Sentire bolivariano: Cuba e Fidel

Adam Chávez Frías, Alainet, 2 dicembre 2019
“Se la filosofia dell’espropriazione cessa, la filosofia della guerra cesserà”
Fidel Castro Ruz

Quasi un quarto di secolo fa, Fidel tenne un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che oggi, in un mondo sconvolto davanti al dominio egemonico del capitalismo, mantiene una validità colossale. Lì, il comandante, il grande soldato delle idee, chiarì che i popoli “vogliono un mondo senza egemonismi, armi nucleari, interventismo, razzismo, odio nazionale o religioso, oltraggi alla sovranità di qualsiasi Paese, con rispetto per l’indipendenza e l’autodeterminazione dei popoli, senza modelli universali che non considerano tradizioni e cultura di tutte le componenti dell’umanità, senza embarghi crudeli che uccidono uomini, donne e bambini, giovani e vecchi, come bombe atomiche silenziose.

Vogliamo un mondo di pace, giustizia e dignità in cui tutti, senza eccezione, abbiano il diritto a benessere e vita”. Sembra che Fidel, come Bolivar, ci guardi “seduto saldo sulla roccia per creare”, parafrasando Marti, vigile e sveglio, attento agli eventi e preoccupato dal destino del pianeta e della specie umana. E è che il leader della rivoluzione cubana, oltre ad essere un eccezionale rivoluzionario, sempre all’avanguardia nelle lotte rivoluzionarie del suo popolo e dei popoli latino-caraibici, è diventato una torcia ideologica, una scuola, guida ed esempio da seguire per diverse generazioni di uomini e donne che, in tutto il mondo, si sono dati e si danno al compito più nobile che esista, la costruzione della pace e del socialismo come unico modo per garantire benessere e progresso dell’umanità.
In questi giorni, il 2 dicembre, commemoriamo i 63 anni dello sbarco del Granma a Cuba. Quella mattina storica, l’equipaggio comandato da un giovane Fidel, dalla forte volontà e l’irriducibile convinzione di liberare la propria patria, erano disposti a vincere o morire, guidati dalla fermezza morale e combattiva di chi poi divenne il leader eterno della prima rivoluzione socialista in America Latina e nei Caraibi. Fu l’inizio dell’atto rivoluzionario per dare a Cuba una vita dignitosa. Una lotta le cui ragioni espose in modo esemplare in La storia mi assolverà, il discorso in cui coraggiosamente tracciato, davanti al tribunale di Batista, il programma politico e i profondi cambiamenti, sociali ed economici, che avrebbero avuto luogo una volta ottenuta la vittoria popolare. Era qualcosa che caratterizzò sempre Fidel: dire la verità.
In questa terra, nella Patria di Bolivar, un soldato del Popolo fu nutrito dal pensiero e dall’opera del leader cubano e finì per dedicare la vita alla causa della nostra liberazione nazionale. Per Hugo Chávez, Fidel fu un insegnamento permanente: “Fidel è un padre, un compagno, un perfetto insegnante di strategia”, disse il nostro Comandante Eterno. I terribili eventi dell’11 aprile 2002 ancora si agitano nella memoria collettiva e ricordiamo il presidente cubano quando, rompendo il blocco mediatico imposto dal governo golpista, con un’azione coraggiosa che rimarrà indelebile nei nostri cuori, stabilì un contatto telefonico con Chávez la mattina del 12, per guidarlo in quel momento critico. E la sua azione si rivelò, ancora una volta per il bene della Rivoluzione Bolivariana, riuscitissima. Il nostro popolo non lo dimenticherà mai. Perché Fidel era anche profondamente bolivariano, ammiratore del Padre della Patria e delle sue idee integrazioniste. Lo disse a Caracas nel gennaio del 1959: “Il Venezuela è la patria di El Libertador, dove fu concepita l’idea dell’unione dei Popoli d’America. Quindi, il Venezuela dev’essere il Paese leader nell’unione dei Popoli d’America; Noi cubani li sosteniamo, sosteniamo i nostri fratelli del Venezuela”. Quaranta anni dopo, il Comandante Chávez nobilitò quelle parole dalla Rivoluzione Bolivariana, dal processo di liberazione nazionale e la vera integrazione dei Caraibi latinoamericani.
Il 25 novembre 2016, lo stesso giorno in cui 60 anni prima, partendo dalle acque messicane verso il sogno della liberazione del suo Paese, Fidel s’imbarcò in un nuovo viaggio, l’ultimo viaggio che l’avrebbe elevato alle vette più alte del pensiero. Vi rimane, aprendo instancabilmente le vie della liberazione, come fece per più di sei decenni, diventando riferimento obbligatorio per tutti coloro che intraprendono la lotta antimperialista.
I popoli del mondo non dimenticheranno mai questa eredità, un retaggio storico forgiato in grandi battaglie, nelle condizioni più avverse, nella costante lotta all’aggressione permanente dell’impero nordamericano, che con tutta la sua potenza militare non poté piegare la volontà delle cubane dei cubani, la loro determinazione a continuare a costruire una società libera e socialista per la quale morirono così tanti combattenti.
Non è un compito facile, in così poche righe, parlare del comandante in capo della rivoluzione continentale. Volevo rendere un piccolo tributo, in questi giorni di massiccia mobilitazione popolare nelle terre latinoamericane, di nuove insurrezioni di fronte le aggressioni di oligarchi e fascisti, di marce e proteste per miglioramenti sociali, sovranità, pace, diritto all’autodeterminazione. In questi giorni, quando gli oppressi della nostra America alzano la voce con grande forza, dobbiamo dire all’unisono: “Fidel vive, la lotta continua!”

Adán Chávez Frías: professore universitario, fisico e politico venezuelano, Ministro del Potere popolare per la cultura. Fratello di Hugo Chávez Frías.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

AGGIORNAMENTO SITUAZIONE IN BOLIVIA. Colpo di Stato, ma il legittimo Presidente, Evo Morales, in esilio in Messico, resisterà, in nome del socialismo. Articolo di Luca Bagatin

13 novembre 2019.

