Libia, la guerra del petrolio e gli interessi dei Grandi

A cinque anni dalla caduta di Gheddafi vengono al pettine i nodi di un intervento voluto dai francesi e poi avallato dalla Nato e dagli Usa che hanno commesso un altro errore strategico: le frontiere libiche sono sprofondate per mille chilometri nel Sahara e il caos ha portato una destabilizzazione incontrollabile che con i jihadisti ha contagiato la Tunisia e i Paesi confinanti.

di Alberto Negri – 14 settembre 2016

«It’s the oil stupid», è il petrolio la posta in gioco in Libia, scrive Issandr Al Amrani, fondatore di The Arabist. E potremmo aggiungere anche il gas: il 60% del carburante pompato dall’Eni- ogni giorno 35 milioni di metri cubi – alimenta le centrali elettriche locali, sia in Tripolitania che in Cirenaica. In poche parole è la produzione dell’Eni che accende la luce ai libici.
Nel momento in cui si mandano un centinaio di medici a Misurata protetti da 200 parà della Folgore, questo aspetto di vitale importanza per la sopravvivenza dei libici non va sottovalutato. Anche il generale Khalifa Haftar e il governo di Tobruk forse dovrebbero pagare la bolletta ma hanno fatto una scelta diversa, ovvero impadronirsi dei principali terminali petroliferi della Cirenaica fino a Ras Lanuf, a ridosso della linea del fronte dove nella Sirte comincia la battaglia al Califfato, quasi passata in secondo piano davanti alle tensioni crescenti tra le fazioni libiche.
La guerra in Libia del 2011 per abbattere il Colonnello Gheddafi, come quella in Siria per far fuori Assad, si è trasformata quasi subito in un conflitto per procura con forti connotati economici e strategici. L’intervento francese a favore dei ribelli di Bengasi accompagnato da quello della Nato ha diviso il Paese tra le due regioni principali e l’unità libica, un eredità coloniale italiana, di fatto non si è più ricostituita.  In pratica ci sono due situazioni critiche derivanti dall’attacco alla Mezzaluna petrolifera libica condotto dal generale Khalifa Haftar, l’uomo forte di Tobruk e della Cirenaica. Una è lo scontro tra Tripoli, il governo internazionalmente riconosciuto, e quello di Tobruk; l’altra è quella meno visibile degli interessi contrastanti delle potenze in campo. Nonostante le notizie diffuse dalla stampa, Francia, Russia ed Egitto continuano ad appoggiare Haftar che conquistando porti e terminali minaccia anche gli interessi italiani. Gli americani bombardando l’Isis rafforzano Tripoli e Misurata contro Haftar, quindi, con qualche sfumatura, si schierano contro la Francia, l’Egitto e la Russia, con implicazioni anche sul fronte siriano. L’Italia, appoggiando Misurata e gli Stati Uniti, prende posizione contro l’Isis ma anche nei confronti delle milizie di Haftar, appoggiate dal Cairo e fino a ieri da Parigi.
A cinque anni dalla caduta di Gheddafi vengono al pettine i nodi di un intervento voluto dai francesi e poi avallato dalla Nato e dagli Usa che hanno commesso un altro errore strategico: le frontiere libiche sono sprofondate per mille chilometri nel Sahara e il caos ha portato una destabilizzazione incontrollabile che con i jihadisti ha contagiato la Tunisia e i Paesi confinanti. L’Italia, come ha ammesso l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini, fu costretta allora a partecipare ai raid dell’Alleanza perché i terminali dell’Eni risultavano tra i bersagli da colpire. Ora rimediare è complicato e la divisione tra Tripolitania e Cirenaica si è fatta sempre più aspra. In sostanza questa guerra per procura è interna al fronte occidentale, oltre che a quello arabo, e per l’Italia è un conflitto ultrasensibile perché dopo avere perso in Libia miliardi di euro, sfumati con gli accordi firmati con Gheddafi, si trova sull’altra sponda un trampolino di lancio per i migranti.
La comunità internazionale e anche la Francia ufficialmente si sono schierati contro Haftar ma il bottino libico, 140-150 miliardi di dollari, è troppo attraente per non essere diffidenti. Del bottino petrolifero la Cirenaica costituisce la parte più ricca perché custodisce circa il 70-80% delle riserve di oro nero. Non solo: la sua proiezione verso il Sahara la rende strategica per l’influenza nella fascia sub-saheliana dove i francesi sono attori di primo piano mentre l’Egitto è fortemente interessato a estendere il suo controllo in questa area di frontiera per evidenti ragioni economiche e di sicurezza. Prima della caduta di Gheddafi un milione di egiziani lavorava in Libia.  Quando si stava disgregando la Libia italiana lo stesso monarca egiziano Farouk nel 1944 rivendicò la Cirenaica: «Non mi risulta che vi sia mai appartenuta». fu la secca replica di Churchill in un burrascoso faccia a faccia con Farouk al Cairo. Oggi forse dovrebbero essere gli americani a pronunciare le stesse parole. Ma dopo quanto è accaduto negli ultimi anni tra il Maghreb e il Medio Oriente nessuno si fa illusioni. La Libia è una lezione sui tempi che corrono: concetti come “alleato” e “nemico” non spiegano più la realtà internazionale. E l’Italia nel caso libico ha avuto la prova di quanto gli alleati siano più concorrenti che amici.
Fonte: Il Sole 24 Ore
Preso da: http://www.lintellettualedissidente.it/rassegna-stampa/libia-la-guerra-del-petrolio-e-gli-interessi-dei-grandi/
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Libia, una guerra che vale 130 miliardi: altro che esportatori di democrazia!

