima di 11.000 vittime, fatta dall’esponente dell’Onu Bernard Kouchnner. Quest’ultimo citava come fonte il Tribunale per i crimini nella ex Jugoslavia. Il Tribunale però smentiva e Soldini osservava che in Kosovo 62 agenti dell’Fbi stavano indagando e avevano trovato soltanto alcune fosse comuni con 200 cadaveri. Conclude Soldini: “in nessuno dei luoghi teatro delle presunte stragi di cui si era dato notizia durante la guerra sono stati trovati cadaveri corrispondenti all’eccidio denunciato. Il più delle volte, anzi, non è stato trovato alcun corpo… A Pusto Selo dove i morti sarebbero 106 e dove gli investigatori non hanno trovato traccia delle presunte fosse comuni riprese dagli aerei Nato e mostrate alla tv…C’è poi il caso clamoroso di lzbica, il villaggio che tutto il mondo vide nelle riprese segrete di un profugo albanese; 130 uomini uccisi, neppure un corpo trovato”.

Nelle zone in cui si ebbero combattimenti dell’Uck, dopo l’intervento della Nato, furono trovati molti corpi di civili. I 78 giorni di bombardamenti della Nato hanno sicuramente ucciso migliaia di persone, anche se le stime esatte non vengono date. Si è trattato di un crimine contro la popolazione, ma soltanto l’idea di sottoporre un’indagine al Tribunale internazionale dell’Aia ha suscitato una violenta reazione del Pentagono, che si oppone fermamente alla formazione di un Tribunale Permanente Indipendente che possa indagare su soldati e comandanti americani in paesi stranieri.         Gli interventi americani, anche quando attuano genocidi, sono sempre spacciati per “umanitari”, e non possono essere giudicati da nessun tribunale.

Gli Usa hanno creato il Tribunale dell’Aia, per indagare soltanto sui crimini commessi dai loro nemici.
Oggi è emerso che in Jugoslavia la Nato ha commesso numerosi crimini contro la popolazione civile. Oltre ai bombardamenti a tappeto su tutto il territorio, ha utilizzato le cluster bombs e l’uranio impoverito.
I bombardamenti ad alta quota hanno provocato molti eccidi, anche di rifugiati civili durante il cammino. L’80% delle forze aeree della Nato in Jugoslavia erano americane, e nei bombardamenti non rispettarono nessuna regola di condotta militare, uccidendo indiscriminatamente molti civili.

In seguito all’occupazione da parte dell’élite occidentale (Amministrazione Onu e occupazione militare Kfor-Nato), il Kosovo è diventato un luogo senza legge, in cui i traffici illegali di droga e di esseri umani la fanno da padrone. L’eroina e la cocaina arrivano dall’Asia e dall’America Latina, e vengono diffuse in Europa. Per tenere sottomessa la popolazione sono state organizzate bande di terroristi wahabiti, come racconta lo studioso Dusan Janjic: “Potete andare al villaggio di Raskov, costruito con il denaro dell’Arabia Saudita, dove potete vedere combattenti, mujaheddin, insegnanti… come se fossimo in Afghanistan, ma di tutto questo la comunità internazionale non parla… io temo che adesso si vada verso una fase che assomiglia molto alla guerra in Afghanistan. Là hanno cacciato i russi con l’aiuto dei mujaheddin, qui cacciano i serbi e i russi con l’aiuto di cose simili e quando le cose vanno fuori controllo, poi ci si chiede dov’è Bin Laden… in Kosovo adesso si crea un nuovo Bin Laden”.[14] Di tanto in tanto avvengono attentati terroristici. Gli albanesi vengono aizzati contro i serbi, per mantenere lo stato di guerra a bassa intensità e continuare l’occupazione e il saccheggio.

I governi fantoccio del Kosovo promettono lavoro, energia elettrica (che viene fornita in modo intermittente) e benessere, ma i cittadini rimangono prigionieri in un sistema criminale. I kosovari sognano di entrare nell’Unione Europea, ma viene detto loro di non essere ancora “pronti”. I veri problemi, (l’economia devastata, la criminalità e l’occupazione militare) vengono insabbiati nel generico problema dell'”indipendenza” formale. Intanto fiorisce la corruzione, il mercato nero e il contrabbando. Il paese viene saccheggiato, come spiega Janjic: “L’Unione europea in Kosovo si sta comportando come l’Impero ottomano, che quando arrivò da noi prese il potere e iniziò a disporre delle proprietà della popolazione locale. I funzionari dell’UE si comportano letteralmente come occupatori che vendono le cose altrui. Non è certo un buon ingresso in UE. Perché esistono i proprietari privati, esistono paesi che hanno investito, c’è la Serbia che paga i debiti che sono stati contratti dal Kosovo, si parla di un miliardo e cinquecento milioni di dollari. Non è possibile che senza alcun documento firmato si dica che adesso tutto ciò non è valido… senza che venga avviato un vero processo di collaborazione regionale, di rinforzo della pace e della cooperazione, il Kosovo rimarrà in una sorta di virtuale fiaba balcanica, connotata da false promesse, grande povertà, enorme nervosismo e omicidi.[15]

Nel 2003, la situazione kosovara era diventata ancora più drammatica. Scriveva il Guardian del 9 settembre 2003: “A meno di trovare urgentemente come far fuoriuscire in maniera controllata la pressione che è andata aumentando in Kosovo fin dal 1999, vi è il pericolo che questo esploda ben presto”.
Nel 2006 si sono svolti a Vienna i nuovi negoziati tra il governo serbo e quello kosovaro, per definire lo status della regione del Kosovo.
Nello scorso gennaio, i paesi Nato hanno approvato il piano dell’inviato speciale dell’Onu, Marrti Ahtisaari su quello che dovrà essere lo statuto del Kosovo. In base a questo piano, l’indipendenza del Kosovo sarà soltanto formale, perché rimarrà la forza d’occupazione militare della Nato. La bozza del piano dice: “La comunità internazionale avrà un ruolo di supervisione e monitoraggio ed avrà tutti i poteri necessari per garantire un’effettiva ed efficace implementazione di quest’accordo… La Nato stabilirà una presenza militare internazionale”.[16]

In realtà in Kosovo non c’è alcuna condizione per una vera indipendenza. Il paese è militarmente occupato e saccheggiato.
Se, come avverte lo storico John Keegan, la distruzione della Jugoslavia         è stata “una vittoria non solo della guerra aerea ma del Nuovo ordine mondiale”, occorre diventare sempre più capaci di capire gli inganni dei media che ci inducono a vedere realtà che non esistono per giustificare guerre e massacri. Occorre saper capire la verità del sistema basato sul crimine e sulla guerra, per evitare di scambiare le vittime per i colpevoli. Non c’è un elemento che ci faccia sperare qualcosa di diverso per il futuro, se rimangono al potere quelle stesse persone che ci hanno ingannato in passato. Il loro metodo di inganno preferito è capovolgere la realtà, mistificarla a tal punto che soltanto il paradosso potrà rivelarla.

Antonella Randazzo ha scritto Roma Predona. Il colonialismo italiano in Africa, 1870-1943, (Kaos Edizioni, 2006); La Nuova Democrazia. Illusioni di civiltà nell’era dell’egemonia Usa (Zambon Editore 2007) e Dittature. La Storia Occulta (Edizione Il Nuovo Mondo, 2007).

[1] New York Times, 23 settembre 1999.
[2] Internazionale, anno 6, n. 288, 18/24 giugno 1999.
[3] Daily Telegraph, 28 giugno 1999.
[4] Internazionale, anno 6, n. 288, 18/24 giugno 1999.
[5] http://www.ecn.org/est/balcani
[6] http://www.ecn.org/est/balcani
[7] http://www.ecn.org/est/balcani
[8] http://coranet.radicalparty.org/pressreleases/press_release.php?func=detail&par=440
[9] A.A.V.V., Nato in the Balkans, IAC, New York 1998.
[10] Cit. Hochberger Hunno, “Sull’intervento della RFT nella guerra civile jugoslava – Alcune riflessioni sull’espressione ‘europa tedesca’”, in A. Meurer, H. Vollmer, H. Hochberger, Die Intervention der BRD in den jugoslawischen Bürgerkrieg. Hintergründe, Methoden, Ziele, GNN-Verlag, Colonia 1992, p. 31.
[11] Il manifesto, 8 giugno 2000.
[12] Il manifesto, 24 settembre 2006.
[13] La Repubblica , 27 novembre 1994.
[14] http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6329/1/45/
[15] http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6329/1/45/
[16] http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idart=7305


www.disinformazione.it

Preso da: http://disinformazione.it/crimini_nato_kosovo.htm

La deputata del Kosovo Flora Brovina ammette che foto di “stupri di guerra” sono probabilmente false. Per aver detto la verità, ora è minacciata e insultata

Scritto da Forum Belgrado Italia

La deputata del Kosovo Flora Brovina, ha suscitato indignazione tra gli estremisti albanesi del Kosovo, perché  mostrando ai media una fotografia dove presunti soldati serbi violentano una donna di etnia albanese durante la guerra, ha ammesso che era probabilmente tutto falso.
Flora Brovina si è poi scusata per aver mostrato la fotografia molto brutale ai media. Dove si vedono tre soldati serbi che violentavano una donna di etnia albanese durante la guerra.

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“La fotografia è probabilmente falsificata“, ha detto Brovina in una conferenza stampa.
Voglio scusarmi con tutti, specialmente con le donne che sono state violentate durante la guerra. Mi era stata data questa fotografia nel 2003 in una busta. Non avevo pensato di verificarla perché l’ho avuta nel 2003. La persona che me l’ha dato è un attivista per i diritti umani “, ha aggiunto.
Brovina, un deputato del Partito Democratico al governo del Kosovo, ha mostrato la fotografia non censurata ai media nel corridoio dell’Assemblea del Kosovo, durante un dibattito su una proposta di risoluzione parlamentare che accusava la Serbia di aver commesso un genocidio durante la guerra del 1998-99.

Le sue azioni sono state condannate da diverse donne, tra cui l’ex presidente Atifete Jahjaga, e da Vasfije Krasniqi Goodman, una delle prime donne in Kosovo a parlare pubblicamente della sua esperienza di violentata durante la guerra.

La procura speciale del Kosovo ha avviato un’indagine per verificare se la fotografia è autentica o meno. L’indagine è stata avviata dopo che le ricerche online hanno mostrato la stessa immagine su pagine web che indicano che sia stata scattata durante la guerra in Iraq. L’immagine appare anche su un sito di pornografia.

Shpend Ahmeti, il sindaco di Pristina e leader del partito socialdemocratico, ha detto che se il quadro è falso, causerà danni enormi a tutte le vittime della guerra. Anche alcuni politici donne del Kosovo hanno reagito furiosamente dopo che Brovina ha mostrato la foto giovedì, definendo le sue azioni non etiche.
Il deputato Saranda Bogujevci, del partito di opposizione Vetevendosje (AutoDeterminazione), ha affermato che la fotografia non avrebbe dovuto essere resa pubblica.

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Giugno 2019     –     a cura del Forum Belgrado Italia

Preso da: http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1564:la-deputata-del-kosovo-flora-brovina-ammette-che-foto-di-stupri-di-guerra-sono-probabilmente-false-per-aver-detto-la-verita-ora-e-minacciata-e-insultata&catid=2:non-categorizzato

I Fratelli Mussulmani come ausiliari del Pentagono

Continuiamo la pubblicazione del libro di Thierry Meyssan, Sotto i nostri occhi. In questo episodio l’autore descrive come l’organizzazione terrorista dei Fratelli Mussulmani sia stata integrata nel Pentagono e inserita nella rete antisovietica, formata durante la guerra fredda con ex nazisti.

| Damasco (Siria)

Questo articolo è estratto dal libro Sotto i nostri occhi.
Si veda l’indice.
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Il saudita Osama bin Laden e il medico personale, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, pubblicano nel 1998 Il Fronte Islamico mondiale contro gli ebrei e i crociati. Il testo è diffuso dal loro ufficio a “Londonistan”, l’Advice and Reformation Committee. Al-Zawahiri organizzò l’assassinio del presidente egiziano Sadat, poi lavorò per i servizi segreti sudanesi di Hasan al-Turabi e Omar al-Bashir. Ora è a capo di Al Qaeda.

GLI ISLAMISTI DIRETTI DAL PENTAGONO

Nei primi anni novanta il Pentagono decide di accorpare tra le sue “risorse” gli islamisti, che in precedenza dipendevano esclusivamente dalla CIA. È l’operazione Gladio B, in riferimento ai servizi segreti della NATO in Europa (Gladio A [1]).
Per un decennio tutti i capi islamici – tra cui Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri – viaggiano a bordo degli aerei dell’US Air Force. Regno Unito, Turchia e Azerbaigian partecipano all’operazione [2]: di conseguenza, gli islamisti finora combattenti nell’ombra vengono “pubblicamente” accorpati alle forze della NATO.

L’Arabia Saudita – in quanto Stato e pure proprietà privata dei Saud – diventa ufficialmente responsabile della gestione dell’islamismo globale. Nel 1992 il re promulga una legge fondamentale in virtù della quale “Lo Stato protegge la fede islamica e applica la Sharia. Impone il bene e combatte il male. Adempie ai doveri dell’Islam […] La difesa dell’islamismo, della società e della patria musulmane è dovere di ogni suddito del re”.
Nel 1993 Carlo, principe di Galles, fa transitare l’Oxford Centre for Islamic Studies sotto il suo patrocinio, mentre il capo dell’intelligence saudita – il principe Turki – ne assume la direzione.
Londra si trasforma apertamente nel centro nevralgico di Gladio B, al punto che si comincia addirittura a parlare di “Londonistan” [3]. Sotto lo scudo della Lega musulmana mondiale, i Fratelli musulmani arabi e il Jamaat-e-Islami del Pakistan danno vita a varie associazioni culturali e cultuali intorno alla moschea di Finsbury Park. Questa struttura renderà possibile il reclutamento di molti kamikaze, a partire da quelli che attaccheranno la scuola russa di Beslan fino a Richard Reid, l’uomo delle scarpe bomba. Nel Londonistan hanno sede in particolare molti media, case editrici, giornali (al-Hayat e Asharq al-Awsat, tutti diretti dai figli dell’attuale re saudita Salman) e televisioni (il gruppo MBC del principe al-Walid bin Talal, che trasmette su venti canali), non diretti alla diaspora musulmana in Gran Bretagna, bensì al mondo arabo. L’accordo tra gli islamisti e l’Arabia Saudita viene esteso al Regno Unito: libertà totale d’azione, ma divieto d’interferire nella politica interna. Il sistema si avvale di diverse migliaia di persone e rastrella enormi quantità di denaro. Rimarrà ufficialmente in vigore fino agli attentati dell’11 settembre 2001, quando per gli inglesi sarà impossibile continuare a giustificarlo.

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Abu Musab, “il Siriano”, (nella foto insieme a Osama bin Laden) ha teorizzato, trasponendola in termini islamici, la “strategia della tensione”. Ha creato alla luce del sole due agenzie, una a Madrid, l’altra a Londra, per supervisionare gli attentati in Europa.

Abu Musab “Il Siriano”, superstite del colpo di Stato fallito ad Hama e contatto tra bin Laden e il Gruppo islamico armato (GIA) algerino, teorizza il “jihad decentrato”. Nel suo Appello alla resistenza islamica mondiale traduce in termini islamici la ben nota dottrina della “strategia della tensione”, con lo scopo di provocare le autorità e portarle a imporre una terribile repressione che costringerebbe il popolo a rivoltarsi. Tale teoria è già stata applicata dalle reti Gladio di CIA/NATO attraverso la manipolazione dell’estrema sinistra europea negli anni settanta e ottanta (Banda Baader-Meinhof, Brigate Rosse, Action directe). Naturalmente non è possibile che questa strategia abbia successo e CIA/NATO sanno benissimo che non può funzionare, visto che non è mai riuscita da nessuna parte; ma intendono comunque sfruttare la reazione repressiva dello Stato per insediare al potere i loro uomini. “Il Siriano” indica l’Europa e, soprattutto, gli Stati Uniti come prossimi campi di battaglia degli islamisti. Fugge dalla Francia dopo gli attentati del 1995 e, due anni dopo, crea a Madrid e nel Londonistan l’Islamic Conflict Studies Bureau, sul modello dell’Aginter Press che la CIA ha istituito a Lisbona negli anni sessanta/settanta. Le due grandi organizzazioni vantano un’eccelsa capacità nel preparare attentati sotto falsa bandiera (come quello di Piazza Fontana, attribuito all’estrema sinistra nel 1969 e quelli ai musulmani a Londra nel 2005).

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Il consulente in comunicazione dei Fratelli Mussulmani, Mahmud Gibril al-Warfally, addestra i dittatori mussulmani a parlare un linguaggio democratico. Gibril riorganizza Al-Jazeera, indi diviene responsabile dell’insediamento di società USA in Libia, durante il regime Gheddafi, infine dirige il rovesciamento di Gheddafi.

Nello stesso periodo il libico Mahmud Gibril, professore all’Università di Pittsburgh, comincia a insegnare una lingua “politicamente corretta”. Vengono così addestrati emiri e generali di Arabia Saudita, Bahrein, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Kuwait, Marocco e Tunisia (ma anche di Singapore). Combinando i princìpi delle relazioni pubbliche con lo studio dei rapporti della Banca mondiale, i peggiori dittatori diventano capaci di disquisire con naturalezza dei loro ideali democratici e del loro profondo rispetto per i diritti umani.
La guerra contro l’Algeria sconfina in Francia. Jacques Chirac e il suo ministro degli Interni Charles Pasqua interrompono il sostegno ai Fratelli musulmani da parte di Parigi e vietano persino la diffusione dei libri di Yusuf al-Qaradawi (il predicatore della Fratellanza). È assolutamente necessario mantenere la presenza francese nel Maghreb, che gli inglesi intendono estirpare. Il Gruppo islamico armato (GIA) prende in ostaggio i passeggeri del volo Air France Algeri-Parigi (1994), fa esplodere bombe nella RER e in diverse zone della capitale francese (1995) e pianifica un gigantesco attentato – poi sventato – durante la Coppa del mondo di calcio (1998) tramite lo schianto di un aereo su una centrale nucleare. Ogni volta i sospettati riescono a fuggire trovando asilo nel Londonistan.

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Sfilata della “Legione Araba” di Osama bin Laden per il presidente Alija Izetbegovic, in Bosnia-Erzegovina.

