Toh, chi si vede. La “Nuova” Libia.

Libia. Certamente non è stato un argomento – come dire? – “sviscerato” dalle ‘autorevoli’ corrispondenze da Lough Erne, l’amena località del Nord Irlanda (occupato da Sua Maestà britannica) teatro del G8.
Ma qualche riga, una mezza frase, è stata ripresa su quanto sussurrato in merito da Obama al suo nuovo palafreniere d’Italia, Enrico Letta. In sintesi è stato richiesto a Roma di prodursi in buoni uffici mediatori con il nuovo regime tricefalo Tripoli-Bengasi-Fezzan.Toh, chi si vede. La Nuova Libia
Qualcuno degli acuti commentatori si è sprofondato anche in dotte reminiscenze storiche sul “ruolo mediterraneo dell’Italia” e sui suoi “incancellabili legami storici con la quarta sponda”.
In realtà, dopo aver aperto il vaso di Pandora a suon di bombe Nato per esportare “democrazia” e assassinare Gheddafi e parte del suo popolo, gli angloamericani hanno palesemente lì, nel loro dopoguerra, trovato “qualche difficoltà”. Compresa qualche morte eccellente. E’ vero che i pozzi petroliferi sono stati comunque spartiti tra i Lords Protettori (Francia inclusa) ma la situazione, su quella sponda del Mediterraneo è oggi tutt’altro che “normalizzata”.
Di qui la “delega politica” al fedele governo coloniale Letta.

Che tenterà pure di obbedire ai comandi imperiali con qualche mossa “diplomatica”, ma che non potrà che innalzare, e molto presto, bandiera bianca.
E’ un fatto che dopo più di due anni dalla vera e propria guerra del Pentagono e della Nato contro lo Stato nordafricano della Libia, il regime da loro imposto come “Congresso Nazionale Generale” oggi stia chiedendo aiuto ai suoi padroni neo-coloniali.
Lo stesso segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, aveva di recente dichiarato che il governo filo-occidentale di Tripoli ha richiesto assistenza sulla sicurezza. E un gruppo di sedicenti “esperti” si è subito recato in Libia e riferirà al Comando Nato a fine mese “il modo e la via da seguire”. Così Rasmussen ha spiegato la sua “delega militare” chiamata a ipotizzare formule di “addestramento di forze di sicurezza libiche” sotto l’egida occidentale.
Il contesto è quello di un continuo aggravarsi della stabilità “atlantica” in Libia e, da lì, in tutto il Nord ed Ovest Africa. Un lascito della guerra scatenata da Usa, Francia e Nato nel febbraio 2011 e partecipata dall’Italia e da altre nazioni ascare occidentali. La Libia di Gheddafi, strade e città modello, ora trasformate in rovine, ha ceduto il passo ad uno Stato tribale governato da vari gruppi armati molto virtualmente legati all’ectoplasma Cng. Di fatto milizie che cercano di frantumare l’unità libica in tre “entità” territoriali diverse a Est, a Sud e a Ovest. I massacri (l’ultimo a Bengasi, l’8 giugno, tra civili e miliziani fondamentalisti dello “Scudo della Libia”) e le guerre per procura (mercenari in Siria, integralisti in Mali) sono all’ordine del giorno.
Ed è lì che il governo Letta è stato chiamato a intervenire.
In un altro Afghanistan.
Preso da:http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=21624&utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Rinascita-Tutti+%28Rinascita+-+Tutti%29

“L’attacco all’ambasciata Usa a Bengasi non è mai avvenuto”

Le dichiarazioni shock del giornalista freelance Jim Stone

La notizia è stata diffusa dal quotidiano online IbTimes. Il giornalista freelance Jim Stone, sostiene con convinzione che l’attacco all’ambasciata di Benghazi non sia mai avvenuto. Lo scrive sul suo blog. Il giornalista, si legge su IbTimes, “afferma la non esistenza di un’ambasciata Usa a Benghazi in quanto, secondo il sito ufficiale del Dipartimento di Stato Usa, l’unica ambasciata in Libia risulta essere quella di Tripoli“.

L’ambasciata di Benghazi, quindi, non esisterebbe. La prova è anche su Google Maps, dove non è possibile individuare ambasciate americane a Benghazi. Anche su Wikipedia, la lista delle ambasciate Usa confermata la presenza dell’unica ambasciata a Tripoli.

A Benghazi, secondo il giornalista, non esisterebbe neanche un consolato e nessun edificio diplomatico americano.

THERE IS NO U.S. EMBASSY, CONSULATE, OR ANY U.S. REPRESENTATION OF ANY SORT IN BENGHAZI LIBYA. EMBASSY KILLINGS NEVER HAPPENED.

Le foto che circolano in rete, e che ritrarrebbero l’edificio di Benghazi distrutto, sarebbero, secondo il giornalista, false. Nessuno ne può confermare la veridicità.

Sarete preoccupati di ciò che potrà succedere in futuro. Questa menzogna è talmente ovvia che potremmo distruggere la credibilità di Cnn, Fox, Abc e quant’altro. Non perdiamo questa occasione.” Queste le pesanti parole che il giornalista ha pubblicato sul suo blog.

Il freelance ha poi pubblicato gli articoli di alcuni autorevoli quotidiani che parlano dell’attacco a Benghazi: entrambi danno due location differenti per l’ambasciata. Si tratta del Guardian e del Daily Mail. Questo va ad avvolarare la tesi della non veridicità della notizia.
Fontehttp://www.cadoinpiedi.it/2012/09/17/lattaco_allambasciata_usa_a_bengasi_non_e_mai_avvenuto.html

La Libia dei ribelli tra pirateria e “guerra del mare”

Pubblicato il: 11 giugno, 2012
Analisi / Esteri | Di Filippo Bovo

La Libia dei ribelli tra pirateria e “guerra del mare”

S’illudevano, i “destrosinistri” liberaldemocratici di casa nostra, che, con la scomparsa di Gheddafi ed il trionfo dei ribelli giunti a Tripoli sulla punta della baionetta della NATO, la Libia avrebbe smesso di fare la voce grossa contro l’Italia: niente più “giornate dell’odio”, in realtà abolite già da quel dì, niente più attacchi, niente più ricatti. Nonchè, niente più sequestri di pescherecci italiani nel Canale di Sicilia. Pensavano d’essersi guadagnati, a suon di bombardamenti indiscriminati, una nazione umile ed umiliata, serva e servile come la rimpianta Libia di re Idris alla quale quella dei ribelli strizza l’occhio avendone fatta sua persino la bandiera.
E invece ecco che lo scorso giovedì sera è arrivata la sorpresa: tre pescherecci appartenenti alla flotta di Mazara del Vallo, “Boccia”, “Maestrale” e “Antonino Sirrato”, sono stati intercettati da motovedette libiche che hanno anche esploso in aria colpi d’arma da fuoco mentre si trovavano in acque internazionali, vale a dire a più di 30 miglia nautiche dalle coste libiche (per il diritto internazionale le acque territoriali terminerebbero a 12 miglia nautiche dalla costa). Secondo le prime testimonianze i pescherecci, con un equipaggio complessivo di 19 uomini (12 siciliani e 7 tunisini), sono stati prima di tutto arrembati da un gommone dal quale sarebbero scesi uomini con armi in pugno, che avrebbero così minacciato e costretto all’obbedienza i pescatori in attesa dell’arrivo delle motovedette. Un’azione più piratesca che militare, e che ben esprime nelle sue modalità anche il livello di “somalizzazione” conosciuto dalla Libia in questi ultimi mesi.
I pescatori adesso si trovano nel carcere di Bengasi, in attesa di giudizio da parte di un tribunale militare. Al momento le pressioni richieste dal ministro degli esteri Terzi sull’ambasciatore italiano a Tripoli e sul console a Bengasi non parrebbero aver ancora sortito alcun effetto. Si sa però che le accuse rivolte ai pescatori del Boccia, del Maestrale e dell’Antonino Sirrato sono molto gravi: sconfinamento in acque territoriali libiche con conseguente sequestro dei navigli e del prodotto ittico in essi contenuto.
In termini di diritto internazionale i pescatori non avrebbero colpe, giacché navigavano in acque internazionali, ma da oltre trent’anni la Libia ha esteso unilateralmente le proprie acque nazionali fino a 72 miglia da Sirte, tracciando così una linea che chiude tutto il Golfo omonimo. La Jamahiriya giustificava tale scelta presentando il Golfo di Sirte come una baia storica del paese, scontrandosi con le pretese delle principali potenze mondiali che si vedevano così colpite nei loro interessi nel Mediterraneo: più volte le navi da guerra degli Stati Uniti e di altri paesi hanno infatti violato tale barriera. Nei primi Anni ’80 vi fu, a tal proposito, anche la ben nota crisi del Golfo di Sirte, con lo scontro aereo tra caccia libici ed americani.
Anche le nuove autorità libiche, malgrado lo sfascio in cui versa il loro paese, non intendono rinunciare alla sovranità sulle acque di tutto il Golfo di Sirte. Anzi, proprio per questo motivo saranno probabilmente indotte a puntare sempre di più sull’arma del ricatto nei confronti del vicino italiano. Mentre la Libia sfocia in un tribalismo vieppiù accentuato, col paese frammentato tra tribù e signorie della guerra, nel Golfo di Sirte s’affaccia lo spettro della pirateria. Con buona gioia di chi credeva in una nuova Libia pacifica, democratica e collaborativa.

Notizie Non Allineate Sull’Occupazione Della Libia (Febbraio 2013)

Postato il 02/02/2013 di cdcnet

8-10 Febbraio 2013

da LibyaSOS
La resistenza cresce e cerca nuove vittorie. In un comunicato ratifica la fedeltà a Mohamar Gadafi, esprime la vontà di liquidare tutti i “traditori” e “mercenari” per affermare la legittimità del governo della Jamahiriya. Annuncia che tutte le attuali azioni militari, in tutti i fronti della battaglia, sono state previste dal leader Mohamar Gadafi quando disse che la lotta sarà lunga e dura.
Tripoli: Il “traditore e terrorista” Mahmoud Jibril è sfuggito ad un tentativo di omicidio mentre saliva in casa. Carri armati si spostano per le strade probabilmente a causa dei timori per il sollevamento popolare del 15 febbraio. I “banditi” della NATO hanno intenzione di chiudere il carcere e di trasferire i detenuti in sedi sconosciute in previsione del 15 febbraio.
Aerei israeliani violano lo spazio aereo della Libia senza che i “mafiosi” del governo facciano alcunchè, confermando che Israele fu una parte della cospirazione internazionale contro la Libia.
I lavoratori egiziani in Libia sono oggetto di abusi da parte delle milizie armate e di confisca dei loro beni.
Il fondatore del partito della Coalizione Repubblicana è stato sequestrato.
I “banditi” del governo “mafioso” libico espellono i libanesi con l’accusa di essere gli autori della diffusione dello sciismo in Libia e di questo accusano l’Iran.
La città di Prairie appoggia la separazione della regione della Cirenaica e la rivoluzione del 15/2/2013.
Ghadames: Innalzata la bandiera verde mentre in un cassetto del Consiglio Locale è stata fata trovare un immagine del leader Gheddafi.
Derna: 3 membri del Comitato del governo locale si sono dimessi nel timore di essere liquidati dalla rivolta programmata il 15 febbraio. Nel frattempo ci sono stati duri combattimenti tra resistenza e “banditi al servizio della NATO.
Attentato contro la sede dello Stato Maggiore Generale.
Misurata: Un convoglio di decine di veicoli è uscito dalla città per dirigersi verso Tripoli con l’ordine di reprimere qualunque rivolta il 15 febbraio.
Ubari: Scontri tra Tabu e forze libiche, non è noto il motivo.
Altrettanto sconosciuti sono i motivi degli scontri a Tajoura, zona “periferica est di Tripoli”.
Sirte: Arrestato il comandante militare di Sirte, “Colonnello” Omar al-Abelsalam Nasnavi.
Sabha: 23 civili torturati sono riusciti a fuggire dal carcere.
Zintan: Una numerosa delegazione di comandanti “ribelli” e “notabili” civili si sono recati in Algeria, il motivo non è noto, ma si ritiene che cerchino di negoziare con la forza verde, in quanto consapevoli del fatto di come sia impossibile governare sotto l’egida della NATO e dei suoi mercenari.

