Ad otto anni dall’assassinio di Muammar Gheddafi

Scritto da Enrico Vigna

20 OTTOBRE 2011 – 20 OTTOBRE 2019  –   Per NON dimenticare

 

“Il Colonnello Gheddafi e’ stato il piu’ grande combattente per la liberta’ dei popoli, del nostro tempo”. Nelson Mandela, un uomo che di liberta’…se ne intendeva!

Le sue ULTIME VOLONTA’

In nome di Dio clemente e misericordiosoQuesta è la mia volontà. Io, Muammar bin Mohammad bin Abdussalam bi Humayd bin Abu Manyar bin Humayd bin Nayil al Fuhsi Gaddafi, giuro che non c’è altro Dio che Allah e che Maometto è il suo profeta, la pace sia con lui. Mi impegno a morire come un musulmano.

Se dovessi essere ucciso, vorrei:

Non essere lavato alla mia morte ed essere interrato secondo il rito islamico ed i suoi insegnamenti, con i vestiti che portavo al momento della mia morte. Essere sepolto nel cimitero di Sirte, a fianco della mia Famiglia e della mia Tribù. Vorrei che la mia famiglia, soprattutto donne e bambini, fossero trattati bene dopo la mia morte. Vorrei che il Popolo Libico salvaguardi la propria identità, le sue realizzazioni, la sua storia e l’immagine onorevole dei suoi antenati e dei suoi eroi, e che non sia intaccato nell’essenza di Uomini Liberi.

Il popolo libico non dovrebbe dimenticare i sacrifici delle persone libere e migliori. Invito i miei sostenitori a continuare la resistenza, e a combattere qualsiasi aggressore straniero della Libia, oggi, domani e sempre.

I popoli liberi del mondo devono sapere che avremmo potuto contrattare e svendere la nostra causa in cambio di una vita personale sicura e agiata. Abbiamo ricevuto molte offerte in questo senso, ma abbiamo scelto di essere al nostro posto, al fronte a combattere, come simboli del dovere e dell’onore. Anche se noi non vinceremo oggi, offriremo una lezione alle generazioni future perche’ esse possano vincere domani, perchè la scelta di proteggere la nazione è un onore e la sua svendita sarebbe il più grande tradimento, che la storia ricorderebbe per sempre.

Che sia trasmesso il mio saluto ad ogni membro della mia famiglia ed ai fedeli della Jamahiriya, nonché ai fedeli che ovunque nel mondo ci hanno sostenuti con il loro cuore.

Che la pace sia con voi tutti.         

Mouammar El Kadhafi          

Sirte, 17/10/2011

–  ( da BBC )  –

                                                                                                             

Muammar Gheddafi, Leader della Rivoluzione: un testamento storico e politico

“ In nome di Allah, il Benevolo, il Misericordioso …

 Per 40 anni, o magari di più, non ricordo, ho fatto tutto il possibile per dare alla gente case, ospedali, scuole, e quando aveva fame, gli ho dato da mangiare convertendo anche il deserto di Bengasi in terra coltivata.

 Ho resistito agli attacchi di quel cowboy di nome Reagan, anche quando uccise mia figlia, orfana adottata, mentre in realtà cercando di uccidere me, tolse la vita a quella povera ragazza innocente.

Successivamente aiutai i miei fratelli e le mie sorelle d’Africa soccorrendo economicamente l’Unione africana, ho fatto tutto quello che potevo per aiutare la gente a capire il concetto di vera democrazia in cui i Comitati Popolari guidavano il nostro paese; ma non era mai abbastanza, qualcuno me lo disse, tra loro persino alcuni che possedevano case con dieci camere, nuovi vestiti e mobili, non erano mai soddisfatti, così egoisti che volevano di più, dicendo agli statunitensi e ad altri visitatori che avevano bisogno di “democrazia” e “libertà”, senza rendersi conto che era un sistema crudele, dove il cane più grande mangia gli altri.

Ma quelle parole piacevano, e non si resero mai conto che negli Stati Uniti, non c’erano medicine gratuite, né ospedali gratuiti, nessun alloggio gratuito, nè l’istruzione gratuita o pasti gratuiti, tranne quando le persone devono chiedere l’elemosina formando lunghe file per ottenere un zuppa; no, non era importante quello che facevo, per alcuni non era mai abbastanza.

Altri invece, sapevano che ero il figlio di Gamal Abdel Nasser, l’unico vero leader arabo e musulmano che abbiamo avuto dai tempi di Saladino, che rivendicò il Canale di Suez per il suo popolo come io rivendicai la Libia per il mio; sono stati i suoi passi quelli che ho provato a seguire per mantenere il mio popolo libero dalla dominazione coloniale, dai ladri che volevano derubarci.

Adesso la maggiore forza nella storia militare mi attacca; il mio figliuolo africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, prendere le nostre case gratuite, la nostra medicina gratuita, la nostra istruzione gratuita, il nostro cibo gratuito e sostituirli con il saccheggio in stile statunitense, chiamato “capitalismo”, ma tutti noi del Terzo Mondo sappiamo cosa significa: significa che le corporation governano i paesi, governano il mondo, e la gente soffre, quindi non mi rimangono alternative, devo resistere.

E se Allah vuole, morirò seguendo la sua via, la via che ha arricchito il nostro paese con terra coltivabile, cibo e salute e ci ha permesso di aiutare anche i nostri fratelli e sorelle africani ed arabi a lavorare con noi nella Jamahiriya libica.

Non voglio morire, ma se succede per salvare questo paese, il mio popolo e tutte le migliaia che sono i miei figli, così sia.

 

Che questo testamento sia la mia voce di fronte al mondo: che ho combattuto contro gli attacchi dei crociati della NATO, che ho combattuto contro la crudeltà, contro il tradimento, che ho combattuto l’Occidente e le sue ambizioni coloniali, e che sono rimasto con i miei fratelli africani, i miei veri fratelli arabi e musulmani, come un faro di luce, quando gli altri stavano costruendo castelli.

Ho vissuto in una casa modesta ed in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non spesi follemente il nostro tesoro nazionale, e, come Saladino, il nostro grande leader musulmano che riscattò Gerusalemme all’Islam, presi poco per me.

In Occidente, alcuni mi hanno chiamato “pazzo”, “demente”, però conoscono la verità, ma continuano a mentire ; sanno che il nostro paese è indipendente e libero, che non è in mani coloniali, che la mia visione, il mio percorso è, ed è stato chiaro per il mio popolo : lotterò fino al mio ultimo respiro per mantenerci liberi, che Allah Onnipotente ci aiuti a rimanere fedeli e liberi,                                           

Colonnello Muammar Gheddafi, 5 aprile 2011

 

(Tradotto dal Professor Sam Hamod – Information Clearing House)  –  5 aprile 2011

         

Libia: a otto anni dalla “liberazione”. Cosa ha portato la guerra della NATO?           

A otto anni dalla “liberazione” dal “regime” di Gheddafi, imposta dalla cosiddetta “ coalizione dei volonterosi” occidentale ( leggasi, al di là di retoriche e demagogie, paesi aggressori e NATO) può essere illuminante, per capire di quante menzogne e falsità mediatiche ci nutrono, fare un punto sulla situazione nel paese e sul livello di violenza e terrore nella realtà della vita quotidiana del popolo libico. Soprattutto può aiutare a riflettere sulle manipolazioni usate per fare le “guerre umanitarie” e per i diritti umani, e appurarne i risultati nel concreto della vita dei popoli.

Un paese in una situazione di caos generalizzato e caduto in una devastazione sociale che Gheddafi aveva predetto, scivolato inesorabilmente verso la guerra civile.
La Libia di oggi è un territorio senza più alcuna legalità, sprofondato in una logorante guerra civile, controllato da attori esterni. Questo a detta di osservatori  internazionali, esperti, giornalisti, testimoni sul campo e persino ONG come Human Right Watch, anche l’ONU negli ultimi rapporti redatti dalla sua missione in Libia (UNSMIL), ha denunciato l’uso sistematico della tortura, dello stupro, di omicidi, di indicibili e feroci atrocità perpetrate nelle prigioni e nei siti a disposizione delle milizie e delle bande criminali che controllano il paese, usati. Un paese teatro di una guerra tra un governo fantasma, quello di Al Sarraj, posizionato su una portaerei, stante l’insicurezza della capitale, e sostenuto da bande criminali jiahdiste che si sono insediate in alcune aree e non sono disposte a cedere i loro poteri banditeschi, e il governo di Tobruk in Cirenaica, guidato dal generale Haftar col suo Esercito Nazionale Libico e un governo laico, che da alcuni mesi ha circondato la capitale libica, ma ancora non è riuscito a spazzare via il governo tripolino, anche a causa del sostegno internazionale delle potenze occidentali che lo sostengono.

Ogni milizia ha creato una ”giustizia privata”, ogni gruppo di mercenari possiede una prigione privata dove rinchiudere e torturare i propri detenuti, oltre a sfruttare le risorse libiche di cui si sono impadronite.

Queste centinaia di piccole bande e milizie che gestiscono il potere anche solo su quartieri o piccoli villaggi rendono la vita alla popolazione un inferno. Infatti impongono leggi loro, vessazioni, tassazioni inique, violenze sistematiche. Si può immaginare la quotidianità e la vita dei civili e delle famiglie libiche.