La guerra in Bosnia-Erzegovina scoppia nel 1992 [4]. Su precise istruzioni da parte di Washington, i servizi segreti pakistani (ISI) – sempre finanziati dall’Arabia Saudita – inviano 90 mila uomini a combattere contro i serbi, sostenuti da Mosca. Osama bin Laden ottiene un passaporto diplomatico bosniaco e diventa consigliere militare del presidente Alija Izetbegovic´ (che può contare sullo statunitense Richard Perle come consigliere diplomatico e sul francese Bernard-Henri Lévy come consigliere per i media). Forma la Legione araba con alcuni veterani dell’Afghanistan e ordina il finanziamento della Lega musulmana mondiale. Per riflesso comunitario o per competizione con l’Arabia Saudita, anche la Repubblica islamica dell’Iran si reca in soccorso ai musulmani in Bosnia. Di concerto con il Pentagono, invia diverse centinaia di Guardie della Rivoluzione e un’unità di Hezbollah libanese. Ma, soprattutto, consegna gran parte delle armi che saranno impiegate dall’esercito bosniaco. I servizi segreti russi, infiltrandosi nel campo di bin Laden, scoprono che l’intera burocrazia della Legione araba è redatta in lingua inglese e che gli ordini arrivano direttamente dalla NATO. Dopo la guerra verrà istituito un tribunale speciale internazionale, che perseguirà molti combattenti per crimini di guerra: ma nessun membro della Legione araba.

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L’egiziano Muhamad al-Zawahiri partecipò a fianco del fratello Ayman (attuale capo di Al Qaeda) all’assassinio del presidente Sadat. Partecipò anche, a fianco della NATO, alle guerre di Bosnia-Erzegovina e del Kosovo. Comandò pure un’unità dell’UCK (Esercito di Liberazione del Kosovo).

Dopo tre anni di relativa calma, la guerra tra musulmani e ortodossi nella ex Jugoslavia riprende, questa volta in Kosovo. Viene costituito l’Esercito di liberazione del Kosovo (KLA, acronimo inglese di Kosovo Liberation Army), a partire da gruppi mafiosi addestrati dalle forze speciali tedesche (KSK) nella base turca di Incirlik. I musulmani albanesi e jugoslavi sono di cultura Naqshbandıˉ; Hakan Fidan, futuro direttore dei servizi segreti turchi, è ufficiale di collegamento tra NATO e Turchia. I veterani della Legione araba entrano nel KLA, tra cui una brigata comandata da uno dei fratelli di Ayman al-Zawahiri, e distruggono sistematicamente chiese e monasteri ortodossi, cacciando i cristiani.
Nel 1995, facendo rivivere la tradizione degli assassini politici, Osama bin Laden cerca di eliminare il presidente egiziano Hosni Mubarak, mentre l’anno successivo ci riprova con il leader libico Muammar Gheddafi. Questo secondo attentato è finanziato con 100 mila sterline dai servizi segreti inglesi, che vogliono punire il sostegno libico alla resistenza irlandese [5]. Ma l’operazione fallisce. Vari ufficiali libici fuggono nel Regno Unito, compreso Ramadan Abedi, il cui figlio, anni dopo, sarà accusato – sempre dai servizi britannici – di essere l’autore di un attentato a Manchester. La Libia inoltra le prove all’Interpol e spicca il primo mandato di cattura internazionale contro Osama bin Laden, che ancora dispone di un ufficio di pubbliche relazioni nel Londonistan.
Nel 1998 viene fondata a Parigi la Commissione araba per i diritti umani, finanziata dal NED. Il presidente è il tunisino Moncef Marzouki, portavoce il siriano Haytham Manna. Obiettivo è la difesa dei Fratelli musulmani arrestati in diversi paesi arabi a causa delle loro attività terroristiche. Marzouki è un medico di sinistra che collabora con loro da tempo, Manna uno scrittore che ha gestito gli investimenti di Hassan al-Turabi e della Fratellanza sudanese in Europa. Quando Manna va in pensione, è la sua compagna ad assumere la direzione dell’associazione. Viene sostituito dall’algerino Rachid Mesli, avvocato e in particolare difensore di Abbassi Madani e dei Fratelli algerini.

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Figlio spirituale dell’islamista turco Necmettin Erbakan (al centro), Recep Tayyip Erdogan (a destra) ne diresse il gruppo di azione segreta, la Millî Görüs. Organizzò l’invio di armi in Cecenia e ospitò a Istanbul i principali emiri antirussi.

Nel 1999 – ossia dopo la guerra del Kosovo e la conquista del potere da parte degli islamisti a Groznyj – Zbigniew Brzezinski crea, con una coorte di neoconservatori, l’American Committee for Peace in Chechnya (Comitato americano per la pace in Cecenia). Se la prima guerra cecena è stata una questione interna russa in cui alcuni islamisti hanno interferito, la seconda è volta all’istituzione dell’Emirato islamico di Ichkeria. Brzezinski, che sta preparando l’operazione già da diversi anni, cerca di riprodurre l’esperimento dell’Afghanistan. I jihadisti ceceni – come Šamil Basaev – non sono stati addestrati in Sudan da bin Laden, ma in Afghanistan dai talebani. Per tutta la guerra ricevono supporto “umanitario” dal Millî Görüs turco di Necmettin Erbakan e Recep Tayyip Erdoğan, e dall’IHH, associazione turca creata in Germania sotto il nome di Internationale Humanitäre Hilfe. In seguito, i jihadisti organizzeranno diverse operazioni importanti, nello specifico contro il teatro di Mosca (2002: 170 morti, 700 feriti), contro una scuola di Beslan (2004: 385 morti, 783 feriti) e contro la città di Naltchik (2005: 128 morti e 115 feriti). Dopo il massacro di Beslan e la morte del leader jihadista Šamil Basaev, il Millî Görüs¸ e l’IHH organizzano – nella moschea Fatih d’Istanbul – un grande funerale, senza il suo corpo ma con decine di migliaia di militanti.

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Presentata come attentato “antiamericano”, la distruzione, il 7 agosto 1998, dell’ambasciata degli Stati Uniti a Dar es Salaam (Tanzania) ha causato 85 feriti e 11 morti… ma nessuna vittima statunitense.

In questo periodo, ad Al Qaida sono attribuiti tre grandi attentati. Tuttavia, per quanto importanti siano queste operazioni, indicano il declino degli islamisti integrati nella NATO e al contempo sminuiti al livello di terroristi antiamericani. – Nel 1996 un camion bomba esplode contro un palazzo di otto piani ad Al Khobar, in Arabia Saudita, uccidendo 19 soldati statunitensi. Prima attribuita ad Al Qaida, la responsabilità dell’attentato ricade sull’Iran e, alla fine, su nessuno. – Nel 1998 due bombe esplodono davanti alle ambasciate statunitensi di Nairobi (Kenya) e di Dar es Salaam (Tanzania), uccidendo 298 africani ma nessun americano, e ferendone più di 4.500. Gli attentati sono rivendicati da un misterioso Esercito islamico di liberazione dei luoghi santi. Secondo le autorità statunitensi, presumibilmente sono stati commessi da membri della Jihad islamica egiziana per ritorsione all’estradizione di quattro loro membri. Eppure le stesse autorità accusano Osama bin Laden di esserne il mandante e l’FBI, alla fine, emette un mandato di cattura internazionale contro di lui. – Nel 2000 un’imbarcazione kamikaze esplode contro lo scafo del cacciatorpediniere USS Cole nel porto di Aden (Yemen). L’attacco viene rivendicato da Al Qaida nella penisola arabica (AQPA), ma un tribunale statunitense ritiene responsabile il Sudan.
Gli attacchi hanno luogo mentre prosegue la collaborazione tra Washington e gli islamisti, ed è così che Osama bin Laden conserva il suo ufficio nel Londonistan fino al 1999. Situato nel quartiere di Wembley, l’Advice and Reformation Committee (ARC) ha il compito di diffondere le dichiarazioni di bin Laden e, al tempo stesso, coprire le attività logistiche di Al Qaida, tra cui reclutamento, pagamento e acquisizione di materiali. Tra i suoi collaboratori a Londra ricordiamo il saudita Khalid al-Fawwaz e gli egiziani Adel Abdel Bari e Ibrahim Eidarous, tre figure soggette a mandati di cattura internazionale ma che comunque ricevono asilo politico nel Regno Unito. È nell’assoluta legalità che, a Londra, l’ufficio di bin Laden pubblicherà, nel febbraio 1998, il famoso appello al Jihad contro gli ebrei e i crociati. Gravemente malato di reni, bin Laden viene ricoverato nell’agosto 2001 presso l’ospedale americano di Dubai. Un capo di Stato del Golfo mi ha confermato di essere andato a trovarlo nella sua stanza, protetta dalla CIA.

LA FUSIONE DELLE DUE “GLADIO” E LA PREPARAZIONE DELL’ISIS

Nella stessa logica, l’amministrazione Bush accusa gli islamisti dei giganteschi attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti. Si impone la versione ufficiale, benché presenti numerose incongruenze. Il ministro della Giustizia assicura che gli aerei sono stati dirottati dagli islamisti, anche se – secondo le compagnie aeree – nessuno dei sospetti si trovava a bordo. Il dipartimento della Difesa pubblicherà un video in cui bin Laden rivendica gli attentati, benché li abbia rigettati pubblicamente e gli esperti del riconoscimento facciale e vocale affermino che l’uomo nel video non è bin Laden. Comunque sia, questi eventi servono da pretesto a Washington e Londra per lanciare la “guerra senza fine” e attaccare i loro ex alleati, i talebani in Afghanistan e l’Iraq di Saddam Hussein.

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L’11 settembre 2001 Osama bin Laden non era in grado di compiere alcun attentato: si trovava all’ospedale militare di Rawalpindi (Pakistan), sottoposto a dialisi e morente.

Benché soffra da tempo di insufficienza renale cronica, Osama bin Laden muore il 15 dicembre 2001 a causa della sindrome di Marfan. Un agente dell’MI6 assiste al suo funerale in Afghanistan. In seguito, diversi sosia più o meno realistici tengono in vita la sua storia, tra cui un uomo che verrà poi ucciso da Omar Sheikh nel 2005, secondo la prima ministra pakistana Benazir Bhutto.
Nell’agosto 2002 l’MI6 organizza a Londra una conferenza dei Fratelli musulmani sul tema “La Siria per tutti”. I relatori presentano l’idea che la Siria sia oppressa dalla setta alawita e che solo i Fratelli musulmani siano in grado di offrire la vera libertà.
Dopo Sayyid Qutb e Abu Musab “Il Siriano”, gli islamisti optano per un nuovo stratega, Abu Bakr Naji. Nel 2004 questo personaggio – che oltretutto pare non essere mai esistito – pubblica online un libro, Management of Savagery [La gestione della barbarie] [6], una vera e propria teoria del caos. Anche se alcuni credono di leggervi lo stile di uno scrittore egiziano, sembra che il libro sia stato scritto in inglese per poi essere arricchito da citazioni coraniche superflue e tradotto in arabo. La “barbarie” del titolo non si riferisce al terrorismo, ma al ritorno allo stato di natura prima che la civiltà creasse lo Stato. Si deve riportare l’umanità all’“homo homini lupus”. La strategia del caos prevede tre fasi:
– Primo, demoralizzare ed esaurire lo Stato attaccandolo nei punti meno protetti. Si sceglieranno quindi obiettivi secondari, spesso privi d’interesse ma sparsi e facili da distruggere. Ciò può dare l’impressione di una rivolta generalizzata, di una rivoluzione. – Secondo, quando lo Stato si sarà ritirato dalle periferie e dalle campagne, conquistare determinate zone e controllarle, imponendo la Sharia per segnare il passaggio a una nuova forma di Stato. In questo periodo si stringeranno alleanze con tutti coloro che si oppongono al potere senza lasciarli sprovvisti di armi, per avviare così una guerra di posizione. – Terzo, proclamare lo Stato islamico.
Tale trattato nasce dalla scienza militare contemporanea e attribuisce grande importanza alle operazioni psicologiche, come l’uso spettacolare della violenza. In pratica, la strategia non ha nulla a che fare con la rivoluzione, ma con la conquista di un paese da parte di potenze estere, presupponendovi un investimento enorme. Come sempre nella letteratura sovversiva, le cose più interessanti si trovano in ciò che non viene detto o che viene semplicemente citato di sfuggita: – preparare le popolazioni ad accogliere i jihadisti richiede preliminarmente la realizzazione di una rete di moschee e opere sociali, com’è avvenuto in Algeria prima della guerra “civile”; – per avviare le operazioni militari è necessario importare prima le armi, soprattutto perché, successivamente, i jihadisti non avranno modo di riceverle, e ancor meno le munizioni. Dovranno essere appoggiati dall’estero; – il controllo delle aree occupate presuppone una precedente formazione di alti funzionari, come quelli degli eserciti regolari responsabili della “ricostruzione degli Stati”; – infine, la guerra di posizione presuppone la costruzione di vaste infrastrutture che richiedono materiali, ingegneri e architetti.
Di fatto, richiamarsi a tale opera conferma che gli islamisti intendono continuare a svolgere un ruolo militare per conto di potenze straniere, ma, questa volta, su larga scala.
Nel 2006 gli inglesi chiedono all’emiro del Qatar, Hamad, di porre la sua rete TV panaraba Al Jazeera al servizio dei Fratelli musulmani [7]. Il libico Mahmud Gibril – che ha insegnato alla famiglia reale a parlare il linguaggio democratico – è responsabile dell’introduzione graduale dei Fratelli nella rete e della creazione di canali in lingua estera (inglese e poi bosniaca e turca) e di un canale per i bambini. Il predicatore Yusuf al-Qaradawi diventa “consulente religioso” di Al Jazeera. Naturalmente, il canale trasmetterà e convaliderà le registrazioni audio e video di “Osama bin Laden”.
Nello stesso periodo, le truppe statunitensi in Iraq devono affrontare una rivolta generalizzata. Dopo essere stati massacrati dalla repentina e brutale invasione (tecnica shock and awe, “colpisci e terrorizza”), gli iracheni organizzano la resistenza. L’ambasciatore statunitense a Baghdad, John Negroponte – futuro direttore della National Intelligence – propone di sconfiggerli dividendoli e facendo in modo di scatenare la rabbia contro loro stessi, trasformando quindi la resistenza all’occupazione in guerra civile. Negroponte è un esperto di operazioni segrete: ha partecipato al Phoenix Program in Vietnam, organizzato la guerra civile in El Salvador e l’operazione Iran-Contras in Nicaragua e ha fatto fallire la ribellione del Chiapas in Messico. L’ambasciatore convoca uno degli uomini che lo ha fiancheggiato a El Salvador, il colonnello James Steele, e gli affida la creazione delle milizie irachene sciite contro i sunniti e di quelle sunnite contro gli sciiti. Per quanto riguarda le milizie sunnite, Steele ricorre agli islamisti: a partire da Al Qaida in Iraq crea un esercito da una coalizione tribale, l’Emirato islamico in Iraq (futuro ISIS), sotto la copertura della polizia speciale (“Brigata dei Lupi”). Per terrorizzare le vittime e le rispettive famiglie, addestra l’Emirato alle torture con i metodi della Scuola delle Americhe e del Fu Hsing Kang College di Taiwan, dove ha insegnato. Nel giro di pochi mesi, un nuovo orrore si abbatte sugli iracheni dividendoli per appartenenza religiosa. In seguito, quando il generale David Petraeus prenderà il comando delle truppe USA nel paese, nominerà il colonnello James H. Coffman per lavorare con Steele e stilargli i rapporti sull’operazione, mentre Brett H. McGurk riferirà direttamente al presidente. I principali capi dell’Emirato islamico sono reclutati a Camp Bucca e soggetti ad addestramento nella prigione di Abu Ghraib secondo i metodi del “lavaggio del cervello” ideati dai professori Albert D. Biderman e Martin Seligman [8]. Il tutto è supervisionato da Washington da parte del segretario della Difesa, Donald Rumsfeld, dal quale dipende direttamente Steele.
Nel 2007 Washington comunica alla Fratellanza la necessità di rovesciare i regimi laici del Grande Medio Oriente – anche degli Stati alleati – e quindi di prepararsi a prendere il potere. La CIA disegna le alleanze tra i Fratelli e alcune personalità o partiti laici in tutti gli Stati della regione. Allo stesso tempo, collega i due rami della “Gladio” stabilendo legami tra gruppi nazisti occidentali e gruppi islamisti orientali.
Queste alleanze sono talvolta instabili. Per esempio, alla “Conferenza nazionale dell’opposizione libica” a Londra, i Fratelli riescono a riunire attorno a loro soltanto il Gruppo combattente islamico libico (Al Qaida in Libia) e la Fratellanza wahhabita senussita. La piattaforma programmatica prevede la restaurazione della monarchia e l’Islam come religione di Stato. Più convincente è la costituzione del Fronte di salvezza nazionale, a Berlino, che sancisce l’unione tra i Fratelli e l’ex vicepresidente siriano Abdel Halim Khaddam.

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Dmytro Yarosh durante il congresso del Fronte antimperialista di Ternopil’ (2007). Realizzerà la congiunzione tra i nazisti di Gladio A e gli islamisti di Gladio B; in seguito diventerà vicesegretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale dell’Ucraina, dopo la “rivoluzione colorata” dell’EuroMaidan (2014).

L’8 maggio 2007, a Ternopil’ (nell’Ucraina occidentale), gruppi nazisti e islamisti creano un fronte antimperialista per combattere contro la Russia. Vi partecipano alcune organizzazioni di Lituania, Polonia, Ucraina e Russia, tra cui i separatisti islamici di Crimea, Adighezia, Daghestan, Inguscezia, Cabardino-Balcaria, Karacˇaj-Circassia, Ossezia e Cecenia. Non potendo assistervi a causa delle sanzioni internazionali, Doku Umarov – che ha abolito la Repubblica cecena e proclamato l’Emirato islamico di Ichkeria – fa leggere il suo intervento. Il Fronte è diretto dal nazista Dmytro Yarosh che più tardi, col colpo di Stato a Kiev del febbraio 2014, diventerà vicesegretario del Consiglio per la sicurezza nazionale dell’Ucraina.
In Libano, nel maggio-giugno 2007, l’esercito nazionale assedia il campo palestinese di Nahr al-Bared, dopo che i membri di Fatah al-Islam vi si sono asserragliati. I combattimenti durano 32 giorni e costano la vita a 76 soldati, tra i quali una trentina vengono decapitati.

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Il turco-irlandese El Medhi El Hamid El Hamdi, detto “Mahdi Al-Harati”, agente CIA presente nella Flottiglia della Libertà, bacia il presidente Erdogan che gli rende visita in ospedale. Mahdi Al-Harati diventerà in seguito il numero 2 dell’Esercito Siriano Libero.

