Un esponente USA getta la maschera e rivela il piano di spartizione degli USA per il Medio Oriente

Bolton John speaks 
L’ex ambasciatore di Washington alle Nazioni Unite, John Bolton, ha dichiarato ieri, Domenica 24. 05 che il suo paese dovrebbe approfittare del caos creato dalla banda terrorista dell’ISIS (Stato Islamico) per creare un “nuovo Stato sunnita”.
Credo che il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di costituire un nuovo stato sunnita a partire dalla regione occidentale dell’Iraq e che comprenda la parte orientale della Siria che dovrebbe essere diretto da moderati, o per lo meno, autoritario che non siano islamisti radicali”, ha dichiarato Bolton nel corso di una intervista con la rete TV Fox News.
L’esponente politico USA, neoconservatore in materia di politica estera, ha criticato inoltre il Presidente Barack Obama, per il fallimento della sua politica di fronte al terrorismo takfiri. “Stiamo perdendo questa guerra di questo non c’è alcun dubbio”, ha aggiunto.


Secondo Bolton, l’amministrazione Obama si rifiuta di riconoscere la sua sconfitta e, di fatto, “viene dagli ultimi 6 anni e più negando la guerra contro il terrorismo”, quello che l’ideologo repubblicano ha spiegato nella sua intervista è che ” Obama ed il suo entourage sono accecati dalla loro stessa ideologia”
Stiamo perdendo e non ci sono dubbi.
“Credono che questo (la guerra contro il terrorismo) ci porterà inesorabilmente a coinvolgere ancora di più gli USA nell’estero”, ha argomentato.
Il presidente dell’Istituto Gatestone ha reclamato inoltre che Washington aiuti la Turchia ed i suoi alleati arabi nel Golfo Persico a distruggere la banda terrorista, visto che questi paesi, ha detto Bolton, necessitano della “leadership americana”.
D’altra parte la caduta di Ramadi (la capitale della provincia di Al-Anbar, nell’Ovest dell’Iraq) nelle mani dell’ISIS dalla la scorsa settimana ha ispirato anche le accuse del segretario alla Difesa statunitense Ashton Carter, contro l’ Esercito iracheno.
“Quello che sembra sia accaduto è che le forze irachene non hanno mostrato una reale volontà di combattere”, ha dichiarato Carter ieri Domenica, alla catena CNN:
Come reazione alla accuse degli statunitensi, l’ex assessore della sicurezza nazionale irachena Mowafak al-Rubaie, ha segnalato proprio ieri, nel corso di una intervista con la catena TV in inglese Press TV, la mancanza di combattività della coalizione formata da Washington per combattere presumibilmente contro lo Stato Islamico. Inoltre ha ricordato che gli USA si fanno pagare per le armi che poi non consegnano.
Dall’anno scorso, Washington comanda una coalizione di alleati regionali che dice di dedicarsi alla lotta contro l’ISIS in Iraq ed in Siria, ma che in realtà secondo i respnsabili iracheni, risulta del tutto inefficace i direttamente favorisce i terroristi.
D’altra parte è noto che la creazione della banda terrorista fu promossa ed appoggiata dagli USA e dai loro alleati con l’obiettivo di rovesciare il Governo siriano.
Da almeno gli inizi della decade del 2000, i circoli conservatori e sionisti cercano di spingere in piano di riconfigurazione delle frontiere in Medio Oriente attraverso la guerra, diretta o indiretta per mezzo di gruppi di affini, o meglio seminando discordia tra i vari gruppi etnici e confessionali.
Questa strategia è stata denominata come “caos costruttivo” o “caos creativo” e si sostiene con slogans come “promozione della democrazia” o “lotta al terrorismo”.
Nota:  In realtà tutti gli analisti indipendenti hanno compreso da tempo che gli USA , in accordo con Israele, agiscono con secondi fini nella regione e l’avanzata dei gruppi terroristi come l’ISIS ed al Nusra, risulta utile per il loro disegno strategico di arrivare ad una nuova suddivisione degli Stati del Medio Oriente, nonostante che questo abbia portato ad alcune guerre prolungate con eccidio di centinaia di migliaia di persone, immani distruzioni e sofferenze per le popolazioni civili  della Siria e dell’Iraq.  Vedi: Il piano di balcanizzazione del Medio Oriente
Nei calcoli di Washington, l’espansione del terrorismo di matrice islamica e la dura contrapposizione tra le etnie e le confessioni  religiose della regione favorisce la strategia di balcanizzazione del Medio Oriente che porta un forte vantaggio agli USA ed a Israele.  Questo rappresenta nella sua essenzialità un già visto nella Storia: il vecchio “Divide et impera”.
Fonte: Hispan TV 
Traduzione e nota : Luciano Lago

Preso da: http://www.controinformazione.info/un-esponente-usa-getta-la-maschera-e-rivela-il-piano-di-spartizione-degli-usa-per-il-medio-oriente/

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Genocidi Washington Style – tocca al Venezuela?

9 febbraio 2018 

DI PETER KOENIG
Ci sarà un motivo per cui nessuno osa parlare di “genocidio” quando si pensa alle atrocità commesse da Washington in tutto il mondo? – Se c’è una nazione che è colpevole di omicidio di massa, questa nazione è gli Stati Uniti d’America insieme ai suoi manipolatori sionisti. Ma sembra che nessuno ci faccia caso, o meglio che nessuno osi dirlo. È diventata una cosa normale che è ormai entrata nel cervello della gente. La nazione eccezionale può fare quello che vuole, quando vuole e dove vuole – può seminare guerre e conflitti, uccidere milioni e milioni di persone e poi dare la colpa a Russia e Cina e, naturalmente, Iran, Venezuela, Siria, Cuba, Corea del Nord … ma potremo andare avanti.
Quando un certo Mr. Tillerson parla apertamente di colpo di stato militare in Venezuela, sta incitando ad un genocidio in questo pacifico vicino del sud. Questo significa, per chi sta ascoltando, come Capriles e Co., che può contare sull’appoggio degli Stati Uniti, cosa che, ovviamente,  sapeva da sempre. Ma ora la cosa è ufficiale, quando il Segretario di Stato USA chiede apertamente un intervento militare – chiede sangue – sta provocando un bagno di sangue. Questo è genocidio. Per definizione, è un assassino.

Eppure, quest’uomo  e ne va in giro liberamente.
Proviamo a immaginare, chiunque altro si permetta di fare una affermazione del genere nel resto del mondo – un qualsiasi altro politico  a livello di Tillerson – uno che non si piega ai desideri di Washington sarebbe subito messo in cima alla lista di Washington, e potrebbe aspettarsi da un momento all’altro che lo colpisca un drone, o una pozione di veleno – o una qualsiasi altra cosa che la CIA sa fare ottimamente per  “neutralizzare” le persone inopportune. Eppure, nessuno nemmeno osa pensare di mandare Tillerson davanti a un tribunale internazionale o semplicemente di provare a neutralizzarlo.
Nelle basi statunitensi – del tutto illegali – che si trovano nel triangolo nord-orientale della Siria, al confine tra Iraq e Turchia, vicino a Raqqa, a Tabqa, dove le forze americane hanno preso il controllo di una base aerea siriana a al-Tanf,  Rex Tillerson chiede di aumentare l’attuale contingente di circa 2.000 soldati, fino a 30.000 – reclutandoli per lo più tra i curdi. Questa dichiarazione suona, e probabilmente è, come una espansione dell’esercito ‘ribelle’ YPG dei curdi o, piuttosto,  dell’esercito di terroristi sponsorizzati dagli USA, completamente finanziato, armato e addestrato dagli Stati Uniti. Un esercito che, in realtà,  appoggia la nuova ISIS, appena addestrata dagli USA con l’obiettivo di riuscire finalmente a mettere a segno il “Regime Change”, spodestando il presidente legittimo e democraticamente eletto Bashar al-Assad.
Ci si potrebbe anche chiedere, come mai il presidente Assad abbia tollerato queste basi illegali nel proprio paese. Avrebbe potuto chiedere di convocare un Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per farle espellere. Ovviamente non sarebbe successo niente, dato che gli Stati Uniti hanno il diritto di veto, ma questo avrebbe fatto molta pubblicità e avrebbe permesso al mondo intero di sapere che gli Stati Uniti stanno occupando il suolo di qualsiasi paese vogliano occupare – illegalmente ovviamente.

“Cambiare il regime” con qualsiasi mezzo – questo è il nome del gioco – questo è l’obiettivo finale dei Maestri del Genocidio – che fa piombare un paese nel caos, in una guerra eterna, in una occupazione eterna per  una usurpazione eterna.
Perché tutti quegli occidentali  che amano tanto la pace non vedono niente?  Perché non gridano contro questi crimini? Solo perché i media occidentali raccontano qualcosa di diverso? – Forse è così. Ma è umanamente impossibile che gli umani abbiano dei  cervelli così mieri da non poter più distinguere quello che è moralmente, eticamente corretto – da quello che è assoluta falsità.
È la “comfort zone” occidentale – stupidi! – Starcene seduti sulle nostre belle poltrone a guardare lo sport e quelle stupide e avvilenti sit-com o qualche spettacolo comico di Hollywood, mentre sorseggiamo una birra, è molto più facile che chiederci: Che cosa stiamo permettendo che accada a gente del tutto innocente? – E’ mai capitato a nessuno di pensare che chi non salta in piedi per protestare contro questi assassini di massa , compresa quest’ ultima minaccia fatta da Tillerson di “cambiamento di regime” in Venezuela con un colpo di stato militare, istigato dall’estero, è correo per complicità, per non aver fatto niente, per aver lasciato che avvenga questo nuovo genocidio ordito dagli USA? Quanto ci vorrà ancora per infrangere questa “comfort zone” ? – Forse,  alzeremo il culo solo quando aremo colpiti direttamente, noi, in Europa o negli Stati Uniti, mentre stiamo  allungati sulla nostra comoda poltrona  ad ubriacarci in un mondo  occidentale consumatore di notizie fresche?  Beh, a quel punto potrebbe essere troppo tardi.
È nostro obbligo nei confronti dell’umanità fermare questi violenti attacchi, questi genocidi che avvengono in tutto il mondo,  condotti sempre dallo stesso autore e dai suoi burattinai e mercenari: gli Stati Uniti, l’Europa, suo vassallo e la NATO.

