Di chi è la Repubblica Italiana?

10 giugno 2008

Da quanto andremo ad illustrare, la Repubblica Italiana non è certo ‘cosa nostra’… perché se davvero fosse nostra, ovvero di tutti i cittadini italiani, non si fonderebbe su dei “segreti”. “Segreti” su questioni della massima importanza, la cui esistenza configura una Repubblica sostanzialmente ‘cosa loro’.
“Loro” sono ovviamente gli Stati Uniti, che nel lontano biennio 1943-45 hanno effettuato la conquista dell’Italia, eufemisticamente chiamata “Liberazione”. “Liberazione” da noi stessi, tant’è vero che dopo oltre sessant’anni non se ne sono più andati. Potevano farlo dopo la fine dell’URSS, visto che il “problema” era il Comunismo, ma non l’hanno fatto.
L’Italia è, infatti, ‘cosa loro’, anche se gli italiani non lo devono percepire.
L’occupazione di consistenti porzioni del territorio nazionale da parte di uno Stato estero (malgrado ci abbiano informato che, dall’11 settembre 2001, “siamo tutti americani”) ed il suo mantenimento vita natural durante è possibile grazie a clausole – segrete, appunto – pudicamente definite “accordi”, che giustificano la presenza, sul territorio nazionale, di basi ed installazioni militari USA e NATO (oltre 100).
Questo è il “segreto dei segreti” – altrimenti definibile la “madre di tutte le menzogne” – della “Repubblica Italiana”. Tutti gli altri “segreti” (la “strategia della tensione”, le BR, le “trame nere”, Gladio, le “stragi di Mafia”, “Mani Pulite”, il “terrorismo islamico”ecc.) sono una conseguenza logica del “segreto dei segreti”. Pretendere la verità su questo punto non è una cosa “di destra”, “di centro” o “di sinistra”. È semplicemente una cosa sensata, da “patrioti”, se la parola “patria” non avesse assunto per i più – a causa della sua indebita appropriazione da parte di collaborazionisti e della concomitante svalutazione generata da una pseudocultura votata all’autodenigrazione – un significato distante da quello originario.

A questo punto ci sarà chi pensa che l’aver perso l’Italia una guerra – malgrado alcune conseguenze “negative” – sia stato in fondo un fatto “positivo” solo perché così il Fascismo, il “Male assoluto”, è stato sconfitto. A chi la pensa così, basta rispondere che, Fascismo o non Fascismo, l’Italia è stata occupata, tale occupazione non è mai finita (né accenna a finire), e con questo fatto tutti gli italiani devono fare i conti, in maniera sempre più evidente, prima che la crisi epocale del c.d. “Occidente” (che significa Europa distolta dal suo naturale complemento geografico, politico, economico, storico e culturale che è l’Eurasia per venire inglobata nell’Occidente, a guida anglo-americana) ci travolga in maniera irrimediabile. Ristabilire la verità sul “principale segreto della Repubblica Italiana”, sulle clausole segrete che impongono un’occupazione che sembra non finire mai, è un favore che gli italiani devono fare innanzitutto a se stessi, pena la scomparsa pura e semplice come popolo e nazione.
Ma veniamo a questi famosi (si fa per dire) “accordi” a proposito delle basi e delle istallazioni logistiche USA e NATO in Italia:
a) le clausole segrete della ‘Convenzione d’Armistizio’ del 3 Settembre 1943;
b) le clausole segrete del ‘Trattato di pace’ imposto all’Italia, il 10 Febbraio del 1947 (Parigi);
c) il ‘Trattato NATO’ firmato a Washington il 4 Aprile 1949, ed entrato in vigore il 1 Agosto 1949;
d) il ‘Bilateral Infrastructure Agreement’ (BIA) o ‘Accordo segreto USA-Italia’ del 20 Ottobre 1954 (Accordo firmato dal Ministro Scelba e l’Ambasciatrice statunitense Clare Booth Luce, e mai sottoposto alla verifica, né alla ratifica del Parlamento);
e) il Trattato Italia-NATO, firmato a Parigi il 26 Luglio 1961 (reso operativo con Decreto del Presidente della Repubblica No. 2083, del 18 Settembre 1962);
f) Accordo bilaterale Italia-USA, firmato dal Governo Andreotti, il 16 Settembre 1972;
g) il ‘Memorandum d’intesa USA-Italia’ (Shell Agreement) del 2 Febbraio 1995;
h) Accordo segreto ‘Stone Ax’ (Ascia di Pietra), concluso inizialmente negli anni ‘50/’60 e rinnovato l’11 Settembre 2001.
Questi, i principali Comandi USA da cui dipendono le varie basi ed installazioni logistiche (USA e NATO, in Italia):
– Task Force 137 (Naval Forces Eastern Atlantic) (Naples, Italy)
– Army Prepositioned Stock 2 (APS-2) (Mechanized Infantry Brigade (-)) (Netherlands, Luxembourg, Belgium, Norway, Italy)
– South East European Task Force (SETAF) (Vicenza, Italy)
– 173rd Airborne Brigade (Vicenza, Italy (Deploys to Iraq – Early 2007)
– 22nd Area Support Group (Caserma Ederle, Italy)
– 31st Fighter Wing (F-16CG/DG) (Aviano AB, Italy)
– 401st Air Expeditionary Wing (KC-135E/R, U-2?) (Aviano AB, Italy)
– 16th Air Expeditionary Task Force (Aviano AB, Italy)
– US Naval Forces in Europe (NAVEUR) (Naples, Italy)
– Sealift Logistics Command Europe (SEALOGEUR) (Naples, Italy)
– Task Force 63 (6th Fleet Service Force) / Naval Surface Group Mediterranean (Gaeta, Italy)
– Task Force 67 (6th Fleet Maritime Surveillance and Reconnaissance Forces (MARSURVRECFORSIXFLT)) / Fleet Air Mediterranean (FAIRMED) (Naples, Italy)
– Task Force 69 (6th Fleet Submarine Force Mediterranean) / Submarine Group 8 (Naples, Italy)
Questo, naturalmente, senza contare i Comandi Intelligence dipendenti dalla NSA (National Security Agency), e, dulcis in fundo, le 90 testate nucleari statunitensi stoccate fra Ghedi ed Aviano ed il più che probabile armamento atomico imbarcato sui mezzi, anche sottomarini, della Sesta Flotta statunitense di stanza a Napoli e Gaeta, che in materia è vincolata alla direttiva del “neither confirm or deny policy” (non confermare né smentire la presenza di atomiche a bordo).
Vi pare poco? Vogliamo ancora parlare di “Repubblica Italiana”?
Che cosa c’è da “festeggiare”, mentre la gran parte di un Paese – quella che lavora, e non per gli stipendi di quelli che “festeggiano” il 2 giugno – sprofonda nell’immiserimento economico, nell’abbrutimento sociale e culturale, nella disperazione verso un futuro che mette solo l’angoscia?
A sollevare un po’ il morale di un popolo che ne sta vedendo di tutti i colori non bastano più i soliti filmetti americani, il solito rimbambimento della droga televisiva zeppa di programmi ideati negli Stati Uniti per “di-vertire” il pubblico e non farlo pensare, le mezze verità delle trasmissioni “d’approfondimento” e “di denuncia” dove si parla e si parla ma non si arriva mai a nulla.
Gli italiani devono sapere la verità, e siccome non gliela può dire nessuno che si è compromesso con ‘cosa loro’ gliela diciamo noi. La “Repubblica Italiana” non è quello che sembra: l’Italia è una nazione occupata. O-c-c-u-p-a-t-a!
Non è difficile tenersi bene a mente questa parola, ogni volta che si cerca di raccapezzarsi in qualche problema “irrisolvibile”. Non è difatti superfluo osservare che – dalla spazzatura in Campania all’eterna “lotta alla Mafia”, passando per altri mille problemi “irrisolvibili” – la soluzione per risollevare la nostra martoriata Italia dal baratro in cui scivola giorno dopo giorno è la riconquista della libertà, dell’autodeterminazione, dell’indipendenza e della sovranità politica, economica, culturale e militare. Senza tutto ciò è perfettamente inutile discutere di tutto il resto, dai politici “italiani” all’economia “italiana”, per non parlare del miserevole stato della cultura “italiana”, o dell’“informazione”, succubi – senza eccezione alcuna, dai “salottini” televisivi alle testate “indipendenti”, passando per gli “intellettuali organici” – degli interessi di chi ci occupa da sessant’anni con il supporto di collaborazionisti locali “di destra”, “di centro” e “di sinistra”.
In questa situazione, pensare di risolvere qualsiasi cosa è semplicemente folle. Sarebbe come discutere dell’arredamento della propria casa e della sua tappezzeria quando qualcuno vi si è infilato dentro, occupa la camera da letto, non ci lascia usare il bagno uscendone solo per pulirglielo e svuota il frigorifero pretendendo che noi gli facciamo la spesa! Si penserebbe ancora di vivere in casa propria?
Prima si capisce tutto questo e meglio è, per il bene di tutti. Prima della fine.
***
Bibliografia:
A.B. Mariantoni, Dal “Mare Nostrum” al “Gallinarium Americanum” – Basi USA in Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente
A.B. Mariantoni, Basi americane in Italia: una messa a punto
[Fonte: cpeurasia.eu, pubblicato con il titolo Il segreto di Pulcinella della Repubblica Italiana]

