Libia: la guerra imperialista continua

di Fosco Giannini, Responsabile Dipartimento Esteri PCI

Da una decina giorni, dopo l’attacco del generale Haftar contro la Tripoli di Fayez al-Serraj, gran parte della stampa italiana ed europea parla di “un ritorno della guerra in Libia”. Non c’è nulla di più untuoso e mellifluo quando l’ipocrisia e la superficialità si incontrano. “Ritorno della guerra in Libia”: perché, si era mai interrotta la guerra? Erano più cessati i sanguinosissimi conflitti armati interni alla Libia tra le varie “tribù” libiche, già miracolosamente unite da Gheddafi, alle quali l’attacco devastante delle forze imperialiste e della NATO del 2011 riconsegnarono scientemente e tragicamente, ad ognuna di esse, autonomia e sovranità? Queste guerre civili all’interno della Libia non si sono più interrotte per un preciso motivo: ogni “tribù” alla quale il fronte imperialista, apparentemente unito, aveva riconsegnato libertà d’azione e libertà strategica, rappresentava in verità gli interessi di una fazione imperialista e il conflitto permanente tra le varie “tribù” in campo altro non è stato, dal 2011 ad oggi, che la proiezione sul terreno libico del conflitto interimperialista, della lotta tra le varie potenze imperialiste per la conquista delle ricchezze libiche, per la spartizione del bottino libico.

L’attacco militare contro la Libia iniziò il 19 marzo del 2011; partì sulla base della “Risoluzione 1973” del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma in verità partì su tutt’altra base materiale: la Libia di Gheddafi si stava dimostrando, per gli interessi imperialisti generali, una “bestia” troppo libera, troppo imprevedibile. Assieme a Mandela, Gheddafi aveva progettato un’Africa autonoma e indipendente, dagli USA e dal dollaro, dal capitalismo europeo e dall’Euro. E si era spinto, Gheddafi, a lavorare per una moneta panafricana, per una Banca panafricana, sostenute dai ricchissimi fondi sovrani libici. Un’idea di libertà, di anticolonialismo troppo sfacciata per l’intero imperialismo occidentale, per la NATO. Da qui l’attacco mostruoso, nella sua potenza bellica (19 Paesi sotto la guida NATO attaccarono la Libia!) del 2011. Un attacco che, tuttavia, vide la Francia di Nicolas Sarkozy sferrare il primo colpo (con l’attacco aereo a Bengasi), seguita dai bombardamenti britannici di David Cameron. Poi, subito dopo, vennero i missili “Tomahawk” statunitensi. E, in rapida successione, i diversi tipi di interventi militari italiani, spagnoli, danesi, norvegesi, belgi, canadesi, qatarioti, di tutto il fronte imperialista mondiale. Ma ciò che va messo in luce è che, sin dalla spinta politica alla guerra, sino alla guerra stessa, diversa fu l’entità dell’impegno, tra potenze imperialiste, per giungere al fuoco finale. In testa a tale impegno ci furono, nell’ordine, Francia e Gran Bretagna, “stanche” dei processi di decolonizzazione che, dall’Asia all’Africa del Sud e del Centro, giungendo alla Libia, avevano toccato innanzitutto i loro interessi. Poi vi erano gli interessi storici italiani in Libia, negati dalla rivoluzione di Gheddafi, gli interessi geopolitici USA nella regione, e via via tutti gli interessi imperialisti internazionali minacciati dal progetto stesso di un’unità panafricana, dalla Libia al Sud Africa, un progetto che seppur ancora appena accennato dall’azione congiunta Gheddafi-Mandela, già seminava terrore tra gli interessi del capitalismo mondiale.
La guerra del 2011, dunque, seppur sostenuta da un fronte di ben 19 Paesi imperialisti, aveva già in sé tutti i segni della contraddizione interimperialista. Una differenza di interessi strategici tra tutte le potenze che aggredirono, militarmente unite, la Libia, che immediatamente dopo l’assassinio di Gheddafi, si materializzò sul campo. Caoticamente, all’inizio, ogni potenza tentò di affidare ad una “tribù”, ad un nuovo Signore della Terra, ad ogni “principe” di un nuovo feudo, i propri interessi. Col tempo, la nuova “Tripolitania” governata da Fayez al-Serraj, sembrò divenire il punto di riferimento degli interessi italiani, tedeschi e di altri diversi Paesi dell’Ue, con gli USA simpatizzanti. Il generale Haftar, dalla Cirenaica, tese piuttosto, con l’appoggio della Russia di Putin, a farsi vivere come il nuovo unificatore della Libia, contro la tribalizzazione messa in campo dalla guerra del 2011. L’imperialismo francese non scelse subito, o non riuscì a farlo, il proprio punto di riferimento preciso nella Libia feudalizzata, il proprio capo-tribù, anche se già le simpatie francesi andavano, seppur ancora in modo velato, ad Haftar, dato che, nella spartizione colonialista storica, la Tripolitania “toccava” all’Italia.
L’attacco di questi giorni di Haftar contro Tripoli e il “governo Quisling” di Fayez al-Serraj, attacco platealmente sostenuto da Macron, ci dice che lo stesso Haftar, per vincere, ha avuto bisogno di allargare le proprie alleanze (pieno è il sostegno politico e soprattutto economico che arriva al generale della Cirenaica dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi, non certo i migliori in campo) e che la Francia ha deciso di puntare decisamente su di lui per mettere a valore i propri interessi in Libia.
L’orrorifica guerra neocolonialista del 2011 (un anno che, significativamente, il giornalista di cultura imperialista Vincenzo Nigro, de “la Repubblica”, definisce, in un articolo dello scorso 8 aprile, addirittura l’anno della rivoluzione libica!) non solo, dunque, non è mai finita, ma non da segno di finire, contraddistinta com’è dai famelici interessi imperialisti contrapposti in campo. D’altra parte, se ci rifacciamo ad un’analisi scientifica tempo fa condotta su “Il Sole 24 Ore” da parte di Alberto Negri, possiamo meglio comprendere i motivi di tanta feroce lotta interimperialista dispiegata sul terreno libico, sul sangue del popolo libico.
Negri faceva ammontare il “bottino libico”, conteggiato nei tempi successivi alla guerra del 2011, a circa 130 miliardi di dollari, una cifra da quadruplicare in un eventuale ritorno ad una normalità economica libica post bellica. Una sterminata ricchezza da depredare, quella libica, data da una produzione, nel febbraio del 2011, da 1.6 milioni di barili di petrolio al giorno, il 70% del Pil libico, il 95% del suo export; da riserve petrolifere che ammontano a 48 miliardi e 369 milioni di barili (al nono posto al mondo fra i paesi più ricchi di petrolio), e rappresentano il 38% del petrolio presente nel continente africano e l’11% dei consumi europei. Una ricchezza data da 1 miliardo e 547 milioni di metri cubi di riserve di gas naturale decisive per tutta l’Europa e, naturalmente, l’Italia; da immense quantità di acqua dolce sotterranea proveniente dal Sistema acquifero di pietra arenaria della Nubia (Nubian Sandstone Aquifer System), Sistema costruito nella fase Gheddafi. Oltreché, nella fase della guerra del 2011, da fondi sovrani libici (solo quelli investiti all’estero), di 150 miliardi di dollari.
Federico Rampini, sempre sulle pagine de “la Repubblica” (tra le testate più filo imperialiste italiane, e occorrerebbe stabilire un nesso tra questa posizione e la netta tendenza a favore del PD, da parte del quotidiano fondato da Scalfari) lo scorso 8 aprile, rispetto alla nuova crisi libica e al disimpegno di Trump in questa fase e in quest’area del mondo, ha espresso la propria nostalgia per tutto il precedente ruolo imperiale svolto dagli USA. Scrivendo, tra l’altro: “La sinistra radicale e le destre putiniane hanno sempre desiderato che lo Zio Sam se ne stesse a casa sua. Ma quel che viene dopo la “quasi” pax Americana è il trionfo del caos”.
Qui non siamo più di fronte alla somma di ipocrisia e superficialità, essendo Rampini un giornalista preparato. Siamo di fronte alla menzogna pura, ad un puro atteggiamento imperialista. Infatti: con Gheddafi regnava un ordine libico, filo africano e progressista. L’attuale caos libico è tutto dovuto alla guerra del 2011 e all’attuale lotta interimperialista in atto in Libia, condotta da leader libici a nome   dei diversi poli dell’imperialismo occidentale.
Asserisce Salvini, rivolgendosi come un esponente del Ku Klux Klan agli immigrati:   “aiutiamoli a casa loro”. Ma il colonialismo imperialista non permette oggettivamente nessun aiuto, organizzando solo il saccheggio, la spoliazione e la fuga dei popoli dai loro Paesi.
I Paesi dell’Ue sono confusamente divisi, nella lotta libica, tra Haftar e Fayez al-Serraj. Una divisione per interessi colonialisti contrapposti. Tempo fa, sapendo già che Fayez al-Serrraj non era che il fantoccio USA e italiano a Tripoli, avevamo sperato che Haftar rappresentasse (seppur traditore di Gheddafi ed ex agente della CIA) l’opzione libica meno subordinata all’occidente, la meno filo imperialista. Oggi, il totale appoggio del sempre più oscuro imperialismo francese ad Haftar, getta tutta la propria inquietante luce anche sul generale della Cirenaica.
In questa fase, purtroppo, dopo gli orrori della guerra del 2011, l’opzione più avanzata, quella che dovrebbe riconsegnare la storia della Libia al popolo libico, è anche quella più lontana. Ma anche se lontana, è l’unica alla quale possono pensare i comunisti e le forze patriottiche e antimperialiste.