Possiamo stare sicuri solo di una cosa, gli Stati Uniti non molleranno mai. Hanno un obiettivo e lo perseguiranno fino alla fine – e la fine può essere solo il Dominio Assoluto dello Spectrum o, si rischia la fine dell’impero. Le oscure forze che si muovono dietro gli Stati Uniti e l’esercito alleato non hanno nessuno scrupolo nel commettere un enorme genocidio pur di raggiungere il loro obiettivo. Lo hanno dimostrato negli ultimi 20 anni con una “guerra al terrore” senza fine, che ha devastato il Medio Oriente, l’Iraq, l’Afghanistan, la Siria e milioni di persone sono state uccise, mutilate o si sono trovate senza casa, senza nome, malati, profughi, gente che muore di fame e di stenti – senza un tetto sulla testa da anni –  gente che viene espulsa dal proprio paese, dagli stessi che hanno distrutto le loro case e tutto quello che serviva loro per potersi sostentare in primo luogo …… e il mondo è così timido che non vuole ammettere che questo genocidio ha assunto proporzioni bibliche?
Ora Tillerson, l’arrogante multi-miliardario, ex capo di Exxon, diventato un diplomatico per the Donald – o per il lungo braccio dell’Oscuro-Stato-Anglo-Sionista, chiede solo un genocidio in Venezuela. Solo pochi giorni fa questo mostro disumano ha espresso piacere e soddisfazione parlando dei nordcoreani che soffrono e muoiono di fame, perché le “sanzioni” stanno funzionando.
Come possiamo immaginare  il livello a cui è sprofondata l’umanità? – Nessuno nemmeno batte più ciglio nel sentire certe atrocità pronunciate dal front-man dell’ imperatore malvagio, per non parlare di chi si fa ammazzare sulle barricate. Ammazzare e il piacere di ammazzare e di far  soffrire e,  contemporaneamente, non dimenticare la massimizzazione dei profitti aziendali è diventata la nuova normalità. Abbiamo digerito il genocidio – e la maggior parte di chi vive in occidente ci convive abbastanza comodamente.
Mondo svegliati! – E’ passato Mezzogiorno! – Anche se non è Tillerson in persona a premere il grilletto, è sempre uno che fa ammazzare la gente, è quello che ordina agli altri chi devono ammazzare. Gente come Tillerson e come tutti i suoi predecessori, i capi del Pentagono e della CIA e naturalmente i capi esecutori, lo stesso Trump e i suoi predecessori, devono essere mandati davanti a un tribunale come quello di Norimberga, dove sarà applicato quello stesso tipo di giustizia  delle forze alleate che presiedettero i processi nazisti dopo la seconda guerra mondiale.
In effetti, molti dei crimini compiuti dai nazisti impallidiscono rispetto a quello che le forze degli Stati Uniti, della NATO e dei loro vassalli europei stanno compiendo – e che hanno compiuto nel corso del secolo scorso – in tutto il mondo, in Africa, in Asia, in Sud America – genocidi a pieno regime. Trump trema per “fire and fury”, Tillerson incita al colpo di stato militare in Venezuela e vuole rovesciare il governo legittimo e democraticamente eletto in Siria e, naturalmente, l’Iran è sempre nel mirino, non importa che si sia firmato e controfirmato un accordo nucleare  dai  5 + 1 , il 14 luglio 2015 a Vienna. Nessun accordo, nessun contratto, nessuna promessa viene onorata da Washington. Chi sarà il prossimo? Forse la Bolivia e, naturalmente, Cuba, dove le relazioni diplomatiche appena ristabilite con la nuova  ambasciata americana a L’Avana non sono altro che un cavallo di Troia appena velato?
Andiamo a guardare gli insulti e le provocazioni infinite di Washington contro la Russia, con le forze USA e della NATO schierate lungo i confini del Baltico, dell’Europa orientale e del Mar Nero con la Russia. Se non fosse per il Presidente Putin e per il suo avveduto ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ci sarebbe già stato qualche scontro  hot and bloody  tra Stati Uniti e Russia.
Quando Nikki Haley dichiarò apertamente che il Presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, doveva essere rovesciato,  un alto funzionario palestinese presso le Nazioni Unite le disse  “shut up- Statti-zitta!”. Ben detto. È tempo che il mondo cominci a parlare con la pancia e dica ai criminali guerrafondai, come Tillerson,  di stare zitto, quando chiede golpe militari nei paesi che vogliono soggiogare, come il Venezuela e Cuba, le uniche vere democrazie nell’emisfero occidentale. Le uniche vere democrazie, queste non sono parole mie – anche se le sottoscrivo pienamente – ma sono parole di una eccellenza intellettuale, sono del professor Noam Chomsky.
Se qualcuno si preoccupasse di comprendere quale sia il sofisticato processo  della democrazia di rappresentanza delle persone in Venezuela, sicuramente i renderebbe meglio conto di cosa è la nostra democrazia in stile occidentale, una democrazia in cui le persone che vanno a votare, sono totalmente manipolabili e vengono manipolate in modo categorico, è tutto un trucco che ci fa credere di vivere ancora al tempo delle favole. Processi articolati e puliti come quello del Venezuela regolano anche le elezioni a Cuba.

La CIA in tandem con il Mossad e altre forze segrete, oltre alla NATO, recluta, addestra, finanzia e arma mercenari-terroristi  per fare il lavoro sporco di Washington. Il Pentagono, la CIA, il Dipartimento di Stato e la NATO non si fermeranno prima che venga raggiunto il “cambio di regime” in Siria, e prima che il Venezuela soccomba alla calunnia costante, al ricatto, alle manipolazioni valutarie e ad una miriade di altre pressioni dall’estero; e prima che Russia e Cina siano sottomesse – a meno che questo impero sempre più indebolito non si afflosci strada facendo. E alla fine questo imperò si affloscerà. Ma quanta altra gente dovrà morire prima che il mostro morda la polvere e che lasci che la vita e la natura si evolvano e si sviluppino per portare uguaglianza e pace nel mondo?
Ripetiamolo di nuovo: l’unico paese al mondo che commette un  genocidio costante e la fa  sempre franca, è la nazione eccezionale, gli Stati Uniti d’America. Noi, il Popolo, dobbiamo e possiamo ancora fermarlo.

Peter Koenig 
economista e analista geopolitico. Ha lavorato per la  World Bank  e  – ha girato il mondo lavorando molto nel campo dell’ambiente e delle risorse idriche.  Tiene conferenze nelle  università di  USA, Europa e Sud America. Scrive regolarmente per Global Research, ICH, RT, Sputnik, PressTV, The 21st Century (China), TeleSUR, The Vineyard of The Saker Blog, ar altri siti internet. E’  autore di f Implosion – An Economic Thriller about War, Environmental Destruction and Corporate Greed – fiction basata su fatti e su esperienze di  30 anni di  World Bank  intorno al globo. E’ anche co-autore di The World Order and Revolution! – Essays from the Resistance.
7.02.2018
Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org  e l’autore della traduzione Bosque Primario

Cosa sta succedendo in Libia?

di PANDORA (Federico Rossi) 3/2/18

Il 2018 è appena cominciato e già rappresenta un bivio fondamentale per la Libia, divisa fra una nuova opportunità di pacificazione e un ulteriore aggravarsi del caos. Il 17 dicembre scorso sono infatti scaduti ufficialmente gli Accordi di Shikrat, il trattato firmato in Marocco che aveva dato vita al debole governo di accordo nazionale di Fayez al-Sarraj, e si è aperta la strada alla possibilità di nuove elezioni, che dovrebbero tenersi nel corso di quest’anno. I presupposti per questa tornata elettorale sembrano essere però quanto di più lontano in questo momento, alla luce dello sgretolamento progressivo del territorio libico.
Lo scenario che dipingono i media nazionali offre una visione della Libia divisa più o meno in tre con l’Esercito Nazionale Libico di Haftar da un lato, il Governo di Accordo Nazionale di Sarraj dall’altro e in mezzo trafficanti, milizie e estremisti dello Stato Islamico. Sembra un panorama molto complesso, ma se analizziamo davvero tutti gli attori in gioco scopriamo che in realtà questa è una visione estremamente semplificata, che non ci permette di capire la reale entità delle forze in gioco.

Partiamo da governo di accordo nazionale di Sarraj, sostenuto a livello internazionale da Italia, Tunisia, Algeria e Arabia Saudita e appoggiato dalle Nazioni Unite. L’esecutivo di ben 32 membri di Sarraj scaturisce proprio dagli Accordi di Shikrat del 2015 e avrebbe dovuto essere la soluzione alla frammentazione politica della Libia, che in quel momento aveva due parlamenti: uno a Tripoli, espressione del primo parlamento a maggioranza islamista eletto dopo la caduta di Gheddafi, e uno a Tobruk, separatosi dal precedente dopo la ripetizione delle elezioni nel 2014.
Al contrario delle aspettative tuttavia il Governo di Accordo Nazionale è rimasto tale solo di nome, dal momento che entrambi i parlamenti hanno rifiutato la ratifica dell’accordo negando il sostegno a Sarraj, che è rimasto quindi al vertice di un esecutivo monco. Il risultato è stato quindi soltanto quello di creare un nuovo attore nel panorama libico, dotato di una legittimità molto scarsa e di un controllo minore di quello che generalmente si pensa. L’influenza di Sarraj si estende infatti solo ad una piccola parte della Tripolitania e neppure la stessa Tripoli è interamente sotto il suo controllo. Attualmente il mantenimento di questo precario potere si basa prevalentemente sulle figure di Ahmed Maiteeq e Abdulrauf Kara, nonché su fragili accordi con alcuni potenti clan della zona.
Per quanto riguarda Maiteeq, vice-primo ministro misuratino del GNA ed ex rappresentante al parlamento di Tobruk, egli è il collegamento con alcuni gruppi armati tripolini e soprattutto con la cosiddetta Terza Forza, l’alleanza di milizie che governa di fatto la città di Misurata. Questa ha avuto un ruolo di primissimo piano nella lotta contro lo Stato Islamico, tanto da avere il supporto militare statunitense, almeno in un primo momento, e resta ancora un attore influente e abbastanza indipendente dal Governo di Accordo Nazionale.
Il sostegno a Sarraj è dato infatti a fasi alterne, soprattutto per le frizioni con il pilastro del controllo di Sarraj sulla sua parte di Tripoli, la Rada. Si tratta della cupola di milizie tripoline facenti teoricamente capo al Ministero dell’Interno, ma comandate in realtà da Abdulrauf Kara, al centro di numerose polemiche per i legami con gli ambienti più estremi dell’islamismo e per gli abusi e le torture perpetrati dalle sue Forze Speciali di Deterrenza.
Il controllo del GNA sul restante territorio sotto la sua giurisdizione si basa invece su accordi con i clan che controllano le cittadine circostanti Tripoli. Quanto siano fragili questi accordi lo dimostrano i recenti scontri a Sabratha fra le forze governative e quelle di uno dei più potenti di questi gruppi, quello dei Dabbashi. Questi ultimi erano stati parte di un accordo tripartito con il GNA e l’Italia, che era principalmente interessata a ottenere dai Dabbashi, gestori di buona parte del traffico di migranti via mare, un’interruzione dei flussi migratori.
Questo accordo aveva già vacillato negli ultimi mesi del 2017, quando una delle milizie della Libia occidentale vicine ad Haftar aveva preso il controllo di parte della città, che ancora oggi resta contesa. Sabratha è infatti il principale porto di partenza per navi migranti ed è quindi al centro di un mercato molto appetibile, che i Dabbashi si sono impegnati a controllare solo sulla base del sostegno italiano attraverso il GNA. Quanto la situazione sia però fuori controllo lo testimonia la vicenda della Brigata 48, creata da Sarraj nella città per il controllo del contrabbando di petrolio, ma presto presa nella rete clientelare dei Dabbashi di cui è diventata il nuovo braccio armato nella zona.
Il potere e la legittimazione di Sarraj stanno rapidamente scomparendo sotto la spinta di numerose elementi di crisi. A indebolirlo ulteriormente concorrono non solo le frizioni politiche e militari fra i suoi alleati, ma anche il fatto che il mandato del GNA è teoricamente scaduto insieme agli Accordi di Shikrat il 17 dicembre 2017 e che la sua influenza a Tripoli è sempre più insidiata dal crescere dei gruppi salafiti anti-occidentalisti.
A tutto questo c’è da aggiungere infine l’uccisione di uno dei suoi sostenitori più importanti, il sindaco di Misurata Esthewi, recentemente vittima di un attacco rivendicato dallo Stato Islamico. Il GNA resta insomma un governo senza una reale legittimazione, essendo fra l’altro l’unico fra i tre riconosciuti della Libia a non avere alle spalle un parlamento eletto. Gran parte della sua influenza deriva dal supporto internazionale dell’Italia, che in Libia ha la più dispendiosa delle sue missioni militari all’estero.

