L’ONU è responsabile della Guerra Civile in Libia

27 ottobre 2015

Il Prof. Ibrahim Magdud, direttore dell’Accademia libica in Italia e docente di storia dei paesi islamici all’Università Niccolò Cusano, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “Il mondo è piccolo”, condotta da Fabio Stefanelli, su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano.
Il processo negoziale per un accordo di unità nazionale in Libia va avanti, ma il Parlamento di Tobruk non ha approvato il piano dell’inviato dell’Onu Bernardino Leon. “Non è che hanno rifiutato l’accordo –spiega Magdud-, hanno fatto le riserve senza fare la ratifica dell’accordo. Il Parlamento non ha voluto confermare quest’accordo sul governo di unità nazionale, perché non è stata rispettata la quarta bozza dove c’era la lista dei candidati al governo, su cui erano d’accordo sia quelli di Tripoli che di Tobruk. Leon ha presentato una lista al di fuori di quell’accordo. L’Onu ha voluto imporre un governo. E’ la stessa cosa che si è verificata in Afghanistan e in Iraq”.

“La questione è molto grande –prosegue Magdud-. Non c’è mai stato un discorso tra libici e libici, ci sono sempre state forti pressioni esterni, da Qatar, Turchia, Francia e Inghilterra. La notizia nuova è che si riuniranno il Parlamento di Tripoli e di Tobruk per fare in modo che si arrivi ad una soluzione che vada bene ad entrambe le parti libiche. La rappresentanza delle Nazioni Unite in Libia può solamente partecipare come consulente, non come parte in causa decisiva”.
“La maggior parte dei gruppi armati –afferma Magdud- sono finanziati da Paesi esteri e sottostanno all’accordo politico. Non è che sono proprio cani sciolti. I cani sciolti sono quelli delle bande criminali. Per quanto riguarda le minoranze, in Libia ce ne sono tre e ci sono delle dispute territoriali tra loro. Il problema sta al sud della Libia”.
“Il pericolo, con la pressione russa sulla Siria e con la convivenza della Turchia, è che molti dell’Isis potrebbero venire in Libia. La Libia potrebbe raccogliere tutti i fuggiaschi dalla Siria e diventare la culla dello Stato Islamico. Questo ovviamente diventerebbe un pericolo anche per l’Italia. Tutti quelli dell’Isis che vanno in Siria, prendono l’aereo dalla Tunisia per Istanbul e poi vanno in Siria. Questa è una situazione che conosce tutto il mondo arabo”.

Preso da: http://www.secolo-trentino.com/32648/esteri/lonu-e-responsabile-della-guerra-civile-in-libia.html

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La modella Vanessa Hessler, le menzogne sulla Libia, i ricatti occupazionali, i piloti, i lavoratori aeroportuali e le scie chimiche

novembre 2011

Come ci conferma il Corriere della sera del 1 novembre 2011, la la compagnia telefonica tedesca «Alice» ha rescisso il contratto con la modella Vanessa Hessler, in seguito ad una intervsita della ragazza al settimanele “Diva e Donna”.
La Hessler, che era stata fidanzata per 4 anni con uno dei figli di Gheddafi, ha dichiarato:
«I suoi fratelli e la sua famiglia non sono così come vengono descritti, sono persone normali (…) Non si deve credere a tutto quello che viene detto. Noi – Francia e Gran Bretagna – abbiamo finanziato i ribelli. […]

Queste persone non sanno quello che fanno (…) In questo momento mi disgusta tutto, tranne la Libia»
Di fronte alla richiesta dell’azienda di “ritrattare” quelle parole la ragazza ha opposto il suo rifiuto.


Questa storia è decisamente istruttiva, in quanto mostra che:
1) viviamo in un mondo in cui esprimere la propria opinione costa caro, e le pressioni possono arrivare fino al licenziamento
2) la modella Hessler molto probabilmente conosceva la Libia meglio di tanti giornalisti che si sono scagliati contro il “despotico regime di Gheddafi” favorendo così l’intervento bellico della NATO in Libia; se non ha cambiato idea nemmeno di fronte a quelle pressioni molto probabilmente costei sa che i mass media ed i politici hanno mentito clamorosamente sulla Libia (con questo non sosteniamo l’idea che il regime di Gheddafi fosse altamente democratico, ma se è per questo, non lo è nemmeno quello di Monti come non lo era quello di Berlusconi)

3) tutto sommato la bella modella può probabilmente permettersi per il momento di sopportare la rescissione di un contratto e prendere qualche altro ingaggio da favola (a meno che il sistema dello show-business non voglia punirla ulteriormente per lo “sgarro” fatto ai danni dei soliti poteri forti), ma altri lavoratori nelle sue stesse condizioni non potrebbero avere la stessa libertà di scelta.
In particolare ci riferiamo ai lavoratori aeroportuali, ai piloti, alle hostess, agli stewart, ai controllori di volo, ai lavoratori dell’ENAV, i quali si trincerano dietro un rigoroso “no-comment” quando si chiede loro un parere sulla questione delle “scie chimiche”.
Sappiamo per certo che in quell’ambito qualcuno è stato minacciato appena ha detto due parole di troppo, che qualcuno schifato da quanto è costretto a fare (o ad avallare) non vede l’ora di andare in pensione, che qualcun altro ha paura di sentire nominare le due fatidiche parole “scie chimiche”, al sentire le quali si dilegua all’istante.
Leggendo l’opuscolo Low cost che tratta dell’inquinamento da aerei nelle prossimità degli aeroporti scopriamo come alcune compagnie Low cost affittino molti dei propri dipendenti dalle agenzie di lavoro interinali e che i contratti di queste persone danno ben poche garanzie; pensate che una persona che svolge un lavoro così precario possa ribellarsi, denunciare le scie chimiche, con sulla testa un simile ricatto occupazionale?
E pensate che un pilota che si ribelli allo scempio delle scie chimiche, che si decida a dire qualche parola di troppo, avrebbe ancora possibilità di trovare un lavoro come pilota? Se è vero come è vero che le scie degli aerei sono ormai arrivate a coprire il cielo di intere regioni è evidente che tutte le persone che hanno a che fare con gli aerei sono a conoscenza della questione, che tutti gli aeroporti e tutte le torri di controllo sono in qualche misura coinvolti, che la manovra è coordinata a livello nazionale ed internazionale, e che una persona che abbia il coraggio di denunciare la faccenda non solo rischia il licenziamento da parte dell’azienda con cui lavora, ma rischia pure di non essere più assunto in nessun’altra azienda del settore.
Se è vero come è vero che ci sono aerei low cost (dal costo di pochi euro più le tasse) che partono quasi vuoti mentre le aziende che li gestiscono non sono ancora fallite, sembra evidente che ci siano sovvenzioni nascoste per chi monta dei diffusori di scie chimiche sugli aerei di linea. Con aziende che vivono di fondi neri elargiti da chi gestisce l’operazione scie chimiche, il livello del ricatto occupazionale sale alle stelle.

Nota bene: la pubblicità di Alice mostra un inequivocabile ostentazione (altro che messaggi subliminali di un tempo) del famoso “occhio che tutto vede” tipico simbolo che rimanda sia ai cosiddetti “illuminati”, che al progetto orwelliano (ormai in fase di piena attuazione) di una società che spia ogni movimento dei cittadini-sudditi.
La moneta elettronica tanto caldeggiata da Monti e persino dalla Gabanelli (conduttrice di Report, ben nota per il suo sostegno al CICAP e la sua presa di posizione negazionista nei confronti delle scie chimiche) serve ad un progetto di monitoraggio di qualsiasi transazione fatta dal cittadino che vede spiato ogni suo acquisto dopo che sono già state spiate tutte le sue conversazioni telefoniche e telematiche (via echelon), spiati i suoi gesti dalle telecamere disposte ad ogni angolo della strada, tracciati i suoi movimenti tramite il telefonino che si porta addosso. In ultima istanza si accelera un processo che va in direzione del microchip come “bancomat/carta di credito/carta di identità” da impiantare in ogni essere umano.
Che poi tale provvedimento serva a ridurre l’evasione fiscale è a dir poco discutibile, per i motivi giustamente indicati nel suo blog da Salvatore Tamburro (che ci auspichiamo prima o poi riesca a collegare il signoraggio e la moneta elettronica alle scie chimiche ed al microchip).
PS: su un recente articolo del Corriere si cita un congresso di psichiatria nel quale si discute delle “innovative” pillole con nanochip incorporato per verificare che il “paziente” (ovvero la persona torturata e drogata dalla psichiatria) assuma la sua razione quotidiana di veleni. In alternativa un nuovo farmaco a lento rilascio creato con l’aiuto della nanotecnologia (del quale ovviamente non sappiamo quali possano essere gli effetti avversi). L’articolo informa che anche per i malati di cuore sono in arrivo le pillole col nanochip.
Se volete crete pure che le coincidenze siano casuali, ma se ci riflettete bene sopra …
Pubblicato da corrado
http://scienzamarcia.blogspot.com/2011/11/la-modella-vanessa-hessler-le-menzogne.html

Preso da: http://apocalisselaica.net/la-modella-vanessa-hessler-le-menzogne-sulla-libia-i-ricatti-occupazionali-i-piloti-i-lavoratori-aeroportuali-e-le-scie-chimiche/

La deportazione selettiva dei popoli

Inviato da Redazione il 7/9/2015 19:00:00 (12808 letture)

Una interessante analisi di Alberto Bagnai sull’improvviso “voltafaccia” della Merkel rispetto ai migranti, e sull’uso storico delle grandi crisi (in questo caso, quella migratoria) come strumento per influenzare l’opinione pubblica e per condizionare le scelte di intere nazioni. Bagnai affronta inoltre il caso dell’Ungheria, dove Bruxelles non può esercitare il suo potere ricattatorio, in quanto nazione con moneta propria, e la contraddizione del supernazionalismo (europeista) che vorrebbe superare ogni nazionalismo.

Il documento dell’ONU che teorizza la MIGRAZIONE SOSTITUTIVA dei popoli. In Italia anche 150 milioni entro il 2050.

di Claudio Messora

Mentre Angela Merkel apre le frontiere a decine di migliaia di rifugiati e i giornali celebrano la Germania e l’Unione Europea come un esempio di accoglienza (riequilibrando in parte la caduta di immagine avvenuta in conseguenza della crisi greca e delle logiche di austerity), spunta il rapporto delle Nazioni Unite che teorizza la necessità di avvalersi della migrazione sostitutiva della popolazione. […]

Risale all’inizio degli anni 2000 e sostiene che nei successivi 50 anni le popolazioni di ogni stato europeo, così come il Giappone, subiranno un drastico declino e il conseguente invecchiamento. La sfida, come viene definita, è dunque quella di ridefinire le politiche di immigrazione internazionale. Il rapporto, per quanto riguarda l’Europa, si concentra su Francia, Germania, Italia e Regno Unito.

Come fronteggiare la necessità di garantire le pensioni e i servizi sanitari per una popolazione sempre più vecchia? Semplice, come si sostiene nelle conclusioni, è necessario intervenire sull’età pensionabile (remember Fornero?) e adottare politiche di immigrazione internazionale per provvedere a una progressiva sostituzione dei popoli europei, che garantisca l’integrazione di un largo numero di migranti e dei loro discendenti.

