Ma in Libia poi com’è finita?

Nonostante sia sparita dalle prime pagine dei giornali, la battaglia per il controllo di Tripoli sta continuando e sembra lontana dalla fine

Miliziani di Misurata a Tripoli, 9 aprile 2019 (Stringer/picture-alliance/dpa/AP Images) 

11 giugno 2019
Anche se la notizia è sparita dalle prime pagine dei giornali italiani, in Libia la battaglia per il controllo della capitale Tripoli, iniziata lo scorso aprile, non è finita. Le milizie che si stanno affrontando, riunite grossomodo attorno a due schieramenti principali, non riescono a imporsi le une sulle altre e da settimane c’è una specie di situazione di stallo che non sembra potersi sbloccare nel breve periodo. La battaglia a Tripoli non è il primo conflitto armato in Libia dalla fine del regime di Muammar Gheddafi, nel 2011, ma è di certo uno dei più rilevanti, che ha già provocato centinaia di morti e migliaia di sfollati, e che ha fatto parlare analisti ed esperti di una “nuova guerra civile“.
**IN realtà in Libia non cè una guerra civile, ma un popolo che combatte contro bande di terroristi pagati dall’ occidente, che sostengono Serraji **

Le violenze erano iniziate lo scorso aprile, in maniera piuttosto improvvisa. Il maresciallo Khalifa Haftar, il leader di fatto della Libia orientale e da qualche mese anche di quella meridionale, aveva attaccato Tripoli da sud, pochi giorni prima di un’importante conferenza internazionale di pace organizzata dall’ONU. L’obiettivo di Haftar era conquistare la capitale, sottraendola al controllo del governo guidato dal primo ministro Fayez al Serraj, riconosciuto dall’ONU come unico governo legittimo della Libia. Haftar, ha scritto tra gli altri Arturo Varvelli dell’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale), sperava di sfruttare il malcontento della popolazione verso le numerose e potenti milizie armate che operano nella capitale, e l’opposizione delle stesse milizie a un più ampio piano di riforme avviato dal governo di Serraj e finalizzato a ridurre la loro influenza in diversi ministeri del governo. Le cose però sono andate diversamente: le milizie e il governo di Tripoli si sono uniti contro il nemico comune, mettendo da parte almeno temporaneamente le loro differenze.

Le milizie fedeli ad Haftar non sono riuscite finora a imporsi su quelle schierate dalla parte di Serraj: sono rimaste bloccate nel sud di Tripoli e non sono mai riuscite ad arrivare a meno di dieci chilometri di distanza dal centro della capitale, dove sono concentrati tutti i ministeri e gli altri centri del potere.
Per il momento non sembra esserci una soluzione alla crisi libica, e in particolare alla battaglia di Tripoli, anche a causa delle influenze dei paesi stranieri che appoggiano l’una o l’altra parte. L’Italia è sempre stata apertamente schierata dalla parte di Serraj, che però nel corso degli ultimi anni non è riuscito a prendere il controllo di tutta la Libia e ha visto il suo ruolo indebolirsi sempre di più. Negli ultimi mesi anche il governo guidato da Giuseppe Conte sembra avere preso un po’ le distanze da Serraj, allineandosi a una politica meno schierata, come quella adottata dagli Stati Uniti di Donald Trump: questo non significa però che Serraj sia rimasto senza appoggi internazionali. Haftar ha potuto contare fin da subito sull’appoggio di Egitto ed Emirati Arabi Uniti, due paesi che sono schierati dalla stessa parte in diverse crisi del Medio Oriente (per esempio sul tema dell’embargo sul Qatar), e poi con il sostegno di Russia e Francia. Secondo alcuni analisti, la situazione a Tripoli potrebbe sbloccarsi solo con l’intervento e la mediazione di qualche potenza straniera in grado di influenzare le decisioni di Haftar, anche se non sarà facile: rinunciare all’operazione contro Tripoli significherebbe per il maresciallo una sconfitta politica enorme.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nei primi mesi della battaglia per il controllo di Tripoli sono state uccise più di 500 persone e 75mila sono state costrette a lasciare le proprie case. I feriti sono circa 2.500.

Preso da: https://www.ilpost.it/2019/06/11/guerra-libia-tripoli-haftar/

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«I pesticidi continuano a uccidere le api. È ora di agire veramente»

L’appello delle deputate del Gruppo Misto in Parlamento Sara Cunial e Silvia Benedetti: «Basta demandare all’Unione Europea, la competenza è nazionale. Dunque, si prendano misure drastiche».