Preso da: https://byebyeunclesam.wordpress.com/2008/06/10/di-chi-e-la-repubblica-italiana/

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Il Trattato di Parigi 8 settembre 1947 contiene CLAUSOLE SEGRETE che di fatto rendono l’Italia una COLONIA ANGLO-AMERICANA! Altro che sovrana…

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La firma dei traditori della resa incondizionata che hanno reso l’Italia una colonia, o meglio il giardino di casa degli americani. Eppure ci sono tanti imbecilli che reputano gli americani i nostri salvatori!

 

Ecco gli “Accordi” a proposito delle basi e delle istallazioni logistiche USA e NATO in Italia:
a) le clausole segrete della ‘Convenzione d’Armistizio’ del 3 Settembre 1943;
b) le clausole segrete del ‘Trattato di pace’ imposto all’Italia, il 10 Febbraio del 1947 (Parigi);
c) il ‘Trattato NATO’ firmato a Washington il 4 Aprile 1949, ed entrato in vigore il 1 Agosto 1949;


d) il ‘Bilateral Infrastructure Agreement’ (BIA) o ‘Accordo segreto USA-Italia’ del 20 Ottobre 1954 (Accordo firmato dal Ministro Scelba e l’Ambasciatrice statunitense Clare Booth Luce, e mai sottoposto alla verifica, né alla ratifica del Parlamento);
e) il Trattato Italia-NATO, firmato a Parigi il 26 Luglio 1961 (reso operativo con Decreto del Presidente della Repubblica No. 2083, del 18 Settembre 1962);
f) Accordo bilaterale Italia-USA, firmato dal Governo Andreotti, il 16 Settembre 1972;
g) il ‘Memorandum d’intesa USA-Italia’ (Shell Agreement) del 2 Febbraio 1995;
h) Accordo segreto ‘Stone Ax’ (Ascia di Pietra), concluso inizialmente negli anni ‘50/’60 e rinnovato l’11 Settembre 2001.
Di chi è la Repubblica Italiana?

Preso da: https://disquisendo.wordpress.com/2017/05/08/il-trattato-di-parigi-8-settembre-1947-contiene-clausole-segrete-che-di-fatto-rendono-litalia-una-colonia-anglo-americana-altro-che-sovrana/

