Libia: Vera storia della jihadista Hillary Clinton, mezzana del caos.

9 marzo 2016

Da qualche settimana il Washington Post e il New York Times stanno conducendo con grandi mezzi una sottile operazione: scagionare Hillary Clinton, allora segretaria di Stato, di quel che ha fatto in Libia. Hillary è la candidata preferita dell’Establishment, specie ora che si deve assolutamente evitare che alla Casa Bianca vada Trump.   Se le cose sono andate così male e la Libia è oggi uno stato fallito, è colpa di una serie di fortuite e sfortunate circostanze; lei, la Cltinon, ha deciso l’intervento per proteggere i civili libici dalla strage che stava compiendo il loro dittatore.
Per fortuna s’è formata in Usa un gruppo civico di base, la Citizen Commission on Benghazi (CCB). Lo scopo di questi cittadini: stabilire la verità su quanto accadde a Bengasi l’11 settembre 2012, quando fu attaccata la sede distaccata dell’ambasciata americana e i terroristi massacrarono l’ambasciatore Chris Stevens e tre difensori, Marines. La loro indagine (cito) “ha dimostrato che Gheddafi era un nostro alleato di fatto nella guerra al terrorismo islamico…e come l’amministrazione Obama e Hillary Clinton decisero di sostenere  ribelli legati ad Al Qaeda, invece che tenere negoziati di tregua con Gheddafi,  ciò che avrebbe portato alla sua abdicazione e alla transizione pacifica del potere”.

Sotto, i morti di Bengasi
Sotto, i morti di Bengasi

Fu il figlio del Leader, Saif, a cercare contatti con gli occidentali dopo che questi avevano ottenuto dall’Onu il mandato per l’intervento militare (17 marzo 2011) col pretesto che Gheddafi “stava massacrando il suo stesso popolo” (la guerriglia scatenata dagli islamisti era in corso). I “cittadini per Bengasi” hanno raccolto nel 2014 la testimonianza giurata del vice ammiraglio Chuck Kubik, che in quei giorni mise in contatto i rappresentanti di Gheddafi con il generale Carter Ham, il capo dell’AFRICOM (il comando supremo Usa in Africa). Kubik ha testimoniato: noi americani chiedemmo agli emissari una prova per dimostrare che chi li mandava era il loro capo: per esempio, ritirare le truppe alla periferia di Bengasi. Poche ore dopo, vedemmo che le truppe si ritiravano da Bengasi e da Misurata; fu concordata una tregua di 72 ore. Era l’inizio di una trattativa, e la controparte dimostrava la sua serietà. Gheddafi offriva d dimettersi. Gli alti ufficiali Usa si approntavano a trattare. “E allora ci è arrivata quella telefonata; l’idea fu silurata sopra la testa dell’AFRICOM”. Obama e la sua segretaria di stato Hillary volevano non solo rovesciare Gheddafi, ma erano ben consci che stavano dando il potere a terroristi di Al Qaeda. Il Katar e gli Emirati Arabi stavano spedendo armamento pesante ai ‘ribelli’ islamisti “sotto la protezione e supervisione Usa e NATO”: questo si deduce da un’altra testimonianza giurata raccolta dall’organizzazione civica CCB , la ex dirigente della CIA Clare Lopez. Gheddafi, racconta la Lopez, “collaborava da anni a tener sotto Al Qaeda nel Maghreb Islamico. Nelle sue prigioni c’erano i jihadisti di AL Qaeda”. Il governo del dittatore era riuscito anche a intercettare parte delle forniture di armamenti che Katar e Emirati mandavano ai wahabiti libici. Enormi forniture, come ha raccontato la Lopez, evocando “una visita a Tripoli dei delegati (degli Emirati)”, dove questi “scoprirono che metà del carico di armamenti del valore di un miliardo di dollari (!) che avevano pagato per i ribelli,   era stato deviato da Mustafa Abdul Jalil, i capo dei Fratelli Musulmani nel Comitato di Transizione Nazionale Libico, che l’aveva venduto a Gheddafi”: uno squarcio illuminante sul livello patriottico del personaggio, ma anche dei doppi e tripli giochi che avvenivano in quel vero nido di vipere e scorpioni che risulta essere il Comitato di Transizione, da cui – secondo la narrativa – era la opposizione moderata anti-Gheddafi,   che preparava l’instaurazione della demokràtia. Tant’è vero che Jalil, il suddetto rappresentante del Brothers, organizzò l’assassinio del general maggiore Abdel Fatah Younis, ex ministro dell’interno di Gheddafi passato all’opposizione, perché aveva scoperto che metà delle armi passavano nelle mani di Gheddafi; e incaricò dell’assassinio Mohamed Abu Khattala: il personaggio che, secondo gli americani, ha guidato l’assalto alla sede diplomatica quell’altro fatale 11 Settembre (2012) in cui i suoi uomini hanno ucciso (e sodomizzato da morto) l’ambasciatore.
Per questo motivo gli americani hanno catturato Abu Khattala e lo tengono prigioniero, senza precisa accusa, fuori dalla circolazione. Personaggi istruttivo, Abu Khattala era stato liberato dalle galere di Gheddafi nei primi giorni della “primavera libica”pagata dal Katar su supervisione NATO; aveva formato una sua milizia islamista chiamandola dal nome di uno dei compagni del Profeta “ Obeida Ibn Al Jarra” (una ventina di individui), ovviamente intruppandosi con Ansar Al Sharia (alias AL Qaeda) e il Comitato Supremo di Sicurezza,   che – sotto lo stentoreo nome – era l’apparato di sicurezza rivoluzionario creato dallo Stesso Comitato di Transizione Nazionale per propria autodifesa, nel vuoto i potere determinato dalla caduta di Gheddafi. Criminalità comune, qaedismo, buoi affari sporchi, islamismo e affarismo uniti nella lotta, Fratelli Musulmani che stanno con Al Qaeda ma la tradiscono per denaro, eccetera. Il New York Times ha dipinto una Clinton costretta a armare jihadisti perché “sempre più preoccupata che il KAtar stava fornendo armi soltanto e certe fazioni di ribelle, milizie di Misurata e brigate islamiste selezionate”. Insomma: ha davuto armare l’ISIS perché il Katar, disubbidiente come sempre ai voleri americani, armava Al Qaeda.

Abu Khattala
Abu Khattala

In realtà il giudice Andrew Napolitano, dopo inchiesta, ritiene che quelle armi che il Katar spediva ai suoi ribelli preferiti in Libia, erano armi che gli Usa avevano venduto al Katar, su specifico mandato di Hillary Clinton, la quale al proposito ha mentito sotto giuramento durante l’audizione al Senato sulla tragedia dell’ambasciatore inLibia.   Le armi erano lanciarazzi kalashnikov, missili a spalla dell’Est Europa, e delle spedizioni si occupavano ditte Usa, autorizzate legalmente al traffico di armamenti, che non hanno mai fatto mistero di   lavorare coi sevizi e il Dipartimento di Stato. Le autorizzazioni rilasciate a queste ditte dal Dipartimento di Stato sono aumentate vistosamente mentre sulla poltrona sedeva la Clinton: “Oltre 86 mila licenze per il valore di 44,3 miliardi di dollari sono state concesse nel 2011 – un aumento di oltre 10 miliardi di dollari rispetto all’anno prima”.
Uno di questi commercianti, Marc Turi, ha aggiunto: “Quando il materiale atterrava in Libia, metà andava da una parte, metà dall’altra:   questa metà è quella che è ricomparsa in Siria”: In Mano al Califfato. Risultato, Marc Turi è stato arrestato per traffico d’armi.
http://www.foxnews.com/opinion/2015/10/29/cannot-allow-hillary-clinton-midwife-to-chaos-and-public-liar-to-be-our-next-president.print.html
Turi ha detto: “Obama ha incriminato me per proteggere Hillary”. Chissà perché se l’è messo in testa.
Come tocco finale, c’è da ricordare che quell’11 Settembre, quando i comandi americani potevano intervenire rapidamente da Sigonella per salvare l’ambasciatore e i Marines che lo stavano difendendo – per radio udivano le loro richieste disperate di aiuto – qualcuno ordinò ai militari di non far nulla, to stand down: i servitori dello Stato erano diventati testimoni di un mercato losco diventato un disastro criminale, su cui era meglio tacessero per sempre.
Questa è la Libia dove adesso Obama vuole che mandiamo cinquemila italiani. Così ha ridotta lui e la sua segretaria di Stato, che adesso po’ andare alla Casa Bianca.  Il giudice Napolitano: “Non possiamo permettere che Hillary Clinton, questa mezzana del caos e pubblica mentitrice, sia il prossimo presidente”.
http://www.foxnews.com/opinion/2015/10/29/cannot-allow-hillary-clinton-midwife-to-chaos-and-public-liar-to-be-our-next-president.print.html
Per fortuna noi qui abbiamo il Corriere della Sera, a scriverci sopra abbiamo il columnist principe, Angelo Panebianco, che titola: “All’Europa conviene Hillary” alla Casa Bianca. Perché – spiega l’alto analista – la vittoria di Trump “sarebbe positiva per Vladimir Putin e i suoi amici” europei, mentre “Hillary Clinton promette una continuità con il passato che sarebbe seppellito, se vincesse Trump”.
La continuità con questo passato è quel che vuole Panebianco e chi gli suggerisce.
E anche da noi è cominciata la campagna di mostrificazione di Donald. Con una strana aggiunta: improvvisamente, grandi media, Confindustria ed ebrei vari attaccano Renzi con gli stessi toni con cui attaccano Trump. Perché non vuole è cascato nella trappola.

Fonte: http://ww.maurizioblondet.it

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2016/03/09/libia-vera-storia-della-jihadista-hillary-clinton-mezzana-del-caos/

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Dietro la maschera «anti-Isis»

Generale inglese: il Qatar e l’Arabia Saudita hanno attivato una bomba a tempo per creare terrore

ita+eng
Scritto da The Telegraph

Il generale Jonathan Shaw, ex assistente capo del gruppo della difesa inglese, ha detto che il Qatar e l’Arabia Saudita sono responsabili della diffusione dell’Islam radicale.
Il generale Shaw stronca gli alleati arabi occidentali.
Originalmente apparso in “the Telegraph”.
Il Qatar e l’Arabia Saudita hanno innescato una bomba a tempo per sovvenzionare la diffusione globale dell’Islam radicale, secondo un ex comandante delle forze inglesi in Iraq.

