Cronache dalla Libia 6

21 agosto 2011

  • Mathaba informa: Testimoni oculari respingono i progressi dei ribelli su Tripoli come disinformazione. 21.08.2011
    Ulteriori relazioni provenienti da altre fonti giornalistiche confermano i rapporti precedenti su Tripoli sotto il pieno controllo delle forze lealiste libiche mentre piccole bande di ribelli mettono su spettacoli sporadici per le telecamere.
    Rapporti di proiettili traccianti ed esplosioni sulla capitale libica hanno scatenato le voci della sconfitta imminente del colonnello Gheddafi e il suo regime. Tuttavia, si scopre che i colpi sono stati sparati per festeggiare per i fedelissimi Gheddafi in occasione di una vittoria.
    Sabato sera, colpi sono stati sparati nei pressi di un albergo che ospita giornalisti stranieri. Le esplosioni son state udite anche nella zona come gli aerei della NATO hanno effettuato pesanti bombardamenti dopo il tramonto, secondo l’Associated Press. I ribelli sono stati segnalati in combattimento nel quartiere Tajoura della città, così come nei pressi dell’aeroporto internazionale di Tripoli. Ci sono state segnalazioni che combattimenti sono scoppiati anche nei quartieri di Soug Jomaa e Arada a est. Ribelli, appoggiati dalla NATO in Libia, hanno sostenuto che la battaglia per la capitale Tripoli potrebbe svolgersi entro la fine del mese, visto che hanno ormai preso il controllo delle città chiave attorno alla roccaforte di Gheddafi.
    Tuttavia, tutti questi rapporti si sono dimostrati falsi.
    In un nastro audio trasmesso dalla tv di Stato, il colonnello Gheddafi si congratula con i suoi sostenitori.
    La giornalista indipendente Lizzie Phelan, dice i reports sono un tentativo da parte della NATO per creare panico.
    La sola sparatoria che abbiamo sentito è stata per festeggiare,” ha detto. “E le sole esplosioni che abbiamo sentito sono gli attacchi aerei della NATO o bombe sonore della NATO, che sono chiaramente volte a creare un senso di panico nella capitale di Tripoli“.
    Phelan ha detto che i ribelli libici hanno creato falsi filmati di se stessi in Zawiya e Tripoli, e sono stati aiutati nella diffusione dei filmati, tra gli altri media, da Al Jazeera. La televisione satellitare con base in Qatar, ha sostenuto, è stata al centro del complotto dei media contro la Libia. I media mainstream occidentali, ha continuato, a sua volta hanno preso queste relazioni e le hanno ripetute, creando un senso di panico tra il popolo libico.”Più tardi nelle aree come Soug Jomaa, dopo le preghiere, sono emerse una serie di bande armate, che sono essenzialmente cellule dormienti di ribelli all’interno della città, e hanno cominciato a sparare a caso e a minacciare le persone comuni, che se non si fossero uniti a loro li avrebbero assassinati“, ha detto.
    Essi allora hanno preso filmati delle strade vuote che hanno creato il senso che erano in procinto di acquisire la città. Molte persone a Tripoli sono state armate dal governo e queste persone sono uscite per difendere la loro capitale,” – ha aggiunto.”Il portavoce del governo è venuto fuori e ha insistito che la situazione era sotto controllo,” ha affermato Phelan. “Come risultato, ora nella piazza Verde le masse sono uscite perché si sentono ancora sicure e si sono di nuovo lasciati andare spari celebrativi e fuochi d’artificio. Muammar Gheddafi ha parlato alle masse in diretta via telefono, perché ci erano state segnalazioni che era fuggito dal paese.
    Mahdi Nazemroaya, un analista politico, dice che gli spari nella capitale libica sono sporadici e disorganizzati e che il loro unico proposito è quello di fiaccare il morale della popolazione.
    L’obiettivo principale degli attacchi a Tripoli e di spezzare il morale e di causare il panico,” ha detto. “I media, qua all’hotel dove io sto, sono stati parte di questa campagna di disinformazione. Vogliono solo infondere il panico qua e far collassare il regime. Essi stanno alimentando e spingendo questa guerra psicologica contro questo paese.

Fonte:http://mathaba.net/news/?x=628148

traduzione di levred

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Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/08/21/libian-chronicles-6-0/

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Discorso del colonnello Gheddafi 21 Agosto 2011

“Alcuni si rallegrano degli aerei della Nato che bombardano durante il Ramadan, Dio maledica la loro religione. Avete insozzato le moschee, come fate a pregare là?

Il nostro paese era felice e confortevole nel mese di Ramadan, che cosa abbiamo fatto a Francia e a Gran Bretagna, volete dare loro il nostro petrolio.

Gli uomini di Libia  vogliono baciare la testa di Muamar.
Che cosa eravate prima della Rivoluzione Al Fatah? Voi eravate occupati dagli italiani!
Tornate alle vostre famiglie! Dove state andando? Voi state per dare petrolio libico alla Francia? I libici non potranno mai accettarlo.
Volete che la Francia vi governarni!
Volete che gli asini del Golfo vi guidino!
Cosa siamo, palestinesi? Somali!
Perché siamo diventati così? Chi sta con queste persone? Le nostre tribù sono state bombardate.
Chiamano gli aerei a bombardare il loro paese!
“Vieni bombambarda il mio paese!”
Cercate chi ha fatto questo alla Libia e vendicatevi di loro.
Chi ha causato questo? E’ noto.
Il traditore, il topo!
Non è libico. Guarda i libici (in TV) che baciano la mia foto ora!
https://gilguysparks.files.wordpress.com/2011/08/opekoimseprst.jpg?w=255
State distruggendo le cose realizzate, gli aeroporti!
I libici sono divenuti mendicanti in Egitto e Tunisia, vendicatevi su chi ha fatto questo.
Abbiamo perso le nostre menti o cosa? I nostri uomini erano eccellenti! Che cos’è questo 17 febbraio, i nostri figli vengono sprecati.
Ora diranno che il mio discorso è registrato in precedenza, i canali televisi menzogneri.
Oggi è il Ramadan 21. E sto guardando Bab Al Aziza ora.
La Nato sta crollando, è ai suoi ultimi giorni.
Stanno uccidendo i bambini.

Questi sono infedeli, ti ammazzano nel mese di Ramadan. Sono le ore 01:40 a.m. in questo momento!
Questa gente vuole bruciare la Libia. Le strade sulle montagne che hanno anche sorpreso l’Europa, sono utilizzate per andare sugli asini e il grande fiume!
I ribelli fuggono come topi dalle montagne. Gli asini del Golfo hanno dato loro le armi per distruggere i nostri condizionatori d’aria.
Un milione di persone saliranno a liberare la Libia da loro.

Guardate i fuochi d’artificio nella Piazza Verde!

Preso da:https://gilguysparks.wordpress.com/2011/08/21/discorso-del-colonnello-gheddafi-libya-21-agosto-2011-1-40-am/

il Grande Gheddafi.

di Pepe Escobar
19.08.2011
È notte tarda a Tripoli e il Grande Gheddafi sta sorseggiando un White Russian, fuma qualche prodotto magrebino di prima scelta e sta sintonizzando lo schieramento di TV al plasma nella sua tenda nella fortezza di Bab al-Aziziyah. Ma neppure una succulenta infermiera ucraina potrebbe pacificare la sua anima irrequieta.
Rimane sbigottito di fronte alle storie che vengono propinate da quella sbobba alfabetica occidentale, conosciuta come “informazione”; giurano che Muammar Gheddafi è “assediato”, “esausto”, che “cerca una via di uscita”, che “si sta preparando a scappare” (in Tunisia) e che è “solo una questione di tempo” prima che il suo regime “collassi”.

Tutto questo avviene perché una manica di barbari beduini appoggiati dalle bombe della North Atlantic Treaty Organization (NATO) ha deciso di pisciargli sul tappeto.