Il Gheddafi che io ho conosciuto. di Valentino Parlato

22 novembre 2011

Sono molto legato alla Libia (e un po’ lo ero anche a Gheddafi) perché ci sono nato, lì c’è stata la mia prima formazione politica e diventai comunista (clandestino, governava l’amministrazione militare britannica). E fu in Libia che entrai nell’Associazione per i Progresso della Libia di cui facevano parte compagni più anziani, come Cibelli, Prestipino, Caruso, Manzani, i fratelli Russo e altri ancora. Il combinato disposto dall’associazione per l’indipendenza della Libia e la clandestinità comunista, nel dicembre del 1951 determinarono l’arresto e l’espulsione dalla Libia mia e di un po’ di altri compagni. Questo passato provocò, nel 1998, l’invito da parte del governo libico a un soggiorno in Libia per me e mia moglie. Rivedere la Libia, Tripoli, la mia casa, la mia scuola, i bar fu per me straordinario, ma lavorando al Manifesto chiesi, e ottenni abbastanza rapidamente, un’intervista a Muammar Gheddafi.
Per l’intervista (il 5 dicembre 1998) dovetti fare un lungo viaggio a Sirte, l’ultimo caposaldo della resistenza dove Gheddafi è stato ucciso. Altri tempi. L’incontro e l’intervista furono molto interessanti. Mi colpì innanzitutto la sua passione per Rousseau, dal quale derivava la sua posizione per la democrazia diretta e i comitati del popolo, che però (povero Rousseau) produsse un po’ di confusione, una inconsistenza delle strutture statali e un Gheddafi (sono le sue parole) che era un po’ come la regina d’Inghilterra, però comandava. Ed è mia impressione che questo comando nel corso del tempo si sia deteriorato. In quell’intervista Geddafi sottolineò l’importanza di aprire buoni rapporti con l’Italia e con l’Unione europea, anche per contenere il potere degli Usa. Si parlò anche di un suo scritto «Il comunismo è veramente morto?», dove dubitava di questo decesso. In quell’occasione girai per Tripoli e mi parve di registrare una sorta di welfare petrolifero: non c’erano bidonville, non eri assalito dai mendicanti, anzi non c’erano. Apprendevi dell’esistenza di una efficace assistenza sanitaria e di un buon sistema scolastico, a giudicare almeno dal numero di laureati che incontravi. I buoni rapporti con la Libia di Gheddafi sono continuati e ho fatto anche la prefazione al volumetto «Fuga dall’inferno», dove scrive che, in questo mondo, per trovare un po’ di pace bisogna fuggire all’inferno. Invero non troppo ottimistico sullo stato delle cose esistenti. Oggi siamo all’epilogo. Nella sua Sirte, Gheddafi è stato catturato e ucciso. Lasciarlo vivere, ancorché prigioniero, sarebbe stato evidentemente un problema. Che dire, ora, a caldo, di questo esito? La prima considerazione è che ci sono voluti otto mesi di guerra e bombardamenti Nato a catena per abbattere il “tiranno”, che evidentemente aveva più di un sostegno nella popolazione libica. In secondo luogo, viene da ripetere che lo stile è l’uomo. Gheddafi, come tanti altri capi arabi, poteva fuggire in qualche paese africano e starsene tranquillo e benestante. Invece è rimasto e ha accettato di morire sul campo, di restare testimone della sua linea e della sua lotta. E qui mi viene da aggiungere, sorprendentemente d’accordo con Berlusconi, «sic transit gloria mundi». Gheddafi fino a otto mesi fa era accolto e onorato in tante capitali, ricordo soprattutto l’accoglienza di Sarkozy a Parigi e quella straordinaria a Roma, con la manifestazione di cavalleria e anche (visto in tv) il bacio di Berlusconi. Pur cosiderando tutti i limiti e gli errori di Gheddafi, la sua caduta – sempre a mio parere – segnala la sepoltura delle “primavere arabe” e un nuovo inizio di un intervento coloniale delle potenze occidentali in Africa, e non credo si possano riporre molte speranze negli ex gheddafiani che dovrebbero costituire il nuovo governo della Libia.
VALENTINO PARLATO

Preso da: http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=0000001534965

Gli Stati Uniti uccidono molto più del morbillo

Il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc) di Atlanta ha diffuso una nota in cui consiglia ai cittadini americani di prendere delle precauzioni quando vengono in Italia perché il nostro Paese è ad alto rischio epidemiologico. Vi infuria una pericolosissima malattia: il morbillo. Nei primi tre mesi di quest’anno il morbillo ha colpito 1.473 persone. Un’enormità, circa lo 0,0025% della popolazione italiana. Per la prima volta siamo considerati un Paese ‘a rischio’ come la Sierra Leone colpita dal virus dell’Ebola.

Il morbillo, come la varicella o la rosolia, è una di quelle classiche malattie esantematiche (le ‘malattie infantili’ come si diceva una volta) che, scarlattina a parte, non hanno mai fatto male a nessuno. Nella mia generazione, che è quella della guerra e del primo dopoguerra, tutti abbiamo preso il morbillo, eppur siam vivi. Ci facevano molta più paura (o meglio la facevano ai nostri genitori) le bombe che gli americani gettavano a man bassa su Milano senza peraltro riuscire a colpire un qualche obbiettivo militare come la Stazione Centrale. Il morbillo, come la varicella o la rosolia, è probabilmente una autoimmunizzazione. Tanto che ai tempi miei molte madri usavano mettere i loro figli sani accanto ai bambini malati di morbillo, così se lo beccavano e non ci si pensava più. Solo in casi rarissimi il morbillo –ma il discorso vale anche per una semplice influenza- può avere effetti collaterali pericolosi. Ma evidentemente gli americani lo temono come la peste. Del resto sono dei maniaci dell’igiene oltre che del controllo su tutto e su tutti. A qualcuno dei lettori sarà certamente capitato di andare a letto con qualche ragazza americana del tipo WASP. Ti chiede preventivamente di farti una doccia, poi va in bagno e si fa abluzioni per mezz’ora. Quindi esce con una camicetta (un tempo babydoll) in cui manca poco che ci sia scritto “fuck me”. E a te cade tutta la libido, ammesso che non l’avessi persa nel frattempo.
Molto attenti alla loro salute (anche se l’Aids in grande stile è partito proprio dall’America a causa di una eccessiva promiscuità omossessuale e bisessuale) lo sono pochissimo per quella altrui. E’ notizia di pochi giorni fa che hanno gettato la GBU-43 Massive Ordnance Air Blast bomb detta in acronimo Moab e in volgare la ‘madre di tutte le bombe’, di cui negli States pare che vadano molto fieri (qualche flebile protesta c’è stata solo per il costo: 314 milioni di dollari che forse potevano essere usati diversamente) un ordigno dal peso di 10 tonnellate che certo fa un po’ più male del morbillo. “Non si sa, non è ancor certo” se abbiano colpito gli jihadisti, il loro obbiettivo dichiarato, ciò che è sicuro è che i contadini afgani che abitavano nelle vicinanze dell’esplosione non ne sono usciti bene.
Gli americani hanno una vera fobia per le ‘armi di distruzione di massa’ specialmente chimiche. Non fan che disegnare ‘linee rosse’ insuperabili, quando queste armi le usano gli altri. Eppure sono i più grandi dispensatori di ‘armi di distruzione di massa’. Chi ha gettato l’Atomica su Hiroshima e, tre giorni dopo, su Nagasaki quando il Giappone era già in ginocchio? Al bilancio di 80 mila morti in un colpo solo va aggiunto quello, ancor più grave, dei bambini e degli adulti contaminati per decenni dalle radiazioni nucleari. Hanno usato il napalm in Vietnam. Hanno utilizzato proiettili all’uranio impoverito in Bosnia. Fra i soldati italiani che accompagnarono quella spedizione punitiva antiserba i morti per leucemia, al 2016, sono 333 e quelli che si sono ammalati di cancro per essersi contaminati con quei proiettili sono oltre 3.600 (dati forniti dall’Osservatorio Militare). Non si hanno informazioni precise sugli abitanti di Bosnia, ma se tanto mi dà tanto i morti e gli ammalati devono essere molti di più, visto che i nostri soldati qualche precauzione l’avevano pur presa e sul territorio ci sono stati per un periodo limitato, mentre gli abitanti hanno continuato a viverci o piuttosto a morirci.
In Afghanistan, per stanare gli uomini di Bin Laden nascosti nelle caverne di Tora Bora, hanno usato i gas tossici per stessa ammissione del segretario della Difesa Donald Rumsfeld. E poi hanno continuato imperterriti. Nel marzo del 2003 un vecchio, Jooma Khan, che viveva in un villaggio della provincia di Laghman, nell’Afghanistan nord-orientale, ha raccontato: “Quando vidi mio nipote deforme mi resi conto che le mie speranze per il futuro erano scomparse. Ciò è differente dalla disperazione provata per le barbarie russe, anche se a quel tempo persi mio figlio più grande, Shafiqullah. Questa volta invece sento che noi siamo parte dell’invisibile genocidio che l’America ci ha buttato addosso, una morte silenziosa da cui non potremo fuggire” (Robert C. Koehler, in Tribune Media Services, 2004). Del resto ai genocidi, silenziosi o meno, questi cowboy vigliacchi non sono nuovi. Parte della loro storia inizia col genocidio dei pellerossa, usando, oltre i winchester contro le frecce, l’’arma chimica’ del tempo, il whisky, per indebolire e fiaccare una popolazione altamente spirituale, poi descritta nei loro indecenti film western come tribù di barbari ‘scalpatori’. In seguito li hanno chiusi nelle riserve, ma non bastandogli continuano a farci i loro porci comodi. Nel gennaio di quest’anno Donald Trump ha deciso, nonostante la disperata opposizione dei Sioux, di far passare alcuni oleodotti nelle loro riserve del North Dakota.
Se erano vigliacchi in partenza ora lo sono diventati all’ennesima potenza. Non hanno il coraggio di scendere sul terreno, ma usano quasi esclusivamente bombardieri e droni. Affermano che l’Isis è il maggior pericolo per l’Occidente, ma per conquistare Mosul utilizzano il coraggio (quelli ce l’hanno) dei peshmerga curdi e dei pasdaran iraniani. Non c’è quasi ospedale che non abbiano colpito, in Afghanistan, in Siria e altrove.
Dal 1990, collassato il contraltare sovietico, non fanno che inanellare guerre di aggressione: prima guerra del Golfo (1990), guerra antiserba in Bosnia con l’appoggio degli europei (1992-1995), guerra alla Serbia del 1999 con la partecipazione di altri membri di quella finzione che è la Nato, ma non tutti (la piccola Grecia si rifiutò di parteciparvi, l’Italia invece si prestò nella poco nobile parte del ‘palo’, gli aerei che andavano a bombardare Belgrado partivano da Aviano), guerra all’Afghanistan (2001-?), guerra all’Iraq (2003) nonostante l’opposizione dell’Onu che si era opposta anche all’aggressione alla Serbia, guerra alla Somalia per interposta Etiopia (2006-2007), guerra alla Libia (2011) con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti quelli che ora piangono lacrime di coccodrillo. In attesa di ulteriori sviluppi della crisi nordcoreana.
Hanno un centinaio di basi militari, anche nucleari, in tutto il mondo, persino nella piccola e pacifica Islanda, e possono colpire chi vogliono e quando vogliono.
E allora chi sono i terroristi internazionali? Una bella epidemia di morbillo e magari di varicella e anche di pertosse è il minimo che gli si può augurare.
Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano, 22 aprile 2017