«I pesticidi continuano a uccidere le api. È ora di agire veramente»

«Abbiamo portato all’attenzione del ministro Centinaio l’annosa questione della moria di api che sta avvenendo in diverse parti d’Italia in seguito a un uso massiccio e scriteriato di pesticidi estremamente dannosi al loro habitat e alla loro vita, come per esempio il caso del Mesurol in Friuli per cui è stata aperta un’indagine o ancora i neonicotinoidi già banditi in diversi stati membri ma purtroppo ancora utilizzati in Italia». Ad affermarlo sono le deputate del gruppo Misto Sara Cunial e Silvia Benedetti, che tornano sulla questione di cui, dopo un grande allarme qualche tempo fa, ora si tende a parlare sempre meno.

«Sebbene vi sia consapevolezza della strategicità del settore e dei gravi danni causati da alcune molecole agli ecosistemi e agli insetti impollinatori, ancora una volta si demanda a importanti decisioni all’Unione Europea, quando la competenza su queste disposizione è nazionale, come indicato nella normativa comunitaria e come altre nazioni, più lungimiranti e attente alla vita e alla salute ci insegnano».
«È bene ricordare che nelle campagne italiane ci sono milioni di alveari curati da oltre 45.000 apicoltori – continuano le deputate – miliardi di euro derivano dalla sola attività di impollinazione alle coltivazioni a cui si aggiunge il profitto di 22.000 tonnellate annue di produzione di miele. Un trend in continua crescita che dà lavoro a sempre più persone, soprattutto giovani e soprattutto al sud, e che fa dell’Italia un’avanguardia delle pratiche e tecnologie in questo frangente nonché uno dei principali produttori di miele d’eccellenza. Ma soprattutto è bene sottolineare che senza api perderemmo gran parte della nostra biodiversità, l’accesso a ingenti tipologie di cibo, la vita stessa è a rischio senza il loro lavoro – proseguono – Avremmo bisogno di azioni concrete e urgenti per favorire politiche agricole sostenibili e idonee a proteggere questo cruciale settore, purtroppo troppo spesso messo in crisi da pratiche scriteriate e anacronistiche – spiegano le deputate –  Ci chiediamo dove siano i paladini dell’occupazione, dell’innovazione, del Made in Italy e dei nostri prodotti di qualità. Ma soprattutto ci chiediamo dove siano tutti coloro che dovrebbero mettere la tutela delle persone e dell’ambiente al primo posto e fare del principio di precauzione il faro della loro azione politica. Confidiamo che in Italia quanto in Europa si mantenga ciò che è stato promesso e di ciò che moltissimi apicoltori, agricoltori e cittadini chiedono».

Preso da: http://www.ilcambiamento.it/articoli/i-pesticidi-continuano-a-uccidere-le-api-e-ora-di-agire-veramente

La nave d’assalto dei nuovi crociati

Global Research, May 28, 2019
 
Alla presenza del Capo della Stato Sergio Mattarella, del ministro della Difesa Elisabetta Trenta, del ministro dello sviluppo economico Luigi di Maio, e delle massime autorità militari, è stata varata il 25 maggio nei Cantieri di Castellammare di Stabia (Napoli) la nave Trieste, costruita da Fincantieri.

È una unità anfibia multiruolo e multifunzione della Marina militare italiana, definita dalla Trenta «perfetta sintesi della capacità di innovazione tecnologica del Paese». Lunga 214 metri e con una velocità di 25 nodi (46 km/h), ha un ponte di volo lungo 230 metri per il decollo di elicotteri, caccia F-35B a decollo corto e atterraggio verticale e convertiplani V-22 Osprey.

Può trasportare nel suo ponte-garage veicoli blindati per 1200 metri lineari. Ha al suo interno un bacino allagabile, lungo 50 metri e largo 15, che permette alla nave di operare con i più moderni mezzi anfibi della Nato.
In termini tecnici, è una nave destinata a «proiettare e sostenere, in aree di crisi, la forza da sbarco della Marina militare e la capacità nazionale di proiezione dal mare della Difesa».
In termini pratici, è una nave da assalto anfibio che, avvicinandosi alle coste di un paese, lo attacca con caccia ed elicotteri armati di bombe e missili, quindi lo invade con un battaglione di 600 uomini trasportati, con i loro armamenti pesanti, da elicotteri e mezzi di sbarco.