Nel 2010 la Confraternita organizza la Freedom Flotilla tramite l’IHH. Ufficialmente si tratta di sfidare l’embargo israeliano e fornire assistenza umanitaria agli abitanti di Gaza [9], mentre in realtà la nave ammiraglia cambia bandiera durante la navigazione passando ai colori turchi. Molte spie si mischiano tra gli attivisti non violenti che partecipano alla spedizione, tra cui un agente della CIA, l’irlandese Mahdi al-Harati. Cadendo nella trappola tesagli dagli Stati Uniti, il primo ministro d’Israele Benjamin Netanyahu ordina l’assalto alle imbarcazioni in acque internazionali, provocando 10 morti e 54 feriti. Tutto il mondo condanna l’atto di pirateria, sotto lo sguardo beffardo della Casa Bianca. Israele, che rifornisce di armi i jihadisti in Afghanistan e ha sostenuto la creazione di Hamas contro l’OLP di Yasser Arafat, si è opposto agli islamisti nel 2008 e li ha bombardati a Gaza insieme agli abitanti. Netanyahu in questo modo paga l’operazione “Piombo fuso” che ha condotto insieme all’Arabia Saudita contro il parere della Casa Bianca. Mentre i passeggeri della flottiglia vengono rilasciati da Israele, la stampa turca mostra il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan che rende visita a Mahdi al-Harati in ospedale.
(segue…)

[1] NATO’s secret armies: operation Gladio and terrorism in Western Europe, Daniele Ganser, Foreword by Dr. John Prados, Frank Cass/Routledge (2005).
[2] Classified Woman: The Sibel Edmonds Story : A Memoir, Sibel Edmonds (2012).
[3] Londonistan, Melanie Phillips, Encounter Books (2006).
[4] Wie der Dschihad nach Europa kam, Jürgen Elsässer, NP Verlag (2005); Intelligence and the war in Bosnia 1992-1995: The role of the intelligence and security services, Nederlands Instituut voor Oologsdocumentatie (2010). Al-Qaida’s Jihad in Europe: The Afghan-Bosnian Network, Evan Kohlmann, Berg (2011).
[5] « David Shayler : « J’ai quitté les services secrets britanniques lorsque le MI6 a décidé de financer des associés d’Oussama Ben Laden » », Réseau Voltaire, 18 novembre 2005.
[6] The Management of Savagery: The Most Critical Stage Through Which the Umma Will Pass, Abu Bakr Naji, Harvard University (2006).
[7] “Wadah Khanfar, al-Jazeera e il trionfo della propaganda televisiva”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 24 settembre 2011.
[8] “Il segreto di Guantanamo”, di Thierry Meyssan, Оdnako (Russia) , Rete Voltaire, 28 ottobre 2009.
[9] “Flottiglia della Libertà: il dettaglio che Netanyahu ignorava”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 27 giugno 2010.

I terroristi dell’UCK saranno mai processati?


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L’ex primo ministro kosovaro, Ramush Haradinaj, è stato arrestato dalla giustizia francese all’aeroporto di Basilea-Mulhouse e poi rimesso in libertà sotto controllo giudiziario. La Serbia ne chiede l’estradizione per i crimini commessi negli anni Novanta, quando Haradinaj faceva parte dell’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK).

Il Kosovo è uno Stato creato dalla NATO, ma non è riconosciuto dalla comunità internazionale.
L’UCK, che è stato formato dalla NATO partendo dalla mafia albanese, ha condotto in Jugoslavia una campagna di terrorismo cieco, provocando una repressione indiscriminata di Belgrado che servì alla NATO per giustificare la guerra. Gli ufficiali dell’UCK furono addestrati in Turchia dal KSK tedesco per conto dell’Alleanza atlantica. [1]

A distanza di 17 anni, dovrebbe vedere la luce un tribunale penale internazionale per giudicare i crimini commessi dall’UCK. I crimini imputati alla Serbia sono stati invece immediatamente puniti.
La NATO, non potendo provare i crimini contro l’umanità imputati al presidente Slobodan Milosevic, lo fece assassinare nel 2006 nella sua cella, dopo diversi anni di processo senza esito. La sua morte preannunciò quelle di Saddam Hussein e di Muammar Gheddafi, anche loro vittime della NATO.
Ramush Haradinaj è già stato giudicato nel 2007 dal Tribunale internazionale per l’ex-Jugoslavia. L’intelligence NATO si rifiutò di comunicare alla procuratrice Carla Del Ponte la documentazione su Haradinaj in suo possesso. Oltre una decina di testimoni a carico furono assassinati prima di comparire davanti alla Corte. Per cui, alla fine, Haradinaj fu assolto.
Se una giurisdizione ad hoc nascesse ora, il primo imputato sarebbe l’attuale presidente kosovaro Hashim Thaci. Nell’attesa, la Serbia chiede giustizia.
Durante l’udienza per la messa in stato d’accusa, Ramush Haradinaj ha insultato i magistrati francesi, accusandoli di essere al servizio del defunto presidente Milosevic. Il suo avvocato, Rachel Lindon, ha invocato l’incompetenza di Belgrado, adducendo che il suo cliente è già stato giudicato all’Aia. L’accusa ha però osservato che, tenuto conto della morte dei testimoni, il primo processo non ha potuto deliberare sull’insieme dei crimini.
L’estradizione di Ramush Haradinaj in Serbia richiede il consenso del governo francese.

[1] KSK: Kommando Spezialkrafte, corpo di truppe scelte dell’esercito tedesco, creato il 1° aprile 1996. Il suo organico, formalmente segreto, è stimato in 1.100 soldati. Ndt.

Preso da: https://www.voltairenet.org/article194933.html

Verso la Grande Albania

Violando la risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulla fine della guerra della NATO contro la Serbia del 1999, il Kosovo ora possiede un esercito.

Secondo il primo ministro kosovaro, Ramush Haradinaj, un accordo concluso con l’omologo albanese, Edi Rama, prevede di abolire il 1° marzo 2019 la frontiera fra i due Stati.
Durante un consiglio di ministri congiunto di Albania e Kosovo, è stato costituito un fondo comune per promuovere l’adesione dei due Stati all’Unione Europea.
Il primo ministro albanese Rama è stato ospite del parlamento kosovaro, cui ha esposto un progetto di politica estera e di sicurezza comuni, ambasciate unificate e un’unica presidenza.
Il 15 febbraio 2019 Rama ha parlato alla rete televisiva Vizion Plus della fusione dei due Stati, affermando che sarebbe la soluzione dei problemi del Kosovo.
La fusione è in contrasto con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza.
La Grande Albania sarebbe il primo Stato mussulmano ad aderire all’Unione Europea.

Le popolazioni albanesi di Montenegro, Macedonia e Grecia si preparano a chiedere di entrare nella Grande Albania.
La minoranza greca del sud dell’Albania ha invece immediatamente chiesto, qualora il progetto venisse realizzato, di non entrare nella Grande Albania, bensì di essere annessa alla Grecia.
Il Kosovo è praticamente una base del Pentagono, mentre l’Albania è il centro europeo della CIA.
L’11° anniversario dell’indipendenza del Kosovo, il 17 febbraio 2019, è stato celebrato con la sfilata del nuovo esercito kosovaro. Il parlamento ha tenuto una sessione straordinaria alla presenza dei primi ministri kosovaro e albanese. Alla sessione hanno partecipato anche l’ex primo ministro italiano Massimo D’Alema [1] e l’ex capo della Missione di Verifica in Kosovo, William Walker, che attribuì il massacro di Račak alla Serbia per giustificare l’intervento della NATO.
Per un curioso ribaltamento delle posizioni, Stati Uniti e Turchia oggi sostengono il progetto di Grande Albania, mentre a suo tempo accusarono Belgrado di voler creare la Grande Serbia (in seguito, l’accusa di un presunto “piano ferro di cavallo” si è rivelata una menzogna fabbricata dalla NATO) e l’hanno bombardata.
Negli anni Novanta il Pentagono considerava la Jugoslavia come un «laboratorio» per testare i «combattimenti fra cani», ossia la possibilità d’isolare un Paese, di fomentarvi la guerra civile e separare le comunità che lo compongono. Prima della guerra di Jugoslavia, i Balcani erano abitati da popolazioni molto diverse. Si parlava allora di “balcanizzazione” per designare questa mescolanza. Oggi ogni comunità è più o meno territorializzata e il termine “balcanizzazione” designa un processo di frazionamento.

[1] Massimo D’Alema è sempre stato un fattivo collaboratore della guerra neocoloniale dichiarata dagli Stati Uniti, per interposta NATO, alla ex Jugoslavia. Il 21 ottobre 1998, quando assume la guida del governo, sostiene politicamente i terroristi che gli USA addestrano nella base NATO di Incirlik, in Turchia, accreditandoli come «combattenti per la libertà» e resistenti al «terrorismo di Belgrado». Eppure all’epoca non mancano le cronache ‒ negli anni successivi convalidate dalla Storia ‒ che descrivono altro scenario: sono i terroristi kosovari dell’UCK che, inquadrati e foraggiati dalla NATO, massacrano e seviziano e sequestrano i serbi; fa niente: le televisioni amiche, come la RAI diretta dal governo D’Alema e Mediaset, del suo alleato Silvio Berlusconi, perseverano nel diffondere le menzogne made in USA. Anche quando si scopre che l’UCK utilizza i prigionieri serbi (oltre ai kosovari dissidenti) per prelevargli gli organi e impiantare un florido commercio in Albania (dove collaborano anche medici italiani a beneficio di malati connazionali), D’Alema continua a lodare la «sacrosanta guerra di liberazione combattuta dall’UCK contro Belgrado». Due mesi dopo la salita al soglio governativo, D’Alema si segnala per ulteriore gesto di servilismo verso gli Stati Uniti e Israele: induce il segretario del PPK (partito comunista turco), Abdullah Ocialan, a lasciare Roma, dove aveva chiesto asilo politico, per volare a Nairobi, in Kenia. È una trappola: giunto colà, in barba alle garanzie d’incolumità personale che gli erano state date dal governo D’Alema, Ocialan è prelevato da mercenari, in combutta con Roma, e consegnato al governo turco, dove la pena di morte gli viene commutata in ergastolo grazie alla mobilitazione internazionale.
Quando gli Stati Uniti, a dicembre 1999, dichiarano guerra alla Jugoslavia senza l’autorizzazione dell’ONU, D’Alema esegue senza fiatare e il 22 manda i soldati italiani a bombardare i serbi con proiettili all’uranio impoverito. Un crimine che ‒ danno collaterale ‒ continua, a febbraio 2019, a piagare e uccidere i soldati italiani che li spararono. Logico che gli uomini issati al potere in Kosovo e in Albania siano grati al loro complice italiano e lo invitino in tribuna d’onore ad applaudire gli esiti di un macello che si connotò di genocidio. Ndt.

JUGOSLAVIA, UNA FINE ANNUNCIATA E PROGRAMMATA

1 marzo 2014,

di Massimo Iacopi –
Creato artificialmente all’indomani della Prima guerra mondiale, lo Stato jugoslavo non è sopravvissuto alla fine della guerra fredda. La sua dissoluzione, abilmente gestita dall’esterno, ha generato nuove e vacillanti organizzazioni statali che promettono nuove instabilità per il futuro.
Il secondo smembramento della Jugoslavia è stato la conclusione di un processo di disintegrazione iniziato nel corso degli anni ’80 del XX secolo. Oggi sappiamo che la Cia aveva preparato fin dal 1988 un piano di frazionamento del Paese, considerato un attore troppo importante nel momento in cui la scomparsa dell’Urss sembrava aprire nuove prospettive per il progresso della globalizzazione liberale. Fattori interni quali il desiderio di autonomia delle minoranze nazionali, le rivendicazioni irredentiste e un sistema economico “autogestito” e ormai in debito di ossigeno, possono spiegare il crollo della federazione jugoslava. Ma, sulla base di recenti ricerche, ci si può legittimamente interrogare anche sul ruolo importante rivestito dalle potenze straniere.
L’appoggio dell’Iran e dell’Arabia Saudita ai mussulmani di Bosnia e del Kosovo, il sostegno della Germania alle indipendenze croate e slovena o le proiezioni della Russia verso le popolazioni di fede ortodossa sono altrettanti fattori che hanno influito pesantemente sullo spazio ex jugoslavo a partire dagli anni ’90.
Di fatto, intervenendo direttamente in Bosnia (accordi di Dayton del 1995) e in Kosovo (1999), o indirettamente per il controllo delle rotte del gas e del petrolio, l’impero americano ha accelerato il crollo di un Paese che solo un decennio prima era stato sul punto di firmare un accordo di pre-adesione alla Comunità Economica Europea.
Tito con Nixon alla Casa Bianca, 1971

Tito con Nixon alla Casa Bianca, 1971

All’indomani della Seconda guerra mondiale, Josip Broz, detto Tito, edificò – sulle rovine del regno fondato nel 1918 e invaso nel 1941 da Tedeschi e Italiani – una nuova Jugoslavia comunista. La federazione delle sei repubbliche, create nel 1946, basava il suo collante sulla Lega dei Comunisti di Jugoslavia e sulla statura internazionale del suo leader, creatore del Movimento dei Paesi non allineati. Ma il croato Tito temeva le ambizioni e il peso politico della componente serba (8 milioni sui 26 milioni di abitanti nel 1953) e suddivise la Serbia in tre entità, fra cui la Voivodina e il Kosovo-Metochie. Eliminò anche le opposizioni stalinista e monarchica, inviando i loro capi nel campo di “rieducazione” e prigionia di Goli Otok (1948-1956).
In realtà, Tito non riuscì a risolvere la questione nazionale. A partire dal 1964 commise l’errore di creare una nazione caratterizzata dall’adesione a una religione, la “nazione musulmana” di Bosnia-Erzegovina. I musulmani, sostenuti dall’Arabia Saudita, approfittarono di questo sostegno costruendo più moschee di quante ne erano state costruite sotto il dominio ottomano.
Nel 1968, nel vicino Kosovo-Metochie, la popolazione albanese chiese, nel corso di alcune manifestazioni, la creazione di una settima repubblica. Ottenuta una parziale autonomia, il Kosovo potrà così accedere alla presidenza federale nella Costituzione del 1974. I Serbi, in minoranza e respinti dal governo provinciale, cominciano a lasciare il Kossovo.
Nel 1971 anche le gerarchie del partito comunista croato reclamano una maggiore autonomia rispetto al governo centrale, ma la loro iniziativa viene stroncata da Belgrado.
Alla sua morte, nel 1980, Tito lascia un paese diviso e disarmato di fronte alla crisi economica. Il sistema di autogestione non funziona più; durante gli anni ’70 la crescita della disoccupazione aveva spinto molti jugoslavi all’emigrazione. Questa situazione economica contribuì ad aumentare le frustrazioni e a incoraggiare le spinte nazionaliste.

Carro armato distrutto a Vukovar, 1991 - Peter Denton

Carro armato distrutto a Vukovar, 1991 – Peter Denton
L’accesso al potere di Slobodan Milosevic (1941-2006) accelera la disintegrazione del Paese. Milosevic, pervenuto alla testa della Lega dei comunisti di Serbia nel 1987, procede all’epurazione dei quadri giudicati troppo “unitaristi”, prima di annullare, nel 1988, le autonomie della Voivodina e del Kosovo-Metochie. Le altre repubbliche iniziano a preoccuparsi per la loro sorte. Nel gennaio 1990 il 14° Congresso della Lega dei Comunisti della Jugoslavia abolisce il ruolo dirigente del partito e consente l’indizione di elezioni pluraliste. Milosevic si impone e viene eletto, nello stesso anno, primo Presidente della Serbia postcomunista. Le indipendenze slovene e croate del giugno 1991 precipitano la disintegrazione dell’insieme federale. La Serbia di Milosevic propugna il mantenimento della struttura statale, soprattutto a motivo del fatto che i Serbi risultano sparsi su tutto il territorio jugoslavo. Germania e Stati Uniti approfittano invece dell’indebolimento della Russia per sostenere l’esercito croato.
Dopo quattro anni di guerra, Franjo Tudjman (1922-1999) può ricostituire uno stato croato entro le frontiere definite da Tito nel 1945. Le autorità musulmane di Sarajevo proclamano a loro volta l’indipendenza nell’aprile 1992, avviando di fatto un conflitto con i Serbi e i Croati, che la rifiutano. Il conflitto bosniaco si concluderà con gli Accordi di Dayton: il 51% del territorio spetta ai Mussulmani e ai Croati, il 49% ai Serbi. Questi accordi consentono il ritorno alla pace e alla ricostruzione economica, ma non hanno, fino ad oggi, regolato il problema del ritorno dei rifugiati alle loro case.
Dopo il 1989, gli Albanesi del Kosovo rifiutano di partecipare alle elezioni jugoslave. Nel 1992 eleggono Ibrahim Rugova (1944-2006) come Presidente dell’autoproclamata repubblica del Kosovo. Il Movimento indipendentista più radicale, l’UCK (Esercito di Liberazione del Kosovo), apparso nel 1993, inizia la lotta armata nel 1996. La polizia serba risponde con l’uso della forza alle azioni kosovare. Dopo il fallimento dei negoziati di Rambouillet, viene lanciata una campagna di bombardamenti da parte della NATO su obiettivi serbi, dal 24 marzo all’8 giugno 1999. L’Alleanza Atlantica, su mandato dell’ONU, interviene fuori della zona prevista dall’articolo 5 della sua Carta. Il movimento separatista albanese, invece di essere arginato, si espande alla Macedonia l’anno seguente ed alla Serbia meridionale nel 2002.
Nel giugno 1999 il Kosovo viene sottoposto ad amministrazione ONU e il suo primo Alto commissario è il francese Bernard Kouchner, che istituisce una frontiera doganale con la Serbia. Il potere di Milosevic, ormai esangue, non può più impedire la “rivoluzione” dell’ottobre 2000. La Serbia-Montenegro si federa nel 2003, ma, di fronte alle crescenti divisioni fra le due repubbliche, il Montenegro sceglie l’indipendenza nel giugno 2006. L’autoproclamazione, nel febbraio 2008, dell’indipendenza del Kosovo, completa lo smantellamento della Jugoslavia. Il Kosovo diventa uno stato a rischio, diretto da clan mafiosi, in preda a traffici di ogni generi e dove 135.000 Serbi vivono ancora all’interno di enclaves isolate.
Un blindato dell'ONU a Sarajevo, 1995 - Paalso