Altrochè diritti umani, libertà o democrazia, l’unico obiettivo della NATO e dell’occidente era la distruzione della Jamahiriya araba, libica e socialista e del suo leader, non assoggettati agli interessi economici e militari occidentali; la loro vera colpa  era di cominciare a richiedere il pagamento del petrolio non più in dollari ma in oro; cercare di fondare una nuova moneta comune africana aurea, chiamata “Dinaro africano; oppure il finanziamento con i guadagni del petrolio libico, di un Fondo Monetario Africano, liberando così i paesi africani e poveri del mondo, dallo strozzinaggio del Fondo Monetario Internazionale? O forse la continua e intensa campagna gheddafiana che era intesa a rafforzare e consolidare sotto tutti gli aspetti ( politici, economici, militari e culturali) l’Unità Africana come strumento fondamentale di difesa e di emancipazione dei paesi africani?

 

Una vera e propria balcanizzazione e parcellizzazione della Libia, senza regole o leggi statali rispettate da alcuno, un paese dove non si è potuto varare neanche una Costituzione.

Dalle donne alla popolazione nera, dai lealisti della Jamahiriya ai cristiani, dagli stranieri ai non praticanti dell’islam più fondamentalista, tutti loro oggi in Libia sono perseguiti, vessati, possibili obiettivi di queste bande che hanno in mano la nuova Libia, sotto la copertura “legale” di governo fantasma. Ma tutto questo ormai non interessa più a nessuno, in primis a coloro che premevano sul governo italiano di allora, della assoluta necessità di intervenire per “liberare” il popolo libico, come in Afghanistan, in Iraq, in Jugoslavia, in Somalia, in Yemen, poi in Siria. Da buoni “grilli parlanti”, vivono tranquilli una vita al caldo, con internet, vacanze, crisi personali o psicologiche passeggere, qualche problema di denaro, mai abbastanza per loro vite agiate. Come mi disse una vecchia amica jugoslava: “ma perchè si occupano di noi, del nostro paese, dei nostri problemi, dei nostri governi…sono un problema nostro, non di intellettuali, giornalisti, politici o pacifisti italiani o occidentali. Forse non avete  problemi e cercate una occupazione?”.

Il 17 marzo 2011, il Consiglio di sicurezza, con la risoluzione 1973, aveva autorizzato la NATO ad intervenire “per proteggere i civili e le aree civili sotto minaccia di attacco in Libia.”

Misuriamo il successo della missione della NATO consultando i dati:

Nel 2010, sotto il “regime di Muammar al-Gaddafi” c’erano in Libia:
3.800.000 libici
2,5 milioni di lavoratori stranieri
6,3 milioni di abitanti.

Oggi,
1.900.000 di libici sono in esilio mentre ,
2,5 milioni di immigrati hanno lasciato il paese per sfuggire alle aggressioni razziste.
Sono rimaste circa 1,8 milioni di persone.  

Secondo il  Rapporto annuale Mondiale sulla schiavitù “ Slavery Global Index “, in Libia nel 2018  sono documentati  i casi di 48.000 persone che vivono come schiavi moderni nel paese, quasi 100.000 sono in una condizione di semi o probabile schiavitù. Secondo questo Rapporto oggi la Libia è classificata come il paese dove si ha la maggiore presenza di  “schiavitù” di tutto il  Nord Africa. Questo rapporto annuale è prodotto dalla “Walk Free Foundation” una fondazione antischiavista, che ha collocato la Libia al 68° posto in una lista di 162 paesi inclusi nello studio, che definisce anche la figura delle moderne figure di schiavitù di una popolazione. Essa assume molte forme ed è conosciuta con molti nomi, spiegano i responsabili del rapporto. “Sia che si tratti di traffico di esseri umani o di lavoro forzato, di schiavitù o pratiche simili alla schiavitù, le vittime della schiavitù moderna vedono negata la propria libertà e sono usati, controllati e sfruttati da un’altra persona o organizzazione a scopo di lucro, di sesso  o per l’esercizio del dominio o del potere

 

Ma in Libia, dopo oltre otto anni è ancora ben presente il fantasma di Gheddafi e le radici della Jamahiriya

Quando la NATO ha ucciso Gheddafi e occupato il paese nel 2011, speravano che il potere socialista della Jamahiriya che l’aveva guidata sarebbe morto e sepolto. Una speranza che presto sarebbe stata smantellata.
Ci sono stati diversi momenti durante la distruzione della Libia da parte della NATO che avrebbero dovuto coronare simbolicamente la supremazia occidentale sulla Libia e le sue istituzioni e, di conseguenza, su tutti i popoli africani e arabi: ad esempio la “caduta di Tripoli” nel mese di agosto 2011. Cameron e Sarkozy facevano discorsi di vittoria il mese successivo; il linciaggio di Muammar Gheddafi è venuta subito dopo. Oltre a questo, la condanna a morte che fu emessa contro il figlio di Gheddafi,  Saif al-Gheddafi nel 2015. Ma questa mossa è rimasta insoluta, dopo che Saif era stato catturato dalla milizia di  Zintan, poco dopo che suo padre e suo fratello erano stati uccisi dagli squadroni della morte della NATO alla fine del 2011. Ma il 12 aprile 2016 Saif fu liberato in conformità con una legge di amnistia approvata dal parlamento di Tobruk l’anno precedente. E da allora Saif al Gheddafi, successore politico designato di Muammar Gheddafi e riconosciuto da tutte le grandi Tribù libiche come un leader in grado di ricomporre e unire la Libia e far cessare l’occupazione straniera e la guerra civile, compito al quale da allora si è dedicato, girando in clandestinità le varie regioni libiche per ottenere il mandato di guidare una nuova Libia, riscattando questa realtà di oggi devastata e cruenta.
La cosa più importante circa la sua liberazione, favorita e possibile grazie al generale Haftar, e (questo è innegabile e non va nascosto) al di là di tutte le altre contraddizioni rappresentate dal capo dell’ENL, è quello che essa rappresenta: il riconoscimento, da parte delle nuove autorità elette della Libia, che non c’è futuro per la Libia senza il coinvolgimento del movimento della Jamahiriya e dei suoi legami profondi nella popolazione libica. E infatti se ci saranno future elezioni Saif si è già detto disposto a presentarsi alle elezioni.

 

 

Noi non ci arrenderemo. Noi vinceremo o moriremo, perché questa non è la fine! Voi ci combatterete, ma dovrete combattere anche le nostre future generazioni,fino a che la Libia non sarà libera!     

A cura di Enrico Vigna /CIVG

Preso da: http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1628:ad-otto-anni-dall-assassinio-di-muammar-gheddafi&catid=2:non-categorizzato

Libia: da Gheddafi a “15.000 milizie”

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Foto: Newsweek (da Google)

Nel memorandum 1) sulla Libia in merito alle politiche di disinformazione dell’Occidente sullo stato e sull’esercito libico, prima e durante la guerra d’aggressione scatenata dalla Nato e soci a partire dal marzo del 2011, Saif al Islam Khaddafi calcola che siano operanti allo stato attuale circa 15.000 milizie, gran parte delle quali ben armate e ben addestrate.
Il figlio di Gheddafi 2) non cita, perché presumibilmente lo da per scontato. la penetrazione di truppe d’invasione statunitensi, inglesi, francesi, italiane (trecento, di cui cento paracadusti della Folgore). E non cita la “rinascita” del terrorismo jihadista in particolare a Sirte e a Bengasi in seguito al ritorno dalla Siria degli oppositori più o meno democratici al governo di Assad (terrorismo che suo padre e il regime della Giamahiria aveva saputo contenere).

Lo stato considerato “fallito” da uomini di grande spessore morale come Giorgio Napolitano, oltre che dalle sinistre umanitarie e pacifiste, desiderose di bombardare e di uccidere, ora è realmente “fallito”, o , detto meglio, si trova nella condizione ideale perché gli avvoltoi dell’Occidente imperiale e i tagliagole locali possano disporne a loro piacimento.

Il caos allarma coloro che l’hanno creato perché è andato ben oltre quello preventivato. In tali condizioni è difficile infatti avviare in sicurezza la produzione di petrolio e gas e difendere gli oleodotti e i gasdotti. Ricorrere alle milizie costituite da bande di mercenari per la protezione degli impianti e delle infrastrutture diventa irrinunciabile.
Da qui i grandi sforzi che i carnefici della Libia stanno compiendo per approdare alla unificazione politica e giuridica del grande Paese africano. Dopo gli incontri a Madrid e Ginevra sotto gli auspici dell’ONU, si è registrato a Shkirat, cittadina del Marocco, tra Casablanca e Rabat, un accordo 3) che è stato ritenuto dalle parti importante e positivo. Ma gli entusiasmi son durati ben poco.
L’accordo prevedeva che il parlamento di Tobruk conservasse la maggioranza dei suoi membri e accogliesse al suo interno quaranta rappresentanti del parlamento di Tripoli, diventando in tal modo il parlamento ufficiale della Libia. Il premierato del governo di unità nazionale sarebbe spettato a Fayez Al Serray, pedina farsesca dell’Occidente, arrivato dal mare a Tripoli con la protezione armata delle navi dell’Impero e talmente amato dai suoi connazionali che solo dopo alcuni mesi è riuscito ad insediarsi a Tripoli.
L’accordo non è stato gradito né a Tripoli né a Tobruk.
L’Occidente imperiale sembra sostenere il debole governo di Tripoli, più facilmente manipolabile (l’Italia è particolarmente interessata, con l’ineffabile Minniti, alla regolazione dei flussi immigratori anche con strumenti di detenzione criminale), 4) sebbene il fronte presenti vistose smagliature con la Francia che “tratta” con Haftar, mentre gli stessi Stati Uniti sembrano avvicinarsi all’uomo forte di Tobruk, il feldmaresciallo Haftar che a sua volta gode dell’appoggio della Russia, dell’Egitto,degli  Emirati Arabi.
In un articolo 5) avevo affermato che Haftar sembrava avviato verso il controllo pieno della LIbia. Certamente ha saputo conquistare, ponendola sotto il controllo del governo di Tobruk la ricchissima “Mezzaluna del petrolio”6), situata tra Bengasi e Sirte ma è anche vero che la sua marcia si è rallentata in Tripolitania. Infatti, in appoggio all’intervento militare del generale Usama Juwahili, comandante della zona militare occidentale contro bande di fuorilegge7), le Brigate di Zintan e la Brigata rivoluzionaria di Tripoli alleate un tempo a Khalifa Haftar, seppure indipendenti, hanno attaccato l’esercito nazionale libico (LNA), costretto ad abbandonare la sua posizione.
La Tripolitania sembra perduta per il momento per il feldmaresciallo Haftar, mentre si profilano nell’area nuove alleanze. Al servizio di Al-Serray ? Al momento è difficile fare previsioni.
In tale contesto non va trascurata la presenza e l’azione politica dei Gheddafiani e in particolare della figura di Sail-Al-Khaddafi, personalità di alto prestigio, già a suo tempo considerato l’architeto di una nuova Libia, capace di “parlare” con le tante tribù della sua terra e proporre una politica di unificazione. A suo vantaggio va ricordato il rapporto politico favorevole, lui e la sua gente, con Khalifa Haftar
NOTE
1) Saif al-Islam Khaddafi ” Memorandum sulla Libia: disinformazione contro Stato Guida ed Esercito” in “Voltaire” 30/10/17
2) Saif al-Islam Khaddafi è attualmente perseguito dalla Corte Penale internazionale, indecemente gestito dall’Occidente imperiale, per “presunti” crimini contro l’umanità. Richiesto l’arresto del figlio di Muammar Gheddafi alle autorità giudiziarie locali
3) Il Post “Cosa rimane della Libia” 1/12/17
4) Amnesty international ” Libia: i governi europei complici di torture e violenze” 12/12/17
5) A. B. ” Haftar si avvia…” in Cagliaripad e in l’Interferenza 5/8/17
6) Il post, art. cit. 1/12/17
7) Andrey Akulov ” Eventi recenti in Libia: una sfida…” In “The Saker Italia”

Preso da: http://www.linterferenza.info/esteri/libia-gheddafi-15-000-milizie/

Libia. 7 anni dopo la RATSvoluzione Macron parla di “errore”: cosa ne pensa il cugino di Gheddafi

di Vanessa Tomassini
Popolo di Bengasi, abbiamo in costruzione 500mila unità abitative, abbiamo 7 nuove università, 7 nuovi aeroporti sui quali è iniziata la costruzione. Fratelli ci sono più di 200 miliardi di dollari di progetti in gioco. Ricordate le mie parole, non saranno finiti, saranno distrutti!”.
I media occidentali e i soliti esperti da salotto hanno definito nel 2011 queste parole di Saif al-Islam Gheddafi le solite minacce di un leader che non aveva via di uscita, ma a riascoltare il discorso del figlio del rais oggi più che minacce sembrano delle vere e proprie rivelazioni. Mentre le Nazioni Unite e la comunità internazionale continuano a spingere per le elezioni, nel paese nordafricano aumentano scontri tra milizie, esplosioni di autobombe, attacchi terroristici, rapimenti e insicurezza. Se il capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron, sabato scorso ha definito l’intervento militare in Libia “un grande errore”, un esponente politico libico della Camera dei Rappresentanti del popolo Tawergha – che ancora non riesce a far ritorno nella sua città – ha definito la Rivoluzione di Febbraio, “un disastro”, scatenando diverse e contrastanti reazioni. Ma come dargli torto?

La verità la dimostrano i fatti che si stanno verificando in Libia ogni giorno, che confermano che quanto accaduto è un complotto tra Obama, il Parlamento britannico e Berlusconi che ha seguito il governo francese; sono gli stessi leader che hanno predisposto i missili della Nato ad ammetterlo ora. Lo hanno confessato gli stessi leader che oggi sono fuggiti lasciando la Libia nel doloroso risultato di carceri, uccisioni, distruzione, saccheggi e la situazione degli sfollati. Gli stessi leader politivi hanno trasformato il paese in un punto focale per terrorismo e gruppi criminali organizzati, che sfruttano il contrabbando e la vendita di esseri umani”.
A dirci queste parole amare è il cugino del rais, Ahmed Gaddaf Addam, il maggiore esponente del passato regime a fianco di Muhammar Gheddafi per oltre mezzo secolo, che abbiamo abbiamo imparato a conoscere in precedenti occasioni. L’ex generale ci risponde così quanto gli chiediamo se l’allora presidente Silvio Berlusconi abbia sbagliato a seguire Francia e Stati Uniti, sottolineando che “sono tutti questi risultati a rispondere a questo interrogativo. Il presidente Berlusconi ha ammesso la sua cospirazione che ha messo a rischio i suoi distinti rapporti con la Libia e la storica convenzione firmata con Gheddafi (Trattato di Bengasi del 2008 ndr.) per compensare gli orrori della dolorosa storia del colonialismo”.
– Gheddafi diceva che l’occidente non conosce il significato della parola amicizia, lo pensa anche lei?
Gheddafi ha sempre stretto relazioni con l’occidente, nonostante il passato coloniale lo portasse a pensare che l’occidente non conoscesse l’amicizia e il rispetto per gli altri, considerandoli schiavi o nemici e questo è stato effettivamente confermato se analizziamo i fatti. Quando la Nato nel 2011 ha deciso di attaccare la Libia, avevamo accordi di strategie con l’Italia, con il Regno Unito e la Francia, accordi che sono andati persi nella distruzione, facendo evaporare centinaia di milioni di progetti e compagnie che lavoravano in Libia, trasformata in un luogo di minaccia alla sicurezza dell’area del Mediterraneo, di diffusione di criminalità e terrorismo verso l’Europa. Spero che questo serva da lezione per il futuro”.
– Di recente è stato pubblicato un libro in francese che svela un “segreto tra Sarkozy e Gheddafi”, ne sa qualcosa? Ci sono altre cose non dette sulla Rivoluzione di Febbraio?
Sono state pubblicate una serie di bugie a partire dal 2011, come parte di una campagna psicologica contro i libici e per convincere l’opinione pubblica occidentale che l’azione contro la Libia tutelasse i loro interessi. Questa deliberata campagna fu accompagnata dall’attacco di flotte, aerei e decine di migliaia di soldati e mercenari che parteciparono alla distruzione della Libia. Il governo libico non aveva segreti e tutto quello che avevamo era un annuncio. Gheddafi era chiaro e non nascondeva né armi né complotti. Sarkozy e la sua amministrazione volevano accrescere il peso della Francia in Africa per ostacolare i nostri sforzi di trasformare il continente in un’unica entità che porta il nome degli Stati Uniti d’Africa. Penso che sia stata proprio questa la ragione principale per l’uccisione di Gheddafi, per distruggere il sogno degli africani, che comunque non smetteranno di inseguire e di portare questo stendardo che rappresenta la voglia di vita per l’Africa”.
– Allo scoppiare della rivoluzione abbiamo visto tanti esponenti politici del regime abbracciarla. Se li ricorda? Che fine hanno fatto?
Quanto accaduto in Libia non è stato per opera di rivoluzionari, ma di leader che sono stati supportati dall’intelligence occidentale come al-Muqarif, Zidane ed altri. La loro missione è finita e sono tornati da dove sono venuti, lasciando la Libia in una guerra devastante. Sette anni dopo non abbiamo visto ancora alcuna scusa o indagine reale in Libia. Sono serio riguardo ai politici e cerco di correggere le loro politiche, ma ripetono costantemente gli stessi errori. Condivido i suoi dubbi e il fatto che si meravigli: dov’è la libertà? Dove sono i diritti umani? Dov’è finita la decantata democrazia in Libia? Non sentiamo più nulla a riguardo, ma si continua a cercare di legittimare la menzogna, si continua a dialogare con questi criminali e a proteggerli sfortunatamente. Nonostante le manomissioni e le distruzioni che hanno afflitto la nostra gente durante questi sette anni, si continua a cercare di convertirli per soddisfare i loro crimini internazionali e quel che è più grave viene fornito loro supporto politico e militare, minacciando il futuro delle relazioni tra la Libia e questi paesi”.

-Veniamo a suo nipote. Saif al-Islam Gheddafi rappresenta oggi più che mai una speranza per molti libici per uscire da questa situazione di caos, tuttavia qualcuno lo accusa che è colpa sua se la Libia ha fatto questa fine, per aver liberato gli islamisti dalle carceri del padre. È andata davvero così?
La cosa ha aiutato Saif al-Islam nella sua assemblea, ma la decisione è stata richiesta dal suo paese, promettendo di fermare il terrorismo e di non usare le armi per otto mesi, durante i quali è stata lanciata la guerra in Libia. Senza questo non ci sarebbe stato il sostegno per la caduta del regime di Gheddafi in Libia. Guardi, la maggioranza del popolo libico è ancora responsabile della sicurezza, della legalità, della dignità e del rispetto e quindi, nonostante tutto, l’occidente ha il dovere di armarli e fornire loro supporto militare, logistico e aereo”.
– Ci parla con suo nipote? Siamo sicuri che Saif leggerà questa intervista? Cosa vorrebbe dirgli?
Non vi può essere alcun contatto diretto in quanto Saif è ancora soggetto a molte restrizioni e sanzioni internazionali, ma non c’è alcun motivo o giustificazione e penso che la revoca delle restrizioni su di lui contribuirà al progetto di dialogo e pace. Purtroppo Saif come tutti i prigionieri politici soffre doppiamente non solo per la condanna internazionale, ma soprattutto per il fatto che la sua patria sta bruciando e viene sparso altro sangue. Per questo facciamo nuovamente appello alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale affinchè queste restrizioni vengano sollevate. Oggi dobbiamo parlare di un nuovo Stato per tutti i libici. L’amnistia, un governo neutrale e le elezioni sono sotto gli auspici delle Nazioni Unite. Serve una bandiera bianca, il ritorno degli sfollati, il rilascio di tutti i prigionieri del passato regime, il ritorno dell’esercito, della polizia e della magistratura, solo così si potrà costruire un nuovo Stato. Invito i paesi occidentali a correggere i loro errori aiutandoci, e questo è ciò che cerchiamo di fare con gli avversari di ieri. Quello che stiamo vedendo è che il conflitto non è più per il potere decisionale, ma per salvare una patria di cui siamo tutti partner. Dolo così la Libia tornerà ad essere un’oasi di pace”.

Preso da: http://www.notiziegeopolitiche.net/libia-7-anni-dopo-la-rivoluzione-macron-parla-di-errore-cosa-ne-pensa-il-cugino-di-gheddafi/

Saif Gheddafi: I crimini atroci contro il popolo libico//The atrocious crimes against the Libyan people



Saif è uno dei figli superstiti del colonnello Mu’ammar Gheddafi, Guida e Comandante della Rivoluzione della Libia. Quando Gheddafi prese il potere, instaurò dapprima una dittatura militare, poi si avvicinò al socialismo arabo ispirato da Gamāl ʿAbd al-Nāṣir Ḥusayn, politico, militare e Presidente della Repubblica egiziana.


Da sinistra Mu’ammar Gheddafi, Gamal Abd el-Nasser, Hafez al-Assad

Profondamente influenzato da Nasser [in arabo Nāṣir NDR], Gheddafi proclamò la “Repubblica delle Masse”, già teorizzata nel “Libro Verde” che, rifiutava sia il capitalismo che la lotta di classe, a favore di un socialismo identitario. L’idea della Repubblica socialista araba, laica e anti-capitalista, rivoluzionò il mondo musulmano, coinvolgendo Siria, Egitto, Libia: per decenni, la via araba al socialismo, fu un arginare contro l’oscurantismo estremista islamico.
Da quando è stato liberato, Saif Gheddafi continua a lanciare accuse contro la NATO, l’Occidente, terroristi e Salafiti che hanno distrutto la Libia. Saif è il figlio più intellettualmente preparato del colonnello Gheddafi e sfruttando l’impegno occidentale a democratizzare la Libia, sta tornando in politica nel suo paese e preparando una battaglia, un J’Accuse contro l’ipocrisia dell’Occidente, della NATO e soprattutto della Corte internazionale di giustizia, organo giudiziario delle Nazioni Unite con sede nel Palazzo della Pace dell’Aia nei Paesi Bassi.
Il memorandum si compone di tre sezioni, nella prima parte Saif fa luce sui disordini in Libia del febbraio 2011, manifestazioni infiltrate da agitatori jihadisti dell’LIFG, Libyan Islamic Fighting Group. Il LIFG è un’organizzazione terroristica fondata negli anni ottanta del XX secolo, volontari e mercenari mujaheddin libici, utilizzati dalla CIA nella guerra d’Afghanistan in chiave anti-Sovietica. Sarebbe interessante indagare sul ruolo di questi terroristi infiltrati nelle manifestazioni, unitamente alla campagna mediatica propagandistica distorta da CIA, NATO e dai francesi.

Terroristi del Libyan Islamic Fighting Group, LIFG

Infatti le manifestazioni in Libia furono: “…dirottate da elementi che facevano parte di gruppi jihadisti, come il Gruppo di Combattenti Islamici Libici ( Libyan Islamic Fighting Group, LIFG). Questi attaccarono le stazioni di polizia e le caserme dell’esercito di Derna, Benghazi, Misratah e Al-Zawayh, in modo da accumulare armi da utilizzare poi nella loro guerra pianificata contro il Governo legittimo. Questi eventi furono accompagnati da una macchina propagandistica lanciata da Al-Jazeera, BBC, France 24 e altri, i quali incoraggiavano il popolo libico a combattere contro la polizia di stato, la quale stava invece cercando di protegger le strutture governative e le proprietà dei civili dagli attacchi e dai saccheggi”.

Se poi si volesse indagare sulle Primavere Arabe, per coincidenza, noi siamo contro le fake news, Malik Obama, fratello dell’ex presidente Statunitense, è leader dei salafiti.

Ovviamente i nostri media manipolati ad arte, addossavano al colonnello Gheddafi la responsabilità dei massacri, nonostante le fonti indipendenti insistessero sul fatto che dietro vi fossero terroristi e salafiti. Riguardo ai presunti massacri attribuiti al governo, Saif Al-Islam possiede la prove che discolpano l’esercito libico dai massacri e paragona la situazione in Libia simile a quella in Iraq nel 2003, con false prove fabbricate ad hoc dagli USA.
Il figlio del colonnello Gheddafi presenta un parallelo tra Libia e l’Iraq, sostenendo che, come il Governo statunitense, inglese e australiano crearono false prove per giustificare l’intervento in Iraq, allo stesso modo sono state inventate prove contro il Governo Libico per giustificare l’intervento della NATO. L’occidente, con la scusa della stabilità, prosperità e di voler portare il Paese alla democrazia, è intervenuto in Libia basandosi su prove fittizie. In una seconda parte, Saif denuncia la negligenza della Corte di Giustizia internazionale, poiché come sempre, adotta metri di giudizio diversi, in parole povere: potente coi deboli e debole coi potenti!
Dunque l’Alta corte è stata intransigente contro Gheddafi, ma cieca sull’operato della NATO.
Nella terza parte del memorandum Saif Gheddafi accusa la NATO, per i suoi attacchi aerei che hanno raso al suolo intere città e massacrato la popolazione civile. Un’accusa pesante contro la negligenza della Corte di Giustizia Internazionale e all’Alleanza Atlantica, responsabile di massacri e barbarie in combutta con i terroristi locali e i salafiti infiltrati.

Il documento ha un peso talmente importante, che i nostri media lo hanno oscurato, e alle accuse gravissime, la Corte di Giustizia, organismo tanto importante quanto pilotato, dovrà rispondere. È una richiesta d’aiuto da parte di Saif Al-Islam che vuole ricostruire il suo Paese, un’accusa e nel contempo è una richiesta d’appoggio.
In base al memorandum di Saif Gheddafi, la Corte penale internazionale è un elemento essenziale delle Nazioni Unite e della NATO, uno strumento politico atto a giustificare o coprire i loro crimini di guerra. Le violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita e simili non vengono mai denunciate, nel caso di Jugoslavia, Iraq, Siria, Libia, i diritti umani vengono utilizzati al solo di ottenere vantaggi in termini di politica energetica. L’attacco alla Libia era volto ad appropriarsi del petrolio di Muammar al-Gheddafi, fregandosene delle disastrose conseguenze per il paese.
Luciano Bonazzi

Preso da: http://lucianobonazzi.altervista.org/saif-gheddafi-crimini-atroci-popolo-libico-the-atrocious-crimes-against-the-libyan-people/

Libia: non solo petrolio e gas da depredare. La presunta tratta di schiavi copre altro?

(di Andrea Cucco)

 

23/11/17
Sulle macerie delle istituzioni libiche si stanno abbattendo diverse campagne mediatiche. Da vecchi e rodati lettori di Difesa Online, concorderete che nemmeno quattro manifestanti con una bandiera o un cartello si attivano “spontaneamente”…
L’ultimo caso che sta interessando da giorni la Libia riguarda una presunta “tratta di schiavi”: un commercio inaccettabile per qualsiasi essere umano.
Sull’attendibilità e fondatezza del caso alcuni lettori d’oltremare hanno già sollevato dubbi e perplessità (leggi la lettera a Difesa Online).
Ma a cosa mai potrebbe portare un attacco sul piano umanitario in un Paese già devastato, un failed state?

Proviamo a riflettere.
La prossima primavera in Libia, dopo anni di retorica, si terranno elezioni. Dopo oltre un lustro di sostanziale anarchia, potrebbe vedere la luce un governo nazionale effettivo. Diciamo “potrebbe” perché dopo il clamoroso broglio delle elezioni afghane (v.articolo), tutto è possibile anche – ma andrebbe detto “soprattutto” – in presenza di peacekeepers stranieri. Ed in fondo noi italiani figli e nipoti del referendum del ’46 cosa vogliamo insegnare agli altri?
I futuri protagonisti (lo sosteniamo controcorrente da tempo) saranno il generale Haftar e Saif al-Islam Mu’ammar Gheddafi, il secondogenito del deposto (e assassinato) raìs. Il primo per la forza militare e la credibilità acquisita in anni, anzi decenni, di contatti internazionali (oltre al recente cambio di partito al governo negli States…), il secondo per il semplice motivo che se nel nostro dopoguerra ci avessero ridotti come l’odierna Libia (al posto di far decollare la nostra economia, v. Piano Marshall) dopo pochi anni avremmo reindossato tutti il Fez. E solo chi fa qualche centinaio di metri dalla nostra ambasciata di Tripoli sa quanto la nostalgia del passato sia oramai forte ed inesorabile.
Dunque, fra sei mesi la Libia rischia seriamente di tornare ai libici. E con lei il controllo delle risorse. Gli accordi ufficiali ed ufficiosi con autorità fantoccio o con capi locali varranno ancora?
Siamo al punto. Da qualche tempo la Francia sta estraendo oro da ricchi giacimenti 70 chilometri a sud di Sebha, nel Fezzan. Senza troppa pubblicità. Un’area ricca anche di uranio…
“Famiglie” di Sebha sarebbero state da tempo corteggiate dai “cugini” con doni e concessione di cittadinanze europee in cambio della mano libera all’estrazione. Simili dinamiche sarebbero avvenute anche oltreconfine in Chad e Niger. Guarda caso proprio il presidente nigerino starebbe assecondando l’attacco mediatico contro la Libia… (v.articolo)
La presenza di riserve auree nel sud del Paese è poco nota ma reale (leggi). Un tema che nel recente passato non è passato inosservato secondo alcuni analisti… (v.articolo)
Quel che nessuno sembra essersi finora chiesto è se la campagna in corso contro l’intollerabile “tratta di schiavi” non abbia un secondo fine?
Dalla Libia ci giungono testimonianze di elicotteri da carico che fanno la spola tra una base militare francese non lontana dai giacimenti (inaccessibile agli stessi libici) ed i confini meridionali del Paese…
Secondo voi, in caso di intervento e relativo mandato dell’ONU – perché è questo evidentemente che si vuol provocare – a quale Paese apparterranno i caschi blu inviati nel Fezzan?

A Parigi il 9 settembre 2017 si è tenuta una “giornata in sostegno di Saif al-Islam Gheddafi”

 

 

Lotta dei popoli, unità antimperialista, 11 settembre 2017
È al celebre Teatro della Mano d’Oro di Parigi che sabato 9 settembre si è tenuta una “giornata in sostegno di Saif al-Islam Gheddafi” organizzata dal Comitato Rivoluzionario Internazionale, che difende la continuità politica della Jamahiriya (“stato delle masse”) libica, e dal gruppo militante parigino di LEIA NAZIUNALE. Nell’aprile del 2017 Saif al-Islam Gheddafi è stato eletto Guida della Jamahiriya dal Consiglio Supremo delle Tribù e delle Città. Fra gli invitati e i partecipanti a questa riunione antimperialista vi erano la Federazione dei Siriani di Francia, la rete Voltaire e dei militanti panafricani (pro-Gbabo).
La caduta della Jamahiriya e l’assassinio del colonnello Gheddafi in seguito all’aggressione della Libia architettata da una coalizione costituita da occidente e fondamentalisti islamici, e in seguito il tentativo di smembramento della Siria nazionalista da parte dei medesimi responsabili, hanno avuto per l’Europa delle ripercussioni di una gravità estrema: un’onda di terrorismo islamico senza precedenti e un cataclisma migratorio che minano la sopravvivenza stessa dei popoli europei. La Libia è da diversi anni ormai abbandonata al caos, al terrore delle milizie jihadiste e al traffico di migranti organizzato in collaborazione con le ONG occidentali, l’Unione Europea e le mafie operative in ogni angolo del Mediterraneo.

Ma la Jamahiriya e i suoi principi di emancipazione sono sempre vivi nel cuore del popolo libico e, nonostante l’insurrezione generale non sia ancora stata realizzata, le forze anti-islamiste guadagnano terreno in tutto il paese.
Il portavoce di LEIA NAZIUNALE Vincent Perfetti ha articolato il suo discorso e i suoi interventi intorno al tema del Nemico Globale al di là delle contingenze specifiche. Il Nemico Globale è chiamato da alcuni il Sistema, da altri il Nuovo Ordine Mondiale, ed è definito il Leviatano dagli iniziati alle teorie geopolitiche e metafisiche. Tale entità polimorfa è votata alla distruzione di tutte le identità, di tutte le nazioni, di tutte le trascendenze. Il suo obiettivo è l’instaurazione di una sottoumanità indifferenziata, ridotta in schiavitù dalle oligarchie finanziarie. Il sistema che fabbrica i Sarkozy, i Cameron, i Merkel e i Macron genera anche, in maniera più occulta, i Bin Laden e i Daesh. Tutte queste creature agiscono in sincronia le une con le altre con l’obiettivo di distruggere i medesimi bersagli, dalla Libia alla Russia passando per l’Europa e la Siria.
Vincent Perfetti ha sottolineato l’opposizione del popolo corso alle operazioni terroriste perpetrate dalla NATO sul territorio nazionale (base militare di Solenzara) ai danni della Serbia (1999) e della Libia (2011), ponendo l’accento sulla posizione tradizionalmente antimperialista del nazionalismo corso. Il nostro ospite ha insistito sulla necessità del rafforzamento e dello sviluppo delle reti operative di resistenza alle forze mondialiste in nome di una lotta unitaria per un mondo multipolare, differenziato e improntato all’aspirazione verso la trascendenza.
Il signor Perfetti ha poi manifestato la solidarietà di tutto lo schieramento antimondialista a Kemi Seba, capofila del panafricanismo francofono, militante del ritorno in patria degli immigrati e dello sviluppo separato e indipendente delle civilizzazioni, attualmente perseguitato dalla Repubblica Francese e dai suoi valletti africani.
È vitale che tutte le resistenze imparino a conoscersi, a collaborare, a organizzarsi in maniera solidale, a raggrupparsi sotto l’egida di una forma di internazionale antimondialista che funga da “polmone alternativo”. È soltanto in questa ottica che le lotte dei popoli storici d’Europa e le loro aspirazioni nazionaliste possono costituirsi in maniera compiuta; altrimenti, le lotte verranno neutralizzate e i popoli diluiti in masse anonime e sradicate.
Gli interventi che hanno incorniciato i dibattiti e il lavoro dei partecipanti sono stati apprezzati da tutti. Alti appuntamenti simili sono previsti per i mesi seguenti in tutta Europa. LEIA NATIUNAL rappresenta una concezione globale e ideologica della lotta nazionale corsa e persegue l’obiettivo di una secessione mentale e politica da un sistema che condanna a morte il nostro popolo.

Libia, quell’ “errore” della Francia da cui non siamo più usciti

Le parole del figlio di Gheddafi ricordano lo sbaglio del 2011. Appoggiando la linea Sarkozy, abbiamo stravolto un equilibrio frutto di anni di accordi

5 agosto 2017

Da quella tragedia non siamo ancora usciti. La Francia aveva deciso in modo unilaterale di far partire i suoi caccia-bombardieri per abbattere Gheddafi. La colpa del Colonnello era stata quella di allearsi all’Italia, di stringere con Berlusconi un patto d’amicizia che superava addirittura il contenzioso coloniale (cosa che alla Francia non è mai riuscita con la sua ex colonia più importante, l’Algeria).
Sarkozy non aveva neanche messo in allarme i suoi presunti alleati, li aveva fatti trovare di fronte al fatto compiuto. Un gesto da grandeur che sarebbe costato anni, forse decenni di instabilità nel Nord Africa e un esodo migratorio di grande portata, capace di destabilizzare l’area e foriero di conseguenze geo-strategiche tutte da vedere.

Il ruolo di Berlusconi

Berlusconi sapeva che quella guerra non andava fatta. Sapeva che sarebbero ripresi i flussi migratori, che l’Italia avrebbe perso molti affari e la possibilità di costruire in Libia autostrade, città, impianti energetici. Che forse avrebbe rialzato la testa un fondamentalismo islamico che Gheddafi SEMPRE  aveva deciso di combattere.
Ma guerra fu. Anche per una sorta di accomodamento, accondiscendenza e acquiescenza da parte degli stessi stretti collaboratori di Berlusconi, tra cui ministri e alti burocrati. Perché il “politicamente corretto” voleva che noi, l’Italia, paese fondatore dell’Unione europea inserito in un quadro di forti alleanze europee e transatlantiche, non potessimo assumere una posizione diversa da quella di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti.
Anche in quella occasione, Angela Merkel si rivelò una leader, e tenne fuori la Germania dalla guerra, astenendosi e non partecipando alle operazioni, Noi, invece, mettemmo a disposizione le nostre basi, fondamentali per le operazioni aeree. E Berlusconi si piegò a “tradire” il patto d’amicizia col Colonnello. Lo fece perché sotto pressione interna e internazionale. Lo fece quasi con la pistola alla tempia. Ma alla fine lo fece.
E così adesso non è scorretto dire che la decisione fu sua. Ma non fu sentita. Non fu condivisa neanche da se stesso. Fu una decisione che sceglieva quello che all’epoca sembrava essere il male minore.

La situazione oggi

Tutto questo va ricordato perché la Libia è ancora nel pieno di quella crisi aperta dall’intervento. Gheddafi è stato ucciso. Barbaramente, diremmo. E senza che noi alzassimo un sopracciglio. Il “feroce dittatore”  ora non era più là, vivo e combattivo, a difendere l’unità della Libia e sottolineare col pugno la propria leadership fra le tribù.
Oggi la Libia è un mosaico inverecondo di fazioni e tribù. Un arsenale a cielo aperto, spaccato almeno in due tra la Tripolitania e la Cirenaica. Ma disgregato anche all’interno dei due campi, in mano alle dinamiche tribali nel Sud, nel Fezzan, strategico per il transito di migranti dal resto dell’Africa.
La Francia voleva riconquistare una supremazia appannata nell’area. Nuovi sistemi d’arma furono messi alla prova. Ma oggi quel deserto è la tomba dell’Europa. Non se ne viene a capo. La Francia usa la leva di Haftar nella Cirenaica. La Gran Bretagna discretamente fa le sue mosse più o meno nella stessa cornice. Russia ed Emirati sono pure loro schierati con il generale e uomo forte di Bengasi.
Noi abbiamo puntato su Fayyez Al Serraj, un non militare, fragilissimo, riconosciuto però anche dalle Nazioni Unite. Ma sotto l’ombrello dell’intervento umanitario e della necessità di curare i feriti della guerra al Califfato in Libia in un nostro ospedale da campo, abbiamo circa 300 militari a Misurata.
Adesso c’è pure un pattugliatore d’altura che ormeggia a Tripoli, avanguardia di altre unità che potrebbero in un prossimo futuro muovere verso quelle coste. La strada verso una stabilità è ancora lunga. L’esodo potrebbe diminuire, forse, chissà.
Ma le parole di Saif Al Islam, il figlio superstite di Gheddafi ,ci ricordano quanto è avvenuto. Lui ci accusa di essere la solita Italia fascista e coloniale, e che l’errore è stato quello di autorizzare nel 2011 il decollo dei caccia “alleati” dalle nostre basi. È il rancore del figlio del Colonnello che ci rimprovera di aver tradito il padre. Da quella tragedia non siamo usciti.

Con le dovute correzioni da: http://www.panorama.it/news/marco-ventura-profeta-di-ventura/libia-errore-francia-non-siamo-piu-usciti/

PARLA MUAMMAR GHEDDAFI

intervista tratta da: Panorama, 12 ottobre 2000
di STELLA PENDE fotografie di PIGI CIPELLI
Amsa’d (deserto del Sahara), 2/3 ottobre 2000
L’automobile corre nel buio da un’ora. Nessuno sa dove andiamo. Il silenzio nero del deserto è rotto solo da qualche lampeggio del mare che appare e scompare come una cartolina strappata. Lasciamo a cento chilometri Tobruk, piccolo porto libico che nell’ultima guerra è stato la sconfìtta del generale Erwin Rommel. Posto di blocco. Qualche minuto d’attesa e l’apparizione: d’improvviso davanti a noi: il Sahara è attraversato da un serpente luminoso di macchine che muove la coda dentro la strada ondulata. «È la fila delle auto per la frontiera con l’Egitto» mente uno degli accompagnatori, tenuto, come tutti, al pegno del silenzio. Una voce, un nome, cade come un sasso fra noi: «E’ Gheddafi». «E’ lui che si muove con i suoi Caravan e più di cento Toyota al seguito». «Gli ultimi in coda sono due pullman: il primo, immenso, è una casa viaggiante. L’altro porta i generatori». Per fare cosa? «Per illuminare la sua tenda. La pianta dovunque.
A Tripoli in mezzo alle macerie della sua casa bombardata, in mezzo al deserto, davanti al mare. Sta andando in Egitto, al Cairo la farà montare dentro il parco dell’ambasciata. Lui non occupa mai piani interi di alberghi. Dorme solo sotto la tenda. Anche l’intervista la farete lì sotto». La voce aveva ragione. Oggi, davanti alla guerra del Medio Oriente e a quella del petrolio, davanti alla liberazione degli ostaggi francesi e al nuovo accordo firmato con l’Italia, un incontro con lui diventa sempre più importante e difficile. Forse impossibile. Invece, dopo un’attesa di un’ora nel comando di Amsa’ad, alla frontiera con l’Egitto, arriva il via. «È pronto». Tutti corrono. I libici hanno per il loro leader rispetto e paura. Entriamo da un cancello presidiato da guardie. Decine. Donne e uomini armati. Dopo il controllo, una tenda dai colori arlecchino. Muammar Gheddafi aspetta in piedi. Ha una camicia a onde verdi e marroni. Sulle spalle una casacca araba nera come gli occhi. Piccoli e brillanti.
Lei ha detto: «Mi hanno accusato di essere contro la pace perché finanziavo i movimenti rivoluzionali di liberazione nel mondo. Oggi è tutto cambiato. Oggi è chiaro che avevo ragione io». Mi perdoni, colonnello, ma la Palestina che lei ha aiutato è praticamente in guerra con Israele. Niente sembra cambiato in Medio Oriente, niente finito.
Andiamo con ordine. Per anni la comunità internazionale mi ha accusato di essere un terrorista. Oggi si rende conto che le cause che aiutavo erano legittime e che i capi dei movimenti che sostenevo sono diventati capi di stato, come in Sud Africa Nelson Mandela, in Zimbabwe Robert Mugabe, Idriss Deby nel Ciad e, perché no, Yasser Arafat. Se parliamo invece di quello che succede oggi tra palestinesi e israeliani, il discorso è tutto diverso: quel conflitto rischia di rimanere uguale a se stesso all’infinito.
È la fine del processo di pace?
Se aspettiamo la pace fra i due stati dovremmo aspettare la fine del mondo.
Non le pare di esagerare?
Neanche un po’. E poi mi rimproverano oggi di non aver accettato la partecipazione di Israele alla Conferenza mediterranea di Barcellona. Nè israeliani nè palestinesi, con quello che accade fra loro, possono stare seduti accanto a noi. Con quale diritto potrebbero farlo, con il comportamento che tengono? Non si tratta di capire o di giudicare chi fra i due ha torto o ragione. Questa gente lotta ancora oggi per cercare e stabilire terre e identità. Ma non sa ancora chi è. Israeliani e palestinesi non hanno ancora capito che non si possono costruire stati a base di principi etnici e religiosi. È assurdo, anacronistico e pericoloso. E’ come pretendere che una piccola palla di sabbia rimanga insieme se tu la affondi nell’acqua del mare. Israele in particolare è, e sarà sempre, uno stato surreale. Il suo cittadino non sarà mai cittadino del mondo, ma solo del luogo dove avverrano i suoi investimenti. Anche la lingua ebraica si perderà dentro la globalizzazione.
Questo è il suo odio atavico per Israele.
No, è la realtà. E le dirò di più: anche l’alleanza sionista-americana si sbriciolerà. Perché la fame colonialista di quei due paesi è reazionaria e li metterà uno contro l’altro. Gli ebrei strumentalizzano l’America, ma prima o poi, come Mosca ha dovuto rinunciare alla Germania dell’Est così Washington dovrà rinunciare a Gerusalemme. E, quando avverrà, il conflitto tra i due paesi sarà terribile.
Chi fa meglio all’America, George Bush o Al Gore?
Non vedo alcuna sensibile differenza tra l’uno e l’altro candidato. La battuta fa il miracolo: un sorrìso. Ma Gheddafi ci mette un attimo a tornare Gheddafi. Si toglie e si mette le scarpe. Lui, beduino figlio dell’Africa, sta sempre a piedi nudi. Si racconta che una volta un piccolo scorpione passeggiava per la sua tenda. Lui lo prese in una morsa tra le dita dei piedi e lo stritolò.
Colonnello, parliamo della liberazione degli ostaggi francesi. Alcuni dicono che è stato un gesto contro il fondamentalismo islamico, altri per dar lustro alla sua immagine. Qual è la verità?
La nostra immagine non ci pareva così cattiva da sobbarcarci queste iniziative. La nostra battaglia contro il fondamentalismo islamico è già molto nota. Non ha bisogno di palcoscenico. Inoltre ricordo che l’intervento è stato fatto dalla fondazione Gheddafi e non dallo stato della Libia.
Ma se è stato suo figlio ad accogliere gli ostaggi liberati e a raccontare di aver pagato 1 milione di dollari a ostaggio. Che ruolo ha oggi Seif Al Islam e quale avrà domani nella Libia moderna?
La domanda gli incendia gli occhi. Chi fa queste domande viene qui e non sa che la Jamahyria vuol dire stato delle masse. Nessuno in Libia ha ruoli singoli. Nè Gheddafi nè altri. Il potere e le decisioni spettano solo al popolo. I presidenti della repubblica europei decidono quasi tutto. Niente è approvato in Libia senza il consenso dei comitati popolari. Mio figlio è, come me, un semplice cittadino. Posso aggiungere che la fondazione di cui è presidente si occupa di lotta alla droga e di handicappati.
Bene, torneremo in Italia con uno scoop: spiegheremo agli italiani che abbiamo scoperto che Gheddafi non ha in Libia alcun potere.
Muto. Proviamo con l’Africa.
L’Africa muore: minata dalla crisi economica, martirizzata da guerre fratricide e da morbi tenibili come l’aids.
Comincia a parlare come se la domanda fosse trasparente. La verità è che il mondo corre alla velocità del suono. Cambiano i paesi e i loro destini. Lo stato nazionalistico è entrato nella seconda fase: quella degli spazi regionali, nuova forma della globalizzazione. Le grandi nazioni sono sparite. Ingoiate. Una volta il Portogallo era una potenza che aveva invaso il mondo. Oggi è solo un piccolo paese dell’Unione Europea. La Gran Bretagna, nazione immensa, oggi non riesce a tener testa a un piccolo gruppo di guerriglieri come quelli dell’Ira. Chi l’avrebbe mai detto, scusi, che una signora come la Thatcher sarebbe scappata dalla finestra di una cucina per la paura di un agguato? Anche l’Africa è cambiata. Ha lottato per l’indipendenza, ha vinto, ma paga cara la sua vittoria. La libertà non basta più, ha bisogno dell’unità.
Per questo sogna gli Stati Uniti d’Africa?
Sì, e riuscirò a vedere il risveglio africano. Intanto ho fondato la Comunità degli stati sahael-sahariani: Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad, Centrafrica, Sudan ed Eritrea. E abbiamo vinto la sfida. Il deserto del Sahara da sempre barriera di immensità per linguaggi e culture diverse, oggi è diventato un ponte naturale fra il Nord Africa e i paesi al di là. E adesso stiamo pensando e investendo in infrastrutture: strade e mezzi di comunicazione ed elettricità. La malattia dell’Africa è soprattutto la solitudine e l’isolamento. Nel 1991 il trattato di Abuja lanciò la comunità economica africana, ma da allora niente è accaduto. Io spero che l’Europa ci aiuterà in quest’impresa.
È vero che Gheddafi vuole la Banca centrale africana e che prepara la moneta dell’Africa unita?
È per questo che l’Europa non ci aiuterà… Certo oggi il Fondo monetario tratta con una cinquantina di paesi e di monete in Africa. La nostra moneta potrebbe essere come quella nuova europea e la banca come quella Mondiale. Prima però bisogna rimettere in piedi la Banca di sviluppo africana. Vogliamo un Fondo monetario per l’Africa. Ci sarebbe una giusta parità fra lo yen, l’euro e le monete africane.
Parliamo di Italia, colonnello. Per questo paese lei ha sempre dimostrato odio e amore. Oggi dov’è l’odio e dove l’amore?
L’Italia è stata per lungo tempo nemica della Libia. Prima dell’accordo di cooperazione firmato nel ’98 con il governo dell’Ulivo e di D’Alema avevamo deciso di farla restare nella lista dei nemici. Abbiamo aspettato inutilmente vent’anni. Oggi tutto può cambiare se l’accordo verrà rispettato. Attenzione, per ora poco è stato fatto.
Si dice che per Massimo D’Alema e per Romano Prodi, cioè per l’Italia e per l’Europa, il suo discorso sul colonialismo dell’Europa al vertice del Cairo sia arrivato come una bomba.
La verità è che Prodi si è fermato solo al mio dissenso sulla partecipazione alla Conferenza mediterranea di Barcellona. Barcellona potrebbe essere un fatto positivo per la Libia. La legherebbe a un continente progredito e aperto come l’Europa, ma ci sono cose in quel trattato che non accetteremo mai. Prima di tutto la divisione del territorio geografico dell’Africa che la Conferenza propone. L’Africa rimane unica e unita. Poi la partecipazione di Israele alla Conferenza, come ho già detto. Non potrò mai sedere accanto a quel paese. Dalla Turchia alla Palestina, bisogna tirare una linea rossa.
Come è andata davvero la storia dell’invito a Bruxelles che è poi saltato?
È stato un errore di Prodi. Prodi è un po’ amico e un po’ nemico. Lui mi ha telefonato per invitarmi. Ha fissato perfino la data. Poi ho saputo che il viaggio doveva essere considerato sospeso finché non avessi firmato un comunicato dove approvavo Barcellona. In questo caso bastava che lui mi avvisasse prima: o firmi o non vieni. Oppure vediamoci per discutere della cosa. Io credo che Prodi sia stato pressato e messo in imbarazzo da sionisti e americani. «Sei pazzo a invitare Gheddafi?». Si è trovato davanti a un muro e ha ceduto.
L’ex presidente Francesco Cossiga ha lavorato molto per la fine dell’embargo. Durante gli incontri con lui furono decisi progetti finanziari, cooperazione politica ed economica. Cosa resta di quegli accordi? È vero che si ricomincia a parlare di nuovi affari con la Fiat? Che ne è del grande gasdotto progettato dall’Agip petroli e dalla Oil corporation libica? La Libia ha una grande presenza anche nella seconda banca italiana, la Banca di Roma. Con quali obiettivi strategici?
Noi siamo aperti alla collaborazione finanziaria ed economica con l’Italia. Il gasdotto è un progetto immenso e sacro che va avanti. Dalla Libia all’Italia e dall’Italia al resto d’Europa. Inoltre, la nostra partecipazione alla Banca di Roma verrà aumentata di molto. In quest’operazione i libici stanno facendo grandissimi passi avanti. Per finire, finché la porta di Tripoli resterà aperta all’Italia, la Fiat o qualunque altra azienda italiana sarà la benvenuta.
Se sarà la benvenuta, perché ha fatto aspettare inutilmente Giovanni Agnelli a Tripoli prima dell’estate?
Agnelli ha detto? Perché il presidente della Fiat dovrebbe incontrare Gheddafi? Sarebbe solo un incontro simbolico. Agnelli deve incontrare gli enti competenti per discutere certe cose.
Colonnello Gheddafi, una domanda che interessa molto agli italiani: quanto dureranno i prezzi folli del petrolio? E quanto potrebbero crescere ancora?
Faccio appello agli europei e agli italiani: riducete le tasse sui prodotti petroliferi! I governi europei incassano quattro volte di più dei paesi produttori del petrolio. Se noi guadagniamo 20 dollari netti al barile, loro ne prendono 80.
Verrà prima o poi in Italia?
Sì, se il popolo libico darà il suo consenso al viaggio.
Nonostante la posizione di certi cattolici nei confronti dei musulmani? Il cardinale Giacomo Biffi ha ribadito la sua crociata contro l’Islam. A Giacarta due settimane fa la World islamic call society, che raggruppa 180 paesi islamici, ha invece predicato comprensione per le culture diverse. Lei come risponde?
Che chi parla mi rende perplesso. Chi critica e attacca un musulmano perché prega e rispetta la sua religione non ha un vero Dio. Pregare Dio sotto una tenda, dentro una moschea o una chiesa non fa e non deve fare differenza. La diversità è tra qualcuno che prega Dio e qualcun altro che adora il diavolo.
L’«Herald tribune» dice che nel processo in corso in Olanda sul caso Lockerbie non sono emerse prove certe sulla colpevolezza dei cittadini libici accusati. Se dovessero essere assolti, lei cosa farebbe?
Pretenderò risarcimenti esattamente uguali ai danni che abbiamo ricevuto.
Muammar Gheddafi è stanco. Si alza. E in un attimo la sua tenda è vuota.

Preso da: http://www.francocenerelli.com/antologia/parla_gheddafi.htm

2 parole sull’ immigrazione, Salvini, Serraji e la situazione in Libia.

Visto che tutti parlano di immigrazione , Libia e problemi connessi come se avessero la soluzione pronta, come se fosse una questione su cui fare il tifo come allo stadio, ebbene 2 parole vorrei dirle anche io, tanto non le ascolterà nessuno, perchè io non rappresento nessuno, e non mi paga nessuno.
PREMETTO che Salvini ed il governo Lega/5s hanno fatto un lavoro straordinario in questi pochi giorni, cercando di rimediare agli “errori” dei sinistri sinistrati in anni di NON governo.
Perchè “errori” tra le virgolette?, Perchè la politica dei sinistri, ed anche degli altri partiti non presenta degli errori, ma segue una linea precisa, IMPOSTA dai loro padroni, Soros è quello che appare di più con la sua campagna “pro-immigrati” ma che in realtà li crea, gli immigrati, poi dietro ci sono i vari Rockefeller, Rotshild ecc.
Io credo che la scelta del governo italiano di appoggiare Serraji è sbagliata, certamente questo può aiutare a bloccare l’ immigrazione per un pò di tempo , ma fino a quando?
Serraji è teoricamente sostenuto dalla comunità internazionale, dico teoricamente perchè in realtà solo USA ed Italia lo sostengono apertamente, gli altri appoggiano sotto banco Haftar. Da qui la debolezza di serraji e degli accordi con lui.
Serraji è sostenuto solo da mercenari stranieri, ( per carità adesso li chiamano contractors), anche italiani, e da una accozzaglia di milizie tra le più diverse, ex membri di Al Qaeda, ISIS, LIFG, in una parola RATTI (jerdan), come li chiama il popolo Libico.
Noi italiani in pratica diamo soldi ad un”””governo””” di occupazione che a mala pena controlla Tripoli, infatti gli scontri tra milizie che sostengono Serraji sono quasi quotidiane, “il nostro eroe” gia alcune volte è stato costretto a rifugiarsi in Tunisia o su una nave al largo di Tripoli mentre i suoi mercenari combattevano tra loro, al prossimo scontro purtroppo l’ immigrazione riprenderà , chi vincerà pretenderà più soldi.
Haftar prima o poi caccerà Serraji, attualmente Haftar controlla buona parte della Libia, ha l’ appoggio di Francia, Russia ed Egitto, ed anche di parte del popolo Libico, (non perchè lui sia nel giusto, ma perchè allo stesso popolo viene fatto credere che non cè alternativa).
In queste condizioni per l’ Italia appoggiare Haftar non avrebbe senso , ( sarebbe un semplice accodarsi alla Francia, che poi ci ringrazierà mandandoci qualche migliaio di clandestini), appoggiare Serraji come ho detto prima è perdente.
La soluzione sarebbe , per una volta pensare al bene del popolo Libico, appoggiare chi è scelto dal popolo, noi NON dobbiamo sapere che un alternativa esiste, malgrado anni di occupazione la resistenza verde pro Gheddafi esiste, ogni tanto spuntano le bandiere verdi, le tribu Libiche oneste periodicamente si riuniscono, ribadiscono fedeltà all a  Jamahiriya ed al sul Leader, Muammar Gheddafi.
Se vogliamo fare un discorso “egoistico” per il bene dell’ Italia io dico che bisognerebbe appoggiare Saif Al Islam Gheddafi, che ha intenzione di presentarsi alle prossime elezioni, se i RATTI le fanno svolgere, e brogli permettendo.
Il popolo Libico eleggerà sicuramente Saif, la “comunità internazionale” per una volta , appoggiando Saif sarebbe dalla parte del giusto, ma ovviamente questo a loro non va bene.
Se i politici ascoltassero queste semplici idee non ci sarebbe tanto da studiare ed affannarsi, prima o poi i popoli avranno ragione, è importante stare dalla parte della Ragione, dalla parte del popolo, e ricordate il popolo Libico ha dato prova di poter vincere l’ aggressore straniero molte volte, nel 1911 all’ epoca del leone del deserto Omar al Moukhtar, e 100 anni dopo con Muammar Gheddafi nel 2011.
Da italiani per il bene del nostro paese dovremmo dire tutti convinti VIVA LA LIBIA LIBERA, VIVA LA JAMAHIRIYA.

Libia: Vera storia della jihadista Hillary Clinton, mezzana del caos.

9 marzo 2016

Da qualche settimana il Washington Post e il New York Times stanno conducendo con grandi mezzi una sottile operazione: scagionare Hillary Clinton, allora segretaria di Stato, di quel che ha fatto in Libia. Hillary è la candidata preferita dell’Establishment, specie ora che si deve assolutamente evitare che alla Casa Bianca vada Trump.   Se le cose sono andate così male e la Libia è oggi uno stato fallito, è colpa di una serie di fortuite e sfortunate circostanze; lei, la Cltinon, ha deciso l’intervento per proteggere i civili libici dalla strage che stava compiendo il loro dittatore.
Per fortuna s’è formata in Usa un gruppo civico di base, la Citizen Commission on Benghazi (CCB). Lo scopo di questi cittadini: stabilire la verità su quanto accadde a Bengasi l’11 settembre 2012, quando fu attaccata la sede distaccata dell’ambasciata americana e i terroristi massacrarono l’ambasciatore Chris Stevens e tre difensori, Marines. La loro indagine (cito) “ha dimostrato che Gheddafi era un nostro alleato di fatto nella guerra al terrorismo islamico…e come l’amministrazione Obama e Hillary Clinton decisero di sostenere  ribelli legati ad Al Qaeda, invece che tenere negoziati di tregua con Gheddafi,  ciò che avrebbe portato alla sua abdicazione e alla transizione pacifica del potere”.

Sotto, i morti di Bengasi
Sotto, i morti di Bengasi

Fu il figlio del Leader, Saif, a cercare contatti con gli occidentali dopo che questi avevano ottenuto dall’Onu il mandato per l’intervento militare (17 marzo 2011) col pretesto che Gheddafi “stava massacrando il suo stesso popolo” (la guerriglia scatenata dagli islamisti era in corso). I “cittadini per Bengasi” hanno raccolto nel 2014 la testimonianza giurata del vice ammiraglio Chuck Kubik, che in quei giorni mise in contatto i rappresentanti di Gheddafi con il generale Carter Ham, il capo dell’AFRICOM (il comando supremo Usa in Africa). Kubik ha testimoniato: noi americani chiedemmo agli emissari una prova per dimostrare che chi li mandava era il loro capo: per esempio, ritirare le truppe alla periferia di Bengasi. Poche ore dopo, vedemmo che le truppe si ritiravano da Bengasi e da Misurata; fu concordata una tregua di 72 ore. Era l’inizio di una trattativa, e la controparte dimostrava la sua serietà. Gheddafi offriva d dimettersi. Gli alti ufficiali Usa si approntavano a trattare. “E allora ci è arrivata quella telefonata; l’idea fu silurata sopra la testa dell’AFRICOM”. Obama e la sua segretaria di stato Hillary volevano non solo rovesciare Gheddafi, ma erano ben consci che stavano dando il potere a terroristi di Al Qaeda. Il Katar e gli Emirati Arabi stavano spedendo armamento pesante ai ‘ribelli’ islamisti “sotto la protezione e supervisione Usa e NATO”: questo si deduce da un’altra testimonianza giurata raccolta dall’organizzazione civica CCB , la ex dirigente della CIA Clare Lopez. Gheddafi, racconta la Lopez, “collaborava da anni a tener sotto Al Qaeda nel Maghreb Islamico. Nelle sue prigioni c’erano i jihadisti di AL Qaeda”. Il governo del dittatore era riuscito anche a intercettare parte delle forniture di armamenti che Katar e Emirati mandavano ai wahabiti libici. Enormi forniture, come ha raccontato la Lopez, evocando “una visita a Tripoli dei delegati (degli Emirati)”, dove questi “scoprirono che metà del carico di armamenti del valore di un miliardo di dollari (!) che avevano pagato per i ribelli,   era stato deviato da Mustafa Abdul Jalil, i capo dei Fratelli Musulmani nel Comitato di Transizione Nazionale Libico, che l’aveva venduto a Gheddafi”: uno squarcio illuminante sul livello patriottico del personaggio, ma anche dei doppi e tripli giochi che avvenivano in quel vero nido di vipere e scorpioni che risulta essere il Comitato di Transizione, da cui – secondo la narrativa – era la opposizione moderata anti-Gheddafi,   che preparava l’instaurazione della demokràtia. Tant’è vero che Jalil, il suddetto rappresentante del Brothers, organizzò l’assassinio del general maggiore Abdel Fatah Younis, ex ministro dell’interno di Gheddafi passato all’opposizione, perché aveva scoperto che metà delle armi passavano nelle mani di Gheddafi; e incaricò dell’assassinio Mohamed Abu Khattala: il personaggio che, secondo gli americani, ha guidato l’assalto alla sede diplomatica quell’altro fatale 11 Settembre (2012) in cui i suoi uomini hanno ucciso (e sodomizzato da morto) l’ambasciatore.
Per questo motivo gli americani hanno catturato Abu Khattala e lo tengono prigioniero, senza precisa accusa, fuori dalla circolazione. Personaggi istruttivo, Abu Khattala era stato liberato dalle galere di Gheddafi nei primi giorni della “primavera libica”pagata dal Katar su supervisione NATO; aveva formato una sua milizia islamista chiamandola dal nome di uno dei compagni del Profeta “ Obeida Ibn Al Jarra” (una ventina di individui), ovviamente intruppandosi con Ansar Al Sharia (alias AL Qaeda) e il Comitato Supremo di Sicurezza,   che – sotto lo stentoreo nome – era l’apparato di sicurezza rivoluzionario creato dallo Stesso Comitato di Transizione Nazionale per propria autodifesa, nel vuoto i potere determinato dalla caduta di Gheddafi. Criminalità comune, qaedismo, buoi affari sporchi, islamismo e affarismo uniti nella lotta, Fratelli Musulmani che stanno con Al Qaeda ma la tradiscono per denaro, eccetera. Il New York Times ha dipinto una Clinton costretta a armare jihadisti perché “sempre più preoccupata che il KAtar stava fornendo armi soltanto e certe fazioni di ribelle, milizie di Misurata e brigate islamiste selezionate”. Insomma: ha davuto armare l’ISIS perché il Katar, disubbidiente come sempre ai voleri americani, armava Al Qaeda.

Abu Khattala
Abu Khattala

In realtà il giudice Andrew Napolitano, dopo inchiesta, ritiene che quelle armi che il Katar spediva ai suoi ribelli preferiti in Libia, erano armi che gli Usa avevano venduto al Katar, su specifico mandato di Hillary Clinton, la quale al proposito ha mentito sotto giuramento durante l’audizione al Senato sulla tragedia dell’ambasciatore inLibia.   Le armi erano lanciarazzi kalashnikov, missili a spalla dell’Est Europa, e delle spedizioni si occupavano ditte Usa, autorizzate legalmente al traffico di armamenti, che non hanno mai fatto mistero di   lavorare coi sevizi e il Dipartimento di Stato. Le autorizzazioni rilasciate a queste ditte dal Dipartimento di Stato sono aumentate vistosamente mentre sulla poltrona sedeva la Clinton: “Oltre 86 mila licenze per il valore di 44,3 miliardi di dollari sono state concesse nel 2011 – un aumento di oltre 10 miliardi di dollari rispetto all’anno prima”.
Uno di questi commercianti, Marc Turi, ha aggiunto: “Quando il materiale atterrava in Libia, metà andava da una parte, metà dall’altra:   questa metà è quella che è ricomparsa in Siria”: In Mano al Califfato. Risultato, Marc Turi è stato arrestato per traffico d’armi.
http://www.foxnews.com/opinion/2015/10/29/cannot-allow-hillary-clinton-midwife-to-chaos-and-public-liar-to-be-our-next-president.print.html
Turi ha detto: “Obama ha incriminato me per proteggere Hillary”. Chissà perché se l’è messo in testa.
Come tocco finale, c’è da ricordare che quell’11 Settembre, quando i comandi americani potevano intervenire rapidamente da Sigonella per salvare l’ambasciatore e i Marines che lo stavano difendendo – per radio udivano le loro richieste disperate di aiuto – qualcuno ordinò ai militari di non far nulla, to stand down: i servitori dello Stato erano diventati testimoni di un mercato losco diventato un disastro criminale, su cui era meglio tacessero per sempre.
Questa è la Libia dove adesso Obama vuole che mandiamo cinquemila italiani. Così ha ridotta lui e la sua segretaria di Stato, che adesso po’ andare alla Casa Bianca.  Il giudice Napolitano: “Non possiamo permettere che Hillary Clinton, questa mezzana del caos e pubblica mentitrice, sia il prossimo presidente”.
http://www.foxnews.com/opinion/2015/10/29/cannot-allow-hillary-clinton-midwife-to-chaos-and-public-liar-to-be-our-next-president.print.html
Per fortuna noi qui abbiamo il Corriere della Sera, a scriverci sopra abbiamo il columnist principe, Angelo Panebianco, che titola: “All’Europa conviene Hillary” alla Casa Bianca. Perché – spiega l’alto analista – la vittoria di Trump “sarebbe positiva per Vladimir Putin e i suoi amici” europei, mentre “Hillary Clinton promette una continuità con il passato che sarebbe seppellito, se vincesse Trump”.
La continuità con questo passato è quel che vuole Panebianco e chi gli suggerisce.
E anche da noi è cominciata la campagna di mostrificazione di Donald. Con una strana aggiunta: improvvisamente, grandi media, Confindustria ed ebrei vari attaccano Renzi con gli stessi toni con cui attaccano Trump. Perché non vuole è cascato nella trappola.

Fonte: http://ww.maurizioblondet.it

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2016/03/09/libia-vera-storia-della-jihadista-hillary-clinton-mezzana-del-caos/