2-7 Febbraio 2013

da LibyaSOS, AlgeriaISP, Lybiaagainstsuperpower
In Bengasi, i residenti sono minacciati e spinti ad aderire ad una nuova rivoluzione che preveda il federalismo in Libia. Esplodono scontri in vicinanza del battaglione Buamr. Nasser Al-Amari si dà fuoco in protesta contro il nuovo regime, i medici ritengono che non sia possibile salvarlo.
Tripoli: Individui sconosciuti assaltano la sede del Progetto Nazionale. Gruppi di “ribelli” entrano nella sede del Congresso nazionale, esigendo somme di denaro.
La resistenza ha pubblicato i nomi di 3000 “ratti” inviati nei bar, sui taxi, ec. per spiare la resistenza verde e catturarne gli uomini.
I responsabili dei Consigli Locali si stanno dimettendo in previsione della rivolta del 15 febbraio.
La Lufthansa sospende i voli su Tripoli a causa del deteriorarsi della sicurezza.
Zliten: Rivolta nella prigione militare con spari all’esterno e all’interno.
Sirte: Trovati i corpi di 2 giovani che erano stati imprigionati e torturati dai “banditi” di Misurata.
Zawiya: Bloccate le entrate e le uscite dalla città.
Kufra: Ucciso un giovane della tribù Toubu.
Comunicato: “Il 15 febbraio la Jamahiriya libica è pronta a sollevarsi e ritrovare la sua dignità e sovranità. Caro popolo della Jamahiriya libica libera … In questo momento storico della nostra nazione, siamo pronti a colpire i burattini e i traditori che hanno portato alla rovina della Libia….”
Scontri tra i “ribelli” del Souk Jomoa e quelli di Misurata posizionati nella base militare di Maetika, 3 feriti.
Comunicati della resistenza verde sono stati distribuiti nella città di Tarhouna per una sollevazione popolare contro il governo della NATO.
Nave italiana attracca a Tripoli con un carico di veicoli armati e, secondo alcune fonti, mercenari.
Elicotteri sorvolano la città di Tripoli.
I “ribelli” hanno preso d’assalto una banca a Sirte, prelevata una grande somma di denaro.
Nel sud della Libia, a Oubary, sono scoppiati scontri tra la tribù di Toubous e gli “ex-ribelli” di Darae Libya. Un ribelle è stato ucciso.
Il “primo ministro” Ali Zidane ha chiesto aiuto alla NATO contro gli islamisti. Sarà organizzata una riunione tra governo francese, Qatar e NATO a Parigi martedì prossimo, poco prima della data prevista per la sollevazione popolare del 15 febbraio.

1 Febbraio 2013

da LibyaSOS
Tripoli: Le strade sono piene di veicoli militari, di mercenari e ‘terroristi’ che sono in allerta dopo che il ‘traditore’ che si fa chiamare Ali Zaidan, primo ministro, ha denunciato la possibilità di una insurrezione “illegale” per il 15 febbraio organizzata dalle masse popolari della parte orientale. Rapito fuori della sede della Conferenza Nazionale il colonnello ‘traditore’ Musa Abdul Salam, coordinatore del ‘cosiddetto’ Ministero dell’Interno e le istituzioni della società civile. La sede dell’ONU è stata attaccata con lancio di bombe a mano al suo interno, feriti e danni materiali. Esplode autobomba al ponte Qurgi.
Il tribunale militare ha condannato a morte il figlio del leader libico, Seif al-Islam, e il capo dei servizi segreti, Abdullah al-Senussi. L’udienza si è tenuta in segreto, e la sentenza è stata pronunciata a porte chiuse. La corte ha ordinato l’esecuzione di Saif al-Islam a Bengasi, e di Senussi a Tripoli il 17 febbraio, secondo anniversario della rivoluzione libica.
Bengasi: Un altro dipendente del Servizio dela Sicurezza Nazionale, Salah al-Mufti Vazri, è morto nella sua casa a seguito dell’esplosione di un’autobomba. Trovate 4 autobombe poco prima dell’esplosione. Ordigno al Museo Archeologico. Scontri in piazza Quiche. Lanciata una bomba a mano contro un veicolo della polizia, muore l’autista. Dieci giorni fa, il corpo di un ufficiale della polizia, Nasser Al-Moghrabi, è stato ritrovato con una ferita d’arma da fuoco alla testa, tre giorni dopo il suo rapimento. Un altro poliziotto è stato rapito la scorsa settimana.
I residenti della zona Aldjaafarh condannano l’incendio delle loro case da parte dei ‘terroristi’ di Gharyan.
Tentativo di assassinare il capo della polizia investigativa nella città di Prairie.
Derna: Uccisi 2 cittadini.
Scontri alla base aerea di Mitiga.
Kufra: Fatta sventolare la bandiera verde sopra l’edificio del Comitato Supremo della Sicurezza.
Tobruk: La delegazione coreana è venuta sotto il fuoco durante il viaggio da Bengasi a Tobruk, nella zona di Umm.
Misurata: Lo sceicco Mohammed bin Othman è stato eliminato, era il leader dei Fratelli musulmani, organizzatore e membro del consiglio locale di Misurata. Uccisa una guardia carceraria da una granata lanciata da Libia Libera.
Naji al-Hariri è stato ucciso colpito da sei proiettili davanti alla propria casa, la vittima collaborava con i battaglioni delle milizie armate ed era direttore dell’ufficio del cugino, il generale Omar al-Hariri.
Segnalati scontri a Ajeelat Balqguadf dopo la morte di un giovane di una famiglia Brich.

NOTIZIE NON ALLINEATE SULL’OCCUPAZIONE DELLA LIBIA (gennaio 2013)

14/1/2013
da Libyasos
Benghazi: Attentato contro il console italiano, salvato dall’auto blindata. Manifestazione per chiedere all’emiro del Qatar: “Chi ha ucciso il generale Younes Abdelfateh?”. Violenti scontri nelle vie della città. I cittadini chiedono un esercito e una forza di polizia. Ordigno contro “stazione di polizia”, quattro feriti. Un giocatore della selezione è stato trovato morto in circostanze misteriose. Un mercenario libico originario della città è stato ucciso ad Aleppo, aveva 21 anni e studiava ingegneria.
Tripoli: Miliziani di Zintan hanno attaccato la sede del centro ippico.
Derna: Saccheggiato l’edificio della Libyan Airlines.
Bani Walid: La tribù Warfala ha inviato un documento al “ministro degli interni e della difesa” chiedendo che i “mercenari” e i “terroristi” “ribelli della NATO” si ritirino dalla città.
Zawiya: “Ribelli della NATO” hanno distrutto l’auto di una studentessa che si dichiarava leale alla Libia verde. La raffineria è chiusa a causa di uno sciopero dei dipendenti pubblici. “Ribelli della NATO” hanno fatto un sit nella città di Zawiya, chiedendo vestiti.
Tunez – Libia: Chiuso il valico di frontiera al confine tra Tunisia e Libia, dove i tunisini lanciano pietre contro i libici e i loro veicoli.
Alcuni “ribelli della NATO” si disperano per la loro rivoluzione, gridando contro il Qatar e la Francia e chiedendosi come un paese piccolo come il Qatar possa controllare la Libia.
Controversie tra bande di Misurata e Cirenaica, alcuni vogliono avere tutto il potere e il controllo della Libia, gli altri sono accusati di consegnare il paese al Qatar.
Il “traditore” Moussa Koussa, ex Ministro degli Esteri di Muammar Gaddafi, che disertò per fuggire a Londra, che si trasformò in un informatore chiave per la NATO/Qatar/CNT, ha visto il Qatar recepire un ordine di cattura tramite l’Interpol.
Nuovo video dei combattenti della resistenza verde.

La bandiera verde è la bandiera dei combattenti libici. Nel periodico «La Domenica del Corriere» del 12/11/1911 è descritta la battaglia tra i muyahidin libici musulmani e l’84° Reggimento di Fanteria dell’esercito italiano: come si vede nell’illustrazione e come si legge nella didascalia [Battaglia del 26 ottobre nell’oasi di Tripoli: l’8° compagnia del dell’84° fanteria conquista agli arabi la bandiera verde del profeta], i Mujahideen innalzavano la bandiera verde.

8-9/1/13
Da libia-sos.blogspot.ch
Tripoli: Scontri a Tripoli oggi (9/1/13), uccise 5 persone [breakingnews.sy]. Assalto alla residenza del premier a Tripoli, dopo una manifestazione violenta di un gruppo armato che ha attaccato la sede del ministero degli Interni, le strade di accesso all’edificio sono chiuse. Scontri in altre zone della città, bruciati pneumatici nelle strade, interruzione di energia elettrica in vari quartieri. Rapito il capo della sicurezza colonnello Mohammed Hadi Agayloshi.
Sabha: un capo dei “ribelli” Mohammed Maqrif fugge ad un attentato predisposto dalla resistenza. Segnalata la mancanza di bombole di gas, che sono vendute solo dai mercenari a 25-30 dinari l’una.
Ajdabiya: Un gruppo di giovani ha distribuito volantini che annunciano una rivolta a Bengasi, Derna e Tobruk per il giorno 15/2/13.
Tayhunah: Morti quattro membri dell’”Esercito” sulla strada tra Bani Walid e Tarhunah per incidente stradale.
Bengasi: Rapito il colonnelo Abdul Qadir Bahour (che era passato con i “ribelli”). Lunedì una forte esplosione ha scosso la città di Bengasi, l’esplosione è avvenuta nei pressi della casa di uno dei sospettati dell’attacco all’ambasciatore USA, il comandante della disciolta brigata “Obaid Abi”.
Misurata: Ritrovati circa 400 corpi di giovani arrestati e condotti nelle carceri di Misurata, presumibilmente uccisi dalle torture inflitte in carcere.
Kufra: Morte 3 persone Tabu dopo la sparatoria da una macchina sconosciuta. Scontri tra giovani Tabu e Azwaip, due morti.
Tunisia-Libia: Scontri al confine tra esercito tunisino e milizie armate libiche presso il valico di frontiera di Ras Jedir. Mustafa Abdul Jalil, ex presidente del “Consiglio nazionale di transizione” è scappato in Tunisia, nonostante il divieto ordinato da un tribunale militare che lo indaga per l’omicidio del generale Abdel-Fattah Younis.
Sirte: Uomini armati di Misurata hanno cercato di entrare a Sirte sul lato sud, ma sono stati sorpresi da un altro battaglione della Brigata dei Martiri. Un’autobomba è esplosa all’esterno di una radio popolare locale.
Sabratha: Uditi colpi di mortaio.