Il generale Jonathan Shaw, che si è ritirato dall’incarico di assistente capo del Ministero della Difesa nel 2012, ha detto in un’intervista al “The Telegraph” che il Qatar e l’Arabia Saudita sono stati i primi responsabili dell’incremento delle frange più estremiste dell’Islam che hanno inspirato i terroristi dell’Isis.
I due stati del Golfo hanno speso milioni di dollari per promuovere un’interpretazione militante e prosetilista della loro fede derivata da Abdhul Wahhab, uno studioso del XVII secolo, basata sul Salaf, cioè sui seguaci originari del Profeta.
Ma i governanti di entrambi gli stati sono ora minacciati dalla loro stessa creazione più dell’Inghilterra e dell’America, ha argomentato il Generale Shaw.Lo stato islamico dell’Iraq e del Levante hanno promesso di rovesciare i regimi del Qatar e dell’Arabia Saudita, che considerano entrambi come avamposti corrotti della decadenza e del peccato.
Così il Qatar e l’Arabia Saudita hanno tutte le ragioni di intraprendere una guerra ideologica contro l’Isis. Dal loro punto di vista, ha aggiunto, l’offensiva militare occidentale contro il movimento terrorista è stata probabilmente una prova futile.
“Questa è una bomba a tempo innescata sotto sembianze culturali. In realtà,il Salafismo di Wahhabi sta logorando il mondo. Ed è sovvenzionato dall’Arabia Saudita e dal Qatar e deve fermarsi.” ha detto il Generale Shaw. “Il punto è: bombardare tutti i popoli è realmente una soluzione a tutto questo? Non credo. Preferirei che ci concentrassimo di più sulla battaglia ideologica piuttosto che su quella fisica”
Il generale Shaw, 57 anni, si è ritirato dall’Esercito dopo 31 anni di carriera, che l’hanno visto a capo di un plotone di paracadutisti nella battaglia del Monte Longdon, il più sanguinoso scontro della guerra delle Falklands e supervisionare il ritiro della Gran Bretagna da Basra, nel sud dell’Iraq. Assistente Capo di Stato Maggiore della Difesa, si è specializzato nella lotta al terrorismo e nella politica di sicurezza. Tutto questo lo ha reso acutamente consapevole dei limiti che l’uso della forza può avere. Egli ritiene che l’Isis può essere sconfitto solo con mezzi politici e ideologici. Attacchi aerei occidentali in Iraq e Siria, a suo avviso, non possono raggiungere nulla se non un temporaneo successo tattico. Quando si tratta di condurre tale lotta ideologica, il Qatar e l’Arabia Saudita sono fondamentali. “Il problema principale è che questi due paesi sono gli unici due paesi al mondo in cui il salafismo wahabbita è religione di Stato – e l’Isis è una espressione violenta del salafismo wahabita”, ha detto il General Shaw. La minaccia principale dell’Isis non riguarda gli occidentali: riguarda l’Arabia Saudita e  gli altri stati del Golfo.”
Sia il Qatar che l’Arabia Saudita giocano una piccola parte nella campagna aerea contro l’Isis
contribuendo con due e quattro aerei rispettivamente. Ma il Gen Shaw ha detto che “dovrebbero essere in prima linea” e, soprattutto, che dovrebbero essere a capo di una contro-rivoluzione ideologica contro l’Isis.
La campagna aerea britannica e americana non può “fermare il sostegno a persone in Qatar e Arabia Saudita per questo tipo di attività”, ha aggiunto il General Shaw. “Questo è il punto. Si potrebbe, se funziona, risolvere un problema tattico immediato. Non è affrontare il problema fondamentale del salafismo wahabbita come cultura, che credo sia fuori controllo e che è ancora la base ideologica dell’Isis- e che continuerà ad esistere anche se fermiamo la loro avanzata in Iraq”.
Il Gen Shaw ha detto che l’approccio del governo verso l’Isis è stato fondamentalmente sbagliato. “La gente sta ancora trattando questo come un problema militare, cosa che è, a mio avviso, fraintendere il problema”, ha aggiunto. “La mia preoccupazione sistemica è che stiamo ripetendo gli errori che abbiamo fatto in Afghanistan e in Iraq: stiamo mettendo i militari troppo al centro nella nostra risposta alla minaccia senza affrontare la questione politica fondamentale e le cause. Il pericolo è che ancora una volta stiamo affrontando il trattamento dei sintomi e non delle cause.
Il General Shaw ha detto che il principale obiettivo dell’Isis era di rovesciare i regimi stabiliti del Medio Oriente, non colpire obiettivi occidentali. Si è domandato se l’omicidio dell’Isis di due ostaggi britannici e due americani fosse una giustificazione sufficiente per la campagna.
“L’Isis ha fatto la sua grande incursione in Iraq nel mese di giugno. L’Occidente non ha fatto nulla, nonostante migliaia di persone uccise”, ha detto il Gen Shaw. “Che cosa è cambiato nell’ultimo mese? Decapitazioni in TV di occidentali. E quello ci ha portato a cambiare improvvisamente la nostra politica e a lanciare attacchi aerei.”
Ritiene che l’Isis potrebbe aver ucciso gli ostaggi al fine di provocare una risposta militare dall’America e dalla Gran Bretagna che potrebbe poi essere raffigurato come un assalto cristiano sull’Islam. “Quale possibile vantaggio ha l’Isis a portarci in questa campagna?” ha chiesto il Gen Shaw. Risposta: unire il mondo musulmano contro il mondo cristiano. Abbiamo giocato nelle loro mani. Abbiamo fatto quello che volevano che noi facessimo.”
Tuttavia, l’analisi di Gen Shaw è una questione aperta. Anche se ne avessero la volontà, i governanti dell’Arabia Saudita e del Qatar potrebbero non essere in grado di condurre una lotta ideologica contro l’Isis. Il Re Abdullah di Arabia Saudita ha 91 anni ed è solo sporadicamente attivo. Il suo successore prescelto, il principe ereditario Salman, ha 78 anni e già lo si crede di essere in declino per senilità. La leadership ossificata del regno rischia di essere paralizzata per il futuro più prossimo.
Intanto in Qatar, il nuovo emiro, Tamim Bin Hamad Al-Thani, ha solo 34 anni in una regione che rispetta l’età. Su questa falsa riga, consigliata da Harrow e Sandhurst, ha l’autorità personale di condurre una controrivoluzione ideologica all’interno dell’Islam, senza dubbi.
Dato che l’Arabia Saudita e il Qatar quasi certamente non possono fare ciò che il Gen Shaw ritiene necessario, l’Occidente può avere altra scelta se non di intraprendere un’azione militare contro l’Isis con l’obiettivo di ridurre, se non eliminare, la minaccia terroristica.
Ho solo l’orribile sensazione che stiamo facendo il peggio. Stiamo agendo in un modo che non comprendo”, ha detto il Gen Shaw. “Io sono contro il principio di attaccare senza un progetto politico chiaro. “
Traduzione di Alice L. per civg.it

UK General: Qatar and Saudi Arabia ‘Have Ignited a Time Bomb’ by Backing Terror
19 novembre 2015
General Jonathan Shaw, Britain’s former Assistant Chief of the Defence Staff, says Qatar and Saudi Arabia responsible for spread of radical Islam
General Shaw slammed the West’s Arab “allies”
Originally appeared in The Telegraph
Qatar and Saudi Arabia have ignited a “time bomb” by funding the global spread of radical Islam, according to a former commander of British forces in Iraq.
General Jonathan Shaw, who retired as Assistant Chief of the Defence Staff in 2012, told The Telegraph that Qatar and Saudi Arabia were primarily responsible for the rise of the extremist Islam that inspires Isil terrorists.
The two Gulf states have spent billions of dollars on promoting a militant and proselytising interpretation of their faith derived from Abdul Wahhab, an eighteenth century scholar, and based on the Salaf, or the original followers of the Prophet.
But the rulers of both countries are now more threatened by their creation than Britain or America, argued Gen Shaw. The Islamic State of Iraq and the Levant (Isil) has vowed to topple the Qatari and Saudi regimes, viewing both as corrupt outposts of decadence and sin.
So Qatar and Saudi Arabia have every reason to lead an ideological struggle against Isil, said Gen Shaw. On its own, he added, the West’s military offensive against the terrorist movement was likely to prove “futile”.
“This is a time bomb that, under the guise of education, Wahhabi Salafism is igniting under the world really. And it is funded by Saudi and Qatari money and that must stop,” said Gen Shaw. “And the question then is ‘does bombing people over there really tackle that?’ I don’t think so. I’d far rather see a much stronger handle on the ideological battle rather than the physical battle.”
Gen Shaw, 57, retired from the Army after a 31-year career that saw him lead a platoon of paratroopers in the Battle of Mount Longdon, the bloodiest clash of the Falklands War, and oversee Britain’s withdrawal from Basra in southern Iraq. As Assistant Chief of the Defence Staff, he specialised in counter-terrorism and security policy.
All this has made him acutely aware of the limitations of what force can achieve. He believes that Isil can only be defeated by political and ideological means. Western air strikes in Iraq and Syria will, in his view, achieve nothing except temporary tactical success.
When it comes to waging that ideological struggle, Qatar and Saudi Arabia are pivotal. “The root problem is that those two countries are the only two countries in the world where Wahhabi Salafism is the state religion – and Isil is a violent expression of Wahabist Salafism,” said Gen Shaw.
“The primary threat of Isil is not to us in the West: it’s to Saudi Arabia and also to the other Gulf states.”
Both Qatar and Saudi Arabia are playing small parts in the air campaign against Isil, contributing two and four jet fighters respectively. But Gen Shaw said they “should be in the forefront” and, above all, leading an ideological counter-revolution against Isil.
The British and American air campaign would not “stop the support of people in Qatar and Saudi Arabia for this kind of activity,” added Gen Shaw. “It’s missing the point. It might, if it works, solve the immediate tactical problem. It’s not addressing the fundamental problem of Wahhabi Salafism as a culture and a creed, which has got out of control and is still the ideological basis of Isil – and which will continue to exist even if we stop their advance in Iraq.”
Gen Shaw said the Government’s approach towards Isil was fundamentally mistaken. “People are still treating this as a military problem, which is in my view to misconceive the problem,” he added. “My systemic worry is that we’re repeating the mistakes that we made in Afghanistan and Iraq: putting the military far too up front and centre in our response to the threat without addressing the fundamental political question and the causes. The danger is that yet again we’re taking a symptomatic treatment not a causal one.”
Gen Shaw said that Isil’s main focus was on toppling the established regimes of the Middle East, not striking Western targets. He questioned whether Isil’s murder of two British and two American hostages was sufficient justification for the campaign.
“Isil made their big incursion into Iraq in June. The West did nothing, despite thousands of people being killed,” said Gen Shaw. “What’s changed in the last month? Beheadings on TV of Westerners. And that has led us to suddenly change our policy and suddenly launch air attacks.”
He believes that Isil might have murdered the hostages in order to provoke a military response from America and Britain which could then be portrayed as a Christian assault on Islam. “What possible advantage is there to Isil of bringing us into this campaign?” asked Gen Shaw. “Answer: to unite the Muslim world against the Christian world. We played into their hands. We’ve done what they wanted us to do.”
However, Gen Shaw’s analysis is open to question. Even if they had the will, the rulers of Saudi Arabia and Qatar may be incapable of leading an ideological struggle against Isil. King Abdullah of Saudi Arabia is 91 and only sporadically active. His chosen successor, Crown Prince Salman, is 78 and already believed to be declining into senility. The kingdom’s ossified leadership is likely to be paralysed for the foreseeable future.
Meanwhile in Qatar, the new Emir, Tamim bin Hamad al-Thani, is only 34 in a region that respects age. Whether this Harrow and Sandhurst-educated ruler has the personal authority to lead an ideological counter-revolution within Islam is doubtful.
Given that Saudi Arabia and Qatar almost certainly cannot do what Gen Shaw believes to be necessary, the West may have no option except to take military action against Isil with the aim of reducing, if not eliminating, the terrorist threat.
“I just have a horrible feeling that we’re making things worse. We’re entering into this in a way we just don’t understand,” said Gen Shaw. “I’m against the principle of us attacking without a clear political plan.”
UK General: Qatar and Saudi Arabia ‘Have Ignited a Time Bomb’ by Backing Terror                                                                              19 novembre 2015
General Jonathan Shaw, Britain’s former Assistant Chief of the Defence Staff, says Qatar and Saudi Arabia responsible for spread of radical Islam
General Shaw slammed the West’s Arab “allies”
Originally appeared in The Telegraph