Un blindato dell’ONU a Sarajevo, 1995 – Paalso
La disintegrazione della Jugoslavia deve essere ricondotta nel contesto del nuovo ordine mondiale disegnato dagli Stati Uniti agli inizi degli anni ’90. Nel 1997 Zbigniew Brzezinski (politologo e già consigliere del presidente americano Carter) aveva scritto che l’Europa costituiva una “testa di ponte degli Stati Uniti”. La Jugoslavia rappresentava, in questa prospettiva, un insieme che era opportuno dividere. Gli americani e i loro alleati cercheranno di favorire i movimenti separatisti e secessionisti.
Scegliendo i musulmani come punto di appoggio della sua strategia jugoslava, Washington rimodellato il paese secondo i propri interessi politici, militari ed economici. Nel corso degli anni ’90 per formare l’esercito bosniaco, gli Americani allestiscono organizzazioni semi-private (MPRI) e votano dei programmi (Equip and train) favorevoli ai loro interessi militari industriali. Con la Conferenza di Dayton del 1995, che riporta la pace nell’area, il dipartimento di Stato americano impone alla Bosnia uno statuto che la rende di fatto ingovernabile, ma che consente loro di installare un laboratorio del nuovo ordine mondiale: moneta basata sul marco, occupazione militare continua dal 1995, Alto commissario che può destituire qualsiasi personalità politica legalmente eletta e congelare i beni dei leaders locali troppo indipendenti.
La realpolitik americana va incontro alla sua ora di gloria con l’affare del Kosovo. Dalla sua creazione nel 1993, l’UCK è considerato un movimento terrorista dal dipartimento di Stato. Ma nel giro di poco tempo il Segretario di Stato, Madelene Albright, intravvede l’interesse di spingere alla secessione gli Albanesi del Kosovo. In occasione della Conferenza di Rambouillet, la signora “simpatizza” con il giovane Hashim Tachi, esponente dell’UCK coinvolto in attività criminali e traffico di droga, e rovescia i negoziati in favore degli Albanesi: due settimane più tardi, il Kosovo viene bombardato in nome della giustizia e dei diritti dell’uomo. Si sa ora che, per l’occasione, sono state montate le peggiori menzogne, come ad esempio il falso massacro di Racak, o la cifra di 10.000 mila vittime inventata da Kouchner.
Sepolture per le vittime di Srebrenica, 1995 - Paul Katzenberger

Sepolture per le vittime di Srebrenica, 1995 – Paul Katzenberger
Ci si può stupire dell’improvviso interesse degli Americani, e degli Europei che li hanno seguiti, per questo territorio enclave dei Balcani. Di fatto, nel 1999, i trattori di Hulliburton, una multinazionale legata al complesso militar-industriale americano, iniziano a scavare le fondamenta di quella che deve essere la più grande base americana in Europa: Camp Bondsteel, una vera e propria città fortificata, che ospita 7.000 soldati. Quando gli Americani lasceranno l’Europa dell’Ovest, i Balcani rappresenteranno la testa di ponte avanzata verso i teatri d’operazioni del “Grande Medio Oriente”. Per di più il Kosovo si trova all’intersezione dei progetti di diversi oleodotti e gasdotti.
Altre ingerenze esterne spiegano, a partire dal 1991, la disintegrazione della Jugoslavia. La Germania ha sostenuto le indipendenze slovena e croata, finanziando attraverso i servizi segreti il movimento nazionale croato. Con la scusa di aiuti umanitari, le potenze musulmane sono intervenute anch’esse nell’area, anche in campo militare. Dal 1991 al 1995 l’Iran ha inviato armi alla Croazia mentre dei “Guardiani della Rivoluzione” hanno addestrato la 7a Brigata musulmana in Bosnia; l’Arabia Saudita ha, da parte sua, concesso un aiuto militare di 35 milioni di dollari all’esercito bosniaco.
Dal 1992, la “trasversale islamica”, che raggruppa albanesi, musulmani di Bosnia, del Kossovo, del Sangiaccato di Novi Pazar serbo (una regione montagnosa sulla frontiera fra la Serbia ed il Montenegro) e della Bulgaria, è stata oggetto di interesse di associazioni caritative islamiche, che impongono la sharia in enclaves come Tuzla, oppure riescono a creare temporaneamente piccoli emirati wahhabiti sul suolo bosniaco (è accaduto alla fine degli anni ’90). Con il nuovo millennio si assiste a una re-islamizzazione delle società bosniache o kosovare: l’Arabia Saudita invia predicatori, imam e insegnanti di arabo a predicare la jihad; ONG come l’Organizzazione Islamica Attiva provvedono alla costruzione di moschee, i cui imam provengono dal wahabismo saudita. Di conseguenza, anche il terrorismo islamista trova basi di appoggio: campi di addestramento di gruppi come Al Quaeda, El Mudzahid o Abu Bedir Sidik si trovano nel Sangiaccato e nel Kosovo (alcuni dei quali sono serviti da base arretrata per gli attentati di Londra e di Madrid). La politica condotta dagli Stati Uniti nei Balcani ha creato così le condizioni per l’attecchimento del terrorismo islamista e di quello dell’UCK nel Kosovo.
Da ultimo, i Russi hanno fatto pagare ai comunisti serbi, nel corso degli anni ’90, la loro volontà di emancipazione nei confronti della defunta URSS. Nonostante l’invio di diversi emissari a Mosca, fra i quali anche il fratello di Milosevic, a quel tempo Ministro degli Affari Esteri, Eltsin oppose sempre un diniego agli appelli del “fratello serbo”. Con Vladimir Putin la Russia sembra orientarsi nuovamente verso i suoi fedeli amici ortodossi, in una visione strategica secondo la quale i Balcani sono disposti nel “secondo cerchio” di fronte all’Impero americano. Attraverso una politica energetica molto attiva (troncone principale del gasdotto Southstream e acquisto della compagnia petrolifera NIS) e un appoggio indefettibile al non riconoscimento del Kossovo-Metochie, la Serbia è diventata un elemento fondamentale nel dispositivo strategico russo.
Stato fragile e destabilizzato dal dinamismo demografico della sua minoranza albanese, la Macedonia rischia di scoppiare in più pezzi, la parte occidentale albanofona, orientata verso il Kosovo, la parte orientale verso la Bulgaria. Il Montenegro sembra ancora più minacciato, in quanto l’etnia montenegrina era minoritaria già dalla sua nascita nel 2006. Esiste il rischio che la minoranza albanese, delusa dal rifiuto della legge sui diritti delle minoranze, si orienti progressivamente verso il partito albanese d’opposizione, incoraggiata dalla concessione dell’indipendenza al vicino Kossovo, mentre la minoranza bosniaca del nord si trova attirata dalla Bosnia-Erzegovina dove l’islam ha ritrovato tutto il suo vigore. Quanto all’importanza della minoranza serba (32%), essa non si riconosce nell’identità montenegrina e si augura il sostegno della Serbia limitrofa. Questo giovane stato potrebbe vedere ridisegnate le sue frontiere per poter tener conto delle diverse componenti etniche e ritornare, in tal modo, ai limiti etnici del principato di prima del 1878.
Moschea a Prizren, Kosozo - Shkelzen Rexha

Moschea a Prizren, in Kosovo – Rexha
La Repubblica di Bosnia-Erzegovina, creazione artificiale degli Accordi di Dayton, e anch’essa divisa in due entità, vive una esistenza precaria da quasi un decennio. Sebbene la Comunità Europea cerchi di far avanzare le due entità verso un’unificazione forzata, la Bosnia-Erzegovina potrebbe diventare, secondo l’espressione di un leader mussulmano “solo un’unione molle di due entità costrette a vivere insieme”. Inoltre, l’entità artificiale croato-musulmana potrebbe essa stessa scoppiare: la minoranza croata d’Erzegovina, che beneficia già del diritto di voto in Croazia, non aspetta che l’occasione per associarsi allo stato croato. In definitiva il sogno o l’illusione di una Bosnia multietnica si è risolto in un fallimento.
Al contrario, il Kosovo potrebbe beneficiare, per l’avvenire, del possibile crollo della Macedonia e del Montenegro. In effetti, si può prevedere che le minoranze albanofone di questi due stati possano aggiungersi allo stesso Kosovo-Metochie per formare, con lo stesso processo che ha trasformato la provincia serba in uno stato autoproclamato, un insieme albanofono di circa 3 milioni di abitanti. Questo Grande Kosovo sarebbe più o meno legato all’Albania propriamente detta sotto la forma di una confederazione.
La Repubblica di Serbia, dopo essere stata amputata del Kosovo (che era tuttavia storicamente la sua culla), potrebbe perdere il Sangiaccato di Novi Pazar, a maggioranza mussulmana, attirato dall’entità mussulmana della Bosnia. A nord le tendenze centrifughe in Voivodina potrebbero comportare la messa in opera di una federazione Serbia-Voivodina, nella quale la seconda entità beneficerebbe di una autonomia interna, lasciando a Belgrado solo la difesa e la politica estera. La Serbia ristretta, ridotta ad una popolazione di appena 6 milioni di abitanti, ritornerebbe in tal modo alle frontiere anteriori alle guerre balcaniche del 1912-1913. Da parte loro, gli ungheresi della Voivodina, Transilvania e Slovacchia potrebbero chiedere a Bruxelles la formazione di tre euroregioni transfrontaliere, che potrebbero beneficiare di investimenti massicci dell’Austria e della Germania, e ricostituire così l’Ungheria dei 15 milioni di abitanti, promessa dal suo presidente Gyula Horn nel 1993.
Dalla fine della guerra fredda, gli americani si sono sforzati, con successo, di mantenere l’egemonia in Europa, mentre, nello stesso momento, la scomparsa dell’URSS non giustificava più la loro presenza sul suolo europeo. La volontà di ridurre la nuova Russia verso uno spazio continentale euroasiatico ha guidato gli interventi di Washington nei Balcani. L’Europa di Bruxelles, indebolita dalla crisi economica e dal rigetto che essa sta suscitando nell’opinione pubblica, non fa altro che accettare ed assumere, quasi supinamente, le volontà americane.
Di fatto, è stato rallentato il processo di integrazione dei paesi balcanici. Dopo la Croazia, entrata nell’Unione Europea nel luglio 2013, gli altri stati dell’ex Jugoslavia dovranno aspettare. Nello stesso tempo gli Europei mettono in opera, localmente, le decisioni assunte a Washington: l’Alto rappresentante in Bosnia, o la missione Eulex in Kosovo (per aiutare le autorità a costruire uno Stato di diritto) avallano di fatto la politica statunitense.
In definitiva, l’impresa che, dall’esterno, ha operato per una nuova ricomposizione dei Balcani dopo la disintegrazione jugoslava, non ha risolto nulla. L’operazione statunitense, basata su principi “democratici”, sul diritto di ingerenza e sul “dovere di proteggere”, spesso invocati a geometria variabile, è miseramente fallita. Creando, inoltre, nuovi focolai di instabilità, come lo stato Bosniaco e quello del Kossovo. L’Europa, nell’attuale versione di Bruxelles, sembra incapace di dire la sua e soprattutto è ben lontana dal portare un contributo significativo alla pace nell’area.
Ma vale la pena sottolineare, prima di chiudere, un altro aspetto che dovrebbe costituire fonte di legittima preoccupazione per gli Europei. Al di là dei semplici episodi che potranno determinare gli sviluppi futuri, le forze che comandano oggi la “tettonica” storica hanno ridato alla Turchia – potenza emergente ambiziosa e dinamica – un posto di primo piano nella regione. Il presidente turco Tayyip Erdogan ha dichiarato a Prizen, in occasione di un recente viaggio nel Kossovo, che “la Turchia è il Kosovo ed il Kosovo è la Turchia. Noi siamo tutti figli della stessa nazione, forti ed uniti come dei fratelli”. Affermazioni che hanno fatto eco a frasi già pronunciate nel corso degli anni ’90 dal presidente turco Suleyman Demirel, secondo il quale lo spazio naturale della Turchia si estendeva dall’Adriatico all’Asia centrale.
Si può constatare, in tutto questo, come la storia nei tempi lunghi è di nuovo all’opera. In effetti, quello che sotto le vestigia ottomane era un tempo il “malato d’Europa”, sembra aver ritrovato oggi una nuova volontà di potenza. Argomenti che devono far riflettere i pur diminuiti fautori dell’adesione all’Unione Europea di uno Stato, che si inscrive in modo naturale, per effetto del suo sviluppo economico e del caos del vicino Oriente, nelle visioni dottrinali “neo-ottomane” del suo ministro più in vista, quello degli affari esteri, Ahmet Davutoglu.

Per saperne di più
N. Mirkovic, Le Martyre du Kosovo – Edition Jean Picollec, Parigi 2013
P. Pean, Kosovo: une guerre juste pour creer un etat mafieux – Fayard, Parigi 2013
A. Troude, Balkans, un eclatement programmé – Xenia, 2012
A. Troude, Géopolitique de la Serbie – Ellipses, 2006
J. Pirjvec, Le guerre jugoslave 1991-1999 – Einaudi, Torino 2002

Preso da: http://www.storiain.net/storia/jugoslavia-una-disintegrazione-annunciata-e-programmata/

LE RESPONSABILITA’ VATICANE NEL CONFLITTO BALCANICO: ALCUNI ELEMENTI.

  • Nei primi anni ’80, subito dopo la morte di Josip Broz Tito, viene segnalata l’apparizione della Madonna ad alcuni giovani croati a Medjugorje, una località della Erzegovina dove già durante la seconda Guerra mondiale i fascisti si erano scatenati con violenze ed uccisioni contro la popolazione di religione ortodossa. La gerarchia cattolica non ha mai voluto ufficialmente riconoscere la veridicità delle apparizioni di Medjugorje, ma il clero locale (i frati francescani dell’Erzegovina noti da secoli per il loro fondamentalismo e, nel Novecento, per il loro supporto alla causa degli ustascia) se ne è avvalso per fini propagandistici. Anche dall’Italia sono stati organizzati pellegrinaggi.

Sarebbe interessante sapere che fine hanno fatto oggi quei ragazzi “visionari” o “miracolati”: sappiamo ad esempio che Marija Pavlovic, che aveva fatto voto di entrare in convento, è oggi felicemente sposata; pare anzi che anche gli altri quattro ragazzi protagonisti della vicenda abbiano messo su famiglia, e che tre di loro siano emigrati all’estero.

Molti dicono che le cose, in Jugoslavia, cominciarono a precipitare con la morte di Tito. Ma si può anche dire che le cose cominciarono ad andare a rotoli quando “apparve” la Madonna a Medjugorje. Probabilmente sono vere entrambe le affermazioni…

  • Il 1990 è l’anno dedicato a Madre Teresa di Calcutta. Pochi sanno che questa suora era originaria di Skopje, nella ex repubblica federata di Macedonia, ed apparteneva al gruppo etnico albanese. Lo stesso anno raggiungono il culmine le tensioni tra albanesi e serbi nella regione del Kosmet (Kosovo e Metochia). Dinanzi a personalità albanesi Giovanni Paolo II, in uno dei paesini albanesi del meridione d’Italia, celebra la Madonna di Scutari, patrona e protettrice dell’Albania. Durante la celebrazione il papa afferma: “Madre della speranza regalaci il giorno Leeeeeenel quale questo popolo generoso possa essere unito”, dichiarando così esplicitamente il sostegno del Vaticano alla causa degli albanesi del Kosovo.

Negli anni successivi segnaliamo tra l’altro la visita del papa in Albania (paese – per inciso – a stragrande maggioranza atea o, al limite, musulmana) e la frequentazione di Madre Teresa con pezzi grossi dello Stato quali la vedova di Hoxha, con la quale presenzia ad una cerimonia dinanzi ad un monumento alla “Grande Albania”.

  • Nel 1991 scoppia la guerra. Il papa parla all’Angelus delle “legittime aspirazioni del popolo croato”. Il riconoscimento ufficiale della Croazia indipendente da parte del Vaticano avviene il 13 gennaio del 1992, contro il parere del resto della comunità internazionale, almeno apparentemente: gli altri paesi si adegueranno dopo due giorni.
  • Nel 1992 la guerra civile si estende in Bosnia-Erzegovina, repubblica a maggioranza relativa di musulmani. I serbi (cristiani ortodossi) costituiscono un terzo della popolazione, mentre circa il 15% sono croati (cattolici). Durante il conflitto i soldati croati compiranno i crimini più efferati (semmai sia possibile compilare statistiche su queste cose… noi comunque ci riferiamo ai dati del londinese Institute for Strategic Studies – cfr. LIMES n.3/’95, pg.60). Le cronache parlano di soldati che vanno in guerra con il rosario al collo, di preti e frati francescani erzegovesi che vanno in giro con la pistola (alcuni intervistati anche dall’italiano Avvenire) o tuonano dai pulpiti delle loro chiese, di ingiustizie nella distribuzione degli aiuti della Caritas (secondo il criterio “etnico”, applicato d’altronde da tutte le organizzazioni umanirie religiose)…
  • Il culmine dell’interventismo vaticano viene raggiunto nel 1994 con la visita del papa a Zagabria. Il viaggio di Karol Wojtyla in Croazia avviene nel pieno del conflitto bosniaco, mentre è ancora aperta la ferita delle Krajne (territori dell’odierna Croazia a maggioranza serba, in quel periodo autonomi e sotto il controllo di truppe ONU), ed è una evidente boccata d’aria per il regime di Tudjman, con il quale il papa si incontra e presenzia a cerimonie pubbliche. Scriveva La Repubblica del 12/9/1994: “…il contatto con la folla fa bene a Giovanni Paolo II. I fedeli lo applaudono ripetutamente. Specie quando ricorda il cardinale Stepinac, imprigionato da Tito per i suoi rapporti con il regime di Ante Pavelic, ma sempre rimasto nel cuore del Croati come un’icona del nazionalismo. Wojtyla, che sabato sera ha pregato sulla sua tomba, gli rende omaggio, però pensa soprattutto al futuro.”

Da una mezza frase di un articolo di giornale veniamo dunque a conoscenza del fatto che il papa ha pregato sulla tomba del collaborazionista dei nazisti Stepinac, nell’entusiasmo dei seminaristi di San Girolamo (la chiesa croata di Roma, all’inizio di Via Tomacelli, nota tra l’altro per avere ospitato Pavelic in fuga dopo la guerra; cfr. il libro “Ratlines” di M. Aaron e J. Loftus) presenti a Zagabria per l’occasione.

Il 26 novembre successivo Vinko Puljic, arcivescovo cattolico di Sarajevo, è nominato cardinale dal papa insieme ad altri 30 che rispecchiano le tendenze della geopolitica vaticana. Citiamo ad es. Mikel Loliqi, 92enne cardinale di Scutari (Albania). In onore di Puljic due giorni dopo si tiene un concerto sinfonico nella stessa chiesa di San Girolamo.

  • 1995: è l’anno risolutivo. Dopo una primavera in cui la tensione cresce enormemente (Srebrenica ecc.), e si parla insistentemente di una visita del papa a Sarajevo, in luglio Giovanni Paolo II in una dichiarazione ai giornalisti si schiera per l’intervento militare (contro i “tentennamenti” della comunità internazionale, perchè si faccia finalmente “il necessario” per punire gli aggressori, e così via). Pochi giorni dopo Tudjman ordina il definitivo “repulisti” della Krajna, mentre in settembre, dopo l’ennesimo grande attentato sarajevese stile “strategia della tensione” (v. Cronologia), la tanto invocata “comunità internazionale” interviene a forza di bombe contro i serbobosniaci.