Tra gli scenari previsti per l’Italia, l’ingresso di 2,2 milioni di migranti all’anno, per raggiungere una popolazione di 194 milioni di persone entro il 2050, di cui il 79% sarebbe costituito da migranti arrivati dopo il 1995 e dai loro discendenti. Oltre 150 milioni di nuovi italiani.

Alla luce di queste strategie, acquisisce nuove interpretazioni la diffusione enorme che ha avuto la foto del bimbo morto sulla spiaggia, che ha commosso il mondo ma che, dal punto di vista della comunicazione, è emersa in maniera esponenziale rispetto alle migliaia di foto analoghe che quotidianamente mostrano piccoli esseri umani la cui vita è stata strappata in conseguenza di guerre, calamità naturali, terrorismo e violenze di ogni genere, spesso con la complicità dell’occidente e nel silenzio dei media. La dinamica del frame nel mondo dell’informazione può aiutarvi a comprendere.

Fonte Byoblu

[Grazie all’utente Marzo per la segnalazione].

La Libia è ormai più contaminata del Giappone,grazie al premio Nobel per la pace Obama. Non c’è più futuro.

La Libia è ormai più contaminata del Giappone,grazie al premio Nobel per la pace Obama. Non c’è più futuro. Il giallo del falsi lavoratori immigrati e le ipocrisie degli italiani pronti a distruggere il Paese pur di sconfiggere Berlusconi  FERMIAMO LE CARRETTE DEL MARE

marzo 28, 2011 Inserito da agostino gaeta
Il Presidente della Repubblica a proposito degli immigrati lancia la linea politica: nessuna risoluzione sbrigativa,dice. Noi,comuni mortali ci siamo chiesti cosa volesse dire Napolitano e tutto in Italia sembra muoversi nella direzione di creare ancora problemi alla maggioranza ed al Governo. Come dire:la situazione si fa sempre più esplosiva e quasi dobbiamo attendere il fattaccio di cronaca per minare la credibilità di Berlusconi. Questi italiani non vogliono bene all’Italia,perché mentre tutti gli altri governi europei e non si muovono a tutela dell’interesse nazionale sopra ogni cosa,qui in Italia ci si muove in funzione di danneggiare sempre di più l’immagine del Premier, costi quel che costi. Ed allora,la Lega che avrebbe dovuto far valere le ragioni più popolari,perché più vicina storicamente alle istanze dei suoi elettori, è costretta a romanizzarsi,snaturando quel binomio Bossi-Berlusconi di fatto anti-politici per idee,poco statalisti e decisamente pragmatici.

L’allineamento al politichese dalemiano ed all’opportunismo finiano è il vero deterrente sociale di questo momento,perché Lega e Pdl hanno troppo timore di governare fuori dagli schemi che stanno ponendo PD e Presidenza della Repubblica.

Se dobbiamo passare per razzisti e rispedire al mittente profughi e clandestini,inutile stare a ciurlare nel manico ed alimentare quella politica che invade la quotidianità di una popolazione. La Francia ha messo il blocco alle frontiere, Malta spara addosso alle imbarcazioni. Certo,è un’esagerazione, ma davvero il nostri Paese non è nelle condizioni sociali,economiche e politiche tali da poter accogliere tutti quelli che decidono di venire in Italia. A fare che? Dove li mettiamo? Cosa faranno se non attivare forme di parassitismo che ci costeranno caro,come se già non abbiamo un grosso problema di lavoro in Italia. Eppoi smettiamola con questa contraddizione. Da una parte ce la menano sul fenomeno dilagante della disoccupazione che avrebbe raggiunto livelli di guardia,dall’altra gli stessi dichiarano che grazie agli extracomunitari siamo in grado di mandare avanti il lavoro di manovalanza. Scusate,ma c’è qualcosa che non è chiaro. Vale a dire che in Italia il lavoro non manca ed i disoccupati rifiutano di fare quello che fanno, nord africani,albanesi, indiani e cose simili. Follia. Se fosse davvero così ci sarebbe di che incazzarsi ed anche di brutto, perché sarebbe assurdo che si rinunci a lavorare, perché meglio non mangiare che lavorare la terra o fare le badanti. La storia forse è diversa. Forse si è troppo impegnati a voler dare addosso all’untore per accorgersi che dietro il lavoro offerto agli stranieri ci sono organizzazioni e lobby che hanno messo in campo un traffico di clandestini organizzati, con la complicità di proprietari terrieri.

Pagano cinque o sei mila euro gli indiani per una falsa assunzione. Soldi che si dividono i capi delle organizzazioni ed i proprietari. Basterebbe andare a guardare all’INPS,imprese del settore che come per incanto risultano strapiene di manodopera. Tutti assunti,ma nessuno di questi è mai passato dall’azienda. Sei mesi, un anno a libro paga,poi licenziati e sotto i freschi. Centinaia di milioni di euro guadagnati e buste paga false con una sottrazione incredibile di tasse che finiscono nel pagamenti di falsi stipendi. Intanto quei presunti lavoratori chissà dove sono andati a finire. Nessuna indagine seria su un fenomeno devastante che altera perfino i dati dell’occupazione reale.

Ed allora meno ciance. Mostriamo la serietà e la compattezza di uno Stato serio che non si fa prendere per i fondelli,né dagli extracomunitari, né dai contadini furbi alla Misseri, né da false teologie della solidarietà.

Mandiamo a casa i clandestini e blocchiamo in mare ogni tentativo di approccio alle nostre coste, anziché giocare a fare la guerra a Gheddafi. Tanto ci pensa la Francia. Ormai non è più neppure conveniente difendere delle posizioni strategiche di interessi petroliferi. La Libia è contaminata. Nei prossimi anni sarà un inferno,perché i falsi apostoli dell’umanità come Obama e Sarkò,hanno scaricato addosso ai libici, una tale quantità di Uranio impoverito la cui radioattività ha superato quella del Giappone. Tra qualche anno quella popolazione dovrà lottare contro malattie tumorali di massa,grazie alle bombe intelligenti che il premio Nobel per la pace Obama,sta sperimentando in Libia. Che provvedano America e Francia ad assumersi le responsabilità morali di un prossimo non lontano genocidio.

Gli Italiani vanno difesi da questa invasione che è una barbarie quando migliaia e migliaia di uomini senza patria e con evidenti disagi,devono trovare rifugio senza nessuna possibilità reale di poterli organizzare. Dove li mettiamo se l’Europa ha fatto intendere che non ha nessuna intenzione di affrontare il problema. Che sarà di certo un problema da dimensioni bibliche se l’intero Nord Africa ha le stesse identiche problematiche dei tunisini,degli eritrei e di tutti gli altri.

Non c’è una possibilità reale di poter affrontare l’onda lunga della falsa conquista democratica di Popoli oppressi. Quei Popoli prima di poter passare ad una civiltà occidentale,dovranno liberarsi di milioni di degenerati cronici che non hanno nessuna necessità di civiltà.

Preso da:

http://controcorrente.name/?p=902

I portabandiera della “libertà”

21 gennaio 2015

Ha firmato il libro delle condoglianze per le vittime dell’attacco terroristico alla redazione di Charlie Hebdo e, definendolo «un oltraggioso attacco alla libertà di stampa», ha dichiarato che «il terrorismo in tutte le sue forme non può essere mai tollerato né giustificato».

Parole giuste se non fossero state pronunciate da Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, l’organizzazione militare che usa come metodico strumento di guerra l’attacco terroristico contro le redazioni radiotelevisive. Quello contro la radiotelevisione serba a Belgrado, colpita da un missile Nato il 23 aprile 1999, provocò la morte di 16 giornalisti e tecnici. Lo stesso ha fatto la Nato nella guerra di Libia, bombardando nel 2011 la radiotelevisione di Tripoli. Lo stesso nella guerra di Siria, quando nell’estate 2012 combattenti addestrati e armati dalla Cia (negli stessi campi da cui sembra provengano gli attentatori di Parigi) hanno attaccato stazioni televisive ad Aleppo e Damasco, uccidendo una decina di giornalisti e tecnici.

Su questi attacchi terroristici è calato in Occidente un quasi totale silenzio mediatico, e praticamente nessuno è sceso in piazza con le foto e i nomi delle vittime. All’attentato contro Charlie Hebdo è stata invece data una risonanza mediatica mondiale. E, facendo leva sul naturale sentimento di condanna per l’attentato e di cordoglio per le vittime, Charlie Hebdo è stato assunto da un vasto arco politico a simbolo di lotta per la libertà. Ignorando il discutibile ruolo di questa rivista che, con le sue vignette «dissacranti», si collocherebbe «alla sinistra della sinistra».

Nel 1999 il direttore di Charlie Hebdo, Philippe Val, sostiene con una serie di editoriali e vignette la guerra Nato contro la Iugoslavia, paragonando Milosevic a Hitler e accusando i serbi di compiere in Kosovo dei «pogrom» simili a quelli nazisti contro gli ebrei. Stessa linea nel 2011 quando Charlie Hebdo (pur non essendoci più Philippe Val alla direzione) contribuisce a giustificare la guerra Nato contro la Libia, dipingendo Gheddafi come un feroce dittatore che schiaccia sotto gli stivali il suo popolo e fa il bagno in una vasca piena di sangue. Stessa linea dal 2012 nei confronti della Siria quando Charlie Hebdo, rappresentando il presidente Assad come un cinico dittatore che schiaccia donne e bambini sotto i cingoli dei suoi carrarmati, contribuisce a giustificare l’operazione militare Usa/Nato.

In tale quadro si inserisce la serie di vignette con cui la rivista ridicolizza Maometto. Anche se essa fa satira allo stesso tempo su altre religioni, le vignette su Maometto equivalgono ad altrettante taniche di benzina gettate sul terreno già infuocato del mondo arabo e musulmano. E appaiono ancora più odiose agli occhi di grandi masse islamiche perché a ridicolizzare la loro religione e la loro cultura sono degli intellettuali parigini, immemori del fatto che la Francia assoggettò al suo dominio coloniale interi popoli, non solo sfruttandoli e massacrandoli (solo in Algeria oltre un milione di morti), ma imponendo loro la propria lingua e cultura.

Politica che Parigi prosegue oggi in forme neocoloniali. Non c’è quindi da stupirsi se, nel mondo arabo a musulmano che ha in maggioranza condannato gli attacchi terroristici di Parigi, dilagano le proteste contro Charlie Hebdo. A coloro che in Occidente ne fanno la bandiera della «libertà di stampa», va chiesto: che cosa fareste se trovaste affisse per strada vignette porno su vostro padre e vostra madre? Non vi arrabbiereste, non la definireste una provocazione? Non pensereste che dietro c’è la mano di qualcuno che cerca di aprire una guerra con voi?

Preso da: http://voxinsana.blogspot.it/2015/01/i-portabandiera-della-liberta.html

Come un intellettuale da salotto ha portato la Libia nel caos

9 agosto 2015, adattamento di un articolo di Carlo Brenner

Tra il 2011 e il 2015 la Libia è passata da essere il primo Paese africano nell’indice di sviluppo umano (Human Development Index – Hdi), con cui le Nazioni Unite valutano lo standard di vita di una nazione, a essere uno stato fallito.