Il 20 ottobre, in Bolivia, il socialista Evo Morales – forte dei suoi successi in campo sociale, economico e politico (drastica riduzione della povertà, dell’analfabetismo, forte aumento del PIL) – aveva vinto per un terzo mandato, le elezioni presidenziali, con il 47% dei consensi. Una cifra che, per la legge elettorale boliviana, avendo battuto il suo avversario di oltre 10 punti percentuali, gli ha garantito la rielezione, senza passare per il ballottaggio.
Ad ogni modo, l’opposizione di centro e di centrosinistra, guidata da Carlos Mesa, ovvero lo sconfitto delle presidenziali con il 35,%% dei consensi, ha sin da subito tentato di fomentare la piazza contro il Presidente eletto.
Nel corso dei giorni si è addirittura arrivati ad una escalation di violenza, con poliziotti ammutinati e gruppi paramilitari guidati dall’opposizione, con il concorso di gruppi razzisti e di estrema destra, pronti a organizzare un golpe per defenestrare Morales. Gruppi che hanno occupato le sedi della tv statale “Bolivia Television”, della radio statale “Radio Patria Nueva” e quella della Confederazione del sindacato dei contadini , catturando e intimidendone i giornalisti, oltre che dando alle fiamme le case di due governatori socialisti e della sorella del Presidente Morales.
Anche qui, come in Venezuela, il copione è il medesimo: destra, centro e centrosinistra uniti – in forme antidemocratiche – contro il socialismo che ha vinto le elezioni e, in tutti questi anni, ha garantito pace sociale e prosperità civile.
Uno scenario che ricorda, peraltro, il colpo di Stato in Cile contro il Presidente socialista Allende, guidato dal dittatore Pinochet nel 1973 e sostenuto dagli Stati Uniti d’America e dagli economisti liberali della “Scuola di Chicago”.
Anche in questo caso, la cacciata di Morales, farebbe comodo agli USA, i quali vorrebbero – come in Venezuela e nel resto dell’America Latina – che a comandare ritornassero le multinazionali statunitensi e i ricchi oligarchi liberal capitalisti.
Una situazione allarmante e pericolosa per la democrazia boliviana, di cui i grandi media parlano poco o nulla, ma segnalata con forza dal Papa dei cattolici Bergoglio, il quale, ha immediatamente esortato a un clima di pace. Pace richiesta immediatamente dal Presidente Evo Morales, il quale, nonostante sia risultato il vincitore, ha annunciato nuove elezioni e il rinnovo dei componenti del Supremo Tribunale elettorale.
Il Presidente Morales ha così richiesto la cessazione di ogni forma di violenza e il rispetto delle famiglie, delle proprietà, delle autorità e di ogni settore sociale. “Tutto ciò che abbiamo in Bolivia è l’eredità del popolo boliviano, possiamo farci del male, quindi chiedo a tutti di garantire una convivenza pacifica, di garantire la fine violenza per il bene di tutti “, ha dichiarato Morales, il quale, costretto dai golpisti a lasciare il Paese, ha ricevuto – nei giorni scorsi – asilo politico in Messico, grazie all’invito del presidente socialista Andres Manuel Lopez Obrador. “Voglio dare il benvenuto a Evo Morales e alla sua delegazione in Messico. E’ un giorno di allegria perché l’asilo che si offre a Morales è effettivo e in Messico sarà protetto”, ha dichiarato il Ministro degli Esteri messicano Marcelo Ebrard.
Evo Morales, ringraziando il Presidente Obrador, ha altresì dichiarato che continuerà la sua lotta per il ritorno in patria e per rivendicare la sua vittoria elettorale, contro gli usurpatori. Morales ha peraltro fatto riferimento all’autoproclamatosi Presidente della Bolivia, ovvero alla deputata liberale Jeanine Anez Chavez, la quale, oltre a rappresentare l’oligarchia ricca e il fondamentalismo evangelico, ha espresso – nei “social” – giudizi razzisti nei confronti della comunità indigena boliviana.
“Si è consumato il golpe più subdolo e disastroso che la storia ricordi. Un senatore di destra si è autoproclamato Presidente del Senato e poi Presidente ad interim della Bolivia senza un quorum legislativo, circondato da un gruppo di complici e guidato da settori della polizia e delle forze armate che reprimono il popolo con la violenza”, ha dichiarato Evo Morales, facendo presente che la Anez Chavez si è autoproclamata Presidente in un Parlamento nei quale la maggioranza assoluta dei deputati, ovvero quelli del Movimento al Socialismo, si è rifiutata di partecipare al voto in aula per la sua proclamazione, di fatto, disconoscendola.
Appoggio al Presidente eletto Evo Morales è giunto immediatamente dai governi di Venezuela, Nicaragua, Uruguay, Argentina, Cina, Russia, e Siria, mentre gli USA meditano di utilizzare tale colpo di Stato per tornare nuovamente a destabilizzare i legittimi governi socialisti di Venezuela e Nicaragua.
Il Presidente socialista del Venezuela, Nicolas Maduro, ha dichiarato a proposito della volontà di Trump di rovesciare i governi socialisti dell’America Latina: “Volete lo scontro ? Andremo a questo scontro per la pace, la Patria, la sovranità e per la rivoluzione bolivariana del Venezuela”. Ed ha aggiunto: “La vittoria ci appartiene e lo dimostreremo nelle strade con la nostra unione civico-militare”.
Sostegno a Evo Morales anche dal cantautore britannico Roger Waters, cofondatore dei Pink Floyd, il quale – attraverso un video pubblico – gli ha espresso solidarietà politica e umana e totale contrarietà al golpe liberale in corso.
Il socialismo latinoamericano non soccomberà, nemmeno questa volta.
L’amore del socialismo e della democrazia popolare prevarrà anche questa volta, sull’odio dei più ricchi, dei razzisti, dei sostenitori della violenza e dell’autoritarismo liberal capitalista.
Luca Bagatin

 
Preso da: http://amoreeliberta.blogspot.com/2019/11/aggiornamento-situazione-in-bolivia.html

Ecuador, Cile, Argentina, Brasile, Venezuela: tutte vittime di uno stesso carnefice

21/10/2019, 15:59

Mi ha sinceramente stupito vedere le notizie della repressione in Cile essere riportata nelle prime pagine dei giornali. Ma pochi si sono interrogati su quello che è l’America meridionale in questo momento.

Per capirlo, bisogna conoscere un po’ di storia. Dopo la Seconda Guerra Mondiale il Sud America è diventanto un po’ il giardino di casa degli Usa. In tutti i Paesi è stato importato lo stesso sistema istituzionale: un presidente eletto dal popolo a capo del governo con Parlamento monocamerale. E a vincere le elezioni era puntualmente qualcuno legato a filo doppio con gli Usa (di solito perchè sia il partito di maggioranza che quello principale di opposizione erano legati agli Usa; così anche se i voti si spostavano dall’uno all’altro, non cambiava la sostanza). E la politica di questi governi era sempre identica: tasse per i più poveri, sgravi fiscali e aiuti economici agli imprenditori più ricchi, risorse naturali regalate ad aziende statunitensi. Perchè è vero che non parliamo dell’Arabia Saudita, ma in Sudamerica c’è il petrolio, c’è l’oro e ci sono molte altre risorse naturali. Che gli Usa hanno sfruttato come meglio volevano.
Ecuador, Cile, Argentina, Brasile, Venezuela: tutte vittime di uno stesso carnefice

Poi, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 c’è stata una sorta di reazione. Per esempio, in Venezuela nel 1989 ci fu il cosiddetto “caracazo”, una serie di manifestazioni, durate solo due giorni, ma represse dall’esercito nel sangue, con oltre 3000 morti. Uno dei militari che rifiutò di sparare sui manifestanti fu il colonnello Hugo Chavez che da quel momento si lanciò in politica diventando poi presidente nel 1999. In Argentina ci fu una fortissima crisi economica, che dette il via ad una serie di manifestazioni, con la gente che sfondava le porte dei supermercati per prendere il cibo. Al termine di quella situazione venne eletto presidente Nestor Kirchner. In Bolivia, con molta meno violenza, venne eletto presidente Evo Morales; mentre in Brasile prendeva il potere Lula da Silva. Tutti costoro, poi seguiti anche da Josè Mujica in Uruguay, introdussero una politica completamente diversa, che era a favore degli strati economicamente più deboli della società.

E così in Venezuela abbiamo avuto Chavez che ha portato l’alfabetizzazione dal 10% ad oltre il 90%, ha portato l’acqua nelle case (un terzo dlela popolazione non aveva l’acqua corrente) e aperto decine di ospedali pubblici. Lula da Silva ha introdotto l’assegno di disoccupazione e un sistema di welfare valido per ridurre il numero di minori che crescevano senza istruzione e al limite della legge. Kirchner ha reso di proprietà pubblica e accessibili a prezzi ridotti molti servizi pubblici, ha alzato gli stipendi minimi e aumentato il welfare per la gran parte della cittadinanza. Questi sono solo esempi (poi ognuno può andare a cercare i dettagli Paese per Paese), ma la sostanza è stata quella per tutti i Paesisudamericani. E le risorse per queste misure da dove provenivano? Quasi sempre dalla nazionalizzazione dell’estrazione delle risorse naturali. E si trattava quasi sempre – come ho detto prima – di aziende statunitensi o comunque dove gli Usa avevano fortissimi interessi economici.

Ma chiaramente un colosso come gli Usa non poteva stare a guardare. E così, agevolati dalle morti di Nestor Kirchner in Argentina e di Higo Chavez in Venezuela e dai guai giudiziari di Lula da Silva e di chiunque gli stesse vicino, ecco che in tutto il Sudamerica salgono al potere persone legate nuovamente agli Usa. Non in Venezuela, dove due colpi di Stato (uno nel 2002 e uno con Guaidò quest’anno) sono stati sconfitti perchè la popolazione ha fatto muro contro gli usurpatori. Ma in Brasile è stato eletto Josè Bolsonaro, per esempio, che come prima cosa ha dato il via libera all’uso smodato di antiparassitari ed altre sostanze velenose in agricoltura, ha fatto bruciare deine di migliaia di chilometri quadrati di foresta amazzonica e ha avviato un programma di costruzioni in Mazzonia del valore di decine di miliardi di dollari. In Argentina è stato eletto Mauricio Macrì, anche lui neoliberista, che ha mandato il Paese quasi in default, aumentando le tasse sui più poveri, privatizzando tutto il possibile e tagliando le tasse ai più ricchi. Ciliegina sulla torta, ha chiesto al Fondo Monetario Internazionale un prestito di oltre 50 miliardi di dollari. Prestito che l’Argentina non è in grado di pagare e quindi diventa un motivo per provocare tra qualche mese l’ennesimo default, con tutte le conseguenze negativa che questo ha sull’economia.