L’avanzata del generale Khalifa Haftar

Ma Sarraj e i suoi non sono la sola autorità presente a Tripoli. Una parte della città è infatti ancora controllata dal parlamento eletto nel 2012 e riconosciuto ad oggi soltanto dalla Turchia e dal Qatar. Il Congresso Generale Nazionale non ha approvato la ratifica degli Accordi di Shikrat e sostiene attualmente il Governo di Salvezza Nazionale di Khalifa al-Ghawil, la cui forza si fonda su una cupola di milizie islamiste non-jihadiste riunite nella coalizione Alba Libica. Esso mantiene oggi soltanto un potere limitato a parte di Tripoli e ad altri centri minori della Tripolitania, ma rappresenta un attore chiave da coinvolgere in eventuali elezioni.
Il protagonista attuale della guerra civile libica sembra essere però il generale Khalifa Haftar, leader dell’Esercito Nazionale Libico. Formalmente Haftar ricopre solo posizioni militari, ma è riconosciuto da tutti come l’uomo forte che controlla di fatto il parlamento di Tobruk e il governo di Abdullah al-Thani, riconosciuto da Egitto, Emirati Arabi e Russia e appoggiato dalla Francia di Macron.
L’esercito di Haftar è al momento la forza militare più organizzata in Libia e sta procedendo alla conquista di uno degli snodi fondamentali nelle lotte di potere, la cosiddetta Mezzaluna Petrolifera, che offrirebbe un vantaggio enorme a Tobruk. L’Esercito di Haftar controlla attualmente una buona parte della Cirenaica, ma estende il suo potere anche sulla Tripolitania e sul Fezzan grazie al sostegno di varie milizie sparse per il paese.
I rapporti più difficili negli ultimi anni di guerra sono stati quelli con Misurata, che nell’ascesa del generale ha visto fin da subito quella di un nuovo Gheddafi e ha provato a contendergli in particolare il controllo sul sud del paese. Ciò nonostante un punto in comune fra questi avversari si è avuto nella lotta contro lo Stato Islamico soprattutto nella regione di Sirte. Se per le milizie misuratine però questa lotta si è fermata allo jihadismo, Haftar ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia e ha esteso la sua guerra a tutto l’islamismo, compresi i Fratelli Musulmani che ancora restano una forza politica considerevole in alcune zone.
Nonostante sia un attore in piena ascesa, non mancano le spine nel fianco anche per le forze di Haftar. Ad essere particolarmente problematiche sono le città di Ajdabiya e Derna, ancora in mano allo Stato Islamico, e soprattutto Bengasi. Qui, oltre al fatto che una buona parte della città resta in mano allo Consiglio Rivoluzionario della Shura, gruppo jihadista legato all’IS, si è consumata anche la rottura con il potente gruppo degli Awakir in seguito all’arrivo del rappresentante di Tripoli Faraj Egaim, ex membro del governo di Tobruk. Haftar ha infine perso anche parte dell’appoggio delle Brigate di Zintan, influente milizia adesso divisa fra i chi sostiene il generale e una componente più moderata.
Tutte queste difficoltà non sembrano tuttavia sufficienti ad arrestare l’avanzata di Haftar, che a luglio dello scorso anno ha centrato un enorme vittoria politica durante il vertice organizzato da Macron. Nell’accordo non solo è riuscito a strappare il riconoscimento della Francia e un vantaggioso cessate il fuoco con Sarraj, ma ha anche ottenuto sostegno alla sua lotta senza quartiere all’islamismo, che è stato interpretato dal generale in maniera piuttosto estensiva ed usato anche per attaccare la Terza Forza misuratina nel sud della Libia.
Nonostante sia in rapida ascesa, Haftar resta comunque dubbioso nei confronti delle elezioni, tanto che ha recentemente dichiarato che, a suo avviso, la Libia non sarebbe pronta per un regime democratico. Tuttavia, qualora le elezioni si svolgessero effettivamente e lui decidesse di candidarsi, sarebbe senz’altro uno dei maggiori favoriti.

Lo Stato Islamico e gli altri attori in campo

Finora ci siamo soffermati soltanto sugli attori che godono di un certo riconoscimento ufficiale, ma essi non controllano che una parte della Libia. Una frazione ancora molto consistente è infatti in mano a milizie di provenienza molto variegata. Fra queste sicuramente un ruolo importante lo hanno quelle di stampo jihadista, non solo lo Stato Islamico, ma anche Ansar al-Sharia, legata alla filiale di Al-Qaeda operante nel Maghreb e diffusa in buona parte del deserto libico.
Lo Stato Islamico in Libia ha perso molto terreno rispetto all’emirato che era riuscito a creare nel 2014 nella regione di Sirte. Gli attacchi delle forze di Haftar e delle milizie misuratine, uniti alla progressiva perdita di consensi fra i gruppi clientelari principali della zona hanno ridotto di molto gli effettivi dell’IS, ma essi sono tutt’altro che scomparsi. Restano infatti presenti in zone circoscritte della regione di Sirte e l’organo di propaganda dell’IS, Amaq, ha fatto sapere che l’espansione in Libia sarà una delle priorità per l’organizzazione jihadista ormai in ritirata da Siria e Iraq.
Oltre a queste sacche lo Stato Islamico resta presente soprattutto in tre città della Cirenaica, almeno parzialmente gestite dai Consigli Rivoluzionari della Shura: Ajdabiya, Derna e Bengasi. Le milizie jihadiste in queste città sono risorte dopo il rallentamento dell’Operazione Dignità lanciata da Haftar in Cirenaica e ora si contendono le città con gli altri attori della zona, restando padroni fra l’altro di quasi tutta Derna. Altri gruppi affiliati all’IS sono poi presenti in varie aree del Fezzan, attorno a Koufra e nella zona di confine con l’Egitto, una nuova crescita che ha portato anche alla ripresa degli attacchi contro personaggi importanti delle forze anti-jihadiste.
Proprio nel Fezzan però le milizie dello Stato Islamico si ritrovano marginalizzate da altri attori informali in grado di controllare una buona parte di questo spazio. Fra questi particolare importanza è assunta dalle fazioni tebu e tuareg, due gruppi etnici originari della zona sahelo-sahariana. I primi in particolare nel 2014 erano riusciti a creare una propria entità territoriale, arrivando a controllare un’ampia fascia da Qatrun a Murzuq grazie a frequenti cambi di alleanza fra gli schieramenti in lotta.
Tuttavia dopo l’uccisione nel 2016 di Barka Wardougu, leader principale dei tebu in Libia, le milizie si sono frammentate in numerosi gruppi indipendenti, solo parzialmente riuniti nell’Assemblea Nazionale Tebu. Queste milizie si contendono oggi i principali traffici del Fezzan scontrandosi coi gruppi tuareg e le forze degli Awlad Suleiman in un conflitto a cui l’Italia, sempre nell’ottica di controllare le migrazioni, ha cercato di mettere fine diplomaticamente.
L’incontro tripartito proposto a Roma tuttavia, molto superficialmente definito da alcuni come un “accordo fra tribù”, ha dimostrato quanto poco si comprenda ancora di cosa accade in quest’area. L’accordo, oltre a non comprendere gli altri belligeranti nel conflitto, i Qadhafa, i Maghara e gli Zwai, è stato accettato per i tebu solo dalle poche milizie di Zilawi Minah Salah e rigettato da tutto il resto dell’assemblea tebu. Attualmente sembra che molti di questi gruppi siano in ripresa grazie a un presunto ruolo di collegamento nel traffico di armi fra Boko Haram in Nigeria e i gruppi affiliati all’IS in Libia.
Per quanto riguarda le milizie tuareg esse sono attive soprattutto al confine con l’Algeria, nella regione sud-occidentale di Ghat, e godono del sostegno dei gruppi secessionisti del nord del Mali. Nonostante alcuni esponenti di queste milizie abbiano preso parte all’incontro di Roma, la loro partecipazione al conflitto per le risorse petrolifere e le rotte del traffico nel Fezzan non si è fermata e adesso controllano un’area significativa del deserto libico, che permette loro di esercitare la propria influenza su una parte dei traffici provenienti dall’Algeria.
Gli altri esponenti della lotta per il controllo del Fezzan sono i principali gruppi formati sulla base di reti clientelari e familiari, che sono stati a lungo la base del potere politico della Libia. La regione di Sebha è quella dove la situazione è più complessa: la lotta per il controllo degli snodi economici (rotte del traffico e giacimenti di petrolio) vede da un lato gli Awlad Suleiman, che hanno recentemente avuto il sostegno dell’Italia, e dall’altro i due influenti clan dei Qadhafa e dei Maghara, il cui potere deriva essenzialmente dalla posizione di rilievo di cui godevano sotto il regime di Gheddafi. Non trascurabile sono infine le milizie facenti capo agli Zwai, forti soprattutto a Koufra.

La riunificazione delle varie autorità riconosciute della Libia

Le possibilità di coinvolgere tutti questi soggetti nelle eventuali elezioni che si terranno nel 2018 sembrano ad oggi molto scarse. Gheddafi si era assicurato la stabilità attraverso una forte alleanza al vertice fra i gruppi di potere principali, una via che oggi, con il cambiare degli equilibri di potenza per effetto dei sostegni alterni degli Stati stranieri, appare poco praticabile. La priorità delle Nazioni Unite e del suo rappresentante in Libia, Ghassan Salamé resta comunque soprattutto la riunificazione delle varie autorità riconosciute della Libia, un punto di partenza indispensabile, ma che rischia di fallire se si baserà sulle attuali fragili premesse.
Oltre al quadro che abbiamo tracciato fin qui esiste infatti un’ultima criticità, che rischia di rendere le elezioni un ennesimo punto di rottura piuttosto che un’opportunità. Il problema riguarda nuovi attori, che sembrano essere attirati in Libia dalla finestra di possibilità offerta loro dalle elezioni. Due in particolare sembrano poter giocare un ruolo rilevante.
Il primo di essi è Basit Igtet, imprenditore libico da anni residente in Svizzera, che può vantare importanti legami con il Qatar e un ruolo non irrilevante avuto nel finanziamento degli oppositori di Gheddafi nella guerra civile e che oggi gode anche di un certo sostegno fra i giovani delle grandi città, come ha dimostrato la notevole manifestazione da lui guidata il 25 settembre scorso a Tripoli.
L’altra incognita è invece il ritorno di Sayf al-Islam, figlio di Gheddafi e a lungo volto moderato del regime del padre, che gode di non poco seguito fra la popolazione libica. Dopo essere rimasto prigioniero fino al 2016 del governo miliziano di Zintan, è stato recentemente graziato dalle autorità di Tobruk e potrebbe essere davvero uno dei favoriti, evocando spettri di un passato ancora molto vicino, nonostante la distanza politica col padre non sia messa in discussione.
Le problematiche sono molte e sicuramente la pacificazione della Libia sembra oggi lontana, ma, malgrado le difficoltà appaiano insormontabili, riuscire a tenere libere elezioni e formare un unico governo riconosciuto internazionalmente rappresenterebbe la base per poter costruire in futuro una pace nel paese. Tutto questo non può però prescindere da una ridefinizione degli obiettivi degli attori stranieri coinvolti, in modo da tenere in reale considerazione l’importanza del coinvolgimento della popolazione libica e da cessare di favorire la destabilizzazione del paese sostenendo alternativamente milizie rivali.

