CHI VOLEVA LA MORTE DI GHEDDAFI?

14/6/2013

Chi voleva Gheddafi morto? Noi, cioè la Nato, ovvero l’aggregazione dei Paesi democratici che esporta la libertà e la civiltà coi bombardamenti e le esecuzioni mirate. Portatori di droni di pace in ogni angolo del pianeta.
L’Italia, che fino al primo raid, in quel fatidico marzo del 2011, era stata amica e partner della Libia, in un interessante quadrangolare geopolitico nel mediterraneo, con Russia ed Algeria (e in un secondo momento anche la Turchia, interessata al progetto di gasdotto South Stream, di cui Roma era titolare con una partecipazione maggioritaria) si schierò con francesi, inglesi ed americani (in ordine inverso di aggressività) per eliminare il dittatore.
Perché lo fece avendo tutto da perdere e niente guadagnare?  Perché rimettere in discussione i profittevoli accordi e la strategia vincente, tanto commerciale che diplomatica, concordata col leader arabo-africano, peraltro, dopo aver ammesso le proprie responsabilità coloniali risarcendo i libici?

Il governo italiano, che inizialmente provò almeno a restare fuori dalla guerra, proprio per il rispetto dei patti stretti con Tripoli, all’improvvisò si schierò per l’intervento attivo. Berlusconi non era affatto contento ma i suoi ministri degli esteri e della difesa, dapprima dichiaratisi apertamente contro la soluzione militare perché loro stessi pienamente coinvolti nell’imbastitura di entente con Gheddafi, mutarono atteggiamento. A parere di Umberto Bossi, membro di quel gabinetto, fu il Presidente della Repubblica a fare pressione sugli uomini dell’esecutivo che parlarono, senza mettere B. al corrente, coi vertici della Nato. C’è da crederci se si pensa che oggi Franco Frattini è candidato alla segreteria dell’Organizzazione del trattato Nord Atlantico e che La Russa, dopo aver sostenuto il mero appoggio logistico alla coalizione, fece lanciare ordigni sul territorio libico (secondi solo alla Francia per quantità di missioni e di sganciamenti)  tentando di nasconderlo alla pubblica opinione.
Adesso, il Fatto quotidiano ritiene, avendone ricevuto da notizia da ambienti diplomatici e d’intelligence, che B. avesse chiesto ai servizi di uccidere Gheddafi per timore che questi rivelasse fatti compromettenti. In realtà, sempre a detta di Bossi, B. aveva paura che le barbe finte del colonnello si mettessero sulle sue tracce per l’infame voltafaccia. Ma con l’escalation del conflitto e le difficoltà del Rais, sempre più isolato internazionalmente, con Russia e Cina che non opposero il veto allo stabilimento della No Fly zone,  questa eventualità risultava piuttosto remota.
Più di chiunque altro, a voler Gheddafi fuori dai giochi, erano gli stessi che lo avevano sdoganato, molto prima dei governi italiani, e che si erano sentiti traditi per i business perduti, a favore di russi e connazionali. Fu George Bush ad abolire, nel 2003, alcune sanzioni decretate da Ronald Reagan, perché così vollero le multinazionali petrolifere americane. Qualche anno dopo, nel 2006, Tripoli sparì anche dalla black list dei rogue state. Nel 2009 la Gran Bretagna restituisce  Abdel Basset al-Megrahi, l’ “eroe” Lockerbie  a Gheddafi che reclamava un segno di amicizia per favorire gli appalti petroliferi della Bp, la quale si lamentava di essere stata danneggiata dalla concorrenza di altre società estere. Infine, il presidente francese Sarkozy, il vero “nanonapoleone” della campagna di Libia,  accreditatosi agli occhi del mondo come il nemico più acerrimo del satrapo della Jamaria. Costui era quello che più di tutti aveva qualcosa da far dimenticare, i finanziamenti del Colonnello alla sua corsa alla presidenza. Furono i rafale francesi ad intercettare il convoglio governativo che scappava attraverso il deserto e a colpirlo ripetutamente. Gheddafi fu preso dai mercenari ribelli che lo torturarono, poi una manina compassionevole, o, forse, fin troppo lesta ad eseguire gli ordini superiori (francesi) premette il grilletto in nome e per conto dell’inquilino dell’Eliseo.
Questi gli eventi. B. non ha mai controllato la Sicurezza nostrana per avanzare richieste così ardite, come l’annichilimento di un leader straniero, tanto che il suo sport più sgradito era farsi fotografare in tutte le pose, presso la sua villa in Sardegna, con gli 007 distratti dal mare e dal sole. Forse, ad un certo punto, anche lui si è augurato la morte di Gheddafi ma non ha mai voluto che il nostro paese s’infilasse in quel meschino conflitto nel quale danneggiavamo la quarta sponda del Belpaese. Questa resterà la macchia più grande sulla sua carriera politica, perché la Storia perdona le scappatelle ma non le fughe vigliacche di fronte alle responsabilità epocali.

Preso da: http://www.conflittiestrategie.it/chi-voleva-la-morte-di-gheddafi

Annunci

BHL è il suggeritore di Sarkozy nell’abbattimento di Gheddafi. E, strapagato, predica in Italia

Va in pagina Henry-Lèvi, il grande imbonitore francese, quello che ha creato il caso della Libia a danno soprattutto dell’Italia

 di Mario Sechi Il Foglio – List.it 

L’assemblea del Pd. Due settimane dopo il 4 dicembre, Renzi continua a fare Renzi. Irride gli avversari come se fosse arrivato primo; propone sistemi elettorali senza aver esplorato prima un minimo consenso parlamentare; dice un’ovvietà («ho perso») e svolge un trattatello di sociologia della sconfitta preso dalla libreria delle sedute di autocoscienza del Pd; parla di periferie prendendo in giro quelli che lo facevano prima di lui; naturalmente si discute di Sud con tono grave e pensoso; i ggiovani no, non ci hanno votato proprio; è tutta colpa del webbe ‘che l’abbiamo lasciato agli altri; dai che rifacciamo il Mattarellum, cribbio; ripete di fronte al pubblico le sciocchezze che i suoi collaboratori gli scrivono sull’America; si avvia al finale e dalla sala arriva un monito, un memento, un’intimazione, la cosa che se fai un’allegra riunione della sezione Rosa Luxemburg con l’iPhone 7 proletario non può essere taciuta: l’ambiente! urlano dalla sala e lui, nel pieno della fase 3×2, rassicura: parlo volentieri anche di quello. Una sana coscienza verde ci vuole.

L’assemblea del Pd. Un funerale retorico che ha avuto un solo gigantesco acuto: Giachetti che ritrova per un attimo il fu Giachetti pannelliano e con una manovra di puro dadaismo radicale spara a vocali larghe un profondo «avete la faccia come il culo!» rivolto alla minoranza dem. È stato il momento politico più alto e significativo dell’assemblea del Pd. Il lutto c’è, l’elaborazione no, la sconfitta resta. Il futuro? È sempre domani. Buona giornata.
Da non perdere. Cosa c’è di imperdibile sui quotidiani? In prima pagina quelli di via Solferino hanno rotativizzato il filosofo del conflitto, Bernard-Henry Lèvi, quello che si immagina infallibile spettrografo dei nostri tempi, quello che comincia il suo ennesimo definitivo articolo sul nostro tempo citando un poeta che egli sente vicino a se stesso (René Char, un combattente) e sulla mattanza di Aleppo lancia la sua vibrante protesta. Perché lui, il grande filosofo, questo separatore di ioni dello zeitgeist, si vergogna di tutto e tutti per noi, che altruismo. Non risparmia nessuno, l’indignato, neppure la scrittura che espone così brillantemente il suo pensiero. Bombardano Aleppo.
Ecco un passaggio che testimonia l’originalità della sua prosa: «Effetto della «de-realtà»? Alla fine ci siamo assuefatti alla sofferenza degli altri? O ci troviamo forse ai giochi circensi? L’inconfessabile compiacimento nel veder agonizzare degli omuncoli laggiù, mentre noi, dalle tribune, ci dimentichiamo di alzare il pollice?». Il compiacimento è tutto suo, in questo do di petto che sale dalla sofferenza dei caffé di Saint-Germain-des-Prés, Paris.
Felix Roma. Titolo su Repubblica: «Corruzione per appalti scuole e strade in due municipi: arresti e perquisizioni a Roma». Che fare? Niente, rileggere Flaiano: «Gli italiani sono irrimediabilmente fatti per la dittatura».
Auto di lusso. Sul Corriere l’articolo interessante lo scrive Federico Fubini. Mettete in fila i redditi oltre i 120000 euro e le auto di lusso, scoprirete il magico mondo dell’Italia in supercar: «Il ritratto di un paese nel quale i modelli di auto in circolazione dal costo di almeno 100 mila euro risultano di un terzo più numerosi dei redditi Irpef di fascia alta: sono 349.453 mila contro 269.093 dichiarazioni dei redditi elevate. In alcune regioni, specie nel Mezzogiorno e a Nord-Est, il surplus di modelli di lusso rispetto ai redditi di livello più alto è addirittura fuori da ogni scala spiegabile in un sistema dove prevale l’applicazione della legge».