Qatar and Saudi Arabia have ignited a “time bomb” by funding the global spread of radical Islam, according to a former commander of British forces in Iraq.
General Jonathan Shaw, who retired as Assistant Chief of the Defence Staff in 2012, told The Telegraph that Qatar and Saudi Arabia were primarily responsible for the rise of the extremist Islam that inspires Isil terrorists.
The two Gulf states have spent billions of dollars on promoting a militant and proselytising interpretation of their faith derived from Abdul Wahhab, an eighteenth century scholar, and based on the Salaf, or the original followers of the Prophet.
But the rulers of both countries are now more threatened by their creation than Britain or America, argued Gen Shaw. The Islamic State of Iraq and the Levant (Isil) has vowed to topple the Qatari and Saudi regimes, viewing both as corrupt outposts of decadence and sin.
So Qatar and Saudi Arabia have every reason to lead an ideological struggle against Isil, said Gen Shaw. On its own, he added, the West’s military offensive against the terrorist movement was likely to prove “futile”.
“This is a time bomb that, under the guise of education, Wahhabi Salafism is igniting under the world really. And it is funded by Saudi and Qatari money and that must stop,” said Gen Shaw. “And the question then is ‘does bombing people over there really tackle that?’ I don’t think so. I’d far rather see a much stronger handle on the ideological battle rather than the physical battle.”
Gen Shaw, 57, retired from the Army after a 31-year career that saw him lead a platoon of paratroopers in the Battle of Mount Longdon, the bloodiest clash of the Falklands War, and oversee Britain’s withdrawal from Basra in southern Iraq. As Assistant Chief of the Defence Staff, he specialised in counter-terrorism and security policy.
All this has made him acutely aware of the limitations of what force can achieve. He believes that Isil can only be defeated by political and ideological means. Western air strikes in Iraq and Syria will, in his view, achieve nothing except temporary tactical success.
When it comes to waging that ideological struggle, Qatar and Saudi Arabia are pivotal. “The root problem is that those two countries are the only two countries in the world where Wahhabi Salafism is the state religion – and Isil is a violent expression of Wahabist Salafism,” said Gen Shaw.
“The primary threat of Isil is not to us in the West: it’s to Saudi Arabia and also to the other Gulf states.”
Both Qatar and Saudi Arabia are playing small parts in the air campaign against Isil, contributing two and four jet fighters respectively. But Gen Shaw said they “should be in the forefront” and, above all, leading an ideological counter-revolution against Isil.
The British and American air campaign would not “stop the support of people in Qatar and Saudi Arabia for this kind of activity,” added Gen Shaw. “It’s missing the point. It might, if it works, solve the immediate tactical problem. It’s not addressing the fundamental problem of Wahhabi Salafism as a culture and a creed, which has got out of control and is still the ideological basis of Isil – and which will continue to exist even if we stop their advance in Iraq.”
Gen Shaw said the Government’s approach towards Isil was fundamentally mistaken. “People are still treating this as a military problem, which is in my view to misconceive the problem,” he added. “My systemic worry is that we’re repeating the mistakes that we made in Afghanistan and Iraq: putting the military far too up front and centre in our response to the threat without addressing the fundamental political question and the causes. The danger is that yet again we’re taking a symptomatic treatment not a causal one.”
Gen Shaw said that Isil’s main focus was on toppling the established regimes of the Middle East, not striking Western targets. He questioned whether Isil’s murder of two British and two American hostages was sufficient justification for the campaign.
“Isil made their big incursion into Iraq in June. The West did nothing, despite thousands of people being killed,” said Gen Shaw. “What’s changed in the last month? Beheadings on TV of Westerners. And that has led us to suddenly change our policy and suddenly launch air attacks.”
He believes that Isil might have murdered the hostages in order to provoke a military response from America and Britain which could then be portrayed as a Christian assault on Islam. “What possible advantage is there to Isil of bringing us into this campaign?” asked Gen Shaw. “Answer: to unite the Muslim world against the Christian world. We played into their hands. We’ve done what they wanted us to do.”
However, Gen Shaw’s analysis is open to question. Even if they had the will, the rulers of Saudi Arabia and Qatar may be incapable of leading an ideological struggle against Isil. King Abdullah of Saudi Arabia is 91 and only sporadically active. His chosen successor, Crown Prince Salman, is 78 and already believed to be declining into senility. The kingdom’s ossified leadership is likely to be paralysed for the foreseeable future.
Meanwhile in Qatar, the new Emir, Tamim bin Hamad al-Thani, is only 34 in a region that respects age. Whether this Harrow and Sandhurst-educated ruler has the personal authority to lead an ideological counter-revolution within Islam is doubtful.
Given that Saudi Arabia and Qatar almost certainly cannot do what Gen Shaw believes to be necessary, the West may have no option except to take military action against Isil with the aim of reducing, if not eliminating, the terrorist threat.
“I just have a horrible feeling that we’re making things worse. We’re entering into this in a way we just don’t understand,” said Gen Shaw. “I’m against the principle of us attacking without a clear political plan.”

Libia, l’accordo (economico) con cui l’Occidente protegge se stesso

di | 3 gennaio 2016
Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Così le potenze occidentali che hanno prodotto nel 2011 la caduta di Gheddafi e la destabilizzazione della Libia, a dicembre si sono date da fare per promuovere un accordo tra le due fazioni principali in lotta in Libia. I motivi sono strettamente economici, la Libia è infatti un Paese chiave per l’approvvigionamento energetico dell’Occidente.
Incontro internazionale sulla Libia alla Farnesina
Dal 2014 in Libia ci sono de facto due governi, uno ubicato ad oriente e l’altro ad occidente del Paese, governi sostenuti da una rosa di Stati stranieri, milizie nazionali e tribù locali. E già anche qui ci troviamo di fronte ad una guerra per procura.

A Tobruk nella Libia orientale, vicino al confine con l’Egitto, è stata stabilita la sede del Parlamento libico riconosciuto a livello internazionale. Si tratta di quello eletto nel 2014. Il governo del primo ministro Abdullah al- Thinni ha sede nella città di Bayda ed è sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Egitto. In Libia conta su ciò che rimane dell’esercito libico, al momento guidato dal generale Khalifa Belqasim Haftar, che ha dichiarato guerra ad oltranza a tutte le fazioni islamiste.
Il governo di al-Thinni ha anche istituito una banca centrale parallela a quella di Tripoli e nominato il proprio capo della National Oil Company, l’azienda energetica di Stato. Ma la ricchezza del Paese, e cioè gran parte delle risorse energetiche, come pure le principali istituzioni finanziarie rimangono nelle mani delle autorità di Tripoli dove si trova il Khalifa al-Ghwell, il primo ministro nominato dal Congresso Nazionale Generale, e cioè il vecchio parlamento. Quest’ultimo nel 2014 ha esteso il proprio mandato non riconoscendo i risultati delle elezioni. I principali sostenitori internazionali di questo governo sono il Qatar e la Turchia mentre a livello nazionale al-Ghwell è sostenuto da diversi  gruppi islamici, che però negli ultimi mesi hanno perso coesione.
Alba Libica, ad esempio, una coalizione di milizie sotto il comando delle autorità di Tripoli, si è frazionata, alcune fazioni sostengono il processo di pace lanciato dalle Nazioni Unite alla fine del 2015 che ha portato agli accordi del 17 dicembre tra i due governi, ma altre non ne vogliono sentire parlare.
Mentre il governo di Tripoli controlla un territorio ben più grande di quello di Tobruk, Tripoli deve fare i conti con le milizie locali. Quelle presenti nella capitale non sono solo islamiche ma sono costituite anche da bande di criminali. Senza parlare poi delle migliaia di uomini armati che si trovano a Misurata, anche loro sono una forza militare e politica del dopo Gheddafi.
La situazione è ancora più complessa quando prendiamo in considerazione i jihadisti stranieri e quelli libici che rientrano dai campi di battaglia della Siria e dell’Iraq. Costoro si sono riversati a Sirte, la città libica costiera, che è diventata una sorta di colonia dell’Isis, e che si trova in una posizione strategica, non lontano da grossi impianti petroliferi.
Secondo le Nazioni Unite, l’Isis controlla circa 300 km di costa della Libia e conta i tra i 2.000 e 3.000 jihadisti, di cui circa 1.500 a Sirte. E’ probabile che queste statistiche siano però troppo elevate e che la presenza dell’Isis in Libia sia minore di quanto si creda. Tuttavia esiste e qualsiasi accordo di pace tra i due governi e le varie fazioni deve tenerla presente.
Tante dunque le difficoltà che si prospettano in un futuro prossimo venturo per Fayez al-Sarraj, l’imprenditore scelto per guidare il governo transitorio libico di unità nazionale. Tuttavia, la corsa alle risorse libiche da parte degli occidentali è già iniziata. Il primo ministro italiano, Matteo Renzi, ad esempio, ha subito annunciato che il suo Paese lo sostiene e che è pronto a ristabilire i rapporti speciali tra le due nazioni.
Il Regno Unito, anch’esso molto interessato ai pozzi libici, ha dichiarato di attendere di essere invitato dal nuovo governo ad inviare truppe nel paese. Gli americani hanno persino mandato un contingente che è stato subito rimandato a casa.
Memore del fiasco del 2011, quando la Nato corse in aiuto dei ribelli e da allora la Libia non è stata in grado di formare un governo, il ministro degli Esteri libico ha affermato che la Libia non ha bisogno di alcun intervento straniero per far fronte alle minacce alla sua sicurezza, compreso il terrorismo. Ha però bisogno di armi migliori, ha aggiunto, e di aiuti nella formazione e pianificazione. Insomma il solito ritornello, dateci le armi al resto pensiamo noi! Fino ad ora questa formula, come pure quella dell’intervento armato diretto, ha solo creato anarchia e terrorismo, non si capisce perché le cose dovrebbero cambiare proprio ora.

Adattamento dall’ originale: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/03/libia-laccordo-economico-con-cui-loccidente-protegge-se-stesso/2346256/

Cosa sta succedendo in Libia?

di PANDORA (Federico Rossi) 3/2/18

Il 2018 è appena cominciato e già rappresenta un bivio fondamentale per la Libia, divisa fra una nuova opportunità di pacificazione e un ulteriore aggravarsi del caos. Il 17 dicembre scorso sono infatti scaduti ufficialmente gli Accordi di Shikrat, il trattato firmato in Marocco che aveva dato vita al debole governo di accordo nazionale di Fayez al-Sarraj, e si è aperta la strada alla possibilità di nuove elezioni, che dovrebbero tenersi nel corso di quest’anno. I presupposti per questa tornata elettorale sembrano essere però quanto di più lontano in questo momento, alla luce dello sgretolamento progressivo del territorio libico.
Lo scenario che dipingono i media nazionali offre una visione della Libia divisa più o meno in tre con l’Esercito Nazionale Libico di Haftar da un lato, il Governo di Accordo Nazionale di Sarraj dall’altro e in mezzo trafficanti, milizie e estremisti dello Stato Islamico. Sembra un panorama molto complesso, ma se analizziamo davvero tutti gli attori in gioco scopriamo che in realtà questa è una visione estremamente semplificata, che non ci permette di capire la reale entità delle forze in gioco.

Partiamo da governo di accordo nazionale di Sarraj, sostenuto a livello internazionale da Italia, Tunisia, Algeria e Arabia Saudita e appoggiato dalle Nazioni Unite. L’esecutivo di ben 32 membri di Sarraj scaturisce proprio dagli Accordi di Shikrat del 2015 e avrebbe dovuto essere la soluzione alla frammentazione politica della Libia, che in quel momento aveva due parlamenti: uno a Tripoli, espressione del primo parlamento a maggioranza islamista eletto dopo la caduta di Gheddafi, e uno a Tobruk, separatosi dal precedente dopo la ripetizione delle elezioni nel 2014.
Al contrario delle aspettative tuttavia il Governo di Accordo Nazionale è rimasto tale solo di nome, dal momento che entrambi i parlamenti hanno rifiutato la ratifica dell’accordo negando il sostegno a Sarraj, che è rimasto quindi al vertice di un esecutivo monco. Il risultato è stato quindi soltanto quello di creare un nuovo attore nel panorama libico, dotato di una legittimità molto scarsa e di un controllo minore di quello che generalmente si pensa. L’influenza di Sarraj si estende infatti solo ad una piccola parte della Tripolitania e neppure la stessa Tripoli è interamente sotto il suo controllo. Attualmente il mantenimento di questo precario potere si basa prevalentemente sulle figure di Ahmed Maiteeq e Abdulrauf Kara, nonché su fragili accordi con alcuni potenti clan della zona.
Per quanto riguarda Maiteeq, vice-primo ministro misuratino del GNA ed ex rappresentante al parlamento di Tobruk, egli è il collegamento con alcuni gruppi armati tripolini e soprattutto con la cosiddetta Terza Forza, l’alleanza di milizie che governa di fatto la città di Misurata. Questa ha avuto un ruolo di primissimo piano nella lotta contro lo Stato Islamico, tanto da avere il supporto militare statunitense, almeno in un primo momento, e resta ancora un attore influente e abbastanza indipendente dal Governo di Accordo Nazionale.
Il sostegno a Sarraj è dato infatti a fasi alterne, soprattutto per le frizioni con il pilastro del controllo di Sarraj sulla sua parte di Tripoli, la Rada. Si tratta della cupola di milizie tripoline facenti teoricamente capo al Ministero dell’Interno, ma comandate in realtà da Abdulrauf Kara, al centro di numerose polemiche per i legami con gli ambienti più estremi dell’islamismo e per gli abusi e le torture perpetrati dalle sue Forze Speciali di Deterrenza.
Il controllo del GNA sul restante territorio sotto la sua giurisdizione si basa invece su accordi con i clan che controllano le cittadine circostanti Tripoli. Quanto siano fragili questi accordi lo dimostrano i recenti scontri a Sabratha fra le forze governative e quelle di uno dei più potenti di questi gruppi, quello dei Dabbashi. Questi ultimi erano stati parte di un accordo tripartito con il GNA e l’Italia, che era principalmente interessata a ottenere dai Dabbashi, gestori di buona parte del traffico di migranti via mare, un’interruzione dei flussi migratori.
Questo accordo aveva già vacillato negli ultimi mesi del 2017, quando una delle milizie della Libia occidentale vicine ad Haftar aveva preso il controllo di parte della città, che ancora oggi resta contesa. Sabratha è infatti il principale porto di partenza per navi migranti ed è quindi al centro di un mercato molto appetibile, che i Dabbashi si sono impegnati a controllare solo sulla base del sostegno italiano attraverso il GNA. Quanto la situazione sia però fuori controllo lo testimonia la vicenda della Brigata 48, creata da Sarraj nella città per il controllo del contrabbando di petrolio, ma presto presa nella rete clientelare dei Dabbashi di cui è diventata il nuovo braccio armato nella zona.
Il potere e la legittimazione di Sarraj stanno rapidamente scomparendo sotto la spinta di numerose elementi di crisi. A indebolirlo ulteriormente concorrono non solo le frizioni politiche e militari fra i suoi alleati, ma anche il fatto che il mandato del GNA è teoricamente scaduto insieme agli Accordi di Shikrat il 17 dicembre 2017 e che la sua influenza a Tripoli è sempre più insidiata dal crescere dei gruppi salafiti anti-occidentalisti.
A tutto questo c’è da aggiungere infine l’uccisione di uno dei suoi sostenitori più importanti, il sindaco di Misurata Esthewi, recentemente vittima di un attacco rivendicato dallo Stato Islamico. Il GNA resta insomma un governo senza una reale legittimazione, essendo fra l’altro l’unico fra i tre riconosciuti della Libia a non avere alle spalle un parlamento eletto. Gran parte della sua influenza deriva dal supporto internazionale dell’Italia, che in Libia ha la più dispendiosa delle sue missioni militari all’estero.

