Libia: da Gheddafi a “15.000 milizie”

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Foto: Newsweek (da Google)

Nel memorandum 1) sulla Libia in merito alle politiche di disinformazione dell’Occidente sullo stato e sull’esercito libico, prima e durante la guerra d’aggressione scatenata dalla Nato e soci a partire dal marzo del 2011, Saif al Islam Khaddafi calcola che siano operanti allo stato attuale circa 15.000 milizie, gran parte delle quali ben armate e ben addestrate.
Il figlio di Gheddafi 2) non cita, perché presumibilmente lo da per scontato. la penetrazione di truppe d’invasione statunitensi, inglesi, francesi, italiane (trecento, di cui cento paracadusti della Folgore). E non cita la “rinascita” del terrorismo jihadista in particolare a Sirte e a Bengasi in seguito al ritorno dalla Siria degli oppositori più o meno democratici al governo di Assad (terrorismo che suo padre e il regime della Giamahiria aveva saputo contenere).

Lo stato considerato “fallito” da uomini di grande spessore morale come Giorgio Napolitano, oltre che dalle sinistre umanitarie e pacifiste, desiderose di bombardare e di uccidere, ora è realmente “fallito”, o , detto meglio, si trova nella condizione ideale perché gli avvoltoi dell’Occidente imperiale e i tagliagole locali possano disporne a loro piacimento.

Il caos allarma coloro che l’hanno creato perché è andato ben oltre quello preventivato. In tali condizioni è difficile infatti avviare in sicurezza la produzione di petrolio e gas e difendere gli oleodotti e i gasdotti. Ricorrere alle milizie costituite da bande di mercenari per la protezione degli impianti e delle infrastrutture diventa irrinunciabile.
Da qui i grandi sforzi che i carnefici della Libia stanno compiendo per approdare alla unificazione politica e giuridica del grande Paese africano. Dopo gli incontri a Madrid e Ginevra sotto gli auspici dell’ONU, si è registrato a Shkirat, cittadina del Marocco, tra Casablanca e Rabat, un accordo 3) che è stato ritenuto dalle parti importante e positivo. Ma gli entusiasmi son durati ben poco.
L’accordo prevedeva che il parlamento di Tobruk conservasse la maggioranza dei suoi membri e accogliesse al suo interno quaranta rappresentanti del parlamento di Tripoli, diventando in tal modo il parlamento ufficiale della Libia. Il premierato del governo di unità nazionale sarebbe spettato a Fayez Al Serray, pedina farsesca dell’Occidente, arrivato dal mare a Tripoli con la protezione armata delle navi dell’Impero e talmente amato dai suoi connazionali che solo dopo alcuni mesi è riuscito ad insediarsi a Tripoli.
L’accordo non è stato gradito né a Tripoli né a Tobruk.
L’Occidente imperiale sembra sostenere il debole governo di Tripoli, più facilmente manipolabile (l’Italia è particolarmente interessata, con l’ineffabile Minniti, alla regolazione dei flussi immigratori anche con strumenti di detenzione criminale), 4) sebbene il fronte presenti vistose smagliature con la Francia che “tratta” con Haftar, mentre gli stessi Stati Uniti sembrano avvicinarsi all’uomo forte di Tobruk, il feldmaresciallo Haftar che a sua volta gode dell’appoggio della Russia, dell’Egitto,degli  Emirati Arabi.
In un articolo 5) avevo affermato che Haftar sembrava avviato verso il controllo pieno della LIbia. Certamente ha saputo conquistare, ponendola sotto il controllo del governo di Tobruk la ricchissima “Mezzaluna del petrolio”6), situata tra Bengasi e Sirte ma è anche vero che la sua marcia si è rallentata in Tripolitania. Infatti, in appoggio all’intervento militare del generale Usama Juwahili, comandante della zona militare occidentale contro bande di fuorilegge7), le Brigate di Zintan e la Brigata rivoluzionaria di Tripoli alleate un tempo a Khalifa Haftar, seppure indipendenti, hanno attaccato l’esercito nazionale libico (LNA), costretto ad abbandonare la sua posizione.
La Tripolitania sembra perduta per il momento per il feldmaresciallo Haftar, mentre si profilano nell’area nuove alleanze. Al servizio di Al-Serray ? Al momento è difficile fare previsioni.
In tale contesto non va trascurata la presenza e l’azione politica dei Gheddafiani e in particolare della figura di Sail-Al-Khaddafi, personalità di alto prestigio, già a suo tempo considerato l’architeto di una nuova Libia, capace di “parlare” con le tante tribù della sua terra e proporre una politica di unificazione. A suo vantaggio va ricordato il rapporto politico favorevole, lui e la sua gente, con Khalifa Haftar
NOTE
1) Saif al-Islam Khaddafi ” Memorandum sulla Libia: disinformazione contro Stato Guida ed Esercito” in “Voltaire” 30/10/17
2) Saif al-Islam Khaddafi è attualmente perseguito dalla Corte Penale internazionale, indecemente gestito dall’Occidente imperiale, per “presunti” crimini contro l’umanità. Richiesto l’arresto del figlio di Muammar Gheddafi alle autorità giudiziarie locali
3) Il Post “Cosa rimane della Libia” 1/12/17
4) Amnesty international ” Libia: i governi europei complici di torture e violenze” 12/12/17
5) A. B. ” Haftar si avvia…” in Cagliaripad e in l’Interferenza 5/8/17
6) Il post, art. cit. 1/12/17
7) Andrey Akulov ” Eventi recenti in Libia: una sfida…” In “The Saker Italia”

Preso da: http://www.linterferenza.info/esteri/libia-gheddafi-15-000-milizie/

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Dalla parte dei popoli africani contro l’imperialismo francese

1914-1918, SI APRE L’ERA DEI MASSKILLER

di Fulvio Grimaldi

Nei prossimi giorni ci assorderanno con le celebrazioni della vittoria, il Piave mormorò, i nostri fanti, il generale Diaz, Trento e Trieste, I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”. Tra cimbali e fanfare, corse di bersaglieri, penne dritte degli Alpini, Vittorio Veneto, commossi elogi e severi moniti all’unità nazionale e all’amore per l’Europa “che ci ha dato 70 anni di pace” (Jugoslavia, spedizioni Nato e guerra ai poveri escluse) pronunciati dal capo dello Stato, siamo tutti chiamati a festeggiare la “vittoria”. Dal 2 novembre, giorno dei morti, al 4, giorno del “compimento del Risorgimento” con la ripresa delle “terre irridente” (Trento e Trieste, va pure bene, ma Bolzano, il Brennero e una popolazione straniera soggiogata che c’entravano?), patria, nazione, sovranità gonfieranno i petti e orneranno le labbra dei cerimonieri sui colli e dei loro chierichetti nelle redazioni. Subito dopo torneranno ad avere il sapore tossico che gli si attribuisce quando risultano concetti formulati dalla nota peste sovranista, populista, nazionalista, razzista e, perché no, va bene per ogni disturbatore, anche un bel po’ fascista.

Dalle crepe nell’edificio fatiscente delle Grande Guerra farà capolino qualche sparuto fiore. Qualcuno rapidamente ricorderà quell “Anno sull’Altopiano” di Emilio Lussu, o “La Grande Guerra” di Monicelli, controcanti ormai storici, nascosti ai giovani da strati di polvere. Accanto all’eroismo, al martirio, perlopiù involontari, di quelli sbranati nelle trincee (magari fucilati nella schiena dai propri ufficiali) e di quelli scampati, scolpiscono nella Storia l’infamia senza limiti dei comandi e dei profittatori imboscati nelle banche e nei consigli d’amministrazione. Colpi di cannone, strazi di moribondi e tintinnio di lire suonavano la canzone della patria.

Industriali e generali

L’Europa si sbranò per decidere chi dovesse essere più imperialista e più colonialista e quale classe dirigente dovesse avere la fetta più grossa nel cannibalismo planetario. Fece staccare il biglietto per questo cammino alla gloria e ai dobloni della sua borghesia a 14 milioni di morti ammazzati. L’Italia fece la sua parte, Agnelli, produttori di armi e innovatori tecnologici in testa. Per porsi al passo con un futuro capitalista di sconfinato arbitrio e altrettanto sconfinata ricchezza predata dal basso, vaticinato dalla borghesia e, come in ogni trasferimento di ricchezza e di consolidamento di potere, accompagnato dalle Chiese, i parvenu del nostro capitalismo, gli arrembanti delle magnifiche sorti e progressive, offrirono in pasto ai loro appetiti 600mila giovani vite. I cappellani militari benedivano, gli ufficiali sparavano a chi non attaccava con sufficiente vigore.

Braccia perlopiù sottratte all’agricoltura.

Rileggere Lenin per contrastare l’enfasi celebrativa, nazionalista e bellicista dei fascisti verso la Prima Guerra Mondiale

Rileggere Lenin per contrastare l'enfasi celebrativa, nazionalista e bellicista dei fascisti verso la Prima Guerra Mondiale
Contro l’enfasi celebrativa, nazionalista e bellicista, di cui si vuol circondare il “centenario della vittoria”, che i fascisti vorrebbero addirittura elevare a “principale festa nazionale”; contro l’esaltazione “guerriera” diffusa da un Ministero della difesa sempre all’attacco, qualunque sia lo schieramento politico impegnato a reclamizzare le armi italiane su tutti i fronti in cui USA e NATO portino la “democrazia” a suon di bombe; contro la retorica patriottarda, che equipara le odierne esaltazioni dei professionisti della guerra al sacrificio dei “nostri nonni”, obbligati ad andare al macello in un conflitto che essi non volevano; contro questo, proponiamo, per chi avrà la pazienza di leggerla, questa nota di Lenin, a proposito delle smanie interventiste italiane di cento anni fa e del ruolo dei riformisti nel voler trasformare le masse popolari in “lacchè della propria borghesia nazionale”, osservando come, sul fronte dell’ “imperialismo della povera gente”, le condizioni dei migranti italiani di un secolo fa non differissero da quelle inflitte oggi agli attuali migranti proprio da coloro che più esaltano la “vittoria indimenticabile”.