In altre parole, è un sistema d’arma progettato non per la difesa ma per l’attacco in operazioni belliche condotte nel quadro della «proiezione di forze» Usa/Nato a grande distanza.
La decisione di costruire la Trieste fu presa nel 2014 dal governo Renzi, presentandola quale nave militare adibita principalmente ad «attività di soccorso umanitario». Il costo della nave, a carico non del Ministero della difesa ma del Ministero dello sviluppo economico, veniva quantificato in 844 milioni di euro, nel quadro di uno stanziamento di 5.427 milioni per la costruzione, oltre che della Trieste, di altre 9 navi da guerra. Tra queste, due unità navali ad altissima velocità per incursori delle forze speciali in «contesti operativi che richiedano discrezione», ossia in operazioni belliche segrete.
Al momento del varo, il costo della Trieste è stato indicato in 1.100 milioni di euro, oltre 250 in più della spesa preventivata. Il costo finale sarà molto più alto, poiché va aggiunto quello dei caccia F-35B e degli elicotteri imbarcati, più quello di altri armamenti e sistemi elettronici di cui sarà dotata la nave nei prossimi anni. L’innovazione tecnologica in campo militare – ha sottolineato la ministra della Difesa – «deve essere supportata dalla certezza dei finanziamenti».
Ossia da continui, crescenti finanziamenti con denaro pubblico anche da parte del Ministero dello sviluppo economico, ora guidato da Luigi Di Maio.
Alla cerimonia del varo, ha promesso agli operai altri investimenti: ci sono infatti da costruire altre navi da guerra. La cerimonia del varo ha assunto ulteriore significato quando l’ordinario militare, monsignor Santo Marcianò, ha esaltato il fatto che gli operai avevano affisso sulla prua della nave una grande croce, composta da immagini sacre alle quali sono devoti, tra cui quelle di Papa Wojtyła e Padre Pio. Monsignor Marcianò ha elogiato la «forza della fede» espressa dagli operai, che ha benedetto e ringraziato per «questo segno meraviglioso che avete messo sulla nave».
È stata così varata la grande nave da guerra portata a esempio della capacità di innovazione del nostro paese, pagata dal Ministero dello sviluppo economico con i nostri soldi sottratti a investimenti produttivi e spese sociali, benedetta col segno della Croce come all’epoca delle crociate e delle conquiste coloniali.

Manlio Dinucci

Tre italiani al Bilderberg, anche il vicedirettore del Fatto Quotidiano

bilderberg

Renzi al Bilderberg con Gruber, ma il vero potere è altrovetratto dal sito libreidee
La 67ma riunione del gruppo Bilderberg si terrà a Montreux, in Svizzera, dal 30 maggio al 2 giugno. Politica, economia, industria, finanza e media: tra i circa 130 partecipanti, nella “delegazione” italiana ci saranno Matteo Renzi, Stefano Feltri del “Fatto Quotidiano” e Lilli Gruber.
Lo conferma, in una nota, l’“Huffington Post”. Saranno trattati 11 grandi temi globali in quattro giorni, tra questi anche ambiente e futuro: “Un ordine strategico stabile”, “Quale futuro per l’Europa?”, “Cambiamenti climatici e sostenibilità”.
E poi “Cina”, “Russia”, “Il futuro del capitalismo”, “Brexit”. E ancora: “L’etica dell’intelligenza artificiale”, “I social media come arma”, “L’importanza dello spazio”, “Le minacce cyber”.