Preso da: https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/2019/04/13/libia-la-guerra-imperialista-continua/

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USA e NATO condivideranno per sempre la colpa del caos in Libia

I recenti sviluppi in Libia hanno riportato il punto focale dei media internazionali sul paese dilaniato dalla guerra. Secondo l’analista Shahtahmasebi, “ci sono molte omissioni cruciali sulla valutazione ufficiale sul ritorno della Libia in un ulteriore caos.”

Segue l’analisi di Darius Shahtahmasebi analista legale e politico, attualmente specializzato in immigrazione, rifugiati e diritto umanitario.

I recenti sviluppi in Libia hanno riportato il punto focale dei media internazionali sul paese dilaniato dalla guerra. Come vedremo, ci sono molte omissioni cruciali sulla valutazione ufficiale della discesa della Libia in un ulteriore caos.
USA e NATO condivideranno per sempre la colpa del caos in Libia
La Libia è di nuovo al centro dell’attenzione mediatica. All’inizio di questa settimana, un aereo da guerra ha attaccato l’unico aeroporto civile funzionante di Tripoli, l’aeroporto Mitiga. Il raid aereo sarebbe stato attuato da forze leali al capo della guerra libico Khalifa Haftar, l’Esercito nazionale libico (LNA). I tempi dell’attacco sembrano coincidere con la visita in città del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, che alla fine ha lasciato la Libia “profondamente preoccupato.”

Tra 2.800 e 3.400 persone sono fuggite durante combattimenti intorno a Tripoli finora, con almeno, come riferito,  47  morti e oltre 180 altri feriti, tra cui due civili e combattenti filo-governativi (GNA).

Inizialmente, i colloqui sostenuti dall’ONU erano previsti per il 14-16 aprile di quest’anno, ma questo recente conflitto ha messo in discussione tutto questo. Tanto che le forze americane sono state ritirate temporaneamente a causa delle “condizioni di sicurezza sul terreno”.

Annunciando che le truppe americane si ritireranno da una nazione nordafricana temporaneamente non sembra neanche che i media mainstream facciano domande basilari, ad esempio: “peché le truppe USA sono ancora in Libia? ”

Tuttavia, il ritiro di Washington dalla Libia potrebbe aprire la strada ad altri giocatori per prendere il controllo. Allo stato attuale, la Libia non è stata una priorità dell’amministrazione Trump, che sembra aver dato un via libera non ufficiale agli altri giocatori per tentare di evitare il caos.

È interessante notare che se la Libia fosse discussa in modo più aperto e non nel modo reazionario impiegato dai media mainstream, questo combattimento sarebbe stato previsto molto tempo fa e sarebbe stato dato un ampio avvertimento. All’inizio di marzo, Medio Oriente Monitor (MEMO) ha riferito che durante i mesi di gennaio e febbraio di quest’anno, Haftar era riuscito a prendere il controllo dei due terzi della Libia con l’obiettivo di prendere Tripoli, la capitale del paese. A quel punto, aveva già conquistato la maggior parte dei giacimenti petroliferi della Libia e dei maggiori centri abitati.
All’inizio del 2017, Haftar era già emerso come un importante leader nella parte orientale della Libia, dandogli il controllo di circa il 60% della fornitura di petrolio della Libia.

Secondo MEMO, le forze pro-Haftar sono state accolte da gente del posto allegra in quasi tutti i villaggi e città in cui sono avanzate (anche se questo non è necessariamente una voceche dovremmo accettare a titolo definitivo). La tesi del MEMO era essenzialmente che le mutevoli dinamiche nella politica locale libica potevano comportare che Haftar avrebbe cercato di prendere Tripoli nel prossimo futuro, ma era improbabile che ciò fosse accaduto presto. A seguito di ciò, l’ultima area importante da conquistare che probabilmente susciterà qualche significativa resistenza è Misurata, a 300 km da Tripoli.

Invece di avere una discussione aperta sulla vera natura della situazione in Libia per tutto il 2019, ciò che otteniamo dai media è una sorta di ” Libia che sta scendendo nuovamente nel caos ” reazione istintiva, seguita dal solito “L’ America può fermarlo” tipico del non senso pro-imperialista. Quando non stiamo ricevendo questo disonesto tentativo di riaffermare l’egemonia americana, dobbiamo ingurgitare il più ambizioso dei gibberish propagandati dal Guardian come:
Il risultato potrebbe decidere se il Paese rimarrà su un lungo percorso guidato dall’ONU verso una forma di democrazia che riunisce le istituzioni divise da lungo tempo, o che ricade sotto una forma di governo militare simile a quella in Egitto.
Il che ci porta alla vera ragione per cui gli Stati Uniti molto probabilmente vorranno ri-coinvolgersi nella nazione nordafricana: la Russia.

Sulla scia dei recenti scontri, Mosca ha  promesso di usare ” tutti i mezzi disponibili ” per mediare la pace nel paese dilaniato dalla guerra, esortando tutte le parti alla violenza ” per evitare azioni che potrebbero provocare spargimenti di sangue e la morte di civili “.

Mentre gli Stati Uniti e altri poteri notabili hanno incolpato esattamente Haftar e le sue forze, la Russia sembra non essere d’accordo, bloccando una dichiarazione del consiglio di sicurezza avviata dal Regno Unito per condannare Haftar. Mentre questo non farà altro che dare agli Stati Uniti la ragione per accaparrarsi la presa sul futuro di una nazione nordafricana abbondante di petrolio, la verità nascosta è che gli Stati Uniti sostenevano l’Haftar per rovesciare Gheddafi prima della sua morte nel 2011. In effetti, gli fu concessa la cittadinanza americana avendo trascorso circa due decenni  a Langley (sono sicuro che la vicinanza della sua residenza al quartier generale della CIA è una pura coincidenza). Secondo quanto riferito, Haftar ha persino permesso alla CIA di stabilire una base nella città orientale di Bengasi nell’area sotto il suo controllo.