IMPERIALISMO E SOCIALISMO IN ITALIA
(Nota)

Per l’interpretazione di quelle questioni che l’attuale guerra imperialista ha posto di fronte al socialismo, non è superfluo gettare uno sguardo sui diversi paesi europei, per imparare a isolare le modificazioni nazionali e i dettagli del quadro complessivo, da ciò che è basilare e sostanziale. Dal di fuori, dicono, le cose sono più evidenti. Perciò, quante meno analogie tra Italia e Russia, tanto più interessante, sotto certi aspetti, è paragonare imperialismo e socialismo in entrambi i paesi.

Nella presente nota abbiamo intenzione soltanto di evidenziare il materiale che offrono su questa questione le opere, uscite dopo l’inizio della guerra, del professore borghese Roberto Michels: “L’imperialismo italiano” e del socialista T. Barboni: “Internazionalismo o nazionalismo di classe?” (Il proletariato d’Italia e la guerra europea ). Il ciarliero Michels, rimasto superficiale come nelle altre sue opere, sfiora appena il lato economico dell’imperialismo, ma nel suo libro è raccolto un materiale di valore sulle origini dell’imperialismo italiano e su quel passaggio che costituisce la sostanza dell’epoca contempo­ranea e che, in Italia, ha un particolare risalto e precisamente: il passaggio dall’epoca delle guerre di liberazione nazionale all’epoca delle guerre imperialiste di rapina e reazionarie. L’Italia democratico-rivoluzionaria, vale a dire rivoluzionaria-borghese che abbatteva il giogo dell’Austria, l’Italia dell’epoca di Garibaldi, si trasforma definitivamente sotto i nostri occhi nell’Italia che opprime altri popoli, che saccheggia Turchia e Austria, nell’Italia di una borghesia rozza, reazionaria in misura rivoltante, sporca, che sbava per la soddisfazione di esser stata ammessa alla spartizione del bot­tino. Michels, come ogni altro decoroso pro­fessore, reputa, s’intende, “obiettività scientifica”, il suo servilismo di fronte alla borghesia e definisce questa divisione del bottino una “spartizione di quella parte del mondo rimasta ancora nelle mani dei popoli deboli” ( p. 179). Respingendo in modo sprezzante, come “utopistico” il punto di vista di quei socialisti ostili a ogni politica coloniale, Michels ripete i ragionamenti di quanti ritengono che l’Italia “dovrebbe essere la seconda potenza coloniale”, cedendo il primato alla sola Inghilterra, per densità di popolazione e vigore del movimento migratorio. Per quanto riguarda il fatto che in Italia il 40% della popo­lazione sia analfabeta, che ancor oggi vi scoppino rivolte per il colera, ecc. ecc., questi argomenti vengono contestati basandosi sull’esempio dell’Inghilterra: non era forse essa il paese della incredibile desolazione, dell’abiezione, della morte per fame delle masse operaie, dell’alcolismo, della miseria e della sozzura mostruose nei quartieri poveri delle città, nella prima metà del XIX secolo, quando la borghesia inglese gettava con così grande successo le basi della propria attuale potenza coloniale?

E bisogna dire che, dal punto di vista borghese, questo ragionamento è inoppugnabile. Politica coloniale e imperialismo non sono affatto deviazioni morbose e curabili del capitalismo (come pen­sano i filistei, e Kautsky tra loro), ma una conseguenza inevitabile dei fondamenti stessi del capitalismo: la concorrenza tra singole imprese pone la questione solo in questo modo – andare in rovina o mandare in rovina gli altri; la concorrenza tra i diversi paesi pone la questione solo così – rimanere al nono posto e rischiare in eterno il destino del Belgio, oppure mandare in rovina e conquistare altri paesi, e farsi largo per un posticino tra le “grandi” potenze.

Hanno definito l’imperialismo italiano “l’imperialismo dei poveri” (l’imperialismo della po­vera gente –in italiano nel testo – ndt), avendo in mente la povertà dell’Italia e la desolante miseria delle masse degli emigranti italiani. Lo sciovinista italiano Arturo Labriola, che si distingue dal suo ex avversario G. Plekhanov solo per il fatto di aver reso patente un po’ prima il proprio social-sciovinismo e per esser giunto a questo social-sciovinismo attraverso il semianarchismo piccolo-borghese e non attraverso l’opportunismo pic­colo-borghese, questo Arturo Labriola ha scritto nel suo libello sulla guerra in Tripolitania (nel 1912):

” … È chiaro che noi combattiamo non soltanto contro i turchi… ma anche contro gli intrighi, le minacce, i soldi e gli eserciti dell’Europa plutocratica, che non può sopportare che le piccole nazioni ardiscano compiere foss’anche un solo gesto, pronunciare anche una sola parola, che comprometta la sua ferrea egemonia” (p. 92). E il capo dei nazionalisti italiani, Corradini, ha di­chiarato: “Come il socialismo fu il metodo di liberazione del proletariato dalla borghesia, così il nazionalismo sarà per noi, italiani, il metodo di liberazione da francesi, tedeschi, inglesi, ame­ricani del nord e sud, i quali, nei nostri confronti, rappresentano la borghesia”.

Ogni paese che ha più colonie, più capitali, più soldati del “nostro”, toglie a “noi” certi privilegi, un certo profitto o sopraprofitto. Come tra singoli capitalisti, ottiene un sopraprofitto quello che dispone di macchine migliori della media, o detiene certi monopoli, così anche tra i paesi ottiene un sopraprofitto quello che è in una condizione economicamente migliore degli altri. È affare della borghesia lottare per privilegi e superiorità del proprio capitale nazionale e imbrogliare il popolo o il popolino (con l’aiuto di Labriola e Plekhanov) presentando la lotta imperialista per il “diritto” a saccheggiare gli altri, come una guerra di liberazione nazionale.

Fino alla guerra di Tripolitania, l’Italia non aveva saccheggiato altri po­poli – quantomeno, non in grande misura. Non è forse questa un’offesa insopportabile all’orgoglio nazionale? Gli italiani sono oppressi e umiliati di fronte alle altre nazioni. L’emigrazione italiana contava circa 100.000 persone l’anno, negli anni ’70 del secolo scorso, mentre raggiunge ora una cifra da ½ milione a 1 milione, e sono tutti miserabili che la fame, nel significato letterale della parola, caccia dal loro paese, sono tutti fornitori di forza-lavoro per i settori peggio pagati dell’industria, è tutta una massa che popola i quartieri più densi, poveri e luridi delle città americane e europee. Il numero degli italiani che vivono all’estero, da 1 milione nel 1881 è cresciuto a 5,5 milioni nel 1910, e per di più l’enorme maggioranza si trova in ricchi e “grandi” paesi, in rapporto ai quali gli italiani costi­tuiscono la più rozza, più “materiale”, più misera e priva di diritti massa operaia. Ecco i principali paesi che utilizzano il lavoro italiano a buon mercato: Francia, 400.000 italiani nel 1910 (240.000 nel 1881); Svizzera, 135.000 (41) – (tra parentesi, il numero in migliaia, nel 1881) -; Austria, 80.000 (40); Ger­mania, 180.000 (7); Stati Uniti, 1.779.000 (170); Brasile, 1.500.000 (82); Argentina, 1.000.000 (254). La “brillante” Francia, che 125 anni fa lottava per la libertà e per questo definisce “di liberazione” la sua attuale guerra per il proprio, e dell’Inghilterra, schiavistico “diritto alle colonie”, questa Francia tiene centinaia di migliaia di operai italiani addirittura in speciali ghetti, dai quali la canaglia piccolo­ borghese della “grande” nazione cerca di separarsi quanto più possibile e che cerca di umiliare e offendere in ogni modo. Gli italiani vengono chiamati col nomignolo dispregiativo di “macaroni” (è bene che il lettore grande-russo ricordi quanti nomignoli spregiativi circolino nel nostro paese per gli “stranieri” che non hanno avuto la fortuna di nascere con il diritto a nobili privilegi imperiali, i quali servono ai Purishkevic quale strumento di oppressione sia del grande-russo, sia di tutti gli altri popoli della Russia). La grande Francia ha stipulato nel 1896 un accordo con l’Italia, in forza del quale quest’ultima si impegna a non aumentare il numero delle scuole italiane a Tunisi! Ma la popolazione italiana a Tunisi è cresciuta da allora di sei volte. Gli italiani a Tunisi sono 105.000, contro 35.000 francesi; ma tra i primi solo 1.167 sono proprietari fondiari, che possiedono 83.000 ettari, mentre tra i secondi ce ne sono 2.395, che hanno saccheggiato, nella “propria” colonia, 700.000 ettari. Dunque, come non esser d’accordo con Labriola e gli altri “plekhanovisti” ita­liani, sul fatto che l’Italia ha “diritto” a una propria colonia a Tripoli, all’oppressione degli slavi in Dalmazia, alla spartizione dell’Asia Mi­nore, ecc.!*

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NOTA * E’ in sommo grado istruttivo sottolineare il legame tra il passaggio dell’Italia al­l’imperialismo e l’assenso del governo alla riforma elettorale. Questa riforma ha elevato il numero di elettori da 3.219.000 a 8.562.000, vale a dire ha “quasi” concesso il suffragio universale. Fino alla guerra di Tripolitania, Io stesso Giolitti, che ha ora attuato la riforma, era decisamente contrario a essa. “La motivazione per il mutamento di linea da parte del governo” e dei partiti moderati – scrive Michels – è stata, per la sua essenza, patriottica. “Nonostante l’antico disgusto teorico verso la politica coloniale, gli operai industriali, e ancor più gli operai non qualificati, hanno combattuto contro i turchi in modo eccezionalmente disciplinato e ubbidiente, malgrado ogni previsione. Questo comportamento servile in rapporto alla politica governativa, meritava un riconoscimento, per spronare il proletariato a proseguire su questa nuova strada. In parlamento, il presidente del consiglio dei ministri ha dunque dichiarato che la classe operaia italiana, con il suo comportamento patriottico sui campi di battaglia in Libia, ha dimostrato di fronte alla patria di aver raggiunto d’ora innanzi il più alto grado di maturità politica. Chi è in grado di sacrificare la vita per un nobile scopo, è anche in grado di difendere gl’interessi della patria in qualità di elettore e ha perciò diritto a che lo Stato lo consideri degno della pienezza dei diritti politici”. (p. 177). Parlano bene i ministri italiani! Ma, ancora meglio i “radicali” tedeschi social-democratici, che ripetono ora questo ragionamento servile: “noi” abbiamo adempiuto il nostro dovere, abbiamo aiutato “voi” a saccheggiare paesi stranieri, ma “voi” non volete dare “a noi” il suffragio universale in Prussia …

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Come Plekhanov sostiene la guerra “di liberazione” della Russia contro la brama della Germania di trasformarla in una propria colonia, così il capo del partito dei riformisti, Leonida Bissolati, grida contro “l’inva­sione del capitale straniero in Italia” (p. 97): il capitale tedesco in Lom­bardia, quello inglese in Sicilia, il francese nel Piacentino, il belga nelle aziende tranviarie, ecc.
ecc. senza fine.

La questione è posta senza mezzi termini e non è possibile non riconoscere che la guerra europea ha recato all’umanità un enorme beneficio, avendo posto, effettivamente, in maniera risoluta, di fronte a centinaia di milioni di individui di nazioni diverse, la questione: o difendere, col fucile o con la penna, direttamente o indirettamente, in una qualsiasi forma, i pri­vilegi di grande potenza o nazionali in genere, o i vantaggi o le pretese della “propria” borghesia, e allora questo significa essere suoi seguaci o lacchè, oppure utilizzare ogni lotta, e soprattutto quella armata per i privi­legi di grande potenza, al fine di smascherare e rovesciare ogni governo, ma prima di tutti il proprio governo, servendosi delle azioni rivoluzionarie del prole­tariato solidale internazionalmente. Non c’è via di mezzo, o in altre pa­role: il tentativo di tenere una posizione mediana, significa di fatto il passaggio coperto dalla parte della borghesia imperialista.

Tutto il libello di Barboni è appunto dedicato, di fatto, proprio a questo, cioè a coprire questo passaggio. Barboni si presenta come internazionalista, perfettamente allo stesso modo del no­stro sig. Potresov; argomentando che, dal punto di vista internazionale, bisogna stabilire il successo di quale parte sia più vantaggioso, o non nocivo, per il proletariato, definisce tale questione, s’intende, contro… Austria e Germania. Barboni, pienamente nello spirito di Kautsky, propone al Partito socia­lista italiano di proclamare solennemente la solidarietà degli operai di tutti i paesi, – in primo luogo, naturalmente, di quelli belligeranti, – le convinzioni internazionaliste, un programma di pace sulla base del disarmo e dell’indipendenza nazionale di tutte le nazioni, con la costituzione di “una lega di tutte le nazioni per una reciproca garanzia di inviolabilità e indipendenza” (p. 126). E appunto nel nome di questi principi, Barboni dichiara che il militarismo è un fenomeno “parassitario” nel capitalismo e “niente affatto necessario”; che l’Austria e la Ger­mania sono impregnate di “imperialismo militaristico”, che la loro politica aggressiva è una “minaccia permanente alla pace europea”, che la Germania “ha respinto in permanenza le proposte di riduzione degli armamenti avanzate dalla Russia (sic!!) e dall’Inghilterra” ecc. ecc., e che il Partito socialista italiano, al momento opportuno, deve dichia­rarsi per l’intervento dell’Italia dalla parte della Triplice Intesa!

Resta ignoto, in forza di quali principi possa preferirsi, all’imperialismo borghese della Germania, che economicamente si è sviluppata nel secolo XX più velocemente degli altri paesi europei e che è rimasta particolarmente “offesa” nella spartizione delle colonie, l’impe­rialismo borghese dell’Inghilterra, che si è sviluppata molto più lenta­mente, ha saccheggiato una quantità di colonie, ricorrendo spesso là (lontano dall’Euro­pa) a metodi di repressione non meno bestiali dei tedeschi, e arruolando, con i propri miliardi, milioni di soldati di diverse potenze continentali, per il saccheggio di Austria e Turchia, ecc. L’internazionalismo di Barboni si esaurisce, in sostanza, come in Kautsky, nella difesa a parole dei principi socialisti, ma sotto la copertura di tale ipocrisia, viene di fatto condotta la difesa della propria borghesia, quella italiana. Non è possibile non sottolineare che Barboni, avendo pubblicato il suo libro nella libera Svizzera (la cui censura ha cancellato solo metà di una riga, a p. 75, dedicata evidentemente a una critica all’Austria), per tutte le 143 pagine non ha sentito il desiderio di riportare le tesi fondamentali del manifesto di Basilea e analizzarle coscienziosamente. In compenso, il nostro Barboni cita con grande simpatia (p.103) due ex rivoluzionari russi, reclamizzati ora da tutta la borghesia francofila, il piccolo-borghese anarchico Kropotkin e il filisteo social-democratico Plekhanov. Per forza! I sofismi di Plekhanov, nella sostanza, non si distinguono in niente dai sofismi di Barboni. Solo la libertà politica in Italia strappa meglio i veli da questi sofismi e smaschera più chiaramente l’autentica posizione di Barboni, quale agente della borghesia nel campo operaio.

Barboni si duole per “l’assenza di un vero e autentico spirito rivoluzionario” nella social-democrazia tedesca (del tutto come Plekhanov); saluta caldamente Karl Liebknecht (come Io salutano i social-sciovi­nisti francesi, che non vedono la trave nei loro occhi); ma egli dichiara deci­samente che “non si può affatto parlare di bancarotta dell’Interna­zionale” (p. 92), che i tedeschi “non hanno tradito lo spi­rito dell’Internazionale” (p. 111), in quanto hanno agito convinti “in buona fede” di difendere la patria. E Barboni, nello stesso untuoso spirito di Kautsky, ma con una certa oratoria da epoca romana, dichiara che l’In­ternazionale è pronta (dopo la vittoria sulla Germania) “a perdonare ai tedeschi, come Cristo perdonò a Pietro, l’attimo di sfiducia, guarire, dimenticando, le profonde ferite inferte dall’imperialismo militarista e tenderà la mano per una pace dignitosa e fraterna” (p. 113).

Un quadro toccante: Barboni e Kautsky – non senza la partecipazione, verosimilmente, dei nostri Kosovskij e Akselrod – si perdonano l’un l’altro!!

Pienamente soddisfatto di Kautsky e Guesde, di Plekhanov e Kropotkin, Barboni non è soddisfatto del suo partito socialista ope­raio, in Italia. In questo partito, che ha avuto la ventura, ancor prima della guerra, di liberarsi dei riformisti Bissolati e C°, si è creata, vedete, una tale “atmosfera, che è impossibile respirare” (p.7) per chi (come Barboni) non condivide lo slogan della “assoluta neutralità” (cioè della lotta decisa contro la difesa dell’en­trata in guerra dell’Italia). Il povero Barboni si lamenta amaramente che individui come lui vengano definiti, nel Partito socialista operaio ita­liano, “intellettuali”, “persone che hanno perso il contatto con le masse, fuorusciti dalla borghesia”, “individui che hanno deviato dalla strada diretta del socialismo e dell’internazionalismo” (p. 7). Il nostro partito – si indigna Barboni – “fanatizza le masse, più che educarle” (p. 4 ).

Vecchio motivo! Una variante italiana del noto ritornello dei liqui­datori russi e degli opportunisti contro la “demagogia” dei malvagi bolscevichi, che “aizzano” le masse contro gli ottimi socialisti della “Nasha Zarja”, del Comitato di Organizzazione e della frazione di Chkheidze! Ma quale preziosa ammissione del social-sciovinista italiano, che nell’unico paese in cui, per parecchi mesi, è stato possibile discutere liberamente sui programmi dei social-sciovinisti e degli internazionalisti rivoluzionari, proprio le masse operaie, proprio il proletariato cosciente si sono messi dalla parte di questi ultimi, mentre gli intellettuali piccolo-borghesi e gli opportunisti dalla parte dei primi!

La neutralità è gretto egoismo, incomprensione della situazione internazionale, infamia verso il Belgio, è “assenza” – e “gli assenti hanno sempre torto”, ragiona Barboni, del tutto nello spirito di Plekhanov e Akselrod. Ma, dato che in Italia ci sono due partiti legali, riformista e social-democratico operaio, dato che in questo paese non è possibile raggirare il pubblico, coprendo la nudità dei sigg. Potresov, Cerevanin, Levitskij e C°, con la foglia di fico della frazione di Chkheidze o del Comitato di Organizzazione, allora Barboni riconosce aper­tamente:

“Da questo punto di vista, vedo più rivoluzionarismo nelle azioni dei socialisti riformisti, che hanno compreso alla svelta quale immenso significato avrebbe per la futura lotta anticapitalista questo rin­novamento della situazione politica” (in conseguenza della vittoria sul militarismo tedesco) “e in piena coerenza, si sono messi dalla parte della Triplice Intesa, che non nella tattica dei socialisti rivoluzionari ufficiali che, precisamente come le tartarughe, si sono nascosti dietro lo scudo dell’assoluta neutralità” (p. 81).

A proposito di tale preziosa ammissione, a noi non rimane che esprimere l’augurio che qualcuno dei compagni che conoscono il movimento italiano, raccolga e elabori sistematicamente l’enorme e interessantissimo materiale fornito dai due partiti italiani, sulla questione di quali strati sociali, quali elementi, con l’appoggio di chi, con quali argomenti, abbiano difeso, da una parte, la politica rivoluzionaria del proletariato italiano, oppure, dall’altra, il servilismo nei confronti della borghesia imperialista italiana. Quanto più materiale verrà raccolto nei diversi paesi, tanto più chiara risulterà, per gli operai coscienti, la verità sulle cause e il significato della bancarotta della II Internazionale.

Osserviamo in conclusione, che Barboni, di fronte al partito operaio, fa di tutto, a forza di sofismi, per cercare di entrare nelle grazie degli istinti rivolu­zionari degli operai. Egli raffigura i socialisti-internazionalisti in Italia, avversi a una guerra che è di fatto condotta per gli interessi impe­rialisti della borghesia italiana, come sostenitori di una vile astensione, desiderosi egoisticamente di imboscarsi di fronte agli orrori della guerra. “Un popolo educato alla paura di fronte agli orrori della guerra, si spaventerà verosimilmente anche per gli orrori della rivoluzione” (p. 83). E a fianco di tale disgustoso tentativo di acconciarsi a rivoluzionario, il riferimento grezzo-mercantesco alle “chiare” parole del ministro Salandra: “l’or­dine sarà mantenuto costi quel che costi”, il tentativo di sciopero generale contro la mobilitazione condurrà solo a un “inutile macello”; “noi non fummo in grado di impedire la guerra libica (in Tripolitania), ancor meno potremmo impedire la guerra con l’Austria” ( p. 82).

Barboni, similmente a Kautsky, Cunow e a tutti gli opportunisti, consapevolmente, con il più infame calcolo di gabbare singoli elementi tra le masse, ascrive ai rivoluzionari lo stoltissimo piano di “far cessare” la guerra “d’un tratto” e di farsi prendere a fucilate dalla borghesia nel momento per essa più comodo – desiderando trovare una scappatoia dai compiti chiaramente posti a Stoccarda e a Basilea: servirsi della crisi rivoluzionaria per una sistematica propaganda rivoluzionaria e per la preparazione delle azioni rivoluzionarie delle masse. E che l’Europa stia ora vivendo un momento rivoluzionario, Barboni lo vede in modo perfettamente chiaro:

“… C’è un punto su cui ritengo necessario insistere, persino rischiando di annoiare il lettore, giacché non si può valutare correttamente l’attuale situazione politica, senza chiarire questo punto: il periodo che stiamo vivendo è un periodo catastrofico, un periodo d’azione, allorché la questione verte non sulla spiegazione delle idee, non sulla stesura di programmi, non sulla determinazione delle linee di condotta politica per il futuro, bensì sull’impiego delle forze vive e attive, per il raggiungimento del risultato nel corso di mesi, e forse addirittura solo di settimane. In tali condizioni non si tratta di filosofeggiare sul futuro del movimento proletario, ma di consolidare il punto di vista del prole­tariato di fronte al momento corrente” (pp. 87-88).

Ancora un sofisma spacciato per rivolu­zionario! 44 anni dopo la Comune, avendo attraversato quasi mezzo se­colo di raccolta e preparazione delle forze delle masse, nel momento in cui attraversa un periodo catastrofico, la classe rivoluzionaria d’Europa deve pensare a come diventare il più in fretta possibile lacchè della propria borghesia nazionale, a come aiutarla a saccheggiare, violentare, mandare in rovina, assoggettare popoli stranieri, invece che a dispiegare tra le masse una propaganda direttamente rivoluzionaria e la preparazione di azioni rivoluzionarie.

Pubblicato sul “Kommunist” N° 1-2, 1915

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-rileggere_lenin_per_contrastare_lenfasi_celebrativa_nazionalista_e_bellicista_dei_fascisti_verso_la_prima_guerra_mondiale/82_25938/

[LENIN, Polnoe sobranie socinenij, 5°ed., Moskva 1962; vol. 27, pagg.14-23 – traduzione di fp]

Notizia del:

nel 1912 la Libia diventa colonia italiana

Accadde oggi: nel 1912 la Libia diventa colonia italiana, l’esercito aveva utilizzato per la prima volta autovetture Fiat Tipo
Accadde oggi: termina la guerra in Libia, le truppe italiane utilizzarono per la prima volta autovetture Fiat Tipo 2 e motociclette SIAMT

Immigrazione, la grande farsa umanitaria

16 ottobre 2018

FARSA
Il libro ”Immigrazione la grande farsa umanitaria” rappresenta il seguito del fortunato Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere”, scritto per Aracne da Gian Carlo Blangiardo, Gianandrea Gaiani e Giuseppe Valditara.
Leggi la recensione
Gli stessi autori integrano e aggiornano il volume del dicembre 2016 con nuovi dati, riflessioni e analisi che non risparmiano la finta “svolta” dell’Italia che ha determinato un calo nei flussi migratori illegali dalla Libia (e marginalmente da Algeria e Tunisia) rispetto all’anno dei record, il 2016, con oltre 181mila sbarcati, ma non certo la fine dei traffici illegali nè dell’accoglienza indiscriminata a chiunque paghi criminali per attraversare il Mediterraneo.
L’immigrazione è una delle questioni cruciali nel mondo sviluppato. Quali sono i rischi e quali sono i vantaggi, quali i problemi che suscita e quali i falsi miti ad essa collegati? Esiste un’immigrazione positiva e una negativa e sul modello dell’antica Roma viene proposta una distinzione fra un’immigrazione utile, che va incoraggiata, e una che rischia di disintegrare le nostre società, che pertanto va contrastata. Il volume, che affronta il problema con uno sguardo alla storia, un’attenzione alla demografia e una prospettiva strategica, non si occupa solo di dati spesso allarmanti, ma anche di fornire soluzioni per governare un fenomeno che sarà sempre più decisivo per il destino delle generazioni presenti e future.
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Brano dal libro
La lotteria dei migranti
All’inizio di novembre 2017 la situazione è tuttavia nuovamente peggiorata proprio sul fronte libico: si è assistito infatti alla ripresa degli sbarchi di immigrati clandestini salpati dalla Libia con flussi provenienti in gran parte non più dalle coste vicine al confine tunisino, ma da quelle situate tra Tripoli e Misurata. Si sono così riaperti gli interrogativi circa l’efficacia delle misure adottate da Roma in accordo con il governo del premier libico riconosciuto, Fayez al-Sarraj, per contenere o “governare” i flussi dalla nostra ex colonia. Rispetto al 2016 i migranti illegali sbarcati nei primi 10 mesi del 2017 sono stati 111.397 contro 159.427, cioè il 30,1% in meno.
Le partenze dalle coste della Tripolitania Occidentale puntano a eludere le motovedette della Guardia Costiera libica addestrata, equipaggiata e finanziata dalla UE, ma soprattutto dall’Italia che però non rinuncia all’ambiguità nella lotta all’immigrazione illegale. Il sostegno alle attività della Guardia costiera libica, che riporta a Tripoli i migranti illegali intercettati in mare, ha dimostrato che la “rotta libica” può essere chiusa in tempi rapidissimi se venisse mantenuta un’iniziativa coerente mentre invece gli immigrati illegali diretti in Italia si sottopongono a una vera e propria lotteria. Se vengono intercettati dalle motovedette libiche, che tra l’estate e l’ottobre 2017 hanno bloccato e riportato a terra oltre 15mila persone, sono poi condotti in centri di detenzione o in campi gestiti dall’Unhcr in attesa che l’Organizzazione internazionale delle migrazioni li rimpatri nei Paesi di origine, come sta avvenendo con il decollo regolare di voli dall’aeroporto di Mitiga a Tripoli.
Se invece i clandestini riescono a superare il tratto di mare pattugliato dai libici, vengono soccorsi dalle navi militari italiane o europee, oppure da quelle delle ONG, che li portano in Italia, dove potranno chiedere asilo o far perdere le proprie tracce nella certezza quasi totale di non venire effettivamente espulsi. Logica e coerenza vorrebbero che lo stop dell’Italia ai flussi clandestini fosse totale e quindi che anche i migranti soccorsi in mare dalle navi italiane e UE venissero riconsegnati alle autorità libiche bloccando l’accesso ai porti italiani a navi straniere, militari e delle ONG, che intendano sbarcarvi clandestini.
Non si comprende infatti perché Roma addestri e finanzi governo e Guardia costiera di Tripoli, affinché blocchino i flussi, quando sono le stesse navi italiane e UE a incentivare i traffici (e le morti in mare) continuando a trasferire i clandestini in Italia. Un’incongruenza che ridicolizza l’annunciata “svolta” di Roma sull’immigrazione illegale evidenziando un’ambiguità che sembra trovare una spiegazione solo negli interessi politici ed elettorali. l’accoglienza indiscriminata di chiunque abbia pagato criminali per giungere in Italia ha creato un profondo solco tra le forze del centro-sinistra e il loro elettorato. Un solco, confermato dall’esito delle elezioni amministrative parziali di giugno e da quelle regionali siciliane del novembre 2017.
Anche il governo Gentiloni non sembra aver voluto bloccare definitivamente (come sarebbe agevole fare con i respingimenti in mare in cooperazione con i libici) quei flussi che consentono da anni stanziamenti pubblici miliardari a favore delle lobby del soccorso e dell’accoglienza di ONG, cooperative ed enti cattolici. Organismi strettamente legati alla politica che costituiscono un bacino di voti di grande rilevanza soprattutto per il PD.
Il governo Gentiloni sembra avere quindi la doppia e antitetica esigenza di rallentare i flussi ma senza interromperli per non scontentare le diverse anime del suo elettorato. Del resto come la ragioni elettorali influiscano sulla gestione del fenomeno dell’immigrazione illegale è apparso chiaro anche nei primi giorni di novembre in cui gli sbarchi di oltre 2mila migranti illegali da navi militari italiane, tedesche, spagnole e delle ONG sono stati dirottati dai soliti porti siciliani a quelli più distanti di Salerno, Vibo Valentia, Reggio Calabria, Crotone e Taranto. Una decisone legata al concomitante voto regionale siciliano.

G.Blangiardo G.Gaiani G Valdiara
Immigrazione, la grande farsa umanitaria
pagine:    152
formato:   14 x 21
ISBN:       978-88-255-0966-3
data pubblicazione: Dicembre 2017
editore:    Aracne
Euro 13
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Preso da: https://www.analisidifesa.it/2018/10/immigrazione-la-grande-farsa-umanitaria/

2011: Perché Gheddafi dava fastidio

LA LIBIA IN GUERRA, L’OCCIDENTE NEL PALLONE

Perché Gheddafi dava fastidio
 
di Peter Dale Scott*

La campagna attuale della NATO contro Gheddafi in Libia ha dato luogo a una grande confusione, sia tra coloro che conducono questa inefficace campagna, sia tra gli osservatori. Molte persone, la cui opinione io di solito rispetto, vedono questa guerra come una guerra necessaria contro un criminale – anche se per alcuni il cattivo è Gheddafi, e per altri Obama.
Il mio parere su questa guerra, d’altra parte, è che essa sia tanto mal concepita quanto pericolosa – una minaccia per gli interessi dei libici, degli americani, del Medio Oriente e in teoria per tutto il mondo. Sotto la dichiarata preoccupazione per la sicurezza dei civili libici c’è un timore malcelato e più profondo: la difesa da parte dell’Occidente dell’attuale economia globale dei petrodollari, ormai in declino…

La confusione a Washington, di pari passo con l’assenza di discussione sul motivo strategico prioritario alla base del coinvolgimento americano, è sintomatica del fatto che il secolo americano sta finendo, e termina in un modo che è contemporaneamente prevedibile nel lungo periodo, quanto irregolare e fuori controllo nei dettagli.

Confusione a Washington e nella NATO

Rispetto al coinvolgimento nella questione libica, le opinioni a Washington spaziano da quella di John McCain, che ha chiesto alla NATO di fornire “ogni possibile mezzo di soccorso, con la sola esclusione delle truppe di terra”, per rovesciare Gheddafi[1] al congressista repubblicano Mike Rogers, che ha espresso profonda preoccupazione sul fatto di fornire armi a un gruppo di combattenti di cui si sa ben poco[2].

Abbiamo visto la stessa confusione su tutto il Medio Oriente. In Egitto una coalizione di elementi non-governativi ha contribuito a preparare la rivoluzione non violenta, mentre l’ex ambasciatore U. S. Frank Wisner Jr., è volato in Egitto per convincere Mubarak a rimanere al potere. Nel frattempo, in paesi solitamente di grande interesse per gli Stati Uniti, come la Giordania e lo Yemen, è difficile individuare una politica americana coerente.

Anche nella NATO c’è una confusione che a volte rischia di trasformarsi in aperta discordia. Dei 28 membri della NATO, solo 14 sono del tutto coinvolti nella campagna di Libia, e solo sei sono coinvolti nella guerra aerea. Solo tre di questi paesi, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia, stanno offrendo supporto aereo tattico ai ribelli a terra. Quando molti Paesi della NATO hanno congelato i conti bancari di Gheddafi e dei suoi sostenitori immediati, gli USA, con una mossa non pubblicizzata e discutibile, hanno congelato i 30 miliardi di dollari di fondi del governo libico. (su questo, torniamo più avanti). La Germania, la più potente nazione della NATO dopo l’America, si è astenuta sulla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, e il Ministro degli Esteri, Guido Westerwelle, ha dichiarato: “Non appoggiamo una soluzione militare, ma una soluzione politica”[3].

Un tale caos sarebbe stato impensabile nel periodo forte del dominio degli Stati Uniti. Obama sembra paralizzato dal divario tra il suo obiettivo dichiarato – la rimozione dal potere di Gheddafi – e i mezzi a sua disposizione, dato il coinvolgimento del paese in due guerre costose, e le sue priorità all’interno.

Per capire la confusione dell’America e della NATO sulla Libia, bisogna guardare ad altre questioni:

• l’allarme di Standard & Poor’s su un imminente downgrade del rating degli Stati Uniti

• l’aumento senza precedenti del prezzo dell’oro a oltre 1.500 dollari l’oncia

• lo stallo nella politica americana sul deficit federale e statale e su ciò che bisogna fare in proposito.

Nel bel mezzo della sfida libica a ciò che resta dell’egemonia americana, e in parte come conseguenza diretta della confusa strategia Americana in Libia, il prezzo del petrolio ha toccato i 112 dollari al barile. Questo aumento dei prezzi rischia di rallentare o addirittura invertire l’incerta ripresa economica americana, e costituisce una delle molte ragioni che dimostrano che la guerra di Libia non serve gli interessi nazionali americani.

La confusione sulla Libia è stata evidente sin dall’inizio a Washington, particolarmente da quando il Segretario di Stato Clinton ha auspicato la politica della no-fly zone, il presidente Obama ha detto che la considerava una opzione, e il Segretario alla Difesa Gates ha messo in guardia contro di essa. Il risultato è stato una serie di provvedimenti provvisori, durante i quali Obama ha giustificato la limitata risposta degli Stati Uniti con gli impegni americani in Iraq e in Afghanistan.

Eppure, con la situazione di stallo prevalente in Libia, una serie di escalation graduali sono ulteriomente contemplate, dalla fornitura di armi, fondi e consulenti per i ribelli, all’introduzione di mercenari o addirittura truppe straniere. Lo scenario americano comincia ad assomigliare sempre di più al Vietnam, dove la guerra, anche lì, cominciò modestamente con operazioni segrete seguite da consiglieri militari.

Devo confessare che il 17 marzo ero incerto sulla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n. 1973, che apparentemente istituiva la no-fly zone in Libia per la protezione dei civili. Ma da allora è diventato evidente che questa minaccia ai ribelli da parte delle truppe di Gheddafi e tutta la retorica in proposito è in realtà molto minore di quanto venisse percepito in quel momento. Per citare il prof Alan J. Kuperman:

. . . Il Presidente Barack Obama ha grossolanamente esagerato la minaccia umanitaria per giustificare l’azione militare in Libia. Il Presidente ha affermato che l’intervento che era necessaria per impedire “un bagno di sangue” a Bengasi, la seconda città più grande della Libia e ultima roccaforte dei ribelli. Ma Human Rights Watch ha pubblicato dei dati su Misurata, la città più grande dopo Bengasi, scena di prolungate battaglie, i quali rivelano che Muammar Gheddafi non sta volutamente massacrando civili, ma piuttosto restringe l’obiettivo ai ribelli armati che combattono contro il suo governo. La città di Misurata conta 400.000 persone. In quasi due mesi di guerra, là sono morte solo 257 persone – inclusi i combattenti. Dei 949 feriti, solo 22 – meno del 3 per cento – sono donne …. Né mai Gheddafi ha minacciato un massacro di civili a Bengasi, come dichiarato da Obama. La minaccia che “non ci sarebbe stata pietà” del 17 marzo, aveva come unico obiettivo i ribelli, come riportato dal New York Times, secondo cui il leader della Libia aveva promesso l’amnistia per coloro che “avrebbero gettato via le armi”. Gheddafi aveva anche offerto una via di fuga ai ribelli aprendo la frontiera verso l’Egitto, per evitare una lotta “all’ultimo sangue”[5]
Il record di interventi militari statunitensi in corso in Iraq e in Afghanistan suggerisce che dovremmo aspettarci un pesante tributo umano, se l’attuale situazione di stallo in Libia va avanti o se ci sarà un’escalation.

Il ruolo del petrolio e degli interessi finanziari nella guerra
Nella Macchina da Guerra Americana, ho scritto come:

… Con una dialettica apparentemente inevitabile,… la prosperità in alcuni grandi stati ha favorito l’espansione, e l’espansione negli Stati dominanti ha creato crescenti disparità di reddito[6]. In questo processo lo stato dominante stesso è cambiato, sono stati progressivamente impoveriti i servizi pubblici, al fine di rafforzare le misure di sicurezza a beneficio di pochi, opprimendo la maggioranza.(7)
Così, come per molti anni gli affari esteri dell’Inghilterra in Asia hanno finito per essere condotti in gran parte dalla Compagnia delle Indie. … allo stesso modo, la società americana Aramco, che rappresenta un consorzio delle grandi compagnie petrolifere Exxon, Mobil, Socal, e Texaco, ha condotto la sua propria politica estera in Arabia, con collegamenti privati con la CIA e l’FBI.(8) …
In questo modo la Gran Bretagna e l’America hanno ereditato delle politiche che, una volta adottate dagli Stati metropolitani, sono diventate contrastanti con l’ordine pubblico e la sicurezza.(9)

Nelle fasi finali di una potenza egemone, vengono messi sempre più a nudo i ristretti interessi che guidano gli interventi, e i precedenti tentativi di creare stabili istituzioni internazionali vengono abbandonati. Consideriamo il ruolo della cospirazione nota come Jameson Raid nella repubblica Boera del Sud Africa alla fine del 1895, un raid condotto per sostenere gli interessi economici di Cecil Rhodes, che ha contribuito a provocare la Seconda Guerra Boera(10). O consideriamo il complotto anglo-francese con Israele del 1956, nel vano tentativo di mantenere il controllo del Canale di Suez.

Quindi prendiamo in considerazione le pressioni delle majors del petrolio come fattori della guerra degli USA in Vietnam (1961), in Afghanistan (2001), e in Iraq (2003).(11) Anche se il ruolo delle compagnie petrolifere americane nella guerra libica resta oscuro, è una virtuale certezza che negli Energy Task Force Meetings di Cheney si discutesse delle riserve di petrolio non solo dell’Iraq, ma anche della Libia, stimate a circa 41 miliardi di barili, ovvero circa un terzo di quelle dell’Iraq.(12)

Inoltre alcuni a Washington si aspettavano una rapida vittoria in Iraq che sarebbe stata seguita da un analogo attacco americano sulla Libia e l’Iran. Il generale Wesley Clark ha dichiarato ad Amy Goodman su Democracy Now quattro anni fa, che poco dopo l’11 Settembre un generale del Pentagono lo aveva informato che diversi paesi sarebbero stati attaccati dalle forze armate statunitensi. La lista comprendeva Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran.(13) Nel maggio del 2003 John Gibson, amministratore delegato di Halliburton Energy Service Group, ha detto a International Oil Daily, in un’intervista, “Ci auguriamo che l’Iraq sarà la prima tessera del domino e che la Libia e l’Iran seguiranno. Non ci piace essere tenuti fuori dai mercati perché dà un vantaggio ingiusto ai nostri concorrenti.”(14)

E’ anche una questione di pubblico dominio che la risoluzione ONU sulla no-fly zone n. 1973 del 17 marzo è avvenuta dopo poco tempo dalla minaccia pubblica di Gheddafi, del 2 marzo, di buttar fuori le compagnie petrolifere occidentali dalla Libia, e dal suo invito del 14 marzo a imprese cinesi, russe e indiane a produrre petrolio al loro posto.(15) Significativamente Cina, Russia e India (insiema al Brasile loro alleato nel BRIC), tutti si sono astenuti sulla risoluzione ONU 1973.

La questione del petrolio si intreccia strettamente con quella del dollaro, perché lo status del dollaro di valuta di riserva mondiale dipende in gran parte dalle decisioni dell’OPEC di denominare in dollari le transazioni di petrolio dell’OPEC. L’economia dei petrodollari di oggi risale a due accordi segreti con la Saudisin negli anni ’70 per il riciclaggio dei petrodollari all’interno dell’economia americana. Il primo di questi accordi assicurava un sostegno speciale e continuo dell’Arabia Saudita al dollaro USA; il secondo assicurava il mantenimento del sostegno saudita per la determinazione del prezzo del petrolio dell’OPEC in dollari. Questi due accordi assicuravano che l’economia americana non sarebbe stata impoverita dagli aumenti del prezzo del petrolio dell’OPEC. Da allora il fardello più pesante invece è stato imposto ai paesi economicamente meno sviluppati, che hanno bisogno di dollari per i loro rifornimenti di petrolio.(16)

Come ha sottolineato Ellen Brown, in primo luogo l’Iraq e poi la Libia avevano deciso di sfidare il sistema dei petrodollari smettendo di vendere tutto il loro petrolio in dollari, giusto poco prima di essere attaccati:

Kenneth Schortgen Jr., scrivendo su su Examiner.com, ha osservato che “sei mesi prima che gli U.S.A. muovessero contro l’Iraq per abbattere Saddam Hussein, il paese petrolifero aveva fatto la mossa di accettare euro anziché dollari per il petrolio, e questo era diventato una minaccia al dominio globale del dollaro come valuta di riserva, e al suo dominio in petrodollari .. ”

Secondo un articolo russo dal titolo “Bombardamento sulla Libia – Punizione per il tentativo di Gheddafi di rifiutare il Dollaro USA”, Gheddafi aveva fatto una simile mossa coraggiosa: aveva intrapreso una politica di rifiuto del dollaro e dell’euro, invitando i paesi arabi ed africani ad utilizzare invece una nuova moneta, il dinaro d’oro. Gheddafi suggeriva di istituire un continente unito africano, 200 milioni di persone con una moneta unica. … L’iniziativa è stata letta negativamente dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, con il Presidente francese Nicolas Sarkozy che ha definito la Libia una minaccia per la sicurezza finanziaria del genere umano; ma Gheddafi ha continuato a spingere per la creazione di un’Africa unita.
E questo ci riporta al puzzle della Banca Centrale Libica. In un articolo pubblicato su Market Oracle, Eric Encina ha osservato:

Un fatto raramente menzionato dai politici e dai media occidentali: la Banca Centrale della Libia è al 100% di proprietà statale …. Attualmente, il governo libico crea la propria moneta, il dinaro libico, tramite le strutture della sua propria banca centrale. Alcuni sostengono che la Libia è una nazione sovrana con grandi risorse proprie, in grado di sostenere il suo destino economico. Uno dei problemi principali per i cartelli bancari globalisti, al fine di fare affari con la Libia, è che devono passare attraverso la Banca Centrale Libica e la sua moneta nazionale, luogo in cui il loro dominio o potere contrattuale sono assolutamente pari a zero. Quindi, buttare giù la Central Bank of Libya (CBL) può non comparire nei discorsi di Obama, Cameron e Sarkozy, ma certamente è in cima all’agenda mondialista di assorbire la Libia nell’alveo delle nazioni compiacenti.(17)
La Libia non ha solo il petrolio. Secondo il FMI, la sua banca centrale ha circa 144 tonnellate di oro nei suoi caveaux. Con una base patrimoniale del genere, che bisogno può avere della BIS [Banca dei regolamenti internazionali], del FMI e delle loro regole?(18)
La recente proposta di Gheddafi di introdurre il dinaro d’oro per l’Africa ripropone la questione di un dinaro d’oro islamico lanciata nel 2003 dal Primo Ministro malese Mahathir Mohamad, così come da alcuni movimenti islamici.(19) Il disegno, che viola le regole del FMI ed è progettato per superarle, aveva avuto delle difficoltà a partire. Ma oggi i Paesi che accumulano sempre più oro piuttosto che dollari includono non solo la Libia e l’Iran, ma anche Cina, Russia, e India. (20)

Il Ruolo della Francia nel Porre Termine alle Iniziative Africane di Gheddafi
L’iniziativa degli attacchi aerei sembra essere inizialmente partita dalla Francia, con il sostegno precoce dalla Gran Bretagna. Se Gheddafi fosse riuscito nel suo intento di creare un’Unione Africana sostenuta dalla valuta e dalle riserve d’oro della Libia, la Francia, ancora potenza economica dominante nella maggior parte delle sue ex colonie africane, sarebbe stata la maggiore “perdente”. Infatti, un report di Dennis Kucinich in America ha confermato l’affermazione di Franco Bechis in Italia, trasmessa da VoltaireNet in Francia, che ” piani per suscitare la rivolta di Bengasi sono stati avviati dai servizi segreti francesi nel novembre 2010.” (21)

Se l’idea di attaccare la Libia è nata in Francia, Obama si è mosso rapidamente per sostenere i piani francesi di vanificare l’iniziativa africana di Gheddafi, con la sua dichiarazione unilaterale di emergenza nazionale, e il congelamento di tutti i 30 miliardi di dollari della Banca di Libia, fondi ai quali l’America aveva accesso. Questo è stato erroneamente riportato dalla stampa USA come il congelamento dei fondi del “Colonnello Gheddafi, dei suoi figli e della famiglia, e di alti membri del governo libico.” (22) Ma in realtà la seconda sezione del decreto di Obama in modo esplicito mira a “Tutti i beni e interessi … del governo della Libia, delle sue agenzie, strumenti e soggetti controllati, e della Banca Centrale di Libia.”(23) Benché gli Stati Uniti abbiano attivamente utilizzato armi finanziarie negli ultimi anni, la confisca di $ 30 miliardi,”la più grande quantità che sia mai stata congelata da un ordine degli Stati Uniti”, aveva un precedente, la confisca cospiratoria e illegale dei beni iraniani nel 1979 per conto della Chase Manhattan Bank.(24)

Le conseguenze del blocco dei 30 miliardi di dollari per l’Africa, così come per la Libia, sono state analizzate da un osservatore africano:

I 30 miliardi di dollari congelati da parte di Obama appartengono alla Banca Centrale libica ed erano stati assegnati come contributo libico a tre progetti chiave che avrebbero dato il tocco finale alla Federazione Africana – la African Investment Bank nella Sirte, in Libia, l’istituzione nel 2011 del Fondo Monetario Africano con sede a Yaoundée un fondo di 42 miliardi dollari di capitale e la Banca Centrale Africana con sede ad Abuja in Nigeria, che quando avesse iniziato a stampare moneta africana avrebbe suonato la campana a morto per il franco CFA ( moneta utilizzata da 14 paesi africani ex colonie francesi, ndt) attraverso il quale Parigi è stata in grado di mantenere il suo peso su alcuni paesi africani negli ultimi cinquant’anni. E’ facile comprendere la collera francese contro Gaddafi. (25)
Lo stesso osservatore ha motivi per credere che i piani di Gheddafi per l’Africa fossero più benevoli di quelli dell’Occidente:

E ‘iniziato nel 1992, quando 45 nazioni africane istituirono il Rascom (Regional African Satellite Communication Organization), in modo che l’Africa potesse avere le proprie comunicazioni via satellite abbattendo i costi delle comunicazioni nel continente. A quel tempo le telefonate da e verso l’Africa erano le più costose del mondo a causa della tassa annuale di 500 milioni di dollari intascati dall’Europa per l’uso di suoi satelliti, come Intelsat, per le conversazioni telefoniche, comprese quelle all’interno dello stesso paese.
Un satellite africano ha un costo unico di 400 milioni di dollari, e il continente non deve più pagare i 500 milioni dollari di locazione annuale. Quali banchieri avrebbero finanziato un progetto del genere? Era un problema – come possono gli schiavi che cercano di liberarsi dallo sfruttamento del loro padrone, chiedere allo stesso padrone di aiutarli a conquistare la libertà? Non sorprende che la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, gli Stati Uniti e l’Europa per 14 anni facessero solo vaghe promesse. Gheddafi aveva messo fine a questi vani appelli ai ‘benefattori’ occidentali, con i loro tassi di interesse esorbitanti. La guida Libica ha messo 300 milioni di dollari sul tavolo; la African Development Bank ha aggiunto 50 milioni di dollari e la West African Development Bank ha messo gli altri 27 milioni di dollari – ed è così che l’Africa ha avuto il suo primo satellite di comunicazioni, il 26 dicembre 2007. (26)
Io non sono in grado di confermare queste affermazioni. Ma, per queste ed altre ragioni, sono convinto che le azioni occidentale in Libia sono state progettate per frustrare i piani di Gheddafi per un’Africa autenticamente post-coloniale, non a causa della sua repressione contro i ribelli a Bengasi.

Conclusione

Da tutta questa confusione e false dichiarazioni io concluderei che l’America ha perso la sua capacità di mantenere e imporre la pace, da sola o con i suoi alleati nominali. Vorrei far presente che sarebbe nel migliore interesse dell’America, anche se solo per stabilizzare e ridurre i prezzi del petrolio, unirsi ora alle pressioni di Ban Ki-Moon e del Papa per un immediato cessate-il-fuoco in Libia. Negoziare il cessate il fuoco creerà certamente problemi, ma l’alternativa è l’incubo di vedere una inesorabile escalation del conflitto. L’America ha già avuto conseguenze tragiche per questo tipo di politiche. Non vogliamo avere altre perdite per lo scopo di sostenere il sistema iniquo dei petrodollari, che ha comunque i giorni contati.

In gioco non c’è solo la relazione dell’America con la Libia, ma con la Cina. L’Africa intera è una zona dove l’Occidente e i Paesi del BRIC investiranno entrambi. La sola Cina, avida di risorse, si prevede che investirà nell’ordine di 50 miliardi di dollari all’anno entro il 2015, una cifra (finanziata dal deficit commerciale americano con la Cina) con cui l’Occidente non può competere.(27) Se l’Occidente e l’Oriente potranno convivere pacificamente in Africa nel futuro dipenderà dalla capacità dell’Occidente di accettare la graduale diminuzione della sua influenza, senza ricorrere a ingannevoli stratagemmi (come lo stratagemma anglo-francese di Suez del 1956) per cercare di mantenerla.

Le precedenti transizioni nel dominio globale sono state segnate da guerre, rivoluzioni, o da entrambe. La nascita dell’egemonia americana attraverso le ultime due guerre mondiali dopo l’egemonia britannica è stata una transizione tra due potenze che erano sostanzialmente affini, e culturalmente vicine. Il mondo intero ha un immenso interesse a che la difficile transizione verso un nuovo ordine dopo l’egemonia statunitense sia raggiunto il più pacificamente possibile.


Peter Dale Scott, ex Diplomatico Canadese e Professore alla University of California, Berkeley, autore di Drugs Oil and War, The Road to 9/11, The War Conspiracy: JFK, 9/11, and the Deep Politics of War. Il suo libro più recente è American War Machine: Deep Politics, the CIA Global Drug Connection and the Road to Afghanistan. Collabora con il Centre for Research on Globalization (CRG). Questo articolo è pubblicato in partnership con il Asia Pacific Journal.

NOTE

1 “McCain calls for stronger NATO campaign,” monstersandcritics.com, April 22, 2011, link.

2 Ed Hornick, “Arming Libyan Rebels: Should U.S. Do It?” CNN, March 31, 2011.

3 “Countries Agree to Try to Transfer Some of Qaddafi’s Assets to Libyan Rebels,” New York Times, April 13, 2011, link.

4 “President Obama Wants Options as Pentagon Issues Warnings About Libyan No-Fly Zone,” ABC News, March 3, 2011, link. Earlier, on February 25, Gates warned that the U.S. should avoid future land wars like those it has fought in Iraq and Afghanistan, but should not forget the difficult lessons it has learned from those conflicts.
“In my opinion, any future Defense secretary who advises the president to again send a big American land army into Asia or into the Middle East or Africa should ‘have his head examined,’ as General MacArthur so delicately put it,” Gates said in a speech to cadets at West Point” (Los Angeles Times, February 25, 2011, link).

5 Alan J. Kuperman, “False Pretense for War in Libya?” Boston Globe, April 14, 2011.

6 America’s income disparity, as measured by its Gini coefficient, is now among the highest in the world, along with Brazil, Mexico, and China. See Phillips, Wealth and Democracy, 38, 103; Greg Palast, Armed Madhouse (New York: Dutton, 2006), 159.

7 This is the subject of my book The Road to 9/11, 4–9.

8 Anthony Cave Brown, Oil, God, and Gold (Boston: Houghton Mifflin, 1999), 213.

9 Peter Dale Scott, American War Machine: Deep Politics, the CIA Global Drug Connection, and the Road to Afghanistan (Berkeley: University of California Press, 2010), 32. One could cite also the experience of the French Third Republic and the Banque de l’Indochine or the Netherlands and the Dutch East India Company.

10 Elizabeth Longford, Jameson’s Raid: The Prelude to the Boer War (London: Weidenfeld and Nicolson, 1982); The Jameson Raid: a centennial retrospective (Houghton, South Africa: Brenthurst Press, 1996).

11 Wikileak documents from October and November 2002 reveal that Washington was making deals with oil companies prior to the Iraq invasion, and that the British government lobbied on behalf of BP’s being included in the deals (Paul Bignell, “Secret memos expose link between oil firms and invasion of Iraq,” Independent (London), April 19, 2011).

12 Reuters, March 23, 2011.

13 Saman Mohammadi, “The Humanitarian Empire May Strike Syria Next, Followed By Lebanon And Iran,” OpEdNews.com, March 31, 2011.

14 “Halliburton Eager for Work Across the Mideast,” International Oil Daily, May 7, 2003.

15 “Gaddafi offers Libyan oil production to India, Russia, China,” Agence France-Presse, March 14, 2011, link.

16 Peter Dale Scott, “Bush’s Deep Reasons for War on Iraq: Oil, Petrodollars, and the OPEC Euro Question”; Peter Dale Scott, Drugs, Oil, and War (Lanham, MD: Rowman & Littlefield, 2003), 41-42: “From these developments emerged the twin phenomena, underlying 9/11, of triumphalist US unilateralism on the one hand, and global third-world indebtedness on the other. The secret deals increased US-Saudi interdependence at the expense of the international comity which had been the base for US prosperity since World War II.” Cf. Peter Dale Scott, The Road to 9/11 (Berkeley: University of California Press, 2007), 37.

17 “Globalists Target 100% State Owned Central Bank of Libya.” Link.

18 Ellen Brown, “Libya: All About Oil, or All About Banking,” Reader Supported News, April 15, 2011.

19 Peter Dale Scott, “Bush’s Deep Reasons for War on Iraq: Oil, Petrodollars, and the OPEC Euro Question”; citing “Islamic Gold Dinar Will Minimize Dependency on US Dollar,” Malaysian Times, April 19, 2003.

20 “Gold key to financing Gaddafi struggle,” Financial Times, March 21, 2011, link.

21 Franco Bechis, “French plans to topple Gaddafi on track since last November,” VoltaireNet, March 25, 2011. Cf. Rep. Dennis J. Kucinich, “November 2010 War Games: ‘Southern Mistral’ Air Attack against Dictatorship in a Fictitious Country called ‘Southland,’” Global Research, April 15, 2011, link; Frankfurter Allgemeine Zeitung, March 19, 2011.

22 New York Times, February 27, 2011.

23 Executive Order of February 25, 2011, citing International Emergency Economic Powers Act (50 U.S.C. 1701 et seq.) (IEEPA), the National Emergencies Act (50 U.S.C. 1701 et seq.) (NEA), and section 301 of title 3, United States Code, seizes all Libyan Govt assets, February 25, 2011, link. The authority granted to the President by the International Emergency Economic Powers Act “may only be exercised to deal with an unusual and extraordinary threat with respect to which a national emergency has been declared for purposes of this chapter and may not be exercised for any other purpose” (50 U.S.C. 1701).

24 “Billions Of Libyan Assets Frozen,” Tropic Post, March 8, 2011, link (“largest amount”); Peter Dale Scott, The Road to 9/11: Wealth, Empire, and the Future of America (Berkeley and Los Angeles: University of California Press, 2007), 80-89 (Iranian assets).

25 “Letter from an African Woman, Not Libyan, On Qaddafi Contribution to Continent-wide African Progress , Oggetto: ASSOCIAZIONE CASA AFRICA LA LIBIA DI GHEDDAFI HA OFFERTO A TUTTA L’AFRICA LA PRIMA RIVOLUZIONE DEI TEMPI MODERNI,” Vermont Commons, April 21, 2011, link. Cf. Manlio Dinucci, “Financial Heist of the Century: Confiscating Libya’s Sovereign Wealth Funds (SWF),” Global Research, April 24, 2011, link.

26 Ibid. Cf. “The Inauguration of the African Satellite Control Center,” Libya Times, September 28, 2009, link; Jean-Paul Pougala, “The lies behind the West’s war on Libya,” Pambazuka.org, April 14, 2011.

27 Leslie Hook, “China’s future in Africa, after Libya,” blogs.ft.com, March 4, 2011 ($50 billion). The U.S trade deficit with China in 2010 was $273 billion.

* Fonte: vocidall’estero (originale in: Global Research, 29 Aprile, 2011)

“Minimizziamo i reati degli immigrati”. La ricetta “geniale” dell’Unhcr

Roma, 15 set – Dopo le dichiarazioni dell’Alto Commissario Onu Michelle Bachelet in merito alle critiche rivolte all’Italia sull’incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, Melissa Fleming, portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), a seguito delle recenti vicende verificatesi a Chemnitz, dove un ragazzo tedesco è stato ucciso per mano di due afghani, è intervenuta sulla questione migranti al fine di esortare i Paesi europei a non alimentare quel clima di sospetto che, la portavoce dell’agenzia, ritiene sia ingiustificato.


Secondo Melissa Fleming, alcuni reati commessi dagli immigrati non devono favorire atteggiamenti o comportamenti che possano addurre a discriminazioni nei confronti delle minoranze linguistiche, visto,  continua la portavoce dell’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, “gli immigrati in Europa subiscono pressioni di ogni tipo affinché facciano ritorno nei Paesi di provenienza” e i reati commessi dagli immigrati assumono rilevanza nei confronti dell’opinione pubblica, poiché i mass media contribuiscono ad alimentare il clima di odio che si è generato ponendo “eccessiva attenzione” a quei reati commessi dai migranti, poiché tali reati persuadono lo Stato e il cittadino a “criminalizzare intere comunità” che cercano di avere il riconoscimento del diritto di asilo.
Questo clima di intolleranza nei confronti dei migranti, dovrebbe spingere gli Stati ad una maggiore tutela nei  confronti di chi, spiega la Fleming, non commette reato. Inoltre, sostiene la Fleming, i governi possono porre fine, o almeno ostacolare il crescente odio verso i migranti, attraverso processi che devono giudicare il migrante reo di aver commesso il reato senza imputare al caso questioni di natura migratoria o politica, che avrebbero eco sulla condizione sociale e giuridica di coloro che hanno ottenuto l’asilo politico.
Insomma, le dichiarazioni della Fleming sembrerebbero minimizzare i reati commessi dai migranti, sulla base di una considerazione “progressista” che ritiene basso il tasso di criminalità da parte degli immigrati.
Una considerazione che non trova conferma, come riportato dal sito de Il Giornale, sui dati elaborati da una ricerca effettuata dal centro di studi La Fondazione Hume, vicina a correnti progressiste, secondo la quale al contrario rileva un tasso di criminalità più alto per i migranti rispetto al resto della popolazione. Un dato allarmante se si guarda all’Italia che avrebbe il tasso più alto di crimini commessi rispetto agli altri partner europei, pertanto, le dichiarazioni fatte prima da Michelle Bachelet e poi da Melissa Fleming non riflettono quella che è la realtà. Forse dietro a queste dichiarazioni ci sono ragioni che a noi comuni mortali non è dato sapere.

Preso da: https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/minimizziamo-i-reati-degli-immigrati-la-ricetta-geniale-dellunhcr-92905/

In Italia la più grande polveriera Usa

Alla fine della seconda guerra mondiale le truppe alleate occuparono il continente europeo. Francia e Russia le hanno ritirate, Stati Uniti e Regno Unito invece continuano a mantenere parte delle loro forze armate in Europa. In previsione di una guerra mondiale contro Cina e Russia, il Pentagono utilizza da un anno le numerose basi statunitensi in Italia per incrementare in modo massiccio lo stoccaggio di armi in Europa, bombe atomiche incluse.

| Roma (Italia)
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Lewis Eisenberg era il presidente del Porto di New York che vendette il World Trade Center appena prima degli attentati dell’11 Settembre per renderne possibile l’organizzazione. Eisenberg è oggi ambasciatore degli Stati Uniti a Roma e sta trasformando la penisola in un arsenale USA.
L’8 agosto ha fatto scalo nel porto di Livorno la Liberty Passion (Passione per la Libertà) e il 2 settembre la Liberty Promise (Promessa di Libertà), che saranno seguite il 9 ottobre dalla Liberty Pride (Orgoglio di Libertà). Le tre navi ritorneranno quindi a Livorno, in successione, il 10 novembre, il 15 dicembre e il 12 gennaio.


Sono enormi navi Ro/Ro, lunghe 200 metri e con 12 ponti, capaci ciascuna di trasportare 6500 automobili. Non trasportano però automobili, ma carrarmati. Fanno parte di una flotta statunitense di 63 navi appartenenti a compagnie private che, per conto del Pentagono, trasportano in continuazione armi in un circuito mondiale tra i porti statunitensi, mediterranei, mediorientali e asiatici.
Il principale scalo mediterraneo è Livorno, perché il suo porto è collegato alla limitrofa base statunitense di Camp Darby. Quale sia l’importanza della base lo ha ricordato il colonnello Erik Berdy, comandante della guarnigione in Italia dello Us Army, in una recente visita al quotidiano «La Nazione» di Firenze.
La base logistica, situata tra Pisa e Livorno, costituisce il più grande arsenale Usa fuori dalla madrepatria. Il colonnello non ha specificato quale sia il contenuto dei 125 bunker di Camp Darby. Esso può essere stimato in oltre un milione di proiettili di artiglieria, bombe per aerei e missili, cui si aggiungono migliaia di carrarmati, veicoli e altri materiali militari. Non si può escludere che nella base vi siano state, vi siano o possano esservi in futuro anche bombe nucleari.
Camp Darby — ha sottolineato il colonnello — svolge un ruolo chiave, rifornendo le forze terrestri e aree statunitensi in tempi molto più brevi di quanto occorrerebbe se venissero rifornite direttamente dagli Usa. La base ha fornito la maggior parte delle armi per le guerre contro l’Iraq, la Jugoslavia, la Libia e l’Afghanistan. Dal marzo 2017, con le grandi navi che mensilmente fanno scalo a Livorno, le armi di Camp Darby vengono trasportate in continuazione nei porti di Aqaba in Giordania, Gedda in Arabia Saudita e altri scali mediorientali per essere usate dalle forze statunitesi e alleate nelle guerre in Siria, Iraq e Yemen.
Nel suo viaggio inaugurale la Liberty Passion ha sbarcato ad Aqaba, nell’aprile 2017, 250 veicoli militari e altri materiali. Tra le armi che ogni mese vengono trasportate via mare da Camp Darby a Gedda, vi sono certamente anche bombe Usa per aereo che l’aviazione saudita impiega (come risulta da prove fotografiche) per fare strage di civili nello Yemen. Vi sono inoltre seri indizi che, nel collegamento mensile tra Livorno e Gedda, le grandi navi trasportino anche bombe per aereo fornite dalla Rwm Italia di Domusnovas (Sardegna) all’Arabia Saudita per la guerra nello Yemen.
In seguito all’accresciuto transito di armi da Camp Darby, non basta più il collegamento via canale e via strada della base col porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa. È stata quindi decisa una massiccia riorganizzazione delle infrastrutture (confermata dal colonnello Berdy), comprendente una nuova ferrovia. Il piano comporta l’abbattimento di 1000 alberi in un’area protetta, ma è già stato approvato dalle autorità italiane. Tutto questo non basta.
Il presidente del Consiglio regionale toscano Giani (Pd), ricevendo il colonnello Berdy, si è impegnato a promuovere «l’integrazione tra la base militare Usa di Camp Darby e la comunità circostante». Posizione sostanzialmente condivisa dal sindaco di Pisa Conti (Lega) e da quello di Livorno Nogarin (M5S). Quest’ultimo, ricevendo il colonnello Berdy e poi l’ambasciatore Usa Eisenberg, ha issato sul Comune la bandiera a stelle e strisce.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

Preso da: http://www.voltairenet.org/article202893.html

Libia: il volto coloniale di Francia e Italia

di Pressenza – International Press Agency 
giovedì 6 settembre 2018
Sulla questione libica, Francia e Italia si guardano di traverso non solo perché si contendono il ruolo di pacieri nella speranza di assicurarsi un posto a tavola nella Libia che verrà, ma anche perché si rapportano in maniera diversa nei confronti dei due governi presenti in Libia. L’Italia collabora esclusivamente con Al-Serraj, capo di governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, che però controlla solo la Tripolitania e pochi altri territori della parte occidentale del paese. La Francia, invece, sostiene più volentieri il generale Haftar, capo militare che controlla non solo la Cirenaica ma tutta la parte centrale e orientale del paese. Due scelte di campo non casuali che fanno assumere ai due rivali non tanto il volto dei pacieri disinteressati, quanto delle potenze coloniali assetate di controllo.

di Francesco Gesualdi

Ovviamente la questione petrolifera è sempre in primo piano, considerato che la Libia possiede le maggiori riserve di petrolio dell’Africa, le none nel mondo, circa 48 miliardi di barili (il 3% circa dell’intero ammontare delle riserve mondiali). Prima del rovesciamento di Gheddafi, nel 2011, la Libia produceva 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno e 17 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Le due risorse rappresentavano il 65% del prodotto lordo nazionale e contribuivano al 95% delle entrate governative. Ma dal 2013, la produzione si è praticamente dimezzata per l’attacco ai pozzi da parte delle innumerevoli milizie armate che tempestano la Libia.

Da un punto di vista operativo l’estrazione e la vendita degli idrocarburi è affidata alla National Oil Corporation (NOC), un’azienda di stato che opera non solo in proprio, ma anche per il tramite di società compartecipate da multinazionali, senza escludere la possibilità di permettere a quest’ultime di estrarre su licenza. Tra queste ENI che sotto varie forme societarie gestisce diversi giacimenti di gas e petrolio non solo onshore, ossia sulla terra ferma, ma anche offshore, ossia in mare, principalmente nella parte ovest del paese, quella sotto il controllo del governo Al-Serraj. Tuttavia la maggior parte del petrolio libico si trova nella parte centrale del paese, quella sotto comando del generale Haftar. Alcuni pozzi di questa zona sono gestiti dalla società Waha Concessions nel cui azionariato compare anche Total che da vari anni sta cercando una strategia per affermarsi in Libia. Con successo, dal momento che è presente anche in altre società che gestiscono altri due giacimenti: l’uno nel Mar Mediterraneo, l’altro nel Fezzan, la regione più a sud del paese.
Ma la difesa delle proprie imprese è solo uno dei temi che divide Francia e Italia. L’altro è il controllo del territorio su cui i due paesi sono di nuovo concorrenti. L’obiettivo principale dell’Italia è fermare l’arrivo di migranti attraverso il Mar Mediterraneo e poiché gli imbarchi avvengono nella parte occidentale della Libia, i legami sono stati stretti con Al-Serraj a cui è stata offerta amicizia e sostegno economico, in cambio del controllo dei flussi migratori. Così fece il governo Renzi e poi il governo Gentiloni per continuare col governo Conte.
Ovviamente l’Italia sa che una politica efficace contro flussi migratori richiede un blocco dei passaggi più a sud, già nel Niger, per cui vorrebbe avere più influenza nelle regioni del Sahel. Ma l’Africa sahariana ha una storia coloniale con la Francia e in questi paesi non si muove foglia senza che la Francia non voglia. E la volontà della Francia è di non avere altre presenze straniere all’infuori di lei o dei suoi stretti alleati, per cui l’Italia non ha grandi prospettive di poter inviare propri contingenti.
Ma dopo il Niger la rotta dei migranti passa per la Libia e qui l’Italia potrebbe essere facilitata in nome dei trascorsi coloniali. Ma il territorio libico a ridosso del Niger è il Fezzan ormai una terra di nessuno dove decine di gruppi armati si fronteggiano per il controllo di porzioni di territorio. Una situazione di anarchia che ha facilitato il proliferare di varie altre anomalie.
Non solo l’esplosione di ogni forma di traffico illegale, dal passaggio clandestino dei migranti al contrabbando di armi, droghe e oro, ma anche l’insediamento di gruppi armati islamisti che fanno da spalla a gruppi analoghi presenti in altri paesi del Sahel. Ed è proprio quest’ultimo aspetto che più preoccupa la Francia inducendola a perseguire scelte di politica estera che le assicurino non solo la stabilizzazione del Fezzan, ma anche la possibilità di avere una presenza nella regione. Fra i due governi oggi presenti in Libia, quello che ha più probabilità di prendere il controllo del Fezzan non è Al Serraj, ma Haftar che gode di maggiori simpatie da parte dei gruppi locali. Di qui la seconda ragione che spinge la Francia a stringere amicizia con Haftar in aperto contrasto con l’Italia che almeno nel Fezzan vorrebbe insediarcisi lei. Vecchie logiche coloniali avanzano.

Preso da: https://www.agoravox.it/Libia-il-volto-coloniale-di.html