L’avanzata del generale Khalifa Haftar

Ma Sarraj e i suoi non sono la sola autorità presente a Tripoli. Una parte della città è infatti ancora controllata dal parlamento eletto nel 2012 e riconosciuto ad oggi soltanto dalla Turchia e dal Qatar. Il Congresso Generale Nazionale non ha approvato la ratifica degli Accordi di Shikrat e sostiene attualmente il Governo di Salvezza Nazionale di Khalifa al-Ghawil, la cui forza si fonda su una cupola di milizie islamiste non-jihadiste riunite nella coalizione Alba Libica. Esso mantiene oggi soltanto un potere limitato a parte di Tripoli e ad altri centri minori della Tripolitania, ma rappresenta un attore chiave da coinvolgere in eventuali elezioni.
Il protagonista attuale della guerra civile libica sembra essere però il generale Khalifa Haftar, leader dell’Esercito Nazionale Libico. Formalmente Haftar ricopre solo posizioni militari, ma è riconosciuto da tutti come l’uomo forte che controlla di fatto il parlamento di Tobruk e il governo di Abdullah al-Thani, riconosciuto da Egitto, Emirati Arabi e Russia e appoggiato dalla Francia di Macron.
L’esercito di Haftar è al momento la forza militare più organizzata in Libia e sta procedendo alla conquista di uno degli snodi fondamentali nelle lotte di potere, la cosiddetta Mezzaluna Petrolifera, che offrirebbe un vantaggio enorme a Tobruk. L’Esercito di Haftar controlla attualmente una buona parte della Cirenaica, ma estende il suo potere anche sulla Tripolitania e sul Fezzan grazie al sostegno di varie milizie sparse per il paese.
I rapporti più difficili negli ultimi anni di guerra sono stati quelli con Misurata, che nell’ascesa del generale ha visto fin da subito quella di un nuovo Gheddafi e ha provato a contendergli in particolare il controllo sul sud del paese. Ciò nonostante un punto in comune fra questi avversari si è avuto nella lotta contro lo Stato Islamico soprattutto nella regione di Sirte. Se per le milizie misuratine però questa lotta si è fermata allo jihadismo, Haftar ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia e ha esteso la sua guerra a tutto l’islamismo, compresi i Fratelli Musulmani che ancora restano una forza politica considerevole in alcune zone.
Nonostante sia un attore in piena ascesa, non mancano le spine nel fianco anche per le forze di Haftar. Ad essere particolarmente problematiche sono le città di Ajdabiya e Derna, ancora in mano allo Stato Islamico, e soprattutto Bengasi. Qui, oltre al fatto che una buona parte della città resta in mano allo Consiglio Rivoluzionario della Shura, gruppo jihadista legato all’IS, si è consumata anche la rottura con il potente gruppo degli Awakir in seguito all’arrivo del rappresentante di Tripoli Faraj Egaim, ex membro del governo di Tobruk. Haftar ha infine perso anche parte dell’appoggio delle Brigate di Zintan, influente milizia adesso divisa fra i chi sostiene il generale e una componente più moderata.
Tutte queste difficoltà non sembrano tuttavia sufficienti ad arrestare l’avanzata di Haftar, che a luglio dello scorso anno ha centrato un enorme vittoria politica durante il vertice organizzato da Macron. Nell’accordo non solo è riuscito a strappare il riconoscimento della Francia e un vantaggioso cessate il fuoco con Sarraj, ma ha anche ottenuto sostegno alla sua lotta senza quartiere all’islamismo, che è stato interpretato dal generale in maniera piuttosto estensiva ed usato anche per attaccare la Terza Forza misuratina nel sud della Libia.
Nonostante sia in rapida ascesa, Haftar resta comunque dubbioso nei confronti delle elezioni, tanto che ha recentemente dichiarato che, a suo avviso, la Libia non sarebbe pronta per un regime democratico. Tuttavia, qualora le elezioni si svolgessero effettivamente e lui decidesse di candidarsi, sarebbe senz’altro uno dei maggiori favoriti.

Lo Stato Islamico e gli altri attori in campo

Finora ci siamo soffermati soltanto sugli attori che godono di un certo riconoscimento ufficiale, ma essi non controllano che una parte della Libia. Una frazione ancora molto consistente è infatti in mano a milizie di provenienza molto variegata. Fra queste sicuramente un ruolo importante lo hanno quelle di stampo jihadista, non solo lo Stato Islamico, ma anche Ansar al-Sharia, legata alla filiale di Al-Qaeda operante nel Maghreb e diffusa in buona parte del deserto libico.
Lo Stato Islamico in Libia ha perso molto terreno rispetto all’emirato che era riuscito a creare nel 2014 nella regione di Sirte. Gli attacchi delle forze di Haftar e delle milizie misuratine, uniti alla progressiva perdita di consensi fra i gruppi clientelari principali della zona hanno ridotto di molto gli effettivi dell’IS, ma essi sono tutt’altro che scomparsi. Restano infatti presenti in zone circoscritte della regione di Sirte e l’organo di propaganda dell’IS, Amaq, ha fatto sapere che l’espansione in Libia sarà una delle priorità per l’organizzazione jihadista ormai in ritirata da Siria e Iraq.
Oltre a queste sacche lo Stato Islamico resta presente soprattutto in tre città della Cirenaica, almeno parzialmente gestite dai Consigli Rivoluzionari della Shura: Ajdabiya, Derna e Bengasi. Le milizie jihadiste in queste città sono risorte dopo il rallentamento dell’Operazione Dignità lanciata da Haftar in Cirenaica e ora si contendono le città con gli altri attori della zona, restando padroni fra l’altro di quasi tutta Derna. Altri gruppi affiliati all’IS sono poi presenti in varie aree del Fezzan, attorno a Koufra e nella zona di confine con l’Egitto, una nuova crescita che ha portato anche alla ripresa degli attacchi contro personaggi importanti delle forze anti-jihadiste.
Proprio nel Fezzan però le milizie dello Stato Islamico si ritrovano marginalizzate da altri attori informali in grado di controllare una buona parte di questo spazio. Fra questi particolare importanza è assunta dalle fazioni tebu e tuareg, due gruppi etnici originari della zona sahelo-sahariana. I primi in particolare nel 2014 erano riusciti a creare una propria entità territoriale, arrivando a controllare un’ampia fascia da Qatrun a Murzuq grazie a frequenti cambi di alleanza fra gli schieramenti in lotta.
Tuttavia dopo l’uccisione nel 2016 di Barka Wardougu, leader principale dei tebu in Libia, le milizie si sono frammentate in numerosi gruppi indipendenti, solo parzialmente riuniti nell’Assemblea Nazionale Tebu. Queste milizie si contendono oggi i principali traffici del Fezzan scontrandosi coi gruppi tuareg e le forze degli Awlad Suleiman in un conflitto a cui l’Italia, sempre nell’ottica di controllare le migrazioni, ha cercato di mettere fine diplomaticamente.
L’incontro tripartito proposto a Roma tuttavia, molto superficialmente definito da alcuni come un “accordo fra tribù”, ha dimostrato quanto poco si comprenda ancora di cosa accade in quest’area. L’accordo, oltre a non comprendere gli altri belligeranti nel conflitto, i Qadhafa, i Maghara e gli Zwai, è stato accettato per i tebu solo dalle poche milizie di Zilawi Minah Salah e rigettato da tutto il resto dell’assemblea tebu. Attualmente sembra che molti di questi gruppi siano in ripresa grazie a un presunto ruolo di collegamento nel traffico di armi fra Boko Haram in Nigeria e i gruppi affiliati all’IS in Libia.
Per quanto riguarda le milizie tuareg esse sono attive soprattutto al confine con l’Algeria, nella regione sud-occidentale di Ghat, e godono del sostegno dei gruppi secessionisti del nord del Mali. Nonostante alcuni esponenti di queste milizie abbiano preso parte all’incontro di Roma, la loro partecipazione al conflitto per le risorse petrolifere e le rotte del traffico nel Fezzan non si è fermata e adesso controllano un’area significativa del deserto libico, che permette loro di esercitare la propria influenza su una parte dei traffici provenienti dall’Algeria.
Gli altri esponenti della lotta per il controllo del Fezzan sono i principali gruppi formati sulla base di reti clientelari e familiari, che sono stati a lungo la base del potere politico della Libia. La regione di Sebha è quella dove la situazione è più complessa: la lotta per il controllo degli snodi economici (rotte del traffico e giacimenti di petrolio) vede da un lato gli Awlad Suleiman, che hanno recentemente avuto il sostegno dell’Italia, e dall’altro i due influenti clan dei Qadhafa e dei Maghara, il cui potere deriva essenzialmente dalla posizione di rilievo di cui godevano sotto il regime di Gheddafi. Non trascurabile sono infine le milizie facenti capo agli Zwai, forti soprattutto a Koufra.

La riunificazione delle varie autorità riconosciute della Libia

Le possibilità di coinvolgere tutti questi soggetti nelle eventuali elezioni che si terranno nel 2018 sembrano ad oggi molto scarse. Gheddafi si era assicurato la stabilità attraverso una forte alleanza al vertice fra i gruppi di potere principali, una via che oggi, con il cambiare degli equilibri di potenza per effetto dei sostegni alterni degli Stati stranieri, appare poco praticabile. La priorità delle Nazioni Unite e del suo rappresentante in Libia, Ghassan Salamé resta comunque soprattutto la riunificazione delle varie autorità riconosciute della Libia, un punto di partenza indispensabile, ma che rischia di fallire se si baserà sulle attuali fragili premesse.
Oltre al quadro che abbiamo tracciato fin qui esiste infatti un’ultima criticità, che rischia di rendere le elezioni un ennesimo punto di rottura piuttosto che un’opportunità. Il problema riguarda nuovi attori, che sembrano essere attirati in Libia dalla finestra di possibilità offerta loro dalle elezioni. Due in particolare sembrano poter giocare un ruolo rilevante.
Il primo di essi è Basit Igtet, imprenditore libico da anni residente in Svizzera, che può vantare importanti legami con il Qatar e un ruolo non irrilevante avuto nel finanziamento degli oppositori di Gheddafi nella guerra civile e che oggi gode anche di un certo sostegno fra i giovani delle grandi città, come ha dimostrato la notevole manifestazione da lui guidata il 25 settembre scorso a Tripoli.
L’altra incognita è invece il ritorno di Sayf al-Islam, figlio di Gheddafi e a lungo volto moderato del regime del padre, che gode di non poco seguito fra la popolazione libica. Dopo essere rimasto prigioniero fino al 2016 del governo miliziano di Zintan, è stato recentemente graziato dalle autorità di Tobruk e potrebbe essere davvero uno dei favoriti, evocando spettri di un passato ancora molto vicino, nonostante la distanza politica col padre non sia messa in discussione.
Le problematiche sono molte e sicuramente la pacificazione della Libia sembra oggi lontana, ma, malgrado le difficoltà appaiano insormontabili, riuscire a tenere libere elezioni e formare un unico governo riconosciuto internazionalmente rappresenterebbe la base per poter costruire in futuro una pace nel paese. Tutto questo non può però prescindere da una ridefinizione degli obiettivi degli attori stranieri coinvolti, in modo da tenere in reale considerazione l’importanza del coinvolgimento della popolazione libica e da cessare di favorire la destabilizzazione del paese sostenendo alternativamente milizie rivali.

