Cronache dalla Libia 13

29 agosto 2011

“Per quanto critiche possano essere la situazione e le circostanze in cui vi trovate, non disperate; è proprio nelle occasioni in cui c’è tutto da temere che non bisogna temere niente; è quando siamo circondati da pericoli di ogni tipo che non dobbiamo averne paura; è quando siamo senza risorse che dobbiamo contare su tutte; è quando siamo sorpresi che dobbiamo sorprendere il nemico.” (Sun Tzu -L’arte della guerra)

“Nella società degli spettacoli il vero non è che un momento del falso”
(Guy Debord)

“Ci siamo seduti dalla parte del torto perchè tutti gli altri posti erano occupati” (Bertold Brecht)

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  • Ad Ovest la TV sulla Libia tace, distorce e mente [29.08.2011]
    “Argumenty.ru” Alexander Grigoriev
Libya: The massacre, the cover-up. What is going on?

“Sembra che stiamo lavorando alla televisione sovietica. La censura è totale, il tutto coordinato con l’ufficio di Londra. Hanno scattato una foto a Tripoli nella zona che controllano i ribelli; le persone uccise erano in abiti civili e disarmati, ma con segni di tortura. Viene distillata in ufficio. Esce con la didascalia: <<L’esercito di Gheddafi ha ucciso gli abitanti di Tripoli>>.
Ho chiamato, dicendo, non c’è l’esercito di Gheddafi in questa regione, è dove gli islamisti controllano tutto completamente. Risposta: “Lo sappiamo bene qui!”.
E’ così ogni storia “.

http://vimeo.com/28305143

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  • Secondo fonti di stampa russa[29.08.2011] a Benghasi combatte un ex ufficiale sovietico e poi russo, Ilya Korenev, ora colonnello delle forze speciali libiche, il quale dichiara in una lettera che: “Diverse piccole unità di ribelli hanno cercato questa sera di avvicinarsi in ricognizione, ma sono stati distrutte. Allo stesso tempo in aria sorvolava la città un drone telecomandato da ricognizione (UAV), che ha svelato le difese della città. Dopo un’ora su quei punti sono stati tracciati attacchi aerei. Tuttavia, i difensori della città, avevano già lasciato le loro posizioni. I bombardamenti della Nato per intensità sono paragonabili a quelli della guerra del ’95. Sparano su tutto ciò che si muove. Vogliono radere al suolo Benghasi”.
    НАТО стирает Сирт с лица земли

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  • MATRIX LIBYA

http://vimeo.com/28174161

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  • I rivoluzionari di Misurata criminali di guerra

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  • Uno  dei più evidenti crimini dei golpisti di Benghasi: l’arresto di militari libici e la loro esecuzione sommaria. (I nostri telegiornali ci hanno fatto vedere le due parti del filmato separatamente istruendoci per la prima parte che si trattava dell’arresto di mercenari del centro Africa; mentre nel mostrare, in un secondo momento, i cadaveri, legati mani e piedi e giustiziati alla maniera delle SS con un colpo di pistola alla testa, ci hanno raccontato la fola che si trattava dell’esecuzione fatta  dai lealisti di Gheddafi di militari ammutinatisi perchè si erano rifiutati di sparare sui civili…[marzo 2011] )

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  • Ecco chi ama mutilare i propri nemici, carbonizzarne i resti e posare con i trofei; macabra riprova di chi siano gli alleati della NATO

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  • E’ dura essere neri in Libya…

Non un mercenario ma un semplice soldato libico del sud…

Quello che i nostri tg hanno presentato come un mercenario era solo un poliziotto…

Il linciaggio di un nero a Benghasi… giusto per far capire che diritto verrà applicato in Libya

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  • I ribelli golpisti e fascisti di Benghasi hanno una malsana passione per le torture degli inermi, le mutilazioni, l’ostentazione della barbarie: un assaggio della nuova Libya, quella monarchica amata dai francesi, inglesi, italiani e americani…

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Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/08/29/libyan-chronicles-13-0/

2011: terrore nelle strade della Libia appena “liberata”.