Due governi, uno islamico a Tripoli e l’altro secolare a Tobruk, una guerra civile che conta migliaia di vittime, la corte suprema privata della sua autorità, un ambasciatore americano ucciso fuori dal suo consolato in fiamme, tutte le ambasciate chiuse, ultima quella italiana, lo Stato islamico che imperversa liberamente per il Paese e addestra i suoi uomini minacciando l’Europa, e in particolare l’Italia, da molto vicino.

Solamente sei mesi dopo la fine della guerra – nell’ottobre del 2011 – con il potere nelle mani dei ribelli, Human Rights Whatch dichiarava che gli abusi apparivano “essere così diffusi e sistematici che potrebbero essere considerati crimini contro l’umanità”.

A ottobre 2013 l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha riportato che “la stragrande maggioranza degli 8.000 detenuti, per ragioni riguardanti il conflitto, sono trattenuti senza un regolare processo” in carceri dove Amnesty International ha scoperto che “sono soggetti a pestaggi prolungati con tubi di plastica, sbarre di metallo o cavi. In alcuni casi sono soggetti a shock elettrici, sospesi in posizioni contorte per ore, tenuti continuamente bendati e con le mani legate dietro la schiena o privati di acqua e cibo”.

In un video recentemente diffuso da un sito d’informazione libico, sono filmate le torture subite da Saadi Gheddafi, terzo figlio del raìs ma più noto a noi italiani per essere un ex calciatore di Perugia e Udinese.

Nella nuova Libia sognata da pensatori e politici occidentali, si stima che novantatré giornalisti siano stati attaccati, arbitrariamente arrestati, assassinati o picchiati solo nei primi nove mesi del 2014. Come conseguenza di quest’anarchia e delle violenze diffuse, le Nazioni Unite hanno calcolato che circa 400mila libici hanno lasciato le loro case e 100mila hanno lasciato del tutto il Paese. La Libia è in ginocchio. Molti oppositori del regime oggi rimpiangono l’ordine che questo, almeno un tempo, riusciva a garantire.

Secondo un’analisi di Alan J. Kuperman, professore presso The University of Texas at Austin, pubblicata sulla rivista americana Foreign Affairs nel marzo del 2015, prima dell’intervento occidentale la guerra civile libica era sul punto di concludersi con un costo complessivo di circa mille vite umane. Sul numero finale delle vittime le stime sono discordi: variano da 8mila a 30mila morti. Il dato più accreditato è fornito dal ministero per i Martiri e i Dispersi del governo post-Gheddafi, che ne conta 11.500.

L’intervento Nato avrebbe quindi aumentato le morti di almeno dieci volte. A questo dato vanno aggiunte le morti causate dalla guerra civile scoppiata al termine del conflitto: il sito internet Lybia Body Count stima che il numero delle vittime solamente nel 2014 sia stato di 2.825. Nel corso del 2015, fino al 30 luglio, sarebbero almeno 1.063.

Inoltre è riportato che le milizie che combattono oggi in Libia fanno un uso indiscriminato della forza: ad agosto del 2014 il Tripoli Medical Center ha calcolato che su cento morti nei recenti scontri, cinquanta erano donne o bambini. Al contrario di quanto sostenuto dalla propaganda dei ribelli, i dati dimostrano che il regime di Gheddafi si era invece dimostrato tollerante nei confronti dei ribelli che avessero deposto le armi, e che aveva anche cercato di evitare morti tra donne e bambini.

Non c’è dubbio che la Libia di Gheddafi, era molto meglio di quello che abbiamo oggi: un Paese nell’anarchia dove nessun diritto è rispettato. La responsabilità di questo disastro, costato migliaia di vite umane, è stata principalmente della Francia dell’ex presidente Nicolas Sarkozy.

In secondo luogo degli Stati Uniti e del Regno Unito che, stimolati dalla Francia, hanno visto non solo la “necessità ma anche la possibilità di intervenire”, come ha sostenuto il primo ministro britannico David Cameron. Ma quello che sorprende di più è la responsabilità da imputare a un solo uomo. Non è un politico né un militare, ma un filosofo francese: Bernard Henry Levy (BHL).

I fatti

Il 17 marzo del 2011 il consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vince finalmente le resistenze di Russia e Cina, e fa passare la risoluzione 1973 che autorizza l’intervento militare in Libia. Con la tradizionale retorica americana, il presidente statunitense Barack Obama spiega che l’intervento sarebbe servito a salvare la vita dei buoni democratici contro il cattivo dittatore. Un modo di ragionare per contrasti che, fortunatamente, non ha mai convinto gli italiani, consapevoli, per natura e tradizione, della complessità della realtà e della superficialità di tali giudizi.

Pochi giorni dopo la risoluzione, la Francia insieme ad alcuni Paesi della Nato istituisce una no-fly zone. Questo perché Gheddafi aveva suscitato il grande sdegno della comunità occidentale per aver “”impiegato l’aviazione nella repressione della rivolta””. L’obiettivo della no-fly zone doveva essere quello di impedire che i caccia del regime si alzassero in volo. Tuttavia, a un occhio neanche troppo attento, sarebbe bastato leggere un articolo del Corriere della Sera, firmato dal giornalista italiano Guido Olimpio nei primi giorni del conflitto, per rendersi conto che i velivoli dispiegati dalle varie forze militari coinvolte erano sia per il combattimento aria-aria che per quello aria-terra.

Sette mesi dopo, nell’ottobre del 2011, dopo una campagna militare intensa, i ribelli, grazie a un ampio sostegno delle forze armate francesi, americane e britanniche prendono il controllo del Paese. La guerra si conclude con la cattura di Gheddafi, in fuga verso la sua città natale, Sirte, seguito da un convoglio di fedelissimi, che non sarebbe mai stato raggiunto dai ribelli senza l’aiuto degli aerei Mirage francesi che l’hanno bombardato. Gheddafi è stato catturato, picchiato e ucciso come un cane. ( almeno è questo che noi DOBBIAMO credere, per volere dei media).Questo è stato il primo gesto della nuova, buona Libia, democratica e giusta.

L’uccisione di un leader politico che ha guidato un Paese per quarantadue anni è stata accolta con entusiasmo da tutti i governi occidentali. L’unico commento fuori dal coro è stato quello dell’allora premier italiano Silvio Berlusconi che usò il latino per dire “sic transit gloria mundi”. Un commento né positivo né negativo ma realista, machiavelliano, da uomo che proviene da una cultura più complessa, come la nostra. Fu ovviamente anche il commento di un uomo che pochi mesi prima aveva concluso accordi molto vantaggiosi con il regime e che si trovava nella situazione contraddittoria di fornire le sue basi per attaccare un alleato.

Una situazione come questa richiama alla memoria il giurista e filosofo politico tedesco Carl Schmitt, il quale sosteneva che il progresso non deve essere perseguito a ogni costo perché non sempre porta verso il meglio. Talvolta la società raggiunge risultati che possono essere già sufficientemente evoluti da non richiedere ulteriore progresso, che può anche trasformarsi in regresso. In questa situazione sembra che il regresso della nostra morale sia evidente.

Se 2.217 anni fa Scipione l’Africano e Annibale Barca, in guerra fra loro, potevano incontrarsi in mezzo al campo di battaglia di Zama per discutere con rispetto reciproco le sorti della guerra – guardandosi da nemici, ma soprattutto da uomo a uomo che rappresentano interessi diversi – oggi sembrerebbe che non siamo in grado di una simile raffinatezza morale. Sembra che non siamo capaci di vedere l’uomo oltre la maschera. Grazie alla narrativa americana, oggi ragioniamo solo attraverso la dicotomia cattivi-buoni e chiediamo la testa di quello scelto, di volta in volta, come il cattivo. Dobbiamo vederlo morto per essere soddisfatti. Una pratica barbara e intollerabile.

Il ruolo di un uomo

Nella vicenda è interessante esaminare il ruolo che un solo uomo ha avuto nella decisione di intraprendere una campagna militare in Libia. Bernard Henry Levy (BHL), celebre filosofo francese, personaggio televisivo e stimata firma di svariati giornali, viene tradotto e pubblicato anche in Italia dal Corriere della Sera. Il filosofo, per sua stessa ammissione e vanto, si è impegnato in prima persona a organizzare gli incontri tra il leader dei ribelli, Mahmoud Jibril, e il presidente francese Sarkozy che hanno convinto quest’ultimo della necessità di intervenire.

Il tutto è raccolto nell’autocelebrativo documentario Le Serment de Tobrouk, scritto, diretto e interpretato dallo stesso BHL e uscito nelle sale francesi il 6 giugno del 2012. Quando gli è stato chiesto perché avesse adottato questa causa, BHL ha risposto: “Perché? Non lo so! Certo era per i diritti umani, per prevenire un massacro e bla, bla, bla – ma volevo anche fargli vedere un ebreo che difendeva la lotta contro una dittatura, per dimostrare fratellanza. Volevo che i musulmani vedessero che un francese – occidentale ed ebreo – poteva essere dalla loro parte”.

Il filosofo francese aveva già cercato di rendersi protagonista della politica estera del suo Paese cercando di portare la voce del leader afghano Ahmad Shah Massoud, in lotta contro i Taliban, al presidente Jacques Chirac nel 2001, senza successo. Ha invece fortuna con il suo ruolo di mediatore a Bengasi nel 2011 quando, incontrando il leader dei ribelli Jibril, promise di farsi portavoce della sua causa presso il presidente Sarkozy.

È evidente che i momenti politici erano diversi: la causa anti-talebana di Massoud era troppo lontana dagli interessi francesi e occidentali prima dell’attacco alle Torri Gemelle, e Chirac era un presidente più attento alle sfumature rispetto a Sarkozy (come apparve evidente quando il suo ministro degli Esteri Dominique De Villepin si schierò contro l’intervento militare in Iraq nel 2003).

Al momento dell’intervento in Libia si presentava un panorama molto più allettante per Sarkozy: l’opportunità di mettersi in mostra come un sostenitore della primavera araba e la reimpostazione degli interessi economici, più favorevoli per l’Italia che per la Francia nel 2011.

Insomma, BHL in Libia è stato l’uomo giusto al momento giusto. Pensava probabilmente di essere il protagonista del supporto occidentale ai ribelli libici, ma allo stesso tempo si è ritrovato a essere una mascotte pubblicitaria di interessi più grandi e complessi. Il suo ruolo non è tuttavia da sottovalutare ma da condannare con forza: le avventure esotiche di un intellettuale mondano sono state concause della distruzione di un Paese e di migliaia di vittime che sognavano un futuro migliore. Come suggerisce il diplomatico italiano Roberto Toscano in un recente articolo, bisognerebbe attribuirgli il premio Nobel per la pace al contrario.