L’inizio del Bildelberg

«A iniziare le conferenze del gruppo – scrive l’“Huffington” – fu un’idea del magnate statunitense David Rockefeller. La prima riunione si tenne il 29 maggio del 1954 all’Hotel Bilderberg nei Paesi Bassi e il punto focale dell’incontro fu la crescita dell’antiamericanismo che si respirava in Europa occidentale».
Lo stesso Bilderberg oggi spiega che a Montreux è invitato «un gruppo eterogeneo di leader politici ed esperti dell’industria, della finanza, del mondo accademico, del lavoro e dei media».
Fondato nel 1954, il Bilderberg Meeting è una conferenza annuale «progettata per favorire il dialogo tra Europa e Nord America», spiega lo stesso club sul proprio sito.
Ogni anno, tra 120-140 leader politici ed esperti dell’industria, della finanza, del lavoro, del mondo accademico e dei media sono invitati a prendere parte al Meeting.
Circa due terzi dei partecipanti provengono dall’Europa e il resto dal Nord America; circa un quarto dalla politica e dal governo e il resto da altri campi.
Il Bilderberg si definisce «un forum per discussioni informali su questioni importanti». Gli incontri «si svolgono secondo la Chatham House Rule, che stabilisce che i partecipanti sono liberi di utilizzare le informazioni ricevute, ma né l’identità né l’affiliazione degli oratori o di altri partecipanti possono essere rivelate».
Grazie alla natura privata del Meeting, i partecipanti «prendono parte come individui piuttosto che in qualsiasi veste ufficiale, e quindi non sono vincolati dalle convenzioni del proprio ufficio o da posizioni prestabilite».
In quanto tali, «possono prendere tempo per ascoltare, riflettere e raccogliere idee». Non vi è alcun ordine del giorno dettagliato, non vengono proposte risoluzioni, non vengono votate né emesse dichiarazioni politiche.
Da anni, il Bilderberg fa parlare di sé lasciando trapelare (o addirittura presentando apertamente) la lista degli invitati.
«Tanta sovraesposizione – sostiene il saggista Gianfranco Carpeoro, acuto analista delle dinamiche del potere – sembra fatta apposta per lasciare al riparo, nell’ombra, i veri centri di potere».
Gioele Magaldi, autore del bestseller “Massoni”, spiega che il Bilderberg (come la Trilaterale e la Chatham House inglese, il Council on Foreign Relations statunitense, il Gruppo dei Trenta, la stessa Bce) sono in realtà istituzioni “paramassoniche”, cioè progettate da massoni ma aperte a “profani”.

Il potere occulto di 36 superlogge

In pratica, cinghie di trasmissione del vero potere, che per Magaldi è esercitato – in modo occulto – dalle 36 superlogge sovranazionali che hanno in mano governi, finanza e geopolitica.
Fanno parte di questa categoria i think-tanks come l’Aspen Institute, il Forum di Davos, il Club di Roma.
Sono gli incubatori dell’attuale mondialismo, che le Ur-Lodges di segno neo-conservatore hanno sostanzialmente imposto al pianeta dopo il crollo dell’Urss, al termine di una lunga preparazione avviata nel 1971 con il Memorandum neoliberista di Lewis Powell (Wall Street) e completata nel 1975 con il manifesto “La crisi della democrazia”, saggio firmato da Samuel Huntington, Michel Crozier e Joji Watanuki su commissione della Trilaterale (di Gianni Agnelli l’introduzione all’edizione italiana).
Attraverso l’analisi della massoneria di potere, nel suo lavoro editoriale Magaldi sintetizza la traiettoria dell’Occidente nell’ultimo mezzo secolo: l’espansione del progressismo varato da Roosevelt in base alla dottrina economica di Keynes (benessere diffuso) proseguì fino alla presidenza di Lyndon Johnson, ma – dopo l’omicidio di Jfk – fu brutalmente fermata da altri due delitti politici, l’assassinio di Bob Kennedy e Martin Luther King.

In Italia

In Europa, l’Italia fu il campo di battaglia che vide opporsi le due anime della supermassoneria: un funzionario kennediano come Arthur Schlesinger jr. fu determinante nel neutralizzare i tre tentativi di golpe condotti nella penisola.
E al colpo di Stato dei colonnelli in Grecia, i progressisti risposero nel ‘74 con la Rivoluzione dei Garofani in Portogallo, fatta scattare non a caso il 25 aprile, per ricordare la liberazione antifascista dell’Italia.
Quattro anni dopo fu rapito e ucciso Aldo Moro, politico che intendeva preservare la sovranità italiana di fronte al nuovo globalismo che stava già progettando l’Ue.
Poco prima del sequestro, Moro fu minacciato e intimidito a Washington da Kissinger: fu lo stratega del golpe cileno ad “avvertire” il leader democristiano che avrebbe rischiato la vita, insistendo con l’alleanza con il Pci di Berlinguer.
Nel suo libro, Magaldi rivela che Kissinger è stato l’eminenza grigia della “Three Eyes”, la superloggia che più di ogni altra, prima dell’11 Settembre, si è impegnata per fermare l’avanzata dei diritti sociali in Occidente.

