Il sostegno occidentale ai ribelli in Libia è stato un appoggio diretto e deliberato ad al Qaeda

10 marzo 2016

Si parla molto della Libia in questi giorni ma ancora oggi non vengono chiarite le motivazioni che nel 2011 hanno condotto all’intervento Nato in Libia. Cosa è accaduto, perché ci troviamo oggi in questa situazione di caos nel paese nord-africano?… Balbettando i leader occidentali dicono che bisogna completare la democrazia in Libia , che l’intervento armato dell’occidente fu ‘un errore’, ma non un errore in sè: fu un errore ‘non aver accompagnato i libici nel ‘periodo di transizione’, di averli lasciati soli’.
Vedremo di seguito che questo non sarebbe stato comunque possibile, giacchè il consiglio Nazionale di Transizione libico era formato da membri di al Qaeda ed affiliati e l’occidente ne era perfettamente a conoscenza perchè li aveva scelti.
Già da all’ora lo dicevamo a seguito di numerose eclatanti evidenze che venivano colpevolmente sottaciute dai media mainstream di intattenimento.
Già da allora lo diceva uno studio condotto di J.FELTER e B. Fishman,  due analisti dell’Accademia Militare di West Point. Lo studio si chiama Al Aa’ida Foreign Fighter in Iraq. A first Look at the Sinjar Record (Harmony Project, Combating Terrorism Center, Department of Social Science, US Academy, West Point, NY, December 2007)
Ve ne proponiamo alcuni contenuti da una sintesi scritta sempre nel 2011 dal giornalista investigativo G.Tarpley che riprendende lo studio di West Point.
Vietato Parlare – Patrizio Ricci

 

The CIA’s Libya Rebels: The Same Terrorists who Killed US, NATO Troops in Iraq

Webster G. Tarpley, Ph.D. TARPLEY.net 24 Marzo 2011
Washington DC, 24 marzo 2011 –
L’attacco militare in corso in Libia è stato motivato dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1973 con l’esigenza di proteggere i civili. Le dichiarazioni del presidente Obama, del primo ministro britannico Cameron, del presidente francese Sarkozy, e di altri leader hanno sottolineato la natura umanitaria dell’intervento, che si dice mirare a prevenire un massacro delle forze pro-democrazia e difensori dei diritti umani da parte del regime di Gheddafi.
Ma allo stesso tempo, molti commentatori hanno espresso l’ansia a causa del mistero che circonda il governo di transizione anti-Gheddafi che è emerso a inizio marzo, nella città di Bengasi, che si trova nel quartiere Cirenaica del nord-est della Libia.
Questo governo è già stato riconosciuto dalla Francia e Portogallo come unico rappresentante legittimo del popolo libico. Il consiglio dei ribelli sembra essere composto da poco più di 30 delegati, molti dei quali sono avvolti nell’oscurità. Inoltre, i nomi di più di una dozzina di membri del consiglio dei ribelli sono stati tenuti segreti, presumibilmente per proteggerli dalla vendetta di Gheddafi. Ma ci possono essere altre ragioni per l’anonimato di queste figure.
Nonostante molta incertezza, le Nazioni Unite e suoi numerosi paesi – chiave nella NATO, tra cui gli Stati Uniti, si sono precipitati in avanti per assistere le forze armate di questo regime ribelle con attacchi aerei, che ha portato alla perdita di uno o due aerei della coalizione e la prospettiva di pesanti perdite a venire, soprattutto se ci sarà una invasione. E ‘giunto il momento che il pubblico americano ed europeo impari qualcosa in più su questi ribelli che dovrebbero rappresentare un’alternativa democratica e umanitaria a Gheddafi.

I ribelli sono chiaramente non i civili, ma una forza armata. Che tipo di forza armata?

Dal momento che molti dei capi dei ribelli sono così difficili da identificare da lontano, e da un profilo sociologico dei ribelli non può essere fatto nel bel mezzo di una guerra, forse i metodi tipici della storia sociale ci possono essere d’ aiuto. C’è un modo per noi di ottenere utili informazioni più in precise nel clima di opinione prevalente in queste città libiche nord-orientali come Bengasi, Tobruk e Derna, i principali centri abitati dala ribellione?
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Scarica West Point Studio (pdf)
Si scopre che queste informazioni ci sono, sono presentate nella forma di uno studio di West Point del dicembre 2007 che esamina a fondo i combattenti guerriglieri stranieri jihadisti – o mujahedin, tra cui gli attentatori suicidi – che attraversavano il confine siriano in Iraq durante il lasso di tempo tra 2006 ed il 2007, con l’appoggio dell’organizzazione terroristica internazionale al Qaeda.
Questo studio si basa su sull’esame di circa 600 fascicoli di personale appartenente ad  Al Qaeda, catturato dalle forze statunitensi nell’autunno del 2007, e analizzati a West Point utilizzando una metodologia di cui parleremo dopo aver presentato i principali risultati.
Lo studio risultante (1) ci permette di fare importanti scoperte circa la mentalità , le credenze e la struttura sociale della popolazione libica nord-orientale che è la base per l’organizzazione della ribellione, permettendo importanti conclusioni circa la natura politica della rivolta anti-Gheddafi in queste aree.

Derna, est Libia: Capitale Mondiale dei jihadisti

Il risultato più sorprendente che emerge dallo studio West Point è che il corridoio che va da Bengasi a Tobruk, passando per la città di Derna (traslitterato anche come Derna) rappresenta una delle più grandi concentrazioni di terroristi jihadisti che si possano trovare al mondo, e in gran misura può essere considerata come la principale fonte di kamikaze per qualsiasi punto del pianeta. Un combattente terrorista ogni 1.000 a 1.500 persone della popolazione di Derna, è stato mandato in Iraq per uccidere gli americani con attacchi suicidi, questa misura supera di molto il concorrente più vicino, che è Riyad, Arabia Saudita.
libyaSecondo gli analisti Joseph Felter e Brian Fishman di West Point, l’Arabia Saudita è al primo per  quanto riguarda il numero assoluto di jihadisti inviati per combattere gli Stati Uniti e gli altri membri della coalizione in Iraq (durante il periodo di tempo in questione).
La Libia, un paese meno di un quarto come popoloso, è al secondo posto. L’Arabia Saudita ha inviato 41% dei combattenti. Secondo Felter e Fishman, “la Libia è stato il successivo paese di origine più comune tra i terroristi, con il 18,8% (112) dei combattenti catturati per quando riguarda la propria nazionalità ha affermato di essere libici.” Altri paesi molto più grandi erano molto meno rappresentati ed indietro nella classifica: “Siria, Yemen, e Algeria sono stati i paesi di origine più comuni dei jadisti con 8,2% (49), 8,1% (48), e del 7,2% (43), rispettivamente. Marocchini hanno rappresentato il 6,1% (36) del totale seguiti dai giordani 1,9% (11). ” (2)
Ciò significa che quasi un quinto dei combattenti stranieri che sono entrati in Iraq attraverso il confine siriano è venuto dalla Libia, un paese di poco più di 6 milioni di persone.
La maggiore percentuale era costituita da libici interessati a combattere in Iraq rispetto a qualsiasi altro paese che che fornisce mujahedin. Felter e Fishman sottolineano: “Quasi il 19 per cento dei combattenti nei registri Sinjar è venuto dalla sola Libia.
Inoltre, la Libia ha contribuito molto più di combattenti pro capite di qualsiasi altra nazionalità (fascicoli Sjniar), tra cui l’Arabia Saudita. “(Vedi il grafico dal rapporto di West Point, pagina 9) (3)
Ma dal momento che i fascicoli del personale di Al Qaeda contengono la residenza o il paese natale dei combattenti stranieri in questione, possiamo determinare WestPointStudy-p9che il desiderio di recarsi in Iraq per uccidere gli americani non è distribuita uniformemente in tutta la Libia, ma è stato molto concentrato proprio in quelle zone intorno Bengasi, che sono oggi gli epicentri della rivolta contro il colonnello Gheddafi, che gli Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, e altri stanno così avidamente sostenendo.
Così Daya Gamage dell’ Asia Tribune ha commentato in un recente articolo sullo studio di West Point, “… in modo allarmante per i politici occidentali, la maggior parte dei combattenti è venuto dalla Libia orientale, il centro della rivolta in corso contro Muammar el-Gheddafi.
La città libica orientale di Derna ha inviato più combattenti in Iraq rispetto a qualsiasi altra città o paese unico, secondo il rapporto di West Point. Ha rilevato che 52 militanti sono venuti in Iraq da Derna, una città di appena 80.000 persone (la seconda più grande fonte di combattenti era Riyadh, in Arabia Saudita, che ha una popolazione di oltre 4 milioni).
Bengasi, la capitale del governo provvisorio della Libia dichiarata dai ribelli anti-Gheddafi, ha inviato in 21 combattenti, di nuovo un numero del tutto sproporzionato. ” (4) La sconosciuta Darnah ha battuto la metropolitana  Riyadh di 52 combattenti a 51. La roccaforte di Gheddafi di Tripoli, al contrario, si mostra a malapena nelle statistiche. (Vedi la tabella dalla relazione di West Point, pagina 12)
Come si spiega questa straordinaria concentrazione di combattenti anti-americani a Bengasi e Derna? La risposta sembra legato alle scuole di estremismo politico-religioso fiorite in queste aree. Come la relazione di West Point fa notare: “Sia Derna e Bengasi sono state a lungo associate con la militanza islamica in Libia.”
Queste aree sono in conflitto teologico e tribale con il governo centrale del colonnello Gheddafi, oltre ad essere politicamente opposte a lui. Che un conflitto teologico del genere merita la morte di soldati americani ed europei è una questione che ha urgente bisogno di essere risolta.
Felter e Fishman osservazione che “La stragrande maggioranza dei combattenti libici che comprendeva la loro città natale nel fascicolo Sinjar risiedeva nel nord-est del paese, in particolare le città costiere di Derna 60,2% (52) e Bengasi 23,9% (21). Sia Derna e Bengasi sono stati a lungo associati con la militanza islamica in Libia, in particolare per una rivolta da parte di organizzazioni islamiste a metà degli anni 1990. Il governo libico ha accusato che la rivolta è stata causata da ‘infiltrati provenienti dal Sudan e l’Egitto’ e da un gruppo di combattenti  libici del Gruppo (Jama-ah al-libiyah al-muqatilah) –che ha veterani afghani nei suoi ranghi. Le rivolte libiche sono diventate straordinariamente violenta. ” (5)

Northeastern Libia: Massima densità dei kamikaze

Un’altra caratteristica notevole del contributo libico per la guerra contro le forze Usa in Iraq è la spiccata propensione dei libici nord-est di scegliere il ruolo di attentatore suicida come metodo preferito di lotta.
Come afferma lo studio West Point, “dei 112 libici nelle registrazioni, il 54,4% (61) lo ha elencato come il proprio ‘lavoro’. Completamente 85,2% (51) di questi combattenti libici erano elencati come “kamikaze”: era il loro compito in Iraq “. (6)
Ciò significa che i libici nordorientali erano molto più inclini a scegliere il ruolo del kamikaze di quelli provenienti da qualsiasi altro paese:”i  combattenti libici erano molto più probabili come attentatori suicidi che quelli altre nazionalità per essere incluso (85% per i libici, 56% per tutti gli altri). “ 7
Il gruppo anti-Gheddafi  ‘ Libyan Islamic Fighting’ (LIFG) si fonde con al Qaeda nel 2007
La base istituzionale specifica per il reclutamento di guerriglieri nel nord-est della Libia è associata ad una organizzazione che in precedenza si chiamava il Gruppo combattente islamico libico (LIFG). Nel corso del 2007, il LIFG si è dichiarato un’affiliato ufficiale di al Qaeda, in seguito ha ssunto  il nome di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM).
Come risultato di questa fusione del 2007, un aumento del numero di guerriglieri è arrivato in Iraq dalla Libia. Secondo Felter e Fishman, “L’aumento vistoso di reclute libiche in viaggio verso l’Iraq può essere collegato al  rapporto sempre più cooperativo dell’ LIFG con al-Qaeda, che culminò nell’ufficiale adesione del Gruppo combattente islamico libico (LIFG) con al-Qaeda il 3 novembre 2007.. ” (8)Questa fusione è confermata da altre fonti: un comunicato del 2008 attribuito a Ayman al-Zawahiri ha affermato che il Gruppo combattente islamico libico è unito al Qaeda ( al Jazeera ).

 Il ruolo chiave di Bengasi, Derna a al Qaeda nell’Emirato terrorista.

Lo studio West Point rende chiaro che i principali baluardi del LIFG e del tardo AQIM sono state le città gemelle di Bengasi e Derna. Questo è documentato in una dichiarazione da Abu Layth al-Libi, il sedicente “emiro” del LIFG, che in seguito divenne un alto funzionario di al Qaeda. Al momento della fusione del 2007, “Abu Layth al-Libi, Emiro del LIFG, ha rinforzato l’importanza di Bengasi e Derna agli occhi dei  jihadisti libici con il suo annuncio che LIFG si è unito con al-Qaeda, dicendo:

‘E’ con la grazia di Dio che abbiamo sollevato la bandiera della jihad contro questo regime apostata sotto la guida del Gruppo combattente islamico libico, che ha sacrificato l’elite dei suoi figli e dei comandanti nella lotta contro questo regime il cui sangue è stato versato sulle montagne di Derna, per le strade di Bengasi, la periferia di Tripoli, il deserto di Sabha, e la sabbia del mare ‘ ” (9).

Questa fusione avvenuta nel 2007 ha fatto sì che le reclute libiche di Al Qaeda sono diventate una parte sempre più importante dell’attività di questa organizzazione nel suo complesso, spostando in una certa misura  il centro di gravità lontano dai sauditi e gli egiziani che è stato in precedenza più cospicuo. Come Felter e Fishman hanno commentato, le “fazioni libiche (in primo luogo il Gruppo combattente islamico libico) sono sempre più importanti  dentro al-Qaeda. I ‘Sinjar Records’ offrono qualche evidenza che la presenza libica è cominciata ad aumentare in Iraq più sensibilmente  a partire da maggio 2007. La maggior parte delle reclute libiche provenivano da città a nord-est della Libia, una zona nota da tempo per la militanza ‘jihadista-linked’. ” 11
Lo studio West Point dicembre del 2007 conclude formulando alcune opzioni politiche per il governo degli Stati Uniti. Un approccio, gli autori suggeriscono, sarebbe per gli Stati membri di cooperare con i governi arabi esistenti contro i terroristi.
Come scrivono Felter e Fishman,

“I governi di Siria e Libia condividono le preoccupazioni degli Stati Uniti ‘circa la violenta ideologia salafita-jihadista e la violenza perpetrata dai suoi aderenti. Questi governi, come altri in Medio Oriente, hanno paura della violenza all’interno dei propri confini e preferiscono che gli elementi più radicali vadano in Iraq, piuttosto che causino disordini in Libia. Gli sforzi degli Stati Uniti e della Coalizione per arginare il flusso di combattenti in Iraq  sarà rafforzata se si rivolgono contro l’intera catena logistica in grado di supportare il movimento di questi individui-inizio nei loro paesi d’origine – e non solo contro i punti di ingresso siriani. Per arginare il flusso dei combattenti in Iraq, gli Stati Uniti dovrebbero aumentare la cooperazione con i governi dei paesi di partenza affrontando le loro preoccupazioni per la violenza jihadista domestica. ” 12

Dato il corso degli eventi successivi, possiamo concludere con certezza che questa opzione non era quella selezionata, né negli anni di chiusura  dell’amministrazione Bush né durante la prima metà dell’ amministrazione Obama.
Lo studio West Point offre anche un altra, prospettiva più sinistra. Felter e Fishman suggeriscono che potrebbe essere possibile utilizzare gli ex componenti LIFG di Al Qaeda contro il governo del colonnello Gheddafi in Libia, in sostanza la creazione di un’alleanza de facto tra gli Stati Uniti e un segmento dell’organizzazione terroristica.
Il rapporto fa notare: “l’unificazione Islamica del Gruppo combattente libico con al-Qaeda e la sua apparente decisione di dare priorità nel fornire supporto logistico per lo Stato Islamico dell’Iraq è probabile anche se  controverso all’interno dell’organizzazione.
E ‘probabile che alcune fazioni LIFG ancora vogliano dare priorità alla lotta contro il regime libico, piuttosto che alla lotta in Iraq. Potrebbe essere possibile aggravare scismi all’interno LIFG, e tra i leader del LIFG e la tradizionale alimentazione dalla base egiziana e saudita di al-Qaeda “. 13 Ciò suggerisce la politica degli Stati Uniti che vediamo oggi, quella di allearsi con le forze fanatiche oscurantiste e reazionarie di al Qaeda in Libia contro il nasseriano modernizzatore Gheddafi.