IN CHE MODO ISRAELE E L’ISIS SONO CULO E CAMICIA

Postato Domenica, 13 dicembre @ 23:10:00 GMT di davide

DI F. WILLIAM ENGDAHL
darkmoon.me
Quest’articolo è un altro pezzo del rompicapo. Ci fornisce informazioni cruciali che ci rendono in grado di vedere attraverso la nebbia che circonda le connessioni tra gli USA, Israele, Turchia e l’organizzazione più fanatica a livello mondiale: ISIS, ISIL, Stato Islamico o Daesh.
Il cosiddetto Stato Islamico non è ciò che afferma di essere. Così come la Federal Reserve, che non è federale e nemmeno ha riserve, lo Stato Islamico non è Islamico e nemmeno è uno Stato. È un gruppo terrorista che è stato creato dall’intelligence americana e da mercenari alleati dei sionisti, addestrati presso le basi CIA in Giordania e lasciati a dare libero sfogo sulla popolazione di Siria e Irak, per destabilizzare quei Paesi, in assistenza a Israele.

Ciò non doveva decisamente accadere. Sembra che un soldato israeliano con il rango di colonnello sia stato “colto in flagrante con l’IS.” Con ciò intendo che è stato catturato da soldati dell’esercito iracheno, nel bel mezzo di un branco di terroristi del cosiddetto IS o Stato Islamico o ISIS o DAESH, a voi la scelta. Sotto interrogatorio da parte dell’intelligence irachena ha rivelato, a quanto pare, il ruolo dell’IDF (NdT. Israel Defense Forces) di Netanyahu nel dare supporto all’IS.
Alla fine di ottobre un’agenzia di notizie iraniana, citando un ufficiale superiore dell’intelligence irachena, ha riferito della cattura di un colonnello dell’esercito israeliano, di nome Yusi Oulen Shahak, secondo testimonianze connesso al Battaglione Golani dell’ISIS che opera in Iraq sul fronte di Salahuddin. In una dichiarazione all’agenzia di notizie Fars, un Comandante dell’Esercito iracheno ha affermato, “Le forze popolari e di sicurezza hanno tenuto prigioniero un colonnello israeliano”.
Ha aggiunto che il colonnello dell’IDF aveva “partecipato a operazioni del gruppo terrorista Takfiri ISIL”. Ha detto che il colonnello è stato arrestato assieme a un certo numero di terroristi ISIL o IS, fornendone i dettagli: il nome del colonnello israeliano è Yusi Oulen Shahak e ha il rango di colonnello nella Brigata Golani… con il codice militare e di sicurezza di Re34356578765az231434.”
Perché Israele?                   
Sin dall’inizio del bombardamento molto efficace da parte della Russia di target scelti dell’IS in Siria il 30 settembre, dettagli del ruolo molto sporco non solo di Washington, ma anche della Turchia, Stato membro della Nato sotto la presidenza di Erdogan, del Qatar e di altri Stati, sono venuti alla luce del sole per la prima volta.
Sta diventando sempre più evidente che almeno una fazione nell’Amministrazione di Obama abbia rivestito un ruolo molto sporco dietro le quinte nel dare sostegno all’IS, in modo tale da avanzare la rimozione del Presidente siriano Bashar al Assad e spianare la strada a ciò che inevitabilmente diventerebbe un caos a mo’ di Libia e alla distruzione che renderebbe, in paragone, l’attuale crisi dei rifugiati siriani in Europa solo un’anticipazione.
La fazione di Washington a favore dell’IS include i cosiddetti neo-conservatori concentrati attorno al disonorato ex capo della CIA e carnefice dell’”impeto” iracheno, il Generale David Petraeus. Include anche il Generale degli Stati Uniti John R. Allen, il quale dal settembre 2014 aveva servito come Inviato Speciale Presidenziale del Presidente Obama per la Coalizione Globale per contrastare l’ISIL (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) e, finché non si è dimessa nel febbraio 2013, ha incluso il Segretario di Stato Hillary Clinton.
Il 23 ottobre 2015 è stato, in modo significativo, rilevato dall’incarico il Generale John Allen, continuo propugnatore di una “No Fly Zone” guidata dagli Stati Uniti dentro la Siria lungo il confine con la Turchia, un qualche cosa che il Presidente Obama ha rifiutato. Ciò è avvenuto da lì a poco, in seguito al lancio di attacchi russi altamente efficaci sui siti dei terroristi dell’IS siriano e del Fronte Al Nusra di Al Qaeda, che hanno cambiato la situazione nella sua interezza, per quanto concerne il quadro geopolitico della Siria e dell’intero Medio Oriente.
Il Rapporto dell’ONU menziona Israele
Che il Likud di Netanyahu e le forze militari israeliane lavorino strettamente con i falchi di guerra neo-conservatori di Washington, è risaputo, così come l’opposizione veemente del Primo Ministro Benjamin Netanyahu alla questione di Obama sul nucleare con l’Iran. Israele considera il gruppo militante islamista Sciita, Hezbollah, con base in Libano e appoggiato dall’Iran, come nemico giurato. Hezbollah ha combattuto, e continua a farlo, in modo attivo assieme all’esercito siriano contro l’ISIS in Siria. La strategia del Generale Allen di bombardare l’ISIS, da quando gli è stato dato l’incarico dell’operazione a settembre 2014, per quanto il Ministro degli Esteri della Russia di Putin, Lavrov, abbia indicato ripetutamente che lungi dal distruggere l’ISIS in Siria, aveva espanso di gran lunga il loro controllo territoriale del Paese. Ora è chiaro che ciò era precisa intenzione di Allen e della fazione guerrafondaia di Washington.
Almeno dal 2013 le forze militari israeliane hanno anche bombardato a viso aperto, quelli che sostengono fossero target di Hezbollah in Siria. L’indagine ha rivelato che Israele stava infatti colpendo le forze militari siriane e target di Hezbollah, che sta lottando in modo valoroso contro l’ISIS e altri terroristi.
De facto, con ciò Israele stava in realtà aiutando l’ISIS, così come i bombardamenti “anti-ISIS” del Generale John Allen durati un anno.
Che una fazione del Pentagono abbia lavorato in segreto dietro le quinte per addestrare, armare e finanziare quello che oggi è chiamato ISIS o IS in Siria, ora è questione di precedente di dominio pubblico.
Nell’agosto 2012 un documento del Pentagono classificato come “Segreto”, poi declassificato sotto pressione dell’ONG degli Stati Uniti Judicial Watch, ha elencato in modo dettagliato e preciso la comparsa di ciò che è divenuto lo Stato Islamico o ISIS, il quale è emerso dallo Stato Islamico in Iraq, poi affiliato ad Al Qaeda.
Il documento del Pentagono dichiarava, “…c’è la possibilità di stabilire un Principato Salafita, dichiarato o non dichiarato, in Siria orientale (Hasaka e Der Zor) e questo è esattamente ciò che vogliono le autorità che sostengono l’opposizione [ad Assad-w.e.], in modo tale da isolare il regime siriano, considerata la profondità strategica dell’espansione dello Sciismo (Iraq and Iran).”
I poteri a sostegno dell’opposizione nel 2012 includevano allora il Qatar, la Turchia, l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti e dietro le quinte, l’Israele di Netanyahu.
Precisamente questa creazione di un “Principato Salafita nella Siria orientale”, territorio odierno di ISIL o IS, era l’agenda di Petraeus, del Generale Allen e altri a Washington, in modo tale da annientare Assad. Ciò è quello che ha messo l’Amministrazione di Obama in disaccordo con la Russia, la Cina e l’Iran sulla richiesta bizzarra degli Stati Uniti che per prima cosa Assad se ne debba andare, prima che l’ISIS possa essere annientato.
Ora il giochetto è di dominio pubblico per il mondo, affinché si veda la doppiezza di Washington nell’appoggiare coloro che i russi chiamano in maniera precisa “terroristi moderati”, contro un Assad debitamente eletto. Che Israele sia anche nel mezzo di questo covo di ratti delle forze terroriste d’opposizione in Siria, è stato confermato in un recente rapporto dell’ONU.
Ciò che il rapporto non ha menzionato, è stato il motivo per cui le forze militari israeliane dell’IDF avrebbero un interesse appassionato in Siria, specialmente per le Alture del Golan siriane.
Perché Israele vuole mandare via Assad
A dicembre 2014 il Jerusalem Post in Israele ha riportato le scoperte di un rapporto ampiamente ignorato e politicamente esplosivo, che dettaglia avvistamenti realizzati da parte dell’ONU delle forze militari israeliane con i combattenti terroristi dell’ISIS. La forza di peacekeeping dell’ONU, Forza di disimpegno degli osservatori delle Nazioni Unite (UNDOF), collocata fin dal 1974 lungo il confine delle Alture del Golan tra Siria e Israele ha rivelato che. . .
Israele lavorava, e continua a farlo, a stretto contatto con i terroristi dell’opposizione siriana, incluso il Fronte Al Nusra di Al Qaeda e l’IS nelle Alture del Golan, e “ha mantenuto contatto stretto durante gli ultimi 18 mesi”. Il rapporto è stato sottoposto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. I media mainstream degli Stati Uniti e dell’Occidente hanno insabbiato le scoperte esplosive.
I documenti dell’ONU hanno mostrato che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stavano mantenendo contatto regolare con membri del cosiddetto Stato Islamico, fin dal maggio 2013. L’IDF ha dichiarato che ciò era solamente per prestare cure mediche per i civili, ma l’inganno è stato svelato quando gli osservatori dell’UNDOF hanno comprovato il contatto diretto tra le forze IDF e i soldati dell’ISIS, incluso il prestare cure mediche ai combattenti dell’ISIS. Osservazioni hanno anche incluso il trasferimento di due casse dall’IDF all’ISIS, il contenuto delle quali non è stato confermato.
L’UNDOF è stata creata in seguito a una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del 1974, la numero 350, successivamente alle tensioni della guerra dello Yom Kippur, dell’ottobre 1973, tra Siria e Israele. Ha stabilito una zona cuscinetto tra Israele e le Alture del Golan della Siria, che doveva essere governata e pattugliata dalle autorità siriane secondo l’Accordo di Disimpegno delle Forze del 1974. Nessun altra forza militare, che non sia l’UNDOF, è permessa al suo interno. Oggi conta 1.200 osservatori.
Fin dal 2013 si sono intensificati gli attacchi israeliani sulla Siria lungo le Alture del Golan, asserendo che avessero luogo per la ricerca dei “terroristi di Hezbollah”; l’UNDOF stessa, per la prima volta dal 1974, è stata soggetto di attacchi massicci da parte dell’ISIS o dei terroristi del Fronte Al Nusra di Al Qaeda nelle Alture del Golan, di rapimenti, di uccisioni, di furto di armi, munizioni, veicoli, altre disponibilità dell’ONU, il saccheggio e la distruzione di installazioni. Qualcuno non vuole, con tutta evidenza, che l’UNDOF rimanga a pattugliare le Alture del Golan.
LA ZONA UNDOF SULLE ALTURE DEL GOLAN
I soldati ONU in questa zona cuscinetto lungo le Alture del Golan
sono ora sotto attacco, ordinato da Israele,
in chiara violazione della legge internazionale.