8 settembre 2016

Guerra in Libia, tutti a farneticare su uomini e mezzi da inviare. Ma il punto è: perché bisogna intervenire? Ecco quali sono le vere ragioni dietro l’intervento italiano, come rivela su Facebook Marcello Foa, giornalista di scuola montanelliana, ora Ceo di Corriere del Ticino/mediaTI.
Ecco la vera ragione della guerra in Libia.
L’Italia si prepara a mandare 5.000 uomini in Libia su richiesta di Washington per “combattere l’Isis”. Ma siamo proprio sicuri che sia questo il reale obiettivo?

No, infatti, caro lettore, il motivo di questa guerra è un altro e, avrete immaginato, è… ilpetrolio.
Come spiega l’ottimo Alberto Negri sul Sole 24 Ore:
“Siamo davanti a un regolamento di conti, una spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio”.
La Libia, continua Negri:
“È un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso di un ipotetico Stato libico. Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni. Una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare”.

GUERRA IN LIBIA, GLI SCENARI FUTURI
Probabilmente, una volta stabilizzato, il paese sarà diviso tra Francia, Gran Bretagna e, auspicabilmente Italia, mentre gli Stati Uniti vigileranno dall’alto.
L’Italia, che era ben posizionata con Gheddafi, e che è riuscita a cavarsela anche negli ultimi anni, ha molto da perdere e poco da guadagnare ad assumere un ruolo militare di primo piano nella sempre più probabile guerra.
Di certo, ancora una volta non ci dicono tutta la verità. Ancora una volta la lotta al terrorismo è, al più, una concausa e viene usato come pretesto per realizzare altri obiettivi, economici come sempre. E come sempre, solo pochi giornalisti avranno la lucidità e l’onestà intellettuale di raccontare la verità. Alberto Negri è uno di questi.
Nella giornata di ieri gli americani hanno bombardato obiettivi dell’Isis a Sirte, in Libia. Gli aerei statunitensi sono partiti dalla base italiana di Sigonella.

Ecco perché hanno ammazzato Gheddafi. Le email Usa che non vi dicono

16 agosto 2016

Il 31 dicembre scorso, su ordine di un tribunale, sono state pubblicate 3000 email tratte dalla corrispondenza personale di Hillary Clinton, transitate sui suoi server di posta privati anziché quelli istituzionali, mentre era Segretario di Stato.
Un problema che rischia di minare seriamente la sua corsa alla Casa Bianca. I giornali parlano di questo caso in maniera generale, senza entrare nel dettaglio, ma alcune di queste email delineano con chiarezza il quadro geopolitico ed economico che portò la Francia e il Regno Unito alla decisione di rovesciare un regime stabile e tutto sommato amico dell’Italia, come laLibia di Gheddafi. Ovviamente non saranno i media mainstream generalisti a raccontarvelo, né quelli italiani né quelli di questa Europa che in quanto a propaganda non è seconda a nessuno, tantomeno a quel Putin spesso preso a modello negativo. A raccontarvelo non poteva essere che un blog, questa voltaScenari Economici di Antonio Rinaldi e del suo team, a cui vanno i complimenti.


“Due terzi delle concessioni petrolifere nel 2011 erano dell’ENI, che aveva investito somme considerevoli in infrastrutture e impianti di estrazione, trattamento e stoccaggio. Ricordiamo che la Libia è il maggior paese produttore africano, e che l’Italia era la principale destinazione del gas e del petrolio libici.
La email UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05779612 Date: 12/31/2015 inviata il 2 aprile 2011 dal funzionario Sidney Blumenthal (stretto collaboratore prima di Bill Clinton e poi di Hillary) a Hillary Clinton, dall’eloquente titolo “France’s client & Qaddafi’s gold”, racconta i retroscena dell’intervento franco-inglese.