E poi ci sono le notizie di questi giorni, con l’Ecuador e il Cile messi a ferro e fuoco da manifestanti che protestano per le troppe tasse che sono costretti a pagare. Il Cile ha risposto con il coprifuoco e l’esercito (l’Ecuador non ha un esercito degno di questo nome, quindi non ha potuto utilizzare la forza che in misura ridotta), ma questo non è bastato a fermare i manifestanti: 10 morti in Cile, 5 in Ecuador, palazzi incendiati e alla fine i due governi che hanno dovuto scendere a patti con i manifestanti (in Cile questo ancora non è ritenuto sufficiente, ad oggi). Ed il problema è che entrambi i governi stanno ancora applicando le misure di falsa austerity che sono richieste da Washington per impoverire la popolazione. Perchè lo schema è noto, è stato applicato ovunque gli Usa abbiamo potuto intervenire direttamente o con il Fondo Monetario Internazionale: salari più bassi e più tasse sulla parte povera della popolazione portano a persone disperate, che sono disposte a lavorare per una manciata di dollari al mese. Mentre i ricchi, che sono sempre legati agli interessi di Washington godono di sussidi e tagli fiscali.

Il punto è che non siamo negli anni ’60 o ’70, quando la gente non si rendeva neanche conto che esisteva un altro genere di vita. Oggi Internet porta l’individuo ovunque nel mondo. Quindi i cileni e gli ecuadoregni lo sanno che in Venezuela, a dispetto di tutto quello che ha combinato Guaidò e la ricca borghesia imprenditoriale che stanno cercando di distruggere il Paese, la gente ha aiuti dello Stato per poter andare avanti. E quindi vogliono lo stesso anche loro. Sanno che in Venezuela, in Argentina, in Brasile e in Bolivia hanno combattuto e vinto contro gli interessi statunitensi (anche se non sono vittorie definitive, come abbiamo visto) e vogliono che si faccia lo stesso nei loro Paesi. Nel 1973 bastò il colpo di Stato che uccise Salvator Allende in Cile e mise al suo posto un dittatore come Pinochet per spaventare tutti i Paesi vicini. Oggi hanno visto che anche i colpi di Stato si possono sconfiggere e la gente è più disposta di prima a proteste di massa, per quanto siano pericolose nel caso in cui il governo usi la forza. Anche perchè l’uso della forza è limitato. Oggi nessun governo potrebbe dire ai soldati di sparare alla cieca sulla folla, come avvenne in Venezuela nel “caracazo”. Se lo facesse, diventerebbe un paria a livello internazionale e persino gli Usa dovrebbero prendere le distanze per evitare problemi di governo e di consenso all’interno del Paese.

Ora, perchè le popolazioni sudamericane raggiungano una effettiva indipendenza dagli Usa, manca un ultimo passo: devono smetterla di votare per i loro rappresentanti. Cosa non facile, perchè le promesse sono seducenti. Macrì vinse le elezioni in Argentina promettendo un taglio delle tasse ed un aumento dei posti di lavoro. In un Paese con una disoccupazione al 30%, come si può definire non allettante tale promessa? La realtà è che la disoccupazione non è calata, le tasse sono aumentate, i salari sono diminuiti ed è aumentata anche l’inflazione causata dalla continua svalutazione del peso, la moneta argentina. Certo, tra chi l’ha votato molti se ne sono pentiti. Ma adesso è lui che ha il potere in mano, ha il controllo dei mass media. E non è un caso che i mass media si stanno scatenando con continue campagne diffamatorie contro Cristina Kirchner e i suoi uomini. Servono a convincere gli argentini a votare per Macrì o per qualcuno che porti avanti le stesse politiche alle prossime elezioni. E lo stesso accade in tutti i Paesi sudamericani.

Gli unici baluardi che resistono sono il Venezuela e la Bolivia. Nel secondo caso, perchè non ha alcuna risorsa naturale degna di nota e quindi non interessa a nessuno. Per il Venezuela invece l’ostacolo è la cittadinanza. Nonostante le balle raccontate dai mass media italiani, la maggior parte dei venezuelani ricorda come si viveva prima di Chavez. Si ricorda di quando i liquami correvano lungo i bordi delle strade dei quartieri poveri, di quando se ti ammalavi potevi solo sperare nell’effetto terapeutico di qualche erba della zona, di quando si lavorava per un pugno di monete sotto un datore di lavoro che poteva anche picchiarti, torturarti o ucciderti senza affrontare mai la giustizia. E non vogliono tornare a quella situazione. Per questo quando ci sono stati i colpi di Stato contro i presidenti in carica hanno reagito facendo muro contro di loro. I venezuelani non sono stupidi. Sanno quello che stanno passando e sanno che Maduro non è capace di affrontare la situazione. Ma sanno anche che un Guaidò può fare solo di peggio. Perchè Guaidò è della stessa pasta di Jaime Lusinchi o di Carlos Andres Perez, il presidente che ordinò di sparare sulla folla durante il “caracazo” e che poi venne arrestato per peculato (cioè per essersi intascato soldi dello Stato).

Il problema è che gli Usa sono un vicino ingombrante. Non puoi mandarli a quel paese, ma allo stesso tempo non puoi vivere serenamente stando così vicini. Cuba ne è un esempio. Sono quasi 60 anni ormai che si sono ribellati agli Usa, cacciando il dittatore Fulgencio Batista; e sono 60 anni che gli Usa cercano di riconquistare il potere. Hanno usato l’embargo economico, hanno usato l’invasione militare (la famosa Baia dei Porci, nel 1961), hanno usato la diffamazione via social in tempi più recenti con la blogger Yoani Sanchez, trasformata in una eroina che si batte da sola contro il regime castrista (in realtà il 90% di quello che lei ha scritto si è dimostrato falso; tanto che negli ultimi anno gli Usa l’hanno un po’ “mollata”, dato che non ha più nessuna credibilità). Le hanno provate tutte, ma Cuba è riuscita ad andare avanti, raggiungendo anche livelli di eccellenza nell’istruzione (tutti i cittadini hanno una istruzione al livello dei migliori licei italiani) e nella medicina (Cuba è il Paese al mondo dove la mortalità infantile è più bassa. Inoltre i suoi medici sono richiestissimi in Sud America e in Africa sia come insegnanti, sia per aiutare i medici locali in caso di catastrofi). E questo è molto più di quanto si possa dire per molti altri Paesi che invece hanno accettato di fare i servi degli Usa.

Preso da: http://www.julienews.it/notizia/editoriali/ecuador-cile-argentina-brasile-venezuela-tutte-vittime-di-uno-stesso-carnefice/384103_editoriali_11.html

Unione nazionale in Siria e Venezuela

All’inizio di settembre siamo stati i soli ad annunciare il passo decisivo contemporaneamente compiuto in Siria e Venezuela. Paesi che ora non cercano più di negoziare con i terroristi, bensì di costruire un nuovo regime in collaborazione con l’opposizione patriottica.

| Damasco (Siria)

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I presidenti Bashar al-Assad e Nicolás Maduro.
Siria e Venezuela si giocano contemporaneamente e parallelamente il proprio futuro. Ed è normale sia così, perché trattasi di conflitti che non hanno origine locale, ma sono frutto della strategia del Pentagono di distruzione delle strutture statali, avviata dapprima nel Medio Oriente Allargato, in seguito nel Bacino dei Caraibi (dottrina Rumsfeld/Cebrowski [1]).