La Libia di domani

Oggi il futuro della Libia rimane incerto. Le fazioni in lotta di Alba Libica a Tripoli, vicina alla fratellanza musulmana, e Operazione Dignità a Tobruk, comandata dal laico Generale Haftar, non sembrano poter scendere a compromessi.
Sicuramente la situazione non può rimanere tale a lungo. L’anarchia imperante nel Paese ha ridotto il benessere della popolazione e la possibilità per qualsiasi partner commerciale di partecipare alla sua economia. Oggi in Libia le interruzioni energetiche sono la normalità, anche fino a 18 ore al giorno, e la sicurezza non è garantita da nessuna autorità centrale ma da milizie non organizzate e soprattutto non sottoposte a nessuna regola.

Anche l’economia è in ginocchio: se la Libia prima della guerra poteva contare su una produzione di 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno, il dato è sceso a zero durante l’intervento Nato e oggi è al 30 per cento del periodo pre-guerra. Inoltre, a causa degli scontri continui, le due principali città, Tripoli e Bengasi, hanno dovuto chiudere sia i porti che gli aeroporti.

Anche l’economia è in ginocchio: se la Libia prima della guerra poteva contare su una produzione di 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno, il dato è sceso a zero durante l’intervento Nato e oggi è al 30 per cento del periodo pre-guerra. Inoltre, a causa degli scontri continui, le due principali città, Tripoli e Bengasi, hanno dovuto chiudere sia i porti che gli aeroporti.

Questo ha portato a situazioni drammatiche come quella dei quattro italiani rapiti a luglio del 2015, dei quali non abbiamo notizie anche perché manca qualsiasi meccanismo d’intelligence unificato, efficiente e in grado di collaborare le nostre autorità. La recente condanna a morte emanata da un tribunale di Tripoli a Saif al-Islam, secondogenito di Muammar Gheddafi, con l’accusa di genocidio è un altro segnale dell’instabilità del Paese, ma potrebbe portare ad alcuni risvolti interessanti.

La sentenza non sarà eseguita perché Saif è nelle mani di una milizia della città di Zintan, nel nordovest della Libia, che si oppone al governo di Tripoli. Inoltre, il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, a Tobruk, reputa illegittimo il verdetto della corte perché il tribunale si trova in una città non controllata dallo stato. Saif potrebbe ora diventare una pedina molto importante dello scacchiere libico, vista la sua influenza e la sua reputazione di riformista.

Tra il 2009 e il 2010 Saif aveva anche, lentamente, convinto il padre a rilasciare quasi tutti i prigionieri politici ricevendo anche il plauso occidentale. Dato interessante è anche che molti leader della rivolta avevano precedentemente ricevuto incarichi di governo da Saif, tra cui anche il loro leader Mohmoud Jibril.

Insomma, la Libia merita di uscire da questa terribile impasse e ritrovare il suo posto nel mondo. Le soluzioni sono complesse ma possibili. La comunità internazionale non può lavarsi le mani dal disastro che ha creato e deve riconoscere le sue responsabilità aiutando il Paese a ritrovare l’ordine di cui l’ha privata.

L’Italia, in particolare, può e deve svolgere un ruolo importante in questa faccenda perché la Libia è un Paese che non possiamo ignorare, non solo per la vicinanza geografica e per ragioni storiche, ma anche per i risvolti sociali diretti che l’instabilità provoca: la tragedia dei migranti che intraprendono il viaggio della speranza verso le nostre coste e che sono tratti in salvo in mare dalla nostra Marina Militare ci impone di giocare un ruolo di primo piano.

Fino a oggi, anche grazie a operazioni congiunte con altri Paesi, abbiamo salvato 188mila vita umane. L’Italia, incapace di parlar bene di se stessa, deve rivendicare con orgoglio il grande ruolo che sta svolgendo in questa situazione: 188mila persone hanno visto la bandiera italiana come un segno di salvezza, e i nostri militari non hanno deluso le aspettative.

Purtroppo tutto lo sforzo non ha permesso di evitare la morte di 2mila esseri umani nel solo 2015: questo il dato drammatico comunicato dall’Organizzazione internazionale dei migranti (Oim). L’incontrollato flusso dei migranti è una diretta conseguenza dell’anarchia vigente in Libia, dove il traffico degli esseri umani è diventato una pratica diffusa.

Nell’affrontare la problematica libica, la lezione che dobbiamo trarre dagli errori commessi è che non ci si può far guidare dalle emozioni del momento e farsi trascinare dalla propaganda. L’interventismo va evitato, ma nel caso le circostanze lo rendessero inevitabile è necessario studiare a fondo la situazione interna e i possibili risvolti che la nostra ingerenza potrebbe provocare.

Molti governi destinano troppo poco tempo e fondi allo studio delle dinamiche interne degli altri Paesi oppure non hanno sviluppato una sana interazione tra la politica e le strutture di ricerca, come le università, i think tank e la diplomazia.

La politica estera è fatta da statisti, diplomatici e ricercatori, non da filosofi mondani alla ricerca di brividi.

Libero adattamento da: http://www.thepostinternazionale.it/mondo/libia/libia-intervento-sbagliato-bernard-henry-levy

La Libia e le guerre occidentali

Il rapimento dei quattro italiani ha improvvisamente fatto scoprire a larga parte del Belpaese l’attuale situazione libica. Media, politici, esperti di non si sa bene cosa ma ospiti fissi dei talkshow, tutti a pontificare e giudicare. Dimenticandosi che la coscienza occidentale è tutt’altro che innocente. Le armi sono arrivate da Italia e altri paesi e la destabilizzazione, per esempio, son state portate da paesi europei …

24 luglio 2015
di Alessio Di Florio

Il principe Harry fu protagonista, poco più di otto anni fa, di un caso politico che fu al centro delle cronache britanniche per settimane. Il rampollo della casa reale inglese aveva deciso di voler andare a combattere in Iraq, ma la regale nonna e gli altissimi vertici militari si opposero decisamente. Dopo settimane e settimane di fiumi d’inchiostro dedicati (in Iraq erano quotidianità, così come ancora oggi ma ormai non “fa notizia”, attentati, bombardamenti, centinaia se non migliaia e migliaia di morti ma l’inchiostro non era attirato particolarmente…) fu trovato una sorta di reale compromesso: lo “scalpitante eroe” fu inviato in Afghanistan dove però non ebbe la possibilità di essere “parte attiva” nei combattimenti. Ricordate la retorica sulla civiltà minacciata, sulla Patria bella da difendere, sui nostri ragazzi che andavano a combattere “per tutti noi” e tutte quelle belle parole. Decine di migliaia di soldati vennero mandati al fronte, migliaia morirono per la Patria e le “missioni di Pace”. Erano vite che furono sacrificate, e mai lor signori dissero che sarebbe stato meglio fossero rimasti a casa piuttosto che andare a morire in Iraq o Afghanistan. Per il figlio della real casa invece si fece di tutto perché non partisse …

È un piccolo episodio (infinitamente minore rispetto a tantissimi altri) ma che svelò, se ce ne fosse ancora bisogno quanto alla vuota retorica sulla Patria, sul militarismo bello e glorioso, su democrazie, libertà e giustizie da esportare sulla punta delle baionette, in realtà non hanno mai creduto fino in fondo, sapendo benissimo di aver creato un mostro sporco e cruento, orrendo e disumano. Ma, come scrisse Ernest Hemingway, le guerre sono “provocate e iniziate da precise rivalità economiche” per il profitto di alcuni e quindi il mostro viene periodicamente alimentato.

La Libia non è da meno. In questi anni i pacifisti, gli antimilitaristi e gli antimperialisti hanno ben denunciato e documentato gli interessi economici e geopolitici che hanno portato a bombardarla Francia, Usa e altri Stati. Italia compresa, nonostante la “vicinanza” di Berlusconi a Gheddafi e i vari trattati degli anni precedenti. Trattati che hanno avuto conseguenze drammatiche, brutali e disumane anche su migliaia e migliaia di migranti. Ma se le Borse e le lobby sono ben ascoltate dal Palazzo, analogo trattamento sicuramente non viene riservato agli ultimi e agli impoveriti. Nel 2011 precisi interessi portarono a cambiare posizione su Gheddafi, riguardiamo oggi “Come un uomo sulla terra”. Tutto quello non esisteva per i Potenti e le loro corti…

Su PeaceLink abbiamo ampiamente criticato la gravità dell’appoggio di Berlusconi, Napolitano e Pd ai bombardamenti in Libia, nuovo gravissimo strappo all’articolo 11 della Costituzione italiana e al diritto internazionale, e denunciatone l’infinita scelleratezza e follia. Erano settimane con una dinamica non molto diversa da oggi: l’Italia scoprì che in Afghanistan si moriva ancora, che la guerra stava massacrando migliaia e migliaia di persone e che le roboanti promesse di democrazia e civiltà di Bush e della pomposa comunità internazionale erano state cancellate dai fatti. Lo scoprì solo con la morte di un soldato italiano. Oggi televisioni, giornali, politici, sapientoni e sapientini che ogni giorno pullulano su schermi, quotidiani, settimanali, mensili et similia hanno scoperto che la Libia è un paese totalmente destabilizzato (come accadde alla Somalia nel 1994…) dopo il rapimento dei quattro lavoratori italiani, che si muore e si viene uccisi, che le brutalità della guerra non sono mai cessate e la Pace è un miraggio sempre più lontano. Sono passati quattro anni e la Libia ha fatto capolino solo quando ci si è voluti “lamentare” del mancato stop alle partenze dei migranti verso l’Italia e l’Europa (nostalgici dei tempi andati denunciati da “Come un uomo sulla terra”?!). Ma ben poco in Occidente i “Potenti” della Terra possono lamentarsi. Quattro anni fa hanno voluto piegare ancora una volta il diritto e i trattati internazionali a ben altro che il “bene comune”, hanno sostenuto e armato (compresa l’Italia, che quasi certamente ha inviato armi sequestrate a trafficanti d’armi, detenute per anni nelle “riservette” della Maddalena e che una sentenza del Tribunale di Torino del 2006, mai applicata, imponeva venissero distrutte) i cosiddetti “insorti di Bengasi” senza porsi nessuna domanda su fondamentalismo islamico, tagliagole, bande armate, brutali criminali o altro.

Il meccanismo è sempre lo stesso, che sia l’Isis, la Libia, i migranti in fuga da schiavismo, guerre, sfruttamento, miseria, fame le cui responsabilità conducono dritti dritti ai centri del potere economico, finanziario, militare e politico mondiale con sede nel ricco, opulento e “civile” Occidente. E poi voler apparire come le “vittime” e i “buoni samaritani” che vogliono risolvere i problemi dell’umanità e portare il bene in ogni angolo della Terra. Ma, come già scritto sopra, è solo propaganda e retorica. La Libia di oggi (così come l’Afghanista, l’Iraq e prima ancora la Somalia) racconta l’arroganza, l’ipocrisia, la stupida e cieca violenza di un Occidente che si definisce civile e democratico e pretendere di insegnare agli altri popoli il progresso e la libertà. Nessun’altra specie animale ha ideato qualcosa anche solo lontanamente paragonabile alla guerra. È falso e ipocrita invocare il progresso, la civiltà, lo sviluppo, la democrazia, la libertà se realmente si pensa ancora che sia utile massacrare, uccidere, spargere sangue. L’unica verità della guerra è che uccide, la guerra è morte, dalla guerra nasce solo altra guerra. Oltre al fiorire di secondi, terzi e quarti fini economici, geo-politici, di dominio e di possesso.