In dicembre, con gli accordi di Dayton, la guerra si interrompe.

  • Nell’ottobre 1996 il rettore della chiesa di San Girolamo (di cui sopra), monsignor Artur Benvin, viene trovato impiccato. La notizia non “passa” sui giornali. Noi l’abbiamo trovata sull’Evropske Novosti, giornale serbo, che ipotizza triangolazioni di danaro per comprare armi tra il clero croato, pezzi grossi musulmani di Sarajevo e la Trzaska Kreditna Banka di Trieste, la banca della minoranza slovena in Italia dichiarata fallita proprio in quelle settimane.
  • Durante la primavera 1997 (12 e 13 aprile) si realizza la “tanto attesa” visita del papa a Sarajevo. La visita ha un contenuto palesemente politico, essendo stata preceduta da varie polemiche (cfr. ad es. Predrag Matvejevic su “la Repubblica” del 5/3/1997, e come risposta ad es. le dichiarazioni del vescovo di Mostar in visita a Trieste) e da vari attentati alle istituzioni cattoliche in Bosnia, tra cui uno, sventato, contro il papa (i giornali parlano di un ponte nella zona musulmana da far esplodere al momento del passaggio del papa, ma la bomba sarebbe stata disinnescata dai militari stranieri della missione SFOR – cfr. i giornali di quei giorni).
• Nel maggio 1998 viene ufficialmente annunciata la prossima visita del papa in Croazia. Nell’ottobre successivo il papa andra’ a Zagabria ed a Marija Bistrica, il principale santuario cattolico della Croazia, dove celebrera’ la cerimonia per la beatificazione di Alojzije Stepinac. Sulle responsabilita’ di Stepinac in quanto collaborazionista del regime genocida di Ante Pavelic nello “Stato Croato Indipendente” instaurato durante la II Guerra mondiale suggeriamo la lettura del libro “L’Arcivescovo del genocidio”, di M.A. Rivelli (Ed. Kaos 1999).

• Durante la sua visita in Croazia all’inizio di ottobre 1998 Karol Wojtyla oltre a beatificare Stepinac pronunzia alcune frasi rispetto alla situazione in Kosovo, oggetto di una violentissima campagna-stampa, che alludono al diritto di “ingerenza umanitaria” da parte della “Comunita’ Internazionale”, cioe’ alla liceita’ di un intervento armato per “aiutare chi soffre”.

 

  Quando il 24 marzo 1999 la NATO effettivamente attacca la Repubblica Federale di Jugoslavia con il pretesto del Kosovo, il papa cita una frase di Pio XII, vale a dire di quel suo predecessore che non solo non aveva fatto nulla per denunziare e fermare il nazifascismo, ma che viceversa benedi’ Pavelic e lo sostenne tramite il clero croato (si veda a proposito il libro di Carlo Falconi “Il silenzio di Pio XII” uscito nel 1965, nonche’i gia’citati “Ratlines” e “L’Arcivescovo del genocidio”). La frase recita: “Con la guerra tutto e’ perduto, con la pace niente e’ perduto”. All’Angelus pasquale, una settimana dopo, il papa afferma retoricamente: “Ma come si puo’ parlare di pace quando si costringono le popolazioni [albanesi] a fuggire… e se ne incendiano le abitazioni?… E come rimanere insensibili di fronte alla fiumana dolente dei profughi dal Kosovo?”. Percio’, a parte la discutibile richiesta di una “pausa” nei bombardamenti in occasione della Pasqua (cattolica, non ortodossa), il Papa non fa appello per la loro cessazione incondizionata.

  Nei giorni successivi la stampa riporta anche le dichiarazioni del Cardinale croato di Sarajevo Vinko Puljic che rivendica la giustezza dell’intervento militare argomentandola con la necessita’ “di estirpare la malattia” e di sconfiggere una volta per tutte “il creatore della guerra” Slobodan Milosevic.

 

 

SI STANNO REALIZZANDO GLI AUSPICI DEL “VECCHIO LEONE” CHURCHILL?

di Dara Janekovic (da “Hrvatska Ljevica” – Sinistra croata, 1996)

 

(…) Quelli che da vicino seguivano l’azione e le intenzioni di Winston Churchill, uomo politico dallo “sguardo offuscato dal whiskey”, come disse a suo tempo anche De Gaulle, affermano che [questi] aveva la fissazione dei Balcani e del loro futuro. Lo dicono nelle loro memorie sia il figlio di Churchill che quello di Roosevelt, ma anche il Comandante in Capo del II Fronte alleato antifascista in Europa nel 1944, Dwight Eisenhower. In una occasione, questi ha affermato che Churchill non riusciva a concentrarsi sul problema militare immediato, cioè sull’apertura del II fronte, perché “il suo primo pensiero era il futuro dei Balcani”. E quale futuro egli desiderasse per i nostri territori e per la penisola balcanica in generale, lo ha testimoniato lui stesso nelle sue memorie, per le quali ha ricevuto anche il premio Nobel per la letteratura nel 1953.

Churchill voleva una variante aggiornata della monarchia austroungarica, con la formazione di una Federazione danubiano-cattolica che avrebbe compreso Croazia, Slovenia, una parte dell’Italia, cioè tutto il suo Nord, l’Austria, l’Ungheria, la Baviera, per un totale di 267.389 kmq (nel cuore dell’Europa) con 37 milioni di abitanti! Per realizzare questa sua idea ossessiva, Churchill si è impegnato fino all’ultimo momento perché il II fronte (nel 1944) si aprisse nei Balcani, cioè nella Jugoslavia alleata nella grande coalizione antifascista, che si trovava già verso la fine della grande guerra di liberazione di tutti i popoli jugoslavi, con a capo Josip Broz Tito.

Perché allora uno sbarco sulla costa adriatica? Soltanto perché così si sarebbe potuto realizzare il suo intento di dividere la Jugoslavia e i Balcani in “penisola asiatica” e “paesi cattolici” i quali sarebbero rientrati nella “sua” federazione Pandanubiana e si sarebbero legati all’Europa Centrale.

Di questa sua intenzione Churchill ha parlato pubblicamente in varie occasioni. Era un accanito sostenitore dell’attacco alleato alla Germania dai Balcani, con la scusa che l’Istria e Trieste sono “l’ascella dell’Europa”…

In una parte delle sue memorie egli scrive: “Sono molto interessato a quello che riguarda l’Austria e spero che Vienna possa diventare capitale di una grande federazione pandanubiana”. Il suo progetto Churchill lo sottopose a Stalin e Roosevelt in occasione della Conferenza a Teheran nel 1943. Diceva che l’asse di questa federazione danubiana sarebbe stato formato dall’Austria e dalla Baviera. Sembra che Stalin gli abbia chiesto che cosa ne sarebbe stato dell’Ungheria. Il premier britannico gli rispose che l’avrebbe vista bene all’interno delle frontiere di questa federazione.

Delle intenzioni e dei desideri di Churchill era informato anche Josip Broz Tito, il comandante supremo dell’Armata Popolare di Liberazione e dei reparti partigiani della Jugoslavia… [Tito] si opponeva fermamente allo sbarco degli alleati in Jugoslavia, preparandosi anche, nel caso che questo fosse avvenuto senza il consenso dell’Armata popolare e suo personale, a reagire con le armi. Questo lo disse anche pubblicamente. Ricordo molto bene quei giorni e mesi del 1944. (Tito si incontrò con Churchill quello stesso anno a Napoli).

Josip Broz Tito sapeva anche di quel famoso biglietto sul quale Churchill scrisse “fifty-fifty”, che passò a Stalin durante la conferenza di Jalta, quando si parlò della Jugoslavia. Tito menzionò tante volte quel biglietto e quel “fifty-fifty”, quando si esprimeva pubblicamente contro “l’oppressione e le imposizioni dei potenti, anche nei confronti dei popoli e degli stati che hanno pagato cara la propria libertà”.

A Jalta, città di villeggiatura e porto in Crimea, Churchill, dopo il fallito sbarco sulla costa adriatica nel 1944 (al quale era decisamente contrario anche l’allora presidente americano F. D. Roosevelt, che aveva l’ultima parola), voleva imporre ancora una volta la sua visione per quanto riguardava il futuro della Jugoslavia e dei Balcani, ma nemmeno questa volta ebbe successo.

La Jugoslavia aveva grandi meriti come alleata nella lotta antifascista. Naturalmente Churchill era di nuovo scontento e arrabbiato; però, si dice, rimase convinto che la Jugoslavia fosse destinata a morire e che la sua idea, riguardo alla divisione, prima o poi, si sarebbe avverata.

Non sta succedendo questo adesso negli anni Novanta in una maniera simile o peggiore ancora? Perché proprio l’Austria era ed è rimasta così interessata alla spaccatura della Jugoslavia? E la Germania, naturalmente, in prima fila?

Leggendo le memorie di Churchill è possibile capire anche tutta la sua titubanza e le sue contraddizioni riguardo il movimento partigiano, la Jugoslavia, il governo jugoslavo in esilio a Londra, e verso il capo cetnico Draza Mihajlovic. Dovette passare del tempo prima che lo stesso Churchill riconoscesse i veri combattenti contro il fascismo e mandasse suo figlio Randolph da Tito. Ma, dicono, nemmeno allora aveva desistito dalla sua idea della spartizione della Jugoslavia.

Churchill è morto il 24 gennaio 1965, ma con lui non è morta la sua idea di dividere la Jugoslavia e i Balcani. Su questo lavoravano con fervore diverse forze nel Paese e nel mondo, preparando il male, l’odio e la divisione, nella quale sono stati gettati tutti i popoli della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, per qualcuno fino al completo sterminio.

Voglio ricordare altri fatti ai quali bisognerebbe pensare e ricordare in questi tempi malvagi e malsani, con delle persone ancora peggiori, che non cercano di placare i loro impulsi guerrafondai e barbari!

Getto di nuovo uno sguardo nelle memorie di Churchill, parte VI, “Il trionfo e la tragedia”, pag. 677 e 678! “Il vecchio leone” – come lo chiamavano i suoi compatrioti durante la II guerra mondiale – pubblicò alcune delle sue tipiche lettere, che sono più attuali ora di allora, dell’aprile 1945, quando Churchill scriveva al suo Ministro degli Esteri, Anthony R. Eden, e nelle quali tra l’altro diceva anche questo: “A questa guerra non si sarebbe mai arrivati se, sotto la spinta dell’America e dei tempi moderni non avessimo cacciato gli Asburgo dall’Austria e Ungheria e gli Hohenzollern dalla Germania”.

Diciotto giorni più tardi, in un’altra lettera, Churchill scriveva (lo stesso anno, il 1945, subito dopo la disfatta del nazifascismo di Hitler): “Il mio governo non si opportà all’iniziativa di Otto von Habsburg per la restaurazione dell’Austria-Ungheria…” (…)

E chi è questo signor arciduca Otto d’Asburgo [ora deputato europeo per la CSU bavarese e leader del movimento “Paneuropa”- n.d.t.]? “Legittimo erede al trono”, come si presenta lui stesso. Pronipote dell’imperatrice Maria Teresa! Per quanto si sa dai giornali, questo signore, con l’epiteto di “Sua Maestà Reale” è partito nel 1940 per gli USA, ma con la speranza che il suo desiderio si avverasse, cioè che un giorno gli venisse restituito il trono e alla fine della II Guerra mondiale venissero fissate nuove frontiere, come avviene dopo ogni guerra. In questo senso Sua Maestà Reale svolgeva un’attività molto impegnativa, e in ciò veniva aiutato, con anima e corpo, dal vescovo cattolico newyorchese Speelman [si veda “Ratlines” di Aaron-Loftus, n.d.t.], il quale già nel 1943 aveva visitato il Vaticano e dialogato per la creazione di un nuovo stato cattolico in europa, del quale sarebbe stato capo l’arciduca. L’intento era naturalmente anche quello di aiutare il Vaticano a far ritornare la stima offuscatasi a causa della politica prohitleriana e promussoliniana, e così aiutare e salvare i fedeli criminali fascisti e i fedeli “quisling” di Hitler, nell’Ungheria del regente Horthy, nella Slovacchia di monsignor Tiso, nella Croazia di Ante Pavelic. L’arcivescovo newyorchese si è incontrato in Vaticano (se i documenti non mentono!) anche con l’inviato di A. Pavelic, malgrado Pavelic avesse dichiarato guerra agli USA!.

Ma le cose non seguivano un corso favorevole a Otto d’Asburgo, in quel periodo. Non si è realizzata l’idea alla quale aspiravano Churchill e, naturalmente, anche il Vaticano. Non è forse stata ormai ridisegnata ufficialmente, questa Europa centrale cattolica, con Otto d’Asburgo quale imperatore, e che riunirebbe intorno a sé Croazia, Slovenia, Vojvodina, Bosnia, Austria, Ungheria, Slovacchia e Cechia?! Eccoci qui! Anche la Bosnia e la Vojvodina!

Che gli storici e i politici contrari a un tale “impero” riflettano su tutto quello che si è tentato dopo e che si è svolto dietro le quinte, affinché nel momento giusto, in qualche maniera, questo “impero” si realizzasse. L’iniziativa “Alpe-Adria”, di collegamento e cooperazione tra gli stati, viene già denominata a Zagabria “Danubio-Alpe-Adria”! E risulta evidente anche da tutto quello che si fa (in questo senso) con la Bosnia e la Vojvodina – in quest’ultima vivevano ca. 340.000 ungheresi, mentre i croati, secondo il censimento del 1991, erano soltanto 74.000.

Ogni persona coscienziosa si dovrebbe domandare: non si poteva sviluppare la cooperazione tra i popoli, forse, senza la guerra, senza distinzione di religione o nazionalità? Quanta gente ancora dovrà perdere la vita, quante generazioni saranno distrutte o storpiate dall’odio e dalle guerre, perché si realizzino le intenzioni anche del Vaticano, che ancora non si è pacificato con lo scisma della Chiesa greco-ortodossa e dei suoi fedeli, nel 1054?

La Chiesa cattolica, il potente Vaticano, sono molto attivi nell’espansione dell’ecumenismo e, nello stesso tempo, di un forte anticomunismo… Soltanto chi è cieco per ignoranza non può ravvisare l’eccezionale ruolo attivo del Vaticano nei Balcani, particolarmente sul territorio dell’ex-Jugoslavia (sia verso l’ortodossia che verso l’Islam). Era da molto tempo, nella storia, che non si assisteva ad una così impetuosa, aperta e aggressiva ascesa delle principali religioni monoteiste anche su questi nostri spazi.

Di questi tempi, mentre il ruolo della religione di fronte al fantastico sviluppo della scienza e la computerizzazione globale, la rivoluzione informatica, dovrebbe secondo ogni logica indebolirsi, assistiamo invece a un suo ampliamento e rafforzamento, e in alcune regioni quasi si torna al Medioevo, non soltanto nei Balcani, in Russia e nei paesi dell’Europa Orientale, ma anche altrove.

 

  Quasi che le strutture conservatrici nel mondo non stiano cedendo, ma si stiano momentaneamente rinforzando; malgrado ostinatamente dappertutto si faccia molto parlare di “democrazia”, sembra che sul piano mondiale si stiano facendo passi avanti verso un totalitarismo dalle sfumature e dai colori più vari. Siamo già alle soglie di pericolosi incendi mondiali di grandi dimensioni? Nell’imminenza di mosse pazze e incontrollate di alcuni estremisti conservatori, di alcuni Hitler contemporanei?! Forse anche peggiori, perché in possesso di armi nucleari ancora più pericolose (…)

(traduzione di Ivan Istrijan)

Preso da: http://www.fisicamente.net/GUERRA/index-791.htm

Chi, come e perché ha distrutto la Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia

comitato unitario contro la guerra alla Jugoslavia

Indice

 

  1. Tappe dello squartamento della Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia
  2. IL RUOLO DELLA TURCHIA NELLA CRISI JUGOSLAVA

III.      IL RUOLO DELLA GERMANIA NELLA DISTRUZIONE DELLA JUGOSLAVIA

  1. LE RESPONSABILITA’ VATICANE NEL CONFLITTO BALCANICO: ALCUNI ELEMENTI.
  2. SI STANNO REALIZZANDO GLI AUSPICI DEL “VECCHIO LEONE” CHURCHILL?
  3. La NATO in Jugoslavia. Perché?

 

… se restiamo uniti
– aveva detto nel suo ultimo discorso a Capodanno –
non dobbiamo aver paura di niente….

(intestazione del fondo de L’Unità del 5 maggio 1980,
riportante la notizia della morte di Jozip Broz Tito

  Tko nece brata za brata,
on ce tudjinca za gospodara

(proverbio slavo)

 

TAPPE DELLO SQUARTAMENTO DELLA RFS DI JUGOSLAVIA

Nel corso degli anni Ottanta il sistema sociale e politico della Repubblica Federativa e Socialista di Jugoslavia (RFSJ) entra progressivamente in crisi a causa delle fortissime pressioni cui e’ soggetto ad opera del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. A cavallo del 1990 il premier Markovic tenta la via liberista, con effetti ulteriormente disastrosi (9). Di fronte allo scontento popolare ed alla crisi si rafforzano da una parte le tendenze centrifughe dei micronazionalismi, finanziati e sponsorizzati in Occidente, a loro volta eredi del nazifascismo; dall’altra le politiche centralistiche e socialdemocratiche dei socialisti serbi. Nell’occasione del 600esimo anniversario della battaglia di Campo dei Merli il leader socialista Slobodan Milosevic, facendosi portavoce delle preoccupazioni dei serbi del Kosovo, dichiara che saranno prese tutte le misure atte ad impedire la secessione del Kosovo dalla Serbia. In effetti, con il consenso della maggioranza dei membri della Presidenza collegiale della RFSJ, nel giro di alcuni mesi vengono abrogate alcune prerogative dell’autonomia politica della provincia(5) mentre viene conservata l’autonomia culturale (bilinguismo). Nel 1990 tuttavia, dinanzi all’atteggiamento di sloveni e croati all’ultimo Congresso della Lega dei Comunisti, di stampo analogo a quello dei leghisti italiani, anche i socialisti serbi mostrano di rinunciare al patrimonio ideale della RFSJ sancendo la disgregazione della Lega e del paese intero.

 

 

4 ottobre 1990: la Croazia ottiene un prestito ad interesse zero attraverso il Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM), per l’esattezza due miliardi di dollari USA restituibili entro 10 anni ed un giorno (1).