IN CHE MODO ISRAELE E L’ISIS SONO CULO E CAMICIA

Postato Domenica, 13 dicembre @ 23:10:00 GMT di davide

DI F. WILLIAM ENGDAHL
darkmoon.me
Quest’articolo è un altro pezzo del rompicapo. Ci fornisce informazioni cruciali che ci rendono in grado di vedere attraverso la nebbia che circonda le connessioni tra gli USA, Israele, Turchia e l’organizzazione più fanatica a livello mondiale: ISIS, ISIL, Stato Islamico o Daesh.
Il cosiddetto Stato Islamico non è ciò che afferma di essere. Così come la Federal Reserve, che non è federale e nemmeno ha riserve, lo Stato Islamico non è Islamico e nemmeno è uno Stato. È un gruppo terrorista che è stato creato dall’intelligence americana e da mercenari alleati dei sionisti, addestrati presso le basi CIA in Giordania e lasciati a dare libero sfogo sulla popolazione di Siria e Irak, per destabilizzare quei Paesi, in assistenza a Israele.

Ciò non doveva decisamente accadere. Sembra che un soldato israeliano con il rango di colonnello sia stato “colto in flagrante con l’IS.” Con ciò intendo che è stato catturato da soldati dell’esercito iracheno, nel bel mezzo di un branco di terroristi del cosiddetto IS o Stato Islamico o ISIS o DAESH, a voi la scelta. Sotto interrogatorio da parte dell’intelligence irachena ha rivelato, a quanto pare, il ruolo dell’IDF (NdT. Israel Defense Forces) di Netanyahu nel dare supporto all’IS.
Alla fine di ottobre un’agenzia di notizie iraniana, citando un ufficiale superiore dell’intelligence irachena, ha riferito della cattura di un colonnello dell’esercito israeliano, di nome Yusi Oulen Shahak, secondo testimonianze connesso al Battaglione Golani dell’ISIS che opera in Iraq sul fronte di Salahuddin. In una dichiarazione all’agenzia di notizie Fars, un Comandante dell’Esercito iracheno ha affermato, “Le forze popolari e di sicurezza hanno tenuto prigioniero un colonnello israeliano”.
Ha aggiunto che il colonnello dell’IDF aveva “partecipato a operazioni del gruppo terrorista Takfiri ISIL”. Ha detto che il colonnello è stato arrestato assieme a un certo numero di terroristi ISIL o IS, fornendone i dettagli: il nome del colonnello israeliano è Yusi Oulen Shahak e ha il rango di colonnello nella Brigata Golani… con il codice militare e di sicurezza di Re34356578765az231434.”
Perché Israele?                   
Sin dall’inizio del bombardamento molto efficace da parte della Russia di target scelti dell’IS in Siria il 30 settembre, dettagli del ruolo molto sporco non solo di Washington, ma anche della Turchia, Stato membro della Nato sotto la presidenza di Erdogan, del Qatar e di altri Stati, sono venuti alla luce del sole per la prima volta.
Sta diventando sempre più evidente che almeno una fazione nell’Amministrazione di Obama abbia rivestito un ruolo molto sporco dietro le quinte nel dare sostegno all’IS, in modo tale da avanzare la rimozione del Presidente siriano Bashar al Assad e spianare la strada a ciò che inevitabilmente diventerebbe un caos a mo’ di Libia e alla distruzione che renderebbe, in paragone, l’attuale crisi dei rifugiati siriani in Europa solo un’anticipazione.
La fazione di Washington a favore dell’IS include i cosiddetti neo-conservatori concentrati attorno al disonorato ex capo della CIA e carnefice dell’”impeto” iracheno, il Generale David Petraeus. Include anche il Generale degli Stati Uniti John R. Allen, il quale dal settembre 2014 aveva servito come Inviato Speciale Presidenziale del Presidente Obama per la Coalizione Globale per contrastare l’ISIL (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) e, finché non si è dimessa nel febbraio 2013, ha incluso il Segretario di Stato Hillary Clinton.
Il 23 ottobre 2015 è stato, in modo significativo, rilevato dall’incarico il Generale John Allen, continuo propugnatore di una “No Fly Zone” guidata dagli Stati Uniti dentro la Siria lungo il confine con la Turchia, un qualche cosa che il Presidente Obama ha rifiutato. Ciò è avvenuto da lì a poco, in seguito al lancio di attacchi russi altamente efficaci sui siti dei terroristi dell’IS siriano e del Fronte Al Nusra di Al Qaeda, che hanno cambiato la situazione nella sua interezza, per quanto concerne il quadro geopolitico della Siria e dell’intero Medio Oriente.
Il Rapporto dell’ONU menziona Israele
Che il Likud di Netanyahu e le forze militari israeliane lavorino strettamente con i falchi di guerra neo-conservatori di Washington, è risaputo, così come l’opposizione veemente del Primo Ministro Benjamin Netanyahu alla questione di Obama sul nucleare con l’Iran. Israele considera il gruppo militante islamista Sciita, Hezbollah, con base in Libano e appoggiato dall’Iran, come nemico giurato. Hezbollah ha combattuto, e continua a farlo, in modo attivo assieme all’esercito siriano contro l’ISIS in Siria. La strategia del Generale Allen di bombardare l’ISIS, da quando gli è stato dato l’incarico dell’operazione a settembre 2014, per quanto il Ministro degli Esteri della Russia di Putin, Lavrov, abbia indicato ripetutamente che lungi dal distruggere l’ISIS in Siria, aveva espanso di gran lunga il loro controllo territoriale del Paese. Ora è chiaro che ciò era precisa intenzione di Allen e della fazione guerrafondaia di Washington.
Almeno dal 2013 le forze militari israeliane hanno anche bombardato a viso aperto, quelli che sostengono fossero target di Hezbollah in Siria. L’indagine ha rivelato che Israele stava infatti colpendo le forze militari siriane e target di Hezbollah, che sta lottando in modo valoroso contro l’ISIS e altri terroristi.
De facto, con ciò Israele stava in realtà aiutando l’ISIS, così come i bombardamenti “anti-ISIS” del Generale John Allen durati un anno.
Che una fazione del Pentagono abbia lavorato in segreto dietro le quinte per addestrare, armare e finanziare quello che oggi è chiamato ISIS o IS in Siria, ora è questione di precedente di dominio pubblico.
Nell’agosto 2012 un documento del Pentagono classificato come “Segreto”, poi declassificato sotto pressione dell’ONG degli Stati Uniti Judicial Watch, ha elencato in modo dettagliato e preciso la comparsa di ciò che è divenuto lo Stato Islamico o ISIS, il quale è emerso dallo Stato Islamico in Iraq, poi affiliato ad Al Qaeda.
Il documento del Pentagono dichiarava, “…c’è la possibilità di stabilire un Principato Salafita, dichiarato o non dichiarato, in Siria orientale (Hasaka e Der Zor) e questo è esattamente ciò che vogliono le autorità che sostengono l’opposizione [ad Assad-w.e.], in modo tale da isolare il regime siriano, considerata la profondità strategica dell’espansione dello Sciismo (Iraq and Iran).”
I poteri a sostegno dell’opposizione nel 2012 includevano allora il Qatar, la Turchia, l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti e dietro le quinte, l’Israele di Netanyahu.
Precisamente questa creazione di un “Principato Salafita nella Siria orientale”, territorio odierno di ISIL o IS, era l’agenda di Petraeus, del Generale Allen e altri a Washington, in modo tale da annientare Assad. Ciò è quello che ha messo l’Amministrazione di Obama in disaccordo con la Russia, la Cina e l’Iran sulla richiesta bizzarra degli Stati Uniti che per prima cosa Assad se ne debba andare, prima che l’ISIS possa essere annientato.
Ora il giochetto è di dominio pubblico per il mondo, affinché si veda la doppiezza di Washington nell’appoggiare coloro che i russi chiamano in maniera precisa “terroristi moderati”, contro un Assad debitamente eletto. Che Israele sia anche nel mezzo di questo covo di ratti delle forze terroriste d’opposizione in Siria, è stato confermato in un recente rapporto dell’ONU.
Ciò che il rapporto non ha menzionato, è stato il motivo per cui le forze militari israeliane dell’IDF avrebbero un interesse appassionato in Siria, specialmente per le Alture del Golan siriane.
Perché Israele vuole mandare via Assad
A dicembre 2014 il Jerusalem Post in Israele ha riportato le scoperte di un rapporto ampiamente ignorato e politicamente esplosivo, che dettaglia avvistamenti realizzati da parte dell’ONU delle forze militari israeliane con i combattenti terroristi dell’ISIS. La forza di peacekeeping dell’ONU, Forza di disimpegno degli osservatori delle Nazioni Unite (UNDOF), collocata fin dal 1974 lungo il confine delle Alture del Golan tra Siria e Israele ha rivelato che. . .
Israele lavorava, e continua a farlo, a stretto contatto con i terroristi dell’opposizione siriana, incluso il Fronte Al Nusra di Al Qaeda e l’IS nelle Alture del Golan, e “ha mantenuto contatto stretto durante gli ultimi 18 mesi”. Il rapporto è stato sottoposto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. I media mainstream degli Stati Uniti e dell’Occidente hanno insabbiato le scoperte esplosive.
I documenti dell’ONU hanno mostrato che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stavano mantenendo contatto regolare con membri del cosiddetto Stato Islamico, fin dal maggio 2013. L’IDF ha dichiarato che ciò era solamente per prestare cure mediche per i civili, ma l’inganno è stato svelato quando gli osservatori dell’UNDOF hanno comprovato il contatto diretto tra le forze IDF e i soldati dell’ISIS, incluso il prestare cure mediche ai combattenti dell’ISIS. Osservazioni hanno anche incluso il trasferimento di due casse dall’IDF all’ISIS, il contenuto delle quali non è stato confermato.
L’UNDOF è stata creata in seguito a una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del 1974, la numero 350, successivamente alle tensioni della guerra dello Yom Kippur, dell’ottobre 1973, tra Siria e Israele. Ha stabilito una zona cuscinetto tra Israele e le Alture del Golan della Siria, che doveva essere governata e pattugliata dalle autorità siriane secondo l’Accordo di Disimpegno delle Forze del 1974. Nessun altra forza militare, che non sia l’UNDOF, è permessa al suo interno. Oggi conta 1.200 osservatori.
Fin dal 2013 si sono intensificati gli attacchi israeliani sulla Siria lungo le Alture del Golan, asserendo che avessero luogo per la ricerca dei “terroristi di Hezbollah”; l’UNDOF stessa, per la prima volta dal 1974, è stata soggetto di attacchi massicci da parte dell’ISIS o dei terroristi del Fronte Al Nusra di Al Qaeda nelle Alture del Golan, di rapimenti, di uccisioni, di furto di armi, munizioni, veicoli, altre disponibilità dell’ONU, il saccheggio e la distruzione di installazioni. Qualcuno non vuole, con tutta evidenza, che l’UNDOF rimanga a pattugliare le Alture del Golan.
LA ZONA UNDOF SULLE ALTURE DEL GOLAN
I soldati ONU in questa zona cuscinetto lungo le Alture del Golan
sono ora sotto attacco, ordinato da Israele,
in chiara violazione della legge internazionale.