La situazione e le capacità dei due Stati sono molto diverse, ma la resistenza al capitalismo globale è la medesima. Hugo Chávez (presidente dal 1999 al 2013) è stato portavoce delle popolazioni delle periferie del mondo, di fronte alle ambizioni delle società transnazionali. Deluso dalla defezione di alcune nazioni del Movimento dei Paesi Non-allineati, diventate vassalle degli Stati Uniti, Chávez e il presidente siriano Bashar al-Assad immaginarono di rifondare il Movimento su basi rinnovate e di chiamarlo Movimento dei Liberi Alleati [2]. A chi si poneva domande sui tempi di realizzazione di quest’ambizioso progetto, il presidente venezuelano rispondeva con la previsione che l’omologo siriano avrebbe occupato il suo posto sulla scena internazionale. Nel piano quinquennale 2007-2013, che redasse in prima persona, Chávez inserì anche istruzioni per le amministrazioni del Paese affinché sostenessero un alleato politico tanto lontano, la Siria [3].

Da 18 anni la guerra imperversa nel Medio Oriente Allargato e da otto in Siria. Afghanistan, Iraq e Libia sono già stati distrutti. Lo Yemen è ridotto alla fame. In Siria un governo in esilio è stato riconosciuto dagli Stati Uniti e da un pugno di loro alleati. Il patrimonio del Paese in Occidente è stato confiscato. Nella Lega Araba un governo alternativo ha rimpiazzato quello costituzionale. I vassalli regionali del Pentagono si sono messi agli ordini della NATO.
Nel Bacino dei Caraibi il preludio alla guerra è già in fase avanzata, soprattutto in Nicaragua e a Cuba. In Venezuela un autoproclamato presidente è stato riconosciuto dagli Stati Uniti e da un pugno di loro alleati. Il patrimonio del Paese in Occidente è stato confiscato. Nell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) un governo alternativo ha rimpiazzato quello costituzionale. I vassalli regionali del Pentagono stanno riattivando il Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR).
La guerra in Siria è al termine perché la presenza militare russa rende impossibile l’invio di nuove truppe per combattere il governo [legittimo] del Paese, siano esse formate da soldati regolari statunitensi, da mercenari ufficialmente ingaggiati dal Pentagono o da mercenari ufficiosamente ingaggiati dagli alleati della NATO. Ma la vittoria contro decine di migliaia di mercenari dell’Esercito Arabo Siriano non significa pace.
In Siria e Venezuela la pace sarà possibile solo a condizione che la società fratturata – dalla guerra nel primo caso e dalla sua preparazione nel secondo – venga riparata. In Siria la riparazione potrà avvenire attraverso la redazione e l’adozione d’una nuova Costituzione, come previde quattro anni fa la risoluzione ONU 2254. Anche in Venezuela la pace dovrà passare dalla creazione di un regime di unione nazionale, ove si associno gli chavisti e l’opposizione patriottica, ancora viva nel Paese, cui sta a cuore la preservazione della nazione.
Con l’assenso del presidente Trump, nonostante l’opposizione dei generali del Pentagono e dei diplomatici del dipartimento di Stato, il 16 settembre Siria e Venezuela hanno fatto passi avanti in questa direzione. Lo stesso giorno Iran, Russia e Turchia hanno annunciato la formazione della Commissione Costituzionale Siriana [4] e il Venezuela l’apertura di un Tavolo di dialogo che riunisce rappresentanti del governo e dell’opposizione patriottica [5]. Un’iniziativa che si sostituisce ai negoziati che il governo costituzionale aveva intavolato alle Barbados – alla presenza di mediatori norvegesi – con i rappresentanti dell’autoproclamato presidente Guaidó; negoziati che quest’ultimo dichiarò esauriti e abbandonò. Analogamente, la Commissione Costituzionale Siriana mette fine ai negoziati che il governo conduceva da anni con gli jihadisti “moderati”, sotto gli auspici dell’ONU.
Dopo l’inizio della guerra in Siria il principio di Unione Nazionale si è gradualmente affermato. Il presidente Assad riuscì a organizzare nel 2014 un’elezione presidenziale conforme agli standard internazionali dei regimi democratici. In Venezuela invece questo principio rappresenta una novità, di cui ancora non tutti sono convinti. Un precedente tentativo avviato da papa Francesco è fallito. Questa volta, in poche ore, i negoziatori sono riusciti ad accordarsi su tutto quel che Guaidó asserisce di rivendicare, ma che in realtà rifiuta di formalizzare. Gli chavisti hanno smesso di disertare le sedute dell’Assemblea Nazionale; la riforma della Commissione elettorale è in gestazione; il vice-presidente dell’Assemblea Nazionale, prima agli arresti, è stato rilasciato; e via di questo passo.
La diffusione della notizia di questi considerevoli progressi ha coinciso con la vacanza del posto di Consigliere per la Sicurezza Nazionale USA. La sostituzione di John Bolton con Robert O’Brien favorisce l’avvio di un nuovo indirizzo a Washington. I due uomini hanno le medesime referenze ideologiche, l’“eccezionalismo statunitense”, ma stili opposti: il primo minaccia di guerra l’intero pianeta, il secondo è consumato negoziatore.
Giacché i partigiani del terrorismo – gli jihadisti “moderati” e i guarimberos di Juan Guaidó – ne sono esclusi, Unione Europea e Gruppo di Lima, privi del pragmatismo del presidente Trump, condannano questi progressi.

[1] The Pentagon’s New Map, Thomas P. M. Barnett, Putnam Publishing Group, 2004. “Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 agosto 2017.
[2] “Assad e Chavez chiedono la formazione di un movimento di liberi alleati”, Rete Voltaire, 3 luglio 2010.
[3] Proyecto Nacional Simón Bolívar. Primer Plan Socialista (PPS) del Desarrollo Económico y Social de la Nación (2007/2013), Presidencia de la República Bolivariana de Venezuela.
[4] “Joint Statement by Iran, Russia and Turkey on the International Meeting on Syria”, Voltaire Network, 16 September 2019.
[5] «Venezuela : Mesa Nacional», Red Voltaire, 26 de septiembre de 2019.

INTERVISTA – Venezuela, i miti sull’inflazione sfatati dallo specialista finanziario Juan Carlos Valdez

25/9/2019
Il livello di crisi esistente in Venezuela è dovuto a questioni geopolitiche e all’economia come strumento di guerra dell’imperialismo. Tutte le guerre sono, in ultima istanza, di natura economica, ma non tutte utilizzano l’economia come arma di guerra come si sta facendo contro il Venezuela.”

INTERVISTA - Venezuela, i miti sull'inflazione sfatati dallo specialista finanziario Juan Carlos Valdez

di Geraldina Colotti

Juan Carlos Valdez è avvocato, specialista in diritto finanziario, e magistrato supplente della sala costituzionale del Tribunal Supremo de Justicia (TSJ). E’ esperto di economia politica, materia che insegna, e che diffonde nel programma “Boza con Valdez”, in onda su VTV. Gli chiediamo di spiegare a un lettore europeo di sinistra cosa sta accadendo all’economia venezuelana.

I grandi media usano l’esempio della Bolivia contro il Venezuela. Perché l’economia boliviana va bene?

Il Pil della Bolivia rappresenta una parte molto piccola su scala latinoamericana, non è un grosso ostacolo per l’imperialismo, il cui obiettivo principale è quello di distruggere governi socialisti che hanno un forte potere economico come il Venezuela. Se ci riuscisse, poi passerebbe a Cuba, al Nicaragua e anche la Bolivia non durerebbe molto perché è un’economia fragile. Perché i media non parlano del Venezuela fino al 2012? In pochi anni si è ridotta la povertà a meno della metà e quella estrema di un terzo. In meno di due anni si è sconfitto l’analfabetismo, si sono create decine di università e oggi chi non studia è solo perché non vuole, non perché non possa permetterselo. Ogni venezuelano poteva avere sulla sua carta di credito fino a 5.000 dollari sussidiati dallo Stato. Perché non parlano di questa Venezuela? Perché stava dimostrando che la ricchezza si può ripartire in modo giusto. Se lo stesso FMI ammette che solo pochissime famiglie possiedono la ricchezza del mondo – un mondo in cui i paesi che si richiamano al socialismo non sono certo la maggioranza – significa che non è il socialismo a generare la povertà, ma il capitalismo. Per questo il Venezuela fa paura. Per questo abbiamo ragione a resistere. In Venezuela esiste una rivoluzione, che ha smosso tutto nel profondo, assolutamente tutto, e per questo è piena di contraddizioni, altrimenti non sarebbe tale. Noi non vogliamo curare il capitalismo venezuelano, non lo stiamo riformando, stiamo cercando un’altra strada che non è esente da errori, e lo facciamo da soli vent’anni, poca cosa sul piano della storia. Siamo in una fase di acutizzazione delle contraddizioni, una fase di definizione nella quale stiamo verificando, all’interno stesso del blocco rivoluzionario, chi siamo davvero.

