A PROPOSITO DEI VIDEO SEGRETI DI TORTURE PRATICATE DAI TERRORISTI

Postato il Venerdì, 10 giugno @ 22:55:00 BST di davide

DI MICKEY Z
World News Trust
“Avviso: illustrazioni grafiche di tecniche estreme di tortura praticate da terroristi”
Essere uno scrittore che ogni tanto si occupa di questioni radicali ha i suoi vantaggi
Ad esempio, di recente un anonimo mi ha inviato tre video di tecniche di tortura adottate da terroristi (completi di descrizioni e didascalie). L’anonimo si è raccomandato di farne “buon uso”. Così, avendo a mente questa “missione”, consentitemi di darvi un piccolo assaggio – orribile e tuttavia illuminante – della mentalità terrorista.

Il primo filmato mostrava un prigioniero nudo e piuttosto malconcio chiuso in una piccola gabbia, troppo piccola da consentire alla vittima di stare dritto in piedi o sdraiato. Il malcapitato indossa una sorta di collare legato alla gabbia con una catena, come un guinzaglio.
Poi si vedeva un terrorista che entrava nella stanza, apriva la gabbia e staccava il guinzaglio dalla stessa. Usava poi il guinzaglio per portare via il prigioniero a quattro zampe. Sorprendeva vedere come la vittima non opponesse alcuna resistenza; probabilmente era l’effetto dello stato di prigionia: “L’ effetto calmante del terrore”.
Gli ultimi minuti del video mostravano il torturatore pieno di odio che spingeva il prigioniero giù in posizione prona a faccia in su, gli montava a cavalcioni inchiodandogli le braccia al lurido pavimento con le ginocchia. A questo punto, il sadico iniziava a prendere a pugni il viso e il corpo del prigioniero, in quello che appariva come un incontro di Arti Marziali senza arbitro. Il rumore che facevano i pugni era davvero nauseante.
Il secondo filmato iniziava con una vittima già denudata e a quattro zampe, apparentemente sotto l’effetto di un qualche sedativo o stupefacente. Nella stanza c’erano tre torturatori.
Uno teneva su la testa del prigioniero, in modo tale che potessero vedere quello che succedeva. Il secondo terrorista inseriva un tubo di plastica trasparente nell’ano della vittima. All’altra estremità del tubo c’era un grosso imbuto di plastica. Il terzo aggressore teneva un secchio pieno d’acqua. Nell’acqua nuotavano dei pesci argentati lunghi circa sei centimetri e larghi tre. Sollevava in alto il secchio e faceva cadere i pesci nell’imbuto. La forza di gravità spingeva i pesci a nuotare nel tubo di plastica e nell’ano della vittima.
Il video terminava con il viso inespressivo della vittima, con gli occhi all’indietro. Didascalia: “Dopo questo trattamento di certo sarà più mansueta”.
Terzo video: c’era un’altra vittima nuda bloccata da un intricato sistema di cinghie sopra un tavolo alto, le gambe divaricate e bloccate al petto dalle ginocchia, le braccia serrate al tavolo dai polsi e la testa tenuta ferma da uno spesso collare di ferro assicurato al tavolo.
A giudicare dai tagli, dalle ferite, dai lividi e dalle cicatrici, la vittima doveva essere stata picchiata brutalmente. Un terrorista era lì vicino, tenendo in mano un barattolo con un’etichetta “Salsa di Fuoco”.   Con un pennello girava la salsa, poi lo avvicinava al naso della vittima. La vittima aveva un sussulto e si ritraeva: doveva sicuramente essere una sostanza piuttosto forte.
Il sadico aggressore poi utilizzava il pennello per “dipingere” lentamente e accuratamente i genitali depilati della vittima. Risultato: gemiti agonizzanti di dolore. E il tutto reso ancora più terrificante dai termini utilizzati per descrivere questa tattica di tortura: “Non puoi muoverti, non puoi urlare, non puoi riposare, non puoi fuggire: puoi solo resistere”.
Dopo aver visto il terzo video mi sono chiesto: che razza di odio deve provare uno in grado di praticare simili torture e di filmarle, per giunta? Chi sono questi selvaggi e chi li sta finanziando? ISIS? CIA? Mossad? Al Qaeda? Dove sono avvenute queste crudeltà, a Gitmo o in una prigione segreta della Corea del Nord?
E proprio in quel momento mi è arrivata una seconda mail che rivelava l’origine di quei tre video brutali. Che sollievo scoprire che si trattava di un falso allarme! La fonte era un popolare sito internet di pubblico accesso. Non era terrorismo, non era tortura e non era neanche illegale! Era solo spazzatura porno.
(E quelle che io chiamavo “vittime” erano solo delle donne che si prestavano ai video).

Mickey Z. – raggiungibile qui.
Fonte: http://worldnewstrust.com
Link: http://worldnewstrust.com/what-we-can-learn-from-leaked-terrorist-torture-videos-mickey-z
2.06.2016

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=16551

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Libia 2016: il terzo “governo” di occupazione assassina i prigionieri innocenti appena liberati.

In Libia dal 2011, anno dell’ occupazione della NATO il numero dei prigionieri innocenti detenuti senza accuse e senza processo è di alcune migliaia, il numero vero non lo conosce nessuno, nemmeno i tre “governi” di occupazione che si sono succeduti in questi 5 anni.

L’ episodio più recente riguarda alcuni prigionieri detenuti nel carcere di Hadba, a Tripoli, dopo innumerevoli appelli riguardanti le condizioni disumane di detenzione, torture, maltrattamenti, violenze, finalmente la corte suprema ha deciso il rilascio immediato di pochi innocenti detenuti, non è passato neanche un giorno dalla liberazione, e vengono trovati i cadaveri di 15 persone, assassinate dalle guardie della prigione di Hadba, altri 13 corpi vengono trovati ad Ain Zara, ed altri vicino all’ ospedale di Tripoli, il numero esatto ancora una volta è sconosciuto, alcuni siti vicini al popolo Libico parlano di 15 assassinati, Al Jazeerea di 12, altri siti vicini ai RATTI di 17, ( evidentemente 1l 17 è il loro numero preferito). tenendo il conto dei ritrovamenti si arriverebbe a 39.

Questi i nomi degli assassinati accertati: Mohamed Alwash, Ibrahim Alwash. Salah Swahih, Marwan Enbia, Asharf Lamlum, Ali Alwaher. Mohamed Alriahi, Rabih Khalifa, Wajdi Alhadi, Ali Trabelsi, Mohamed Abdel Atti, Akram Naser and Ali Mohamed Waher.
Un altro dei tanti crimini commessi dai RATTI che da 5 anni occupano la Libia, in questo caso le milizie e le guardie rispondono al “governo” di Serraji, piazzato in Libia dalla “comunità internazionale”.
I RATTI non potevano permettersi che uomini rimasti fedeli al loro paese, ed alla guida, Muammar Gheddafi, fossero messi in libertà. Non potevano permettersi che una volta liberi andassero a raccontare quello che era stato fatto a loro in 5 anni.
Anche questo crimine resterà impunito? Soltanto il popolo Libico può impedire questo, soltanto liberando la Libia dagli stranieri , i colpevoli potranno pagare.

Per seguire la situazione controllate qui: arabo ed inglese https://libya360.wordpress.com/2016/06/10/justice-for-15-prisoners-murdered-in-tripoli-urgent-appeal-to-the-united-nationshuman-rights-organizations-international-community/

Libia: come distruggere una nazione

di Patrick Howlett-Martin
Più di 30.000 libici sono morti durante sette mesi di bombardamenti messi in atto da una forza essenzialmente tripartitica – Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti – che ha chiaramente favorito i ribelli. ‘La missione di maggior successo nella storia della NATO‘, secondo le parole imprudenti del Segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, un danese, a Tripoli nell’ottobre 2011.
Libia: come distruggere una nazioneIl desiderio del presidente francese Nicolas Sarkozy di sostenere un intervento militare con lo scopo presunto di proteggere la popolazione civile è in contrasto con l’ospitalità offerta al presidente della Libia, Muammar Gheddafi, quando visitò Parigi nel dicembre 2007 e firmò importanti accordi militari del valore di circa 4.5 miliardi € con accordi di cooperazione per lo sviluppo dell’energia nucleare per usi pacifici, I contratti che la Libia non sembrava più disposta a rispettare si concentravano su 14 jet multiruolo Dassault Rafale da combattimento e il loro armamento (lo stesso modello che la Francia ha venduto o sta cercando di vendere al generale Egiziano Abdel Fattah al-Sisi l’auto-proclamato maresciallo), 35 elicotteri Eurocopter, sei motovedette, un centinaio di veicoli blindati, e la revisione di 17 caccia Mirage F1 venduti da Dassault Aviation negli anni 1970.