Il Grande Gheddafi: Quello scendiletto ci sta proprio bene in questa stanza.
Non riesce facilmente a immaginarsi “assediato”. Dopo che in Libia il suo successo al botteghino è almeno raddoppiato negli ultimi mesi. E allora qualche tizio della Casa Bianca ha detto a questi tizi di attenersi a un cessate il fuoco dove la NATO avrebbe gestito solo alcune parti della Cirenaica – sì per Bengasi, no per Misurata – e che avrebbe istituito una forza di peacekeeping con gli elmetti blu dell’ONU.
Guarda al calendario sull’iPhone; il sacro mese del digiuno del Ramadan durerà fino al 29 agosto. Ci sono ancora circa dieci giorni prima che il cessate il fuoco entri in funzione. Ma gli americani, come sempre, sono stati avidi. Volevano tutte le concessioni di petrolio e di gas su cui poter mettere le mani, e volevano che lui si mettesse da parte. Il petrolio e il gas, si può trattare, è solo un prezzo. Per quanto riguarda le dimissioni, lasciamo perdere.
L’assistente del Grande Gheddafi: Quando facciamo la manovra di rugby, io passo da dietro, ne prendo uno e lo riempio di botte! Giusto?
Il Grande Gheddafi: È un gran bel piano. È davvero ingegnoso, se ho capito correttamente. Come un fottuto orologio svizzero.
Che genere di guerra “popolare” era questa? I suoi ragazzi dell’intelligence gli avevano portato su un piatto d’argento l’ultimo sondaggio Rasmussen, secondo il quale solo il 20% degli Americani sosteneva lo scandalo dei bombardamenti degli Stati Uniti/NATO, specialmente perché questi pagliacci stavano bombardando folle di civili, persino bambini. Gli europei – la gente vera, non i burocrati di Bruxelles – erano ancora più disgustati.
E come poter comprendere questi nichilisti europei che hanno cercato di far passare la storia che lui, Gheddafi, fosse un “perfido dittatore ” che voleva “uccidere la sua gente”!
L’assistente del Grande Gheddafi: Nichilisti! ‘Sti cazzi. Voglio dire, dì quello che ti pare dei principi del Socialismo Nazionale, Drugo Arabo, ma almeno è una filosofia.
Gli europei nichilisti stavano bombardando le infrastrutture civili, privando molte persone nella Libia occidentale di cibo e di acqua, per fare in modo che si potessero “sollevarsi” per abbatterlo. Così funziona una guerra per “proteggere i civili” per queste menti malate occidentali: fare cacare addosso i civili.
Il Grande Gheddafi sapeva di non essere solo. La gente di Tripoli non era “impaurita”. Gli studenti, gli insegnanti, le persone comuni, tutti ben armati di kalashnikov, RPG e mortai, erano pronti a fare la propria parte, per controllare i margini della città, per presidiare un cordone di posti di blocco, per organizzare una difesa casa per casa. I “ribelli della NATO” non ce l’avrebbero mai fatta.
L’assistente del Grande Gheddafi: Ho delle informazioni, capo. C’è altra roba buona là fuori!
Davvero. Ora lui sapeva che le più grandi tribù – Warfa’llah, Washafana, Tarhouna, Zlitan – erano con lui e che, smentendo la propaganda dei “ribelli della NATO “, Zawiya, Gharian e Surman non era cadute.
Lui sapeva che questi personaggi ripugnanti del Consiglio di Transizione Nazionale sarebbero stati sempre immischiati nelle loro guerre tribali, alla fin fine piccole guerre civili.
Non riusciva ancora a credere quanto fossero ottusi gli Americani e gli Europei per innaffiare di soldi la brigata di Abu Ubaidah bin Jarrah, che si rifiuta di combattere sotto la guida dei “ribelli NATO” e invece controlla la “sicurezza interna”, decapitando i nemici.
Ora lui riusciva a godere anche del supporto della bellicosa tribù Obeidi, che comprende la famiglia del generale Abdul Fatah Younis, il suo ex ministro degli Interni, disertore e comandante in capo dei “ribelli”, ucciso dai “ribelli NATO” stessi.
Questi fessi occidentali, che fino a ieri stavano baciando l’orlo delle sue lussuose tuniche nella sua tenda itinerante, stavano ora sbavando sui succosi contratti commerciali e le ancora più succose lottizzazioni dei campi petroliferi, credendo di essere in grado di contenere l’inevitabile, colossale guerra tribale e civile.
Il Grande Gheddafi: Allora, se puoi scrivere il mio assegno per il 10% di mezzo trilione…. 50 miliardi… che devo uscire per mescolarmi alla gente.
Ha sempre saputo perché gli erano venuti a pisciare sul tappeto. Perché non aveva rilasciato le concessioni petrolifere che i drogati di tè, i mangiaranocchi e gli yankee volevano. E così loro, e quegli ineffabili bastardi sauditi hanno iniziato a fomentare questi tizi fanatici collegati ad al-Qaeda, proprio come fecero in Afghanistan negli anni ’80.
I “banksters” occidentali hanno inventato una Banca Centrale “alternativa” – con l’aiuto di HSBC – per rubare i soldi della Libia. Hanno anche inventato una nuova, totalmente privatizzata, compagnia petrolifera nazionale gestita dal Qatar, per rubare il petrolio delle Libia. Perché non ci avevano pensato prima a questa truffa, la “guerra umanitaria”? Avrebbe potuto farci un sacco di soldi.
Il Grande Gheddafi: Tu hai la tua storia, io ho la mia. Io dico che ti avevo affidato i soldi, e *tu* li hai fatti sparire!
La “coalizione”: Come se noi avessimo mai *sognato* di prenderci i tuoi soldi merdosi!
E il blowback arriverà, e saranno cazzi amari.
Le bombe della NATO hanno messo in crisi l’industria petrolifera libica per almeno tre anni. Ma questi vigliacchi non hanno le palle per iniziare la Battaglia di Tripoli, uccidendo donne e bambini a frotte.
Il Grande Gheddafi: Ah! Fascisti del cazzo!
Dovranno bombardare Tripoli per portarla all’età della pietra, come hanno fatto a Baghdad. O sganciare qualche peste biologica per svuotare l’intera città.
Il Grande Gheddafi: Io lo so, il Drugo lo so Non può reggere, lo sa. Quest’aggressione non può reggere, caro mio.
Bene, se questo è il genere di paradiso che la NATO assieme a quei “democratici” dei Sauditi e dei Catarioti volevano, il Drugo Arabo acconsentirà, rendendogli la vita un inferno. Un caotico libero mercato, una base Africom nel Mediterraneo, un governo fantoccio inconsistente, un Karzai libico, e una guerriglia che li combatterà fino al giorno del Giudizio. Un nuovo Afghanistan.
Il Grande Gheddafi ha messo la Chocolate Watchband sul suo iPodI just dropped in/ to see/ what condition my condition was in – io ho controllato il perimetro e sono uscito nella notte non tanto fredda del Nord Africa. Ma non per molto. I jet della NATO facevano cerchi nel cielo, e poi sette forti esplosioni hanno colpito Bab al-Aziziyah.
Lo Straniero: L’oscurità si abbatté sul Drugo, più nera del culo di un manzo nero in una notte senza luna nella prateria. Non c’era fine.

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Galleria

Report sull’attendibilità delle “Foto di Caesar”

   Report sull’attendibilità delle “Foto di Caesar” e sulla relativa mostra

A cura di
Redazione di www.sibialiria.org
Redazione di www.lantidiplomatico.it

Documento Pdf Originale

Questo report esamina l’attendibilità delle “Foto di Caesar” (un sedicente fotografo della
Polizia militare siriana “incaricato di fotografare prigionieri dopo la loro esecuzione”), la veridicità del contesto nel quale sarebbero state scattate e, più in generale, l’”Operazione Caesar”: una campagna mediatica basata su queste foto e condotta attraverso innumerevoli articoli, servizi TV, libri, mostre.. finalizzata a supportare la guerra alla Siria.
Ma, prima di inoltrarci nella nostra disamina, riteniamo importante una precisazione. Noi non escludiamo affatto – anzi, le riteniamo probabili – efferatezze all’interno delle carceri di una Siria da anni aggredita da una guerra che ha già provocato 250.000 morti.

Quello che, tuttavia, più ci spinge a mobilitarci contro l’”Operazione Caesar” è che sia stato il Qatar – uno dei soggetti più attivi nel promuovere, tramite i suoi “ribelli”, questa guerra – ad avere finanziato questa campagna mediatica.

Un’altra motivazione è, poi, l’allestimento della mostra all’interno di un prestigioso museo del Ministero per i Beni Culturali. Di un paese, cioè, che , da cinque anni, contribuisce – al pari di altre nazioni occidentali e delle petromonarchie – ad alimentare la guerra alla Siria. Ci riferiamo alla rottura delle relazioni diplomatiche con Damasco, al diniego del visto di ingresso a parlamentari siriani invitati da loro colleghi
italiani, alla partecipazione italiana al “Gruppo Amici della Siria” (oggi “Small Group”, e cioè un gruppo di paesi che in vario modo ha fomentato la guerra dando appoggio a gruppi armati di opposizione e non certo “moderati”) al riconoscimento dei “ribelli” del Consiglio Nazionale Siriano quali “unici rappresentanti del popolo siriano”, all’imposizione di sanzioni che, insieme alla guerra, hanno ridotto alla fame il popolo
siriano (e che, invece, sono escluse per i “ribelli” i quali, ancora oggi, possono di vendere in Occidente il petrolio da essi estratto nei territori da essi “liberati”).
C’è poi un’altra motivazione: l’”Operazione Caesar “(che si colloca sull’onda di altre gravissime manipolazioni dei fatti, in altri contesti, come, ad esempio,  le “fosse comuni di Gheddafi” o quelle di Timisoara), al pari di alcune foto sulle foibe capovolge la realtà, trasformando le vittime in carnefici e i carnefici in vittime.