Fermiamo i signori della guerra


Trovo vergognosa l’indifferenza con cui noi assistiamo a una ‘guerra mondiale a pezzetti’ , a una carneficina spaventosa come quella in Siria, a un attacco missilistico da parte di Trump contro la base militare di Hayrat in Siria ,ora allo sgancio della Super- Bomba GBU-43( la madre di tutte le bombe) in Afghanistan e a un’incombente minaccia nucleare.
L’Italia , secondo l’Osservatorio sulle armi , spendere quest’anno 23 miliardi di euro in armi (l’1,18% del Pil) che significa 64 milioni di euro al giorno! Ora Trump, che porterà il bilancio militare USA a 700 miliardi di dollari, sta premendo perché l’Italia arrivi al 2% del Pil che significherebbe 100 milioni di euro al giorno. “Pronti a rivedere le spese militari- ha risposto la ministra della Difesa  R. Pinotti- come ce lo chiede l’America .”La Pinotti ha annunciato anche  che vuole realizzare il Pentagono italiano a Centocelle (Roma) dove sorgerà una nuova struttura con i vertici di tutte le forze armate.
La nostra ministra della Difesa ha inoltre preparato il Libro Bianco della Difesa in cui si afferma che l’Italia andrà in guerra ovunque  i suoi interessi vitali saranno minacciati. E’ un autentico golpe democratico che cancella l’articolo 11 della Costituzione. Dobbiamo appellarci al Parlamento italiano perchè non lo approvi. Il Libro Bianco inoltre definisce l’industria militare italiana ‘pilastro del Sistema paese’ . ” Infatti nel 2015 abbiamo esportato armi pesanti per un valore di oltre sette miliardi di euro! Vendendo armi ai peggiori regimi come l’Arabia Saudita . Questo in barba alla legge 185/90 che vieta la vendita di armi a paesi in guerra o dove i diritti umani sono violati. L’Arabia Saudita è in guerra contro lo Yemen, dove vengono bombardati perfino i civili con orribili tecniche speciali. Secondo l’ONU, nello Yemen è in atto una delle più gravi crisi umanitarie del Pianeta. All’Arabia Saudita abbiamo venduto bombe aeree MK82, MK83, MK84, prodotte dall’azienda RMW Italia con sede legale a Ghedi (Brescia) e fabbrica a Domusnovas in Sardegna. Abbiamo venduto armi anche al Qatar e agli Emirati arabi con cui quei paesi armano i gruppi jihadisti in Iraq, in Libia, ma soprattutto in Siria dov’è in atto una delle guerre più spaventose del Medio Oriente.In sei anni di guerra ci sono stati 500.000 morti e dodici milioni di rifugiati o sfollati su una popolazione di 22 milioni! Come italiani, stiamo assistendo indifferenti alla tragica guerra civile in Libia, da noi causata con la guerra contro Gheddafi. E ora , per fermare il flusso dei migranti, abbiamo avuto la spudoratezza di firmare un Memorandum con il governo libico di El Serraj che non riesce neanche a controllare Tripoli. E così aiutiamo la Libia a frantumarsi ancora di più. E con altrettanta noncuranza assistiamo a guerre in Sud Sudan, Somalia, Sudan, Centrafrica, Mali. Senza parlare di ciò che avviene nel cuore dell’Africa in Congo e Burundi. E siamo in guerra in Afghanistan : una guerra che dura da 15 anni ed è costata agli italiani 6,6 miliardi di euro.
Mentre in Europa stiamo assistendo in silenzio al nuovo schieramento della NATO nei paesi baltici e nei paesi confinanti con la Russia. In Romania, la NATO ha schierato razzi anti-missili e altrettanto ha fatto in Polonia a Redzikovo. Ben cinquemila soldati americani sono stati spostati in quei paesi. Anche il nostro governo ha inviato 140 soldati italiani in Lettonia. Mosca ha risposto schierando a Kalinin- grad Iscander ordigni atomici, i 135-30. Siamo ritornati alla Guerra Fredda con il terrore nucleare incombente. (La lancetta dell’Orologio dell’Apocalisse a New York è stata spostata a due minuti dalla mezzanotte come ai tempi della Guerra Fredda).
Ecco perché all’ONU si sta lavorando per un Trattato sul disarmo nucleare promosso dalle nazioni che non possiedono il nucleare, mentre le 9 nazioni che la possiedono non vi partecipano. E’ incredibile che il governo Gentiloni ritenga che tale Conferenza “costituisca un elemento fortemente divisivo “, per cui l’Italia non vi partecipa. Eppure l’Italia ha sul territorio una settantina di vecchie bombe atomiche che ora verranno rimpiazzate dalle più micidiali B61-12.  Quanta ipocrisia da parte del nostro governo!
Davanti a una così grave situazione, non riesco a capire il quasi silenzio del movimento italiano per la pace. Una cosa è chiara: siamo frantumati in tanti rivoli, ognuno occupato a portare avanti le proprie istanze! Quand’è che decideremo di metterci insieme e di scendere unitariamente  in piazza per contestare un governo sempre più guerrafondaio? Perché non rimettiamo tutti le bandiere della pace sui nostri balconi?Ma ancora più male mi fa il silenzio della CEI e delle comunità cristiane. Questo nonostante le forti prese di posizione sulla guerra di Papa Francesco. E’ un magistero il suo, di una lucidità e forza straordinaria. Quando verrà recepito dai nostri vescovi, sacerdoti, comunità cristiane? Dopo il suo recente messaggio inviato alla Conferenza ONU, in cui ci dice che “ dobbiamo impegnarci per un mondo senza armi nucleari”, non si potrebbe pensare a una straordinaria Perugia- Assisi, promossa dalle realtà ecclesiali insieme a tutte le altre realtà, per dare forza al tentativo della Nazioni unite di mettere al bando le armi atomiche e dire basta alla  ‘follia’ delle guerre e dell’industria delle armi? Sarebbe questo il regalo di Pasqua che Papa Francesco ci chiede: “Fermate i signori della guerra, la violenza distrugge il mondo e a guadagnarci sono solo loro.”