Israele e il petrolio delle Alture del Golan
Nel suo incontro del 9 novembre con il Presidente degli Stati Uniti Obama alla Casa Bianca, il Primo Ministro Israeliano Netanyahu ha chiesto a Washington di riconsiderare il fatto che fin dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967 tra Israele e i Paesi arabi, Israele ha occupato illegalmente una parte significativa delle Alture del Golan. Durante il loro incontro Netanyahu, apparentemente senza successo, ha invitato Obama a sostenere l’annessione formale israeliana delle Alture del Golan illegalmente occupate, sostenendo che l’assenza di un governo siriano in attività “permetta un pensiero diverso”, riguardo lo status futuro dell’area importante dal punto di vista strategico.
Di certo Netanyahu non ha affrontato la questione in modo onesto, riguardo alla maniera in cui l’IDF Israeliana e altre forze erano state responsabili dell’assenza di un governo siriano in attività, dando il loro appoggio all’ISIS e al Fronte Al Nusra di Al Qaeda.
Nel 2013, quando l’UNDOF ha iniziato a documentare il contatto crescente tra la forza militare israeliana, l’IS e Al Qaeda lungo le Alture del Golan, una società petrolifera poco nota di Newark (New Jersey), la Genie Energie, con una società affiliata Israeliana Afek Oil & Gas, ha iniziato a perforare anche le Alture del Golan per la ricerca del petrolio, con il permesso del governo di Netanyahu. In quello stesso anno, ingegneri militari israeliani hanno revisionato la barriera di confine di quarantacinque miglia con la Siria, sostituendola con una barricata in acciaio che ha incluso il filo spinato, sensori tattili, rivelatori di movimento, macchine fotografiche a raggi infrarossi e radar di terra, mettendosi alla pari con il Muro che Israele ha costruito nella West Bank (NdT. Cisgiordania).
È interessante constatare che l’8 ottobre Yuval Bartov, capo geologo di Afek Oil & Gas, sussidiaria israeliana di Genie Energy, ha raccontato al canale televisivo israeliano Channel 2 che la sua società aveva trovato una notevole riserva di petrolio sulle Alture del Golan: “Abbiamo trovato uno strato di petrolio dello spessore di 350 metri nelle Alture del Golan meridionali. Gli strati, su scala mondiale, hanno in media spessore dai 20 ai 30 metri, e questo in comparazione è di 10 volte più grande; in questo modo stiamo parlando di quantità significative.”
Come ho osservato in un articolo precedente, l’International Advisory Board di Genie Energie include nomi noti come Dick Cheney, ex capo della CIA e l’infame neo-con James Woolsey, Jacob Lord Rothschild e altri.
Di certo nessuna persona sana di mente, suggerirebbe la presenza di un collegamento tra le relazioni militari israeliane con l’ISIS e altri terroristi contrari ad Assad in Siria, specialmente nelle Alture del Golan, la scoperta del petrolio da parte di Genie Energie nello stesso luogo e l’ultima supplica al “ripensamento” da parte di Netanyahu a Obama, riguardante le Alture del Golan. La situazione sarebbe troppo in odore di complotto e tutte le persone sane di mente sanno che i complotti non esistono, esistono solo coincidenze.
In effetti, parafrasando le parole immortali di Brad Pitt nel ruolo del Primo Tenente della West Virginia Aldo Raine, nella scena finale del fantastico film di Tarantino Bastardi senza gloria, sembra che il Vecchio Netanyahu e i suoi amici succhiacazzi dell’IDF e del Mossad, siano appena stati colti con le mani in una marmellata molto zozza in Siria.

F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente a contratto, ha un diploma dell’Università di Princeton in politica ed è autore di successo sul petrolio e la geopolitica, esclusivamente per il periodico on-line “New Eastern Outlook”.
Fonte: www.darkmoon.me
Link: https://www.darkmoon.me/2015/how-israel-and-isis-are-joined-at-the-hip/
2.12.2015

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di NICKAL88

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15989

NOTE A MARGINE DI ALCUNI ARTICOLI SUI CONFLITTI MEDIORIENTALI E SULL’ISIS

siria

 

Interessanti alcune osservazioni di Alberto Negri (1) in un articolo sul Sole 24 ore (del 25.11.2015):

<< Se nel Levante ognuno fa la sua guerra Al Baghdadi potrebbe persino dire la sua nella spartizione dell’Iraq e della Siria, un’ipotesi improponibile adombrata dalla Bbc ma non così remota se ciascuno vuole portarsi a casa un pezzo di Medio Oriente. Non sarebbe la prima volta: gli inglesi con Lawrence fomentarono una celebre rivolta araba per poi spartirsi la regione con i francesi. Ma questa volta né gli arabi anti-Isis né gli iraniani sono disposti a fare la fanteria dell’Occidente>>.

Lo stesso autore in un articolo del febbraio 2015 scriveva che, a tutti gli effetti, le forze impegnate a combattere il Califfato sul campo vedevano schierati i curdi, il fragile esercito iracheno con l’assistenza americana e dei pasdaran iraniani, gli Hezbollah libanesi alleati di Teheran e le forze di Assad. Giordania, Arabia Saudita, Barhein, Emirati Arabi Uniti e Qatar sarebbero stati, invece, i cinque paesi sunniti che si erano affiancati “politicamente” agli Usa e si erano dichiarati pronti a bombardare l’Isis, anche se in realtà le cose, già allora, si presentavano in maniera diversa e l’Arabia Saudita e il Qatar erano accusati di avere sostenuto i gruppi salafiti e jihadisti. In giugno gli organi di informazione (es. Il Fatto Quotidiano) riproponevano questo schieramento anche se si teneva a precisare che in Iraq:

<<le sole forze che combattono effettivamente sul terreno sono i curdi e le milizie sciite sostenute dall’Iran. Gli obiettivi di queste due forze, apparentemente comuni, sono però abbastanza divergenti. I primi combattono in quei territori che in futuro potrebbero aggregarsi alla formazione di uno Stato curdo; i secondi hanno mostrato che la loro lotta di liberazione anti-Isis ha riproposto comportamenti anti sunniti>>.

E ancora più chiaro e esemplificativo appare questo frammento di Roberto Bongiorni tratto dal Sole 24 ore del 25 giugno 2015:

<<In teoria, guardando i numeri, c’è da stupirsi su come lo Stato islamico riesca a mantenere il suo ampio territorio, in alcuni periodi perfino ad estenderlo (ormai controlla quasi metà della Siria e quasi un terzo dell’Iraq), con una “esercito” di gran lunga inferiore in quanto a mezzi, uomini e tecnologia militare a quello messo in campo da Iraq, Siria, Peshmerga kurdi, milizie filoiraniane sostenute da Teheran, oltre alla grande forza aerea messa in campo dalla coalizione internazionale. Forse il punto vulnerabile del fronte anti-Isis è proprio dato dal fatto della sua eterogeneità; un coacervo di soldati appartenenti a nazioni che spesso hanno interessi diametralmente opposti nello scacchiere politico mediorientale. E che quindi preferiscono spesso agire da soli, anziché coordinarsi. La notizia, subito smentita dalle autorità turche, secondo cui l’Isis sarebbe riuscita a penetrare a Kobane passando attraverso la Turchia, (storica nemica dei curdi) restituisce con efficacia la complessità della situazione. Ma è senza dubbio importantissimo il sostegno di parte della comunità sunnita irachena. Senza di loro l’Isis non può essere vinto. Discriminati dal Governo sciita di Baghdad per anni, i sunniti avevano già mostrato la loro insofferenza sollevandosi in diverse aree del Paese. L’avanzata dello Stato islamico è arrivata come una sorta di rivincita. Pur non condividendo né la violenta ideologia né i mezzi brutali dell’Isis, agli occhi di non pochi sunniti iracheni la bandiera nera dello Stato islamico rischia dunque di essere il male minore rispetto alle potenziali e feroci rappresaglie contro di loro da parte delle milizie sciite irachene. Una situazione che non lascia intravvedere sbocchi>>.

 

Ritornando ai sostenitori dell’Isis che lavorano sotto la precisa regia degli Usa, i quali con magnifica faccia tosta si presentano anche come la forza leader della coalizione “antiterrorismo”, abbiamo visto che era ormai noto da molto tempo quello che è riportato in un articolo del 01.12.2015 su “Il Giornale”:

<<E colpisce duro[V. Putin-N.d.r.].”Difendere i turcomanni – aggiunge a proposito della linea ufficiale della Turchia – è solo un pretesto”. Il Cremlino ha ricevuto “recentemente” nuovi rapporti d’intelligence che mostrerebbero un traffico di petrolio dai territori controllati dall’Isis alla Turchia “su scala industriale”. Le parole di Putin aprono un vaso di Pandora. Perché, se la Turchia protegge i jihadisti dello Stato islamico, ci sono Paesi come l’Arabia Saudita e il Qatar che li finanziano>>.

Ma nessun organo di informazione italiano potrà mai neanche lontanamente ammettere che alcuni gruppi con grandi risorse e potere facenti capo agli Usa costituiscono la vera direzione strategica di questo cosiddetto conflitto a bassa intensità (LIC)(2) e perciò il suddetto quotidiano riporta anche questa sorta di “denuncia” avanzata da un organismo governativo statunitense:

<<Nell’audizione dedicata al Terrorism Financing and the Islamic State, organizzata il 13 novembre 2014 dalla Commissione per i Servizi finanziari del Congresso americano, è emerso con chiarezza che “mentre al Qaeda poteva contare dopo l’attentato dell’11 settembre su circa mezzo milione di dollari di sostegni al giorno, l’Isis aveva introiti di 1-2 milioni di dollari al giorno attraverso la vendita di petrolio, i riscatti degli ostaggi e i sostegni da parte delle organizzazioni caritatevoli [??-N.d.r.] soprattutto dei Paesi del Golfo, a cominciare dal Qatar e dall’Arabia Saudita”>>.

Ma ritorniamo ora all’articolo da cui eravamo partiti. Nel 2011, l’anno della “primavera araba”, la rivolta in Siria era stata pensata, dalle potenze sunnite, dagli Usa e dai suoi alleati, anche “occidentali”, come una guerra per procura dall’esito scontato. Con ogni probabilità, però, almeno i principali centri strategici statunitensi erano consapevoli del pericolo insito nello scatenamento di un caos che aveva fatto “saltare“ anche regimi per nulla ostili alle potenze euro-atlantiche. Si pensava, poi, scrive Negri :

<< che le milizie islamiche sarebbero ricadute sotto il controllo di chi le sponsorizzava, Turchia e monarchie del Golfo. Ma i jihadisti sono confluiti nell’Isis, la cui intuizione strategica è stata quella di unire il campo di battaglia iracheno a quello siriano. Non bastava ancora: si è pensato che il Califfato potesse essere manovrato nella guerra tra sunniti e sciiti per disegnare nuovi confini ed equilibri. E ora che i jihadisti hanno portato il terrorismo in Europa, Turchia compresa, i leader protagonisti di questo disastro geopolitico […] reagiscono in maniera sconcertante per difendere dei calcoli sbagliati>>.

L’intervento di Putin contro l’Isis – anche se non sufficiente a rivitalizzare le esangui truppe del regime di Assad ormai guidate da Pasdaran iraniani ed Hezbollah libanesi – è apparso giustificato di fronte al fallimento delle potenze occidentali nel gestire la situazione. La prospettiva di un fronte comune, corroborata dall’accordo obamiano con l’Iran (alleato stretto della Russia in questa fase) sul nucleare, ha però trovato nella Turchia – nonostante che, almeno apparentemente, Erdogan tenti di evitare lo scontro dopo l’abbattimento del jet russo – un ostacolo importante. A questo proposito Negri osserva che la difficile situazione che si è venuta a creare ha fatto

<< perdere la testa a Erdogan, punto sul vivo da Putin nel cortile di casa, e ai suoi alleati del Golfo, che comunque qualche cosa da rimproverare agli Stati Uniti e agli europei ce l’hanno. Si sentono traditi. La Siria, a maggioranza sunnita, doveva essere l’ambito premio per avere perso l’Iraq nel 2003 con l’intervento americano contro Saddam. Allora la Turchia rifiutò il passaggio delle truppe Usa, applaudita dalla stessa Russia. Prima l’accordo sul nucleare con l’Iran, poi l’alleanza tra Mosca e Teheran e ora l’ipotesi che la Francia e gli europei concordino con Putin e gli ayatollah la strategia anti-Califfato: è troppo da sopportare per un fronte sunnita passato da una sconfitta all’altra>>.

Negri conclude il suo discorso accennando alla teoria, e alla pratica, Usa del doppio contenimento che sembrerebbe sostanzialmente un corollario alla più complessiva strategia del caos. I due esempi da lui riportati sono abbastanza chiari. Il primo partirebbe dal presunto errore di Bush junior – la “fallimentare” seconda guerra contro l’Iraq – che avrebbe portato, in funzione anti sciita e anti Iran, a scelte come quella del giugno dell’anno scorso, quando gli Usa hanno guardato, senza fare una piega, il Califfato conquistare Mosul, città di due milioni di abitanti, e arrivare a una trentina di chilometri da Baghdad. Come dire ai sunniti: accomodatevi pure e vendicatevi. Il secondo sarebbe il ben noto antecedente che negli anni’ 80 portò prima alla guerra Iran-Iraq (un milione di morti) e poi << a uno degli equivoci storici più sconcertanti, quando nell’estate del 1990 l’ambasciatrice Usa a Baghdad, April Glaspie, incontrando Saddam diede un implicito via libera all’occupazione del Kuwait. “Non potevamo sapere che gli iracheni si prendessero “tutto” il Kuwait”, fu la sua giustificazione. Sostituite Kuwait con Siria e avete l’equazione con il Califfato>>.

 

(1)Alberto Negri è nato a Milano nel 1956. Il suo primo viaggio in Iran e in Medio Oriente risale al 1980. È stato ricercatore all’Istituto di studi di politica internazionale e nel 1981 ha iniziato la carriera giornalistica. Autore del libro Il Turbante e la Corona – Iran, trent’anni dopo (Marco Tropea Editore, 2009), è giornalista del Sole 24 Ore, per cui ha seguito negli ultimi vent’anni i principali eventi politici e bellici in Medio Oriente, Africa, Balcani, Asia centrale.