Israele e il petrolio delle Alture del Golan
Nel suo incontro del 9 novembre con il Presidente degli Stati Uniti Obama alla Casa Bianca, il Primo Ministro Israeliano Netanyahu ha chiesto a Washington di riconsiderare il fatto che fin dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967 tra Israele e i Paesi arabi, Israele ha occupato illegalmente una parte significativa delle Alture del Golan. Durante il loro incontro Netanyahu, apparentemente senza successo, ha invitato Obama a sostenere l’annessione formale israeliana delle Alture del Golan illegalmente occupate, sostenendo che l’assenza di un governo siriano in attività “permetta un pensiero diverso”, riguardo lo status futuro dell’area importante dal punto di vista strategico.
Di certo Netanyahu non ha affrontato la questione in modo onesto, riguardo alla maniera in cui l’IDF Israeliana e altre forze erano state responsabili dell’assenza di un governo siriano in attività, dando il loro appoggio all’ISIS e al Fronte Al Nusra di Al Qaeda.
Nel 2013, quando l’UNDOF ha iniziato a documentare il contatto crescente tra la forza militare israeliana, l’IS e Al Qaeda lungo le Alture del Golan, una società petrolifera poco nota di Newark (New Jersey), la Genie Energie, con una società affiliata Israeliana Afek Oil & Gas, ha iniziato a perforare anche le Alture del Golan per la ricerca del petrolio, con il permesso del governo di Netanyahu. In quello stesso anno, ingegneri militari israeliani hanno revisionato la barriera di confine di quarantacinque miglia con la Siria, sostituendola con una barricata in acciaio che ha incluso il filo spinato, sensori tattili, rivelatori di movimento, macchine fotografiche a raggi infrarossi e radar di terra, mettendosi alla pari con il Muro che Israele ha costruito nella West Bank (NdT. Cisgiordania).
È interessante constatare che l’8 ottobre Yuval Bartov, capo geologo di Afek Oil & Gas, sussidiaria israeliana di Genie Energy, ha raccontato al canale televisivo israeliano Channel 2 che la sua società aveva trovato una notevole riserva di petrolio sulle Alture del Golan: “Abbiamo trovato uno strato di petrolio dello spessore di 350 metri nelle Alture del Golan meridionali. Gli strati, su scala mondiale, hanno in media spessore dai 20 ai 30 metri, e questo in comparazione è di 10 volte più grande; in questo modo stiamo parlando di quantità significative.”
Come ho osservato in un articolo precedente, l’International Advisory Board di Genie Energie include nomi noti come Dick Cheney, ex capo della CIA e l’infame neo-con James Woolsey, Jacob Lord Rothschild e altri.
Di certo nessuna persona sana di mente, suggerirebbe la presenza di un collegamento tra le relazioni militari israeliane con l’ISIS e altri terroristi contrari ad Assad in Siria, specialmente nelle Alture del Golan, la scoperta del petrolio da parte di Genie Energie nello stesso luogo e l’ultima supplica al “ripensamento” da parte di Netanyahu a Obama, riguardante le Alture del Golan. La situazione sarebbe troppo in odore di complotto e tutte le persone sane di mente sanno che i complotti non esistono, esistono solo coincidenze.
In effetti, parafrasando le parole immortali di Brad Pitt nel ruolo del Primo Tenente della West Virginia Aldo Raine, nella scena finale del fantastico film di Tarantino Bastardi senza gloria, sembra che il Vecchio Netanyahu e i suoi amici succhiacazzi dell’IDF e del Mossad, siano appena stati colti con le mani in una marmellata molto zozza in Siria.

F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente a contratto, ha un diploma dell’Università di Princeton in politica ed è autore di successo sul petrolio e la geopolitica, esclusivamente per il periodico on-line “New Eastern Outlook”.
Fonte: www.darkmoon.me
Link: https://www.darkmoon.me/2015/how-israel-and-isis-are-joined-at-the-hip/
2.12.2015

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di NICKAL88

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15989

Libia, un pentito racconta: ecco come funziona l’Isis a Sirte

10/12/2015

Quanti sono, come si muovono e chi è il loro capo?

Libia, un pentito racconta: ecco come funziona l'Isis a Sirte

Roma, 10 dic. (askanews) – Come è organizzato lo Stato Islamico (Isis) a Sirte, ultima roccaforte jihadista in Libia; chi è il capo dei militanti, quanti sono e da dove vengono, cosa guadagnano dai traffici di migranti che partono per l’Europa e soprattutto quali sono gli obbiettivi dei jihadisti in questa città strategica della Libia. C’è tutto questo nel racconto fatto al portale libico “Al Wasat”, uno degli uomini del Califfato nero catturato nei giorni scorsi.
L’uomo è un egiziano che si chiama “Abu Obeidah al Masry”, ed afferma di essere partito per Sirte sette mesi fa proprio per unirsi all’Isis che aveva preso il controllo della città agli inizi dello scorso giugno.
Ecco alcune delle sue rivelazioni riportate dal portale libico:
GLI STRANERI DELL’ISIS SONO IL 70% Il jihadista, ora pentito, afferma che a Sirte “i foreign fighters in città rappresentano il 70% dei combattenti” dell’Isis, di questi “300 egiziani, 400 tunisini e altrettanti sudanesi”. Abu Obeidah aggiunge che l’emiro (“il comandante”) dell’organizzazione “è un saudita che si fa chiamare Abu Amer al Jazrawi”, ma spiega di non averlo mai visto in faccia “perché appare sempre con il volto coperto”, così come fanno tutti gli altri membri del gruppo terroristico.
PERCHE’ APPAIANO SEMPRE CON IL VOLTO COPERTO? E sull’abitudine dei jiahdisti di scoprire la faccia, l’ex membro dell’organizzazione ha un’idea precisa: “Si coprono la faccia per non rivelare le loro identità, certo, oppure per impaurire la gente, ma anche per apparire in manggior numero rispetto a quanti sono realmente”, assicura spiegando che “quando un paio di centinaia di combattenti appaiano in parate in cinque luoghi diversi consecutivamente, questo non significa che l’organizzazione conti 1.000 persone”.
RECLUTAMENTO DI MIGRANTI CLANDESTINI Obeidah rivela anche come l’Isis trae vantaggio della massiccia presenza nel Paese Nordafricano in Libia di migranti clandestini: più che infiltrare tra loro dei jihadisti, l”l’organizzazione reculta gli aspiranti migranti nelle sue file”.
FINANZE E STIPENDI DEL CALIFFATO Poi il pentito parla delle finanze dell’Isis, che oltre a Sirte controlla “altre 8 città e località vicine”: “La paga mensile è di 200 dinari (l’equivalente di poco meno di 150 dollari) al combattente scapolo, e il doppio per quelli sposati”, afferma, spiegando che “i fondi vengono reperiti da quello che chiamano ‘Ganaim’ (‘bottino’) di guerra”.
OBBIETTIVO: PUNTARE SU CAMPI PETROLIFERI Obeidah ha le idee chiare sugli obbiettivi futuri dell’organizzazione, soprattutto per autofinanziarsi: “Dopo aver assaggiato il sapore dei soldi ricavati dal petrolio in Siria e in Iraq”, la filiale libica dell’Isis punta ora a “prendere il controllo dei campi e dei terminal petroliferi” del Paese.

Preso da: http://www.prealpina.it/pages/libia-un-pentito-racconta-ecco-come-funziona-lisis-a-sirte-104197.html

NOTE A MARGINE DI ALCUNI ARTICOLI SUI CONFLITTI MEDIORIENTALI E SULL’ISIS

siria

 

Interessanti alcune osservazioni di Alberto Negri (1) in un articolo sul Sole 24 ore (del 25.11.2015):

<< Se nel Levante ognuno fa la sua guerra Al Baghdadi potrebbe persino dire la sua nella spartizione dell’Iraq e della Siria, un’ipotesi improponibile adombrata dalla Bbc ma non così remota se ciascuno vuole portarsi a casa un pezzo di Medio Oriente. Non sarebbe la prima volta: gli inglesi con Lawrence fomentarono una celebre rivolta araba per poi spartirsi la regione con i francesi. Ma questa volta né gli arabi anti-Isis né gli iraniani sono disposti a fare la fanteria dell’Occidente>>.

Lo stesso autore in un articolo del febbraio 2015 scriveva che, a tutti gli effetti, le forze impegnate a combattere il Califfato sul campo vedevano schierati i curdi, il fragile esercito iracheno con l’assistenza americana e dei pasdaran iraniani, gli Hezbollah libanesi alleati di Teheran e le forze di Assad. Giordania, Arabia Saudita, Barhein, Emirati Arabi Uniti e Qatar sarebbero stati, invece, i cinque paesi sunniti che si erano affiancati “politicamente” agli Usa e si erano dichiarati pronti a bombardare l’Isis, anche se in realtà le cose, già allora, si presentavano in maniera diversa e l’Arabia Saudita e il Qatar erano accusati di avere sostenuto i gruppi salafiti e jihadisti. In giugno gli organi di informazione (es. Il Fatto Quotidiano) riproponevano questo schieramento anche se si teneva a precisare che in Iraq:

<<le sole forze che combattono effettivamente sul terreno sono i curdi e le milizie sciite sostenute dall’Iran. Gli obiettivi di queste due forze, apparentemente comuni, sono però abbastanza divergenti. I primi combattono in quei territori che in futuro potrebbero aggregarsi alla formazione di uno Stato curdo; i secondi hanno mostrato che la loro lotta di liberazione anti-Isis ha riproposto comportamenti anti sunniti>>.

E ancora più chiaro e esemplificativo appare questo frammento di Roberto Bongiorni tratto dal Sole 24 ore del 25 giugno 2015:

<<In teoria, guardando i numeri, c’è da stupirsi su come lo Stato islamico riesca a mantenere il suo ampio territorio, in alcuni periodi perfino ad estenderlo (ormai controlla quasi metà della Siria e quasi un terzo dell’Iraq), con una “esercito” di gran lunga inferiore in quanto a mezzi, uomini e tecnologia militare a quello messo in campo da Iraq, Siria, Peshmerga kurdi, milizie filoiraniane sostenute da Teheran, oltre alla grande forza aerea messa in campo dalla coalizione internazionale. Forse il punto vulnerabile del fronte anti-Isis è proprio dato dal fatto della sua eterogeneità; un coacervo di soldati appartenenti a nazioni che spesso hanno interessi diametralmente opposti nello scacchiere politico mediorientale. E che quindi preferiscono spesso agire da soli, anziché coordinarsi. La notizia, subito smentita dalle autorità turche, secondo cui l’Isis sarebbe riuscita a penetrare a Kobane passando attraverso la Turchia, (storica nemica dei curdi) restituisce con efficacia la complessità della situazione. Ma è senza dubbio importantissimo il sostegno di parte della comunità sunnita irachena. Senza di loro l’Isis non può essere vinto. Discriminati dal Governo sciita di Baghdad per anni, i sunniti avevano già mostrato la loro insofferenza sollevandosi in diverse aree del Paese. L’avanzata dello Stato islamico è arrivata come una sorta di rivincita. Pur non condividendo né la violenta ideologia né i mezzi brutali dell’Isis, agli occhi di non pochi sunniti iracheni la bandiera nera dello Stato islamico rischia dunque di essere il male minore rispetto alle potenziali e feroci rappresaglie contro di loro da parte delle milizie sciite irachene. Una situazione che non lascia intravvedere sbocchi>>.