Armare i ribelli: l’esperienza dell’Afghanistan

Guardando indietro alla tragica esperienza degli sforzi degli Stati Uniti per incitare la popolazione dell’Afghanistan contro l’occupazione sovietica negli anni dopo il 1979, dovrebbe essere chiaro che la politica della Casa Bianca di Reagan di armare i mujaheddin afghani con missili Stinger e altre armi moderne, torni per essere altamente distruttiva per gli Stati Uniti. Come il segretario alla Difesa Robert Gates corrente si è avvicinato ad ammettere nelle sue memorie, Al Qaeda è stato creato in quegli anni dagli Stati Uniti come una forma di Legione Araba contro la presenza sovietica, con risultati a lungo termine che sono stati fortemente lamentati.
Oggi, è chiaro che gli Stati Uniti stanno fornendo armi moderne per i ribelli libici attraverso l’Arabia Saudita e attraverso il confine egiziano con l’assistenza attiva dell’esercito egizianano e della Giunta militare pro-USA egiziana appena installata. 14Questa è una diretta violazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 1973, che prevede un embargo completo sulle armi alla Libia. Il presupposto è che queste armi saranno usate contro Gheddafi nelle prossime settimane. Ma, data la natura violentemente anti-americana della popolazione del nord-est della Libia, che ora viene armata, non vi è alcuna certezza che queste armi non saranno presto attivate ​​nei confronti di coloro che le hanno fornite.
Un problema più ampio è rappresentato dal comportamento del futuro governo libico dominato dal consiglio dei ribelli corrente con la sua attuale grande maggioranza di islamisti del nord-est, o di un governo simile di un futuro stato Cirenaico. Nella misura in cui tali regimi avranno accesso ai proventi del petrolio, porranno  evidenti problemi di sicurezza internazionale. Gamage si chiede: “Se la ribellione riesce a rovesciare il regime di Gheddafi si avrà accesso diretto alle decine di miliardi di dollari che Gheddafi si crede abbia depositato in conti all’estero durante il suo governo di 4 decenni”. 15 Data la mentalità libica dell’est , possiamo immaginare come tali soldi potrebbero essere utilizzati.

Chi è al Qaeda e perché la CIA l’ha usata

Al Qaeda non è un’organizzazione centralizzata, ma piuttosto un insieme di fanatici, psicopatici, disadattati, doppi agenti, provocatori, mercenari, e altri elementi. Come notato, Al Qaeda è stata fondata dagli Stati Uniti e dagli inglesi durante la lotta contro i sovietici in Afghanistan. Molti dei suoi leader, come il secondo in comando di fama mondiale Ayman Zawahiri e l’astro nascente corrente Anwar Awlaki, sono evidentemente doppi agenti del MI-6 e / o della CIA.
La struttura di Al Qaeda si basa sulla convinzione che tutti i governi arabi e musulmani esistenti sono illegittimi e devono essere distrutti, perché non rappresentano il califfato, che Al Qaeda afferma, è descritto dal Corano. Ciò significa che l’ideologia di Al Qaeda offre un modo pronto e facile per le agenzie di intelligence segrete anglo-americane per attaccare e destabilizzare i governi arabo e musulmani esistenti come parte della necessità incessante di imperialismo e di colonialismo teso a saccheggiare e attaccare le nazioni in via di sviluppo. Questo è esattamente ciò che sta facendo in Libia oggi.
Al Qaeda è emerso dal contesto culturale e politico della Fratellanza musulmana o Ikhwan , essa stessa una creazione dei servizi segreti britannici in Egitto alla fine del 1920. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna ha usato Fratelli Musulmani egiziani per opporsi alle politiche anti-imperialiste del presidente egiziano Nasser, che ha conseguito immensi vantaggi per il suo paese con la nazionalizzazione del Canale di Suez e la costruzione della diga di Assuan, senza le quali il moderno Egitto sarebbe semplicemente impensabile . La Fratellanza Musulmana ha fornito una quinta colonna attiva e capace di mobilitare agenti stranieri contro Nasser, nello stesso modo che il sito ufficiale di Al Qaeda nel Maghreb islamico è strombazza il suo sostegno alla ribellione contro il colonnello Gheddafi.
Ho discusso la natura di Al Qaeda ad una certa lunghezza nel mio recente libro dal titolo ‘9/11 sintetic terrorism: Made in USA’ , ma  l’analisi non può essere ripetuta qui. E ‘sufficiente dire che non abbiamo bisogno di credere in tutto il fantastico della mitologia, che il governo degli Stati Uniti ha tessuto intorno al nome di Al Qaeda al fine di riconoscere il fatto fondamentale che i militanti o capri espiatori che spontaneamente si uniscono al Qaeda sono spesso sinceramente motivati da un profondo odio per gli Stati Uniti e un ardente desiderio di uccidere gli americani, così come gli europei.
La politica dell’amministrazione Bush ha usato la presunta presenza di Al Qaeda come pretesto per attacchi militari diretti in Afghanistan e in Iraq. L’amministrazione Obama ora sta facendo qualcosa di diverso, intervenendo sul lato di una ribellione in cui Al Qaeda e dei suoi co-pensatori sono molto rappresentati mentre attacca il governo autoritario secolare del colonnello Gheddafi. Entrambe queste politiche sono in bancarotta e devono essere abbandonate.

I leader ribelli Jalil e Younis, più la maggior parte dei ribelli sono membri di al Qaeda o legati alla tribù Harabi.

Il risultato della presente indagine è che la filiale libica di Al Qaeda rappresenta un continuum con il Gruppo combattente islamico libico centrato in Derna e Bengasi. La base etnica del gruppo combattente islamico libico è apparentemente da trovare nel campo anti-Gheddafi della tribù Harabi, la tribù che costituisce la stragrande maggioranza del Consiglio dei ribelli tra cui i due leader ribelli dominanti, Abdul Fatah Younis e Mustafa Abdul Jalil.
L’evidenza suggerisce in tal modo che il Gruppo combattente islamico libico, l’elite della tribù Harabi, e il consiglio dei ribelli supportato da Obama tutto si sovrappongono a tutti gli effetti. Come alla fine del Ministro degli Esteri della Guyana Fred Wills, un vero combattente contro l’imperialismo e il neocolonialismo, mi ha insegnato molti anni fa, le formazioni politiche nei paesi in via di sviluppo (e non solo lì) sono spesso una maschera per le rivalità etniche e religiose; così è in Libia. La ribellione contro Gheddafi è una miscela tossica composta da odio fanatico contro Gheddafi, l’islamismo, il tribalismo, e il localismo. Da questo punto di vista, Obama ha stupidamente scelto di schierarsi in una guerra tribale.
Quando Hillary Clinton è andata a Parigi per essere introdotta ai ribelli libici dal presidente francese Sarkozy, ha incontrato il leader dell’opposizione libica appoggiato dagli USA, Mahmoud Jibril, già noto ai lettori di Wikileaks. 16
Mentre Jibril potrebbe essere considerato presentabile a Parigi, i veri capi dell’insurrezione libica sembrano essere Jalil e Younis, entrambi ex ministri sotto Gheddafi. Jalil sembra essere il primus inter pares , almeno per il momento: “Mustafa Abdul Jalil o Abdul-Jalil (arabo: مصطفى عبد الجليل, anche trascritto Abdul-Jelil, Abd-al-Jalil, Abdel-Jalil o Abdeljalil, e spesso ma erroneamente come Abud al Jeleil) (nato nel 1952) è un politico libico. E ‘stato il ministro della Giustizia (non ufficialmente, il Segretario del Comitato generale del popolo) sotto il colonnello Muammar al-Gheddafi …. Abdul Jalil è stato identificato come il presidente del Consiglio nazionale di transizione con sede a Bengasi … anche se questa posizione è contestata da altri in rivolta a causa delle sue connessioni passate con il regime di Gheddafi. ” 17
Per quanto riguarda Younis, è stato strettamente associato con Gheddafi da quando la 1968-9 ha preso del potere: “Abdul Fatah Younis (in arabo: عبد الفتاح يونس) è un alto ufficiale militare in Libia. Ha tenuto il grado di generale e la carica di ministro degli Interni, ma si dimise data 22 febbraio 2011 …. ” 18
Quello che dovrebbe interessare di più a noi è che sia Jalil e Younis provengono dalla tribù Haribi, quella dominante nel nord-est della Libia, e quella tribù che si sovrappone con al Qaeda. Secondo Stratfor, la “… Harabi tribù è una potente tribù storicamente ‘ombrello’ (di al Qaeda ndr) situata nella parte orientale della Libia che ha visto il suo declino sotto l’influenza del colonnello Gheddafi.
Il leader libico ha confiscato distese di terreni dei soci tribali e ridistribuito a tribù più deboli e più fedeli …. Molti dei leader che stanno emergendo nella parte orientale della Libia dalla tribù Harabi, tra cui il capo del governo provvisorio istituito a Bengasi, Abdel Mustafa Jalil, e Abdel Fatah Younis, che hanno assunto un ruolo fondamentale di leadership sui militari , hanno disertato i ranghi nelle prime fasi del rivolta. ” 19 Questo è come un biglietto presidenziale in cui entrambi i candidati sono dello stesso stato, tranne che le feroci rivalità tribali della Libia rendono il problema infinitamente peggiore di come si rappresenta.

Il Consiglio dei Ribelli: La metà dei nomi sono tenuti segreti; Perché?

Questa immagine di una base tribale , settaria e strettamente regionale, non migliora quando si guarda al consiglio dei ribelli nel suo complesso. Secondo una versione recente, il consiglio dei ribelli è “presieduto dall’ex ministro della giustizia libico, Mustafa Abdul Jalil, [e] si compone di 31 membri, apparentemente rappresentanti provenienti da tutta la Libia, molti dei quali non possono essere nominati per” motivi di sicurezza”…. “Gli attori chiave del Consiglio, almeno quelli che conosciamo apartengono tutti alla confederazione nord-orientale delle tribù Harabi. Queste tribù hanno forti affiliazioni con Bengasi che risalgono a prima della rivoluzione del 1969 che hanno portato Gheddafi al potere “. 20
Altre considerazioni sul resto dei rappresentanti:” Il Consiglio ha 31 membri; l’ identità dei diversi membri, non è stata resa pubblica per proteggere la propria sicurezza. ” 21 Dato ciò che sappiamo circa la straordinaria densità di LIFG e tutti i fanatici di Qaeda nel nord-est della Libia, siamo autorizzati ad interrogarci  se così tanti membri del consiglio vengono tenuti segreti al fine di proteggerli da Gheddafi, o se l’obiettivo è quello di impedire loro di essere riconosciuto in Occidente come terroristi di al Qaeda o simpatizzanti. Quest’ultima ipotesi sembra essere la sintesi più precisa del reale stato delle cose.
I nomi rilasciati finora includono: Mustafa Abduljaleel; Ashour Hamed Bourashed della città di Darna; Othman Suleiman El-Megyrahi dell’area Batnan; Al Butnan del confine Egitto e Tobruk; Ahmed Al-Abduraba Abaar della città di Bengasi; Fathi Mohamed Baja della città di Bengasi; Abdelhafed Abdelkader Ghoga della città di Bengasi; Mr. Omar al-Hariri per gli affari militari; e il dottor Mahmoud Jibril, Ibrahim El-Werfali e il dottor Ali Aziz Al-Eisawi per gli affari esteri.22
Il Dipartimento di Stato ha bisogno di domandarsi su questi dati, a partire magari da Ashour Hamed Bourashed, il delegato terrorista della roccaforte di Derna.

Riferimenti:
1 Joseph Felter e Brian Fishman, “Fighter Esteri di Al Qaeda in Iraq: un primo sguardo i record Sinjar,” (West Point, NY: Progetto Armonia, Combating Terrorism Center, Dipartimento di Scienze Sociali, US Military Academy, Dicembre 2007 ). Citato come West Point Studio.
2 Joseph Felter e Brian Fishman, “Fighter Esteri di Al Qaeda in Iraq: un primo sguardo i record Sinjar,” (West Point, NY: Progetto Armonia, Combating Terrorism Center, Dipartimento di Scienze Sociali, US Military Academy, Dicembre 2007 ). Citato come West Point Studio.
3 West Point Studio, pp. 8-9.
4 Daya Gamage, “ribellione libica ha radicale fervore islamista: Bengasi link alla militanza islamica, Documento militare ci rivela,” Asian Tribune , il 17 marzo 2011, at http://www.asiantribune.com/news/2011/03/17/libyan-rebellion-has-radical-islamist-fervor-benghazi-link-islamic-militancyus-milit
5 West Point Studio, p. 12.
6 West Point Studio, p. 19.
7 West Point Studio, p. 27.
8 West Point Studio, p. 9.
9 http://english.aljazeera.net/news/africa/2008/04/200861502740131239.html ; http://www.adnkronos.com/AKI/English/Security/?id=1.0.2055009989 ;
10 West Point Studio, p. 12.
11 West Point Studio, p. 27.
12 West Point Studio, p. 29.
13 West Point Studio, p. 28.
14 Vedere “Egitto disse braccio Ribelli Libia, Wall Street Journal , il 17 marzo 2011, a http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704360404576206992835270906.html ; si veda anche Robert Fisk, “piano segreto americano per armare i ribelli libici,” Independent , Mach 7, 2011,
15 Cramer.
16 http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-12741414
17 http://en.wikipedia.org/wiki/Mustafa_Abdul_Jalil
18 http://en.wikipedia.org/wiki/Mustafa_Abdul_Jalil
19 Stratfor, “della Libia Tribal Dyanmics, 25 febbraio 2011, disponibile all’indirizzo http://redstomp.org/forums/showthread.php?1109-Libya-s-Tribal-Dyanmics
20 Venetia Rainey: “Chi sono i ribelli che si battono per la protezione,” The First Post , http://www.thefirstpost.co.uk/76660,news-comment,news-politics,who-are-the-rebels-we-are-fighting-to-protect#ixzz1HMRIrUP9
21 http://en.wikipedia.org/wiki/National_Transitional_Council
22 Dichiarazione del “Transizione Consiglio Nazionale,” Bengasi, il 5 marzo 2011 alle http://www.libyanmission-un.org/tnc.pdf ; http://en.wikipedia.org/wiki/National_Transitional_Council

Preso da: http://www.vietatoparlare.it/il-sostegno-occidentale-ai-ribelli-in-libia-e-stato-un-appoggio-diretto-e-deliberato-ad-al-qaeda/

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Libia: Vera storia della jihadista Hillary Clinton, mezzana del caos.