Pubblicato anche su peacelink.it
preso da: http://comune-info.net/2015/07/libia-linfinita-scelleratezza-delle-guerre-occidentali/#

Libia allo sbando anche ( soprattutto) per colpa degli interessi internazionali

di Alberto Negri 20 aprile 2015

La tragedia libica ha due dimensioni, una interna e l’altra internazionale. Viene spesso detto che il Paese è precipitato nel caos: giusta affermazione ma sarebbe più esatto dire che in Libia prima di tutto c’è la guerra, un conflitto civile tra le fazioni di Tripoli e quelle di Tobruk di cui adesso sta approfittando anche lo Stato Islamico, che con i combattenti di ritorno dalla Siria si è inserito nella destabilizzazione generale e sfrutta la situazione conquistando posizioni nella Sirte.

La guerra civile libica ha una dimensione internazionale derivata proprio dall’intervento del 2011 per abbattere Gheddafi. Le fazioni sono sostenute dalle potenze internazionali: l’Egitto – con Francia, Arabia Saudita e in parte la Russia (che ha appena ricevuto a Mosca il premier di Tobruk) – sta con il generale Khalifa Haftar in Cirenaica; la Turchia e il Qatar sostengono a loro volta le milizie islamiche di Tripoli. L’Italia è in una posizione di mezzo e cerca di salvagurdare i suoi interessi: l’Eni, appoggiandosi alle fazioni locali dell’Ovest e del Sud, è l’unica multinazionale rimasta a estrarre gas e petrolio.

La mediazione delle Nazioni Unite dell’inviato Bernardino Leòn finora è fallita proprio per questo motivo: se non si mettono d’accordo le potenze internazionali e quelle regionali, anche le fazioni non raggiungeranno un’intesa. Il problema è che tutti pensano, con i loro padrini alle spalle, di potere vincere la partita militarmente e non con la diplomazia. Le agende delle parti in campo finora sono state troppo contrastanti per arrivare a un accordo, quindi è quasi un imperativo convocarle se si vuole arrivare a qualche traguardo tangibile.

Le tragedie del mare nascono proprio da questo contesto: i profughi annegano per colpa dei trafficanti ma affogano anche nella retorica di una comunità internazionale che dice di volere salvare il Paese dal caos e lascia la Libia allo sbando sperando di ricavarne dei vantaggi politici e strategici.

Forse qualcuno si ricorda ancora i trionfalistici discorsi del settembre 2011 a Bengasi di Sarkozy, Cameron, Erdogan? Bene, da allora niente è stato fatto di duraturo per stabilizzare la Libia, né dall’Europa né dagli Stati Uniti, né dalle potenze regionali. Sono stati investiti miliardi per i raid aerei, spese parole colme di retorica contro la “dittatura” di Gheddafi e a favore della democrazia: e adesso? Dove è finita la Nato che allora guidava baldanzosamente le operazioni aeree? Come si vede sono più le domande che le risposte: la Libia è un caso disperato che gioca con le vite di altre migliaia di disperati.

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-04-20/libia-tagedia-negri-121351.shtml?uuid=ABWp3LSD

LO STATO ISLAMICO È IL CANCRO DEL CAPITALISMO MODERNO

Postato il Domenica, 12 aprile @ 23:10:00 BST di davide

DI NAFEEZ AHMED

middleeasteye.net

Il brutale ‘Stato islamico’ è un sintomo di una crisi profonda della civiltà fondata sulla dipendenza dai combustibili fossili, che sta minando l’egemonia occidentale ed espandendo il potere dello Stato islamico in tutto il mondo musulmano.

Il dibattito sulle origini dello Stato Islamico (IS) ha fortemente oscillato tra due prospettive estreme. Da una parte si accusa l’Occidente. L’ IS non è altro che una prevedibile reazione all’occupazione dell’Iraq, l’ennesimo colpo sferrato dalla politica estera occidentale. Dall’altra si attribuisce la sua nascita esclusivamente alle barberie storiche e culturali del mondo musulmano, i cui valori e credenze – ferme all’epoca medievale – sono un naturale incubatore di un estremismo violento.

Il più grosso elefante nella stanza, citato nell’attuale dibattito semplicistico, è solo una sovrastruttura materiale. Chiunque può avere idee orribili e disgustose, ma restano solo fantasie se non si trova il modo di manifestarle concretamente nel mondo che ci circonda.

Quindi, per capire in che modo l’ideologia che anima l’IS sia riuscita a trovare le risorse materiali per arrivare a conquistare un territorio più grande della Gran Bretagna, abbiamo bisogno di esaminare più da vicino il contesto materiale.

Seguire il denaro

Le radici dell’ideologia di al-Qaeda risalgono al 1970. Abdullah Azzam, mentore palestinese di Osama bin Laden, formulò una nuova teoria che giustificava la guerriglia continuata e a livello locale delle varie cellule mujaheddin sparse, per la creazione di uno stato pan-islamico. La violenta dottrina islamica di Azzam si diffuse nel contesto dell’invasione sovietica dell’Afganistan.

Come è noto, le reti di mujaheddin afgani furono addestrate e finanziate sotto la supervisione della CIA, del MI6 e del Pentagono. Gli Stati del Golfo fornirono ingenti somme di denaro, mentre il Pakistan Inter-Services Intelligence (ISI) creò un collegamento a terra con le reti militanti coordinate da Azzam, bin Laden ed altri.

L’amministrazione Reagan, ad esempio, fornì 2 miliardi di dollari ai mujaheddin afghani, seguiti da altri 2 miliardi di dollari da parte dell’Arabia Saudita.

Secondo il Washington Post, in Afghanistan, l’ USAID investì milioni di dollari per la fornitura ai bambini in età scolare di “libri di testo pieni di immagini violente e insegnamenti islamici militanti”. Una teologia che predicava la violenza, intervallata da “disegni di pistole, proiettili, soldati e mine”. Gli stessi libri di testo esaltavano anche una ricompensa celeste per qui bambini che fossero riusciti a “strappare gli occhi e tagliare le gambe al nemico sovietico”.

E’ opinione diffusa che questa disastrosa collaborazione tra mondo occidentale e mondo musulmano nel finanziare gli estremisti islamici terminò con il crollo dell’Unione Sovietica. Come ho detto in una testimonianza al Congresso un anno dopo il rilascio della relazione della Commissione 9/11, questa opinione è del tutto falsa.

Racket di protezione

Un rapporto riservato dell’ intelligence americana rivelato dal giornalista Gerald Posner ha confermato che gli Stati Uniti erano pienamente consapevoli di un accordo segreto concluso nel mese di aprile del 1991 tra l’Arabia Saudita e Bin Laden, poi agli arresti domiciliari. Secondo l’accordo, Bin Laden avrebbe potuto lasciare il Regno Saudita con il loro appoggio e finanziamento, e avrebbe continuato a usufruire di questo sostegno da parte della famiglia reale saudita ad una condizione: che si fosse astenuto da attacchi o azioni di destabilizzazione dell’Arabia Saudita.

Lungi dal restare osservatori distaccati di questo accordo segreto, Stati Uniti e Gran Bretagna ne furono parti attive

Le enormi riserve di petrolio saudita erano la base della ricchezza e della crescita dell’economia globale. Non potevamo permetterci di essere destabilizzati. E ‘ stato un do-ut-des: per proteggere il Regno, bisognava consentire di finanziare bin Laden fuori dal Regno.

Come documenta meticolosamente lo storico inglese Mark Curtis nel suo sensazionale libro “Affari segreti: la collusione del Regno Unito con il radicalismo islamico”, i governi statunitense e inglese continuarono a sostenere di nascosto le reti affiliate ad al-Qaeda dell’Asia Centrale e dei Balcani dopo la Guerra Fredda, per le stesse ragioni di prima – contrastare i Russi – e oggi i Cinesi – per arrestare la loro influenza sull’economia capitalistica mondiale. L’Arabia Saudita, dove risiedono le più grandi riserve petrolifere del pianeta, è rimasta il fulcro di questa miope strategia anglo-americana.

Bosnia

Un anno dopo i bombardamenti del World Trade Center del 1993, Osama bin Laden aprì un ufficio a Wembley (Londra) col nome di Comitato Consultivo di Riforma (Advice and Reformation Committee), dal quale coordinava le attività estremiste in tutto il mondo.

Più o meno allo stesso tempo, secondo documenti dell’ intelligence olandese, il Pentagono aerotrasportava migliaia di mujaheddin dall’Asia Centrale in Bosnia, in violazione dell’embargo militare stabilito dalle Nazioni Unite. Erano accompagnati da forze speciali statunitensi. Lo “Sceicco Cieco”, accusato del bombardamento del WTC, era stato molto attivo nel reclutamento e nell’invio dei combattenti al-Qaeda in Bosnia.

Afghanistan

Da circa il 1994 fino al 11 settembre del 2001, l’intelligence militare statunitense, insieme a Gran Bretagna, Arabia Saudita e Pakistan, rifornì in segreto armi e fondi ai talebani collegati ad al-Qaeda.

Nel 1997, Amnesty International denunciò gli “stretti legami politici” tra le milizie Talebane, che avevano da poco conquistato Kabul, e gli Stati Uniti. L’organizzazione per i diritti umani parlò di “collegamenti con le madrasas (scuole religiose) che i talebani frequentavano in Pakistan”, legami “stabiliti fin dai primi momenti di vita del movimento Talebano”.

A sostenerlo – riportò Amnesty – fu anche la defunta Benazir Bhutto, allora Primo Ministro pakistano, che affermò che le madrasas erano state create da Gran Bretagna, Stati Uniti, Arabia Saudita e Pakistan durante la Jihad, la resistenza Islamica contro l’occupazione sovietica dell’Afganistan. Sotto la tutela statunitense, l’Arabia Saudita finanziava queste madrasas.

Libri di testo predisposti dal governo degli Stati Uniti, con l’intento di indottrinare I bambini afgani e avviarli alla guerra santa durante la Guerra Fredda, oggi adottati dai Talebani, divennero parte integrante del sistema educativo scolastico afgano, ed erano diffusamente utilizzati nelle scuole religiose militanti in Pakistan finanziate dai Sauditi e dall’ISI Pakistano sostenuto dagli Stati Uniti.

Le Amministrazioni Clinton e Bush speravano di utilizzare i Talebani per istituire nel paese un regime simile al loro benefattore Saudita. La vana speranza – concepita in piena malafede – era che un governo Talebano avrebbe garantito la stabilità necessaria per poter installare il gasdotto TAPI (TransAfghanPipeline) per rifornire l’Asia meridionale del gas dell’Asia Centrale, evitando Russia, Cina e Iran.

Tutte queste speranze caddero tre mesi prima dell’11 settembre, quando i Talebani rifiutarono le proposte americane. Il progetto TAPI giunse ad un ulteriore stallo a causa dei controlli intransigenti talebani a Kandahar e Quetta, ma ha continuato ad essere sostenuto dall’Amministrazione Obama e ora è prossimo al completamento.

