Toh, chi si vede. La “Nuova” Libia.

Libia. Certamente non è stato un argomento – come dire? – “sviscerato” dalle ‘autorevoli’ corrispondenze da Lough Erne, l’amena località del Nord Irlanda (occupato da Sua Maestà britannica) teatro del G8.
Ma qualche riga, una mezza frase, è stata ripresa su quanto sussurrato in merito da Obama al suo nuovo palafreniere d’Italia, Enrico Letta. In sintesi è stato richiesto a Roma di prodursi in buoni uffici mediatori con il nuovo regime tricefalo Tripoli-Bengasi-Fezzan.Toh, chi si vede. La Nuova Libia
Qualcuno degli acuti commentatori si è sprofondato anche in dotte reminiscenze storiche sul “ruolo mediterraneo dell’Italia” e sui suoi “incancellabili legami storici con la quarta sponda”.
In realtà, dopo aver aperto il vaso di Pandora a suon di bombe Nato per esportare “democrazia” e assassinare Gheddafi e parte del suo popolo, gli angloamericani hanno palesemente lì, nel loro dopoguerra, trovato “qualche difficoltà”. Compresa qualche morte eccellente. E’ vero che i pozzi petroliferi sono stati comunque spartiti tra i Lords Protettori (Francia inclusa) ma la situazione, su quella sponda del Mediterraneo è oggi tutt’altro che “normalizzata”.
Di qui la “delega politica” al fedele governo coloniale Letta.

Che tenterà pure di obbedire ai comandi imperiali con qualche mossa “diplomatica”, ma che non potrà che innalzare, e molto presto, bandiera bianca.
E’ un fatto che dopo più di due anni dalla vera e propria guerra del Pentagono e della Nato contro lo Stato nordafricano della Libia, il regime da loro imposto come “Congresso Nazionale Generale” oggi stia chiedendo aiuto ai suoi padroni neo-coloniali.
Lo stesso segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, aveva di recente dichiarato che il governo filo-occidentale di Tripoli ha richiesto assistenza sulla sicurezza. E un gruppo di sedicenti “esperti” si è subito recato in Libia e riferirà al Comando Nato a fine mese “il modo e la via da seguire”. Così Rasmussen ha spiegato la sua “delega militare” chiamata a ipotizzare formule di “addestramento di forze di sicurezza libiche” sotto l’egida occidentale.
Il contesto è quello di un continuo aggravarsi della stabilità “atlantica” in Libia e, da lì, in tutto il Nord ed Ovest Africa. Un lascito della guerra scatenata da Usa, Francia e Nato nel febbraio 2011 e partecipata dall’Italia e da altre nazioni ascare occidentali. La Libia di Gheddafi, strade e città modello, ora trasformate in rovine, ha ceduto il passo ad uno Stato tribale governato da vari gruppi armati molto virtualmente legati all’ectoplasma Cng. Di fatto milizie che cercano di frantumare l’unità libica in tre “entità” territoriali diverse a Est, a Sud e a Ovest. I massacri (l’ultimo a Bengasi, l’8 giugno, tra civili e miliziani fondamentalisti dello “Scudo della Libia”) e le guerre per procura (mercenari in Siria, integralisti in Mali) sono all’ordine del giorno.
Ed è lì che il governo Letta è stato chiamato a intervenire.
In un altro Afghanistan.
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Il cervello della ‘Primavera araba’: come venne sovvertita la Libia

La primavera araba: i cyber-collaborazionisti senza cervello dei vecchi cacicchi venduti
Ali al-Haj Tahar, Le Soir d’Algerie, 14 maggio 2013 – Tunisie-Secret.com

“Nella primavera araba, freddamente eseguita, anche giovani senza cervello che hanno scambiato per Che Guevara o Gandhi degli agenti al soldo degli USA, hanno svolto un ruolo importante”, ha scritto l’intellettuale algerino Ali al-Haj Tahar su Le Soir d’Algerie. Secondo lui, si tratta di colpi di Stato “fabbricati nell’ombra, molto discretamente in Egitto, ma in modo assai chiaro in Tunisia. Non per niente ministri e funzionari tunisini sono passati dal regime di Ben Ali al regime post-Ben Ali!” Ali al-Haj Tahar è scrittore, poeta e giornalista.

arab-spring-mapNella primavera araba, questa operazione sofisticata a lungo premeditata, pianificata con pazienza, freddamente e spietatamente eseguita, ha coinvolto giovani senza cervello che hanno scambiato per Che Guevara o Gandhi degli agenti al soldo degli USA, che vi hanno svolto un ruolo prezioso. Tra loro vi erano elementi interni al sistema vigente, vecchi militari, ministri e funzionari, così come esponenti dell’opposizione di tutti i colori e, infine, giovani traditori o collaborazionisti definiti  cyber-dissidenti, per riassumere. Tra tutti questi agenti molti erano elementi che vivevano all’estero, in possesso della doppia nazionalità, tra cui quelle statunitense e francese oltre alla nazionalità di origine. Ricordiamo che in Afghanistan, gli Stati Uniti hanno messo al potere Hamid Karzai e in Iraq Ibrahim al-Jaafari, Ahmed Chalabi e Ayad Allawi. Incaricati di far scendere i manifestanti in piazza, costoro apparvero sui social network come Facebook usandoli per creare una crisi e, soprattutto, per gettare polvere sugli occhi: i colpi di Stato furono eseguiti nell’ombra, con molta discrezione in Egitto, ma in modo assai chiaro in Tunisia. Non per niente ministri e funzionari tunisini sono passati dal regime di Ben Ali al regime post-Ben Ali!
I casi del vecchio cacicco Beji Caid al-Sebsi e del generale Ammar sono istruttivi, come vedremo nel prossimo studio. Molte personalità che hanno vissuto negli Stati Uniti o avevano dei legami comprovati con i loro servizi di intelligence, sono tra gli attuali leader della primavera araba. In Libia c’è Mohammad al-Magharyef, l’attuale presidente dell’Assemblea nazionale libica, un cittadino degli Stati Uniti e dipendente della CIA sin dal 1980. Khalifa Hifter, attuale capo dell’esercito ed ex colonnello dell’esercito libico di Gheddafi, ha vissuto per 15 anni negli Stati Uniti, vicino alla sede della CIA, dopo aver disertato e diretto un esercito di “contras” oppositori di Gheddafi basato in Ciad fino al 2000, composto da mercenari che hanno commesso assassini e sabotaggi in Libia. Il 19 marzo 2011 tornò segretamente a Bengasi, dove fu responsabile di “una certa coerenza tattica delle truppe ribelli sul campo.” Una delle menti del colpo di Stato contro Gheddafi, Nuri Mesmari, ex capo del protocollo del leader libico, disertò e fuggì a Parigi il 20 ottobre 2010 consegnando alla Francia i dati sulla sicurezza e militari per consentire la preparazione delle operazioni contro Gheddafi. Rendendosi conto della cospirazione, Gheddafi aveva arrestato il suo complice, il colonnello dell’aviazione Gehani, referente segreto dei francesi dal 18 novembre 2010. Il 23 dicembre, altri personaggi libici disertarono a Parigi: tra cui Fajr Sharrant, Fathi Buqris e Alunis Mansuri. Dopo il 17 febbraio, saranno proprio loro, assieme ad al-Haji, che guideranno la rivolta di Bengasi contro l’esercito libico unendosi al CNT.
In un video, Special Investigation di Canal+, l’uomo d’affari Ziad Takieddine, lo stesso che ha accusato Sarkozy di essere stato finanziato da Gheddafi durante la sua campagna elettorale, ha fatto rivelazioni importanti. Takieddine è soprattutto il boss della North Global Oil and Gas Company, una società associata alla Total presso un giacimento di petrolio in Libia (NC7), prima di consegnare alla compagnia petrolifera francese il 100% dei suoi diritti di sfruttamento per un importo di 140 milioni di dollari. Già azionista della Total (2%) e suo associato in Iran, il Qatar voleva la sua parte in Libia: riuscendo a riscattare una parte dei diritti di sfruttamento della Total del giacimento libico NC7, senza che Gheddafi ne fosse informato. Infuriato da ciò, il leader libico  minacciò di rompere ogni accordo con la Total. Ciò gli valse l’ira congiunta dell’emiro Hamad e di Sarkozy. Nel novembre 2010, la Francia e la Gran Bretagna si accordarono per condurre  le esercitazioni militari congiunte dal nome in codice “Southern Mistral 11“: il sito dell’aviazione francese annunciò che l’operazione sarebbe stata avviata tra il 21 e il 25 marzo 2011 e che il suo scopo era abbattere un dittatore che voleva mettere al potere suo figlio come proprio sostituto! Lo scenario di “Southern Mistral 11” si svolge a Southland (terra del sud ), “contro una dittatura responsabile degli attacchi contro gli interessi francesi“. Questa esercitazione militare pianificata in tre mesi, invece dei soliti sei, stranamente ricordava l’operazione Desert Storm contro l’Iraq (gennaio 1991), ci informa lo scrittore Gilles Munier.

Islamisti ed oppositori che vivono all’estero
Mahmoud Jibril si dimise dalla carica di ministro della Pianificazione e direttore della Development Authority (il numero due del presidenza del governo di Gheddafi) alla fine del 2010, prima di entrare nel CNT il 23 marzo 2011. Casualmente, Mahmoud Jibril aveva precedentemente vissuto per molti anni negli Stati Uniti e lavorato per al-Jazeera in Qatar… Il libico Mahmoud Shamman, futuro ministro dell’Informazione del CNT, è stato membro del Consiglio di al-Jazeera in Qatar. Abdel-Jalil, l’ex ministro della Giustizia, che sembrava fare di tutto per mettere nei guai Gheddafi, in particolare nel caso delle infermiere bulgare, si dimise nel gennaio 2011 non senza aver ottenuto il rilascio di più di 400 terroristi del LIFG che guidarono l’insurrezione armata che abbatterà  Gheddafi, ma non senza l’aiuto della NATO e di 5.000 soldati inviati dal Qatar di rinforzo. Ali al-Sawi, che fu ministro del Commercio e dell’Economia, poi ambasciatore in India, si dimise e si unì all’opposizione. Abdel Hafiz Ghoga, che sarà vicepresidente del CNT, avrà un ruolo importante contro Gheddafi.
In Tunisia, l’attuale presidente Marzuqi e il leader del primo partito tunisino, l’”islamista” Ghannuchi, hanno vissuto a lungo all’estero. L’attuale ministro degli Esteri Rafiq Abdessalem (genero di Rashid Ghannuchi), è stato direttore del dipartimento di studi di al-Jazeera, in Qatar. Non vi è dubbio che al-Jazeera sia collegata direttamente con la primavera araba che ha sostenuto. L’enorme manipolazione di massa è partita da al-Jazeera, cioè una copertura di Hamad e quindi della CIA che ha fatto della televisione un nido di “rivoluzionari” infiltrati da agenti statunitensi e israeliani. Peggio ancora, in Tunisia i principali leader dell’opposizione (Boshra Belhadj Yahia, Mustapha ben Jaafar, Ahmed Najib Shebbi) furono accuratamente ignorati dalla “rivoluzione” che installava al potere oppositori che hanno vissuto gran parte della loro vita all’estero: Rashid Ghannuchi e Moncef Marzuqi, l’attuale presidente della Tunisia. Marzuqi, capo della Lega tunisina per i diritti umani, era promossa dalla Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH), organizzazione finanziata dal NED e dalla Open Society del sionista George Soros.
Ghassan Hitto, presidente dell’opposizione siriana che ha vissuto 25 anni negli Stati Uniti, più di metà della propria vita, come Osama al-Qadi, dirigeva a Washington il Centro siriano per gli studi politici e strategici, una copertura legata al Pentagono e alla CIA. Inoltre, il Consiglio nazionale siriano (CNS) è composto essenzialmente da oppositori all’estero che, del resto, sono per lo più “islamisti”. Il primo presidente del CNS è stato Burhan Ghalyun, consigliere politico di Abassi Madani, ha vissuto per la maggior parte della propria vita in Francia come insegnante di sociologia, ma non è mai stato considerato un oppositore del regime siriano fin quando dovette essere lanciata la “primavera” in Siria: una rete in sonno serve un giorno o l’altro! Infatti oggi, tutti sanno che i componenti del CNS, anche chiamato “opposizione d’Istanbul” e “opposizione di Doha”, furono nominati da Hillary Clinton in queste due città. Inoltre, tutti i leader dell’opposizione della primavera araba fecero promesse a Israele. Infatti, Bassma Kodmani, membro del CNS, che aveva partecipato alla conferenza Bilderberg del 2012, dove il cambio di regime in Siria era all’ordine del giorno, aveva invocato relazioni amichevoli tra la Siria e Israele durante un talk-show francese, anche arrivando a dichiarare: “Abbiamo bisogno d’Israele nella regione.” Un altro membro del CNS, Ammar Abdulhamid, dichiarò il suo sostegno a relazioni amichevoli tra Israele e Siria, in un’intervista con il quotidiano israeliano Ynetnews, mentre trapelò una conversazione telefonica tra Radwan Ziyad del CNS e Mohammad Abdallah in cui volevano chiedere maggiore supporto dal ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. Al di fuori del CNS, Ribal al-Assad e l’ex vicepresidente in esilio Rifaat al-Assad, dissero che la Siria voleva fare pace con Israele. Nofal al-Dawalibi, a sua volta disse in un’intervista a Radio Israele che il popolo siriano voleva la pace con Israele.