Benghazi: Terror in the Streets

di Marie Edwards 20.08.2011
Traduzione di levred

A Bengasi le case sono oggetto di irruzioni, i sospetti sono giustiziati, i vicini di casa trascinati fuori. Molte persone sono disoccupate. Le grandi aziende, tra cui la società di costruzione tedesca Bilfinger Berger, hanno abbandonato la città. I giovani fanno corse in auto facendo stridere le gomme dentro il centro abitato, altri stanno impettiti intorno ad edifici pubblici brandendo i loro coltelli. Di notte, le strade ricordano le guerre fra bande di San Paolo (in Brasile), con l’unica differenza che qui i giovani indossano i giubbotti antiproiettile.
Molti giovani universitari che stavano per completare i loro studi e per ottenere un buon lavoro stanno iniziando a essere frustrati. Uno che parla solo a condizione che egli rimanga anonimo, ha studiato economia all’Università Gharyounis. Gli fu offerto un lavoro come manager alla Bilfinger Berger e avrebbe guadagnato un buon stipendio. Ora è disoccupato. Dice dei ribelli: “Hanno meno di 30 anni e non hanno mogli. Sono orgogliosi delle armi che hanno saccheggiato dalla caserma. Non sanno come controllare se stessi. Ben presto sono diventati aggressivi. Hanno queste armi…. e si perdono.”
Le milizie di Bengasi possiedono armi sofisticate, che vanno dai missili anticarro alle granate e la gente qui parla di tribù che si preparano a saldare vecchi conti ed emergono lotte di potere. Spari sporadici dei ribelli possono essere uditi ogni giorno nella capitale, e centinaia di uomini camminano per la città armati di fucili d’assalto Kalashnikov.
La preoccupazione delle persone a Bengasi si focalizza sulle bande,  appoggiate dai ribelli, che indossano la mimetica militare, terrorizzando i cittadini e derubandoli sotto la minaccia delle armi. “Non è più sicuro viaggiare in alcune parti della città”, dice Dawud Salimi, di 41 anni. “I criminali stanno approfittando della situazione di instabilità per i loro profitti. Recentemente, essi hanno preso di mira gli stranieri. Un gruppo di uomini che indossavano abiti militari hanno fatto irruzione nella stanza d’albergo di una giornalista occidentale, che è stata aggredita e sono fuggiti con le sue apparecchiature elettroniche”.

Dall’altra parte della città di Bengasi, squadre armate vengono inviate a reprimere i sostenitori del leader libico Muammar Gheddafi. Migliaia di persone sono state arrestate nei raid notturni.
Con la copertura delle tenebre, la ‘squadra di protezione’ di Bengasi si è radunata. Parlando in sordina, con tono teso, stringendo fucili carichi, gli uomini hanno cominciato la caccia. In rapido, silenzioso convoglio guidano in tutta la città, puntando le case dei sospetti lealisti.
Gli uomini armati hanno guidato fino ad una fattoria appena fuori Bengasi. La scelta del target era stata discussa prima alla loro base in un ufficio cosparso di carte manoscritte, l’intelligence su potenziali sospetti.
Fermandosi in silenzio, smorzando la chiusura delle portiere, le dita sui grilletti delle pistole cariche, hanno preso ognuno la propria posizione. Due uomini hanno puntato le armi, come il cecchino, attraverso aperture nelle pareti esterne. Con i volti coperti da passamontagna, altri furtivamente hanno attraversato il cancello anteriore e circondato la fattoria. L’unico rumore che poteva essere sentito sotto il cielo nel chiaro di luna era il suono dei latrati dei cani da guardia.
Gli autisti attendevano, con i motori accesi. “Questo è molto, molto pericoloso. Spesso ci sono sparatorie,” ha mormorato un autista. La fattoria era vuota. Delusa, la squadra è ritornata alle auto. Verso il prossimo obiettivo.
“Sanno che li stiamo cercando. Essi non possono rimanere in un posto. Spesso corrompono i vicini per non darci informazioni”, dice il leader della squadra.
I sostenitori di Gheddafi vanno in giro in auto sparando ai passanti al fine di diffondere la paura, dicono i ribelli. “Ci sono migliaia di loro qui”, ha detto il capo banda del raid notturno. “Abbiamo molte persone -. Studenti, laureati, uomini d’affari che ancora stanno con Gheddafi sono ora in clandestinità, a organizzarsi”, dice Sami Hassan, 37 anni da sempre residente a Bengasi.
I ribelli temono che cittadini “pro-Gheddafi” a Bengasi agiscano come spie per il governo libico.
“Non fidarti di nessuno, siamo in una guerra psicologica”, ammette il portavoce del Consiglio Issam Giriani. “Anche ora, so che alcuni sono in giro mentre noi siamo qui per la registrazione”.
Forse le accuse sono vere. Ci sono segni che Bengasi non si è data alla causa dei ribelli. Un tavolo in una casa tribunale è cosparsa delle armi trovate ad assalitori infiltrati: Kalashnikov, fucili d’assalto, e dinamite. “Ci sono stati molti tentativi di attaccare la casa tribunale”, dice Ibrahim Gheriani responsabile della sicurezza.
Prima di essere fermati dagli attacchi aerei della NATO sulle loro tracce, l’avanzata di Gheddafi su Bengasi incoraggiò alcuni dei suoi sostenitori a mostrarsi.
“In due giorni vinceremo, Muammar tornerà,” ha detto un uomo a un giornalista prima di scivolare silenziosamente dietro la folla.
L’incidenza ha indotto il giro di vite da parte del leader ribelle che ha annunciato che i simpatizzanti Gheddafi avevano 24 ore di tempo per consegnare le armi. Se non lo avessero fatto, sarebbero stati trattati come assassini e nemici dei ribelli.
“Quelli con le mani macchiate di sangue saranno puniti”, dice Issam Giriani.
Alimentata dalla paura, la guerra fa crescere sospetto e diffidenza. Determinare la lealtà in questo ambiente fluido può essere un compito impossibile. Alcuni degli obiettivi sono dei sospettati con criteri pericolosamente malfermi.
Sono tutte considerate ‘prove’ di fedeltà al regime: la città natale di una persona, una fotografia del leader libico nel portafogli e i legami familiari.
“Quest’uomo è di Sirte. La maggior parte delle persone che vengono da là sono Ligen Thauria. Anche la sua famiglia viene da lì”, – dice Hani nella spiegazione del raid armato di mezzanotte alla fattoria.
I ribelli hanno un proprio “gioco[sistema]” di spionaggio. “A volte usiamo donne, vanno dentro alle case, forse fingendo di essere povere e aver bisogno di qualcosa. Là vedono se la persona ha pistole, lei cerca di trovarle.”.
I prigionieri sono portati in una base militare. Nel cortile chiuso di cemento a forma di quadrilatero, fanno ala file di prigionieri seduti. Sulla destra ci sono i detenuti stranieri, ritenuti dai ribelli esser “mercenari”. Allineati a sinistra vi sono decine di libici neri.
La loro detenzione è indefinita. “Dio sa quando mi sarà permesso di tornare a casa”, dice un libico di colore che dice di essere stato catturato a una fermata d’autobus mentre cercava di tornare a casa.
Spesso le incursioni sono guidate dall’adrenalina pompata dei giovani. Prima di uscire, nella base segreta dove si sono riuniti, la squadra di giovani ha scherzato, saltato, urlato, si è pompata per la caccia della notte. “La maggior parte di questi ragazzi sono stati miei amici fin dalla scuola”, ha detto il leader della squadra. “Andiamo!” disse al clac entusiasta della sua banda che carica le proprie armi.
Eccitato e assetato di potere il comandante ha verificato la carica del suo kalashnikov pericolosamente con un sorriso maniacale. La sua formazione militare è stata interrotta quando è stato sbattuto fuori dal college. “Ho litigato con il colonnello in un college,”- ha giurato a me, “mi ha cacciato fuori”.
Il raid può essere violento. Alcuni membri di questa banda sono stati uccisi. “Il primo raid siamo andati a trovare la gente di Gheddafi che stava commerciando armi – ha detto Hani – Ci sono stati quaranta minuti di scontro a fuoco in cui la squadra ha perso uno dei suoi uomini.” Abbiamo catturato quattro ragazzi e ne ho ucciso uno,” – ha detto con orgoglio.