  • La Francia ha chiari interessi economici in gioco nell’attacco alla Libia.
  • Il governo francese ha organizzato le fazioni anti-Gheddafi alimentando inizialmente i capi golpisti con armi, denaro, addestratori delle milizie (anche sospettate di legami con Al-Qaeda), intelligence e forze speciali al suolo.
  • Le motivazioni dell’azione di Sarkozy sono soprattutto economiche e geopolitiche, che il funzionario USA  riassume in 5 punti:
    • Il desiderio di Sarkozy di ottenere una quota maggiore della produzione di petrolio della Libia (a danno dell’Italia, NdR),
    • Aumentare l’influenza della Francia in Nord Africa
    • Migliorare la posizione politica interna di Sarkozy
    • Dare ai militari francesi un’opportunità per riasserire la sua posizione di potenza mondiale
    • Rispondere alla preoccupazione dei suoi consiglieri circa i piani di Gheddafi per soppiantare la Francia come potenza dominante nell’Africa Francofona.

Ma la stessa mail illustra un altro pezzo dello scenario dietro all’attacco franco-inglese, se possibile ancora più stupefacente, anche se alcune notizie in merito circolarono già all’epoca.

La Motivazione Principale Dell’attacco Militare Francese Fu Il Progetto Di Gheddafi Di Soppiantare Il Franco Francese Africano (CFA) Con Una Nuova Valuta Pan Africana.

In sintesi Blumenthal dice:

  • Le grosse riserve d’oro e argento di Gheddafi, stimate in 143 tonnellate d’oro e una quantità simile di argento, pongono una seria minaccia al Franco francese CFA, la principale valuta africana.
  • L’oro accumulato dalla Libia doveva essere usato per stabilire una valuta pan-africana basata sul dinaro d’oro libico.
  • Questo piano doveva dare ai paesi dell’Africa Francofona un’alternativa al franco francese CFA.
  • La preoccupazione principale da parte francese è che la Libia porti il Nord Africa all’indipendenza economica con la nuova valuta pan-africana.
  • L’intelligence francese scoprì un piano libico per competere col franco CFA subito dopo l’inizio della ribellione, spingendo Sarkozy a entrare in guerra direttamente e bloccare Gheddafi con l’azione militare.

Dalla Libia i finti missili su Lampedusa prima dei migranti veri

Ricordate quando Reagan, 1986, bombardò Gheddafi? Probabilmente no. Allora fu Bettino Craxi a fare la spia avvertendo Gheddafi dell’arrivo dei caccia Usa che lo volevano uccidere. Ed ecco l’invenzione Usa sul missile libico lanciato contro Lampedusa, provocazione Usa per creare caos politico in casa nostra.
Craxi Reagan cop
La storia maestra di vita? A volte capita.
Ricordate quando Reagan, 1986, bombardò Gheddafi? Probabilmente no. Allora fu Bettino Craxi a fare la spia avvertendo dell’arrivo dei caccia Usa che lo volevano uccidere. La rivelazione fu fatta da Giulio Andreotti, nel 2008. Tanti illustri scomparsi. Ma il presidente-attore Usa allora non gradì affatto.
Ed ecco, pochi giorni dopo il colpo di risposta: i missili, uno o più, si discusse allora, lanciati dalla Libia contro Lampedusa e per puro miracolo finiti in mare. Più che missili, delle balle. Invenzione americana usata per create scompiglio tra le forze politiche di casa che sulla questione Libia si stavano lacerando, è la rivelazione ultima.

La prima rivelazione nel 2008. Prima conferma ufficiale grazie a due protagonisti della crisi, il senatore a vita Giulio Andreotti, allora ministro degli Esteri del secondo governo Craxi, e il capo della diplomazia libica Abdel-Rahman Shalgam, all’epoca ambasciatore a Roma.
Raid Usa per punire Gheddafi dell’attentato alla discoteca La Belle di Berlino dell’aprile 1986, ( anche quello falso), con tre soldati Usa. Bombardieri F-111 decollati dalle basi di Lakenheat e Upper Heyford, in Gran Bretagna, e aerei della Sesta Flotta di stanza nel Mediterraneo. Furono uccise una ventina di persone, fra le quali la figlia adottiva del colonnello.
In quell’occasione gli Stati Uniti utilizzarono la base di Lampedusa, «ma contro la volontà del governo italiano, perché Roma era contraria all’uso dei cieli e dei mari nazionali per l’aggressione», dichiara Adreotti. La risposta libica accreditata allora  fu il lancio di due missili Scud su Lampedusa, smentita oggi.
Falsi missili e pura disinformazione, con i nemici Libia e Usa a condividere la bugia reciprocamente utile. Ne ha parlato giorni fa a Roma, Ahmed Maetig, vice premier libico dell’ancora incerto governo Saraj messo su dall’Onu. Ieri come oggi, con un seguito più recente.
Nel 2011 la partecipazione italiana alla missione Nato contro la Libia di Gheddafi fu sollecitata per evitare che gli alleati-concorrenti petroliferi di ieri e di oggi, bombardassero i terminali petroliferi dell’Eni. Un percorso infido da sempre quello dell’Italia in Libia.