Revolution 2.0” per vecchi cacicchi
Per quanto riguarda la Libia, secondo il quotidiano israeliano Yediot Aharonot, venne firmato un accordo nel 2011 tra il Consiglio nazionale di transizione (CNT) e Tel Aviv per l’installazione di una base militare nelle montagne verdi della Libia, se i ribelli arrivavano al potere. Il documento recante l’intestazione “Israel Defense Forces”, rileva inoltre che in cambio Israele si impegna a fare incrementare gli attacchi aerei della NATO contro le forze del governo libico e di ottenere l’adesione dei Paesi arabi la causa del CNT. Ciò non suggerisce che elementi delle forze speciali israeliane abbiano dato una mano alla “rivoluzione” libica? Perché la “primavera” siriana arriva per ultima? Solo perché i pianificatori sapevano che per sconfiggerla era necessario che tutti i Paesi “rivoluzionari”, le loro armi, i loro mercenari e terroristi e persino di battaglioni di giovani jihadisti tunisini, di cui una dozzina avrebbe offerto i propri servigi, svolgessero il ruolo di coniglietti dei GI che combatterono in Vietnam.
Collaborazionisti arabi di tutte le età hanno beneficiato dell’addestramento, degli aiuti e delle sovvenzioni delle organizzazioni statunitensi che operano per conto della Casa Bianca, del Dipartimento di Stato e della CIA, essendo negli Stati Uniti sottili le frontiere tra organizzazioni civili e organizzazioni militari, dato che il patriottismo statunitense non ha limiti nel suo impegno.  Innumerevoli organizzazioni lavorano per la promozione dell’ideologia statunitense, anzi per  l’egemonia del Paese sul mondo. Freedom House ha anche svolto un ruolo importante nella primavera araba, questa fiera dei manipolati. Nel 2009 Freedom House pubblicò la “Mappa della Libertà” di ogni continente, differenziando i Paesi secondo il grado di democrazia assegnatogli da essa. La mappa diceva che l’unico Paese completamente libero nel Maghreb-Medio Oriente… era Israele. Cinque Paesi erano “parzialmente liberi”: Marocco, Giordania, Libano, Yemen, Bahrain. Tutti gli altri Paesi della regione erano considerati “non liberi”. E’ per questo motivo che le ONG come l’International Crisis Group di George Soros, cercano di portarli alla libertà sostenendone i traditori. Ciò non esclude che la Freedom House finanzi un gruppo di protesta in Marocco, il Movimento del 20 Febbraio!
Le ONG statunitensi hanno anche addestrato i giovani del Bahrein che iniziarono la loro Primavera araba. Non si sa se qualcuno di loro sia sciita, ma la Casa Bianca ha ordinato all’Arabia Saudita di aiutare il governo in carica a sedare la ribellione, che attualmente sembra essere composta da sciiti che chiedono diritti legittimi: scarsamente rappresentati nelle istituzioni del Paese, gli sciiti del Bahrein si scontrano negli ultimi due anni contro l’esercito e le forze dell’ordine sauditi inviati di rinforzo. Bahrain, che vuole finirla con gli sciiti, ha anche distrutto diverse moschee della comunità musulmana ora considerata il nemico numero uno dal wahhabismo internazionale. Accusati di adorare Ali al posto di Allah e di non riconoscere Muhammad (QSSL) come profeta, gli sciiti sono oggetto di molte altre perverse deviazioni diffuse dalla propaganda saudita.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2013/05/28/il-cervello-della-primavera-araba-come-venne-sovvertita-la-libia/

UCCISO PER IMPEDIRE LA LIBERAZIONE DELL’AFRICA DAL 2014

Pubblicato su 17 Aprile 2013 da frontediliberazionedaibanchieri

Ogni tanto torniamo sull’argomento per cercare di contrastare l’ “operazione oblio” messa in atto dal sistema nel suo complesso.

L’omicidio di Gheddafi è stata una azione criminale.

Si è voluto dare un ” esempio ” di cosa sono capaci di fare contro i popoli della Terra che combattono l’imperialismo, a fianco della negazione di qualsiasi tipo di civiltà da parte dei selvaggi d’America e d’Asia.

L’Africa non si deve emancipare, non deve essere indipendente, ma deve continuare ad essere terreno di conquista da parte delle multinazionali che depredano questi popoli delle loro risorse naturali, facendoli morire di fame, ed alimentando l’immigrazione, che è il primo passo verso la globalizzazione.

Gli intellettuali della resa e gli arresi senza intelletto si trovano fianco a fianco, nel continuare la svendita di loro stessi ( e questa è la cosa meno importante), per perseguire lo scopo ultimo degli usurai mondialisti: non più popoli ma solo schiavi.

Claudio Marconi

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Quando Gheddafi e suoi figli furono linciati e assassinati, in occidente nessuna voce d’indignazione si alzò. Anzi, gente che si è spacciata come icona progressista e pacifista, come Danilo Zolo o Angelo Del Boca, ululò al fianco del lupo della NATO Amm. Giampaolo di Paola contro la ‘feroce e cocciuta’ resistenza di Gheddafi e della Jamahiriya Libica a Sirte, posta sotto assedio dalla NATO, dai suoi satelliti petro-monarchici e dalle bande di ascari sanguinari integralisti, che intenerivano e inteneriscono i cuoricini del ‘barboncini rossi’ del Pentagono e del social-colonialismo anglo-francese: Da Jean Ziegler, Illan Pappé, Tariq Alì, Rashid Kalili, Samir Amin, giù, fino alle loro locali riproduzioni in sedicesimo, come i già citati Del Boca, Zolo, Rossana Rossanda e ancora giù giù, fino allagauche-caviar italofona, come la compassionevole e orgogliosa bombardatrice della Libia Laura Boldrini, il vile barbocino rivoluzionario di casa Berlusconi Valerio Evangelisti, la feccia della sinistra radicale italiana rappresentata dalla teppaglia social-colonialista di PCL, PdAC, PRC, Sinistra Radicale, IlManifesto, Utopia, rossa o arancione, Campo antimperialista, tutti indefettibilmente schierati con gli stupratori islamo-atlantisti in Libia e in Siria, e tutti sulla stessa linea del fronte assieme ai reporter-mercenari sostenuti dai soldi del Qatar, che da una parte finanzia i terroristi in Libia e Siria, e dell’altra se ne assicura una favorevole copertura mediatica, accordando finanziamenti alle agenzie di disinformazione strategica, come in Italia l’ANSA (fondata dall’agente dell’intelligence inglese Renato Mieli, legato alla struttura ‘intellettuale’ di Gladio: Interdoc), la RAI, soprattutto RAI-3, TG-3 eRaiNews, gestiti da sgradevoli pupazzi e squallidi buffoncelli, coadiuvati da cosiddetti ‘freelance’ da 6/8000 euro mensili, collegati alle fazioni più screditate dell’intelligence italidiota (come quella che esprime la rivista clandestinaThéorema).
Dietro alla verbosità pseudo-rivoluzionaria di questa teppaglia massimalista e dietro i ‘sobri servizi’ di questi ‘reporter-spie’, ufficiali e ufficiosi, dell’apparato di disinformazione pubblico italiano, si nascondono i veri e concreti interessi degli apparati imperialistici e atlantisti, che perseguono i loro spregevoli obiettivi utilizzando financo questa insulsa massa di utili idioti e di laidi ruffiani. Dietro all’antirazzismo manierato e perbenista di una Boldrini, si cela la forma più ripugnante di disprezzo dell’umanità. Il pezzo seguente, semplice e chiaro, mostra quale fosse l’obiettivo reale dell’efferata campagna di disinformazione e bellica condotta contro la Repubblica Popolare Socialista della Jamahiriya Libica.
Il resto è solo mancia per prostitute e galoppini della NATO e dei petromonarchi wahhabiti.

Alessandro Lattanzio, 15 aprile 2013

Ucciso per impedire la liberazione dell’Africa dal 2014
285615Eliminarlo subito o perdere il controllo totale dell’Africa a partire dal 2014, ecco la ragione che ha spinto la Francia, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e i loro alleati nella campagna contro Gheddafi. Valuta, Fondo Monetario Africano, Banca Centrale Africana, telecomunicazioni, trasporti, Stati Uniti d’Africa… Muammar Gheddafi aveva abilmente pianificato tutto, ponendosi entro l’anno 2014 la creazione della banca centrale, una base monetaria e molto altro ancora per liberare il continente dopo mezzo secolo d’indipendenza, una parola seguita da nessun atto o “governata senza controllare”. Dopo aver proposto, nel 2000 al vertice dell’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) a Lomé, di realizzare il sogno di Kwame Nkrumah e di sheikh Anta Diop, e aver ottenuto la creazione dell’Unione africana (UA) pochi anni dopo, il leader libico si spingeva oltre.

Satelliti africani e Afriqiya: Due idee concrete per l’unità
Gheddafi spinse i suoi colleghi a comprare un satellite per l’Africa, l’Africa ha la sua indipendenza nelle comunicazioni, pre-finanziando questo acquisto con centinaia di milioni di dollari. “Seppe spendere generosamente (…) e per acquistare il satellite africano, ci sono voluti trecento milioni di dollari pronti“, dice Moustapha Cissé, ex-ambasciatore senegalese in Libia ed ex-consigliere speciale dell’ex presidente del Senegal Abdiou Diouf, responsabile del mondo arabo-islamico.
La Guida della Jamahiriya libica offrì così RASCOM-QAF1, il primo satellite per telecomunicazioni dedicato al continente africano e alle sue isole. Fu messo in orbita il 20 dicembre 2007! Fu il primo lancio di un satellite nella storia di tutti i Paesi africani.
Gheddafi lanciò anche la compagnia aerea Afriqiyah Airwyas, che assicurava i collegamenti tra le capitali africane e le regioni del continente. La società offriva quattro voli regolari tra Tripoli e Dakar, Abidjan e Cairo… ecc. “Molte persone usarono la linea Afriqiyah per andare a Parigi. Perché potemmo fare Dakar, Tripoli, Parigi, andata e ritorno per 400.000 FCFA (615 euro)“, aggiunge il diplomatico senegalese. “Così Tripoli era diventata la piattaforma di comunicazione tra l’Africa, il mondo arabo e l’Europa.”