Ma con quale prospettiva se non c’è il controllo pieno dei mezzi di produzione e si continua a dormire con il nemico in casa?

In Venezuela, le imprese che costituiscono il motore economico, quelle petrolifere, sono in mano allo Stato. Per questo, nel 2001-2002, mentre siamo riusciti a venir fuori bene dalla serrata padronale, quando hanno bloccato anche il settore petrolifero, abbiamo avuto grosse difficoltà. Il controllo dello Stato c’è, per questo io non mi preoccupo tanto del controllo dei mezzi di produzione, quanto del controllo dei prezzi, che è il vero meccanismo di trasferimento della ricchezza. Per come vanno le cose da noi, la quota di plusvalore per il capitalista si è alquanto ridotta, per via delle lotte dei lavoratori e delle lavoratrici, per le coperture sociali ottenute, per le leggi che le garantiscono, per una serie di benefici che compensano quel che viene estratto ai lavoratori.

 

 

L’aumento diretto del plusvalore, quasi non è più una priorità per i capitalisti, qui. La vera fonte di ricchezza è la speculazione dei prezzi, quello è il modo attraverso il quale si riprendono con gli interessi quanto hanno dovuto versare al lavoratore, e senza nessuna correlazione con i costi di produzione, e con un margine speculativo spropositato che si approfitta delle necessità della popolazione e che aumenta la concentrazione di ricchezza in poche mani. Una situazione che non ha freni anche per la copertura di certe teorie economiche che si danno per scontate, anche se stonano in una società che vuole costruire il socialismo.

Che cosa intendi?

Mi riferisco alla teoria monetarista, oggi predominante, secondo la quale a generare l’aumento dei prezzi è la quantità di denaro circolante e non la volontà dell’offerente. Io non credo che sia l’eccesso di denaro in circolazione a generare inflazione. Al contrario, penso che aumentando il prezzo quando i prodotti scarseggiano, gli offerenti creano una nuova penuria dovuta proprio all’aumento dei prezzi, che diventano irraggiungibili per molti consumatori: per i quali questi prodotti è come se non esistessero. Il “denaro inorganico”, non esiste. Quando il governo crea denaro per pagare i suoi debiti, quando copre il deficit fiscale, sta semplicemente pagando con ritardo il prezzo di beni e servizi che già ha utilizzato e che si sono prodotti nel paese in quel periodo fiscale. Lo stato non è un falsario che fa circolare denaro eccedente il bilancio stabilito. In agosto, il presidente ha deciso un aumento di salario del 3.600 per cento. La gente era felice di poter far fronte alle necessità basilari, ma immediatamente è arrivata la speculazione dei prezzi. Quando abbiamo accordato i prezzi, sono scomparsi i prodotti dal mercato e si è rimesso in moto il meccanismo di prima. Il livello di crisi esistente in Venezuela è dovuto a questioni geopolitiche e all’economia come strumento di guerra dell’imperialismo. Tutte le guerre sono, in ultima istanza, di natura economica, ma non tutte utilizzano l’economia come arma di guerra come si sta facendo contro il Venezuela. E da noi la situazione si complica anche per la presenza di forze interne che credono nell’importazione perché produce commissioni e corruzione.

E come se ne esce?

All’interno, esercitando l’autorità dello Stato contro la speculazione, producendo una rivoluzione educativa che stimoli la produzione nazionale e si liberi di quelle teorie economiche create per il neoliberismo, per proteggere un determinato sistema politico e una classe sociale, e che non sono innocue. Noi siamo capaci di creare le nostre leggi economiche e regolare la nostra società. Il blocco economico-finanziario si sta trasformando in una forza che ci obbliga a guardarci dentro, a valorizzare le nostre potenzialità, a cambiare abitudini e consumi. L’imperialismo usa il dollaro – che non ha più l’egemonia di prima – come arma di guerra, ma noi stiamo spostando il nostro mercato verso gli alleati strategici, come Russia e Cina, che agiscono per la costruzione di un mondo multipolare. 

Preso da. https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-intervista__venezuela_i_miti_sullinflazione_sfatati_dallo_specialista_finanziario_juan_carlos_valdez/5496_30803/

Rivoluzione Bolivariana del Venezuela e pacifisti ‘guerrafondai’

 

Israele contro i venezuelani

Il 24 giugno 2019 in Venezuela hanno tentato un nuovo colpo di Stato. Thierry Meyssan rileva che era rivolto sia contro l’amministrazione di Nicolás Maduro sia contro il suo oppositore, il filo-USA Juan Guaidó. Inoltre, secondo le registrazioni di conversazioni fra i complottisti, il golpe era supervisionato dagli israeliani.

| Damasco (Siria)

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Il 24 giugno 2019 Nicolás Maduro e Juan Guaidó avrebbero dovuto essere rovesciati a beneficio di Raúl Baduel.
Il 24 giugno 2019 in Venezuela c’è stato un ennesimo tentativo di colpo di Stato. Tutti i responsabili sono stati arrestati e il ministro dell’Informazione, Jorge Rodríguez, ha diffusamente spiegato in televisione annessi e connessi della vicenda. Sui media, il tentativo di sedizione è stato offuscato dal malore in tribunale di uno dei suoi capi e dalla successiva morte in ospedale. I fatti sono comunque particolarmente indicativi.


A differenza dei precedenti, questo complotto era da 14 mesi sorvegliato da un’unità dell’intelligence militare, formata dall’intelligence cubana. In questo lasso di tempo gli agenti venezuelani hanno infiltrato il gruppo e sorvegliato le comunicazioni audio e video. L’intelligence è in possesso di 56 ore di registrazioni, che sono inconfutabili prove.
Parecchie delle persone arrestate erano implicate in complotti precedenti, sicché è difficile ritenere quest’operazione separata dalle precedenti, sponsorizzate dalla CIA.

«Non c’è futuro né per l’opposizione né per il governo»

Il complotto era diretto sia contro il presidente costituzionale Nicolás Maduro sia contro l’autoproclamatosi presidente Juan Guaidó e finalizzato a portare al potere un terzo uomo, il generale Raúl Isaías Baduel.
Baduel, ex capo di stato-maggiore ed ex ministro della Difesa, fu sollevato dall’incarico dal presidente Hugo Chávez, cui si era ribellato, e nel 2009 si mise a capo dell’opposizione. Fu però accertato che aveva sottratto denaro pubblico. Giudicato colpevole, fu condannato a sette anni di reclusione, che ha scontato. Durante il mandato del presidente Maduro fu nuovamente messo in carcere, dove tutt’ora si trova. Un commando avrebbe dovuto liberarlo e portarlo alla televisione nazionale ad annunciare il cambio di regime.
Il fatto di promuovere un terzo presidente conferma la nostra analisi, pubblicata due anni fa [1]: il fine degli Stati Uniti non è rimpiazzare il regime bolivariano con uno più mansueto, ma distruggere le strutture statali del Paese. Secondo la prospettiva USA, né la maggioranza nazionalista né l’opposizione filo-USA possono sperare in un futuro.
I venezuelani che appoggiano Guaidó, sicuri che il sostegno statunitense li porterà alla vittoria, oggi devono ricredersi. L’iracheno Ahmed Chalabi e il libico Mahmoud Gibril sono stati rispediti nei loro Paesi con i bagagli dei GI’s. Non hanno mai sperimentato il destino cui speravano di essere destinati.
Allo stadio attuale del capitalismo finanziario transnazionale, le classiche analisi del XX secolo, secondo cui gli Stati Uniti preferiscono governi vassalli a governi loro pari, sono superate. È la dottrina Rumsfeld/Cebrowski che imperversa dal 2001 [2] e che ha già devastato il Medio Oriente Allargato e oggi si abbatte sul Bacino dei Caraibi.
Secondo le registrazioni dell’intelligence venezuelana, il complotto non era organizzato dagli Stati Uniti, benché probabilmente da loro sovrinteso, ma dagli israeliani. Negli ultimi 72 anni la CIA ha organizzato un incredibile numero di “cambiamenti di regime” per mezzo di “colpi di Stato” o “rivoluzioni colorate”. Per garantirne l’efficacia, l’Agenzia non esita ad affidare identiche missioni contemporaneamente a diverse unità, persino a subappaltare operazioni. È spesso il caso del Mossad, che a sua volta affida ad altri i propri servizi.
Quattro anni fa in Venezuela ci fu un altro tentativo di colpo di Stato. L’operazione prevedeva molti assassinii e una manifestazione che avrebbe dovuto assaltare il palazzo presidenziale di Miraflores. TeleSur dimostrò che il tentativo era inquadrato da stranieri appositamente arrivati la vigilia della manifestazione. Non parlavano spagnolo. Il percorso della manifestazione fu perciò misteriosamente disseminato di graffiti con la stella di Davide e istruzioni in ebraico.