9 marzo 2016

Da qualche settimana il Washington Post e il New York Times stanno conducendo con grandi mezzi una sottile operazione: scagionare Hillary Clinton, allora segretaria di Stato, di quel che ha fatto in Libia. Hillary è la candidata preferita dell’Establishment, specie ora che si deve assolutamente evitare che alla Casa Bianca vada Trump.   Se le cose sono andate così male e la Libia è oggi uno stato fallito, è colpa di una serie di fortuite e sfortunate circostanze; lei, la Cltinon, ha deciso l’intervento per proteggere i civili libici dalla strage che stava compiendo il loro dittatore.
Per fortuna s’è formata in Usa un gruppo civico di base, la Citizen Commission on Benghazi (CCB). Lo scopo di questi cittadini: stabilire la verità su quanto accadde a Bengasi l’11 settembre 2012, quando fu attaccata la sede distaccata dell’ambasciata americana e i terroristi massacrarono l’ambasciatore Chris Stevens e tre difensori, Marines. La loro indagine (cito) “ha dimostrato che Gheddafi era un nostro alleato di fatto nella guerra al terrorismo islamico…e come l’amministrazione Obama e Hillary Clinton decisero di sostenere  ribelli legati ad Al Qaeda, invece che tenere negoziati di tregua con Gheddafi,  ciò che avrebbe portato alla sua abdicazione e alla transizione pacifica del potere”.

Sotto, i morti di Bengasi
Sotto, i morti di Bengasi

Fu il figlio del Leader, Saif, a cercare contatti con gli occidentali dopo che questi avevano ottenuto dall’Onu il mandato per l’intervento militare (17 marzo 2011) col pretesto che Gheddafi “stava massacrando il suo stesso popolo” (la guerriglia scatenata dagli islamisti era in corso). I “cittadini per Bengasi” hanno raccolto nel 2014 la testimonianza giurata del vice ammiraglio Chuck Kubik, che in quei giorni mise in contatto i rappresentanti di Gheddafi con il generale Carter Ham, il capo dell’AFRICOM (il comando supremo Usa in Africa). Kubik ha testimoniato: noi americani chiedemmo agli emissari una prova per dimostrare che chi li mandava era il loro capo: per esempio, ritirare le truppe alla periferia di Bengasi. Poche ore dopo, vedemmo che le truppe si ritiravano da Bengasi e da Misurata; fu concordata una tregua di 72 ore. Era l’inizio di una trattativa, e la controparte dimostrava la sua serietà. Gheddafi offriva d dimettersi. Gli alti ufficiali Usa si approntavano a trattare. “E allora ci è arrivata quella telefonata; l’idea fu silurata sopra la testa dell’AFRICOM”. Obama e la sua segretaria di stato Hillary volevano non solo rovesciare Gheddafi, ma erano ben consci che stavano dando il potere a terroristi di Al Qaeda. Il Katar e gli Emirati Arabi stavano spedendo armamento pesante ai ‘ribelli’ islamisti “sotto la protezione e supervisione Usa e NATO”: questo si deduce da un’altra testimonianza giurata raccolta dall’organizzazione civica CCB , la ex dirigente della CIA Clare Lopez. Gheddafi, racconta la Lopez, “collaborava da anni a tener sotto Al Qaeda nel Maghreb Islamico. Nelle sue prigioni c’erano i jihadisti di AL Qaeda”. Il governo del dittatore era riuscito anche a intercettare parte delle forniture di armamenti che Katar e Emirati mandavano ai wahabiti libici. Enormi forniture, come ha raccontato la Lopez, evocando “una visita a Tripoli dei delegati (degli Emirati)”, dove questi “scoprirono che metà del carico di armamenti del valore di un miliardo di dollari (!) che avevano pagato per i ribelli,   era stato deviato da Mustafa Abdul Jalil, i capo dei Fratelli Musulmani nel Comitato di Transizione Nazionale Libico, che l’aveva venduto a Gheddafi”: uno squarcio illuminante sul livello patriottico del personaggio, ma anche dei doppi e tripli giochi che avvenivano in quel vero nido di vipere e scorpioni che risulta essere il Comitato di Transizione, da cui – secondo la narrativa – era la opposizione moderata anti-Gheddafi,   che preparava l’instaurazione della demokràtia. Tant’è vero che Jalil, il suddetto rappresentante del Brothers, organizzò l’assassinio del general maggiore Abdel Fatah Younis, ex ministro dell’interno di Gheddafi passato all’opposizione, perché aveva scoperto che metà delle armi passavano nelle mani di Gheddafi; e incaricò dell’assassinio Mohamed Abu Khattala: il personaggio che, secondo gli americani, ha guidato l’assalto alla sede diplomatica quell’altro fatale 11 Settembre (2012) in cui i suoi uomini hanno ucciso (e sodomizzato da morto) l’ambasciatore.
Per questo motivo gli americani hanno catturato Abu Khattala e lo tengono prigioniero, senza precisa accusa, fuori dalla circolazione. Personaggi istruttivo, Abu Khattala era stato liberato dalle galere di Gheddafi nei primi giorni della “primavera libica”pagata dal Katar su supervisione NATO; aveva formato una sua milizia islamista chiamandola dal nome di uno dei compagni del Profeta “ Obeida Ibn Al Jarra” (una ventina di individui), ovviamente intruppandosi con Ansar Al Sharia (alias AL Qaeda) e il Comitato Supremo di Sicurezza,   che – sotto lo stentoreo nome – era l’apparato di sicurezza rivoluzionario creato dallo Stesso Comitato di Transizione Nazionale per propria autodifesa, nel vuoto i potere determinato dalla caduta di Gheddafi. Criminalità comune, qaedismo, buoi affari sporchi, islamismo e affarismo uniti nella lotta, Fratelli Musulmani che stanno con Al Qaeda ma la tradiscono per denaro, eccetera. Il New York Times ha dipinto una Clinton costretta a armare jihadisti perché “sempre più preoccupata che il KAtar stava fornendo armi soltanto e certe fazioni di ribelle, milizie di Misurata e brigate islamiste selezionate”. Insomma: ha davuto armare l’ISIS perché il Katar, disubbidiente come sempre ai voleri americani, armava Al Qaeda.

Abu Khattala
Abu Khattala

In realtà il giudice Andrew Napolitano, dopo inchiesta, ritiene che quelle armi che il Katar spediva ai suoi ribelli preferiti in Libia, erano armi che gli Usa avevano venduto al Katar, su specifico mandato di Hillary Clinton, la quale al proposito ha mentito sotto giuramento durante l’audizione al Senato sulla tragedia dell’ambasciatore inLibia.   Le armi erano lanciarazzi kalashnikov, missili a spalla dell’Est Europa, e delle spedizioni si occupavano ditte Usa, autorizzate legalmente al traffico di armamenti, che non hanno mai fatto mistero di   lavorare coi sevizi e il Dipartimento di Stato. Le autorizzazioni rilasciate a queste ditte dal Dipartimento di Stato sono aumentate vistosamente mentre sulla poltrona sedeva la Clinton: “Oltre 86 mila licenze per il valore di 44,3 miliardi di dollari sono state concesse nel 2011 – un aumento di oltre 10 miliardi di dollari rispetto all’anno prima”.
Uno di questi commercianti, Marc Turi, ha aggiunto: “Quando il materiale atterrava in Libia, metà andava da una parte, metà dall’altra:   questa metà è quella che è ricomparsa in Siria”: In Mano al Califfato. Risultato, Marc Turi è stato arrestato per traffico d’armi.
http://www.foxnews.com/opinion/2015/10/29/cannot-allow-hillary-clinton-midwife-to-chaos-and-public-liar-to-be-our-next-president.print.html
Turi ha detto: “Obama ha incriminato me per proteggere Hillary”. Chissà perché se l’è messo in testa.
Come tocco finale, c’è da ricordare che quell’11 Settembre, quando i comandi americani potevano intervenire rapidamente da Sigonella per salvare l’ambasciatore e i Marines che lo stavano difendendo – per radio udivano le loro richieste disperate di aiuto – qualcuno ordinò ai militari di non far nulla, to stand down: i servitori dello Stato erano diventati testimoni di un mercato losco diventato un disastro criminale, su cui era meglio tacessero per sempre.
Questa è la Libia dove adesso Obama vuole che mandiamo cinquemila italiani. Così ha ridotta lui e la sua segretaria di Stato, che adesso po’ andare alla Casa Bianca.  Il giudice Napolitano: “Non possiamo permettere che Hillary Clinton, questa mezzana del caos e pubblica mentitrice, sia il prossimo presidente”.
http://www.foxnews.com/opinion/2015/10/29/cannot-allow-hillary-clinton-midwife-to-chaos-and-public-liar-to-be-our-next-president.print.html
Per fortuna noi qui abbiamo il Corriere della Sera, a scriverci sopra abbiamo il columnist principe, Angelo Panebianco, che titola: “All’Europa conviene Hillary” alla Casa Bianca. Perché – spiega l’alto analista – la vittoria di Trump “sarebbe positiva per Vladimir Putin e i suoi amici” europei, mentre “Hillary Clinton promette una continuità con il passato che sarebbe seppellito, se vincesse Trump”.
La continuità con questo passato è quel che vuole Panebianco e chi gli suggerisce.
E anche da noi è cominciata la campagna di mostrificazione di Donald. Con una strana aggiunta: improvvisamente, grandi media, Confindustria ed ebrei vari attaccano Renzi con gli stessi toni con cui attaccano Trump. Perché non vuole è cascato nella trappola.

Fonte: http://ww.maurizioblondet.it

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2016/03/09/libia-vera-storia-della-jihadista-hillary-clinton-mezzana-del-caos/

La Guerra in Libia è una Operazione CIA Studiata già 30 Anni Fa

sabato 3 settembre 2011

La Guerra in Libia è una Operazione CIA Studiata già 30 Anni Fa? Chi Sono i Ribelli?

La campagna di disinformazione è iniziata in febbraio, come risaputo sono state dette molte falsità al pubblico, sia per quanto riguarda la natura della rivolta sia per quanto riguarda la reazione del governo libico ad essa. Mentre i carri solcavano le strade libiche, e i jet volavano nei cieli la battaglia si faceva più dura e i mercenari di Al Qaeda mossero guerra contro l’esercito libico, i media corporativi in tandem con gli stati membri della NATO si preparavano ad intervenire, ritraendo una rivolta costituita da attivisti pacifici che venivano crivellati dai colpi delle mitragliatrici e bombardati dagli aerei. Ci sono ora le prove che confermano che tali atrocità non sono mai avvenute, ma l’Onu citando questa disinformazione ha autorizzato l’intervento della NATO.


La natura stessa dei ribelli Bengasi è stata presentata in maniera ingannevole al pubblico. In realtà, erano una miscellanea di estremisti e mercenari, molti dei quali avevano combattuto di recente in Iraq e in Afghanistan contro le forze Usa. Questi mercenari, pagati dalla CIA e dall’MI6 negli ultimi 30 anni (vedi linea del tempo), vengono raffigurati come “una forza politica indigena” di opposizione al governo libico. Recentemente è stato rivelato che il comandante dei ribelli che hanno tentato la conquista di Tripoli altro non è che Abdelhakim Belhadj, una pedina di Al Qaeda che venne precedentemente catturato in Malesia, torturato dalla Cia a Bangkok, in Thailandia nel 2003, prima di saltar fuori di nuovo in Libia dove sta ora combattendo per conto della NATO.

Un’altra via in cui è stata propagata disinformazione è stato il tentativo di rappresentare Gheddafi come un pazzo vagabondo che, nonostante la denigrazione, si rivelò essere uno dei pochi capi di stato “sinceri” sul conflitto che assediava la sua nazione. Dalle sue prime dichiarazioni sul fatto che la rivolta fosse fomentata dall’esterno e che fosse coinvolta Al Qaeda, alle affermazioni ormai certe del fatto che la ribellione servisse per inaugurare una nuova occupazione straniera assieme alla depredazione delle risorse della Libia, aveva colto nel segno.

Quello a cui stiamo assistendo in Libia è una di aggressione orchestrata da finanziatori/capi corporativi per i loro interessi. Hanno cospirato apertamente sul fatto di effettuare una campagna di conquista militare ed economica in tutto il Medio Oriente (e oltre), includendo il Nord Africa e specificamente anche la Libia. Dal discorso di Wesley Clark nel 2007, all’articolo del Newsweek del 1981, ci sono state consegnate delle confessioni firmate sul fatto che sono i “nostri” governi i veri nemici da cui l’umanità si deve liberare, mascherano la loro agenda con la sottile patina della giustificazione morale. Ancora una volta, dobbiamo impegnarci ad individuare i veri interessi che hanno messo in moto questo conflitto, guardando dietro i leader militari e politici meri esecutori della “politica internazionale”. (Fonte)



Chi sono i ribelli libici?


Intervista (di Ami Goodman per Democracy Now) a Gilbert Achcar, professore alla Scuola di Studi orientali e africani a Londra, autore di molti libri, il più recente si intitola:  “Gli Arabi e l’Olocausto”. 



Amy Goodman –   Benvenuto a Democracy Now, Professor Achcar.Può dirci che cosa succede oggi in Libia?

Gilbert Achcar – Salve, Amy . E’ un piacere parlare con lei. Quello che avviene in Libia è  quello che lei ha descritto. Non ne so molto di più. Fondamentalmente la battaglia continuerà fino a quando non cattureranno  Gheddafi e sottometteranno le rimanenti città che sono a favore di Gheddafi o dominate dalle forze pro-Gheddafi. Per quanto sappiamo dai notiziari, si stanno svolgendo intensi negoziati con la gente di queste città perché si faccia tutto pacificamente; un portavoce ha anche parlato dei ribelli che stanno prendendo il controllo di Sirte, questo si vedrà in seguito.

Amy Goodman – Il pezzo che lei ha scritto si intitola: La cospirazione della NATO contro la rivoluzione libica. Ci spieghi.

Gilbert Achcar – Naturalmente cospirazione è tra virgolette perché cito delle persone che la chiamano cospirazione, ma il punto è che non è una cospirazione. E’ uno schema molto chiaro che si è sviluppato fin dall’intervento della NATO e da quando si è capito che sarebbe stato un intervento  con una prospettiva più lunga, che gli schemi erano in effetti costruiti perché la guerra continuasse, in un certo senso, per non far precipitare la conclusione, e allo stesso tempo tentando di arrivare a una specie di accordo tra il regime di Gheddafi e i ribelli. La situazione fino all’ultimo periodo è stata questa.

 Fino a poche settimane fa la squadra della NATO guidata dal Regno Unito che aveva  preparato un progetto per la Libia, stava  insistendo – sapete che hanno una specie di ossessione per l’esempio dell’Iraq quando l’amministrazione Bush ha smantellato lo stato Baathista di  Saddam Hussein quando gli Stati Uniti  invase il paese. Di solito le fonti occidentali attribuiscono il disastro in cui l’invasione dell’Iraq si è trasformata a questo atto iniziale e quindi l’ossessione della NATO è stata proprio di evitare che si ripetesse questo stesso tipo di situazione in Libia e di fare un patto tra i baroni tra del regime di Gheddafi e la ribellione.