I raid notturni stanno crescendo in numero e dimensione.
“Ne abbiamo preso decine la scorsa settimana”, ha detto un organizzatore della squadra che lavora al tribunale dei ribelli di Bengasi.
Dall’inizio del conflitto i ribelli hanno fatto affidamento sui loro sostenitori occidentali. I ribelli non sono riusciti ad allargare il loro fascino, proprio perché i leaders dell’opposizione sono percepiti come esattamente quello che sono: traditori.
Il popolo libico sa che i membri leader dei ribelli sono burattini imperiali.
Prima della guerra i diritti sociali ed economici sono stati così ampiamente sviluppati che la Libia ha ospitato centinaia di migliaia di lavoratori stranieri. E con tutta la sua ricchezza, la Libia è rimasta un paese socialista. Muammar Al-Qathafi chiesto: “Come si fa a non essere un socialista e a diffondere la ricchezza del proprio paese equamente tra i suoi cittadini?”
Questo fatto è stato difficile da inghiottire per i capitalisti occidentali  e le opportunità di profitto da una guerra con la Libia per i capitalisti occidentali erano semplici per passarci su. L’obiettivo di Washington e i suoi alleati consiste nella confisca e la gestione della vasta ricchezza della Libia e il controllo delle sue risorse. Così hanno avviato una politica estera che ha fatto da propellente per la guerra civile in Libia.
Ma i ribelli non sono in grado di utilizzare il vantaggio tattico che la superiorità aerea della NATO offre loro. Avessero avuto il sostegno delle masse libiche, i ribelli avrebbero guadagnato più territorio. Pochi analisti, se non tutti, ritengono che i fedelissimi del leader libico possano essere facilmente sconfitti. Reports dalla Libia indicano la crescente ondata di sostegno massiccio per il leader libico Muammar Al-Gheddafi dai suoi seguaci, che hanno frequentato raduni e dimostrato la loro disponibilità a confrontarsi con i ribelli e i loro sostenitori.
I ribelli non sono amati,considerato il discorso di Muammar Al-Gheddafi, che si rivolgeva ai suoi sostenitori di più di un milione di persone nella città nordoccidentale di Al-Zawiya non lontano da Tripoli. La folla ha raggiunto un crescendo assordante quando egli ha parlato in un messaggio registrato.
Nel frattempo le forze di governo libico hanno ripreso il controllo della maggior parte del territorio libico e quasi cinque mesi dopo l’aggressione della Nato contro la Libia, impianti petroliferi chiave e, soprattutto, la capitale fino ad ora inespugnabile sono saldamente nelle mani del governo libico.
La guerra d’informazione contro la Libia è gigantesca. Oceani di menzogne ​​e disinformazione si riversano sulle teste di ignari ascoltatori e lettori su base giornaliera. Eventi in Libia stanno mostrando come mostruose bugie orwelliane possano essere facilmente utilizzate per manipolare le menti della gente in un’epoca di tecnologie informatiche. Frontrunners in manipolazione sono quelli di Al-Jazeera del Qatar e i media occidentali. Le bugie sono talmente evidenti, che si deve chiedere perché la carta non stia respingendo la stampa.
La colpa dell’Occidente per come ci si trova ora in Libia ha un lungo pedigree. L’aggressione contro la Libia è parallela all’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq. Quest’ultima sta ancora riprendendosi dalle ferite del conflitto confessionale scatenato dall’invasione di Washington e la prima è un proverbiale fallimento della NATO.
La NATO sta perdendo e a loro non piace – farebbero bene a svegliarsi affinchè il contribuente americano non finanzi un altra enorme atrocità contro l’umanità. La verità sta venendo fuori.