E prima di andare avanti nella lettura di questo report, vale la pena di guardare questo
breve video, prodotto da un gruppo di attiviste e attivisti siriani – SyrianGirlpartisan – che cercano, faticosamente, di fare controinformazione.
È composto di due parti.  Nella prima – già messa on line da un
gruppo di “ribelli anti-Assad” – vengono mostrati poliziotti e soldati del governo
di Damasco catturati, interrogati e successivamente uccisi.
La seconda parte del video, realizzata da SyrianGirlpartisan, mostra le foto
degli uccisi che vengono presentati da un sito internet antigovernativo come
“ribelli assassinati dal regime di Assad”.

Alcune di queste foto fanno parte delle “Foto di Caesar”.

1) Attendibilità delle fonti del Report Carter-Ruck
Il 20 gennaio 2014, due giorni prima che cominciassero i negoziati sul conflitto siriano a Ginevra, apparve su tutte le televisioni e sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, il sensazionale “Report into the credibility of certain evidence with regard to Torture and Execution of Persons Incarcerated by the current Syrian regime” (“Rapporto sulla credibilità di alcuni elementi di prova relativi a tortura ed esecuzione di persone incarcerate dal regime siriano”).

Era stato commissionato dal Qatar al “prestigioso” (tra i suoi assistiti anche Recep Erdoğan) studio legale londinese Carter-Ruck per “verificare” (tramite suoi
“esperti”) le dichiarazioni di Caesar” (sedicente fotografo della Polizia militare siriana) e delle sue 55.000 fotografie che mostravano, a detta di “Caesar”, circa 11.000 prigionieri politici siriani dopo la loro esecuzione.

Le conclusioni del Report (“Caesar è degno di fede e le sue fotografie mostrano uccisioni su scala industriale”) scatenarono la stampa mondiale contribuendo a far chiudere, sul nascere, i negoziati di Ginevra.
Ovviamente davvero pochi furono i giornalisti ad analizzare il Report della Carter-Ruck e a porsi ovvie domande.

Ad esempio, chi è “Caesar”? Secondo il report <>

Un vero album degli orrori, quindi; anche se gli esperti della Carter-Ruck (che ci assicurano aver visionato ben 5.500 foto) alla fine accludono nel loro Report solo dieci foto (“le più rappresentative”). Sulle quali ci si soffermerà.
Ma perché mai la Polizia militare di Assad avrebbe dovuto trasportare in un ospedale militare i prigionieri, ammazzarli, fotografarli e realizzare così questa macabra collezione?

Secondo il Report della Carter-Ruck (pagg. 6-7 <> Ma per quale motivo le autorità avrebbero dovuto esibire un certificato di morte (“per problemi cardiaci e attacchi respiratori”, pag. 13) alle famiglie degli 11.000 oppositori che sarebbero scomparsi nelle carceri siriane?

Per spingerle ad avere indietro il corpo del loro caro e constatare così i segni delle torture? E poi, quale regime conserverebbe una documentazione così dettagliata sui propri crimini? Da sempre, dai lager nazisti a Pinochet, gli oppositori scompaiono e basta.

Desaparecidos, appunto. Altro che certificato di morte alle famiglie o immensi archivi
fotografici a disposizione di qualche sadico satrapo di regime o di qualche inaffidabile dipendente della Polizia militare.
Ma, visto che nessuna delle dieci foto specifica chi sia la vittima, vuole almeno dire il Rapporto chi sia veramente questo “Caesar”?

No. Non lo si può rivelare “per motivi di sicurezza”, nonostante “Caesar”, da
tempo, (pag. 12) “viva fuori dalla Siria insieme alla sua famiglia”. E meno male che il Rapporto, invece, rivela che per 13 anni “Caesar” ha lavorato come fotografo nella Polizia militare siriana.

Certo, con tant suoi colleghi impegnati a fotografare decine di migliaia di cadaveri martoriati, forse può ancora sperare di mimetizzarsi.

Altre cose ci sarebbero da aggiungere sulla buona fede di “Caesar” attestata in un baleno – l’ultimo suo esame da parte degli esperti della Commissione di indagine risale (pag. 6) al 18 gennaio; il file “version to print” del Rapporto postato sul sito della CNN riporta la stessa data: 18 gennaio -; o su quella del suo (anonimo) parente (pag. 15), garante dell’identità di “Caesar”, che, “stando fuori dalla Siria e militando nell’Opposizione siriana”, avrebbe ricevuto da lui (che, allora, stava in Siria, custode di una documentazione così sconvolgente e, per di più, parente di un oppositore) “decine di migliaia di immagini”.

Forse qualche altro sistema per accertare chi fosse e che mestiere facesse davvero “Caesar” poteva essere tentato:

ad esempio, interrogare alcuni tra i numerosi poliziotti (anche della Polizia militare) che disertando, sono scappati fuori dalla Siria.

Ma considerando l’acume investigativo degli esperti della Carter-Ruck (che si
fidano di due documenti di identità ad essi mostrati da “Caesar” – vedi pag. 12), era chiedere troppo.

2) Analisi di alcune foto 

Ma occupiamoci delle foto. Essendo state scattate dal “regime di Assad” per realizzare il macabro database dei prigionieri uccisi, è ovvio che nella “cinquina” di foto che documentava la tortura e la morte di ogni vittima avrebbe dovuto essercene almeno una raffigurante la faccia del malcapitato.

In realtà, se si analizzano le foto inserite nel Report Carter-Ruck , si evidenzia che non solo nessuna tra queste permette una identificazione del condannato ma che, addirittura, nelle foto più pregnanti per dimostrare l’avvenuta tortura IL VISO È CELATO DA RETTANGOLI NERI. Perché? Il Rapporto ha la sfacciataggine di asserire (pag.
19) che <>

Motivi di sicurezza e di privacy? Per persone la cui identificazione avrebbe
significato, un inequivocabile atto di accusa per i carnefici? Per delle famiglie che certamente avrebbero diritto di conoscere la sorte toccata ai loro cari? Per i condannati stessi, che in questa rivelazione avrebbero potuto esternare la loro ultima testimonianza? Niente.

“Motivi di sicurezza e di privacy”. E così nulla si può dire sull’’identità delle persone martoriate e uccise.


Il Report Carter-Ruck mostra (su un totale dichiarato di 55.000) appena 10 foto e solo 5 tra queste mostrano un qualche segno di lesioni. Foto, per di più, costellate da
ingiustificati rettangoli neri e che se non fosse stato per una  cinghia (vedi foto 5)

– che il Report non specifica se era stata “dimenticata” dai carnefici della Polizia militare o se era stata prestata da questi per scattare la foto – presumibilmente usata per uno strangolamento, avrebbero potuto essere scattate dovunque.

Ad esempio nell’obitorio di un ospedale, come suggerirebbero le altrimenti inspiegabili garze, alcune apposte su ferite (foto 6 e 7).

Questo, verosimilmente, determinò l’esigenza di pubblicare altre foto affidando, nel dicembre 20 15, l’intera collezione delle “Foto di Caesar” all’organizzazione Human Rights Watch (HRW) che le esaminò.
Nonostante che HRW non possa certo dirsi una organizzazione sostenitrice del governo di Assad (basti considerare il suo appoggio a clamorose, quanto menzognere, campagne mediatiche – quali il “Sarin di Assad a Goutha”, il “napalm lanciato da Damasco sulle scuole”, i cecchini di Assad che sparano sulle donne gravide” …) clamorosa è la considerazione iniziale riportata nel suo Report: (HRW pp 2-3) “…oltre il 46%
delle foto (24.568) non mostra persone torturate a morte dal governo siriano ma, al contrario, mostra soldati siriani morti e vittime di autobombe o di altre forme di violenza.”

Come arriva HRW a questa considerazione?

Semplice, verificando il codice di classificazione apposto sui cadaveri: lo stesso utilizzato
dallo stato siriano per queste tipologie di morti.

E le altre foto? Per HRW le restanti 28.707 raffigurerebbero 6.786 individui morti in centri di detenzione del governo, ad attestarlo la particolarità del codice di
classificazione;

una affermazione questa smentita dalla certosina indagine sui codici mortuari in Siria svolta da un ricercatore statunitense, Adam Larson.
Ma, nonostante le iniziali precisazioni e le assicurazioni di aver intervistato centinaia di siriani per dareun nome ai morti fotografati, il Report di HRW, da un nome a solo otto di questi. Ma, anche in questi casi, le sorprese non mancano.