Fino a pochi giorni fa il Financial Times in un suo editoriale diceva che i ribelli non dovevano attaccare Tripoli e il pretesto era che ci sarebbe stato un bagno di sangue. Fortunatamente non è accaduto e l’idea di non attaccare Tripoli e di cercare di fare un patto con Tripoli  c’è sempre stata e lo scoglio  che lo  ha impedito  è stata proprio  la testardaggine stessa di Gheddafi, perché non c’era modo che i ribelli accettassero un patto per mantenere Gheddafi in una posizione ufficiale di potere, e non c’era modo che egli accettasse di dimettersi..

Amy Goodman – Chi sono i ribelli, Gilbert Achcar?

Gilbert Achcar – Chi sono i ribelli? Questa è una domanda da un miliardo di dollari. Perfino nei circoli della NATO  si fanno la stessa domanda. Il fatto è che sappiamo che esiste il Consiglio Nazionale transitorio, ma anche riguardo a questo abbiamo informazioni limitate. Non ci sono notti tutti i suoi membri e si annunciano nuovi membri  in rappresentanza delle  restanti le aree, compresa Tripoli. Ci sono un misto di liberali, dei membri del regime precedente e figure tradizionali che rappresentano le componenti tribali e regionali del paese.

Quello che possiamo giudicare è il programma emesso dal CNT in termini di programma politico;  e quello che sappiamo sembra un piano democratico per una transizione democratica. Promettono di organizzare due turni di elezioni, uno per l’assemblea  costituente, che elaborerà  una bozza di costituzione, e un secondo uno basato sulla costituzione che eleggerà il governo. Promettono (sono molto scettico al riguardo), che tutti i membri del CNT non entreranno in questa arena elettorale per i due turni elettorali.  Si vedrà.

 Per quanto riguarda il programma economico che è rappresentato nel gabinetto attuale del CNT, si trovano persone che avevano già questo ruolo sotto Gheddafi per la supervisione di  riforme neo-liberali nel paese, quindi nulla di molto originale ci si deve aspettare al riguardo. Non è una rivoluzione socialista, nessuno  ha mai avuto alcuna illusione riguardo a questo.

Detto ciò, però, quando pensiamo ai ribelli come persone che  combattono, quando pensiamo come le masse che abbiamo visto domenica sera a Tripoli arrivare in gran numero a Piazza dei Martiri che  una volta si chiamava Piazza Verde, ebbene, allora si trova un panorama del tutto eterogeneo, direi che la grandissima maggioranza di queste persone  non hanno avuto un background politico in passato, comprese le persone armate, la maggior parte di loro, di chi sta dalla parte dei ribelli, prima erano dei civili. Non erano militari.  La maggior parte di queste persone dopo 42 anni di dittatura, senza una vera vita politica genuina nel paese, sono difficili da descrivere politicamente. Bisogna aspettare e vedere che cosa verrà fuori quando nel paese ci sarà una vera lotta politica, come quelle di cui siamo testimoni e che si svolgono in Egitto e in Tunisia, due paesi dove i dittatori sono stati spodestati.

Amy Goodman –  Come mai la NATO ha scelto di lavorare con questi gruppi di  ribelli, invece che con altri?

Gilbert Achcar – Non c’era molta scelta, quando molte nazioni del mondo riconoscono un CNT e sentite la gente che dice che: “Il Consiglio non è stato eletto”. Come poteva essere eletto? E’ una situazione di insurrezione e ci si arrangia con quello che si ha. Non pretendevano di restare per sempre nel paese. Dall’inizio si sono chiamati a interim o di transizione;  hanno detto che avrebbero organizzato le elezioni e avrebbero poi abbandonato la scena; hanno perfino detto che non tutti i membri del CNT si candideranno nei due turni elettorali, quindi non c’è nessuna alternativa in Libia alla al governo di Gheddafi tranne questo CNT.

Rimane da vedere che cosa accadrà dal punto di vista politico. In Egitto  Mubarak è stato destituito, ma chi ha preso il potere? I militari,e in effetti in quel senso ciò che accade ora in Libia è una trasformazione più radicale del regime in confronto a ciò che c’è in Egitto. In quel paese, infatti, a parte la punta dell’iceberg che è stata messa da parte, cioè Mubarak e i suoi compagni, l’esercito,  fondamentalmente, ha ancora il controllo ed è stato la spina dorsale  del regime fin dall’inizio, dagli anni ’50. Ora invece in Libia, sebbene ci siano membri del regime tra i ribelli, le strutture del regime,  cominciando dall’esercito, che con Gheddafi era piuttosto un gruppo  di milizie private e di guardia pretoriana, e che comprendeva anche i mercenari, tutto questo si sta sbriciolando, sta crollando; abbiamo visto come è crollato a Tripoli sebbene non sia ancora tutto finito.

Amy Goodman – Ieri Democracy Now ha parlato con Phiyllis Bennis, dell’Istituto per gli studi politici,   che ci ha detto che il controllo del petrolio libico  da parte delle potenze occidentali è stata una parte cruciale di questo conflitto.

Phyllis Bennis – “Non si tratta dell’accesso al petrolio; questo sarà sul mercato mondiale e ne sarà parte.  Si tratta del controllo, il controllo dei termini di quei  contratti. Riguarda il controllo di quantità che sono stati “gonfiate” in tempi diversi.      Riguarda il controllo dei prezzi. Riguarda il controllo di quella risorsa fondamentale”

Amy Goodman –  Parliamo di molte compagnie petrolifere diverse:  la francese Total, le compagnie statunitensi  Marathon Hess, ConocoPhillips., e molte altre. E’interessante che il governo dei ribelli libici abbia detto alla Reuters  in un’intervista che avrebbero onorato tutti i contratti concessi durante il periodo di Gheddafi, compresa quello con  compagnie cinesi. Gilbert Achcar, la sua risposta?

Gilbert Achcar – E’ assolutamente ovvio che il petrolio è stato un fattore chiave nell’intervento della NATO; se  la Libia non fosse stato un paese produttore di petrolio, non sarebbero intervenuti, è assolutamente ovvio. Il problema, ora, come lei ha appena detto, non è quello di avere accesso a un territorio che era al di là dell’accesso occidentale. Fondamentalmente tutti gli interessi occidentali sono stati rappresentati in Libia, tutte le più importanti compagnie petrolifere occidentali hanno fatto contratti con il regime libico e il CNT ora dice che onorerà questi contratti con tutte le nazioni. Questo fondamentalmente significa che  i guadagni, a questo livello,non possono essere enormi. Naturalmente, se ci saranno nuove concessioni e nuovi contratti, saranno privilegiati a fare affari, le nazioni che hanno appoggiato i ribelli dall’inizio,  come ha detto il CNT.

 Penso però che ci sia una cosa ancora più importante: il futuro mercato. C’è stata infatti grande distruzione, molte infrastrutture devono essere ricostruite, e naturalmente le compagnie occidentali, cominciando da quelle statunitensi,  britanniche e francesi, avranno grande interesse ad accedere a questo mercato. Naturalmente la NATO ha un incentivo, c’è una questione di interesse dietro questo intervento e niente altro.

Però tra questo e credere che la NATO ha ora il controllo della Libia c’è una grande differenza. Anche se consideriamo paesi come l’Iraq e l’Afghanistan dove ci sono truppe di terra della NATO – in Iraq la loro presenza è stata massiccia ed è durata molto tempo – non erano comunque in grado di controllare il paese. Come volete che faccia la NATO a controllare la Libia da lontano, senza truppe sul terreno? Ecco perché persone come Richard Haass, del Consiglio per le relazioni estere, chiedono a Washington di mandare truppe di terra; questa è una cosa che è stata risolutamente rifiutata dai ribelli di loro volontà;  essi chiedono copertura aerea, protezione aerea; sono stati categorici nel rifiutare qualsiasi forma di intervento operato da truppe di terra e sono ancora largamente su queste posizioni; proprio di recente hanno perfino  dichiarato ufficialmente che non permetteranno alla NATO di stabilire nessuna base nel paese e possiamo vedere molti segnali, come per esempio dire che non consegnerebbero  Gheddafi o i suoi figli alla Corte Penale Internazionale, ma che vorrebbero che fossero  processati in Libia; questo quindi  mostra le limitazione – qualsiasi cosa sostengano a Washington, a Londra o a Parigi della loro reale influenza sulla situazione libica; hanno avuto un’influenza e ne avranno ancora, anche se limitata,  finché le forze di Gheddafi saranno là e fino a quando continuerà la guerra, ma appena tutto questo svanirà, allora l’influenza che hanno diminuirà tantissimo.

Amy Goodman –  Molte grazie per essere stato con noi.

Hillarygate, la complicità occidentale nel genocidio dei neri in Libia

12 febbraio 2016

A capodanno furono svelati 3000 messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton quando era segretaria di Stato. Sono stati ripresi da diversi media statunitensi, tra cui la CNN. Gli storici saranno sorpresi da alcune rivelazioni esplosive contenute nei messaggi di posta elettronica sulla Libia: la legittimazione dei crimini dei ribelli, le operazioni speciali inglesi e francesi in Libia all’avvio delle proteste contro Gheddafi, l’integrazione dei terroristi dial-Qaida nell’opposizione sostenuta dai Paesi occidentali, ecc.
Gli squadroni della morte della NATO
Le informazioni raccolte da Sidney Blumenthal su Hillary Clinton forniscono prove decisive sui crimini di guerra commessi dai “ribelli” libici sostenuti dalla NATO. Citando un capo ribelle “con cui ha parlato in piena fiducia”, Blumenthal ha detto di Clinton: “Prendendo le parole con la massima riservatezza, un capo dei ribelli ha detto che le sue truppe continuano l’esecuzione sommaria di tutti i “mercenari stranieri”  (che hanno combattuto per Muammar Gheddafi) durante i combattimenti“. Mentre le esecuzioni illegali sono facili da riconoscere (i gruppi coinvolti in questi crimini vengono chiamati convenzionalmente “squadroni della morte”), ancor più sinistro è che erano considerati “mercenari stranieri” i combattenti di origine sub-sahariana e, difatti, i civili neri. Vi è un’ampia documentazione presso giornalisti, ricercatori e gruppi di difesa dei diritti umani che dimostrano che i libici neri e i lavoratori sub-sahariani assunti da società libiche, attività favorita da Gheddafi per la sua politica a favore dell’unità africana, furono oggetto di una brutale pulizia etnica.
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Il massacro di Tawarga
I neri libici furono spesso stigmatizzati come “mercenari stranieri” dai ribelli, principalmente gruppi estremisti legati ad al-Qaida, per la loro fedeltà in generale a Gheddafi, in quanto comunità furono stati sottoposti a torture ed esecuzioni e le loro città furono “liberate” con la pulizia etnica e le stragi. L’esempio più documentato è Taweaga, una città di 30000 libici neri. La popolazione scomparve del tutto dopo l’occupazione da parte dei gruppi ribelli sostenuti dalla NATO, le Brigate di Misurata. Tali attacchi erano ben noti e continuarono fino al 2012, come confermato dall’articolo del Daily Telegraph: “Dopo che Muammar Gheddafi fu ucciso, centinaia di lavoratori migranti provenienti dagli Stati confinanti furono arrestati dai combattenti alleati delle nuove autorità provvisorie. Accusarono gli africani di essere mercenari al servizio dell’ex-leader”. Sembra che Hillary Clinton fosse stata personalmente informata dai crimini degli alleati, i ribelli anti-Gheddafi, molto prima di
commettere i peggiori crimini del genocidio.
al-Qaida e le forze speciali di Francia e Regno Unito in Libia
Nella stessa email Sydney Blumenthal ha anche confermato ciò che divenne un problema ben noto, le insurrezioni sostenute dall’occidente in Medio Oriente e la cooperazione tra le forze militari occidentali e le milizie legate ad al-Qaida. Blumenthal riferisce che “una fonte estremamente sensibile” confermò che le unità speciali inglesi, francesi ed egiziane crearono le milizie ribelli libiche al confine tra Libia ed Egitto, nonché alla periferia di Bengasi. Mentre gli analisti a lungo specularono sulla presenza di truppe occidentali sul terreno, nella guerra libica, il messaggio è la prova definitiva del ruolo svolto da esse e della loro presenza sul terreno nelle prime manifestazioni contro il regime di Gheddafi, scoppiate nel febbraio 2011 a Bengasi. Il 27 marzo, in ciò che doveva essere una “rivolta popolare”, gli agenti dei servizi speciali inglesi e francesi “supervisionarono il trasferimento di armi ai ribelli“, tra cui armi d’assalto e munizioni
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Il timore francese per la moneta pan-africana
La risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite proposta dalla Francia istituiva una no-fly zone sulla Libia “al fine di proteggere i civili”. Tuttavia, una e-mail inviata a Clinton nell’aprile 2011 esprime intenzioni meno nobili. L’e-mail indica l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy come a capo dell’attacco alla Libia e individua cinque obiettivi da raggiungere: avere il petrolio libico, garantire l’influenza francese nella regione, aumentare la reputazione nazionale di Sarkozy, affermare il potere militare francese ed evitare l’influenza di Gheddafi su ciò che chiamava “francofona”. Ancor più sorprendente è il riferimento alla minaccia che le riserve di oro e denaro libiche, stimate in 143 tonnellate d’oro e una quantità simile di denaro, “comportassero la sostituzione del franco CFA quale moneta ufficiale dell’Africa francofona“. Una delle principali cause della guerra, poi, fu la volontà francese d’impedire la creazione della moneta panafricana basata sul dinaro-oro libico, un programma che faceva parte dei tentativi di Gheddafi di promuovere l’unità africana. Questo avrebbe dato ai Paesi africani un’alternativa al franco CFA, uno dei fattori del dominio neocoloniale sull’economia dell’Africa Centrale da parte della Francia.

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2 luglio 2013, Laura Boldrini premia con soldi pubblici la giornalista Annick Cojean, l’ideatrice della menzogna dell’uso del Viagra da parte dei soldati della Jamahirya Libica, propaganda di guerra volta a giustificare la distruzione della Libia, ancora diffusa e utilizzata dall’oscena sicaria atlantista Boldrini a due anni dall’assassinio della Libia.

Fonte: Contrainjerencia
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2016/02/12/hillarygate-la-complicita-occidentale-nel-genocidio-dei-neri-in-libia/

I crimini dimenticati del colonialismo italiano in Libia

Mattia Salvia, 4 febbraio 2016
A metà gennaio, la stampa italiana ha dato notizia di un messaggio che il leader di al-Qaeda nel Maghreb avrebbe inviato all’agenzia di stampa mauritana al-Akhbar per commentare il raggiungimento dell’intesa sul nuovo governo della Libia. Il messaggio avrebbe contenuto minacce piuttosto particolari dirette all’Italia, tra i paesi promotori dell’intesa: “Ai nuovi invasori, nipoti di Graziani, vi morderete le mani pentendovi di essere entrati nella terra di Omar al-Mukhtar e ne uscirete umiliati.”
In realtà, sulla stampa internazionale non si trovano conferme dell’autenticità del messaggio ma si parla di un video—attribuito all’ISIS—contenente generiche “minacce all’Italia” e confezionato mettendo insieme degli spezzoni de Il leone del deserto, un film sull’invasione italiana della Libia finanziato da Gheddafi.
In ogni caso, il riferimento ai nomi di al-Mukhtar e Graziani è piuttosto interessante, perché si tratta di due protagonisti del colonialismo fascista in Libia: Omar al-Mukhtar, comandante della resistenza libica in Cirenaica fucilato nel 1931, e Rodolfo Graziani il generale fascista che guidò le operazioni militari in Libia ed Etiopia nonché uno dei peggiori criminali di guerra della storia d’Italia.