Preso da: http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=2140648&codiciTestate=1&sez=notfoundG&testo=libia&titolo=Va%20in%20pagina%20Henry-Lèvi,%20il%20grande%20imbonitore%20francese,%20quello%20che%20ha%20creato%20il%20caso%20della%20Libia%20a%20danno%20soprattutto%20dell%27Italia

Le fake news come arma al servizio del potere

5 gennaio 2017

da Zenit
L’anno nuovo sembra essersi aperto con una sindrome che sta contagiando diversi ambienti, quella delle cosiddette “fake news”, le notizie false.

Il leader del M5S, Beppe Grillo, invoca la necessità di formare improbabili giurie popolari con il compito di controllare la veridicità delle notizie diffuse da stampa e tv. Facebook ha elaborato un software che avrebbe la capacità di segnalare agli utenti le notizie ritenute inattendibili. C’è poi chi, come il presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, propone un’agenzia statale di vigilanza.
Quest’ultima idea ha suscitato diverse critiche. Molti la paragonano a quegli uffici statali, tipici dei totalitarismi, che hanno il compito di controllare ogni pubblicazione e sequestrare quelle potenzialmente pericolose o esplicitamente ostili al potere. Altri ancora, più in vena letteraria, agitano l’accostamento con il ministero della Verità del libro 1984, di George Orwell.
Tra questi c’è Vladimiro Giacchè, economista e filosofo, presidente del Centro Europa Ricerche, autore de La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea (nuova ed. aggiornata 2016). ZENIT lo ha intervistato.

***
Cosa non la convince della proposta di Pitruzzella?

Mi sembra una proposta sbagliata e pericolosa. Sbagliata per molti motivi. Perché oggi le fake news non passano soltanto attraverso la rete ma anche attraverso i media tradizionali. Perché la menzogna veramente pericolosa non è il singolo enunciato falso, ma la falsa cornice interpretativa generale che viene offerta per certi fatti. E perché spesso la menzogna non si presenta come tale: pensiamo alle mezze verità (per cui ti parlo degli atti di violenza dell’aggredito, ma non ti dico che si sta difendendo da un aggressore), a quello che non ci viene detto (pochi giorni fa un rapporto sulla povertà in Germania è stato depurato dal governo di alcune frasi “spiacevoli”), agli eufemismi che consentono di rendere la verità meno brutta (“uso della forza” per parlare della guerra, “interrogatori rafforzati” al posto di “tortura”, e così via). Ma è anche una proposta pericolosa, perché adombra una sorta di controllo governativo o paragovernativo sulla rete, che può facilmente tradursi nella chiusura di siti non graditi a chi è al potere.
Qualcuno sta coniando un nuovo termine per indicare la nostra epoca: post-verità. Di orwelliano c’è anche la neo-lingua? Quanto è importante il potere delle parole?

Le parole sono importantissime. Harold Pinter diceva che “il linguaggio viene adoperato per tenere a distanza il pensiero”. Questo avviene tutti i giorni, e proprio attraverso i termini chiave del nostro lessico politico. Basti pensare alla metamorfosi che hanno conosciuto parole come democrazia o riforma. Quanti ancora associano al termine democrazia il concetto di “potere del popolo”, che poi dovrebbe essere il suo significato letterale? Angelo Panebianco ha denunciato anni fa che la stessa “democrazia rappresentativa” (concetto comunque già più ristretto di quello di democrazia) “a voler essere realisti, è poco più di un sistema di oligarchie in competizione”. Ancora più clamoroso il caso di una parola come “riforma”. Un tempo le “riforme” indicavano provvedimenti di legge per migliorare la condizione delle persone. Oggi le “riforme” indicano tagli allo Stato sociale e alle pensioni.
Anche complottista è un termine coniato in modo artificiale? Magari per screditare chi la pensa in modo non allineato…

I complottisti ci sono davvero, e ci sono sempre stati. Ma spesso hanno lavorato al servizio del potere: ad esempio i Protocolli dei savi di Sion, un documento falso costruito per dimostrare un presunto complotto degli ebrei, fu opera della polizia segreta zarista. Oggi spesso si usa il termine contro chi mette in dubbio che alcune “verità” del potere siano realmente tali. Anni fa si diede del complottista a chi sosteneva che la famosa fialetta con le armi chimiche di Saddam agitata da Powell all’assemblea dell’Onu fosse una messinscena. All’epoca tutti i principali giornali, anche in Italia, presero per buono quel falso vergognoso. È chiaro che in rete girano molte notizie inventate di sana pianta, ma in genere si attirano il discredito che meritano. E comunque la pericolosità delle sciocchezze sulle scie chimiche è ben diversa da quella delle menzogne sulle armi di distruzione di massa di Saddam, che sono servite a scatenare una guerra in cui sono morte centinaia di migliaia di persone.

Nel libro “La fabbrica del falso” afferma che “la menzogna è il grande protagonista del discorso pubblico contemporaneo”. Lei ha citato le fialette di antrace agitate da Colin Powell. Qualche altro eclatante esempio?

C’è l’imbarazzo della scelta. Praticamente tutte le più recenti guerre sono state giustificate e vendute all’opinione pubblica attraverso la costruzione di fake news e la loro diffusione attraverso i grandi media. A sostegno della prima guerra in Iraq si disse che i soldati di Saddam aveva staccato la corrente alle incubatrici degli ospedali di Kuwait City, per giustificare la seconda – come abbiamo detto – si tirarono fuori le armi di distruzione di massa, in Libia ci hanno fatto vedere fosse comuni che erano normali cimiteri, per di più fotografati mesi prima. È importante capire che in tutti questi casi la falsa notizia è funzionale a costruire una cornice interpretativa (il dittatore cattivo, pericolo per l’umanità, ecc.): una volta recepita questa interpretazione, le persone collocheranno entro di essa le altre notizie che ricevono, dando meno importanza – o non prendendo in considerazione – quelle che la contraddicono. Ad esempio, nel caso della Siria, i monasteri e le chiese distrutti dai cosiddetti “ribelli” e non dalle truppe governative.
Facebook ha elaborato un software per individuare e segnalare agli utenti le notizie inattendibili. Questo lavoro di vigilanza è affidato alla Poynter Institute, società finanziata dalla fondazione Open Society di George Soros. C’è il rischio che il controllore non sia propriamente super partes…

Sarebbe divertente applicare il software alla notizia che Facebook ha elaborato un software per segnalare le notizie inattendibili: se il software è ben fatto, dovrebbe segnalarla come inattendibile. Scherzi a parte, trovo molto significativo che fondazioni nate (a loro dire) per diffondere gli ideali delle “società aperte” contro i “totalitarismi” finiscano poi per farsi promotrici… della chiusura delle società aperte. E per di più facendo uso di algoritmi e altri strumenti automatici. Non mi sembra un passo avanti. Più in generale, credo che lo stato di salute dei paesi del “libero Occidente” sia ben definito dal ruolo conferito a uno speculatore di borsa che, dopo aver tratto profitto per decenni dalla destabilizzazione dei mercati finanziari, ora con i soldi così guadagnati si dedica a destabilizzare regimi che non gli piacciono e a promuovere “rivoluzioni colorate”.
Eppure fino a ieri ci era stato insegnato che la verità non esiste, che è un retaggio oscurantista medievale, che tutte le opinioni sono uguali e relative. Non evince anche Lei una contraddizione?