Preso da: https://www.articolo21.org/2017/04/fermiamo-i-signori-della-guerra/

LA SICILIA, LE BASI STRANIERE E LE GUERRE NEL MONDO ISLAMICO

martedì 11 aprile 2017

 

Traduzione in arabo del libro “Oltre il Canale”

Di Agostino Spataro

Quello che abbiamo temuto, e denunciato, è avvenuto: la Sicilia è stata trasformata in una formidabile piattaforma militare, convenzionale e nucleare, in mano straniere, al servizio di progetti avventuristici e di dominio verso il mondo arabo e il Mediterraneo che nulla hanno a che fare con gli interessi veri dei siciliani, anzi li danneggiano seriamente.
Storicamente, verso questo “mondo” la Sicilia, i suoi regnanti più illuminati, hanno tenuto un comportamento ispirato ai buoni rapporti, alla pace. Con risultati importanti per il bene dell’Isola e dell’Europa. Oggi, ci hanno arruolato in guerre, in pericolosi atti d’ingerenza in contrasto con il diritto internazionale vigente ed estranei alla nostra tradizione di Isola amante della pace e della cooperazione con i popoli del Mediterraneo e del mondo arabo. Tradizione rinverdita negli 70-80 del secolo trascorso, durante i quali abbiamo realizzato grandiosi progetti di cooperazione con il mondo arabo fra i quali ricordo: il metanodotto transmediterraneo Algeria, Tunisia, Sicilia, Italia (se volete vi spiego perché ho citato la Sicilia come un po’ a se stante) a quello con la Libia di Gheddafi, entrambi approdati sulle coste sud dell’Isola.
A proposito del “transmed” ricordo che, a un certo punto, a causa di pretese eccessive da parte tunisina, il progetto del metanodotto fu annullato. In quel caso, l’Italia non dichiarò guerra alla Tunisia che rifiutava il passaggio del “pipeline” sul suo territorio, non aprì le ostilità ma aprì una lunga e proficua trattativa (alla quale mi onoro di aver dato una mano, con alcuni deputati siciliani*) che portò a un accordo soddisfacente.
Oggi, la Siria è sotto attacco anche perché rifiuta di far passare, a certe condizioni, sul suo territorio alcuni oleodotti sauditi e del golfo Persico.
Questione di civiltà! Noi facemmo la trattativa, questi qui fanno la guerra!
Tutto ciò, conferma come la Sicilia, l’Italia con questi popoli desiderano convivere, lavorare, cooperare per far rinascere, in forme nuove e possibili, lo spirito della “civiltà mediterranea” (dai greci ai romani, dai fenici agli arabi, agli egizi, ecc) che, per secoli, ha illuminato, illumina la “civiltà occidentale”.
Tale, forzato coinvolgimento, infatti, non solo contrasta col sentimento pacifista dei siciliani, ma stride con una certa tradizione storica della Sicilia che, fin dall’antichità, quasi mai ha visto di buon occhio le guerre espansionistiche dell’Occidente contro i territori dell’Oriente islamico e ha fatto di tutto per evitare di parteciparvi.
Celebre è rimasto il comportamento, esemplare per saggezza e lungimiranza, di Federico II, re di Sicilia e imperatore del Sacro Romano Impero, il quale, inviato, suo malgrado, in Terra Santa (nel 1228) a capo della IX Crociata, “conquistò” Gerusalemme senza colpo ferire, sulla base di un accordo, lungamente e piacevolmente negoziato, con Malik al Kamil, sultano musulmano.
Addirittura, Qirtay Al-Izzi nel suo “Gotha” (manoscritto arabo del 1655) rileva che : “Quando l’imperatore, principe dei Franchi, aveva lasciato la Terra Santa e si era congedato da Al-Malik Al-Kamil ad Ascalona, i due monarchi si erano abbracciati promettendosi mutua amicizia, assistenza e fraternità”.
Prima di questo evento memorabile, accadde a Palermo un altro episodio di uguale valenza che vide protagonista un illustre avo del grande Federico, Ruggero I, il normanno, il quale riuscì a preservare la Sicilia dal coinvolgimento diretto nella prima Crociata, anche per non inimicarsi i vari regni del nord-Africa con i quali i normanni intrattenevano ottime relazioni politiche ed economiche.
L’episodio è riportato nella cronaca musulmana della prima Crociata, dallo storico arabo Ibn Al-Athir che, nel suo “Kamil” (Edizione Torneberg), scrive, fra l’altro:
“Nel 484/1091, i franchi portarono a termine la conquista della Sicilia … Nel 490/1097, essi invasero la Siria ed eccone i motivi: il loro re Baldovino era imparentato con Ruggero il Franco (il normanno n.d.r.) che aveva conquistato la Sicilia, e gli mandò a dire che, avendo riunito un grande esercito, sarebbe venuto nel suo paese e da là sarebbe poi passato in Africa (in Tunisia) per conquistarla …
Ruggero convocò i suoi fedeli e chiese loro consiglio in merito a questo problema …
“Per il Vangelo – risposero – ecco un’occasione eccellente per loro come per noi, l’Africa sarà terra cristiana…”
“Allora – annota lo storico arabo con disarmante naturalezza – Ruggero sollevò l’anca, fece un gran peto (sic!) e disse: Affè mia, questa è buona. Come? Se essi verranno dalle mie parti, andrò incontro a spese enormi per equipaggiare le navi …”
Quindi convocò l’ambasciatore di Baldovino per notificargli la sua contrarietà acché l’esercito crociato attraversasse la Sicilia per raggiungere l’Africa e gli disse le testuali parole: “Per quanto concerne l’Africa, tra me ed i suoi abitanti ci sono impegni di fiducia e trattati”
Oggi, purtroppo non c’è un nuovo Ruggero!