 Le principali compagnie petrolifere (Occidental Petroleum, Oil Stato, Petro-Canada …) che operano in Libia hanno aiutato la Libia a pagare 1,5 miliardi di dollari di risarcimento che il regime libico aveva accettato di pagare alle famiglie delle vittime del volo Pan Am 103. A quel tempo, la compensazione era stata destinata ad essere una delle condizioni per la Libia per essere riaccettati nella comunità delle relazioni internazionali.

I principali fondi libici di investimento (LAFICO-Libyan Arab Foreign Investment Company; LIA-Libyan Investment Authority) erano azionisti di molte aziende italiane e britanniche (Fiat, UniCredit, Juventus, il Gruppo Pearson, proprietario del Financial Times e la London School of Economics, dove Gheddafi è stato insignito del titolo di ‘Brother Leader‘ nel corso di una videoconferenza nel dicembre 2010 ed a suo figlio Saif è stato assegnato un dottorato di ricerca nel 2008). La banca di investimenti di New York Goldman Sachs è stata denunciata nel 2014 da un fondo libico (Libyan Investment Authority), che aveva perso più di 1,2 miliardi di dollari tra gennaio e aprile 2008 dopo che l’azienda americana aveva preso una commissione di 350 milioni di dollari per investire i loro soldi in derivati altamente speculativi.
Muammar Gheddafi era stato ricevuto con tutti gli onori da parte delle grandi potenze alcuni mesi prima: oltre al ricevimento in grande stile a Parigi, dove è stato ospite per cinque giorni, nel 2007, fu ricevuto in Spagna nel dicembre 2007, a Mosca nel ottobre 2008, e a Roma nell’agosto 2010, due anni dopo aver accettato il dono dell’Italia di 5 miliardi di dollari come risarcimento per l’occupazione italiana della Libia 1913-1943. E degni dii nota sono anche i cinque viaggi a Tripoli in tre anni da ex primo ministro britannico Tony Blair, un consulente senior legato alla banca d’investimento JP Morgan Chase. L’ex presidente francese Nicolas Sarkozy è stato ricevuto a Tripoli nel luglio 2007, dove ha annunciato l’inizio di una collaborazione per l’installazione di una centrale nucleare in Libia. L’Unione europea era pronta a facilitare l’accesso al mercato Europeo per le esportazioni agricole della Libia. La Libia fu invitata dai capi della NATO di difesa per l’Assemblea dei comandanti marittimi »(MARCOMET) a Tolone il 25-28 maggio 2008.
Una politica che ricorda quella verso il leader iracheno, Saddam Hussein. Il leader iracheno è stato invitato a Parigi nel giugno 1972 e settembre 1975; un accordo è stato firmato nel giugno 1977 per la vendita a Baghdad di 32 aerei da combattimento Mirage F1. Una coincidenza che non ha giovato a nessuno dei due governi nel lungo periodo.
I leader militari arabi (veterani dell’Afghanistan e membri del Gruppo combattente islamico libico, con legami con Al-Qaeda) hanno contribuito rovesciare Gheddafi. Uno dei principali capi militari della ribellione, Abdelhakim Belhadj (pseudonimo Abu Abdullah al-Sadik), poi capo della sicurezza di Tripoli e oggi il principale leader del partito conservatore islamista al-Watan era stato arrestato a Bangkok nel 2004, torturato da agenti della CIA, e consegnato alla prigione di Abu Salim di Gheddafi. Ora è il principale leader dell’ISIS in Libia. Jaballah Matar è stato rapito dalla sua casa al Cairo dalla CIA nel 1990 e poi consegnato a funzionari libici. Alcuni documenti sequestrati dopo la morte di Gheddafi rivelano una stretta collaborazione tra i servizi segreti libici, americani (CIA), e Britannici (MI6).
Sotto Gheddafi, il terrorismo islamico era praticamente inesistente. Prima dei bombardamenti degli Stati Uniti nel 2011, la Libia aveva il più alto indice di sviluppo umano, la mortalità infantile più bassa e l’aspettativa di vita più alta di tutta l’Africa. Oggi la Libia è uno stato distrutto.
Nel gennaio 2012, tre mesi dopo la fine delle ostilità, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Navi Pillay, ha riferito l’uso diffuso di torture, esecuzioni sommarie e stupri nelle carceri libiche. Allo stesso tempo, l’organizzazione Medici Senza Frontiere ha deciso di ritirarsi dalle carceri di Misurata a causa della torture in corso ai detenuti.
L’intervento della NATO in Libia, che coinvolge la maggior parte dei paesi membri sotto un pretesto umanitario, fissa uno spiacevole precedente per gli sforzi per risolvere la crisi siriana: l’attacco da parte di aerei da guerra francesi e britannici sulla tribù Warfallah, che sono rimaste fedeli a Muammar Gheddafi, e sul convoglio che trasportava il leader libico e uno dei suoi figli, che conduce direttamente alla morte di Gheddafi in circostanze deplorevoli. Le immagini  video di Ali Algadi, e della giornalista Tracey Sheldon forniscono un resoconto grafico del leader libico trascinato da un tubo di scarico il 20 ottobre 2011 e ucciso poco dopo. Queste circostanze smentiscono la natura pseudo-umanitaria dell’intervento militare e infangano l’immagine della “Primavera Libica”.
La morte dell’ambasciatore americano in Libia, Christopher Stevens e di uno dei suoi collaboratori in un incendio appiccato al consolato degli Stati Uniti a Bengasi nel mese di settembre 2012 rivela l’ampiezza delle attività della CIA, nelle quali il Consolato fungeva da facciata. Il reclutamento della CIAnella sua base di Bengasi dei combattenti dalla città di Derna per il conflitto in Siria, feudo degli islamisti (Brigata Al-Battar), contro il presidente Bashar al-Assad, ha paralleli inevitabili con il reclutamento del 1979, ancora una volta dalla CIA, dei mujahidin contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, con tutte le conseguenze che sono ben note, una in particolare: la nascita del jihadismo sunnita.
L’attentato con un’autobomba all’ambasciata francese a Tripoli nel mese di aprile 2013; la fuga di 1.200 detenuti del carcere di Bengasi; l’uccisione del avvocato dei diritti umani Abdel Salam al-Mismari nel mese di luglio; e l’attacco al Consolato svedese a Bengasi nell’ottobre 2013, tutto ciò evidenzia l’incapacità delle autorità di acquisire il controllo della situazione della sicurezza in Libia considerando come è stata invasa dalle milizie armate fino ai denti. Nel luglio 2013, il primo ministro libico Ali Zeidan ha minacciato di bombardare i porti libici nella regione di Bengasi che erano nelle mani delle milizie e che sono stati utilizzati per l’esportazione del petrolio ora sotto il loro controllo. Nel mese di ottobre, il Primo Ministro è stato rapito da 150 uomini armati nel centro di Tripoli ed è stato trattenuto per sei ore per protestare contro il rapimento sul suolo libico di Abu-Anas al-Libi in un’operazione aerea segreta americana. Al-Libi è stato accusato di essere uno dei leader di Al-Qaeda e poi è morto mentre era in custodia negli Stati Uniti.
Il 2015 è iniziato con la Libia priva di tutte le istituzioni. E’ governata da un gruppo eterogeneo di coalizioni in lotta per il potere, con sede a Tripoli (Libia Farj, che controlla la banca centrale), Bengasi (Consiglio della Shura, composto da Ansar al-Sharia, che sta affrontando le Forze armate libiche del rinnegato generale Khalifa Hiftar), in Tobruk-Bayda (ramo del Consiglio Nazionale di Transizione, che gode di riconoscimento diplomatico internazionale dopo le elezioni di Giugno 2013).
La situazione di salute e sicurezza della popolazione civile è quasi disastrosa. Quando ho visitato il paese nel 1994, era un modello per la salute pubblica e l’istruzione, e vantava il più alto reddito pro capite in Africa. E’ stato chiaramente il più avanzato di tutti i paesi arabi in termini di status giuridico delle donne e delle famiglie nella società libica (la metà degli studenti presso l’Università di Tripoli erano donne). L’aggressione contro la presentatrice Sarah Al-Massalati nel 2012, la poetessa Aicha Almagrabi a febbraio 2013, e l’attivista per i diritti delle donne Maddalena Ubaida, ora in esilio a Londra,  sono la testimonianza del triste status giuridico della Libia post-Gheddafi. La città di Bengasi è ora semi-distrutta; le scuole e le università sono per lo più chiuse.
E’ teatro di scontri fratricidi tra fazioni rivali finanziate e armate da una serie di apprendisti stregoni, Un generale che è stato di stanza negli Stati Uniti per 27 anni comanda una coalizione eterogenea con l’appoggio militare dell’Egitto, degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita mentre i gruppi islamici che rivendicano fedeltà all’ISIS, ben radicati a Sirte e Derna, sono in grado di diffondere la loro influenza grazie alla crisi istituzionale. e, Qatar, Turchia e Sudan che dall’altro lato sostengono Farj Libia.
Gheddafi, leader della rivoluzione libica, la Jamahiriya, al potere nel periodo 1969-2011, ha dato un avvertimento all’Europa in un’intervista rilasciata al giornalista francese Laurent Valdiguié del Journal du Dimanche, alla vigilia dell’intervento della NATO, con parole che ora sembrano profetiche:
‘Se si cerca di destabilizzare [La Libia], ci sarà il caos, Bin Laden, le fazioni armate. Questo è ciò che accadrà. Avrete l’immigrazione, migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. E non ci sarà più nessuno a fermarli. Bin Laden si baserà in Nord Africa […]. Avrete Bin Laden a portata di mano. Questa catastrofe si estenderà dal Pakistan all’Afghanistan e percorrerà tutta la strada verso il Nord Africa’
 La Libia è diventata un fulcro per il traffico illegale, in particolare di emigranti africani in condizioni che ricordano quelle del commercio degli schiavi. Secondo L’iniziativa Globale contro la criminalità organizzata internazionale (Global Initiative Against Transnational Organized Crime), il mercato del contrabbando di rifugiati in Libia valeva 323 milioni di dollari nel 2014. Nei primi cinque mesi del 2015, più di 50.000 immigrati clandestini hanno raggiunto l’Italia dall’Africa sub-sahariana con la Libia; 1.791 di loro hanno perso la vita in mare.
Prima dell’inizio delle ostilità, 1,5 milioni di africani subsahariani lavoravano in Libia in posti di lavoro in generale umili (industria del petrolio, agricoltura, servizi, del settore pubblico). I giorni più scuri in mare devono ancora arrivare.
NOTE:
 [1] “Il Capo della NATO Rasmussen ‘orgoglioso’ per la fine della missione in Libia’, BBC News, 31 ottobre 2011.
[2] Agenzia France Presse, 11 dicembre 2007.
[3] International Herald Tribune, 24 marzo 2011.
 [4] Jeremy Anderson, ‘Goldman per aver rivelato il reddito legato alla causa libica’, International New York Times, 25 novembre 2014.
 [5]The Telegraph, 23 marzo 2012.
 [6]O’Globo, il 26 luglio, 2007.
[7] Souad Mekhennet, Eric Schmitt, ‘ribelli libici cercano di gettarsi Al Qaeda alle spalle’, International Herald Tribune, 19 luglio 2011.
 [8]. Rod Nordland, ‘File di nota stretti legami della CIA con unità spia di Gheddafi’, International Herald Tribune, 5 settembre 2011.
 [9]International Herald Tribune, 28-29 gennaio 2012.
[10]Borzou Daragahi, ‘Invito a esplorare le morti dei civili libici’, Financial Times, 14 maggio 2012.
[11] Seymour Hersh, ‘Stati Uniti Sforzo contro il braccio jihadisti in Siria. Lo scandalo Dietro l’ente sotto copertura della CIA a Bengasi ‘, Global Research, Blog di Washington, 15 aprile 2014.
[12] Abdel Sharif Kouddous, ‘Relazione dal fronte: Libia discesa nel caos’, The Nation 25 febbraio 2015.
[13] Journal du Dimanche, 5 marzo 2011 (www.lejdd.fr)
[14] Fonte: Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e la Commissione europea.
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Traduzione di Edoardo Gistri