Israele in America Latina

Il ministro Rodriguéz ha per prudenza evitato di pronunciarsi pubblicamente sui mandanti degli israeliani a capo del complotto del 24 giugno, ossia se agivano o meno in nome del proprio Paese. Numerosi precedenti dimostrano che si tratta di un’ipotesi plausibile.
I servizi segreti israeliani hanno iniziato a svolgere un ruolo in America Latina nel 1982. In Guatemala il presidente giudeo-cristiano Efraín Ríos Montt [3] massacrò 18 mila indiani. Mentre Ariel Sharon invadeva il Libano, nella sua ombra il Mossad proseguiva in Guatemala gli esperimenti sociali condotti dal 1975 nel Sudafrica dell’apartheid: creare bantustan per i maya; un modello che sarà applicato anche ai palestinesi, dopo gli Accordi di Oslo del 1994. Contrariamente a una lettura positiva degli accadimenti, il fatto che il primo ministro Yitzhak Rabin abbia sovrinteso agli esperimenti sociali in Sudafrica [4] non depone a favore della sua buona fede, quando a Oslo si è impegnato a riconoscere uno Stato palestinese demilitarizzato.
Negli ultimi dieci anni i servizi segreti israeliani: – hanno “autorizzato” la società “privata” israeliana Global CST a dirigere l’operazione “Jaque” (2008) per liberare Ingrid Betancourt, ostaggio delle FARC colombiane [5]; – hanno inviato cecchini in Honduras per assassinare i leader delle manifestazioni per la democrazia, seguite al colpo di Stato del 2009 contro il presidente costituzionale Manuel Zelaya [6]; – operando dall’intero della Banca Centrale, della Sicurezza dei Giochi Olimpici di Rio de Janeiro, nonché del Senato, hanno attivamente partecipato al rovesciamento della presidente del Brasile Dilma Rousseff (2016).
Inoltre, le Forze di Difesa israeliane hanno: – affittato una base sottomarina in Cile; – inviato migliaia di soldati nella proprietà di Joe Lewis nella Patagonia argentina per seguire stage di addestramento di due settimane [7].

Documenti allegati

Al-Watan #3181
(PDF – 177.9 Kb)
[1] Vídeo : « Thierry Meyssan : El plan de Estados Unidos contra America latina » (entrevista con Russia Today), 22 de Mayo de 2017.
[2] The Pentagon’s New Map, Thomas P. M. Barnett, Putnam Publishing Group, 2004. “Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 agosto 2017.
[3] Il generale Efraín Ríos Montt era evangelico. Non si definiva “cristiano”, bensì “giudeo-cristiano”. NdlR.
[4] “Mandela e Israele”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 9 dicembre 2013.
[5] “Israele aumenta la sua presenza militare in America Latina”, Traduzione Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 3 novembre 2009.
[6] « Le SouthCom prend le pouvoir dans un État membre de l’ALBA », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 29 juin 2009.
[7] “Qual è il progetto di Israele in Argentina?”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 16 dicembre 2017.Preso da: https://www.voltairenet.org/article206904.html

Venezuela, Iran: Trump e lo Stato Profondo

Gli accadimenti in Venezuela e l’escalation della tensione fra Washington e Teheran sono stati presentati dalla stampa USA in modo fallace. Le dichiarazioni contraddittorie delle diverse parti negano ogni comprensione degli eventi. Per cui è importante approfondire l’analisi dopo aver verificato i fatti e completare il quadro con la disamina della contrapposizione fra le diverse correnti politiche dei Paesi coinvolti.

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La nuova situazione alla Casa Bianca e al Pentagono

Con le elezioni parlamentari del 6 novembre 2018 il presidente Donald Trump ha perso la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e il Partito Democratico ne ha dato per scontata la destituzione.

Sicuramente a Trump non può essere imputato nulla che ne giustifichi la rimozione, ma un clima isterico ha alimentato lo scontro fra le due componenti degli Stati Uniti, proprio come accadde per la guerra di secessione [1]. Da due anni i partigiani della globalizzazione economica inseguivano la pista russa e aspettavano che il procuratore Robert Mueller sancisse il preteso alto tradimento del presidente.
Mueller è noto per anteporre sempre l’interesse dello Stato federale alla verità e al diritto. Fu lui a inventarsi la pista libica per l’attentato Lockerbie, basandosi su una prova che più tardi la giustizia scozzese invalidò [2]. Sempre lui affermò che, negli attentati dell’11 settembre 2001, tre aerei furono dirottati da 19 pirati dell’aria mussulmani, nessuno dei quali però risultava nelle liste d’imbarco [3]. Si conoscevano le conclusioni della sua inchiesta sulle interferenze russe ancor prima che fosse iniziata.
Trump è stato quindi costretto a negoziare con lo Stato Profondo la propria sopravvivenza politica [4]. Non aveva scelta. L’accordo cui è sceso prevede l’attuazione del piano Rumsfeld-Cebrowski [5], a condizione però che il Paese non s’imbarchi in una grande guerra. In cambio, il procuratore Mueller ha voltato gabbana e assolto Trump da ogni accusa di tradimento [6].
Nella foga del momento, i falchi hanno imposto il rientro a Palazzo dei neo-conservatori: un gruppuscolo trotskista newyorkese, formatosi attorno all’American Jewish Committee (AJC) e reclutato da Ronald Reagan, che ha trasformato l’ideale della «Rivoluzione mondiale» nel credo dell’«imperialismo USA mondiale». Da Reagan in poi i neo-conservatori hanno fatto parte di tutte le amministrazioni, democratiche o repubblicane, secondo il colore politico del presidente al potere. Per il momento, fa eccezione l’amministrazione Trump, che tuttavia non li ha estromessi dalle agenzie riservate, la NED (National Endowment for Democracy) e l’USIP (United States Institute of Peace).
Questi sono gli antefatti che hanno indotto la segreteria di Stato ad affidare, il 25 gennaio 2019, il dossier venezuelano a Elliott Abrams, il cui nome è associato a ogni genere di menzogna di Stato e di manipolazione [7]. Abrams fu uno degli ideatori dell’operazione Iran-Contras del 1981-85 e della guerra contro l’Iraq del 2003. Immediatamente dopo la nomina, Abrams si è messo al lavoro con il Comando militare USA per l’America del Sud (SouthCom) per rovesciare il presidente Nicolás Maduro.
Ebbene, conosciamo la strategia Rumsfeld-Cebrowski – che abbiamo visto dispiegata per 15 anni nel Grande Medio Oriente – nonché la declinazione del SouthCom [8], contenuta nel documento del 23 febbraio 2018, redatto dall’ammiraglio Kurt Tidd e rivelato da Stella Calloni a maggio dell’anno scorso [9]. Quel che sta accadendo oggi ne è la flagrante applicazione.

