Così l’Occidente divora i propri figli

Secondo Thierry Meyssan, scendendo in piazza i francesi sono stati il primo popolo occidentale disposto a correre rischi personali per opporsi alla globalizzazione finanziaria. Benché non ne siano consapevoli e ancora pensino che i loro problemi siano prettamente nazionali, il loro nemico è lo stesso che ha annientato la regione africana dei Grandi Laghi e parte del Medio Oriente Allargato. Solamente i popoli che capiranno la logica che li sta distruggendo e la respingeranno potranno sopravvivere alla crisi esistenziale dell’Occidente.

| Damasco (Siria)

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Rivolta a Parigi (1° dicembre 2018)

La causa della recessione occidentale

Le relazioni internazionali hanno subito un profondo mutamento con la paralisi dell’Unione Sovietica del 1986, quando lo Stato non riuscì a controllare l’incidente nucleare civile di Tchernobyl [1]; poi con la ritrattazione del Patto di Varsavia del 1989, quando il Partito Comunista della Germania dell’Est [2] distrusse il Muro di Berlino; infine con il crollo dell’URSS del 1991.


In quell’anno il presidente degli Stati Uniti, George Bush senior, decise di smobilitare un milione di soldati e investire gli sforzi del Paese nella prosperità. Bush ambiva trasformare l’egemonia, esercitata dagli USA nella loro zona d’influenza, in leadership a livello mondiale, nonché in un ruolo di garante della stabilità del pianeta. Bush Sr. gettò le basi del “Nuovo Ordine Mondiale”, dapprima nel discorso pronunciato il 2 agosto 1990 all’Aspen Institute, a fianco del primo ministro britannico Margaret Thatcher, poi nel discorso al Congresso dell’11 settembre 1990, in cui annunciò l’operazione “Tempesta del deserto” [3].
Il mondo post-Unione Sovietica è il mondo della libera circolazione delle merci, nonché dei capitali mondiali, sottoposto a un unico controllo: quello degli Stati Uniti. Vale a dire è il passaggio dal capitalismo all’egemonia della finanza: non compimento del libero scambio, bensì forma esacerbata di sfruttamento coloniale, esteso al mondo nella sua interezza, incluso l’Occidente. In un quarto di secolo le grandi fortune USA si sono moltiplicate numerose volte e la ricchezza globale mondiale si è incrementa ragguardevolmente.
Lasciando libero corso al capitalismo, Bush Sr. auspicava l’estensione al mondo intero della prosperità. Ma il capitalismo non è un progetto politico, è unicamente una logica per conseguire profitto. Ebbene, per accrescere l’utile le multinazionali USA hanno subito approfittato dell’apertura del mercato cinese e delocalizzato la produzione nel Paese dove i salari erano i più bassi al mondo.
Ben pochi hanno saputo stimare il prezzo per l’Occidente di questa progressione. Certamente le classi medie cominciano ad affacciarsi anche nel terzo mondo – benché meno ricche di quelle occidentali – permettendo a nuovi Stati, soprattutto asiatici, di ritagliarsi un ruolo nella scena internazionale. Le classi medie occidentali cominciano però contestualmente a scomparire [4], rendendo impossibile la sopravvivenza delle istituzioni democratiche che loro stesse avevano forgiato.
Ma la catastrofe maggiore investe soprattutto popolazioni di intere regioni, a cominciare da quella dei Grandi Laghi africani, che vengono completamente annientate. Nell’incomprensione e indifferenza generali, questa prima guerra regionale provoca 6 milioni di morti in Angola, Burundi, Namibia, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Zimbabwe. L’obiettivo era continuare a depredare le risorse naturali di questi Paesi, pagandole però sempre meno, dunque scendendo a patti con gang invece che trattare con Stati che hanno il dovere di nutrire il proprio popolo.
La trasformazione sociologica del mondo intero è molto rapida e non ha precedenti. Attualmente non disponiamo di strumenti statistici adeguati per valutarla correttamente. Tuttavia, sono sotto gli occhi di tutti l’ascesa di potenze dell’Eurasia (non nel senso gollista «da Brest a Vladivostok», bensì di Russia e Asia, senza Europa occidentale e centrale) alla ricerca di libertà e prosperità e, per contro, la progressiva decadenza delle potenze occidentali, Stati Uniti compresi, che limitano le libertà individuali e sospingono metà della popolazione nella povertà.
Oggi il tasso di detenzione dei cinesi [il numero di detenuti in rapporto alla popolazione, ndt] è quattro volte inferiore a quello degli Stati Uniti; il loro potere d’acquisto è invece leggermente superiore. Obiettivamente, nonostante i difetti, la Cina è diventato un Paese più libero e prospero degli Stati Uniti.
Questo processo avrebbe potuto essere previsto sin dall’inizio. La sua messa in atto fu oggetto di lunghe discussioni. Basti ricordare che il 1° settembre 1987 un quarantenne statunitense fece pubblicare una pagina di pubblicità controcorrente su New York Times, Washington Post e Boston Globe, per mettere in guardia i concittadini sul ruolo di responsabili del “Nuovo Ordine Mondiale” in costruzione, che il presidente Bush padre voleva far assumere a loro spese agli Stati Uniti. L’iniziativa fece molto ridere. L’autore altri non era che il promotore immobiliare Donald Trump.

L’applicazione del modello economico alle relazioni internazionali

Un mese dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, mise l’amico Arthur Cebrowski a dirigere il nuovo Ufficio per la Trasformazione della Forza (Office of Force Transformation), con l’incarico di trasformare la mentalità di tutti i militari statunitensi e prepararli a un cambiamento radicale della loro missione.
Le forze armate USA non sarebbero più state utilizzate per difendere principi o interessi, bensì strumentalizzate per riorganizzare il mondo dividendolo in due: gli Stati integrati nell’economia globalizzata da una parte, gli Stati rimanenti dall’altra [5]. Il Pentagono non avrebbe più scatenato guerre per impadronirsi delle risorse naturali, ma per controllare l’accesso delle regioni globalizzate a tali risorse. Una divisione che s’ispirava direttamente al processo di globalizzazione, che già aveva spinto ai margini metà della popolazione occidentale. Questa volta sarebbe stata la metà della popolazione mondiale a essere esclusa [6].
La riorganizzazione del mondo iniziò nella zona politica chiamata Medio Oriente Allargato, che va dall’Afganistan al Marocco, con esclusione di Israele, Libano e Giordania. Ebbe così inizio quella che si pretende essere stata un’epidemia di guerre civili in Afganistan, Iraq, Sudan, Libia, Siria e Yemen, che ha già causato diversi milioni di morti [7].
Come un mostro che divora i propri figli, il sistema finanziario globale basato negli Stati Uniti conobbe una prima crisi nel 2008, con lo scoppio della bolla dei subprimes. Contrariamente a quanto comunemente si pensa, non si è trattato affatto di una crisi globale, bensì esclusivamente occidentale. Per la prima volta gli Stati della NATO subivano le conseguenze della loro stessa politica. Ciononostante, le classi dirigenti occidentali non cambiarono atteggiamento e, compassionevoli, assistettero al naufragio delle classi medie. L’unica modifica significativa fu l’adozione della “regola Volcker” [8], che vieta alle banche di sfruttare le informazioni ottenute dai clienti per speculare contro gli interessi di questi ultimi. Però, sebbene i conflitti d’interesse abbiano permesso a dei poco di buono di arricchirsi rapidamente, essi non sono l’origine del problema, che è molto più vasto.

La rivolta degli Occidentali

La rivolta delle classi medie e popolari occidentali contro la classe dirigente globalizzata è iniziata due anni fa.
Consapevoli della recessione dell’Occidente rispetto all’Asia, i britannici furono i primi a compiere un tentativo di salvaguardare il proprio livello di vita, decidendo di lasciare l’Unione Europea per volgersi verso la Cina e il Commonwealth (referendum del 23 giugno 2016) [9]. Sfortunatamente, la classe dirigente del Regno Unito non è riuscita a concludere l’accordo sperato con la Cina e sta incontrando grosse difficoltà a ripristinare i rapporti con il Commonwealth.
Al Regno Unito seguirono gli Stati Uniti dove, constatando l’affossamento dell’industria civile, l’8 novembre 2016 parte degli elettori ha votato per l’unico candidato contrario al Nuovo Ordine Mondiale, Donald Trump. Si trattava di tornare al “sogno americano”. Sfortunatamente per loro, Trump, benché abbia cominciato a rimettere in discussione le regole del commercio globalizzato, non ha una squadra che lo supporti all’infuori della famiglia. Trump riesce solo a modificare, ma non a cambiare, la strategia militare USA, i cui ufficiali generali hanno adottato, pressoché all’unisono, il pensiero di Rumsfeld-Cebrowski e non sanno immaginarsi in un ruolo diverso da quello di difensori della globalizzazione finanziaria.
Consapevoli della fine dell’industria nazionale e certi di essere stati traditi dalla classe dirigente, il 4 marzo 2018 gli italiani hanno votato per i partiti anti-sistema: la Lega e il Movimento 5 Stelle. Questi due partiti si sono alleati per attuare una politica sociale. Sfortunatamente per loro l’Unione Europea vi si oppone [10].
In Francia, mentre negli ultimi dieci anni decine di migliaia di PME [piccole e medie imprese, ndt] subappaltatrici dell’industria sono fallite, nello stesso periodo i prelevamenti obbligatori, già tra i più elevati al mondo, sono aumentati del 30%. Diverse centinaia di migliaia di francesi sono inaspettatamente scesi in strada per protestare contro una fiscalità eccessiva. Sfortunatamente per loro, la classe dirigente francese è stata contaminata dal discorso che gli statunitensi rifiutano. Il governo si sforza perciò di adattare le proprie scelte politiche alla rivolta popolare invece di cambiarne i fondamenti.
Se analizziamo in maniera distinta quel che accade in ognuno di questi quattro Paesi, troveremo spiegazioni differenti. Se invece lo analizziamo come fenomeno unitario, pur espresso da culture diverse, troveremo gli stessi meccanismi: in questi Paesi, consecutivamente alla fine del capitalismo, le classi medie spariscono più o meno velocemente e con esse il regime politico da loro incarnato: la democrazia.
O la classe dirigente occidentale abbandona il sistema finanziario che ha costruito e torna al capitalismo produttivo del tempo della guerra fredda, oppure deve inventare un’organizzazione differente, che però nessuno ha ancora pensato; in caso contrario l’Occidente, che ha governato il mondo per cinque secoli, sprofonderà in conflitti interni a lungo termine.
I siriani sono stati il primo popolo non globalizzato capace di sopravvivere e resistere alla distruzione dell’inframondo di Rumsfeld-Cebrowski. I francesi sono il primo popolo globalizzato a ribellarsi alla distruzione dell’Occidente, sebbene non siano consapevoli di lottare contro il nemico comune all’intera umanità. Il presidente Emmanuel Macron non è uomo che possa affrontare la situazione, non perché porti la responsabilità di quanto fatto dal sistema precedente, ma perché è puro prodotto di questo stesso sistema. Alle sommosse in Francia, Macron ha saputo soltanto rispondere dichiarando che, secondo lui, il G20 di Buenos Aires era stato un successo (fatto non vero) e che avrebbe proseguito con più efficacia nella direzione (cattiva) dei predecessori.

Come salvare i privilegi

Sembra che la classe dirigente britannica abbia una propria soluzione: se Londra, in particolare, e gli Occidentali, in generale, non sono più in grado di governare il mondo, conviene salvare il salvabile e dividere il pianeta in due zone ben distinte. È la politica messa in atto da Obama negli ultimi mesi di presidenza [11], poi da Theresa May, ora da Donald Trump, che si sono rifiutati di cooperare, riversando granitiche accuse prima contro la Russia, poi contro la Cina.
Sembra anche che Russia e Cina, malgrado la rivalità storica, siano coscienti di non potersi alleare con gli Occidentali che, dal loro canto, insistono a volerle smembrare. Da questa consapevolezza nasce il progetto «Partenariato dell’Eurasia Allargata»: se il mondo deve scindersi in due parti, che ciascuno organizzi la propria. In concreto significa che Pechino rinuncia a metà della “via della seta” e, insieme a Mosca, la riorganizza facendola passare solo nell’Eurasia Allargata.

Determinare la linea di demarcazione

Sia all’Occidente sia all’Eurasia Allargata converrebbe determinare al più presto la linea di demarcazione. Per esempio, da quale lato si collocherà l’Ucraina? La costruzione da parte della Russia del ponte di Kertch mirava a dividere l’Ucraina, assorbire il Donbass e il bacino del Mare d’Azov, nonché Odessa e la Transnistria. L’incidente di Kertch, organizzato dagli Occidentali, mirava invece a far entrare l’Ucraina nella NATO prima della frantumazione.
Poiché il bastimento della globalizzazione finanziaria sta colando a picco, molti cominciano a mettere in salvo i propri interessi, senza curarsi di alcuno. Da qui nasce, per esempio, la tensione tra Unione Europea e Stati Uniti. In questa gara, il movimento sionista ha come sempre una lunghezza di vantaggio: ha mutato rapidamente la strategia israeliana, lasciando la Siria alla Russia e volgendosi verso il Golfo e l’Africa orientale.