Kosovo

La NATO ha continuato a sponsorizzare le reti affiliate ad al-Qaeda fin dalla fine degli anni ’90, riporta Mark Curtis, quando le forze speciali americane e inglesi fornivano armi e addestramento militare ai ribelli dell’ Esercito di Liberazione del Kosovo (KLA) che comprendevano le reclute dei mujaheddin. Tra questi c’era una cellula capeggiata da Muhammad al-Zawahiri, fratello del vice di bin Laden, Ayman, oggi a capo di al-Qaeda.

Nello stesso periodo, Osama e Ayman coordinarono dall’ufficio di bin Laden a Londra il bombardamento all’Ambasciata statunitense in Kenya e Tanzania nel 1998.

Tuttavia, giungevano anche buone notizie: gli interventi della NATO nei Balcani, accompagnati dalla disintegrazione della Yugoslavia socialista, preparavano la strada per l’integrazione della regione nell’Europa Occidentale, per la privatizzazione dei mercati locali e per l’istituzione di nuovi regimi che favorissero il trasporto del petrolio e del gas dall’Asia Centrale all’Occidente attraverso il TAPI.

‘Nuovo corso’ in Medio Oriente

Anche dopo il 9/11 e il 7/7, la dipendenza statunitense e britannica dai combustibili fossili a buon prezzo per sostenere l’espansione del capitalismo globale, ci portò a rafforzare le nostre alleanze con gli estremisti.

Verso la metà dell’ultimo decennio, l’intelligence anglo-americana ha iniziato a controllare i finanziamenti che dagli Stati del Golfo – guidati ancora una volta dall’Arabia Saudita – raggiungevano le reti estremiste islamiche in tutto il Medio Oriente e in Asia Centrale, per contrastare l’influenza shiita iraniana nell’area. Tra i beneficiari di questo sostegno c’erano i gruppi estremisti militanti affiliati ad al-Qaeda in Siria e Libano – un vero e proprio arco del terrore islamico.
Ancora una volta, i ribelli islamici sarebbero stati utilizzati – a loro insaputa – come agenti dell’egemonia statunitense contro i nuovi rivali geopolitici.

Come rivelò nel 2007 Seymour Hersh nel New Yorker, questo ‘nuovo corso’ della politica stava indebolendo non solo l’Iran, ma anche la Siria – dove gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita si affrettarono a sostenere la Fratellanza Musulmana Siriana, oltre ad altri gruppi di opposizione. Sia Iran sia Siria, ovviamente, erano fortemente allineati con Russia e Cina.

Libia

Nel 2011, l’intervento militare della NATO per capovolgere il regime di Gheddafi seguì a un massiccio sostegno ai mercenari libici che erano, di fatto, membri dell’affiliato ad al-Qaeda in Libia. Alla Francia pare sia stato offerto il 35% del controllo del petrolio Libico in cambio del sostegno francese ai ribelli.

Dopo l’intervento, i giganti petroliferi Europei, Britannici e Statunitensi erano “perfettamente in grado di poter usufruire” delle “opportunità commerciali”, secondo il Prof. David Anderson della Oxford University. I proficui affari con i membri della NATO potevano “finalmente liberare l’Europa Occidentale dalla stretta degli alti prezzi praticati dai produttori Russi che controllavano le forniture di gas”.

Rapporti di intelligence mostrarono che i ribelli sostenuti dalla NATO avevano stretti legami con al-Qaeda. Anche la CIA utilizzò i militanti islamici libici per convogliare grossi quantitativi di armi ai ribelli in Siria.

Un rapporto dell’intelligence Canadese del 2009 descriveva la roccaforte dei ribelli in Libia Orientale come “l’epicentro dell’estremismo islamico”, dal quale le “cellule estremiste” operavano nella regione – la stessa regione, secondo David Pugliese dell’ Ottawa Citizen, che era “difesa da una coalizione NATO capeggiata dal Canada”. Secondo Pugliese, il rapporto d’intelligence confermava che “diversi gruppi di ribelli islamici si erano insediati in Libia orientale”, molti dei quali “incitavano i seguaci ad andare a combattere in Iraq”. Piloti canadesi si scambiavano battute dicendo che anche loro in privato erano dei piloti di al-Qaeda “poichè i loro bombardamenti avevano contribuito a far allineare i ribelli al gruppo terroristico”.

Secondo Pugliese, specialisti d’intelligence inviarono ad alti funzionari NATO un briefing preventivo datato 15 Marzo 2011 proprio pochi giorni prima che avvenisse l’intervento. “C’è una crescente possibilità che la situazione in Libia si possa trasformare in una guerra civile/tribale a lungo termine” scrissero. “Questo diventerà ancora più probabile se le forze all’opposizione riceveranno aiuti militari dall’esterno”.

Come ben sappiamo, l’intervento poi avvenne lo stesso.

Siria

Nel corso dell’ultimo decennio, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi, la Giordania e la Turchia hanno tutti fornito un importante sostegno finanziario e militare principalmente a reti islamiche combattenti collegate ad al-Qaeda, reti che poi hanno dato vita allo “stato islamico”. Questo sostegno è stato dato nel contesto di una rinnovata strategia anti-Assad guidata dagli Stati Uniti.

La competizione per stabilire il dominio sulle rotte dei gasdotti e oleodotti che riguardavano la Siria, come anche le risorse fossili ancora inesplorate in Siria e nel Mediterraneo orientale – a spese di Russia e Cina – hanno avuto un ruolo centrale nel motivare tale strategia.

L’ex ministro degli esteri francese Roland Dumas rivelò che nel 2009 funzionari del Ministero degli Esteri inglese gli dissero che le forze inglesi erano già attive in Siria nel tentativo di fomentare la ribellione.

L’operazione è avvenuta secondo un programma di coordinamento congiunto tra le intelligence americana, inglese, francese e israeliana. Ci sono prove documentali che confermano che il solo sostegno statunitense all’operazione anti-Assad fu di circa $2 miliardi di dollari dalla fine del 2014.

Mentre è opinione diffusa che questo sostegno agli estremisti islamici è stato male interpretato, i fatti parlano da soli. Rapporti di valutazione CIA riservati hanno mostrato che l’intelligence USA sapeva bene che tutti gli aiuti ai ribelli anti-Assad in tutto il Medio Oriente finivano essenzialmente nelle mani degli estremisti più violenti. Tuttavia continuarono.

I funzionari del Pentagono, l’anno prima che lo SI (stato islamico) desse il via alla sua campagna di conquista in Iraq, sapevano bene che la grande maggioranza dei ribelli dell’Esercito di Liberazione Siriana “moderato” erano in realtà dei militanti islamici. Divenne sempre più impossibile, secondo gli stessi funzionari, stabilire dei confini certi tra i ribelli ‘moderati’ e gli estremisti collegati con al-Qaeda o allo stato islamico, a causa delle impercettibili interazioni tra i due.
Inoltre, aumentò progressivamente il numero dei combattenti FSA frustrati che si univano ai gruppi di militanti islamici in Siria, e non per motivi ideologici ma semplicemente per le loro maggiori capacità militari. Finora, quasi tutti i gruppi di ribelli ‘moderati’ addestrati e armati di recente dagli Stati Uniti oggi si stanno unendo con al-Qaeda e stato islamico nella lotta contro Assad.

Turchia

Ora gli Stati Uniti stanno coordinando nuovi aiuti militari ai ribelli ‘moderati’ per contrastare lo Stato Islamico attraverso un nuovo accordo con la Turchia. Tuttavia, è noto a tutti che la Turchia, in tutto questo periodo, ha sponsorizzato apertamente al-Qaeda e lo stato islamico nel quadro di un disegno geopolitico preciso volto a schiacciare i gruppi di opposizione curdi e destituire Assad.

Non sono serviti a molto i blandi sforzi della Turchia per contenere i combattenti stranieri che passano i confini turchi per andare a unirsi all’IS in Siria. La Turchia recentemente ha risposto annunciando che ne ha fermato a migliaia.
Entrambe queste affermazioni sono false: la Turchia ha deliberatamente dato rifugio e convogliato aiuti verso IS e al-Qaeda in Siria.

La scorsa estate, il giornalista turco Denis Kahraman ha intervistato un combattente che si stava curando in Turchia che gli ha detto : “La Turchia ci ha aperto la strada. Se la Turchia non lo avesse fatto, lo stato islamico non sarebbe quello che oggi è. Sì, la Turchia ci ha mostrato affetto e comprensione. Moltissimi nostri mujaheddin jihadisti hanno ricevuto cure mediche in Turchia”.

All’inizio di quest’anno, erano trapelati in rete dei documenti ufficiali autenticati dell’esercito turco (il Comando della Gendarmeria Generale), che mostravano che i servizi segreti turchi (MIT) erano stati sorpresi da funzionari militari ad Adana mentre trasportavano con dei camion missili, mortai e munizioni contraeree, destinati “all’organizzazione terroristica di al-Qaeda” in Siria.

I ribelli ‘moderati’ FSA sono coinvolti nella rete di sostegno turco-islamica sponsorizzata da MIT. Uno di essi ha detto al Telegraph che sta ora gestendo “delle abitazioni sicure per i combattenti stranieri che vogliono unirsi a Jabhat al-Nusra e ISIL (Stato islamico).”

Alcuni funzionari hanno parlato di questa cosa, ma senza alcun risultato. L’anno scorso, Claudia Roth, vice presidente del parlamento tedesco, si è mostrata scioccata del fatto che la NATO stia permettendo alla Turchia di ospitare un accampamento dell’ Stato Islamico a Istanbul, di facilitare i trasferimenti di armi ai militanti islamici attraverso i suoi confini e tacitamente consente le vendite di petrolio dello stato islamico. Ma non è seguito nulla.

La coalizione anti-Stato Islamico capeggiata dagli Stati Uniti sta finanziando lo Stato Islamico

Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non solo non si sono espressi sulla complicità del loro partner della coalizione nello sponsorizzare il nemico, ma hanno anche stretto ancora di più la partnership con la Turchia e stanno lavorando alacremente con lo stesso stato che sponsorizza lo Stato Islamico nell’addestrare i ribelli ‘moderati’ che lottano contro l’IS.

Ma non è solo la Turchia. L’anno scorso, il vicepresidente americano Joe Biden ha detto in una conferenza stampa alla Casa Bianca che l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, Qatar e Turchia, tra gli altri, hanno inviato “centinaia di milioni di dollari e migliaia di tonnellate di armi ad al–Nusra, al-Qaeda e agli estremisti jihadisti” in un contesto di “guerra per procura tra sunniti e sciiti”. Ha aggiunto che, a tutti gli effetti, è impossibile identificare dei ribelli “moderati” in Siria.
E non ci sono segnali che indichino che questi aiuti stiano rallentando. Nel Settembre del 2014, quando gli Stati Uniti hanno iniziato a coordinare gli attacchi aerei contro lo S.I., funzionari del Pentagono hanno rivelato di essere a conoscenza del fatto che loro alleati della coalizione stavano ancora finanziando lo S.I.