Mentre gli Stati Uniti e la Russia sono probabilmente le due principali potenze indiscusse in merito a questi recenti combattimenti e la risposta internazionale a questi scontri, ci sono altri giocatori notevoli che non ricevono la stessa quantità di tempo di trasmissione che meritano. Non aspettatevi che sia la notizia principale, ma poco prima dell’offensiva, Haftar era stato in Arabia Saudita, dove si era incontrato con il re Salman. Si scopre che le forze di Haftar simpatizzano con lo stesso ceppo islamico salafita che il Regno saudita esporta nel resto del mondo come una merce .

Presumibilmente riceverà anche il sostegno dall’Egitto, dagli Emirati Arabi Uniti (EAU) e persino dalla Francia, che ha tranquillamente compiuto attacchi aerei contro gli avversari di Haftar (combattenti dell’opposizione ciadiana). Non solo la Francia è una delle principali cause del caos che ha travolto la Libia nel 2011 (era, dopotutto, un jet Rafale francese che ha colpito il corteo fuggitivo di Muammar Gheddafi a Sirte, portando al suo brutale omicidio) ma è ancora oggi dietro le quinte, continuando una politica intrusiva e intrusiva in Libia che vede agenti clandestini, consiglieri e forze speciali per aiutare gli obiettivi di Haftar. Questo nonostante la lunga lista di presunti crimini di Haftar . Detto questo, la Francia nega ancora che aveva qualche avvertimento sul recente avanzamento dell’LNA.

La politica estera degli Stati Uniti sembra seguire questo ciclo di violenza curioso, ridicolo e frustrante e i media aziendali continuano a comportarsi in modo indifferente. Il modello sembra andare in questo modo. Uno, gli Stati Uniti appoggiano un certo gruppo, gruppi o un dittatore di sorta per fungere da esercito per procura contro un nemico comune. Due, una volta detto che il nemico è stato rovesciato, quel delegato prenderà le redini o continuerà a devastare il paese, o entrambi.
Quando quel gruppo è sopravvissuto alla sua utilità, i legami del gruppo con altri nemici sgradevoli, i loro crimini contro l’umanità o qualsiasi accusa associata vengono portati allo scoperto e inizia un processo di demonizzazione che alla fine porterà a un altro appello affinché gli Stati Uniti intervengano.

” Perché la Libia è così senza legge? “La BBC si è chiesta una volta . Sappiamo tutti il perché, semplicemente non lo segnalerete abbastanza accuratamente.

Sotto Gheddafi, la Libia aveva il più alto tenore di vita di qualsiasi paese in Africa fino a quando non fu espulso dalle forze sostenute dalla NATO e dagli Stati Uniti. Il suo sistema sanitario era una volta “l’ invidia della regione “.

Dopo la rimozione di Gheddafi, la Libia è l’invidia di niente e nessuno, eccetto i jihadisti maniacali che hanno capitalizzato la morte e la distruzione lasciata sulla scia della guerra del 2011.

La crescita dei jihadisti in Libia non fu solo una conseguenza imprevista dell’intervento della NATO, né fu a causa del fallimento delle potenze della NATO a contribuire alla ricostruzione di un paese più forte. La presenza di elementi jihadisti al fine di rovesciare Gheddafi era uno stratagemma specifico utilizzato dai paesi della NATO che persino supervisionavano i loro movimenti nel paese in modo da poter far cadere il leader libico.

All’inizio del 2011, un comandante ribelle libico ha ammesso che i suoi combattenti includevano jihadisti che combattevano le truppe alleate in Iraq. Questi combattenti hanno poi combattuto sotto la bandiera di al-Qaeda in Iraq (AQI), che si è affermata come entità solo dopo che gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq nel 2003, in primo luogo. (AQI divenne noto come ISIS ).

Potrei andare avanti e avanti su questo argomento. Basti dire, qualsiasi media mainstream che esorta gli Stati Uniti, o qualsiasi altra potenza occidentale, a fare di più in Libia e a smettere di essere ” ambivalenti ” è un pezzo fraudolento di non-storia e non dovrebbe essere trattato come un’opione geopolitica credibile.

Washington ha fatto molto in Libia e nella regione circostante per decenni. Come disse un consigliere politico libico, Mohamed Buisier : “La storia della Libia è la storia delle potenze straniere che hanno governato la Libia “.

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-usa_e_nato_condivideranno_per_sempre_la_colpa_del_caos_in_libia/5871_27924/

Fonte: Foto Reuters
Notizia del:

Perché la Libia non sta né con Serraj né con Haftar

dicembre 2018

di Barbara Ciolli

Libia guerra dopo Gheddafi Derna Haftar Bengasi
Libia guerra dopo Gheddafi Derna

 Il premier della Fayyez al Serraj e il generale Haftar si contendono il Paese alla vigilia del voto.
  Il premier della Fayyez al Serraj e il generale Haftar si contendono il Paese 
 
È diventata una consuetudine che quando il premier Fayyez al Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale come primo interlocutore politico della Libia, va all’estero si tentano assalti ai palazzi delle istituzioni di Tripoli. Ogni occasione è buona per rovesciare l’assetto di comando, vista la fragilità dell’esecutivo che di fatto governa – e detta legge attraverso le sue milizie di un cartello ormai criminale – solo la capitale: le brigate escluse dalla torta non aspettano altro ed è forte ormai, per le ristrettezze vissute ormai da anni da una parte crescente della popolazione, anche il malcontento popolare. L’ultima sommossa è stata più civile, perché a rompere il cordone di sicurezza e a entrare nel palazzo del Consiglio presidenziale di al Serraj non sono stati gruppi armati con mitragliatori e bombe, ma centinaia di manifestanti, cittadini arrabbiati che hanno vandalizzato il palazzo del governo.

IL CONFLITTO TRA ISLAMISTI

A calmare le famiglie dei veterani e dei feriti di guerra che protestano per il ritardo nel pagamento dei sussidi e per la mancanza di assistenza medica, mentre al Serraj era in visita di Stato in Giordania, è stato il vice premier Ahmed Maitig, noto per parlare bene l’italiano e dialogare molto con Roma e, in Libia, anche per essere stato bersagliato anni fa con dei lanciarazzi in casa. Nei mesi scorsi sono state attaccate anche le residenze di altri vice di al Serraj e dello stesso premier, mentre a Tripoli esplodevano a più riprese scontri tra milizie per divisioni ormai non solo tra il blocco sommariamente definito laico del generale Khalifa Haftar, che comanda di fatto il Sud e l’Est della Libia, e il blocco sommariamente definito islamista che formò il governo di al Serraj. Il conflitto ora è soprattutto interno agli islamisti: Misurata e altri Comuni che nel 2014 erano nel movimento Alba libica sono sempre più insofferenti verso le ruberie e lo strapotere dei tripolini.
Libia guerra dopo Gheddafi Derna Serraj © GETTY Libia guerra dopo Gheddafi Derna Serraj

I SOLDI DEL PETROLIO ALLE LOBBY

Tra i manifestanti che hanno assaltato la sede del governo c’erano anche diversi ex combattenti di Alba libica. La disaffezione verso la politica è forte, perché, spiega a Lettera43.it lo scrittore e giornalista libico Farid Adly, «una parte ingente dei grandi introiti del petrolio, attraverso la Banca centrale libica che non a caso dal 2011 non ha mai messo di funzionare, va a finire ogni mese in sussidi e lauti stipendi pubblici a cittadini libici legati al governo o alle milizie rispondenti ai ministeri». Un fiume di soldi, oltre ai gruppi armati, raggiunge «tanti libici che vivono all’estero senza lavorare». Mentre in Libia sempre più famiglie comuni sono costrette, ormai da anni perché dal 2016 il governo di al Serraj non ha risolto nulla, a fare la fila ai bancomat per prelevare il corrispondente di poche centinaia di euro a settimana. Non c’è liquidità, i prezzi del pane e di altri beni di prima necessità sono alle stelle e la corrente elettrica salta per ore.