Valuta e la Banca centrale africana nel 2014
Gheddafi propose l’istituzione di un’unità monetaria africana (AMU). Aveva versato 30 miliardi (di dollari) per la creazione dell’AMU, che avrebbe avuto sede a Yaoundé (Camerun). Aveva inoltre in programma la creazione di una Banca Centrale Africana (ACB), che avrebbe dovuto installare il suo quartier generale ad Abuja, la capitale federale della Nigeria. La banca africana doveva iniziare ad emettere una moneta africana nel 2014. “Cosa che non piacque all’occidente, perché ci avrebbe permesso di abbandonare il CFA ed altre valute che servono solo a corrompere le nostre economie” dice indignato Cissé

Investitore africano in Africa
Gheddafi aveva una dinamica politica africana. Dal Senegal al Ciad, passando per Guinea, Costa d’Avorio, Ghana, Liberia, Benin, Togo, Nigeria, Niger, Mali, ecc. La guida libica aveva investito miliardi di dollari nel settore agricolo, nel petrolio, turismo e infrastrutture. In Mali, il più piccolo investimento libico era pari a 50 miliardi (di CFA) nel settore alberghiero. “Gli investimenti libici nel settore alberghiero erano stimati in oltre 50 miliardi di franchi CFA“, ha detto Balla Umar Touré, direttore generale dell’Ufficio del Turismo del Mali. Diverse altre centinaia di miliardi di dollari furono investiti nel settore agricolo. Per i maliani Gheddafi era “un uomo che si era impegnato per la causa d’Africa“.
Il Consiglio nazionale di transizione (CNT) venne considerato in Mali un organo dei ribelli sostenuti dalla comunità internazionale. Fin dall’inizio della rivolta a Bengasi, e dall’arrivo delle  aeronautiche straniere, associazioni musulmane e partiti politici organizzarono manifestazioni a Bamako, a sostegno di Gheddafi, denunciando “l’invasione occidentale“.
Il leader libico aveva, secondo i suoi nemici, versato diversi miliardi di dollari per la creazione delle banche Sahelo-Sahariane in Senegal, Mali, Niger, Mauritania, Ciad, ecc., e per l’acquisizione di diverse società occidentali in Africa, per ridurne l’influenza sulle economie del continente. Questo fu, per esempio, il caso dell’azienda petrolifera Mobile,del gruppo statunitense Exxon-Mobil, che divenne la Oil Libia in gran parte della sub-regione dell’Africa occidentale.
La Guinea-Conakry deve il suo primo canale televisivo a Muammar Gheddafi, che glielo offrì in nome del popolo libico quale regalo al “popolo fratello” della Guinea, nel 1979. Inoltre rifornì l’esercito della Guinea, dalle armi pesanti alle uniformi dei soldati, per diversi decenni. Oltre a un enorme sostegno finanziario. “E ora certi finanzieri dicono che gli investimenti libici nella sub-regione superavano tutti gli altri investimenti“, ha sottolineato l’ambasciatore Mustapha Cissé.

La vita dei libici, con Gheddafi
1 – La Libia era l’ultimo nell’elenco dei Paesi indebitati! Il debito era il 3,3% del PIL! In Francia è l’84,5%! L’88,9% negli Stati Uniti! Il 225,8% in Giappone!
2 – La luce era gratuita!
3 – L’acqua calda era gratuita!
4 – Il prezzo di un litro di benzina era di 0,08 euro!
5 – Le banche libiche prestavano senza interesse!
6 – I cittadini non pagavano tasse e l’IVA non esisteva!
7 – Ogni famiglia libica, su presentazione del libretto di famiglia, riceveva 300 euro di aiuti al mese!
8 – A ogni studente che voleva studiare all’estero, il “governo” dava una borsa di studio di 1627,11 euro al mese!

Wadr.org

Tratto da: aurorasito.wordpress.com

 

Dopo la Libia, gli usurai del tempio puntano al Mali e guardano all’Algeria

Dopo la Libia, gli usurai del tempio puntano al Mali
e guardano all’Algeria… (ita/eng) 3/2/2013

Mali, Hagel e i Rothschild

Ieri, per inviare un messaggio al Comitato per le Forze Armate del Senato degli Stati Uniti, Israele ha bombardato un convoglio sul confine Siria/Libano. Sembra aver funzionato. Questa mattina, i falchi-galline presenti in tale commissione, come McCain e Inhofe, erano occupati a mettere sulla graticola la nomina di Obama a segretario alla Difesa del senatore Chuck Hagel (R-NE), sulla sua indefessa fedeltà alla madrepatria Israele e al complesso militare-industriale.
Nel frattempo, i bankster Illuminati della City di Londra, guidati dai Rothschild che gestiscono quel circo altrimenti noto come Israele, cercano di arraffare più risorse globali, e questa volta nel paese nord africano del Mali. A febbraio i ribelli tuareg del nord del Mali, con l’aiuto dei resti di al-Qaida addestrati e armati dalle agenzie di intelligence dei Rothschild, MI6 e Mossad, per rovesciare il governo di Gheddafi della vicina Libia, attaccavano le truppe governative nella città di confine algerina di Tinzaouaten.

I  tribali secolari tuareg, rappresentati dal Movimento di Liberazione Nazionale Azawad, chiedono da decenni una maggiore autonomia dal governo centrale di Bamako. Eppure sono sempre stati contenti di rimanere nella loro patria, nel nord del Mali. Ma le forze libiche di al-Qaida nel Maghreb, che si fanno chiamare Ansar al-Din, hanno chiesto l’imposizione della legge islamica nel nord del Mali, e poi misteriosamente hanno attaccato verso sud. Perché, se stavano tentando di trasformare il nord del Mali in un santuario di al-Qaida (come la propaganda “ufficiale” ci dice),  attaccare il governo centrale del Mali e far saltare la loro copertura? Questi islamisti sono anche responsabili, con l’aiuto degli Emirati Arabi Uniti, dell’attacco contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Bengasi, dove è rimasto ucciso l’ambasciatore statunitense Christopher Stevens con altri tre, montando il vecchio trucco della destabilizzazione M16/Mossad a nome dei vampiri di risorse della City dei Rothschild di Londra (vedasi il mio libro “Big Oil & i suoi banchieri”).
Parlando, la settimana scorsa, al Centro Bunche Ralph, il capo di AFRICOM, Generale Ham, ha ammesso che gli Stati Uniti avevano addestrato molti dei ribelli coinvolti nel colpo di stato in Mali del 2012, tra cui il loro leader, capitano Amadou Sanogo. Il 18 aprile 2012 il democraticamente eletto, per due volte, Presidente Amadou Toumani Toure è stato costretto a dimettersi poco prima delle elezioni presidenziali in cui non poteva candidarsi. È interessante notare che tutti gli altri vincitori potenziali in quelle elezioni, erano contrari a qualsiasi  intervento straniero in Mali per “respingere” la ribellione di “al-Qaida“.
Nonostante i sentimenti anti-intervento del popolo del Mali, subito ci furono le grida dall’ECOWAS e dal Consiglio di sicurezza dell’ONU sulla necessità di inviare truppe straniere in Mali. L’11 gennaio i francesi, ex padroni coloniali, hanno fatto proprio questo. Allora perché i francesi intervengono in Mali, ma non nella Repubblica Centrafricana, il cui governo è stato attaccato dai ribelli? La vera ragione della provocazione di al-Qaida, era rendere “necessario” l’intervento straniero per impadronirsi delle ricche risorse minerarie recentemente scoperte nel sottosuolo del Mali. Già terzo produttore africano di oro, il Mali è anche ricco di diamanti, uranio, ferro, manganese, bauxite, litio, fosfato, lignite, rame, gesso e marmo. L’esplorazione petrolifera è recentemente aumentata in Mali e la nazione ha il potenziale per diventare una importante via di comunicazione tra l’Africa sub-sahariana e l’Europa.
Con l’ennesimo furto di risorse da parte dei Rothschild, questa volta in gran parte pagata dai generosi contribuenti della classe media francese, la conferma di Chuck Hagel può essere vista come un evento causale. Se confermato, potremmo vedere sia un significativo allontanamento da Israele che dei sostanziali tagli al Pentagono. Bombardamenti di frontiera, escalation e altre minacce a parte, è il momento di sciacquare via dalla siepe i terroristi israeliani, e seguirne la puzza per tutta la catena alimentare arrivando alla feccia che i Rothschild mantengono per eseguire queste provocazioni.

Dean Henderson è l’autore di quattro libri: Big Oil & i loro banchieri nel Golfo Persico; I quattro cavalieri, le otto famiglie e le loro reti d’intelligence, del narcotraffico e del terrorismo globali, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, e Stickin ‘in to the Matrix . Potete iscrivervi gratuitamente alla sua rubrica settimanale Left Hook @ Deanhenderson.wordpress.com

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After Libya, the usurers of the temple are pointing to Mali, watching Algeria… ~ Dopo la Libia, gli usurai del tempio puntano al Mali e guardano all’Algeria… ~

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After Libya, the usurers of the temple are pointing to Mali,
watching Algeria …

Mali, Hagel & the Rothschilds

Yesterday, as if to send a message to the US Senate Armed Services Committee, Israel bombed a convoy on the Syria/Lebanon border. It seems to have worked. This morning, chicken hawks on that committee with names like McCain and Inhofe are busy grilling Obama Defense Secretary Nominee Sen. Chuck Hagel (R-NE) as to his unflagging allegiance to mother Israel and the military-industrial complex alike.
Meanwhile, the Rothschild-led City of London Illuminati banksters who run the dog and pony show otherwise known as Israel, seek to grab more global resources – this time in the north African country of Mali.
On February Tuareg rebels based in northern Mali, with help from al Qaeda remnants trained and armed by Rothschild intelligence agencies MI6 and Mossad to overthrow the neighboring Qaddafi government in Libya, attacked government troops in the Algerian border town of Tinzaouaten.
Secular Tuareg tribal people – represented by the Azawad National Liberation Movement – have for decades demanded greater autonomy from the central government in Bamako. Yet they have always been content to remain in their northern Mali homeland.
But Libyan al Qaeda in the Maghreb forces calling themselves Ansar Dine called for the imposition of Islamic law in northern Mali, then mysteriously attacked to the south. Why, if they were attempting to turn northern Mali into an al Qaeda safe-haven (as the “official” story goes), would they attack the central government in Mali and blow their cover?
These Islamists, who were also responsible – with help from the UAE – for the attack on the US embassy in Bengazi which killed US Ambassador Christopher Stevens and three others, fit the age-old pattern of M16/Mossad destabilization on behalf of the Rothschild-led City of London resource vampires (see my book Big Oil & Their Bankers…).

While speaking last week at the Ralph Bunche Center, the head of AFRICOM – General Ham – admitted that the US had trained many of the Mali rebels involved in the 2012 coup, including its leader Captain Amadou Sanogo. (http://www.veteranstoday.com/2013/01/29/us-trained-mali-rebels-commander-visited-us/)

On April 8th, 2012 twice democratically-elected President Amadou Toumani Toure was forced to step down, just prior to scheduled Presidential elections in which he was not eligible to run. Interestingly, all other potential winners in this election were against any foreign intervention in Mali to “put down” the “al Qaeda” rebellion.
Despite the anti-intervention mood of the people of Mali, soon there were cries from ECOWAS and the UN Security Council for the need to insert foreign troops into Mali. On January 11th the French former colonial masters did just that.
So why did the French intervene in Mali, but not in the Central African Republic, whose government had also been attacked by rebels?
The real reason for the al Qaeda provocation which “required” foreign intervention may lie in the rich mineral resources recently discovered beneath Mali’s soil. Already Africa’s third largest gold producer, Mali is also rich in diamonds, uranium, iron ore, manganese, bauxite, lithium, phosphate, lignite, copper, gypsum and marble.
Oil exploration has recently increased in Mali and the nation has the potential to become a major transportation route between sub-Saharan Africa and Europe.
With yet another Rothschild resource grab in progress – this time mostly paid for by generous middle-class French taxpayers – the confirmation of Chuck Hagel can be seen as a seminal event. If confirmed, we could see both a significant move away from Israel and substantial Pentagon cuts.
Border bombings, escalations and other threats aside, it’s time the flush the Israeli terrorists out of the briars and follow the stench all the way up the food chain to the inbred Rothschild scum that runs these provocateurs.