Quel mese, il Generale Martin Dempsey, Presidente dei Capi di Sato Maggiore congiunti, rispondendo al Senatore Lindsay Graham nel corso di una seduta della Commissione del Senato per le attività militari se fosse stato a conoscenza di “qualsiasi importante alleato arabo che sostenesse lo S.I.”, ha risposto: “Sì, sono a conoscenza di importanti stati arabi alleati che finanziano lo S.I.”

Nonostante molti ne fossero a conoscenza, il governo degli Stati Uniti non solo non ha applicato delle sanzioni punitive a questi alleati, ma li ha ricompensati includendoli nella coalizione che doveva combattere gli elementi più estremisti che stavano loro stessi finanziando. Peggio ancora, agli stessi alleati si concede un ampio margine di manovra nella selezione dei combattenti destinati all’addestramento.

I membri chiave della nostra coalizione anti-S.I. stanno bombardando lo stesso S.I. mentre da dietro le quinte continuano a sponsorizzarlo, e il Pentagono ne è a conoscenza.

Il fallimento dello stato Musulmano

In Iraq and Syria, dove è nato lo S.I., non è possibile sottovalutare la devastazione della società causata da un conflitto prolungato. L’invasione militare occidentale e l’occupazione dell’Iraq, corredate da torture e violenze indiscriminate di ogni genere, hanno avuto un ruolo innegabile i nel preparare il terreno per la nascita di politiche reazionarie estreme. Prima dell’ intervento occidentale, al-Qaeda non era in nessun posto nel paese. In Siria, la brutale guerra di Assad contro il suo popolo continua ad alimentare le rivendicazioni dello S.I. e ad attrarre combattenti stranieri.

La continua immissione nelle reti degli estremisti islamici di grandi quantità di denaro, centinaia di miliardi di dollari di risorse materiali che nessuno è ancora riuscito a quantificare con precisione, coordinata insieme da stati occidentali e musulmani, ha avuto nel corso dell’ultimo mezzo secolo un effetto profondamente destabilizzante. Lo Stato Islamico è il culmine surreale post-moderno di questa sordida storia.

La coalizione occidentale anti-S.I. nel mondo musulmano è costituita da regimi repressivi le cui politiche nazionali hanno accentuato le disuguaglianze, schiacciato il dissenso legittimo, torturato pacifici attivisti politici e alimentato profondi risentimenti. Sono gli stessi alleati che hanno finanziato – e continuano a finanziare – lo S.I., e le agenzie d’intelligence occidentali ne sono state – e ne sono – a conoscenza.

E tuttavia lo stanno facendo in circostanze geografiche che negli ultimi dieci anni hanno indubbiamente vissuto un’escalation di crisi convergenti. Come ha detto il Prof. Bernard Haykel di Princeton: “Vedo l’ ISIS come il sintomo di un profondo insieme di problemi strutturali che straziano il mondo arabo sunnita. Ha a che fare molto con la politica, con l’istruzione (con la sua mancanza), con l’autoritarismo, con l’intervento straniero, con la maledizione del petrolio …

Penso che anche se l’ ISIS scomparisse, le cause che lo hanno prodotto rimarrebbero. E queste cause avrebbero dovuto essere affrontate molto tempo fa con decenni di politiche, di riforme e di cambiamenti strutturali favorevoli, e non solo da parte dell’Occidente, ma anche da parte degli stati arabi.”.

Al contrario, come abbiamo visto con la primavera araba, questi problemi strutturali sono stati esacerbati da una tempesta perfetta di interconnessioni tra politica, economia, richieste di energia, crisi ambientali: tutti prodotti di una profonda crisi del capitalismo globale.

Con la regione che da sempre soffre di prolungate siccità, mancanza di agricoltura, calo dei proventi del petrolio causato dal picco nazionale del petrolio, corruzione e cattiva gestione dell’economia aggravata dall’austerità neo-liberista e così via, gli stati locali hanno iniziato a crollare. Dall’ Iraq alla Siria, dall’Egiitto allo Yemen, the, lo stesso mix critico di condizioni climatiche, energetiche e economiche stanno mettendo a dura prova i governi locali in carica.

Occidente alienato

Anche se l’Occidente è molto più resistente alle crisi globali interconnesse, le radicate disuguaglianze negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Europa occidentale – che hanno un effetto sproporzionato sulle minoranze etniche, donne e bambini – stanno peggiorando.

In Gran Bretagna, quasi il 70 per cento dei musulmani di origine dell’Asia Centrale – e due terzi dei loro figli – vivono in stato di povertà. Poco meno del 30 per cento dei giovani britannici musulmani di età compresa tra i 16 e i 24 anni sono disoccupati. Secondo il Minority Rights Group International, le condizioni dei musulmani britannici, in termini di “accesso all’istruzione, all’occupazione e alle abitazioni”, invece di migliorare, negli ultimi anni sono peggiorate. Tutto questo è stato accompagnato da un “aumento preoccupante di aperta ostilità” da parte delle comunità non musulmane, e da una crescente propensione della polizia e dei servizi di sicurezza a prendere di mira gli individui musulmani nell’ambito delle misure di sicurezza anti-terrorismo. L’evidente pregiudizio dei mezzi d’informazione nei confronti degli individui musulmani, e le rimostranze sulle giustificate percezioni di una politica estera aggressiva e ingannevole nel mondo musulmano, hanno creato quel senso dominante di emarginazione sociale legato all’appartenenza all’identità musulmana nel Regno Unito.

È la miscela tossica di tutti i fattori che costituiscono la formazione dell’identità generale che è il vero problema – non ciascuno dei fattori presi individualmente. La povertà, la discriminazione o il pregiudizio verso il mondo musulmano presi da soli non sono fattori che rendono una persona vulnerabile alla radicalizzazione. E’ l’ insieme di questi elementi che crea un’identità alienata, frustrata e prigioniera di un circolo vizioso senza scampo.

Il prolungamento e l’interazione di questi problemi possono contribuire al modo in cui i musulmani in Gran Bretagna, nei vari ambiti della vita, iniziano a vedere se stessi con un tutt’uno. In alcuni casi, si genera un senso radicato di emarginazione e disillusione nei confronti della società in generale. Questa identità di esclusione, quando riguarda una persona, dipenderà poi dalle caratteristiche ambientali, dalle esperienze e dalle scelte di quella persona.
Le crisi sociali prolungate possono creare ovunque le premesse per la nascita di tossiche ideologie xenofobe. Tali crisi minano le tradizioni di certezza e di stabilità radicate in concetti consolidati di identità e di appartenenza.

Mentre i musulmani vulnerabili potrebbero ricorrere alla cultura della bande, o peggio, all’estremismo islamico, i musulmani non vulnerabili potrebbero assumere un’identità emarginata legata a gruppi estremisti come la Defence League inglese, o altre reti di estremisti di destra. Per i gruppi di élite più potenti, il loro senso di crisi potrebbe infiammare ideologie neoconservatrici militaristiche, che andrebbero ad intaccare le istituzioni al potere, giustificare lo status quo, dare un’imbiancata al sistema corrotto che sostiene il loro potere e demonizzare i movimenti progressisti e di minoranza.

In questo vortice, l’iniezione di innumerevoli miliardi di dollari nelle reti islamiche estremiste in Medio Oriente con un debole per la violenza, consegna il potere nelle mani di quei gruppi che in precedenza erano assenti dalle istituzioni locali.

Poiché le molteplici crisi tendono a convergere e a intensificarsi, minando la stabilità dello stato e accendendo la protesta, questa massiccia immissione di risorse destinate agli ideologi islamisti, finisce con l’attrarre persone arrabbiate, alienate e vulnerabili nel loro vortice di estremismo xenofobo. Il punto finale di questo processo è la creazione di mostri.

Disumanizzazione

Mentre questi fattori hanno condotto la vulnerabilità regionale a livelli di crisi, il ruolo primario assunto da Stati Uniti e Gran Bretagna dopo il 9/11 nel coordinamento dei finanziamenti segreti dei paesi del Golfo agli estremisti islamici militanti in tutta la regione, non ha fatto altro che versare benzina sul fuoco.

I collegamenti che queste reti islamiche hanno con l’occidente significano che le agenzie d’ intelligence nazionali hanno periodicamente e volutamente fatto finta di non vedere i loro seguaci ed infiltrati nei loro paesi, consentendogli di coltivare, reclutare e inviare all’estero dei neo-combattenti.

E’ questo il motivo per cui la componente occidentale dello S.I., anche se molto più piccola rispetto al numero di combattenti che aderiscono dai paesi vicini, resta in gran parte impermeabile a un dibattito teologico significativo. Questi non sono guidati dalla teologia, ma dall’ insicurezza di un’identità e di una psicologia fratturata.

È qui, nelle modalità di reclutamento meticolosamente calibrate adottate dallo S.I. e dalle sue reti di supporto in Occidente, che possiamo identificare il ruolo dei processi di indottrinamento psicologico messi a punto in anni di formazione dalle agenzie d’intelligence occidentali. Queste agenzie sono sempre state coinvolte nell’elaborazione di strumenti violenti d’indottrinamento islamista.

Nella maggior parte dei casi, il reclutamento nello S.I. avviene dopo lunghe esposizioni a video di propaganda attentamente studiati e realizzati con moderni mezzi di produzione: tra i più efficaci ci sono quelli in cui vengono mostrate incessantemente immagini reali di uccisioni e ferimenti di civili iracheni, afgani e palestinesi causate dalla potenza di fuoco occidentale, o dei civili siriani di Assad.

La costante esposizione a tali scene raccapriccianti di atrocità causate dagli occidentali e dal regime di Assad, può spesso avere l’effetto – su chi le osserva – di avvertirle come fossero accadute a lui stesso, una forma, cioè, di trauma psicologico che può provocare anche uno stress post-traumatico.

Tali tecniche di propaganda-culto provocano travolgenti emozioni scioccanti e rabbiose, che a loro volta spengono la ragione e disumanizzano l’ “altro”. Il processo di disumanizzazione è portato a compimento attraverso una contorta teologia islamica. Ciò che conta in questa teologia non è la sua autenticità, ma la sua semplicità. Questo può fare miracoli su una psiche traumatizzata da visioni di morte di massa, la cui capacità di ragione è immobilizzata dalla paura e dalla rabbia.

Ecco perchè l’estremismo e la totale decontestualizzazione sono caratteristiche tipiche degli insegnamenti islamisti estremi: poichè a prima vista sembra tutto giusto e vero.

Dopo decenni di malinterpretazione dei testi islamici da parte degli ideologi militanti, le fonti sono state corrotte appositamente per giustificare l’agenda politica del movimento: leggi tiranniche, uccisioni di massa, asservimento delle donne e così via, tutte cose che sono diventate le basi necessarie per la sopravvivenza e l’espansione dello ‘stato’.
Poichè la principale funzione dell’introduzione del pensiero islamista estremo è la legittimazione della violenza e delle guerre punitive, vengono prodotti dei video di propaganda che promettono alle vulnerabili reclute quello che gli manca: la gloria, la fratellanza, l’onore, e la promessa della salvezza eterna – a prescindere dai crimini e dalle nefandezze che avranno commesso in passato.