* Su tale trattativa esistono ampi resoconti di stampa, documenti parlamentari e politici.

 

Preso da: http://montefamoso.blogspot.it/2017/04/la-sicilia-le-basi-straniere-e-le.html

Corsa all’oro in Libia e Ciad: ecco come si finanziano i trafficanti

 

Giordano Stabile 3 luglio 2017

Roma – C’è anche una disperata corsa all’oro dietro il caos nel Sud della Libia e nei Paesi confinanti che spinge centinaia di migliaia di migranti verso le coste del Mediterraneo. La corsa è iniziata poco prima dell’inizio della guerra civile, nel 2011, ma col collasso dello Stato libico ha creato un calderone dove si mischiano milizie jihadiste, trafficanti e cercatori che inseguono una ricchezza impossibile nel deserto.
E che quando la vena si esaurisce si ritrovano senza mezzi, cibo, acqua in città fantasma sorte dal nulla. Conflitti tribali e lotta per l’arricchimento hanno creato una terra di nessuno che abbraccia la Libia meridionale, il Nord del Ciad e del Niger, l’Est del Sudan, il Darfur. Sono tutte regioni investite da guerre civili e che hanno anche altri due fattori in comune: il dominio dei Tebu, una popolazione africana in continuo attrito con le tribù arabe e Tuareg, e la presenza di centinaia di piccole miniere d’oro che attirano immigrati dai Paesi dell’Africa nera confinante.

Con il collasso della Libia, e in parte anche di Sudan, Ciad e Niger, la gestione del territorio è passata alle tribù Tebu, che non conoscono confini e gestiscono i traffici. L’oro viene esportato attraverso le stesse rotte dei trafficanti di uomini e di armi, verso Nord, i porti libici e poi in Europa. Le «città dell’oro», sorte dal nulla, arrivano a contare anche 10 mila abitanti, ma spariscono quando la vena si esaurisce e i cercatori allo sbando alimentano le colonne di migranti.
Le miniere del Ciad
Il boom delle scoperte si è avuto fra il 2011 e il 2013, soprattutto nel Tibesti, l’estrema regione settentrionale del Ciad. Ma i mezzi per sostentare i cercatori arrivano dalla Libia: cibo, generatori per la corrente elettrica, gasolio, metal detector, mercurio per separare la sabbia dall’oro, piccole escavatrici. Due grandi gruppi dei Tebu, i Teda e i Dazagada, spesso in lotta fra loro, si contendono il business e forniscono parte dei minatori, anche se la maggior parte sono nigeriani e maliani.
Ma le tensioni fra le diverse tribù hanno portato a stragi silenziose nel deserto. Una delle crisi peggiori è avvenuta nell’estate del 2015, quando il flusso di rifornimenti si è improvvisamente interrotto nell’area di Kori Bokadi, a cavallo fra Libia e Ciad. Diecimila cercatori sono rimasti senza acqua nel giro di pochi giorni, con scorte di «bibite e succhi di frutta», e hanno lanciato appelli attraverso le radio locali, alcune sudanesi. La maggior parte alla fine è stata soccorsa a partire dal Sudan ma non si sa quanti sono morti di sete.
Il ruolo dei mercenari
Altri cercatori vengono uccisi dai residuati bellici: la zona è disseminata di mine anti-uomo, per via della guerra fra Ciad e Libia, durata dal 1973 al 1994. Le conseguenze si sentono ancora oggi. I Tebu, soprattutto ciadiani, appoggiano le milizie della Tripolitania contro il generale Khalifa Haftar, considerato l’erede di Gheddafi: almeno 1000 mercenari a maggio hanno partecipato al massacro dei militari di Haftar nella base aerea di Albouyusuf vicino a Sebha, nel Fezzan.
Altri 1500 mercenari, provenienti da tribù sudanesi ostili ai Tebu, sono andati invece a rafforzare le file dell’esercito del generale. Ciadiani e sudanesi sono schierati ora gli uni contro gli altri nella zona dell’oasi di Jufra, una tappa della marcia di Haftar verso Tripoli. I traffici di armi, migranti, e oro, servono anche ad alimentare queste milizie e all’acquisto di equipaggiamento militare. Ma soprattutto hanno fatto saltare le frontiere fra gli Stati nel Sahel orientale. Sono le tribù Tebu a gestire entrate e uscite.
L’assenza degli Stati
È la tappa finale di un processo cominciato con la guerra fra la Libia di Gheddafi e il Ciad, che si è poi trasformato in guerra tribale fra Tuareg, Tebu e popolazioni africane. I migranti che arrivano da Nigeria, Mali, Burkina Faso sono attratti nella trappola delle miniere d’oro. I soldi ricavati non bastano a coprire le spese di cibo, acqua e macchinari. Nel giro di pochi mesi finiscono nella mani delle milizie o dei trafficanti. Il fattore «oro» è stato sottolineato anche in un rapporto del Centro studi Small arms surveys, dal titolo «Tebu Trouble». «La crisi libica – puntualizza il rapporto – e la presenza di gruppi jihadisti non può essere risolta solo da un intervento militare o dal dispiegamento di soldati occidentali su confini porosi e di fatto inesistenti». Occorre riportare la presenza degli Stati locali, Libia, Ciad, Niger, nelle regioni remote e «non solo militarmente ma con servizi e sviluppo».
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LA LIBIA ED I PREDONI IMPERIALISTI (di Campo Antimperialista)

Confermato quel che sapevamo: Forze speciali italiane sono presenti da tempo sul terreno
Si parla di Sirte, ma si lotta per il petrolio


[Nella foto un mercenario della CIA in Libia]

[ 12 agosto 2016 ]

Siamo all’undicesimo giorno della campagna aerea americana su Sirte. Alcuni osservatori ritengono che l’assalto finale alla città sia imminente. Ad oggi, però, la resistenza dei combattenti dell’Isis, che da lungo tempo fronteggiano i miliziani di Misurata, braccio armato del governo Serraj, non è stata ancora piegata.
Ieri le forze di Misurata hanno conquistato il centro Ouagadougou, dove precedentemente si trovava una sorta di quartier generale delle truppe dello Stato islamico a Sirte. A simboleggiare la contraddittorietà della situazione libica, questo dettaglio sulla battaglia di ieri riferito oggi da la Repubblica: «“È l’ora della vittoria…Allah u Akbar”, hanno esultato le milizie su Twitter». Le milizie sono ovviamente quelle di Misurata, oggi appoggiate in pieno dai bombardamenti americani e sostenute da diversi paesi tra i quali l’Italia. Come non notare che anche la parte sconfitta avrebbe, nel caso, esultato allo stesso modo?