All’opinione pubblica italiana questi due nomi oggi non dicono granché, e anche i giornali che hanno riportato il nome di Graziani hanno minimizzato e parlato semplicemente di un riferimento a un “generale che ricoprì diversi incarichi di comando in epoca fascista e durante le guerre coloniali italiane.” Ma il fatto che a citare Graziani sarebbe stato un leader jihadista è piuttosto interessante, perché dimostra—proprio quando la possibilità di un nuovo intervento militare italiano in Libia sembra farsi sempre più concreta—che i crimini del nostro colonialismo sono ancora molto vividi nella memoria storica di chi ne è stato vittima, pur essendo stati sistematicamente rimossi dalla coscienza collettiva del nostro paese.
Il nome di Omar al-Mukhtar era già stato “utilizzato per questo tipo di rivendicazioni,” mi ha spiegato Matteo Dominioni, storico che da anni si occupa dei crimini del colonialismo italiano e autore di Lo sfascio dell’impero. “Nei primi anni Duemila, per esempio, è stato usato per rivendicare diversi attentati in Iraq. In questo caso, visto che si trattava di un messaggio rivolto all’Italia, veniva automatico mettere in relazione il suo nome con quello del suo carnefice, Rodolfo Graziani.”

L’impiccagione di al-Mukhtar, capo dei ribelli della Cirenaica, nel 1931. Immagine via Wikimedia Commons Il caso di Graziani è abbastanza emblematico del modo in cui l’Italia ha fatto i conti con i suoi crimini coloniali. Inserito dall’ONU nella lista dei criminali di guerra, non è stato mai processato. Nel dopoguerra è diventato presidente onorario del MSI. Sul sito del comune di Affile, suo paese natale e dove qualche anno fa tra le polemiche gli è stato dedicato addirittura un sacrario, è definito una “figura tra le più amate e più criticate, a torto o ragione” della storia italiana.
“Tutto questo è stato possibile perché dopo la fine della guerra si è voluto mettere una pietra sopra a una certa esperienza, quella coloniale, che aveva coinvolto tutto il paese, non solo i fascisti,” mi ha detto Dominioni. “Bisogna considerare che la fase più virulenta del fascismo, quella per i cui crimini vennero fatti i processi, è stata quella dal ’43 al ’45, mentre già dal ’41 le colonie non c’erano più e i coloni erano stati deportati in campi di prigionia in Kenya o in India.”
“Quando queste persone sono tornate alla fine della guerra non sembrava giusto colpevolizzarle,” ha proseguito Dominioni, “anche perché erano persone che il vero fascismo delle stragi e delle deportazioni non l’avevano visto. Era semplicemente una cosa che interessava troppe persone, e così per quieto vivere si è cercato di dimenticare tutto.”
Di certo c’è che alla volontà di dimenticare e non colpevolizzare eccessivamente si è affiancato anche un tentativo di sottrarre alla giustizia e alle loro responsabilità i personaggi dietro ai crimini e le atrocità che avevano accompagnato la colonizzazione italiana. Il che, alla lunga, ha avuto conseguenze terribili—perché nei fatti ha dato inizio a una gigantesca opera di rimozione storica.
“Non c’è solo il caso di Graziani. Ad esempio c’è anche Enrico Cerulli, un altro criminale di guerra mai processato, che oggi è considerato il più grande esperto italiano di Etiopia—quando in realtà il 90 percento delle cose che ha scritto in materia sono falsità inventate per giustificare la nostra occupazione del corno d’Africa,” mi ha detto Dominioni. “Ci sono un sacco di esempi di questo tipo, di studiosi funzionali alla politica coloniale e tesi a giustificarla dal punto di vista culturale e politico. E queste persone hanno scritto i libri di testo su cui si sono formate generazioni di italiani.”
È questo il motivo principale per cui il colonialismo italiano viene comunemente percepito come un colonialismo “dolce”, diverso da quello delle altre potenze europee, e il motivo per cui esiste il mito degli “italiani brava gente” incapaci di fare veramente del male a qualcuno. La realtà, ovviamente, è diversa: la stampa europea dell’epoca considerava la colonizzazione italiana in Libia addirittura più sanguinosa di quella delle altre potenze europee e secondo Dominioni, “noi italiani dimentichiamo che nel biennio 1930-31 in Libia fu perpetrato un genocidio.”
In quel periodo la Libia era formalmente una colonia, ma l’autorità italiana era limitata ai principali centri urbani della costa; il resto del Paese era in mano a gruppi ribelli. Per stroncare la ribellione, tra il 1930 e il 1931 l’intera popolazione della Cirenaica fu deportata in campi di concentramento. “In Cirenaica agivano gruppi di partigiani che attuavano tecniche di guerriglia. Lo stesso era avvenuto anche in Tripolitania, in una fase precedente, e lì la resistenza era stata stroncata con l’uso dell’aeronautica,” mi ha spiegato Dominioni. “In Cirenaica però era molto più difficile. Così nel 1930, Badoglio ordinò di deportare tutta la popolazione.”
E così venne fatto, creando 13 campi di concentramento nel deserto. In parallelo, l’esercito italiano utilizzò stragi, torture e crudeltà per fiaccare il morale dei ribelli.
Emblematico è il caso di Cufra, città considerata da Graziani il “centro di raccolta di tutto il fuoriuscitismo libico,” che venne bombardata a tappeto e, una volta presa, saccheggiata per tre giorni tra violenze di ogni tipo. Le atrocità documentate e riemerse grazie al lavoro di storici come Angelo Del Boca sono impressionanti e parlano di stupri, decapitazioni, evirazioni, donne incinte squartate, bambini gettati in calderoni pieni di acqua bollente, anziani a cui venivano cavati gli occhi e strappate le unghie.
Nel caso di Cufra, l’esercito italiano usò anche l’aviazione per mitragliare le colonne di ribelli in fuga. “Le bombe hanno scarso effetto perché il bersaglio è diluito,” si legge nella testimonianza di un pilota, “ma le mitragliatrici fanno sempre buona caccia […] Il gioco continua per tutta la giornata, le carovane della speranza diventano un cimitero di morti.” Anche armi chimiche come il fosgene e l’iprite, vietate dalla Società delle Nazioni nel 1925, continuarono a essere utilizzate dall’Italia in Libia fino al 1931.
Tutte queste atrocità fecero grande impressione nel mondo arabo. La Nation Arabe, quotidiano panarabista di Ginevra, scrisse: “Noi chiediamo ai signori italiani […] i quali ora si gloriano di aver catturato cento donne e bambini appartenenti alle poche centinaia di abitanti male armati di Cufra che hanno resistito alla colonna occupante: che cosa c’entra tutto ciò con la civiltà?”
Mentre nel 1931 il quotidiano di Gerusalemme Al Jamia el Arabia pubblicò un manifesto in cui si ricordavano “alcune di quelle atrocità che fanno rabbrividire: da quando gli italiani hanno assalito quel paese disgraziato, non hanno cessato di usare ogni sorta di castigo senza avere pietà dei bambini né dei vecchi.” Graziani, riportando il testo del manifesto nel suo libro Cirenaica pacificata, lo definì “infarcito di menzogne tali che non so se muovano più il riso o lo sdegno.”
Secondo Dominioni, il risultato di questa campagna di sterminio furono circa “100mila vittime e la struttura sociale del paese completamente stravolta,” ma così facendo la ribellione fu sedata e la zona più fertile della Libia divenne libera per la colonizzazione italiana.

Internati nel campo di concentramento italiano di Al-Magroon. Immagine via Wikimedia Commons Dall’altra parte del Mediterraneo, invece, i crimini del colonialismo italiano in Libia sono ancora oggi uno dei più grandi segreti inconfessati della nostra memoria storica. Secondo Dominioni si tratta di fatti ancora più taciuti di quelli compiuti in Etiopia nella fase colonialista successiva—anche perché nel caso della Libia certe stragi risalgono addirittura a prima del fascismo.
Un esempio lampante di questo è proprio il caso de Il leone del deserto, il film sulla vita di al-Mukhtar voluto da Gheddafi. Considerato “lesivo dell’onore dell’esercito italiano,” in Italia il film è stato censurato e trasmesso in televisione per la prima volta solo nel 2009.
“Per farti solo un esempio: sull’ultimo numero della rivista ufficiale del corpo degli alpini c’è un lungo articolo dedicato a smentire una mia ricerca su una strage compiuta dall’esercito italiano nel 1909,” ha concluso Dominioni. “Ci sono i documenti e le prove: 800 donne e bambini furono assediati dal Regio Esercito in una grotta per due settimane, stanati col gas e poi, dopo che si erano arresi, mitragliati. Più di 100 anni dopo, gli alpini negano ancora ufficialmente che sia accaduto e considerano l’autore di quella strage il loro massimo eroe. Quindi, se esistono ancora cosa del genere, possiamo ricostruire il passato quanto vuoi ma è tutto inutile.”

Preso da: http://www.vice.com/it/read/crimini-colonialismo-italiano-libia-834

Cosa sta succedendo in Libia?

di PANDORA (Federico Rossi) 3/2/18

Il 2018 è appena cominciato e già rappresenta un bivio fondamentale per la Libia, divisa fra una nuova opportunità di pacificazione e un ulteriore aggravarsi del caos. Il 17 dicembre scorso sono infatti scaduti ufficialmente gli Accordi di Shikrat, il trattato firmato in Marocco che aveva dato vita al debole governo di accordo nazionale di Fayez al-Sarraj, e si è aperta la strada alla possibilità di nuove elezioni, che dovrebbero tenersi nel corso di quest’anno. I presupposti per questa tornata elettorale sembrano essere però quanto di più lontano in questo momento, alla luce dello sgretolamento progressivo del territorio libico.
Lo scenario che dipingono i media nazionali offre una visione della Libia divisa più o meno in tre con l’Esercito Nazionale Libico di Haftar da un lato, il Governo di Accordo Nazionale di Sarraj dall’altro e in mezzo trafficanti, milizie e estremisti dello Stato Islamico. Sembra un panorama molto complesso, ma se analizziamo davvero tutti gli attori in gioco scopriamo che in realtà questa è una visione estremamente semplificata, che non ci permette di capire la reale entità delle forze in gioco.

Partiamo da governo di accordo nazionale di Sarraj, sostenuto a livello internazionale da Italia, Tunisia, Algeria e Arabia Saudita e appoggiato dalle Nazioni Unite. L’esecutivo di ben 32 membri di Sarraj scaturisce proprio dagli Accordi di Shikrat del 2015 e avrebbe dovuto essere la soluzione alla frammentazione politica della Libia, che in quel momento aveva due parlamenti: uno a Tripoli, espressione del primo parlamento a maggioranza islamista eletto dopo la caduta di Gheddafi, e uno a Tobruk, separatosi dal precedente dopo la ripetizione delle elezioni nel 2014.
Al contrario delle aspettative tuttavia il Governo di Accordo Nazionale è rimasto tale solo di nome, dal momento che entrambi i parlamenti hanno rifiutato la ratifica dell’accordo negando il sostegno a Sarraj, che è rimasto quindi al vertice di un esecutivo monco. Il risultato è stato quindi soltanto quello di creare un nuovo attore nel panorama libico, dotato di una legittimità molto scarsa e di un controllo minore di quello che generalmente si pensa. L’influenza di Sarraj si estende infatti solo ad una piccola parte della Tripolitania e neppure la stessa Tripoli è interamente sotto il suo controllo. Attualmente il mantenimento di questo precario potere si basa prevalentemente sulle figure di Ahmed Maiteeq e Abdulrauf Kara, nonché su fragili accordi con alcuni potenti clan della zona.
Per quanto riguarda Maiteeq, vice-primo ministro misuratino del GNA ed ex rappresentante al parlamento di Tobruk, egli è il collegamento con alcuni gruppi armati tripolini e soprattutto con la cosiddetta Terza Forza, l’alleanza di milizie che governa di fatto la città di Misurata. Questa ha avuto un ruolo di primissimo piano nella lotta contro lo Stato Islamico, tanto da avere il supporto militare statunitense, almeno in un primo momento, e resta ancora un attore influente e abbastanza indipendente dal Governo di Accordo Nazionale.
Il sostegno a Sarraj è dato infatti a fasi alterne, soprattutto per le frizioni con il pilastro del controllo di Sarraj sulla sua parte di Tripoli, la Rada. Si tratta della cupola di milizie tripoline facenti teoricamente capo al Ministero dell’Interno, ma comandate in realtà da Abdulrauf Kara, al centro di numerose polemiche per i legami con gli ambienti più estremi dell’islamismo e per gli abusi e le torture perpetrati dalle sue Forze Speciali di Deterrenza.
Il controllo del GNA sul restante territorio sotto la sua giurisdizione si basa invece su accordi con i clan che controllano le cittadine circostanti Tripoli. Quanto siano fragili questi accordi lo dimostrano i recenti scontri a Sabratha fra le forze governative e quelle di uno dei più potenti di questi gruppi, quello dei Dabbashi. Questi ultimi erano stati parte di un accordo tripartito con il GNA e l’Italia, che era principalmente interessata a ottenere dai Dabbashi, gestori di buona parte del traffico di migranti via mare, un’interruzione dei flussi migratori.
Questo accordo aveva già vacillato negli ultimi mesi del 2017, quando una delle milizie della Libia occidentale vicine ad Haftar aveva preso il controllo di parte della città, che ancora oggi resta contesa. Sabratha è infatti il principale porto di partenza per navi migranti ed è quindi al centro di un mercato molto appetibile, che i Dabbashi si sono impegnati a controllare solo sulla base del sostegno italiano attraverso il GNA. Quanto la situazione sia però fuori controllo lo testimonia la vicenda della Brigata 48, creata da Sarraj nella città per il controllo del contrabbando di petrolio, ma presto presa nella rete clientelare dei Dabbashi di cui è diventata il nuovo braccio armato nella zona.
Il potere e la legittimazione di Sarraj stanno rapidamente scomparendo sotto la spinta di numerose elementi di crisi. A indebolirlo ulteriormente concorrono non solo le frizioni politiche e militari fra i suoi alleati, ma anche il fatto che il mandato del GNA è teoricamente scaduto insieme agli Accordi di Shikrat il 17 dicembre 2017 e che la sua influenza a Tripoli è sempre più insidiata dal crescere dei gruppi salafiti anti-occidentalisti.
A tutto questo c’è da aggiungere infine l’uccisione di uno dei suoi sostenitori più importanti, il sindaco di Misurata Esthewi, recentemente vittima di un attacco rivendicato dallo Stato Islamico. Il GNA resta insomma un governo senza una reale legittimazione, essendo fra l’altro l’unico fra i tre riconosciuti della Libia a non avere alle spalle un parlamento eletto. Gran parte della sua influenza deriva dal supporto internazionale dell’Italia, che in Libia ha la più dispendiosa delle sue missioni militari all’estero.