Preso da: http://www.remocontro.it/2016/05/31/dalla-libia-i-finti-missili-su-lampedusa-prima-dei-migranti-veri/

I predatori della Libia

11 aprile 2016, da Manlio Dinucci 


«La Libia deve tornare a essere un paese stabile e solido», twitta da Washington il premier Renzi, assicurando il massimo sostegno al «premier Sarraj, finalmente a Tripoli». Ci stanno pensando a Washington, Parigi, Londra e Roma gli stessi che, dopo aver destabilizzato e frantumato con la guerra lo Stato libico, vanno a raccogliere i cocci con la «missione di assistenza internazionale alla Libia».
L’idea che hanno traspare attraverso autorevoli voci. Paolo Scaroni, che a capo dell’Eni ha manovrato in Libia tra fazioni e mercenari ed è oggi vicepresidente della Banca Rothschild, dichiara al Corriere della Sera che «occorre finirla con la finzione della Libia», «paese inventato» dal colonialismo italiano. Si deve «favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che faccia appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi», spingendo Cirenaica e Fezzan a creare propri governi regionali, eventualmente con l’obiettivo di federarsi nel lungo periodo. Intanto «ognuno gestirebbe le sue fonti energetiche», presenti in Tripolitania e Cirenaica.

Analoga l’idea esposta su Avvenire da Ernesto Preziosi, deputato Pd di area cattolica: «Formare una Unione libica di tre Stati – Cirenaica, Tripolitania e Fezzan – che hanno in comune la Comunità del petrolio e del gas», sostenuta da «una forza militare europea ad hoc». È la vecchia politica del colonialismo ottocentesco, aggiornata in funzione neocoloniale dalla strategia Usa/Nato, che ha demolito interi Stati nazionali (Jugoslavia, Libia) e frazionato altri (Iraq, Siria), per controllare i loro territori e le loro risorse.
La Libia possiede quasi il 40% del petrolio africano, prezioso per l’alta qualità e il basso costo di estrazione, e grosse riserve di gas naturale, dal cui sfruttamento le multinazionali statunitensi ed europee possono ricavare oggi profitti di gran lunga superiori a quelli che ottenevano prima dallo Stato libico. Per di più, eliminando lo Stato nazionale e trattando separatamente con gruppi al potere in Tripolitania e Cirenaica, possono ottenere la privatizzazione delle riserve energetiche statali e quindi il loro diretto controllo.
Oltre che dell’oro nero, le multinazionali statunitensi ed europee vogliono impadronirsi dell’oro bianco: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana, che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad. Quali possibilità essa offra lo aveva dimostrato lo Stato libico, costruendo acquedotti che trasportavano acqua potabile e per l’irrigazione, milioni di metri cubi al giorno estratti da 1300 pozzi nel deserto, per 1600 km fino alle città costiere, rendendo fertili terre desertiche.
Sbarcando in Libia con la motivazione ufficiale di assisterla e liberarla dalla presenza dell’Isis, gli Usa e le maggiori potenze europee possono anche riaprire le loro basi militari, chiuse da Gheddafi nel 1970, in una importante posizione geostrategica all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente.
Infine, con la «missione di assistenza alla Libia», gli Usa e le maggiori potenze europee si spartiscono il bottino della più grande rapina del secolo: 150 miliardi di dollari di fondi sovrani libici confiscati nel 2011, che potrebbero quadruplicarsi se l’export energetico libico tornasse ai livelli precedenti.
I fondi sovrani, all’epoca di Gheddafi investiti per creare una moneta e organismi finanziari autonomi dell’Unione Africana (ragione per cui fu deciso di abbattere Gheddafi, come risulta dalle mail di Hillary Clinton), saranno usati per smantellare ciò che rimane dello Stato libico. Stato «mai esistito» perché in Libia c’era solo una «moltitudine di tribù», dichiara Giorgio Napolitano, convinto di essere al Senato del Regno d’Italia.
Fonte: Il Manifesto

Preso da: http://altrenotizie.org/pescati-nella-rete/6952-i-predatori-della-libia.html

Gad Lerner, la Libia e il “giornalismo”: da fan dei crimini della NATO nel 2011 a “pacifista”

Ipse dixit. Gad Lerner: nel 2011 fan dei ribelli libici e delle bombe Nato. Per la serie: “Tanto nessuno ricorda, quindi non devo nemmeno scusarmi”
Ecco alcuni “ieri e oggi” del conduttore.
Il 31 marzo 2016 scrive fra l’altro : «(…) inevitabile è un impegno dell’Italia nel ginepraio nordafricano (…) Garantire la continuità del rifornimento energetico attraverso il gasdotto sottomarino che da Mellitah raggiunge Gela. (…) Evitare che il contagio della guerra civile possa minare la precaria stabilità di un paese come l’Algeria (…) E infine scongiurare il monopolio territoriale dell’Isis sulle coste nordafricane (…)»
Il 2 giugno 2015 scandalizzato scriveva  che «l’Eni in Libia è sotto protezione di una fazione, Fajr, il cui comandante non smentisce l’alleanza con fazioni jihadiste vicine all’Isis».
 