LA PIAGA DEL CONTRABBANDO

Diverse attività legali si sono dovute fermare, a causa della penuria e della mancanza di sicurezza, anche a Tripoli. Mentre in Cirenaica «a Derna i problemi sono tutt’altro che risolti e anche Bengasi resta colpita dal terrorismo. In Libia», precisa Adly, «ci sono ancora dei rapiti dell’Isis». Nell’Est e nel Sud della Libia Haftar ha insediato giunte militari, ma lo Stato rimane assente. Nella regione del Sahara c’è da sempre la piaga dei traffici illeciti, la sola forma di economia reale della zona, intensificati dalla caduta del regime. Tra questi, con il proliferare di vari capimilizie foraggiati dalle potenze straniere, di pari passo con il traffico di esseri umani e altri business del mercati nero, è gonfiato anche sulla costa il contrabbando del petrolio. Attraverso Malta arriva “lavato” anche in Italia: una fuga di greggio che costa alla Compagnia nazionale del petrolio (Noc) libica – attaccata a settembre 2018 dall’Isis – milioni di dollari al giorno di mancati incassi.
© GETTY Libia guerra dopo Gheddafi Derna Haftar Bengasi

L’EMBARGO FITTIZIO SULLE ARMI

Non di meno l’ex colonia italiana non collassa, lo status quo fa comodo a chi drena liquidità dalle risorse, «la loro redistribuzione non è equa» commenta Adly. La situazione è grave – sempre più grave – ma non è seria. Un altro carburante delle divisioni e della criminalità sono le armi che continuano ad arrivare dall’estero alla Libia, in violazione dell’embargo dell’Onu (rinnovato con la Risoluzione 2420 del 2018 ma lettera morta) e i finanziamenti stranieri alle milizie che taglieggiano i politici e impongono il racket nei quartieri di Tripoli. Per bloccare i migranti in Libia e tutelare lo stabilimento dell’Eni a Mellitah, con Marco Minniti ministro dell’Interno e il generale Paolo Serra consigliere militare per la Libia, fino al dicembre 2017, l’Onu, l‘Italia e di riflesso le istituzioni Ue hanno stretto un patto soprattutto con il governo di Tripoli, che intanto si isolava nel cartello di milizie della capitale.

I PASSI AVANTI VERSO IL VOTO

Misurata, capofila delle rivolte del 2011 e unico centro, in Libia, dove è a garantita una certa sicurezza, è in rotta con al Serraj e si sta avvicinando ai francesi che, rovesciato Gheddafi, tentano, con qualsiasi alleato, di allargare la loro influenza. Dopo il flop del vertice di Palermo sulla Libia, qualche timido progresso per il voto nazionale, rimandato al 2019, potrebbe venire dai contatti in Giordania tra il premier di Tripoli in visita dal re Abdullah II e gli emissari di Haftar che fa spesso base ad Amman. La Camera dei rappresentati di Tobruk, nell’Est, che fa capo ad Haftar e non riconosce il governo di al Serraj, alla fine di novembre in accordo con la controparte del Consiglio di Stato di Tripoli ha approvato il referendum per la costituzione e la riforma della composizione del Consiglio presidenziale di al Serraj, in favore di Haftar. Resta il nodo dell’incarico a capo dell’esercito, bramato dal generale di Tobruk.
© GETTY Libia guerra dopo Gheddafi Derna

LA SOCIETÀ CIVILE ALL’ESTERO

Come se agli elettori importasse delle poltrone delle milizie e dei movimenti più finanziati dall’estero che, dalle rivolte del 2011, hanno approfittato del vuoto di potere. Gli interlocutori di Tripoli e Tobruk hanno tentato o compiuto golpe e non possono essere considerati affidabili. L’affluenza alle ultime Legislative del 2014 fu del 30% e la Fratellanza musulmana alla quale fa riferimento, attraverso gli sponsor della Turchia e del Qatar, il blocco islamista di al Serraj firmatario dei negoziati di pace in Marocco dell’Onu, le perse. Il suo consenso è all’11%, una decina di altri partiti e sigle democratiche non partecipa alla politica interna, i suoi leader e intellettuali sono riparati all’estero e non vengono invitati agli incontri internazionali. La società civile è uscita dalla Libia e i leader del mondo preferiscono trattare con le milizie che stanno depredando il Paese.

Preso da: https://www.msn.com/it-it/notizie/mondo/perch%c3%a9-la-libia-non-sta-n%c3%a9-con-serraj-n%c3%a9-con-haftar/ar-BBQsEvU?fullscreen=true#image=1

Immigrazione, la grande farsa umanitaria

16 ottobre 2018

FARSA
Il libro ”Immigrazione la grande farsa umanitaria” rappresenta il seguito del fortunato Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere”, scritto per Aracne da Gian Carlo Blangiardo, Gianandrea Gaiani e Giuseppe Valditara.
Leggi la recensione
Gli stessi autori integrano e aggiornano il volume del dicembre 2016 con nuovi dati, riflessioni e analisi che non risparmiano la finta “svolta” dell’Italia che ha determinato un calo nei flussi migratori illegali dalla Libia (e marginalmente da Algeria e Tunisia) rispetto all’anno dei record, il 2016, con oltre 181mila sbarcati, ma non certo la fine dei traffici illegali nè dell’accoglienza indiscriminata a chiunque paghi criminali per attraversare il Mediterraneo.
L’immigrazione è una delle questioni cruciali nel mondo sviluppato. Quali sono i rischi e quali sono i vantaggi, quali i problemi che suscita e quali i falsi miti ad essa collegati? Esiste un’immigrazione positiva e una negativa e sul modello dell’antica Roma viene proposta una distinzione fra un’immigrazione utile, che va incoraggiata, e una che rischia di disintegrare le nostre società, che pertanto va contrastata. Il volume, che affronta il problema con uno sguardo alla storia, un’attenzione alla demografia e una prospettiva strategica, non si occupa solo di dati spesso allarmanti, ma anche di fornire soluzioni per governare un fenomeno che sarà sempre più decisivo per il destino delle generazioni presenti e future.
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Brano dal libro
La lotteria dei migranti
All’inizio di novembre 2017 la situazione è tuttavia nuovamente peggiorata proprio sul fronte libico: si è assistito infatti alla ripresa degli sbarchi di immigrati clandestini salpati dalla Libia con flussi provenienti in gran parte non più dalle coste vicine al confine tunisino, ma da quelle situate tra Tripoli e Misurata. Si sono così riaperti gli interrogativi circa l’efficacia delle misure adottate da Roma in accordo con il governo del premier libico riconosciuto, Fayez al-Sarraj, per contenere o “governare” i flussi dalla nostra ex colonia. Rispetto al 2016 i migranti illegali sbarcati nei primi 10 mesi del 2017 sono stati 111.397 contro 159.427, cioè il 30,1% in meno.
Le partenze dalle coste della Tripolitania Occidentale puntano a eludere le motovedette della Guardia Costiera libica addestrata, equipaggiata e finanziata dalla UE, ma soprattutto dall’Italia che però non rinuncia all’ambiguità nella lotta all’immigrazione illegale. Il sostegno alle attività della Guardia costiera libica, che riporta a Tripoli i migranti illegali intercettati in mare, ha dimostrato che la “rotta libica” può essere chiusa in tempi rapidissimi se venisse mantenuta un’iniziativa coerente mentre invece gli immigrati illegali diretti in Italia si sottopongono a una vera e propria lotteria. Se vengono intercettati dalle motovedette libiche, che tra l’estate e l’ottobre 2017 hanno bloccato e riportato a terra oltre 15mila persone, sono poi condotti in centri di detenzione o in campi gestiti dall’Unhcr in attesa che l’Organizzazione internazionale delle migrazioni li rimpatri nei Paesi di origine, come sta avvenendo con il decollo regolare di voli dall’aeroporto di Mitiga a Tripoli.
Se invece i clandestini riescono a superare il tratto di mare pattugliato dai libici, vengono soccorsi dalle navi militari italiane o europee, oppure da quelle delle ONG, che li portano in Italia, dove potranno chiedere asilo o far perdere le proprie tracce nella certezza quasi totale di non venire effettivamente espulsi. Logica e coerenza vorrebbero che lo stop dell’Italia ai flussi clandestini fosse totale e quindi che anche i migranti soccorsi in mare dalle navi italiane e UE venissero riconsegnati alle autorità libiche bloccando l’accesso ai porti italiani a navi straniere, militari e delle ONG, che intendano sbarcarvi clandestini.
Non si comprende infatti perché Roma addestri e finanzi governo e Guardia costiera di Tripoli, affinché blocchino i flussi, quando sono le stesse navi italiane e UE a incentivare i traffici (e le morti in mare) continuando a trasferire i clandestini in Italia. Un’incongruenza che ridicolizza l’annunciata “svolta” di Roma sull’immigrazione illegale evidenziando un’ambiguità che sembra trovare una spiegazione solo negli interessi politici ed elettorali. l’accoglienza indiscriminata di chiunque abbia pagato criminali per giungere in Italia ha creato un profondo solco tra le forze del centro-sinistra e il loro elettorato. Un solco, confermato dall’esito delle elezioni amministrative parziali di giugno e da quelle regionali siciliane del novembre 2017.
Anche il governo Gentiloni non sembra aver voluto bloccare definitivamente (come sarebbe agevole fare con i respingimenti in mare in cooperazione con i libici) quei flussi che consentono da anni stanziamenti pubblici miliardari a favore delle lobby del soccorso e dell’accoglienza di ONG, cooperative ed enti cattolici. Organismi strettamente legati alla politica che costituiscono un bacino di voti di grande rilevanza soprattutto per il PD.
Il governo Gentiloni sembra avere quindi la doppia e antitetica esigenza di rallentare i flussi ma senza interromperli per non scontentare le diverse anime del suo elettorato. Del resto come la ragioni elettorali influiscano sulla gestione del fenomeno dell’immigrazione illegale è apparso chiaro anche nei primi giorni di novembre in cui gli sbarchi di oltre 2mila migranti illegali da navi militari italiane, tedesche, spagnole e delle ONG sono stati dirottati dai soliti porti siciliani a quelli più distanti di Salerno, Vibo Valentia, Reggio Calabria, Crotone e Taranto. Una decisone legata al concomitante voto regionale siciliano.