L’avanzata del generale Khalifa Haftar

Ma Sarraj e i suoi non sono la sola autorità presente a Tripoli. Una parte della città è infatti ancora controllata dal parlamento eletto nel 2012 e riconosciuto ad oggi soltanto dalla Turchia e dal Qatar. Il Congresso Generale Nazionale non ha approvato la ratifica degli Accordi di Shikrat e sostiene attualmente il Governo di Salvezza Nazionale di Khalifa al-Ghawil, la cui forza si fonda su una cupola di milizie islamiste non-jihadiste riunite nella coalizione Alba Libica. Esso mantiene oggi soltanto un potere limitato a parte di Tripoli e ad altri centri minori della Tripolitania, ma rappresenta un attore chiave da coinvolgere in eventuali elezioni.
Il protagonista attuale della guerra civile libica sembra essere però il generale Khalifa Haftar, leader dell’Esercito Nazionale Libico. Formalmente Haftar ricopre solo posizioni militari, ma è riconosciuto da tutti come l’uomo forte che controlla di fatto il parlamento di Tobruk e il governo di Abdullah al-Thani, riconosciuto da Egitto, Emirati Arabi e Russia e appoggiato dalla Francia di Macron.
L’esercito di Haftar è al momento la forza militare più organizzata in Libia e sta procedendo alla conquista di uno degli snodi fondamentali nelle lotte di potere, la cosiddetta Mezzaluna Petrolifera, che offrirebbe un vantaggio enorme a Tobruk. L’Esercito di Haftar controlla attualmente una buona parte della Cirenaica, ma estende il suo potere anche sulla Tripolitania e sul Fezzan grazie al sostegno di varie milizie sparse per il paese.
I rapporti più difficili negli ultimi anni di guerra sono stati quelli con Misurata, che nell’ascesa del generale ha visto fin da subito quella di un nuovo Gheddafi e ha provato a contendergli in particolare il controllo sul sud del paese. Ciò nonostante un punto in comune fra questi avversari si è avuto nella lotta contro lo Stato Islamico soprattutto nella regione di Sirte. Se per le milizie misuratine però questa lotta si è fermata allo jihadismo, Haftar ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia e ha esteso la sua guerra a tutto l’islamismo, compresi i Fratelli Musulmani che ancora restano una forza politica considerevole in alcune zone.
Nonostante sia un attore in piena ascesa, non mancano le spine nel fianco anche per le forze di Haftar. Ad essere particolarmente problematiche sono le città di Ajdabiya e Derna, ancora in mano allo Stato Islamico, e soprattutto Bengasi. Qui, oltre al fatto che una buona parte della città resta in mano allo Consiglio Rivoluzionario della Shura, gruppo jihadista legato all’IS, si è consumata anche la rottura con il potente gruppo degli Awakir in seguito all’arrivo del rappresentante di Tripoli Faraj Egaim, ex membro del governo di Tobruk. Haftar ha infine perso anche parte dell’appoggio delle Brigate di Zintan, influente milizia adesso divisa fra i chi sostiene il generale e una componente più moderata.
Tutte queste difficoltà non sembrano tuttavia sufficienti ad arrestare l’avanzata di Haftar, che a luglio dello scorso anno ha centrato un enorme vittoria politica durante il vertice organizzato da Macron. Nell’accordo non solo è riuscito a strappare il riconoscimento della Francia e un vantaggioso cessate il fuoco con Sarraj, ma ha anche ottenuto sostegno alla sua lotta senza quartiere all’islamismo, che è stato interpretato dal generale in maniera piuttosto estensiva ed usato anche per attaccare la Terza Forza misuratina nel sud della Libia.
Nonostante sia in rapida ascesa, Haftar resta comunque dubbioso nei confronti delle elezioni, tanto che ha recentemente dichiarato che, a suo avviso, la Libia non sarebbe pronta per un regime democratico. Tuttavia, qualora le elezioni si svolgessero effettivamente e lui decidesse di candidarsi, sarebbe senz’altro uno dei maggiori favoriti.

Lo Stato Islamico e gli altri attori in campo

Finora ci siamo soffermati soltanto sugli attori che godono di un certo riconoscimento ufficiale, ma essi non controllano che una parte della Libia. Una frazione ancora molto consistente è infatti in mano a milizie di provenienza molto variegata. Fra queste sicuramente un ruolo importante lo hanno quelle di stampo jihadista, non solo lo Stato Islamico, ma anche Ansar al-Sharia, legata alla filiale di Al-Qaeda operante nel Maghreb e diffusa in buona parte del deserto libico.
Lo Stato Islamico in Libia ha perso molto terreno rispetto all’emirato che era riuscito a creare nel 2014 nella regione di Sirte. Gli attacchi delle forze di Haftar e delle milizie misuratine, uniti alla progressiva perdita di consensi fra i gruppi clientelari principali della zona hanno ridotto di molto gli effettivi dell’IS, ma essi sono tutt’altro che scomparsi. Restano infatti presenti in zone circoscritte della regione di Sirte e l’organo di propaganda dell’IS, Amaq, ha fatto sapere che l’espansione in Libia sarà una delle priorità per l’organizzazione jihadista ormai in ritirata da Siria e Iraq.
Oltre a queste sacche lo Stato Islamico resta presente soprattutto in tre città della Cirenaica, almeno parzialmente gestite dai Consigli Rivoluzionari della Shura: Ajdabiya, Derna e Bengasi. Le milizie jihadiste in queste città sono risorte dopo il rallentamento dell’Operazione Dignità lanciata da Haftar in Cirenaica e ora si contendono le città con gli altri attori della zona, restando padroni fra l’altro di quasi tutta Derna. Altri gruppi affiliati all’IS sono poi presenti in varie aree del Fezzan, attorno a Koufra e nella zona di confine con l’Egitto, una nuova crescita che ha portato anche alla ripresa degli attacchi contro personaggi importanti delle forze anti-jihadiste.
Proprio nel Fezzan però le milizie dello Stato Islamico si ritrovano marginalizzate da altri attori informali in grado di controllare una buona parte di questo spazio. Fra questi particolare importanza è assunta dalle fazioni tebu e tuareg, due gruppi etnici originari della zona sahelo-sahariana. I primi in particolare nel 2014 erano riusciti a creare una propria entità territoriale, arrivando a controllare un’ampia fascia da Qatrun a Murzuq grazie a frequenti cambi di alleanza fra gli schieramenti in lotta.
Tuttavia dopo l’uccisione nel 2016 di Barka Wardougu, leader principale dei tebu in Libia, le milizie si sono frammentate in numerosi gruppi indipendenti, solo parzialmente riuniti nell’Assemblea Nazionale Tebu. Queste milizie si contendono oggi i principali traffici del Fezzan scontrandosi coi gruppi tuareg e le forze degli Awlad Suleiman in un conflitto a cui l’Italia, sempre nell’ottica di controllare le migrazioni, ha cercato di mettere fine diplomaticamente.
L’incontro tripartito proposto a Roma tuttavia, molto superficialmente definito da alcuni come un “accordo fra tribù”, ha dimostrato quanto poco si comprenda ancora di cosa accade in quest’area. L’accordo, oltre a non comprendere gli altri belligeranti nel conflitto, i Qadhafa, i Maghara e gli Zwai, è stato accettato per i tebu solo dalle poche milizie di Zilawi Minah Salah e rigettato da tutto il resto dell’assemblea tebu. Attualmente sembra che molti di questi gruppi siano in ripresa grazie a un presunto ruolo di collegamento nel traffico di armi fra Boko Haram in Nigeria e i gruppi affiliati all’IS in Libia.
Per quanto riguarda le milizie tuareg esse sono attive soprattutto al confine con l’Algeria, nella regione sud-occidentale di Ghat, e godono del sostegno dei gruppi secessionisti del nord del Mali. Nonostante alcuni esponenti di queste milizie abbiano preso parte all’incontro di Roma, la loro partecipazione al conflitto per le risorse petrolifere e le rotte del traffico nel Fezzan non si è fermata e adesso controllano un’area significativa del deserto libico, che permette loro di esercitare la propria influenza su una parte dei traffici provenienti dall’Algeria.
Gli altri esponenti della lotta per il controllo del Fezzan sono i principali gruppi formati sulla base di reti clientelari e familiari, che sono stati a lungo la base del potere politico della Libia. La regione di Sebha è quella dove la situazione è più complessa: la lotta per il controllo degli snodi economici (rotte del traffico e giacimenti di petrolio) vede da un lato gli Awlad Suleiman, che hanno recentemente avuto il sostegno dell’Italia, e dall’altro i due influenti clan dei Qadhafa e dei Maghara, il cui potere deriva essenzialmente dalla posizione di rilievo di cui godevano sotto il regime di Gheddafi. Non trascurabile sono infine le milizie facenti capo agli Zwai, forti soprattutto a Koufra.

La riunificazione delle varie autorità riconosciute della Libia

Le possibilità di coinvolgere tutti questi soggetti nelle eventuali elezioni che si terranno nel 2018 sembrano ad oggi molto scarse. Gheddafi si era assicurato la stabilità attraverso una forte alleanza al vertice fra i gruppi di potere principali, una via che oggi, con il cambiare degli equilibri di potenza per effetto dei sostegni alterni degli Stati stranieri, appare poco praticabile. La priorità delle Nazioni Unite e del suo rappresentante in Libia, Ghassan Salamé resta comunque soprattutto la riunificazione delle varie autorità riconosciute della Libia, un punto di partenza indispensabile, ma che rischia di fallire se si baserà sulle attuali fragili premesse.
Oltre al quadro che abbiamo tracciato fin qui esiste infatti un’ultima criticità, che rischia di rendere le elezioni un ennesimo punto di rottura piuttosto che un’opportunità. Il problema riguarda nuovi attori, che sembrano essere attirati in Libia dalla finestra di possibilità offerta loro dalle elezioni. Due in particolare sembrano poter giocare un ruolo rilevante.
Il primo di essi è Basit Igtet, imprenditore libico da anni residente in Svizzera, che può vantare importanti legami con il Qatar e un ruolo non irrilevante avuto nel finanziamento degli oppositori di Gheddafi nella guerra civile e che oggi gode anche di un certo sostegno fra i giovani delle grandi città, come ha dimostrato la notevole manifestazione da lui guidata il 25 settembre scorso a Tripoli.
L’altra incognita è invece il ritorno di Sayf al-Islam, figlio di Gheddafi e a lungo volto moderato del regime del padre, che gode di non poco seguito fra la popolazione libica. Dopo essere rimasto prigioniero fino al 2016 del governo miliziano di Zintan, è stato recentemente graziato dalle autorità di Tobruk e potrebbe essere davvero uno dei favoriti, evocando spettri di un passato ancora molto vicino, nonostante la distanza politica col padre non sia messa in discussione.
Le problematiche sono molte e sicuramente la pacificazione della Libia sembra oggi lontana, ma, malgrado le difficoltà appaiano insormontabili, riuscire a tenere libere elezioni e formare un unico governo riconosciuto internazionalmente rappresenterebbe la base per poter costruire in futuro una pace nel paese. Tutto questo non può però prescindere da una ridefinizione degli obiettivi degli attori stranieri coinvolti, in modo da tenere in reale considerazione l’importanza del coinvolgimento della popolazione libica e da cessare di favorire la destabilizzazione del paese sostenendo alternativamente milizie rivali.

Chi pilota l’Isis ha il terrore che smettiamo di avere paura

21/11/2015

«Non c’è un solo governo, al mondo, che non sia controllato da quei poteri»: per Fausto Carotenuto, già analista strategico-militare dei servizi segreti, è deprimente assistere alla farsa dei media mainstream, che si affannano a presentare “la mente”, “il basista” e “l’ottavo uomo” della strage di Parigi, come se si trattasse delle indagini per una normale rapina alle Poste. In compenso, su voci alternative come “Border Nights”, può capitare di avere – in appena un paio d’ore, grazie a semplici collegamenti Skype – informazioni e analisi di altissima qualità, capaci di superare centinaia di ore di infotainment e chilometri di carta stampata. E’ accaduto anche martedì 17 novembre, a quattro giorni dalla mattanza: ospiti della trasmissione, oltre a Carotenuto, un indagatore come Paolo Franceschetti (delitti rituali, Rosa Rossa, Mostro di Firenze), il regista Massimo Mazzucco (11 Settembre), Gioele Magaldi (“Massoni, società a responsabilità illimitata”) e un secondo massone, Gianfranco Carpeoro, esperto di codici simbolici: «Scordatevi qualsiasi altra pista, quello di Parigi è stato un attentato progettato da menti massoniche o para-massoniche e destinato innanzitutto ad altri massoni, i soli in grado di cogliere immediatamente il significato di quella data, 13 novembre».

Non un giorno a caso, ma quello in cui – spiega Carpeoro – nel lontano 1307 un gruppo di Templari riuscì a lasciare Parigi sfuggendo alle persecuzioni ordinate da Filippo il Bello: quei Templari riapararono in Scozia, dove si unirono a logge Sarkozymassoniche, all’epoca ancora “operative”, professionali (dedite cioè alla costruzione di cattedrali) per poi dar vita, in seguito, alla massoneria moderna. Già avvocato, pubblicitario e scrittore, eminente studioso di linguaggio simbolico nonché ex “sovrano gran maestro” della massoneria italiana di rito scozzese, Carpeoro ha aderito al “Movimento Roosevelt” fondato da Magaldi per contribuire al “risveglio” della politica italiana in chiave anti-oligarchica. Su Parigi la pensa come Carotenuto e lo stesso Magaldi: è semplicemente impossibile, sul piano tecnico, che i commando di jihadisti in azione nella capitale francese abbiano potuto agire da soli, senza la copertura decisiva di settori “infedeli” delle forze di sicurezza. In più, Carpeoro ravvisa la possibile applicazione del modulo standard concepito dalla Cia per attuare la strategia della tensione, basato su tre direttrici simultanee: due attentati strategici (uno principale, l’altro di riserva) e un terzo obiettivo, tattico-diversivo, per sviare la polizia e centrare più facilmente il “bersaglio grosso”.

Secondo questo copione, sistematicamente attuato, il presidente Hollande potrebbe esser stato addirittura all’oscuro del complotto, sostiene Carpeoro: probabilmente il “bersaglio grosso” doveva essere lui, insieme agli altri spettatori allo stadio. «Poteva essere una strage ben peggiore, con persone uccise dall’esplosivo e altre dal caos scatenato dal panico, sugli spalti. Ma qualcosa è andato storto, perché qualcuno ha intercettato i kamikaze fuori dallo stadio. Solo a qual punto, quindi, i terroristi potrebbero aver ricevuto l’ordine di sterminare il pubblico del teatro Bataclan. Le sparatorie nel centro di Parigi? Solo un diversivo per distogliere le forze di polizia, ignare dell’operazione in corso». Obiettivo comunque raggiunto grazie al Piano-B, la strage nel teatro: terrore diffuso, insicurezza, bisogno di protezione e quindi maggiore disponibilità ad accettare strette repressive e persino la prospettiva della guerra. Retroscena: «Bisogna capire con chi parlò Hollande nei giorni precedenti, tenendo conto che negli ultimi anni, si veda la Libia ma non solo, è stata sempre la Francia a dare il via ai grandi sconvolgimenti geopolitici». Qualcuno potrebbe aver proposto a Hollande di aprire le danze anche stavolta (un mese fa, il capo Gianfranco Carpeorodell’Eliseo annunciò di voler bombardare l’Isis in Siria), in cambio di un allentamento della stretta di Bruxelles sulla finanza pubblica francese.