La P2 di Gelli

Sempre Magaldi sostiene che la P2 di Gelli non era che il braccio operativo italiano della “Three Eyes”. In un recente convegno a Milano, il Movimento Roosevelt – di cui Magaldi è presidente – ha ricordato le figure di Olof Palme e Thomas Sankara.
Due massoni progressisti, assassinati nella seconda metà negli anni ‘80 alla vigilia dell’avvento della globalizzazione neoliberista del pianeta, che avrebbe incluso anche la Cina e che oggi colpisce duramente l’Africa: lo stesso Sankara, leader carismatico del Burkina Faso, si era opposto alla schiavitù finanziaria del debito.
Palme, unico premier europeo ucciso mentre era in carica, fu freddato a Stoccolma nel 1986. Un uomo scomodo: fautore del miglior welfare europeo e dell’impegno diretto dello Stato nell’economia sociale, avrebbe ostacolato la nascita di questa Ue, di segno oligarchico.
Un anno dopo l’omicidio Palme scomparve da Roma il professor Federico Caffè: era considerato il maggior economista keynesiano d’Europa, capace di fornire agli Stati gli strumenti per consentire ai governi di sostenere finanziariamente le economie, puntando al benessere dei cittadini.

Gruber, Renzi e Mattia Feltri

Il neoliberismo è oggi la nuova religione universale: ne fanno professione anche Lilli Gruber, Matteo Renzi e lo stesso Mattia Feltri, ospiti del Bilderberg.
La teologia neoliberale prevede che siano gli attori finanziari a decidere le politiche degli Stati, a prescindere dalle elezioni: i governi sono ricattati dal debito statale, che si chiama ancora “pubblico” ma è stato privatizzato, essendo detenuto da fondi d’investimento privati.
Di qui il dogma dello “Stato minimo”: obbligo di tagliare la spesa pubblica, fino a ridurre a zero il ruolo sociale dello Stato con il pareggio di bilancio.
Una linea politica risultata disastrosamente evidente in Italia con l’avvento di Monti nel 2011, fedele esecutore dell’austerity imposta da Bruxelles.
Nel frattempo, alla crisi sociale determinata dal rigore finanziario si è accompagnata l’esplosione del caos geopolico planetario, innescato dal crollo dell’Urss e deflagrato con l’attentato del 2001 alle Torri Gemelle, per arrivare fino al terrorismo targato Isis.
Una dinamica infernale, che Magaldi riconduce alla Ur-Lodge “Hathor Pentalpha” creata dai Bush per esportare in tutto il mondo la strategia della tensione.
Obiettivo: imporre a mano armata la globalizzazione neoliberista. Una narrazione, questa, da cui restano lontanissimi politici come Renzi e giornalisti come Mattia Feltri e Lilli Gruber, che non ha mai neppure citato il libro di Magaldi (ben noto invece ai signori del Bilderberg e a tutti i veri potenti di questi anni, da Napolitano a Draghi). Fonte: libreidee

Preso da: https://informarexresistere.fr/bilderberg-renzi-gruber-svizzera/

Per uscire dalla guerra, bisogna uscire dalla NATO

In Europa è iniziato il processo di creazione di un movimento specifico contro la guerra e contemporaneamente di orientamento anti-NATO, ed esso può essere promosso

La locomotiva USA della spesa militare mondiale

L’arte della guerra

Albania: la capitale europea della cannabis.

Da Tirana. “L’Albania sta diventando la Colombia d’Europa”: a dirlo, a novembre dell’anno scorso,  è stato l’ex premier del Paese delle Aquile Sali Berisha, al potere dal 1992 al 1997 come presidente e dal 2005 al 2013 come primo ministro.
https://legacy.lib.utexas.edu/maps/europe/albania_pol00.jpg
E se l’Albania non è interessata da un traffico di cocaina paragonabile a quello originato nel Paese sudamericano, è pur vero che quello di cannabis ha raggiunto proporzioni senza pari in Europa.L’ambasciatore Osce nel Paese, Berndt Borchardt, ha recentemente calcolato in almeno due miliardi di euro l’indotto generato dalla produzione e dall’esportazione di questo stupefacente, in un Paese che nel 2015 faceva segnare un Pil di poco inferiore agli 11 miliardi.