 

Ritornando ai sostenitori dell’Isis che lavorano sotto la precisa regia degli Usa, i quali con magnifica faccia tosta si presentano anche come la forza leader della coalizione “antiterrorismo”, abbiamo visto che era ormai noto da molto tempo quello che è riportato in un articolo del 01.12.2015 su “Il Giornale”:

<<E colpisce duro[V. Putin-N.d.r.].”Difendere i turcomanni – aggiunge a proposito della linea ufficiale della Turchia – è solo un pretesto”. Il Cremlino ha ricevuto “recentemente” nuovi rapporti d’intelligence che mostrerebbero un traffico di petrolio dai territori controllati dall’Isis alla Turchia “su scala industriale”. Le parole di Putin aprono un vaso di Pandora. Perché, se la Turchia protegge i jihadisti dello Stato islamico, ci sono Paesi come l’Arabia Saudita e il Qatar che li finanziano>>.

Ma nessun organo di informazione italiano potrà mai neanche lontanamente ammettere che alcuni gruppi con grandi risorse e potere facenti capo agli Usa costituiscono la vera direzione strategica di questo cosiddetto conflitto a bassa intensità (LIC)(2) e perciò il suddetto quotidiano riporta anche questa sorta di “denuncia” avanzata da un organismo governativo statunitense:

<<Nell’audizione dedicata al Terrorism Financing and the Islamic State, organizzata il 13 novembre 2014 dalla Commissione per i Servizi finanziari del Congresso americano, è emerso con chiarezza che “mentre al Qaeda poteva contare dopo l’attentato dell’11 settembre su circa mezzo milione di dollari di sostegni al giorno, l’Isis aveva introiti di 1-2 milioni di dollari al giorno attraverso la vendita di petrolio, i riscatti degli ostaggi e i sostegni da parte delle organizzazioni caritatevoli [??-N.d.r.] soprattutto dei Paesi del Golfo, a cominciare dal Qatar e dall’Arabia Saudita”>>.

Ma ritorniamo ora all’articolo da cui eravamo partiti. Nel 2011, l’anno della “primavera araba”, la rivolta in Siria era stata pensata, dalle potenze sunnite, dagli Usa e dai suoi alleati, anche “occidentali”, come una guerra per procura dall’esito scontato. Con ogni probabilità, però, almeno i principali centri strategici statunitensi erano consapevoli del pericolo insito nello scatenamento di un caos che aveva fatto “saltare“ anche regimi per nulla ostili alle potenze euro-atlantiche. Si pensava, poi, scrive Negri :

<< che le milizie islamiche sarebbero ricadute sotto il controllo di chi le sponsorizzava, Turchia e monarchie del Golfo. Ma i jihadisti sono confluiti nell’Isis, la cui intuizione strategica è stata quella di unire il campo di battaglia iracheno a quello siriano. Non bastava ancora: si è pensato che il Califfato potesse essere manovrato nella guerra tra sunniti e sciiti per disegnare nuovi confini ed equilibri. E ora che i jihadisti hanno portato il terrorismo in Europa, Turchia compresa, i leader protagonisti di questo disastro geopolitico […] reagiscono in maniera sconcertante per difendere dei calcoli sbagliati>>.

L’intervento di Putin contro l’Isis – anche se non sufficiente a rivitalizzare le esangui truppe del regime di Assad ormai guidate da Pasdaran iraniani ed Hezbollah libanesi – è apparso giustificato di fronte al fallimento delle potenze occidentali nel gestire la situazione. La prospettiva di un fronte comune, corroborata dall’accordo obamiano con l’Iran (alleato stretto della Russia in questa fase) sul nucleare, ha però trovato nella Turchia – nonostante che, almeno apparentemente, Erdogan tenti di evitare lo scontro dopo l’abbattimento del jet russo – un ostacolo importante. A questo proposito Negri osserva che la difficile situazione che si è venuta a creare ha fatto

<< perdere la testa a Erdogan, punto sul vivo da Putin nel cortile di casa, e ai suoi alleati del Golfo, che comunque qualche cosa da rimproverare agli Stati Uniti e agli europei ce l’hanno. Si sentono traditi. La Siria, a maggioranza sunnita, doveva essere l’ambito premio per avere perso l’Iraq nel 2003 con l’intervento americano contro Saddam. Allora la Turchia rifiutò il passaggio delle truppe Usa, applaudita dalla stessa Russia. Prima l’accordo sul nucleare con l’Iran, poi l’alleanza tra Mosca e Teheran e ora l’ipotesi che la Francia e gli europei concordino con Putin e gli ayatollah la strategia anti-Califfato: è troppo da sopportare per un fronte sunnita passato da una sconfitta all’altra>>.

Negri conclude il suo discorso accennando alla teoria, e alla pratica, Usa del doppio contenimento che sembrerebbe sostanzialmente un corollario alla più complessiva strategia del caos. I due esempi da lui riportati sono abbastanza chiari. Il primo partirebbe dal presunto errore di Bush junior – la “fallimentare” seconda guerra contro l’Iraq – che avrebbe portato, in funzione anti sciita e anti Iran, a scelte come quella del giugno dell’anno scorso, quando gli Usa hanno guardato, senza fare una piega, il Califfato conquistare Mosul, città di due milioni di abitanti, e arrivare a una trentina di chilometri da Baghdad. Come dire ai sunniti: accomodatevi pure e vendicatevi. Il secondo sarebbe il ben noto antecedente che negli anni’ 80 portò prima alla guerra Iran-Iraq (un milione di morti) e poi << a uno degli equivoci storici più sconcertanti, quando nell’estate del 1990 l’ambasciatrice Usa a Baghdad, April Glaspie, incontrando Saddam diede un implicito via libera all’occupazione del Kuwait. “Non potevamo sapere che gli iracheni si prendessero “tutto” il Kuwait”, fu la sua giustificazione. Sostituite Kuwait con Siria e avete l’equazione con il Califfato>>.

 

(1)Alberto Negri è nato a Milano nel 1956. Il suo primo viaggio in Iran e in Medio Oriente risale al 1980. È stato ricercatore all’Istituto di studi di politica internazionale e nel 1981 ha iniziato la carriera giornalistica. Autore del libro Il Turbante e la Corona – Iran, trent’anni dopo (Marco Tropea Editore, 2009), è giornalista del Sole 24 Ore, per cui ha seguito negli ultimi vent’anni i principali eventi politici e bellici in Medio Oriente, Africa, Balcani, Asia centrale.

(2) Nello US Army Field Manual, documento ufficiale statunitense, è contenuta la seguente definizione: « … un confronto politico-militare tra stati o gruppi contendenti, al di sotto della guerra convenzionale e oltre l’ordinaria, pacifica competizione tra stati. Spesso implica prolungate lotte di principi ed ideologie concorrenti fra loro. Il LIC spazia dalla sovversione all’uso delle forze armate. Si sostanzia di una combinazione di mezzi, adopera strumenti politici, economici, informativi e militari. I LIC sono spesso circoscritti a certe aree, generalmente nel Terzo Mondo, ma implicano questioni di sicurezza regionale e globale. »

Mauro Tozzato                       02.12.2015

Fonte: http://www.conflittiestrategie.it/note-a-margine-di-alcuni-articoli-sui-conflitti-mediorientali-e-sullisis

Dietro chi si nasconde l’Isis in Libia

Fusione, coabitazione, sopportazione, conflitto: come interagiscono Stato islamico e Ansar al-Sharia, i gruppi più pericolosi del Paese, e perché ci deve interessare

Daniele Raineri* | venerdì 4 dicembre 2015

Misurata – L’ascesa dello Stato islamico in Libia pone il problema dei suoi rapporti con il gruppo jihadista più forte del Paese, Ansar al-Sharia. Questa è una fazione nata durante i mesi della rivolta contro il rais Muammar Gheddafi nel 2011 e salita alla ribalta l’anno seguente, grazie all’ostentazione di forza militare in pubblico e all’assalto mortale contro i diplomatici americani dell’11 settembre 2012.

Si tratta di un rapporto complesso, che varia di città in città – e questo rispecchia la situazione della Libia, un Paese frammentato. Vale la pena fare una ricognizione, perché se Ansar al-Sharia si unisse allo Stato islamico (cosa improbabile, perché tende in senso opposto, verso al-Qaida) allora di colpo lo Stato islamico in Libia non avrebbe più i problemi di mancanza di manodopera di cui soffre oggi. Se, per contro, scoppiasse una lotta senza quartiere fra le due formazioni, lo Stato islamico sarebbe costretto a fronteggiare un nemico a lui molto simile, e quindi più letale.

Quattro esempi possono descrivere bene le diverse sfumature di questa relazione. Il caso di sintonia più completa si è verificato a Sirte, dove la colonna locale di Ansar al-Sharia è confluita quasi totalmente nello Stato islamico (tranne alcuni individui, che si sono allontanati dall’area o che hanno promesso di non fare proselitismo). Secondo fonti del quotidiano inglese Telegraph, è stato proprio Ansar al-Sharia a formare il nucleo originale dello Stato islamico a Sirte, che oggi non sarebbe così forte in quella zona se non avesse avuto questo vantaggio al momento dell’avviamento.

Lo scudo contro interventi militari
A Sabratha, molto più a ovest, a metà strada tra la capitale Tripoli e il confine tunisino, tra Ansar al-Sharia e lo Stato islamico c’è un rapporto di convivenza funzionale. Lo Stato islamico nasconde la propria esistenza dietro lo schermo creato dalla presenza molto forte di Ansar al-Sharia, che pur essendo considerato un gruppo jihadista ed estremo non è associato al terrorismo internazionale come lo Stato islamico (anche se è sulla lista dei gruppi terroristici), e quindi non attira proposte di interventi militari esterni. Una fonte nella vicina cittadina portuale di Zuwara tende a descrivere questa doppia presenza come una sorta di illusione ottica: “In realtà sono tutti la stessa cosa, con etichette diverse”, ma è importante notare che fino a quando si ripara sotto il mantello di Ansar al-Sharia, lo Stato islamico di Sabratha non corre pericolo di essere disturbato.

A Bengasi, il fronte più violento della guerra dei gruppi islamisti contro l’esercito libico del generale Khalifa Haftar, leale al governo di Tobruk, esiste tra Stato islamico e Ansar al-Sharia un patto pragmatico di non belligeranza. È un terzo tipo di rapporto: non è la fusione come a Sirte, non è la coabitazione interessata come a Sabratha, è piuttosto una deconfliction, una parola in voga per descrivere la relazione tra Russia e Stati Uniti nella guerra in Siria contro lo Stato islamico: non si intralciano, ma non possono essere considerati alleati. A Bengasi tra i due gruppi funziona nello stesso modo. Tra loro ci sono forti tensioni, ma non hanno le forze per contrastarsi mentre stanno facendo la guerra alle forze del generale Haftar. Dal punto di vista tattico la loro situazione è difficile, perché non hanno accesso alla città se non via mare, con le barche. Se si scontrassero, la prima cosa a saltare sarebbe questo accesso logistico attraverso la zona del porto, e senza logistica non potrebbero tenere il fronte contro i soldati governativi. Una fonte di Misurata spiega che a Bengasi lo Stato islamico aprirebbe volentieri le ostilità contro Ansar al-Sharia, come rappresaglia per i fatti di Derna.

Lo scontro totale
Derna è il modello all’altro capo della gamma: conflitto totale. A metà giugno il consiglio locale dei mujaheddin, di cui fa parte anche Ansar al-Sharia, ha cacciato via armi in pugno lo Stato islamico e lo ha costretto a ritirarsi verso le campagne a sud-est, nella zona di Fattayah. Se a Bengasi Ansar al-Sharia è al comando del Consiglio locale dei rivoluzionari, a Derna è invece una componente minoritaria. Ma si può dire che in generale gli altri gruppi gravitino nella sua orbita, in Libia, e non il contrario.