Maria Edwards è un esperta di affari libici e coordinatrice del progetto per l’Africa. Risiede a New York e può essere raggiunta al thePressPhoto@optimum.net

Sirte 2011: un massacro umanitario annunciato

Marinella Correggia, 3 settembre 2011, LibyanFreePress

ASSEDIO A SIRTE

A metà maggio Aisha Mohamed era in transito nella tunisina Djerba. Aveva finito un anno di specializzazione in Gran Bretagna e aveva scelto di andare a condividere la guerra con la sua famiglia, che stava subendo la guerra. A Sirte. Se è ancora là, Aisha è in trappola.

La Guernica libica sarà forse Sirte, o le altre città “nemiche” non ancora conquistate dalla Nato-Cnt? “In Libia i bombardamenti e la guerra continuano. Ci sono Sirte, Ben Walid, Sebha, Brega” dice dalla capitale della – ex? – Jamahiriya un amico sub-sahariano che adesso aspetta l’evacuazione.

Acqua e viveri tagliati

Alla popolazione di Sirte, la Nato e il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) hanno concesso alcuni giorni per la resa, pena l’assalto finale. Secondo il messaggio – certo non verificabile – alla rivista Argumenti.ru, mentre le forze del Cnt assistite da forze speciali estere circondano l’area e respingono dentro le famiglie di civili che cercano di fuggire, dall’alto piovono i bombardamenti dell’operazione Unified Protector, che sotto il mandato dell’Onu che imponeva una no-fly zone “deve continuare la sua missione di proteggere i civili” come ha affermato il 30 agosto la sempre surreale portavoce Nato Oana Longescu.

Secondo la denuncia del superstite portavoce governativo Mussa Ibrahim all’agenzia cinese Xinua, a Sirte una pioggia di razzi piovuti sui fedeli nell’ultimo giorno di ramadan avrebbe ucciso un migliaio di persone. Se anche fossero cento, o cinquanta, sarebbe comunque troppo.

Non solo: i bombardamenti hanno azzerato gli approvvigionamenti in acqua, cibo ed elettricità. Ecco l’analogia con la sorte di Falluja, che nell’ottobre 2004 fu privata di tutto prima dell’assalto finale dei marines che uccise migliaia di persone arrivando a usare il fosforo bianco.

In grado minore anche Tripoli prima dell’attacco del 21 agosto è stata sottoposta a mesi di assedio: bombardamenti a infrastrutture, sabotaggi di condutture, embargo navale hanno causato carenze di gas, cibo, farmaci, benzina, elettricità e acqua, con conseguenti disagi anche pesanti. Come precisa il sito warisacrime.org, l’assedio viola le Convenzioni di Ginevra, così come i bombardamenti su obiettivi civili; che da luglio la nato considera ufficialmente legittimi.

Misrata e Bengasi: casus belli

Gli armati asserragliati a Sirte e nelle altre città saranno accusati di usare i civili come scudi umani. Invece quando a Misrata erano i ribelli a nascondersi nelle case, la colpa dei morti nel fuoco incrociato e sotto le bombe Nato fu tutta addossata all’esercito libico che circondava la città: si veda il rapporto  di Amnesty International Misrata under Siege, dello scorso aprile. Eppure, molte famiglie di Misurata avevano scelto di rifugiarsi nelle zone lealiste e non a Bengasi.

Dopo due mesi di scontri a terra e guerra dai cieli, Human Rights Watch stimava in alcune centinaia le vittime civili della guerra a Misrata. Proteggere i civili di Misrata era il pretesto fornito dalla Nato per continuare a bombardare la Libia. A Sirte le vittime civili potrebbero già essere molte di più. Ma gli assediati non sono tutti uguali.

Del resto la guerra della Nato è ufficialmente iniziata per rispondere all’assedio di un’altra città: Bengasi. Ricostruisce gli eventi il docente statunitense Maximilian Forte un articolo su Counterpunch proprio richiamando il recente ultimatum: “Tripoli, Sirte e Sabha possono essere sacrificate, e non ci sono proteste nemmeno di fronte ai recenti massacri a Tripoli. Invece Bengasi era per i leader dell’Unione Europa la città sacra”. Obama, Cameron e Sarkozy insieme scrivevano ai giornali: “Con la nostra rapida risposta abbiamo fermato l’avanzata delle forze di Gheddafi. Abbiamo evitato il bagno di sangue che egli aveva promesso alla città assediata. Abbiamo protetto decine di migliaia di vite umane”.

