Rivoluzione Bolivariana del Venezuela e pacifisti ‘guerrafondai’

 

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Israele contro i venezuelani

Il 24 giugno 2019 in Venezuela hanno tentato un nuovo colpo di Stato. Thierry Meyssan rileva che era rivolto sia contro l’amministrazione di Nicolás Maduro sia contro il suo oppositore, il filo-USA Juan Guaidó. Inoltre, secondo le registrazioni di conversazioni fra i complottisti, il golpe era supervisionato dagli israeliani.

| Damasco (Siria)

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Il 24 giugno 2019 Nicolás Maduro e Juan Guaidó avrebbero dovuto essere rovesciati a beneficio di Raúl Baduel.
Il 24 giugno 2019 in Venezuela c’è stato un ennesimo tentativo di colpo di Stato. Tutti i responsabili sono stati arrestati e il ministro dell’Informazione, Jorge Rodríguez, ha diffusamente spiegato in televisione annessi e connessi della vicenda. Sui media, il tentativo di sedizione è stato offuscato dal malore in tribunale di uno dei suoi capi e dalla successiva morte in ospedale. I fatti sono comunque particolarmente indicativi.


A differenza dei precedenti, questo complotto era da 14 mesi sorvegliato da un’unità dell’intelligence militare, formata dall’intelligence cubana. In questo lasso di tempo gli agenti venezuelani hanno infiltrato il gruppo e sorvegliato le comunicazioni audio e video. L’intelligence è in possesso di 56 ore di registrazioni, che sono inconfutabili prove.
Parecchie delle persone arrestate erano implicate in complotti precedenti, sicché è difficile ritenere quest’operazione separata dalle precedenti, sponsorizzate dalla CIA.

«Non c’è futuro né per l’opposizione né per il governo»

Il complotto era diretto sia contro il presidente costituzionale Nicolás Maduro sia contro l’autoproclamatosi presidente Juan Guaidó e finalizzato a portare al potere un terzo uomo, il generale Raúl Isaías Baduel.
Baduel, ex capo di stato-maggiore ed ex ministro della Difesa, fu sollevato dall’incarico dal presidente Hugo Chávez, cui si era ribellato, e nel 2009 si mise a capo dell’opposizione. Fu però accertato che aveva sottratto denaro pubblico. Giudicato colpevole, fu condannato a sette anni di reclusione, che ha scontato. Durante il mandato del presidente Maduro fu nuovamente messo in carcere, dove tutt’ora si trova. Un commando avrebbe dovuto liberarlo e portarlo alla televisione nazionale ad annunciare il cambio di regime.
Il fatto di promuovere un terzo presidente conferma la nostra analisi, pubblicata due anni fa [1]: il fine degli Stati Uniti non è rimpiazzare il regime bolivariano con uno più mansueto, ma distruggere le strutture statali del Paese. Secondo la prospettiva USA, né la maggioranza nazionalista né l’opposizione filo-USA possono sperare in un futuro.
I venezuelani che appoggiano Guaidó, sicuri che il sostegno statunitense li porterà alla vittoria, oggi devono ricredersi. L’iracheno Ahmed Chalabi e il libico Mahmoud Gibril sono stati rispediti nei loro Paesi con i bagagli dei GI’s. Non hanno mai sperimentato il destino cui speravano di essere destinati.
Allo stadio attuale del capitalismo finanziario transnazionale, le classiche analisi del XX secolo, secondo cui gli Stati Uniti preferiscono governi vassalli a governi loro pari, sono superate. È la dottrina Rumsfeld/Cebrowski che imperversa dal 2001 [2] e che ha già devastato il Medio Oriente Allargato e oggi si abbatte sul Bacino dei Caraibi.
Secondo le registrazioni dell’intelligence venezuelana, il complotto non era organizzato dagli Stati Uniti, benché probabilmente da loro sovrinteso, ma dagli israeliani. Negli ultimi 72 anni la CIA ha organizzato un incredibile numero di “cambiamenti di regime” per mezzo di “colpi di Stato” o “rivoluzioni colorate”. Per garantirne l’efficacia, l’Agenzia non esita ad affidare identiche missioni contemporaneamente a diverse unità, persino a subappaltare operazioni. È spesso il caso del Mossad, che a sua volta affida ad altri i propri servizi.
Quattro anni fa in Venezuela ci fu un altro tentativo di colpo di Stato. L’operazione prevedeva molti assassinii e una manifestazione che avrebbe dovuto assaltare il palazzo presidenziale di Miraflores. TeleSur dimostrò che il tentativo era inquadrato da stranieri appositamente arrivati la vigilia della manifestazione. Non parlavano spagnolo. Il percorso della manifestazione fu perciò misteriosamente disseminato di graffiti con la stella di Davide e istruzioni in ebraico.

Israele in America Latina

Il ministro Rodriguéz ha per prudenza evitato di pronunciarsi pubblicamente sui mandanti degli israeliani a capo del complotto del 24 giugno, ossia se agivano o meno in nome del proprio Paese. Numerosi precedenti dimostrano che si tratta di un’ipotesi plausibile.
I servizi segreti israeliani hanno iniziato a svolgere un ruolo in America Latina nel 1982. In Guatemala il presidente giudeo-cristiano Efraín Ríos Montt [3] massacrò 18 mila indiani. Mentre Ariel Sharon invadeva il Libano, nella sua ombra il Mossad proseguiva in Guatemala gli esperimenti sociali condotti dal 1975 nel Sudafrica dell’apartheid: creare bantustan per i maya; un modello che sarà applicato anche ai palestinesi, dopo gli Accordi di Oslo del 1994. Contrariamente a una lettura positiva degli accadimenti, il fatto che il primo ministro Yitzhak Rabin abbia sovrinteso agli esperimenti sociali in Sudafrica [4] non depone a favore della sua buona fede, quando a Oslo si è impegnato a riconoscere uno Stato palestinese demilitarizzato.
Negli ultimi dieci anni i servizi segreti israeliani: – hanno “autorizzato” la società “privata” israeliana Global CST a dirigere l’operazione “Jaque” (2008) per liberare Ingrid Betancourt, ostaggio delle FARC colombiane [5]; – hanno inviato cecchini in Honduras per assassinare i leader delle manifestazioni per la democrazia, seguite al colpo di Stato del 2009 contro il presidente costituzionale Manuel Zelaya [6]; – operando dall’intero della Banca Centrale, della Sicurezza dei Giochi Olimpici di Rio de Janeiro, nonché del Senato, hanno attivamente partecipato al rovesciamento della presidente del Brasile Dilma Rousseff (2016).
Inoltre, le Forze di Difesa israeliane hanno: – affittato una base sottomarina in Cile; – inviato migliaia di soldati nella proprietà di Joe Lewis nella Patagonia argentina per seguire stage di addestramento di due settimane [7].

Documenti allegati

Al-Watan #3181
(PDF – 177.9 Kb)
[1] Vídeo : « Thierry Meyssan : El plan de Estados Unidos contra America latina » (entrevista con Russia Today), 22 de Mayo de 2017.
[2] The Pentagon’s New Map, Thomas P. M. Barnett, Putnam Publishing Group, 2004. “Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 agosto 2017.
[3] Il generale Efraín Ríos Montt era evangelico. Non si definiva “cristiano”, bensì “giudeo-cristiano”. NdlR.
[4] “Mandela e Israele”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 9 dicembre 2013.
[5] “Israele aumenta la sua presenza militare in America Latina”, Traduzione Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 3 novembre 2009.
[6] « Le SouthCom prend le pouvoir dans un État membre de l’ALBA », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 29 juin 2009.
[7] “Qual è il progetto di Israele in Argentina?”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 16 dicembre 2017.Preso da: https://www.voltairenet.org/article206904.html

Venezuela, Iran: Trump e lo Stato Profondo

Gli accadimenti in Venezuela e l’escalation della tensione fra Washington e Teheran sono stati presentati dalla stampa USA in modo fallace. Le dichiarazioni contraddittorie delle diverse parti negano ogni comprensione degli eventi. Per cui è importante approfondire l’analisi dopo aver verificato i fatti e completare il quadro con la disamina della contrapposizione fra le diverse correnti politiche dei Paesi coinvolti.

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La nuova situazione alla Casa Bianca e al Pentagono

Con le elezioni parlamentari del 6 novembre 2018 il presidente Donald Trump ha perso la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e il Partito Democratico ne ha dato per scontata la destituzione.

Sicuramente a Trump non può essere imputato nulla che ne giustifichi la rimozione, ma un clima isterico ha alimentato lo scontro fra le due componenti degli Stati Uniti, proprio come accadde per la guerra di secessione [1]. Da due anni i partigiani della globalizzazione economica inseguivano la pista russa e aspettavano che il procuratore Robert Mueller sancisse il preteso alto tradimento del presidente.
Mueller è noto per anteporre sempre l’interesse dello Stato federale alla verità e al diritto. Fu lui a inventarsi la pista libica per l’attentato Lockerbie, basandosi su una prova che più tardi la giustizia scozzese invalidò [2]. Sempre lui affermò che, negli attentati dell’11 settembre 2001, tre aerei furono dirottati da 19 pirati dell’aria mussulmani, nessuno dei quali però risultava nelle liste d’imbarco [3]. Si conoscevano le conclusioni della sua inchiesta sulle interferenze russe ancor prima che fosse iniziata.
Trump è stato quindi costretto a negoziare con lo Stato Profondo la propria sopravvivenza politica [4]. Non aveva scelta. L’accordo cui è sceso prevede l’attuazione del piano Rumsfeld-Cebrowski [5], a condizione però che il Paese non s’imbarchi in una grande guerra. In cambio, il procuratore Mueller ha voltato gabbana e assolto Trump da ogni accusa di tradimento [6].
Nella foga del momento, i falchi hanno imposto il rientro a Palazzo dei neo-conservatori: un gruppuscolo trotskista newyorkese, formatosi attorno all’American Jewish Committee (AJC) e reclutato da Ronald Reagan, che ha trasformato l’ideale della «Rivoluzione mondiale» nel credo dell’«imperialismo USA mondiale». Da Reagan in poi i neo-conservatori hanno fatto parte di tutte le amministrazioni, democratiche o repubblicane, secondo il colore politico del presidente al potere. Per il momento, fa eccezione l’amministrazione Trump, che tuttavia non li ha estromessi dalle agenzie riservate, la NED (National Endowment for Democracy) e l’USIP (United States Institute of Peace).
Questi sono gli antefatti che hanno indotto la segreteria di Stato ad affidare, il 25 gennaio 2019, il dossier venezuelano a Elliott Abrams, il cui nome è associato a ogni genere di menzogna di Stato e di manipolazione [7]. Abrams fu uno degli ideatori dell’operazione Iran-Contras del 1981-85 e della guerra contro l’Iraq del 2003. Immediatamente dopo la nomina, Abrams si è messo al lavoro con il Comando militare USA per l’America del Sud (SouthCom) per rovesciare il presidente Nicolás Maduro.
Ebbene, conosciamo la strategia Rumsfeld-Cebrowski – che abbiamo visto dispiegata per 15 anni nel Grande Medio Oriente – nonché la declinazione del SouthCom [8], contenuta nel documento del 23 febbraio 2018, redatto dall’ammiraglio Kurt Tidd e rivelato da Stella Calloni a maggio dell’anno scorso [9]. Quel che sta accadendo oggi ne è la flagrante applicazione.