Lo Stato islamico, in un video rilasciato da poco, ha definito Ansar al-Sharia “un gruppo deviante”, che è un gradino in direzione dell’accusa di apostasia. Questa dinamica ricorda quella della Siria, dove lo Stato islamico si trattiene dallo scomunicare completamente alcuni movimenti, nella speranza di cooptarli, ma facendo sempre chiara una inevitabile premessa: nessun movimento è consentito dove c’è lo Stato islamico, chi non si scioglie è ipso facto un nemico. È molto eloquente che lo Stato islamico abbia inserito in un’immagine il logo di Ansar al-Sharia tra i gruppi che, anche senza avere preso una decisione conscia, stanno di fatto aiutando l’America “infedele”.

*Daniele Raineri è inviato del Foglio

Preso da: http://www.oasiscenter.eu/it/articoli/jihadismo-e-violenza/2015/12/04/dietro-chi-si-nasconde-l-isis-in-libia

Chi pilota l’Isis ha il terrore che smettiamo di avere paura

21/11/2015

«Non c’è un solo governo, al mondo, che non sia controllato da quei poteri»: per Fausto Carotenuto, già analista strategico-militare dei servizi segreti, è deprimente assistere alla farsa dei media mainstream, che si affannano a presentare “la mente”, “il basista” e “l’ottavo uomo” della strage di Parigi, come se si trattasse delle indagini per una normale rapina alle Poste. In compenso, su voci alternative come “Border Nights”, può capitare di avere – in appena un paio d’ore, grazie a semplici collegamenti Skype – informazioni e analisi di altissima qualità, capaci di superare centinaia di ore di infotainment e chilometri di carta stampata. E’ accaduto anche martedì 17 novembre, a quattro giorni dalla mattanza: ospiti della trasmissione, oltre a Carotenuto, un indagatore come Paolo Franceschetti (delitti rituali, Rosa Rossa, Mostro di Firenze), il regista Massimo Mazzucco (11 Settembre), Gioele Magaldi (“Massoni, società a responsabilità illimitata”) e un secondo massone, Gianfranco Carpeoro, esperto di codici simbolici: «Scordatevi qualsiasi altra pista, quello di Parigi è stato un attentato progettato da menti massoniche o para-massoniche e destinato innanzitutto ad altri massoni, i soli in grado di cogliere immediatamente il significato di quella data, 13 novembre».

Non un giorno a caso, ma quello in cui – spiega Carpeoro – nel lontano 1307 un gruppo di Templari riuscì a lasciare Parigi sfuggendo alle persecuzioni ordinate da Filippo il Bello: quei Templari riapararono in Scozia, dove si unirono a logge Sarkozymassoniche, all’epoca ancora “operative”, professionali (dedite cioè alla costruzione di cattedrali) per poi dar vita, in seguito, alla massoneria moderna. Già avvocato, pubblicitario e scrittore, eminente studioso di linguaggio simbolico nonché ex “sovrano gran maestro” della massoneria italiana di rito scozzese, Carpeoro ha aderito al “Movimento Roosevelt” fondato da Magaldi per contribuire al “risveglio” della politica italiana in chiave anti-oligarchica. Su Parigi la pensa come Carotenuto e lo stesso Magaldi: è semplicemente impossibile, sul piano tecnico, che i commando di jihadisti in azione nella capitale francese abbiano potuto agire da soli, senza la copertura decisiva di settori “infedeli” delle forze di sicurezza. In più, Carpeoro ravvisa la possibile applicazione del modulo standard concepito dalla Cia per attuare la strategia della tensione, basato su tre direttrici simultanee: due attentati strategici (uno principale, l’altro di riserva) e un terzo obiettivo, tattico-diversivo, per sviare la polizia e centrare più facilmente il “bersaglio grosso”.

Secondo questo copione, sistematicamente attuato, il presidente Hollande potrebbe esser stato addirittura all’oscuro del complotto, sostiene Carpeoro: probabilmente il “bersaglio grosso” doveva essere lui, insieme agli altri spettatori allo stadio. «Poteva essere una strage ben peggiore, con persone uccise dall’esplosivo e altre dal caos scatenato dal panico, sugli spalti. Ma qualcosa è andato storto, perché qualcuno ha intercettato i kamikaze fuori dallo stadio. Solo a qual punto, quindi, i terroristi potrebbero aver ricevuto l’ordine di sterminare il pubblico del teatro Bataclan. Le sparatorie nel centro di Parigi? Solo un diversivo per distogliere le forze di polizia, ignare dell’operazione in corso». Obiettivo comunque raggiunto grazie al Piano-B, la strage nel teatro: terrore diffuso, insicurezza, bisogno di protezione e quindi maggiore disponibilità ad accettare strette repressive e persino la prospettiva della guerra. Retroscena: «Bisogna capire con chi parlò Hollande nei giorni precedenti, tenendo conto che negli ultimi anni, si veda la Libia ma non solo, è stata sempre la Francia a dare il via ai grandi sconvolgimenti geopolitici». Qualcuno potrebbe aver proposto a Hollande di aprire le danze anche stavolta (un mese fa, il capo Gianfranco Carpeorodell’Eliseo annunciò di voler bombardare l’Isis in Siria), in cambio di un allentamento della stretta di Bruxelles sulla finanza pubblica francese.

Non a caso, il governo di Parigi ha risposto all’attentato con massicci blitz dell’aviazione in Siria accanto alla Russia, e ha annunciato che per questo motivo la Francia sforerà il tetto europeo per la spesa pubblica. Magaldi fa bene a ricordare quanto già rivelato un anno fa nel suo libro esplosivo: il ruolo della superloggia segreta “Hathor Pentalpha” dietro alla strategia della tensione (internazionale) avviata con l’11 Settembre. Un clan sanguinario fondato da Bush padre, che poi reclutò leader come Blair, Sarkozy, Ergdogan. Dal canto suo, un ex stratega dell’intelligence come Carotenuto, ora impegnato sul fronte opposto anche attraverso il network “Coscienze in rete”, non usa giri di parole: «Per distruggere l’Isis in tre settimane non serve neppure una bomba, basta chiudere i rubinetti: bloccare via terra, cielo e mare i rifornimenti che l’Isis riceve ogni giorno, come le centinaia di Tir che varcano regolarmente il confine turco». Finora si è lasciato fare? Inutile stupirsene: «Non esiste terrorismo, e nemmeno strapotere mafioso, senza una protezione diretta da parte dei vertici. Come dimostra la storia delle Br, a lungo “imprendibili” e poi liquidate, lo Stato è infinitamente più forte di qualsiasi avversario di quel genere: se gli attentati hanno successo, è solo perché qualcuno, dall’interno, ha collaborato coi terroristi».

L’ultima cosa che manca, oggi, è la manovalanza: «Non si può pensare che milioni di persone si rassegnino ad avere fame per sempre», dice ancora Carpeoro: «Questo sistema economico, radicalmente ingiusto, alla lunga non può che produrre rivoluzioni». Proprio per questo, dice ancora l’ex “sovrano gran maestro” della massoneria non-allineata di Palazzo Vitelleschi, gli elementi più lucidi della super-massoneria internazionale anglosassone hanno iniziato a opporsi all’élite oligarchica. Magaldi conferma: proprio a loro, oltre che all’opinione pubblica europea, è rivolto il terrorismo di Parigi, concepito come monito nei confronti dell’élite democratica, «in fase di riorganizzazione dopo decenni di dominio da parte dell’ala neo-aristocratica e reazionaria del massimo potere». Proprio quei poteri, chiosa Carotenuto, hanno operato ininterrottamente nella medesima direzione, la guerra, a partire dall’11 Settembre: Iraq e Afghanistan, Somalia, Yemen, poi le «finte primavere arabe» che hanno destabilizzato paesi come Egitto e Tunisia, fino alla doppia carneficina della Libia e della Siria. «Identico l’obiettivo: creare il caos, e in quel caos fra crescere la manovalanza del terrore, ieri Al-Qaeda e oggi Isis». Fausto CarotenutoMovente: «Solo in condizioni di evidente emergenza l’opinione pubblica occidentale più accettare la guerra e, entro i propri confini, decisive restrizioni della libertà che consegnano ancora più potere ai soggetti dominanti».

Per Carpeoro, dietro a tutto questo non c’è neppure una grande visione, sia pure distorta: «C’è solo brama di potere, di dominio: se il 50% dell’energia di cui ho bisogno proviene da uno di quei paesi, non posso tollerare che vi si instauri una democrazia», in grado di insediare un governo che cambi le carte in tavola e pretenda diritti. Forse, sotto questo aspetto, la strage di Parigi – che è un’esibizione minacciosa – può essere anche un segnale di debolezza: gli egemoni ricorrono alla legge della paura perché temono di perdere terreno? Per Carotenuto, non è neppure questione di geopolitica o banche: «Al-Qaeda e l’Isis sono soltanto strumenti. Il vero obiettivo è dominare la nostra mente, condizionandola in eterno per renderci inoffensivi e rassegnati». Guai a dare la caccia ai fantasmi, insiste Carpeoro: si rischia solo di credere alla fiaba dell’Uomo Nero, proprio come vorrebbero gli egemoni. «Il potere è uno schema», non una piramide: «Puoi abbattere il vertice, e il giorno dopo i peggiori leader sono sostituiti con altri, identici. Il problema siamo noi, che accettiamo un sistema senza valori, che prevede che qualcuno stia meglio se altri stanno peggio: dobbiamo svegliarci, rifiutare questo tipo di società». E’ possibile che il “risveglio” sia già partito, ai piani alti? Lo spaventoso massacro di Parigi ne sarebbe una conferma: l’élite stragista comincia ad avere paura, al punto da scatenare l’orrore in mondovisione?

Preso da: http://www.libreidee.org/2015/11/chi-pilota-lisis-ha-il-terrore-che-smettiamo-di-avere-paura/

Le reti di reclutamento del terrorismo offrono finti contratti di lavoro per attrarre i giovani disoccupati del Nord Africa.

24/10/2015 08:31

Cartoon_ISIS

Il quotidiano algerino Echorouk ha recentemente pubblicato sul proprio sito web un articolo esclusivo che porta all’attenzione una nuova tattica elaborata dalle organizzazioni terroristiche, in particolare da ISIS, per reclutare combattenti tra le folte file dei giovani disoccupati in Nord Africa.

Il quotidiano riporta che “l’apparato dell’antiterrorismo algerino ha iniziato a combattere le reti di reclutamento che mirano a convincere con l’inganno i giovani disoccupati ad unirsi alle organizzazioni terroristiche in Siria, Iraq e Yemen, utilizzando contratti di lavoro falsi”. Le fonti dello stesso quotidiano hanno riferito che “finti uomini d’affari contattano i salafiti sfruttando applicazioni come WhatsApp e Viber, tramite cui vengono inviati falsi contratti di lavoro come autista o altre posizioni in un dato paese arabo, aiutandoli ad ottenere visti e perfino biglietti aerei per poi metterli in contatto con le organizzazioni terroristiche attive nella regione”.

Riportando la testimonianza di un gruppo di giovani algerini disoccupati che hanno riferito di aver ricevuto via WhatsApp e Viber offerte di lavoro (che non hanno accettato perché resisi conto che si trattava di un inganno), il quotidiano algerino segnala che questa nuova tattica di adescamento “non prende di mira soltanto salafiti, ma anche giovani disoccupati disperati” del Nord Africa.