G.Blangiardo G.Gaiani G Valdiara
Immigrazione, la grande farsa umanitaria
pagine:    152
formato:   14 x 21
ISBN:       978-88-255-0966-3
data pubblicazione: Dicembre 2017
editore:    Aracne
Euro 13
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Preso da: https://www.analisidifesa.it/2018/10/immigrazione-la-grande-farsa-umanitaria/

Libia: il volto coloniale di Francia e Italia

di Pressenza – International Press Agency 
giovedì 6 settembre 2018
Sulla questione libica, Francia e Italia si guardano di traverso non solo perché si contendono il ruolo di pacieri nella speranza di assicurarsi un posto a tavola nella Libia che verrà, ma anche perché si rapportano in maniera diversa nei confronti dei due governi presenti in Libia. L’Italia collabora esclusivamente con Al-Serraj, capo di governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, che però controlla solo la Tripolitania e pochi altri territori della parte occidentale del paese. La Francia, invece, sostiene più volentieri il generale Haftar, capo militare che controlla non solo la Cirenaica ma tutta la parte centrale e orientale del paese. Due scelte di campo non casuali che fanno assumere ai due rivali non tanto il volto dei pacieri disinteressati, quanto delle potenze coloniali assetate di controllo.

di Francesco Gesualdi

Ovviamente la questione petrolifera è sempre in primo piano, considerato che la Libia possiede le maggiori riserve di petrolio dell’Africa, le none nel mondo, circa 48 miliardi di barili (il 3% circa dell’intero ammontare delle riserve mondiali). Prima del rovesciamento di Gheddafi, nel 2011, la Libia produceva 1,65 milioni di barili di petrolio al giorno e 17 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Le due risorse rappresentavano il 65% del prodotto lordo nazionale e contribuivano al 95% delle entrate governative. Ma dal 2013, la produzione si è praticamente dimezzata per l’attacco ai pozzi da parte delle innumerevoli milizie armate che tempestano la Libia.

Da un punto di vista operativo l’estrazione e la vendita degli idrocarburi è affidata alla National Oil Corporation (NOC), un’azienda di stato che opera non solo in proprio, ma anche per il tramite di società compartecipate da multinazionali, senza escludere la possibilità di permettere a quest’ultime di estrarre su licenza. Tra queste ENI che sotto varie forme societarie gestisce diversi giacimenti di gas e petrolio non solo onshore, ossia sulla terra ferma, ma anche offshore, ossia in mare, principalmente nella parte ovest del paese, quella sotto il controllo del governo Al-Serraj. Tuttavia la maggior parte del petrolio libico si trova nella parte centrale del paese, quella sotto comando del generale Haftar. Alcuni pozzi di questa zona sono gestiti dalla società Waha Concessions nel cui azionariato compare anche Total che da vari anni sta cercando una strategia per affermarsi in Libia. Con successo, dal momento che è presente anche in altre società che gestiscono altri due giacimenti: l’uno nel Mar Mediterraneo, l’altro nel Fezzan, la regione più a sud del paese.
Ma la difesa delle proprie imprese è solo uno dei temi che divide Francia e Italia. L’altro è il controllo del territorio su cui i due paesi sono di nuovo concorrenti. L’obiettivo principale dell’Italia è fermare l’arrivo di migranti attraverso il Mar Mediterraneo e poiché gli imbarchi avvengono nella parte occidentale della Libia, i legami sono stati stretti con Al-Serraj a cui è stata offerta amicizia e sostegno economico, in cambio del controllo dei flussi migratori. Così fece il governo Renzi e poi il governo Gentiloni per continuare col governo Conte.
Ovviamente l’Italia sa che una politica efficace contro flussi migratori richiede un blocco dei passaggi più a sud, già nel Niger, per cui vorrebbe avere più influenza nelle regioni del Sahel. Ma l’Africa sahariana ha una storia coloniale con la Francia e in questi paesi non si muove foglia senza che la Francia non voglia. E la volontà della Francia è di non avere altre presenze straniere all’infuori di lei o dei suoi stretti alleati, per cui l’Italia non ha grandi prospettive di poter inviare propri contingenti.
Ma dopo il Niger la rotta dei migranti passa per la Libia e qui l’Italia potrebbe essere facilitata in nome dei trascorsi coloniali. Ma il territorio libico a ridosso del Niger è il Fezzan ormai una terra di nessuno dove decine di gruppi armati si fronteggiano per il controllo di porzioni di territorio. Una situazione di anarchia che ha facilitato il proliferare di varie altre anomalie.
Non solo l’esplosione di ogni forma di traffico illegale, dal passaggio clandestino dei migranti al contrabbando di armi, droghe e oro, ma anche l’insediamento di gruppi armati islamisti che fanno da spalla a gruppi analoghi presenti in altri paesi del Sahel. Ed è proprio quest’ultimo aspetto che più preoccupa la Francia inducendola a perseguire scelte di politica estera che le assicurino non solo la stabilizzazione del Fezzan, ma anche la possibilità di avere una presenza nella regione. Fra i due governi oggi presenti in Libia, quello che ha più probabilità di prendere il controllo del Fezzan non è Al Serraj, ma Haftar che gode di maggiori simpatie da parte dei gruppi locali. Di qui la seconda ragione che spinge la Francia a stringere amicizia con Haftar in aperto contrasto con l’Italia che almeno nel Fezzan vorrebbe insediarcisi lei. Vecchie logiche coloniali avanzano.

Preso da: https://www.agoravox.it/Libia-il-volto-coloniale-di.html

Libia. Ma quali foto hanno mostrato al Pontefice?