La contraddizione c’è eccome. Ma entrambi gli atteggiamenti rappresentano una scorciatoia. Quando si è in difficoltà perché non si riesce a confutare le argomentazioni di qualcuno, spesso si gioca la carta del relativismo, mettendo sullo stesso piano tutte le opinioni (la propria, infondata, e quella altrui, più fondata). Ma anche l’accusa di costruire fake news o di credere ad esse è una via di fuga: in questo caso, dal fatto che non si riesce ad imporre il proprio punto di vista, pur avendo dalla propria parte tutti o quasi gli organi di informazione “ufficiali”. Questo apre un problema gigantesco: chi è legittimato a decidere se una notizia è vera o falsa, e a comminare sanzioni su questa base? In realtà, il fatto di ritenere che non esista qualcosa come la Verità assoluta non impedisce di demistificare un enunciato falso. Ma a mio giudizio questo può e deve emergere dal libero confronto delle opinioni. E deve riguardare tutti i media.
Chi può decidere quando una notizia è falsa?

Ciascuno di noi, se è posto in condizione di esercitare il ragionamento e di verificare contenuti e contesto della presunta notizia. Però, per chi non si occupa professionalmente di queste cose, la possibilità di ragionare è resa complicata dalla velocità con cui le notizie si susseguono e la verifica dei contenuti dalla difficoltà di accesso alle fonti. Precisamente a questo dovrebbero servire i professionisti dell’informazione: a renderci disponibili notizie quanto più possibili verificate, basate su fonti attendibili e riferite con onestà. Come sappiamo, purtroppo le cose spesso non vanno così. È per questo che occorre che ciascuno di noi eserciti in prima persona il proprio senso critico. Nella “Fabbrica del falso” parlo di “strategie di resistenza”, che vanno dalle demistificazione del linguaggio usato per dare certe notizie all’utilizzo delle incongruenze presenti nel discorso ufficiale. Meglio adoperare queste strategie che far decidere a un’agenzia statale se una notizia è vera o falsa.

Preso da: http://www.complottisti.com/le-fake-news-arma-al-servizio-del-potere/#

Il marketing israeliano del terrore in Italia

“Così,   dopo qualche centinaio di morti, l’idea che il terrorismo abbia reso  le nostre vite a rischio come quelle degli israeliani, e che dunque  dovremmo modellare il nostro stile di vita sul loro, comincia a farsi   strada tra le ingenuità e l’arteriosclerosi del vecchio continente”  scriveva Libero il 22 luglio 2016. Era il commento mediatico alla strage  islamica di Nizza.  “Il  mondo è cambiato e che i barbari non sono alle porte, ma li abbiamo  già dentro casa. Come a Gerusalemme e a Tel Aviv. … Si guarda a   Israele anche per le tecnologie con cui contrastare il terrorismo”.
“Sicurezza negli aeroporti: perché adottare il sistema israeliano”, raccomanda un giornale. “Parigi imita Israele:  prorogato di sei mesi lo stato di emergenza”,  comunica un altro. “Il coordinatore anti terrorismo della Ue, Gilles de Kerchove, nei  giorni scorsi è andato a Tel Aviv proprio per capire cosa l’Europa  può copiare da Israele”.

L’Europa è sotto attacco e non lo sa. Rinunci a Schengen o unisca i  servizi “ L’analista israeliano Boaz Ganor, direttore dell’Istituto  internazionale per l’Anti terrorismo”  (La Stampa, 20 luglio 2016).