Però allora, sottolinea Forte, “non solo i jet francesi hanno bombardato una colonna di militari libici che era in ritirata, ma si trattava di una colonna ridotta  che comprendeva camion e ambulanze”. E  soprattutto, a parte la retorica di Gheddafi, “non c’erano prove che Bengasi sarebbe stata sterminata: lo deduceva molti mesi fa un altro docente statunitense, Alan J. Kuperman, nel suo articolo “False pretense for war in Libya?” pubblicato sul Boston Globe: “Quando le truppe di Gheddafi hanno riconquistato in gennaio in tutto o in parte diverse città – Zawiya, Misurata, Adjabya, con una popolazione totale ben superiore a quella di Bengasi, non sono avvenuti genocidi…malgrado la diffusa presenza di cellulari per fare video e fotografie, non c’è prova di un massacro deliberato”: in effetti i diecimila morti denunciati ni primi giorni di proteste, nelle successive stime della stessa Corte penale erano scesi a circa duecento (più o meno equamente suddivisi fra le due parti).

Proseguiva Kuperman: “E del resto Gheddafi non aveva minacciato di sterminio nemmeno Bengasi. Il suo ‘senza pietà’ del 17 marzo, secondo lo stesso New York Times si riferiva solo ai ribelli armati, mentre per quelli che si disarmavano era promessa una amnistia”.

Conclude Monteforte: per una amara ironia, le prove dei massacri in Libia si riferiscono alle fasi successive all’intervento Nato. E soprattutto agli ultimi giorni. Lo dimostrano gli stessi reportage da Tripoli dei media mainstream che pure avevano appoggiato la rivolta (una sintesi degli stessi in www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=26334).

Insomma, come sintetizza Peacelink, la guerra iniziata per salvare Bengasi termina con un altro assedio. La guerra iniziata per “proteggere i civili” termina in un bagno di sangue. La guerra iniziata per i diritti umani termina con la violazione generalizzata degli stessi (persecuzione di neri e “sconfitti”). E la guerra iniziata per la “democrazia” termina con il Cnt che non riconosce in Libia l’esistenza di una parte della popolazione non allineata: “Non abbiamo bisogno di forze dell’Onu per la sicurezza. Qui non è in corso una guerra civile, è un tutto un popolo contro un dittatore” ha dichiarato giorni fa il capo dello stesso Cnt Abdel Jalil.

Marinella Correggia, 3 settembre 2011

Preso da: https://libyanfreepress.wordpress.com/2011/09/03/sirte-un-massacro-umanitario-annunciato/

Cronache dalla libia 2011, parte 1

Libyan Cronicles 2.1.0

  • Dopo il bombardamento del centro archeologico di fama mondiale in Libya Leptis Magna, oggi [16.08.2011] una nave da guerra della Nato ha preso di mira l’antico anfiteatro di Sabartha arrecando notevoli danni.

  • Un rapporto Reuters dice su Zawiyah: “All’inizio di Martedì (16.08.2011), ribelli alla periferia di Zawiyah hanno detto che le forze fedeli a Gheddafi erano ancora sul bordo orientale della città, da dove hanno attaccato con mortai, razzi Grad e fuoco dei cecchini. Operatori sanitari in uno degli ospedali della città hanno dichiarato che 20 persone, un misto di combattenti ribelli e civili, sono stati uccisi lunedì e il bilancio delle vittime, per le prime ore di martedì mattina, era di un morto “.
  • Dalla BBC la relazione di Deborah Haynes del 16 agosto 2011 dice che i ribelli non tengono assolutamente il controllo di Zawiyah. Lei accenna anche che civili stanno combattendo contro altri civili, che è un altro segnale che i ribelli non sono poi così popolari tra i libici.
  • L’agenzia Cinese Xinhuanet è il primo media a portare la notizia che Misurata era stata liberata dei ribelli dalle tribù vicine e dalla Green Army libica, la notizia che è stato riportata anche da un sito francese. Altre fonti confermano ed emerge che le tribù vicino a Misurata sono unite e con l’esercito libico hanno preso il controllo della maggior parte di Misurata compreso il centro e il porto.
  • Khalifa Hefter, comandante dei ribelli, già agente della CIA, indiziato fortemente per l’assassino del generale Younis sarebbe caduto nelle mani delle forze libiche, catturato dalla gente di Tawerga che entrava nella città di Misurata la scorsa notte… aspettiamo conferme definitive.[ @LibyanLiberal LibyanLiberal – Khalifa Hefter captured by the people of Tawergha that entered the Misrata city last night. #Libya #misrata #NTC]
  • Nella giornata del 13 agosto la Nato ha reso noto di aver distrutto dei mezzi militari dell’esercito libico tra cui un tank a Zawiyah; non ha rettificato poi che il tank e gli altri mezzi militari erano stati catturati dai ribelli. I golpisti di Benghasi sono stati investiti quindi da missili Nato che hanno distrutto i mezzi, almeno quattro ribelli sono deceduti e diversi altri sono rimasti gravemente feriti dal “fuoco… amico”.

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/08/16/libyan-cronicles-2-1-0/

Un documento segreto dell’intelligence britannica MI5 del 1995 rivela un piano per dividere la Libia in due stati più piccoli

GilGuySparks 11 agosto 2011

Il contenuto di un documento riservato, di un servizio di intelligence in Gran Bretagna, noto come ”MI5”, datato 1995, rivela il coinvolgimento del governo britannico in un complotto per imporre una nuova mappa nella regione del Maghreb, attraverso la divisione della Libia in diversi piccoli stati uniti nel quadro di un sistema federale.