E si tratta di un commercio in rapida crescita, se si calcola che, spinta dall’aumento della domanda, la produzione di cannabis sarebbe triplicata nel corso dell’ultimo anno, come spiega a Gli Occhi della Guerra l’esperta di criminalità e terrorismo albanese Aleksandra Bodgani. Un dato che trova indiretta conferma nelle parole dell’attuale primo ministro di Edi Rama, che nel rivendicare l’operato del proprio governo pone l’accento sull’aumento della quantità di cannabis sequestrata in un anno, che è appunto triplicata .
– La merce, perlopiù, veniva imbarcata verso l’Italia e di qui, con l’aiuto delle organizzazioni mafiose dello Stivale, smerciata in tutta Europa. Col tempo in Albania vennero a crearsi anche alcune zone franche, dove la coltivazione della cannabis avveniva pubblicamente e le forze dell’ordine non osavano farsi vedere.
Il boomerang di LazaratUna situazione incresciosa a cui tentò di porre termine proprio l’attuale primo ministro Rama, con un blitz nel maggiore di questi centri: il villaggio di Lazarat, completamente ripulito nel corso di una maxi operazione risalente al 2013.Curiosamente, però, questa mossa dettata forse anche da logiche elettorali si rivelò un clamoroso boomerang. Distrutto il centro di produzione di Lazarat, negli ultimi quattro anni le piantagioni di cannabis sono sorte come funghi in tutto il Paese, estendendo il fenomeno anche a regioni fino ad allora poco coinvolte, come le aree settentrionali più vicine al Montenegro.
All’aumento vertiginoso del giro di affari, ci racconta il giornalista d’inchiesta albanese Lavdrim Lita, che si occupa in particolare di criminalità anche su testate italiane, ha contribuito anche l’introduzione sul mercato di un nuovo seme di una varietà vietnamita di cannabis, che impiega molto meno tempo per fruttificare e che ha rapidamente soppiantato la varietà indigena.La cannabis così prodotta, secondo i calcoli della Bbc,  viene commercializzata a duecento euro in Albania e rivenduta poi in Italia a sette volte il prezzo di base. Un guadagno enorme che dà vita a un giro d’affare che vale un grosso pezzo di Pil, calcolando che insieme alla droga sui gommoni che salpano per la Puglia vengono imbarcati – sia pure in misura minore rispetto al passato – anche armi, donne destinate alla prostituzione e in alcuni casi pure migranti.
Sulle stesse rotte, in senso inverso, arriva invece la cocaina importata in Europa attraverso l’Italia e la Spagna e quindi convogliata verso l’est del continente. Non è raro che i trafficanti italiani ed albanesi – in questi traffici sarebbe particolarmente attiva la ‘ndrangheta – si scambino le differenti qualità di droga come contropartita.La polizia paralizzata dalla corruzioneIn un Paese in cui la ritirata dello Stato sociale fa sentire i propri effetti con durezza, la coltivazione della cannabis è così diventata uno strumento di sopravvivenza anche per tanti piccoli coltivatori che si prestano ai loschi traffici dei tanti oligarchi locali.
La corruzione endemica impedisce che l’azione della polizia si dispieghi in tutta la sua efficacia: non è raro, spiega Lita, che in cambio di una tangente del 20% i funzionari locali delle forze dell’ordine avvisino in tempo i contadini dell’arrivo di una retata, consentendo così di nascondere la maggior parte del raccolto mentre una porzione minoritaria viene conservata per la distruzione da parte della polizia – e per aggiornare le trionfalistiche statistiche del governo.Il primo ministro Rama, parlando con Gli Occhi della Guerra, ha chiesto due anni per debellare le tante zone franche in cui i coltivatori di cannabis riescono a sottrarsi alla mano della legge, ma con le elezioni politiche alle porte (si voterà a giugno, ndr) il rischio è che i gruppi criminali arricchitisi col commercio della droga possano finanziare i partiti. Ed influenzare le politiche del prossimo governo.

Napoli condanna l’ennesimo tentativo di golpe in Venezuela!

L’Assemblea di Solidarietà con il Venezuela Bolivariano a Napoli condanna il tentativo di colpo di stato contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela!
Il movimento di solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana nella Città di Napoli, così come l’insieme delle associazioni, degli attivisti e degli intellettuali raccolti nella Assemblea di Solidarietà con il Venezuela Bolivariano, Condannano il tentativo di colpo di stato perpetrato contro questo Paese libero, sovrano e indipendente, contro il suo Presidente legittimo Nicolás Maduro e contro le continue proposte di dialogo e i reiterati sforzi per la pace che il popolo venezuelano ha avanzato.

Denunciamo la autoproclamazione, completamente antidemocratica e anticostituzionale, del
deputato Juan Guaidó, che si è messo a capo di queste manifestazioni violente, sotto la esplicita e
dichiarata manipolazione da parte dell’imperialismo nord-americano.