29/8/2018

“Prima di mostrarli al Pontefice, i video sono stati (da noi) verificati”. Peccato che i redattori  de L’Avvenire,  prima di presentare come “autentici” i video (e/o i fotogrammi di questi)  a Papa Bergoglio non si siano degnati neanche di dare una occhiata a qualche sito italiano (ad esempio il blasonato Butac, che riprende una inchiesta del sito Snopes, corredata da un interessante video) che attesta come, ad esempio, la raccapricciante foto mostrata da L’Avvenire come (“Fermo immagine dal video dei lager libici”) e  sbandierata anche da Repubblica (foto n. 3), non rappresenti affatto “migranti torturati nei lager della Libiabensì tre presunti criminali catturati in Nigeria nel 2017 dalla folla prima di essere consegnati alla polizia. Del resto, non è questa l’unica immagine fake che dovrebbe documentare le torture a richiedenti asilo imprigionati in Libia. Ad esempio, quella, famosissima, dei segni delle frustate sulla schiena è stata creata da un intraprendente nigeriano, esperto in Makeup – tale Hakeem Onilogbo – che crediamo abbia fatto una fortuna vendendo foto raccapriccianti ai media occidentali. Media che si direbbero prendano per buona qualsiasi “documentazione dalla Libia”; come, ad esempio una fustigazione ripresa chissà dove e che viene presentata dalla RAI come “video girato con smartphone di profughi frustati e picchiati in lager libici” o addirittura il farlocchissimo video diffuso dalla CNN nel quale due tizi sorridenti (presunti “richiedenti asilo in Libia”) vengono venduti come “schiavi” da un tizio provvidenzialmente celato da un muro.

Ma tutto questo significa forse che i richiedenti asilo che si trovano in Libia non sono sottoposti a vessazioni, detenzioni arbitrarie, violenze? Assolutamente no. La loro condizione è drammatica, sopratutto quando chi viene incaricato di “provvedere ad essi” sono bande di criminali. Ad esempio, le sanguinarie “milizie di Misurata” alle quali, nel 2017 – verosimilmente per non turbare l’esito delle elezioni politiche dell’anno successivo – il ministro Minniti tentò di affidare (pare, in cambio di cinque milioni di dollari) il compito di non far sbarcare più richiedenti asilo in Italia. Oggi, le cose sono cambiate. In meglio, nonostante impazzi una campagna mediatica senza precedenti che accusa la Guardia costiera libica di riportare i migranti in “campi di tortura”. E chiunque si permette di mettere in dubbio questa vulgata finisce, ovviamente, per essere etichettato come “razzista” o, addirittura, “al soldo di Salvini”.

Intanto, una precisazione. Con la distruzione dello stato libico (nel quale, fino al 2011 lavoravano ben 1.800.000 migranti) moltissimi dipendenti pubblici, per sopravvivere, sono stati costretti a vendersi a qualche fazione o banda sponsorizzata dai padroni di turno. È stato questo anche il destino della Guardia costiera libica che, fino al 2017, si identificava con la cosiddetta Al-Bija, (dal nome del suo comandante). Nell’estate 2017 – con l’accordo tra Gentiloni e il “nostro” presidente libico Fayez al-Serraj – le cose cambiano. Viene estromessa la banda di Al-Bija e istituita una zona SAR (ricerca e salvataggio) di competenza della rinata Guardia costiera libica la quale, addestrata da personale della nostra Guardia costiera, riceve dall’Italia e dall’Unione Europea natanti e strumenti per potere operare. A questa situazione si accompagna un netto miglioramento dei centri dove venivano e vengono trattenuti i richiedenti asilo riportati in Libia dalla Guardia costiera. Centri che attualmente sono gestiti dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e , nonostante un patetico appello, con l’ausilio di ONG italiane vincitrici di una gara di appalto bandita dal Ministero dell’Interno. Nonostante l’indubbio miglioramento della situazione garantito da questi accordi, alla fine del 2017 parte una colossale campagna di demonizzazione della Guardia costiera libica basata su un dossier della sorosiana Open Migration che – sia detto en passant – mai aveva speso una parola contro la Milizia di Zawiya (forse perchè, come attestato da numerose inchieste, era quella che “riforniva” di richiedenti asilo le navi delle ONG dirette in Italia). Campagna che ora tocca l’apice (speriamo) con la presentazione delle fotografie al Papa.

Si rallegra, a tal riguardo L’Avvenire: “Prima di rimandarli indietro ci si deve pensare bene” ha affermato il Papa, proprio mentre in Italia la polemica sull’accoglienza ai migranti si fa sempre di più nodo dolente della politica. E se i racconti di chi sopravvive a tanta brutalità non bastano più, a parlare per loro ora ci sono le immagini. Bisogna avere stomaco per guardarle fino in fondo: il Papa, sempre vicino ai sofferenti, non ha esistato. Ha visto le prove: e sa di cosa parla.”

Ma, al di là delle macchinazioni de L’Avvenire – lo ripetiamo ancora una volta – la situazione dei richiedenti asilo in Libia (sia quelli riportati a terra dalla Guardia costiera sia quelli lì arrivati sperando di poter raggiungere l’Europa) resta drammatica; anche perché la Libia è costellata da “prigioni private” dove i trafficanti rinchiudono migranti per poi, tramite video-smartphone  chiedere soldi ai loro parenti. Una situazione determinata, principalmente dalla dissoluzione di uno Stato e, quindi, dalla guerra del 2011 (salutata come “umanitaria” da tanti allocchi della “sinistra antagonista” italiana).

Che fare per lenire questa situazione? “Aprire i porti italiani”, come viene incessantemente chiesto (certamente in buona fede) da tanti della “sinistra antagonista”? Di certo, garantire a chiunque mette piede in Libia di essere accolto in Italia e, quindi, in Europa farebbe crescere esponenzialmente l’afflusso di disperati in Libia con le conseguenze che è facile immaginare. E allora cosa concretamente fare? Ci auguriamo che la questione diventi, finalmente, argomento di dibattito e discussione per i tanti che oggi si limitano a salmodiare accuse di “razzismo”.

P.S. Dopo che il giornale Avvenire, aveva annunciato sul suo sito la disponibilità a far visionare – da giornalisti o blogger – i video di torture, ho contattato la redazione del giornale che mi ha dato il recapito telefonico di Nello Scavo, autore dell’articolo di cui sopra, il quale mi ha specificato che i video di torture NON SONO STATI RIPRESI all’interno di centri di detenzione gestiti dalla Guardia costiera o da altre strutture governative libiche.

Francesco Santoianni

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-libia_ma_quali_foto_hanno_mostrato_al_pontefice/6119_25219/

Per non dimenticare: i criminali di Misurata chiedono 150 milioni ai Tawerga per poter ritornare alle loro case

Libia, ai profughi interni i miliziani chiedono 150 milioni per poter tornare a casa loro
Gli sfollati interni stanno vivendo momenti infernali, in particolare gli abitanti di Tawergha, città fantasma sotto l’amministrazione di Misurata, a circa 38 chilometri di distanza. Durante la guerra civile libica è stata teatro di violenti combattimenti nell’agosto 2011. I cittadini di Tawergha sono in fuga, appunto, dal 2011e la loro aspirazione, nel tempo, è sempre stata quella di tornare nei luoghi delle loro case, del loro lavoro, della loro vita di comunità. Hanno cominciato a mettersi in viaggio, nel rispetto di un accordo con la città di Misurata, promosso dal ministro di Stato per i Migranti e i rifugiati e il Consiglio presidenziale di Fayez al-Serraj. Ma il flusso di ritorno è ora ostacolato da alcune milizie, come il gruppo Haya e una milizia, che fa parte delle forze Bunyan-al Marsus di Misurata.