Boaz Ganor, l’abbiamo visto nell’articolo precedente, è lo specialista israeliano dell’antiterrorismo  che  presiede il Nice Global Forum sulla Sicurezza Interna e la gestione delle Crisi – che doveva tenersi a Nizza nell’ottobre 2016.  Adesso  è stato posposto al 2018.
Che gli attentati  islamici vengano immediatamente tradotti dai media europei in “consigli per gli acquisti” della insuperabile tecnologia della sicurezza sviluppata da Sion, che rende così  sicura la popolazione israeliana, è un dato che salta all’occhio all’osservatore.  Non si tratta solo di tecniche d’interrogatorio (tortura),  telecamere-spia, militarizzazione della popolazione (anche voi europei “dovete sentirvi parte di un esercito in guerra”),   controllo delle mail e di internet, rinuncia alla privacy. Gli israeliani hanno messo a punto sofisticati sistemi di “inferenza” informatica,  potenziati dalla cosiddetta “intelligenza Artificiale”,   che frugano triliardi di dati (i megadati) per  vederne emergere, nel contesto, azioni sospette. Un frequentatore di siti islamisti (magari operati da Cia o Mossad?) che d’improvviso decide di rendere anonima la sua connessione in rete:  ma è solo un esempio elementare. Elementare come  quello che ha rovinato il  generale Petraeus,  cacciato dalla Cia per averlo usato  allo scopo di comunicare con  la sua amante  Paula Broadwell: condivideva con lei una casella  mail, ma non si mandavano  messaggi:  li lasciavano nella sezione “bozze”, e l’altro li andava vedere. Il software andrà proprio a cercare caselle mai “inattive”,   e spiarci dentro.   Ma si tratta di cose semplici.  Le tecniche israeliane vere e profonde,   in cui  è integrata la AI, sono  segreto  militare.
Israele  promuove con  impressionante forza la sua “specialità”.  E’ nato lo “Israeli Innovation Center a Gerusalemme,  esultano i media  l’estate scorsa, che “attirerà centinaia di migliaia di  studenti, soldati, capi di Stato, turisti e delegazioni commerciali,  per assistere alla straordinaria storia di come Israele sia diventata  leader di avanguardia dell’innovazione nel mondo”. ..Tale centro,   situato nel  Centro Peres per la  Pace,   “In collaborazione con gli Stati Uniti, Israele promuove una   start-up Nazione per la leadership mondiale della tecnologia” .
“Israele investe oggi circa il 6 per  cento del Pil in sicurezza”, dice un esperto sionista, ma “buona parte della nostra spesa per la sicurezza torna sul mercato, perché va alle industrie israeliane  che operano in questo settore e finanzia così start-up e compagnie  capaci di sviluppare tecnologie innovative. … L’Europa, in media,  investe circa l’1,5% del suo Pil in sicurezza”.  Troppo poco, come badano a ripetere Boaz Ganor e   compari: vedete quanti terroristi islamici incontrollati girano tra voi….
Un altro esperto del settore cyber security, italiano e dunque opportunamente anonimo: “Di norma le persone che escono dal Mossad o che necessitano di copertura mentre lavorano all’estero, finiscono per lavorare nel settore della cybersecurity (programmi, programmatori, progettisti, sistemisti, impianti che utilizzano droni per difesa/sorveglianza, sistemi di sorveglianza attiva e passiva …). In Italia il mercato è praticamente vergine, un boccone goloso per Israele”.
Israele vende i prodotti, ma non i segreti militari che  ci sono dentro, è ovvio. Di fatto,  lo stato  che compra il pacchetto-sicurezza ebraico dà agli operatori israeliani  l’accesso ai “megadati”  della nazione, ossia  gli cede tutti noi. “Un potere enorme che verrà sicuramente utilizzato per il bene della popolazione, senza   eccezioni!”, sogghigna l’anonimo. “Finché l’Europa sarà legata alla NATO, non troppo unita, senza  leadership politica, strategicamente subordinata alla visione statunitense, permeata dalla russofobia…ebbene il terrorismo islamico continuerà a destabilizzare le masse europee”.  Conclusione alquanto enigmatica.
Alcuni paesi però sono sostanzialmente risparmiati dal “terrorismo islamico”: Come mai in Italia  l’IS non fa stragi, almeno fino ad ora? Varie ipotesi circolano:  per i terroristi saremmo un luogo di passaggio, un santuario indisturbato.. . o magari  ci  siamo già messo nelle mani degli israeliani?
La risposta dell’anonimo è interlocutoria.   Mi accenna ad una specie di “lotta” fra Israeliani e americani –  feroce in Germania e Francia Belgio e Olanda – ma attenuato,  anche per il mercato italico, ancor vergine.  Gli americani hanno il loro sistema di  Intelligenza Artificiale (Watson di IBM)
Un esempio: nell’aprile scorso, Matteo Renzi ha provato in tutti i modi di mettere all’interno della Presidenza del Consiglio, ossia al suo fianco, con la responsabilità di controllore dei nostri “servizi”, il suo eterno  amichetto , il filo-israeliano   Marco Carrai.  “ dopo aver tentato di imporlo a capo della cyber-security, gli sta ora cucendo un abito su misura al Dis”,  ha scritto Il Fatto Quotidiano.  E ciò a dispetto dei numerosi   conflitti d’interesse  che Carrai   si porta dietro: “Incarichi pubblici come la presidenza di Aeroporti Firenze,  le poltrone nei cda tra cui quella nella fondazione Open – la cassaforte del premier – con Luca Lotti e Maria Elena Boschi,  aziende estero-vestite in Lussemburgo e Israele come la Wadi Venture con soci che hanno legami con l’esecutivo tra cui nominati in Finmeccanica e imprenditori con appalti pubblici, come raccontato dal Fatto settimane fa”.
Niente:  etichettando Carrai come “consulente” della Presidenza del Consiglio,  i conflitti d’interesse svanirebbero.  Dunque era cosa fatta, quando appare sui media una  rivelazione: Carrai è amico di Michael Ledeen,  e  Ledeen “è una  spia di Israele”,   comunica la Cia.  Dunque è la Cia a   ostacolare l’irresistibile ascesa dell’”israeliano  d’onore”  nella sicurezza  di Stato italiota…Un possibile riflesso della “competizione” Usa-Israele per il nostro mercato.
Pochi giorni dopo, Il Fatto annuncia:  “ Cybersecurity: Marco Carrai, con incarico ufficiale o senza, ficcherà il naso nei nostri dati:  Si scrive Watson, si legge Winston. Cosi’ alla fine Carrai, con incarico ufficiale o senza, si occuperà di big data che in gergo dei servizi vuol dire ficcare il naso nei dati dei cittadini. E qui il pensiero corre a Watson, la piattaforma tecnologica dell’Ibm che utilizza tecniche di elaborazione del linguaggio e sistemi di apprendimento per trovare e rivelare informazioni e relazioni estraendole da vaste quantità di dati non strutturati. Dai big data. Un giga- ficcanaso digitale.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/17/cybersecurity-marco-carrai-con-incarico-ufficiale-o-senza-ficchera-il-naso-nei-nostri-dati/2737727/
Nessuna preoccupazione per il fatto che
“Carrai ha interessi privati a Tel Aviv, dove sono presenti due società a lui riconducibili con soci pesanti in Israele come Jonathan Pacifici e Reuven Ulmansky, veterano della Nsa, ex Unità 8200, dell’Israel Defence Force. Legami importanti, che porterà con sé sotto il mantello di consulente del Dis”.

Reuven Ulmanski
Reuven Ulmanski

Ancor meno allarma il fatto che il  di solito riservatissimo Carrai, affiancato dall’ambasciatore israeliano, ha presentato   “Cybertech Europe, forum internazionale organizzato da Cybertech Global Events in collaborazione con Leonardo-Finmeccanica a Palazzo dei Congressi a Roma. L’Italia guarda a Israele anche con Enel, che poche settimane fa ha aperto un centro a Tel Aviv, nel cuore del sistema cyber e tecnologico.
Del resto, perché allarmarsi?  Carrai  ha amici anche nella cosiddetta “opposizione” (beninteso, quella “ragionevole”). Infatti ha creato una start-up fra la sua Cgnal, “  controllata al 19,4% dalla Carfin, la holding della famiglia Carrai e partecipata dalla Fb di Franco Bernabè – e dall’altra   una società di Amsterdam, la Eligotech, fondata da alcuni ragazzi italiani. Tra questi ragazzi italiani, secondo diverse fonti di stampa mai smentite, ci sarebbe anche Luigi Berlusconi, il figlio più piccolo del Cav”.
http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/11905690/silvio-berlusconi-marco-carrai-societa-.html
Del resto “Non solo sicurezza informatica. Negli affari di Carrai spunta fuori di tutto: Big data, biomedicale, alberghi e call center”, come titola http://www.lanotiziagiornale.it/non-solo-sicurezza-informatica-negli-affari-di-carrai-ce-di-tutto-big-data-biomedicale-hotel-aeroporti-e-call-center/
Da quell’articolo potete apprendere che Carrai occupa 10 poltrone, e  anche i rapporti fra l’israeliano Jonathan Pacifici, esperto della cyber-security, con Franco Bernabé, ex capo supremo di Telecom Italia. Leggetevelo voi, perché  ha il suo interesse.
Anche se per  adesso l’astro di Carrai sembra alquanto eclissato, da disfatta di Matteo Renzi al referendum, e  il suo forzato abbandono dalla stanza dei bottoni.
Ma chi può dirlo: Gentiloni, che  nei servizi ha sempre avuto un po’ le mani in pasta e  ha tenuto per sé le  deleghe per l’Intelliugence, ha in mente (leggo)  “ di insediare presso la Presidenza del Consiglio una struttura che possa avere un ruolo di coordinamento sulla cyber security”.
http://cybersecurity.startupitalia.eu/53692-20161221-strategia-nazionale-cybersecurity-gentiloni
E   fra i nomi che si fanno “come possibile  sottosegretario alla presidenza del Consiglio ( con delega ai servizi segreti)”  spicca  Emanule Fiano. Vedremo.   Un ebreo ha da essere, a  dirigere i nostri servizi.

Magari è per quello che da noi finora – facciamo gli scongiuri – non sono avvenuti “attentati islamici” molto sanguinosi? Che  la nostra polizia e il nostro valoroso ministro dell’Interno sventano miriadi di attentati?
Il mio interlocutore è alquanto più cinico. “Se tutto va bene Usa e Israele si divideranno la torta, ma se qualcosa va storto vedremo il solito attentato false flag.

Preso da: http://www.maurizioblondet.it/marketing-israeliano-del-terrore-italia/

Stragi “islamiche”. Per marketing israeliano

Mentre i media sollevano il polverone  utile ai mandanti, e sviluppano la “narrativa”  conseguente , mi limito a sottolineare solo tre o quattro dati  su Amri.