Come nelle presunte foto di Ayham Ghazzoul, Oqba al-Mashaan e Mohammed
Tariq Majid nelle quali la barba del soggetto che sarebbe stato ucciso è esattamente identica – curata, presumibilmente, con un rasoio elettrico – a quella del soggetto vivo. Un dettaglio questo che, insieme alla mancanza di evidenti tracce, sembrerebbe inficiare l’ipotesi di una esecuzione dopo una presumibilmente lunga detenzione.

In più, il Report di HRW, dopo avere, anche esso, riproposto gli stessi ingiustificabili riquadri che celano visi delle persone morte – e, addirittura, le etichette con il codice mortuario – e averci mostrato due cortili pieni di cadaveri (nessuno dei quali si direbbe mostri segni di torture ma tutti sembrano morti per inedia)
che ci viene garantito sono prigioni di Assad – conclude facendo sue le conclusioni del Report Carter-Ruck .
Ne avrà in cambio un cospicuo numero di foto per una sua mostra – “Caesar Photos: Inside Syria Authorities Prisons” – ospitata dal Museo dell’Olocausto di Washington DC, nel Palazzo di Vetro dell’ONU a New York, nel Parlamento Europeo di Strasburgo, in numerose altre istituzioni e musei… – visitata da flotte di persone indignate e commosse.
Del resto, perché mai esse avrebbero dovuto subodorare qualche imbroglio dietro quelle terribili foto?
Rappresentavano inequivocabilmente persone uccise. “Ovviamente”, dal regime di Assad: lo diceva pure il titolo della mostra. E anche organizzazioni dal nome immacolato, che mai si sospetterebbe lavorino al fianco dei Signori della Guerra, come Amnesty International o l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani.

E che altro fare, quindi, davanti a quelle foto se non invocare la distruzione dell’ennesimo stato canaglia?

L’”Operazione Caesar”
Verosimilmente, per sfruttare l’indignazione generale suscitato dalle mostre e i conseguenti, innumerevoli, articoli e servizi TV, nel settembre 2015, sbarca nelle librerie di tutta Europa il libro di Garance Le Caisne “Siria. La macchina della morte” basato su una serie di interviste rilasciate da “Caesar, in persona”.
Un libro davvero grottesco, grondante di incredibili episodi – come (pag. 68) cadaveri di prigionieri trasportati in camionette da Homs a Damasco “certamente per mostrare ai capi dei reparti di sicurezza che quegli uomini erano stati arrestati e uccisi” – incalzanti colpi di scena (“Una storia degna di un romanzo di spionaggio” annuncia Le Figaro in quarta di copertina) e “precisazioni” su quanto finora già detto da “Caesar” che finiscono per essere una toppa peggio del buco.
Ad esempio, alla ovvia domanda perché mai la Polizia militare di Assad avrebbe dovuto trasportare in un ospedale militare i prigionieri, ammazzarli, fotografarli e realizzare così questa macabra collezione,
“Caesar”, messe da parte le sue strampalate spiegazioni riportate nel Report Carter-Ruck, (i certificati di morte da mostrare ai familiari delle vittime) così si esprime: “ (pag. 130) Ma io sono un uomo semplice, non un politico: vi darò una risposta semplice.

I servizi di sicurezza dell’Intelligence (siriana) non sono coordinati direttamente dal regime. Ciascuno di questi dipartimenti non sa cosa fanno gli altri (…)

Il regime documenta ogni cosa per non dimenticare nulla. Perché allora non documentare quelle morti? (…) Ci siamo limitati a seguire la solita routine, senza che il regime sospettasse neanche lontanamente che un giorno tutto questo gli si sarebbe rivoltato contro.(…) A volte mi domando se i responsabili dei servizi di sicurezza non siano in realtà più stupidi di quanto si pensi.”
Ma, al di là di altre stupefacenti affermazioni, la parte più interessante del libro è il sostanziale boicottaggio che l’establishment statunitense ha riservato al “Caso Caesar”. Valga per tutti il fantomatico Dossier dell’FBI che Garance Le Caisne, (a pag. 207) cita: “…l’FBI finirà per annunciare ufficialmente che le foto del dossier sono autentiche. In un rapporto di cinque pagine consegnato al Dipartimento di Stato nel giugno 2015 e di cui il sito Yahoo News è riuscito ad ottenere una copia, l’FBI dichiara che le foto in esame non sono state manipolate…. Bensì ritraggono eventi e persone reali. Una bella patata bollente.”
In realtà, questo ormai celebre rapporto dell’FBI, pur citato anche dall’HRW nel catalogo della sua mostra, al pari dell’Araba Fenice, è introvabile. Yahoo, che lo avrebbe, più o meno, trafugato, non lo ha mai pubblicato e così l’FBI e il Dipartimento di Stato.

Ma perché Garance Le Caisne considera questo Rapporto una “patata bollente”?

Per saperlo bisogna soffermarsi sul davvero penoso capitolo – la “congiura” ordita
dal Congresso USA dopo l’audizione di Caesar – che conclude il libro di Garance Le Caisne; una cinica macchinazione dettata dall’impossibilità di Obama a bombardare la Siria e da non meno precisate canagliate diplomatiche.
Il regista di questo ennesimo tradimento dell’Occidente verso i valori della Democrazia e della Libertà?
Stephen Rapp, ambasciatore americano incaricato alla Giustizia internazionale. Che così dichiara (pag. 206) all’autrice del libro: “Quando abbiamo lanciato il progetto di riconoscimento facciale ero convinto che avremmo riscontrato un centinaio di corrispondenze. Nelle nostre banche dati abbiamo milioni di foto ma alla fine ci siamo ritrovati con meno di dieci corrispondenze.” Ma il peggio Garance Le Caisne lo rivela più
avanti: “Di passaggio a Londra nel marzo 2015, Rapp apre il computer e ci mostra due foto di uomini che in effetti presentano una strana somiglianza: uno è morto in un centro di detenzione siriano, l’altro è vivo e vegeto su una carta di identità.

Rapp continua: ”
In effetti, il battage pubblicitario, organizzato soprattutto dalla Francia, che aveva accompagnato “Caesar” nella sua audizione al Congresso USA (in realtà, una fugace, quanto coreografica, apparizione in una Sottocommissione; apparizione commentata da molti membri del Congresso con dichiarazioni di rito caratterizzati, comunque, da un tono certamente più dimesso di quelle che, anni prima, avevano accolto
un’altra “testimonianza”: quella di “Nayirah”, sedicente infermiera del Kuwait) , si è rivelato un boomerang.

Questa défaillance dell’operazione mediatica ha impedito al “caso Caesar” di approdare alla Corte Penale Internazionale. La Francia, quindi, si è consolata, nell’ottobre 2015, facendo incriminare Assad dalla Procura di Parigi proprio sulle “prove” prodotte dal duo Caesar – Garance Le Caisne.
Intanto l’Operazione Caesar – pur stancamente – procede. Ora tutto l’archivio delle sue presunte foto è proprietà del dal sito “pro ribelli” SAFMCD che, verosimilmente, continua ad alimentarlo, raccattando un po’ dovunque foto di morti; foto, tra l’altro, che il SAFMCD filigrana con il proprio logo, nella verosimile speranza di farsi pagare il copyright se qualcuno va a ripubblicarle sul web o sui media.

E tra le numerose (e spesso, raccapriccianti) che affollano il sito del SAFMCD, due foto non possono che sbalordire:

mostrano, inequivocabilmente, due degenti in qualche ospedale, ai quali, dopo la loro morte è stato apposto sulla fronte l’etichetta per la morgue. Etichetta che, ovviamente, è stata resa illeggibile dai redattori del SAFMCD.

Magari così riescono meglio a vendere le foto a qualche giornalista.

Redazione di www.sibialiria.org
Redazione di www.lantidiplomatico.it

Documento Pdf Originale

Cronache dalla Libia 5

20 agosto 2011

Soldati tedeschi sono stati di supporto alle operazioni della NATO ma la posizione ufficiale di Berlino è che le truppe tedesche non sono dispiegate in Libia. Tuttavia i soldati della Bundeswehr partecipano indirettamente al conflitto, fornendo valutazioni sui bersaglii per i loro alleati della NATO.
“Noi non dispiegheremo soldati tedeschi in alcuna guerra in Libia, ad affermarlo è stato il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle a marzo del 2011. La Germania, infatti, si è astenuta nella votazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulle azioni militari in Libia.
La realtà invece è meno netta. Ora è emerso che i soldati tedeschi partecipano nella scelta di obiettivi per la campagna di bombardamenti della Nato contro il regime di Muammar Gheddafi. Il ministero della Difesa tedesco ha detto che un totale di 11 soldati tedeschi stavano lavorando in una centrale operativa in Italia, anche se non in posizioni influenti.
Il politico verde Hans-Christian Ströbele pensa, comunque, che il fatto divulgato sia uno scandalo e l’atto “costituzionalmente molto discutibile”.