Il fiasco venezuelano

Lo smacco dell’operazione USA, con la scoperta del tradimento del direttore del SEBIN, generale Manuel Figuera, e il colpo di Stato da lui avventatamente improvvisato il 30 aprile, prima di essere arrestato, attesta l’impreparazione del SouthCom, o meglio la sua scarsa conoscenza della società venezuelana. L’apparato di Stato USA, che ha avuto tempo un semestre, non è stato in grado di coordinare le diverse agenzie e gli uomini sul territorio. Tant’è vero che l’esercito bolivariano, pur nella disorganizzazione, era preparato a difendere il Paese.
Il riconoscimento anticipato di Washington e dei suoi alleati, nonché del Gruppo di Lima (con l’eccezione del Messico), di Juan Guaidó quale presidente del Venezuela al posto di Nicolás Maduro, pone lo schieramento USA di fronte a problemi insolubili. Già ora la Spagna si preoccupa della mancanza di interlocutori per i venezuelani ospitati e per gli spagnoli che risiedono in Venezuela. Mai, nemmeno durante una guerra, è accaduto che non fosse riconosciuta la legittimità di un presidente costituzionalmente eletto e della sua amministrazione.
In poche settimane Washington ha rubato l’essenziale dei capitali esteri venezuelani [10], esattamente come fece nel 2003 con il Tesoro iracheno, nel 2005 con il Tesoro iraniano e nel 2011 con quello libico: soldi mai recuperati dalle popolazioni, legittime proprietarie, con l’eccezione dell’Iran, che concluse l’accordo sul nucleare, JCPOA. I regimi iracheno e libico sono stati rovesciati e i successori si sono ben guardati dal ricorrere alla giustizia. Questa volta però la Repubblica Bolivariana ha tenuto duro e la situazione USA è indifendibile.
Su un piano minore sarà interessante vedere come Washington gestirà il caso dell’ambasciata venezuelana a Washington, dove dei poliziotti si sono presentati per mandar via il personale e sostituirlo con l’équipe designata da Guaidó. Gli occupanti legittimi si sono però rifiutati di andarsene e hanno resistito, benché privati di elettricità e acqua. Sono stati sostenuti da molti, fra gli altri dal pastore afro-americano Jesse Jackson, che li ha riforniti di generi alimentari. Alla fine sono stati espulsi. Ora però Washington non sa come giustificarsi.

La diversione iraniana

Fischiando la fine del match, Trump ha richiamato le truppe all’ordine: rovesciare Maduro “sì”, impegnarsi in una guerra classica “no”. Il presidente Trump è jacksoniano; il suo consigliere per la sicurezza, John Bolton, è eccezionalista [11]; Elliott Abrams, che ha fatto propaganda contro i primi due, è invece neo-conservatore: tre ideologie che altrove non esistono – tranne i neoconservatori in Israele. Con ogni evidenza un simile fronte non può durare.
Nel tentativo di respingere la responsabilità dello smacco in Venezuela, lo Stato Profondo ha immediatamente avviato una diversione contro l’Iran, per salvare così Abrams e sbarazzarsi di Bolton. La stampa USA protegge il primo e accusa il secondo [12].
Senza indugio, constatando la frattura fra Pentagono e Casa Bianca, i Democratici hanno rilanciato la pista dell’ingerenza russa, questa volta prendendosela con il figlio maggiore del presidente, Donald Jr.
Il dossier iraniano differisce molto da quello venezuelano. Sin dal 2002 gli Stati Uniti hanno compiuto in Venezuela molte operazioni contro il modello bolivariano e l’aura di cui godeva in America Latina; ma soltanto dal 2018 hanno cominciato ad agire direttamente contro il popolo venezuelano.
Invece il popolo iraniano ha dovuto fronteggiare il colonialismo sin dagli inizi del XX secolo. Durante l’occupazione britannica della prima guerra mondiale, fame e malattie hanno ucciso otto milioni di iraniani [13]. Sono largamente conosciuti il rovesciamento, nel 1953, del primo ministro nazionalista Mohammad Mossadeq a opera di Stati Uniti e Regno Unito e la sua sostituzione con il generale nazista Fazlollah Zahedi, responsabile della terribile repressione della Savak. L’arresto di agenti CIA sorpresi in flagrante delitto in un settore riservato dell’ambasciata USA continua a essere presentato in Occidente come una “presa in ostaggio di diplomatici” (1979-1981), sebbene Washington non abbia mai fatto ricorso alla giustizia internazionale e due marines liberati abbiano confermato la versione iraniana. Nel 1980 gli Occidentali hanno chiesto all’Iraq di entrare in guerra contro l’Iran. Hanno venduto armi a entrambe le parti perché si uccidessero tra loro, ma, quando le sorti della guerra stavano per girare, si sono battuti a fianco degli iracheni. Una portaerei francese partecipò persino ai combattimenti senza che i francesi ne fossero informati. Una guerra che ha fatto 600 mila morti sul fronte iraniano. Nel 1988 l’esercito USA abbatté un volo commerciale di Iran Air, causando 290 vittime civili; non furono mai presentare le benché minime scuse. E cosa dire della stupidità delle pesantissime sanzioni per il nucleare? Stati Uniti e Israele affermano che Teheran prosegue il programma atomico dello scià. Ma i documenti più recenti, resi pubblici da Benjamin Netanyahu, dimostrano che si tratta di un’estrapolazione. I Guardiani della Rivoluzione stavano cercando solo di costruire un generatore di onde d’urto [14], che certo potrebbe servire a costruire una bomba, ma che di per sé non è un’arma di distruzione di massa.
È in questo contesto che l’Iran ha annunciato di non rispettare più una clausola dell’accordo sul nucleare (JCPOA), come del resto prevede lo stesso trattato qualora una delle due parti – in questo caso gli Stati Uniti – non rispetti gli obblighi. Teheran ha inoltre concesso due mesi di tempo all’Unione Europea per decidere se intende o no rispettare i propri impegni. Da ultimo, un’agenzia dell’intelligence USA ha lanciato un allarme, sostenendo che una nota della Guida Suprema, ayatollah Ali Khamenei, fa supporre siano in preparazione attentati contro diplomatici USA a Erbil e a Bagdad.
In risposta,
- 1. Washington ha inviato nel Golfo la squadra militare navale dell’USS Abraham Lincoln e ha ritirato dall’Iraq il personale diplomatico non indispensabile.
- 2. L’Arabia Saudita, che accusa Teheran di aver sabotato i propri impianti petroliferi, esorta Washington ad attaccare l’Iran. Il Bahrein ha chiesto ai propri cittadini di lasciare immediatamente Iran e Iraq. ExxonMobil ha richiamato il proprio personale dal sito iracheno di West Qurna 1.
- 3. Il comandante del CentCom, generale Kenneth McKenzie Jr, ha chiesto rinforzi.
- 4. Il New York Times ha rivelato un piano d’invasione dell’Iran con 120 mila soldati statunitensi, immediatamente smentito da Trump, che ha invitato Teheran alla discussione.
Tutto questo non è molto serio.
Contrariamente alle valutazioni della stampa:
- 1. Il rapporto dell’intelligence USA su un possibile attacco a diplomatici si fonda su una nota della Guida, Ali Khamenei. Gli analisti però concordano sulla possibilità di una diversa interpretazione del documento [15].
- 2. La squadra navale USA non è andata nel Golfo per minacciare l’Iran. Era previsto da tempo che vi si recasse per testare il sistema antimissili navali AEGIS. Una nave spagnola, la fregata Méndez Núñez, che faceva parte del trasferimento, ha rifiutato di proseguire la missione per non essere coinvolta in questo pasticcio. Non ha passato lo stretto d’Ormuz ed è rimasta in quello di Bab el Mandeb [16].
- 3. Il ritiro del personale diplomatico dall’Iraq rientra nel movimento di brusco ritiro del personale diplomatico dall’Afghanistan di marzo e aprile scorsi [17]. Questa riorganizzazione delle sedi diplomatiche non è foriera di guerra, è stata al contrario concordata con la Russia.
- 4. Tanto più che, senza il sostegno delle milizie irachene pro-Iran, gli Stati Uniti perderebbero il loro puntello in questo Paese.
Disgraziatamente, il governo iraniano rifiuta qualunque contatto con il presidente Trump e la sua amministrazione. È bene ricordare che l’allora parlamentare iraniano Hassan Rohani fu il primo contatto degli Occidentali nell’affare Iran-Contras. Rohani conosce personalmente Elliott Abrams. Mise in relazione lo Stato Profondo USA e l’ayatollah Achemi Rafsandjani che, grazie a questo traffico d’armi, divenne il miliardario più ricco d’Iran. È grazie ai servizi resi da Rohani che gli Stati Uniti favorirono la sua vittoria su Mahmoud Ahamadinejad, cui fu impedito di candidarsi alle elezioni e i cui principali collaboratori sono oggi in prigione. A torto o a ragione, Rohani ritiene che il ritiro di Trump dall’accordo sul nucleare miri a sfruttare il malcontento popolare, manifestato a dicembre 2017, per rovesciarlo. Insiste anche a ritenere che l’Unione Europea gli sia favorevole, benché il Trattato di Maastricht, nonché i successivi, impediscano a Bruxelles di sganciarsi dalla NATO. Dal suo punto di vista, risponde alla logica aver respinto per due volte l’invito di Trump a trattare e aspettare il rientro dei globalisti alla Casa Bianca.
Naturalmente, con un casting così mediocre non si può escludere che la messinscena sfugga al controllo e provochi una guerra, anche se Casa Bianca e Cremlino in realtà si parlano. Né il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, né l’omologo russo, Sergueï Lavrov, desiderano lasciarsi travolgere da questo ingranaggio.