  1. Il calibro ridicolo, un .22, della sua arma. Con  la quale il terrorista ritiene opportuno sparare ai due agenti, dando così loro la  motivazione   legale per “rispondere al fuoco” (capirai, ne ha”ferito uno”) e freddarlo immediatamente. Nemmeno ferirlo, ma farlo secco subito.
    L'orrendo squarcio prodotto sulla giacca dell'agente ferito dal cal.22.
    L’orrendo squarcio prodotto sulla giacca dell’agente ferito dal cal.22.
  2. Il piazzale Primo Maggio dove è stato fulminato è a 300 metri dal Centro Islamico di via Tasso, dove c’è movimento continuo giorno e notte. Ma soprattutto, dove probabilmente il tunisino ha bussato o provato a bussare ad alcune porte che conosceva e riteneva ‘sicure’ (non aveva nemmeno ricambi d’abito), e che può aver trovato “chiuse”.
  3. Il TIR polacco – mi indica un amico – prima di andarsi a schiantare a Berlino aveva fatto un carico alla OMM srl. In  via Cesare Cantù 8, a Cinisello. Ossia a un chilometro dal piazzale della Stazione di Sesto dove Amri ha trovato la morte.
  4. Dunque, Amri si è fatto ammazzare là dove il camion polacco era partito  per il suo ultimo viaggio; e forse dal punto in cui anche lui era  venuto.  Siamo sicuri che all’andata, oltre alle merci da portare a Berlino, il polacco non portasse anche Amri, caricato anche lui a Cinisello? Spesso i guidatori di TIR caricano clandestini dietro compenso.


(un amico, Nuke the Whales, mi fa notare quanto segue:
Caro Blondet, e se la realtà fosse che il buon Samri non si sia mai mosso da Milano? Questo spiegherebbe molte cose, magari è rimasto rinatato in un buco per poi scoprire di essere accusato di essere un terrorista. per poi incappare “casualmente” in un controllo.
Sì, mi sembra più plaudibile. A “viaggiare ” e giungere a Berlino possono essere stati i suoi documenti di identità,  per  incastrarlo.  Come ho fatto  a non pensarci ?)
Infine il video in cui Amri si dichiara vendicatore dell’IS e bla bla bla. E’   firmato dalla solita e nota sigla  (che i media hanno generalmente nascosto):SITE di  Rita Katz.amri-site
A mio parere è una firma. Secondo me, bisognerebbe indagare se l’organizzazione che sta dietro la sigla  SITE fa’ fare questi video a gente che ha condannato alla morte jihadista, e che convince con qualche soldo. Compito facile, si tratta di marginali
Da  valutare insieme alle altre  che rendono la strage di Berlino così simile a quella di Nizza il 14 luglio.
Anche qui, alla strage è presente un israeliano, Shlomo Shpiro. Un esperto di terrorismo, docente di “terrorismo” (sic) nell’università Bar-Illan di Tel Aviv, uomo dei servizi, decorato per non si sa quali meriti da Shimon Peres nel 2010.
Naturalmente i nostri  quattro lettori ricordano che a Nizza, proprio nel momento, si trovava il fortunato giornalista tedesco Richard Gutjahr,  marito di Einat Wilf, deputata israeliana, estremista e interna ai servizi.  Ma non basta: colui che ha fatto il video più completo sulla sparatoria degli agenti francesi che, di notte, circondano il camion del terrorista, è un ebreo:  Ynet News (l’agenzia dei coloni)  lo chiama Silvan Ben Weiss.  Il suo vero nome (o il  suo altro nome) è Sylvain Ben-ouaich.  Uno che ha lavorato  come uomo della security per la ditta vinicola Baron Edmond de Rotschild, nonché, per 12 anni, per lo Israel Export Institute, una agenzia del governo sionista, che è stata a lungo diretta da Rafi Eitan, un leggendario dirigente del Mossad.
(Per vedere il suo video e il suo profilo di fanatico israeliano, qui:
http://www.egaliteetreconciliation.fr/Nice-l-homme-qui-a-filme-l-assaut-des-policiers-est-issu-d-une-agence-gouvernementale-israelienne-40567.html).
Ricordo   che anche il giorno della strage “islamista” di Charlie Hebdo, il primo video col telefonino fu preso – da chi? Nelle prime ore, si disse: da Amchai Stein. Nientemeno che il vicedirettore della tv israeliana Channel 1, che si disse, s’era rifugiato sul  tetto. Poi la notizia è scomparsa, e si è dichiarato autore del video tale Martin Boudot, giornalista di agenzia, precario,  che dice di essere andato a trovare quel giorno l’agente di guardia a Charlie Hebdo, suo amico di sempre . Che  quel giorno  non c’era.

Anche al Bataclàn

bataclan
Il sangue è ancor fresco quando la foto è stata scattata

Anche nella spaventosa strage del Bataclàn  c’è stata una “firma”  israeliana. E’in quella che pare esser l’unica foto dell’interno  del teatro, sparso di cadaveri tra fiumi di sangue, un’immagine orrenda che, dopo, è  stata mostrata solo sfocata.  Chi ha diffuso per primo quella foto? La fonte più strana: Israel Hatzolah, il gruppo  – con sede a Gerusalemme –  di soccorritori ultra-sionisti che, spesso, vediamo intervenire (con la kippah e i cernecchi) a portare i feriti in attentati in Israele.  Ma come mai uno dei volontari si trovava all’interno del Bataclàn subito dopo la strage?
israeel-hatzolah
(per tutti i particolari  vedere qui: http://www.panamza.com/151215-bataclan-jerusalem/).

Così informati, torniamo al nostro esperto che era a Breitscheidplatz  pochi minuti prima che avvenisse la strage.   Lo ha raccontato il Juedische Allgemeine, giornale ebraico di Berlino:
http://www.juedische-allgemeine.de/article/view/id/27336
Lo stesso giornale poi intervista l’esperto, e gli chiede: “Cosa la Germania può imparare da Israele” nella lotta al terrorismo islamico?

Shlomo Shpiro - consulente anche della NATO per il terrorismo (come farlo?).
Shlomo Shpiro – consulente anche della NATO per il terrorismo (come farlo?).

http://www.juedische-allgemeine.de/article/view/id/27345
“Fare  come Israele”,   “impariamo da Israele”, è il leitmotiv  che è risonato anche dopo la strage di Nizza.
“Facciamo come in Israele. Ognuno diventi sentinella “ Dureghello  (presidente della Comunità ebraica romana). Civiltà in pericolo. Va > alzata l’attenzione da parte di tutti” di Filippo Caleri (Il Tempo, > 18 luglio 2016)_
“Finalmente, con anni di ritardo, molti comprendono in Italia e in   Europa che l’unico modo per ridurre – non per annullare – la minaccia terroristica è imparare dagli israeliani, che convivono da sempre con  un terrorismo islamico feroce, ma sanno contrastarlo e contenerlo come  nessuno al mondo” (Meno comfort e privacy valgono il prezzo della  libertà”  Carlo Panella (il  famoso neocon)  (Libero, 21 luglio 2016):
“Dovete tutti sentirvi parte di un esercito in guerra di Fausto  Carioti (Libero, 21 luglio 2016): «…
“Sicurezza negli aeroporti: perché adottare il sistema israeliano ”  di  Gabriele Mirabella (Voci di Città, 22 luglio 2016).
Sono solo alcuni dei titoli che sono apparsi sui media italici subito dopo l’attentato di Nizza  (potrei mettercene dozzine).  Quanto agli articoli, il tono è- come definirlo? – pubblicitario.  Sono  consigli per  gli  acquisti della   insuperabile security che Israele ha sviluppato nella repressione alla resistenza palestinese. Ecco un esempio di pubblicità.
L’efficacia di questo sistema risiede principalmente nell’abilità di  un personale di sicurezza altamente qualificato più che nell’utilizzo  accentuato dei body scanner o di qualche altro macchinario  all’avanguardia. Poco importa se i passeggeri sono costretti ad   attendere tre ore prima di imbarcarsi, passando attraverso ben cinque  livelli di sicurezza, se ciò significa assicurare l’incolumità  fisica di fronte alla minaccia globale del terrorismo…”.
E pullulano   ditte (start up) che vendono la sicurezza  alla israeliana con grande successo, tutte fatte da ex militari o mossadiani. Una di queste   appartiene a Marco Carrai,  l’amico israeliano di Matteo Renzi, o il suo “controllo”….   Ma non precorriamo i  tempi.
E’ certo che  la  security israeliana  – ovviamente creata e gestita da “ex” agenti del Mossad  dotati di esperienza  repressiva –   è un gran business. O può esserlo, se nell’opinione pubblica  europea si crea un  sufficiente allarme per il terrorismo. “Dovete tutti sentirvi parte di un esercito in guerra”, e allora chiederete al governo di comprare  il know how israeliano.  A caro  prezzo, ma che importa? Ne va  della  vostra vita.
Ora non fatemi dire che coloro che  propongono la rinomata juden-security  possono benissimo anche provocare gli attentati terroristici – come forma di marketing.  E che il Mossad lo sa e può fare senza il minimo scrupolo, come ha già dimostrato più volte nella storia.  Se avete questa idea, io me ne dissocio con forza.
Mi limito a ricordare  che pochi mesi prima della strage islamica del 14 luglio,  Olivier Rafowic, colonnello della riserva di Tsahal,   si trovava a Nizza con una “equipe  israeliana” proprio per “valutare”  la sicurezza della città; l’ha trovata scarsa, e quindi ha proposto al Comune  un  ottimo sistema di juden-security chiavi-in-mano.
L’ha spiegato lo stesso colonnello   Rafowic alla tv i24, israeliana- francese:
http://www.egaliteetreconciliation.fr/Un-colonel-de-Tsahal-et-son-equipe-ont-evalue-la-securite-de-Nice-il-y-a-quelques-mois-40565.html