Il documento identifica il giorno particolare nel quale l’Ufficio del Primo Ministro Tony Blair, a metà degli anni novanta, era pienamente consapevole del sistema sponsorizzato dai servizi segreti britannici per garantire l’attuazione del colpo di stato attraverso la collaborazione di 5 ufficiali dell’esercito libico, con il grado di colonnello.  Il documento di quattro pagine e che reca la data di dicembre 1995 dice, sotto il titolo “i piani per il rovesciamento di Gheddafi all’inizio del 1996 sono progrediti bene”, che 5 officiali con il rango di colonnelli, provenienti da diverse unità dell’esercito libico,  intendono lanciare un colpo di stato militare contro Gheddafi, aggiungendo che il colpo di stato previsto si terrà in concomitanza con il Congresso generale del popolo della Libia all’inizio nel 97 OtIron nel mese di febbraio.

Il rapporto, di cui venne informato Tunisi, il Cairo e Washington, mostra che il piano era quello di lanciare attacchi su una serie di installazioni militari e di sicurezza in Libia, come ad esempio una base militare nella città di Tarhunah, nonché ‘agitazioni civili’ provocate simultaneamente in diverse città, incluse Bengasi, Tripoli e Misurata. Ha anche parlato del documento, citando una fonte, un ufficiale dell’esercito libico il quale ha detto che secondo un documento classificato come fonte di nuove informazioni vicino ai cinque colonnelli, il colpo di stato aveva lo scopo di lanciare un attacco diretto a Gheddafi, per arrestarlo o ucciderlo.

In questo quadro, dice il rapporto dei servizi segreti britannici che i golpisti erano stati in grado di mobilitare circa 1.275 simpatizzanti, in gran parte dall’esercito e dalla polizia, il resto si sviluppava su diverse aree sociali in Libia, uomini d’affari, medici e studenti, insieme con un numero di lavoratori della televisione e della radio libica (a Tripoli 240 persone, a Benghasi 135, a Tobruk 114, a Misratah 148, a Sirte 40, ad Al-Zamiya 180, Al Zumarah 300, Al Khums 28, a Ghadamis 50). Il documento top secret aggiunge che un contingente di 20 militari e un ufficiale erano stati addestrati a quel tempo da un funzionario dei servizi inglesi che aveva provveduto a spiegare le tattiche e piani di attacco per l’assassinio del colonnello Gheddafi. Il documento rivela che il piano era quello di richiedere che venisse svolto un attacco al corteo di Gheddafi subito dopo che lo stesso aveva tenuto il suo discorso al Congresso generale del popolo (14.02.1996), sulla via del ritorno alla città di Sirte. Vengono così rivelati dettagli sul piano di colpo di stato e di assassinio di Gheddafi, i golpisti avevano pianificato di penetrare il convoglio di Gheddafi durante il tragitto.

Il documento, copie del quale sono state inviate all’Ufficio del Primo Ministro e al Ministero della Difesa e agli “interessati” e agli agenti dell’intelligence in Gran Bretagna, sostiene che i golpisti stavano cercando un riavvicinamento con i paesi occidentali, hanno distribuito grandi quantità di armi ai loro fedeli, 250 pistole modello Webley di fabbricazione inglese e oltre 500 mitragliatrici pesanti. (Tutto materiale datato e ufficialmente non più in uso dalle forze militari britanniche ma detenuto e perfettamente funzionante per utilizzi “ufficiosi”; basti ricordare il caso delle armi detenute dall’Italia nell’isola di S. Stefano, sequestrate durante le guerre balcaniche e tornate utili per foraggiare i ribelli golpisti del 2011 non ufficialmente e con tanto di segreto di stato). I golpisti del ’96 si aspettavano di prendere il completo controllo della Libia entro la fine di marzo dello stesso anno, avendo in progetto di dividere la Libia, previo accordo con i capi tribù, in due parti, ognuna con un governo e un parlamento “regolarmente eletto” che sarebbero dovute essere rette da un governo nazionale all’interno di un sistema federale.

by gilguy

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/08/11/un-documento-segreto-del-servizio-segreto-britannico-mi5-del-1995-rivela-un-piano-per-dividere-la-libia-i-due-stati-piu-piccoli/

La NATO e l’ingratitudine dei Libici

La Coalizione dei volenterosi era giunta in Libia per “salvare la popolazione civile della repressione del tiranno Gheddafi” . Quattro mesi dopo, le folle libiche hanno disertato il territorio liberato di Bengasi e si sono ammassate in grandi manifestazioni contro la NATO. Di fronte a una realtà politica inaspettata, l’armada dell’Alleanza Atlantica non ha più una strategia. Gli italiani hanno iniziato il loro ritiro, i francesi cercano la via d’uscita.

| Tripoli (Libia) | 12 luglio 2011
 
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Il governo libico sperava di raccogliere un milione di persone il 1° luglio 2011 a Tripoli, per protestare contro la NATO. Per la sorpresa delle autorità, così come dell’Alleanza Atlantica, erano 1,7 milioni.