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  • I bombardamenti sui civili ordinati da Gheddafi non sono mai avvenuti.    Ad affermarlo con dati alla mano sono stati comandanti militari russi che hanno monitorato dallo spazio, via satellite, la Libia nel periodo nel quale si sarebbero verificate le stragi; le immagini raccolte raccontano un’altra storia, molto differente da quella raccontata da Al Jazeera e dalla BBC sul  fatidico 22 Febbraio nel quale il governo libico avrebbe inflitto duri bombardamenti sulla popolazione di Benghazi e su quella della capitale Tripoli. Secondo l’esercito russo  niente di quanto raccontato dai grandi media internazionali è mai avvenuto realmente sul terreno. Quelle presunte stragi hanno motivato e giustificato l’approvazione della Risoluzione ONU 1973 per l’intervento NATO che è sempre più evidente è stato mosso da intenti molto meno nobili della difesa dei civili inermi.

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  • L’aereoporto di Tripoli viene controllato dai ribelli con le bugie

  • Ancora sui bombardamenti umanitari della Nato per salvare i civili libici 19.08.2011

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/08/20/libyan-cronicles-5-0-2/

2011: terrore nelle strade della Libia appena “liberata”.

Benghazi: Terror in the Streets

di Marie Edwards 20.08.2011
Traduzione di levred

A Bengasi le case sono oggetto di irruzioni, i sospetti sono giustiziati, i vicini di casa trascinati fuori. Molte persone sono disoccupate. Le grandi aziende, tra cui la società di costruzione tedesca Bilfinger Berger, hanno abbandonato la città. I giovani fanno corse in auto facendo stridere le gomme dentro il centro abitato, altri stanno impettiti intorno ad edifici pubblici brandendo i loro coltelli. Di notte, le strade ricordano le guerre fra bande di San Paolo (in Brasile), con l’unica differenza che qui i giovani indossano i giubbotti antiproiettile.
Molti giovani universitari che stavano per completare i loro studi e per ottenere un buon lavoro stanno iniziando a essere frustrati. Uno che parla solo a condizione che egli rimanga anonimo, ha studiato economia all’Università Gharyounis. Gli fu offerto un lavoro come manager alla Bilfinger Berger e avrebbe guadagnato un buon stipendio. Ora è disoccupato. Dice dei ribelli: “Hanno meno di 30 anni e non hanno mogli. Sono orgogliosi delle armi che hanno saccheggiato dalla caserma. Non sanno come controllare se stessi. Ben presto sono diventati aggressivi. Hanno queste armi…. e si perdono.”
Le milizie di Bengasi possiedono armi sofisticate, che vanno dai missili anticarro alle granate e la gente qui parla di tribù che si preparano a saldare vecchi conti ed emergono lotte di potere. Spari sporadici dei ribelli possono essere uditi ogni giorno nella capitale, e centinaia di uomini camminano per la città armati di fucili d’assalto Kalashnikov.
La preoccupazione delle persone a Bengasi si focalizza sulle bande,  appoggiate dai ribelli, che indossano la mimetica militare, terrorizzando i cittadini e derubandoli sotto la minaccia delle armi. “Non è più sicuro viaggiare in alcune parti della città”, dice Dawud Salimi, di 41 anni. “I criminali stanno approfittando della situazione di instabilità per i loro profitti. Recentemente, essi hanno preso di mira gli stranieri. Un gruppo di uomini che indossavano abiti militari hanno fatto irruzione nella stanza d’albergo di una giornalista occidentale, che è stata aggredita e sono fuggiti con le sue apparecchiature elettroniche”.

Dall’altra parte della città di Bengasi, squadre armate vengono inviate a reprimere i sostenitori del leader libico Muammar Gheddafi. Migliaia di persone sono state arrestate nei raid notturni.
Con la copertura delle tenebre, la ‘squadra di protezione’ di Bengasi si è radunata. Parlando in sordina, con tono teso, stringendo fucili carichi, gli uomini hanno cominciato la caccia. In rapido, silenzioso convoglio guidano in tutta la città, puntando le case dei sospetti lealisti.
Gli uomini armati hanno guidato fino ad una fattoria appena fuori Bengasi. La scelta del target era stata discussa prima alla loro base in un ufficio cosparso di carte manoscritte, l’intelligence su potenziali sospetti.
Fermandosi in silenzio, smorzando la chiusura delle portiere, le dita sui grilletti delle pistole cariche, hanno preso ognuno la propria posizione. Due uomini hanno puntato le armi, come il cecchino, attraverso aperture nelle pareti esterne. Con i volti coperti da passamontagna, altri furtivamente hanno attraversato il cancello anteriore e circondato la fattoria. L’unico rumore che poteva essere sentito sotto il cielo nel chiaro di luna era il suono dei latrati dei cani da guardia.
Gli autisti attendevano, con i motori accesi. “Questo è molto, molto pericoloso. Spesso ci sono sparatorie,” ha mormorato un autista. La fattoria era vuota. Delusa, la squadra è ritornata alle auto. Verso il prossimo obiettivo.
“Sanno che li stiamo cercando. Essi non possono rimanere in un posto. Spesso corrompono i vicini per non darci informazioni”, dice il leader della squadra.
I sostenitori di Gheddafi vanno in giro in auto sparando ai passanti al fine di diffondere la paura, dicono i ribelli. “Ci sono migliaia di loro qui”, ha detto il capo banda del raid notturno. “Abbiamo molte persone -. Studenti, laureati, uomini d’affari che ancora stanno con Gheddafi sono ora in clandestinità, a organizzarsi”, dice Sami Hassan, 37 anni da sempre residente a Bengasi.
I ribelli temono che cittadini “pro-Gheddafi” a Bengasi agiscano come spie per il governo libico.
“Non fidarti di nessuno, siamo in una guerra psicologica”, ammette il portavoce del Consiglio Issam Giriani. “Anche ora, so che alcuni sono in giro mentre noi siamo qui per la registrazione”.
Forse le accuse sono vere. Ci sono segni che Bengasi non si è data alla causa dei ribelli. Un tavolo in una casa tribunale è cosparsa delle armi trovate ad assalitori infiltrati: Kalashnikov, fucili d’assalto, e dinamite. “Ci sono stati molti tentativi di attaccare la casa tribunale”, dice Ibrahim Gheriani responsabile della sicurezza.
Prima di essere fermati dagli attacchi aerei della NATO sulle loro tracce, l’avanzata di Gheddafi su Bengasi incoraggiò alcuni dei suoi sostenitori a mostrarsi.
“In due giorni vinceremo, Muammar tornerà,” ha detto un uomo a un giornalista prima di scivolare silenziosamente dietro la folla.
L’incidenza ha indotto il giro di vite da parte del leader ribelle che ha annunciato che i simpatizzanti Gheddafi avevano 24 ore di tempo per consegnare le armi. Se non lo avessero fatto, sarebbero stati trattati come assassini e nemici dei ribelli.
“Quelli con le mani macchiate di sangue saranno puniti”, dice Issam Giriani.
Alimentata dalla paura, la guerra fa crescere sospetto e diffidenza. Determinare la lealtà in questo ambiente fluido può essere un compito impossibile. Alcuni degli obiettivi sono dei sospettati con criteri pericolosamente malfermi.
Sono tutte considerate ‘prove’ di fedeltà al regime: la città natale di una persona, una fotografia del leader libico nel portafogli e i legami familiari.
“Quest’uomo è di Sirte. La maggior parte delle persone che vengono da là sono Ligen Thauria. Anche la sua famiglia viene da lì”, – dice Hani nella spiegazione del raid armato di mezzanotte alla fattoria.
I ribelli hanno un proprio “gioco[sistema]” di spionaggio. “A volte usiamo donne, vanno dentro alle case, forse fingendo di essere povere e aver bisogno di qualcosa. Là vedono se la persona ha pistole, lei cerca di trovarle.”.
I prigionieri sono portati in una base militare. Nel cortile chiuso di cemento a forma di quadrilatero, fanno ala file di prigionieri seduti. Sulla destra ci sono i detenuti stranieri, ritenuti dai ribelli esser “mercenari”. Allineati a sinistra vi sono decine di libici neri.
La loro detenzione è indefinita. “Dio sa quando mi sarà permesso di tornare a casa”, dice un libico di colore che dice di essere stato catturato a una fermata d’autobus mentre cercava di tornare a casa.
Spesso le incursioni sono guidate dall’adrenalina pompata dei giovani. Prima di uscire, nella base segreta dove si sono riuniti, la squadra di giovani ha scherzato, saltato, urlato, si è pompata per la caccia della notte. “La maggior parte di questi ragazzi sono stati miei amici fin dalla scuola”, ha detto il leader della squadra. “Andiamo!” disse al clac entusiasta della sua banda che carica le proprie armi.
Eccitato e assetato di potere il comandante ha verificato la carica del suo kalashnikov pericolosamente con un sorriso maniacale. La sua formazione militare è stata interrotta quando è stato sbattuto fuori dal college. “Ho litigato con il colonnello in un college,”- ha giurato a me, “mi ha cacciato fuori”.
Il raid può essere violento. Alcuni membri di questa banda sono stati uccisi. “Il primo raid siamo andati a trovare la gente di Gheddafi che stava commerciando armi – ha detto Hani – Ci sono stati quaranta minuti di scontro a fuoco in cui la squadra ha perso uno dei suoi uomini.” Abbiamo catturato quattro ragazzi e ne ho ucciso uno,” – ha detto con orgoglio.