Dean Henderson is the author of four books: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix. You can subscribe free to his weekly Left Hook column @ http://www.deanhenderson.wordpress.com
Source: DeanHenderson

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2013: Berlusconi su Libia, Gheddafi era amato dal suo popolo

Berlusconi su Libia:
“Gheddafi era amato dal suo popolo” (ita/fra). 30/1/2013

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ROMA (RADIO ITALIA IRIB) – Dichiarazioni sconcertanti di Silvio Berlusconi sulla Libia che confermano che fu la Francia e soprattutto il presidente Sarkozy a scatenare la guerra in Libia.
Secondo i media italiani, raccontando la verità sulla Libia a distanza di mesi dal crollo del regime di Gheddafi e dall’assassinio del rais, Berlusconi ha spiegato: “Non era primavera araba, non era una rivoluzione della gente, Gheddafi era amato dal suo popolo”, perché mancava la libertà ma il popolo aveva il pane e la casa gratis. E’ stata ”una decisione del governo francese di andare a intromettersi in una disputa interna, fatta passare come una rivoluzione”. “Sarkozy ce l’aveva con me – ha raccontato Berlusconi – perché, andato in Libia, vedendo tutti quei grandi manifesti trenta metri per quindici, con Gheddafi che mi abbracciava e diceva il giorno della vendetta trasformato nel giorno dell’amicizia, è tornato a casa e ha detto ai suoi: l’Italia, Berlusconi ci ha fregato tutto il gas e il petrolio libico”.

Le dichiarazioni di Berlusconi confermano rapporti di intelligence diffusi negli ultimi mesi ed anche le dichiarazioni di fonti vicine all’ex presidente francese che spiegano che Sarkozy aveva ricevuto soldi per la sua campagna elettorale da Gheddafi e che decise di eliminarlo perchè “sapeva troppo su di lui”. Secondo alcuni resoconti furono proprio le forze speciali francesi ad assassinare Muammar Gheddafi.

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FRA: Emarrakech Agence de Presse

Berlusconi : La chute de Kadhafi n’était pas une révolution, mais un complot français ~ Berlusconi su Libia: Gheddafi era amato dal suo popolo ~ (+Video italiano)

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Berlusconi :
“La chute de Kadhafi n’était pas une révolution, mais un complot français”

A une agence de presse italienne, a donné entretien, l’ex président du conseil italien, Sylvio Berlusconi, évoquant la guerre en Lybie, qui fit mort, Mouamar Kadhafi, et à laquelle avait pris part l’Italie sous lui, avec aviation, marine et bases aériennes.
A cette guerre, Berlusconi a refusé le qualificatif de révolution : «Ca n’a jamais été une révolution, mais bel et bien un complot européen».
Son instigateur, Berlusconi nomme un pays et un homme, «La France et son président d’alors Nicolas Sarkozy».
«Ils ont tout provoqué» a accusé Berlusconi, selon ce qu’a rapporté le journal londonien Al Quds Al Arabi.
Du voyage à Benghazi du philosophe franco-israélien Bernard Henry Levy, jusqu’à son très dramaturgique appel d’aide adressé à Nicolas Sarkozy alors président, Berlusconi, en dit qu’il s’ait agit de mise en scène.
«Les avions français ont attaqué la Libye bien avant la décision du conseil de sécurité de l’ONU» souligne t il, expliquant que l’objectif pour la France, talonnée aussitôt par la Grande Bretagne, était prioritairement de détruire les équipements et infrastructures de la Lybie, en plus de tuer Kadhafi.
Il ajouta que les deux pays européens voulaient, pour lutter contre la crise économique chez eux, faire refaire par leurs entreprises, les infrastructures de la Libye , après leur destruction, en se faisant payer avec l’argent de son pétrole.
A rappeler que grande fut la proximité entre Berlusconi et Kadhafi, jusqu’à ce que le premier, ne se retourne contre le deuxième et ne participe à son terrassement.

Gaddafi e la decolonizzazione della Libia

1 dicembre 2012

Gaddafi e la decolonizzazione della Libia

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DEDICATO AI RATTI TRADITORI (termine coniato da Muammar Gaddafi e che ora i rinnegati ripetono come stupidi pappagalli) CHE HANNO DISTRUTTO L’UNITÀ, INDIPENDENZA E SOVRANITÀ DELLA LIBIA GRAZIE ALLE BOMBE AMERICANE E NATO. VOI AVETE COMMESSO IL PIÙ GRAVE CRIMINE CHE UN UOMO POSSA COMMETTERE CONTRO LA PROPRIA TERRA: NON C’È PERDONO PER TALE VILE ATTO, PAGHERETE PER TUTTO CIÒ. TORNEREMO PRESTO. GADDAFI NON MUORE MAI.

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GAddafi, rapidamente e in modo determinato, riuscì ad espellere gli imperialisti.

Liberazione significa espellere gli imperialisti bianchi, non invitarli a ritornare per bombardarvi e occuparvi

by Sukant Chandan – Sons of MalcolmTraduzione di A.Lattanzio – SitoAurora

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Il libro di Jonathan Bearman del 1986 sulla Libia, è il migliore sull’argomento che ho trovato. Tutti gli altri libri omettono fatti importanti, come ad esempio i lavori di Robert Bruce St. John (probabilmente ‘L’autorità occidentale sulla Libia’) ripuliscono il ruolo di USA, inglesi e francesi in Libia. C’è un battibecco sui libri sulla Libia più recenti, in particolare riguardo alla caduta della Jamahirya, è un peccato che il libro di Vijay Prasad sulla Libia sia anch’esso pieno di omissioni e distorsioni su ciò che è avvenuto in Libia, in particolare nel periodo di riavvicinamento (post 1999) e dal febbraio 2011; una vergogna da parte di qualcuno che ha basato gran parte della propria carriera su un libro, generalmente buono, sulla storia del Movimento dei Paesi Non Allineati e il movimento anti-imperialista dopo la seconda guerra mondiale. Mi sforzerò di rivedere il libro di Prasad nel prossimo periodo.

Il seguente estratto dal libro di Bearman dimostra come la rivoluzione libica dell’1 settembre 1969, guidata da Muammar Gheddafi, compisse dei concreti passi nei primi mesi, e a uno-due anni dalla rivoluzione, adempiendo alla missione del più grande patriota libico, Omar al-Muqtar, espellendo i colonialisti dalla Libia. Ciò venne ottenuto dalla leadership del Consiglio del comando rivoluzionario, il corpo principale della rivoluzione con Gheddafi al suo timone, dall’ideologia  nazionalista ‘terzomondisa’/internazionalista, nazionalista panaraba e di giustizia sociale; per molti aspetti strettamente alleato e protetto dal vicino egiziano Gamal Abdel Nasser, da cui Gheddafi ridenominava le basi aeree di al-Adem e Tobruk, dopo che questo grande leader africano e arabo aveva espulso gli inglesi dalle loro basi, che per inciso, furono le prime da cui le SAS operarono.

La SAS ritornarono in Libia nel febbraio 2011, grazie a tutti quegli agenti di MI6, CIA e servizi segreti francesi che addestrarono i loro squadroni della morte, erroneamente chiamati “ribelli”, con l’aiuto e il supporto di britannici, yankee, francesi e altre potenze della NATO che hanno trasformato la Libia dallo Stato più prospero, pacifico e sviluppato dell’Africa, in uno che tortura e lincia persone di colore e patrioti, distruggendo la pace tra le tribù, sotto Gheddafi, con una folla di 400 milizie. Sappiamo tutti che le SAS cooperavano con i ribelli fin dai primi giorni della ribellione, puntando a un piano da molto tempo studiato per il cambiamento di regime. L’estratto seguente mostra come le conquiste storiche della rivoluzione di Gheddafi di al-Fatah, del  1 settembre, sono state completamente sovvertite. Speriamo che i nordafricani e i libici rivedano l’esperienza della Rivoluzione, vedano i molti vantaggi avuti dal popolo libico e dai popoli oppressi che resistono in tutto il Mondo, e perseguano la via della riconquista di tale strategia, in nuove circostanze e sfide.

Oggi la città di Bani Walid resiste affrontando l’assalto totale di questi squadroni della morte e dei loro padroni della NATO, dimostrando al Mondo come un popolo fiero si opponga a testa alta in difesa delle proprie tribù, terra, famiglie e dignità. Coloro che scelgono di giustificare ciò che sta accadendo a loro e al popolo libico sono nemici dei popoli, nemici di Omar al-Muqtar. Dio e gli antenati faranno giustizia di loro.

‘La cacciata delle basi’
La Libia di Gheddafi, Jonathan Bearman, 1986, Zed Books, pagine 76-79

Per i clienti strategici della Libia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il discorso anti-coloniale intrapreso dalle nuove autorità ebbe un impatto immediato e devastante nell’eliminazione delle loro basi militari. Queste non erano di scarsa importanza. Le strutture militari inglesi e statunitensi in Libia aggiungevano un’ulteriore dimensione agli occidentali, alla NATO in particolare, riguardo possibili interventi nella regione. I campi di Wheelus e al-Adem non avevano rivali nell’offrire spazio per le esercitazioni militari. Mentre la RAF e l’USAF beneficiavano di condizioni quasi perfette per volare a bassa quota, usando proiettili veri, la Cirenaica concedeva ai britannici l’accesso a un terreno ideale per le grandi manovre. L’opposizione britannica e statunitense alle intenzioni dichiarate dal nuovo regime di espellere la presenza militare straniera, era prevista. Per gli Stati Uniti, in particolare, la chiusura della base Wheelus sarebbe stata una perdita strategica,  colpendone le capacità militare nella regione, in un momento in cui la presenza sovietica in Egitto stava crescendo.

La minaccia alle basi era la preoccupazione principale di Londra e Washington, dopo l’improvvisa  deposizione della monarchia. In effetti, inglesi e statunitensi, evitando un’azione precipitosa a sostegno del regime di Idris, avevano sperato di salvaguardare il futuro dei loro impianti con un nuovo accordo con le nuove autorità. Non c’era nessuna garanzia, la posizione ufficiale del RCC era chiara: nessuno dei due Paesi avrebbe avuto soddisfazione, senza ricorrere alla forza. Nonostante le smentite pro-forma del Foreign Office britannico, era noto nel mondo arabo che gli inglesi avevano un piano di emergenza per intervenire in Libia. Nell’ambito del trattato anglo-libico del 1953, un protocollo segreto prevedeva l’invasione della Libia in caso di emergenza. I dettagli del piano, nome in codice Operazione Radford, furono ottenuti dagli egiziani nel 1965 da un archivista del ministero della difesa britannico. Pubblicato su al-Ahram, il piano richiedeva lo spostamento di truppe britanniche da Germania, Malta e Cipro per difendere il re e ristabilire l’ordine. Secondo Mohammed Heikal, caporedattore di al-Ahram, il regime di emergenza era destinato proprio alla situazione che si era verificata in Libia. Ciò che scoraggiò gli inglesi fu la velocità e la decisione con cui i Liberi Ufficiali agirono. Se fosse seguita una lunga lotta, Gran Bretagna e Stati Uniti avrebbero inventato un pretesto per l’intervento.

Con Gheddafi, gli inglesi e gli statunitensi dovettero affrontare un nuovo leader che avrebbe agito  senza compromessi. Nel suo discorso a Tripoli del 16 ottobre, Gheddafi promise coraggiosamente che avrebbe trasformato il paese in un ‘campo di battaglia’ se gli inglesi e gli statunitensi non se ne fossero andati in “modo ragionevole”. Due settimane dopo, il 29 ottobre, l’RCC fece il suo approccio formale alla Gran Bretagna, a riguardo, chiedendo l’evacuazione rapida delle forze britanniche dal territorio libico. Gli inglesi, con il ministro della difesa Denis Healey, valutarono la situazione con attenzione. La perdita dei campi di addestramento in Cirenaica era considerata grave, ma non sembrava esserci alternativa all’accettazione. L’esperienza di Suez e della guerra civile algerina metteva in guardia contro ulteriori avventure coloniali. Il governo Wilson rispose con una richiesta di colloqui che durarono due sessioni, per un totale di sei ore. Al primo incontro, l’8 dicembre, l’ambasciatore britannico Donald Maitland fu incaricato di ammettere il principio di recesso. Dopo di che, fu semplicemente una questione di dettagli. Nella seconda sessione, una settimana più tardi, Maitland annunciava il termine della partenza per il 31 marzo 1970. Anche prima che i colloqui fossero iniziati, gli inglesi avevano ridotto la loro presenza ad al-Adem e Tobruk da 2.000 a 1.000 effettivi, tra ottobre e dicembre. Nel forzare la questione, i libici avevano abilmente disposto una serie di potenti scambi.

Più importante fu la loro capacità, particolarmente pregiudizievole per una potenza petrolifera in ascesa, di minacciare il ritiro dei loro depositi, intorno a 384 milioni di sterline. Se questo si fosse rivelato insufficiente, avrebbero potuto anche avviare l’annullamento dei contratti non indispensabili, e nazionalizzare gli interessi britannici della BP ed altri, in Libia. Gli inglesi, invece, si trovavano in una situazione di relativa debolezza, non potevano contrastare la Libia con la minaccia di sospendere il contratto per la fornitura di 200 carri armati Chieftain, ordinati dal regime precedente per aumentare la capacità terrestre delle forze armate libiche. Sarebbe stato un gesto di sfida inefficace. A quel tempo, l’impegno oltremare britannico veniva ampiamente rivisto, mentre il governo laburista iniziava il ritiro inglese da est di Suez. Gli inglesi erano semplicemente inclini ad accordarsi con un altro governo nazionalista. La missione di Maitland, per quanto riguardava Whitehall, doveva incitare i libici a un comunicato congiunto che sottolineava i vantaggi reciproci da una ulteriore cooperazione anglo-libica. Per Londra si trattava di limitare i danni, soprattutto per proteggere i vasti interessi economici britannici.

In seguito a tale successo, l’RCC rivolse la sua attenzione verso l’evacuazione della base aerea statunitense di Wheelus. I colloqui iniziarono a dicembre, subito dopo che gli inglesi avevano iniziato ad andarsene, ma non senza una grande inquietudine sulla prospettiva della gestione della sofisticata base, sede regionale dell’USAF, da parte di un ‘regime radicale arabo’. In effetti,  sembrando probabile che i libici consegnassero le strutture all’Unione Sovietica, l’amministrazione Nixon non avrebbe concesso il ritiro. Ma Gheddafi insisteva che i libici non avrebbero aperto le strutture ad altre potenze straniere. ‘La Libia rivoluzionaria non potrà mai sostituire uno straniero con un altro straniero o un intruso con un altro intruso’, avrebbe detto secondo il Lybian Mail del maggio 1970. In ogni caso, la decisione della Gran Bretagna di ritirarsi aveva già spiazzato gli statunitensi, così Washington accettò. Il 24 dicembre, il giorno dopo che i britannici avevano annunciato il loro ritiro, una dichiarazione congiunta libico-statunitense annunciava laconicamente che gli Stati Uniti avrebbero seguito l’esempio il 30 giugno. In effetti, l’evacuazione degli statunitensi, come degli inglesi, venne finalmente effettuato prima della scadenza, e con un minimo sforzo.

Gli inglesi finalmente lasciarono la Libia il 28 marzo, e gli statunitensi completarono il loro ritiro l’11 giugno. Fu un risultato storico. Celebrando la ‘vittoria contro l’imperialismo’, le autorità rivoluzionarie ridenominarono l’al-Adam Airbase, Gamal Abdul Nasser Airbase, e Field Wheelus, Okba bin Nafi Airbase, da un conquistatore arabo della Libia. Qualsiasi speranza che uno dei due Paesi avesse di mantenere una certa influenza militare in Libia, attraverso accordi di fornitura e addestramento, fu presto dissipata. Il 29 dicembre, dopo il suo successo iniziale, il RCC annullò il contratto del vecchio regime con la British Aircraft Corporation. A novembre, un primo tentativo di riavvicinamento venne fatto dal governo francese, come rifornitore alternativo di armi […] I francesi vi videro un mezzo per estendere la loro influenza in Africa del Nord, a spese degli inglesi e degli statunitensi. Nel gennaio 1970, la conclusione della transazione fu annunciata: la Francia vendeva alla Libia i primi 50 aerei Mirage V, 15 da consegnare nel 1971. I libici volevano questi aerei da guerra francesi, molto ambiti, per ricostruire l’arsenale arabo dopo il confronto con Israele.

Nasser vide nella Libia una via di rifornimento di quelle armi che sarebbero state, invece, bloccate dall’embargo occidentale. Mentre la trattativa era ancora in corso, Gheddafi disse: “Se sarà possibile ottenere Phantoms o Mirages, si avrebbe una colossale  forza araba“. [L’accordo finale dei francesu con la Libia] del 31 gennaio, riguardava 110 aerei da guerra […] Non vi erano condizioni allegate sul loro uso nel conflitto in Medio Oriente, tranne che essere ‘basati’ e ‘gestiti’ solo in Libia. Le uniche limitazioni reali applicate al loro uso, era evitare lo scontro con Stati clienti della Francia in Africa. L’accordo fu un altro trionfo delle autorità rivoluzionarie. Non solo l’RCC espulse le basi straniere, ma aveva drasticamente posto fine alla sua dipendenza militare da Gran Bretagna e Stati Uniti; la Gran Bretagna aveva perso la posizione di principale fornitore dell’esercito e della marina libici, e gli Stati Uniti vennero spodestati dal ruolo di primo contraente dell’aviazione libica. Avviando l’acquisto di armi dalla Francia, il RCC aveva un maggiore margine di manovra nel perseguire i propri obiettivi nazionalisti […] Le autorità rivoluzionarie riuscirono nel loro obiettivo più importante: spezzare la morsa militare britannica e statunitense sulla Libia.

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CON SOTTOTITOLI ITALIANI

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by Sukant Chandan – Sons of Malcolm

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

LibyanFreePress.net Network reloaded at

https://libyanfreepress.wordpress.com/2012/12/01/8288/

Quello che i libici non avranno più.

Vorrei ricordare agli assassini e traditori vari, ( ma anche a chi finge di non sapere ), come era la Libia di Gheddafi e cosa è stato ” democraticamente ” distrutto.

Elettricità domestica gratuita per tutti
■Acqua domestica gratuita per tutti
■Il prezzo della benzina è di 0,08 euro al litro
■Il costo della vita in Libia è molto meno caro di quello dei paesi occidentali. Per esempio il costo di una mezza baguette di pane in Francia costa più o meno 0,40 euro, quando in Libia costa solo 0,11 euro. Se volessimo comprare 40 mezze baguette si avrebbe un risparmio di 11,60 euro.
■Le banche libiche accordano prestiti senza interessi
■I cittadini non hanno tasse da pagaren e l’IVA non esiste.
■Lo stato ha investito molto per creare nuovi posti di lavoro
■La Libia non ha debito pubblico, quando la Francia aveva 223 miliardi di debito nel Gennaio 2011, che sarebbe il 6,7% del PIL. Questo debito per i paesi occidentali continua a crescere

■Il prezzo delle vetture (Chevrolet, Toyota, Nissan, Mitsubishi, Peugeot, Renault…) è al prezzo di costo
■Per ogni studente che vuole andare a studiare all’estero, il governo attribuisce una borsa di 1 627,11 Euro al mese. ■Tutti gli studenti diplomati ricevono lo stipendio medio della professione scelta se non riescono a trovare lavoro
■Quando una coppia si sposa, lo Stato paga il primo appartamento o casa (150 metri quadrati)
■Ogni famiglia libica, previa presentazione del libretto di famiglia, riceve un aiuto di 300 euro al mese
■Esistono dei posti chiamati « Jamaiya », dove si vendono a metà prezzo i prodotti alimentari per tutte le famiglie numerose, previa presentazione del libretto di famiglia
■Tutti i pensionati ricevono un aiuto di 200 euro al mese, oltre la pensione.
■Per tutti gli impiegati pubblici in caso di mobilità necessaria attraverso la Libia, lo Stato fornisce una vettura e una casa a titolo gratuito. Dopo qualche tempo questi beni diventano di proprietà dell’impiegato.
■Nel servizio pubblico, anche se la persona si assenta uno o due giorni, non vi è alcuna riduzione di stipendio e non è richiesto alcun certificato medico

■Tutti i cittadini della libia che non hanno una casa, possono iscriversi a una particolare organizzazione statale che gli attribirà una casa senza alcuna spesa e senza credito. Il diritto alla casa è fondamentale in Libia. E una casa deve essere di chi la occupa.
■Tutti i cittadini libici che vogliono fare dei lavori nella propria casa possono iscriversi a una particolare organizzazione, e questi lavori saranno effettutati gratuitamente da aziende scelte dallo Stato.
■L’eguaglianza tra uomo e donna è un punto cardine per la Libia, le donne hanno accesso a importanti funzioni e posizioni di responsabilità.
■Ogni cittadino o cittadina della Libia si puo’ investire nella vita politica e nella gestione degli affari pubblici, a livello locale, regionale e nazionale, in un sistema di DEMOCRAZIA DIRETTA (iniziando dal Congresso popolare di base, permanente, fino ad arrivare al Congresso generale del popolo, il grande Congresso nazionale che si riunisce una volta all’anno) .

Libia 2011: La sporca guerra in Libia, i gas democratici sui civili.

23 ottobre 2012.
Ci vorrebbero tomi interi per scrivere tutto quello che la stampa italiana occulta. Se continueremo a seguire le vicende della sporca guerra civile in Siria, di oggi le bombe ribelli sugli inermi civili cristiani, dall’altra parte del Mediterraneo un’altra sporca guerra è invece dimenticata: la guerra civile in Libia. I diritti umani, si sa, sono merce pregiata, pertanto vanno maneggiati con parsimonia.
Quindi sarebbe inutile versare pianti o rabbrividire per quello che stanno facendo i governativi sulla popolazione tripolitana. I governativi, cui è stata immediatamente data la patente di liberatori democratici, sono i “nostri alleati” (o meglio alleati della Francia, dell’Inghilterra e di quegli italiani, pacifisti o pacifinti fino al giorno prima, che tanto hanno premuto perché Berlusconi non bloccasse la guerra democratica a Gheddafi), quindi non è proprio il caso che i nostri mezzi di informazione ci informino di cosa stiano facendo quelli che Sarkozy e alleati vari hanno fatto vincere.


Di quello che sta succedendo a Bani Walid, ad esempio, nulla si sa, tranne qualche misero articoletto dove si spiega, con un disprezzo per la verità pari al disprezzo per la vita umana, che i governativi stanno piegando le ultime forze gheddafiane del paese: la realtà pare un po’ differente. E’ una realtà atroce di bombardamenti su civili inermi, sugli ospedali e bombardamenti a gas (già il gas, che bravi ragazzi questi democratici aiutati dall’occidente!).
Una delle testimonianze viene da un fotografo di Agence France Presse che si trovava nei paraggi di Bani Walid, il quale parla di almeno 20 morti e 200 feriti nella sola giornata di sabato oltre che di fiumane di civili che scappavano in preda al panico.
Non potendo contare sull’Europa premio nobel per la pace, i capitribù e i civili di Bani Walid, hanno postato i video delle atrocità (si vedono bimbi maciullati dalle bombe), le foto e le loro e mail al governo russo e a Russia Today, da cui traiamo una parte delle notizie, nella speranza che almeno i russi possano fare qualche cosa per salvare le loro vite.
Quello che scrivono è orribile: sono sotto assedio dall’inizio di ottobre, hanno elettricità per due tre ore al giorno, sono a corto di cibo, hanno finito il latte per i bambini, sono senza medicine e l’ospedale cittadino è sotto il fuoco dell’artiglieria.
Le testimonianze dall’interno parlano di attacchi coi gas da parte dei governativi sui civili e la prova che portano è nelle foto che ritraggono gli attaccanti con le maschere antigas (ci pare una prova credibile, perché mai gli attaccanti userebbero maschere antigas se non avessero usato il gas?).
Nella giornata di domenica centinaia di abitanti di Bani Walid erano andati a Tripoli per chiedere al neonato parlamento libico il cessate il fuoco, ma la risposta è stata a base di scariche di fucile da parte della polizia.
Il testimone intervistato da RT (con volto reso irriconoscibile per ovvi motivi) conclude dicendo che l’obbiettivo delle milizie è uno soltanto: far sparire dalla faccia della terra la tribù di Bani Walid.
Lasciando stare quello che gli ex ribelli, oggi governativi, stanno facendo al figlio del dittatore morto, Seif al Islam Gheddafi, da mesi prigioniero sotto tortura, l’Europa premio nobel per la pace (non carichiamo certo il professor Monti di queste incombenze, sarebbe già molto se ci riportasse i nostri marò dall’India) dopo aver imposto al paese questi ribelli potrebbe almeno fare finta di interessarsi del destino della popolazione libica. O almeno informare i cittadini di questa Europa di quello che succede.
Ma i diritti umani, si sa sono merce pregiata, pertanto vanno maneggiati con parsimonia.
articolo di Gianni Candotto – Qelsi

Fonte:http://www.blog.art17.it/2012/10/23/la-sporca-guerra-in-libia-i-gas-democratici-sui-civili/

Anche su: banihttp://marionessuno.blogspot.it/2013/03/la-sporca-guerra-in-libia-i-gas.html

Intervista a Lizzie Phelan

Lizzie Phelan, londinese, 25 anni, è una giornalista inglese – anche se ci tiene a specificare le sue marcate origini irlandesi – divenuta nota al pubblico per le sue attività di corrispondente di guerra per i network internazionali Russia Today e Press TV, dal teatro di conflitto libico nei mesi della drammatica contrapposizione interna e dei bombardamenti della Nato sul Paese mediterraneo.
8 marzo 2012
Contestata da alcuni colleghi per aver riportato verità evidentemente non in linea con il quadro (poi effettivamente dimostratosi distorto e manipolato) degli eventi, fornito dai principali canali informativi occidentali, Lizzie Phelan è tutt’ora impegnata in prima linea per cercare di informarci sui fatti che stanno agitando la Siria. L’abbiamo contattata per alcune domande e per conoscerla meglio.
Lizzie Phelan

Andrea Fais: Durante i duri mesi della Guerra in Libia, sei stata accusata dai più famosi media occidentali di non essere obiettiva nei tuoi reportage e addirittura di essere una specie di attivista in favore della Jamahiriya di Gheddafi. Un trattamento simile è stato riservato ad altri giornalisti indipendenti come Mahdi Darius Nazemroaya o Thierry Meyssan. Cosa hai visto esattamente in quel teatro di guerra e, secondo te, perché i mezzi di comunicazione accusano tutti i giornalisti che provano a riportare un’altra versione dei fatti, diversa da quella dominante in Occidente?
Lizzie Phelan: Steve Biko disse una volta: “Il più grande mezzo nelle mani degli oppressori, è la mente degli oppressi”. Questa domanda riguarda l’imperialismo culturale che risulta incomprensibile senza fare riferimento al suo ruolo nella storia. Ciò che la Libia ha subito ad opera delle strumentazioni culturali dell’imperialismo non è differente da ciò che hanno subito le vittime delle aggressioni imperialiste, come per esempio i Celti sino a giungere all’Iran, la Russia e la Cina al giorno d’oggi, e continuerà ad essere così fin quando l’imperialismo continuerà a piegare l’umanità. L’imperialismo occidentale è un sistema che avvantaggia solo una piccola percentuale della popolazione mondiale e inoltre è un sistema di assoluta ingiustizia. E così, in modo che l’imperialismo allontani l’inevitabilità di una effettiva resistenza ad esso, è essenziale che esso taccia sui suoi crimini alle proprie popolazioni, che nella storia saranno a quel punto giudicate come complici. L’imperialismo raggiunge questo promuovendo il sostegno all’egemonia occidentale quasi completamente attraverso le sue risorse mediatiche, che nel contesto attuale avviene tramite il sistema educazionale e i mezzi di comunicazione (compresa la musica, il cinema, i giornali, le mode e le produzioni). E attraverso tali mezzi, storicamente la sua tattica più efficace è stata quella di creare divergenze reali e percepite, tra la maggioranza mondiale che opprime e controlla più brutalmente, come recita il famoso ordine del divide et impera. Una delle differenze più importanti nel contesto dell’imperialismo occidentale è quella della razza, che per semplificare posso definire come una nozione in base a cui vi sono differenze innate tra persone di diverso colore della pelle e per cui le maggiori differenze sono tra persone che hanno colori della pelle più dissimili. La gente oggi spesso giustifica la propria ignoranza razzista sostenendo che non esiste una cosa come il razzismo perché non esiste qualcosa come la razza. Dunque l’analisi della supremazia dei bianchi abbandona questo tipo di persone, perché questa gente mente a sé stessa sul fatto che la supremazia bianca sia confinata nella storia, quando può soltanto esserlo una volta che l’imperialismo occidentale lo sia. Questo avviene perché se è vero che le razze non esistono, esiste pur sempre una netta percezione delle razze e questo è il più efficace strumento per raccogliere la complicità popolare della minoranza nel controllo dell’elite globale occidentale sulla maggioranza non bianca.
Le radici del razzismo contro i popoli di colore sono remote, ma soprattutto durante il commercio schiavistico transatlantico, sul quale le moderne nazioni imperialiste – specialmente la Gran Bretagna e gli Stati Uniti – furono costruite, il modo più diretto per quelle elite nel Nord America di prevenire le rivolte nel proprio giardino di casa era quello di fornire qualche piccolo e miserevole privilegio alle popolazioni povere bianche rispetto alla minoranza degli schiavi di colore. Questo aveva l’effetto duplice di creare tra le classi bianche meno abbienti la percezione che sotto quel sistema essi erano superiori alla popolazione di colore così come il timore che avrebbero potuto peggiorare le loro condizioni rispetto a quel che già erano. L’elite vuole sempre tanto per se stessa, ma i privilegi pietosi che hanno dato ai bianchi erano un investimento per rafforzare la loro posizione dominante non solo per impedire che i poveri bianchi si coalizzassero con i poveri di colore per rovesciare il dominio dell’elite una volta per tutte, ma anche per garantirsi che agissero efficacemente con una propria forza di sicurezza informale per reprimere le rivolte delle popolazioni di colore. C’è una stretta analogia con ciò che dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’elite britannica fece per reprimere ogni effettiva resistenza del popolo britannico contro questa e i suoi crimini, persino più gravi contro le popolazioni del Sud del pianeta, introducendo il welfare state.
Questo fu rafforzato attraverso la propaganda che promuoveva la criminalizzazione e dunque la paura per la popolazione di colore – una psicologia sotterranea spiegata in profondità da Frantz Fanon. E ovviamente non sono soltanto i popoli bianchi ad essere bombardati con l’informazione manipolata dall’elite imperialista bianca, ma tutti i popoli e dunque la percezione della supremazia bianca è estesa a i popoli non-bianchi al punto che ha condotto a presumere il concetto che più attributi “bianchi” si hanno, maggiori sono i vantaggi. Questo ha creato divisioni non solo tra i bianchi e i non-bianchi, ma all’interno persino delle stesse popolazioni non-bianche che sono stato ugualmente plagiate nel pensare che le loro sofferenze non siano causate dall’elite imperialista ma da quelli che sono maggiormente schiacciati da quel sistema. L’imperialismo occidentale ha assicurato l’espansione di questa strategia in tutti gli angoli del mondo, con l’Africa e i suoi popoli che sono i più colpiti. È importante per questo comprendere ed essere in grado di spiegare perché la versione degli eventi in relazione alla Libia come riportata dai principali canali di comunicazione occidentali è opposta alla realtà. Muammar Gheddafi è stato il più bistrattato tra tutti i leader del Nord Africa, perché a differenza delle altre nazioni nord-africane giunte ad annoverare popolazioni a maggioranza nettamente araba, sotto la leadership di Gheddafi la Libia era più vicina al continente africano, e ricercava concretamente l’indipendenza dell’Africa dagli interessi dell’imperialismo occidentale. L’Africa è il granaio dell’imperialismo e i passi efficaci di Gheddafi per arrestare il neo-colonialismo sul continente costituivano il principale fattore che lo rendevano la pià grande minaccia per l’egemonia occidentale nel futuro prossimo. Lungo gli anni del potere di Gheddafi, la fraseologia spesso utilizzata per descriverlo tra i media imperialisti e addomesticati dall’elite occidentale, era tipica della terminologia razzista che è stata storicamente usata per descrivere i popoli d’Africa. Per esempio, Gheddafi qualora avesse indossato costumi tradizionali, parallelamente per descriverlo venivano usate espressioni come “eccentrico” o “cane matto”. Questo è solo un esempio di come la demonizzazione della Libia di Gheddafi è inziata prima che la Nato bombardasse a cominciare dal marzo dell’anno scorso.
Un tale ritratto era accompagnato da una totale assenza di documentazione delle realtà del Paese. La più importante era che nonostante i sofferti anni delle sanzioni occidentali, la Libia raggiunse il più alto livello nella classifica dello sviluppo umano in Africa, nell’educazione pubblica e nella sanità e bassissimi tassi di criminalità per citare solo alcuni obiettivi centrati. Finché la Nato non ha sostenuto il colpo di Sato dello scorso anno, la popolazione libica di colore si attestava a un terzo della popolazione complessiva e la maggioranza di essa sosteneva inevitabilmente Gheddafi. C’erano anche quasi un milione di lavoratori immigrati da altri Paesi africani che vivevano in Libia perché la Jamahiriyah (regime delle masse) garantiva a queste persone una vita migliore. Non è una coincidenza che i delegati a terra della Nato, i “ribelli”, fossero profondamente ispirati da sentimenti di odio razziale verso l’Africa nera, un fattore essenziale per l’Occidente in modo da distruggere tutte le conquiste che erano state costruire da Gheddafi per distruggere il nuovo colonialismo.
Questa strategia duale di divulgare bugie riguardo la Jamahiriyah – ad esempio che fosse una dittatura responsabile di sistematici crimini contro il suo popolo – e al contempo censurare ogni versione alternativa è diventata più violenta quando la crisi è esplosa nel Paese, e ormai non c’era alcuno spazio di diffusione per quest’ultima tra i media imperialisti.
Con davvero poche eccezioni, le sole persone nel mondo che hanno parlato riguardo simili risultati e la verità sulla crisi in Libia, sono state quelle legate ai movimenti rivoluzionari nel Sud del Mondo come quelli sud-africani, latino americani e afro-americani. Come per tutti coloro che si oppongo a chi resiste all’imperialismo, questi movimenti e i loro argomenti sono stati sempre trattati come nemici e demonizzati dai media imperialisti. Così la sola versione esposta alle masse è quella che promuove la supremazia occidentale e demonizza chiunque ad essa provi ad opporsi.
Uno degli esempi più limpidi di questo è la dottrina del “non ci sono alternative” promossa durante la premiership britannica di Margaret Tatcher. Non c’è alternativa al sistema occidentale di globalizzazione capitalista. Il musicista e scrittore Akala nel suo nuovo libro “Doublethoughts” elabora una analisi eccellente della nostra società ma meritoriamente presenta quella società, che lui colloca in un continente chiamato Ignorantia, come una finzione. Spiega in quale modo in Ignorantia, che è un sinonimo per indicare le nazioni imperialiste, la società sia completamente indottrinata per mantenere questa ignoranza, la violenza e il controllo come le tre maggiori virtù morali. Aggiunge che l’ignoranza è la punta della lancia di questo indottrinamento e che noi siamo educati dalla nascita a sottovalutare tutti i più oppressi dal sistema. Egli scrive: “[La] persistenza nel nostro sistema si basa sul fatto che noi accettiamo interamente, abbracciamo e incoraggiamo la sincera verità che l’uomo è ignorante, che tale ignoranza genera violenza e se non controllata quella violenza può seriamente essere usata e forse addirittura abusata [diretta verso un membro di una classe sociale inferiore ad esempio]”.
Nel caso della Libia, con l’ignoranza sul Paese diffusa con successo nella mente delle persone, gli imperialisti sono stati capaci di cavarsela con le masse che hanno accettato, ad esempio non resistendo, la loro versione per cui essi avrebbero monitorato tutto il territorio per proteggere la popolazione civile!
Il fatto che le masse non possano accorgersi di una simile follia, malgrado questa strategia sia vecchia di secoli, è un esempio piuttosto recente di quanto siamo ignoranti e quanto sia facile per gli imperialisti stabilire il controllo di chi si oppone all’agenda dell’egemonia occidentale o dell’unipolarismo. È come se i soli a cui viene mostrata la più devastante faccia dell’imperialismo possano vedere la verità, e quando ero in Libia e in Siria mi capitava spesso di sentire come in Occidente, quando parli della verità vieni trattato come un “cospirazionista”, mentre in quei luoghi la verità è la loro realtà e l’esistenza giornaliera.
Andrea Fais: Il tuo lavoro di corrispondente di guerra è molto complesso, e forse uno dei più pericolosi in generale. In un teatro di guerra, le regole della normale vita consuetudinaria spariscono e la realtà diventa completamente diversa dalla routine quotidiana: niente è sicuro e garantito, come era nel tuo Paese o nella vita di tutti i giorni di prima. E per una donna, tutto questo è forse anche più impegnativo che per un uomo. Perché hai scelto questo tipo di carriera?
Lizzie Phelan: In qualche modo, non ho scelto io questa carriera ma è lei ad aver scelto me. Vengo da una famiglia di sinistra che nelle sue origini è la mia famiglia irlandese, la quale fu attiva in prima fila nella estenuante e sanguinosa battaglia contro i britannici, e il nome “Phelan” è il nome originario della mia nonna irlandese, proveniente da una famiglia dei clan McAteer e Phelan, entrambi fortemente impegnati in quella battaglia. Suo padre, William Phelan, wea un membro dell’Esercito Civile Irlandese – uno dei reparti guida della Pasqua di sangue del 1916 contro il dominio di Londra. Fu imprigionato e torturato dai britannici nel 1920. Tra la famiglia McAteer, il mio parente Michael McAteer era nel secondo battaglione dell’IRA e fu coinvolto nell’assalto alle Quattro Corti che innescò la Battaglia di Dublino del 1922. Perciò, sono stata cresciuta con una consapevolezza su cosa sia l’imperialismo, perché sarà sempre contrastato con ogni mezzo possibile dai più oppressi e perché chiunque vi si opponga deve sostenere in maniera incondizionata coloro che combattono sulla linea del fronte.
Inoltre, prima io sono una giornalista, sono una sostenitrice della giustizia, e si può solo e veramente essere un tale sostenitore se ci si oppone al più iniquo sistema mai visto nella storia, l’imperialismo occidentale. Potrei essere accusata di abusare di questa citazione ma per me è molto importante. Malcolm X disse: “Se non state attenti i media vi faranno amare gli oppressori e odiare gli oppressi”. Questa è la verità e così io vedo il mio ruolo, in base ai mezzi che ho a disposizione per sfidare questa realtà, che è ciò per cui scelgo di raccontare gli eventi relativi ai fronti di guerra dai quali si resiste contro l’imperialismo e i suoi peggiori crimini. La sicurezza del mio Paese a cui fai riferimento non finisce quando lascio l’Inghilterra, bensì mi segue ovunque io vada. Questo non è per dire che sono assicurata dalla totale protezione, ovviamente potrei essere colpita dalle mitragliatrici o sfiorata dai proiettili, come qualsiasi altro civile. Ma a differenza di ogni altro civile, avendo un passaporto britannico, le probabilità di essere colpita penso siano davvero poche. È perché gli abusi contro un occidentale sono considerati con maggior gravità dai media imperialisti e dalle istituzioni politiche occidentali. Infatti, mentre ero in Libia durante l’invasione di Tripoli da parte dei ribelli sostenuta dalla Nato, un britannico che ho molta ragione di credere vicino ai soldati britannici, mi guardò e disse: “Quel passaporto britannico che tu odi è ciò che porterà in salvo la tua pelle”. Ovviamente aveva ragione, e fu quello a salvarmi. Se io fossi stata una giornalista libica, sarei stata subito uccisa o peggio quando i ribelli sarebbero entrati in città. Analogamente, i fatti che ho riportato riguardo la crisi libica non sono diversi da quello che le masse libiche stanno dicendo. Ma solo perché sono britannica, posso godere di una più grande “credibilità”. Questo rimanda chiaramente alla gerarchia dei privilegi stabilita dall’imperialismo, i maggiori di cui sono riservati a bianchi occidentali, come ti dicevo poc’anzi. Le persone che dispongono di tali privilegi, o negano di averli, sapendo di averli e non facendo niente per cambiare le cose, o usano l’accesso a questi privilegi come un viatico per sfidare il sistema che li ha creati. Come internazionalista, considero il mio ruolo orientato verso quest’ultima scelta. I potenziali sacrifici a cui questa scelta mi espone, sono nulla se paragonati ai sacrifici fatti da chi si trova sul fronte a difendere sé stesso e l’umanità dai brutali metodi imperialisti.
Andrea Fais: Un nuovo mondo sembra arrivare. L’ordine unipolare sorto nel 1991, dalle rovine della Guerra Fredda, giorno dopo giorno, sta scomparendo, lentamente sostituito da un nuovo ordine internazionale multipolare composto da nuove potenze emergenti come la Federazione Russa e la Cina, e nuove promettenti economie come l’India o il Brasile. Questo fenomeno ha dato a tali Paesi un impulso a formare nuove alleanze come il gruppo BRICS o l’Organizzazione per l Cooperazione di Shanghai. Quanto alto è il livello di allerta nelle stanze del Dipartimento americano alla Difesa?
Lizzie Phelan: Il nuovo mondo multipolare in arrivo è la continuazione delle grandi lotte secolari dei popoli del Sud del Mondo contro l’imperialismo ed è la prima fase della costruzione di un pianeta giusto che anziché incoraggiare l’autodistruzione, ponga le fondamenta per un progresso dell’umanità. Questo nuovo mondo verrà comunque, solo se le previsioni di Fidel Castro a proposito dei reali pericoli di una catastrofe ambientale o nucleare che distruggerebbe il mondo saranno neutralizzate. Il fallimento dell’unipolarismo dell’Occidente ha aumentato le possibilità di una catastrofe nucleare, e possiamo vedere che la recente intensificazione dell’aggressione militare cominciata con la distruzione atlantica della Libia è un segnale che l’Occidente è attanagliato dal panico nel tentativo di scatenarsi per recuperare la sua egemonia. Sia la Siria che la Libia sono importanti in quest’ottica per una serie di motivi. Anzitutto, ambedue gli Stati sono nell’area del Mediterraneo che l’Europa occidentale vede come il proprio cortile, e sia Muammar Gheddafi, sia Bashar al-Assad rifiutarono gli inviti della Francia a formare un’”Unione Mediterranea” che avrebbe incluso Israele. In un’epoca in cui l’Occidente sta innescando la competizione con Russia e Cina, è fondamentale che si assicuri in questa regione quella dominazione militare che ha, nel breve periodo, raggiunto già in Libia. Considerando la Siria parte dell’asse di resistenza ad Israele formato da Hezbollah, Siria e Iran, l’Occidente ritiene che è essenziale rovesciare la Siria di Assad, così che Hezbollah possa facilmente cadere e di conseguenza l’Iran possa essere facilmente aggredito. Questo lascerebbe inoltre sia la Russia, sia la Cina privi di alleati che potrebbero sfidare Israele.
Chiaramente questo è ciò che l’Occidente vorrebbe per tirarsi fuori ma un tentativo ancora più violento di distruggere la Siria, dacché il sistema dell’imperialismo stesso è irrazionale, potrebbe innescare una rappresaglia da parte dell’asse contro Israele, per ciò la mossa dell’Occidente è difficile da intuire. Questo avviene perché ci sono contraddizioni tra gli imperialisti, i liberali e i fanatici, che hanno stessi obiettivi, ma i primi hanno una più larga visione di lungo-termine che i secondi, rappresentati da figure come Netanyahu, non possiedono e sono dunque suicidi.
Credo sia inevitabile che una rappresaglia – che sarebbe una rappresaglia controproducente – arriverà molto presto da parte della resistenza all’imperialismo.
Ancora, citando Malcolm X: “Non ritengo che quando un uomo viene trattato in maniera criminale, quel criminale abbia il diritto di dire a quell’uomo che tattiche utilizzare per liberarsi del criminale. Quando un criminale comincia ad abusare di me, io userò tutto ciò che è necessario per liberarmene”.
Andrea Fais
Eurasia, 6 marzo, 2012.

Clio Evans: “Cosa ho visto in Libia (e cosa i media hanno taciuto)”

28 settembre 2011
Clio Evans ha incontrato più volte la guida della Jamahiriya libica, Muammar el Gheddafi, e si è recata in Libia anche durante la guerra.

L’abbiamo incontrata per conoscere il suo parere sugli eventi in corso.
G.M.: Tanto per cominciare ci puoi raccontare come hai incontrato Gheddafi?
C.E.: Ho conosciuto Gheddafi alla fine del 2009, quando è venuto in Italia e ha tenuto una conferenza presso l’Accademia libica di Roma, a cui hanno assistito più di 500 persone. Avevo già lavorato come interprete con l’agenzia che ha organizzato l’evento e ricordo che per l’occasione, causa motivi di sicurezza, non ci fu chiarito chi avremmo incontrato. Ci fu detto solamente di indossare un abbigliamento sobrio ed elegante e che avremmo ricevuto un rimborso spese per il trasporto. Tutto mi aspettavo fuorché incontrare Gheddafi di persona. Io ero seduta proprio di fronte a lui. Parlava con pacatezza, con un tono di voce molto basso. Ma la sua personalità carismatica si percepiva in tutta la sala.


G.M.: Di cosa vi ha parlato Gheddafi?
C.E.: Sono stati due giorni in cui si è parlato della situazione della donna in Libia e dell’islam. Gheddafi oltre a spiegarci il contenuto del suo “Libro Verde”, ci raccontò di come era considerata la donna nel mondo musulmano in passato e della sua progressiva affermazione, grazie anche a dei cambiamenti che egli stesso aveva promosso. Poi ha affrontato il tema della religione. Nella sala parecchie persone avevano sguardi perplessi ma credo si trattasse di quella diffidenza che si ha verso una cosa che non si conosce. Per me è stata un’esperienza interessante ed ho ascoltato ogni parola con molta attenzione.
G.M.: Dalle tue visite in Libia che impressione hai avuto della Jamahiriya?
C.E.: Dopo la firma del trattato di amicizia tra l’Italia e la Libia è nata l’iniziativa di scambi culturali con la Libia e nel 2010 l’ho visitata almeno cinque volte. Sono stata a Tripoli, Sabratha, Leptis Magna, nel Sahara e a Sirte.
Il clima che si respirava era sereno. Per le strade molti libici, soprattutto i più anziani, parlavano un po’ di italiano. Mi ha colpito il fatto che non ci fossero manifesti pubblicitari e la cosa destava ai miei occhi un profondo senso di pace. Mancava quel bombardamento di immagini a cui siamo sottoposti qui in occidente e del quale non ci rendiamo più conto, forse perché ormai ci siamo ridotti a consumatori assuefatti di qualsiasi prodotto che le multinazionali mettano in commercio. Le uniche gigantografie erano alcune che ritraevano Gheddafi. L’unico ‘altro’ uomo che si vedeva, trionfante, sulla facciata di un palazzo mentre stringeva la mano al leader libico, era Berlusconi.
Le città erano piene di cantieri e di edifici in costruzione, con architetti e ingegneri stranieri. Non sembrava di stare in Africa. In precedenza avevo visitato altri paesi africani ed ero stata colpita dalla povertà dilagante, ma anche dall’inquinamento e dalla disorganizzazione che vi regnava. Quando sono arrivata in Libia mi sembrava di stare in una Svizzera nordafricana.
Sabratha e Leptis Magna sono due siti archeologici da fare invidia ai Fori Imperiali. Sirte invece ha una minore densità di popolazione e infrastrutture moderne destinate ad accogliere i capi di Stato esteri che si riuniscono per i convegni internazionali.
G.M.: E il deserto?
C.E.: Il Sahara è una cosa magnifica. La pace dei sensi. Costellazioni a volontà e un senso di libertà totale. Abbiamo incontrato una famiglia di tuareg che vive dentro le immense rocce al riparo dal sole, ci ha offerto del tè. Gli uomini che vivono nel deserto sono gente semplice, con un grande senso della dignità. Persone che si svegliano e si coricano secondo i ritmi del sole. Persone che si orientano con le stelle e che vivono seguendo valori e tradizioni tramandati di generazione in generazione.
G.M.: A Roma Gheddafi vi ha parlato della condizione femminile, qual era la condizione della donna in Libia?
C.E.: Una volta sono passata per Jedda (Arabia Saudita) e la maggior parte delle donne erano coperte dalla testa ai piedi, anche le mani erano coperte da guanti neri. In Libia invece ho visto donne dal viso, e spesso anche dai capelli, scoperti. All’università c’erano tanti studenti, maschi e femmine, tutti curiosi e con voglia di conoscere le nostre abitudini.
L’accademia militare femminile ci ha mostrato delle donne molto forti che simulavano la cattura di un ricercato e la fuga da un palazzo in fiamme. Fra loro c’erano donne che allo stesso tempo erano mamme, mogli e soldatesse, come alcune delle guardie del corpo di Gheddafi. Non dimentichiamoci che tutt’ora in alcune regioni dell’Africa le donne non hanno alcun diritto e viene ancora effettuata sulle bambine la pratica dell’infibulazione.
G.M.: Gheddafi è da diversi decenni una personalità che suscita opinioni divergenti. Alcuni lo considerano un criminale, tu che idea ti sei fatta del leader libico?
C.E.: Premetto dicendo che sono istintiva e mi baso su ciò che una persona mi trasmette a pelle e a livello umano. Prima di incontrarlo ne avevo sentite di tutti i colori su di lui ma non per questo mi sono lasciata intimorire. Tutt’altro. Quando l’ho visto ho provato un senso di sicurezza e tranquillità. Non potrei paragonarlo a nessuno dei nostri politici. Non ho mai scorto sul suo viso, neanche lontanamente, quell’espressione da uomo arrogante e fanfarone.
Mi è parso un uomo molto intelligente, che pensa prima di parlare e non vive nello sfarzo e nel lusso. Un uomo che si appresta a cominciare quella che è considerata la parte finale della vita. Un uomo che, nonostante abbia una cultura diversa dalla mia, ha dimostrato molta comprensione. Era interessato al dialogo e ad ascoltare altre opinioni. Quando gli ho detto che ero cristiana ha sorriso con benevolenza. Mi è sembrato un uomo consapevole del proprio potere, ma allo stesso tempo semplice e al passo coi tempi, capace di discutere con ironia di argomenti leggeri. Solo quando parlava del proprio paese e della sua gente diventava serio e orgoglioso.
G.M.: Che opinione aveva Gheddafi dell’Italia, ritieni che egli credesse veramente all’amicizia con l’Italia e con il presidente del consiglio Berlusconi?
C.E.: Si, penso che egli credesse davvero all’amicizia con l’Italia. Nelle nostre conversazioni spesso mi citava “il suo amico Silvio”. Sembrava interessato a sviluppare la cooperazione col mondo occidentale. Era curioso di sapere cosa si pensava in Italia di lui.
G.M.: Dall’inizio della guerra hai rilasciato diverse interviste a giornali italiani ed esteri, qual è la tua opinione sugli eventi in corso in Libia?
Credo che la Libia fosse un paese sano, avviato a dei cambiamenti, anche attraverso il figlio di Gheddafi, Saif al-Islam. Però ogni cosa sarebbe arrivata nel momento opportuno, gradualmente. Come in ogni paese ci sono persone che sostengono chi sta al potere e persone che si oppongono. Ma non per questo si fa un massacro. Quando la gente scende in piazza a Roma per manifestare contro Berlusconi si prende atto della cosa e magari si procede verso qualche legislazione o, come più spesso accade, resta tutto come prima. Cosa succederebbe se all’improvviso arrivassero delle forze straniere e dotassero la folla esaltata di un arsenale da guerra?! Sono contro la violenza e per me i cambiamenti si raggiungono con la diplomazia e con il dialogo, non certo con lo spargimento di sangue innocente.
G.M.: Dunque secondo te gli attori esterni alla Libia hanno avuto un ruolo determinante nello scatenare la guerra?
C.E.: Poco dopo le prime manifestazioni pacifiche, Gheddafi aveva parlato di elezioni, le cose stavano prendendo una svolta. E quando i media mondiali hanno diffuso le voci dei ‘massacri’, egli ha chiesto di far venire in Libia una commissione d’inchiesta per verificare lo stato attuale delle cose. Ma nessuno è arrivato e la Francia è entrata immediatamente in scena inviando apache e caccia bombardieri sul cielo libico.
La Nato fra l’altro ha palesemente violato la Carta delle Nazioni Unite. Esattamente l’art.2 dove si dice che “nessuna disposizione del presente Statuto autorizza le Nazioni Unite ad intervenire in questioni che appartengono alla competenza interna di uno Stato” e l’art.39 dove si dice che “ il Consiglio di Sicurezza autorizza l’uso della forza militare solo dopo aver accertato l’esistenza di una minaccia internazionale della pace, di una violazione della pace o di un atto di aggressione da parte di uno Stato contro un altro”. Mi sembra chiaro che in Libia la guerra sia motivata solo da interessi economici, volti alla colonizzazione di un paese ricchissimo e in via di sviluppo.
G.M.: Tu hai visitato la Libia durante la guerra, qual era lo scopo del tuo viaggio?
C.E.: Sono tornata dalla Libia il 4 agosto 2011 dove sono andata con un piccolo gruppo di amici ai quali, come me, sta molto a cuore la situazione libica. Siamo andati perché nei telegiornali italiani vedevamo delle cose, mentre al telefono gli amici libici ce ne dicevano altre e volevamo verificare con i nostri occhi cosa stesse realmente accadendo. Abbiamo raccolto in un dossier indipendente moltissimi giga di materiale con foto, documenti, filmati e interviste con lo scopo di divulgarle e far conoscere l’altro lato della medaglia.
G.M.: Come era la vita a Tripoli durante i bombardamenti?
C.E.: Molte infrastrutture erano crollate sotto i bombardamenti. I libici continuavano a vivere normalmente, ma la desolazione nei loro occhi era evidente. Ogni notte, nonostante l’inizio del ramadan, si sentivano le bombe e ogni volta le finestre dell’Hotel Rixos, dove alloggiavamo, rimbombavano e risuonavano. Lo stomaco ci si gelava. Una mattina ci siamo svegliate ed era tutto coperto da un fitto fumo bianco. Non si riusciva a vedere nemmeno ad un metro e mezzo di distanza, era la mattina in cui la Nato aveva bombardato le istallazione delle televisioni.
G.M.: Hai avuto paura?
C.E.: Si, ho avuto paura. Soprattutto durante il viaggio in macchina, durato dieci ore, da Djerba a Tripoli perché dalla frontiera tunisina alla capitale libica i posti di blocco erano tantissimi e ad ognuno c’erano giovani con mitragliatrici a chiedere i documenti. All’ospedale di Tripoli il personale continuava ad essere disponibile ma i civili colpiti dalle bombe erano troppi. Al suq le poche persone che continuavano a portare avanti il proprio spazio commerciale inneggiavano unanimi un coro che diceva “ Allah – Muammar – Libia – e basta!” Le donne piangevano e urlavano che Gheddafi era nelle loro vene, che se moriva lui sarebbero morte anche loro, che volevano risolvere le cose fra di loro, senza l’ingerenza di paesi stranieri e senza la morte di altri figli innocenti. Ci chiedevano “perché l’Italia ci attacca? Perché la Francia ci attacca? Che vi abbiamo fatto?” e tornavano a piangere. La chiesa cattolica di Monsignor Martinelli, che abbiamo intervistato, era ancora intatta. Anche la casa di una imprenditrice italiana, Tiziana Gamannossi, che non ha mai lasciato il paese e che è molto legata al popolo libico era ancora intatta.
G.M.: Durante il tuo soggiorno hai alloggiato nell’albergo dove risiedevano i giornalisti stranieri, ritieni che da noi la stampa abbia offerto una copertura adeguata degli eventi?
C.E.: Mi sono molto informata, ma di sicuro non ho letto tutti i giornali che sono usciti, né ho visto tutti i telegiornali del mondo. Certo è che i 10000 manifestanti che avrebbe ucciso Gheddafi non li ho mai visti. E non parliamo di un ventina di persona o di trecento vittime ma di 1 0 0 0 0 ! Poi con il mio gruppo siamo stati a Tajura (14 Km a est di Tripoli) e Janzour (12 Km da Tripoli) dove abbiamo visto grandi manifestazioni pacifiche, che abbiamo documentato con foto e video. La gente manifestava contro i bombardamenti della Nato e a favore di Gheddafi. Di manifestazioni di questo tipo ce ne sono state parecchie, ma da noi le televisioni e i giornali non ne hanno mai parlato.
Non faccio la giornalista e non mi permetto di giudicare il lavoro altrui, però ho notato una certa tendenza alla disinformazione.
Molte delle cose che ho visto con i miei occhi non sono mai arrivate nelle case degli italiani. Ad esempio le vittime civili della guerra. Noi in un ospedale abbiamo visto molti giovani con le gambe spappolate dalle bombe della Nato, alcuni li abbiamo anche intervistati. Oppure le immagini dei libici dalla pelle scura brutalmente deturpati e massacrati in pubblico dai ribelli, con l’accusa di essere mercenari stranieri. Di queste cose i principali media italiani non hanno mai parlato.
G.M.: Come italiana, cittadina cioè di un paese che partecipava ai bombardamenti, hai riscontrato sentimenti di avversione da parte dei libici?
C.E.: Il popolo libico ci ha dimostrato tolleranza e pazienza. Più che altro ci chiedeva aiuto e si aspettava delle risposte sul perché la Nato li stesse bombardando… risposte che purtroppo non avevamo.
G.M.: Gheddafi ha ripetuto più volte che non intende lasciare la Libia e che combatterà fino alla morte contro quella che considera un’aggressione coloniale mirante a impossessarsi del petrolio libico. Ritieni che terrà fede a questa proposito?
C.E.: Credo che terrà fede a questa promessa, anche se mi auguro che sia ancora vivo con la sua famiglia e che non muoia più nessuno. Anche perché mi piacerebbe, in futuro, poter leggere un libro intitolato “In verità vi dico…” in cui Gheddafi scrive tutto quello che ha passato in questo periodo, tutto quello che sapeva e che non ha mai rivelato sui meschini meccanismi che muovono la guerra.

preso da:http://www.eurasia-rivista.org/libia-intervista-a-clio-evans/11399/