111 giorni dopo l’inizio dell’intervento della coalizione dei volenterosi in Libia, nessuna soluzione militare è in vista e gli esperti sono tutti d’accordo che il tempo è a favore del governo libico, ad eccezione della fortuna e dell’omicidio di Muammar al-Gheddafi.

Il 7 luglio, il Consiglio dei Ministri italiano ha dimezzato l’impegno del paese nello sforzo bellico e ha ritirato la sua portaelicotteri. Il presidente Silvio Berlusconi ha detto che era sempre stato ostile a questo conflitto, ma è stato costretto dal Parlamento a parteciparvi.

Il 10 luglio il ministro della difesa francese, Gérard Longuet, ha evocato una soluzione politica che comporterebbe la partenza di Gheddafi “in un’altra ala del suo palazzo e con un altro titolo“. Dato che non c’è più un palazzo, la prima condizione è puramente formale, quanto alla seconda, nessuno ne capisce il significato, se non che si tratti di una scappatoia semantica.

Le strutture politiche e sociali libiche provengono dalla cultura locale e sono ovviamente difficili da comprendere per molti occidentali. Si tratta di un sistema unicamerale di democrazia partecipativa, che funziona molto bene a livello locale, insieme a un forum tribale che non è una seconda camera, un senato, in quanto non ha potere legislativo, ma integra la solidarietà dei clan nella vita politica. A questo dispositivo, si combina la figura della “Guida“, che non ha alcun potere legale, ma autorità morale. Nessuno è obbligato a obbedirgli, ma la maggior parte lo fa, come agirebbero nelle loro famiglie nei confronti di un anziano, benché nulla li costringa. Nel complesso, questo sistema politico è tranquillo e le persone non mostrano paura della polizia, tranne durante i tentativi di presa del potere, o durante l’ammutinamento nel carcere di Abu Salim (1996) che furono repressi in modo particolarmente sanguinoso.

Questi dati permettono di percepire l’assurdità degli obiettivi della guerra della Coalizione dei volenterosi.

Ufficialmente si tratta dell’appello del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a proteggere le vittime civili della repressione di massa. Ma oggi, i libici sono convinti che la repressione non è mai esistita e che la forza aerea libica non ha mai bombardato i quartieri di Bengasi e Tripoli. La parte del popolo libico che credeva alle informazioni diffuse dalle reti televisive internazionali, ha cambiato idea. Le persone, che hanno tutte parenti e amici sparsi in tutto il paese, hanno avuto il tempo di conoscere i pericoli che corrono le loro famiglie, e hanno concluso che sono stati ingannati.

Su questo tema, come su molti altri, il mondo è ora diviso tra coloro che credono alla versione degli Stati Uniti e quelli che non ci credono. Per parte mia, attualmente risiedo a Tripoli nella zona considerata ostile a Gheddafi, che si sarebbe sollevata contro di lui e che sarebbe stata bombardato dalla sua aviazione, all’inizio del conflitto. Posso attestare che non vi è alcuna traccia di tali eventi, ad eccezione di una macchina bruciata. Gli unici edifici che sono stati bombardati sono gli edifici pubblici che sono stati poi, distrutti dai missili della NATO.

In ogni caso, i principali leader della NATO hanno pubblicamente citato un altro scopo della guerra, che alcuni membri della Coalizione non sembrano condividere: le dimissioni di Gheddafi, il “cambio di regime“. Si sprofonda quindi in una confusione inestricabile. Da un lato, questo non ha alcuna base giuridica ai sensi delle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite, e non è connesso con l’obiettivo dichiarato di proteggere le popolazioni represse. D’altra parte, le dimissioni di Gheddafi non hanno senso, dal momento che non ha alcun ruolo istituzionale, ma solo un’autorità morale che emerge dalle strutture sociali e non politiche. Infine, non vediamo con quale diritto i membri della NATO si oppongono al processo democratico e decidono al posto del popolo libico che deve mettere da parte uno dei suoi leader.

Inoltre, questa confusione conferma che questa guerra ha dei secondi fini, che non sono condivisi da tutti i membri della Coalizione dei volenterosi.

Il principio di un attacco simultaneo alla Libia e alla Siria, è stato attivato dagli Stati Uniti nella settimana successiva agli attacchi dell’11 settembre 2001. fu per la prima volta esposta pubblicamente da John Bolton, allora Assistente del Segretario di Stato, nel suo discorso del 6 maggio 2002 dal titolo “Oltre l’Asse del Male“. E’ stato confermato dal generale Wesley Clark, in una famosa intervista televisiva, il 2 marzo 2007. L’ex comandante della NATO presentò la lista degli stati che sarebbero stati successivamente attaccati dagli Stati Uniti, negli anni successivi.

Gli straussiani avevano inizialmente pianificato di attaccare l’Afghanistan, l’Iraq e l’Iran come parte della ’ridefinizione del Medio Oriente’ e poi, nella seconda fase, di attaccare la Libia, Siria e Libano per estendere il processo di ridefinizione del Levante e del Nord Africa, e ancora, una terza fase per attaccare la Somalia e il Sudan, per rimodellare l’Africa orientale.

L’attacco all’Iran è stato rinviato per ovvie ragioni militari, e siamo entrati direttamente nella fase II, non correlata agli eventi reali o immaginari di Bengasi. La Coalizione dei volenterosi si trova imbarcata in un processo che non voleva e che la sovrasta.