Ma veniamo al ruolo dell’Italia. Il 2 agosto scorso il governo italiano, mentre offriva agli USA la disponibilità delle basi (“qualora richieste”, questa l’ipocrita formula adoperata), smentiva recisamente la presenza di forze speciali italiane in Libia. Forze in realtà presenti da tempo al pari di quelle americane, inglesi e francesi.

Ieri è invece arrivata la conferma. Così ha scritto il governativo la Repubblica:
«Che forze speciali italiane fossero presenti in Libia era una notizia mai confermata dal governo, ma vera. Gli uomini dell’Esercito sono stati schierati prima a Tripoli per creare un nucleo di sicurezza per gli agenti dell’Aise, i servizi segreti, durante le missioni più delicate. Poi le forze speciali sarebbero passate da Benina, la base aerea del generale Haftar nell’Est del paese. E infine sono arrivati a Misurata. Dove sembra perfino che i militari britannici avessero chiesto ai libici di poter rimanere soli a lavorare con le brigate di Misurata, assieme agli americani che da giorni guidano gli attacchi aerei della Us Air Force e pilotano da terra i piccoli droni tattici che a Sirte servono a scoprire i nascondigli dell’Is. Una fonte della Difesa a Roma conferma che in Libia sono in azione nostre forze speciali, ma non vuole commentare nessuna delle operazioni in cui sono impegnate».

In realtà il governo non ha ufficialmente confermato, ma le affermazioni del presidente della Commissione Esteri del Senato, Pierferdinando Casini – «combattono il Daesh anche in nome e per conto nostro, così come gli americani impegnati su Sirte» – bastano e avanzano. Naturalmente i numeri sono piccoli, si parla di una trentina di uomini dei reparti speciali (Col Moschin e Gis), che secondo il Sole 24 Ore «agirebbero con le garanzie funzionali degli agenti segreti e sotto la guida diretta di Palazzo Chigi in base a un Dpcm in attuazione di un articolo del decreto missioni».

Siamo dunque di fronte ad una guerra che Renzi vorrebbe segreta. Che evidentemente non può esserlo, ma che deve rimanere tale almeno per il parlamento. Quello stesso parlamento che la ministra Boschi tiene in così alta considerazione, da affermare senza timore del ridicolo che una vittoria del no al referendum corrisponderebbe ad un suo inaccettabile oltraggio…

Ma lasciamo perdere, e concludiamo sul punto davvero decisivo. La guerra alla quale Renzi ha deciso di partecipare, cos’ha davvero in palio? Solo i gonzi possono pensare che si tratti soltanto dello scalpo del mini-califfato libico. Su questo punto già sappiamo come andrà. Sirte finirà nelle mani delle forze che la stanno attaccando, mentre i miliziani dello Stato islamico cercheranno di limitare i danni per riorganizzarsi in qualche altra parte del territorio libico.

La vera posta in gioco è in tutta evidenza un’altra. E’ il controllo della Libia e delle sue ricchezze, petrolio in primis. Non più tardi di ieri, i governi di Italia, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Spagna e Germania hanno chiesto il passaggio di tutte le risorse petrolifere sotto il controllo del governo Serraj. In realtà, alcune di queste potenze (la Francia in special modo) stanno conducendo un gioco alquanto ambiguo. L’appoggio di Parigi al governo di Al Bayda (Cirenaica), che non riconosce quello di Tripoli, è infatti cosa nota.

E le parole del portavoce del governo della Cirenaica non lasciano spazio a troppe interpretazioni: «Il petrolio libico si può comprare o vendere solo tramite la compagnia nazionale Noc con sede a Bengasi». E ancora: «Non è consentito ad alcuna petroliera di entrare e caricare greggio nei terminal di Ras Lanuf e Sidra in quanto sono in mano a forze fuori legge». Ma chi sono questi anonimi “fuorilegge”? Sono le milizie di Ibrahim Jidran, il capo della cosiddetta “Guardia delle strutture petrolifere libiche“, con il quale il governo Serraj (quello insediato dalle potenze occidentali) si è recentemente accordato.

Il ginepraio di interessi tra i vari predoni imperialisti è dunque ben lungi dall’essere sciolto. Tutti contro l’Isis, certo. Tutti contro il popolo libico, da sfruttare (insieme alle sue risorse), da manipolare attraverso le tante milizie tribali. Ma al tempo stesso divisi dai tanti appetiti in gioco.

Di sicuro a loro interessa il petrolio. Il resto è secondario e potrà essere aggiustato con la più classica delle spartizioni. L’ex amministratore delegato dell’ENI, e oggi vicepresidente della Banca Rothschild ha fornito tempo fa al Corriere la sua ricetta. «Occorre finirla con la finzione della Libia», ha detto. Bisogna «favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che faccia appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi». Bisognerebbe poi spingere la Cirenaica ed il Fezzan a fare altrettanto. Nel frattempo – ed è quello che interessa all’ex uomo ENI – «ognuno gestirebbe le sue risorse energetiche».

Scaroni ha gli occhi puntati sulla Tripolitania, dove l’ENI ha i suoi impianti, ma la sua è una chiara adesione all’idea di tripartizione del paese, con la Tripolitania sotto la tutela italiana, la Cirenaica in mano agli inglesi ed il Fezzan ai francesi.

Che poi questo disegno di spartizione imperialista funzioni è tutto da vedere. Noi ci auguriamo proprio di no. Ma è importante tenere sempre a mente che il progetto – pur con le sue inevitabili contraddizioni – è esattamente questo.

No allo smembramento della Libia!
No all’aggressione USA-NATO!
No alla partecipazione italiana!