1-4/1/2013
da somaliasupport3
L’intero sud della Libia è stato dichiarato zona militare. Segnalati massacri compiuti nella Libia meridionale e scontri al confine, impiego di aerei per bombardare spostamenti di persone o supposti sostenitori della resistenza.
Bani Walid: La resistenza della Jamahiriya ha attaccato Al-Madar Telecoms.
Bengasi: Abdelsalam al-Mahdawi, comandante della polizia, è stato sequestrato da uomini armati il 3/1. Un corpo ritrovato successivamente faceva pensare all’uccisione del capo della polizia ma la notizia è stata negata dalla procura.
Combattimenti tribali continuano su base giornaliera a Sabha, Zawiyah, Nafusa, Zintan, Zliten e Ajdabiyah.
Sabha: Un massacro è in corso a Menshiyah, dove missili RPG sono lanciati contro le abitazioni civili. 6 persone uccise durante scontri. Ucciso dalla resistenza verde un terrorista legato ad Al Qaeda. Pesanti combattimenti tra la tribù Awlad Suleiman da un lato e le tribù Gaddafa, Tabu e Tawaragah, dall’altro. Un bambino di 4 anni portato a Tripoli in coma colpito da un proiettole nel quartiere Gorda di Sabha. 3 civili assassinati vicino alle loro abitazioni.
A Nafusa le milizie Zintan si sono scontrate con tribù vicine, segnali morti e feriti.
A Zawiyah le raffinerie rimangono chiuse in seguito a proteste. Manca carburante a Tripoli.
Ajaylat: Una persona è rimasta uccisa in scontri tra miliziani e popolazione della città, molti cittadini arrestati (sequestrati) dalle milizie.
A Kufra le milizie hanno sostenuto di aver attaccato anche con gli aerei i fedeli a Gheddafi.
Scontri vicino al confine con il Chad, uccisi molti miliziani, si accusano i fedeli a Gheddafi.
Le milizie passano al setaccio vecchie registrazioni di manifestazioni a favore di Gheddafi per cercare e colpire i partecipanti.
Sono molte le famiglie che non mandano a scuola o in altri luoghi le ragazze e temono per la loro vita anche facendole restare a casa. Molti sono rimasti senza denaro e senza lavoro, perla paura di uscire e rimanere uccisi.
Attaccato edificio del GNC dopo la richiesta alle milizie di entrare nel corpo della polizia.
Spari contro un’auto di funzionari del GNC a Tripoli.
Si dimette il “ministro degli esteri”: “non vivrò in Libia a causa della cattiva sicurezza nel paese”.

Libia: dal caos alla dissoluzione pianificata

[20.03.2012] di John Cherian   (trad. di Levred per GilGuySparks)

Un anno dopo l’intervento della NATO, la Libia si trova di fronte alla disintegrazione mentre la regione orientale ricca di petrolio va verso la semi-autonomia.
La Libia sembra essere sul punto di disintegrarsi un anno dopo l’intervento militare da parte dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO).
Nella prima settimana di marzo, i leader della regione orientale ricca di petrolio, che comprende Bengasi, punto focale della ribellione sostenuta dall’Occidente che spodestò Muammar Gheddafi, hanno annunciato l’intenzione di andare verso la “semi-autonomia” dal governo centrale.

L’incontro a Bengasi, dove è stata presa la decisione, è stato seguito dai principali leader politici, comandanti militari e leader tribali della regione. La nuova regione “semi-autonoma“, la Cirenaica, si estenderà dal centro della città costiera di Sirte, città natale di Gheddafi, al confine del paese con l’Egitto. Secondo gli esperti di energia, l’area detiene circa i due terzi delle riserve petrolifere del paese.

Gli osservatori della scena libica prevedono che la mossa sia mirata a dividere la nazione. Alla riunione di Bengasi, c’è stato un aperto invito alla ri-adozione della Costituzione del 1951, che ha riconosciuto come capitale amministrativa Tripoli e Bengasi come capitale finanziaria del paese. Sotto il re Idris, sovrano fantoccio filo-occidentale dell’epoca, la Libia era divisa in tre province, la Cirenaica a est, la Tripolitania a occidente e il Fezzan nel sud. Bengasi, dove il re risiedeva, era il centro del processo decisionale. Gli Stati Uniti avevano basi militari nelle vicinanze, mentre le grandi società petrolifere occidentali monopolizzavano le risorse petrolifere del paese. Dopo che Gheddafi salì al potere, nazionalizzò l’industria petrolifera e costrinse gli Stati Uniti a lasciare le sue basi.

Zubeir Sheikh Ahmad al-Sanussi, che è emerso come leader del gruppo di Bengasi, è un pronipote di re Idris. Il meeting di Bengasi ha respinto la decisione del Consiglio Nazionale di Transizione Libico (CNT) di assegnare 60 posti alla regione orientale nell’Assemblea [composta] da 200 membri. I leader chiedono circa 100 posti a sedere per la regione [orientale]. E’ previsto che le elezioni per un nuovo governo si terranno nel mese di giugno. Ma con un forte blocco di potere, emergente nel est,  sostenuto dall’Occidente e il prevalere di una generale illegalità in buona parte del paese, sarebbe un compito in salita per il governo ad interim a Tripoli sorvegliare il trasferimento pacifico del potere ad un’Assemblea eletta.

Più di 100 milizie, cariche di armi letali, sono barricate nelle principali città del paese. Esse non sono disposte a integrarsi nell’esercito nazionale o a consegnare le armi. Nella capitale, Tripoli, l’aeroporto principale e gli edifici governativi più importanti sono ancora sotto il controllo di opposte milizie. Frequenti scontri sono scoppiati nella capitale e in altre parti del paese poichè ogni milizia cerca di espandere il suo territorio. I sette mesi di guerra, inflitti dalle forze della NATO, non hanno solo mietuto migliaia di vite, ma anche distrutto le infrastrutture del paese.

Mustafa Abdul Jalil, il presidente del CNT, ha descritto la dichiarazione di Bengasi come “l’inizio di una congiura contro i libici“, che potrebbe portare alla disintegrazione finale del paese. Ha accusato “alcuni paesi arabi” di incoraggiare i movimenti secessionisti. Il Qatar, che è stato tra i primi sostenitori e sponsor della contro-rivoluzione contro Gheddafi, si dice che abbia un posto di rilievo nella lista dei paesi arabi dietro il complotto. Alti funzionari a Tripoli hanno criticato l’ingerenza del piccolo ma ricco emirato del Golfo negli affari interni del paese dopo la cacciata di Gheddafi. Abdel Rahman Shalgham, ambasciatore della Libia presso le Nazioni Unite, aveva ottimamente domandato, alla fine dell’anno scorso, “Chi è il Qatar?” Era arrabbiato per la continua interferenza del Qatar negli affari interni della Libia e il suo sostegno alle milizie islamiche e ai politici.

In dichiarazioni rilasciate nella prima parte dell’anno, Mustafa Jalil aveva detto che la Libia era caduta in uno stato di “guerra civile“.
Sirte, che è stata ridotta in macerie dai bombardamenti NATO, è occupata da combattenti di Misurata. Decine di migliaia di sostenitori di Gheddafi continuano a languire in prigione. Le agenzie internazionali hanno fornito crudi resoconti delle torture che essi hanno subito nelle mani dei loro carcerieri. Molti cittadini, tra cui un ex ambasciatore libico in Francia, Omar Brebesh, sono morti a seguito di brutali torture in carcere. La città di Tawergha nei pressi di Misurata è stata spopolata con la forza perché i suoi abitanti sostenevano Gheddafi. Amnesty International, in un rapporto sulla Libia, pubblicato nel mese di febbraio, ha documentato dettagli sul diffuso abuso dei diritti umani nel paese. Un portavoce dell’organizzazione ha detto che le milizie nel paese “sono in gran parte fuori dal controllo del governo“.


Navi Pillay, capo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), ha chiesto alle autorità libiche di prendere il controllo delle prigioni.
Ci sono torture, esecuzioni extragiudiziali, stupri di uomini e donne“, ha detto a fine gennaio.

Il governo di Tripoli, sostenuto dalla Nato, ha fatto sapere che garantirà il primato della legge della Sharia nel paese. Sotto Gheddafi, le donne godevano di una notevole libertà. La poligamia era vietata. Un uomo doveva avere il consenso legale della moglie per divorziare. Gheddafi aveva incoraggiato le donne a far parte della forza lavoro. Il governo ad interim ha annunciato che allenterà le severe norme contro la poligamia.

La maggior parte dei leader delle milizie anti-Gheddafi, pur essendo sostenuti dall’Occidente, sono islamisti dichiarati. I leader delle milizie libiche si coordinano ora con l’Esercito Libero Siriano che combatte contro il governo di Damasco. L’ambasciatore russo all’Onu, Vitaly Churkov, ha accusato il governo libico di addestrare ribelli siriani nei campi libici e poi di inviarli di nuovo in Siria.
Human Rights Watch (HRW) ha citato esempi di lavoratori migranti dall’Africa sub-sahariana fatti oggetto di detenzioni e di esecuzioni sommarie da parte delle milizie.

Baso Sanggu, Presidente del Consiglio di sicurezza dell’ONU e ambasciatore del Sudafrica presso le Nazioni Unite, ha detto che la NATO doveva essere indagata per violazioni dei diritti umani. I raid aerei della NATO hanno portato alla morte di migliaia di civili innocenti. La distruzione di Sirte è soprattutto opera delle forze della NATO. Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite ha concluso che la NATO non ha esaminato a sufficienza i raid aerei condotti sulla Libia. Le Nazioni Unite avevano dato mandato ad una “no-fly zone” sopra la Libia con il chiaro obiettivo di proteggere i civili. Droni della NATO e forze speciali hanno giocato un ruolo chiave nel facilitare la cattura di Gheddafi. Egli fu in seguito torturato e ucciso dai suoi rapitori. Il rapporto ha anche detto che le milizie stavano continuando con i loro “crimini di guerra“.