La confessione di un ex-marine USA: “Ho contribuito a creare lo Stato Islamico”

Il veterano USA ha confessato in un articolo le torture ed i maltrattamenti nei confronti di persone innocenti durante l’ultima guerra in Iraq.

“Ho visto i miei commilitoni Marines uccidere persone innocenti, torturare civili innocenti, distruggere proprietà, mutilare cadaveri, ridere e scattare foto di persone mentre facevano tutto questo”, ha confessato a RT Vincent Emanuele, ex-marine USA che ha partecipato alla guerra in Iraq.
Due settimane fa, dopo 10 anni di riflessione e di attivismo, l’ex-marine ha pubblicato l’articolo “Ho contribuito a creare l’ISIS: la testimonianza di un veterano della guerra in Iraq.”
“I miei incubi e le mie riflessioni quotidiane mi ricordano come sia nato l’Isis e perché ci odiano particolarmente”, ha confessato Emanuel nel suo articolo, nel quale ha descritto la tortura, la violenza e gli abusi da parte dei soldati degli Stati Uniti sugli iracheni, fra i quali bambini, spesso per divertimento.
Nell’articolo, l’ex marine ricorda come i soldati USA gettavano rifiuti dai loro veicoli blindati in Iraq, oltre a bottiglie piene di urina sui bambini. Inoltre, ha confessato che non ha lavorato in nessun campo di detenzione, ma ricorda le storie di torture, anche sessuali, contro di loro questi, fra i quali adolescenti. “Sappiamo che fra gli ex  detenuti che sono sopravvissuti [in uno di questi campi] c’era Abu Bakr al-Baghdadi, il leader dell’Isis”.
“Sapevo che quello che ho visto era sbagliato, sapevo che era immorale, sapevo che era illegale”, ha spiegato Emanuel. “Sapevo che potevamo andare incontro a subire gravi conseguenze come quello che stiamo vedendo adesso lo stato islamico”, ha aggiunto.
Dopo anni di auto-educazione e il contatto con altri attivisti, l’ex-marine ha concluso che il problema è andato al di là della guerra in Iraq. A suo avviso, il vero problema è la lunga storia di aggressioni statunitensi, non solo in Medio Oriente, Nord Africa, Afghanistan, Vietnam, Corea, ma anche “le centinaia di anni di pratiche di genocidio” l’uccisione dei nativi, schiavizzare i neri, i tentativi di dominare l’America Latina, rubare la metà territorio messicano, e così via.
“Abbiamo bisogno di attenzione per riesaminare il ruolo che gli Stati Uniti hanno avuto nel mondo”, ha evidenziato, sostenendo che è qualcosa che i politici ed i media tradizionali in Occidente non hanno mai voluto fare.

Fonte: RT

Così hanno ridotto la Libia; così vogliono ridurre la Siria

9 ottobre 2015

WE CAME, WE SAW, HE DIED
we came we saw he died
C’è un pezzo della storia dei nostri giorni che mostra, simbolicamente, l’arroganza impietosa ed il cinismo con cui l’Occidente ha generato l’attuale disastro Mediorientale; è  un video di cui riportiamo solo la parte finale.
È il 20 ottobre del 2011 e Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, sta per iniziare un’intervista televisiva quando viene raggiunta dalla notizia della “morte” del leader libico Muammar Gheddafi.