Cecenia, Kosovo, Siria, Libia: chi ha sostenuto i terroristi taccia per sempre

Image 1x1.transSecondo le ultime notizie che arrivano dalla Russia, il responsabile dell’attentato nella metropolitana di San Pietroburgo sarebbe un 23enne kirghiso che avrebbe fatto saltare l’ordigno portato in uno zaino. È presto per trarre conclusioni affrettate, ma sembra proprio che la matrice vada ricercata là dove sin da subito si è sospettato: nel ventre molle caucasico, dove islam fondamentalista, criminalità organizzata e istanze indipendentiste si sovrappongono. Quando si parla di Russia, Asia centrale e terrorismo islamico, tuttavia, non possiamo non pensare alla questione cecena, che è stata un po’ il catalizzatore di tutto il fondamentalismo dell’area: è lì che i terroristi hanno combattuto, si sono conosciuti, si sono organizzati, hanno fatto rete, per poi finire a combattere in Siria o a farsi saltare su un vagone della metropolitana a San Pietroburgo. E non possiamo dimenticare come la Cecenia abbia avuto un sostegno continuo, sistematico, da parte occidentale.  Nel frattempo, in Italia è stata appena smantellata una cellula jihadista che progettava di far saltare il ponte di Rialto, a Venezia. Erano tutti kosovari, quindi anch’essi beneficiati non sono di un generico “sostegno” occidentale. Lì abbiamo fatto di più: abbiamo portato la guerra nel cuore dell’Europa, bombardando le città serbe, per permettere l’instaurazione a due passi da casa nostra di un narco-Stato basato su tutti i traffici possibili e che costituisce un santuario del terrorismo islamico. Anche in questo caso, i patriottici, idealisti, generosi combattenti che abbiamo aiutato erano in realtà efferati tagliagole.
Della Siria è appena il caso di dire: il bluff dei “ribelli moderati” è durato pochissimo. Ciononostante, agli ultimi Oscar abbiamo fatto in tempo a premiare la sezione locale di Al Qaeda, per non farci mancare nulla. In Libia, ci hanno detto che era in corso una rivolta contro il tiranno in nome di Twitter e dei diritti civili. Dopo qualche anno, abbiamo uno Stato imploso, preda di predoni, signori della guerra e terroristi. E, in ogni caso, tra le varie fazioni abbiamo scelto la peggiore, ovvero un governante riconosciuto solo dall’Occidente, ma che in patria governa a malapena un quartiere di Tripoli, peraltro di tanto in tanto preda di incursioni delle bande rivali.

Image 1x1.trans Ma questa è storia. Una storia che abbiamo già raccontato molte volte sul Primato. La storia dell’Occidente che punta sempre sul cavallo sbagliato, talmente sbagliato da far pensare che in realtà sia quello giusto, nel senso che proprio questo caos era l’obiettivo ricercato. Bisognerebbe almeno fare una moratoria: a chiunque abbia sostenuto la guerriglia cecena o quella kosovara, a chiunque abbia sostenuto le primavere arabe, va tolto il diritto di parola. Bisognerebbe ricercarli uno a uno, ritrovare i loro articoli dell’epoca, e usarli oggi come arma di delegittimazione. In fin dei conti hanno solo incendiato il mondo, con un costo altissimo in termini di vite umane. Il silenzio è un prezzo che devono essere disposti a pagare.
Adriano Scianca

Preso da: http://www.ilprimatonazionale.it/esteri/cecenia-kosovo-siria-libia-chi-ha-sostenuto-i-terroristi-taccia-per-sempre-61150/

L’insopportabile retorica dell’Occidente

 

28 marzo 2017

Cos’hanno in comune la destra liberale e la sinistra radical chic? Entrambi difendono dei modelli civili che ci sono ostili e che vanno in antitesi con le nostre radici. Se la sinistra propugna un’idea di società multiculturale e cosmopolita, la destra invece difende a spada tratta un modello di civiltà che non solo va contro ogni discorso identitario ma ci è assolutamente nemica: l’Occidente.
I suoi paladini che si scagliano contro l’Islam sono coloro che propongono la difesa di uno Stato liberale, atlantista e cristiano seguendo il modello neocon americano. Allo stesso tempo costoro si definiscono gli unici salvatori della nazione, alle volte si definiscono orgogliosamente “Nazionalisti”, ma non serve essere dei geni per capire che ciò che auspicano è quanto di più antinazionale possibile, in senso politico e ideale. Multiculturalismo e integralismo occidentale sono due facce della stessa medaglia e sono nostri nemici in egual misura.

Uno stato che ospita 120 basi americane, servo della NATO e privo di una politica indipendente è uno stato desovranizzato, di conseguenza chi lo difende è avverso alla nostra sovranità e ostile alla nazione. Un altro discorso è quello dell’idea stessa di Occidente che hanno i rappresentanti della destra (e non solo), un Occidente fondato su dei totem che non si reggono in piedi: una società borghese che rinnega sé stessa e che si basa sulla dissoluzione dei valori classici sacrificati per inseguire il mito capitalista e mercantile. Questa idea è la negazione della tradizione e della storia europea. Il credo di nazionale di certa destra conservatrice è figlio dell’America moderna e non solo dal punto di vista politico prettamente pratico, ma di una vera e propria visione del mondo radicata nel nostro immaginario tramite un processo di indottrinamento a cui noi europei siamo stati soggetti per tantissimo tempo.
Falsi miti, modelli da seguire e concetti idealizzati di un Occidente libero, un paradiso terrestre, che viene minacciato dai costanti pericoli stranieri (vuoi il terrorismo islamico, la Russia, Corea del Nord e altri spauracchi) che ne minano la pacifica esistenza sono ciò che questi neo-crociati vogliono difendere con una retorica chiamata alle armi. Molti, tra cui anche alcuni intellettuali “non conformi”, fanno l’errore di vedere come soluzione a questo scempio il faro dell’Islam e così ci capita spesso di vedere apologeti del mondo musulmano che giustificano la loro conversione, che poi risulta più in una scimmiottatura, come “riscoperta della tradizione”, risultando solo come degli utili idioti per i loro avversari.
La soluzione a questo comportamento masochista non sta né nella rassegnazione né nelle fascinazioni islamiche o orientaleggianti ma nella lucida riscoperta delle proprie tradizioni. Come è essenziale riaffermare la propria coscienza nazionale per poterla applicare in un contesto politico, in senso più ampio bisogna sbarazzarsi definitivamente dell’Occidente e di ciò che finora ha rappresentato e ritornare noi stessi, guardando con ammirazione a ciò che l’Europa ha costruito nei secoli: dalle grandi civiltà greche e romane alla nascita degli Stati moderni figli del medioevo, dalle avanguardie culturali del Rinascimento alle grandi scoperte scientifiche e le innovazioni in campo filosofico.
Una politica laica ma coerente con ciò che siamo, questo deve essere l’obbiettivo perché finché daremo conto all’idea del grande “scontro di civiltà” non saremo altro che succubi…con buona pace dei seguaci della Fallaci.

(di Antonio Pellegrino)

Preso da: http://www.oltrelalinea.news/2017/03/28/linsopportabile-retorica-delloccidente/