Non a caso, il governo di Parigi ha risposto all’attentato con massicci blitz dell’aviazione in Siria accanto alla Russia, e ha annunciato che per questo motivo la Francia sforerà il tetto europeo per la spesa pubblica. Magaldi fa bene a ricordare quanto già rivelato un anno fa nel suo libro esplosivo: il ruolo della superloggia segreta “Hathor Pentalpha” dietro alla strategia della tensione (internazionale) avviata con l’11 Settembre. Un clan sanguinario fondato da Bush padre, che poi reclutò leader come Blair, Sarkozy, Ergdogan. Dal canto suo, un ex stratega dell’intelligence come Carotenuto, ora impegnato sul fronte opposto anche attraverso il network “Coscienze in rete”, non usa giri di parole: «Per distruggere l’Isis in tre settimane non serve neppure una bomba, basta chiudere i rubinetti: bloccare via terra, cielo e mare i rifornimenti che l’Isis riceve ogni giorno, come le centinaia di Tir che varcano regolarmente il confine turco». Finora si è lasciato fare? Inutile stupirsene: «Non esiste terrorismo, e nemmeno strapotere mafioso, senza una protezione diretta da parte dei vertici. Come dimostra la storia delle Br, a lungo “imprendibili” e poi liquidate, lo Stato è infinitamente più forte di qualsiasi avversario di quel genere: se gli attentati hanno successo, è solo perché qualcuno, dall’interno, ha collaborato coi terroristi».

L’ultima cosa che manca, oggi, è la manovalanza: «Non si può pensare che milioni di persone si rassegnino ad avere fame per sempre», dice ancora Carpeoro: «Questo sistema economico, radicalmente ingiusto, alla lunga non può che produrre rivoluzioni». Proprio per questo, dice ancora l’ex “sovrano gran maestro” della massoneria non-allineata di Palazzo Vitelleschi, gli elementi più lucidi della super-massoneria internazionale anglosassone hanno iniziato a opporsi all’élite oligarchica. Magaldi conferma: proprio a loro, oltre che all’opinione pubblica europea, è rivolto il terrorismo di Parigi, concepito come monito nei confronti dell’élite democratica, «in fase di riorganizzazione dopo decenni di dominio da parte dell’ala neo-aristocratica e reazionaria del massimo potere». Proprio quei poteri, chiosa Carotenuto, hanno operato ininterrottamente nella medesima direzione, la guerra, a partire dall’11 Settembre: Iraq e Afghanistan, Somalia, Yemen, poi le «finte primavere arabe» che hanno destabilizzato paesi come Egitto e Tunisia, fino alla doppia carneficina della Libia e della Siria. «Identico l’obiettivo: creare il caos, e in quel caos fra crescere la manovalanza del terrore, ieri Al-Qaeda e oggi Isis». Fausto CarotenutoMovente: «Solo in condizioni di evidente emergenza l’opinione pubblica occidentale più accettare la guerra e, entro i propri confini, decisive restrizioni della libertà che consegnano ancora più potere ai soggetti dominanti».

Per Carpeoro, dietro a tutto questo non c’è neppure una grande visione, sia pure distorta: «C’è solo brama di potere, di dominio: se il 50% dell’energia di cui ho bisogno proviene da uno di quei paesi, non posso tollerare che vi si instauri una democrazia», in grado di insediare un governo che cambi le carte in tavola e pretenda diritti. Forse, sotto questo aspetto, la strage di Parigi – che è un’esibizione minacciosa – può essere anche un segnale di debolezza: gli egemoni ricorrono alla legge della paura perché temono di perdere terreno? Per Carotenuto, non è neppure questione di geopolitica o banche: «Al-Qaeda e l’Isis sono soltanto strumenti. Il vero obiettivo è dominare la nostra mente, condizionandola in eterno per renderci inoffensivi e rassegnati». Guai a dare la caccia ai fantasmi, insiste Carpeoro: si rischia solo di credere alla fiaba dell’Uomo Nero, proprio come vorrebbero gli egemoni. «Il potere è uno schema», non una piramide: «Puoi abbattere il vertice, e il giorno dopo i peggiori leader sono sostituiti con altri, identici. Il problema siamo noi, che accettiamo un sistema senza valori, che prevede che qualcuno stia meglio se altri stanno peggio: dobbiamo svegliarci, rifiutare questo tipo di società». E’ possibile che il “risveglio” sia già partito, ai piani alti? Lo spaventoso massacro di Parigi ne sarebbe una conferma: l’élite stragista comincia ad avere paura, al punto da scatenare l’orrore in mondovisione?

Preso da: http://www.libreidee.org/2015/11/chi-pilota-lisis-ha-il-terrore-che-smettiamo-di-avere-paura/

Le reti di reclutamento del terrorismo offrono finti contratti di lavoro per attrarre i giovani disoccupati del Nord Africa.

24/10/2015 08:31

Cartoon_ISIS

Il quotidiano algerino Echorouk ha recentemente pubblicato sul proprio sito web un articolo esclusivo che porta all’attenzione una nuova tattica elaborata dalle organizzazioni terroristiche, in particolare da ISIS, per reclutare combattenti tra le folte file dei giovani disoccupati in Nord Africa.

Il quotidiano riporta che “l’apparato dell’antiterrorismo algerino ha iniziato a combattere le reti di reclutamento che mirano a convincere con l’inganno i giovani disoccupati ad unirsi alle organizzazioni terroristiche in Siria, Iraq e Yemen, utilizzando contratti di lavoro falsi”. Le fonti dello stesso quotidiano hanno riferito che “finti uomini d’affari contattano i salafiti sfruttando applicazioni come WhatsApp e Viber, tramite cui vengono inviati falsi contratti di lavoro come autista o altre posizioni in un dato paese arabo, aiutandoli ad ottenere visti e perfino biglietti aerei per poi metterli in contatto con le organizzazioni terroristiche attive nella regione”.

Riportando la testimonianza di un gruppo di giovani algerini disoccupati che hanno riferito di aver ricevuto via WhatsApp e Viber offerte di lavoro (che non hanno accettato perché resisi conto che si trattava di un inganno), il quotidiano algerino segnala che questa nuova tattica di adescamento “non prende di mira soltanto salafiti, ma anche giovani disoccupati disperati” del Nord Africa.

Da tempo l’organizzazione terroristica guidata da Abu Bakr al-Baghdadi ripone particolare interesse in quello che considera un importante bacino di reclutamento, i giovani arabi disoccupati, cui l’ISIS offre dei veri e propri stipendi per convincerli ad andare a combattere in Siria, Iraq e Libia. È evidente come questa strategia abbia gioco facile fornendo la prospettiva concreta di un salario laddove invece questa prospettiva è assente o difficilmente realizzabile (per avere un quadro complessivo del tasso di disoccupazione giovanile in Nord Africa è possibile visitare il sito del World Bank).

L’esperto algerino in movimenti islamisti Ahmed Mizab, intervistato da Echorouk, ha correttamente evidenziato che “i metodi tramite cui sono reclutati i jihadisti vengono regolarmente cambiati per sfuggire ai controlli degli apparati di sicurezza”. A questo proposito, segnaliamo che l’emittente britannica BBC ha riferito che “il 26 settembre l’ISIS ha annunciato su Twitter il lancio di un proprio canale sulla nuova app Telegram”. Questa diversificazione dei canali di propaganda e di reclutamento, adottata anche da altre organizzazioni terroristiche come Ansar al-Sharia in Libia e AQAP (Al-Qaeda nella Penisola arabica), risponde a una duplice finalità: sfuggire al monitoraggio dei social media tradizionali (Facebook e Twitter) da parte dei servizi di sicurezza internazionali ed amplificare la portata del proprio messaggio.

Per affrontare le sorprendenti capacità dimostrate dalle organizzazioni terroristiche nello sfruttare le nuove tecnologie per far presa sulle giovani generazioni e, in particolare, sulle fasce più deboli e svantaggiate della popolazione, è necessario che i paesi arabi (e non solo) adottino un approccio proattivo in grado di contrapporsi a queste organizzazioni sia sul fronte del contrasto dei contenuti jihadisti sui canali social sia su quello economico-sociale.

Preso da: http://www.cosmonitor.com/site/2015/10/24/le-reti-di-reclutamento-del-terrorismo-offrono-finti-contratti-di-lavoro-per-adescare-i-giovani-disoccupati-del-nord-africa/

Il nuovo ascaro degli USA in Medio Oriente: l’ISIS

Scritto il febbraio 16, 2015 by Federico Dezzani

Questa settimana ci occuperemo ovviamente di Libia e lo faremo con due articoli in successione. Nel primo studieremo l’origine dell’ISIS, secondo mostruoso parto dell’intelligence americana dopo Al Qaida, mentre il secondo ripartirà dal nostro pezzo “Libia: sfida Russia-USA?” pubblicato nel novembre 2014, proseguendo sino ai velleitari piani bellici di oggi.

Italiani, all’armi!

L’ISIS infatti rafforza le sue posizioni sulle coste libiche e, stando al piano strategico “The Islamic State 2015” redatto in inglese ad uso e consumo del pubblico occidentale, intende trasformare la “quarta sponda” in una base di lancio missilistica per colpire l’Italia in vista di un’invasione da sud del continente. Roma esce dal letargo libico in cui era caduta e, per bocca dei ministri Roberta Pinotti e Paolo Gentiloni, azzarda l’invio di almeno 5.000 uomini e chiede per sé la guida di una coalizione internazionale.

L’ultima volta che un presunto missile libico colpì l’Italia fu nel 1986 quando secondo i media il Colonnello Gheddafi avrebbe lanciato due missili balistici a corto raggio Scud contro Lampedusa, in risposta ai raid aerei americani con cui il presidente americano Ronald Reagan aveva cercato di liquidarlo: che l’episodio, come afferma l’allora capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare Basilio Cottone1, fosse una montura di servizi segreti stranieri finalizzata a compromettere le relazioni italo-libiche, ci ricorda che il terrorismo è lo strumento di manipolazione dell’opinione pubblica per eccellenza.

Il modus operandi dell’ISIS è talmente efferato ed amorale che obbliga a chiedersi se il suo obbiettivo sia effettivamente l’instaurazione del Califfato Islamico oppure sia l’ennesima sigla dietro cui si nascondo determinati interessi: si può fare proselitismo sgozzando cooperanti inglesi, decapitando i copti egiziani, crocifiggendo i cristiani siriani, seppellendo vivi i bambini iracheni o facendo saltare in aria le mura di Ninive?

Se l’Università cairota di Al-Azhar, una delle massime autorità dell’islam sunnita cui pretende di appartenere anche l’ISIS, ha fermamente condannato l’organizzazione terroristica e ha invocato pene esemplari per i suoi membri2, ad Occidente c’è invece chi ha interesse nel proliferare dello Stato Islamico, perché alimenta quello stato di assedio nato dopo la strage di Charlie Hebdo (“Prendere atto della Terza Guerra Mondiale” scriveva il 9 gennaio Lucia Annunziata) e consente di mettere a ferro e fuoco quegli Stati (Siria, Libano, Iraq) dove è forte l’influenza iraniana e russa.

La sua apparizione sul palcoscenico internazionale l’ISIS ( Islamic State of Iraq and al-Sham noto anche come ISIL, Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) la fa proprio in Siria nella primavera del 2013 quando l’opposizione al regime di Bashar Assad (il Free Syrian Army e l’organizzazione terroristica Fronte al-Nusra, finanziati ed equipaggiati da Turchia, Qatar, Arabia Saudita, NATO ed Israele) subisce una sconfitta strategica nella battaglia di Al-Qusayr3, la “Stalingrado” dell’insurrezione siriana.

Se un tentativo di ribaltare la situazione del campo sarà abbozzato pochi mesi dopo dal trio Washington-Londra-Parigi che cercheranno invano di bombardare l’Esercito Arabo Siriano sull’onda del falso attacco chimico di Damasco, il capo di Al Qaida, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, anticipa tutti lanciando nell’aprile del 2013 un provvidenziale appello per l’unità delle milizie sunnite e l’instaurazione di uno Stato Islamico4. Risponde pochi giorni dopo lo sceicco Abu Bakr al-Husseini al-Baghdadi che in un messaggio video proclama che l’organizzazione terroristica di cui è capo, lo Stato Islamico operante in Iraq, estenderà il suo raggio d’azione alla Siria, prendendo il nome d’ora in vanti di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante5. Così facendo l’ISIS entra in diretta concorrenza con il Fronte al-Nusra, anch’esso riconducibile all’estremismo sunnita, ed inizia un processo di inglobamento del secondo, accompagnato da saltuarie ma sanguinose faide6: a facilitare l’integrazione però concorre la reciproca presunta conoscenza tra il capo dell’ISIS, Al-Baghdadi, e quello di al-Nusra, Abu Muhammad al-Golani, entrambi veterani di Al Qaida in Iraq ed ex-camerati7.

L’ISIS sembra eclissare in questi ultimi mesi la stessa Al Qaida (l’ultima azione significativa rivendicata da quest’ultima è la strage di Charlie Hebdo) seguendo quel tipico percorso di progressiva sostituzione delle organizzazione terroristiche man mano che si usurano. Anche l’Italia ha vissuto durante gli anni della strategia della tensione una simile esperienza con l’avvidendarsi del terrorismo nero, quindi rosso ed infine mafioso.

Chi è Abu Bakr al-Baghdadi, l’enigmatico capo dell’ISIS

La voce dello sceicco Al-Baghdadi è stata diffusa pochi giorni fa dalle stazioni radio di Sirte, Libia, quando l’ISIS ha preso possesso della città: il messaggio di Al-Baghdadi, dato significativo, non è stato registrato per l’occasione ma è stato estrapolato da un sermone di diversi mesi prima dove si profetizzava l’avvento del Califfato8. Chi è dunque Al-Baghdadi e come ha creato questo temibile strumento di terrore che semina morte da Tripoli al Kurdistan iracheno? Esistono sul suo contro tre versioni, dalla più estrema alla più conservativa: le riportiamo tutte dal momento che spesso le menzogne sono deformazioni della verità.

In base alla prima tesi Abu Bakr al-Baghdadi non sarebbe nato nel 1971 a Samarra, Iraq, né sarebbe uno sceicco/emiro/califfo a capo di una brigata internazionale di islamici fanatici, bensì un prodotto di marketing simile ai cantati plasmati da zero nei reality televisivi: sarebbe infatti un agente del Mossad o secondo un’altra variante avrebbe ricevuto una formazione dal Mossad in materia di teologia islamica ed oratoria9. Di certo possiamo dire che l’ISIS non ha mai costituito una seria minaccia per Israele ma al contrario un vantaggio tattico: l’organizzazione terroristica ha messo a ferro e fuoco la Siria di Assad e l’Iraq di Maliki mentre ha indotto Giordania ed Egitto a collaborare con Tel Aviv in materia di sicurezza10.