Un altro rapporto, divulgato nel mese di gennaio, da parte di gruppi per i diritti umani dell’Asia occidentale, che comprendono l’Organizzazione Araba dei Diritti Umani, il Centro Palestinese per i diritti umani e il Consorzio di Assistenza Legale Internazionale, ha concluso che vi erano pesanti prove che coinvolgevano la NATO in crimini di guerra in Libia.
La NATO ha partecipato a quelle che potrebbero essere classificate come azioni offensive intraprese dalle forze di opposizione, ivi compresi, ad esempio, gli attacchi contro le città mantenute dalle forze di Gheddafi. Allo stesso modo, la scelta di taluni obiettivi, come i magazzini alimentari regionali, solleva, a prima vista, domande riguardanti il ruolo di tali attacchi in relazione alla protezione dei civili “, afferma il rapporto.  La missione ha trovato la prova più schiacciante di crimini di guerra della NATO nella città di Sirte. Gli Stati Uniti avevano speso circa 2 miliardi di dollari per le loro “operazioni speciali” che alla fine hanno portato alla macabra uccisione di Gheddafi. Francia e Gran Bretagna erano gli altri paesi della NATO di rilievo che hanno giocato un ruolo chiave nel garantire un cambio di regime in Libia.
Qatar e Arabia Saudita hanno aperto i cordoni della borsa e hanno lanciato un blitz di propaganda sotto gli auspici di Al Jazeera e Al Arabiya, rispettivamente, demonizzando Gheddafi e mascherando le colpe delle milizie libiche e dei loro protettori.

Ci sono rapporti nei media arabi secondo cui i lealisti di Gheddafi hanno iniziato raggrupparsi sotto la bandiera del movimento “Green Resistance“.
Il giornale egiziano Al Ahram ha riferito che combattenti della Resistenza Verde avevano da poco preso d’assalto il carcere di Misurata ed ucciso 145 guardie. C’è chi sostiene che centinaia di combattenti siano stati uccisi dalla resistenza dall’inizio dell’anno per la loro fedeltà al nuovo governo.

Il gruppo etnico dei Tuareg, che è stato con Gheddafi fino alla fine, mentre parteggia con la resistenza, si è anche collegato con ai suoi confratelli nel vicino Mali e Niger. I Tuareg, conosciuti per il loro particolare stile nel vestire e il loro stile di vita nomade, hanno chiesto uno stato separato. Gruppi ben armati di tuareg hanno attaccato, negli ultimi mesi, città in Niger e in Mali. Armi sofisticate dei depositi di armi libici sono fluite non solo verso gruppi di islamisti militanti, ma anche verso gruppi che combattono per rovesciare i governi nella regione del Sahel al confine con la Libia. L’intervento militare della NATO in Libia ora minaccia di destabilizzare l’intera regione e oltre.

http://www.frontlineonnet.com/stories/20120406290605700.htm

************************************************************************

  • Slipping into chaos

[20.03.2012]  by JOHN CHERIAN

One year after the NATO intervention, Libya faces disintegration as the oil-rich eastern region seeks semi-autonomy.

LIBYA seems to be on the verge of disintegration one year after the military intervention by the North Atlantic Treaty Organisation (NATO). In the first week of March, leaders from its oil-rich eastern region, which includes Benghazi, the focal point of the Western-backed rebellion that ousted Muammar Qaddafi, announced their intention to seek “semi-autonomy” from the central government. The meeting in Benghazi, where the decision was taken, was attended by major political leaders, military commanders and tribal leaders from the region. The new “semi-autonomous” region, Cyrenaica, will extend from the central coastal city of Sirte, Qaddafi’s hometown, to the country’s border with Egypt. According to energy experts, the area holds around two-thirds of the country’s oil reserves.

Observers of the Libyan scene predict that the move is aimed at partitioning the country. At the Benghazi meeting, there was an open call for the re-adoption of the 1951 Constitution, which recognised Tripoli as the administrative capital and Benghazi as the financial capital of the country. Under King Idris, the pro-Western puppet ruler at the time, Libya was divided into three provinces, Cyrenaica in the east, Tripolitana in the west and Fezzan in the south. Benghazi, where the King resided, was the centre of decision making. The United States had military bases nearby while big Western oil companies monopolised the country’s oil resources. After Qaddafi came to power, he nationalised the oil industry and forced the U.S. to vacate its bases.

Sheikh Ahmad Zubeir al-Sanussi, who has emerged as the leader of the Benghazi group, is a grand-nephew of King Idris. The Benghazi meeting rejected the decision of the Libyan Transitional National Council (NTC) to allocate 60 seats to the eastern region in the 200-member Assembly. The leaders are demanding around 100 seats for the region. Elections for a new government are scheduled to be held in June. But with a powerful Western-backed power bloc emerging in the east and general lawlessness prevailing in most parts of the country, it would be an uphill task for the interim government in Tripoli to supervise a peaceful transfer of power to an elected Assembly.

Over 100 militias, flush with lethal arms, are bunkered down in the major towns of the country. They are unwilling to integrate into the national army or give up their arms. In the capital, Tripoli, the main airport and major government buildings are still under the control of opposing militias. Frequent clashes have erupted in the capital and other parts of the country as each militia has been trying to expand its turf. The seven-month-long war inflicted by the NATO forces not only claimed thousands of lives but also destroyed the country’s infrastructure.

Mustafa Abdul Jalil, the NTC Chairman, has described the Benghazi declaration as “the beginning of a conspiracy against Libyans” which could lead to the eventual disintegration of the country. He blamed “some Arab nations” for encouraging the secessionist moves. Qatar, which was among the early backers and sponsors of the counter-revolution against Qaddafi, is said to figure prominently on the list of the Arab countries behind the conspiracy. Senior officials in Tripoli have been critical of the interference of the tiny but rich Gulf emirate in the internal affairs of the country following the ouster of Qaddafi. Abdel Rahman Shalgham, Libya’s Ambassador to the United Nations, had famously asked, late last year, “Who is Qatar?” He was angered by Qatar’s continued interference in the internal affairs of Libya and its backing of Islamist militias and politicians.

In statements issued earlier in the year, Mustafa Jalil had said that Libya had descended into a state of “civil war”. Sirte, which was reduced to rubble by NATO bombing, is occupied by fighters from Misrata. Tens of thousands of Qaddafi supporters continue to languish in jail. International agencies have provided graphic accounts of the torture they endured at the hands of their captors. Many citizens, including a former Libyan Ambassador to France, Omar Brebesh, died following brutal torture in prison. The town of Tawergha near Misrata has been depopulated forcibly because its residents supported Qaddafi. Amnesty International, in a report on Libya released in February, has documented details about the widespread abuse of human rights in the country. A spokesman for the organisation said that militias in the country “are largely out of control of the government”.

Navi Pillay, the chief of the United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR), asked the Libyan authorities to take control of the prisons. “There is torture, extrajudicial killings, rape of both men and women,” she said in late January.

The NATO-backed government in Tripoli has said that it will guarantee the primacy of Sharia law in the country. Under Qaddafi, women enjoyed considerable freedom. Polygamy was banned. A man needed his wife’s legal consent to get a divorce. Qaddafi had encouraged women to join the workforce. The interim government has announced that it will relax the strict rules against polygamy.

The majority of the anti-Qaddafi militia leaders, despite being backed by the West, are avowed Islamists. Libyan militia leaders are now coordinating with the Free Syrian Army fighting against the government in Damascus. The Russian Ambassador to the U.N., Vitaly Churkov, has accused the Libyan government of training Syrian rebels in Libyan camps and then sending them back to Syria.

Human Rights Watch (HRW) has given instances of migrant workers from sub-Saharan Africa being targeted for detention and summary executions by the militias. Baso Sanggu, the President of the U.N. Security Council and South Africa’s Ambassador to the U.N., said that NATO had to be investigated for human rights abuses. NATO air raids resulted in the death of thousands of innocent civilians. The destruction of Sirte is mainly the handiwork of NATO forces. A new U.N. report has concluded that NATO has not sufficiently investigated the air raids it conducted over Libya. The U.N. had mandated a “no-fly zone” over Libya with the overt aim of protecting civilians. NATO drones and Special Forces had played a key role in facilitating the capture of Qaddafi. He was later tortured and shot by his captors. The report also said that the militias were continuing with their “war crimes”.

Another report, by the West Asian Human Rights Groups, which included the Arab Organisation of Human Rights, the Palestinian Centre for Human Rights and the International Legal Assistance Consortium, released in January, concluded that there was strong evidence to implicate NATO in war crimes in Libya. “NATO participated in what could be classified as offensive actions undertaken by the opposition forces, including, for example, attacks on towns and cities held by Qaddafi forces. Equally, the choice of certain targets, such as regional food warehouses, raises prima facie questions regarding the role of such attacks with respect to the protection of civilians,” the report stated. The mission found the strongest evidence of NATO war crimes in the city of Sirte. The U.S. had spent around $2 billion for its “special operations” which finally led to the grisly assassination of Qaddafi. France and Britain were the other notable NATO countries that played a key role in guaranteeing regime change in Libya. Qatar and Saudi Arabia opened up their purse strings and launched a propaganda blitz through the auspices of Al Jazeera and Al Arabiya respectively, demonising Qaddafi and whitewashing the sins of the Libyan militias and their patrons.

There are reports in the Arab media that Qaddafi loyalists have started regrouping under the banner of the “Green Resistance” movement. Al Ahram, the Egyptian newspaper, reported that Green Resistance fighters had recently stormed the prison in Misrata and killed 145 guards. There are claims that hundreds of fighters owing allegiance to the new government have been killed by the resistance since the beginning of the year.
The Tuareg ethnic group, which stood by Qaddafi until the very end, while siding with the resistance, has also linked up with its kinsmen in neighbouring Mali and Niger. The Tuaregs, known for their distinct style of dressing and nomadic lifestyle, have been demanding a separate state. Well-armed Tuareg groups have, in recent months, attacked towns in Niger and Mali. Sophisticated arms in the Libyan armoury have trickled down not only to militant Islamist groups but also to groups fighting to overthrow governments in the Sahel region bordering Libya. NATO’s military intervention in Libya now threatens to destabilise the whole region and beyond.

http://www.frontlineonnet.com/stories/20120406290605700.htm

Preso da:https://gilguysparks.wordpress.com/2012/03/21/libia-dal-caos-alla-dissoluzione-pianificata/

Libia 2011: detenuti torturati e negate cure mediche

  • Libia: detenuti torturati e negate cure mediche

[26.01.2012] trad. di Vera Zasulich per GilGuySparks


I detenuti nella città libica di Misurata vengono torturati e sono loro negate cure mediche urgenti, inducendo Médecins Sans Frontières (MSF – Medici Senza Frontiere) a sospendere i suoi interventi nei centri di detenzione a Misurata.

Equipe di Medici Senza Frontiere hanno iniziato a lavorare nei centri di detenzione di Misurata nel mese di agosto 2011 per curare i feriti di guerra detenuti. A partire da quel momento, sempre più frequentemente i medici di MSF si trovano di fronte a pazienti che hanno subito lesioni causate da torture nel corso di interrogatori, svolti al di fuori dei centri di detenzione. Gli interrogatori erano condotti al di fuori dei centri di detenzione. In totale, MSF ha curato 115 persone con ferite riconducibili a tortura e hanno segnalato tutti i casi alle autorità competenti a Misurata.

Pazienti risottoposti a tortura

Da gennaio, parecchi dei pazienti ricondotti ai centri di interrogatorio sono stati nuovamente torturati.