(2) Nello US Army Field Manual, documento ufficiale statunitense, è contenuta la seguente definizione: « … un confronto politico-militare tra stati o gruppi contendenti, al di sotto della guerra convenzionale e oltre l’ordinaria, pacifica competizione tra stati. Spesso implica prolungate lotte di principi ed ideologie concorrenti fra loro. Il LIC spazia dalla sovversione all’uso delle forze armate. Si sostanzia di una combinazione di mezzi, adopera strumenti politici, economici, informativi e militari. I LIC sono spesso circoscritti a certe aree, generalmente nel Terzo Mondo, ma implicano questioni di sicurezza regionale e globale. »

Mauro Tozzato                       02.12.2015

Fonte: http://www.conflittiestrategie.it/note-a-margine-di-alcuni-articoli-sui-conflitti-mediorientali-e-sullisis

RATTI senza vergogna, Leon prendeva 50000 euro al mese dagli Emirati

Cè poco da dire, lo veniamo a sapere da uno dei tanti articoli in rete, ovviamente adesso Leon ha terminato il suo mandato, il suo “piano di riconciliazione” è fallito, entrambi i “parlamenti” dei RATTI lo hanno respinto, il popolo libico intero, ha manifestato contro,  ma questo la dice lunga sulla gente che dovrebbe decidere le sorti del popolo Libico?  ( ANCORA PER POCO)

5 Nov 2015 16.39

All’inviato dell’Onu in Libia un lavoro da 50mila euro al mese negli Emirati

L’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, Bernardino León, dirigerà un centro governativo di studi diplomatici negli Emirati Arabi Uniti, i cui vertici politici sono coinvolti nella crisi libica come sostenitori delle autorità di Tobruk, riconosciute dalla comunità internazionale. La notizia è uscita sul Guardian, che denuncia un possibile conflitto d’interesse rispetto all’attività di mediatore che l’ex ministro degli esteri spagnolo ha portato avanti nell’ultimo anno.
Secondo il quotidiano britannico, León ha discusso l’estate scorsa i termini del suo nuovo contratto da circa 50mila euro al mese. Il mandato come negoziatore delle Nazioni Unite terminerà venerdì 6 novembre, quando León sarà sostituito dal diplomatico tedesco Martin Kobler. León ha negato qualsiasi conflitto di interessi, sottolineando che aveva comunicato la propria intenzione di lasciare l’incarico all’Onu prima dell’inizio di settembre.
Le linee guida per i mediatori internazionali delle Nazioni Unite stabiliscono che i diplomatici con questo tipo di ruolo non devono “accettare forme di sostegno da parte di attori esterni che potrebbero influenzare l’imparzialità del processo di mediazione” e che dovrebbero “cedere l’incarico nel caso in cui sentano di non poter mantenere un approccio imparziale”.
Le forze in campo in Libia. Dal 2011 il paese nordafricano è diviso tra diverse fazioni in guerra per il potere e al momento ha due governi e due parlamenti. Gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto appoggiano il governo di Tobruk che controlla l’est del paese ed è riconosciuto dalla comunità internazionale. Il parlamento di Tobruk è stato eletto il 25 giugno 2014, ma la corte costituzionale di Tripoli, dove ha sede l’altro governo, ha dichiarato incostituzionali le elezioni il 6 novembre 2014 – che hanno registrato un’affluenza del 18 per cento. Turchia e Qatar, sospettati di aiutare i gruppi di jihadisti, sostengono il governo di Tripoli, dove si riunisce ancora il vecchio parlamento libico, in cui c’è una forte presenza di Fratelli musulmani e che è appoggiato dai miliziani islamici della coalizione Alba libica.
Le email sulla Libia tra León e il ministro degli Emirati. I giornalisti del Guardian sono entrati in possesso di diverse email di León. Cinque mesi dopo l’inizio del suo incarico in Libia il diplomatico spagnolo ha scritto un messaggio dal suo indirizzo personale al ministro degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Abdullah bin Zayed. León riferisce che i governi europei e gli Stati Uniti insistono perché si tenga una conferenza di pace sulla Libia e aggiunge: “Questa opzione a mio parere è peggiore del dialogo politico perché metterebbe sullo stesso piano entrambi gli attori”. Nel messaggio, León illustra un piano per mettere fine all’alleanza tra gli islamisti che sostengono il governo di Tripoli e i ricchi commercianti di Misurata e ribadisce la necessità di appoggiare il parlamento di Tobruk.
Nella stessa email León ammette che non sta lavorando a “un piano politico che coinvolga tutte le parti”, citando una strategia per “delegittimare completamente” il parlamento di Tripoli. L’ex ministro spagnolo ammette che tutte le sue proposte sono sempre state discusse con Tobruk, con l’ambasciatore libico negli Emirati, Aref Nayed, e con Mahmud Gibril, ex primo ministro della Libia. León conclude l’email scrivendo: “Posso controllare il processo finché sono qui. Tuttavia non penso di restare a lungo, sono visto come uno sponsor del parlamento di Tobruk. Ho consigliato agli Stati Uniti, al Regno Unito e all’Unione europea di lavorare con voi”.
Chiamato a commentare questo scambio di informazioni dal Guardian, León ha negato di aver favorito una delle parti protagoniste del conflitto e ha detto di aver avuto corrispondenze simili anche con paesi che appoggiavano Tripoli “in uno spirito simile” con l’obiettivo di costruire un rapporto di fiducia.
La proposta di lavoro. León ha ricevuto la proposta di lavoro dagli Emirati nel giugno scorso e per tutta l’estate ha contrattato le condizioni per il nuovo impiego, in particolare la questione delle spese dell’alloggio ad Abu Dhabi. In un’email tra il sottosegretario alla presidenza Ahmed al Jaber e il ministro Abdullah bin Zayed si legge che León non riesce a trovare una sistemazione per sé e per la famiglia che rientri nel budget di 90mila euro l’anno previsti dal contratto, e per questo vorrebbe circa il doppio della somma per una casa dello stesso livello di quella dove vive a Madrid.
In agosto León ha scritto al ministro degli esteri degli Emirati per avvertirlo di essere in lizza per un importante incarico dell’Onu dando piena disponibilità a rifiutare il ruolo nel caso in cui l’impegno con il centro studi governativo lo richiedesse.
Il 2 novembre León, contattato dal Guardian, ha scritto di non aver accettato il lavoro negli Emirati Arabi Uniti, precisando di non aver ancora firmato nessun contratto: ha proposto un’intervista al quotidiano per spiegare le sue ragioni, ma prima che fosse possibile realizzarla è arrivato l’annuncio ufficiale sul suo incarico da parte delle autorità di Abu Dhabi. Il diplomatico ha anche dichiarato che le email pubblicate sono state manipolate e gettano una luce parziale sul suo operato.

 http://marionessuno.blogspot.it/2015/11/ratti-senza-vergogna-leon-prende-50000.html

L’ONU è responsabile della Guerra Civile in Libia

27 ottobre 2015

Il Prof. Ibrahim Magdud, direttore dell’Accademia libica in Italia e docente di storia dei paesi islamici all’Università Niccolò Cusano, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “Il mondo è piccolo”, condotta da Fabio Stefanelli, su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano.
Il processo negoziale per un accordo di unità nazionale in Libia va avanti, ma il Parlamento di Tobruk non ha approvato il piano dell’inviato dell’Onu Bernardino Leon. “Non è che hanno rifiutato l’accordo –spiega Magdud-, hanno fatto le riserve senza fare la ratifica dell’accordo. Il Parlamento non ha voluto confermare quest’accordo sul governo di unità nazionale, perché non è stata rispettata la quarta bozza dove c’era la lista dei candidati al governo, su cui erano d’accordo sia quelli di Tripoli che di Tobruk. Leon ha presentato una lista al di fuori di quell’accordo. L’Onu ha voluto imporre un governo. E’ la stessa cosa che si è verificata in Afghanistan e in Iraq”.

“La questione è molto grande –prosegue Magdud-. Non c’è mai stato un discorso tra libici e libici, ci sono sempre state forti pressioni esterni, da Qatar, Turchia, Francia e Inghilterra. La notizia nuova è che si riuniranno il Parlamento di Tripoli e di Tobruk per fare in modo che si arrivi ad una soluzione che vada bene ad entrambe le parti libiche. La rappresentanza delle Nazioni Unite in Libia può solamente partecipare come consulente, non come parte in causa decisiva”.
“La maggior parte dei gruppi armati –afferma Magdud- sono finanziati da Paesi esteri e sottostanno all’accordo politico. Non è che sono proprio cani sciolti. I cani sciolti sono quelli delle bande criminali. Per quanto riguarda le minoranze, in Libia ce ne sono tre e ci sono delle dispute territoriali tra loro. Il problema sta al sud della Libia”.
“Il pericolo, con la pressione russa sulla Siria e con la convivenza della Turchia, è che molti dell’Isis potrebbero venire in Libia. La Libia potrebbe raccogliere tutti i fuggiaschi dalla Siria e diventare la culla dello Stato Islamico. Questo ovviamente diventerebbe un pericolo anche per l’Italia. Tutti quelli dell’Isis che vanno in Siria, prendono l’aereo dalla Tunisia per Istanbul e poi vanno in Siria. Questa è una situazione che conosce tutto il mondo arabo”.

Preso da: http://www.secolo-trentino.com/32648/esteri/lonu-e-responsabile-della-guerra-civile-in-libia.html

Il nuovo ascaro degli USA in Medio Oriente: l’ISIS

Scritto il febbraio 16, 2015 by Federico Dezzani

Questa settimana ci occuperemo ovviamente di Libia e lo faremo con due articoli in successione. Nel primo studieremo l’origine dell’ISIS, secondo mostruoso parto dell’intelligence americana dopo Al Qaida, mentre il secondo ripartirà dal nostro pezzo “Libia: sfida Russia-USA?” pubblicato nel novembre 2014, proseguendo sino ai velleitari piani bellici di oggi.

Italiani, all’armi!

L’ISIS infatti rafforza le sue posizioni sulle coste libiche e, stando al piano strategico “The Islamic State 2015” redatto in inglese ad uso e consumo del pubblico occidentale, intende trasformare la “quarta sponda” in una base di lancio missilistica per colpire l’Italia in vista di un’invasione da sud del continente. Roma esce dal letargo libico in cui era caduta e, per bocca dei ministri Roberta Pinotti e Paolo Gentiloni, azzarda l’invio di almeno 5.000 uomini e chiede per sé la guida di una coalizione internazionale.

L’ultima volta che un presunto missile libico colpì l’Italia fu nel 1986 quando secondo i media il Colonnello Gheddafi avrebbe lanciato due missili balistici a corto raggio Scud contro Lampedusa, in risposta ai raid aerei americani con cui il presidente americano Ronald Reagan aveva cercato di liquidarlo: che l’episodio, come afferma l’allora capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare Basilio Cottone1, fosse una montura di servizi segreti stranieri finalizzata a compromettere le relazioni italo-libiche, ci ricorda che il terrorismo è lo strumento di manipolazione dell’opinione pubblica per eccellenza.

Il modus operandi dell’ISIS è talmente efferato ed amorale che obbliga a chiedersi se il suo obbiettivo sia effettivamente l’instaurazione del Califfato Islamico oppure sia l’ennesima sigla dietro cui si nascondo determinati interessi: si può fare proselitismo sgozzando cooperanti inglesi, decapitando i copti egiziani, crocifiggendo i cristiani siriani, seppellendo vivi i bambini iracheni o facendo saltare in aria le mura di Ninive?

Se l’Università cairota di Al-Azhar, una delle massime autorità dell’islam sunnita cui pretende di appartenere anche l’ISIS, ha fermamente condannato l’organizzazione terroristica e ha invocato pene esemplari per i suoi membri2, ad Occidente c’è invece chi ha interesse nel proliferare dello Stato Islamico, perché alimenta quello stato di assedio nato dopo la strage di Charlie Hebdo (“Prendere atto della Terza Guerra Mondiale” scriveva il 9 gennaio Lucia Annunziata) e consente di mettere a ferro e fuoco quegli Stati (Siria, Libano, Iraq) dove è forte l’influenza iraniana e russa.

La sua apparizione sul palcoscenico internazionale l’ISIS ( Islamic State of Iraq and al-Sham noto anche come ISIL, Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) la fa proprio in Siria nella primavera del 2013 quando l’opposizione al regime di Bashar Assad (il Free Syrian Army e l’organizzazione terroristica Fronte al-Nusra, finanziati ed equipaggiati da Turchia, Qatar, Arabia Saudita, NATO ed Israele) subisce una sconfitta strategica nella battaglia di Al-Qusayr3, la “Stalingrado” dell’insurrezione siriana.