Prospettive

Tenuto conto di quanto c’è in gioco, è evidente che la rivolta in Francia non è che l’inizio di un processo molto più vasto che si allargherà ad altri Paesi occidentali.
È assurdo credere che nell’epoca della globalizzazione finanziaria un governo, qualunque esso sia, possa risolvere i problemi del proprio Paese senza rimettere in discussione le relazioni internazionali e ritrovare simultaneamente la propria capacità d’agire. Ma dopo il crollo dell’Unione Sovietica è proprio la politica estera a essere esclusa dall’ambito democratico. Conviene perciò ritirarsi con urgenza da pressoché tutti i trattati e gli impegni internazionali degli ultimi trent’anni.

[1] Secondo Michail Gorbaciov questo è l’avvenimento che ha portato alla dissoluzione del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica, poiché ha delegittimato lo Stato.
[2] Contrariamente a un’idea preconcetta diffusa in Occidente, sono stati i nazionalisti del Partito Comunista della Germania dell’Est (e le chiese luterane), non gli anti-comunisti (e i pro-USA) a far crollare il simbolo della dominazione sovietica, il Muro.
[3] Lo scopo principale dell’invasione dell’Iraq non era liberare il Kuwait, bensì strumentalizzare la vicenda per costituire una coalizione il più possibile estesa, che comprendesse anche l’Unione Sovietica, al comando degli Stati Uniti.
[4] Global Inequality. A new Approach for the Age of Globalization, Branco Milanovic, Harvard University Press, 22 agosto 2017.
[5] «Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 24 agosto 2017, traduzione di Rachele Marmetti.
[6] È evidente che le guerre di Bush Jr. e di Obama non hanno mai avuto lo scopo di propagare la democrazia. In primo luogo perché, per definizione, la democrazia non può che emanare dal popolo e non può dunque essere imposta con le bombe. In secondo luogo perché gli Stati Uniti erano già una plutocrazia.
[7] Ho conteggiato non solo il milione di morti causati direttamente dalle guerre, bensì anche le vittime dei disordini da esse ingenerati.
[8] L’ex presidente della Riserva Federale USA, Paul Volcker, è al contrario uno degli architetti della finanziarizzazione globale. È stato lui che, in nome dell’ONU, ha perseguito le persone e le istituzioni che avevano aiutato l’Iraq ad aggirare l’embargo delle Nazioni Unite (affare “petrolio in cambio di cibo”). Volcker è una delle personalità più di spicco della Pilgrim’s Society, il club transatlantico presieduto dalla regina Elisabetta II. A tale titolo divenne
[9] “La nuova politica estera britannica”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 4 luglio 2016.
[10] Il Mercato Comune Europeo, un sistema di cooperazione tra Stati, è stato sostituito dall’Unione Europea che, definita dal Trattato di Maastricht, è uno Stato sovranazionale sotto protezione militare della NATO. Ha perciò facoltà di mettere in scacco le decisioni nazionali.
[11] “Due mondi distinti”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 9 novembre 2016.
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L’impero colonialista francese in Africa

Quante volte abbiamo sentito dire, da parte dei politici occidentali riguardo al problema dell’immigrazione, che si devono aiutare i paesi africani al fine di poter gestire in loco una proficua crescita sociale, culturale ed economica di quei popoli?

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Da anni sentiamo i politici esternare questa lodevole idea, e in questo periodo sembra sia l’unica alternativa per riuscire ad arginare il problema migratorio che sta raggiungendo numeri da esodo biblico. Non tutti sanno però che ancora oggi molti paesi africani sono soggetti a leggi e tassazioni imposte da parte dei colonialisti di un tempo, come Francia e Gran Bretagna, ma anche Germania, Portogallo, Italia, Belgio, Olanda e Spagna, seppur in misura minore. Molti di questi paesi occidentali, come è capitato all’Italia per crimini di guerra con l’Etiopia e la Libia, sono stati condannati da tribunali internazionali a pagare i danni causati alle popolazioni.
Di contro, altri paesi, come la Francia o la Gran Bretagna, godono tuttora dei proventi di quei colonialismi.

L’oppressione africana nella storia contemporanea

Il colonialismo è una macchia storica infame in capo a chi l’ha perpetrata per secoli, purtroppo l’oppressione economica in Africa, da parte dei paesi occidentali, continua a esistere ancora oggi. Ci sono molti paesi africani costretti a pagare una tassa coloniale alla Francia che per questo, continua a prosperare sulle spalle di paesi poveri africani contando su introiti pari a circa 500 miliardi di dollari ogni anno.
Questa forma di tassazione è oltraggiosa, priva di fondi economici quei popoli che per loro sono più che necessari. Non solo, ma aggrava altresì il debito pubblico del paese. Ma gli svantaggi sono anche peggiori, oltre a essere un peso economico, i mali del colonialismo costringe intere popolazioni a un’interminabile schiavitù del debito, il che risulta devastante per la dignità e l’identità del popolo africano.

Guinea: un’indipendenza mai realizzata appieno

Nel 1958, quando la Guinea chiese l’indipendenza dal dominio coloniale francese, i francesi scatenarono una furia inumana. Causarono più di tremila morti e costrinsero migliaia di guineani a lasciare il paese, perdendo così le loro proprietà che vennero tutte saccheggiate dai francesi prima di ritirarsi. Inoltre, quel che non poteva essere depredato è stato distrutto: scuole, asili, edifici della pubblica amministrazione, automobili, libri, medicine, istituti di ricerca, e molto altro. Persino le macchine agricole, come i trattori, vennero distrutti o sabotati mentre furono sterminati animali e il cibo, stivato nei magazzini, venne o bruciato o avvelenato.
Fu una catastrofe per quel popolo, al pari di un genocidio. Mai nessuno condannò la Francia per questo, anzi, il colonialismo francese perdura attualmente.
La Guinea, distrutta dai francesi solo perché aveva ‘osato’ chiedere l’indipendenza, si trovò di fronte una sola alternativa, cioè quella di pagare una tassa alla Francia.

Il Togo ai tempi di De Gaulle

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, per porre fine alla colonizzazione francese, firmò un patto con il presidente De Gaulle accettando di pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti “benefici della colonizzazione francese”. Questo patto ha impedito che i francesi distruggessero il paese, come prima era avvenuto in Guinea. L’importo richiesto e ottenuto dalla Francia era enorme, tanto che il cosiddetto “debito coloniale” era pari al 40% del bilancio del paese nel 1963.
Il sogno di Olympio, che rimase tale, era quello di costruire uno Stato indipendente e autosufficiente, ma i francesi avevano ormai ipotecato l’intero loro futuro.

La Legione Straniera e i colpi di stato

La storia ha dimostrato che, nonostante anni di lotta africana per liberarsi dagli oppressori, la Francia ha ripetutamente usato molti legionari per organizzare ed effettuare colpi di stato contro i presidenti democraticamente eletti. Ciò ha incluso Jean-Bedel Bokassa che assassinò David Dacko, il primo Presidente della Repubblica Centrafricana.
Negli ultimi cinquanta anni si contano un totale di ben 67 colpi di stato verificatisi in 26 paesi africani, di questi 16 sono ex colonie francesi. Ciò indica che la Francia ha continuamente cercato il modo di accaparrarsi il controllo, e la loro ‘povera’ ricchezza, di molti paesi africani.

Tasse coloniali per miliardi

Ma non è solo la Guinea o il Togo ad avere questo fardello, bensì, si badi bene, in tutto sono 14 i paesi africani dove tuttora viene applicata una tassazione da parte dei francesi.
franciafricaA gennaio 2014, 14 paesi africani sono obbligati dalla Francia, attraverso un patto coloniale, di pagare tasse pari all’85% delle loro riserve valutarie. Queste tassazioni vengono eseguite sotto il diretto controllo da parte della banca centrale francese e del ministero delle Finanze. Gli importi di questa tassazione vengono stimati in 500 miliardi di dollari ogni anno. I leader africani che rifiutano di pagare o sono stati uccisi o si sono ritrovati vittime di colpi di stato. I capi di stato che obbediscono vengono sostenuti politicamente e ricompensati dalla Francia, garantendo loro uno stile di vita sontuoso, mentre il loro popolo sopporta condizioni di estrema povertà e disperazione.
I patti di colonizzazione francese prevedono, a partire dal 1950, che i paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali alla banca centrale della Francia. Negli anni la Francia ha continuato a trattenere le riserve nazionali di questi quattordici paesi africani: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e il Gabon.
La Francia consente loro di accedere solo al 15% del denaro ogni anno. Se hanno bisogno di più risorse, nessun problema, la Francia li ‘agevola’ in questo: presta loro il denaro extra necessario, da parte del Tesoro francese, applicando i normali ‘tassi commerciali’.
La Francia ha quindi indebitato e schiavizzato gli africani, appropriandosi di ogni ricchezza dell’Africa. Il cosiddetto sventurato ‘Terzo Mondo’, in realtà tanto povero non era. Ora quella popolazione fugge dalla carestia per raggiungere un’Europa ricca, senza pensare che molti paesi europei dove sono diretti, hanno determinato la carestia africana arricchendosi ancora oggi appropriandosi delle loro ricchezze.

Quindi, la prossima volta che sentiamo dire in TV che i migranti africani fuggono dalla carestia, pensiamo anche alla Francia.

Preso da: http://altritempi.info/limpero-colonialista-francese-in-africa/

La Libia, dall’era Gheddafi ai giorni nostri

Nel 1967 il colonnello Gheddafi ereditò una delle Nazioni più povere in Africa ma, al momento in cui il leader libico fu assassinato, aveva trasformato la Libia in una nazione fra le più ricche.


La Libia aveva il più alto PIL pro capite e la speranza di vita nel paese era in costante crescita, nel contempo pochissime persone vivevano sotto la soglia di povertà rispetto ad altri paesi africani. In oltre quaranta anni Gheddafi aveva promosso la democrazia economica utilizzando la ricchezza del petrolio per sostenere programmi di assistenza sociale per tutti i libici. Sotto il governo di Gheddafi i libici godevano di assistenza sanitaria e istruzione gratuita, ma anche l’energia elettrica era a zero costo e i prestiti bancari alle famiglie, per mutui o spese per le normali attività domestiche, venivano erogati senza applicare alcun interesse.

A differenza di molte altre nazioni arabe, le donne nella Libia di Gheddafi avevano il diritto all’istruzione, ricoprivano incarichi pubblici, potevano sposare chi volevano, divorziare, possedere beni e disporre di un reddito. Nel 1969 solo poche donne frequentavano l’Università mentre nel 2011 più della metà degli studenti universitari della Libia erano donne. Una delle prime leggi operate da Gheddafi nel 1970 era la pari retribuzione fra uomini e donne.
Il 4 gennaio 2011 lo stesso Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite aveva riconosciuto ed elogiato Gheddafi (leggi il documento) per la sua promozione dei diritti civili e delle donne. In pratica prima lo hanno lodato e pochi mesi dopo chi lo ha ucciso si è giustificato dicendo di aver liberato il mondo da un pericoloso e sanguinario dittatore. Assurdo!

Il dopo Gheddafi

A seguito del scellerato intervento francese e della NATO del 2011, la situazione attuale è un vero disastro annunciato. La Libia è ormai uno stato fallito e la sua economia è allo sfascio. Non vi è un controllo governativo e l’amministrazione dello Stato scivola tra le dita dei fantocci eletti dall’ONU per finire nelle mani dei combattenti delle milizie locali, facenti parte di tribù islamiste che al tempo di gheddafiana memoria erano dei classici criminali.

In pratica l’occidente ha consegnato le chiavi della nazione a una banda di assassini spietati e senza regole. Tutto questo pur di liberarsi di un Gheddafi che aveva finanziato metà campagne elettorali dei leader democratici europei (Sarkozy per esempio).
Il risultato oggi è ben chiaro: per merito dell’intervento Francia/Nato la Libia ha ora due governi, ognuno di questi con il proprio primo ministro, Parlamento e persino esercito.
Il Parlamento, quello che era stato eletto per volere dell’ONU e riconosciuto dalla cosiddetta ‘comunità internazionale’, è stato spazzato via da Tripoli dalle milizie islamiste che poi hanno assunto il controllo della capitale nonché in altre città. Nella parte orientale del paese, quello che tutti riconoscono come il governo ‘legittimo’ e dominato da coloro che si professano anti-islamisti, è stato esiliato a un migliaio di chilometri di distanza dalla capitale, precisamente a Tobruk, e di fatto non governa più nulla.
La caduta di Gheddafi ha creato tutti gli scenari peggiori del paese: le ambasciate occidentali non esistono più, il sud del paese è diventato un rifugio per i terroristi e il nord un centro del traffico di migranti. Egitto, Algeria e Tunisia hanno chiuso tutti i loro confini con la Libia. Nel paese vi è un contesto di illegalità assoluta, si va dallo stupro diffuso agli omicidi di massa che restano assolutamente impuniti.