La reazione della signora è l’emblema dell’irresponsabilità di una classe politica che sta facendo dei danni irreparabili. La Clinton, nel fuori-onda, esulta, non riesce a trattenere la sua contentezza; poi, davanti alla giornalista che sta per intervistarla, con l’entusiasmo di chi sa che ha vinto la sua guerra personale, esclama, parafrasando nientemeno che Giulio Cesare: “we came, we saw, he died” (siamo venuti, abbiamo visto e lui è morto), convinta che la storia avrebbe appuntato a lei e al suo Governo l’ennesima medaglia da “liberatori”.
In quel momento, secondo la retorica dei politici umanitari, un bieco dittatore era stato eliminato e i musicanti delle orchestrine occidentaliste suonavano le loro serenate sulla nuova Libia che sarebbe nata democratica e libera
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ECCO LA NUOVA LIBIA!
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Bene, ora guardate quest’altro video, agghiacciante. E’ la prima parte di un documento eccezionale pubblicato su ViceNews.
Sono le immagini di un campo profughi alle porte di Tripoli, gestito dalle milizie jihadiste, i famosi “ribelli moderati” armati e finanziati dagli americani, che ormai controllano buona parte della Libia.
Sono scene incredibili, racconti impressionanti di persone fuggite dal Sudan, dalla Nigeria, dal Ciad e arrivati, attraverso il deserto, in Libia nel viaggio della speranza che per molti di loro è finito lì. Donne e bambini distrutti dalle violenze e dalla paura, uomini denutriti o disidratati; insomma profughi veri non come molti di quelli che arrivano da noi armati di iPhone, occhiali Ray-Ban e perfetto inglese.
Le immagini mostrano come sono trattati: picchiati, frustati, lasciati senza acqua e senza cibo dentro veri e propri lager; usati come mezzi di scambio dalle milizie locali che gestiscono la nuova tratta degli schiavi.
Ecco, questa è la nuova Libia liberata dalle bombe della Nato.
UNA GUERRA SPORCA
Ancora oggi, emergono particolari inediti su come sia stata manipolata la verità sulla Libia e come quella guerra sia una vergogna di cui l’America e l’Occidente rischiano di pagare un prezzo salatissimo.
L’ultima inchiesta in questi giorni: Fox News ha reso pubbliche le mail che documentano come, fino al giorno prima dell’inizio dei bombardamenti Nato, Saif Gheddafi, il figlio del rais, abbia cercato disperatamente di contattare la Casa Bianca per trovare una soluzione pacifica alla guerra civile; una resa che garantisse una transizione democratica vera al suo paese in cambio della cessione del potere. Tutto inutile. La Clinton e Obama volevano quella guerra, volevano abbattere Gheddafi ben sapendo che non c’era nessuna pianificazione democratica per la Libia, ma solo il caos (lo abbiamo raccontato in questo video)
LE MANIPOLAZIONI DELLA CIA
Mesi fa siamo stati tra i pochi in Italia (forse unici) a raccontare un’altra inchiesta: quella secondo cui il Dipartimento di Stato americano e la Cia avrebbero manipolato i report sulla Libia per convincere la Casa Bianca (e il mondo) che Gheddafi stava violando i diritti umani e imporre l’intervento militare. Questo nonostante le organizzazioni umanitarie (Amnesty International in primis) avessero dichiarato che non era vero e che semmai erano i ribelli filo-americani a compiere fucilazioni di massa, torture, deportazioni. Ed al Pentagono (cioè i militari di scuola realista che erano contrari alla guerra) cercavano di convincere Obama che era una follia abbattere Gheddafi.
MENESTRELLI DOVE SIETE?
Ora, di fronte a quelle immagini di profughi, dove sono i grandi intellettuali, i menestrelli delle bombe umanitarie che sui media occidentali ci spiegavano che armando i leggendari “ribelli moderati” (una delle più fantasmagoriche invenzioni hollywoodiane applicata alla politica), noi avremmo consegnato la Libia alla democrazia e alla libertà e difeso i diritti umani? Si sono forse nascosti per la vergogna? No, si sono semplicemente spostati di 2000 km; in Siria, a raccontare le stesse scemenze e a propagandare le stesse menzogne.
Perché quello che è avvenuto in Libia lo si è cercato di riprodurre in Siria con lo stesso identico schema. C’è una lucida volontà di annientamento di paesi sovrani, dietro la retorica umanitaria di chi è alleato a dittature più orribili e repressive di quelle che governano quei paesi.
Per depredare una nazione delle sue ricchezze bisogna ridurla in macerie e cancellare ogni autorità legittima e sovrana. Questo volevano le centrali di potere a cui Washington, Londra e Parigi si sono piegate. Questo hanno fatto in Libia. Questo hanno provato a fare in Siria; ma, qui, per ora, i loro piani non stanno funzionando.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

Preso da: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2015/10/09/cosi-hanno-ridotto-la-libia-cosi-vogliono-ridurre-la-siria/#

Libia 2015, oltre 600 rapiti in un anno

di Riccardo Noury | 10 agosto 2015

Abdel Moez Banoun, blogger, è stato rapito oltre 300 giorni fa. Aveva pubblicato e promosso proteste contro la presenza delle milizie armate nella capitale Tripoli.

Nasser al-Jaroushi, giudice, ha fatto la stessa fine dopo aver aperto due inchieste, sull’uccisione dell’attivista per i diritti umani Salwa Bugaighis e sul narcotraffico.

Nella totale assenza di legge, con due distinte amministrazioni statali e le milizie a fare da padrone, in Libia i sequestri di persona da parte dei gruppi armati sono all’ordine del giorno.

Secondo un rapporto di Amnesty International, che cita i dati della Società della Mezzaluna libica, negli ultimi 12 mesi sono scomparse almeno 600 persone, la sorte di 378 delle quali rimane ignota. Si tratta, nel primo come nel secondo caso, di numeri al ribasso.

Tra i rapiti vi sono attivisti, pubblici funzionari, personale delle ambasciate, migranti, lavoratori stranieri, appartenenti alla minoranza tawargha, operatori umanitari e semplici cittadini diventati obiettivo dei gruppi armati solo per la loro regione di origine, per la loro attività o perché sospettati di simpatizzare per una parte politica o un gruppo rivale.

In molti casi, i sequestrati vengono trattenuti fino a quando non viene pagato un riscatto o diventano merce di scambio per ottenere il rilascio di persone rapite dagli avversari. Nell’uno o nell’altro caso, il loro destino è comune: la tortura e non poche volte la morte, coi cadaveri ritrovati sul ciglio delle strade.

Tra i sequestri più recenti, quelli di tre operatori umanitari – Mohamed al-Tahrir Aziz, Mohamed al-Munsaf al-Shalali e Waleed Ramadan Shalhoub – rapiti il 5 giugno mentre stavano portando aiuti nelle città del sud-ovest della Libia colpite dal conflitto.

Non vanno dimenticati gli italiani rapiti il 20 luglio a Mellitah, che mentre scrivo (venerdì 7 agosto) sono ancora nelle mani dei loro sequestratori.

Il dialogo politico, promosso dalle Nazioni Unite con l’obiettivo di porre fine alla violenza e giungere a un accordo per la costituzione di un governo nazionale, si propone anche di affrontare i problemi dei sequestri e delle detenzioni illegali. Il modo più efficace per esercitare pressioni sui capi dei gruppi armati dev’essere però ancora trovato.

Preso da: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/10/libia-oltre-600-rapiti-in-un-anno/1935250/

Come un intellettuale da salotto ha portato la Libia nel caos

9 agosto 2015, adattamento di un articolo di Carlo Brenner

Tra il 2011 e il 2015 la Libia è passata da essere il primo Paese africano nell’indice di sviluppo umano (Human Development Index – Hdi), con cui le Nazioni Unite valutano lo standard di vita di una nazione, a essere uno stato fallito.

Due governi, uno islamico a Tripoli e l’altro secolare a Tobruk, una guerra civile che conta migliaia di vittime, la corte suprema privata della sua autorità, un ambasciatore americano ucciso fuori dal suo consolato in fiamme, tutte le ambasciate chiuse, ultima quella italiana, lo Stato islamico che imperversa liberamente per il Paese e addestra i suoi uomini minacciando l’Europa, e in particolare l’Italia, da molto vicino.

Solamente sei mesi dopo la fine della guerra – nell’ottobre del 2011 – con il potere nelle mani dei ribelli, Human Rights Whatch dichiarava che gli abusi apparivano “essere così diffusi e sistematici che potrebbero essere considerati crimini contro l’umanità”.

A ottobre 2013 l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha riportato che “la stragrande maggioranza degli 8.000 detenuti, per ragioni riguardanti il conflitto, sono trattenuti senza un regolare processo” in carceri dove Amnesty International ha scoperto che “sono soggetti a pestaggi prolungati con tubi di plastica, sbarre di metallo o cavi. In alcuni casi sono soggetti a shock elettrici, sospesi in posizioni contorte per ore, tenuti continuamente bendati e con le mani legate dietro la schiena o privati di acqua e cibo”.

In un video recentemente diffuso da un sito d’informazione libico, sono filmate le torture subite da Saadi Gheddafi, terzo figlio del raìs ma più noto a noi italiani per essere un ex calciatore di Perugia e Udinese.

Nella nuova Libia sognata da pensatori e politici occidentali, si stima che novantatré giornalisti siano stati attaccati, arbitrariamente arrestati, assassinati o picchiati solo nei primi nove mesi del 2014. Come conseguenza di quest’anarchia e delle violenze diffuse, le Nazioni Unite hanno calcolato che circa 400mila libici hanno lasciato le loro case e 100mila hanno lasciato del tutto il Paese. La Libia è in ginocchio. Molti oppositori del regime oggi rimpiangono l’ordine che questo, almeno un tempo, riusciva a garantire.

Secondo un’analisi di Alan J. Kuperman, professore presso The University of Texas at Austin, pubblicata sulla rivista americana Foreign Affairs nel marzo del 2015, prima dell’intervento occidentale la guerra civile libica era sul punto di concludersi con un costo complessivo di circa mille vite umane. Sul numero finale delle vittime le stime sono discordi: variano da 8mila a 30mila morti. Il dato più accreditato è fornito dal ministero per i Martiri e i Dispersi del governo post-Gheddafi, che ne conta 11.500.

L’intervento Nato avrebbe quindi aumentato le morti di almeno dieci volte. A questo dato vanno aggiunte le morti causate dalla guerra civile scoppiata al termine del conflitto: il sito internet Lybia Body Count stima che il numero delle vittime solamente nel 2014 sia stato di 2.825. Nel corso del 2015, fino al 30 luglio, sarebbero almeno 1.063.

Inoltre è riportato che le milizie che combattono oggi in Libia fanno un uso indiscriminato della forza: ad agosto del 2014 il Tripoli Medical Center ha calcolato che su cento morti nei recenti scontri, cinquanta erano donne o bambini. Al contrario di quanto sostenuto dalla propaganda dei ribelli, i dati dimostrano che il regime di Gheddafi si era invece dimostrato tollerante nei confronti dei ribelli che avessero deposto le armi, e che aveva anche cercato di evitare morti tra donne e bambini.

Non c’è dubbio che la Libia di Gheddafi, era molto meglio di quello che abbiamo oggi: un Paese nell’anarchia dove nessun diritto è rispettato. La responsabilità di questo disastro, costato migliaia di vite umane, è stata principalmente della Francia dell’ex presidente Nicolas Sarkozy.

In secondo luogo degli Stati Uniti e del Regno Unito che, stimolati dalla Francia, hanno visto non solo la “necessità ma anche la possibilità di intervenire”, come ha sostenuto il primo ministro britannico David Cameron. Ma quello che sorprende di più è la responsabilità da imputare a un solo uomo. Non è un politico né un militare, ma un filosofo francese: Bernard Henry Levy (BHL).

I fatti

Il 17 marzo del 2011 il consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vince finalmente le resistenze di Russia e Cina, e fa passare la risoluzione 1973 che autorizza l’intervento militare in Libia. Con la tradizionale retorica americana, il presidente statunitense Barack Obama spiega che l’intervento sarebbe servito a salvare la vita dei buoni democratici contro il cattivo dittatore. Un modo di ragionare per contrasti che, fortunatamente, non ha mai convinto gli italiani, consapevoli, per natura e tradizione, della complessità della realtà e della superficialità di tali giudizi.

Pochi giorni dopo la risoluzione, la Francia insieme ad alcuni Paesi della Nato istituisce una no-fly zone. Questo perché Gheddafi aveva suscitato il grande sdegno della comunità occidentale per aver “”impiegato l’aviazione nella repressione della rivolta””. L’obiettivo della no-fly zone doveva essere quello di impedire che i caccia del regime si alzassero in volo. Tuttavia, a un occhio neanche troppo attento, sarebbe bastato leggere un articolo del Corriere della Sera, firmato dal giornalista italiano Guido Olimpio nei primi giorni del conflitto, per rendersi conto che i velivoli dispiegati dalle varie forze militari coinvolte erano sia per il combattimento aria-aria che per quello aria-terra.

Sette mesi dopo, nell’ottobre del 2011, dopo una campagna militare intensa, i ribelli, grazie a un ampio sostegno delle forze armate francesi, americane e britanniche prendono il controllo del Paese. La guerra si conclude con la cattura di Gheddafi, in fuga verso la sua città natale, Sirte, seguito da un convoglio di fedelissimi, che non sarebbe mai stato raggiunto dai ribelli senza l’aiuto degli aerei Mirage francesi che l’hanno bombardato. Gheddafi è stato catturato, picchiato e ucciso come un cane. ( almeno è questo che noi DOBBIAMO credere, per volere dei media).Questo è stato il primo gesto della nuova, buona Libia, democratica e giusta.

L’uccisione di un leader politico che ha guidato un Paese per quarantadue anni è stata accolta con entusiasmo da tutti i governi occidentali. L’unico commento fuori dal coro è stato quello dell’allora premier italiano Silvio Berlusconi che usò il latino per dire “sic transit gloria mundi”. Un commento né positivo né negativo ma realista, machiavelliano, da uomo che proviene da una cultura più complessa, come la nostra. Fu ovviamente anche il commento di un uomo che pochi mesi prima aveva concluso accordi molto vantaggiosi con il regime e che si trovava nella situazione contraddittoria di fornire le sue basi per attaccare un alleato.

Una situazione come questa richiama alla memoria il giurista e filosofo politico tedesco Carl Schmitt, il quale sosteneva che il progresso non deve essere perseguito a ogni costo perché non sempre porta verso il meglio. Talvolta la società raggiunge risultati che possono essere già sufficientemente evoluti da non richiedere ulteriore progresso, che può anche trasformarsi in regresso. In questa situazione sembra che il regresso della nostra morale sia evidente.

Se 2.217 anni fa Scipione l’Africano e Annibale Barca, in guerra fra loro, potevano incontrarsi in mezzo al campo di battaglia di Zama per discutere con rispetto reciproco le sorti della guerra – guardandosi da nemici, ma soprattutto da uomo a uomo che rappresentano interessi diversi – oggi sembrerebbe che non siamo in grado di una simile raffinatezza morale. Sembra che non siamo capaci di vedere l’uomo oltre la maschera. Grazie alla narrativa americana, oggi ragioniamo solo attraverso la dicotomia cattivi-buoni e chiediamo la testa di quello scelto, di volta in volta, come il cattivo. Dobbiamo vederlo morto per essere soddisfatti. Una pratica barbara e intollerabile.

Il ruolo di un uomo

Nella vicenda è interessante esaminare il ruolo che un solo uomo ha avuto nella decisione di intraprendere una campagna militare in Libia. Bernard Henry Levy (BHL), celebre filosofo francese, personaggio televisivo e stimata firma di svariati giornali, viene tradotto e pubblicato anche in Italia dal Corriere della Sera. Il filosofo, per sua stessa ammissione e vanto, si è impegnato in prima persona a organizzare gli incontri tra il leader dei ribelli, Mahmoud Jibril, e il presidente francese Sarkozy che hanno convinto quest’ultimo della necessità di intervenire.

Il tutto è raccolto nell’autocelebrativo documentario Le Serment de Tobrouk, scritto, diretto e interpretato dallo stesso BHL e uscito nelle sale francesi il 6 giugno del 2012. Quando gli è stato chiesto perché avesse adottato questa causa, BHL ha risposto: “Perché? Non lo so! Certo era per i diritti umani, per prevenire un massacro e bla, bla, bla – ma volevo anche fargli vedere un ebreo che difendeva la lotta contro una dittatura, per dimostrare fratellanza. Volevo che i musulmani vedessero che un francese – occidentale ed ebreo – poteva essere dalla loro parte”.

Il filosofo francese aveva già cercato di rendersi protagonista della politica estera del suo Paese cercando di portare la voce del leader afghano Ahmad Shah Massoud, in lotta contro i Taliban, al presidente Jacques Chirac nel 2001, senza successo. Ha invece fortuna con il suo ruolo di mediatore a Bengasi nel 2011 quando, incontrando il leader dei ribelli Jibril, promise di farsi portavoce della sua causa presso il presidente Sarkozy.

È evidente che i momenti politici erano diversi: la causa anti-talebana di Massoud era troppo lontana dagli interessi francesi e occidentali prima dell’attacco alle Torri Gemelle, e Chirac era un presidente più attento alle sfumature rispetto a Sarkozy (come apparve evidente quando il suo ministro degli Esteri Dominique De Villepin si schierò contro l’intervento militare in Iraq nel 2003).

Al momento dell’intervento in Libia si presentava un panorama molto più allettante per Sarkozy: l’opportunità di mettersi in mostra come un sostenitore della primavera araba e la reimpostazione degli interessi economici, più favorevoli per l’Italia che per la Francia nel 2011.

Insomma, BHL in Libia è stato l’uomo giusto al momento giusto. Pensava probabilmente di essere il protagonista del supporto occidentale ai ribelli libici, ma allo stesso tempo si è ritrovato a essere una mascotte pubblicitaria di interessi più grandi e complessi. Il suo ruolo non è tuttavia da sottovalutare ma da condannare con forza: le avventure esotiche di un intellettuale mondano sono state concause della distruzione di un Paese e di migliaia di vittime che sognavano un futuro migliore. Come suggerisce il diplomatico italiano Roberto Toscano in un recente articolo, bisognerebbe attribuirgli il premio Nobel per la pace al contrario.

La Libia di domani

Oggi il futuro della Libia rimane incerto. Le fazioni in lotta di Alba Libica a Tripoli, vicina alla fratellanza musulmana, e Operazione Dignità a Tobruk, comandata dal laico Generale Haftar, non sembrano poter scendere a compromessi.
Sicuramente la situazione non può rimanere tale a lungo. L’anarchia imperante nel Paese ha ridotto il benessere della popolazione e la possibilità per qualsiasi partner commerciale di partecipare alla sua economia. Oggi in Libia le interruzioni energetiche sono la normalità, anche fino a 18 ore al giorno, e la sicurezza non è garantita da nessuna autorità centrale ma da milizie non organizzate e soprattutto non sottoposte a nessuna regola.

Anche l’economia è in ginocchio: se la Libia prima della guerra poteva contare su una produzione di 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno, il dato è sceso a zero durante l’intervento Nato e oggi è al 30 per cento del periodo pre-guerra. Inoltre, a causa degli scontri continui, le due principali città, Tripoli e Bengasi, hanno dovuto chiudere sia i porti che gli aeroporti.

Anche l’economia è in ginocchio: se la Libia prima della guerra poteva contare su una produzione di 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno, il dato è sceso a zero durante l’intervento Nato e oggi è al 30 per cento del periodo pre-guerra. Inoltre, a causa degli scontri continui, le due principali città, Tripoli e Bengasi, hanno dovuto chiudere sia i porti che gli aeroporti.

Questo ha portato a situazioni drammatiche come quella dei quattro italiani rapiti a luglio del 2015, dei quali non abbiamo notizie anche perché manca qualsiasi meccanismo d’intelligence unificato, efficiente e in grado di collaborare le nostre autorità. La recente condanna a morte emanata da un tribunale di Tripoli a Saif al-Islam, secondogenito di Muammar Gheddafi, con l’accusa di genocidio è un altro segnale dell’instabilità del Paese, ma potrebbe portare ad alcuni risvolti interessanti.

La sentenza non sarà eseguita perché Saif è nelle mani di una milizia della città di Zintan, nel nordovest della Libia, che si oppone al governo di Tripoli. Inoltre, il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, a Tobruk, reputa illegittimo il verdetto della corte perché il tribunale si trova in una città non controllata dallo stato. Saif potrebbe ora diventare una pedina molto importante dello scacchiere libico, vista la sua influenza e la sua reputazione di riformista.

Tra il 2009 e il 2010 Saif aveva anche, lentamente, convinto il padre a rilasciare quasi tutti i prigionieri politici ricevendo anche il plauso occidentale. Dato interessante è anche che molti leader della rivolta avevano precedentemente ricevuto incarichi di governo da Saif, tra cui anche il loro leader Mohmoud Jibril.

Insomma, la Libia merita di uscire da questa terribile impasse e ritrovare il suo posto nel mondo. Le soluzioni sono complesse ma possibili. La comunità internazionale non può lavarsi le mani dal disastro che ha creato e deve riconoscere le sue responsabilità aiutando il Paese a ritrovare l’ordine di cui l’ha privata.

L’Italia, in particolare, può e deve svolgere un ruolo importante in questa faccenda perché la Libia è un Paese che non possiamo ignorare, non solo per la vicinanza geografica e per ragioni storiche, ma anche per i risvolti sociali diretti che l’instabilità provoca: la tragedia dei migranti che intraprendono il viaggio della speranza verso le nostre coste e che sono tratti in salvo in mare dalla nostra Marina Militare ci impone di giocare un ruolo di primo piano.

Fino a oggi, anche grazie a operazioni congiunte con altri Paesi, abbiamo salvato 188mila vita umane. L’Italia, incapace di parlar bene di se stessa, deve rivendicare con orgoglio il grande ruolo che sta svolgendo in questa situazione: 188mila persone hanno visto la bandiera italiana come un segno di salvezza, e i nostri militari non hanno deluso le aspettative.

Purtroppo tutto lo sforzo non ha permesso di evitare la morte di 2mila esseri umani nel solo 2015: questo il dato drammatico comunicato dall’Organizzazione internazionale dei migranti (Oim). L’incontrollato flusso dei migranti è una diretta conseguenza dell’anarchia vigente in Libia, dove il traffico degli esseri umani è diventato una pratica diffusa.

Nell’affrontare la problematica libica, la lezione che dobbiamo trarre dagli errori commessi è che non ci si può far guidare dalle emozioni del momento e farsi trascinare dalla propaganda. L’interventismo va evitato, ma nel caso le circostanze lo rendessero inevitabile è necessario studiare a fondo la situazione interna e i possibili risvolti che la nostra ingerenza potrebbe provocare.

Molti governi destinano troppo poco tempo e fondi allo studio delle dinamiche interne degli altri Paesi oppure non hanno sviluppato una sana interazione tra la politica e le strutture di ricerca, come le università, i think tank e la diplomazia.

La politica estera è fatta da statisti, diplomatici e ricercatori, non da filosofi mondani alla ricerca di brividi.

Libero adattamento da: http://www.thepostinternazionale.it/mondo/libia/libia-intervento-sbagliato-bernard-henry-levy

Libia, i soldi europei

giugno 2013

L’appello accorato di don Moses Zerai direttore di Habeshia Agency Cooperation for Development, un’agenzia di informazione eritrea, al mondo politico dell’Unione Europea, affinché si ponga fine al martirio dei profughi africani, in fuga dai paesi subsahariani e dalle regioni occidentali del continente, assiepati nei gulag libici, costruiti con i fondi della commissione europea ROMA – Il 20 Giugno prossimo verrà celebrata  la “Giornata mondiale dei rifugiati”. “Ma cosa c’è da celebrare?” – si domanda in una nota diffusa da Habeshia Agency Cooperation for Development, diretta da don Moses Zerai –  nei ultimi anni, complice anche la crisi morale e sociale del continente europeo, dove si nota una forte regressione dei diritti umani, dove avanzano sempre più le politiche meno propense all’accoglienza, abbiamo ascoltato discorsi apertamente xenofobi. La verità – prosegue il documento – è che c’è in giro una forte insicurezza, volutamente disseminata nei ultimi anni, amplificando a dismisura notizie di cronaca che vede coinvolti gli ‘extracomunitari’, addirittura inventando un reato inesistente, come quello della ‘clandestinità’, facendo cosi allarmare maggiormente l’opinione pubblica, per un tornaconto elettorale”.

Nella galera con la targa della Commissione Europea. Si tratta, in verità di una tendenza in atto un po’ in tutta l’europa, “compresa la ‘civilissima’ Svizzera – sottolinea Zerai – si appresta a celebrare un referendum per tentare di modificare la legge sul diritto di asilo, praticamente per tentare di chiudere le porte in faccia, a migliaia di richiedenti asilo. Cosi l’Europa preferisce finanziare paesi come la Libia, affinhcè trattenga nei suoi lager centinaia di profughi in fuga dai loro paesi come la Somalia, l’Eritrea, il Sudan. Ecco – dice il direttore

di Habeshia – ho ricevuto due segnalazioni dalla libia da gruppi di profughi eritrei che sono trattenuti nei lager, dove è affissa la targa della Commissione Europea e quello del IOM” (l’Organizzazione mondiale delle migrazioni).

Bersagli da tiro a segno per militari ubriachi. “I profughi – dice ancora Zerai – mi chiedevano il perché si trovassero in una struttura costruita con fondi europei, dove 54 eritrei di fede cristiana sono costretti a vivere ammassati, e dove ogni giorno vivono l’incubo a causa dei militari ubriachi o drogati che sparano all’impazzata, o si divertono a tirare i sassi per colpire nel mucchio”. Tutto questo accade ogni sera, secondo molte testimonianze, nel centro di Burshada, targato IOM e Commissione Europea, strutture nate con fondi europei usati per costruire galere dove i profughi subiscono torture e umiliazioni inimmaginabili. “E’ questo l’uso che si voleva fare di quelle strutture? – si chiede il direttore di Habeshia – in cosa consiste la ‘via libera alla cooperazione tra UE e Libia per combattere l’immigrazione clandestina?”

Tra i detenuti anche 15 bambini. In un altro centro, a Suman (Libia), sono trattenute donne africane, di cui 95 eritrei, 10 etiope, altre 10 di diversa provenienza dalle regioni occidentali del continente. Ci sono 10 donne in avanzato stato di gravidanza, alcune stanno quasi per partorire, all’ottavo e nono mese, che non hanno mai visto un medico, nessuna assistenza o controlli preventivi per evitare rischi legati al parto, in luoghi non idonei per le pessime condizioni igenico sanitarie delle strutture e per il sovraffollamento. Con loro ci sono anche 15 bambini, di età variabile, dai 7 mesi ai 5 anni, tutti costretti a vivere in detenzione senza nessuna colpa. Devono subire sofferenze inspiegabili, e tutto – a quanto pare – in nome della protezione della “fortezza Europa”. “Le donne – afferma ancora Zerai – mi hanno riferito che tra loro ci sono anche delle malate bisognose di cure, che soffrono al cuore, che hanno gravi problemi all’utero, altre ancora asmatiche. Tutte faticano a sopravvivere in quelle condizioni di violenza e sporcizia”.

“Che uso si sta facendo dei fondi in Libia?”. “Quello che ci chiediamo – scrive ancora nel suo documento Moses Zerai – è chi deve proteggere i profughi e rifugiati, se le persone bisognose di protezione internazionale sono stipate in questo modo nei lager, sulla facciata dei quali ci sono le targhe dell’UE o dell’IOM, istituzioni che dovrebbero rappresentare per molti profughi e rifugiati la ‘salvezza’, la protezione, l’accoglienza, invece di vivere in un incubo che sembra non finire mai. Faccio appello all’Unione Europea – conclude la nota – di cooperare con la Libia per combattere le violazioni dei diritti umani, contro le discriminazioni di cui sono vittime le comunità Cristiane e quelli di origine Sub-Sahariana. L’Unione Europea dovrebbe combattere i motivi che spingono i popoli dell’Africa Orientale a lasciare la loro terra, per cercare un posto più sicuro dove vivere. Serve una seria lotta contro la fame, contro le guerre e le dittature. l’UE non deve diventare complice degli abusi, dei lager dove le persone vengono massacrate di botte fino alla morte. L’UE rischia di spingere questa gente nelle mani dei trafficanti, spesso in divisa militare e per questo chiedo ai politici europei di chiarire che uso si sta facendo dei fondi europei in Libia”.

Fonte:http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2013/06/07/news/habeshia-60605522/

2011: Diplomatico libico “torturato a morte” (ITA-ENG)

Irish Times

[03.02.2012] trad. di Vera Zasulich per GilGuySparks

Reuters – Un diplomatico libico che aveva svolto l’incarico di ambasciatore in Francia sotto Muammar Gheddafi è morto per le torture il giorno dopo essere stato arrestato da una milizia della città di Zintan, lo ha riferito oggi, in un comunicato, Human Rights Watch.

Zintan è la città dove è tenuto Saif al-Islam, il figlio più in vista della defunta guida libica e la morte dell’ex diplomatico ha rafforzato le preoccupazioni per la sua sicurezza.

Il referto dell’autopsia preliminare ha reso noto che Omar Brebesh, che era stato arrestato il 19 gennaio a Tripoli e il cui corpo era comparso in ospedale il giorno dopo, 100 chilometri a sud-ovest presso Zintan, aveva ferite multiple e costole fratturate.

La relazione [di Human Rights Watch] è l’ultima di una serie di denunce di torture per mano delle miriadi di milizie armate libiche che hanno combattuto per rovesciare Gheddafi e ora gestiscono prigioni in tutto il paese.

Un dirigente libico del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) ha detto che Saif al-Islam dovrebbe essere processato in patria e che sarebbe stato celebrato un processo equo. La Corte Penale Internazionale si è riservata il diritto di esigere che gli sia inviato all’Aia.

Human Rights Watch ha letto una relazione della polizia giudiziaria a Tripoli, che diceva che Brebesh era morto in seguito a torture e che un sospetto (di cui non è stato reso noto il nome) aveva confessato di averlo ucciso“, dice la nota, aggiungendo che le foto del corpo del signor Brebesh mostravano lividi, tagli, e la presunta rimozione delle unghie dei piedi.

La milizia accusata di aver torturato il signor Brebesh, al-Shohada Ashura, non era, nell’immediato, disponibile per un commento venerdì.
Il signor Brebesh (di 62 anni) aveva prestato servizio presso l’ambasciata libica in Francia dal 2004 al 2008, prima come addetto culturale, e poi in qualità di ambasciatore negli ultimi nove mesi del suo periodo di servizio.

Il diplomatico era tornato in Libia per lavorare come avvocato presso il Ministero degli Affari Esteri con Gheddafi ma poi aveva continuato a lavorare per il governo post-Gheddafi del CNT dopo la guerra civile.

Ziad, il figlio del signor Brebesh, ha detto a Human Right Watch che suo padre si era volontariamente sottoposto ad un indagine da parte della milizia Al-Shohada Ashura di Zintan presso la loro sede nel quartiere di Crimea a Tripoli.

Il giorno successivo la famiglia ha appreso che il corpo del signor Brebesh era comparso in un ospedale di Zintan.

Queste milizie abusive continueranno a torturare la gente fino a quando non saranno tenuti a renderne conto. I leaders libici devono mostrare la volontà politica di perseguire le persone che commettono reati gravi, indipendentemente dal loro ruolo nella rivolta“, ha dichiarato Sarah Leah Whitson, direttrice di Human Rights Watch per Medio Oriente e Nord Africa.
Il comunicato [di Human Rights Watch] accoglieva con favore i rapporti secondo cui un procuratore di Zintan avrebbe aperto un’inchiesta sulla morte di Brebesh. Giovedì, il Ministero della Giustizia ha tenuto una cerimonia per sancire, nella capitale, la consegna al governo di una prigione da parte di una milizia con base a Tripoli.

E’ stata la settima prigione ad essere ripresa dal governo, che promette che le prigioni del paese, piene di uomini che hanno combattuto per Gheddafi, saranno progressivamente trasferite dal controllo delle milizie nel corso dei prossimi mesi.

Secondo il Comitato internazionale della Croce Rossa, la Libia ha attualmente circa 8.500 detenuti in circa 60 strutture, la maggior parte delle quali gestite da milizie con relazioni informali con lo stato.

Il mese scorso un gruppo umanitario, Medici Senza Frontiere, ha detto che aveva interrotto il suo lavoro nei centri di detenzione della città di Misurata, perché al suo personale medico veniva chiesto di rimettere in sesto detenuti nel mezzo di sessioni di tortura in modo che potessero tornare a subire ulteriori abusi.

http://www.irishtimes.com/newspaper/breaking/2012/0203/breaking52.html

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  • Libyan diplomat ‘tortured to death’

Irish Times

Friday, February 3, 2012

Reuters – A Libyan diplomat who served as ambassador to France for Muammar Gadafy died from torture within a day of being detained by a militia from the city of Zintan, Human Rights Watch said in a statement today.

Zintan is the town where the late Libyan ruler’s most prominent son, Saif al-Islam, is being held, and the former diplomat’s death has reinforced concerns for the son’s safety.

A preliminary autopsy report said Omar Brebesh, who was detained on Jan 19th in Tripoli and whose body appeared in hospital the next day 100km southwest in Zintan, had multiple injuries and fractured ribs.

The report is the latest in a series of allegations of torture at the hands of Libya’s myriad armed militias who fought to topple Gadafy and now run prisons around the country.

Libya’s ruling National Transitional Council (NTC) says Saif al-Islam should be tried at home and would be given a fair hearing. The International Criminal Court has reserved the right to insist that he be sent to The Hague.

“Human Rights Watch read a report by the judicial police in Tripoli, which said that  Brebesh had died from torture and that an unnamed suspect had confessed to killing him,” the statement said, adding that photos of Mr Brebesh’s body show welts, cuts, and the apparent removal of toenails.

The militia accused of torturing Mr Brebesh, al-Shohada Ashura, was not immediately available for comment on Friday. Mr Brebesh (62) served in the Libyan embassy to France from 2004 to 2008, first as cultural attache, and then as acting ambassador for the last nine months of his tour.

The diplomat returned to Libya to work as a lawyer at the ministry of Foreign Affairs under Gadafy but then continued working for the post-Gadafy NTC government after the civil war.

Mr Brebesh’s son Ziad, told Human Right Watch that his father voluntarily submitted to an investigation by the Zintan Al-Shohada Ashura militia at their base in the Tripoli neighborhood of Crimea.

The next day the family heard that Mr Brebesh’s body had appeared at a hospital in Zintan.

“These abusive militias will keep torturing people until they are held to account. Libya’s leaders should show the political will to prosecute people who commit serious crimes, regardless of their role in the uprising,” said Sarah Leah Whitson, Middle East and North Africa director at Human Rights Watch.

The statement welcomed reports that a Zintan prosecutor has opened an investigation into Brebesh’s death.On Thursday, the Ministry of Justice held a ceremony to mark the handover of a prison in the capital from a Tripoli-based militia to the government.

It was the seventh prison to be taken back by the government, which promises that the country’s prisons, full of men who fought for Gadafy, will gradually be transferred from militia control over the next few months.

According to the International Committee of the Red Cross, Libya currently has about 8,500 detainees in roughly 60 facilities, most of them run by militias with informal relationships to the state.

Last month, humanitarian group Medecins Sans Frontieres said it had stopped its work in detention centres in the city of Misrata because its medical staff were being asked to patch up detainees mid-way through torture sessions so they could go back for more abuse.

http://www.irishtimes.com/newspaper/breaking/2012/0203/breaking52.html

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2012/02/04/diplomatico-libico-torturato-a-morte/

La Libia e la Fiera dell’Ipocrisia

31 gennaio 2012

mcc43

Un prigioniero: prima e dopo l’interrogatorio

La Tortura
Medici senza frontiere abbandona  il campo denunciando le torture cui vengono sottoposti i prigionieri.
Meraviglia una scoperta tanto tardiva!
Mesi fa vi fu un appello internazionale per salvare la vita dell’ex ministro  Abouzaid Dorda ridotto in stato di coma dalle percosse e da una “caduta” dalla finestra.
Altri meno noti, invece,  non sono più vivi.
Il Governo ha respinto le accuse di MSF e , per bocca del Ministro degli Esteri  Ashour Ben Kayyal , ha fatto sapere,  in sintesi, che come Governo rifiutano la tortura, i lealisti riceveranno il trattamento che meritano.  (**)

La Giustizia
Corte penale internazionale:  aspettiamo  assicurazioni che Saif al Islam avrà un processo equo in Libia.
Stupisce la fiducia in questa possibilità.
E’ sufficiente scorrere i blog, Twitter o FB per scoprire che, lungi dalla “riconciliazione” nazionale  proposta dal CNT, vi è una gran voglia di vendetta. Irritano sia le foto di Saif in”buoni rapporti” con i  carcerieri Zentan, sia la notizia della scarcerazioni di alcuni  pro-gheddafiani.

Ma  a rendere impossibile un giusto processo è la constatazione che il sistema giudiziario non ha ripreso a funzionare e in migliaia sono detenuti senza  essere formalmente imputati di un reato. L’arresto si basa su un generico “sostenitori di Gheddafi” e apre la porta alle vendetta personali. 

Il ritorno del Viagra
La tribù Zentan fa della prigionia di Saif il suo punto di forza nel mercato delle poltrone (Ministero della Difesa) e nel controllo del territorio ( autonominata responsabile della sicurezza all’aeroporto di Tripoli) tuttavia occasionalmente strizza l’occhio ai gheddafiani.
Nei giorni scorsi ha sequestrato un carico di Viagra e di droghe arrivate dall’India su richiesta del CNT e questa sarebbe una conferma dell’accusa che a suo tempo era stata lanciata da Gheddafi contro i ribelli.

quote rosa?

I Diritti delle donne
Si era parlato di “quote” rosa da inserire nella legge elettorale ma nella stesura finale non ve n’è traccia  – secondo i media  internazionali , come France Presse .
Il TripoliPost non riporta ancora la notizia, ma da una intervista al capo della Commissione elettorale Ameen Belhadj risulta che le quote rosa sono –obiettivamente-  l’ultimo dei problemi.

“Argomento delicato per varie ragioni. Primo:non abbiamo dati reali sul censimento della Libia. Secondo: non ci sono stati consigli comunali precedenti la rivoluzione de 17 febbraio. Terzo:  siamo ancora nel periodo di transizione e francamente abbiamo dei conflitti in alcune aree . Tutte queste cose non sono  facili da gestire. Così quali potrebbero  essere i parametri da utilizzare  per definirei collegi elettorali del Paese?”
Non essendo convinta della bontà delle “quote” in nessun paese e per nessuna categoria, sono più negativamente colpita dalla esclusione dalle candidature dei sostenitori del precedente governo. Norma illiberale, è altresì il segno di un duplice timore: irritare le milizie e rischiare che dalle urne esca un ampio sostegno popolare a Gheddafi e alla Jamairija.

sarà ancora vivo?

Bani Walid e i “verdi”
I combattimenti dei giorni scorsi hanno fatto sperare a molti “la liberazione della Libia”, ma ad un esame attento la storia si presenta meno entusiasmante.

Quello che è accaduto lo spiega bene il Guardian
Bani Walid, base della potente tribù Warfallah è stata una delle ultime ad arrendersi ai ribelli. Nei nove mesi della guerra, gli anti-Gheddafi cercarono di entrare, ma non arrivarono molto oltre la periferia. Si è saputo in seguito che Saif al Islam ne aveva fatto il suo quartier generale. Poco prima della fine del conflitto, quando era ormai inevitabile la sconfitta del regime, il Consiglio degli anziani negoziò un accordo grazie al quale i ribelli furono in grado di entrare in città senza combattere. Da quel momento i rapporti in città non furono facili e occasionalmente vi sono stati degli scontri.
Secondo un testimone che non vuole essere identificato le violenze di lunedì (23 gennaio) scoppiarono quando dei membri della milizia 28maggio fedele al CNT arrestarono alcuni lealisti; altri pro-Gheddafi attaccarono la guarnigione facendo varie vittime.

Nei giorni precedenti la cattura di Gheddafi, infatti, una serie di notizie dava la città caduta in mano ai lealisti prima che ciò effettivamente accadesse; rende credibile fossero in corso trattative fra il consiglio tribale e il CNT.  Psyops: guerra psicologica su Bani Walid . Quello che ancora non si sa è se la tribù abbia trattato per lasciare la scappatoia a Saif e se era al corrente che Muhammar Gheddafi stava per essere dato in mano alle  bande belluine. 

Reuters ,invece, informa sulle rimostranze dei sostenitori al CNT
“Quando arriva gente da Tripoli, ti entra in casa, molesta le donne, cosa dobbiamo fare? “Dice Fati Hassan, 28anni, di Bani Walid che descrive gli uomini della 28maggio come un mix di gente locali e forestieri, ribelli antiGheddafi che si sono trasformati in oppressori appena ottenuto il controllo della città. “Arrestarono gente fin dal giorno dopo della liberazione e di molti non sappiano ancora nulla.
“Io sono un rivoluzionario e ho amici nella 28maggio” e aggiunge di averli invitati a calmarsi “La Guerra è finite adesso”

In effetti ciò che Bani Walid ha voluto ottenere con gli scontri che hanno messo in minoranza i pro CNT è stata l’ indipendenza dal governo centrale. Ed è al momento missione compiuta avendo ottenuto il riconoscimento del governo locale.

Il Verde non è scomparso dalla Libia, elementi armati pro-gheddafi ci sono e non potrebbe essere diversamente, visti i molti mesi di bombardamento che furono necessari per  fiaccare i lealisti. Non si tratta, da quanto si comprende finora, di una “resistenza” organizzata a livello nazionale o tale da conquistare una regione. L’opposizione armata si realizza con azioni di disturbo che concorrono all’instabilità complessiva. 

rimpianti…

Un sedicente governo
Né il Governo né il CNT hanno un ufficio stampa e l’elenco dei componenti del CNT resta tuttora segreto.
E’ naturale che fra i libici aumenti la diffidenza perché le uniche informazioni ufficiali sono gli annunci in risposta alle manifestazioni di piazza, a Bengasi particolarmente violente.
Mancanza di trasparenza e inettitudine sono le accuse sulle quali l’intera Libia concorda  e molti considerano un errore aver lasciato uscire dai ranghi l’ex primo ministro Mahmoud Jibril e il precedente ministro delle Finanze e del Petrolio Ali Tarhuni,  Questi, a onor del vero, soffiano sul fuoco con interviste fortemente critiche verso Mustafa Abdul Jalil, il quale ha dunque tutte le ragioni di temere giorni politicamente contati. Meglio piazzato il Primo ministro AlQeeb, grazie al suo passato americano e alla sua palese inconsistenza politica con la quale si sottrae alle accuse della piazza.

US in arrivo?

Un esercito sulla carta
L’esercito libico  è scarso e debole. Esiste più sulla carta che nella realtà e pochi si fidano essendo composto di militari già in servizio sotto il regime.
Le milizie al contrario assumono potere sconfiggendosi l’un l’altra fino a lasciare in campo due attori principali. Gli Zentan, di cui si è già detto, e la brigata di Misurata che ha ottenuto il ministero degli Interni oltre al comandante in capo dell’esercito. Nella spartizione del territorio quest’ultima domina dall’est di Tripoli fino a Sirte. Al “gate”  sventolano le bandiere di tutto il mondo dando l’impressione di entrare in un nuovo stato.

“C’è ancora simpatia per l’idea di una Libia unita, specie fra i rivoluzionari delle relativamente sofisticate città della costa” rileva il sito web americano dedicato alla politica estera  Foreign Policy . In pratica afferma la voglia di unità, ma automaticamente suggerisce la possibilità che nel futuro le cose potrebbero cambiare.
Intanto nei media non proprio del “main” stream corre la notizia di un invio di truppe americane: 12000 unità già pronte a Malta.
E’ il rilancio di un articolo dell’attivista americana  Cynthia MKenny , ma tace del comunicato  successivo con il quale la McKenny informa della smentita ufficiale ricevuta sia dalle autorità di Malta sia da quelle americane .
Vero è, invece, che gli Usa hanno promesso aiuto al CNT per ricostituire e addestrare l’esercito. Ovviamente ciò comporterà l’invio di militari … alla spicciolata.

sono loro il nostro problema?

Guardiani d’Europa
Fu scandalo quando Gheddafi chiese milioni di euro per fermare gli imbarchi dei clandestini o riprenderli indietro.
Fu scandalo quando durante la guerra minacciò di mandarne migliaia ad invadere l’Europa.

Ora il nuovo Governo ha ufficializzato la politica che intende seguire e ci fa sapere  per bocca del ministro degli interni Fawzi Abdelali “Non siamo le guardie di confine dell’Europa”.  Governi europei serviti, ma rimasti silenziosi.
Personalmente, sarei pronta a congratularmi con questo ministro, qualora decidesse di prendersi cura dei migranti nel periodo di attesa dell’imbarco e se  ordinasse dei severi controlli sulla sicurezza delle barche.

 

(***) vari casi di torture e uccisioni nelle prigioni documentate in Viva Libya