[1] “Gli Stati Uniti si riformeranno o si lacereranno?”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 26 ottobre 2016.
[2] « Lockerbie : vers une réouverture de l’enquête », Réseau Voltaire, 29 août 2005. “L’AFP riscrive il caso Lockerbie”, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 28 maggio 2012.
[3] «Listes des passagers et membres d’équipage des quatre avions détournés le 11 septembre 2001», Réseau Voltaire, 12 septembre 2001.
[4] The American Deep State: Big Money, Big Oil, and the Struggle for U.S. Democracy, Peter Dale Scott, Rowman & Littlefield (2017). Version française : L’État profond américain : La finance, le pétrole et la guerre perpétuelle, Demi-Lune, 2019.
[5] “Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 agosto 2017.
[6] Report On The Investigation Into Russian Interference In The 2016 Presidential Election, Special Counsel Robert S. Mueller III, March 2019.
[7] « Elliott Abrams, le “gladiateur” converti à la “théopolitique” », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 14 février 2005.
[8] “Plan to overthrow the Venezuelan Dictatorship – “Masterstroke””, Admiral Kurt W. Tidd, Voltaire Network, 23 February 2018.
[9] “Il “colpo da maestro” degli Stati Uniti contro il Venezuela”, di Stella Calloni, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 13 maggio 2018.
[10] #Trump desbloquea Venezuela, Gabinete de Ministros de Venezuela, 2019.
[11] “L’ONU fatto a pezzi dall’“eccezionalismo” statunitense”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 2 aprile 2019.
[12] “White House Reviews Military Plans Against Iran, in Echoes of Iraq War”, Eric Schmitt and Julian E. Barnes, New York Times, May 13, 2009. “Trump, frustrated by advisers, is not convinced the time is right to attack Iran”, John Hudson & Shane Harris & Josh Dawsey & Anne Gearan, Washington Post, May 15, 2019.
[13] The Great Famine and Genocide in Persia, 1917–1919, Majd, Mohammad Gholi, University Press of America (2003).
[14] Shock Wave Generator for Iran’s Nuclear Weapons Program: More than a Feasibility Study David Albright & Olli Heinonen, Fondation for the Defense of Democracies, May 7, 2019. (PDF – 4.3 Mo)
[15] “Intelligence Suggests U.S., Iran Misread Each Other, Stoking Tensions”, Warren P. Strobel & Nancy A. Youssef & Vivian Salama, The Wall Street Journal, May 16, 2019.
[16] «España retira la fragata ‘Méndez Núñez’ del grupo de combate de EE UU en el golfo Pérsico», Miguel González, El País, 14 de Mayo de 2019.
[17] “Beijing, Mosca e Washington di accordano in segreto sull’Afghanistan”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 27 aprile 2019.

Napoli condanna l’ennesimo tentativo di golpe in Venezuela!

L’Assemblea di Solidarietà con il Venezuela Bolivariano a Napoli condanna il tentativo di colpo di stato contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela!
Il movimento di solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana nella Città di Napoli, così come l’insieme delle associazioni, degli attivisti e degli intellettuali raccolti nella Assemblea di Solidarietà con il Venezuela Bolivariano, Condannano il tentativo di colpo di stato perpetrato contro questo Paese libero, sovrano e indipendente, contro il suo Presidente legittimo Nicolás Maduro e contro le continue proposte di dialogo e i reiterati sforzi per la pace che il popolo venezuelano ha avanzato.

Denunciamo la autoproclamazione, completamente antidemocratica e anticostituzionale, del
deputato Juan Guaidó, che si è messo a capo di queste manifestazioni violente, sotto la esplicita e
dichiarata manipolazione da parte dell’imperialismo nord-americano.

Esigiamo che sia rispettata la volontà del popolo del Venezuela e la sua libertà a decidere del suo
futuro e per la risoluzione delle questioni interne venezuelane.
Basta ingerenze nella Terra di Bolívar!
Rispetto per la Carta Magna!
Condanniamo l’uso della violenza, la chiamata alla sollevazione armata e all’attentato contro la
democrazia.
Denunciamo la manipolazione mediatica imperialista e le menzogne diffamatorie sulla Forza
Armata Venezuelana, che ha già dato prova di pieno appoggio al popolo e al Presidente Nicolás
Maduro.
Esigiamo che la Unione Europea mantenga una posizione di rispetto e di non intervento di fronte
alla situazione attuale nella Repubblica Bolivariana del Venezuela.
Riaffermiamo ora più che mai la nostra piena solidarietà e il nostro totale appoggio al popolo del
Venezuela, al Presidente Nicolás Maduro e al lascito del Comandante Hugo Chávez.

Preso da: https://albainformazione.com/2019/05/03/21351/

Menzogne dei fake media sul Venezuela mentre occultano che in Colombia sono morti 700 leader sociali nel 2018

Mentre i fake media continuano a strepitare su presunte violazioni dei diritti umani in Venezuela con l’obiettivo di tirare la volata alla prossima guerra per spoliare una nazione dei propri beni, nell’assordante silenzio degli stessi continua il massacro dei leader sociali in Colombia. Quello stesso paese che gli Stati Uniti hanno scelto come operativa per le azioni di golpismo contro il Venezuela bolivariano.
Menzogne dei fake media sul Venezuela mentre occultano che in Colombia sono morti 700 leader sociali nel 2018
Quasi 700 leader sociali sono stati uccisi in Colombia nel 2018, secondo il Centro l’Investigazione e l’Educazione Popolare (Cinep).

La cifra rivelata dall’agenzia è di 648 persone, che fanno parte delle 2.252 vittime di alcuni tipi di violazioni dei diritti umani.

Secondo il rapporto “Violenza camuffata.

 

 

La base sociale a rischio”, oltre agli omicidi, sono stati registrati, tra gli altri reati, 1.151 casi di minacce di morte, 304 feriti fisici, 48 attacchi, 22 sparizioni e 3 aggressioni sessuali.
A sua volta, la più grande violazione dei diritti umani finora avvenuta nel 2019 si è verificata nel dipartimento della Valle del Cauca (sud-ovest), con 224 vittime, seguita da Cauca (sud-ovest), con 182 e Santander (nord-est), con 180 casi.

“Il principale metodo di vittimizzazione è stata la minaccia, con 122 vittime a Valle del Cauca e 117 a Cauca”, ha aggiunto il rapporto.

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-menzogne_dei_fake_media_sul_venezuela_mentre_occultano_che_in_colombia_sono_morti_700_leader_sociali_nel_2018/5694_28362/

Prove di guerra: sventato dalla Russia il golpe in Venezuela

2/5/19
La spallata finale di Juan Guaidó non c’è stata, la rivolta non è andata oltre qualche immagine sui social. Nicólas Maduro è ancora al potere, appoggiato dalla gran parte delle forze armate. A poche ore dall’annuncio della sua liberazione dai domiciliari, scrive Rocco Cotroneo sul “Corriere della Sera”, il leader oppositore Leopoldo López è dovuto correre a rinchiudersi nuovamente, stavolta nell’ambasciata spagnola con moglie e figlia, per evitare la quasi certa vendetta del chavismo. Intanto a Caracas si sono verificati nuovi scontri tra manifestanti e la Guardia Nazionale Bolivariana, mentre sono in corso le marce contrarie di sostenitori di Maduro e oppositori. Anche per Guaidó non sono ore tranquille, aggiunge il “Corriere”: l’autoproclamato presidente ad interim potrebbe essere arrestato in qualsiasi momento, e vive in una sorta di semiclandestinità. Ma perché la giornata della rivolta finale (o del golpe, secondo il regime) si è afflosciata nel giro di poche ore? Chi ha sbagliato? O meglio: come ha fatto Maduro a liquidare la questione senza nemmeno aver bisogno di una forte repressione? Se fossero vere le parole di John Bolton, il consigliere per la Sicurezza Nazionale Usa, ci troveremmo di fronte ad una vera e propria stangata ai danni di Guaidó. «C’era un accordo dietro le quinte», ha detto Bolton: «Alcuni uomini chiave del regime avrebbero dovuto disertare, spianando la strada alla caduta di Maduro».
Il ministro degli esteri russo Sergej LavrovParole rafforzate dalla ricostruzione dei fatti (anch’essa da prendere con le pinze) del segretario di Stato Mike Pompeo: «Maduro era pronto a salire su un aereo, per scappare a Cuba. Poi è stato fermato dai russi». Secondo Cotroneo siamo di fronte «a uno scenario da post guerra fredda, in grado di far impallidire quella vera, con tutto il contorno dei film di spionaggio». Se così fosse, prosegue il giornalista del “Corriere”, gli Usa avrebbero erroneamente dato il via libera all’operazione finale di Guaidó e López, fornendo loro però informazioni fasulle: non esisteva uno scenario di deposizione di Maduro all’interno del regime stesso. E alla “fregatura” avrebbero partecipato attivamente uomini di Mosca. I militari venezuelani infatti non si sono spaccati, tranne poche diserzioni di soldati semplici. «Il quadro del fallimento era già chiaro nel primo pomeriggio ora di Caracas, a otto ore dall’inizio dell’operazione. A quel punto – e Maduro non era nemmeno apparso in pubblico – López aveva già deciso di chiedere aiuto diplomatico (prima al Cile, infine alla Spagna) e una ventina di militari ribelli avevano fatto lo stesso con il Brasile».

VenezuelaNon secondaria, infine, la mancata risposta della piazza, osserva il “Corriere”: «C’erano poche migliaia di manifestanti nelle strade, i venezuelani sono esausti. Fine della sfida». Non per questo, però, gli Usa molleranno la presa sul Venezuela: la decisione dell’amministrazione Trump di non desistere dalla partita venezuelana resta chiara. «Pur preferendo una transizione democratica, l’opzione militare resta in piedi», ha insistito  Pompeo. È stato un fallimento o una prova generale? Se lo domanda, sul suo blog, un analista geopolitico come Gennaro Carotenuto: «Intorno all’autoproclamato Juan Guaidó – scrive – è come se si svolgessero da mesi dei ripetuti “stress test”, dove quello che non si vede è ben maggiore di quello che è visibile in superficie. Se così non fosse, a cento giorni di distanza dalla giocata, vorrebbe dire che davvero l’opposizione non abbia la forza né politica né militare per rovesciare il governo di Nicolás Maduro». Quello di martedì 30 aprile «è stato uno stress test sull’esercito per vedere, come già a Cúcuta a fine febbraio, se c’è un punto d’inflessione oltre il quale un numero decisivo di esponenti degli stati maggiori possano rivoltarsi, giocando con una guerra civile dietro l’angolo».
GuaidòSecondo Carotenuto, è stato uno stress test anche per la società civile, che è servito – come per i blackout di marzo – a misurare chi scende in piazza, e chi tra i leader dell’opposizione è coerente e accetta l’attuale leadership, che ora sembra «tornata ufficialmente a Leopoldo López, al quale Guaidó scaldava il posto». Aggiunge Carotenuto: il “golpetto” di fine aprile è piaciuto «alla parte destra dell’opposizione», pronta alla violenza. Ma gli scontri sono spenti velocemente, come già nel 2014 e nel 2017: «Ancora una volta – per fortuna – la società civile, chavista e anti-chavista, polarizzata quanto si vuole, si è tenuta lontana dalla violenza». Ogni attore ha la sua agenda, scrive Carotenuto. Ma di agende, in Venezuela, sembrano essercene troppe, in queste ore: da una parte gli Usa, la Colombia e il Brasile, dall’altra Cuba, la Russia e la Cina. L’Europa? Pressoché assente. «L’unica soluzione non drammatica e non violenta, in Venezuela, l’aveva sfiorata Zapatero col tavolo fatto inopinatamente saltare ad accordo fatto, prima delle presidenziali di maggio 2018. Tanto c’è Maduro, al quale si possono dare tutte le colpe».
Il mondo, riassume Carotenuto, ha guardato per 24 ore al Venezuela per la diserzione di una trentina di soldati di grado medio, con alla testa un solo generale di peso, Manuel Ricardo Figueroa, subito rimosso. E tutto soltanto per liberare Leopoldo López dai domiciliari? Troppo poco per essere vero: «Il senatore Marco Rubio, già protagonista del disastro di febbraio a Cúcuta, per giorni ha chiamato le Forze Armate Nazionali Bolivariane, Fanb, al golpe. Lo ha fatto con un discorso a metà strada tra l’invito, la minaccia e la promessa. Invito a restaurare la democrazia, minaccia di far passare l’esercito a essere parte del problema in caso di intervento esterno, promessa di prebende infinite e amnistia tombale in caso di golpe». Il problema, aggiunge Carotenuto, è che minacce e promesse non possono ripetersi all’infinito: «A Cúcuta, le poche decine di militari che disertarono, lamentarono che Marco Rubio in persona avesse promesso loro 20.000 dollari a testa. Ovviamente mai visti». La realtà è che gli Usa non sono affatto onnipotenti, come spesso vengono rappresentati (da amici e nemici). Cose simili a quelle di Rubio le ha dette il “miles gloriosus” Mike Pompeo, «sempre con la mano alla pistola», e così John Bolton e lo stesso Elliott Abrams, «il più sinistro dei personaggi coinvolti, conclamato terrorista di Stato, massacratore delle guerre in Centroamerica, che ha sostenuto che i presunti militari golpisti avrebbero a un certo punto spento i cellulari».
Leopoldo LopezCertamente a Pompeo, Bolton e Abrams «la soluzione militare piace», ma – di fronte alla fallito golpe – non sanno più cosa tentare, sostiene Carotenuto, secondo cui si sta ripetendo la stessa situazione di Cúcuta, «altro stress test», quando si scomodò il vice del presidente brasiliano Jair Bolsonaro, il generale Hamilton Mourão, per chiarire oltre ogni ragionevole dubbio che il Brasile non accetta interventi esterni. Non saranno né statunitensi né colombiani a intervenire in quello che Brasilia considera il proprio spazio strategico amazzonico. «Diverso è solo il caso dei 5.000 mercenari che Blackwater avrebbe reclutato, pagati da prominenti multimilionari venezuelani, sui quali molto ha scritto la “Reuters”». I mercenari «potrebbero infiltrarsi in mille modi e commettere le più odiose delle azioni terroristiche, sabotaggi, assassinii». Aggiunge Carotenuto: «Se c’è qualche liberaldemocratico che, pur di liberarsi di Chávez, fa il tifo perfino per i tagliagole che già agirono in Iraq, alzo le mani». E’ grave che ora i disertori avessero alla loro testa Manuel Ricardo Figueroa, il capo del Sebin (i servizi venezuelani). Doveva essere un’azione suicida, oppure la partita è davvero sul terreno militare come in Cile nel 1973? Altra domanda: la liberazione di Leopoldo López è servita più che altro a tamponare il declino dell’insignificante leadership di Guaidó?
Carotenuto ricorda che, durante il fallito colpo di Stato del 2002, proprio López condusse l’assalto all’ambasciata di Cuba. «Da allora dosa il ruolo di oppositore tra violenza e politica, contando sulla connivenza dei media che continuano a rappresentarlo come una specie di John Kennedy caraibico e di perseguitato politico. Pensa di essere più utile dall’estero che ai domiciliari?». E Guaidó? Adesso chiama a uno sciopero generale, ma scaglionato: «Tutt’altro che la spallata finale a un regime descritto nuovamente sul predellino dell’aereo che deve portarlo in esilio». Può Maduro fare ancora finta di niente o si caricherà del costo politico di arrestarlo, con la grande stampa internazionale pronta a considerare Guaidó un martire? «In vent’anni di rivoluzione bolivariana, con una buona dozzina di crisi maggiori, abbiamo visto che sul breve termine l’opposizione ha grande capacità di convocazione, ma col passare delle settimane sono i chavisti quelli che restano in piazza a difendere quello che continuano a considerare il governo popolare e il mandato di quello che è stato il più popolare e amato leader latinoamericano degli ultimi decenni». Anche stvolta i chavisti stanno dimostrando compattezza, scendendo in piazza in numeri almeno comparabili a quelli dell’opposizione. «Il golpetto di Caracas lascia più domande che risposte – conclude Carotenuto – ma che i chavisti esistano e continuino e continueranno a resistere è una delle poche certezze che questi tre mesi ci hanno donato».

Preso da: http://www.libreidee.org/2019/05/prove-di-guerra-sventato-dalla-russia-il-golpe-in-venezuela/

La strategia del caos guidato

Come un rullo compressore, Stati Uniti e Nato estendono al mondo la strategia Rumsfeld/Cebrowski di demolizione delle strutture statali dei Paesi non integrati nella globalizzazione economica. Per farlo strumentalizzano gli europei, convincendoli dell’esistenza una presunta “minaccia russa” e rischiando di scatenare una guerra generale.

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Il presidente rumeno Klaus Iohannis dichiara aperte le manovre NATO “Scudo del mare 2019”.

Tutti contro tutti: è l’immagine mediatica del caos che si allarga a macchia l’olio sulla sponda sud del Mediterraneo, dalla Libia alla Siria. Una situazione di fronte alla quale perfino Washington sembra impotente. In realtà Washington non è l’apprendista stregone incapace di controllare le forze messe in moto. È il centro motore di una strategia – quella del caos – che, demolendo interi Stati, provoca una reazione a catena di conflitti da utilizzare secondo l’antico metodo del «divide et impera».
Usciti vincitori dalla guerra fredda nel 1991, gli Usa si sono autonominati «il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali», proponendosi di «impedire che qualsiasi potenza ostile domini una regione – l’Europa Occidentale, l’Asia Orientale, il territorio dell’ex Unione Sovietica e l’Asia Sud-Occidentale (il Medio Oriente) – le cui risorse sarebbero sufficienti a generare una potenza globale» [1]. Da allora gli Stati uniti l’Alleanza atlantica sotto loro comando hanno frammentato o demolito con la guerra, uno dopo l’altro, gli Stati ritenuti di ostacolo al piano di dominio globale – Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria e altri – mentre altri ancora (tra cui l’Iran e il Venezuela) sono nel mirino.
Nella stessa strategia rientra il colpo di stato in Ucraina sotto regia Usa/Nato, al fine di provocare in Europa una nuova guerra fredda per isolare la Russia e rafforzare l’influenza degli Stati uniti in Europa. Mentre si concentra l’attenzione politico-mediatica sul conflitto in Libia, si lascia in ombra lo scenario sempre più minaccioso della escalation Nato contro la Russia. Il meeting dei 29 ministri degli Esteri, convocato il 4 aprile a Washington per celebrare i 70 anni della Nato, ha ribadito, senza alcuna prova, che «la Russia viola il Trattato Inf schierando in Europa nuovi missili a capacità nucleare». Una settimana dopo, l’11 aprile, la Nato ha annunciato che questa estate sarà effettuato «l’aggiornamento» del sistema Usa Aegis di «difesa missilistica» schierato a Deveselu in Romania, assicurando che ciò «non fornirà alcuna capacità offensiva al sistema». Tale sistema, installato in Romania e Polonia, e a bordo di navi, può invece lanciare non solo missili intercettori ma anche missili nucleari.
Mosca ha avvertito che, se gli Usa schiereranno in Europa missili nucleari, la Russia schiererà sul proprio territorio analoghi missili puntati sulle basi europee. Aumenta di conseguenza la spesa Nato per la «difesa»: i bilanci militari degli alleati europei e del Canada cresceranno nel 2020 di 100 miliardi di dollari. I ministri degli Esteri Nato, riuniti a Washington il 4 aprile, si sono impegnati in particolare ad «affrontare le azioni aggressive della Russia nella regione del Mar Nero», stabilendo «nuove misure di appoggio ai nostri stretti partner, Georgia e Ucraina».
Il giorno dopo, decine di navi e cacciabombardieri di Stati uniti, Canada, Grecia, Olanda, Turchia, Romania e Bulgaria hanno iniziato nel Mar Nero una esercitazione Nato – tuttora in corso – di guerra aeronavale a ridosso delle acque territoriali russe, servendosi dei porti di Odessa (Ucraina) e Poti (Georgia).
Contemporaneamente oltre 50 cacciabombardieri di Stati uniti, Germania, Gran Bretagna, Francia e Olanda, decollando da un aeroporto olandese e riforniti in volo, si esercitavano a «missioni aeree offensive di attacco a obiettivi su terra o in mare». Cacciabombardieri Eurofighter italiani saranno invece inviati dalla Nato a pattugliare di nuovo la regione baltica contro la «minaccia» degli aerei russi.
La corda è sempre più tesa e può rompersi (o essere rotta) in qualsiasi momento, trascinandoci in un caos ben più pericoloso di quello libico.

Ex agente CIA rivela come gli ‘studenti’ venezuelani vengono addestrati al golpe

Sabina Becker
News of the Restless
mar, 25 mar 2014 07:32 UTC
Raúl Capote

© Revista Chávez Vive
Raúl Capote

Chi è quest’uomo e perché la CIA lo teme? Pensavano che fosse uno dei loro, e poi si scopre che è proprio il contrario. E ora sta rivelando tutto. Continuate a leggere:

Raúl Capote è un cubano. Ma non un cubano qualsiasi. In gioventù, è stato raggiunto dalla Central Intelligence Agency (CIA) degli Stati Uniti. Gli hanno offerto un’infinita quantità di denaro per cospirare contro Cuba. Ma poi è successo qualcosa di inaspettato per gli Stati Uniti. Capote, in realtà, lavorava per la sicurezza nazionale cubana. Da quel momento in poi, servì come doppio agente. Scoprite la sua storia, attraverso un’intervista esclusiva con Chávez Vive, che ha rilasciata all’Avana:

Domanda: In che modo sei stato coinvolto in queste attività?

È cominciato con un processo di molti anni, diversi anni di preparazione e di acquisizione. Ero a capo di un movimento studentesco cubano che, a quel tempo, diede origine ad un’organizzazione, l’Associazione Culturale dei Fratelli Saiz, un gruppo di giovani creatori, pittori, scrittori, artisti. Ho lavorato in una città della Cuba centro-meridionale, Cienfuegos, che aveva caratteristiche di grande interesse per il nemico, perché era una città in cui all’epoca si stava costruendo un importante polo industriale. Stavano costruendo un centro elettrico, l’unico a Cuba, e c’erano molti giovani che vi lavoravano. Per questo motivo, era anche una città che aveva molti giovani ingegneri laureatisi in Unione Sovietica. Stiamo parlando degli ultimi anni ’80, quando c’era quel processo chiamato Perestroika. E molti ingegneri cubani, che arrivarono a Cuba in quel periodo, si laurearono da lì, erano considerati persone che erano arrivate con quell’idea di Perestroika. Per questo motivo, era un territorio interessante, dove c’erano molti giovani. E il fatto che io fossi un leader giovanile di un’organizzazione culturale, che si occupava di un importante settore degli ingegneri interessati alle arti, divenne di interesse per i nordamericani, che cominciarono a frequentare gli incontri a cui partecipammo. Non si sono mai identificati come nemici, o come funzionari della CIA.

D: Si presentavano in molti, o era sempre la stessa persona?

Diversi. Non si sono mai presentati come funzionari della CIA, né come persone che erano venute a causare problemi o altro.

D: E chi credi che fossero?

Si presentavano come persone che venivano ad aiutare noi e il nostro progetto, e che avevano la capacità di finanziarlo. Che avevano la possibilità di realizzarlo. La proposta, in quanto tale, suonava interessante perché, ok, un progetto nel mondo letterario richiede che tu conosca un editore, che tu abbia relazioni editoriali. È un mercato molto complesso. E sono venuti a nome degli editori. Quello che è successo è che, durante il processo di contatto con noi, quello che volevano veramente è diventato abbastanza evidente. Perché una volta che hanno preso contatto, una volta che hanno iniziato a frequentare i nostri incontri, una volta che hanno iniziato a promettere finanziamenti, sono arrivate le condizioni per essere finanziati.

D: Quali condizioni hanno richiesto?

Ci hanno detto: Abbiamo la capacità di mettere i mercati a vostra disposizione, di mettervi sui mercati dell’editoria o arte o film o altro, ma abbiamo bisogno della verità, perché quello che vendiamo sul mercato è l’immagine di Cuba. L’immagine di Cuba deve essere realistica, di difficoltà, di quello che sta succedendo nel paese. Vogliono insultare la realtà di Cuba. Quello che chiedevano è di criticare la rivoluzione, basata su linee di propaganda anti cubana, che loro hanno fornito.

D: Quanto era grande il portafoglio di queste persone?

Sono venuti con una quantità infinita di denaro, perché la fonte del denaro, ovviamente, abbiamo scoperto nel tempo da dove proveniva. Per esempio, c’era USAID, che era il grande fornitore, l’appaltatore generale di questo bilancio, che convogliava il denaro attraverso le ONG, molte delle quali inventate proprio per Cuba. Erano ONG che non esistevano, create esclusivamente per questo tipo di lavoro a Cuba, e stiamo parlando di migliaia e migliaia di dollari. Non lavoravano con piccoli budget. Per fare un esempio, un tempo mi hanno offerto diecimila dollari, solo per includere elementi di propaganda anti cubana, nel romanzo che stavo scrivendo.

D: Di che anni stiamo parlando?

Attorno al 1988-89.

D: Quante persone avrebbero potuto essere contattate da queste persone, o catturate?

In realtà, il loro successo non durò a lungo, perché a Cuba c’era una cultura di confronto totale con questo tipo di cose, e la gente sapeva molto bene che c’era qualcosa dietro quella storia di loro che volevano “aiutarci”. Non era niente di nuovo nella storia del paese e, per questo motivo, è stato molto difficile per loro arrivare dove eravamo. In un determinato momento, intorno al 1992, abbiamo tenuto una riunione, tutti i membri dell’organizzazione, e abbiamo deciso di espellerli. Non potevano più partecipare alle nostre riunioni. Abbiamo allontanato quelle persone, che stavano già arrivando con proposte concrete, assieme ai loro aiuti economici condizionati che ci proponevano. Quello che è successo è che al momento abbiamo fatto questo, e li abbiamo respinti, li abbiamo espulsi dalla sede dell’associazione, ma poi hanno iniziato a focalizzarsi. Hanno cominciato a visitare me, in particolare, e anche altri compagni, i giovani. Con alcuni di loro ci sono riusciti, o dovrei dire, sono riusciti a far uscire anche alcuni di loro dal paese.

D: Che tipo di profilo cercavano, più o meno, se qualche tipo di profilo può essere specificato?

Volevano, soprattutto in quel momento, presentare Cuba come una terra nel caos. Che il socialismo a Cuba non era riuscito a soddisfare i bisogni della popolazione, e che Cuba era un paese che il socialismo era approdato in assoluta povertà, e che, come modello, non piaceva a nessuno. Questa era la chiave di ciò che stavano perseguendo, soprattutto in quel momento.

D: Per quanto tempo sei stato un agente della CIA?

Siamo stati coinvolti in questa storia fino al 1994. Perché nel 1994 sono andato all’Avana, sono tornato nella capitale e qui, nella capitale, ho iniziato a lavorare per l’Unione dei lavoratori culturali, un sindacato che rappresentava gli operatori culturali della capitale, e sono diventato ancora più interessante per loro, perché sono arrivato a dirigere – da capo di un’organizzazione giovanile con 4.000 iscritti, a dirigere un sindacato con 40.000 iscritti, proprio all’Avana. E poi, diventa molto più interessante. I contatti sono seguiti. In quel periodo apparve una professoressa di una nuova università che giunse con la missione di dare il via alla produzione della mia opera letteraria, di diventare la mia rappresentante, di organizzare eventi.

D: Puoi dirci il suo nome?

No, perché hanno usato uno pseudonimo. Non hanno mai usato nomi veri. E quel tipo di lavoro, che mi promuoveva come scrittore, era quello a cui erano molto interessati, perché volevano convertirmi in una personalità in quel mondo. Promuovermi ora, e compromettermi con loro in modo indiretto. E poi, nel 2004, è arrivata all’Avana una persona molto conosciuta in Venezuela, Kelly Keiderling. Kelly è venuta all’Avana per lavorare come capo dell’Ufficio Stampa e Cultura. Hanno organizzato un incontro. Hanno organizzato un cocktail party, e a quella festa ho incontrato 12 funzionari nordamericani, nordamericani ed europei. Non erano solo nordamericani. Tutte persone con esperienza, alcune anche all’interno dell’Unione Sovietica, altre che avevano partecipato alla formazione e alla preparazione del popolo jugoslavo, alle Rivoluzioni dei colori, ed erano molto interessate ad incontrarmi. Kelly mi è diventata molto vicina. Cominciò a prepararmi. Cominciò a istruirmi. Cominciai a ricevere da lei una formazione molto solida: La creazione di gruppi alternativi, gruppi indipendenti, l’organizzazione e la formazione di animatori giovanili, che non hanno partecipato ai lavori delle nostre istituzioni culturali. E questo è stato nel 2004-5. Kelly è praticamente scomparsa dalla scena nel 2005-2006. E quando ho iniziato a lavorare, mi ha messo in contatto diretto con i funzionari della CIA. Presumibilmente, ero già impegnata con loro, ero pronta per la prossima missione, e mi hanno messo in contatto con Renee Greenwald, un funzionario della CIA, che lavorava direttamente con me, e con un uomo di nome Mark Waterhein, che era, all’epoca, il capo del Progetto Cuba, della Fondazione Panamericana per lo Sviluppo.

Quest’uomo, Mark, oltre a dirigere il Progetto Cuba, aveva un legame diretto con Cuba, in termini di finanziamento del progetto antirivoluzionario, oltre ad essere coinvolto nel lavoro contro il Venezuela. Vale a dire, era un uomo che, insieme a gran parte del suo team di funzionari di quel famoso progetto, lavorava anche contro il Venezuela in quel momento. Erano strettamente connessi. A volte ci volle molto lavoro per capire chi stava lavorando con Cuba, e chi non lo era, perché molte volte si sono intrecciati. Per esempio, c’erano venezuelani che venivano a lavorare con me, che lavoravano a Washington, che erano subordinati della Fondazione Panamericana e della CIA, e sono venuti a Cuba per addestrare anche me e per portare provviste. Da lì nacque l’idea di creare una fondazione, un progetto chiamato Genesi.

La genesi è forse il modello, come idea, di molte delle cose che accadono oggi nel mondo, perché Genesi è un progetto rivolto ai giovani universitari di Cuba. Stavano facendo qualcosa di simile in Venezuela. Perché? L’idea era quella di convertire le università – che sono sempre state rivoluzionarie, che hanno prodotto rivoluzionari, da quelle da cui sono venuti molti dei rivoluzionari di entrambi i paesi – e convertirle in fabbriche per reazionari. Allora, come si fa? Facendo leader. Che cosa hanno cominciato a fare in Venezuela? Hanno inviato studenti in Jugoslavia, finanziati dall’Istituto Repubblicano Internazionale (IRI), finanziato dall’USAID e dall’Istituto Albert Einstein, e li hanno inviati, in gruppi di dieci, con i loro professori.

D: Ha i nomi dei venezuelani?

No, stiamo parlando di centinaia di persone inviate. Ho parlato con il professore, ho guardato un gruppo e ho seguito l’altro. Perché lavoravano a lungo termine. Lo stesso piano era in atto anche contro Cuba. Genesi ha promosso, con l’università, un piano di borse di studio per la formazione di studenti leader e professori cubani. Il piano era molto simile. Inoltre, nel 2003, hanno preparato qui, all’Avana, un corso nella Sezione di Interessi degli Stati Uniti, che si chiamava “Deporre un leader, deporre un dittatore”, che si basava sull’esperienza di OTPOR nel destituire Slobodan Milosevic dal potere. E questa era l’idea, all’interno dell’università cubana, di lavorare a lungo termine, perché questi progetti richiedono sempre molto tempo per ottenere un risultato. Per questo motivo, hanno iniziato presto anche in Venezuela. Credo anche io – non ho prove, ma credo che in Venezuela sia iniziato prima del governo Chávez, perché il piano di convertire le università latinoamericane, che sono sempre state fonti di processi rivoluzionari, in università reazionarie, è più vecchio del processo venezuelano [bolivariano], per invertire la situazione e creare una nuova destra.

D: La CIA lavorava solo a Caracas?

No, in tutto il Venezuela. In questo momento, Genesi ha un piano di borse di studio per creare leader a Cuba. Essi forniscono borse di studio agli studenti delle grandi università nordamericane, per formarli come leader, con tutte le spese pagate. Pagano i loro costi, forniscono borse di studio complete. Stiamo parlando del 2004-5 qui. Era molto ovvio. Poi, quei leader ad un certo punto ritornano all’università. Sono studenti. Vanno a finire la loro carriera. Quei leader, quando terminano la loro carriera studentesca, continuano a svolgere diversi lavori, con varie possibilità, come ingegneri, come laureati in diversi settori della società cubana, ma ce ne sono altri che continuano a preparare costantemente altri leader all’interno dell’università. Una delle missioni più importanti dei dirigenti universitari è stata quella di occupare la leadership delle principali organizzazioni giovanili dell’università. Nel caso di Cuba, stiamo parlando dell’Unione della Gioventù Comunista e della Federazione degli Studenti Universitari. Cioè, non si trattava di creare gruppi paralleli a quel tempo, ma di diventare i leader delle organizzazioni già esistenti a Cuba. Inoltre, per formare un gruppo di leader nelle strategie del colpo di stato “morbido”. Cioè, formare persone al momento opportuno per iniziare le famose “rivoluzioni colorate” o “guerre non violente”, che, come ben sapete, non hanno nulla a che fare con la non violenza.

D: Cosa stavano cercando in un professore, per catturare il loro interesse?

I professori sono molto semplici. Identificare i professori universitari scontenti con le istituzioni, persone frustrate, perché ritenevano che l’istituzione non garantiva loro nulla, o non riconosceva i loro meriti. Se erano più anziani, ancora meglio. Non hanno mai fatto differenze però. Cerca le persone anziane, così puoi sceglierle. Se invii un piano di borse di studio, o lo invii e, prima di tutto, gli fai ricevere un invito a partecipare ad un grande congresso internazionale di una certa scienza, e poi ti saranno eternamente grati, perché sei stato tu a scoprire il loro talento, che non è mai stato riconosciuto dall’università. Allora quell’uomo che hai mandato a studiare all’estero, se sei della sua università, e lo fai partecipare ad un grande evento, e gli pubblichi le sue opere, e gli costruisci un curriculum. Quando quella persona torna a Cuba, torna con un curriculum enorme, perché ha partecipato ad un evento scientifico di primo ordine, ha superato i corsi delle grandi università, e il suo curriculum arriva fino alle stelle, allora l’influenza che potrebbe avere nell’università sarà maggiore, perché potrebbe essere riconosciuto come una figura di spicco nella sua specialità, anche se in pratica potrebbe essere un ignorante qualunque.

D: Quanto erano efficaci questi adescamenti, il genere di missioni che sono venuti a compiere quaggiù?

Nel caso di Cuba, non hanno ottenuto grandi risultati. In primo luogo, perché c’era una ragione più importante, perché ero io quello che dirigeva il progetto e, in realtà, non ero un agente della CIA, ero un agente della sicurezza cubana, e così, l’intero progetto è passato attraverso le mie mani, e loro pensavano che sarei stato io quello che l’avrebbe eseguito. E il piano passava sempre attraverso il lavoro che ero in grado di fare, e quello che facevamo era rallentarlo il più possibile, sapendo subito cosa era stato pianificato. Ma basti pensare che, come obiettivo del loro piano, stavano calcolando il momento in cui le figure storiche della Rivoluzione sarebbero scomparse. Stavano pensando ad un mandato di cinque o dieci anni, in cui Fidel sarebbe scomparso dalla scena politica, compreso Raúl e i leader storici della nazione. Questo era il momento che stavano aspettando, e quando ciò avvenne, io dovevo lasciare l’università, con tutto il sostegno della stampa internazionale e delle ONG, dell’USAID e di tutte le persone che lavoravano intorno al denaro della CIA, e che sarebbe nata un’organizzazione che si sarebbe presentata alla luce del pubblico, come alternativa a ciò che la Rivoluzione stava facendo. Questo è quello che sarebbe successo con la Fondazione Genesi per la Libertà.

D: Cos’è questa Fondazione?

La Genesis Foundation for Freedom doveva avere un percorso, apparentemente rivoluzionario, ma l’idea era quella di confondere il popolo. L’idea era di dire di essere rivoluzionari, che quello che volevano era fare cambiamenti nel governo, ma, quando si tratta di pratica, quando si arriva all’essenza del progetto, quando ci si chiede “Qual è il progetto” il discorso era, e il progetto era, esattamente lo stesso di quello della tradizionale destra. Perché i cambiamenti che hanno promosso sono stati gli stessi che la destra, da molto tempo, promuove nel paese. In pratica, hanno quasi avuto la loro grande opportunità, secondo i loro criteri, nel 2006, quando è apparsa in televisione la notizia che Fidel, per motivi di salute, si stava ritirando dalle sue responsabilità governative, e hanno sempre detto che la Rivoluzione Cubana sarebbe morta quando Fidel fosse morto. Poiché la Rivoluzione era Fidel, e il giorno in cui Fidel non ci fosse stato più, morendo o lasciando il governo, il giorno dopo la Rivoluzione sarebbe caduta. E hanno calcolato che ci sarebbero stati scontri interni, che ci sarebbe stato malcontento con questo o quello. Calcoli che non so da dove li hanno presi, ma ci hanno creduto. E in quel momento credevano che fosse giunto il momento di agire.

D: Parliamo del 2006. Qual era il piano?

Mi hanno chiamato automaticamente. Ci siamo conosciuti, io e il capo della CIA, qui all’Avana. Anche i funzionari diplomatici si sono presentati, e uno di loro mi ha detto che stavamo per organizzare una provocazione. Organizzeremo una rivolta popolare in un quartiere centrale dell’Avana. Ci sarà una persona che inizierà a protestare in nome della democrazia, e eseguiremo un gruppo di provocazioni, in luoghi diversi, in modo tale che le forze di sicurezza cubane saranno costrette ad agire contro queste persone, e più tardi inizieremo una grande campagna stampa e inizieremo a spiegare come tutto questo funzionerà. La parte interessante di tutto ciò, che ha attirato la mia attenzione, è stata questa: Come era possibile che un funzionario della Sezione di Interessi degli Stati Uniti potesse avere il potere di rivolgersi ai principali media, e che quelle persone obbedirebbero con tale servilismo? Si trattava davvero di attirare l’attenzione. L’idea era – e gliel’ho anche detto – che quello che mi state dicendo è semplicemente folle. Quest’uomo che mi hai menzionato, chiamato Alci Ferrer – il ragazzo che hanno scelto, un giovane agente, un medico – lo hanno scelto per essere il capofila della rivolta. Ho detto loro che quel tizio non avrebbe fatto muovere nessuno. Nessuno si alzerà nel centro dell’Avana. La data scelta non era altro che il compleanno di Fidel! E io dissi: “Guarda, amico, se quell’uomo, in quel giorno, decide di andare a fare proclami, o di iniziare una sorta di rivolta nel bel mezzo dell’Avana, la gente risponderà duramente. È anche possibile che possano ucciderlo. Perché, come hai potuto metterlo in un umile quartiere operaio per iniziare quelle cose, la gente del posto….E mi ha detto, al massimo, la cosa migliore che potesse accadere per noi è se uccidono quell’uomo, sarebbe perfetto, e mi hanno spiegato cosa sarebbe successo. Tutto quello che doveva fare era provocare. Sarebbero andati in strada e ci sarebbe stato uno scontro. Se ciò accadesse, la stampa farebbe il resto, e mi hanno detto che stiamo per iniziare una grande campagna mediatica per dimostrare che a Cuba c’è il caos, che Cuba è ingovernabile, che a Cuba, Raúl non è in grado di tenere le redini del governo, che la popolazione civile viene uccisa, che gli studenti vengono repressi in strada e la gente in strada, che la polizia commette crimini. Che somiglianza con il Venezuela! Non è una coincidenza. È così.

D: E quindi, cosa doveva succedere in quelle circostanze?

Una volta che l’opinione pubblica fosse stata plasmata, e tutti i media si fossero occupati di costruire quell’immagine, il mondo intero avrebbe dovuto avere l’immagine di Cuba come un grande disastro, e che stanno uccidendo la gente, che li stanno uccidendo tutti. Poi, la mia organizzazione doveva portare a termine il compito finale.

D: Qual era il lavoro ultimo da eseguire?

Ebbene, era di raccogliere la stampa internazionale, in qualità di professore universitario, e come scrittore, e come leader di quell’organizzazione, sarei uscito pubblicamente per chiedere al governo degli Stati Uniti di intervenire a Cuba, per garantire la vita dei civili e per portare pace e tranquillità al popolo cubano. Parlare al Paese a nome del popolo cubano. Provate a immaginare!

Quel piano è andato in frantumi e gli è crollato addosso. Non ha dato loro alcun risultato, ma, come si è potuto vedere in seguito, il modo in cui è andata la guerra in Libia e il modo in cui è stata organizzata. Più dell’80% delle informazioni che abbiamo visto, sono state fabbricate. Stessa cosa in Siria, e hanno fatto lo stesso in Ucraina. Ho avuto l’opportunità di conversare con un sacco di ucraini, dal momento che erano nelle basi. Persone a favore di unirsi con l’Europa. Ho cercato di parlare con loro in quei giorni. Cercando di scoprire come si svolgono questi processi. E sono rimasti sorpresi dalle immagini che sono state trasmesse in tutto il mondo. Quello che è successo a Miami, e lo hanno detto loro stessi, ma noi abbiamo mai protestato lì, ma quelle cose che appaiono in TV, che era un gruppo, o meglio, c’erano settori, c’erano luoghi dove c’erano gruppi di destra, di estrema destra, dove c’erano incidenti di quel tipo, e dove bruciavano cose, ma la maggior parte delle manifestazioni non avevano quelle caratteristiche. O che questa sia, ancora una volta, la ripetizione di quello schema dove si arriva ad utilizzare qualsiasi mezzo di comunicazione di massa.

D: I rapporti tra la CIA e le ambasciate, nelle rispettive nazioni, sono quindi molto diretti?

Sì, completamente diretti. In ogni ambasciata dell’America Latina, tutte le ambasciate statunitensi hanno funzionari della CIA, che lavorano al loro interno, utilizzando la facciata dei funzionari diplomatici.

D: Da quello che sai, c’è una maggiore presenza della CIA nella regione?

Beh, ad un certo momento, l’Ecuador era una grande potenza in quanto aveva una forte concentrazione di membri CIA, e, naturalmente, il Venezuela, perché nel 2012, quando ho partecipato alla Fiera del Libro di Caracas, tutte quelle persone che avevano lavorato con me contro Cuba, tutti i funzionari della CIA, compresa Kelly Keiderling, erano a Caracas in quel momento. E io ero in un programma televisivo, su VTV, dove abbiamo parlato di questo argomento, facendo molta attenzione, perché stavamo parlando di due paesi che hanno relazioni. Non è il caso di Cuba, o meglio, Cuba non ha relazioni con gli Stati Uniti. Questo è un nemico dichiarato. Ma stavamo parlando di funzionari che avevano relazioni diplomatiche, ed è stato molto difficile farlo, senza avere prove concrete da presentare. Tuttavia, l’intervista è avvenuta, e la denuncia è stata fatta di quello che stava succedendo. Kelly Keiderling è un’esperta in questo tipo di guerra. Non ho il minimo dubbio. Quando si segue l’itinerario che ha fatto, nei paesi dove è stata, tirando poi le somme con la mia esperienza in quel tipo di conflitto.

Ha visitato una serie di paesi del mondo dove si sono verificate situazioni molto simili, come quello che ha cercato di fare in Venezuela. E quando si analizza il Venezuela, e quello che è successo oggi e il modo in cui ha agito, penso che in Venezuela, la caratteristica che è stato che sono stati tremendamente aggressivi nella manipolazione delle informazioni. Tremendamente aggressivi. Al punto in cui si dice che è un errore, perché ci sono immagini che ovviamente non provengono dal Venezuela. Ne ho vista una molto famosa, in cui appare un soldato con un giornalista, con una macchina fotografica, sono coreani. È un’immagine dalla Corea. Sono asiatici. Non sembrano affatto venezuelani. Anche le uniformi che indossano. Sono stati molto aggressivi con quell’immagine che ha proiettato nel mondo quello che stava succedendo in Venezuela. La maggior parte della gente del mondo, questa immagine è quella che stanno vedendo, di quello che stanno cercando di dire.

D: Loro controllano i media. Conoscete qualche caso di qualche giornalista che è stato, come avete visto direttamente, conosciuto o sconosciuto, insomma, che avete ritrovato all’interno del processo di formazione?

No.

D: La CNN, per esempio?

No, c’era un tizio che aveva molti legami con me all’epoca, che serviva come collegamento per incontrare un funzionario della CIA, Antony Golden, della Reuters. Ma, va bene, era un elemento indipendente da Reuters. La CNN è sempre stata molto legata a tutte queste cose. La CNN, fin dai suoi primi momenti di funzionamento, soprattutto quest’ultimo passo, e soprattutto, CNN en Español, è stato uno strumento indispensabile per queste persone, ma il problema è che bisogna capire una cosa: per capire cosa sta succedendo, e per poter fare una campagna, bisogna capire che oggi non c’è un’emittente televisiva che agisce da sola. Ci sono i conglomerati, e i conglomerati della comunicazione – chi li dirige? Perché, ad esempio, Time Warner e AOL, e tutte quelle grandi aziende di comunicazione – TV via cavo, TV cinematografica, TV in generale – chi è il capo, alla fine? Qui è Westinghouse, lì è General Electric. Gli stessi che costruiscono aerei da guerra, la stessa industria statunitense delle armi, le stesse persone che sono i proprietari di reti televisive, studi cinematografici, pubblicazioni, editori di libri. Quindi, gli stessi che producono aerei da guerra, il biscotto che mangerai di notte, che ti presenta un artista, sono gli stessi che governano i giornali di tutto il mondo. A chi rispondono queste persone?

D: Quando vedi quello che sta succedendo in Venezuela, e lo confronti con quello che hai fatto qui [a Cuba], che conclusione puoi trarre?

È una nuova strategia, che stanno sviluppando sulla base dell’esperienza che hanno avuto in tutto il mondo, ma vedo, ne sono convinto, che hanno ottenuto risultati solo quando le persone in quei luoghi non sostengono la rivoluzione. Ce l’hanno fatta con Milosevic, perché Milosevic era un leader jugoslavo la cui immagine era caduta lontano, grazie alle cose accadute in Jugoslavia. Lo stesso è accaduto in Ucraina, perché Yanukovych era un uomo con pochissimo sostegno popolare, e ha dato risultati in altri luoghi dove i governi avevano scarso sostegno popolare. Ovunque vi sia un governo legittimo, un governo solido e persone disposte a difendere la rivoluzione, il piano ha fallito.

D: E in quale fase entrano quando il piano fallisce?

Continueranno a lavorarci, continueranno a perfezionarlo. Noi siamo il nemico. Cioè, Venezuela, Cuba, tutto quello che succede in America Latina come alternativa. Siamo i dissidenti del mondo. Viviamo in un mondo dominato dal capitalismo. Dove domina quel nuovo modo di essere capitalista, tanto che ora non si può nemmeno chiamarlo imperialista, è qualcosa di nuovo, qualcosa che va ben oltre quello che gli studenti del marxismo hanno scritto nella storia anni fa. È qualcosa di nuovo, di nuovo, di nuovo. È un potere, praticamente globale, delle grandi transnazionali, di quelle megalopoli che hanno creato. Quindi, noi siamo il nemico. Presentiamo un progetto alternativo. La soluzione che il mondo ci propone non è questa. Noi sappiamo come farlo, e Cuba, il Venezuela, i paesi ALBA, hanno dimostrato che si può fare, che uno o due giorni in più non sono niente. La rivoluzione cubana esiste da 55 anni e, con la volontà politica, ha ottenuto risultati che il governo degli Stati Uniti, con tutti i soldi del mondo, non è stato in grado di fare. Questo è un cattivo esempio.

E l’ho detto ai miei studenti: Riuscite a immaginare che gli Indignati in Spagna, le migliaia e milioni di lavoratori senza lavoro in Spagna, che i greci, che tutte quelle persone in tutto il mondo, sanno quello che stiamo facendo? Riuscite a immaginare che queste persone conoscano chi è Chávez? O chi è Fidel? O delle cose che stiamo facendo qui? O delle cose che stiamo facendo con così poche risorse, solo la volontà di fare la rivoluzione e condividere la ricchezza? Cosa succederà al capitalismo? Quanto durerà ancora il capitalismo, che deve spendere miliardi di dollari, ogni giorno, per costruire la sua immagine e ingannare la gente? Cosa succederebbe se la gente sapesse chi siamo veramente? Che cos’è veramente la Rivoluzione cubana e cos’è la Rivoluzione venezuelana? Perché, se hai parlato con uno spagnolo e gli hai chiesto di Chávez, e lui ti dà una terribile opinione di Chávez, perché è quello che hanno costruito nella sua mente. E incontri un disoccupato che ti dice che Chávez è un cattivo ragazzo, perché i media lo hanno convinto di questo, ma se queste persone sapessero come stanno realmente le cose! Quindi non possono permettere che nemici così formidabili come noi continuino a rimanere dove sono.

D: Dal punto di vista della sovranità nazionale del nostro popolo, come possiamo fermare la CIA? Abbiamo già parlato della coscienza del popolo, che è fondamentale in questo tipo di azioni, ma, nel concreto, come è possibile prevedere il lavoro della CIA? Cosa si può fare? Quali raccomandazioni avete?

Penso a una cosa che Chávez ha detto, e che Fedl ha sempre detto, che è la chiave per sconfiggere l’impero, e che è l’unità. Non è uno slogan, è una realtà. È l’unico modo che hai per sconfiggere un progetto come questo. Un progetto che viene dai Servizi Speciali e dal capitalismo. Lo si può fare solo con l’unità del popolo.

D: Parliamo anche dei civili militari?

Sì, unità in tutti i sensi. Unità basata sulla diversità, nelle persone, ma unità come nazione, unità come un progetto. Laddove le persone sono divise, c’è un’altra realtà.

D: Dove devono concentrarsi? In quale area devono concentrare le forze per difenderci da questo tipo di azioni, questo tipo di attacchi?

L’esercito da sconfiggere è il popolo. Credo che l’esperienza cubana l’abbia insegnato molto. Ci sono esperienze nel mondo che la contraddistinguono molto chiaramente. Cosa è successo nel mondo, quando il popolo non è stato protagonista in difesa della Rivoluzione? E quando il popolo è stato protagonista, cosa è successo? E c’è il caso di Cuba. Siamo riusciti a sconfiggere la CIA e l’impero milioni di volte, perché il popolo è stato protagonista.

D:La CIA utilizza i database dei social network, e cose del genere, per definire i propri piani?

Sono loro i padroni. Sono loro i padroni di tutto questo. Bene, ci sono le denunce di Snowden e tutto quello che è venuto fuori da Wikileaks, e tutte quelle cose che non sono più un segreto per nessuno, perché lo sospettavamo, ed è stato dimostrato. È stato dimostrato che i server, Internet, sono loro. Tutti i server del mondo, alla fine, finiscono nei server dei nordamericani. Sono la madre di Internet, e tutte le reti e i servizi sono controllati da loro. Hanno accesso a tutte le informazioni. E non esitano a registrarle. Facebook è un database straordinario. La gente mette tutto su Facebook. Chi sono i tuoi amici? Quali sono i loro gusti, quali film hanno visto? Cosa consumano? Ed è una fonte di informazioni di prima mano..

D: Sei stato in contatto con Kelly Keiderling, dopo quello che è successo in Venezuela?

No, non ho avuto contatti con lei. Non so quale fosse la sua destinazione finale, dopo quello che è successo (è stata espulsa dal Venezuela per aver incontrato e finanziato i terroristi).

D: Con l’esperienza che ha, fino a che punto è riuscita a penetrare in Venezuela e nelle università venezuelane?

Sono certo che è andata molto lontano. È un agente molto intelligente, molto ben preparato, molto capace e molto convinto di quello che sta facendo. Kelly è una persona convinta del lavoro che sta facendo. È convinta della correttezza, dal suo punto di vista, di ciò che sta facendo. Perché è una rappresentante incondizionata del capitalismo. Perché viene dall’élite del capitalismo. È organica alle azioni che sta compiendo. Non c’è contraddizione di alcun tipo. E, sulla base dell’esperienza del suo lavoro, delle sue capacità, sono sicuro che è riuscita ad andare molto lontano, e ha dato continuità ad un lavoro che non è solo per ora, è un lavoro che continuerà a fare per molto tempo, per invertire il processo nelle università venezuelane. Quello che sta succedendo è che qualsiasi punto si possano raggiungere, a lungo termine, questo è ciò che rivelerà il processo bolivariano, nella misura in cui la gente è consapevole di ciò che potrebbe accadere. Se quella destra fascista diventa incontrollabile, potrebbe tornare al potere.

D: Che tipo di persona che ha contatti, che può raggiungere la gente, come essere attivista in un movimento, potrebbe essere raggirata dalla CIA?

Li troveranno, proveranno in tutti i modi. Se è un giovane e un leader, cercheranno di conquistarli per i loro interessi. Dobbiamo formare i nostri leader. Non possiamo lasciare tutto questo alla spontaneità, non possiamo lasciarlo al nemico. Quindi, se li lasciamo al nemico, quelli sono spazi che il nemico occuperà. Qualsiasi progetto alternativo che lasciamo incustodito, qualsiasi progetto alternativo di cui non ci rendiamo conto della necessità di avvicinarci, ovvero un progetto che il nemico cercherà, con tutti i mezzi, di sfruttare. Utilizzare l’enorme quantità di denaro che hanno, che non ha limiti, in termini di risorse da utilizzare, perché stanno giocando con il futuro e, soprattutto, i giovani sono la chiave.

Il bello è che i giovani sono il presente dell’America Latina. La rivoluzione latinoamericana che c’è, che è ovunque, è dei giovani. In caso contrario, va bene, non avrà mai risultati, e se si riesce a far pensare diversamente i giovani, se si riesce a far credere a questi giovani che il capitalismo selvaggio è la soluzione a tutti i loro problemi, allora non ci sarà nessuna rivoluzione per l’America Latina. È semplice.

Traduzione eseguita dall’autore.

Così possiamo vedere che lo stesso schema che si sta attualmente riproducendo in Venezuela, esattamente parallelo a quello di Cuba. La CIA non era al di sopra di un piccolo sacrificio umano allora, e non lo è ancora oggi. Poi, fu questo sfortunato compagno di nome Alci Ferrer, che molto probabilmente sarebbe stato ucciso se Raúl Capote non avesse parlato per informarli che il piano era folle, che non poteva funzionare. Ora, in Venezuela, è Leopoldo López… o sarebbe stato, se le autorità venezuelane – sì, lo stesso gruppo di bolivariani che odia a morte – non gli hanno salvato la vita informandolo del complotto per sacrificarlo e non prendendolo in custodia prima che ciò potesse accadere. La CIA era perfettamente disposta a prendere il suo dispendiosamente caro ed educato e gettarlo in pasto ai cani. E poi avrebbero dato la colpa a tutti i bolivariani, così come sicuramente avrebbero dato la colpa della morte prevista di Alci Ferrer ai castristi di Cuba. Questa è la parte più nauseante di tutto questo: Hanno denaro e risorse infinite per educare qualsiasi “leader” che si preoccupino di coltivare, e sono ancora perfettamente disposti a lasciare che quella persona muoia, se in qualche modo può essere ancora utile a promuovere i loro piani perversi.

E, naturalmente, vediamo molti sospetti già noti che emergono dalla lavorazione: USAID, l’IRI, e gli stessi agenti della CIA operanti in Venezuela che hanno cercato di corrompere Raúl Capote a Cuba. Sorprenderebbe qualcuno vedere le stesse persone che hanno corrotto la Serbia, la Croazia, ecc. ora al lavoro in Ucraina? O per lo meno, le stesse connessioni e strategie fasciste: Perché gli stessi hanno effettivamente provato prima, in Bolivia nel 2009, e hanno fallito. Evo e i suoi parlamentari sono ancora vivi, grazie a qualche buona sparatoria da parte della polizia federale locale, e a un’indagine che ha portato alla luce mercenari che non solo si sono addestrati nei Balcani, ma sono venuti da lì, vi avevano combattuto negli anni ’90… e che erano abbastanza esperti, o almeno così pensavano i loro addestratori, per trasformare la Bolivia in un’altra ex Jugoslavia.

E sarebbe sorprendente vedere come il finanziamento di quei mercenari ex-balcanici provenisse dalle casse della CIA, attraverso il cosiddetto ambasciatore in Bolivia, Philip Goldberg? In effetti, qualcuno sarebbe più sorpreso di sapere che tutti i cosiddetti diplomatici statunitensi sono, di fatto, dei fantasmi della CIA? E che sono la chiave di come la CIA fa tutto il suo lavoro sporco, ovunque si trovi?

Nah… non lo penserei mai!

Preso da: https://it.sott.net/article/2043-Ex-agente-CIA-rivela-come-gli-studenti-venezuelani-vengono-addestrati-al-golpe

Call of Duty, sapevate che una delle “missioni” del gioco è sabotare con un virus il sistema elettrico del Venezuela?

Call of Duty è un videogioco di grande successo in tutto il mondo. Al 2018 la serie può contare su ben 15 capitoli ufficiali e 8 spin-off. Molto apprezzato dai videogiocatori è l’estrema realisticità della saga. Uno sparatutto in prima persona con missioni da compiere in ogni angolo del mondo.

Una blogger venezuelana ha notato come una di queste operazioni sia da svolgere a Caracas. Precisamente nel compimento della missione il giocatore dovrà installare un virus nel sistema elettrico del Venezuela per causare un grande blackout. Di seguito il video.
Call of Duty, sapevate che una delle missioni del gioco è sabotare con un virus il sistema elettrico del Venezuela?

Proprio quello che è accaduto per ben due volte. Mentre il complesso della stampa mainstream si affrettava nel bollare con l’infamante marchio di colplottista chiunque provasse a denunciare gli attacchi al sistema elettrico venezuelano

Casualità o conferma di come l’attacco al sistema elettrico di un paese sia una delle armi utilizzate nelle nuove guerre ibride?

Saddam, Gheddafi, Maduro

Saddam, Gheddafi, Maduro.

sventurato quel paese che trabocca di petrolio…

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e anche quello che trabocca di basi militari americane.
Italia: 59 basi Usa in Italia, 13mila militari americani di stanza qui e 120 testate nucleari.
praticamente siamo sotto occupazione dal 1943 in poi.
ma se state ad ascoltare questo governo che si dice sovranista e che e` tornato a mettersi a disposizione degli americani, chi ostacola la nostra indipendenza e` l’Europa.

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del resto, mal comune, mezzo gaudio: anche la Germania e` nella stessa condizione.
solo la Francia no: ah, gia`, le Giubbe Gialle.
a proposito, sentite Macron:  “Rendo omaggio alle centinaia di migliaia di venezuelani che marciano per la loro libertà. Dopo l’elezione illegittima di Nicolas Maduro nel maggio 2018, l’Europa sostiene il ritorno della democrazia”.
Macron che rende omaggio alle Giubbe Gialle venezuelane…, non e` spassoso?
sembra l’Ucraina, ripetuta in Venezuela: le elezioni degli altri sono sempre illegittime.

vererb

il sistema elettorale francese invece e` perfetto, e si vede.