Il fiasco venezuelano

Lo smacco dell’operazione USA, con la scoperta del tradimento del direttore del SEBIN, generale Manuel Figuera, e il colpo di Stato da lui avventatamente improvvisato il 30 aprile, prima di essere arrestato, attesta l’impreparazione del SouthCom, o meglio la sua scarsa conoscenza della società venezuelana. L’apparato di Stato USA, che ha avuto tempo un semestre, non è stato in grado di coordinare le diverse agenzie e gli uomini sul territorio. Tant’è vero che l’esercito bolivariano, pur nella disorganizzazione, era preparato a difendere il Paese.
Il riconoscimento anticipato di Washington e dei suoi alleati, nonché del Gruppo di Lima (con l’eccezione del Messico), di Juan Guaidó quale presidente del Venezuela al posto di Nicolás Maduro, pone lo schieramento USA di fronte a problemi insolubili. Già ora la Spagna si preoccupa della mancanza di interlocutori per i venezuelani ospitati e per gli spagnoli che risiedono in Venezuela. Mai, nemmeno durante una guerra, è accaduto che non fosse riconosciuta la legittimità di un presidente costituzionalmente eletto e della sua amministrazione.
In poche settimane Washington ha rubato l’essenziale dei capitali esteri venezuelani [10], esattamente come fece nel 2003 con il Tesoro iracheno, nel 2005 con il Tesoro iraniano e nel 2011 con quello libico: soldi mai recuperati dalle popolazioni, legittime proprietarie, con l’eccezione dell’Iran, che concluse l’accordo sul nucleare, JCPOA. I regimi iracheno e libico sono stati rovesciati e i successori si sono ben guardati dal ricorrere alla giustizia. Questa volta però la Repubblica Bolivariana ha tenuto duro e la situazione USA è indifendibile.
Su un piano minore sarà interessante vedere come Washington gestirà il caso dell’ambasciata venezuelana a Washington, dove dei poliziotti si sono presentati per mandar via il personale e sostituirlo con l’équipe designata da Guaidó. Gli occupanti legittimi si sono però rifiutati di andarsene e hanno resistito, benché privati di elettricità e acqua. Sono stati sostenuti da molti, fra gli altri dal pastore afro-americano Jesse Jackson, che li ha riforniti di generi alimentari. Alla fine sono stati espulsi. Ora però Washington non sa come giustificarsi.

La diversione iraniana

Fischiando la fine del match, Trump ha richiamato le truppe all’ordine: rovesciare Maduro “sì”, impegnarsi in una guerra classica “no”. Il presidente Trump è jacksoniano; il suo consigliere per la sicurezza, John Bolton, è eccezionalista [11]; Elliott Abrams, che ha fatto propaganda contro i primi due, è invece neo-conservatore: tre ideologie che altrove non esistono – tranne i neoconservatori in Israele. Con ogni evidenza un simile fronte non può durare.
Nel tentativo di respingere la responsabilità dello smacco in Venezuela, lo Stato Profondo ha immediatamente avviato una diversione contro l’Iran, per salvare così Abrams e sbarazzarsi di Bolton. La stampa USA protegge il primo e accusa il secondo [12].
Senza indugio, constatando la frattura fra Pentagono e Casa Bianca, i Democratici hanno rilanciato la pista dell’ingerenza russa, questa volta prendendosela con il figlio maggiore del presidente, Donald Jr.
Il dossier iraniano differisce molto da quello venezuelano. Sin dal 2002 gli Stati Uniti hanno compiuto in Venezuela molte operazioni contro il modello bolivariano e l’aura di cui godeva in America Latina; ma soltanto dal 2018 hanno cominciato ad agire direttamente contro il popolo venezuelano.
Invece il popolo iraniano ha dovuto fronteggiare il colonialismo sin dagli inizi del XX secolo. Durante l’occupazione britannica della prima guerra mondiale, fame e malattie hanno ucciso otto milioni di iraniani [13]. Sono largamente conosciuti il rovesciamento, nel 1953, del primo ministro nazionalista Mohammad Mossadeq a opera di Stati Uniti e Regno Unito e la sua sostituzione con il generale nazista Fazlollah Zahedi, responsabile della terribile repressione della Savak. L’arresto di agenti CIA sorpresi in flagrante delitto in un settore riservato dell’ambasciata USA continua a essere presentato in Occidente come una “presa in ostaggio di diplomatici” (1979-1981), sebbene Washington non abbia mai fatto ricorso alla giustizia internazionale e due marines liberati abbiano confermato la versione iraniana. Nel 1980 gli Occidentali hanno chiesto all’Iraq di entrare in guerra contro l’Iran. Hanno venduto armi a entrambe le parti perché si uccidessero tra loro, ma, quando le sorti della guerra stavano per girare, si sono battuti a fianco degli iracheni. Una portaerei francese partecipò persino ai combattimenti senza che i francesi ne fossero informati. Una guerra che ha fatto 600 mila morti sul fronte iraniano. Nel 1988 l’esercito USA abbatté un volo commerciale di Iran Air, causando 290 vittime civili; non furono mai presentare le benché minime scuse. E cosa dire della stupidità delle pesantissime sanzioni per il nucleare? Stati Uniti e Israele affermano che Teheran prosegue il programma atomico dello scià. Ma i documenti più recenti, resi pubblici da Benjamin Netanyahu, dimostrano che si tratta di un’estrapolazione. I Guardiani della Rivoluzione stavano cercando solo di costruire un generatore di onde d’urto [14], che certo potrebbe servire a costruire una bomba, ma che di per sé non è un’arma di distruzione di massa.
È in questo contesto che l’Iran ha annunciato di non rispettare più una clausola dell’accordo sul nucleare (JCPOA), come del resto prevede lo stesso trattato qualora una delle due parti – in questo caso gli Stati Uniti – non rispetti gli obblighi. Teheran ha inoltre concesso due mesi di tempo all’Unione Europea per decidere se intende o no rispettare i propri impegni. Da ultimo, un’agenzia dell’intelligence USA ha lanciato un allarme, sostenendo che una nota della Guida Suprema, ayatollah Ali Khamenei, fa supporre siano in preparazione attentati contro diplomatici USA a Erbil e a Bagdad.
In risposta,
- 1. Washington ha inviato nel Golfo la squadra militare navale dell’USS Abraham Lincoln e ha ritirato dall’Iraq il personale diplomatico non indispensabile.
- 2. L’Arabia Saudita, che accusa Teheran di aver sabotato i propri impianti petroliferi, esorta Washington ad attaccare l’Iran. Il Bahrein ha chiesto ai propri cittadini di lasciare immediatamente Iran e Iraq. ExxonMobil ha richiamato il proprio personale dal sito iracheno di West Qurna 1.
- 3. Il comandante del CentCom, generale Kenneth McKenzie Jr, ha chiesto rinforzi.
- 4. Il New York Times ha rivelato un piano d’invasione dell’Iran con 120 mila soldati statunitensi, immediatamente smentito da Trump, che ha invitato Teheran alla discussione.
Tutto questo non è molto serio.
Contrariamente alle valutazioni della stampa:
- 1. Il rapporto dell’intelligence USA su un possibile attacco a diplomatici si fonda su una nota della Guida, Ali Khamenei. Gli analisti però concordano sulla possibilità di una diversa interpretazione del documento [15].
- 2. La squadra navale USA non è andata nel Golfo per minacciare l’Iran. Era previsto da tempo che vi si recasse per testare il sistema antimissili navali AEGIS. Una nave spagnola, la fregata Méndez Núñez, che faceva parte del trasferimento, ha rifiutato di proseguire la missione per non essere coinvolta in questo pasticcio. Non ha passato lo stretto d’Ormuz ed è rimasta in quello di Bab el Mandeb [16].
- 3. Il ritiro del personale diplomatico dall’Iraq rientra nel movimento di brusco ritiro del personale diplomatico dall’Afghanistan di marzo e aprile scorsi [17]. Questa riorganizzazione delle sedi diplomatiche non è foriera di guerra, è stata al contrario concordata con la Russia.
- 4. Tanto più che, senza il sostegno delle milizie irachene pro-Iran, gli Stati Uniti perderebbero il loro puntello in questo Paese.
Disgraziatamente, il governo iraniano rifiuta qualunque contatto con il presidente Trump e la sua amministrazione. È bene ricordare che l’allora parlamentare iraniano Hassan Rohani fu il primo contatto degli Occidentali nell’affare Iran-Contras. Rohani conosce personalmente Elliott Abrams. Mise in relazione lo Stato Profondo USA e l’ayatollah Achemi Rafsandjani che, grazie a questo traffico d’armi, divenne il miliardario più ricco d’Iran. È grazie ai servizi resi da Rohani che gli Stati Uniti favorirono la sua vittoria su Mahmoud Ahamadinejad, cui fu impedito di candidarsi alle elezioni e i cui principali collaboratori sono oggi in prigione. A torto o a ragione, Rohani ritiene che il ritiro di Trump dall’accordo sul nucleare miri a sfruttare il malcontento popolare, manifestato a dicembre 2017, per rovesciarlo. Insiste anche a ritenere che l’Unione Europea gli sia favorevole, benché il Trattato di Maastricht, nonché i successivi, impediscano a Bruxelles di sganciarsi dalla NATO. Dal suo punto di vista, risponde alla logica aver respinto per due volte l’invito di Trump a trattare e aspettare il rientro dei globalisti alla Casa Bianca.
Naturalmente, con un casting così mediocre non si può escludere che la messinscena sfugga al controllo e provochi una guerra, anche se Casa Bianca e Cremlino in realtà si parlano. Né il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, né l’omologo russo, Sergueï Lavrov, desiderano lasciarsi travolgere da questo ingranaggio.