Se un tentativo di ribaltare la situazione del campo sarà abbozzato pochi mesi dopo dal trio Washington-Londra-Parigi che cercheranno invano di bombardare l’Esercito Arabo Siriano sull’onda del falso attacco chimico di Damasco, il capo di Al Qaida, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, anticipa tutti lanciando nell’aprile del 2013 un provvidenziale appello per l’unità delle milizie sunnite e l’instaurazione di uno Stato Islamico4. Risponde pochi giorni dopo lo sceicco Abu Bakr al-Husseini al-Baghdadi che in un messaggio video proclama che l’organizzazione terroristica di cui è capo, lo Stato Islamico operante in Iraq, estenderà il suo raggio d’azione alla Siria, prendendo il nome d’ora in vanti di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante5. Così facendo l’ISIS entra in diretta concorrenza con il Fronte al-Nusra, anch’esso riconducibile all’estremismo sunnita, ed inizia un processo di inglobamento del secondo, accompagnato da saltuarie ma sanguinose faide6: a facilitare l’integrazione però concorre la reciproca presunta conoscenza tra il capo dell’ISIS, Al-Baghdadi, e quello di al-Nusra, Abu Muhammad al-Golani, entrambi veterani di Al Qaida in Iraq ed ex-camerati7.

L’ISIS sembra eclissare in questi ultimi mesi la stessa Al Qaida (l’ultima azione significativa rivendicata da quest’ultima è la strage di Charlie Hebdo) seguendo quel tipico percorso di progressiva sostituzione delle organizzazione terroristiche man mano che si usurano. Anche l’Italia ha vissuto durante gli anni della strategia della tensione una simile esperienza con l’avvidendarsi del terrorismo nero, quindi rosso ed infine mafioso.

Chi è Abu Bakr al-Baghdadi, l’enigmatico capo dell’ISIS

La voce dello sceicco Al-Baghdadi è stata diffusa pochi giorni fa dalle stazioni radio di Sirte, Libia, quando l’ISIS ha preso possesso della città: il messaggio di Al-Baghdadi, dato significativo, non è stato registrato per l’occasione ma è stato estrapolato da un sermone di diversi mesi prima dove si profetizzava l’avvento del Califfato8. Chi è dunque Al-Baghdadi e come ha creato questo temibile strumento di terrore che semina morte da Tripoli al Kurdistan iracheno? Esistono sul suo contro tre versioni, dalla più estrema alla più conservativa: le riportiamo tutte dal momento che spesso le menzogne sono deformazioni della verità.

In base alla prima tesi Abu Bakr al-Baghdadi non sarebbe nato nel 1971 a Samarra, Iraq, né sarebbe uno sceicco/emiro/califfo a capo di una brigata internazionale di islamici fanatici, bensì un prodotto di marketing simile ai cantati plasmati da zero nei reality televisivi: sarebbe infatti un agente del Mossad o secondo un’altra variante avrebbe ricevuto una formazione dal Mossad in materia di teologia islamica ed oratoria9. Di certo possiamo dire che l’ISIS non ha mai costituito una seria minaccia per Israele ma al contrario un vantaggio tattico: l’organizzazione terroristica ha messo a ferro e fuoco la Siria di Assad e l’Iraq di Maliki mentre ha indotto Giordania ed Egitto a collaborare con Tel Aviv in materia di sicurezza10.

La seconda tesi prende spunto da un articolo apparso nel 2007 sull’autorevole New York Times: Al-Baghdadi sarebbe un personaggio fittizio, interpretato dall’attore Abu Adullah al-Naima e commissionato da “Al Qaida in Iraq” per leggere i suoi sermoni affinché la rete terroristica sembrasse guidata da un iracheno e non da stranieri come in realtà era. L’articolo riportava inoltre notizie di una possibile uccisione di Al-Baghdadi per mano delle truppe americane già nel 2007. Ricordiamo che Al Qaida non esisteva in Iraq prima dell’invasione anglo-americana e che la disfatta militare della coalizione non è stata opera dell’organizzazione di Bin Laden, ma dei sunniti epurati dall’esercito dopo l’abbattimento del regime di Saddam Hussein e degli sciiti della milizia Jaish al-Mahdi.

La terza tesi, quella più conservativa, ruota attorno ad un articolo del dicembre 2014 apparso su The Guardian11 secondo cui Al-Baghdadi, terrorista in carne ed ossa, sarebbe stato catturato dagli americani poco dopo l’invasione e rinchiuso nel carcere di Bucca: qui il “califfo” avrebbe fatto conoscenza con gli altri detenuti e forgiato le basi ideologiche del futuro ISIS fino alla sua provvidenziale scarcerazione del dicembre del 2004 (secondo altri sarebbe stato scarcerato nel 200912).

In definitiva, Al-Baghdadi esiste oppure no? È vivo oppure è morto nel 2007 o nel settembre 2014 sotto i bombardamenti americani su Mosul13? Sono quesiti che possono rimanere senza risposta: è importante focalizzarsi su ciò che l’ISIS fa e riflettere sul “cui prodest”.

ISIS: forza e composizione

L’ISIS è una brigata internazionale del terrorismo i cui effettivi variano, a seconda delle stime, dai 7.00014 ai 30.00015 miliziani, con una forte presenza di stranieri (circa 3.000 nel teatro iracheno e siriano16). Tranne l’uso sporadico di qualche aereo o carrarmato, dispongono delle tradizionali armi della guerriglia, alcune di fabbricazione americana paracadutate in loco direttamente dalla US Air Force17 ed alcune abbandonate dall’esercito iracheno in ritirata18.

Come nel caso di Al-Nusra in Siria, anche le milizie islamiste autoctone che controllano Tripoli, riunite sotto la sigla Fajr Lybia, hanno patito l’arrivo dell’ISIS che prende velocemente il sopravvento e marginalizza le organizzazioni islamiste locali fino alla cancellazione/inglobamento19.

A cosa serve l’ISIS

L’ISIS ha guadagno le prime pagine dei giornali quando, nella tarda primavera del 2014, esce dalle sue consolidate basi lungo la valle dell’Eufrate (Raqqa, Deir Ez-Zor, Abu Kamal) e penetra a fondo in Iraq, in direzione nord (Kurdistan iracheno) e sud (Baghdad): verso al fine di giugno la caduta della capitale sembra imminente20 ed il premier filo-iraniano Nuri Al-Maliki è costretto alle dimissioni a metà agosto, con grande gioia di Washinton.

Nel settembre gli USA ed i loro tradizionali alleati (UK, Francia, Giordania, Arabia Saudita, Kuwait, etc.) avviano una lunga serie di raid aerei contro l’ISIS dai dubbi risultati, mentre sul lato opposto l’Iran incrementa l’invio di addestratori ed ufficiali per ricostruire da zero l’esercito iracheno21 e la Russia mantiene fede ai contratti precedentemente firmati inviando a Baghdad gli elicotteri d’attacco Mi-35 ed i caccia Su-2522.

Sottolineiamo come chi avesse tutto da perdere dall’avanzata dell’ISIS fossero il governo centrale di Baghdad e l’Iran che, attraverso un Iraq unito, riusciva a proiettarsi sino alla Siria ed al Libano. Chi ha tutto da guadagnare salla politica destabilizzante dell’ISIS sono invece quei paesi (USA, UK, Francia, Israele in testa) interessati alla cancellazione delle vecchie frontiere coloniali ed alla sostituzione degli Stati attuali con una miriade di “cantoni svizzeri” diversi per etnia e religione.

L’agenda dell’ISIS (il Califfato sunnita, l’espulsione del Kurdistan dall’Iraq, lo sbarco a Tripoli,etc.) ricalca infatti punto per punto i piani per un “Nuovo Medio Oriente” che sono stati fatti trapelare dal 2006 od oggi e che, anno dopo anno, profetizzano una sembra maggiore balcanizzazione della regione e la sua divisione secondo linee etniche e religiose. Il processo, lo vediamo ogni giorno, è accompagnato da una sempre più efferata pulizia etnica di cui le prime vittime sono le minoranze religiose, specialmente quelle cristiane.

Alleghiamo una mappa che esemplifica la spartizione cui si sta sottoponendo il Medio Oriente: la carta è apparsa nel settembre del 2013 sul New York Times23 e l’autrice, Robin Wright, è un membro del pensatoio Carnegie Endowment for International Peace.

Conclusione: l’ISIS è uno strumento della politica estera americana

L’ISIS è un esercito itinerante di mercenari e tagliagole, spostato dagli USA in tutto il Medio Oriente con finalità di destabilizzazione: scopo dell’organizzazione terroristica è portare la guerra dentro ai confini degli stati ostili a Washington, dilaniandoli con guerre a sfondo pseudo-religioso fino allo smembramento.

Pensare di debellare l’ISIS è ingenuo come sarebbe stato credere di eliminare in Italia, durante gli anni di piombo, i vertici delle Brigate Rosse, di Ordine Nuovo o di Avanguardia Nazionale (vedi omicidio Calabresi): la simbiosi tra il terrorismo ed establishment è tale da rendere superfluo ogni tentativo.

L’Italia deve tremare per l’arrivo dell’ISIS in Libia non perché la esponga a improbabili lanci di missili, quanto piuttosto perché è il segnale che Washington ha avviato una nuova campagna di destabilizzazione in tutto il Nord Africa, a quattro anni dalla “Primavera araba” targata CIA.

Salvare la Libia dal caos è possibile ma la soluzione non passa per le velleitarie ipotesi di un intervento terrestre italiano in territorio libico, bensì nel supporto illimitato a tutte quelle forze interne ed esterne alla Libia interessate a fermare la politica destabilizzatrice di Washington.

Ce ne occuperemo nel prossimo articolo.

1http://www.paginedidifesa.it/2005/salpietro_050920.html

2http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/grande-imam-di-al-azhar-attacca-l-isis-i-terroristi-andrebbero-crocifissi-_2093784-201502a.shtml

3http://www.lastampa.it/2013/05/20/esteri/la-battaglia-di-qusayr-assad-scacco-ai-ribelli-con-l-aiuto-di-hezbollah-1cTkwynoTagFEZT3ZqGVDJ/pagina.html

4http://rt.com/news/zawahiri-qaeda-islamic-state-469/

5http://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/view/al-qaeda-announces-an-islamic-state-in-syria

6http://syriahr.com/en/2015/01/isis-clashes-with-jabhat-al-nusra-and-islamic-battalions-around-mare-town/

7http://www.repubblica.it/esteri/2015/01/01/news/al_nusra_scheda-104138230/

8http://www.adnkronos.com/aki-it/sicurezza/2015/02/13/alla-conquista-della-libia-controlla-radio-sirte-ordina-alla-popolazione-sottomettersi_w06Sn0G8Q5SsU9Ar6rkGMN.html

9http://www.agoravox.it/Il-Califfo-del-Mossad.html

10http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/.premium-1.641497

11http://www.theguardian.com/world/2014/dec/11/-sp-isis-the-inside-story

12http://www.politifact.com/punditfact/statements/2014/jun/19/jeanine-pirro/foxs-pirro-obama-set-isis-leader-free-2009/

13http://www.iraqinews.com/iraq-war/urgent-isis-leader-abu-bakr-al-baghdadi-allegedly-killed-us-airstrikes/

14http://www.theguardian.com/world/2014/jun/12/how-battle-ready-isis-iraqi-army-peshmerga

15http://www.vox.com/2014/9/12/6138977/isis-iraq-numbers

16http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21604230-extreme-islamist-group-seeks-create-caliphate-and-spread-jihad-across

17http://www.theguardian.com/world/2014/oct/22/isis-us-airdrop-weapons-pentagon

18http://www.alternet.org/world/how-isis-ended-stocked-american-weapons

19http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2015/02/15/lisis-avanza-in-libia.-gentiloni-pronti-a-combattere-con-onu_9fdcefab-3ef5-443b-b48c-3ba44c71d74d.html

20http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2014/06/28/ARjQLPx-arrivano_qaedisti_periferia.shtml

21http://www.bloombergview.com/articles/2015-02-03/exclusive-iran-s-militias-are-taking-over-iraq-s-army

22http://english.alarabiya.net/en/News/2014/07/24/Russia-delivering-weapons-to-Iraq.html

Preso da: http://federicodezzani.altervista.org/libia1-il-nuovo-ascaro-degli-usa-mo-lisis/