Aggiungeteci la promessa del potere – il potere sui nemici, il potere sulle istituzioni occidentali che hanno represso e soppresso i fratelli e le sorelle musulmane, il potere sulle donne – e il fascino che lo S.I. emana, la sua irreprensibilità politica e le sue rivendicazioni di divinità, ecco che il quadro diventa più che convincente, quasi irresistibile.

Questo significa che l’ideologia dello S.I., che è importante conoscere per poterla respingere – non trae la sua forza dalle proprie origini, esistenza ed espansione. E’ solo un oppio del popolo di cui si nutre e che propina ai futuri seguaci.
E in ultimo, lo S.I. è un cancro del moderno capitalismo in crisi, un fatale sottoprodotto della nostra illimitata dipendenza dall’oro nero, un sintomo parassitario dell’evoluzione delle profonde crisi del mondo occidentale e musulmano. Finchè non si risolvono i problemi alla base di questi crisi, lo S.I. continuerà a prosperare.

Nafeez Ahmed PhD è un giornalista, ricercatore di sicurezza internazionale e autore di molti bestseller che hanno analizzato quella che lui definisce la “crisi della civiltà. Gli e’ stato conferito il premio Project Censored Award for Outstanding Investigative Journalism per il suo rapporto pubblicato dal Guardian sulle intersezioni tra le crisi ecologiche, energetiche ed economiche e i conflitti geopolitici regionali. Ha anche scritto per The Independent, il Sydney Morning Herald, The Age, The Scotsman, Foreign Policy, The Atlantic, Quartz, Prospect, New Statesman, Le Monde diplomatique e New Internationalist. I suoi studi sulle motivazioni di base del terrorismo internazionale e sulle operazioni di intelligence ad esso collegate hanno contribuito in modo significativo al lavoro di ricerca della Commissione 9/11 e alla 7/7 Coroner Inquest.

Fonte: http://www.middleeasteye.net

Link: http://www.middleeasteye.net/columns/cancer-modern-capitalism-1323585268

27.04.2015

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=14915

Libia 2015: Non solo jihadisti. Parla un leader della resistenza nazionale

mussa ibrahim

La testimonianza di Mussa Ibrahim, ultimo portavoce della Jamahiriya libica

Leonor Massanet Arbona | lahaine.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Ero a Tripoli, in Libia, come osservatrice straniera nel giugno 2011. Sono stata testimone della maggior parte delle cose esposte da Mussa Ibrahim e di molte altre che non spiega. Ho potuto constatare personalmente che là erano presenti i giornalisti dei media internazionali del mondo intero e che NON informavano su quanto stava accadendo. Erano testimoni diretti. Hanno fotografato, filmato e visto la realtà che però non hanno mai pubblicato.

Ho assistito a come ogni giorno gli aerei della Nato entravano in Libia, lanciavano bombe sulle città e poi se ne andavano. Non ricevevano la risposta libica e non so se sia possibile immaginare che cosa significa sganciare bombe su una città popolata come Tripoli, i morti, l’onda d’urto, la distruzione… ogni giorno gli aerei arrivavano su Tripoli all’alba per poi ritornavi all’inizio mattinata. Era impossibile per qualsiasi libico riposare per più di quattro ore consecutive.

Molte associazioni e gruppi internazionali giunsero in Libia per essere testimoni diretti di ciò che stava accadendo, come l’associazione degli avvocati del Mediterraneo. Dopo aver vissuto una aggressione come quella di cui sono stata testimone in Libia, non potrò più avere fiducia nei media, né nei politici e governi che hanno sostenuto e occultato qualcosa di così disumano, crudele e aberrante… Gli inviati di Rt e Telesur erano lì e posso attestare che informavano e per quanto ne so, hanno sempre detto la verità.

Conferenza stampa 2014

Parole di Mussa Ibrahim, ultimo portavoce della Jamahiriya libica, membro del Movimento nazionale popolare libico che lavora congiuntamente al Consiglio di tutte le tribù e città libiche per tentare di trovare una soluzione alla situazione libica successiva all’attacco della Nato e alle sue conseguenze. Parla in nome di 622 politici libici che si trovano in Libia e in esilio e che rappresentano la Resistenza verde, in difesa della riconciliazione di tutti i libici, dello sviluppo e dei diritti umani.

Apparteniamo a tutta la Libia e sosteniamo tutti i libici che non appoggiano la Nato, né i criminali, i fondamentalisti, gli assassini, coloro che stanno torturando, emarginando, cambiando le leggi per esiliare i libici…

Cerchiamo il vostro sostegno per estendere la nostra realtà. Nel 2011 sono stato il responsabile per la comunicazione con i media internazionali. Ho cercato di fare del mio meglio, ma i veri eroi sono coloro che hanno perso la vita sotto le bombe della Nato o nelle prigioni di al-Qaeda. La sofferenza della Libia ha avuto inizio con l’attacco straniero in seguito ad una risoluzione delle Nazioni Unite che si basava su cinque punti:

1. Secondo i documenti ufficiali dell’Onu, sarebbero stati 10.000 i manifestanti uccisi a Bengasi durante i primi giorni. Tuttavia, il Consiglio nazionale di transizione, con a capo Abdul Jalil, ha pubblicamente ammesso, e si possono anche ascoltare le sue parole su internet, che ciò non è corrisponte al vero. Era noto che il governo libico della Jamahiriya aveva dato ordine di non intervenire nelle manifestazioni.

2. Secondo i documenti ufficiali della Nato, Gheddafi avrebbe distrutto diverse aree di Tripoli come Suk al Juma, Fashlum ed altre. Più di un migliaio fra giornalisti e osservatori internazionali hanno visitato e visto con i loro occhi, potendo filmare e parlare con la gente e pertanto provare che ciò non era vero, che queste zone erano in condizioni del tutto normali.

3. Secondo i documenti ufficiali dell’Onu, più di 8.000 donne libiche sarebbero state violentate dall’esercito libico nelle prime tre settimane del conflitto, ma quando hanno cercato di dimostrarlo, non sono stati in grado di trovarne neanche una.

4. Secondo i documenti ufficiali dell’Onu, la Jamahiriya contava su 35.000 mercenari africani. Non era vero e non avrebbero mai potuto dimostrarlo. Tuttavia ciò è stato usato dalla Nato per uccidere migliaia e migliaia di libici neri e, ovviamente, una volta morti non hanno più potuto dichiarare nulla. Il massacro più terribile è stato compiuto nella città libica di Tawerga, dove i suoi cittadini che non sono stati uccisi ancora non possono tornare alle loro case.

5. Secondo i documenti ufficiali dell’Onu, l’esercito libico della Jamahiriya si attestava a Bengasi per prepararsi a placare le proteste con le armi e a radere al suolo la città. Secondo il documento ufficiale delle Nazioni Unite, la Nato doveva intervenire per fermare l’esercito e salvare la vita dei libici. Tuttavia la realtà è che il governo libico della Jamahiriya stava tenedo colloqui diretti con i rappresentanti di Francia e Stati Uniti per dimostrare e assicurare che l’esercito libico non sarebbe entrato a Bengasi. Il governo della Jamahiriya aveva ordinato all’esercito di non intervenire in alcun modo nelle manifestazioni. La Libia ha fatto l’errore di fidarsi della parola di Francia, Stati Uniti e Inghilterra che non sarebbero intervenuti. La Nato ha mentito. E’ entrata in Libia e per prima cosa ha attaccato ed eliminato le truppe che si erano accampate fuori Bengasi.

La Nato è intervenuta sulla base di queste cinque menzogne

La Jamahiriya libica ha cercato di organizzare una “Fact Finding Mission” (Commissione di studio dei fatti) e a tal scopo furono chiamati tutti i principali media del mondo come Bbc, New York Times, Rt, Telesur… Inoltre furono invitati osservatori internazionali provenienti da tutto il mondo affinché vedessero la realtà.

I media internazionali risposero di non essere in grado di compiere una ricerca sul campo (“fact finding mission”) perché:

1. Non avevano stanziamenti a questo scopo.
2. Non possedevano il materiale adeguato.

L’Unione africana cercò di creare una Commissione per la “Fact Finding Mission”, ma non le è stato consentito.

Tutti questi fatti sono stati ignorati dai media internazionali e dai politici.

Ora sappiamo perché siamo stati aggrediti: per la posizione che la Libia occupava in Africa, con il sostegno all’Unione africana, il lavoro per il Mercato comune africano e per l’Unione araba, con l’aiuto ai popoli oppressi…

Tutto questo ha portato all’attacco occidentale alla Libia, poiché essi non desiderano un’Africa indipendente.

In questo momento, il problema maggiore dei libici è rappresentato da:

1. Gli esuli. Secondo il governo tunisino vi sono 1,5 milioni di rifugiati libici in Tunisia. Il governo egiziano indica che nel paese sono presenti 1,25 milioni di rifugiati libici, oltre a tutti quelli in Algeria, Niger e in molti altri paesi.

Secondo le nostre stime tuttavia, ci sono approssimativamente 2 milioni di libici rifugiati all’estero. Ricordiamo che la Libia aveva una popolazione di 6 milioni di persone, il che significa che il 30% dei libici è stato costretto ad abbandonare il proprio paese e sta soffrendo.

2. Il controllo della Libia da parte di estremisti come quelli di al-Qaeda. Costoro hanno il denaro, le armi, contano sull’appoggio esterno e su migliaia di mercenari. In questo momento, i peggiori terroristi al mondo, ovvero le superstar del terrorismo mondiale sono in Libia.

Il più importante terrorista internazionale è Abdul Hakim Bilhaj. E’ stato in Somalia, Iraq, Afghanistan, in carcere a Guantanamo e in Libia. Nel settembre del 2011, quando la Nato entrò a Tripoli, Bilhaj fu messo a capo della sicurezza. E’ stato pagato dall’Occidente per lavorare in alcune imprese, diventando così milionario. Si è messo un vestito ed ora è ricevuto dai governi occidentali. Oltre a Abdul Hakim Bilhaj, in Libia è presente l’élite del terrorismo.

3. In questo momento ci sono 35.000 prigionieri politici, detenuti in carceri illegali e sconosciute. Sono stati torturati, maltrattati, in violazione di tutti i diritti umani. Ci sono anche intere famiglie imprigionate. Ogni settimana da queste carceri escono corpi senza vita. Alcuni sono direttamente sepolti, mentre altri vengono restituiti alle famiglie.

4. La balcanizzazione della Libia. Stanno cercando di dividere la Libia in tre parti. I fondamentalisti non ambiscono ad un paese forte, ma vogliono paesi piccoli e deboli per poter meglio agire.

Noi libici non solo piangiamo la Libia, ma cerchiamo soluzioni per non essere “colonizzati”. Ci affidiamo a un dialogo che includa tutti i libici, con l’eccezione di fondamentalisti e mercenari della Nato.

Il dialogo continua, lavoriamo duramente per questo. Sarebbe molto più facile se non ci fosse stato l’intervento occidentale.

La maggior parte dei libici sogna il ritorno di questi ultimi 42 anni di Jamahiriya. Questo non significa affermare che tutto era perfetto. C’erano molti problemi, ma li potevamo risolvere noi libici e stavamo lavorando per risolverli.

Conferenza stampa in inglese: