Agnelli segreti, la storia d’Italia mai raccontata

Gli Agnelli sono stati la vera famiglia regnante del Novecento italiano, con buona pace dei Savoia e della Repubblica, ma raramente nel nostro paese si è scritto di loro con schemi diversi da quelli dell’agiografia lecchina. Del resto il mito piccolo borghese dell’Avvocato era troppo evidente per essere ignorato da giornalisti in fondo alla caccia soltanto di una battuta da titolo, se non di una FIAT in comodato d’uso.

Di qui milioni di articoli e servizi su Ferrari, Juventus, nuovi straordinari modelli di auto, quadri, tendenze della moda, eccetera, e un po’ meno sull’onnipresenza di Agnelli nel mondo finanziario e politico. In altre parole, per decenni invece di parlare del principale gruppo finanziario italiano e della principale industria si è trovato più facile parlare della figura di Gianni Agnelli.

Gigi Moncalvo nel suo Agnelli segreti, uscito nel 2012 per Vallecchi e omaggiato di poche recensioni (leggendolo si capisce anche il perché), prova ad andare oltre i simboli esteriori del potere o le storie da copertina, per condurci attraverso una grande inchiesta nei meandri del potere vero. Quello che non viene mai fotografato allo stadio, in barca, alle mostre.

Il libro è apparentemente una storia della famiglia, con qualche incursione nel gossip pesante (gli amori lesbici di Susanna Agnelli, i veri compiti di Montezemolo, eccetera), ma in realtà pur essendo abbastanza lungo (più di 500 pagine) compie scelte molto precise mettendo fatti e personaggi collaterali al servizio delle storie principali. Che sono fondamentalmente quattro.

La prima è quella della relazione fra Virginia Agnelli, fresca vedova di Edoardo e madre di Gianni, Susanna, Umberto, eccetera, con Curzio Malaparte. I dettagli da cronaca rosa sono incredibilmente messi in fila dall’OVRA, la polizia segreta fascista, che appare quasi al servizio di Giovanni Agnelli. Cioè il fondatore, il rigidissimo e sabaudo (ma all’occorrenza levantino) Senatore.

Con funzionari pubblici che pedinano Virginia allo scopo di trovare particolari e prove che consentano di toglierle l’affidamento dei figli (a beneficio del nonno, chiaramente). Si arriva al paradosso di Virginia che chiede a Mussolini di essere difesa dal suocero di lei e dalla polizia di lui… Malaparte non è certo un comprimario, ma un ex direttore della Stampa agnelliana che ha vissuto diverse fasi del fascismo e che si atteggia a suo oppositore più per posa intellettuale che per istinto democratico. E la sua storia con Virginia, ma soprattutto il modo in cui viene osteggiata, dice molto del potere FIAT nell’Italia fascista, nonostante il Senatore a Torino provi a smarcarsi perché nella vita non si sa mai.

La seconda macrostoria all’interno del libro è quella riguardante Gianni Agnelli, il nipote del senatore, non dal lato del cazzeggio mondano ma da quello della presa del potere nei confronti di fratelli e altri parenti, per precisa volontà del nonno. Impressionante è la valutazione del gruppo FIAT subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, pur con tutte le cautele del caso: circa 64 miliardi di euro, ai valori attuali. La costruzione di ‘Agnelli’ passa attraverso vent’anni di mondanità ma anche di rapporti internazionali coltivati ai massimi livelli fra una donna e l’altra (Pamela Churchill, nuora di Winston, e Anita Ekberg su tutte le altre, per motivi diversi), mentre la FIAT veniva mandata avanti con intelligenza, ma anche con metodi oltre l’autoritarismo, dal professor Valletta fino ai 45 anni dell’Avvocato.

La vicenda forse più appassionante è quella di Edoardo Agnelli, della sua infelice vita (a 40 anni e passa era di fatto sotto tutela, controllato anche nella quotidianità minima) e della sua stranissima morte avvenuta nel 2000, a 46 anni, seguita da un’inchiesta imbarazzante per le lacune della magistratura e i tentativi di insabbiamento di parte della famiglia o forse di qualcuno che in quei frangenti già controllava la famiglia.

Una storia che ha avuto un’appendice dopo la morte di Gianni Agnelli, con tanto di tentativi della sorella di Edoardo (Margherita, madre fra gli altri di John e Lapo Elkann) per conoscere la verità. Impressionante in generale, non tanto in relazione alla storia di Edoardo, la freddezza di Marella, la madre, in contrapposizione al crollo anche fisico dell’Avvocato. Ben raccontato è il modo astuto in cui possibili successori di Gianni Agnelli venivano dati in pasto ai media, da Giovanni (figlio di Umberto e fratello dell’attuale presidente della Juventus) allo stesso John Elkann, ritenuto più plasmabile dell’idealista Edoardo e ovviamente anche dell’estroso Lapo.

La quarta storia, che avvolge tutte le altre, è vero giornalismo investigativo e riguarda il reale controllo del gruppo dagli anni Novanta ai giorni nostri. Attraverso la costituzione di società più o meno schermate, in Italia e in Lichtenstein, Agnelli voleva occultare gran parte del suo patrimonio, ‘allontanare’ la sua figura dalla realtà operativa delle società italiane (si era in piena Tangentopoli, si era quasi arrivati a Romiti…), ma soprattutto assicurare al gruppo una unitarietà di gestione che il diritto di famiglia dopo la sua morte non avrebbe permesso: Edoardo era ancora vivo e desideroso di occuparsi degli affari della sua famiglia.

Attraverso documenti riservati e pubblici Moncalvo dimostra che di fatto il controllo del gruppo ad un certo punto è stato nelle mani di due avvocati (uno svizzero, René Merkt, e uno del Liechtenstein, Herbert Batliner), ma che nell’ultimo ventennio è stato sostanzialmente di Gianluigi Gabetti (ora 91enne) e di Franzo Grande Stevens (ora 87 anni), cioè due fra i più stretti collaboratori di Agnelli. Con il rapporto di sudditanza che ad un certo punto si è ribaltato, grazie a statuti societari con articoli ai confini della realtà, sottoscritti con superficialità dall’Avvocato. In copertina ci vanno Briatore e al limite Berlusconi, ci sono quasi funerali di Stato per Michele Ferrero, ma non è sbagliato dire che l’uomo più potente d’Italia negli ultimi decenni sia stato e tuttora sia Gabetti.

Un lettura appassionante, per chi fosse interessato a capire chi ha comandato e comanda in Italia al di là dei segni esteriori del potere. Fra questi segni anche la Juventus, finita nel 2006 in una guerra molto più grande di lei e dell’intero calcio italiano e da qualche anno tornata ai massimi livelli sotto la gestione della parte ‘perdente’ del gruppo, una sorta di premio di consolazione pronto comunque ad essere cancellato in presenza di certe situazioni. Un libro di giornalismo investigativo, quello di Moncalvo (una ottima carriera nei giornali e anche in televisione, molti ragazzi anni Ottanta lo ricordano come volto dell’informazione di Canale 5 prima dell’arrivo di Mentana), che in molti capitoli restituisce dinamiche umane terribili ma anche commoventi, ben lontane dai servizi di Capital e dalle interviste in ginocchio di tante prime firme. Inutile sottolineare che i giornalisti escono a pezzi da molte situazioni, per il modo in cui i loro servizi vengono concordati con l’ufficio stampa FIAT, ma non mancano neppure esempi di grande valore.

Non si possono scrivere biografie senza essere appassionati al soggetto, quindi anche questo libro in fondo (ma proprio in fondo) contribuisce al mito di Agnelli. Ma lo fa con un’inchiesta vera, che mette in luce tutte le contraddizioni del personaggio: un patriottismo poco retorico insieme a un cosmopolitismo cinico, la coscienza dell’importanza sociale della FIAT insieme all’evasione fiscale, le follie da jet set e i bei gesti sconosciuti ai più, la noia mortale per qualsiasi argomento e allo stesso tempo la curiosità vampiresca. C’è ancora tanto da scrivere sugli Agnelli, il tempo non mancherà. Sarebbe adesso più urgente, non soltanto per i mitici ‘mercati’, rispondere alla domanda: chi c’è dietro a John Elkann?

Preso da: https://www.indiscreto.info/2015/02/agnelli-segreti-litalia-mai-raccontata-dal-fascismo-john-elkann.html

Italy: Doctors Who Found Metals and Nanoparticles in Vaccines Had Lab Raided by Police

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Police raided the laboratory of Dr. Gatti and Dr. Montanari, a married couple who are devoted to studying diseases, including cancer, heart disease and neurological problems, caused by nano-particles that arise from processes that involve high temperature such as manufacturing, waste incineration and car exhaust.  Most nano-particles are expelled by the body when inhaled and consumed, but when injected by way of a vaccine, they are able to stay in the body and cause disease.  The couple performed a study and found nano-particles polluted all of the 44 vaccines that they tested.

 

In the 90’s, Dr. Antonietta Gatti discovered the relationship between micro- and nano-particles as well as a great number of pathologies: cardiovascular diseases, many forms of cancer, multiple neurological diseases, and autoimmune diseases. She’s taken part in many international research projects, including the pathologies induced by depleted uranium, waste incineration, food polluted with inorganic particles, and more.

Currently, she is the coordinator of the Italian Institute of Technology’s Project of Nanoecotoxicology, called INESE.

She is also a selected expert of the FAO/WHO for the safety in nanotechnological food, and a Member of the NANOTOX Cluster of the European Commission and the author of a book titled “Nanopathology: the health impact of nanoparticles,” and on the Editorial Board of Journal of Biomaterials Applications and a member of the CPCM of the Italian Ministry of Defense.

Furthermore, her and her husband Dr. Stefano Montanari founded a laboratory called Nano-diagnostics for the evaluation of the pathological tissues of patients, it’s presently at the University of Modena and Reggio Emilia, Italy.

Recently, the Italian police raided their home, the police took all  digital assets that were owned by the the two nanopathologists, including laptops, computers, and flash-drives, basically years of work and research.

James Grundvig via the World Mercury Project describes what happened quite well:

“Because Gatti and Montanari had taken their research of nanodust and nanoparticles, from in-vivo (performed in a living organism) and in-vitro (performed in a test tube) to what unseen contamination might reside in vaccines in 2016, they came under the microscope of the United States, European, and Italian authorities. They had touched the third rail of medicine. They had crossed the no-go zone with the purported crime being scientific research and discovery. By finding nano-contamination in random vaccines, Gatti and Montanari revealed, for the first time, what no one knew: Vaccines had more than aluminum salts adjuvants, Polysorbate-80, and other inorganic chemicals in them, they also harbored stainless steel, tungsten, copper, and other metals and rare elements that don’t belong in shots given to fetuses, pregnant women, newborns, babies and toddlers developing their lungs, immune and nervous systems.”

The scientists published their work in January of 2017, titled, New QualityControl Investigations on Vaccines: Micro and Nanocontamination. If science wasn’t plagued by corruption, an investigation should have started, healthcare agencies would have become involved and vaccine safety policies would have come under intense scrutiny, but that never happened.

Below is a recent interview with the two, done by Surêté Vaccins, the quick description of the video reads,

“Two italian researchers have found nanoparticles are polluting almost all vaccines. The small size of these particles allow them to enter our cells and have a permanent inflammatory effect. Mrs Gatti was about to testify in parliament enquiry on vaccine damages of italian military courses but both researches have been raided by police and all their material has been taken away.”

Nano particles are very small bits of matter, and they can enter into the human body, as the pair of scientist discovered in the 90’s. This is why we have so much published research linking various chemical products, like cleaning agents, to the destruction of human health. These nano particles are produced by waste incinerators, car traffic, and many other different ways. Because they float in the air, we can inhale them, which means they enter our lungs and then enter into the blood within minutes. This leads to a number of problems. These particles are carried by the blood to every district of the body, as they explain in the video below. When they enter into the tissues, the body cannot get rid of them, and so those particles stay there forever and are the cause of various diseases we see today.

They explain how they’ve been analyzing and studying vaccines for the past 15 years.

“Both vaccine and the tissue, which was hit by the particles contained in the vaccines, because we  discovered that those vaccines were polluted by particles, those particles were contained equally in the vaccine and in the tissue, so we started to analyze vaccines.”

They go on to explain, with regards to their most recent vaccine study linked above,

“After a while, an Italian University sent us a student for her thesis, and we analyzed 19 different vaccines with her, finding all of them polluted by micro and nano particles. Then we went on analyzing them and now we analyzed about 30 vaccines with many samples of each vaccine, and, we discovered that they were all polluted…”

When all said and done, they analyzed 44 different vaccines. All of them contained these harmful particles, which are foreign bodies entering into the body. Whenever this happens, the body has a reaction, and it’s not good.

“Those foreign bodies, those particles, are like a bullet. If I shoot somebody, and that bullet makes a hole in the heart, it’s not very important if the bullet was made of stainless steel, of titatium, of iron whatever, what’s important is that that they punched a whole in the heart.”

In it, they talk a little bit about the study and what’s currently going on.

Original: https://needtoknow.news/2018/04/italy-doctors-found-metals-nanoparticles-vaccines-lab-raided/?fbclid=IwAR2N5XDjjmEpMWOpBAZraCwVvXUt4iPneOKN4WJRjNAd8tMVhNfZ05LSJuA

Ancora scontri tra i RATTI terroristi che sostengono Serraji.

Tutti i problemi della coalizione anti-Haftar, schermaglie tra le milizie di Tripoli

Successivamente, diversi scontri si sono verificati in varie aree della capitale tra i miliziani della RADA e i rivoluzionari di Tripoli in quello che sembra essere l’ennesimo tentativo di espellerli dalla città da parte degli islamisti, sebbene entrambi i gruppi facciano parte della coalizione anti-Haftar autoproclamatasi ‘Tripoli Protection Force’.

Le schermucce si sono allargate a macchia d’olio raggiungendo anche le aree residenziali di Sabaa e Al-Furnaj nella capitale. Secondo fonti della Presidential Guard, l’arresto di El-China sarebbe stato ordinato dal ministro degli Interni, Fathi Bashagha, dopo le recenti tensioni con le milizie di Haytham al-Tajouri e Nawasi. Va detto che i rapporti tra le gang armate del GNA e lo stesso GNA non sono idilliaci da quando, all’inizio del conflitto, diversi giovani appartenenti alla TRB e all’8va Brigata Nawasi si sono rifiutati di combattere al fianco di terroristi dell’ormai disciolto Ansar al-Sharia, successivamente additati di collaborare con Haftar.

Nel frattempo, la TRB ha rilasciato una breve nota sul suo account Facebook negando le tensioni con l’SDF e ribadendo che le scaramucce sono scoppiate tra i rami che operano al di fuori dei ranghi ufficiali delle milizie, confermando le tensioni per l’assenza di leadership all’interno del gruppo. Va detto inoltre che tra le due milizie esistono delle differenze ideologiche di fondo, l’SDF infatti ha un approccio molto religioso, mentre i membri della TRB non disdicono la compagnia di donne, il gioco a carte, il consumo di alcool e droghe, ampiamente consumati di nascosto.

Tali eventi seguono un altro arresto ordinato da Bashagha di almeno altri due comandanti della TRB, che hanno portato la Brigata a ritirarsi dal fronte di Ain Zara il 21 aprile. Gli osservatori continuano a temere atti di vendetta soprattutto nei confronti delle istituzioni che hanno innescato tali meccanismi.

Preso da: https://specialelibia.it/2020/04/27/tutti-i-problemi-della-coalizione-anti-haftar-schermaglie-tra-le-milizie-di-tripoli/

House-to-House: How Venezuela is Stopping the Coronavirus (with the Help of Cuban Doctors)

One of the strategies for dealing with the coronavirus in Venezuela is, in addition to quarantine, house-to-house visits that doctors make to detect cases of contagion and treat them early. Many of the doctors are Cuban, and they walk around the neighbourhoods every day in their white coats and masks.

They search for cases of coronavirus infection even inside the home. This is what the so-called “house-to-house” approach is about, one of the most effective methods that has been implemented in Venezuela, along with quarantine, to deal with the COVID-19 pandemic.

The scenario has been repeated every day since the deployment of the SARS-CoV-2 strategy began shortly after the first cases were confirmed in the country on Friday, March 13. Currently, in the state of Miranda alone, in central-northern Venezuela, at least 1,500 Cuban doctors are covering the neighbourhoods with their white coats, chins, lists to be filled in with data on the people visited in their homes.

Arreaza claims that the U.S. is lying when it asks Venezuela to accept humanitarian aid It is not a random route. The deployment is based on a database collected by the government through a digital data storage system – called Plataforma patria – where those who have symptoms warn of their situation.

Thus, instead of having an influx to health centers, doctors go to those who may have COVID-19.

“We go doctors, nurses, laboratory personnel, looking for the houses where there are people who have had contact with people from abroad and people who have symptoms and have reported through the Plataforma patria,” explains Rafael Crespo Plasencia, a doctor who recently arrived from Cuba to join the battle against the coronavirus.

The work is also educational: “There are still people who do not perceive risk, they have not been very well informed despite all the information networks, radio, television. At home they are informed that they should wear a face mask and wash their hands”.

The majority of people comply with the rules, although during a tour of a popular neighbourhood in Petare, in Caracas, Plasencia pointed out that some people still do not use a mask when they stand, for example, at the door of their house. This is the absence of risk perception, he insists.

How does the Venezuelan health system work?

The San Miguel Arcángel Integral Diagnostic Center (CDI), or Petare Cemetery, as it is known in the area, is located on a main avenue. Behind it is one of Petare’s many neighbourhoods that rises on a hill through narrow streets, corridors, stairs, a labyrinth for those who do not know.

The ICDs belong to the secondary level of health: on the first level are the Barrios Adentro clinics, and on the third level are the hospitals. The CDIs, together with the consulting rooms, are part of the health architecture that was developed during the Bolivarian revolution in conjunction with the Cuban medical mission in the country.

One of the keys to that system was based on two central pieces: prevention and community participation, which are part of the current keys in the strategy to combat the coronavirus.

The health personnel who go out every morning to tour the neighbourhood from the CDI are accompanied by an individual belonging to one of the popular forms of organization that exist in the neighbourhood, such as communal councils, communes, local supply and production committees.

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“We accompany the doctors on the tours to take them to the houses, we are always there, because we know our community, we know the cases, otherwise they are like boats adrift,” explains Norma Josefina Urbina, part of the community council, who walks with Plasencia and the health group that tours the steep neighbourhood.

They are another great strength along with the digital database with the cases of people with coronavirus. They know who lives in the homes, the people most at risk, who had symptoms and didn’t report them. They guide Cuban and Venezuelan doctors with knowledge of the area.

The objective is “to detect any person who has any symptoms, including respiratory ones, and to visit and assess the state of health of the most vulnerable groups, such as the elderly, women, pregnant women and people with chronic diseases,” explains Carlos Luis Oliver Santana, a Cuban doctor who has been in the country for a year.

A total of 11,988 people have been visited, of the approximately 37,000 who live within the radius of action of the CDI Petare Cemetery. The work is daily, constant.

In the houses they talk to people, ask questions about possible symptoms, contact with people who have returned from abroad or who have had the virus and “if we notice any symptoms or evidence” then the person is transferred to the CDI and “is given a quick test that does not cost anything.

The Petare Cemetery

Petare belongs to the state of Miranda, where about 3 million people live. There are 60 ICDs for this territory, of which 38 are the Sentinel ICDs, which provide 24-hour surveillance to deal with the pandemic. “They deal with all pathologies, but only respiratory conditions related to the coronavirus are admitted,” explains Angel Sierra, the state’s deputy chief medical officer.

The CDI Cemetery of Petare is one of these 38 sentinels and has been equipped to carry out this mission. At the entrance there is a doctor protected from head to toe with a complete suit, gloves, mask, and eye protection, who receives patients with symptoms.

Patients are then given a quick test to see if they are positive for COVID-19. “They don’t go anywhere else unless they test positive or have symptoms of the virus and don’t have a positive test, or have a positive test without symptoms,” Santana explains.

If they are in one of these situations, they are admitted to the intensive care unit where they are isolated, placed under observation for 14 days – the incubation time of the virus – and given the various drugs, such as interferon, to strengthen the immune system.

Once they are discharged, “a doctor will visit you at home for seven days to see that there are no symptoms”.

Sierra explains that they have “all the resources, supplies, medicines and equipment to treat the coronavirus in all the ICDs. In Miranda, they have a total of 2,198 members of the Cuban health team, of whom an average of 1,600 travel to investigate, while the rest provide care.

“Between 49,000 and 52,000 patients are seen daily, and 500 are detected with respiratory symptoms every day”.

Coronavirus in Venezuela: a model of combat

The house-to-house system has been successful in Venezuela. It is a method that builds on what had already been established in terms of healthcare and popular organization, reinforced by the arrival of medical supplies from countries such as China, Russia, Cuba, as well as international agencies such as the Red Cross and the Pan American Health Organization (PAHO), the regional arm of WHO.

Its implementation has made it possible to launch an offensive against the coronavirus, conducting a search of every home to detect it early and avoid complications in patients, breaking the chains of transmission, and preventing its proliferation – which can be very fast, as has been demonstrated in other countries, such as Italy and Spain.

This is part of the reason why the curve remains flat in Venezuela. The role played by Cuban aid is crucial, as much as it was in building part of the healthcare system from the beginning of the Bolivarian revolution. There are doctors, every day, in the hills, in their white coats, masks, knocking on door after door, asking questions, giving advice, contributing to the battle against the pandemic.

Original: https://libya360.wordpress.com/2020/04/20/house-to-house-how-venezuela-is-stopping-the-coronavirus-with-the-help-of-cuban-doctors/

 

A la caza casa por casa: así frena Venezuela el coronavirus (y con médicos cubanos)


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Una de las estrategias para enfrentar el coronavirus en Venezuela es, además de la cuarentena, el trabajo de visita casa por casa que realizan los médicos para detectar los casos de contagio y tratarlos tempranamente. Muchos de ellos son cubanos, recorren los barrios cada día con sus batas blancas y tapabocas.

Ir a buscar los casos contagiados de coronavirus hasta dentro de los hogares. De eso trata el denominado “casa por casa”, uno de los métodos más eficaces que ha sido implementado en Venezuela, junto con la cuarentena, para enfrentar la pandemia de COVID-19.

La escena se repite todos los días desde que comenzó el despliegue de la estrategia contra el SARS-CoV-2 poco después de confirmados los primeros casos en el país, un viernes 13, el pasado marzo. Actualmente, solo en el estado de Miranda, centro-norte venezolano, al menos 1.500 médicos cubanos recorren los barrios con sus batas blancas, barbijos, listados a rellenar con datos de la gente visitada en sus casas.

No se trata de un recorrido azaroso. El despliegue se realiza en base a una base de datos recogida por la encuesta que realiza el gobierno a través de un sistema digital de almacenamiento de datos —llamado Plataforma patria—, donde quienes tienen síntomas avisan de su situación.

Así, en vez de tener una afluencia hacia los centros de salud, los médicos van hacia quienes pueden tener COVID-19.

“Vamos médicos, enfermeros, personal de laboratorio, en busca de las casas donde haya personas que hayan tenido contacto con personas del exterior y personas que tengan síntomas y hayan informado por la Plataforma patria”, explica Rafael Crespo Plasencia, un médico que llegó hace poco de Cuba para sumarse a la batalla contra el coronavirus.

El trabajo es también pedagógico: “Todavía hay personas que no tienen la percepción de riesgo, no se han informado muy bien a pesar de todas las redes informativas, radio, televisión. En el casa a casa se les informa que deben usar mascarilla, tapaboca, cómo deben lavarse las manos”.

El acatamiento a las normas es mayoritario, aunque, durante el recorrido por un barrio popular de Petare, en Caracas, Plasencia señala cómo alguna gente aún no utiliza el barbijo cuando está, por ejemplo, en la puerta de su casa. Es la falta de percepción de riesgo, insiste.

¿Cómo funciona el sistema de salud venezolano?

Recorrido de los médicos cubanos del CDI cementerio de Petare durante el casa a casa
© Sputnik / Marco Teruggi
Recorrido de los médicos cubanos del CDI cementerio de Petare durante el casa a casa

El Centro de Diagnóstico Integral (CDI) San Miguel Arcángel, o Cementerio de Petare, como se lo conoce en la zona, está situado sobre una avenida principal. A sus espaldas se encuentra uno de los tantos barrios de Petare que se eleva sobre un cerro por calles angostas, pasillos, escaleras, un laberinto para quien no conozca.

Los CDI pertenecen al nivel secundario de salud: en el primer nivel están los consultorios Barrios Adentro, y en el tercero los hospitales. Los CDI, de conjunto con los consultorios, son parte de la arquitectura de salud que se desarrolló durante la revolución bolivariana en conjunto con la misión médica cubana en el país.

Una de las claves de ese sistema se fundó en dos piezas centrales: la prevención y la participación de la comunidad, que son parte de las claves actuales en la estrategia de lucha contra el coronavirus.

El doctor Rafael Crespo Plasencia conversa con una mujer que está siendo visitada en su casa
© Sputnik / Marco Teruggi
El doctor Rafael Crespo Plasencia conversa con una mujer que está siendo visitada en su casa

El personal de salud que cada mañana sale a recorrer el barrio desde el CDI lo hace acompañado por una persona que pertenece a una de las formas de organización popular que existen en el barrio, como son consejos comunales, comunas, comités locales de abastecimiento y producción.

“Acompañamos a los médicos en los recorridos para llevarlos a las casas, siempre estamos, porque uno es el que conoce su comunidad, sabe los casos, sino vienen como barcos a la deriva”, explica Norma Josefina Urbina, parte del consejo comunal, que camina junto a Plasencia y el grupo de salud que recorre el barrio empinado.

Son la otra gran fortaleza junto a la base de datos digital con los casos de personas con coronavirus. Saben quienes viven en las casas, las personas de mayor riesgo, quienes presentaron síntomas y no lo notificaron. Guían a los médicos cubanos y venezolanos con conocimiento de la zona.

El objetivo es “detectar toda persona que tenga alguna sintomatología, ya sea respiratoria, y visitar y corroborar el estado de salud de los grupos más vulnerables, adultos mayores, mujeres, embarazadas, personas con enfermedades crónicas”, explica por su parte Carlos Luis Oliver Santana, médico cubano que lleva un año en el país.

En total ya visitaron 11.988 personas, de las cerca de 37.000 que viven en el radio de acción del CDI Cementerio de Petare. El trabajo es diario, constante.

En las casas conversan con la gente, realizan preguntas sobre posibles síntomas, contacto con gente que haya regresado del exterior o que haya tenido el virus y “si notamos algún síntoma o evidencia” entonces la persona es trasladada al CDI y “se le hace el test rápido que no le cuesta nada“.

El Cementerio de Petare

Ingreso al CDI cementerio de Petare donde un médico recibe a las personas que pueden estar afectadas con coronavirus
© Sputnik / Marco Teruggi
Ingreso al CDI cementerio de Petare donde un médico recibe a las personas que pueden estar afectadas con coronavirus

Petare pertenece al estado Miranda, donde viven cerca de 3 millones de personas. Existen, para ese territorio, 60 CDI, de los cuales 38 son los CDI centinelas, de vigilancia 24 horas para enfrentar la pandemia: “Atienden todas las patologías, pero ingresan únicamente afecciones respiratorias que estén en relación con el coronavirus”, explica Ángel Sierra, vicejefe de asistencia médica en el estado.

El CDI Cementerio de Petare es uno de esos 38 centinelas y ha sido equipado para llevar adelante esa misión. En el ingreso se encuentra un médico protegido de pies a cabezas con un traje completo, guantes, mascarillas, protección para los ojos, que recibe a los pacientes que presentan sintomatologías.

A los pacientes se les realiza luego el test rápido para saber si son positivos al COVID-19. “No pasan a ninguna otra parte al menos que dé positivo o tenga la sintomatología del virus y no tenga test positivo, o tenga test positivo sin sintomatología”, explica Santana.

Realización de prueba de coronavirus a una paciente en el CDI cementerio de Petare
© Sputnik / Marco Teruggi
Realización de prueba de coronavirus a una paciente en el CDI cementerio de Petare

En caso de estar en una de esas situaciones ingresan a la sala de terapia intensiva donde se los aísla, se los pone en observación durante 14 días —tiempo de incubación del virus— y se les suministran los diferentes medicamentos, como el interferón, para fortalecer el sistema inmunológico.

Una vez que se les da el alta, “un médico va a visitarlo a su casa durante siete días para ver que no haya ninguna sintomatología”.

Sierra explica que tienen “todos los recursos, insumos, medicamentos y equipamiento para atender el coronavirus en todos los CDI”. En Miranda cuentan con un total de 2.198 miembros del equipo de salud cubano, de los cuales sale un promedio de 1.600 a pesquisar mientras el resto garantiza la atención.

“Se atiende de 49.000 a 52.000 pacientes diarios, detectándose con síntomas respiratorios 500 diarios, que se les da atención, se realiza los test y el despistaje”.

Coronavirus en Venezuela: un modelo de combate

Vecinos del barrio donde se despliega la visita casa por casa en Petare
© Sputnik / Marco Teruggi
Vecinos del barrio donde se despliega la visita casa por casa en Petare

El sistema casa por casa ha dado resultados en Venezuela. Se trata de un método que se apoya sobre lo que ya había sido edificado en materia de salud y de organización popular, reforzado con la llegada de insumos médicos de países como China, Rusia, Cuba, así como de organismos internacionales como la Cruz Roja y la Organización Panamericana de la Salud (OPS), brazo regional de la OMS.

Su implementación ha permitido una ofensiva sobre el coronavirus, una búsqueda en cada casa para detectarlo de manera temprana y evitar complicaciones en los pacientes, cortar las cadenas de transmisión, evitar su expansión —que puede ser muy veloz, como ha quedado demostrado en otros países, Italia y España por ejemplo—.

Es parte de las razones por las cuales la curva se mantiene aplanada en Venezuela. El papel jugado por la ayuda cubana es central, tanto como lo fue para construir parte del sistema de salud desde inicios de la revolución bolivariana. Allí están los médicos, cada día, en los cerros, con sus batas blancas, mascarillas, golpeando puerta tras puerta, preguntando, aconsejando, aportando en la batalla contra la pandemia.

Original: https://mundo.sputniknews.com/america-latina/202004171091154019-a-la-caza-casa-por-casa-asi-frena-venezuela-el-coronavirus-y-con-medicos-cubanos/

BioCubaFarma in the COVID-19 battle

Photo: Ricardo López Hevia

To learn about progress being made in scientific research to identify new products to treat COVID-19, Granma interviews Dr. Eduardo Martínez Díaz, president of the BioCubaFarma Enterprise Group:

-What has the Cuban biotechnology and pharmaceutical industry been doing to confront COVID-19?

-Our Enterprise Group has a specific plan with four fundamental components which are

*Supply medicines included in the COVID-19treatment protocol established by the Ministry of Public Health (Minsap).

*Research and development to provide new products and knowledge to combat this virus

*Cooperation with other countries in supplying drugs to fight the pandemic

*Take steps internally within our companies to protect workers and guarantee operations under current circumstances

-How many products does BioCubaFarma currently provide for Cuba’s COVID-19 treatment protocol?

-At the beginning, 22 medicines were identified, several anti-virals, primarily Interferon, and an important group of drugs for hospital use with patients in different phases, including those in serious and critical condition. We currently have stocks of these for thousands of patients and continue to expand production capacity.

BioCubaFarma companies have added production of face masks and sanitizing products such as medicinal soaps, hypochlorite solution, hydroalcoholic solutions, etc.

Likewise, based on the capacity of our equipment and device plants, in collaboration with other companies in the country and self-employed workers, we are working on the repair of equipment much-needed to confront the pandemic, including ventilators, while we are also manufacturing individual protective wear, mainly masks with filters, visors, goggles and suits.”

-What are the most significant scientific advances?

-We initially created a BioCubaFarma working group and activated our Scientific Council commissions, to focus on confronting the epidemic. One of the ongoing tasks has been the search for information, the study of the characteristics of the virus and the behavior of the pandemic in general.

Information processing has allowed us, in a relatively short period of time, to make proposals for the use of drugs and their incorporation into the treatment protocol, or for their initial clinical evaluation.

Today we know that once infection with sars-CoV-2 has occurred, a patient’s condition can take two different paths: Eighty percent of those infected experience a mild case of the disease or are asymptomatic; 20% develop complications and serious or critical conditions. Unfortunately, the average fatality rate globally is above 5% and in some countries exceeds 10%.

The difference between first group and the second is mainly in the status of the infected person’s immune system. Severe cases are known to show 60 times the viral load of mild cases. This occurs because people with weak immune systems do not respond immediately to infection and this virus, which has a high capacity for reproduction, rapidly reaching high levels of copies.

Several risk groups, which all tend to have weak immune systems, have been identified and are more vulnerable to complications when infected with the new coronavirus.

These risk groups include adults over 60 years old, persons with immunosuppressive diseases, diabetes, cancer, high blood pressure, etc.

In view of this scenario, we are focused on developing medications to strengthen the immune systems of vulnerable patients, drugs with antiviral effect and those to prevent deaths among serious and critical patients.

During the last few weeks, Biomodulin t and Transfer Factor, two drugs that strengthen the immune system, have been included in the COVID-19 protocol. A variant of interferon is also being produced for nasal administration, which will be used as a preventive.

On the other hand, two broad-spectrum vaccines are being evaluated to stimulate the innate immune system. They are new types of vaccines that we have been working on, precisely to ”train” the immune systems of those who are susceptible to viral infections.

Such products allow the body to be prepared to develop a more effective immune response once infected. These vaccines could soon be incorporated into the protocol for combating COVID-19.

-What is being done to prevent the deaths of critically or seriously ill patients?

-As I mentioned earlier, patients in serious condition may develop a viral load 60 times higher than those with a mild case of the disease. This high viral load produces a response in the organism, which leads to what is called a “cytokine storm,” causing a process of hyperinflation that aggravates the patient’s condition.

Based on this information, we have studied in detail the molecular mechanisms and have identified drugs with the capacity to stop this ”cytokine storm”, which can cause the death of patients in a short period of time.

Similarly, we proposed two medications to the Minsap expert group for use with serious and critical patients. After a rigorous analysis, their evaluation was approved in a controlled manner. It should be noted that these drugs have been certified pharmacologically as safety and effective in treating other diseases under study.

Thus far, these drugs have been used in several patients with COVID-19 and we are beginning to see encouraging results, although of course we need to wait for more evidence to determine that the products are having the desired effect and saving lives.

-I have read news reports stating that interferon has not been clinically proven as effective against COVID-19?

-None of the products used worldwide today in the treatment of COVID-19 have any clinical evidence demonstrated in a controlled study. There has not been enough time to conduct clinical trials with all the necessary rigor to evaluate the efficacy of any specific drug in this pandemic.

A large number of drugs have been proposed and approved by regulatory authorities in countries around the world. We are doing the same. For example, each proposal from our scientists is analyzed by the BioCubaFarma working group and then presented to a group of experts at Minsap – including several from Cecmed and the Coordinating Center for Clinical Studies (Cencec) – where they may approved.

We have established special mechanisms for the rapid evaluation and approval of the protocols, while always maintaining a high level of rigor.

In the case of Recombinant Human Interferon Alpha 2b, produced in our country, it is included in the COVID-19 treatment protocol, along with other chemical antivirals. Interferon helps the body fight the virus by activating the immune system and mechanisms that inhibit viral replication.

We know that since the beginning of the epidemic in China, Interferon was incorporated into the treatment protocol. Based on results obtained, this drug was recommended by expert consensus and became part of the therapeutic guidelines that were approved, not only in China, but also in other countries.

In the particular case of Cuba, the use of this drug in the COVID-19 epidemic has shown very positive results in terms of preventing patients from evolving toward serious condition.

-Are you working on specific preventive vaccines for this virus?

-The number of person infected who remain asymptomatic has not been documented in the specialized literature yet. These patients are one of the fundamental causes of the epidemic’s rapid expansion, hence the importance of active research to identify and isolate these individuals.

Today, what is needed in continuing to live this epidemic, containing transmissions in order to manage the situation until a specific preventive vaccine is developed. Reports indicate that work is underway on 60 vaccine candidates worldwide and human trials have begun for two.

We are focused on developing specific preventive vaccines for this virus, as well. We have designed four candidates and are working quickly to begin testing them in animal models as soon as possible.

-Are you working on the development of diagnostic systems?

-Yes, the pcr test, as it is known, (Polymerase Chain Reaction) in real time is the key to confirming cases of the virus. Rapid diagnostic systems have been developed to measure antibodies, which are produced when an infection occurs.

We are working on the development of an Elisa (Enzyme-Linked ImmunoSorbent Assay) system based on our Ultramicro-Analytic System (SUMA) technology, which should be available in the coming weeks. It is really a challenge to have the system set up and tested in such a short time, but we are working hard to achieve this.

Original: http://en.granma.cu/cuba/2020-04-15/biocubafarma-in-the-covid-19-battle

Il mufti libico incita i giovani a compiere attentati suicida contro l’esercito

17 Aprile 2020

Il gran Mufti libico, Al-Sadiq al-Gharyani, ha sollecitato i giovani tra le forze allineate al Governo di Accordo Nazionale (GNA) ad effettuare operazioni kamikaze qualora queste possano indebolire i ranghi del nemico. In un’intervista televisiva, il controverso imam di Tripoli ha affermato che gli attacchi suicida sono “legittimi ed ammissibili perché molti dei compagni del Profeta si gettarono dalle mura e morirono per aprire il forte”.

Al-Gharyani ha aggiunto che se i giovani tre le file di Serraj sono in grado di lanciare attacchi suicida che provochino un grande impatto, sconfitta o perdita pesante tra le file dell’LNA, allora questo è un progetto che vale la pena provare. Va sottolineato che l’anziano Al-Gharyani non ha basato la sua fatwa, la legge nel diritto islamico che corrisponde ai responsa del diritto romano, sulle parole del Corano o un racconto della vita del Profeta Maometto, bensì si ispira ai principi della Sharia.

La nuova fatwa di Al-Gharyani invita i giovani di Tripoli e gli estremisti siriani ad immolarsi contro il Libyan National Army (LNA) esattamente come i jihadisti dal 2011 fanno in tutta la Libia, attaccando sedi della polizia e avamposti dell’esercito. L’imam è stato già bandito dall’entrare nel Regno Unito per aver incoraggiato gli estremisti nel 2014 nella presa di Tripoli.

Ghariani è fuggito dal Regno Unito nel mese di agosto dopo che il quotidiano britannico ‘The Guardian” ha rivelato che stava trasmettendo discorsi estremisti ai militanti in Libia dal Regno Unito, attraverso la stazione televisiva libica Tanasuh, con cui invitava i giovani ad unirsi alla milizia islamista guidata da Salah Badi, Libya Dawn, responsabile della distruzione dell’aeroporto internazionale di Tripoli e della fuga dell’ultimo Governo eletto nell’est del Paese.

Preso da: https://specialelibia.it/2020/04/17/il-mufti-libico-incita-i-giovani-a-compiere-attentati-suicida-contro-lesercito/

Racism and “Dreams of Extermination” in Puerto Rico: U.S. Biological Warfare and the Legacy of Dr. Cornelius Rhoads

Timothy Alexander Guzman, Silent Crow News – Who were the men and women behind the U.S. biological weapons programs during World War II? We know Imperial Japan had biological weapons, specifically bombs made of infected fleas they dropped on China and there were others who committed the same atrocities throughout history. The Japanese had madmen, but so did the Americans. What kind of madmen would be engaged in such dangerous weapons of war that can kill every man. woman and child on earth? In the U.S., one of the madmen can be traced back to the late 1920′s and his name was Dr. Cornelius P. Rhoads, a Harvard medical school graduate who was a victim of pulmonary tuberculosis while working at the Peter Bent Brigham Hospital as an intern. Dr. Rhoads was a dedicated oncologist, pathologist and a hospital administrator who went on to teach and conduct research on disease processes at his alma mater. Then From 1929 until 1939, he worked at both the Rockefeller Institute for Medical Research and shortly after, became a staff member at Rockefeller Hospital where he followed his other interests in hematology and poliomyelitis. By 1931, hematologist William B. Castle asked Dr. Rhoads to join him at the Rockefeller Anemia Commission where he worked for several months to participate in clinical research at Presbyterian Hospital in San Juan, Puerto Rico as part of the Rockefeller Foundation’s “sanitary commission” team to study pernicious iron deficiency anemia. Puerto Rico had pernicious iron deficiency anemia had an affection rate of 80% that was caused primarily by parasitic hookworms which also co-existed with another problem, the ‘tropical sprue’ which is described as “a malabsorption disease commonly found in tropical regions.”

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As it is told, the story begins on November 10th, 1931, Dr. Rhoads attended a party hosted by a Puerto Rican co-worker’s house in Cidra, Puerto Rico, but after leaving the party he found his car vandalized with items in his car stolen, so he went to his office apparently angered by the situation and wrote a letter to Fred W. Stewart, whom he called Ferdie, a colleague from Boston that read:

Dear Ferdie:

The more I think about the Larry Smith appointment the more disgusted I get. Have you heard any reason advanced for it? It certainly is odd that a man out with the entire Boston group, fired by Wallach, and as far as I know, absolutely devoid of any scientific reputation should be given the place. There is something wrong somewhere with our point of view.

The situation is settled in Boston. Parker and Nye are to run the laboratory together and either Kenneth or MacMahon to be assistant; the chief to stay on. As far as I can see, the chances of my getting a job in the next ten years are absolutely nil. One is certainly not encouraged to make scientific advances, when it is a handicap rather than an aid to advancement. I can get a damn fine job here and am tempted to take it. It would be ideal except for the Porto Ricans. They are beyond doubt the dirtiest, laziest, most degenerate and thievish race of men ever inhabiting this sphere. It makes you sick to inhabit the same island with them. They are even lower than Italians. What the island needs is not public health work but a tidal wave or something to totally exterminate the population. It might then be livable. I have done my best to further the process of extermination by killing off 8 and transplanting cancer into several more. The latter has not resulted in any fatalities so far… The matter of consideration for the patients’ welfare plays no role here — in fact all physicians take delight in the abuse and torture of the unfortunate subjects.

Do let me know if you hear any more news.

Sincerely, “Dusty”

By the end of December, a former lab technician by the name of Luis Baldoni resigned and later testified that he could have been in danger by exposing Dr. Rhoads. But a month later, around January 1932, Baldoni gave Pedro Albizu Campos, the president of the Puerto Rican Nationalist Party the letter written by Dr. Rhoads which angered the Nationalist leader and many Puerto Ricans.  Albizu Campos sent copies of the letter to newspapers, embassies around the world, to the League of Nations, the Pan American Union and even the Vatican. Albizu Campos responded by writing his own letter stating that Dr. Rhoads was plotting to exterminate Puerto Ricans with cancer as part of American imperialism alongside U.S. installed governors in Puerto Rico who promoted labor emigration and birth control. According to author Truman R. Clark, who published ‘Puerto Rico and the United States, 1917-1933′ in 1975 wrote:

The Nationalists saw the Rhoads letter as proof that the U.S. government had a “policy to exterminate our people,” by keeping wages in the sugar industry so low that workers would starve, selling Puerto Ricans food “unfit for human consumption and the source of serious disease,” and having its governors emphasize emigration and birth control. The United States, said the Nationalists, had all but wiped out the American Indian and the Hawaiians with tuberculosis, starvation, and vaccination shots, but they did not believe even Americans would stoop so low as to inoculate people with cancer, until Dr. Rhoads admitted his part in the fiendish plot

By 1940, rather than face justice, Dr. Rhoads was selected to be the next director of Memorial Hospital for cancer care and research. By 1941 he was studying the use and effects of radiation to treat leukemia. Ironically, by 1950, Albizu Campos was arrested as a political prisoner and was used as a guinea pig to test human radiation experiments which led to his death in 1965.

However, during World War II, Dr. Rhoads became a colonel in the U.S. Army and was chief of medicine in the Chemical Weapons Division. He later went on to establish other chemical weapons laboratories in Utah, Maryland, and Panama participating in race-based secret experiments on African-Americans, Japanese-Americans and of course Puerto Ricans along with 60,000 U.S. soldiers who ended up with life-long aftereffects.

Dr. Rhoads went on to win the ‘Legion of Merit’ for combating poison gas and advancing the use of chemical warfare. The U.S. Army Medical Service published ‘The Medical Department of the United States Army in World War II., Volume 9’ on the original start of their chemical weapons program leading to biological weapons:

In July 1943, a Medical Division was established in the Chemical Warfare Service at Edgewood Arsenal, Md., under Dr. Cornelius P. Rhoads of New York. He was commissioned as a colonel in the Medical Corps and served as chief of the division until April 1945. The division was responsible for conducting research connected with prevention and treatment of chemical warfare casualties, for carrying out toxicological studies related to hazards in the production of chemical warfare agents, and for liaison with the surgeon general. By the end of 1943, new Chemical Warfare Service medical laboratories had been established at Camp Detrick, Md.; Dugway Proving Ground, Utah; and Camp Sibert, Ala. The Medical Division coordinated the work of all these laboratories and maintained liaison not only with the Surgeon General’s Office but also with other War Department agencies and with the Canadian and British chemical warfare research offices.

In January 1944, the Chemical Warfare Service was charged additionally with responsibility for all biological warfare defense projects. This assignment originated in October 1941, when the Secretary of War requested the National Academy of Sciences to appoint a civilian committee to review the field of biological warfare. The response was the formation of the so-called WBC (War Bureau of Consultants) Committee which included representatives of the Surgeon General’s Office as liaison members

And the U.S. biological weapons program was launched with help from Dr. Rhoads who was instrumental to the U.S. Military-Industrial Complex in developing and later establishing the foundation leading to the use of biological weapons. Dr. Cornelius P. Rhoads and his legacy lives on in Puerto Rico and around the world as one of the men who helped develop and produce some of the most dangerous biological (and chemical weapons) known to man. Dr. Cornelius P. Rhoads was a brilliant doctor and researcher, but there is no doubt that he was a racist and a psychopath with dreams of exterminating the Puerto Rican population.

 

References

Susan E. Lederer, “’Porto Ricochet’: Joking About Germs, Cancer, and Race Extermination in the 1930s,” American Literary History 14 (2002): 725

Eric T. Rosenthal, “The Rhoads Not Given: The Tainting of the Cornelius P. Rhoads Memorial Award”, Oncology Times, 10 September 2003. Volume 25. Issue 17. pp. 19-20. Retrieved 17 December 2012.

Truman R. Clark. 1975. Puerto Rico and the United States, 1917-1933, University of Pittsburgh, pp. 151-154

“DR. RHOADS CLEARED OF PORTO RICO PLOT”, New York Times, 15 February 1932

Daniel Immerwahr; ‘How to Hide an Empire: A History of the Greater United States’, pp. 246-249; “A man of brusque manners”: Luis Baldoni, Testimony in Cornelius Rhoads Case, 1932, 1, folder 4, box 31, Reynolds papers

Stephen Hunter & John Bainbridge; ‘American Gunfight: The Plot to Kill Harry Truman’, pp. 194-195; Simon & Schuster pub., 2005;

“HEALTH: Puerto Ricans Outraged Over Secret Medical Experiments” , (IPS) Inter Press News Agency, Carmelo Ruiz-Marrero, 21 October 2002;

Source: http://silentcrownews.com/wordpress/?p=6387

Coronavirus: misure di contenimento incostituzionali, inadeguate e controproducenti

Libertà contro diritto alla salute (pubblica). Come ci hanno privati della dignità trasformandoci in “malati” con la scusa dell’emergenza sanitaria
coronavirus con sfondo rosso e cerchi

Avv. Maurizio Giordano – La dichiarazione dello “stato di emergenza” nel gennaio di quest’anno in seguito all’epidemia da “coronavirus” ha portato a partire dal 12 marzo all’adozione da parte del Governo di misure estremamente restrittive delle libertà personali nei confronti dei cittadini su tutto il territorio nazionale. Misure suggerite dal cosiddetto “Comitato tecnico scientifico” sul modello cinese che inizialmente sarebbero dovute durare 2 settimane, prorogate poi di volta in volta fino al 4 maggio 2020. La campagna mediatica “unidirezionale” che ha preparato e accompagnato queste misure ha di fatto avuto l’effetto di scatenare il panico tra i cittadini, convincendoli sostanzialmente della necessità di tali misure per tutelare la salute di tutti -in particolare degli anziani- inducendoli ad accettare senza alcuna resistenza una limitazione delle proprie libertà personali che non ha precedenti nella storia repubblicana.

Il silenzio assordante degli intellettuali e dei giuristi

La cosa che personalmente più meraviglia è che la versione veicolata dai media volta a suscitare il terrore del virus abbia praticamente convinto tutti, senza distinzione di istruzione o ceto sociale, senza che da nessuna parte si sollevassero dubbi o obiezioni. Nessuna voce si è levata nemmeno da parte di giuristi, magistrati o avvocati – anche loro completamente soggiogati dalla paura e pronti a rinunciare a qualunque diritto pur di avere salva la pelle – se non per appoggiare la linea governativa. Pochissime le voci critiche come quella del costituzionalista Michele Ainis o del noto giurista nonché professore di diritto internazione Ugo Mattei, che hanno messo in guardia del pericolo che l’accentramento dei poteri nelle mani del Presidente del Consiglio, pur in una situazione di emergenza, stante la latitanza del Parlamento e delle forze politiche, potesse rappresentare un pericoloso precedente per la democrazia. La maggioranza dei giuristi comunque si è allineata con la posizione governativa. Anche eminenti costituzionalisti quali ad esempio Gustavo e Vladimiro Zagrebelsky hanno sostanzialmente avvallato il sacrificio della libertà personale in nome di un diritto posto a loro giudizio ad un livello superiore quale quello alla salute, proprio in forza di un principio di “solidarietà effettiva” sancito dall’art. 3 della Costituzione.

Quello che qui si vuole analizzare è se tale sacrificio sia davvero legittimo in una società democratica ed in ogni caso se l’epidemia che stiamo affrontando possa effettivamente costituire una emergenza tale da giustificarlo – anche da un punto di vista costituzionale – valutando in tal caso se le misure di contenimento “del virus” possano considerarsi adeguate e proporzionate al risultato che si vuole ottenere.

Emergenza sanitaria: riserva di legge e violazione dell’art. 3 Cost.

Nel nostro ordinamento costituzionale non è previsto espressamente lo “stato di emergenza”. La dichiarazione di uno stato di emergenza è prevista unicamente da una fonte legislativa (Decr. Lgs n. 1/2018 – Codice della Protezione Civile) la quale attribuisce poteri straordinari al Presidente del Consiglio che può procedere anche in deroga alle disposizioni di legge ma nei limiti e secondo i criteri indicati nella dichiarazione e nel rispetto dei principi dell’ordinamento giuridico e solo per un tempo massimo di 12 mesi.

Se è vero che il Presidente del Consiglio può derogare alle disposizioni di legge, è pur vero che per restringere diritti costituzionalmente garantiti occorre procedere con atti aventi forza di legge. Senza prendere ora in considerazione i singoli diritti sospesi, si prenda a modo di esempio quelli che forse in questa situazione vengono più in rilievo come la libertà personale (art. 13 Costituzione) e la libertà di circolazione (art. 16 Costituzione). Sono questi stessi articoli a prevedere la possibilità di stabilire dei limiti al loro esercizio per motivi di sanità o sicurezza, ponendo però una espressa “riserva legge”. Molti giuristi si sono infatti posti il problema se fosse possibile incidere sui diritti dei cittadini mediante semplici Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (i famosi DPCM). Ed infatti, dopo queste critiche, Conte ha saggiamente corretto il tiro adottando la forma del Decreto Legge, il quale è almeno sottoposto ad un controllo successivo del Parlamento. Ad ogni modo, anche se attraverso un atto avente forza di legge, occorre che la limitazione delle libertà personali sia sorretta da un’effettiva situazione di emergenza (sanitaria o di sicurezza pubblica).

C’è poi da chiedersi se le norme di contenimento non violino l’articolo 3 della Costituzione. Infatti, “rimanere a casa” non è evidentemente uguale per tutti e pone le famiglie italiane in una posizione di palese ingiustizia sociale. Non tutti infatti possono godere di appartamenti spaziosi, con balconi ampi, giardini condominiali ed una situazione economico/familiare idilliaca. La realtà italiana è costituita per lo più di famiglie numerose, con figli a carico, costrette a vivere in un monolocale in affitto senza balcone o cortile, con problemi economici, che vivono situazioni problematiche (di salute o di violenza, ad esempio) al loro interno. Oppure di persone anziane che vivono da sole, impossibilitate a muoversi neanche per fare la spesa perché inabili o malate, che non possono godere dell’assistenza dei parenti a causa proprio di queste norme.

Emergenza sanitaria politica … non emergenza da Coronavirus

Il fatto che in questi mesi l’Italia, e molti altri paesi del mondo, abbia dovuto affrontare una situazione di emergenza è innegabile. Nessuno può mettere in dubbio il sovraccarico degli ospedali e l’aumento dei morti soprattutto in alcune regioni soprattutto del nord che sono state l’epicentro dell’epidemia. Il problema è stabilire la natura di questa emergenza. Questa situazione è dovuta al virus o alle scelte politiche passate che hanno smantellato la sanità e all’inadeguatezza del sistema sanitario – basato soprattutto su un sistema accentrato sugli ospedali piuttosto che su un’attività sul territorio oltre che ridotto in una condizione di totale mancanza di mezzi e risorse – ad affrontare una pandemia? La risposta a questa domanda è fondamentale perché ci può mostrare se la soluzione politica adottata sia adeguata e soprattutto proporzionata al risultato che voleva ottenere ovvero il contenimento della diffusione della pandemia.

Ragioniamo sui numeri

Al 15 aprile 2020 il numero dei morti per coronavirus comunicato dalla Protezione civile è di circa 21.000 persone. Si premette già che questo numero non corrisponde al numero reale dei morti per coronavirus. Infatti comprende tutti i morti (cui è stato riscontrato il virus, ma che avevano anche altre patologie e che sono morti per altre cause). Infatti dai dati dell’Istituto Superiore della Sanità alla data del 13 aprile i morti solo per coronavirus senza altre patologie erano solo 53. E’ evidente che in genere una persona di solito non muore “sana”, perciò anche tra i morti che avevano più patologie vi sono certamente tanti ove il coronavirus è stato la causa “determinante” della morte. In ogni caso bisogna certamente ridimensionare il “numero totale dei morti” fornito dalla Protezione Civile. Ora, bisogna osservare come tale numero sia viziato non solo per eccesso ma anche per difetto. Infatti in Italia fino ad oggi sono stati fatti solo pochissimi tamponi e molte persone sono morte senza che gli sia mai stato diagnosticato il virus. Molti comuni hanno infatti cominciato a fare un’analisi delle risultanze anagrafiche, e nelle zone più colpite (come Brescia e Bergamo ad esempio) è risultato che il tasso di mortalità del mese di marzo era del 300 % superiore a quello del marzo dell’anno scorso. [1]

Ad ogni modo, ammettiamo pure che i numeri totali di morti siano quelli comunicati o siano addirittura superiori. Vediamo allora quali sono i numeri della mortalità relativi agli anni precedenti. Il presidente dell’ISTAT, dott. Blangiardo, ha comunicato qualche settimana fa i numeri della mortalità dell’anno scorso: 647.000 morti (in linea con gli anni precedenti). Andiamo ad analizzare le cause nel dettaglio. Gli ultimi dati aggiornati disponibili sono relativi al 2017: 230.000 morti per malattie cardiocircolatorie, 180.000 morti di tumore, 53.000 morti per malattie respiratorie (663 morti per complicazioni dovute ad influenza e 13.516 per polmonite). [2]

Certamente 21.000 morti per coronavirus sono sempre un numero enorme.

Ma se lo confrontiamo con i dati rilasciati dall’Istat non arriva nemmeno al numero che ogni anno abbiamo per morti di malattie respiratorie (53.000). E non è nemmeno lontanamente paragonabile al numero di morti per malattie cardiocircolatorie e per tumore! Se poi lo paragoniamo al numero di decessi giornalieri (650.000/365 pari a 1.772 decessi al giorno) il confronto diventa decisamente impari. La cosa davvero sorprendente è che il numero di decessi che si verificano ogni anno per infezione presa in ospedale è pari a 49.000 decessi, quasi uguale al numero di decessi per malattie respiratorie. E’ una strage sottovalutata, osserva il Dott. Walter Ricciardi dell’Istituto Superiore di Sanità, visto che l’Italia conta il 30 % di tutte le morti per infezione ospedaliera nei 28 Paesi UE e che in 13 anni (dal 2003 al 2016) il tasso di mortalità è raddoppiato, riguardando prevalentemente individui anziani dai 75 anni in su (Ansa – 15.05.2019). Alla luce di questi dati, possiamo davvero definire questo virus un’ emergenza? O c’è forse qualcosa che non funziona nel sistema sanitario, considerando anche che il fenomeno delle morti per infezione ospedaliera è facilmente sovrapponibile a quello delle morti per coronavirus -sia perché riguarda prevalentemente le persone anziane sia per la modalità di trasmissione in ospedale ? [7]

Risulta evidente pertanto come l’obiezione di chi sostiene che i sacrifici che stiamo facendo li facciamo soprattutto per gli anziani “che rappresentano un valore per il nostro Paese dal momento che questo virus colpisce prevalentemente loro” sia un’affermazione puramente pretestuosa. Occorre piuttosto chiedersi se la strategia adottata dal Governo sia davvero riuscita ad evitare il decesso degli anziani che voleva evitare o non sia invece semplicemente una risposta propagandistica dettata da panico ed inadeguatezza. Quanti anziani sono morti nelle case di riposo per infezioni ivi contratte perché le regioni hanno disposto presso di esse lo spostamento dei pazienti covid e perché i sanitari ivi operanti non adottavano le opportune precauzioni? (ed è di questi giorni la notizia dell’apertura di un’inchiesta penale della magistratura a carico delle Istituzioni della Regione Lombardia originata proprio da questa situazione – ma la stessa cosa è avvenuta anche nelle altre Regioni) Quanti anziani sono morti da soli in casa, abbandonati perché i parenti non potevano andare a trovarli, o perché malati senza essere assistiti dalle strutture sanitarie o solo perché avevano paura di andare in ospedale ove temevano di contrarre il virus? Quante persone, tra cui molti anziani, hanno contratto il virus proprio in ospedale, dove il virus ha in effetti cominciato a diffondersi nelle regioni del nord? Quante persone sono morte perché a causa del terrore mediatico hanno sovraffollato gli ospedali invece di essere curati a casa dove ancora adesso si continua a non fare tamponi? Quante persone sono morte per altre patologie perché tutti gli interventi e le terapie non urgenti sono state sospese per il coronavirus? QUANTE PERSONE SONO MORTE E MORIRANNO ANCORA A CAUSA DELLA CURA?

Quando la cura uccide il paziente e la politica schizofrenica

Ci si trova ora in una situazione che ha dell’assurdo. Se si accende la televisione, in qualunque programma si potrà vedere qualche giornalista o politico che parla di aiuti europei, di Mes o di euro bond, prefigurando che ove l’Europa non aiutasse l’Italia le conseguenze economiche per gli italiani potrebbero essere drammatiche. Ma chi è il responsabile di questa situazione? Gli italiani o il Governo, che ha costretto gli italiani a sospendere ogni ‘attività lavorativa (tranne quelle essenziali) e a rinchiudersi a casa “pur in assenza di una reale emergenza alla luce dei dati appena menzionati”? Ora politici, giornalisti ed intellettuali cominciano a rendersi conto di dover fare i conti con le conseguenze delle scelte effettuate. Ma chi ha sostenuto questa scelta a testa bassa alimentando una campagna mediatica a senso unico dove ogni voce che cantava fuori dal coro veniva censurata? Di certo non gli italiani che sono stati di fatto obbligati ad accettare una cura che si è loro imposto con il terrore virus e la retorica del “lo facciamo per il bene di tutti”. Ma adesso chi paga? Naturalmente questa sciagurata scelta -da loro subita e non liberamente decisa- la pagheranno gli italiani. E non solo dal punto di vista economico. Perché la crisi economica che è alle porte porterà non solo tante persone a ritrovarsi disoccupate e a chiudere l’attività, ma le porterà anche verso la depressione, la malattia e la morte. Proprio quello che si voleva evitare con la cura. Confindustria prevede un calo del Pil del 10% nei primi 2 trimestri rispetto all’anno scorso e del 6 % su base annuale. Cifre da brivido. Se un Paese decide di intraprendere una strada del genere deve averne anche le risorse e non usare solo la retorica dell’altruismo. Anche perchè in primo luogo non è detto che la cura sia stata veramente utile, se è vero che i morti sono dovuti più all’inefficienza del sistema sanitario che al virus. In questo caso tutti i miliardi che si sono persi fermando il Paese sarebbero potuti essere meglio utilizzati proprio per migliorare la sanità. Prima non lo si è mai fatto perché il Paese ha sempre avuto un gigantesco debito pubblico e anzi ogni anno i vari Governi che si sono succeduti hanno continuamente drenato soldi dalla sanità, e proprio questo ha condotto alla situazione attuale. Ora sarà ancora più difficile investire nella sanità perché ci si trova con meno soldi di prima e perchè tutti i soldi che si sarebbero potuti meglio utilizzare per risolvere l’emergenza sono stati dissipati inutilmente bloccando il paese. Una soluzione come il Lock-down la può attuare un paese come la Cina che è una potenza mondiale (oltre che una dittatura) o come la Germania che è il paese con l’economia più forte a livello europeo. Ma un paese “con le pezze al culo” come l’Italia non se lo può permettere, senza essere poi essere costretta ad andare a mendicare inascoltata in Europa e senza avere poi sulla coscienza la vita di milioni di italiani. In secondo luogo, questa scelta effettuata dal Governo otterrà certamente l’effetto contrario. Non solo non eviterà la perdita di vite umane, ma causerà nei mesi a venire molti più morti di quelli che avrebbe dovuto evitare proprio per i problemi economici e sociali derivanti dalla cura.

Principio di proporzionalità: bilanciamento tra libertà e salute

Il principio di proporzionalità rappresenta un principio costituzionale generale che costituisce un limite all’esercizio del potere pubblico, in particolare in tema di limitazione di diritti costituzionalmente garantiti, sotto il triplice profilo dell’idoneità, della necessità e dell’urgenza. La limitazione di un diritto costituzionalmente tutelato sarebbe illegittima ove fosse carente sotto uno di questi tre profili. Ora, qual è lo scopo delle misure di restrizione delle libertà personali se non appunto evitare la diffusione del virus in modo da tutelare la salute di tutti i cittadini? Bisogna pertanto operare un bilanciamento tra libertà personali e diritto alla salute alla luce del principio di proporzionalità.

Appare pertanto evidente come -seppure la restrizione delle libertà personali ed il blocco economico possa ritenersi necessario ed urgente nel brevissimo termine per evitare di collasso del sistema sanitario attribuibile ad errori organizzativi, di gestione dell’epidemia e politici di cui già si è detto- tale soluzione non può affatto ritenersi percorribile nel lungo termine in quanto inadeguata ad ottenere il risultato prefissato che è evitare la diffusione del virus e preservare la salute delle persone. E’ stato ampiamente dimostrato infatti che i contagi avvengono soprattutto negli ambienti chiusi, nell’ambito familiare e negli ospedali. Impedire alle persone di uscire di casa non sembrerebbe dunque la soluzione più intelligente. Come neanche fermare il paese per le inevitabili conseguenze economiche e sociali che determinerebbe. La lotta contro l virus non può essere demandata alla quarantena forzata o al lock-down. Occorre accompagnare le misure di contenimento prese sull’onda dell’emergenza con un piano di controllo effettivo ed isolamento dei contagiati sul territorio e con la predisposizione di misure atte a consentire per il resto il normale svolgimento della vita lavorativa e sociale. Invece ancora adesso, dopo mesi di emergenza e di arresti domiciliari, le persone continuano ad essere lasciate a se stesse in casa senza assistenza né controlli, senza che venga effettuato alcun tampone per verificare la presenza del virus ed accertarne successivamente la guarigione. Quindi a cosa è servito fermare il Paese e gli italiani? Questo è il comportamento di uno Stato serio? Questo atteggiamento vanifica di per sé tutte le misure adottate e tutto il sacrificio fatto dagli italiani. Non per l’irresponsabilità di alcuni, ma per l’inadeguatezza dello Stato, centrale e regionale. Perché in tal modo le misure di contenimento non contribuiranno affatto a fermare la diffusione del virus, che si arresterà per conto proprio dal momento che secondo alcune stime ha ormai già infettato più di 1/3 della popolazione. Eh, ma non ci sono le risorse per fare tamponi a tutti e per controllare le persone sul territorio, di solito si risponde a questa obiezione. Ma se non ci sono le risorse non ci si avventura per questa via. Non si può chiedere alle persone di rimanere a casa limitando la loro libertà personale per tutelare la salute pubblica se poi non si effettuano tamponi e non le si assiste. Perché è solo in questo modo che si può tutelare effettivamente la salute pubblica, e non a parole. Solo le persone positive al test devono essere messe in quarantena fino alla guarigione. Non si può lasciare le persone in balia di se stesse. Sia perché possono anche morire in casa senza che mai sia loro diagnosticato il virus oppure potrebbero infettare i familiari i quali andando in giro diffonderebbero ulteriormente il virus rendendo inutili le misure di contenimento oppure potrebbero andare in giro loro stesse essendo ancora infette dopo essere guarite (o essendo infette senza saperlo) mettendo a rischio la salute pubblica.

A questo punto c’è sempre il sapientone che osserva: facile criticare, ma cosa avresti fatto tu, quale soluzione avresti proposto? Come se quella della clausura e del lock-down fosse l’unica soluzione possibile. Uno stato serio fa tamponi a tappeto su tutta la popolazione o comunque sulle persone che risultano infette tenendo traccia dei contatti, isolandoli ed assistendoli in strutture apposite o a casa loro. Esattamente come hanno fatto in Corea del Sud ed in Germania. Invece qui da noi ancora adesso, fatte le debite eccezioni, la situazione è rimasta praticamente invariata: si continuano a fare pochi tamponi, senza isolare ed assistere adeguatamente le persone infette, lasciando tutta la responsabilità della loro salute e delle eventuali conseguenze sulla salute pubblica sulle loro spalle. E questo nonostante sia passato più di un mese da quando i cittadini sono stati posti in quarantena forzata e questa situazione sia già stata denunciata da molti medici. La restrizione delle libertà personali può ritenersi legittima solo per un tempo determinato e solo ove sia strettamente necessaria per la salvaguardia della salute dei cittadini. Ma una soluzione di ripiego non può diventare una soluzione “permanente” al solo scopo di deresponsabilizzazione della classe politica (che in tal modo può giustificarsi dicendo di aver fatto tutto il possibile, addossando la colpa ai cittadini che irresponsabilmente non hanno seguito le disposizioni e non sono stati a casa), in mancanza di una seria strategia politica volta a contenere la diffusione del virus, la cui palese mancanza di fatto rende inutili le misure adottate per i motivi appena ricordati. Una misura temporanea dettata da un momento iniziale di panico (stare a casa) non può diventare “la strategia” di lotta contro l’emergenza sanitaria, perché “non si sa cosa fare” o non si hanno le risorse. Allo stesso modo, non si può obbligare tutti i cittadini a sospendere le loro attività lavorative se poi non si è in grado di mettere in campo misure effettive ed immediate (e non solo a parole) per sostenere le imprese ed i lavoratori dal punto economico e fiscale. [3] [4]

E se gli esperti avessero sbagliato?

C’è poi un altro punto da considerare. E se il collasso del sistema sanitario fosse dovuto non solo ad errori politici e gestionali, ma anche ad errori di diagnosi di medici e virologi? E’ vero che, come ripetono i virologi ad ogni domanda che gli si pone, di questo virus conosciamo poco. E forse per questo fin dall’inizio hanno detto tutto e il contrario di tutto, contraddicendosi persino con se stessi. A quanto pare però, dalle autopsie che sono state fatte di recente in Italia (oltre 50 autopsie, più di qualunque altro paese nel mondo), emergerebbe una realtà diversa da quella che i virologi pensavano. I morti di covid sarebbero morti per insufficienza respiratoria dovuta non a polmonite virale interstiziale, quanto piuttosto a “trombo-embolia” innescata sempre dalla risposta infiammatoria eccessiva del sistema immunitario. Si sta infatti adesso sperimentando la cura con l’eparina, noto fluidificante del sangue, in combinazione con il cortisone (anti-infiammatorio) che sta avendo ottimi risultati in molti ospedali anche nelle situazioni più compromesse. In questo caso però, osservano i medici che hanno fatto questa scoperta, la terapia intensiva, l’intubazione ed i respiratori non solo sarebbero stati inutili, ma addirittura letali contribuendo significativamente al decesso dei pazienti (9 morti su 10 ricoverati in terapia intensiva). Avremmo risparmiato molte morti e si sarebbe evitato di sovraccaricare inutilmente il sistema sanitario e le terapie intensive dei vari ospedali. E quindi ci avrebbero tenuti a casa per cosa? [5]

Considerazioni finali

E’ evidente che alla luce di quanto detto le misure di contenimento adottate dal Governo appaiono non solo incostituzionali ma anche inadeguate, irrazionali e addirittura controproducenti ottenendo proprio l’opposto del risultato che si proponevano. Perché è vero che in questo momento, come dicono gli esperti, la curva dei contagi si sta appiattendo. Ma ciò è dovuto solo in minima parte alla quarantena forzata e al lock-down, anche per tutte le inefficienze che si sono rilevate. Come rilevano alcune stime infatti il contagio riguarderebbe ormai da 1/3 ai 2/3 della popolazione italiana, dunque è ragionevole pensare che prima o poi si sarebbe comunque arrestato. Le misure adottate invece genereranno povertà, crisi sociale e psicologica, esasperazione della gente e certamente più morti in prospettiva di quelli che si volevano evitare. Il fatto è che è l’approccio fondamentale ad essere sbagliato. Non si può certo pensare di sconfiggere un virus rimanendo chiusi in casa come topi. Quando verrà un altro virus (e verrà certamente) o un’altra crisi planetaria cosa faremo? Continueremo a stare chiusi in casa e fermeremo di nuovo tutto? La reazione iniziale di comprensibile panico non può diventare la strategia per affrontare l’epidemia. Invece sembra che tutti improvvisamente abbiano perso il buon senso ed il senso delle proporzioni. Come se la paura generata dai media per far accettare ai cittadini la linea politica adottata dal Governo, abbia cominciato ad un certo punto ad auto-alimentarsi contagiando anche coloro, giornalisti e politici, che l’avevano generata. Ciò è successo per varie ragioni, non solo economiche ma anche psicologiche. Dal punto di vista economico c’è chi ha visto in questa situazione di emergenza l’occasione di un guadagno personale (come Urbano Cairo -proprietario di LA7 e del Corriere della Sera- che in un video ai suoi dipendenti esultava perché con il fatto che gli italiani erano obbligati a stare a casa gli affari stavano andando a gonfie vele come non accadeva dal 1996, con un + 30 % di introiti pubblicitari televisivi e di vendita dei giornali di cui è proprietario) o una prospettiva di guadagno futuro (si pensi solo al business gigantesco della vendita delle mascherine che verranno acquistate dall’estero o prodotte in Italia, dei medicinali contro il virus e dei vaccini che si cercheranno di rendere obbligatori). Dal punto di vista psicologico, si è creata una situazione che la psicologia cognitiva chiama di “decisione in stato di incertezza” che produce sempre una serie di bias (errori) decisionali e comportamentali. Inizialmente, sono entrati in gioco due principi psicologici fondamentali, quello della “riprova sociale” e dell'”autorità”. Non sapendo come comportarsi, la politica ha semplicemente “imitato” la soluzione adottata da chi stava affrontando il medesimo problema, ritenendo più praticabile, in assenza di risorse finanziarie e sanitarie, la soluzione cinese. Nel farlo si è completamente affidata all’autorità di un team di esperti. Tale soluzione però poteva difficilmente adattarsi ad un contesto democratico. Pertanto è iniziato un bombardamento mediatico atto a instillare nei cittadini il terrore per il virus, con quotidiani bollettini di guerra, in modo da convincerli della gravità della situazione e che stare a casa fermando tutto il Paese fosse l’unica soluzione per salvarsi, facendo loro accettare senza alcuna protesta una restrizione delle proprie libertà mai vista nella storia repubblicana. Ciò ha fatto leva su uno dei maggiori bias che governa la mente umana che fa sì che le persone siano più motivate dalla paura di perdere qualcosa che dall’idea di guadagnare qualcosa. E cosa si ha più paura di perdere della salute? Inoltre si è utilizzata la retorica della “guerra contro il virus” utilizzando il principio cardine della manipolazione di massa che è la “difesa contro un nemico” reale o immaginario, che in questo caso era il virus. Da questo punto in poi la situazione ha cominciato ad alimentarsi da sola in virtù del “consistency bias” in base al quale chi prende una decisione o mette in atto un comportamento, anche se successivamente si rende conto di sbagliare, in genere continua a perseverare nell’errore, perché il costo anche emotivo di cambiare la propria decisione sarebbe troppo alto e vorrebbe dire ammettere di avere torto. Perciò gli stessi giornalisti e politici si sono auto-convinti che le scelte effettuate erano giuste e necessarie.

Tutto questo impone una riflessione fondamentale.

Siamo sicuri che il diritto alla salute sia un diritto superiore agli altri diritti costituzionalmente garantiti, di fronte al quale questi ultimi possono venire sacrificati, come affermano taluni illustri costituzionalisti? La Costituzione Italiana si fonda sui principi della resistenza e dell’antifascismo. Milioni di persone durante la seconda guerra mondiale ha dato la loro vita per la libertà. Siamo sicuri che una vita senza libertà sia anche una vita “dignitosa” degna di essere vissuta? La democrazia è un fenomeno giovane ed estremamente delicato, perché sensibile alla manipolazione e alla propaganda di coloro che detengono il potere ed il controllo dei media. La storia insegna che è molto facile perdere le libertà faticosamente conquistate, rinunciandovi a poco a poco senza accorgersene. Come la rana bollita che non si accorge di essere in pentola se si aumenta gradualmente il calore. Due dei concetti più pericolosi in democrazia sono quello di “emergenza” e “bene comune”. Perché chi decide cosa è emergenza e cosa è bene comune? Molto spesso dietro queste parole si nasconde una tipica manovra di manipolazione che fa leva al tempo stesso sulla paura, sul senso morale, sull’altruismo, sul senso di colpa. Mentre in genere l’emergenza ed il bene comune coincidono con gli interessi personali di chi sta cercando di manipolarci. “Devi farlo per gli altri…per gli anziani…per i bambini. Devi rimanere a casa per il bene di tutti. Se esci sei un criminale… sei un irresponsabile…metti a rischio la salute delle persone. Ci dobbiamo sacrificare per il bene di tutti”. Solo se non ci facciamo paralizzare dalla paura, attraverso un analisi critica dei fatti -che non si ferma ad un passivo assorbimento della narrazione che viene proposta dai media- possiamo renderci conto del tentativo altrui di manipolarci e di convincerci che le cose siano diverse da quanto ci viene raccontato per indurci a prendere decisioni e mettere in atto comportamenti contrari ai nostri stessi interessi. Ed una delle strategie più efficaci per convincere le persone è proprio quella di far loro credere che quello che stanno facendo “è nel loro interesse”.

In conclusione, lo scrivente non crede che rinunciare alle nostre libertà anche temporaneamente in nome della salute sia una soluzione auspicabile, anche perché in un Paese come il nostro -dove l’emergenza è la regola- ciò costituirebbe un pericoloso precedente per la democrazia. I giuristi dovrebbero essere i primi difensori delle libertà democratiche, la coscienza critica del Paese, e non vittime anche loro come gli altri cittadini della paura, della propaganda e della manipolazione mediatica. Alcune sere fa, nella trasmissione di Fabio Fazio, il virologo Burioni ha detto che in futuro quando usciremo da casa dovremo tutti abituarci a considerarci dei “malati”. Credo purtroppo che non stesse scherzando, perché è questa la direzione verso cui stiamo andando, se non correggiamo al più presto la rotta. Abbiamo rinunciato alla nostra libertà e dignità in cambio della mera sopravvivenza. Abbiamo abdicato alla democrazia piegandoci alla dittatura della cosiddetta “scienza” affidando a quest’ultima il potere di decidere delle nostre vite. E questo nonostante la medicina non sia una scienza, ma un arte, e non possa fornire alcuna certezza. Cosa che dovrebbe essere abbastanza evidente a tutti in questo periodo, dal momento che nessuno dei virologi, ormai diventati star del piccolo schermo, è mai riuscito fare alcuna previsione che si sia rivelata esatta sul virus, dicendo tutto e il contrario di tutto a seconda dell’evolversi della situazione (esattamente come fanno i mentalisti e i ciarlatani). Nemmeno Burioni ha fatto eccezione, dal momento che a febbraio diceva che non c’era da preoccuparsi e che il virus non sarebbe mai arrivato in Italia, contraddicendosi continuamente su tutto. Solo su una cosa sono tutti d’accordo: che dobbiamo lavarci le mani e dobbiamo restare a casa. Possibile che non ci sai un giurista, salvo le poche eccezioni già ricordate, che abbia il coraggio di far sentire la sua voce contro questa continua erosione della libertà delle persone e “medicalizzazione” della società? Perché è proprio compito dei giuristi, degli avvocati e dei magistrati tutelare non solo la legalità ma anche i principi posti alla base del nostro ordinamento, con particolare riguardo alla libertà individuale dei cittadini che ne costituisce il cardine, opponendosi contro ogni tentativo di limitazione di tale diritto. Non è solo una questione di principio, ma di sostanza. Una società democratica poggia le sue fondamenta sulla libertà e non vi può essere diritto superiore ad esso. Cosa deve ancora succedere prima che ci svegliamo? Hanno già sospeso la liberta di circolazione, evitando così il pericolo di manifestazioni di protesta. Stanno cercando di limitare il diritto di espressione, istituendo il “Comitato della Verità” di Orwelliana memoria presso il Governo che con la scusa del controllo delle fake-news effettuerà una censura nei confronti di tutte le notizie e le opinioni divergenti da quelle ufficiali. Stiamo per arrivare al controllo della libertà di espressione attraverso un processo di sottomissione psicologica. In Lombardia è già obbligatorio infatti l’uso delle mascherine e il Presidente della Regione Piemonte Cirio ha già annunciato che da maggio saranno obbligatorie anche in Piemonte. Di qui immaginare l’estensione dell’obbligo a tutta l’Italia è cosa facile. Utilizzare la mascherina ha una doppia valenza psicologica: da un lato significa considerarsi “malati” dall’altro è il simbolo di un “bavaglio” imposto al cittadino, esattamente come in Cina. Questo vuol dire che per uscire saremo tutti obbligati a indossare una mascherina, un bavaglio, un guinzaglio. Siamo davvero tutti così spaventati da accettare tutto questo tranquillamente come se nulla fosse? Quello che non sono riusciti a fare gli Ottomani in secoli di storia, cioè l’islamizzazione del mondo occidentale, è riuscito a farlo l’ignoranza, la visione miope e l’avidità di una classe politica corrotta. Perché solo qualche mese fa tutti, compresi gli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità, dicevano che le mascherine erano del tutto inutili, se non certe mascherine particolari e solo per gli operatori sanitari. Ora stiamo acquistando tonnellate di mascherine, quindi a qualcuno dovremo pur venderle, e dunque sono diventate obbligatorie. Questo è il mondo in cui vogliamo vivere? Un modo in cui per uscire di casa o per avere contatti sociali dovremo indossare una mascherina? Nessuno a nulla da dire in proposito? Stiamo riportando le lancette dell’orologio della civiltà e della psicologia indietro di secoli. Dobbiamo immediatamente renderci tutti conto che dobbiamo cambiare registro, perché continuando in questo modo stiamo distruggendo non solo il tessuto economico, ma anche quello sociale e psicologico del Paese. Dobbiamo abituarci tutti all’idea che con questo virus -così come con tanti altri virus ed emergenze- ci dovremo convivere, adottando certo tutte le misure necessarie, ma non sicuramente cercando di evitarlo sigillando la nostra vita in una bolla ermetica impermeabile a ogni contatto o chiudendoci in casa e fermando l’attività del Paese. E non sicuramente rinunciando alla nostra libertà per vivere una vita in salute ma senza dignità come vorrebbero i virologi[6]

Riferimenti:

1) Dati ISS 13 aprile 2020;

2) Rapporto mortalità ISTAT;

3) Salizzoni: Regione Piemonte per la gestione confusa;

4) Ricolfi: ci tengono chiusi in casa perché incapaci di gestire l’epidemia;

5) Adnkronos: tante morti per trombo embolia;

6) video Urbano Cairo (https://youtu.be/102aZb5tEC8)

7) Ansa: morti per infezioni ospedaliere.

Avv. Maurizio Giordano

diritto civile e di famiglia

via Cavour 6 – 10024 Moncalieri (TO)

avv.mauriziogiordano@yahoo.it

tel:320-625.26.34

i mercenari di Al Serraji continuano i loro crimini contro il popolo Libico.

Rossella Giordano
16 aprile alle ore 21:35