I raid notturni stanno crescendo in numero e dimensione.
“Ne abbiamo preso decine la scorsa settimana”, ha detto un organizzatore della squadra che lavora al tribunale dei ribelli di Bengasi.
Dall’inizio del conflitto i ribelli hanno fatto affidamento sui loro sostenitori occidentali. I ribelli non sono riusciti ad allargare il loro fascino, proprio perché i leaders dell’opposizione sono percepiti come esattamente quello che sono: traditori.
Il popolo libico sa che i membri leader dei ribelli sono burattini imperiali.
Prima della guerra i diritti sociali ed economici sono stati così ampiamente sviluppati che la Libia ha ospitato centinaia di migliaia di lavoratori stranieri. E con tutta la sua ricchezza, la Libia è rimasta un paese socialista. Muammar Al-Qathafi chiesto: “Come si fa a non essere un socialista e a diffondere la ricchezza del proprio paese equamente tra i suoi cittadini?”
Questo fatto è stato difficile da inghiottire per i capitalisti occidentali  e le opportunità di profitto da una guerra con la Libia per i capitalisti occidentali erano semplici per passarci su. L’obiettivo di Washington e i suoi alleati consiste nella confisca e la gestione della vasta ricchezza della Libia e il controllo delle sue risorse. Così hanno avviato una politica estera che ha fatto da propellente per la guerra civile in Libia.
Ma i ribelli non sono in grado di utilizzare il vantaggio tattico che la superiorità aerea della NATO offre loro. Avessero avuto il sostegno delle masse libiche, i ribelli avrebbero guadagnato più territorio. Pochi analisti, se non tutti, ritengono che i fedelissimi del leader libico possano essere facilmente sconfitti. Reports dalla Libia indicano la crescente ondata di sostegno massiccio per il leader libico Muammar Al-Gheddafi dai suoi seguaci, che hanno frequentato raduni e dimostrato la loro disponibilità a confrontarsi con i ribelli e i loro sostenitori.
I ribelli non sono amati,considerato il discorso di Muammar Al-Gheddafi, che si rivolgeva ai suoi sostenitori di più di un milione di persone nella città nordoccidentale di Al-Zawiya non lontano da Tripoli. La folla ha raggiunto un crescendo assordante quando egli ha parlato in un messaggio registrato.
Nel frattempo le forze di governo libico hanno ripreso il controllo della maggior parte del territorio libico e quasi cinque mesi dopo l’aggressione della Nato contro la Libia, impianti petroliferi chiave e, soprattutto, la capitale fino ad ora inespugnabile sono saldamente nelle mani del governo libico.
La guerra d’informazione contro la Libia è gigantesca. Oceani di menzogne ​​e disinformazione si riversano sulle teste di ignari ascoltatori e lettori su base giornaliera. Eventi in Libia stanno mostrando come mostruose bugie orwelliane possano essere facilmente utilizzate per manipolare le menti della gente in un’epoca di tecnologie informatiche. Frontrunners in manipolazione sono quelli di Al-Jazeera del Qatar e i media occidentali. Le bugie sono talmente evidenti, che si deve chiedere perché la carta non stia respingendo la stampa.
La colpa dell’Occidente per come ci si trova ora in Libia ha un lungo pedigree. L’aggressione contro la Libia è parallela all’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq. Quest’ultima sta ancora riprendendosi dalle ferite del conflitto confessionale scatenato dall’invasione di Washington e la prima è un proverbiale fallimento della NATO.
La NATO sta perdendo e a loro non piace – farebbero bene a svegliarsi affinchè il contribuente americano non finanzi un altra enorme atrocità contro l’umanità. La verità sta venendo fuori.

Maria Edwards è un esperta di affari libici e coordinatrice del progetto per l’Africa. Risiede a New York e può essere raggiunta al thePressPhoto@optimum.net

Cronache dalla Libia 4

19 agosto 2011

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  • Miles de libios en las calles en apoyo a Gaddafi 17-18.08.2011

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  • Telesur annuncia la morte di Hassan fratello del portavoce libico Ibrahim Moussa 19.08.2011

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  • Franklin Lamb, attivista politico filoarabo, intervistato da Herman Morris sostiene che Tripoli non può essere conquistata. 18.08.2011

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  • Dopo quello che è accaduto in Libia Chávez annuncia il reimpatrio dell’oro venezuelano 

«È in atto una vera e propria canea in merito alle riserve e cogliamo la palla al balzo per riportare il nostro oro nei caveau della Banca Centrale», ha sostenuto Chavez, precisando in particolare che «in Gran Bretagna abbiamo 4,595 miliardi di dollari in oro, 800 milioni sono negli Stati Uniti ed altri 381 milioni in Canada».
NAZIONALIZZARE IL SETTORE AURIFERO.
«Non dobbiamo spiegare nulla a nessuno», ha aggiunto il presidente che, tra l’altro, in mattinata ha annunciato che si appresta ad approvare una legge che gli consentirà di nazionalizzare tutte le attività del settore aurifero. «Le nostre riserve ammontano a 29,9 miliardi di dollari, 18,294 delle quali sono in oro», ha detto Chavez che, secondo Avn, si è anche chiesto: «Fino a quando noi Paesi del Sud continueremo a finanziare lo sviluppo del Nord? È arrivata l’ora di dire basta».
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(Il Sole 24 Ore Radiocor) – Caracas, 17 ago – Il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, punta alla nazionalizzazione dell’industria dell’oro, compresa l’estrazione e la lavorazione, e a usare la produzione per aumentare le riserve del Paese. L’annuncio e’ stato fatto con un discorso alla televisione nazionale venezuelana, durante il quale il presidente ha spiegato che la nazionalizzazione verra’ fatta attraverso un decreto che sara’ pubblicato nei prossimi giorni. “In Europa e negli Stati Uniti l’economia sta colando a picco – ha detto Chavez – Tutte le riserve del Venezuela si trovano in paesi che non ci fanno più guadagnare un solo centesimo d’interessi. Inoltre i nostri soldi vengono dati in prestito a paesi al limite del fallimento.
Per noi si tratta di riserve altamente strategiche. Il loro rimpatrio avverrà gradualmente e rapidamente, sotto la supervisione dell’esercito.”
Gold bars in the Bank of England vaults
Si calcola che per il più grande trasferimento di riserva aurea, dai tempi delle spoliazioni di Hernan Cortes e Francisco Pizzarro nel siglo de oro, solo per ciò che riguarda la disponibilità nelle mani delle banche britanniche occorreranno 40 spedizioni vista l’impossibilità di poter assicurare un singolo volo per un quantitativo di circa 211 tonnellate. Paesi come la Libia e l’Iran soggetti a sanzioni economiche avevano già in precedenza rimpatriato le riserve d’oro. Le riserve estere della Libia sono state congelate dopo lo scoppio della guerra. Di questi tempi c’è una crescente richiesta delle comunità nazionali che operano transazioni in oro a tenere le riserve fisicamente a casa propria.

I maggiori mezzi d’informazione hanno falsificato i rapporti sulla Libia

August 18th, 2011

by Stephen Lendman

Traduzione:levred

I principali media si specializzano in quello che sanno fare meglio: rovesciare la verità (sinonimo di cattiva fiction), non fare ciò che i giornalisti sono tenuti a fare, il loro lavoro, e in particolare coprire le guerre imperiali per il dominio e per le sostanziose spoliazioni.