Si doveva anche tenere un congresso di israeliani, proprio a Nizza. Un convegno internazionale sulla sicurezza  e le sue falle, più volte rimandato, e infine cancellato dopo la strage del 14 luglio. Guardate qui gli organizzatori:
http://niceglobalforum.org/
Boaz Ganor, il rettore della Lauder School of Government and Diplomacy at the Interdisciplinary Center.   Fondatore e direttore esecutivo International Policy Institute for Counter-Terrorism,  è anche membro della  Israel’s National Committee for Homeland Security Technologies.
Un lettore del sito  francese  ha commentato: “Sembra la Mafia che propone ‘protezione’ a  un commerciante,   che se non paga il pizzo  trova le vetrine del negozio rotte…”.  Ma è un’idea mostruosamente cospirativa e antisemita, da cui tutti noi  ci dissociamo con forza.
Forse  questo articolo richiederà un’altra puntata, sul lato  italiano della cyber security.
Per intanto buon Natale  a tutti, e godetevi la narrativa mediatica.

Originale, con video: http://www.maurizioblondet.it/stragi-islamiche-marketing-israeliano/

Tutti gli affari (e i segreti) delle coop rosse

 

COPCoop.indd

Intervista di Federico Bisceglie a Antonio Amorosi

Di Federico Di Bisceglie

Non ci immaginiamo neanche quanto il business delle coop sia ampio e quanti soldi si muovano attorno a queste vere e proprie holdingche dietro alla bella faccia pulita dell’agire sociale e del mutualismo maneggiano risorse economiche impressionanti. Ma impressionanti è dir poco. Infatti come si evince dal libro di Antonio Amorosi “Coop Connection” presentato mercoledì sera a Ferrara, su iniziativa dell’associazione “Attiva Ferrara”, il fatturato complessivo ammonterebbe a 151 miliardi, vale a dire l’8% del Pil, ovvero più del Pil complessivo dell’Ungheria e come la somma dei Pil di Slovacchia, Croazia e Bulgaria. Un impero da più di un milione e duecentomila dipendenti.

Ma cosa ancor più grave è la provenienza di questi soldi. Il senso comune ci porterebbe a pensare che il fatturato delle cooperative rosse sia da attribuire agli incassi dei supermercati. Ma non è così, spiega Amorosi nel suo libro: tramite diversi escamotage e costituzioni di società, fanno fruttare il loro danaro grazie agli affari in borsa. Ben 889 milioni di euro fruttano gli affari borsistici. Mentre i supermercati “solo” 240 milioni. Per non parlare dei libretti “prestito sociale”, altra attività che per legge le cooperative non potrebbero fare e che arrivano ad un capitale complessivo di 10,8 milioni. Ma se consideriamo che 1 italiano su 3 va alla coop e 1 su 5 ha la card, tutto torna. O forse no. Come ha spiegato Amorosi, la grande forza delle coop sono stati gli spot pubblicitari che negli anni si sono succeduti, che hanno fatto passare il messaggio che alla coop ci si sente tutelati, come essere a casa. Per quanto riguarda il regime fiscale al quale le coop sono sottoposte lo scenario è impressionante: si apprende infatti dalla presentazione del volume che le società mutualistiche sono tassate solo su una parte del fatturato complessivo, per arrivare ad esenzioni totali o quasi. È incredibile. È un sistema oscuro che non si conosce e che per la prima volta Amorosi cerca di spiegare. Tra l’altro non tralasciando un sistema corruttivo con il quale il sistema cooperativistico agisce su amministrazione pubblica, imprenditoria e uffici amministrativi. “Il sistema Emiliano”. Ecco cosa ci ha raccontato l’autore…
Lei è stato assessore alle Politiche Abitative al comune di Bologna: cosa significa vivere dall’interno queste dinamiche inerenti a coop rosse e politica?
«Diciamo che ho vissuto queste cose da un punto di vista prima esterno poi interno. Nel senso che rivestire un ruolo istituzionale ti rende osservatore da un punto di vista privilegiato. Nel senso che tocchi con mano la realtà. È come essere in un film del quale sei attore e regista».
Qual è stato dunque il motivo principale della stesura del libro?
«Il libro nasce dall’esigenza di raccontare un mondo che non si conosce. Portando la mia esperienza e avendo avuto la grande opportunità di fare l’assessore e quindi andando a fondo nella descrizione del fenomeno è soprattutto delle dinamiche interne».
Quanto ha impiegato a completare il volume?
«Il lavoro ha richiesto un periodo intenso di ricerche e approfondimenti, per cui direi circa un anno».
Questo libro è figlio di Tangentopoli?
«È figlio della parte che non si è vista dell’inchiesta milanese del ’92. È figlio della parte vincente, ovvero del racconto di una realtà che non potevamo nemmeno immaginare. La realtà che non si conosce. Perché ci hanno sempre fatto credere alla logica spottistica di “persone oltre le cose”».
È il consociativismo?
«Il consociativismo è come l’aria che respiri nel libro. Ma questo problema non c’è quando si parla di un mondo chiuso e ristretto come quello delle cooperative del quale anche i nemici possono far parte. Se si guarda ad esempio all’evoluzione dell’imprenditoria italiana si capisce tutto. I grandi imprenditori sono andati con il “cappello in mano” a chiedere di poter partecipare ai grandi appalti delle cooperative, proprio grazie alla forza di queste ultime. Basate principalmente su una logica che parte dal locale e che si estende su larga scala al nazionale. Nel libro racconto la storia dei grandi appalti. Lo Stato ha una disponibilità di 2852 miliardi e per il 75% sono stanziati fra centro e nord Italia. Dove stanno i grandi imprenditori, le cooperative e la mafia. L’unica mosca bianca che si distingua da questo sistema, oltre a Luxottica, è Esselunga e Caprotti».
A seguito della pubblicazione del libro ha ricevuto minacce?
«Minacce vere e proprie no. Diciamo lettere minacciose, che non si sono ad oggi trasformate in querele o altro».
Anonime immagino…
«No, firmate da persone coinvolte nel libro».
Progetti per il futuro?
«Beh, ne ho diversi. Il libro è già stato adottato per uno spettacolo teatrale, per arrivare a colpire , in maniera diversa, un pubblico più vasto su questa problematica».
Future pubblicazioni?
«Ho qualcosa in cantiere, ma ci vuole tempo e soprattutto un grande impegno nell’ambito della ricerca, insomma ancora tutto da definire».