Alcuni funzionari hanno cercato di sfruttare e ostacolare il lavoro medico di MSF“, spiega il direttore generale di MSF, Christopher Stokes.
Ci son stati portati pazienti per le cure mediche tra le sessioni di interrogatorio, in maniera tale che fossero in grado di sostenere un ulteriore interrogatorio. Questo è inaccettabile. Il nostro ruolo è quello di fornire assistenza medica alle vittime di guerra e ai detenuti malati, non di curare più volte gli stessi pazienti tra le sessioni di tortura“.

Alle equipe mediche di MSF è stato anche chiesto di curare i pazienti nei centri di interrogatorio, cosa alla quale è stato opposto un netto rifiuto da parte dell’organizzazione.

Casi allarmanti

Il caso più allarmante si è verificato il 3 gennaio 2012, quando i medici MSF hanno curato un gruppo di 14 detenuti di ritorno da un centro di interrogatorio, situato al di fuori delle strutture di detenzione.
Nonostante le precedenti richieste di MSF per l’immediata cessazione della tortura, nove dei 14 detenuti avevano subito numerose ferite e presentavano evidenti segni di essere stati torturati.
Il team di MSF ha informato il National Army Security Service – l’agenzia responsabile degli interrogatori – che un certo numero di pazienti necessitava di essere trasferito in ospedali per cure urgenti e specialistiche.
Tutti, tranne uno dei detenuti, sono stati ancora una volta privati ​​di cure mediche essenziali e sono stati sottoposti a interrogatori e a nuove torture al di fuori dei centri di detenzione.

MSF esige la fine immediata della tortura

Dopo l’incontro con diverse autorità, MSF ha inviato una lettera ufficiale, il 9 gennaio 2012, al Consiglio militare di Misurata, al Comitato per la sicurezza Misurata, al Servizio di Sicurezza dell’Esercito Nazionale e Consiglio Civile Locale di Misurata, esigendo ancora una volta la cessazione immediata di qualsiasi forma di maltrattamento dei detenuti.

Non è stata presa alcuna misura concreta“, ha riferito Stokes. “Invece, il nostro team ha ricevuto quattro nuovi casi di tortura. Siamo quindi giunti alla decisione di sospendere le nostre attività mediche nei centri di detenzione“.

MSF lavora a Misurata dal mese di aprile 2011, nel bel mezzo del conflitto libico.
Dal mese di agosto 2011, MSF lavora nei centri di detenzione di Misurata, trattando i feriti di guerra, eseguendo interventi chirurgici, ortopedici e effettuando visite di controllo a persone che hanno subito fratture ossee.

Le equipe mediche di MSF hanno effettuato 2.600 consulti, tra cui 311 per trauma violento.
MSF continuerà le sue attività di sostegno alla salute mentale nelle scuole e nelle strutture sanitarie a Misurata, oltre ad assistere 3.000 migranti africani, rifugiati e sfollati all’interno di Tripoli e nei dintorni.
MSF è un’organizzazione internazionale umanitaria medica che lavora in Libia dal 25 febbraio 2011.
Per garantire l’indipendenza della sua attività medica, MSF conta esclusivamente su donazioni private per finanziare le sue prestazioni in Libia e non accetta alcun finanziamento da parte di governi, enti donatori, o gruppi militari o politici.

http://www.msf.org.uk/libyaprison360112_20120126.news

______________________________________________________________________

  • Libya: Detainees tortured and denied medical care

Date Published: 26/01/2012 08:56

Detainees in the Libyan city of Misrata are being tortured and denied urgent medical care, leading Médecins Sans Frontières MSF (Doctors Without Borders) to suspend its operations in detention centres in Misrata.

A physiotherapy session in a Libya prison, September 2011.

MSF physiotherapy session in a Libyan detention centre. September 2011. © Benoit Finck

MSF teams began working in Misrata’s detention centres in August 2011 to treat war-wounded detainees.

Since then, MSF doctors have been increasingly confronted with patients who have suffered injuries caused by torture during interrogation sessions.

The interrogations were held outside the detention centres.

In total, MSF has treated 115 people with torture-related wounds and reported all the cases to the relevant authorities in Misrata.

Patients returned to torture

Since January, several of the patients who were returned to interrogation centres have been tortured again.

“Some officials have sought to exploit and obstruct MSF’s medical work,” says MSF General Director Christopher Stokes.

“Patients were brought to us for medical care between interrogation sessions, so that they would be fit for further interrogation.

“This is unacceptable. Our role is to provide medical care to war casualties and sick detainees, not to repeatedly treat the same patients between torture sessions.”

MSF medical teams were also asked to treat patients inside the interrogation centres, which was categorically refused by the organisation.

Alarming cases

The most alarming case occurred on 3 January 2012 when MSF doctors treated a group of 14 detainees returning from an interrogation centre located outside the detention facilities.

Despite previous MSF demands for an immediate end to torture, nine of the 14 detainees suffered numerous injuries and displayed obvious signs of having been tortured.

The MSF team informed the National Army Security Service – the agency responsible for interrogations – that a number of patients needed to be transferred to hospitals for urgent and specialised care.

All but one of the detainees were again deprived of essential medical care and were subjected to renewed interrogations and torture outside the detention centres.

MSF demands immediate end to torture

After meeting with various authorities, MSF sent an official letter on 9 January 2012 to the Misrata Military Council, the Misrata Security Committee, the National Army Security Service and the Misrata Local Civil Council, again demanding an immediate stop to any form of ill treatment of detainees.

“No concrete action has been taken,” says Stokes. “Instead, our team received four new torture cases. We have therefore come to the decision to suspend our medical activities in the detention centres.”

MSF has been working in Misrata since April 2011, in the midst of the Libyan conflict. Since August 2011, MSF has worked in Misrata’s detention centres, treating war-wounded, performing surgeries, and providing orthopaedic follow-up care to people who had suffered bone fractures.

MSF medical teams have carried out 2,600 consultations, including 311 for violent trauma.

MSF will continue its mental health support activities in schools and health facilities in Misrata, in addition to its assistance to 3,000 African migrants, refugees and internally displaced people in and around Tripoli.


MSF is an international humanitarian medical organisation which has worked in Libya since 25 February 2011.

To ensure the independence of its medical work, MSF relies solely on private donations to finance its activities in Libya and does not accept any funding from governments, donor agencies, or military or political groups.

http://www.msf.org.uk/libyaprison360112_20120126.news

_______________________________________________________________________

  • Le torture delle belve di Bengasi e Misrata (Le SS della NATO)

La mole straordinaria di prove fotografiche e filmate, di testimonianze dirette sulle atrocità commesse durante la guerra civile libica da parte delle forze golpiste ribelli, avrebbe dovuto portare il tribunale dell’Aia ad istruire un processo contro i macellai di Bengasi e Misurata. Il fatto che non lo abbia fatto e che non lo farà mai, conferma che si tratta di un tribunale politico che si impegna solo contro coloro che vengono indicati dalle potenze occidentali. I criminali di guerra, quando svolgono dei servigi agli statunitensi, e in generale ai sistemi capitalistici occidentali, hanno l’impunità completa, qualsiasi crimine abbiano perpetrato ai danni di prigionieri, donne, bambini o anziani. Basti ricordare i casi dei nazisti: Klaus Barbie (il boia di Lione), Josef Menghele (l’angelo della morte), Reinhard Gehlen (generale tedesco), Martin Bormann (segretario personale di Adolf Hitler) premiati dagli statunitensi alla fine della guerra con incarichi in funzione anticomunista.

Nei giorni dedicati alla memoria non dimenticheremo le belve naziste del presente.

Ecco perché le belve della finta rivoluzione libica devono essere giudicate per crimini contro l’umanità assieme ai loro padrini della Nato…

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2012/01/26/libia-detenuti-torturati-e-negate-cure-mediche/

I collaborazionisti sono un elemento centrale della nuova politica statunitense

Intervista a CX36 Radio Centenario del sociologo americano, il Prof. James Petras da New York, USA.  Lunedi 31 ottobre 2011. www.radio36.com.uy

Chury: Petras Come stai?

Petras: Bene, siamo sfuggiti ad una bufera di neve che ha colpito le altre regioni qui intorno con più di 20 centimetri di neve. Una cosa rara in questa epoca, ma siamo sfuggiti e siamo felici. Nel frattempo voglio discutere oggi una visione strategica di ciò che sta accadendo di fronte al conflitto in Medio Oriente e oltre.

Chury: Molto bene, Petras, se vuoi iniziamo con questo argomento.

Petras: Ora alcuni commentatori annunciano quella che chiamano “la nuova dottrina Obama”. Vogliono fare una distinzione con il periodo iniziale di Obama, nel quale egli ha continuato i progetti coloniali dell’ex presidente Bush con un grande esercito in una guerra di terra sia in Afghanistan che in Iraq con molteplici impegni economici e militari. Questa politica dei primi due anni di Obama ha reso più profonde diverse questioni. In primo luogo, la crisi interna, il problema del disavanzo finanziario. In secondo luogo, una maggiore opposizione all’interno degli Stati Uniti, che, in terzo luogo, non hanno potuto consolidare il loro potere. La presenza nord-americana è stata un importante punto di conflitto e di attrito.

A fronte di questa situazione, dopo due anni e mezzo di fallimenti abbiamo visto di recente una serie di misure tra cui in primo luogo, l’idea del ritiro delle truppe dall’Iraq. Tra pochi mesi le truppe statunitensi lasceranno l’Iraq, perché sono già 8 anni che stanno là, non sono riusciti ad ottenere un sostegno popolare e hanno prodotto enormi perdite economiche nord-americane.
Il secondo problema è il fatto che non è possibile fare progressi in Afghanistan. Un altro problema è che sono costretti a ritirare le truppe nell’anno 2014. In terzo luogo, gli Stati Uniti hanno perso una grande influenza su altre regioni come l’Asia, America Latina e altrove.

Per tutte queste ragioni stanno ora annunciando una nuova politica. In primo luogo si cercherà di raggruppare le forze militari in paesi del Golfo come Qatar, Kuwait, Arabia Saudita, ecc.
Cioè, userà queste piccole città e le isole come trampolini di lancio che accoglieranno circa 20.000 o più soldati, non in combattimento attivo, ma semplicemente come supporto per la cooperazione dei governi della regione. Hanno imparato che l’era dei grandi guadagni territoriali con grandi eserciti non funziona. Questa è la conclusione che essi hanno maturato dalla loro politica in Iraq e Afghanistan.

In secondo luogo, si praticano più guerre marittime e in particolar modo aeree utilizzando velivoli senza pilota. Il vantaggio è che non richiedono eserciti di terra, nè richiedono costi enormi e nè si traducono in un gran numero di perdite.

Essi si basano più su guerre con missili aerei per indebolire qualsiasi posizione.

E in terzo luogo, si cercano di piazzare collaborazionisti locali, traditori, opportunisti e soprattutto le canaglie del mondo, trafficanti di droga, come in Afghanistan, fondamentalisti come in Libia, delinquenti, assassini e qualsiasi persona che si presti alle politiche degli Stati Uniti. Come possiamo vedere in Libia, nel saccheggio e nel terrore che sta accadendo dentro il paese, cosa che riflette che le uniche forze sulle quali gli Stati Uniti possono contare sono quelle che potremmo chiamare la spazzatura della società, teppa sottoproletaria che si presta al saccheggo del paese.