Con il Consiglio nazionale di transizione (NTC) di Libya che cade a pezzi e le forze ribelli allo sbando, i titoli di oggi, riportati da una indipendente non-a-letto-con*  giornalisti ed altre fonti, smentiscono la verità  (*n.d.t. gioco di parole  un-bed-with con unbedded  giornalismo che compila i reports seguendo le veline rilasciate dalle unità  militari sul campo).
Il 16 agosto il diario libico di  Lizzie Phelan “ha chiarito le ultime notizie spazzatura dei media sulla Libia”, dicendo:

Le forze di Gheddafi hanno liberato la città di Misurata “finora in mano ai ribelli”. “La scorsa notte, l’esercito libico si è spostato nel centro della città, e ora i ribelli sono intrappolati fra Misurata e Tawergha”. Circa tre quarti della città  son al sicuro, compreso il suo porto, ” che è stato un’ancora di salvezza” per il trasporto ai ribelli di armi e di altre forniture.
Circa 200 tribù  (includendo le quattro più grandi che comprendono la metà della popolazione) hanno partecipato  ad una conferenza stampa, il portavoce dei media della Libia, il Dr. Ibrahim Moussa, lo ha confermato. Le quattro principali, tra cui Warfalla, Tarhouna, Zlitan e Washafana, tutte stanno in appoggio a Gheddafi.
“I leader tribali hanno inoltre hanno anche confermato che Zawiya e Sorman sono sicure, in contrasto con le asserzioni
(false)  dei giornalisti stranieri (un-bed-with)  a Tripoli e Djerba (Tunisia) che [hanno sostenuto] fossero state prese dai ribelli.”
Inoltre, le affermazioni che i ribelli controllino  Ghuriyan non sono vere. Scontri ancora in corso proseguono.

I principali reports dei media mentono, anche se sacche di resistenza dei ribelli rimangono. Tuttavia, sono “isolati e circondati dall’esercito libico e dalle tribù”.
I rapporti falsificati dei media  principali sono in netto contrasto alle affermazioni delle “tribù libiche  che,  naturalmente, conoscono la loro terra profondamente”.


E ‘chiaro che i boss dei media vogliono libici demoralizzati che pensino che tutto è perduto così che rinuncino.  Inoltre, la NATO sta “disperatamente cercando di ottenere qualche vittoria prima del 17 agosto (17 ° giorno di Ramadan), una data molto importante nel calendario islamico.
Il 17 ° giorno di Ramadan nel 624 d.C. nel calendario islamico, il Profeta Muhammad riportò un’importante vittoria a Badr, in Arabia Saudita ai giorni nostri. E ‘stato un punto di svolta fondamentale contro i suoi avversari.

Sull’avanzata veloce di oggi  le fonti dei maggiori media falsificano i rapporti “per creare confusione e panico sul terreno.”
In un discorso telefonico del 15 agosto inviato ai sostenitori ammassati in Piazza Verde, Gheddafi “, ha ribadito i suoi appelli per il popolo libico a rimanere saldi nello sconfiggere gli alleati della Nato a terra e della stessa  Nato.”
Phelan ha anche riportato notizie non confermate che dicono che sarebbe stato catturato il comandante ribelle Khalifa Hefter,  ex ufficiale dell’esercito [libico] trasformatosi in risorsa della CIA, che aveva precedentemente vissuto vicino a Langley, il quartier generale  della CIA in Virginia, a partire dai primi anni 1990.

Se fosse vero, creerebbe ancora più scompiglio tra i leader del Consiglio Nazionale di Transizione (TNC), forse sarebbe meglio descritto come la banda che non può sparare o procurarsi le proprie storie in maniera leale.

“Così la guerra mediatica va avanti”, ha detto Phelan, sul terreno a Tripoli, riportando importanti verità sul suo sito Lizzie’s Liberation, al quale si accede tramite il seguente link:

http://lizziesliberation.wordpress.com/

Contrastando i rapporti falsificati dei più grandi media

La volgarità del mentire non ha bisogno di commento. Farlo per una vita è più che una vergogna. Non scoraggia gli acquirenti, tuttavia, come titolano gli scrittori David Kirkpatrick e Kareem Fahim del New York Times, “Un alto funzionario libico sembra defezionare, come i ribelli difendono i recenti guadagni “, dicendo:

Il ministro Nassr al-Mabrouk “è atterrato al Cairo in un aereo privato con nove membri della famiglia che erano in viaggio con visti per turismo …. La defezione potrebbe segnalare una nuova crepa nel governo di Gheddafi ….”

Riscontro del fatto:

Al-Mabrouk non ha defezionato, come ampiamente riportato. Ha lasciato per un intervento al Cairo, dicendo che sta saldamente con Gheddafi. Non sorprende che volesse membri della famiglia con lui per un sostegno.

Kirkpatrick e Fahim hanno continuato dicendo: “i (R)ibelli, incoraggiati dai loro guadagni nei giorni scorsi, stanno perdendo la spinta a fare delle concessioni”.

Riscontro del fatto:

Le vittorie ribelli falsificate sono, infatti, sconfitte non dichiarate e confusione. Inoltre, senza il sostegno aereo della NATO, sarebbero stati sbaragliati mesi fa. La copertura aerea ha anche dato la possibilità  alla NATO di massacrare e ferire migliaia di civili libici, così come causare una distruzione di massa orribile, collegata ad obiettivi imperiali, non militari.
Entrambi gli scrittori del Times hanno anche riportato le pretese dei ribelli di avere circondato Tripoli così come di aver tagliato le linee di rifornimento chiave. Niente di tutto questo è vero, ma controllare i fatti non fa parte del lavoro di descrizione degli scrittori del Times – che riportano solo resoconti ordinati dai loro padroni.

Da Tripoli, una giornalista indipendente analista del Medio Oriente e Asia centrale, Mahdi Nazemroaya  ha spiegato in una e-mail questa mattina:

“L’insurrezione è stata  sconfitta a Misurata. La NATO ha risposto con bombardamenti massicci. Una via è controllata. Zawiya e Sorman non sono cadute. Ci sono stati attacchi lungo il percorso. Stanno cercando di tagliare le vie di approvvigionamento ma non ci sono riusciti.

Il 15 agosto, la scrittrice Leila Fadel del Washington Post non ha fatto meglio di altri resoconti titolando, “Gheddafi isolato, come avanzano i ribelli, aiutante vola al Cairo,” falsificando la stessa propaganda come le loro controparti del Times, e sostenendo che  i ribelli tengono “una morsa sulla capitale libica, Tripoli. ”

A Londra sono complici anche scrittori del Guardian , che titolano le seguenti storie del 15 agosto e 16 agosto, meglio chiamarle come menzogne ​​dei media:

15 agosto: “Il ministro dell’Interno della Libia vola in Egitto in un apparente defezione”
15 agosto: “ribelli libici entrano nella città petrolifera dove una battaglia decisiva può ancora essere combattuta”

Riscontro del fatto: Zawiya, fu riferito, era saldamente controllata dalle forze di Gheddafi.

15 agosto: “Nessuna situazione di stallo in Libia – la scritta è sul muro per Gheddafi”
16 agosto: “La Libia mostra segni di scivolare dalle mani di Muammar Gheddafi”
16 agosto: “Live Siria, Libia e Medio Oriente disordini – aggiornamenti in tempo reale,” molti, nei fatti, falsificati come gli altri.

Anche Al Jazeera è complice di dichiarazioni mistificate  sulla Libia. Il 16 agosto ha titolato, “ribelli libici spingono per isolare Tripoli,” suonando più come CNN, Fox News e New York Times che come [opera di] validi giornalisti.
Il rapporto, riguardo l’isolamento di Tripoli  che invece controlla la maggior parte di Zawiya, ha ripetuto la stessa disinformazione e altri fatti distorti.

Un precedente rapporto del 12 agosto ha sostenuto “Libici in fuga dicono che il regime di Gheddafi  è in pezzi”, come i ribelli avanzano verso la capitale.

Ancora una volta falsità.
Al Jazeera, ovviamente, ha sede, è  finanziata  ed è controllata dal Qatar, un partner di coalizione della Nato contro la Libia, le sue forze armate sostengono i ribelli a terra.
Come risultato, [Al Jazeera] riporta cose  prive di credibilità e deve essere evitata. Un arrabbiato editore arabo  As’ad AbuKhalil dice che è “come guardare MSNBC dopo che è stata acquistata da Murdoch”.
Naturalmente, [Al Jazeera] è priva di valore sotto il suo attuale proprietario, Comcast, e sotto quello precedente, General Electric, in particolare sulle questioni della guerra e della pace, così come sull’imperialismo senza legge statunitense.