[1] “Gli Stati Uniti si riformeranno o si lacereranno?”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 26 ottobre 2016.
[2] « Lockerbie : vers une réouverture de l’enquête », Réseau Voltaire, 29 août 2005. “L’AFP riscrive il caso Lockerbie”, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 28 maggio 2012.
[3] «Listes des passagers et membres d’équipage des quatre avions détournés le 11 septembre 2001», Réseau Voltaire, 12 septembre 2001.
[4] The American Deep State: Big Money, Big Oil, and the Struggle for U.S. Democracy, Peter Dale Scott, Rowman & Littlefield (2017). Version française : L’État profond américain : La finance, le pétrole et la guerre perpétuelle, Demi-Lune, 2019.
[5] “Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 agosto 2017.
[6] Report On The Investigation Into Russian Interference In The 2016 Presidential Election, Special Counsel Robert S. Mueller III, March 2019.
[7] « Elliott Abrams, le “gladiateur” converti à la “théopolitique” », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 14 février 2005.
[8] “Plan to overthrow the Venezuelan Dictatorship – “Masterstroke””, Admiral Kurt W. Tidd, Voltaire Network, 23 February 2018.
[9] “Il “colpo da maestro” degli Stati Uniti contro il Venezuela”, di Stella Calloni, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 13 maggio 2018.
[10] #Trump desbloquea Venezuela, Gabinete de Ministros de Venezuela, 2019.
[11] “L’ONU fatto a pezzi dall’“eccezionalismo” statunitense”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 2 aprile 2019.
[12] “White House Reviews Military Plans Against Iran, in Echoes of Iraq War”, Eric Schmitt and Julian E. Barnes, New York Times, May 13, 2009. “Trump, frustrated by advisers, is not convinced the time is right to attack Iran”, John Hudson & Shane Harris & Josh Dawsey & Anne Gearan, Washington Post, May 15, 2019.
[13] The Great Famine and Genocide in Persia, 1917–1919, Majd, Mohammad Gholi, University Press of America (2003).
[14] Shock Wave Generator for Iran’s Nuclear Weapons Program: More than a Feasibility Study David Albright & Olli Heinonen, Fondation for the Defense of Democracies, May 7, 2019. (PDF – 4.3 Mo)
[15] “Intelligence Suggests U.S., Iran Misread Each Other, Stoking Tensions”, Warren P. Strobel & Nancy A. Youssef & Vivian Salama, The Wall Street Journal, May 16, 2019.
[16] «España retira la fragata ‘Méndez Núñez’ del grupo de combate de EE UU en el golfo Pérsico», Miguel González, El País, 14 de Mayo de 2019.
[17] “Beijing, Mosca e Washington di accordano in segreto sull’Afghanistan”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 27 aprile 2019.

Napoli condanna l’ennesimo tentativo di golpe in Venezuela!

L’Assemblea di Solidarietà con il Venezuela Bolivariano a Napoli condanna il tentativo di colpo di stato contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela!
Il movimento di solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana nella Città di Napoli, così come l’insieme delle associazioni, degli attivisti e degli intellettuali raccolti nella Assemblea di Solidarietà con il Venezuela Bolivariano, Condannano il tentativo di colpo di stato perpetrato contro questo Paese libero, sovrano e indipendente, contro il suo Presidente legittimo Nicolás Maduro e contro le continue proposte di dialogo e i reiterati sforzi per la pace che il popolo venezuelano ha avanzato.

Denunciamo la autoproclamazione, completamente antidemocratica e anticostituzionale, del
deputato Juan Guaidó, che si è messo a capo di queste manifestazioni violente, sotto la esplicita e
dichiarata manipolazione da parte dell’imperialismo nord-americano.

Esigiamo che sia rispettata la volontà del popolo del Venezuela e la sua libertà a decidere del suo
futuro e per la risoluzione delle questioni interne venezuelane.
Basta ingerenze nella Terra di Bolívar!
Rispetto per la Carta Magna!
Condanniamo l’uso della violenza, la chiamata alla sollevazione armata e all’attentato contro la
democrazia.
Denunciamo la manipolazione mediatica imperialista e le menzogne diffamatorie sulla Forza
Armata Venezuelana, che ha già dato prova di pieno appoggio al popolo e al Presidente Nicolás
Maduro.
Esigiamo che la Unione Europea mantenga una posizione di rispetto e di non intervento di fronte
alla situazione attuale nella Repubblica Bolivariana del Venezuela.
Riaffermiamo ora più che mai la nostra piena solidarietà e il nostro totale appoggio al popolo del
Venezuela, al Presidente Nicolás Maduro e al lascito del Comandante Hugo Chávez.

Preso da: https://albainformazione.com/2019/05/03/21351/

Menzogne dei fake media sul Venezuela mentre occultano che in Colombia sono morti 700 leader sociali nel 2018

Mentre i fake media continuano a strepitare su presunte violazioni dei diritti umani in Venezuela con l’obiettivo di tirare la volata alla prossima guerra per spoliare una nazione dei propri beni, nell’assordante silenzio degli stessi continua il massacro dei leader sociali in Colombia. Quello stesso paese che gli Stati Uniti hanno scelto come operativa per le azioni di golpismo contro il Venezuela bolivariano.
Menzogne dei fake media sul Venezuela mentre occultano che in Colombia sono morti 700 leader sociali nel 2018
Quasi 700 leader sociali sono stati uccisi in Colombia nel 2018, secondo il Centro l’Investigazione e l’Educazione Popolare (Cinep).

La cifra rivelata dall’agenzia è di 648 persone, che fanno parte delle 2.252 vittime di alcuni tipi di violazioni dei diritti umani.

Secondo il rapporto “Violenza camuffata.

 

 

La base sociale a rischio”, oltre agli omicidi, sono stati registrati, tra gli altri reati, 1.151 casi di minacce di morte, 304 feriti fisici, 48 attacchi, 22 sparizioni e 3 aggressioni sessuali.
A sua volta, la più grande violazione dei diritti umani finora avvenuta nel 2019 si è verificata nel dipartimento della Valle del Cauca (sud-ovest), con 224 vittime, seguita da Cauca (sud-ovest), con 182 e Santander (nord-est), con 180 casi.

“Il principale metodo di vittimizzazione è stata la minaccia, con 122 vittime a Valle del Cauca e 117 a Cauca”, ha aggiunto il rapporto.

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-menzogne_dei_fake_media_sul_venezuela_mentre_occultano_che_in_colombia_sono_morti_700_leader_sociali_nel_2018/5694_28362/