Hanno annunciato oggi che nel Museo della Banca centrale, che è in possesso di una collezione di antichità della Grecia, monete romane e greche sono state rubate durante la presenza dei collaborazionisti degli Stati Uniti a Bengasi. Bengasi era l’epicentro della contro-rivoluzione contro Gheddafi e già a maggio presero semplicemente il controllo della banca e rubarono tutte le monete e gli oggetti d’antiquariato e li vendettero in Egitto. Questo è il tipo di persona. Ora a Misurata stanno uccidendo chiunque fosse associato con il governo di Gheddafi. E può essere un qualsiasi cittadino che semplicemente non è stato coinvolto con la teppa che era contro Gheddafi. Si sta in un regime di terrore.


Ma voglio illustrare questo per dimostrare che i collaborazionisti, che sono un elemento centrale della nuova politica degli Stati Uniti, insieme con i monarchi più dispotici del Golfo, sono il genere di persone con le quali gli Stati Uniti cercano di rafforzare la propria presenza dalla periferia. Perché hanno già perso l’influenza diretta che avevano in Iraq. Non possono distruggere o attaccare l’Iran. E ora in Siria hanno montato un’opposizione con la collaborazione di molti fondamentalisti e il sostegno di gruppi regionali contro la Siria. Questa politica di incoraggiare la ribellione con un misto di forze reazionarie, è l’altro elemento di questa politica.

E il quarto punto è l’uso di numerose forze speciali, che sono un tipo di squadroni della morte che vengono inviati ad uccidere i leaders di un movimento che si opponga ai regimi filo-americani, come ora in Uganda dove hanno una brigata di 500 soldati americani.

Ora, cosa significa tutto questo in un quadro più grande?
Ciò significa, in primo luogo, che Obama ritiene di non avere la minima possibilità di continuare le grandi guerre dell’era Bush. L’economia non può sostenerle, il pubblico non è disposto a sopportare guerre prolungate e le forze che sostengono gli Stati Uniti non possono consolidare un impero, possono unicamente distruggere un governo esistente come abbiamo visto in Libia; è quello che stanno cercando di fare in Siria e ciò che stanno facendo in Somalia, e così via. Gli Stati Uniti si definiscono da questo momento a partire dalle loro alleanze con le forze più reazionarie del mondo. Dico questo in relazione a quanto è stato detto 20 anni fa, quando avevano qualche monarca costituzionale, e qualche dittatore più o meno presentabile.

Adesso stanno lavorando con il peggio del peggio e cercano a partire da questo di mantenere per lo meno una presenza. Una presenza temporanea, congiunturale, perché sapete che in Libia questa miscela di forze fondamentaliste, delinquenti, mafiose, non ha alcuna possibilità al di là del saccheggio delle risorse naturali, del petrolio, cosa che è già in atto da due mesi quando hanno firmato i contratti di sfruttamento. In ogni caso il panorama nord-americano che cerca di definire una presenza, rappresenta una ritirata dai piani degli anni 90 quando crollò l’Unione Sovietica. L’idea che gli Stati Uniti potessero dominare le principali fonti di ricchezza,  il Medio Oriente e l’Asia. Tutto ciò è stato ora ridotto nel mantenere solo le basi militari vicino ai luoghi dove hanno fallito. Hanno fallito in Iraq, è ora stanno con i piccoli paesi assolutisti del Golfo. Hanno fallito in Afghanistan e in qualche modo cercano di mantenere una presenza con la forza marittima al largo delle coste dell’Asia. Hanno fallito in Nord Africa, dove hanno rovesciato il governo stabile di Gheddafi e hanno imposto un regime che non ha alcun futuro.
E ora stanno cercando di costruire un ricambio con la giunta militare in Egitto e un governo di cambiamento in Tunisia.

Questo è il quadro, poi, della dottrina Obama, che è l’adattamento alle proprie debolezze. Dire che è una dottrina non è corretto. E’ realmente un’improvvisazione a fronte dell’incapacità interna a sostenere queste guerre esterne. Ecco alcuni commenti sul quadro strategico degli Stati Uniti.

Il secondo punto che vorrei discutere brevemente, perché è un grande problema, è il nuovo autoritarismo in tutto il mondo. Ricordo che in passato, quando i movimenti popolari si sentivano sfruttati, esclusi, mettevano su dimostrazioni, scioperi generali, in alcuni casi, costringendo i leaders ad andare al tavolo delle trattative dove i governanti in una forma o nell’altra, senza ritirare i grandi progetti reazionari, decidevano che dovevano modificarli, facendo alcune concessioni. Al posto di bloccare i salari, un aumento inferiore al tasso di inflazione, piuttosto che licenziare 5.000 dipendenti, riducevano il numero a 2000 con il pensionamento anticipato. E’ stato un braccio di ferro tra movimenti popolari e governi reazionari, conservatori o quello che erano.

Ora vediamo qualcosa di molto diverso, perché i movimenti continuano con le loro forme di lotta: marce, scioperi generali, dimostrazioni estese e ripetute, ma in cambio i governanti non sentono il bisogno di sedersi e trattare o negoziare, nè vogliono sentire nulla. Semplicemente raddoppiano il numero dei poliziotti, utilizzano più gas lacrimogeni e fanno pressioni affinchè si sottomettano o vadano in prigione. Questo cambiamento, che può essere visto in tutte le parti del mondo, è parte di ciò che io chiamo il nuovo autoritarismo. E non stiamo parlando di dittature, perché le dittature non negoziavano, semplicemente reprimevano e costringevano alla clandestinità i sindacati e imponevano con la forza la loro politica. Con il passaggio ai regimi elettorali vedemmo un cambiamento in questo senso.
Non un grande cambiamento in politica economica, ma la volontà di negoziare e vedere fino a che punto si poteva arrivare ad un accordo.

Ora i governanti “elettorali”, sia socialdemocratici, liberali, conservatori, laburisti, chiunque siano, non vogliono negoziare nulla, non accettano alcuna modifica, non abbassano le esigenze dei sacrifici. E mi sembra che, di fronte a questo cambiamento, di fronte al nuovo autoritarismo, i movimenti popolari debbano riflettere e pensare a come trattare questo ritorno alla politica delle dittature sotto una facciata di sistema democratico elettorale. Vale a dire, i regimi attuali eletti nelle elezioni, agiscono come le dittature del passato in relazione alle esigenze delle rivendicazioni popolari.

Come si spiega questo? Penso che la crisi economica sia così profonda che il margine per la trattativa che esisteva in passato non abbia più la stessa struttura politica. La crisi è così grande ormai, non c’è modo di negoziare concessioni. E in secondo luogo, vi è un atteggiamento più belligerante dentro la classe dirigente. Non vogliono sacrificare i profitti per raggiungere accordi. Quindi il problema non è solo politico, ma che ora le classi dirigenti non sono realmente disposte a fare concessioni. In terzo luogo, vi è un indebolimento della leadership sindacale e dei rappresentanti popolari che non sono disposti ad andare più lontano dalla politica di resistenza del passato. Di fronte a questo quadro dobbiamo pensare a cosa c’è come alternativa.

Questo fine settimana siamo andati a New York ad occupare Wall Street. In realtà è molto esagerata la forza e ciò che la rappresenta. Tutti gli studiosi / commentatori passano lì nelle tende, vedono gente occupare la piazza, fare discorsi, osservazioni, ma poi tornano a casa. Devo dedurre che tutti gli intellettuali, i commentatori, gli studiosi stiano esagerando su quello che è un movimento molto modesto, con poche prospettive politiche. E le più grandi debolezze le trasformano in virtù. Non ha prospettive e dicono che è molto plurale. Non ha una leadership politica efficace, dicono che è un nuovo modo di fare politica.

Dobbiamo mettere in prospettiva ciò che esiste ora. In un certo senso rappresenta un passo positivo in un deserto come quello che abbiamo qui negli Stati Uniti, qualsiasi espressione di opposizione al capitalismo è molto positiva. Ma ora, dopo un mese, si è in stallo. Semplicemente non cresce ed essi stanno soffrendo il freddo e la neve, ieri, con un certo coraggio, ma non hanno alcuna forza sociale significativa oltre quelli che si sono accampati.
Nessun bancario va a fare uno sciopero di solidarietà e paralizza Wall Street.

Non sono come i manifestanti in Argentina che hanno paralizzato il trasporto per costringere il governo a modificare politica. C’è poco se confrontiamo quello che sta succedendo con i sindacati e l’occupazione di Wall Street in relazione ai movimenti contro il risanamento in Argentina del 2001-2003. Essi non hanno alcun potere di paralizzare le attività economiche, meno ancora di rovesciare governi.
Messa in questa prospettiva non dovremmo essere troppo trionfalistici per ciò che sta accadendo.

En el este, sur y oeste de Libia aplastantes derrotas al invasor extranjero OTAN – Alqaeda

<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ff0000;"><strong>Al Manchiya</strong></span> [07.10.2011] – Arriva la notizia di manifestazioni in diversi luoghi anche ad Al Manchiya e a Tripoli con le bandiere verdi.<br /> Ad Al Manchiya i ratti golpisti hanno aperto il fuoco e ucciso Ibrahim Arhoma mentre sfilava in prima fila nella manifestazione sventolando con orgoglio la propria bandiera nazionale rivoluzionaria.</p> <p><a href="http://allainjules.com/2011/10/07/libye-dernieres-nouvelles-du-front-07-10-2011/"><em>http://allainjules.com/2011/10/07/libye-dernieres-nouvelles-du-front-07-10-2011/</em></a></p> <p style="text-align:justify;"><span class="rg_ctlv"><span class="rg_hl" style="width:304px;height:166px;"><a href="http://resistencialibia.info/?p=1121"><em>http://resistencialibia.info/?p=1121</em></a></span></span></p> <p style="text-align:justify;"><strong>Tripoli</strong> [07.10.2011] – Secondo nuove notizie, almeno due mercenari della Nato sono morti nella Piazza Verde per opera della resistenza Libia. Ciò si è verificato nel bel mezzo di pesanti combattimenti che si sono svolti a Tripoli tra le diverse fazioni della NATO, e secondo rapporti non confermati il comandante dei mercenari, Abdel Akhim Belhaji, a Tripoli è stato circondato da un’opposta fazione ribelle.</p> <p style="text-align:justify;"><span class="rg_ctlv"><span class="rg_hl" style="width:304px;height:166px;"><a href="http://ozyism.blogspot.com/2011/10/at-least-2-nato-mercenaries-killed-by.html"><em>http://ozyism.blogspot.com/2011/10/at-least-2-nato-mercenaries-killed-by.html</em></a></span></span></p> <p style="text-align:justify;"><a href="http://resistencialibia.info/wp-content/uploads/2011/10/francotirador-mira.jpg"><img class="size-full wp-image-1114 aligncenter" src="http://resistencialibia.info/wp-content/uploads/2011/10/francotirador-mira.jpg" alt="" width="448" height="339" /></a><span class="rg_ctlv"><span class="rg_hl" style="width:304px;height:166px;"><br /> </span></span></p> <p style="text-align:justify;"><span class="rg_ctlv"><span class="rg_hl" style="width:304px;height:166px;"> _____________________________________________________________________________________</span></span></p> <ul> <li><strong>Herman Morris – Libya News Update</strong> [07.11.2011]</li> </ul> <p><a id="rg_hl" href="http://www.google.it/imgres?q=NO+PASARAN%21+guerra+civil+36&um=1&hl=it&biw=1366&bih=633&tbm=isch&tbnid=T6nvuxDUTIn9TM:&imgrefurl=http://guerracivilespagnola.blogspot.com/&docid=acOYfdF-VGJ1oM&w=400&h=218&ei=4WmPTs6aG4iQ0AX73_kW&zoom=1&iact=hc&vpx=165&vpy=166&dur=2361&hovh=166&hovw=304&tx=261&ty=137&page=1&tbnh=105&tbnw=193&start=0&ndsp=22&ved=1t:429,r:0,s:0"><br /> </a><a id="rg_hl" href="http://www.google.it/imgres?q=NO+PASARAN%21+guerra+civil+36&um=1&hl=it&biw=1366&bih=633&tbm=isch&tbnid=T6nvuxDUTIn9TM:&imgrefurl=http://guerracivilespagnola.blogspot.com/&docid=acOYfdF-VGJ1oM&w=400&h=218&ei=4WmPTs6aG4iQ0AX73_kW&zoom=1&iact=hc&vpx=165&vpy=166&dur=2361&hovh=166&hovw=304&tx=261&ty=137&page=1&tbnh=105&tbnw=193&start=0&ndsp=22&ved=1t:429,r:0,s:0">