“Vogliono 150 milioni per far loro proseguire il viaggio”. In Libia, sono più di 180.000, al momento, gli sfollati interni che hanno bisogno di assistenza; lo stesso vale per le circa 335.000 persone che hanno recentemente fatto ritorno alle loro case. L’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR) continua a sostenere queste persone, in attesa soluzioni durevoli, come il ritorno volontario in condizioni dignitose e in sicurezza. Il direttore dell’ufficio del ministero del Governo di Accordo Nazionale, Ahmed Asmel – riferisce Notizie Geopolotiche – stamattina ha detto che “alcuni gruppi armati stanno chiedendo 150 milioni per permettere agli sfollati di proseguire il loro percorso sulla strada di ritorno”. “Stiamo cercando di risolvere la situazione”, ha aggiunto. Alcuni sfollati diretti a Tawergha – si apprende ancora da Notizie Geopolitiche – hanno anche riferito che circa 200 di loro sono stati trattenuti dalla stessa milizia al-Bunyan al-Marsus e sono ora ritornati nell’area 40, a circa 40 km ad ovest dalla città di Aidabiya. Come non bastasse, ieri un comunicato del Consiglio locale di Misurata “proibisce alla popolazione di Tawergha di tornare in città fino a quando tutti i punti dell’accordo non siano stati implementati“. Da sottolineare che almeno 2 persone sono gia morte nei campi provvisori intorno a Bani Walid, ( ma questo non lo troverete scritto da nessuna parte, nei giornali e nei siti di regime , amici di chi ha distrutto la Libia nel 2011 e continua a farlo ancora adesso).

Situazioni simili per i cittadini di Bengasi. La situazione che riguarda la popolazione di Tawergha non è l’unica: nella parte orientale della Libia, le famiglie fuggite da Bengasi sono bloccate dalle forze dell’esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar, il quale – stando a quanto afferma Human Rights Watch (Hrw) – alle famiglie in fuga avrebbe rivolto accuse di sostegno al terrorismo. Dal maggio di 4 anni fa circa 13mila famiglie sono fuggite verso la zona occidentale oppure all’estero. Secondo le testimonianze raccolte da Hrw, miliziani che sostengono di far parte dell’esercito libico, hanno sequestrato le loro proprietà, dopo aver praticato torture, rapimenti, arresti senza alcuna ragione.

Migliaia di persone vagano da un luogo all’altro del Paese. L’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR) rende noto questa situazione dei profughi interni della città di Tawaregha. che vivono nella condizione di sfollati da quando, in 40.000, furono costretti a fuggire. Circa 2.000 persone, provenienti da varie località della Libia, come Bani Walid, Tripoli e Bengasi, si sono dirette verso la città, ma sono state fermate, appunto, dai gruppi armati. Dopo essere stati respinti, molti si sono temporaneamente spostati verso due aree, a Qararat al-Qataf, a circa 40 km da Tawergha, e ad Harawa, a circa 60 km a est di Sirte. In queste località, versano in gravi condizioni più di 1.200 persone, perlopiù donne e bambini. Nelle ultime tre settimane, l’UNHCR e l’organizzazione partner LibAid hanno fornito l’assistenza necessaria distribuendo tende, coperte e vestiti pesanti dato che le temperature in quest’area sono molto basse. Estremamente necessari sono dei ripari, l’acqua potabile, il cibo, l’assistenza medica e il supporto specifico per neonati e bambini.

Tratto dall’ originale: http://www.repubblica.it/solidarieta/profughi/2018/02/23/news/libia_cresce_preoccupazione_per_le_persone_bloccate_da_lungo_tempo_a_tawergha-189585368/?refresh_ce

ecco un bell esempio dei RATTI nella “nuova Libia”.

Quello che segue è un articolo interessante che fa luce sui RATTI che dal 2011 occupano la Libia. Meno male che è un articolo che non è stato scritto da un sostenitore di Gheddafi. Buona lettura.

Chi sta distruggendo la cultura in Libia

Libia, in centinaia assaltano Consiglio presidenziale a Tripoli

02 dicembre 2018
Centinaia di persone hanno assalto oggi a Tripoli la sede del Consiglio presidenziale, il governo presieduto da Fayez Al Serraj e sostenuto dall’Onu. I manifestanti, che sono riusciti a rompere il cordone di sicurezza, sono penetrati nel palazzo e vi sono rimasti per alcune ore compiendo atti di vandalismo che hanno causato vari danni. Motivo della protesta, la mancata assistenza medica ai feriti di guerra e il ritardo nel pagamento di salari e sussidi. Alcuni dimostranti, tra i quali veterani di “Fajr Libya”, una delle milizie che appoggiarono il governo filo islamista sconfitto alle elezioni nel 2014, hanno affermato di non aver ricevuto da allora la loro paga. Tra i manifestanti, anche familiari di vittime del conflitto, che ricevono un contributo di mille dinari al mese, circa 200 euro. Una delegazione di manifestanti, secondo i media libici, è stata ricevuta da Ahmad Maitig, uno dei vicepresidenti del Consiglio presidenziale. La protesta è poi rientrata.

Libia, tra martiri che rivivono e la guerra del petrolio che non finisce

Wikipedia

A volte i “martiri” ritornano. E vengono usati per sobillare gli animi e cavalcare lo spirito nazionale. La Libia è anche questo. Un passo indietro nel tempo. Pochi anni, giugno 2009, ma lo scenario sembra quello di un’epoca lontana. Narra la cronaca di quel 10 giugno 2009: una foto in bianco e nero che ritrae un eroe della resistenza anti-coloniale in Libia sul petto dell’impeccabile divisa: Muammar Gheddafi non rinuncia al gusto della provocazione e, nonostante i buoni rapporti con l’Italia, ha scelto di caratterizzare sin dal suo esordio la visita nel nostro Paese con chiari riferimenti all’epoca buia del colonialismo italiano in Libia.

Scendendo dalla scaletta dell’aereo che lo ha portato Roma, il colonnello, accolto a Ciampino dal premier italiano Silvio Berlusconi, si è presentato con addosso l’alta uniforme nera decorata da una serie di medaglie, il cappello calzato sui capelli crespi e nerissimi e grossi occhiali scuri. La cosa che ha più colpito della sua mise è stata però proprio la foto in bella vista sulla divisa del colonnello di Omar al-Mukhtar, un eroe della resistenza libica contro gli italiani.

Ad accompagnare Gheddafi è arrivato a Roma un anziano in abito tradizionale, Mohamed Omar al-Mukhtar, ultimo erede dell’eroe anti-coloniale. I giornali del tempo sottolineano la “grande deferenza” del leader libico nei confronti dell’ottantenne, sceso dall’aereo a fatica per problemi di deambulazione. Nell’agosto del 2008, in occasione della visita dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a Bengasi in cui fu firmato il trattato di amicizia italo-libico, l’anziano, figlio dell’eroe della resistenza, disse ad Al-Jazeera che non avrebbe mai incontrato il premier di un Paese che “odia il popolo libico e odia Omar al-Mukhtar”, neanche se glielo avessero chiesto le autorità libiche. I media libici scrissero di un baciamano di Berlusconi all’erede di Al-Mukhtar, parlando di un gesto altamente simbolico per la conclusione del contenzioso fra i due Paesi frutto del buio passato coloniale.

“La foto di Al Muktar è come la croce che alcuni di voi portano: il simbolo di una tragedia”. Così il Colonnello rispose ai giornalisti che lo interpellavano in merito alla foto. Gheddafi ricordando che comunque anche molti “italiani sono stati impiccati da quello stesso governo di allora che poi è finito con l’impiccagione, ma a piedi in giù, di Mussolini”. “È come l’uccisione di Gesù Cristo per i cristiani: per noi quell’immagine è come la croce che alcuni di voi portano”, apostrofò il leader libico sottolineando che è il “simbolo di una tragedia”.