Spese militari: quei 64 milioni al giorno per caccia, missili e portaerei

La corsa agli armamenti è aumentata negli ultimi anni. Stimati in più di 23 miliardi gli investimenti per il 2017. Il record di Bersani: dal 1993 è  il ministro che ha destinato più risorse

– di GIANLUCA DI FEO –

SULLA CARTA nascono come navi a doppio uso, un ibrido destinato un po’ ad aiutare la Protezione civile in caso di calamità e un po’ a combattere. E così vengono presentate al Parlamento. Ma poco alla volta il progetto prende la forma di una nuova portaerei e i pattugliatori si trasformano in agguerrite fregate. Oppure sono prototipi di aereo ideati dalle aziende come iniziativa privata, senza che l’Aeronautica ne abbia manifestato l’esigenza; poi dopo qualche anno di tira e molla vengono acquistati a decine dallo Stato. Il tutto sotto gli occhi di senatori e deputati, molte volte distratti ma in alcuni casi fin troppo interessati.
Tanto alla fine il conto tocca ai contribuenti. Già ma quanto paghiamo per le spese militari? La risposta non è semplice. Perché nei bilanci della Difesa ci sono anche i finanziamenti per i carabinieri e per altre attività che vanno dalla manutenzione dei fari al rifornimento idrico delle isole. Mentre gli armamenti si comprano grazie a consistenti elargizioni di altri ministeri e ci sono gli stanziamenti extra per le missioni all’estero. Un labirinto dove ora l’Osservatorio sulle spese militari italiane Mil€x cerca di trovare un filo grazie a un dossier elaborato da Enrico Piovesasca e Francesco Vignarca. Con conclusioni sorprendenti.Boom mimetizzato. Per il prossimo anno l’esborso complessivo viene stimato in 23 miliardi e 400 milioni, ossia 64 milioni di euro al giorno: un aumento dello 0,7 per cento rispetto alla dotazione del 2016 e di quasi il 2,3 per cento in più rispetto alle previsioni. Il criterio di calcolo elaborato dall’Osservatorio Mil€x – lo stesso che viene usato dagli organismi internazionali più accreditati – ribalta i luoghi comuni sui tagli alla Difesa: i fondi reali invece sarebbero aumentati del 21 per cento nell’ultimo decennio. Così nel 2017 solo per l’acquisto di strumenti per le forze di cielo, di terra e di mare si impiegheranno 5,6 miliardi di euro, ossia 15 milioni al giorno. Il primato. Questa corsa agli armamenti viene alimentata soprattutto dal ministero dello Sviluppo Economico, il gran benefattore delle aziende belliche nostrane foraggiate negli anni della Seconda Repubblica con contratti per quasi 50 miliardi di euro. A sorpresa, nella classifica dei ministri più attivi in questo shopping dal 1993 a oggi, al primo posto spicca Pier Luigi Bersani che ha firmato finanziamenti per oltre 27 miliardi, seguito da Federica Guidi con 8 miliardi, Claudio Scajola con 6,5 miliardi ed Enrico Letta con quasi 4. Nonostante sia rimasta al potere per meno anni, la sinistra sembra avere largheggiato in questo canale di sovvenzione dell’industria.

L’epopea degli F-35. Certo, questi investimenti si traducono in 50 mila posti di lavoro e tanta ricerca tecnologica, con prodotti che in alcuni casi hanno ottenuto successi di export notevoli. Ma non sempre ai cittadini viene spiegato con chiarezza cosa compriamo e a che prezzo. Bisogna riconoscere che dall’arrivo di Roberta Pinotti al ministero i bilanci sono più trasparenti, resta però il problema dei contratti diluiti per decenni. Come l’epopea degli F-35: alla fine l’impegno a dimezzare la spesa votato dalle Camere sarà rispettato? L’Osservatorio ritiene di no e segnala come siano stati firmati ordini per otto supercaccia e versati acconti per altri sette, con una previsione complessiva di budget salita a 13,5 miliardi. Una parte degli F-35 – secondo il Rapporto – prima o poi salterà a bordo della Trieste, la nuova supernave da 1.100 milioni della Marina che si ritiene destinata a un futuro di portaerei, anche se ufficialmente è stata impostata come unità di sostegno agli sbarchi con una vocazione per i soccorsi umanitari.
Più graduati che truppa. Nonostante le cifre stratosferiche, i comandanti si lamentano di non avere soldi per la manutenzione e di faticare a garantire l’addestramento dei reparti. E non mentono. Nel 2017 oltre il 41 per cento delle risorse globali servirà per gli stipendi di un’armata che non si riesce a snellire: ci sono troppi graduati e poca truppa. Oggi si contano 90 mila comandanti contro 81 mila comandati; nel 2024 le proporzioni dovrebbero cambiare radicalmente, ammesso che si trovi un modo per ridurre 32 mila marescialli e 4500 ufficiali in otto anni. Finora le grandi manovre per destinare i marescialli ad altre amministrazioni – come i palazzi di giustizia o i musei – sono state una disfatta. Ministro e Stato Maggiore stanno tagliando molti comandi e di conseguenza il numero di poltrone per generali e ammiragli: la riduzione di un terzo pare però ancora fuori bersaglio. Infine c’è una voce nel bilancio 2017 che letteralmente decolla: quella dei voli di Stato, con un 50 per cento in più. Serviranno infatti ben 23 milioni e mezzo per il noleggio del nuovo Airbus presidenziale voluto da Matteo Renzi. “Non è il mio aereo”, ha detto pochi giorni fa il premier: “È un jet in leasing, usato, che serve a portare gli imprenditori a fare missioni all’estero”. Finora se ne ricorda una sola, forse la più costosa trasvolata della storia italiana.

FONTE: repubblica.it

Libia: spariti anche i soldi dei danni del colonialismo italiano

Sparito il tesoro italiano in Libia Tripoli e le aziende lo reclamano

 

I soldi del fondo Berlusconi-Gheddafi usati per altro in varie finanziarie tra 2013 e 2014. Beffati i creditori

1 SETTEMBRE 1969

«Popolo di Libia!
Interpretando la tua libera volontà; esaudendo i tuoi voti supremi; accogliendo il tuo appello incessante al cambiamento di regime e la tua aspirazione ad agire; ascoltando le tue esortazioni alla rivolta, le tue forze armate hanno rovesciato il regime reazionario e corrotto, il cui fetore ci soffocava, il cui spettacolo ci ripugnava.
D’un solo colpo, la tua valente armata ha fatto cadere gl’idoli e li ha mandati in frantumi. D’un solo colpo, essa ha illuminato la notte oscura in cui s’erano succedute la dominazione turca, la dominazione italiana, la dominazione – infine – d’un regime reazionario e putrefatto in seno al quale regnavano la concussione, le fazioni, la fellonia e il tradimento.
La Libia è, a partire da adesso, una repubblica libera e sovrana, che assume il nome di Repubblica Araba Libica e che, per grazia di Dio, si mette all’opera. Essa procederà sulla strada della libertà, dell’unità e della giustizia, garantendo a tutti i suoi figli l’equità e la fratellanza ed aprendo dinanzi a loro le porte di un’attività onesta, dalla quale saranno bandite l’ingiustizia e lo sfruttamento, dove non ci saranno né servi né padroni, dove tutti saranno liberi fratelli. Questa attività si collocherà in un mondo che vedrà regnare, per la grazia di Dio, il bene comune e la giustizia.
Tendete a noi le vostre mani, aprite a noi i vostri cuori, dimenticate le avversità e fate fronte, uniti in un unico blocco, al nemico della Nazione Araba, al nemico dell’Islam, al nemico dell’Uomo, a colui che ha bruciato i nostri templi e ha dileggiato il nostro Onore. Noi costruiremo l’edificio della nostra gloria, faremo rivivere il nostro retaggio, vendicheremo la nostra dignità offesa e i nostri diritti spogliati.
O voi che siete stati testimoni della sacra lotta del nostro eroe Omar EI-Muktar, lotta per la Libia, per l’Arabismo e per l’Islam; o voi che avete combattuto al fianco di Ahmed EI-Sherif per un giusto ideale; voi, i figli del deserto; voi, i figli delle nostre antiche città; voi, i figli delle nostre verdeggianti campagne; voi, i figli dei nostri bei villaggi: l’ora dell’azione è arrivata.
Andiamo avanti, e che la pace sia con voi
».