Esigiamo che sia rispettata la volontà del popolo del Venezuela e la sua libertà a decidere del suo
futuro e per la risoluzione delle questioni interne venezuelane.
Basta ingerenze nella Terra di Bolívar!
Rispetto per la Carta Magna!
Condanniamo l’uso della violenza, la chiamata alla sollevazione armata e all’attentato contro la
democrazia.
Denunciamo la manipolazione mediatica imperialista e le menzogne diffamatorie sulla Forza
Armata Venezuelana, che ha già dato prova di pieno appoggio al popolo e al Presidente Nicolás
Maduro.
Esigiamo che la Unione Europea mantenga una posizione di rispetto e di non intervento di fronte
alla situazione attuale nella Repubblica Bolivariana del Venezuela.
Riaffermiamo ora più che mai la nostra piena solidarietà e il nostro totale appoggio al popolo del
Venezuela, al Presidente Nicolás Maduro e al lascito del Comandante Hugo Chávez.

Preso da: https://albainformazione.com/2019/05/03/21351/

Quale 25 Aprile e quale Liberazione, nella Colonia Italia?

29/4/19
Ho superato il 25 aprile uscendo dalla culla di questo eterno presente, dalla quale, a noi pupetti, i pupari non fanno né vedere passato, né prospettare futuro. Eterna sospensione tra l’unico pensiero possibile, quello attuale, e l’unica tecnologia disponibile, quella digitale. Ho afferrato una radice e mi sono ritrovato sotto il monumento sul Gianicolo alle vittorie di Garibaldi sui francesi e alla memoria della Repubblica Romana (1848), poi annegata nel sangue dei patrioti e del popolo romano dalle monarchie francese, borbonica, austroungarica che Pio IX aveva invocato dal suo esilio a Gaeta (i bersaglieri gli avrebbero reso la pariglia a Porta Pia, vent’anni dopo). Priorità assoluta delle potenze, non diversamente da oggi, stracciare una Costituzione che a quella di esattamente cent’anni dopo poco aveva da invidiare e, dato l’ambiente europeo e la sua affermazione di sovranità, era perciò anche più meritevole. Un monumento che mi proteggeva dallo scroscio di toni enfatici e parole declamatorie grandinate dal Quirinale e rimbombate nella camera dell’eco che è la stampa italiana. Toni e parole all’apparenza del tutto rituali, generiche e banali, altisonanti, proprio come si retoricheggiava ai tempi di Lui, prendendo fiato a ogni periodo, passando dal grave all’imperativo nobile e finendo sull’intimidatorio per chi non dovesse darsela per intesa.
Fulvio GrimaldiInsomma, discorsi da Balcone, dalla cui pomposa prosopopea cerimoniale, nel caso specifico del tutto abusiva, immancabilmente esalano i vapori dell’ipocrisia e dell’autorità fondata su chiacchiere e distintivo. E a volte, su felpe e giubbotti, abusivi pure questi. Tutte cose che con i fasti evocati da lontano, sempre senza averne i titoli, abusivamente, hanno il compito di coprire i nefasti del presente e dei presenti. Non ho partecipato ad alcuna celebrazione, ufficiale o ufficiosa, trovandole tutte spurie e inquinate. Dal Quirinale a un’Anpi che condivide con tutte le sinistre la perdita di sé e che si mette ad arzigogolare sull’equivalenza tra nazifascismo e quello che i superrazzisti dell’Impero e delle sue marche definiscono razzismo.
Mistificando per tale quello di chi smaschera l’operazione colonialista, detta globalizzazione, ai danni dei dominati del Sud e del Nord. Gli sciagurati sovranisti, identitari, refrattari alla levigatezza dell’uniformato. Seppure lo definiscano tale, non ne fa sicuramente parte Matteo Salvini, sovranista farlocco e sfascia-Italia del “prima gli italiani”, purchè si tratti di trafficoni eolici, trivellatori di terre e mari, sfondatori di valli e montagne, magna magna di ogni genere, cravattai lombardoveneti, insomma tutti i missi dominici dell’Impero.
Mario MonicelliGenìa che è stata decisiva perché i risultati del 25 aprile fossero consegnati nelle mani e nelle borse dei nuovi invasori. Genìa maledetta. E’ stato lo spirito dei tempi coronati dal 25 aprile e subito successivi che ha innalzato l’Italia – dal fascismo squadrista frantumata in giovani obnubilati, popolo plebeizzato e impecoranato, federali in stivali e loro mignotte, intellettualità sedotta, asservita e abbandonata, brutalità ed elementarietà di azione e pensiero (salvo grandi architetti) – ai livelli di un passato come quello dei Leopardi e dei moti ottocenteschi. Che ha prodotto i Fenoglio, Calvino, Pavese, i De Sica, Rossellini, Monicelli, giganti che hanno nanificato, moralmente e culturalmente, tutto quello che è venuto dopo e che formicola a petto in fuori nei Premi Strega e Bancarella. Si può dire, e spiacerà ai nonviolenti, di vocazione o altro, che quello Zeitgeist, così generoso, è uscito dalla canna di un fucile.