La strategia futura della CIA

 L’America, da sempre impegnata a esportare libertà e democrazia nel mondo :-), riesce a contribuire in questo disastroso scenario alimentando una terza via. Non bastano i due governi, ormai totalmente inutili e inetti, ora in Libia ci sono gli Stati Uniti che aprono un nuovo scenario con una terza forza, totalmente indipendente dalle altre due. Ed è la solita CIA, il servizio di maggior intelligence 🙂 esistente al mondo, a individuare la soluzione di tutti i mali libici attraverso la figura del generale Khalifa Belqasim Haftar quale prossimo leader libico e, per questo, l’interessato già mira ad autoproclamarsi ‘nuovo dittatore’ della Libia.
Tanto per capire di che personaggio stiamo parlando, si sappia che il generale Haftar, antico nemico giurato di Gheddafi tanto da dover fuggire dal paese, si era trasferito in USA, in Virginia, guarda caso proprio vicino al quartier generale della CIA, dove si dice sia stato addestrato dall’Agenzia per prendere parte ai numerosi tentativi di golpe in Libia, sempre falliti fino al 2011, per rovesciare Gheddafi.
Non solo, nel 1991 il New York Times riferiva che Haftar era uno dei seicento soldati libici addestrati dalla CIA in atti di sabotaggio e altre azioni di guerriglia per rovesciare il regime di Gheddafi. Questo mini esercito libico/americano è stato costituito dal presidente Reagan e mantenuto integro fino all’intervento francese del 2011.

Il vero obiettivo dell’occidente

In realtà, l’obiettivo dell’occidente non era certo quello di aiutare il popolo libico, asserendo che in Libia si era oppressi e soffocati da un dittatore talmente crudele che aveva la colpa di aver contribuito a far vivere il più alto tenore di vita in Africa, bensì di spodestare Gheddafi, installare un regime fantoccio e ottenere il controllo delle risorse naturali della Libia.
Non ci vuole un Qi troppo elevato per capirlo, eppure dai mass media leggiamo ancora oggi che la Libia è stata liberata da un tiranno per garantire la democrazia e gli equilibri in Medio Oriente. E il bello è che ci credono in tanti.

Un decennio di fallimenti militari giustificato da un business miliardario

Qualche anno fa la Nato ha dichiarato che la missione in Libia era stato “uno dei più riusciti nella storia della Nato”. A parte il fatto che molto del merito va alla ‘furbesca’ Francia e non certo alla Nato, la verità è sotto gli occhi di tutti: questo intervento occidentale non ha prodotto nulla se non fallimenti colossali in Libia, Iraq e Siria. E parliamoci chiaro: prima del coinvolgimento militare occidentale, queste tre nazioni erano gli Stati più moderni e laici esistenti in Medio Oriente e in tutto il nord Africa, con il più alto tasso di godimento dei diritti della donna e del tenore di vita.
Un decennio di fallimentari spedizioni militari in Medio Oriente ha lasciato il popolo americano un trilione di dollari di debito. Tuttavia qualcuno in particolare negli USA hanno beneficiato immensamente per tali costose e mortali guerre: l’industria militare americana.
La costruzione di nuove basi militari significa miliardi di dollari per l’élite militare statunitense. È dai tempi del bombardamento dell’Iraq che gli Stati Uniti hanno costruito nuove basi militari in Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman e Arabia Saudita. Dopo l’Afghanistan gli Stati Uniti hanno costruito basi militari in Pakistan, Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan, mentre dopo la Libia hanno realizzato nuove basi militari in Seychelles, Kenya, Sud Sudan, Niger e Burkina Faso.
In tutti questi paesi a presenza militare americana sono a basso tenore di vita della popolazione e a forte limitazione delle libertà individuali, delle donne in special modo.
Infine, il flusso dei migranti rischia di far ‘scoppiare’ l’Europa. E qui ricordo la profezia di Gheddafi che, a quanto pare, si sta puntualmente avverando quando nel 2011 disse:

“State bombardando il muro che si erge sulla strada dei migranti e dei terroristi verso l’Europa”.

Di ogni intervento americano nel mondo non esiste un fattore positivo per l’Umanità, bensì serve a rendere invincibile chi, come Trump, dice di avere “il pulsante più grande che, tra l’altro, funziona”.
Eh sì, vediamo bene come funziona.
Questo articolo è stato pubblicato qui

Preso da: https://www.agoravox.it/La-Libia-dall-era-Gheddafi-ai.html

Libia: da Gheddafi a “15.000 milizie”

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Foto: Newsweek (da Google)

Nel memorandum 1) sulla Libia in merito alle politiche di disinformazione dell’Occidente sullo stato e sull’esercito libico, prima e durante la guerra d’aggressione scatenata dalla Nato e soci a partire dal marzo del 2011, Saif al Islam Khaddafi calcola che siano operanti allo stato attuale circa 15.000 milizie, gran parte delle quali ben armate e ben addestrate.
Il figlio di Gheddafi 2) non cita, perché presumibilmente lo da per scontato. la penetrazione di truppe d’invasione statunitensi, inglesi, francesi, italiane (trecento, di cui cento paracadusti della Folgore). E non cita la “rinascita” del terrorismo jihadista in particolare a Sirte e a Bengasi in seguito al ritorno dalla Siria degli oppositori più o meno democratici al governo di Assad (terrorismo che suo padre e il regime della Giamahiria aveva saputo contenere).

Lo stato considerato “fallito” da uomini di grande spessore morale come Giorgio Napolitano, oltre che dalle sinistre umanitarie e pacifiste, desiderose di bombardare e di uccidere, ora è realmente “fallito”, o , detto meglio, si trova nella condizione ideale perché gli avvoltoi dell’Occidente imperiale e i tagliagole locali possano disporne a loro piacimento.

Il caos allarma coloro che l’hanno creato perché è andato ben oltre quello preventivato. In tali condizioni è difficile infatti avviare in sicurezza la produzione di petrolio e gas e difendere gli oleodotti e i gasdotti. Ricorrere alle milizie costituite da bande di mercenari per la protezione degli impianti e delle infrastrutture diventa irrinunciabile.
Da qui i grandi sforzi che i carnefici della Libia stanno compiendo per approdare alla unificazione politica e giuridica del grande Paese africano. Dopo gli incontri a Madrid e Ginevra sotto gli auspici dell’ONU, si è registrato a Shkirat, cittadina del Marocco, tra Casablanca e Rabat, un accordo 3) che è stato ritenuto dalle parti importante e positivo. Ma gli entusiasmi son durati ben poco.
L’accordo prevedeva che il parlamento di Tobruk conservasse la maggioranza dei suoi membri e accogliesse al suo interno quaranta rappresentanti del parlamento di Tripoli, diventando in tal modo il parlamento ufficiale della Libia. Il premierato del governo di unità nazionale sarebbe spettato a Fayez Al Serray, pedina farsesca dell’Occidente, arrivato dal mare a Tripoli con la protezione armata delle navi dell’Impero e talmente amato dai suoi connazionali che solo dopo alcuni mesi è riuscito ad insediarsi a Tripoli.
L’accordo non è stato gradito né a Tripoli né a Tobruk.
L’Occidente imperiale sembra sostenere il debole governo di Tripoli, più facilmente manipolabile (l’Italia è particolarmente interessata, con l’ineffabile Minniti, alla regolazione dei flussi immigratori anche con strumenti di detenzione criminale), 4) sebbene il fronte presenti vistose smagliature con la Francia che “tratta” con Haftar, mentre gli stessi Stati Uniti sembrano avvicinarsi all’uomo forte di Tobruk, il feldmaresciallo Haftar che a sua volta gode dell’appoggio della Russia, dell’Egitto,degli  Emirati Arabi.
In un articolo 5) avevo affermato che Haftar sembrava avviato verso il controllo pieno della LIbia. Certamente ha saputo conquistare, ponendola sotto il controllo del governo di Tobruk la ricchissima “Mezzaluna del petrolio”6), situata tra Bengasi e Sirte ma è anche vero che la sua marcia si è rallentata in Tripolitania. Infatti, in appoggio all’intervento militare del generale Usama Juwahili, comandante della zona militare occidentale contro bande di fuorilegge7), le Brigate di Zintan e la Brigata rivoluzionaria di Tripoli alleate un tempo a Khalifa Haftar, seppure indipendenti, hanno attaccato l’esercito nazionale libico (LNA), costretto ad abbandonare la sua posizione.
La Tripolitania sembra perduta per il momento per il feldmaresciallo Haftar, mentre si profilano nell’area nuove alleanze. Al servizio di Al-Serray ? Al momento è difficile fare previsioni.
In tale contesto non va trascurata la presenza e l’azione politica dei Gheddafiani e in particolare della figura di Sail-Al-Khaddafi, personalità di alto prestigio, già a suo tempo considerato l’architeto di una nuova Libia, capace di “parlare” con le tante tribù della sua terra e proporre una politica di unificazione. A suo vantaggio va ricordato il rapporto politico favorevole, lui e la sua gente, con Khalifa Haftar
NOTE
1) Saif al-Islam Khaddafi ” Memorandum sulla Libia: disinformazione contro Stato Guida ed Esercito” in “Voltaire” 30/10/17
2) Saif al-Islam Khaddafi è attualmente perseguito dalla Corte Penale internazionale, indecemente gestito dall’Occidente imperiale, per “presunti” crimini contro l’umanità. Richiesto l’arresto del figlio di Muammar Gheddafi alle autorità giudiziarie locali
3) Il Post “Cosa rimane della Libia” 1/12/17
4) Amnesty international ” Libia: i governi europei complici di torture e violenze” 12/12/17
5) A. B. ” Haftar si avvia…” in Cagliaripad e in l’Interferenza 5/8/17
6) Il post, art. cit. 1/12/17
7) Andrey Akulov ” Eventi recenti in Libia: una sfida…” In “The Saker Italia”

Preso da: http://www.linterferenza.info/esteri/libia-gheddafi-15-000-milizie/

Dalla parte dei popoli africani contro l’imperialismo francese

Rileggere Lenin per contrastare l’enfasi celebrativa, nazionalista e bellicista dei fascisti verso la Prima Guerra Mondiale

Rileggere Lenin per contrastare l'enfasi celebrativa, nazionalista e bellicista dei fascisti verso la Prima Guerra Mondiale
Contro l’enfasi celebrativa, nazionalista e bellicista, di cui si vuol circondare il “centenario della vittoria”, che i fascisti vorrebbero addirittura elevare a “principale festa nazionale”; contro l’esaltazione “guerriera” diffusa da un Ministero della difesa sempre all’attacco, qualunque sia lo schieramento politico impegnato a reclamizzare le armi italiane su tutti i fronti in cui USA e NATO portino la “democrazia” a suon di bombe; contro la retorica patriottarda, che equipara le odierne esaltazioni dei professionisti della guerra al sacrificio dei “nostri nonni”, obbligati ad andare al macello in un conflitto che essi non volevano; contro questo, proponiamo, per chi avrà la pazienza di leggerla, questa nota di Lenin, a proposito delle smanie interventiste italiane di cento anni fa e del ruolo dei riformisti nel voler trasformare le masse popolari in “lacchè della propria borghesia nazionale”, osservando come, sul fronte dell’ “imperialismo della povera gente”, le condizioni dei migranti italiani di un secolo fa non differissero da quelle inflitte oggi agli attuali migranti proprio da coloro che più esaltano la “vittoria indimenticabile”.

IMPERIALISMO E SOCIALISMO IN ITALIA
(Nota)

Per l’interpretazione di quelle questioni che l’attuale guerra imperialista ha posto di fronte al socialismo, non è superfluo gettare uno sguardo sui diversi paesi europei, per imparare a isolare le modificazioni nazionali e i dettagli del quadro complessivo, da ciò che è basilare e sostanziale. Dal di fuori, dicono, le cose sono più evidenti. Perciò, quante meno analogie tra Italia e Russia, tanto più interessante, sotto certi aspetti, è paragonare imperialismo e socialismo in entrambi i paesi.

Nella presente nota abbiamo intenzione soltanto di evidenziare il materiale che offrono su questa questione le opere, uscite dopo l’inizio della guerra, del professore borghese Roberto Michels: “L’imperialismo italiano” e del socialista T. Barboni: “Internazionalismo o nazionalismo di classe?” (Il proletariato d’Italia e la guerra europea ). Il ciarliero Michels, rimasto superficiale come nelle altre sue opere, sfiora appena il lato economico dell’imperialismo, ma nel suo libro è raccolto un materiale di valore sulle origini dell’imperialismo italiano e su quel passaggio che costituisce la sostanza dell’epoca contempo­ranea e che, in Italia, ha un particolare risalto e precisamente: il passaggio dall’epoca delle guerre di liberazione nazionale all’epoca delle guerre imperialiste di rapina e reazionarie. L’Italia democratico-rivoluzionaria, vale a dire rivoluzionaria-borghese che abbatteva il giogo dell’Austria, l’Italia dell’epoca di Garibaldi, si trasforma definitivamente sotto i nostri occhi nell’Italia che opprime altri popoli, che saccheggia Turchia e Austria, nell’Italia di una borghesia rozza, reazionaria in misura rivoltante, sporca, che sbava per la soddisfazione di esser stata ammessa alla spartizione del bot­tino. Michels, come ogni altro decoroso pro­fessore, reputa, s’intende, “obiettività scientifica”, il suo servilismo di fronte alla borghesia e definisce questa divisione del bottino una “spartizione di quella parte del mondo rimasta ancora nelle mani dei popoli deboli” ( p. 179). Respingendo in modo sprezzante, come “utopistico” il punto di vista di quei socialisti ostili a ogni politica coloniale, Michels ripete i ragionamenti di quanti ritengono che l’Italia “dovrebbe essere la seconda potenza coloniale”, cedendo il primato alla sola Inghilterra, per densità di popolazione e vigore del movimento migratorio. Per quanto riguarda il fatto che in Italia il 40% della popo­lazione sia analfabeta, che ancor oggi vi scoppino rivolte per il colera, ecc. ecc., questi argomenti vengono contestati basandosi sull’esempio dell’Inghilterra: non era forse essa il paese della incredibile desolazione, dell’abiezione, della morte per fame delle masse operaie, dell’alcolismo, della miseria e della sozzura mostruose nei quartieri poveri delle città, nella prima metà del XIX secolo, quando la borghesia inglese gettava con così grande successo le basi della propria attuale potenza coloniale?

E bisogna dire che, dal punto di vista borghese, questo ragionamento è inoppugnabile. Politica coloniale e imperialismo non sono affatto deviazioni morbose e curabili del capitalismo (come pen­sano i filistei, e Kautsky tra loro), ma una conseguenza inevitabile dei fondamenti stessi del capitalismo: la concorrenza tra singole imprese pone la questione solo in questo modo – andare in rovina o mandare in rovina gli altri; la concorrenza tra i diversi paesi pone la questione solo così – rimanere al nono posto e rischiare in eterno il destino del Belgio, oppure mandare in rovina e conquistare altri paesi, e farsi largo per un posticino tra le “grandi” potenze.

Hanno definito l’imperialismo italiano “l’imperialismo dei poveri” (l’imperialismo della po­vera gente –in italiano nel testo – ndt), avendo in mente la povertà dell’Italia e la desolante miseria delle masse degli emigranti italiani. Lo sciovinista italiano Arturo Labriola, che si distingue dal suo ex avversario G. Plekhanov solo per il fatto di aver reso patente un po’ prima il proprio social-sciovinismo e per esser giunto a questo social-sciovinismo attraverso il semianarchismo piccolo-borghese e non attraverso l’opportunismo pic­colo-borghese, questo Arturo Labriola ha scritto nel suo libello sulla guerra in Tripolitania (nel 1912):

” … È chiaro che noi combattiamo non soltanto contro i turchi… ma anche contro gli intrighi, le minacce, i soldi e gli eserciti dell’Europa plutocratica, che non può sopportare che le piccole nazioni ardiscano compiere foss’anche un solo gesto, pronunciare anche una sola parola, che comprometta la sua ferrea egemonia” (p. 92). E il capo dei nazionalisti italiani, Corradini, ha di­chiarato: “Come il socialismo fu il metodo di liberazione del proletariato dalla borghesia, così il nazionalismo sarà per noi, italiani, il metodo di liberazione da francesi, tedeschi, inglesi, ame­ricani del nord e sud, i quali, nei nostri confronti, rappresentano la borghesia”.

Ogni paese che ha più colonie, più capitali, più soldati del “nostro”, toglie a “noi” certi privilegi, un certo profitto o sopraprofitto. Come tra singoli capitalisti, ottiene un sopraprofitto quello che dispone di macchine migliori della media, o detiene certi monopoli, così anche tra i paesi ottiene un sopraprofitto quello che è in una condizione economicamente migliore degli altri. È affare della borghesia lottare per privilegi e superiorità del proprio capitale nazionale e imbrogliare il popolo o il popolino (con l’aiuto di Labriola e Plekhanov) presentando la lotta imperialista per il “diritto” a saccheggiare gli altri, come una guerra di liberazione nazionale.

Fino alla guerra di Tripolitania, l’Italia non aveva saccheggiato altri po­poli – quantomeno, non in grande misura. Non è forse questa un’offesa insopportabile all’orgoglio nazionale? Gli italiani sono oppressi e umiliati di fronte alle altre nazioni. L’emigrazione italiana contava circa 100.000 persone l’anno, negli anni ’70 del secolo scorso, mentre raggiunge ora una cifra da ½ milione a 1 milione, e sono tutti miserabili che la fame, nel significato letterale della parola, caccia dal loro paese, sono tutti fornitori di forza-lavoro per i settori peggio pagati dell’industria, è tutta una massa che popola i quartieri più densi, poveri e luridi delle città americane e europee. Il numero degli italiani che vivono all’estero, da 1 milione nel 1881 è cresciuto a 5,5 milioni nel 1910, e per di più l’enorme maggioranza si trova in ricchi e “grandi” paesi, in rapporto ai quali gli italiani costi­tuiscono la più rozza, più “materiale”, più misera e priva di diritti massa operaia. Ecco i principali paesi che utilizzano il lavoro italiano a buon mercato: Francia, 400.000 italiani nel 1910 (240.000 nel 1881); Svizzera, 135.000 (41) – (tra parentesi, il numero in migliaia, nel 1881) -; Austria, 80.000 (40); Ger­mania, 180.000 (7); Stati Uniti, 1.779.000 (170); Brasile, 1.500.000 (82); Argentina, 1.000.000 (254). La “brillante” Francia, che 125 anni fa lottava per la libertà e per questo definisce “di liberazione” la sua attuale guerra per il proprio, e dell’Inghilterra, schiavistico “diritto alle colonie”, questa Francia tiene centinaia di migliaia di operai italiani addirittura in speciali ghetti, dai quali la canaglia piccolo­ borghese della “grande” nazione cerca di separarsi quanto più possibile e che cerca di umiliare e offendere in ogni modo. Gli italiani vengono chiamati col nomignolo dispregiativo di “macaroni” (è bene che il lettore grande-russo ricordi quanti nomignoli spregiativi circolino nel nostro paese per gli “stranieri” che non hanno avuto la fortuna di nascere con il diritto a nobili privilegi imperiali, i quali servono ai Purishkevic quale strumento di oppressione sia del grande-russo, sia di tutti gli altri popoli della Russia). La grande Francia ha stipulato nel 1896 un accordo con l’Italia, in forza del quale quest’ultima si impegna a non aumentare il numero delle scuole italiane a Tunisi! Ma la popolazione italiana a Tunisi è cresciuta da allora di sei volte. Gli italiani a Tunisi sono 105.000, contro 35.000 francesi; ma tra i primi solo 1.167 sono proprietari fondiari, che possiedono 83.000 ettari, mentre tra i secondi ce ne sono 2.395, che hanno saccheggiato, nella “propria” colonia, 700.000 ettari. Dunque, come non esser d’accordo con Labriola e gli altri “plekhanovisti” ita­liani, sul fatto che l’Italia ha “diritto” a una propria colonia a Tripoli, all’oppressione degli slavi in Dalmazia, alla spartizione dell’Asia Mi­nore, ecc.!*

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NOTA * E’ in sommo grado istruttivo sottolineare il legame tra il passaggio dell’Italia al­l’imperialismo e l’assenso del governo alla riforma elettorale. Questa riforma ha elevato il numero di elettori da 3.219.000 a 8.562.000, vale a dire ha “quasi” concesso il suffragio universale. Fino alla guerra di Tripolitania, Io stesso Giolitti, che ha ora attuato la riforma, era decisamente contrario a essa. “La motivazione per il mutamento di linea da parte del governo” e dei partiti moderati – scrive Michels – è stata, per la sua essenza, patriottica. “Nonostante l’antico disgusto teorico verso la politica coloniale, gli operai industriali, e ancor più gli operai non qualificati, hanno combattuto contro i turchi in modo eccezionalmente disciplinato e ubbidiente, malgrado ogni previsione. Questo comportamento servile in rapporto alla politica governativa, meritava un riconoscimento, per spronare il proletariato a proseguire su questa nuova strada. In parlamento, il presidente del consiglio dei ministri ha dunque dichiarato che la classe operaia italiana, con il suo comportamento patriottico sui campi di battaglia in Libia, ha dimostrato di fronte alla patria di aver raggiunto d’ora innanzi il più alto grado di maturità politica. Chi è in grado di sacrificare la vita per un nobile scopo, è anche in grado di difendere gl’interessi della patria in qualità di elettore e ha perciò diritto a che lo Stato lo consideri degno della pienezza dei diritti politici”. (p. 177). Parlano bene i ministri italiani! Ma, ancora meglio i “radicali” tedeschi social-democratici, che ripetono ora questo ragionamento servile: “noi” abbiamo adempiuto il nostro dovere, abbiamo aiutato “voi” a saccheggiare paesi stranieri, ma “voi” non volete dare “a noi” il suffragio universale in Prussia …

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Come Plekhanov sostiene la guerra “di liberazione” della Russia contro la brama della Germania di trasformarla in una propria colonia, così il capo del partito dei riformisti, Leonida Bissolati, grida contro “l’inva­sione del capitale straniero in Italia” (p. 97): il capitale tedesco in Lom­bardia, quello inglese in Sicilia, il francese nel Piacentino, il belga nelle aziende tranviarie, ecc.
ecc. senza fine.

La questione è posta senza mezzi termini e non è possibile non riconoscere che la guerra europea ha recato all’umanità un enorme beneficio, avendo posto, effettivamente, in maniera risoluta, di fronte a centinaia di milioni di individui di nazioni diverse, la questione: o difendere, col fucile o con la penna, direttamente o indirettamente, in una qualsiasi forma, i pri­vilegi di grande potenza o nazionali in genere, o i vantaggi o le pretese della “propria” borghesia, e allora questo significa essere suoi seguaci o lacchè, oppure utilizzare ogni lotta, e soprattutto quella armata per i privi­legi di grande potenza, al fine di smascherare e rovesciare ogni governo, ma prima di tutti il proprio governo, servendosi delle azioni rivoluzionarie del prole­tariato solidale internazionalmente. Non c’è via di mezzo, o in altre pa­role: il tentativo di tenere una posizione mediana, significa di fatto il passaggio coperto dalla parte della borghesia imperialista.

Tutto il libello di Barboni è appunto dedicato, di fatto, proprio a questo, cioè a coprire questo passaggio. Barboni si presenta come internazionalista, perfettamente allo stesso modo del no­stro sig. Potresov; argomentando che, dal punto di vista internazionale, bisogna stabilire il successo di quale parte sia più vantaggioso, o non nocivo, per il proletariato, definisce tale questione, s’intende, contro… Austria e Germania. Barboni, pienamente nello spirito di Kautsky, propone al Partito socia­lista italiano di proclamare solennemente la solidarietà degli operai di tutti i paesi, – in primo luogo, naturalmente, di quelli belligeranti, – le convinzioni internazionaliste, un programma di pace sulla base del disarmo e dell’indipendenza nazionale di tutte le nazioni, con la costituzione di “una lega di tutte le nazioni per una reciproca garanzia di inviolabilità e indipendenza” (p. 126). E appunto nel nome di questi principi, Barboni dichiara che il militarismo è un fenomeno “parassitario” nel capitalismo e “niente affatto necessario”; che l’Austria e la Ger­mania sono impregnate di “imperialismo militaristico”, che la loro politica aggressiva è una “minaccia permanente alla pace europea”, che la Germania “ha respinto in permanenza le proposte di riduzione degli armamenti avanzate dalla Russia (sic!!) e dall’Inghilterra” ecc. ecc., e che il Partito socialista italiano, al momento opportuno, deve dichia­rarsi per l’intervento dell’Italia dalla parte della Triplice Intesa!

Resta ignoto, in forza di quali principi possa preferirsi, all’imperialismo borghese della Germania, che economicamente si è sviluppata nel secolo XX più velocemente degli altri paesi europei e che è rimasta particolarmente “offesa” nella spartizione delle colonie, l’impe­rialismo borghese dell’Inghilterra, che si è sviluppata molto più lenta­mente, ha saccheggiato una quantità di colonie, ricorrendo spesso là (lontano dall’Euro­pa) a metodi di repressione non meno bestiali dei tedeschi, e arruolando, con i propri miliardi, milioni di soldati di diverse potenze continentali, per il saccheggio di Austria e Turchia, ecc. L’internazionalismo di Barboni si esaurisce, in sostanza, come in Kautsky, nella difesa a parole dei principi socialisti, ma sotto la copertura di tale ipocrisia, viene di fatto condotta la difesa della propria borghesia, quella italiana. Non è possibile non sottolineare che Barboni, avendo pubblicato il suo libro nella libera Svizzera (la cui censura ha cancellato solo metà di una riga, a p. 75, dedicata evidentemente a una critica all’Austria), per tutte le 143 pagine non ha sentito il desiderio di riportare le tesi fondamentali del manifesto di Basilea e analizzarle coscienziosamente. In compenso, il nostro Barboni cita con grande simpatia (p.103) due ex rivoluzionari russi, reclamizzati ora da tutta la borghesia francofila, il piccolo-borghese anarchico Kropotkin e il filisteo social-democratico Plekhanov. Per forza! I sofismi di Plekhanov, nella sostanza, non si distinguono in niente dai sofismi di Barboni. Solo la libertà politica in Italia strappa meglio i veli da questi sofismi e smaschera più chiaramente l’autentica posizione di Barboni, quale agente della borghesia nel campo operaio.

Barboni si duole per “l’assenza di un vero e autentico spirito rivoluzionario” nella social-democrazia tedesca (del tutto come Plekhanov); saluta caldamente Karl Liebknecht (come Io salutano i social-sciovi­nisti francesi, che non vedono la trave nei loro occhi); ma egli dichiara deci­samente che “non si può affatto parlare di bancarotta dell’Interna­zionale” (p. 92), che i tedeschi “non hanno tradito lo spi­rito dell’Internazionale” (p. 111), in quanto hanno agito convinti “in buona fede” di difendere la patria. E Barboni, nello stesso untuoso spirito di Kautsky, ma con una certa oratoria da epoca romana, dichiara che l’In­ternazionale è pronta (dopo la vittoria sulla Germania) “a perdonare ai tedeschi, come Cristo perdonò a Pietro, l’attimo di sfiducia, guarire, dimenticando, le profonde ferite inferte dall’imperialismo militarista e tenderà la mano per una pace dignitosa e fraterna” (p. 113).

Un quadro toccante: Barboni e Kautsky – non senza la partecipazione, verosimilmente, dei nostri Kosovskij e Akselrod – si perdonano l’un l’altro!!

Pienamente soddisfatto di Kautsky e Guesde, di Plekhanov e Kropotkin, Barboni non è soddisfatto del suo partito socialista ope­raio, in Italia. In questo partito, che ha avuto la ventura, ancor prima della guerra, di liberarsi dei riformisti Bissolati e C°, si è creata, vedete, una tale “atmosfera, che è impossibile respirare” (p.7) per chi (come Barboni) non condivide lo slogan della “assoluta neutralità” (cioè della lotta decisa contro la difesa dell’en­trata in guerra dell’Italia). Il povero Barboni si lamenta amaramente che individui come lui vengano definiti, nel Partito socialista operaio ita­liano, “intellettuali”, “persone che hanno perso il contatto con le masse, fuorusciti dalla borghesia”, “individui che hanno deviato dalla strada diretta del socialismo e dell’internazionalismo” (p. 7). Il nostro partito – si indigna Barboni – “fanatizza le masse, più che educarle” (p. 4 ).

Vecchio motivo! Una variante italiana del noto ritornello dei liqui­datori russi e degli opportunisti contro la “demagogia” dei malvagi bolscevichi, che “aizzano” le masse contro gli ottimi socialisti della “Nasha Zarja”, del Comitato di Organizzazione e della frazione di Chkheidze! Ma quale preziosa ammissione del social-sciovinista italiano, che nell’unico paese in cui, per parecchi mesi, è stato possibile discutere liberamente sui programmi dei social-sciovinisti e degli internazionalisti rivoluzionari, proprio le masse operaie, proprio il proletariato cosciente si sono messi dalla parte di questi ultimi, mentre gli intellettuali piccolo-borghesi e gli opportunisti dalla parte dei primi!

La neutralità è gretto egoismo, incomprensione della situazione internazionale, infamia verso il Belgio, è “assenza” – e “gli assenti hanno sempre torto”, ragiona Barboni, del tutto nello spirito di Plekhanov e Akselrod. Ma, dato che in Italia ci sono due partiti legali, riformista e social-democratico operaio, dato che in questo paese non è possibile raggirare il pubblico, coprendo la nudità dei sigg. Potresov, Cerevanin, Levitskij e C°, con la foglia di fico della frazione di Chkheidze o del Comitato di Organizzazione, allora Barboni riconosce aper­tamente:

“Da questo punto di vista, vedo più rivoluzionarismo nelle azioni dei socialisti riformisti, che hanno compreso alla svelta quale immenso significato avrebbe per la futura lotta anticapitalista questo rin­novamento della situazione politica” (in conseguenza della vittoria sul militarismo tedesco) “e in piena coerenza, si sono messi dalla parte della Triplice Intesa, che non nella tattica dei socialisti rivoluzionari ufficiali che, precisamente come le tartarughe, si sono nascosti dietro lo scudo dell’assoluta neutralità” (p. 81).

A proposito di tale preziosa ammissione, a noi non rimane che esprimere l’augurio che qualcuno dei compagni che conoscono il movimento italiano, raccolga e elabori sistematicamente l’enorme e interessantissimo materiale fornito dai due partiti italiani, sulla questione di quali strati sociali, quali elementi, con l’appoggio di chi, con quali argomenti, abbiano difeso, da una parte, la politica rivoluzionaria del proletariato italiano, oppure, dall’altra, il servilismo nei confronti della borghesia imperialista italiana. Quanto più materiale verrà raccolto nei diversi paesi, tanto più chiara risulterà, per gli operai coscienti, la verità sulle cause e il significato della bancarotta della II Internazionale.

Osserviamo in conclusione, che Barboni, di fronte al partito operaio, fa di tutto, a forza di sofismi, per cercare di entrare nelle grazie degli istinti rivolu­zionari degli operai. Egli raffigura i socialisti-internazionalisti in Italia, avversi a una guerra che è di fatto condotta per gli interessi impe­rialisti della borghesia italiana, come sostenitori di una vile astensione, desiderosi egoisticamente di imboscarsi di fronte agli orrori della guerra. “Un popolo educato alla paura di fronte agli orrori della guerra, si spaventerà verosimilmente anche per gli orrori della rivoluzione” (p. 83). E a fianco di tale disgustoso tentativo di acconciarsi a rivoluzionario, il riferimento grezzo-mercantesco alle “chiare” parole del ministro Salandra: “l’or­dine sarà mantenuto costi quel che costi”, il tentativo di sciopero generale contro la mobilitazione condurrà solo a un “inutile macello”; “noi non fummo in grado di impedire la guerra libica (in Tripolitania), ancor meno potremmo impedire la guerra con l’Austria” ( p. 82).

Barboni, similmente a Kautsky, Cunow e a tutti gli opportunisti, consapevolmente, con il più infame calcolo di gabbare singoli elementi tra le masse, ascrive ai rivoluzionari lo stoltissimo piano di “far cessare” la guerra “d’un tratto” e di farsi prendere a fucilate dalla borghesia nel momento per essa più comodo – desiderando trovare una scappatoia dai compiti chiaramente posti a Stoccarda e a Basilea: servirsi della crisi rivoluzionaria per una sistematica propaganda rivoluzionaria e per la preparazione delle azioni rivoluzionarie delle masse. E che l’Europa stia ora vivendo un momento rivoluzionario, Barboni lo vede in modo perfettamente chiaro:

“… C’è un punto su cui ritengo necessario insistere, persino rischiando di annoiare il lettore, giacché non si può valutare correttamente l’attuale situazione politica, senza chiarire questo punto: il periodo che stiamo vivendo è un periodo catastrofico, un periodo d’azione, allorché la questione verte non sulla spiegazione delle idee, non sulla stesura di programmi, non sulla determinazione delle linee di condotta politica per il futuro, bensì sull’impiego delle forze vive e attive, per il raggiungimento del risultato nel corso di mesi, e forse addirittura solo di settimane. In tali condizioni non si tratta di filosofeggiare sul futuro del movimento proletario, ma di consolidare il punto di vista del prole­tariato di fronte al momento corrente” (pp. 87-88).

Ancora un sofisma spacciato per rivolu­zionario! 44 anni dopo la Comune, avendo attraversato quasi mezzo se­colo di raccolta e preparazione delle forze delle masse, nel momento in cui attraversa un periodo catastrofico, la classe rivoluzionaria d’Europa deve pensare a come diventare il più in fretta possibile lacchè della propria borghesia nazionale, a come aiutarla a saccheggiare, violentare, mandare in rovina, assoggettare popoli stranieri, invece che a dispiegare tra le masse una propaganda direttamente rivoluzionaria e la preparazione di azioni rivoluzionarie.

Pubblicato sul “Kommunist” N° 1-2, 1915

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-rileggere_lenin_per_contrastare_lenfasi_celebrativa_nazionalista_e_bellicista_dei_fascisti_verso_la_prima_guerra_mondiale/82_25938/

[LENIN, Polnoe sobranie socinenij, 5°ed., Moskva 1962; vol. 27, pagg.14-23 – traduzione di fp]

Notizia del:

una cosa che non dobbiamo sapere: celebrazioni in tutto il mondo nel settimo anniversario dell’ assassinio del Leader Muammar Gheddafi

Sono passati 7 anni dal giorno in cui i RATTI della NATO, dopo una guerra colonialista durata 7 mesi, assassinavano il Leader della Jamahiriya Libica, Muammar Gheddafi.
Quest’ anno forse più degli altri anni il popolo Libico ricorda questo avvenimento, con celebrazioni in Libia ed all’ estero. Sui social circolano vari posts e foto delle celebrazioni in varie città.

La foto raffigura uno dei manifesti affissi nella città di Ajdabia
http://za-kaddafi.org/node/45852

Bani Walid ricorda l’anniversario del “trono di gloria” di Gheddafi 2018/10/20
Ghat

http://za-kaddafi.org/node/45846 
Celebrazioni a Ghat

http://za-kaddafi.org/node/45849


Gli espatriati libici nella Repubblica araba d’Egitto hanno celebrato una cerimonia commemorativa sabato sera celebrando il settimo anniversario della partenza del leader libico Muammar Gheddafi e dei suoi compagni.

La celebrazione, che si è tenuta nella capitale egiziana Il Cairo, ha visto la presenza di un certo numero di sfollati e membri della comunità libica in Egitto, e la partecipazione di alcuni nazionalisti arabi che hanno dedicato pregieredel  Santo Corano per le vite di “martiri” della Libia nel 2011.

Durante la cerimonia sono stati pronunciati numerosi discorsi che si sono occupati degli eventi della Libia durante gli eventi di febbraio e hanno discusso della marcia del defunto leader Muammar Gheddafi.
https://www.afrigatenews.net/…/%D8%A7%D9%84%D9%85%D9%87%D8%…% D9% 84% D9% 84% D9% 8A% D8% A8% D9% 8% D9% 88% D9% 86% D8% A8% D9% 85% D8% B5% D8% D8% D9% 88% D9% D8% D8% D8% D8% D8% B8% D9% 89% D8% B1% D8% AD% D9% 8% D9% 84% % D8% A9% D9% 84% D9% 82% D8% B0% D8% A7% D9% 81% D9% 8A /  


https://www.facebook.com/groups/alGaddafi/permalink/1869136143124058/

celebrazioni anche a Parigi, Mosca, Benin, Camerun, Niger.

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celebrations around the world 7 years after the assassination of the Leader Muammar Gadhafi.
Ajdabiya city this morning 21/10
http://za-kaddafi.org/node/45852
Gat commemorates the martyrs on Saturday, 10/20/2018 in front of the Yixing Memorial in the village of Yixing.
http://za-kaddafi.org/node/45849
Bani Walid recalls the anniversary of the “throne of glory” Gaddafi 2018/10/20
http://za-kaddafi.org/node/45846
Libyan expats in Egypt mark the anniversary of Gaddafi’s departure
Cairo – Africa News Portal 21 October, 2018
Libyan expatriates in the Arab Republic of Egypt held a memorial ceremony on Saturday evening marking the seventh anniversary of the departure of Libyan leader Muammar Gaddafi and his comrades.
The celebration, which was held in the Egyptian capital Cairo, witnessed the presence of a number of displaced people and members of the Libyan community in Egypt, and the participation of some Arab nationalists who dedicated the Khutma to the Holy Qur’an for the lives of “martyrs” of Libya in 2011.
A number of speeches were delivered at the ceremony, which dealt with Libya’s events during the February events and discussed the march of the late leader Muammar Gaddafi.
https://www.afrigatenews.net/…/%D8%A7%D9%84%D9%85%D9%87%D8%…% D9% 84% D9% 84% D9% 8A% D8% A8% D9% 8% D9% 88% D9% 86% D8% A8% D9% 85% D8% B5% D8% D8% D9% 88% D9% D8% D8% D8% D8% D8% B8% D9% 89% D8% B1% D8% AD% D9% 8% D9% 84% % D8% A9% D9% 84% D9% 82% D8% B0% D8% A7% D9% 81% D9% 8A /
celebrations also in Paris, Moscow, Benin, Cameroon, Niger.

«Africani, liberatevi!»

11 ottobre 2018 Ruggero Tantulli
Parla Mohamed Konare, attivista «per l’indipendenza reale» del continente nero. «Sogno gli Stati Uniti d’Africa»
l’intervista

«L’Africa deve tornare agli africani». Ha le idee chiare Mohamed Konare, leader panafricanista che sogna di liberare il continente nero dalle influenze straniere. Originario della Costa d’Avorio, 53 anni, Konare vive a Firenze da 20 anni («Amo l’Italia, ma la mia cittadinanza è solo africana, perché un giorno voglio tornare a casa»). Nella sua vita tanti lavori, dalla ditta di un amico al settore turistico nel capoluogo toscano, compresa una parentesi all’Eni (nella raffineria di Stagno, nel Livornese). Da un po’ di tempo il suo primo obiettivo è sensibilizzare gli africani (ma non solo) sul sistema che consente all’Occidente di «depredare l’Africa, occupata militarmente, culturalmente e soprattutto economicamente».
Non ha dubbi su quale Stato abbia maggiori responsabilità: la Francia, «che di fatto non ha mai interrotto la propria dominazione coloniale, riconoscendo l’indipendenza di facciata di molti Stati solo per placare le rivolte, e scrivendo di proprio pugno le Costituzioni attualmente in vigore in vari paesi». Il principale problema, per Konare, è il Franco Cfa, la moneta inventata nel 1945 da De Gaulle «sulle orme di quella adottata da Hitler in Francia durante l’occupazione nazista»: il Cfa, ex Franco delle colonie francesi, nome che oggi identifica la “zona franco” nell’Africa subsahariana, lega indissolubilmente 14 paesi, tra cui Camerun, Senegal e Costa d’Avorio, alla Francia, «che fino a poco tempo fa deteneva il 100% delle divise, ora il 50%». «Solo per la moneta, la Francia ricava 440 miliardi di euro all’anno. Con quella cifra in Africa si potrebbero fare tantissime cose, ma non possiamo beneficiare delle nostre risorse sul mercato internazionale».
Konare, come può avvenire questa liberazione?
«Gli africani devono prendere consapevolezza della situazione e sollevarsi contro gli Stati imperialisti. L’Africa deve tornare ciò che era prima della Conferenza di Berlino del 1884-1885, quando l’Occidente ha cominciato a spartirsela».
Sembra molto difficile come obiettivo.
«Lo è, ma se i popoli africani si uniscono possono riacquistare la propria autodeterminazione. Il dominio si realizza in primo luogo con la moneta, ma anche con la cultura: oggi gli africani non hanno più identità, i nomi stessi dei paesi sono occidentali. Anche con la lingua si controllano i popoli».
A chi si rivolge il movimento panafricanista?
«Innanzitutto all’Africa nera, poi se i paesi nordafricani vorranno unirsi saranno i benvenuti. Sogno gli Stati Uniti d’Africa. Oggi, grazie al Cfa, paesi confinanti non possono commerciare con l’estero e nemmeno tra di loro. Il valore stesso della valuta è zero, fuori dall’area in cui circola. Ecco perché, insieme a tanti fratelli, cerco di unire tutti i movimenti panafricanisti che realmente vogliono liberarsi. Ma la nostra lotta riguarda l’umanità intera».
Come agisce concretamente questo movimento?
«Abbiamo creato un gruppo di lavoro, siamo in contatto tutti i giorni con la gioventù africana. Tra poco terremo una conferenza via Skype con i giornalisti africani. Dobbiamo agire, non si può restare soggiogati e non posso accettare di vedere i miei fratelli morire per un’aspirina. In certe zone manca l’acqua potabile, una sigaretta è un lusso. C’è tanto lavoro da fare, ma la priorità è garantire cibo, acqua, istruzione e sanità per gli africani».
Lei accusa in particolare la Francia. Ma i problemi dell’Africa non dipendono solo dai francesi…
«La storia parla chiaro. Basta pensare che il capo dei servizi militari della Costa d’Avorio è francese o che nelle tre banche centrali africane la Francia ha diritto di voto, impedendo qualunque scelta autonoma degli africani, per capire come stanno le cose».
La Cina si sta espandendo sempre di più in Africa.
«I cinesi stanno cercando di penetrare con mezzi diversi, ne siamo consapevoli e ci stiamo preparando per affrontare anche questo. L’Italia, invece, è uno dei paesi che fanno meno male all’Africa, ha un ruolo marginale. Ma il problema è che al governo spesso ci sono fantocci piazzati dall’Occidente. Chiunque abbia cercato di liberare l’Africa è stato ammazzato dai francesi. Ventidue capi di Stati africani, da Thomas Sankara a Patrice Lumumba, senza contare gli attivisti morti in galera. Gheddafi è stata l’ultima vittima».
Perché?
«Stava per mettere 42 miliardi di dollari per creare un fondo monetario africano e uscire dal Fmi, è stato ucciso dalla Francia per questo. Stava creando una banca centrale e una banca di investimenti africane. In Libia c’è stata una manipolazione, non c’era nemmeno una rivolta. È tutto documentato, ma di queste cose non si parla».
Lei ha paura per la sua vita?
«No. Cerco di stare attento, ma quando ho scelto di attivarmi per la causa sapevo a cosa andavo incontro, infatti la mia vita è cambiata. Ricevo minacce, palesi e subliminali, e sono costretto a spostarmi in modo discreto, perché so che qualcuno non sopporta ciò che faccio. Se prendessi un aereo per l’Africa oggi, non oso immaginare che fine potrei fare».
Tanti giovani africani cercano di raggiungere l’Europa.
«È chiaro, ma non è questa la soluzione, se si vuole bene all’Africa. Anzi, l’emigrazione è proprio il progetto delle élite per evitare che gli africani si ribellino. Chi parte rischia la vita, il viaggio è un inferno. Per fare cosa poi? Lavori disumani».
Pensa che ci sia razzismo in Europa?
«Il razzismo c’è dappertutto, anche tra africani o tra italiani stessi. Ma è frutto di ignoranza, la realtà è che siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo lottare per la libertà dei popoli».

Preso da: https://incronaca.unibo.it/archivio/2018/10/11/africani-liberatevi

L’esercito di insetti del Pentagono

Manlio Dinucci

Il Pentagono porta avanti ricerche di ogni tipo. L’Agenzia per i progetti di ricerca avanzata (Darpa) sta studiando la possibilità di utilizzare insetti per infettare le colture, il Laboratorio di ricerca della Navy spera invece di utilizzarne altri come sensori, capaci di rilevare esplosivi. Non è fantascienza.

| Roma (Italia)
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Sciami di insetti, che trasportano virus infettivi geneticamente modificati, attaccano le colture di un paese distruggendo la sua produzione alimentare: non è uno scenario da fantascienza, ma quanto sta preparando l’Agenzia del Pentagono per i progetti di ricerca scientifica avanzata (Darpa). Lo rivelano su Science [1], una delle più prestigiose riviste scientiche, cinque scienziati di due università tedesche e di una francese. Nel loro editoriale pubblicato il 5 ottobre, mettono fortemente in dubbio che il programma di ricerca della Darpa, denominato «Alleati insetti», abbia unicamente lo scopo dichiarato dall’Agenzia: quello di proteggere l’agricoltura statunitense dagli agenti patogeni, usando insetti quali vettori di virus infettivi geneticamente modificati che, trasmettendosi alle piante, ne modificano i cromosomi.

Tale capacità – sostengono i cinque scienziati – appare «molto limitata». Vi è invece nel mondo scientifico «la vasta percezione che il programma abbia lo scopo di sviluppare agenti patogeni e loro vettori per scopi ostili», ossia «un nuovo sistema di bioarmi». Ciò viola la Convenzione sulle armi biologiche, entrata in vigore nel 1975 ma restata sulla carta soprattutto per il rifiuto statunitense di accettare ispezioni nei propri laboratori. I cinque scienziati specificano che «basterebbero facili semplificazioni per generare una nuova classe di armi biologiche, armi che sarebbero estremamente trasmissibili a specie agricole sensibili, spargendo insetti quali mezzi di trasporto».
Lo scenario di un attacco alle colture alimentari di Russia, Cina e altri paesi, condotto dal Pentagono con sciami di insetti che trasportano virus infettivi geneticamente modificati, non è fantascientifico. Quello della Darpa non è l’unico programma sull’uso di insetti a scopo bellico. Il Laboratorio di ricerca della US Navy ha commissionato alla Washington University di St. Louis una ricerca per trasformare le locuste in droni biologici [2].
Attraverso un elettrodo impiantato nel cervello e un minuscolo trasmettitore sul dorso dell’insetto, l’operatore a terra può capire ciò che le antenne della locusta stanno captando. Questi insetti hanno una capacità olfattiva tale da percepire istantaneamente diversi tipi di sostanze chimiche nell’aria: ciò permette di individuare i depositi di esplosivi e altri impianti da colpire con un attacco aereo o missilistico. Scenari ancora più inquietanti emergono dall’editoriale dei cinque scienziati su Science. Quello della Darpa – sottolineano – è il primo programma per lo sviluppo di virus geneticamente modificati per essere diffusi nell’ambiente, i quali potrebbero infettare altri organismi «non solo nell’agricoltura».
In altre parole, tra gli organismi bersaglio dei virus infettivi trasportati da insetti potrebbe esservi anche quello umano. È noto che, nei laboratori statunitensi e in altri, sono state effettuate durante la guerra fredda ricerche su batteri e virus che, disseminati attraverso insetti (pulci, mosche, zecche), possono scatenare epidemie nel paese nemico. Tra questi il batterio Yersinia Pestis, causa della peste bubbonica (la temutissima «morte nera» del Medioevo) e il Virus Ebola, contagioso e letale. Con le tecniche oggi disponibili è possibile produrre nuovi tipi di agenti patogeni, disseminati da insetti, verso i quali la popolazione bersaglio non avrebbe difese. Le «piaghe» che, nel racconto biblico, si abbatterono sull’Egitto con immensi sciami di zanzare, mosche e locuste per volontà divina, possono oggi abbattersi realmente sul mondo intero per volontà umana. Non ce lo dicono i profeti, ma quegli scienziati restati umani.

[1] “Agricultural research, or a new bioweapon sys-tem?. Insect-delivered horizontal genetic alteration is concerning”, by R. G. Reeves, S. Voeneky, D. Caetano-Anollés, F. Beck, C. Boëte, Science, October 5, 2018.
[2] “Engineers to use cyborg insects as biorobotic sensing machines”, Beth Miller, Washington University in Saint Louis, June 30, 2016. “Un-derstanding and Hijacking the Insect’s Sense of Smell”, Office of Naval Research.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article203395.html

2011: Perché Gheddafi dava fastidio

LA LIBIA IN GUERRA, L’OCCIDENTE NEL PALLONE

Perché Gheddafi dava fastidio
 
di Peter Dale Scott*

La campagna attuale della NATO contro Gheddafi in Libia ha dato luogo a una grande confusione, sia tra coloro che conducono questa inefficace campagna, sia tra gli osservatori. Molte persone, la cui opinione io di solito rispetto, vedono questa guerra come una guerra necessaria contro un criminale – anche se per alcuni il cattivo è Gheddafi, e per altri Obama.
Il mio parere su questa guerra, d’altra parte, è che essa sia tanto mal concepita quanto pericolosa – una minaccia per gli interessi dei libici, degli americani, del Medio Oriente e in teoria per tutto il mondo. Sotto la dichiarata preoccupazione per la sicurezza dei civili libici c’è un timore malcelato e più profondo: la difesa da parte dell’Occidente dell’attuale economia globale dei petrodollari, ormai in declino…

La confusione a Washington, di pari passo con l’assenza di discussione sul motivo strategico prioritario alla base del coinvolgimento americano, è sintomatica del fatto che il secolo americano sta finendo, e termina in un modo che è contemporaneamente prevedibile nel lungo periodo, quanto irregolare e fuori controllo nei dettagli.

Confusione a Washington e nella NATO

Rispetto al coinvolgimento nella questione libica, le opinioni a Washington spaziano da quella di John McCain, che ha chiesto alla NATO di fornire “ogni possibile mezzo di soccorso, con la sola esclusione delle truppe di terra”, per rovesciare Gheddafi[1] al congressista repubblicano Mike Rogers, che ha espresso profonda preoccupazione sul fatto di fornire armi a un gruppo di combattenti di cui si sa ben poco[2].

Abbiamo visto la stessa confusione su tutto il Medio Oriente. In Egitto una coalizione di elementi non-governativi ha contribuito a preparare la rivoluzione non violenta, mentre l’ex ambasciatore U. S. Frank Wisner Jr., è volato in Egitto per convincere Mubarak a rimanere al potere. Nel frattempo, in paesi solitamente di grande interesse per gli Stati Uniti, come la Giordania e lo Yemen, è difficile individuare una politica americana coerente.