Il 5 novembre 1990 Il Congresso degli USA, “grazie” all’impegno del senatore Bob Dole, approva la legge 101/513, che sancisce la dissoluzione della Jugoslavia attraverso il finanziamento diretto di tutte le nuove formazioni “democratiche” (nazionaliste e secessioniste) (2). A fine mese un rapporto della CIA “profetizza” che la Jugoslavia ha solamente pochi mesi di vita; la notizia viene diffusa dalle agenzie di stampa occidentali e viene pubblicata il 29 novembre, giorno della Festa Nazionale della RFSJ (si celebra la fondazione della Repubblica avvenuta a Jajce, in Bosnia, nel 1943).

Il 22 dicembre 1990 il Sabor (parlamento) della Repubblica di Croazia, controllato dall’HDZ di Franjo Tudjman che aveva vinto le prime elezioni multipartitiche il 30 maggio precedente, emana la “nuova Costituzione” in base alla quale la Croazia e’ “patria dei croati” (non piu’ quindi dei croati e dei serbi, entrambi fino allora “popoli costituenti”) ed e’ sovrana sul suo territorio. Il 25 maggio 1991 il Papa riceve Tudjman in Vaticano; tre giorni dopo nello stadio di Zagabria Tudjman tiene un inquietante raduno circondato da esponenti del clero, nel quale sfila la nuova Guardia Nazionale Croata.

Il 25 giugno 1991 i parlamenti sloveno e croato proclamano l’indipendenza. Incomincia la campagna di stampa contro l’esercito federale, impropriamente definito “serbo”. Notizie incontrollate, come quella del bombardamento di Ljubljana, campeggiano sulle prime pagine dei giornali e nessuno si preoccupera’ di smentirle, benche’ false. Solo dopo anni l’allora Ministro degli Esteri italiano De Michelis rivelera’, sulla rivista “LIMES” ed in vari dibattiti pubblici, che la campagna disinformativa era stata pianificata da ambienti filosloveni dell’Universita’ di Gorizia e dell’Austria, ma continuera’ ad essere reticente sui nomi.

Gli scontri in Slovenia causano decine di vittime (alcune slovene) nelle fila dell’Esercito federale, ed una decina di vittime tra gli indipendentisti. Alla conferenza di Brioni del 7 luglio si decide di sospendere gli effetti delle dichiarazioni di indipendenza per tre mesi, in attesa di ridiscutere le struttura federale della RFSJ.

La campagna di stampa contro l’esercito federale, contro la Jugoslavia in quanto tale e contro i serbi prosegue forsennata. Otto d’Asburgo dichiara il 15 agosto su “Le Figaro”: “I croati, che sono nella parte civilizzata dell’Europa, non hanno niente a che spartire con il primitivismo serbo nei Balcani. Il futuro della Croazia risiede in una Confederazione Europea cui l’Austria-Ungheria puo’ servire come modello”. Nell’ottobre, piu’ di 25mila serbi sono scacciati dalla Slavonia Occidentale; ancora in novembre infuriano gli scontri nella Vukovar occupata dalle milizie irregolari di Mercep, legate al partito di governo di Tudjman. Dopo settimane di stallo l’esercito federale interviene bombardando massicciamente e ri-occupando la citta’. I reportage sull’avvenimento sono unilaterali se non bugiardi: per aver raccontato aspetti meno noti di quella battaglia, la giornalista della RAI Milena Gabanelli e’ vittima di un linciaggio cui partecipano anche settori del Vaticano. Dopo di allora non l’abbiamo piu’ vista in TV… La sua vicenda e’ stata da lei stessa narrata nell’appendice al libro di M. Guidi “La sconfitta dei media” (Baskerville, Bologna 1993).

Solo nel settembre 1997 Miro Bajramovic, un miliziano di Mercep, raccontera’ in dichiarazioni a “Feral Tribune” (10) che cosa fecero le milizie paramilitari croate in quel periodo.

Il 17 dicembre 1991 a Maastricht si pongono le fondamenta della Unione Europea, che iniziera’ a concretizzarsi nel 1999 con la introduzione dell’Euro, ma contemporaneamente si decide di sancire lo squartamento della Jugoslavia: il documento UE numero 1342, seconda parte, del 6/11/1992 indichera’ che in quella sede l’unita’ europea era stata raggiunta proprio a scapito della Jugoslavia, con una cinica manovra da parte essenzialmente della Germania. Il 23 dicembre la Germania dichiara unilateralmente e pubblicamente il suo riconoscimento delle repubbliche di Croazia e Slovenia, con effetto a partire dal 15 gennaio successivo. Per questo “regalo di Natale” tedesco si organizzano festeggiamenti nelle piazze croate. Il giorno dopo (24 dicembre) i serbi della Croazia proclamano a loro volta la “autodeterminazione” costituendo formalmente la Repubblica Serba della Krajina nelle zone, da secoli a maggioranza serba, situate lungo il confine con la Bosnia-Erzegovina. La “Comunita’ Internazionale” si rifiuta di considerare il problema e prosegue nella guerra mediatica e militare contro i serbi.

Il 13 gennaio 1992 lo Stato della Citta’ del Vaticano riconosce la Croazia come Stato indipendente, seguita due giorni dopo da tutti i paesi della UE che riconoscono anche la Repubblica di Slovenia.

Gennaio 1992: Alija Izetbegovic, musulmano presidente di turno della Bosnia-Erzegovina, manca di passare la consegna al serbo Radovan Karadzic: si tratta di un vero “golpe bianco” che infrange la regola della “presidenza a rotazione”.

La storia politica di Izetbegovic e’ tuttora ignota al pubblico occidentale. Basti dire che era uscito dal carcere solo nel 1988, dopo aver scontato 6 anni su 14 di pena che gli erano stati inflitti per “istigazione all’odio tra le nazionalita’”.

Febbraio 1992: staccate la Bosnia! La “Comunita’ Internazionale” promette agli islamisti sarajevesi aiuto ed accoglienza nelle istituzioni euro-atlantiche in cambio della proclamazione della indipendenza della Bosnia-Erzegovina. Viene percio’ indetto un referendum (anticostituzionale) per il giorno 29 dello stesso mese, che sara’ boicottato dal 35 per cento degli aventi diritto. Solo il 65% dei votanti, essenzialmente croati e musulmani di Bosnia, voteranno a favore della secessione.

La creazione di uno Stato indipendente nei confini della ex-repubblica federata di Bosnia ed Erzegovina e’ il colpo piu’ grave inferto ai valori della “Fratellanza ed Unita’” ed alla struttura multi-nazionale della Jugoslavia dall’inizio della crisi. Ogni discorso su “Sarajevo multietnica” diventa a quel punto demagogico: era la Jugoslavia stessa ad essere multietnica. I serbi e chi si proclama jugoslavo si rifiutano di diventare minoranza discriminata in uno Stato retto da settori islamisti legati ad alcuni paesi arabi, all’Iran ed alla Turchia (vedi Parte II). Pesa come un macigno la memoria dei crimini commessi durante la II Guerra mondiale dalle divisioni inquadrate nelle SS, collaborazioniste degli ustascia croati, contro antifascisti ed ortodossi.

I serbi scelgono dunque a loro volta l'”autodeterminazione” nei confini della “Republika Srpska” [RS], corrispondente al territorio abitato prevalentemente da contadini di religione ortodossa. Le piu’ importanti citta’, i collegamenti ed i centri produttivi della Bosnia-Erzegovina, a parte Banja Luka, restano invece nelle mani dei musulmani e dei cattolici (Sarajevo, Zenica, Mostar, Neum).

Anche i quartieri di Sarajevo a maggioranza serba si aggregano alla RS: la citta’ risulta divisa, il cuore della Bosnia e della Jugoslavia multinazionale e’ lacerato. Mentre la leadership musulmana fa base nel centro storico di Sarajevo, capitale della RS e’ Pale, ex sobborgo residenziale a poca distanza. Con lo scoppio del conflitto, tra i serbi di Bosnia prevale la posizione nazionalista del Partito Democratico di Radovan Karadzic e Biljana Plavsic, che rivendicano una continuita’ con la monarchia serba di prima della II Guerra mondiale e con le milizie serbiste dei cetnici; le posizioni scioviniste della leadership di Pale contribuiscono ad aumentare la frattura tra le varie nazionalita’ ed a cancellare la memoria della Jugoslavia unitaria e socialista e della guerra partigiana. I serbi di Bosnia giocheranno il ruolo di “macellai pazzi” nella truffa massmediatica scatenata in tutto il mondo occidentale e nei paesi islamici, mentre la leadership islamista parlera’ di “assedio” da parte dei serbi, indicati come “invasori” ed “aggressori” di una Bosnia-Erzegovina mai esistita storicamente come Stato a se’. Intellettuali e politici di mezzo mondo si impegneranno per mesi ed anni a creare e vezzeggiare una “identita’ nazionale bosniaca” inesistente, contribuendo di fatto alla propaganda bellica contro una delle parti in causa.

A marzo del 1992, quando la guerra non e’ ancora scoppiata, la prima Conferenza per la pace in Bosnia, a Lisbona, si conclude con un accordo (il “piano Cutileiro”) per la cantonalizzazione della ex-repubblica federata. Immediatamente rappresentanti delle delegazioni croata e musulmana sono convocati negli Stati Uniti, dove l’ex-ambasciatore a Belgrado Zimmermann li persuade a ritirare la loro firma dall’accordo. Lo stesso Cutileiro imputera’ alle parti musulmana e croata la rottura del patto, ad esempio nella lettera pubblicata sull'”Economist” del 9/12/1995, e Zimmermann in persona raccontera’ quei fatti, come riportato da David Binder sul “New York Times” del 29/8/1993.

Il 6 aprile 1992, anniversario della invasione della Jugoslavia da parte dei tedeschi nel 1941, Europa ed USA riconoscono la Bosnia-Erzegovina come Stato indipendente. L’iniziativa contraddice persino le raccomandazioni di politici e mediatori occidentali come Lord Carrington. Per tutta risposta i serbi proclamano la costituzione della Repubblica Serba di Bosnia nei territori a maggioranza serba (7-8 aprile), vale a dire circa il 65 per cento del territorio. La bandiera adottata e’ quella tradizionale della Serbia, con la croce e le quattro “C” nel centro, diversa dalla bandiera jugoslava.

Quattro giorni dopo la neonata Armija (esercito) bosniaca attacca le caserme federali. Due settimane dopo il governo jugoslavo decide il ritiro delle forze armate dalla Bosnia, ritiro che viene incominciato il 19 maggio e sara’ completato il 6 giugno.

Il 27 aprile 1992 Serbia e Montenegro proclamano la nuova Federazione Jugoslava.

Il 22 maggio Croazia e Slovenia sono ammesse all’ONU. Lo stesso giorno la indipendenza della Repubblica ex-Jugoslava di Macedonia (FYROM), proclamata il 17/9/1991 ma ancora non riconosciuta dalla UE, viene sancita a livello internazionale.

Il 27 maggio 1992 avviene la prima grande strage a Sarajevo: persone in fila per il pane a Vasa Miskin sono bersaglio di un colpo di mortaio. Le telecamere erano state piazzate in precedenza, pronte a filmare. Anche grazie all’emozione suscitata da questo episodio il 30 maggio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU viene fatta passare una risoluzione che condanna la Jugoslavia come paese aggressore ed occupatore della Bosnia, ed un’altra (la 757) che impone sanzioni economiche contro la nuova Federazione.

Il 2 luglio i croati dell’Erzegovina proclamano la Repubblica Croata di Erzeg-Bosnia, con la stessa bandiera, la stessa valuta, le stesse targhe automobilistiche adottate in Croazia, lo Stato con il quale esiste una unita’ territoriale de facto; ciononostante nessun provvedimento viene preso dall’ONU nei confronti della Croazia.

Solo successivamente emerge un rapporto confidenziale dell’ONU che afferma che la strage di Vasa Miskin e’ stata commessa da estremisti musulmani; lo stesso viene scritto sul rapporto della Task Force antiterrorismo del governo USA intitolato “Iran’s European Spring board?”, datato 1/9/1992.

Il 9 ottobre un’altra risoluzione ONU (la 816) decreta il divieto di sorvolo della Bosnia-Erzegovina – divieto che negli anni successivi verra’ largamente disatteso da croati e musulmani, viceversa armati ed addestrati con il contributo statunitense e tedesco.

Per la Bosnia, a partire dal 1992, pacifisti e sinistra in trappola: si scatena la campagna “Sarajevo assediata”. Dalla citta’ partiranno a ripetizione falsi “scoop” giornalistici su atrocita’ gratuite delle truppe serbe. Vengono organizzate spedizioni a Sarajevo, generalmente presentate come iniziative di protesta nonviolenta contro la guerra (“interposizione non armata”), in effetti pero’ si parla unilateralmente di “assedio” e si rifiuta una presenza di pace nella parte serba della citta’. In una di queste iniziative, organizzata dall’associazione cattolica “Beati i Costruttori di Pace”, viene assassinato il pacifista Moreno Lucatelli: solo dopo anni un film di Giancarlo Bocchi sull’omicidio svela le responsabilita’ delle milizie islamiste, impegnate a montare le strumentalizzazioni in chiave antiserba e ad attizzare l’odio tra le nazionalita’ (11).

Nel luglio 1992 gli USA effettuano il primo tentativo di rovesciamento del governo della nuova Repubblica Federale di Jugoslavia. Giunge a Belgrado Milan Panic, miliardario cittadino americano di origine serba, accompagnato da un codazzo di consiglieri statunitensi; la leadership jugoslava si lascia convincere che quello sia l’uomo giusto per la normalizzazione delle relazioni con la Comunita’ Internazionale, ed il 14 luglio Panic viene designato Primo Ministro – benche’ non ancora cittadino jugoslavo! L’11 agosto, insieme al Presidente federale recentemente eletto, il nazionalista-liberista Dobrica Cosic, Panic incontra i mediatori Vance ed Owen a Ginevra. Il primo settembre in TV Panic afferma che “per il mondo Milosevic [Presidente della Repubblica di Serbia] e’ una persona che non mantiene la parola”. Il 10 settembre il Ministro degli Esteri della RFJ si dimette, mentre sono in corso i colloqui a Ginevra, accusando Panic di lavorare contro gli interessi dei serbi. Due mozioni di sfiducia sono presentate contro Panic in quel periodo, ma non passano in Parlamento per un soffio. Alle elezioni per la Presidenza della Repubblica di Serbia, il 20/12/1992, Panic si candida ed ottiene solo il 34 per cento contro il 56 per cento di Milosevic (il resto va ai candidati di destra) nonostante la enorme pressione americana a favore della sua elezione. Il governo Panic viene comunque sfiduciato.

Fine 1992: Bill Clinton sostituisce George Bush alla Presidenza degli Stati Uniti. Inizia la fase dell’interventismo militare diretto degli USA contro la Jugoslavia.

Su “Defence and Foreign Affairs Strategic Policy” del Dicembre 1992 vengono elencati con dovizia di particolari i rifornimenti di armi leggere e pesanti (60 panzer) alla Croazia da parte soprattutto tedesca.

All’inizio del 1993, su iniziativa della Danimarca, la Repubblica Federale di Jugoslavia viene estromessa persino dalla Organizzazione Mondiale della Sanita’. Questo in un momento in cui il paese registrava un afflusso di circa 600mila profughi da varie parti della RFSJ. Alla fine dell’anno nel paese si registrera’ una inflazione pari a circa il 300.000.000 per cento.

Il 1993 e’ anche l’anno delle “rivelazioni” di Roy Gutman, giornalista destinato a vincere il Premio Pulitzer, sui “campi di sterminio”, e del Ministro degli Esteri bosniaco-musulmano Haris Silajdzic sulle “decine di migliaia di donne musulmane fatte oggetto di violenza sessuale a scopo di pulizia etnica” (3). In effetti la disinformazione sulle questioni bosniache, come in tutto il corso della crisi jugoslava a partire dal 1990, non e’ episodica o casuale ma strategica e persistente. Sempre nel 1993 esce in Francia un libro dal titolo “Le verita’ jugoslave non sono tutte buone a dirsi”, nel quale J. Merlino dimostra il ruolo avuto da agenzie specializzate come la “Ruder&Finn Global Public Affairs”, il cui direttore afferma di aver lavorato per i governo sloveno, croato, bosniaco-musulmano e per il governo del “Kosova”, cioe’ per i secessionisti albanesi di Rugova (8). Su “Foreign Policy” Peter Brock pubblica un lungo articolo in cui elenca tutta una serie di falsificazioni, scatenando un putiferio ed una levata di scudi da parte dei suoi colleghi giornalisti in mezzo mondo (12).

Il 1993 e’ anche l’anno in cui Slovenia, Croazia e Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro) consolidano o rinnovano le loro legislazioni e strutture istituzionali. In particolare, la Croazia introduce la nuova moneta, denominata “kuna” – nel segno della continuita’ con la moneta in corso legale sotto Pavelic – le cui banconote vengono stampate in Germania.

Nell’aprile 1993 Clinton invia a Belgrado Mr. Ralph Reginald Bartholomew, accompagnato da pezzi grossi del Dipartimento di Stato e delle Forze Armate. Al loro arrivo, i delegati creano momenti di tensione cercando di imporre incontri separati con i rappresentanti delle istituzioni e dell’esercito, e chiedendo che si prema sui serbi di Bosnia per l’accettazione incondizionata del piano Vance-Owen. In quella occasione i toni della discussione sono particolarmente aspri con gli ufficiali dell’Esercito Jugoslavo (JNA), che alludono al Vietnam. Ad un ricevimento presso l’ambasciata USA vengono invitati solamente i rappresentanti della opposizione.

8 aprile 1993: la FYROM diventa membro dell’ONU nonostante le gravi questioni rimaste in sospeso con la Grecia.

Il 20 settembre 1993 i musulmani della regione del Bihac, fedeli a Fikret Abdic, proclamano l’indipendenza dal governo di Sarajevo. Abdic, uomo d’affari della Agrokomerc buttatosi in politica nel 1991 quando aveva ottenuto piu’ voti dello stesso Izetbegovic nelle elezioni presidenziali, aveva dovuto rinunciare all’incarico a causa di pressioni dal carattere mai chiarito. Con la proclamazione dell’indipendenza Abdic e decine di migliaia di musulmani scelgono la strada della collaborazione con i croati e con i serbi.

5 febbraio 1994: prima strage di Markale, la principale piazza del mercato di Sarajevo. Il 6 giugno successivo Jasushi Akashi, delegato speciale ONU per la Bosnia, dichiara alla Deutsche Presse Agentur che un rapporto segreto ONU aveva attribuito da subito ai musulmani la paternita’ della strage, ma che il Segretario Generale Boutros Ghali non ne aveva parlato per ragioni di opportunita’ politica. Poco tempo dopo Akashi viene rimosso dall’incarico. Alla Conferenza di Ginevra il clima e’ decisamente sfavorevole ai serbi. Gli americani dichiarano apertamente di voler accrescere il sostegno alla parte musulmana.