Omar al-Mukhtar, soprannominato il “leone del deserto” fu il leader della resistenza libica contro gli italiani agli inizi tra gli anni Venti e gli anni Trenta. La fotografia sul petto del leader libico è quella dell’arresto del “leone del deserto” operato da parte di squadroni fascisti, l’11 settembre del 1931. Il leader della guerriglia fu condannato a morte il 15 settembre 1931 su ordine di Mussolini che, nel suo telegramma ai giudici, li incoraggiò a concludere il processo con una “immancabile condanna”. Il giorno dopo Omar al-Mukhtar fu impiccato.
Del colonialismo italiano in Nord Africa, Angelo Del Boca è riconosciuto come il più autorevole studioso. ” Per alcuni aspetti – rimarca Del Boca – il colonialismo italiano è stato più severo, più ingiusto di quello di paesi come la Francia, la Gran Bretagna e il Portogallo. In Libia, ad esempio, per contrastare l’opposizione di Omar el Mukhtar sono stati creati dei campi di concentramento nella zona più arida del paese, dove sono state raccolte intere popolazioni della Cirenaica, con un bilancio finale di 40 mila morti, a causa delle malattie, il cattivo nutrimento e le continue percosse o fucilazioni. Uno dei peggiori crimini del colonialismo italiano è stato quello di proibire ogni forma di istruzione. Il limite massimo era la quinta elementare, sufficiente per ricevere ordini ed eseguirli. A differenza di ciò che accadeva nelle colonie inglesi e francesi, dove si garantiva la formazione di una classe dirigente, a volte di alto livello”.
Il “leone” serve oggi all’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, per un duplice scopo: recuperare in quel passato un elemento unificante di una incerta identità nazionale, ed ergersi a novello paladino nella difesa degli interessi del popolo libico e di una sovranità messa a repentaglio dai “neocolonialisti italiani”.
Giugno 2011. La rivolta contro Gheddafi, esplosa a Bengasi, incendia l’intera Libia. Il cimitero di Hammangi a Tripoli, storico complesso dove sono custoditi resti di circa 8mila espatriati italiani in Libia, viene profanato da alcuni sconosciuti che ne hanno danneggiato alcune strutture e imbrattato le mura con ingiurie e minacce. L’Airl, l’Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, è stata protagonista di una lunga battaglia per la sua ristrutturazione. E Giovanna Ortu, la sua presidente, si dice “rattristata e costernata”: “Per anni Hammangi era stato alla mercé di ladruncoli che profanavano le tombe, questa volta invece si è trattato di un vero e proprio atto ostile contro l’Italia da parte dei fedelissimi di Gheddafi, su questo non ci sono dubbi”. Ora Gheddafi non c’è più, ma l’ostilità verso l’Italia, più o meno sobillata, ancora vive.
30 aprile 2016: Preoccupano molto le immagini delle bandiere italiane bruciate in Libia nel corso di alcune manifestazioni di protesta indirizzata contro i raid aerei dell’esercito libico guidato dal generale Khalifa Haftar, peraltro osannato a Tobruk. Secondo quanto riportato dal Libya Herald, centinaia di cittadini libici sono scesi in piazza a Derna per protestare contro gli attacchi aerei sulla città da parte delle forze del generale Haftar e hanno “bruciato una bandiera italiana, condannando quelle che considerano interferenze italiane e dell’Onu in Libia”. I manifestanti, aggiunge il giornale online, hanno comunque espresso apprezzamento per le “vittorie dell’esercito” contro l’Isis in Libia.
Anche il sito Alwasat ha riportato la notizia, specificando che nel corso di queste manifestazioni sarebbero state date alle fiamme alcune bandiere italiane, mentre i manifestanti protestavano al grido di “nessuna tutela”. Sui cartelli dei manifestanti, scritte contro l’intervento dell’Italia nella crisi libica, come “no all’intervento dell’Italia nei nostri affari interni” oppure “l’Italia non si sogni di occupare il nostro Paese”. Le persone che hanno preso parte alla manifestazione hanno bruciato una bandiera italiana.
Simbologia e politica si tengono assieme fomentando ancor più il “caos libico”. Un caos che non sarà certo risolto dal premier “voluto” dall’Italia e supportato, almeno a parole, dall’Onu. Serraj, ricorda Del Boca, “non controlla a pieno nemmeno la città di Tripoli; tanto meno la Tripolitania divisa tra milizie in parte schierate con Tripoli, come quelle di Misurata che ricattano costantemente Sarraj, in parte con il precedente governo islamista di Khalifa al-Ghweil; ci sono poi l’enclave armata di Zintane che ha detenuto e liberato Seif al-Islam, il figlio di Gheddafi; il Fezzan delle tribù e dei clan e la Cirenaica di Haftar, ancora alle prese con il tentativo di ricostituzione delle milizie jihadiste, a Derna e Bani Walid dopo la sconfitta di Sirte. Dappertutto centinaia di milizie armate…”.
“Qualche giorno fa – annota Alberto Negri sul Sole24Ore – Abdel Rahman Shalgam, l’ex ambasciatore libico all’Onu, diceva che, pur non avendo simpatie per Haftar, il generale è il padrone della Cirenaica mentre la Tripolitania è divisa in cento milizie e l’unica piazzaforte sicura è Misurata. Andare in Libia senza un’intesa con Haftar è sbagliato perché, come altri, è in grado comunque di sabotare la missione…”. E ancora: “Paradossale: l’Italia che aveva in Gheddafi il maggiore partner nel Mediterraneo, ora potrebbe passare alle cronache come il Paese con velleità neo-colonialiste, accusata da miliziani alleati dei nostri alleati che in Libia hanno condotto i raid e tentato di ridimensionare la presenza italiana. Operazione mal riuscita perché l’Eni continua a estrarre gas, petrolio e fornisce la corrente tutto il Paese. Certo che se l’Italia si fosse opposta ai bombardamenti oggi avrebbe ben altra legittimità”.
In Libia, è bene ricordarlo, l’Italia non ha alleati internazionali ma concorrenti, che fanno della spregiudicatezza il loro modus operandi: la Francia, la Russia, l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti hanno decisamente puntato su Haftar come “cavallo vincente”, se non per diventare il nuovo raìs libico quanto meno per edificare lo Stato-protettorato della Cirenaica, l’area dove sono concentrati i più importanti pozzi petroliferi del Paese nordafricano. La Storia dice che nella Sponda Sud del Mediterraneo e nel Medio Oriente, i conflitti esplodono per il controllo dell’oro nero e di quello bianco: petrolio e acqua. La Libia ne è la riprova. Alla Francia, i nostri fratelli-coltelli euromediterranei, di fronteggiare con spirito solidale e con un’azione condivisa, l’emergenza migranti, interessa poco o niente. Mentre interessa, e tanto, che il loro uomo a Bengasi (Haftar) e un domani a Tripoli, riservi la fetta più grossa della “torta petrolifera” alla transalpina Total, rimpicciolendo quella del cane a sei zampe (l’Eni) italiano.
Intanto, mentre l’Italia supporta la Guardia Costiera di Serraj, L’Esercito Nazionale Libico (LNA) di Haftar, si aggiudica un altro successo nella “battaglia del Fezzan” combattuta nella regione desertica meridionale libica contro le milizie di Misurata e i loro alleati legati indirettamente al governo riconosciuto dalla comunità internazionale di al-Serraj. Nei giorni scorsi, le truppe di dell’uomo forte del governo di Tobruk, hanno conquistato la base aerea di Al-Jufra, 500 chilometri a sud di Tripoli e i centri di capoluogo Hun e Sukna, cittadine fra i 30 mila e i 10 mila abitanti e situati a circa 250 km in linea d’aria a sud di Sirte, dove sono state trovati depositi di munizioni e veicoli. LNA controlla ora i centri nevralgici militari del Fezzan dopo che il 25 maggio le truppe di Haftar avevano preso il controllo della base aerea di Tamenhant vicino a Seba.
Di certo, a riequilibrare i rapporti di forza sul campo non basterà una fregata italiana. Nella stampa libica la parola più ricorrente, per definire la fase attuale, è: “Somalizzazione”. Avere una “nuova Somalia” alle porte di casa non è una bella prospettiva.

Preso da: http://www.huffingtonpost.it/2017/08/04/libia-tra-martiri-che-rivivono-e-la-guerra-del-petrolio-che-non_a_23065019/