MUAMMAR GHEDDAFI
alla radio il 1 settembre 1969 proclama la fine della monarchia e la nascita della repubblica.

Ahmed Gaddaf al-Dam si rivolge al popolo italiano: “Non siamo solamente barili di petrolio e gas, stiamo soffrendo”

7 agosto 2018.
https://thepatrimony.files.wordpress.com/2014/10/ahmedgaddafaldam.jpg?w=1200
Di Vanessa Tomassini.
Il cugino del rais, Ahmed Gaddaf al-Dam, ambasciatore all’estero durante il periodo di Gheddafi ed attuale leader del Fronte di Lotta Nazionale, in questa intervista esprime tutto il suo dispiacere per la sofferenza vissuta dal popolo libico a causa della politica italiana in Libia e le ultime dichiarazioni dell’ambasciatore Giuseppe Perrone.
– Nei giorni scorsi abbiamo assistito a diverse manifestazioni contro la politica italiana in Libia. Cosa ne pensa?
“Sfortunatamente, la politica italiana verso la Libia è guidata da una mentalità incivile che porta con sè gli accumuli dell’era coloniale. Ne abbiamo sofferto e ne soffriamo ancora oggi, nonostante quello che abbiamo raggiunto con il presidente Berlusconi, quando abbiamo firmato un accordo bilaterale che è stato un onore per tutti fino alla sua ultima pagina. La lezione più importante che abbiamo appreso è che il colonialismo è un progetto fallito. Abbiamo accettato le scuse dell’Italia ed abbiamo gettato le basi per il rapporto futuro. Nel 2011 il nostro Paese è stato bombardato dai missili della NATO e l’Italia ha rotto il suo impegno di non attaccare. Oggi tutti pagano il prezzo di questa scelta, la Libia è stata distrutta e siamo entrati in innumerevoli problemi. Li abbiamo avvertiti, ma invece di correggere gli errori, i governi dell’Italia continuano a punirci con lo stesso spirito del fascismo coloniale, credendo che la Libia possa tornare ad essere una colonia italiana, con il linguaggio della minaccia e del disprezzo per tutti i governi istituiti dai missili della NATO. Dopo il martirio di Gheddafi non c’è legittimità per nessuno. L’Italia ha mandato le sue navi da guerra, soldati a Tripoli e Misurata e Jafra.  I soldati delle forze navali libiche non dimenticheranno il comandante della marina libica che gli ha impedito di entrare nel suo ufficio, sebbene sia stato uno dei traditori che avevano arredato il tappeto rosso per ricevere la flotta italiana”.

-Che cosa infastidisce di più i libici?
“L’Italia ha presentato una richiesta per l’acquisto di terreni per usi militari, ha persino domandato alcune proprietà che sostengono di aver posseduto durante il dominio coloniale e forse l’ultimo ospedale psichiatrico nel centro di Tripoli. Questo ha provocato il malcontento ed ha messo in ridicolo i libici. Mi dispiace dire che il nostro ottimismo nel nuovo governo dei giovani è svanito ed abbiamo iniziato a pensare che l’Italia, ‘che è proprietario di una mano longitudinale’ stia negoziando con altri paesi il suo diritto. Abbiamo ascoltato un linguaggio straordinario del ministro della Difesa ed altri. Forse il più recente è quello dell’ambasciatore Giuseppe Perrone che ordina da Tripoli al nostro governo sconfitto la sua decisione di rinviare le elezioni. L’Italia non le permetterà ora. Alcuni clienti di alcune città offrono promesse. Queste dichiarazioni hanno anche portato i nostri giovani di movimenti pacifici libici nelle strade delle città dopo che hanno ricevuto conferma dell’incapacità del Governo di rispondere all’umiliazione e al linguaggio del disprezzo usato dall’ambasciatore. Ne ho già avvertito più di una volta, ve lo ripeto: la Libia di oggi non è quella del 1911. Il 2018 non sarà come in passato, queste generazioni sono state allevate sotto la montagna di orgoglio del periodo Gheddafi, si sono riunite e preparate per una nuova alba. Queste politiche stupide riportano alla memoria ricordi amari. Non lo dimentichiamo. Proteste pacifiche, bandiere bianche continueranno a sorgere in tutte le nostre città e villaggi, finché non sentiremo delle scuse sincere ed un nuovo ambasciatore non faccia promesse esplicite consone all’accordo che abbiamo firmato. Voglio avvertire il vostro ambasciatore di non ridicolizzare più le dozzine di giovani che sono usciti per protestare come ha già fatto. E avverto il governo italiano che i giorni stanno passando velocemente e ciò che possiamo fare insieme oggi, potrebbe essere troppo tardi domani, qualunque cosa nella Libia di oggi di debolezza, umiliazione e silenzio hanno i giorni contati. Abbiamo le potenzialità, le alleanze e difendiamo il nostro diritto alla vita. Mi rivolgo al popolo italiano, amico e vicino, per unirsi a noi al fine di prevenire questa palese delusione. Coloro che portano avanti questa relazione, domani non ci saranno più”.
-Signor Ahmed perché pensa che l’Italia voglia attendere per le elezioni?
“Il fatto che l’Italia voglia rinviare le elezioni è un’altra mancanza di rispetto verso il popolo libico. Questa dichiarazione o questi ordini non aiutano i libici. Queste voci devono essere fermate. Siamo esseri umani, non abbiamo una patria per colpa della vostra aggressione del 2011 che ci ha portato a questa miserabile condizione, non siamo solamente barili di olio e gas, né tantomeno uno spazio per risolvere il conflitto tra Nazioni. Dov’è la civiltà, la sicurezza, i valori la democrazia delle Nazioni Unite in tutto questo?? Spero che non dimenticherete che questo piccolo popolo vi ha affrontato da solo nel 2011, spero che non dimenticherete la rivoluzione del conquistatore nel 1969, che non si aspettava tutte le mine d’Europa. Per 42 anni questo Paese ha controllato le sue risorse ed era un muro di sicurezza nel sud del Mediterraneo. Ha affrontato l’invasione nel Golfo di Sirte e stava guidando il continente africano verso la creazione degli Stati Uniti d’Africa. La Libia ha aperto le porte del bene, della cooperazione e della pace con tutti i suoi vicini, fino a quando non l’avete attaccato nel 2011 con la NATO, senza dichiarare nemmeno lo stato di guerra. Ha resistito 8 mesi con un valore raro, un’epica che deve essere insegnata nei libri di storia, letta e riletta. Ricordo che il governo italiano ha peccato di vanità dopo il mandato del presidente Trump, ma noi non siamo un burattino da passarsi l’un l’altro, lo abbiamo visto nei conflitti passati quando non ci hanno spaventato le flotte che ci assediavano, come quando negli anni Ottanta il mare e l’aria si scontravano quasi quotidianamente nel Golfo di Sirte. Se volete aiutarci o collaborare con noi, questi metodi e questo linguaggio influenzeranno il futuro delle nostre relazioni. So che sono parole dolorose, ma voglio arrivare direttamente a voi anche se so che il Ministro degli Esteri libico ha riferito sulla nostra posizione.  Voglio sentire il popolo italiano amico ed aspetterò una vostra risposta…”.

Preso da: https://specialelibia.it/2018/08/07/esclusiva-ahmed-gaddaf-al-dam-si-rivolge-al-popolo-italiano-non-siamo-solamente-barili-di-petrolio-e-gas-stiamo-soffrendo/