La strategia degli Stati Uniti, attuata da Francia e Regno Unito – associate, come ai bei vecchi tempi della spedizione di Suez-, era basata su una analisi particolarmente fine del sistema tribale in Libia. Sapendo che i membri di alcune tribù -soprattutto i Warfallah- sono stati esclusi da posizioni di responsabilità, a seguito del colpo di stato fallito del 1993, la NATO aveva alimentato le loro frustrazioni, gli aveva armati e usati come leva per rovesciare il regime e installare un governo filo-occidentale. Secondo Berlusconi, Sarkozy e Cameron avevano indicato, in una riunione degli alleati del 19 marzo, che “la guerra sarebbe finita se ci fosse stata, come prevedevano, una rivolta della popolazione di Tripoli contro il regime attuale“.

Questa strategia ha raggiunto il suo zenit il 27 aprile, con l’appello di 61 capi tribali a favore del Consiglio Nazionale di Transizione. Si noti che in questo documento, non c’è più la questione dei massacri attribuiti al “regime” a Bengasi e a Tripoli, ma la sua presunta intenzione di commetterli. I firmatari ringraziavano la Francia e l’Unione Europea per aver impedito un massacro annunciato, e non di aver fermato un massacro in corso.

Dopo quell’appello, in modo continuo e senza interruzioni, le tribù dell’opposizione si sono unite, una dopo l’altra, al governo di Tripoli e i loro leader hanno fatto pubblicamente giuramento di fedeltà a Muammar Gheddafi. In realtà questo processo è iniziato molto prima ed è stato messo in scena l’8 marzo, quando la “Guida” aveva ricevuto l’omaggio dei leader tribali al Rixos Hotel, tra i giornalisti occidentali trasformati in scudi umani e storditi da questa nuova provocazione.

Questo può essere spiegato semplicemente: l’opposizione interna a Gheddafi non aveva alcun motivo di rovesciare il regime, prima degli eventi di Bengasi. L’appello del 27 aprile si basava sulle informazioni che i firmatari considerano, oggi, un inganno. Pertanto, ognuno di loro si si è unito al governo nazionale nella lotta contro l’aggressione straniera. Secondo la cultura musulmana, i ribelli che hanno dimostrato la loro buona fede sono stati perdonati e automaticamente incorporati nelle forze nazionali.

Non importa, nella nostra analisi, sapere se la repressione del regime di Gheddafi sia una realtà storica o un mito della propaganda occidentale, ciò che conta è sapere a cosa oggi credono i libici come popolo sovrano.

Qui dobbiamo rispettare l’equilibrio delle forze politiche. Il Consiglio nazionale di transizione (CNT) non è riuscito a crearsi una base sociale. La sua capitale provvisoria, Bengasi, era una città di 800.000 abitanti. Centinaia di migliaia di loro hanno celebrato la sua creazione a febbraio. Oggi la “città liberata dai ribelli” e “protetta dalla NATO” è in realtà una città fantasma con poche decine di migliaia di persone, spesso si tratta di persone che non possono permettersi di andarsene. I bengasini non sono fuggiti dai combattimenti, sono fuggiti al nuovo regime.

Al contrario, il “regime di Gheddafi” è stato in grado di mobilitare 1,7 milioni di persone durante la manifestazione a Tripoli del 1° luglio, e sta impegnandosi nell’organizzazione di eventi regionali ogni Venerdì. La scorsa settimana, erano ben più di 400000 a Sabha (Sud) e si aspetta una folla simile Venerdì ad az-Zawiyah (ovest). Si noti che queste manifestazioni sono dirette contro la NATO, che ha ucciso più di mille dei loro compatrioti, distrutto infrastrutture non petrolifere del paese e tagliato tutti i rifornimenti con un blocco navale, e ruotano attorno al supporto alla “guida” come leader anti-coloniale, ma ciò non significa necessariamente l’approvazione a posteriori di tutti gli aspetti della sua politica.

In definitiva, il popolo libico ha parlato. Per lui, la NATO non è venuto a proteggerlo, ma a conquistare il paese. È Gheddafi che lo protegge dall’aggressione occidentale.

In queste condizioni la NATO non ha una strategia. Nessun “Piano B”. Niente. Le defezioni nel Consiglio nazionale di transizione sono così numerosi che, secondo la maggior parte degli esperti, i “ribelli” non vanno oltre agli 800-1000 combattenti, anche se pesantemente armati dall’Alleanza, ma incapaci di svolgere un ruolo significativo, senza un sostegno popolare. E’ probabile che i commando delle forze speciali impiegati dalla NATO sul terreno, sono più numerosi dei combattenti libici che inquadrano.

Il ritiro dell’Italia e le dichiarazioni del ministro della difesa francese non sono sorprendenti. Nonostante la sua potenza di fuoco senza eguali nella storia, l’armada della NATO ha perso questa guerra. Non certo sul piano militare, ma perché ha dimenticato che “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” e che politicamente s’è sbagliata. Le urla di Washington, che ha ammonito il ministro francese e rifiuta di perdere la faccia, non cambiranno nulla.

Traduzione di Alessandro Lattanzio