Anche nella NATO c’è una confusione che a volte rischia di trasformarsi in aperta discordia. Dei 28 membri della NATO, solo 14 sono del tutto coinvolti nella campagna di Libia, e solo sei sono coinvolti nella guerra aerea. Solo tre di questi paesi, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia, stanno offrendo supporto aereo tattico ai ribelli a terra. Quando molti Paesi della NATO hanno congelato i conti bancari di Gheddafi e dei suoi sostenitori immediati, gli USA, con una mossa non pubblicizzata e discutibile, hanno congelato i 30 miliardi di dollari di fondi del governo libico. (su questo, torniamo più avanti). La Germania, la più potente nazione della NATO dopo l’America, si è astenuta sulla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, e il Ministro degli Esteri, Guido Westerwelle, ha dichiarato: “Non appoggiamo una soluzione militare, ma una soluzione politica”[3].

Un tale caos sarebbe stato impensabile nel periodo forte del dominio degli Stati Uniti. Obama sembra paralizzato dal divario tra il suo obiettivo dichiarato – la rimozione dal potere di Gheddafi – e i mezzi a sua disposizione, dato il coinvolgimento del paese in due guerre costose, e le sue priorità all’interno.

Per capire la confusione dell’America e della NATO sulla Libia, bisogna guardare ad altre questioni:

• l’allarme di Standard & Poor’s su un imminente downgrade del rating degli Stati Uniti

• l’aumento senza precedenti del prezzo dell’oro a oltre 1.500 dollari l’oncia

• lo stallo nella politica americana sul deficit federale e statale e su ciò che bisogna fare in proposito.

Nel bel mezzo della sfida libica a ciò che resta dell’egemonia americana, e in parte come conseguenza diretta della confusa strategia Americana in Libia, il prezzo del petrolio ha toccato i 112 dollari al barile. Questo aumento dei prezzi rischia di rallentare o addirittura invertire l’incerta ripresa economica americana, e costituisce una delle molte ragioni che dimostrano che la guerra di Libia non serve gli interessi nazionali americani.

La confusione sulla Libia è stata evidente sin dall’inizio a Washington, particolarmente da quando il Segretario di Stato Clinton ha auspicato la politica della no-fly zone, il presidente Obama ha detto che la considerava una opzione, e il Segretario alla Difesa Gates ha messo in guardia contro di essa. Il risultato è stato una serie di provvedimenti provvisori, durante i quali Obama ha giustificato la limitata risposta degli Stati Uniti con gli impegni americani in Iraq e in Afghanistan.

Eppure, con la situazione di stallo prevalente in Libia, una serie di escalation graduali sono ulteriomente contemplate, dalla fornitura di armi, fondi e consulenti per i ribelli, all’introduzione di mercenari o addirittura truppe straniere. Lo scenario americano comincia ad assomigliare sempre di più al Vietnam, dove la guerra, anche lì, cominciò modestamente con operazioni segrete seguite da consiglieri militari.

Devo confessare che il 17 marzo ero incerto sulla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n. 1973, che apparentemente istituiva la no-fly zone in Libia per la protezione dei civili. Ma da allora è diventato evidente che questa minaccia ai ribelli da parte delle truppe di Gheddafi e tutta la retorica in proposito è in realtà molto minore di quanto venisse percepito in quel momento. Per citare il prof Alan J. Kuperman:

. . . Il Presidente Barack Obama ha grossolanamente esagerato la minaccia umanitaria per giustificare l’azione militare in Libia. Il Presidente ha affermato che l’intervento che era necessaria per impedire “un bagno di sangue” a Bengasi, la seconda città più grande della Libia e ultima roccaforte dei ribelli. Ma Human Rights Watch ha pubblicato dei dati su Misurata, la città più grande dopo Bengasi, scena di prolungate battaglie, i quali rivelano che Muammar Gheddafi non sta volutamente massacrando civili, ma piuttosto restringe l’obiettivo ai ribelli armati che combattono contro il suo governo. La città di Misurata conta 400.000 persone. In quasi due mesi di guerra, là sono morte solo 257 persone – inclusi i combattenti. Dei 949 feriti, solo 22 – meno del 3 per cento – sono donne …. Né mai Gheddafi ha minacciato un massacro di civili a Bengasi, come dichiarato da Obama. La minaccia che “non ci sarebbe stata pietà” del 17 marzo, aveva come unico obiettivo i ribelli, come riportato dal New York Times, secondo cui il leader della Libia aveva promesso l’amnistia per coloro che “avrebbero gettato via le armi”. Gheddafi aveva anche offerto una via di fuga ai ribelli aprendo la frontiera verso l’Egitto, per evitare una lotta “all’ultimo sangue”[5]
Il record di interventi militari statunitensi in corso in Iraq e in Afghanistan suggerisce che dovremmo aspettarci un pesante tributo umano, se l’attuale situazione di stallo in Libia va avanti o se ci sarà un’escalation.

Il ruolo del petrolio e degli interessi finanziari nella guerra
Nella Macchina da Guerra Americana, ho scritto come:

… Con una dialettica apparentemente inevitabile,… la prosperità in alcuni grandi stati ha favorito l’espansione, e l’espansione negli Stati dominanti ha creato crescenti disparità di reddito[6]. In questo processo lo stato dominante stesso è cambiato, sono stati progressivamente impoveriti i servizi pubblici, al fine di rafforzare le misure di sicurezza a beneficio di pochi, opprimendo la maggioranza.(7)
Così, come per molti anni gli affari esteri dell’Inghilterra in Asia hanno finito per essere condotti in gran parte dalla Compagnia delle Indie. … allo stesso modo, la società americana Aramco, che rappresenta un consorzio delle grandi compagnie petrolifere Exxon, Mobil, Socal, e Texaco, ha condotto la sua propria politica estera in Arabia, con collegamenti privati con la CIA e l’FBI.(8) …
In questo modo la Gran Bretagna e l’America hanno ereditato delle politiche che, una volta adottate dagli Stati metropolitani, sono diventate contrastanti con l’ordine pubblico e la sicurezza.(9)

Nelle fasi finali di una potenza egemone, vengono messi sempre più a nudo i ristretti interessi che guidano gli interventi, e i precedenti tentativi di creare stabili istituzioni internazionali vengono abbandonati. Consideriamo il ruolo della cospirazione nota come Jameson Raid nella repubblica Boera del Sud Africa alla fine del 1895, un raid condotto per sostenere gli interessi economici di Cecil Rhodes, che ha contribuito a provocare la Seconda Guerra Boera(10). O consideriamo il complotto anglo-francese con Israele del 1956, nel vano tentativo di mantenere il controllo del Canale di Suez.

Quindi prendiamo in considerazione le pressioni delle majors del petrolio come fattori della guerra degli USA in Vietnam (1961), in Afghanistan (2001), e in Iraq (2003).(11) Anche se il ruolo delle compagnie petrolifere americane nella guerra libica resta oscuro, è una virtuale certezza che negli Energy Task Force Meetings di Cheney si discutesse delle riserve di petrolio non solo dell’Iraq, ma anche della Libia, stimate a circa 41 miliardi di barili, ovvero circa un terzo di quelle dell’Iraq.(12)

Inoltre alcuni a Washington si aspettavano una rapida vittoria in Iraq che sarebbe stata seguita da un analogo attacco americano sulla Libia e l’Iran. Il generale Wesley Clark ha dichiarato ad Amy Goodman su Democracy Now quattro anni fa, che poco dopo l’11 Settembre un generale del Pentagono lo aveva informato che diversi paesi sarebbero stati attaccati dalle forze armate statunitensi. La lista comprendeva Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran.(13) Nel maggio del 2003 John Gibson, amministratore delegato di Halliburton Energy Service Group, ha detto a International Oil Daily, in un’intervista, “Ci auguriamo che l’Iraq sarà la prima tessera del domino e che la Libia e l’Iran seguiranno. Non ci piace essere tenuti fuori dai mercati perché dà un vantaggio ingiusto ai nostri concorrenti.”(14)

E’ anche una questione di pubblico dominio che la risoluzione ONU sulla no-fly zone n. 1973 del 17 marzo è avvenuta dopo poco tempo dalla minaccia pubblica di Gheddafi, del 2 marzo, di buttar fuori le compagnie petrolifere occidentali dalla Libia, e dal suo invito del 14 marzo a imprese cinesi, russe e indiane a produrre petrolio al loro posto.(15) Significativamente Cina, Russia e India (insiema al Brasile loro alleato nel BRIC), tutti si sono astenuti sulla risoluzione ONU 1973.

La questione del petrolio si intreccia strettamente con quella del dollaro, perché lo status del dollaro di valuta di riserva mondiale dipende in gran parte dalle decisioni dell’OPEC di denominare in dollari le transazioni di petrolio dell’OPEC. L’economia dei petrodollari di oggi risale a due accordi segreti con la Saudisin negli anni ’70 per il riciclaggio dei petrodollari all’interno dell’economia americana. Il primo di questi accordi assicurava un sostegno speciale e continuo dell’Arabia Saudita al dollaro USA; il secondo assicurava il mantenimento del sostegno saudita per la determinazione del prezzo del petrolio dell’OPEC in dollari. Questi due accordi assicuravano che l’economia americana non sarebbe stata impoverita dagli aumenti del prezzo del petrolio dell’OPEC. Da allora il fardello più pesante invece è stato imposto ai paesi economicamente meno sviluppati, che hanno bisogno di dollari per i loro rifornimenti di petrolio.(16)

Come ha sottolineato Ellen Brown, in primo luogo l’Iraq e poi la Libia avevano deciso di sfidare il sistema dei petrodollari smettendo di vendere tutto il loro petrolio in dollari, giusto poco prima di essere attaccati:

Kenneth Schortgen Jr., scrivendo su su Examiner.com, ha osservato che “sei mesi prima che gli U.S.A. muovessero contro l’Iraq per abbattere Saddam Hussein, il paese petrolifero aveva fatto la mossa di accettare euro anziché dollari per il petrolio, e questo era diventato una minaccia al dominio globale del dollaro come valuta di riserva, e al suo dominio in petrodollari .. ”

Secondo un articolo russo dal titolo “Bombardamento sulla Libia – Punizione per il tentativo di Gheddafi di rifiutare il Dollaro USA”, Gheddafi aveva fatto una simile mossa coraggiosa: aveva intrapreso una politica di rifiuto del dollaro e dell’euro, invitando i paesi arabi ed africani ad utilizzare invece una nuova moneta, il dinaro d’oro. Gheddafi suggeriva di istituire un continente unito africano, 200 milioni di persone con una moneta unica. … L’iniziativa è stata letta negativamente dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, con il Presidente francese Nicolas Sarkozy che ha definito la Libia una minaccia per la sicurezza finanziaria del genere umano; ma Gheddafi ha continuato a spingere per la creazione di un’Africa unita.
E questo ci riporta al puzzle della Banca Centrale Libica. In un articolo pubblicato su Market Oracle, Eric Encina ha osservato:

Un fatto raramente menzionato dai politici e dai media occidentali: la Banca Centrale della Libia è al 100% di proprietà statale …. Attualmente, il governo libico crea la propria moneta, il dinaro libico, tramite le strutture della sua propria banca centrale. Alcuni sostengono che la Libia è una nazione sovrana con grandi risorse proprie, in grado di sostenere il suo destino economico. Uno dei problemi principali per i cartelli bancari globalisti, al fine di fare affari con la Libia, è che devono passare attraverso la Banca Centrale Libica e la sua moneta nazionale, luogo in cui il loro dominio o potere contrattuale sono assolutamente pari a zero. Quindi, buttare giù la Central Bank of Libya (CBL) può non comparire nei discorsi di Obama, Cameron e Sarkozy, ma certamente è in cima all’agenda mondialista di assorbire la Libia nell’alveo delle nazioni compiacenti.(17)
La Libia non ha solo il petrolio. Secondo il FMI, la sua banca centrale ha circa 144 tonnellate di oro nei suoi caveaux. Con una base patrimoniale del genere, che bisogno può avere della BIS [Banca dei regolamenti internazionali], del FMI e delle loro regole?(18)
La recente proposta di Gheddafi di introdurre il dinaro d’oro per l’Africa ripropone la questione di un dinaro d’oro islamico lanciata nel 2003 dal Primo Ministro malese Mahathir Mohamad, così come da alcuni movimenti islamici.(19) Il disegno, che viola le regole del FMI ed è progettato per superarle, aveva avuto delle difficoltà a partire. Ma oggi i Paesi che accumulano sempre più oro piuttosto che dollari includono non solo la Libia e l’Iran, ma anche Cina, Russia, e India. (20)