Da ex-direttore responsabile e inviato di guerra del quotidiano “Lotta Continua” e militante (a lungo latitante) di quell’organizzazione, che contro il fascismo aggiornato del consociativismo di regime, con il suo terrorismo di Stato, pure qualcosa ha fatto, mi permetto, nel mio piccolo e intimo, di ringraziare i partigiani tutti. Formazione di popolo. Più di tutti quelli garibaldini, e rigettare nel buco nero dell’esecrazione gli Alleati, che ai primi hanno sottratto e pervertito la vittoria, poi procedendo a sottrarre e pervertire ciò che di ogni vivente fa quello che è: la sovranità sua, della sua comunità, del suo passato, presente, futuro, nome. Di questo gli antifascisti da terrazzo, antisovranisti del re di Prussia, non sanno e non dicono, bisognosi come sono dei cartonati in camicia nera e saluto romano per occultare il fascismo global-digital-finanziario che li ha reclutati e di cui si sono inoculato il virus. Il che non mi impedisce, sia detto per inciso, di trasecolare a fronte di chi insiste a definire Piazzale Loreto “giustizia di popolo”.
Anita e Giuseppe GaribaldiStessa matrice. Oggi si vedono sul palcoscenico della commedia nazionale e occidentale, in grande spolvero, nuovi “antifascisti”. Ce ne sono addirittura di patrocinati da George Soros, che non si fa scrupoli di affiancarli all’altra sua creatura: “Me too”. Come sempre quando il pifferaio riesce a riunire e riconciliare in un’unica truppa ratti e bambini ignari, li si trovano, schiamazzoni e autocertificati, dall’estrema sinistra a quella vera destra che si dice vuoi centrosinistra, vuoi centrodestra. Virgulti, balilla e giovani italiane del Nuovo Ordine Mondiale, puntano quello che in artiglieria viene chiamato “falso scopo” (e il puntamento indiretto verso un obiettivo non individuabile a vista). In parole semplici, additando un chihuahua ringhiante nei bassifondi ideologici urbani, si urla “al lupo, al lupo”, con l’effetto di distogliere la nostra mira dal lupo mannaro vero che tiene al guinzaglio chi urla. (Chiedendo scusa al lupo per la becera metafora fiabesca. E ricordando che il ministro dell’ambiente 5 Stelle, Costa, proibisce di abbattere i lupi, mentre Salvini, forte di mitraglietta, ne autorizza l’abbattimento: fatto che contiene in nuce tutto il significato delle temperie in cui il post-25 aprile, tradito come nemmeno il presunto Giuda il presunto Gesù, ci ha ingabbiato e nelle quali, o i 5 Stelle staccano la spina, o rischiamo il corto circuito e il black out loro e di tutti noi).
Il discorso della Liberazione va ripreso ab imis fundamentis. E’ per questo che ho spostato le mie commemorazioni-celebrazioni a due giorni dopo, il 27 maggio del 1937. E il giorno tristissimo della morte di Antonio Gramsci (io c’ero già e ricordo una serie di quaderni di mio padre con sopra, imparai dopo, le immagini, tra altre, di Marinetti, D’Annunzio, Gozzano, Leopardi e Gramsci). Non significa niente, ma sono contento di esserci già stato quando ancora viveva Gramsci. E’ insensato, ma mi pare che così sono in qualche modo contemporaneo e, quindi, più partecipe di quel “popolo” a cui questo sardo degno della sua terra ha ridato un nome, un’identità, un progetto, nel tempo che più lo ha visto conculcato, mistificato, sviato da una storia che era iniziata con Dante, che aveva serpeggiato per secoli e che si era rifatta prorompente con la Repubblica Romana e le altre affini, incancellabili madri dei nostri partigiani. Come Anita Garibaldi, che, sul colle Gianicolo, sparava ai francesi rinnegati, lo è specificamente delle nostre partigiane. E come lo era anche delle brigate femminili alla Comune di Parigi (dove c’erano pure i dai neoborbonici esecrati garibaldini!). Che nessun movimento o gruppo femminista ricorda e onora, preferendo icone tipo Hillary o Boldrini.
(Fulvio Grimaldi, “Quale 25 aprile. Quale 27 aprile. Quale liberazione”, dal blog di Grimaldi del 26 aprile 2019).

Preso da: http://www.libreidee.org/2019/04/quale-25-aprile-e-quale-liberazione-nella-colonia-italia/

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