In marzo gli USA impongono la costituzione di una Federazione tra croati e musulmani. Questo passo consente la cessazione dei violenti scontri in atto da un anno tra queste due parti in conflitto. Ricordiamo ad esempio le distruzioni avvenute a Mostar, dove persino tre giornalisti italiani sono stati uccisi dai croati per avere filmato “altre verita’”, distruzioni culminate con l’abbattimento del ponte simbolo della citta’ e della Bosnia. L’ultranazionalismo croato in Erzegovina, regione di cui Mostar e’ il capoluogo, continuera’ comunque a rendere impossibile la convivenza con i musulmani, impedendo persino all’incaricato europeo Koschnik di ristabilire condizioni minime di vivibilita’: Koschnik si dimettera’ dopo pochi mesi.

Ma con la costituzione formale di una Federazione tra croati e musulmani gli USA intendono concentrare gli sforzi contro la parte serba. Nei mesi successivi, sotto l’egida USA, viene creato un comando congiunto delle forze armate croato-musulmane, mentre aumentano le indicazioni della presenza di volontari mujaheddin arruolati tra gli islamisti. La brigata dei mujaheddin fa capo a Zenica, dove pure e’ accampato il battaglione turco della missione ONU e sono concentrate 14 organizzazioni umanitarie islamiche. A comandare i mujaheddin ci sono il saudita Abdul Aziz, reduce dell’Afghanistan, un libico, ed altri strani personaggi, come raccontato ad es. da Rampoldi su “Repubblica” del 27/11/1994.

Il 12 giugno 1994 il presidente Clinton, in visita a Berlino, tiene un discorso altamente simbolico dinanzi alla Porta di Brandeburgo: la Germania e’ ormai il partner privilegiato degli USA in Europa, e la leadership tedesca nella UE e’ nell’interesse degli Stati Uniti, che vi si appoggiano per realizzare la penetrazione militare, politica ed economica verso Est. Le dichiarazioni di Clinton creano un incidente diplomatico con la stessa Gran Bretagna.

Il 19 agosto 1994 il V corpo d’armata bosniaco-musulmano attacca la sacca di Bihac generando molti morti e la fuga di decine di migliaia di persone. La sorte di questa gente a tutt’oggi non e’ ancora chiara. In ogni caso, di questi musulmani di Bosnia non legati all’SDA di Izetbegovic i media occidentali si sono occupati in misura irrilevante, magari solo per denigrarli come “traditori”, probabilmente in quanto rappresentavano un grande punto interrogativo sulla natura “democratica e pluralista” dello Stato bosniaco governato dagli ultranazionalisti dell’SDA.

Nei primi mesi del 1995 aumentano fortemente i rifornimenti di armi ai croato-musulmani: all’aereoporto di Tuzla e’ segnalato un traffico intenso di Hercules C130. Sulla “Frankfurter Rundschau” del 11/3/1995, ad esempio, si rivela il misterioso carattere dei traffici verso l’aeroporto di Tuzla e le dichiarazioni in proposito di vari esponenti UNPROFOR. Tuttavia sulla stampa occidentale e in particolare negli ambienti pacifisti si sottolinea solo il carattere di Tuzla città “modello di convivenza multietnica” minacciata dal terrore serbo, omettendo completamente la questione dell’aeroporto. Si noti che dagli accordi di Dayton in poi l’aeroporto di Tuzla diverrà cuore dell’impegno militare statunitense in Bosnia.

Primo maggio 1995. Il regime croato sceglie una data assai particolare per attaccare la Slavonia occidentale: la Festa dei Lavoratori. Nel giro di due giorni tutta questa parte del territorio della Repubblica Serba di Krajina viene occupata, compresa l’area del lager-memoriale di Jasenovac, dove durante la Seconda Guerra Mondiale centinaia di migliaia di persone erano state trucidate dagli ustascia. La forza di protezione ONU sembra inesistente.

L'”Operazione Lampo” (come in tedesco “Blitzkrieg”) si avvale della preparazione acquisita con il supporto degli Stati Uniti e della Germania. In particolare, agenzie di mercenari e generali-addestratori dell’esercito USA hanno lavorato e lavoreranno negli anni successivi per le truppe croate. L’operazione Train and Equip proseguira’ anche dopo gli accordi di Dayton, a sostegno di croati e musulmani ed in vista dell’annientamento della Repubblica serbobosniaca.

Il 3 maggio anche i musulmani attaccano su piu’ fronti, specialmente sulle alture dello strategico Monte Igman a Sarajevo, con la copertura di aerei NATO impegnati a colpire obbiettivi militari serbi. Gli attacchi aerei cessano solo quando i serbo-bosniaci prendono in ostaggio militari ONU. Contemporaneamente i croati attaccano a Livno e Drvar. Oltre Sarajevo, verso Srebrenica, i serbi lasciano avanzare i musulmani chiudendoli infine in trappola in una valle, dove scatenano una carneficina. In seguito a questa, i musulmani attaccano da tutte le “enclave” (Gorazde, Srebrenica, Tuzla, Bihac, Zepa) verso i dintorni, abitati da serbi. A giugno i serbo-bosniaci occupano Srebrenica. Negli anni precedenti le milizie musulmane, guidate da Naser Oric, avevano raso al suolo circa trenta villaggi serbi situati attorno l’enclave protetta dall’ONU. L’attacco dei serbi causa 1430 vittime: altri circa seimila musulmano-bosniaci vengono segretamente allontanati dalla cittadina poco prima dell’ingresso dei serbi. L’operazione, curata dall’Armata musulmana, sara’ descritta nel documento della Croce Rossa Internazionale ICRC n.37 del 13/9/1995. Negli anni successivi i media racconteranno incessantemente la storia dello “sterminio di ottomila civili di Srebrenica” e delle relative “fosse comuni”.

Nell’agosto 1995 l’esercito croato attacca le zone della Croazia ancora sotto controllo serbo, teoricamente “protette” da una forza di interposizione ONU, costringendo alla fuga la popolazione nella sua totalita’, circa 170mila persone (cfr. il libro di Giacomo Scotti “Operazione Tempesta”, Ed. Gamberetti, 1996). In quella occasione diviene palese il sostegno strutturale dato dall’Occidente al regime di Tudjman. In particolare vengono fuori la fornitura di armi da parte tedesca e l’addestramento dato da agenzie USA specializzate, pseudo-private, come la Military Professional Resources Inc., che impiegano militari USA in “prepensionamento”. La suddetta agenzia ha lavorato anche per il governo di Izetbegovic, per il quale ha offerto una prestazione del valore di 400 milioni di dollari, in gran parte sborsati da Stati islamici come la Malaysia e l’Arabia Saudita (6).

28 agosto 1995: la seconda strage a Markale suscita fortissima emozione nell’opinione pubblica. All’inizio di settembre la NATO attacca i serbi della Bosnia, distruggendone gran parte delle potenzialita’ militari. In seguito emergera’ l’uso di proiettili all’uranio impoverito, per i quali in Jugoslavia si pensa di denunciare la NATO al Tribunale dell’Aia per i crimini di guerra.

Solo successivamente (7) emergera’ che pure la strage del 28/8 ha ben altri responsabili: si parla di strutture segrete, appoggiate dai servizi occidentali, impegnate nella strategia della tensione contro la popolazione della Bosnia. A dicembre gli accordi di Dayton consentono comunque la cessazione delle ostilita’. Il prezzo da pagare per i serbi e’ la rinuncia a parte del territorio ed ai quartieri a maggioranza serba di Sarajevo (in piu’ di centomila li abbandoneranno all’inizio del 1996). Il prezzo da pagare per i musulmani e’ la rinunzia ad una Bosnia unitaria, da loro dominata. Il prezzo da pagare per i croati e’ la rinunzia formale alla costituzione di una loro entita’ separata, da annettere alla Croazia. Il prezzo da pagare per tutti i cittadini della Bosnia sono le conseguenze di tre anni di conflitto e la occupazione militare da parte delle truppe straniere, a controllare un territorio ormai privato di qualsiasi sovranita’ reale.

 

LA STRATEGIA DELLA TENSIONE CONTINUA IN KOSOVO

 

Dal 1997 il movimento separatista kosovaro-albanese acquista un fortissimo impulso dal punto di vista strettamente militare a causa degli appoggi in Albania, Turchia ed Occidente, dopo che per anni il governo “parallelo” di Rugova, con la sua politica del separatismo su base etnica e del boicottaggio totale, e’ stato non solo finanziato ed appoggiato a livello propagandistico, ma anche incensato dai “pacifisti” che hanno visto con favore la spartizione della Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia.

In seguito alla rivolta delle “piramidi” un fiume di armi ed equipaggiamento passa le frontiere in sostegno di una organizzazione militare detta UCK (“Esercito di Liberazione del Kosovo”).

Dietro all’exploit di questa organizzazione c’e’ anche l’interessamento di George Tenet, attuale capo della CIA, di origine albanese: sua madre “ha lasciato l’Albania meridionale alla fine della Seconda guerra mondiale, a bordo di un sottomarino britannico, per sfuggire al comunismo… Lei e’ un vero eroe. E’ con queste esperienze di vita e di valori in mente che io spero di guidare la nostra comunita’ di intelligence…” (“il manifesto” 24/2/1999). L’irredentismo panalbanese e’ appoggiato dalla lobby schipetara degli USA, che fa capo alla Albanian-American Civil League vicina a Bob Dole ed al suo protetto Joseph Dioguardi. Come per le precendenti secessioni jugoslave, anche nel caso del “Kosova” la disinformazione mirata a suscitare un clima di mobilitazione bellica nelle popolazioni dei paesi aggressori, e’ mossa da agenzie di pressione specializzate come la “Ruder&Finn” (8), e da tutto l’immenso apparato legato alla “Fondazione Soros”, legata alla CIA.

Per L’UCK si raccolgono fondi, e su giornali come il “Washington Post” appaiono interviste a questi “freedom fighters”. Il 9 marzo 1998 Madeleine Albright enuncia la nuova dottrina statunitense, in base alla quale la crisi del Kosovo “non e’ un affare interno della RF di Jugoslavia”. Anche gli estremisti albanesi della FYROM godono dell’appoggio dato da pseudo organizzazioni umanitarie (Fondazione Soros, Partito Radicale, ecc.) nonostante le preoccupazioni per la tenuta pure di quel paese, dove un terzo della popolazione e’ di lingua albanese. Una destabilizzazione della Macedonia porterebbe alla sua spartizione tra Albania e Bulgaria, proprio come durante il nazifascismo. Progressivamente anche la Macedonia si va riempiendo di truppe occidentali, mentre diventano esplicite le mire della Bulgaria, ad esempio con il documento “Dottrina Nazionale Bulgara” e con le dichiarazioni del presidente Petar Stojanov (13).

Nell’agosto 1998 Erich Rathfelder, giornalista tedesco gia’ noto per reportage faziosi sulla guerra in Croazia e Bosnia, sulla “Tageszeitung” denuncia la strage di 567 albanesi del Kosovo, dei quali 430 bambini, nei pressi di Orahovac. La notizia non ha alcuna conferma, ne’ puo’ averla essendo falsa, ma sortisce ugualmente un forte effetto.

Tra l’ottobre 1998, quando ha inizio la missione OSCE in Kosovo in seguito ai ricatti della NATO contro la Jugoslavia, e l’inizio di marzo secondo la Tanjug nell’area ci sono 975 attacchi terroristici che causano 141 morti, 305 feriti ed 86 scomparsi. Armi dirette ai secessionisti panalbanesi vengono sequestrate nei porti italiani, conti in banca vengono aperti in Europa per il finanziamento dell’UCK (vedasi tra l’altro l’interrogazione parlamentare di G. Russo Spena a riguardo), le polizie di molti paesi europei individuano i legami tra l’UCK ed i traffici di droga e prostituzione.

Alla fine del 1998 una campagna stampa del Partito Radicale Transnazionale per la incriminazione del Presidente della Jugoslavia dinanzi al Tribunale dell’Aia raccoglie il consenso e la firma anche di esponenti dell’UCK come Adem Demaci, nonche’ di ultranazionalisti albanesi della Macedonia, di Sali Berisha e leader albanesi di ogni orientamento. Ancora all’inizio del 1999 il premier Majko chiede che Milosevic sia processato per crimini contro l’umanita’ (“il manifesto” 20/1/1999), appellandosi alla NATO, agli USA ed alla UE.

Il 15 gennaio 1999 in seguito agli scontri attorno a Racak tra le forze jugoslave ed i miliziani dell’UCK, il capo degli osservatori OSCE William Walker, noto “falco” USA in Vietnam e America Latina (caso Iran-contras, squadroni della morte in Salvador, e cosine simili), inscena in collaborazione con i terroristi uno spettacolo macabro indicando come “civili inermi” le vittime. I cadaveri sono stati ammucchiati in un fossato e cambiati di abiti, ma sono guerriglieri dell’UCK. Le immagini e le parole di Walker fanno il giro del mondo ad attestare la “gratuita ferocia dei serbi contro i civili” (4).

La vicenda di Racak e’ il culmine di una serie di operazioni di disinformazione strategica. L’anno precedente erano state segnalate fosse comuni inesistenti, come ad Orahovac, ed anche sui profughi le speculazioni della stampa sono ripugnanti. Le azioni dell’UCK, tese a far crescere la tensione, scatenare la reazione jugoslava ed indurre l’Occidente all’intervento militare diretto, non destano preoccupazione nei nostri media: quasi inosservate passano le stragi di Klecka – quando per la prima volta dalla fine della II Guerra mondiale ritornano in funzione i forni crematori – e Pec – in dicembre un gruppo di ragazzini serbi della cittadina viene massacrato.

La violenta pressione psicologica esercitata dai mass-media, mirata dall’inizio a montare un clima di mobilitazione bellica nelle opinioni pubbliche in Occidente, impedisce strutturalmente lo sviluppo di movimenti di opposizione alla NATO e contro le scelte strategiche euro-atlantiche. L’irredentismo kosovaro diventa “lotta per la liberta’”, l’idea di diritti di cittadinanza per tutti indipendentemente da dove passino i confini statuali e’ considerata antiquata: secondo i redattori della rivista “Guerre&Pace”, capofila del pacifismo italiano, la autonomia politica della provincia sarebbe ormai “una concessione dall’alto”, percio’ si punta direttamente al protettorato e/o alla Grande Albania mascherandola come “auto-determinazione”. Informazioni “fuori dal coro” vengono censurate da tutti i media, anche dai settori della sinistra “antagonista”. Gli “autodeterminatori” del “Kosova” abitano in Occidente.

In Albania in piu’ occasioni si manifesta solidarieta’ con il movimento irredentista kosovaro e con l’UCK, soprattutto da parte della destra di Berisha. Il 5 febbraio 1999 la dimostrazione per le strade di Tirana e’ unitaria, e si scandisce continuamente la sigla UCK (“il manifesto” 6/2)

A Rambouillet vicino Parigi, in seguito alla impressione suscitata dalla macabra sceneggiata di Racak, l’Occidente organizza un falso negoziato: le due parti vengono fatte incontrare un’unica volta in circa venti giorni di sedute (in due riprese tra febbraio e marzo), ed alla fine la delegazione albanese-kosovara, che e’ guidata dall’UCK, firma un “accordo” che prevede il referendum per l’indipendenza e l’occupazione militare da parte della NATO. Consiglieri del Dipartimento di Stato e della NATO stessa accompagnano l’UCK a Rambouillet. Anche il Ministro degli Esteri albanese Milo li assiste (B92, 17 marzo 1999). Pure Filippo di Robilant, ex-portavoce della leader radicale italiana Bonino, fa parte del codazzo dell’UCK (Corriere della Sera). Alla fine, la Jugoslavia viene accusata all’unisono per non avere firmato un “accordo” che tale non e’ – poiche’ un accordo presuppone due parti consenzienti.

Il 22 marzo 1999 rappresentanti dell’UCK si accordano a Tirana con le istituzioni albanesi per una piu’ stretta collaborazione, secondo quanto riportato dalla stessa televisione di Stato albanese. Un altro tassello della ridefinizione degli assetti europei secondo il modello definito dal nazismo si sta realizzando. La guerra puo’ ricominciare.

Il 24 marzo la NATO scatena i bombardamenti su tutto il territorio della Repubblica Federale di Jugoslavia.

NOTE:

(1) Rajko Dolecek: “J’accuse L’Unione Europea, la NATO e l’America” (Ed. Futura, Praga 1998 – in lingua ceca), e T.W. “Bill” Carr: “German and US Involvement in the Balkans” (intervento al Simposio “Jugoslavia: passato e presente”, Chicago 31/8-1/9/1995). Nel 1994 l’ambasciata croata a Washington nega che questo prestito sia mai avvenuto; T.W. Carr, editore associato della “Defense & Foreign Affairs Publications” di Londra, elenca allora le persone direttamente coinvolte nella faccenda, mentre lo SMOM le invita ad esibire tutta la documentazione a riguardo. Firmatari per parte croata risultano essere il vicepresidente della Repubblica Mate Babic e la signora Maksa Zelen Mirijana, autorizzata ad agire in nome e per conto del Ministero delle Finanze di Zagabria.

Il ruolo dello SMOM nella crisi jugoslava e’ tanto importante quanto sconosciuto… A Zagabria la villa sede nel 1990-’91 dell’HDZ di Tudjman diventera’ Ambasciata dello SMOM in Croazia dopo l’indipendenza. Lo SMOM e’ una potente organizzazione direttamente legata al Vaticano che dopo l’89 ha enormemente accresciuto la sua influenza nell’Europa centroorientale: praticamente in tutte le capitali dell’Est europeo esiste ormai una rappresentanza diplomatica dell’Ordine. Tra gli aderenti allo SMOM spicca, per il ruolo specifico avuto come “sponsor” di Slovenia e Croazia, Francesco Cossiga. Lo SMOM fu, insieme al Vaticano ed alla Croce Rossa, una delle ancore di salvezza per i nazisti ustascia in fuga alla fine della II G.M. (cfr. “Ratlines” di M. Aaron e J. Loftus, Ed. Newton Compton 1993)

(2) Cfr. “Nato in the Balkans”, AAVV., edito dall’IAC (New York 1998)

(3) Dichiarazione rilasciata alla Conferenza di Pace di Ginevra. Nell’ottobre 1993 la Commissione ONU per i crimini di guerra sara’ in grado di contare in tutto 330 casi di stupro, relativamente cioe’ a tutte e tre le parti in conflitto.

(4) Vedansi gli articoli apparsi su “Le Monde” e “Le Figaro” nei giorni successivi.