</a></p> <p><strong>___________________________________________________________________________________________</strong></p> <ul> <li><strong>Protest In Brussels against NATO attack on Libya, NATO Crimes In Libya</strong><strong><br /> </strong>[07.10.2011]</li> </ul> <p><strong><br />
</strong></p> <p>_______________________________________________________________________________________</p> <ul> <li><strong>Continuano i saccheggi dei liberatori golpisti in Libia [06.11.2011]</strong></li> </ul> <p><a href="http://www.google.it/imgres?q=NO+PASARAN%21+guerra+civil+36&um=1&hl=it&biw=1366&bih=633&tbm=isch&tbnid=T6nvuxDUTIn9TM:&imgrefurl=http://guerracivilespagnola.blogspot.com/&docid=acOYfdF-VGJ1oM&w=400&h=218&ei=4WmPTs6aG4iQ0AX73_kW&zoom=1&iact=hc&vpx=165&vpy=166&dur=2361&hovh=166&hovw=304&tx=261&ty=137&page=1&tbnh=105&tbnw=193&start=0&ndsp=22&ved=1t:429,r:0,s:0"><br /> </a><a id="rg_hl" href="http://www.google.it/imgres?q=NO+PASARAN%21+guerra+civil+36&um=1&hl=it&biw=1366&bih=633&tbm=isch&tbnid=T6nvuxDUTIn9TM:&imgrefurl=http://guerracivilespagnola.blogspot.com/&docid=acOYfdF-VGJ1oM&w=400&h=218&ei=4WmPTs6aG4iQ0AX73_kW&zoom=1&iact=hc&vpx=165&vpy=166&dur=2361&hovh=166&hovw=304&tx=261&ty=137&page=1&tbnh=105&tbnw=193&start=0&ndsp=22&ved=1t:429,r:0,s:0">
</a></p> <p><strong>_____________________________________________________________________________________________________</strong></p> <p><strong><br /> </strong></p> <p><a href="https://gilguysparks.files.wordpress.com/2011/10/libia-no-se-rinde.jpg"><img class="size-full wp-image-2297 aligncenter" title="Libia-no-se-rinde" src="https://gilguysparks.files.wordpress.com/2011/10/libia-no-se-rinde.jpg" alt="" width="500" height="670" /></a><a href="https://gilguysparks.files.wordpress.com/2011/10/libia-no-se-rinde.jpg"><br /> </a>_____________________________________________________________________________</p> ” data-medium-file=”” data-large-file=”” />

Chury: Guarda Petras, ho ricevuto in questo momento un’informazione che puoi valutare per l’importanza che può avere. L’organizzazione dell’Unesco ha ammesso la Palestina come membro a pieno titolo al termine di una votazione. Naturalmente, con i voti contrari degli Stati Uniti e di Israele, ma è interessante notare con 52 astensioni, tra le quali vi è il Messico. Ha molta rilevanza questo fatto nell’aspirazione della Palestina a essere nelle Nazioni Unite?

Petras: Ciò che gli Stati Uniti cercano di usare è la minaccia di tagliare i fondi e la sua quota di finanziamento. Israele è uno stato razzista che ha semplicemente la sua forza nel movimento sionista mondiale con tutti i suoi multimilionari che la sostengono e con l’influenza sul Congresso nord-americano. Ma è un’altra espressione del declino degli Stati Uniti che devono utilizzare il veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, minacciare e fare pressioni su altri paesi che per lo meno rifiutano le aggressioni degli Stati Uniti. Le Nazioni Unite continuano ad essere un’istituzione molto corrotta con il coreano in carica ora, che è un tipo educato sotto l’occupazione statunitense.

Non ho da pensare cose troppo positive in relazione alle Nazioni Unite. Le Nazioni Unite non riflettono il reale equilibrio delle forze nel mondo. Per esempio la Cina è una minoranza, ma è la seconda economia del mondo. Ci sono molti paesi, come in America Latina, che non tengono un riflesso nelle Nazioni Unite. Ieri Correa, presidente dell’Ecuador, ha fatto una protesta contro il discorso di una rappresentante della Banca Mondiale accusandola di istituire un ricatto. Le istituzioni internazionali riflettono maggiormente la potenza del passato degli Stati Uniti e non sono regolate alle nuove realtà, alle nuove correlazioni di forze emergenti nel mondo.

 

http://www.lahaine.org/index.php?blog=3&p=57168

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/11/02/i-collaborazionisti-sono-un-elemento-centrale-della-nuova-politica-statunitense/

 

Cronache dalla Libia 13

29 agosto 2011

“Per quanto critiche possano essere la situazione e le circostanze in cui vi trovate, non disperate; è proprio nelle occasioni in cui c’è tutto da temere che non bisogna temere niente; è quando siamo circondati da pericoli di ogni tipo che non dobbiamo averne paura; è quando siamo senza risorse che dobbiamo contare su tutte; è quando siamo sorpresi che dobbiamo sorprendere il nemico.” (Sun Tzu -L’arte della guerra)

“Nella società degli spettacoli il vero non è che un momento del falso”
(Guy Debord)

“Ci siamo seduti dalla parte del torto perchè tutti gli altri posti erano occupati” (Bertold Brecht)

________________________________________________________________________

  • Ad Ovest la TV sulla Libia tace, distorce e mente [29.08.2011]
    “Argumenty.ru” Alexander Grigoriev
Libya: The massacre, the cover-up. What is going on?

“Sembra che stiamo lavorando alla televisione sovietica. La censura è totale, il tutto coordinato con l’ufficio di Londra. Hanno scattato una foto a Tripoli nella zona che controllano i ribelli; le persone uccise erano in abiti civili e disarmati, ma con segni di tortura. Viene distillata in ufficio. Esce con la didascalia: <<L’esercito di Gheddafi ha ucciso gli abitanti di Tripoli>>.
Ho chiamato, dicendo, non c’è l’esercito di Gheddafi in questa regione, è dove gli islamisti controllano tutto completamente. Risposta: “Lo sappiamo bene qui!”.
E’ così ogni storia “.

http://vimeo.com/28305143

_______________________________________________________________________

  • Secondo fonti di stampa russa[29.08.2011] a Benghasi combatte un ex ufficiale sovietico e poi russo, Ilya Korenev, ora colonnello delle forze speciali libiche, il quale dichiara in una lettera che: “Diverse piccole unità di ribelli hanno cercato questa sera di avvicinarsi in ricognizione, ma sono stati distrutte. Allo stesso tempo in aria sorvolava la città un drone telecomandato da ricognizione (UAV), che ha svelato le difese della città. Dopo un’ora su quei punti sono stati tracciati attacchi aerei. Tuttavia, i difensori della città, avevano già lasciato le loro posizioni. I bombardamenti della Nato per intensità sono paragonabili a quelli della guerra del ’95. Sparano su tutto ciò che si muove. Vogliono radere al suolo Benghasi”.
    НАТО стирает Сирт с лица земли

__________________________________________________________________

_______________________________________________________________

  • MATRIX LIBYA

http://vimeo.com/28174161

_______________________________________________________________

  • I rivoluzionari di Misurata criminali di guerra

_________________________________________________________________

  • Uno  dei più evidenti crimini dei golpisti di Benghasi: l’arresto di militari libici e la loro esecuzione sommaria. (I nostri telegiornali ci hanno fatto vedere le due parti del filmato separatamente istruendoci per la prima parte che si trattava dell’arresto di mercenari del centro Africa; mentre nel mostrare, in un secondo momento, i cadaveri, legati mani e piedi e giustiziati alla maniera delle SS con un colpo di pistola alla testa, ci hanno raccontato la fola che si trattava dell’esecuzione fatta  dai lealisti di Gheddafi di militari ammutinatisi perchè si erano rifiutati di sparare sui civili…[marzo 2011] )

___________________________________________________________________

  • Ecco chi ama mutilare i propri nemici, carbonizzarne i resti e posare con i trofei; macabra riprova di chi siano gli alleati della NATO

________________________________________________________________

  • E’ dura essere neri in Libya…

Non un mercenario ma un semplice soldato libico del sud…

Quello che i nostri tg hanno presentato come un mercenario era solo un poliziotto…

Il linciaggio di un nero a Benghasi… giusto per far capire che diritto verrà applicato in Libya

____________________________________________________________________

  • I ribelli golpisti e fascisti di Benghasi hanno una malsana passione per le torture degli inermi, le mutilazioni, l’ostentazione della barbarie: un assaggio della nuova Libya, quella monarchica amata dai francesi, inglesi, italiani e americani…

_________________________________________________________

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/08/29/libyan-chronicles-13-0/

2011: terrore nelle strade della Libia appena “liberata”.