La seconda tesi prende spunto da un articolo apparso nel 2007 sull’autorevole New York Times: Al-Baghdadi sarebbe un personaggio fittizio, interpretato dall’attore Abu Adullah al-Naima e commissionato da “Al Qaida in Iraq” per leggere i suoi sermoni affinché la rete terroristica sembrasse guidata da un iracheno e non da stranieri come in realtà era. L’articolo riportava inoltre notizie di una possibile uccisione di Al-Baghdadi per mano delle truppe americane già nel 2007. Ricordiamo che Al Qaida non esisteva in Iraq prima dell’invasione anglo-americana e che la disfatta militare della coalizione non è stata opera dell’organizzazione di Bin Laden, ma dei sunniti epurati dall’esercito dopo l’abbattimento del regime di Saddam Hussein e degli sciiti della milizia Jaish al-Mahdi.

La terza tesi, quella più conservativa, ruota attorno ad un articolo del dicembre 2014 apparso su The Guardian11 secondo cui Al-Baghdadi, terrorista in carne ed ossa, sarebbe stato catturato dagli americani poco dopo l’invasione e rinchiuso nel carcere di Bucca: qui il “califfo” avrebbe fatto conoscenza con gli altri detenuti e forgiato le basi ideologiche del futuro ISIS fino alla sua provvidenziale scarcerazione del dicembre del 2004 (secondo altri sarebbe stato scarcerato nel 200912).

In definitiva, Al-Baghdadi esiste oppure no? È vivo oppure è morto nel 2007 o nel settembre 2014 sotto i bombardamenti americani su Mosul13? Sono quesiti che possono rimanere senza risposta: è importante focalizzarsi su ciò che l’ISIS fa e riflettere sul “cui prodest”.

ISIS: forza e composizione

L’ISIS è una brigata internazionale del terrorismo i cui effettivi variano, a seconda delle stime, dai 7.00014 ai 30.00015 miliziani, con una forte presenza di stranieri (circa 3.000 nel teatro iracheno e siriano16). Tranne l’uso sporadico di qualche aereo o carrarmato, dispongono delle tradizionali armi della guerriglia, alcune di fabbricazione americana paracadutate in loco direttamente dalla US Air Force17 ed alcune abbandonate dall’esercito iracheno in ritirata18.

Come nel caso di Al-Nusra in Siria, anche le milizie islamiste autoctone che controllano Tripoli, riunite sotto la sigla Fajr Lybia, hanno patito l’arrivo dell’ISIS che prende velocemente il sopravvento e marginalizza le organizzazioni islamiste locali fino alla cancellazione/inglobamento19.

A cosa serve l’ISIS

L’ISIS ha guadagno le prime pagine dei giornali quando, nella tarda primavera del 2014, esce dalle sue consolidate basi lungo la valle dell’Eufrate (Raqqa, Deir Ez-Zor, Abu Kamal) e penetra a fondo in Iraq, in direzione nord (Kurdistan iracheno) e sud (Baghdad): verso al fine di giugno la caduta della capitale sembra imminente20 ed il premier filo-iraniano Nuri Al-Maliki è costretto alle dimissioni a metà agosto, con grande gioia di Washinton.

Nel settembre gli USA ed i loro tradizionali alleati (UK, Francia, Giordania, Arabia Saudita, Kuwait, etc.) avviano una lunga serie di raid aerei contro l’ISIS dai dubbi risultati, mentre sul lato opposto l’Iran incrementa l’invio di addestratori ed ufficiali per ricostruire da zero l’esercito iracheno21 e la Russia mantiene fede ai contratti precedentemente firmati inviando a Baghdad gli elicotteri d’attacco Mi-35 ed i caccia Su-2522.

Sottolineiamo come chi avesse tutto da perdere dall’avanzata dell’ISIS fossero il governo centrale di Baghdad e l’Iran che, attraverso un Iraq unito, riusciva a proiettarsi sino alla Siria ed al Libano. Chi ha tutto da guadagnare salla politica destabilizzante dell’ISIS sono invece quei paesi (USA, UK, Francia, Israele in testa) interessati alla cancellazione delle vecchie frontiere coloniali ed alla sostituzione degli Stati attuali con una miriade di “cantoni svizzeri” diversi per etnia e religione.

L’agenda dell’ISIS (il Califfato sunnita, l’espulsione del Kurdistan dall’Iraq, lo sbarco a Tripoli,etc.) ricalca infatti punto per punto i piani per un “Nuovo Medio Oriente” che sono stati fatti trapelare dal 2006 od oggi e che, anno dopo anno, profetizzano una sembra maggiore balcanizzazione della regione e la sua divisione secondo linee etniche e religiose. Il processo, lo vediamo ogni giorno, è accompagnato da una sempre più efferata pulizia etnica di cui le prime vittime sono le minoranze religiose, specialmente quelle cristiane.

Alleghiamo una mappa che esemplifica la spartizione cui si sta sottoponendo il Medio Oriente: la carta è apparsa nel settembre del 2013 sul New York Times23 e l’autrice, Robin Wright, è un membro del pensatoio Carnegie Endowment for International Peace.

Conclusione: l’ISIS è uno strumento della politica estera americana

L’ISIS è un esercito itinerante di mercenari e tagliagole, spostato dagli USA in tutto il Medio Oriente con finalità di destabilizzazione: scopo dell’organizzazione terroristica è portare la guerra dentro ai confini degli stati ostili a Washington, dilaniandoli con guerre a sfondo pseudo-religioso fino allo smembramento.

Pensare di debellare l’ISIS è ingenuo come sarebbe stato credere di eliminare in Italia, durante gli anni di piombo, i vertici delle Brigate Rosse, di Ordine Nuovo o di Avanguardia Nazionale (vedi omicidio Calabresi): la simbiosi tra il terrorismo ed establishment è tale da rendere superfluo ogni tentativo.

L’Italia deve tremare per l’arrivo dell’ISIS in Libia non perché la esponga a improbabili lanci di missili, quanto piuttosto perché è il segnale che Washington ha avviato una nuova campagna di destabilizzazione in tutto il Nord Africa, a quattro anni dalla “Primavera araba” targata CIA.

Salvare la Libia dal caos è possibile ma la soluzione non passa per le velleitarie ipotesi di un intervento terrestre italiano in territorio libico, bensì nel supporto illimitato a tutte quelle forze interne ed esterne alla Libia interessate a fermare la politica destabilizzatrice di Washington.

Ce ne occuperemo nel prossimo articolo.

1http://www.paginedidifesa.it/2005/salpietro_050920.html

2http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/grande-imam-di-al-azhar-attacca-l-isis-i-terroristi-andrebbero-crocifissi-_2093784-201502a.shtml

3http://www.lastampa.it/2013/05/20/esteri/la-battaglia-di-qusayr-assad-scacco-ai-ribelli-con-l-aiuto-di-hezbollah-1cTkwynoTagFEZT3ZqGVDJ/pagina.html

4http://rt.com/news/zawahiri-qaeda-islamic-state-469/

5http://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/view/al-qaeda-announces-an-islamic-state-in-syria

6http://syriahr.com/en/2015/01/isis-clashes-with-jabhat-al-nusra-and-islamic-battalions-around-mare-town/

7http://www.repubblica.it/esteri/2015/01/01/news/al_nusra_scheda-104138230/

8http://www.adnkronos.com/aki-it/sicurezza/2015/02/13/alla-conquista-della-libia-controlla-radio-sirte-ordina-alla-popolazione-sottomettersi_w06Sn0G8Q5SsU9Ar6rkGMN.html

9http://www.agoravox.it/Il-Califfo-del-Mossad.html

10http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/.premium-1.641497

11http://www.theguardian.com/world/2014/dec/11/-sp-isis-the-inside-story

12http://www.politifact.com/punditfact/statements/2014/jun/19/jeanine-pirro/foxs-pirro-obama-set-isis-leader-free-2009/

13http://www.iraqinews.com/iraq-war/urgent-isis-leader-abu-bakr-al-baghdadi-allegedly-killed-us-airstrikes/

14http://www.theguardian.com/world/2014/jun/12/how-battle-ready-isis-iraqi-army-peshmerga

15http://www.vox.com/2014/9/12/6138977/isis-iraq-numbers

16http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21604230-extreme-islamist-group-seeks-create-caliphate-and-spread-jihad-across

17http://www.theguardian.com/world/2014/oct/22/isis-us-airdrop-weapons-pentagon

18http://www.alternet.org/world/how-isis-ended-stocked-american-weapons

19http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2015/02/15/lisis-avanza-in-libia.-gentiloni-pronti-a-combattere-con-onu_9fdcefab-3ef5-443b-b48c-3ba44c71d74d.html

20http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2014/06/28/ARjQLPx-arrivano_qaedisti_periferia.shtml

21http://www.bloombergview.com/articles/2015-02-03/exclusive-iran-s-militias-are-taking-over-iraq-s-army

22http://english.alarabiya.net/en/News/2014/07/24/Russia-delivering-weapons-to-Iraq.html

Preso da: http://federicodezzani.altervista.org/libia1-il-nuovo-ascaro-degli-usa-mo-lisis/

Gheddafi lo aveva predetto:”Se vado via io Libia ai terroristi e Mediterraneo in caos”.

16 febbraio 2015

gheddafi libia profezie

Gheddafi lo aveva predetto:”Se vado via io Libia ai terroristi e Mediterraneo in caos”.Ecco di seguito la sua intervista UFFICIALE al Corriere Della Sera del 7/03/2011 ,la quale vi farà capire tante cose…

Cosa succede?

«Tutti hanno sentito parlare di Al Qaeda nel Maghreb islamico. In Libia c’erano cellule dormienti. Quando è esplosa la confusione in Tunisia e in Egitto, si è voluto approfittare della situazione e Al Qaeda ha dato istruzioni alle cellule dormienti affinché tornassero a galla. I membri di queste cellule hanno attaccato caserme e commissariati per prendere le armi. E’ successo a Bengasi e a Al-Baida, dove si è sparato. Vi sono stati morti da una parte e dall’altra. Hanno preso le armi, terrorizzando la gente di Bengasi che oggi non può uscir di casa e ha paura».
Da dove vengono queste cellule di Al Qaeda?

«I leader vengono dall’Iraq (ISIS), dall’Afghanistan o anche dall’Algeria. E dal carcere di Guantanamo sono stati rilasciati alcuni prigionieri».
Come possono convincere i giovani di Bengasi a seguirli?

«I giovani non conoscevano Al Qaeda. Ma i membri delle cellule forniscono loro pastiglie allucinogene, vengono ogni giorno a parlare con loro fornendo anche denaro. Oggi i giovani hanno preso gusto a quelle pastiglie e pensano che i mitra siano una sorta di fuoco d’artificio».
Pensa che tutto questo sia pianificato?

«Sì, molto. Purtroppo, gli eventi sono stati presentati all’estero in modo molto diverso. E’ stato detto che si sparava su manifestanti tranquilli… ma la gente di Al Qaeda non organizza manifestazioni! Non ci sono state manifestazioni in Libia! E nessuno ha sparato sui manifestanti! Ciò non ha niente a che vedere con quanto è successo in Tunisia o in Egitto! Qui, gli unici manifestanti sono quelli che sostengono la Jamahiriya».
Quando ha visto cadere, in poche settimane, i regimi di Tunisia e Egitto, non si è preoccupato?

«No, perché? La nostra situazione è molto diversa. Qui il potere è in mano al popolo. Io non ho potere, al contrario di Ben Ali o Mubarak. Sono solo un referente per il popolo. Oggi noi fronteggiamo Al Qaeda, siamo i soli a farlo, e nessuno vuole aiutarci».
Quali opzioni le si offrono?

«Le autorità militari mi dicono che è possibile accerchiare i gruppuscoli per lasciare che si dileguino e per portarli pian piano allo sfinimento. Questa è gente che sgozza le persone. Che ha tirato fuori i prigionieri dalle carceri, distribuendo loro le armi, perché andassero a saccheggiare le case, a violentare le donne, ad attaccare le famiglie. Gli abitanti di Bengasi hanno cominciato a telefonare per chiederci di bombardare quella gente».
Le inchieste delle organizzazioni umanitarie parlano di 6.000 morti. Contesta questa cifra?

(Risata). «Le porto un esempio. C’è un villaggio abitato da meno di mille persone, compreso il segretario del comitato popolare. E’ stato detto che lui era in fuga verso l’estero. Invece, era qui, con me, sotto la mia tenda! E’ stato detto che c’erano stati 3.000 morti in questo villaggio che ne conta 1.000, e resta un luogo tranquillo, dove la gente non guarda nemmeno la tv».
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha preso una risoluzione contro la Libia…

«Non è competente per gli affari interni di un Paese. Se vuole immischiarsi, che invii una commissione d’inchiesta. Io sono favorevole».
Dal 1969 lei ha conosciuto 8 presidenti americani. L’ultimo, Barack Obama, dice che lei deve «andarsene» e lasciare il Paese…

«Che io lasci cosa? Dove vuole che vada?».
Cosa si aspetta oggi?

«Che Paesi come la Francia si mettano al più presto a capo della commissione d’inchiesta, che blocchino la risoluzione dell’Onu al Consiglio di sicurezza e che facciano interrompere gli interventi esterni nella regione di Bengasi».
Quali interventi?

«So che esistono contatti semi-ufficiali, dei britannici o di altri europei, con personaggi di Bengasi. Abbiamo bloccato un elicottero olandese atterrato in Libia senza autorizzazione».
I piloti sono vostri prigionieri?

«Sì, ed è normale».
A sentir lei, tutto va bene».

«Il regime qui in Libia va bene. E’ stabile. Cerco di farmi capire: se si minaccia, se si cerca di destabilizzare, si arriverà alla confusione, a Bin Laden, a gruppuscoli armati. Migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. Bin Laden verrà ad installarsi nel Nord Africa e lascerà il mullah Omar in Afghanistan e in Pakistan. Avrete Bin Laden alle porte». (nel 2001 la minaccia era Bin Laden,quindi Al Qaeda che oggi si è unita all’ ISIS)
Lei agita lo spettro della minaccia islamica…

«Ma è la realtà! In Tunisia e in Egitto c’è il vuoto politico. Gli estremisti islamici già possono passare di lì. Ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo. La Sesta Flotta americana sarà attaccata, si compiranno atti di pirateria qui, a 50 chilometri dalle vostre frontiere. Si tornerà ai tempi di Barbarossa, dei pirati, degli Ottomani che imponevano riscatti sulle navi.(*) Sarà una crisi mondiale, una catastrofe che dal Pakistan si estenderà fino al Nord Africa. Non lo consentirò!».

Come volevasi dimostrare: caduto Gheddafi la Libia è caduta nel caos, e oggi i terroristi dell’ISIS sono arrivati sino alle coste occidentali della regione.

E giusto per farvi capire quanto profetiche sono le parole di Gheddafi riportiamo una notizia di qualche giorno fa:
Degli uomini armati su un barchino hanno minacciato una motovedetta della Guardia Costiera italiana che stava soccorrendo un’imbarcazione con migranti a bordo, a circa 50 miglia da Tripoli. Gli uomini armati hanno intimato agli italiani di lasciare loro l’imbarcazione dopo il trasbordo dei migranti. E così è avvenuto. Il personale della Guardia Costiera a bordo delle motovedette che fanno operazioni di ricerca e soccorso migranti nel canale di Sicilia non è armato.

Gli ultimi italiani rimpatriati da Tripoli hanno dichiarato che a Tripoli l’ISIS c’è già da tempo. Ora fate uno più uno per capire chi fossero gli “uomini armati sul barchino”.

 L’ennesima politica disastrosa di un occidente imperialista ed assassino.