Da tempo l’organizzazione terroristica guidata da Abu Bakr al-Baghdadi ripone particolare interesse in quello che considera un importante bacino di reclutamento, i giovani arabi disoccupati, cui l’ISIS offre dei veri e propri stipendi per convincerli ad andare a combattere in Siria, Iraq e Libia. È evidente come questa strategia abbia gioco facile fornendo la prospettiva concreta di un salario laddove invece questa prospettiva è assente o difficilmente realizzabile (per avere un quadro complessivo del tasso di disoccupazione giovanile in Nord Africa è possibile visitare il sito del World Bank).

L’esperto algerino in movimenti islamisti Ahmed Mizab, intervistato da Echorouk, ha correttamente evidenziato che “i metodi tramite cui sono reclutati i jihadisti vengono regolarmente cambiati per sfuggire ai controlli degli apparati di sicurezza”. A questo proposito, segnaliamo che l’emittente britannica BBC ha riferito che “il 26 settembre l’ISIS ha annunciato su Twitter il lancio di un proprio canale sulla nuova app Telegram”. Questa diversificazione dei canali di propaganda e di reclutamento, adottata anche da altre organizzazioni terroristiche come Ansar al-Sharia in Libia e AQAP (Al-Qaeda nella Penisola arabica), risponde a una duplice finalità: sfuggire al monitoraggio dei social media tradizionali (Facebook e Twitter) da parte dei servizi di sicurezza internazionali ed amplificare la portata del proprio messaggio.

Per affrontare le sorprendenti capacità dimostrate dalle organizzazioni terroristiche nello sfruttare le nuove tecnologie per far presa sulle giovani generazioni e, in particolare, sulle fasce più deboli e svantaggiate della popolazione, è necessario che i paesi arabi (e non solo) adottino un approccio proattivo in grado di contrapporsi a queste organizzazioni sia sul fronte del contrasto dei contenuti jihadisti sui canali social sia su quello economico-sociale.

Preso da: http://www.cosmonitor.com/site/2015/10/24/le-reti-di-reclutamento-del-terrorismo-offrono-finti-contratti-di-lavoro-per-adescare-i-giovani-disoccupati-del-nord-africa/

BERNARD-HENRI LEVY: PURCHE’ GUERRA SIA

di Emmezeta

Il girotondo di Bernard-Henri Levy: nel 2011 con gli islamisti per fare la guerra a Gheddafi, nel 2014 con i fascisti ucraini per  attaccare la Russia, oggi contro gli islamisti ed in alleanza con Putin per arrivare fino a Mosul
 

In Italia abbiamo chi vorrebbe la riabilitazione postuma di Oriana Fallaci. E meno male che siamo in guerra contro il fascismo ed il razzismo, almeno così dicono i trombettieri della «Guerra di civiltà»! In Francia hanno ancora BHL, al secolo Bernard-Henri Levy, di professione guerrafondaio, anche se continua a spacciarsi per filosofo.

Le sue tesi campeggiano, come di sovente accade, sull’ospitale (per i falchi interventisti, specie se sionisti) Corriere della Sera. Il suo ragionamento è semplice quanto prevedibile:  «La pace a Parigi passa dalla guerra», questo il titolo del suo ennesimo proclama. Concetto originale e sofisticato, non c’è che dire, così specificato nel testo: «Come non vedere» – egli dice – «che la pace a Parigi passa per la guerra a Mosul?».

Quello di BHL è un vizietto, perché non c’è guerra imperialista che egli non abbia appoggiato. Soltanto appoggiato? Di più: sollecitato, stimolato, invocato, promosso per quanto nelle sue possibilità. Se non fosse un ricco miliardario, verrebbe da pensare ad un lavoro retribuito da chi di dovere. In ogni caso BHL ha una sua utilità. Così scrivevamo nel marzo 2014, a proposito del suo violentissimo attivismo antirusso in Ucraina:
«Se non ci fosse andrebbe inventato. Di fronte ad una qualunque crisi internazionale, qualora uno si fosse distratto per un attimo, basta guardare cosa dice e cosa fa BHL per schierarsi dalla parte giusta. Cioè quella opposta ai proclami del “nuovo filosofo” francese».

Eh già, l’Ucraina. Ecco uno spunto assai interessante, ma certamente non l’unico, per capire ruolo e funzione del signor BHL.

Egli è da decenni in servizio permanente effettivo sul fronte imperialista, ma è sufficiente limitarsi agli ultimi 4 anni per osservare il suo curioso ed istruttivo girotondo. Nel 2011 egli stava con gli integralisti islamici contro Gheddafi. Ma guarda un po’. L’importante era che si facesse guerra alla Libia. Nel 2014, come abbiamo già visto, gli sarebbe tanto piaciuto un bell’attacco alla Russia dell’«Orso Putin». Oggi quell’«Orso» se lo ritrova come alleato – buffo il mondo! – e per giunta contro i parenti stretti di quegli insorti della Cirenaica così utili 4 anni fa per invocare le bombe su Tripoli. Una coerenza che non fa una piega…

Ma in realtà, al di là degli aspetti palesemente patologici del soggetto, una coerenza c’è. Così la descrivevamo nell’articolo già citato:
«Chi è il nemico per costui? Il nemico di BHL è tutto ciò che sfugge, per una ragione o per l’altra, alla mera omologazione con i presunti valori dell’occidente. Il nemico è l’Islam, ma anche (vedi Gheddafi) il dittatore di turno finito nel mirino dell’imperialismo. Ma nemici sono gli Stati che perseguono una loro, magari parzialissima, autonomia dai meccanismi della globalizzazione capitalistica. E, in ultima istanza, nemiche sono tutte quelle forze che in qualche modo possono competere con il “regno del bene” di BHL: gli Stati Uniti, che egli vorrebbe sempre accompagnati, con servizievole accondiscendenza, dalla “sua” Francia».

Questa descrizione calza a pennello anche adesso, ma ha bisogno di un aggiornamento. Oggi, il signor BHL non può non biasimare una certa riluttanza di Obama nel mettersi a rimorchio della Francia. Insomma, l’America resta il suo modello di società, ma il presidente non è all’altezza delle sue aspettative. Intendiamoci, l’aviazione americana bombarda da tempo le postazioni dell’Isis in Siria come in Iraq, ma a BHL questo non basta ancora.

E questo è il motivo per cui ci occupiamo di lui. Perché la sua foga bellicista non è fine a se stessa, visto che va in parallelo all’iniziativa del pur goffo inquilino dell’Eliseo. Hollande incontra oggi Cameron, domani va da Obama, mercoledì gli farà visita la Merkel, mentre giovedì chiuderà in bellezza recandosi al Cremlino da Putin.  Scopo di tutto questo girovagare? La guerra. Da portare a fondo, nelle sue intenzioni con una «grande coalizione». Una guerra che non potrà essere soltanto aerea. Ecco cosa ha detto al Journal du Dimanche il ministro della difesa francese Jean-Yves Le Drian: «La vittoria passa obbligatoriamente per una presenza sul terreno».

Bella scoperta. Ma chi va sul terreno? Il ministro indica per ora i curdi (che già ci stanno) ed i sempre più evanescenti «ribelli siriani non jihadisti». Quelli che l’occidente ha foraggiato, ma i cui militanti sono in genere passati armi e bagagli con le formazioni jihadiste (non solo Isis, ma anche al-Nusra), mentre i loro capi se la spassavano in qualche albergo a cinque stelle in attesa di prendere il potere a Damasco…

Ovviamente Le Drian non cita né Hezbollah, né gli iraniani, né i resti dell’esercito siriano, né le milizie ad esso collegate. Eppure è questo insieme di forze quello che conta maggiormente sul terreno. Questa reticenza non è molto diversa da quella di Obama, che non può permettersi di mollare Arabia Saudita e Turchia, e deve dunque barcamenarsi tra esigenze difficilmente componibili.

Naturalmente BHL non ha di questi problemi. A lui basta dire «guerra». E difatti non scende nei dettagli, anche perché in quel caso ci dovrebbe parlare della compagnia di colui che meno di due anni fa definiva «Orso». E questo gli secca un po’. Non dice quindi chi dovrebbe comporre la coalizione. Dice solo che l’offensiva dovrà arrivare a Mosul.

Interessante è anche il suo schema di ragionamento, che è vecchio di almeno un quarto di secolo, ma appunto per questo ci svela quanto sia forte il solito trucco dell’imperialismo e della sua ala più aggressiva.

In primo luogo BHL definisce il nemico come «Stato nazista». Un nemico dunque che va semplicemente raso al suolo. Ma perché questo annientamento non è ancora avvenuto? Perché – egli dice – vi si oppongono «tre forze di diversa intensità».

E quali sarebbero queste 3 forze? E’ presto detto: un atteggiamento stile «Monaco 1938», l’esagerazione delle forze del Califfato, ed infine un presidente USA preda della «sindrome di Oslo».

Gli ingredienti della «grande narrazione» bellicista ci sono tutti. Di fronte abbiamo un nuovo Hitler, che per ora non è stato fermato a causa di un atteggiamento capitolardo (tipo Monaco 1938, per l’appunto) dell’occidente. Atteggiamento che BHL vuole superare, anche perché il nemico è semplicemente una «tigre di carta», che però potrebbe diventare pericolosissima se non sarà fermata per tempo. Dunque l’urgenza, alla quale si oppone (anche se solo parzialmente) la politica di Obama. Il quale si muoverebbe con cautela a causa di quel premio Nobel per la pace consegnatogli ad Oslo ormai molti anni fa.

Qui l’argomentazione di questo filosofo dei nostri stivali si fa davvero comica. Per BHL, Obama «sembra domandarsi ogni mattina, quando si fa la barba, come dovrebbe agire un vero premio Nobel per la pace». Insomma, il presidente americano sarebbe vittima e prigioniero di quel premio, come se fosse costretto ad una sorta di «pacifismo» sconveniente assai rispetto al ruolo che ricopre.

BHL finge di non sapere come stanno le cose. Obama pacifista? Non scherziamo per favore. Già le vittime quotidiane dei suoi droni parlano in abbondanza. E BHL sa benissimo che gli USA bombardano l’Isis, sa che le squadre speciali americane sono in azione da tempo, che c’è un accordo abbastanza ampio con lo stesso Putin. Ma sa anche che la relativa cautela della Casa Bianca non dipende da dubbi morali, bensì da un calcolo su quelli che sono gli interessi in gioco.

Ma questo BHL, colui che vorrebbe «moralizzare» non l’Isis, ma l’intero mondo islamico a suon di bombe, non lo può dire. Sarebbe come riconoscere la prevalenza degli interessi delle grandi potenze anche nel tremendo conflitto in corso in Medio Oriente. Egli vorrebbe invece ammantare di nobili ideali le bombe imperialiste che cadono, e che cadranno ancor di più su Siria ed Iraq.

Questo vecchio trucco riuscirà ancora una volta? Questo ce lo diranno i fatti. Intanto orientiamoci come si deve: a 180 gradi esatti dalla linea tracciata da BHL, contro i bombardamenti su Siria ed Iraq, contro l’ennesima guerra imperialista, contro ogni propaganda islamofoba.

E ricordiamoci che chi vorrà battersi sul serio contro la guerra dovrà dire no allo schemino alla BHL, in primo luogo al giochetto sporco della nazificazione preventiva di ogni vittima destinata ad essere rasa al suolo.