Benghazi: Terror in the Streets

di Marie Edwards 20.08.2011
Traduzione di levred

A Bengasi le case sono oggetto di irruzioni, i sospetti sono giustiziati, i vicini di casa trascinati fuori. Molte persone sono disoccupate. Le grandi aziende, tra cui la società di costruzione tedesca Bilfinger Berger, hanno abbandonato la città. I giovani fanno corse in auto facendo stridere le gomme dentro il centro abitato, altri stanno impettiti intorno ad edifici pubblici brandendo i loro coltelli. Di notte, le strade ricordano le guerre fra bande di San Paolo (in Brasile), con l’unica differenza che qui i giovani indossano i giubbotti antiproiettile.
Molti giovani universitari che stavano per completare i loro studi e per ottenere un buon lavoro stanno iniziando a essere frustrati. Uno che parla solo a condizione che egli rimanga anonimo, ha studiato economia all’Università Gharyounis. Gli fu offerto un lavoro come manager alla Bilfinger Berger e avrebbe guadagnato un buon stipendio. Ora è disoccupato. Dice dei ribelli: “Hanno meno di 30 anni e non hanno mogli. Sono orgogliosi delle armi che hanno saccheggiato dalla caserma. Non sanno come controllare se stessi. Ben presto sono diventati aggressivi. Hanno queste armi…. e si perdono.”
Le milizie di Bengasi possiedono armi sofisticate, che vanno dai missili anticarro alle granate e la gente qui parla di tribù che si preparano a saldare vecchi conti ed emergono lotte di potere. Spari sporadici dei ribelli possono essere uditi ogni giorno nella capitale, e centinaia di uomini camminano per la città armati di fucili d’assalto Kalashnikov.
La preoccupazione delle persone a Bengasi si focalizza sulle bande,  appoggiate dai ribelli, che indossano la mimetica militare, terrorizzando i cittadini e derubandoli sotto la minaccia delle armi. “Non è più sicuro viaggiare in alcune parti della città”, dice Dawud Salimi, di 41 anni. “I criminali stanno approfittando della situazione di instabilità per i loro profitti. Recentemente, essi hanno preso di mira gli stranieri. Un gruppo di uomini che indossavano abiti militari hanno fatto irruzione nella stanza d’albergo di una giornalista occidentale, che è stata aggredita e sono fuggiti con le sue apparecchiature elettroniche”.

Dall’altra parte della città di Bengasi, squadre armate vengono inviate a reprimere i sostenitori del leader libico Muammar Gheddafi. Migliaia di persone sono state arrestate nei raid notturni.
Con la copertura delle tenebre, la ‘squadra di protezione’ di Bengasi si è radunata. Parlando in sordina, con tono teso, stringendo fucili carichi, gli uomini hanno cominciato la caccia. In rapido, silenzioso convoglio guidano in tutta la città, puntando le case dei sospetti lealisti.
Gli uomini armati hanno guidato fino ad una fattoria appena fuori Bengasi. La scelta del target era stata discussa prima alla loro base in un ufficio cosparso di carte manoscritte, l’intelligence su potenziali sospetti.
Fermandosi in silenzio, smorzando la chiusura delle portiere, le dita sui grilletti delle pistole cariche, hanno preso ognuno la propria posizione. Due uomini hanno puntato le armi, come il cecchino, attraverso aperture nelle pareti esterne. Con i volti coperti da passamontagna, altri furtivamente hanno attraversato il cancello anteriore e circondato la fattoria. L’unico rumore che poteva essere sentito sotto il cielo nel chiaro di luna era il suono dei latrati dei cani da guardia.
Gli autisti attendevano, con i motori accesi. “Questo è molto, molto pericoloso. Spesso ci sono sparatorie,” ha mormorato un autista. La fattoria era vuota. Delusa, la squadra è ritornata alle auto. Verso il prossimo obiettivo.
“Sanno che li stiamo cercando. Essi non possono rimanere in un posto. Spesso corrompono i vicini per non darci informazioni”, dice il leader della squadra.
I sostenitori di Gheddafi vanno in giro in auto sparando ai passanti al fine di diffondere la paura, dicono i ribelli. “Ci sono migliaia di loro qui”, ha detto il capo banda del raid notturno. “Abbiamo molte persone -. Studenti, laureati, uomini d’affari che ancora stanno con Gheddafi sono ora in clandestinità, a organizzarsi”, dice Sami Hassan, 37 anni da sempre residente a Bengasi.
I ribelli temono che cittadini “pro-Gheddafi” a Bengasi agiscano come spie per il governo libico.
“Non fidarti di nessuno, siamo in una guerra psicologica”, ammette il portavoce del Consiglio Issam Giriani. “Anche ora, so che alcuni sono in giro mentre noi siamo qui per la registrazione”.
Forse le accuse sono vere. Ci sono segni che Bengasi non si è data alla causa dei ribelli. Un tavolo in una casa tribunale è cosparsa delle armi trovate ad assalitori infiltrati: Kalashnikov, fucili d’assalto, e dinamite. “Ci sono stati molti tentativi di attaccare la casa tribunale”, dice Ibrahim Gheriani responsabile della sicurezza.
Prima di essere fermati dagli attacchi aerei della NATO sulle loro tracce, l’avanzata di Gheddafi su Bengasi incoraggiò alcuni dei suoi sostenitori a mostrarsi.
“In due giorni vinceremo, Muammar tornerà,” ha detto un uomo a un giornalista prima di scivolare silenziosamente dietro la folla.
L’incidenza ha indotto il giro di vite da parte del leader ribelle che ha annunciato che i simpatizzanti Gheddafi avevano 24 ore di tempo per consegnare le armi. Se non lo avessero fatto, sarebbero stati trattati come assassini e nemici dei ribelli.
“Quelli con le mani macchiate di sangue saranno puniti”, dice Issam Giriani.
Alimentata dalla paura, la guerra fa crescere sospetto e diffidenza. Determinare la lealtà in questo ambiente fluido può essere un compito impossibile. Alcuni degli obiettivi sono dei sospettati con criteri pericolosamente malfermi.
Sono tutte considerate ‘prove’ di fedeltà al regime: la città natale di una persona, una fotografia del leader libico nel portafogli e i legami familiari.
“Quest’uomo è di Sirte. La maggior parte delle persone che vengono da là sono Ligen Thauria. Anche la sua famiglia viene da lì”, – dice Hani nella spiegazione del raid armato di mezzanotte alla fattoria.
I ribelli hanno un proprio “gioco[sistema]” di spionaggio. “A volte usiamo donne, vanno dentro alle case, forse fingendo di essere povere e aver bisogno di qualcosa. Là vedono se la persona ha pistole, lei cerca di trovarle.”.
I prigionieri sono portati in una base militare. Nel cortile chiuso di cemento a forma di quadrilatero, fanno ala file di prigionieri seduti. Sulla destra ci sono i detenuti stranieri, ritenuti dai ribelli esser “mercenari”. Allineati a sinistra vi sono decine di libici neri.
La loro detenzione è indefinita. “Dio sa quando mi sarà permesso di tornare a casa”, dice un libico di colore che dice di essere stato catturato a una fermata d’autobus mentre cercava di tornare a casa.
Spesso le incursioni sono guidate dall’adrenalina pompata dei giovani. Prima di uscire, nella base segreta dove si sono riuniti, la squadra di giovani ha scherzato, saltato, urlato, si è pompata per la caccia della notte. “La maggior parte di questi ragazzi sono stati miei amici fin dalla scuola”, ha detto il leader della squadra. “Andiamo!” disse al clac entusiasta della sua banda che carica le proprie armi.
Eccitato e assetato di potere il comandante ha verificato la carica del suo kalashnikov pericolosamente con un sorriso maniacale. La sua formazione militare è stata interrotta quando è stato sbattuto fuori dal college. “Ho litigato con il colonnello in un college,”- ha giurato a me, “mi ha cacciato fuori”.
Il raid può essere violento. Alcuni membri di questa banda sono stati uccisi. “Il primo raid siamo andati a trovare la gente di Gheddafi che stava commerciando armi – ha detto Hani – Ci sono stati quaranta minuti di scontro a fuoco in cui la squadra ha perso uno dei suoi uomini.” Abbiamo catturato quattro ragazzi e ne ho ucciso uno,” – ha detto con orgoglio.

I raid notturni stanno crescendo in numero e dimensione.
“Ne abbiamo preso decine la scorsa settimana”, ha detto un organizzatore della squadra che lavora al tribunale dei ribelli di Bengasi.
Dall’inizio del conflitto i ribelli hanno fatto affidamento sui loro sostenitori occidentali. I ribelli non sono riusciti ad allargare il loro fascino, proprio perché i leaders dell’opposizione sono percepiti come esattamente quello che sono: traditori.
Il popolo libico sa che i membri leader dei ribelli sono burattini imperiali.
Prima della guerra i diritti sociali ed economici sono stati così ampiamente sviluppati che la Libia ha ospitato centinaia di migliaia di lavoratori stranieri. E con tutta la sua ricchezza, la Libia è rimasta un paese socialista. Muammar Al-Qathafi chiesto: “Come si fa a non essere un socialista e a diffondere la ricchezza del proprio paese equamente tra i suoi cittadini?”
Questo fatto è stato difficile da inghiottire per i capitalisti occidentali  e le opportunità di profitto da una guerra con la Libia per i capitalisti occidentali erano semplici per passarci su. L’obiettivo di Washington e i suoi alleati consiste nella confisca e la gestione della vasta ricchezza della Libia e il controllo delle sue risorse. Così hanno avviato una politica estera che ha fatto da propellente per la guerra civile in Libia.
Ma i ribelli non sono in grado di utilizzare il vantaggio tattico che la superiorità aerea della NATO offre loro. Avessero avuto il sostegno delle masse libiche, i ribelli avrebbero guadagnato più territorio. Pochi analisti, se non tutti, ritengono che i fedelissimi del leader libico possano essere facilmente sconfitti. Reports dalla Libia indicano la crescente ondata di sostegno massiccio per il leader libico Muammar Al-Gheddafi dai suoi seguaci, che hanno frequentato raduni e dimostrato la loro disponibilità a confrontarsi con i ribelli e i loro sostenitori.
I ribelli non sono amati,considerato il discorso di Muammar Al-Gheddafi, che si rivolgeva ai suoi sostenitori di più di un milione di persone nella città nordoccidentale di Al-Zawiya non lontano da Tripoli. La folla ha raggiunto un crescendo assordante quando egli ha parlato in un messaggio registrato.
Nel frattempo le forze di governo libico hanno ripreso il controllo della maggior parte del territorio libico e quasi cinque mesi dopo l’aggressione della Nato contro la Libia, impianti petroliferi chiave e, soprattutto, la capitale fino ad ora inespugnabile sono saldamente nelle mani del governo libico.
La guerra d’informazione contro la Libia è gigantesca. Oceani di menzogne ​​e disinformazione si riversano sulle teste di ignari ascoltatori e lettori su base giornaliera. Eventi in Libia stanno mostrando come mostruose bugie orwelliane possano essere facilmente utilizzate per manipolare le menti della gente in un’epoca di tecnologie informatiche. Frontrunners in manipolazione sono quelli di Al-Jazeera del Qatar e i media occidentali. Le bugie sono talmente evidenti, che si deve chiedere perché la carta non stia respingendo la stampa.
La colpa dell’Occidente per come ci si trova ora in Libia ha un lungo pedigree. L’aggressione contro la Libia è parallela all’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq. Quest’ultima sta ancora riprendendosi dalle ferite del conflitto confessionale scatenato dall’invasione di Washington e la prima è un proverbiale fallimento della NATO.
La NATO sta perdendo e a loro non piace – farebbero bene a svegliarsi affinchè il contribuente americano non finanzi un altra enorme atrocità contro l’umanità. La verità sta venendo fuori.

Maria Edwards è un esperta di affari libici e coordinatrice del progetto per l’Africa. Risiede a New York e può essere raggiunta al thePressPhoto@optimum.net