Terrificante. Ma quale posizione manifestava lo stesso Lerner sulla Libia nel 2011, in tutti i modi consentiti e non certo solo sul blog? A poche ore dall’intervento della Nato, che all’Isis ha fatto da forza aerea, demonizzava chi non era d’accordo con l’intervento : «(…) nelle ore cruciali che precedono una decisione internazionale d’iniziativa armata in Libia -e speriamo che arrivi prima della caduta di Bengasi nelle mani di Gheddafi- vedo crescere un “pacifismo di destra” venato di sarcasmo e isolazionismo. E’ significativo che Lerner parli di “pacifismo di destra”, tanto per denigrare qualunque persona – pochi in effetti – si opponesse a quella guerra assurda e devastante. (…) Il pacifismo di destra che si è contrapposto all’impegno lodevole della Nato, di Obama, di Cameron, di Sarkozy, seguiti controvoglia da Berlusconi mentre una Merkel sempre più irresoluta si asteneva come al solito».
 
Cinque mesi di bombe lo convincevano ulteriormente! Il 23 agosto 2011, eccolo commentare la caduta di Tripoli riuscendo a sbagliare ogni previsione : «…(la guerra) si è innestata su una sollevazione popolare autentica (…) Abbiamo sentito opporre argomenti uno dopo l’altro per negare che bisognasse impegnarsi dalla parte degli insorti di Bengasi per consentire la deposizione di Gheddafi. Il rais pagava troppo bene i suoi mercenari per cui era invincibile. Ne sarebbe scaturita una secessione della Cirenaica indipendente dalla Tripolitania. Il ritorno alle guerre tribali d’epoca precoloniale. L’instaurazione di un regime islamico qaedista. L’esodo (biblico!) di profughi a centinaia di migliaia. Tutte balle. Il pacifismo di destra che si è contrapposto all’impegno lodevole della Nato, di Obama, di Cameron, di Sarkozy, seguiti controvoglia da Berlusconi mentre una Merkel sempre più irresoluta si asteneva come al solito».
Sollevazione popolare autentica e insorti di Bengasi (in realtà criminali e jihadisti che hanno rovinato non solo la Libia). Mercenari di Gheddafi (accusa smentita ex post da tutti). Niente pericolo di un regime islamico (!). Niente esodo di profughi (!).
 
Tutte balle… diceva lui. E non si è mai scusato. Neanche con i pacifisti non di destra. Pochi, ma c’erano e ci sono. Anche se non possono far nulla contro chi, per miopia assoluta o interessi di parte, favorisce guerre diaboliche.

 

La Libia è una torta da oltre 130 miliardi di dollari

21 marzo 2016

di Valter Vecellio
La Libia è una torta da 130 miliardi di dollari subito, e almeno 34 volte di più se l’attuale situazione si dovesse mai in qualche modo “normalizzare”. Per capire qualcosa di quello che accade in quell’ormai non paese si deve cercare di capire le mosse dell’ENI…
Eni1
Ce lo stanno dicendo praticamente tutti i giorni, da tempo; da settimane, da mesi: bisogna intervenire in Libia. Cosa significa “intervenire” non è ben chiaro, ma bisogna “intervenire”.