(5) La “autonomia speciale”, in vigore in Kosovo sia dal 1974, prevedeva il diritto di veto della minoranza sulle decisioni della Repubblica di Serbia (e non il viceversa), nonche’ la non-giudicabilita’ degli albanesi da parte di corti che non fossero quelle kosovare. Norme del genere rappresentavano chiaramente una non-reciprocita’ normativa tra istituzioni serbe e gruppo nazionale serbo da una parte, istituzioni kosovare e gruppo nazionale albanese dall’altra. Oltre a questo, la “autonomia speciale” istituiva uno status di “Settima Repubblica” de facto per il Kosovo nella RFSJ, e ciononostante per tutti gli anni Ottanta si erano intensificati gli episodi e si era rafforzato l’indirizzo centrifugo-secessionista negli ambienti politici albanesi-kosovari.

(6) Cfr. ad es. Ken Silverstein su “The Nation”, 28/7/1997.

(7) Cfr. il dispaccio ITAR-TASS 6/9/1995 che fa riferimento alle operazioni segrete “Ciclone Uno” e “Ciclone Due”, coordinate dal capo dell’esercito musulmano Rasim Delic. Vedansi anche Michele Gambino su “Avvenimenti” del 20/9/1995 e Tommaso Di Francesco sul “Manifesto” del 3/10/1995.

 (8) Sulla disinformazione strategica nel caso jugoslavo si vedano ad es. i libri POKER MENTEUR (“Il poker dei bugiardi”, in francese), di Michel Collon (Ed. EPO e M. Collon, 20A Rue Hozeau de Lehaie, 1080 Bruxelles, Belgio – tel. +32-2-414 2988, fax +32-2-414 9224, e-mail: editions@epo. be), e “Le verites yougoslaves ne sont pas toutes bonne a dire”, di Jacques Merlino (Ed. Albin Michel, 1993).

(9) Sulle politiche economiche degli anni Ottanta si veda di M. Chossudovsky “La globalizzazione della poverta’”, Ed. Gruppo Abele 1998, ed il capitolo 4 di “NATO in the Balkans”, Ed. International Action Center, New York 1998.

(10) “Feral Tribune”, 1/9/1997; cfr. la trad. italiana su “Internazionale” n.202, 10/10/1997 pg.39.

(11) Vedansi gli articoli di G. Bocchi apparsi sul “Manifesto” tra settembre ’98 e gennaio 1999, nonche’ l’apposito capitolo dedicato al caso Lucatelli sul libro di Luca Rastello “La guerra in casa”, Einaudi 1998.

(12) Si veda la traduzione italiana (non integrale) apparsa su “Internazionale” del 26/2/1994.

(13) Alla fine del 1997 i giornali di Sofia pubblicano alcuni estratti di un documento intitolato “Dottrina Nazionale Bulgara”, redatto da vari accademici, nel quale si lascia intendere che la Macedonia e’ territorio storicamente bulgaro. Il 12 maggio 1998 Stojanov dice testualmente: “La Bulgaria e’ pronta a intervenire militarmente in Macedonia, qualora il conflitto in Kosovo si allarghi a questo paese che, nei fatti, e’ una provincia bulgara” (cfr. “Notizie Est #46” – http://www.ecn.org/est/balcani).
 yug
Preso da: http://www.fisicamente.net/GUERRA/index-791.htm

La droga gestita della Cia, uno strumento di politica globale

27/4/19
Sulla scia della Seconda Guerra mondiale, le élite politiche statunitensi e britanniche si ritrovarono ad affrontare la minaccia del socialismo su scala globale. Nonostante le incombenti perplessità circa il futuro, decisero di reagire mobilitando risorse – pubbliche e nascoste – al fine di implementare un programma di “Roll Back” atto a invertire l’avanzata comunista mondiale. Un vero e proprio blocco sulla strada della mobilitazione anti-comunista era rappresentato dal fatto che la maggior parte della popolazione statunitense era diffidente verso un progetto di politica estera di così ampia portata. Per lo statunitense medio il mondo era rappresentato unicamente dall’America del Nord e l’interesse per la politica estera era minimo. A causa di questo radicato isolazionismo, negli Stati Uniti, agli esordi della Guerra Fredda, spese governative ingenti nella politica estera erano fuori questione. Inoltre la Cia, principale fonte economica nel reame della politica estera americana, rappresentava, per la maggioranza degli americani nell’epoca post-bellica, un’agenzia come un’altra, mentre in realtà questa stava diventando un protagonista chiave. Pur perseguendo l’impegno di portare a termine massicce operazioni mondiali, la Cia chiese alla Casa Bianca una licenza per inserirsi in fonti di finanziamento alternativi.
Lucky LucianoLa droga figurava come il business più remunerativo tra quelli più noti. La natura criminale del business dettava quindi le regole del gioco. Mentre alcuni dei guadagni erano effettivamente utilizzati a supporto di operazioni sotto copertura, altri erano deviati verso l’arricchimento personale di agenti e dirigenti dell’agenzia, oppure rimanevano nelle mani di gruppi finanziari con potere di lobby nell’amministrazione statunitense. Di conseguenza, la complicità nel business della droga iniziò a diffondersi verso il livello più alto dell’establishment nordamericano… Il primo caso rappresentante le connessioni tra la Cia e il business della droga risalgono al 1947, anno in cui Washington, preoccupata dell’ascesa del movimento comunista nella Francia post-bellica, si associò con la nota e spietata mafia corsa nella lotta contro la sinistra. Dal momento che il denaro non poteva essere riversato nella sgradevole alleanza attraverso canali ufficiali, una grossa fabbrica di eroina venne istituita a Marsiglia con l’assistenza della Cia, che alimentava l’affare. L’iniziativa imprenditoriale impiegava abitanti del posto, mentre la Cia organizzava il ciclo degli approvvigionamenti, ed il terrore fisico e psicologico contro i comunisti in Francia alfine impedì loro di raggiungere il potere.

William ColbySuccessivamente lo schema adottato è stato replicato nel mondo. All’inizio degli anni ’50 la Cia dirigeva un network di fabbriche di eroina nel Sud Est Asiatico e con parte dei guadagni sosteneva Chiang Kai-shek, che combatteva contro la Cina comunista. La Cia iniziò quindi a patrocinare il regime militare in Laos, rafforzando i propri legami nella regione del Triangolo d’Oro comprendente Laos, Thailandia e Birmania, paesi che hanno contribuito per il 70% della fornitura globale di oppio. La maggior parte della merce era diretta a Marsiglia e in Sicilia per il trattamento effettuato dalle fabbriche gestite dalla mafia corsa e siciliana. In Sicilia, l’associazione criminale che gestiva diverse fabbriche di droga era stata fondata da Lucky Luciano, un gangster americano nato in Italia e rideportatovi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Le informazioni non classificate non lasciano alcun dubbio circa il lavoro che Luciano svolgeva per l’intelligence americana. L’uomo è stato, senza grosse motivazioni, rilasciato dalla prigione americana nel 1946 prima di aver scontato la sua condanna; l’associazione criminale italiana che operava sotto il controllo statunitense condivideva i guadagni con i patroni americani, i quali utilizzavano il denaro per portare avanti una guerra segreta contro il partito comunista italiano.
La Cia continuò a prelevare denaro dal Triangolo d’Oro durante la Guerra del Vietnam. La droga proveniente da questa regione veniva trafficata illegalmente negli Stati Uniti e distribuita a basi militari americane all’estero. Ne deriva che molti dei veterani della Guerra del Vietnam sono rimasti segnati non solo dalla guerra, ma anche dall’uso di narcotici. Le attività legate al traffico della droga portate avanti dalla Cia dovevano rimanere segrete, ma evitare di venire a conoscenza di azioni così gravi era difficile. Uno scandalo enorme scoppiò infatti negli anni ’80 coinvolgendo la banca Nugan Hand di Sydney, con filiali registrate alle isole Cayman, e il precedente direttore della Cia William Colby avente funzione di consigliere legale. La Cia ha utilizzato la suddetta banca per operazioni di riciclaggio di denaro sporco nella gestione dei proventi derivanti dal traffico di droga e armi in Indocina. La geografia dei traffici di droga appoggiati dalla Cia si ampliò costantemente. Negli anni ’80, lo scambio “armi per droga” è stato replicato per finanziare i Contras del Nicaragua; ma dopo essere stato scoperto, il Comitato delle relazioni estere del Senato americano ha dovuto aprire un’inchiesta. Una frase del rapporto del Senato sul famoso accadimento affermava: «I decisori statunitensi non erano immuni all’idea che i soldi della droga fossero una soluzione ideale al problema del finanziamento del Contras».
Aereo Cia caduto in Messico nel 2012 con 4 tonnellate di cocainaQuesta dichiarazione, in linea generale, potrebbe dimostrare che le attività della Cia erano strettamente collegate alla politica estera americana. Il business della Cia nel narcotraffico si è diffuso senza precedenti quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica entrarono indirettamente in conflitto in Afghanistan. La comunità dell’intelligence americana finanziò generosamente i Mujahiddin, in parte con i soldi derivanti dal narcotraffico. Gli aerei statunitensi che consegnavano armi alla nazione rientravano carichi di eroina. Secondo giudizi indipendenti, all’epoca, circa il 50% del consumo di eroina negli Stati Uniti proveniva dall’Afghanistan. “La mafia, la Cia e George Bush” di Pete Brewton (New York: S.P.I. Books, 1992) offre una serie di dati concreti che provano i legami esistenti tra il direttore della Cia e il presidente americano Bush e la mafia. Lo stesso presidente, in certe fasi della sua carriera, combinò la propria funzione pubblica con la politica e il business della droga. L’establishment americano ha concluso che la droga, oltre ad essere stata impiegata per circostanze politiche, potrebbe tornare utile nel raggiungimento di obiettivi geopolitici di lungo termine.
Bremer con Colin PowellQuando Paul Bremer divenne capo di Baghdad con un’autorità che nemmeno Saddam Hussein si sognava, non fece alcun tentativo per innalzare una barriera contro l’ondata del narcotraffico che travolse l’Iraq. Inoltre è importate notare che il business della droga, durante il governo di Saddam, era un problema inesistente nel paese. «Questa è la panacea di ogni rivolta. Drogateli, rendeteli dipendenti come pesci affamati. In seguito, dopo aver preso il controllo della loro radio e televisione, storditeli con la propaganda». Baghdad, la città che non aveva mai visto l’eroina fino a marzo del 2003, ora è sommersa di stupefacenti, inclusa l’eroina. Secondo un rapporto pubblicato dal giornale “The Indipendent” di Londra, i cittadini di Baghdad si lamentavano che la droga, come l’eroina e la cocaina, erano smerciate per le strade delle metropoli irachene. «Alcune relazioni suggeriscono che il traffico di droga e armi era sostenuto dalla Cia, al fine di finanziare le sue operazioni segrete internazionali», scrive Brenda Stardom. Nel suo rapporto, un abitante di Baghdad spiegava: «Saresti stato impiccato, per il traffico di droga. Ma ora si può ottenere eroina, cocaina, qualsiasi cosa». I civili tossicodipendenti non hanno nessuna volontà di resistere, mentre la trionfante Washington, che ottenne le risorse del paese, è incurante del fatto che questa gente è condannata all’estinzione.
L’operazione anti-terroristica lanciata immediatamente dopo il dramma dell’11 Settembre è giunta a conclusione in Afghanistan 11 anni dopo. Washington tratta la questione come un successo, ma evitare l’opinione pubblica genera gravi effetti collaterali. L’Afghanistan è stato abbandonato in uno stato di distruzione, con interi villaggi annientati, migliaia di persone decedute, prigionieri, campi di concentramento e rifugiati in tutto il paese. Sconfiggere il business della droga era l’obiettivo più pubblicizzato dell’intera “guerra al terrore” americana, ma il risultato e gli obiettivi della campagna erano completamente diversi. Nelle mani della coalizione occidentale, l’Afghanistan si è trasformato nel principale produttore mondiale di droga. Gli Usa e il business della droga si sono intrecciati sin dalla fine del secondo conflitto mondiale. Per Washington, la droga è stata a lungo un elemento strutturale della politica estera, oltre all’enorme mercato nero mondiale che alimenta l’economia “legittima” dell’Occidente… Un dollaro destinato al commercio della droga rende fino a 12.000 dollari, nella migliore delle ipotesi. Il costo dell’eroina afghana aumenta nettamente man mano che ci si sposta a nord del paese – in Pakistan ammonta a circa 650 dollari al chilo, 1.200 in Kyrgyzstan, raggiungendo i 70 dollari al grammo nella città di Mosca. Un chilo di eroina equivale a 200.000 dosi, e una dipendenza disperata inizia dopo 3 o 4 dosi.
Soldati Usa nei campi di oppio in AfghanistanIl capitale “legittimo” sarebbe temporaneamente insostenibile senza il trascinante mercato nero globale. Entrambi i componenti dell’economia mondiale sono incentrati sugli Stati Uniti. Washington è consapevole che la produzione di droga può essere messa in atto solo dopo aver soddisfatto il requisito principale, cioè che gli utili finali non creino un effetto a cascata sul produttore. Diversamente, il mercato nero si sgretolerebbe all’istante. La mafia che gestisce il traffico di droga “in linea” riesce ad ottenere il 90% dei ricavi dall’eroina. Accanto ad altri soggetti coinvolti nel traffico, coloro che lavorano la materia prima ricevono il 2% del guadagno, gli agricoltori di papavero il 6% e i commercianti di oppio il 2%. La produttività del mercato nero utilizza anche aree coltivate a prezzi marginali. Promuovere un conflitto armato nella zona agricola è il modo più semplice per attenuare i costi richiesti dagli agricoltori, considerando che le armi sono la merce con più alto valore equivalente. La formula è che più sanguinoso è il conflitto e più alti sono i ricavi dalle vendite di armi e droga. L’instabilità, associata al controllo del disordine, rappresenta il motore del mercato nero. I due fattori armonizzano la domanda e l’offerta, tuttavia per assottigliare i costi e non avere difficoltà occorre diffondere aspirazioni separatiste. Il comandante della situazione dovrebbe impegnarsi con gruppi etnici, clan o fazioni religiose piuttosto che con enti statali.
L’Afghanistan ha distribuito un totale di circa 50 tonnellate di oppio durante la metà degli anni ’80, ma la cifra è balzata a 600 tonnellate entro il 1990, un anno dopo il ritiro dei sovietici. Dopo aver sequestrato il 90% del territorio afgano e preso controllo della coltivazione di papavero locale, i Talebani si sono scrollati di dosso la presa della Cia e del Dipartimento di Stato americano, causando la perdita della quota statunitense dei circa 130 miliardi di dollari di profitto che la mafia poteva ottenere se le forniture venivano incanalate con successo in Asia centrale. Riprendere il controllo della produzione di eroina dal potere dei Talebani era l’obiettivo fondamentale dietro la campagna statunitense in Afghanistan. Al momento la missione è compiuta, gran parte dell’eroina viene acquistata e trasmessa dalla Cia e dal Pentagono ad altri paesi. Dopo aver costruito le basi militari in Kyrgyzstan, Uzbekistan e Tagikistan e insediato il governo di Hamid Karzai, Washington ha aperto nuove rotte di approvvigionamento, eliminando i concorrenti e facendo sì che la capacità degli stabilimenti di trasformazione dell’oppio in eroina non siano mai privi di lavoro. Al momento, l’Afghanistan rappresenta il 75% del mercato globale di eroina, l’80% del mercato europeo e il 35% del mercato statunitense. Circa il 65% del rifornimento di droga dell’Afghanistan attraversa l’Asia centrale post-sovietica, e anche se questa disposizione sarà leggermente modificata, il traffico persisterà anche dopo il ritiro della coalizione occidentale dall’Afghanistan.
Droga in RussiaL’alleanza criminale tra la Cia e i Talebani è un fatto noto e non svanirà. Attualmente, i gruppi criminali albanesi del Kosovo possiedono un ruolo di primo piano nel commercio internazionale della droga. L’indipendenza del Kosovo dalla Serbia ha permesso agli Stati Uniti di pianificare un nuovo punto di appoggio per il business della droga, con particolare riguardo all’Europa. Oltre un milione di albanesi risiedono in Europa occidentale e la maggior parte di loro sopravvive grazie a diversi affari illegali, soprattutto quello della droga. Senza dubbio, gli Stati Uniti hanno deliberatamente presentato all’Europa un problema che d’ora in poi aumenterà. Secondo l’agenzia anti-narcotici russa, circa 100.000 persone in tutto il mondo – più di quante uccise dall’esplosione nucleare che distrusse Hiroshima – muoiono ogni anno a causa degli stupefacenti provenienti dall’Afghanistan. In questo contesto, in Russia, il bilancio è di circa 30.000 vittime. L’agenzia russa sul controllo della droga afferma che la produttività è raddoppiata negli ultimi dieci anni e ad oggi il 90% delle dosi di droga consumate globalmente – un totale di 7 miliardi – rappresentano eroina. La tossicodipendenza sta invadendo l’odierna Russia e nel mix con l’abuso di alcool sta mettendo in pericolo l’esistenza stessa della nazione.
La Russia è molto attiva nell’incoraggiare la lotta internazionale contro la droga – il ministro degli esteri Sergej Lavrov, per esempio, ha ricordato al forum anti-droga 2010 che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite osserva il problema della droga come una minaccia alla pace e alla sicurezza globale. Il suo punto di vista era che il mandato della coalizione in Afghanistan dovrebbe essere aggiornato per includere delle misure ben più robuste, incluso lo sradicamento dei campi di oppio e lo smantellamento delle fabbriche di droga. I passi per contrastare la produzione di stupefacenti in Afghanistan dovrebbero essere altrettanto decisi di quelli scattati in America Latina contro il traffico di cocaina, afferma Lavrov, sottolineando anche che un coordinamento in tempo reale tra la Russia e la Nato, lungo il confine con l’Afghanistan, potrebbe essere di grande aiuto. Mosca ha mandato per anni segnali in merito, ma l’atteggiamento della Nato sembra essere impassibile. Il capo dell’agenzia russa del controllo della droga Viktor Ivanov ha affermato nel 2010 che la Russia ha fornito delle informazioni riservate agli Stati Uniti e all’amministrazione afghana riguardo 175 stabilimenti di droga in Afghanistan, eppure nessuno di questi è stato smantellato. I fondi continuano quindi ad accumularsi sui conti bancari di coloro che gestiscono questi traffici ed è chiaro che questa condizione richiede un fronte anti-narcotico molto più ampio. Mosca perderà solo tempo e vedrà sempre più russi morire se attende una mossa dell’Occidente per sottoscrivere tali iniziative. È giunto il momento di adottare misure drastiche contro coloro che diffondono la morte confezionata in dosi.
(“La droga, uno strumento di politica globale”, da “La Crepa nel Muro” del 9 aprile 2019).

Preso da: http://www.libreidee.org/2019/04/la-droga-gestita-della-cia-uno-strumento-di-politica-globale/