Un commento finale

La battaglia per la Libia continua. Numeri schiaccianti sostengono Gheddafi e [i libici] vogliono il loro paese libero dal controllo imperiale. Sono anche pronti a lottare per esso, consapevoli dell’inaccettabile alternativa – colonizzazione, saccheggi, perdita della libertà, e forse della propria vita.

Quale migliore motivi per resistere a quelli!

Stephen Lendman vive a Chicago e può essere raggiunto a lendmanstephen@sbcglobal.net oppure visitare il suo blog  www.sjlendman.blogspot.com

Fonte: http://www.thepeoplesvoice.org/TPV3/Voices.php/2011/08/18/falsified-major-media-reports-on-libya

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/08/19/i-maggiori-mezzi-d%e2%80%99informazione-hanno-falsificato-i-rapporti-sulla-libia/

Sirte 2011: un massacro umanitario annunciato

Marinella Correggia, 3 settembre 2011, LibyanFreePress

ASSEDIO A SIRTE

A metà maggio Aisha Mohamed era in transito nella tunisina Djerba. Aveva finito un anno di specializzazione in Gran Bretagna e aveva scelto di andare a condividere la guerra con la sua famiglia, che stava subendo la guerra. A Sirte. Se è ancora là, Aisha è in trappola.

La Guernica libica sarà forse Sirte, o le altre città “nemiche” non ancora conquistate dalla Nato-Cnt? “In Libia i bombardamenti e la guerra continuano. Ci sono Sirte, Ben Walid, Sebha, Brega” dice dalla capitale della – ex? – Jamahiriya un amico sub-sahariano che adesso aspetta l’evacuazione.

Acqua e viveri tagliati

Alla popolazione di Sirte, la Nato e il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) hanno concesso alcuni giorni per la resa, pena l’assalto finale. Secondo il messaggio – certo non verificabile – alla rivista Argumenti.ru, mentre le forze del Cnt assistite da forze speciali estere circondano l’area e respingono dentro le famiglie di civili che cercano di fuggire, dall’alto piovono i bombardamenti dell’operazione Unified Protector, che sotto il mandato dell’Onu che imponeva una no-fly zone “deve continuare la sua missione di proteggere i civili” come ha affermato il 30 agosto la sempre surreale portavoce Nato Oana Longescu.

Secondo la denuncia del superstite portavoce governativo Mussa Ibrahim all’agenzia cinese Xinua, a Sirte una pioggia di razzi piovuti sui fedeli nell’ultimo giorno di ramadan avrebbe ucciso un migliaio di persone. Se anche fossero cento, o cinquanta, sarebbe comunque troppo.

Non solo: i bombardamenti hanno azzerato gli approvvigionamenti in acqua, cibo ed elettricità. Ecco l’analogia con la sorte di Falluja, che nell’ottobre 2004 fu privata di tutto prima dell’assalto finale dei marines che uccise migliaia di persone arrivando a usare il fosforo bianco.

In grado minore anche Tripoli prima dell’attacco del 21 agosto è stata sottoposta a mesi di assedio: bombardamenti a infrastrutture, sabotaggi di condutture, embargo navale hanno causato carenze di gas, cibo, farmaci, benzina, elettricità e acqua, con conseguenti disagi anche pesanti. Come precisa il sito warisacrime.org, l’assedio viola le Convenzioni di Ginevra, così come i bombardamenti su obiettivi civili; che da luglio la nato considera ufficialmente legittimi.

Misrata e Bengasi: casus belli

Gli armati asserragliati a Sirte e nelle altre città saranno accusati di usare i civili come scudi umani. Invece quando a Misrata erano i ribelli a nascondersi nelle case, la colpa dei morti nel fuoco incrociato e sotto le bombe Nato fu tutta addossata all’esercito libico che circondava la città: si veda il rapporto  di Amnesty International Misrata under Siege, dello scorso aprile. Eppure, molte famiglie di Misurata avevano scelto di rifugiarsi nelle zone lealiste e non a Bengasi.

Dopo due mesi di scontri a terra e guerra dai cieli, Human Rights Watch stimava in alcune centinaia le vittime civili della guerra a Misrata. Proteggere i civili di Misrata era il pretesto fornito dalla Nato per continuare a bombardare la Libia. A Sirte le vittime civili potrebbero già essere molte di più. Ma gli assediati non sono tutti uguali.

Del resto la guerra della Nato è ufficialmente iniziata per rispondere all’assedio di un’altra città: Bengasi. Ricostruisce gli eventi il docente statunitense Maximilian Forte un articolo su Counterpunch proprio richiamando il recente ultimatum: “Tripoli, Sirte e Sabha possono essere sacrificate, e non ci sono proteste nemmeno di fronte ai recenti massacri a Tripoli. Invece Bengasi era per i leader dell’Unione Europa la città sacra”. Obama, Cameron e Sarkozy insieme scrivevano ai giornali: “Con la nostra rapida risposta abbiamo fermato l’avanzata delle forze di Gheddafi. Abbiamo evitato il bagno di sangue che egli aveva promesso alla città assediata. Abbiamo protetto decine di migliaia di vite umane”.

Però allora, sottolinea Forte, “non solo i jet francesi hanno bombardato una colonna di militari libici che era in ritirata, ma si trattava di una colonna ridotta  che comprendeva camion e ambulanze”. E  soprattutto, a parte la retorica di Gheddafi, “non c’erano prove che Bengasi sarebbe stata sterminata: lo deduceva molti mesi fa un altro docente statunitense, Alan J. Kuperman, nel suo articolo “False pretense for war in Libya?” pubblicato sul Boston Globe: “Quando le truppe di Gheddafi hanno riconquistato in gennaio in tutto o in parte diverse città – Zawiya, Misurata, Adjabya, con una popolazione totale ben superiore a quella di Bengasi, non sono avvenuti genocidi…malgrado la diffusa presenza di cellulari per fare video e fotografie, non c’è prova di un massacro deliberato”: in effetti i diecimila morti denunciati ni primi giorni di proteste, nelle successive stime della stessa Corte penale erano scesi a circa duecento (più o meno equamente suddivisi fra le due parti).

Proseguiva Kuperman: “E del resto Gheddafi non aveva minacciato di sterminio nemmeno Bengasi. Il suo ‘senza pietà’ del 17 marzo, secondo lo stesso New York Times si riferiva solo ai ribelli armati, mentre per quelli che si disarmavano era promessa una amnistia”.

Conclude Monteforte: per una amara ironia, le prove dei massacri in Libia si riferiscono alle fasi successive all’intervento Nato. E soprattutto agli ultimi giorni. Lo dimostrano gli stessi reportage da Tripoli dei media mainstream che pure avevano appoggiato la rivolta (una sintesi degli stessi in www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=26334).

Insomma, come sintetizza Peacelink, la guerra iniziata per salvare Bengasi termina con un altro assedio. La guerra iniziata per “proteggere i civili” termina in un bagno di sangue. La guerra iniziata per i diritti umani termina con la violazione generalizzata degli stessi (persecuzione di neri e “sconfitti”). E la guerra iniziata per la “democrazia” termina con il Cnt che non riconosce in Libia l’esistenza di una parte della popolazione non allineata: “Non abbiamo bisogno di forze dell’Onu per la sicurezza. Qui non è in corso una guerra civile, è un tutto un popolo contro un dittatore” ha dichiarato giorni fa il capo dello stesso Cnt Abdel Jalil.

Marinella Correggia, 3 settembre 2011

Preso da: https://libyanfreepress.wordpress.com/2011/09/03/sirte-un-massacro-umanitario-annunciato/

2011: La Nato ha fatto strage a Sirte

“La Nato ha fatto strage a Sirte”

foto Ap/Lapresse
TGCOM, 31 agosto 2011 – L’aviazione della Nato avrebbe ucciso a Sirte un migliaio di “fedeli che stavano compiendo la preghiera dell’Eid al Fitr”, la festa di fine Ramadan.
L’accusa arriva dal portavoce di Gheddafi, Moussa Ibrahim, in una telefonata all’agenzia di stampa cinese Xinhua.
“La Nato “ha compiuto un brutale crimine, uccidendo mille abitanti, molti dei quali donne e bambini. L’odore della morte copre l’ospedale di Sirte e la piazza centrale”.
TGCOM

One NATO Hilicopter shot down

Two News updates from Libya, by Millions Supporting Al Gaddafi
Breaking News : our Brave people in Tripoli shot one Hilicopter down .

Breaking News : our Brave army killed and caught mercenaries and some leaders from Qatar and UAE .
This battle was headed by Khamis Gaddafi .

Preso da: https://libyanfreepress.wordpress.com/2011/09/01/la-nato-ha-fatto-strage-a-sirte/