Ora per “intervenire” ci sono due soli modi: si mandano delle truppe, dei militari, si va a combattere a tutti gli effetti una guerra. Si va come si è andati in Somalia, in Irak, in Afghanistan… Si va ad uccidere, e si va ad essere uccisi. Si va a combattere, come già combattono i francesi in tutti quei paesi dell’Africa francofona: dal Ciad al Mali, dal Burkina Fasu; come già sono presenti in Libia, e come sono già presenti, in quello che un tempo era “il bel suol d’amore”, inglesi e statunitensi. Avendo ben chiaro che la Libia di oggi è un verminaio nel quale si rischia di restare impigliati più e peggio che in Irak e in Afghanistan.
Italy Eni
Chi dice che bisogna “intervenire” dice questo, e questo deve dire: deve avere il coraggio di dirci che la Libia costituisce una irresistibile torta che tanti si vogliono mangiare. Stiamo parlando di un non paese che galleggia in un mare di petrolio. Un non paese con due poli interni principali costituiti da Tripoli e Tobruk, spalleggiati da una quantità di poteri reali esterni in lotta e competizione tra loro. Per dire: il 38 per cento del petrolio africano passa dalla Libia, e questo 38 per cento costituisce l’11 per cento dei consumi europei. Questo petrolio dagli esperti viene ritenuto un greggio di ottima qualità, costa relativamente poco, fa gola alle grandi compagnie petrolifere; per quel che riguarda la Tripolitania è praticamente appannaggio dell’ENI. Un appannaggio che l’ENI si garantisce manovrando in modo spregiudicato tra fazioni, tribù e sceiccati; e che francesi, inglesi, americani naturalmente non vedono con favore. Vorrebbero esserci loro, a fare quello che fa l’ENI.
Libia-Sicilia
La Libia costituisce una “torta” da 130 miliardi di dollari subito, e almeno 34 volte di più se l’attuale situazione si dovesse mai in qualche modo “normalizzare”. Per capire qualcosa di quello che accade in quell’ormai non paese si deve cercare di capire le mosse dell’ENI in Tripolitania, della BP, della Shell, della Total in Cirenaica e nel Fezzan. Della partita fa parte anche la Russia, che opera attraverso l’Egitto di Al Sisi. Buona parte delle armi che circolano in Libia, vengono da Mosca e Parigi. Nei progetti, e nei sogni delle varie cancellerie europee e mondiali, la Francia che già ha interessi consolidati nell’Africa sub sahariana, dovrebbe fare il guardiano nel Fezzan, la regione meridionale della Libia. Al Regno Unito fa gola la Cirenaica, e in questo modo terrebbe a freno anche le mire russo-egiziane, l’Italia dovrebbe in qualche modo continuare a operare in Tripolitania; gli Stati Uniti – questi Stati Uniti più confusi e indecisi che mai – si candidano a supervisori del tutto.
Questi bei piani naturalmente sono realizzati a tavolino, non fanno poi i conti con la realtà: le gelosie, le rivalità, gli appetiti tribali; gli interessi dell’Egitto, che non sono quelli dei paesi europei, i fanatici islamisti, che giocano anche loro una partita, dal Qatar arriva un quotidiano fiume di denaro a sostegno dei gruppi estremisti e terroristici. Insomma, è bene sapere che la sbandierata lotta al califfato dell’ISIS e ai terroristi è solo un aspetto, forse il più appariscente, ma neppure il più importante, della guerra che si sta combattendo in Libia. Gli interessi occidentali mascherati da obiettivi comuni, in realtà sono più che mai divergenti. Si prepara, e probabilmente già si combatte, una guerra dove in campo ci sono finti amici e alleati, finti avversari e nemici.
C’è poi un altro modo di “intervenire”. Si chiama “intelligence”. Ne parlano in tanti, però oltre che invocarla dovrebbero spiegare cosa significa “intelligence”, cosa comporta. Vuol dire niente più e niente meno che “operazioni sporche”. Persone specializzate in quel tipo di guerra che si fa e non si ammette, e che consiste nell’eliminazione di nemici o ritenuti tali. Quel tipo di cose che leggiamo nelle spystories e che vediamo nei film di spionaggio. Solo che non si tratta di romanzi o di film; sono operazioni meticolosamente studiate, risultato di informazioni spesso raccolte illegalmente, corrompendo e applicando la legge: il nemico del mio nemico è mio amico. Ecco, questa è l’intelligence. O questo o non è. Se si applica la vecchia regola di seguire il denaro, forse si comincia a capire qualcosa di quello che si fa senza dire, di quello che si dice senza fare.
Ora rispondiamo pure: vogliamo, dobbiamo, possiamo “intervenire” in Libia?
(Articolo già su La Voce di New York il 17 marzo)

ECCO LE VERI RAGIONI DELLA GUERRA IN LIBIA

8 marzo 2016

DI MARCELLO FOA –
L’Italia si preparava nel 2016, a mandare 5.000 uomini in Libia su richiesta di Washington per “combattere l’Isis”. Ma siamo proprio sicuri che sia questo il reale obiettivo?
No, infatti, caro lettore, il motivo di questa guerra è un altro e, avrete immaginato, è… il petrolio. Come spiega l’ottimo Alberto Negri sul Sole 24 Ore siamo davanti ad un “regolamento di conti”, una “spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio”. La Libia, continua Negri, “è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso di un ipotetico Stato libico.

Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni: una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare”.
Probabilmente, una volta stabilizzato, il paese sarà diviso tra Francia, Gran Bretagna e, auspicabilmente Italia, mentre gli Stati Uniti vigileranno dall’alto.
L’Italia, che era ben posizionata con Gheddafi, e che è riuscita a cavarsela anche negli ultimi anni, ha molto da perdere e poco da guadagnare ad assumere un ruolo militare di primo piano nella sempre più probabile guerra.
Di certo, ancora una volta non ci dicono tutta la verità. Ancora una volta la lotta al terrorismo è, al più, una concausa e viene usato come pretesto per realizzare altri obiettivi, economici come sempre. E come sempre, solo pochi giornalisti avranno la lucidità e l’onestà intellettuale di raccontare la verità. Alberto Negri è uno di questi.