Il Ruolo della Francia nel Porre Termine alle Iniziative Africane di Gheddafi
L’iniziativa degli attacchi aerei sembra essere inizialmente partita dalla Francia, con il sostegno precoce dalla Gran Bretagna. Se Gheddafi fosse riuscito nel suo intento di creare un’Unione Africana sostenuta dalla valuta e dalle riserve d’oro della Libia, la Francia, ancora potenza economica dominante nella maggior parte delle sue ex colonie africane, sarebbe stata la maggiore “perdente”. Infatti, un report di Dennis Kucinich in America ha confermato l’affermazione di Franco Bechis in Italia, trasmessa da VoltaireNet in Francia, che ” piani per suscitare la rivolta di Bengasi sono stati avviati dai servizi segreti francesi nel novembre 2010.” (21)

Se l’idea di attaccare la Libia è nata in Francia, Obama si è mosso rapidamente per sostenere i piani francesi di vanificare l’iniziativa africana di Gheddafi, con la sua dichiarazione unilaterale di emergenza nazionale, e il congelamento di tutti i 30 miliardi di dollari della Banca di Libia, fondi ai quali l’America aveva accesso. Questo è stato erroneamente riportato dalla stampa USA come il congelamento dei fondi del “Colonnello Gheddafi, dei suoi figli e della famiglia, e di alti membri del governo libico.” (22) Ma in realtà la seconda sezione del decreto di Obama in modo esplicito mira a “Tutti i beni e interessi … del governo della Libia, delle sue agenzie, strumenti e soggetti controllati, e della Banca Centrale di Libia.”(23) Benché gli Stati Uniti abbiano attivamente utilizzato armi finanziarie negli ultimi anni, la confisca di $ 30 miliardi,”la più grande quantità che sia mai stata congelata da un ordine degli Stati Uniti”, aveva un precedente, la confisca cospiratoria e illegale dei beni iraniani nel 1979 per conto della Chase Manhattan Bank.(24)

Le conseguenze del blocco dei 30 miliardi di dollari per l’Africa, così come per la Libia, sono state analizzate da un osservatore africano:

I 30 miliardi di dollari congelati da parte di Obama appartengono alla Banca Centrale libica ed erano stati assegnati come contributo libico a tre progetti chiave che avrebbero dato il tocco finale alla Federazione Africana – la African Investment Bank nella Sirte, in Libia, l’istituzione nel 2011 del Fondo Monetario Africano con sede a Yaoundée un fondo di 42 miliardi dollari di capitale e la Banca Centrale Africana con sede ad Abuja in Nigeria, che quando avesse iniziato a stampare moneta africana avrebbe suonato la campana a morto per il franco CFA ( moneta utilizzata da 14 paesi africani ex colonie francesi, ndt) attraverso il quale Parigi è stata in grado di mantenere il suo peso su alcuni paesi africani negli ultimi cinquant’anni. E’ facile comprendere la collera francese contro Gaddafi. (25)
Lo stesso osservatore ha motivi per credere che i piani di Gheddafi per l’Africa fossero più benevoli di quelli dell’Occidente:

E ‘iniziato nel 1992, quando 45 nazioni africane istituirono il Rascom (Regional African Satellite Communication Organization), in modo che l’Africa potesse avere le proprie comunicazioni via satellite abbattendo i costi delle comunicazioni nel continente. A quel tempo le telefonate da e verso l’Africa erano le più costose del mondo a causa della tassa annuale di 500 milioni di dollari intascati dall’Europa per l’uso di suoi satelliti, come Intelsat, per le conversazioni telefoniche, comprese quelle all’interno dello stesso paese.
Un satellite africano ha un costo unico di 400 milioni di dollari, e il continente non deve più pagare i 500 milioni dollari di locazione annuale. Quali banchieri avrebbero finanziato un progetto del genere? Era un problema – come possono gli schiavi che cercano di liberarsi dallo sfruttamento del loro padrone, chiedere allo stesso padrone di aiutarli a conquistare la libertà? Non sorprende che la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, gli Stati Uniti e l’Europa per 14 anni facessero solo vaghe promesse. Gheddafi aveva messo fine a questi vani appelli ai ‘benefattori’ occidentali, con i loro tassi di interesse esorbitanti. La guida Libica ha messo 300 milioni di dollari sul tavolo; la African Development Bank ha aggiunto 50 milioni di dollari e la West African Development Bank ha messo gli altri 27 milioni di dollari – ed è così che l’Africa ha avuto il suo primo satellite di comunicazioni, il 26 dicembre 2007. (26)
Io non sono in grado di confermare queste affermazioni. Ma, per queste ed altre ragioni, sono convinto che le azioni occidentale in Libia sono state progettate per frustrare i piani di Gheddafi per un’Africa autenticamente post-coloniale, non a causa della sua repressione contro i ribelli a Bengasi.

Conclusione

Da tutta questa confusione e false dichiarazioni io concluderei che l’America ha perso la sua capacità di mantenere e imporre la pace, da sola o con i suoi alleati nominali. Vorrei far presente che sarebbe nel migliore interesse dell’America, anche se solo per stabilizzare e ridurre i prezzi del petrolio, unirsi ora alle pressioni di Ban Ki-Moon e del Papa per un immediato cessate-il-fuoco in Libia. Negoziare il cessate il fuoco creerà certamente problemi, ma l’alternativa è l’incubo di vedere una inesorabile escalation del conflitto. L’America ha già avuto conseguenze tragiche per questo tipo di politiche. Non vogliamo avere altre perdite per lo scopo di sostenere il sistema iniquo dei petrodollari, che ha comunque i giorni contati.

In gioco non c’è solo la relazione dell’America con la Libia, ma con la Cina. L’Africa intera è una zona dove l’Occidente e i Paesi del BRIC investiranno entrambi. La sola Cina, avida di risorse, si prevede che investirà nell’ordine di 50 miliardi di dollari all’anno entro il 2015, una cifra (finanziata dal deficit commerciale americano con la Cina) con cui l’Occidente non può competere.(27) Se l’Occidente e l’Oriente potranno convivere pacificamente in Africa nel futuro dipenderà dalla capacità dell’Occidente di accettare la graduale diminuzione della sua influenza, senza ricorrere a ingannevoli stratagemmi (come lo stratagemma anglo-francese di Suez del 1956) per cercare di mantenerla.

Le precedenti transizioni nel dominio globale sono state segnate da guerre, rivoluzioni, o da entrambe. La nascita dell’egemonia americana attraverso le ultime due guerre mondiali dopo l’egemonia britannica è stata una transizione tra due potenze che erano sostanzialmente affini, e culturalmente vicine. Il mondo intero ha un immenso interesse a che la difficile transizione verso un nuovo ordine dopo l’egemonia statunitense sia raggiunto il più pacificamente possibile.


Peter Dale Scott, ex Diplomatico Canadese e Professore alla University of California, Berkeley, autore di Drugs Oil and War, The Road to 9/11, The War Conspiracy: JFK, 9/11, and the Deep Politics of War. Il suo libro più recente è American War Machine: Deep Politics, the CIA Global Drug Connection and the Road to Afghanistan. Collabora con il Centre for Research on Globalization (CRG). Questo articolo è pubblicato in partnership con il Asia Pacific Journal.

NOTE

1 “McCain calls for stronger NATO campaign,” monstersandcritics.com, April 22, 2011, link.

2 Ed Hornick, “Arming Libyan Rebels: Should U.S. Do It?” CNN, March 31, 2011.

3 “Countries Agree to Try to Transfer Some of Qaddafi’s Assets to Libyan Rebels,” New York Times, April 13, 2011, link.

4 “President Obama Wants Options as Pentagon Issues Warnings About Libyan No-Fly Zone,” ABC News, March 3, 2011, link. Earlier, on February 25, Gates warned that the U.S. should avoid future land wars like those it has fought in Iraq and Afghanistan, but should not forget the difficult lessons it has learned from those conflicts.
“In my opinion, any future Defense secretary who advises the president to again send a big American land army into Asia or into the Middle East or Africa should ‘have his head examined,’ as General MacArthur so delicately put it,” Gates said in a speech to cadets at West Point” (Los Angeles Times, February 25, 2011, link).

5 Alan J. Kuperman, “False Pretense for War in Libya?” Boston Globe, April 14, 2011.

6 America’s income disparity, as measured by its Gini coefficient, is now among the highest in the world, along with Brazil, Mexico, and China. See Phillips, Wealth and Democracy, 38, 103; Greg Palast, Armed Madhouse (New York: Dutton, 2006), 159.

7 This is the subject of my book The Road to 9/11, 4–9.

8 Anthony Cave Brown, Oil, God, and Gold (Boston: Houghton Mifflin, 1999), 213.

9 Peter Dale Scott, American War Machine: Deep Politics, the CIA Global Drug Connection, and the Road to Afghanistan (Berkeley: University of California Press, 2010), 32. One could cite also the experience of the French Third Republic and the Banque de l’Indochine or the Netherlands and the Dutch East India Company.

10 Elizabeth Longford, Jameson’s Raid: The Prelude to the Boer War (London: Weidenfeld and Nicolson, 1982); The Jameson Raid: a centennial retrospective (Houghton, South Africa: Brenthurst Press, 1996).

11 Wikileak documents from October and November 2002 reveal that Washington was making deals with oil companies prior to the Iraq invasion, and that the British government lobbied on behalf of BP’s being included in the deals (Paul Bignell, “Secret memos expose link between oil firms and invasion of Iraq,” Independent (London), April 19, 2011).

12 Reuters, March 23, 2011.

13 Saman Mohammadi, “The Humanitarian Empire May Strike Syria Next, Followed By Lebanon And Iran,” OpEdNews.com, March 31, 2011.

14 “Halliburton Eager for Work Across the Mideast,” International Oil Daily, May 7, 2003.

15 “Gaddafi offers Libyan oil production to India, Russia, China,” Agence France-Presse, March 14, 2011, link.

16 Peter Dale Scott, “Bush’s Deep Reasons for War on Iraq: Oil, Petrodollars, and the OPEC Euro Question”; Peter Dale Scott, Drugs, Oil, and War (Lanham, MD: Rowman & Littlefield, 2003), 41-42: “From these developments emerged the twin phenomena, underlying 9/11, of triumphalist US unilateralism on the one hand, and global third-world indebtedness on the other. The secret deals increased US-Saudi interdependence at the expense of the international comity which had been the base for US prosperity since World War II.” Cf. Peter Dale Scott, The Road to 9/11 (Berkeley: University of California Press, 2007), 37.

17 “Globalists Target 100% State Owned Central Bank of Libya.” Link.

18 Ellen Brown, “Libya: All About Oil, or All About Banking,” Reader Supported News, April 15, 2011.

19 Peter Dale Scott, “Bush’s Deep Reasons for War on Iraq: Oil, Petrodollars, and the OPEC Euro Question”; citing “Islamic Gold Dinar Will Minimize Dependency on US Dollar,” Malaysian Times, April 19, 2003.

20 “Gold key to financing Gaddafi struggle,” Financial Times, March 21, 2011, link.

21 Franco Bechis, “French plans to topple Gaddafi on track since last November,” VoltaireNet, March 25, 2011. Cf. Rep. Dennis J. Kucinich, “November 2010 War Games: ‘Southern Mistral’ Air Attack against Dictatorship in a Fictitious Country called ‘Southland,’” Global Research, April 15, 2011, link; Frankfurter Allgemeine Zeitung, March 19, 2011.

22 New York Times, February 27, 2011.

23 Executive Order of February 25, 2011, citing International Emergency Economic Powers Act (50 U.S.C. 1701 et seq.) (IEEPA), the National Emergencies Act (50 U.S.C. 1701 et seq.) (NEA), and section 301 of title 3, United States Code, seizes all Libyan Govt assets, February 25, 2011, link. The authority granted to the President by the International Emergency Economic Powers Act “may only be exercised to deal with an unusual and extraordinary threat with respect to which a national emergency has been declared for purposes of this chapter and may not be exercised for any other purpose” (50 U.S.C. 1701).

24 “Billions Of Libyan Assets Frozen,” Tropic Post, March 8, 2011, link (“largest amount”); Peter Dale Scott, The Road to 9/11: Wealth, Empire, and the Future of America (Berkeley and Los Angeles: University of California Press, 2007), 80-89 (Iranian assets).

25 “Letter from an African Woman, Not Libyan, On Qaddafi Contribution to Continent-wide African Progress , Oggetto: ASSOCIAZIONE CASA AFRICA LA LIBIA DI GHEDDAFI HA OFFERTO A TUTTA L’AFRICA LA PRIMA RIVOLUZIONE DEI TEMPI MODERNI,” Vermont Commons, April 21, 2011, link. Cf. Manlio Dinucci, “Financial Heist of the Century: Confiscating Libya’s Sovereign Wealth Funds (SWF),” Global Research, April 24, 2011, link.

26 Ibid. Cf. “The Inauguration of the African Satellite Control Center,” Libya Times, September 28, 2009, link; Jean-Paul Pougala, “The lies behind the West’s war on Libya,” Pambazuka.org, April 14, 2011.

27 Leslie Hook, “China’s future in Africa, after Libya,” blogs.ft.com, March 4, 2011 ($50 billion). The U.S trade deficit with China in 2010 was $273 billion.

* Fonte: vocidall’estero (originale in: Global Research, 29 Aprile, 2011)