Qui sotto potete leggere il suo articolo.
Marcello Foa

La grande spartizione della Libia: un bottino da almeno 130 miliardi

Quando si incontreranno martedì al palazzo Ducale di Venezia, Matteo Renzi e François Hollande guardandosi negli occhi dovrebbero farsi una domanda: per quali ragioni facciamo la guerra in Libia?
La risposta più ovvia – il Califfato – è quella di comodo. La guerra di Libia è partita nel 2011 con un intervento francese, britannico e americano che con la fine di Gheddafi è diventato conflitto tra le tribù, le milizie e dentro l’Islam, che però è sempre rimasto una guerra di interessi geopolitici ed economici. L’esito non è stato l’avvento della democrazia ma è sintetizzato in un dato: la Libia era al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, adesso è uno stato fallito.

La guerra è in realtà un regolamento di conti e una spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio.

Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni: una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare.
Per loro, anche se l’Italia ha perso in Libia 5 miliardi di commesse, stiamo già accantonando risorse per un contingente virtuale in barili di oro nero. Non è così naturalmente, ma “deve” essere così: per questo l’ambasciatore Usa azzarda a chiederci spudoratamente 5mila uomini. La dichiarazione di John Phillips, addolcita dalla promessa di un comando militare all’Italia, sottolinea la nostra irrilevanza.
La Libia è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso che un ipotetico Stato libico, magari confederale e diviso per zone di influenza, tornasse a esportare come ai tempi di Gheddafi. Sono stime che sommano la produzione di petrolio con le riserve della Banca centrale e del Fondo sovrano libico che sta a Londra dove ha studiato per anni il prigioniero di Zintane, Seif Islam, il figlio di Gheddafi, un tempo gradito ospite di Buckingham Palace al pari di tutti gli arabi che hanno il cuore nella Mezzaluna e il portafoglio nella City. Oltre alla Bp e alla Shell in Cirenaica – dove peraltro ci sono consorzi francesi, americani tedeschi e cinesi – gli inglesi hanno da difendere l’asset finanziario dei petrodollari.
Anche i russi, estromessi nel 2011 perché contrari ai bombardamenti, vogliono dire la loro: lo faranno attraverso l’Egitto del generale Al Sisi al quale vendono armi a tutto spiano insieme alla Francia. Al Sisi considera la Cirenaica una storica provincia egiziana, alla stregua di re Faruk che la reclamava nel 1943 a Churchill: «Non mi risulta», fu allora la secca risposta del premier britannico. Ma ce n’è per tutti gli appetiti: questo è il fascino tenebroso della guerra libica.
Il bottino libico, nell’unico piano esistente, deve tornare sui mercati, accompagnato da un sistema di sicurezza regionale che, ignorando Tunisia e Algeria, farà della Francia il guardiano del Sahel nel Fezzan, della Gran Bretagna quello della Cirenaica, tenendo a bada le ambizioni dell’Egitto, e dell’Italia quello della Tripolitania. Agli americani la supervisione strategica.
Ai libici, divisi e frammentati, messi insieme in un finto governo di “non unità nazionale”, il piano non piacerà perché hanno fatto la guerra a Gheddafi e tra loro proprio per spartirsi la torta energetica senza elargire “cagnotte” agli stranieri e finire sotto tutela. E insieme ai litigi libici ci sono le trame delle potenze arabe e musulmane. Sono “i pompieri incendiari” che sponsorizzano le loro fazioni favorite: l’Egitto manovra il generale Khalifa Haftar, il Qatar seduce con dollari sonanti gli islamisti radicali a Tripoli, gli Emirati si sono comprati il precedente mediatore dell’Onu Bernardino Leòn per appoggiare Tobruk; senza contare la Turchia, che dalla Siria ha rispedito i jihadisti libici a fare la guerra santa nella Sirte.
La lotta al Califfato è solo un aspetto del conflitto, anzi l’Isis si è inserito proprio quando si infiammava la guerra per il petrolio. Ma gli interessi occidentali, mascherati da obiettivi comuni, sono divergenti dall’inizio quando il presidente francese Nicolas Sarkozy attaccò Gheddafi senza neppure farci una telefonata. Oggi sappiamo i retroscena. In una mail inviata a Hillary Clinton e datata 2 aprile 2011, il funzionario Sidney Blumenthal rivela che Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio della Cirenaica per la Total. È così che prepariamo la guerra: in compagnia di finti amici-concorrenti-rivali, esattamente come faceva la repubblica dei Dogi.
Alberto Negri
Fonte: www.ilsole24ore.com

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2016/03/08/ecco-le-veri-ragioni-della-guerra-in-libia/

Ecco perchè Gheddafi doveva essere eliminato e la Libia distrutta

Ecco perché hanno ammazzato Gheddafi. Le email Usa che non vi dicono.

Libia – Quando inglesi e americani non volevano l’Eni di Mattei

Il logo dell’Eni

(di Daniel Pescini) Nell’inverno del 1957, americani e inglesi non volevano che gli italiani interferissero con il loro progetto di monopolizzare lo sfruttamento del petrolio in Libia. A scriverlo è Massimiliano Cricco, professore associato di Storia delle relazioni internazionali presso il Dipartimento di studi giuridici e politici dell’Università Guglielmo Marconi di Roma, nel suo contributo Giovanni Gronchi e il Mediterraneo negli anni ’50: dalla Crisi di Suez alle relazioni politiche – economiche con la Libia, presentato al convegno Giovanni Gronchi e la politica estera italiana, 1955-1962, svoltosi a Pontedera (Pisa) il 13 e il 14 novembre scorsi.

“Le compagnie petrolifere inglesi e americane -si legge nel documento- appena appreso che l’Agip stava firmando un accordo per l’ottenimento di concessioni in Libia, avevano minacciato il governo di interrompere le loro trivellazioni nel paese arabo se l’Eni o le sue consociate fossero entrate nel mercato del petrolio libico”. “La ragione principale di questo boicottaggio -scrive Cricco- era l’importanza strategica per gli Stati Uniti e la Gran Bretagna di trovare e monopolizzare una fonte importante di petrolio a ovest del canale di Suez, prospettiva troppo allettante perché potesse essere messa in difficoltà dalla concorrenziale formula Mattei”.

Non è un mistero che le grandi compagnie sopportassero malvolentieri Enrico Mattei, allora presidente dell’Ente nazionale idrocarburi. Nel corso del 1957, infatti, Mattei sconcertò il mondo del petrolio sottoscrivendo un contratto di concessione in Iran con National Iranian Oil Company (Nioc) che ripartiva gli utili attribuendone il 75% alla compagnia iraniana e il 25% all’Eni. L’accordo fu stipulato il 14 marzo tra l’Agip e la Nioc. Veniva istituita una società paritetica, la Société Irano-Italienne del Petroles (la Sirip). L’Iran avrebbe intascato il 50% degli utili della Sirip a titolo di prelievo fiscale e il 50% degli utili al netto delle tasse. Era la prima volta che ad un paese produttore veniva riconosciuto, praticamente, il 75% degli utili mentre la compagnia petroliera straniera si “accontentava ” del 25% (Yergin, Il premio, Sperling&Kupfer, 1991, p. 426; Maugeri, L’arma del petrolio, Loggia de’ Lanzi, 1994, p.142).

Le condizioni del contratto di concessione lasciarono a bocca aperta le altre compagnie petrolifere già presenti in Medio Oriente. Fino a quel momento il contratto di concessione in tutta l’area era il cosiddetto fifty-fifty: 50% dei profitti al produttore, 50% dei profitti alla compagnia. Era così dal 1950, quando le quattro major del consorzio Aramco (Standard Oil of New Jersey, Socony-Vacuum, Standard Oil of California e Texaco) dovettero rinegoziare le loro concessioni con l’Arabia saudita. La formula Mattei del 75-25 destabilizzava il nuovo equilibrio tanto faticosamente trovato.

Non stupisce quindi che la prima richiesta italiana di ottenere una concessione petrolifera in Libia trovasse opposizioni. “La richiesta fu presentata nel maggio del 1957 dall’Agip mineraria -scrive Cricco- per tre aree nel deserto nel Fezzan. Il governo libico, sotto la pressione delle compagnie angloamericane, la rifiutò, adducendo il pretesto che l’Agip mineraria era una azienda proprietaria dello Stato e che invece le concessioni dovevano essere assegnate a aziende private”. L’Eni non sia arrese. Nel 1958 costituì la Cori (Compagnia ricerca idrocarburi, formalmente privata anche se partecipata al 90% da Agip e al 10% da Snam progetti) e il 19 novembre del 1959 ottenne la concessione numero 82 nel deserto cirenaico, tra le oasi di Gialo e Jagbub. La Cori applicava la regola del fifty-fifty, applicando royalties molto vantaggiose per il governo libico, a cui lasciava la possibilità di associarsi per il 30% a qualunque scoperta fatta. Si avviava così “quella importante collaborazione tecnica , economica e commerciale con il governo libico che si è protratta , attraverso 42 anni del regime di Muhammar Gheddafi, fino ad oggi” conclude Cricco.

Preso da: https://geopoliticaitaliana.wordpress.com/2015/11/17/libia-quando-inglesi-e-americani-non-volevano-leni-di-mattei/