Lo strano parco macchine dell’Isis

24 ottobre 2016

toyota788«Raid e bombe americane su Mosul». Così il titolo di un articolo di Alberto Stabile sulla Stampa del 24 ottobre fotografa l’avanzata della coalizione anti-Isis a Mosul. Nell’articolo, Stabile dettaglia che sono entrati in azione gli F 16 dell’U.s. Air force, i quali stanno bersagliando la zona d’attacco per aprire la strada alle truppe di terra.

Nello stesso articolo si ripete la nota quanto tragica situazione dei civili, che l’Isis tiene in ostaggio. Mentre in altro articolo, stavolta di Paolo Mieli sul Corriere della Sera dello stesso giorno, si riferisce dei festeggiamenti della popolazione civile perché finalmente, dopo due anni, qualcuno attacca i terroristi che li opprimono.

Le stesse cose avvengono in Aleppo: i siriani festeggiano quando dei quartieri sono strappati al Terrore, e salutano con sollievo l’offensiva del governo contro le zone ancora occupate. Non solo, anche in Aleppo Est i civili sono ostaggio delle milizie jihadiste guidate da al Nusra (al Qaeda), le quali controllano questa parte della città. Tanto che i corridoi umanitari lasciati aperti da Damasco per consentir loro di fuggire non hanno avuto alcun esito: nessuno li ha utilizzati. Gli jihadisti lo impediscono, come a Mosul.

Eppure i bombardamenti russi e siriani, a differenza di quelli americani, sono cattivi. Questa la narrazione ufficiale, alquanto bizzarra.
Non siamo fan delle bombe, né delle guerre. E sappiamo bene che questa guerra potrebbe finire senza altro spargimento di sangue: basterebbe lasciare gli jihadisti senza soldi, ché senza pecunia non si comprano armi e munizioni, né si pagano i tanti costosi mercenari assoldati dalle Agenzie del Terrore in tutto il mondo.

Tagliati i fondi, anche le varie Agenzie del Terrore sarebbero costrette a chiudere i battenti, a Mosul come ad Aleppo come nel resto del mondo.
Ma evidentemente è rimasto lettera morta il suggerimento di John Potesta all’allora Segretario di Stato (e sembra futuro presidente Usa) Hillary Clinton di far «pressioni sui governi di Qatar e Arabia Saudita, che stanno fornendo supporto finanziario e logistico clandestino all’ISIL [Isis ndr.] e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione» (mail rivelata da wikileaks; sul punto vedi nota precedente).

Significativo anche l’accenno agli altri «gruppi radicali sunniti» della mail, che indica come gli stessi ambiti che sostengono l’Isis supportano, ovviamente allo stesso scopo, anche i miliziani di Aleppo Est, beneamini dell’Occidente.

Tale sostegno si realizza in tanti modi: a parte le armi e le munizioni, ci sono gli aiuti di natura umanitaria e sanitaria (i gruppi terroristi godono di servizi sanitari di altissimo livello, assicurati loro da diverse ong internazionali che operano sul loro territorio in cambio del placet all’assistenza dei civili). E altro.

Su un piccolo aspetto di tale ausilio ha fatto chiarezza la Toyota. Interpellata da russi e siriani sui veicoli forniti all’Isis, la casa automobilistica giapponese ha svolto una indagine interna i cui risultati sono poi stati comunicati agli interessati: in effetti «migliaia di veicoli Toyota» sono finiti nelle mani dell’Isis.

Giunti loro tramite queste vie: 22.500 veicoli sono stati acquistati da una società dell’Arabia Saudita; 32.000 sono stati acquistati dal Qatar; 4.500 sono pervenuti all’Isis tramite l’esercito della Giordania, al quale ha fatto da garante una banca dello stesso Paese.

Si tratta delle automobili immortalate nelle foto che pubblichiamo in questa pagina: veicoli nuovi fiammanti, scenografici con la loro bandiera nera che garrisce al vento quanto invisibili a droni e aerei della coalizione anti-Isis, nonostante il deserto iracheno offra invero poche opportunità mimetiche.

Val la pena accennare a questo proposito anche alle parole dell’ex ambasciatore americano alle Nazioni Unite Mark Wallace il quale ha definito la Toyota Hilux e la Toyota Land Cruiser un marchio di identificazione dell’Isis.

Non si tratta di criminalizzare la Toyota, che alla fine comunque ha risposto a una richiesta specifica sul tema, ma di notare come tale richiesta non sia mai stata avanzata prima dai volenterosi e coalizzati anti-Isis, nonostante fosse facile, come visto, porre domande e ottenere risposte.

Tale acquisto di automobili nuove peraltro è transitato tramite vie ufficiali. Si tratta di operazioni commerciali su larga scala: servono navi, banche, reti logistiche. Eppure l’intelligence occidentale non ha visto niente di niente…

Il parco macchine del Califfato è ovviamente solo una piccola parte dei tanti “aiutini” che giungono all’Agenzia del Terrore da ogni dove. Ma ha un suo significato e aiuta a intuire altro e ben più importante (qui i riferimenti, in arabo, sulla vicenda).

Preso da: http://piccolenote.ilgiornale.it/30043/lo-strano-parco-macchine-dellisis

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Hillary, la saudita

29 agosto 2016

ANDATE ALL’INFERNO!
State attenti a criticare Hillary Clinton: potreste finire all’inferno. Sul serio, lo ha detto James Carville, uno dei più influenti consiglieri politici della signora e già responsabile della sua campagna presidenziale nel 2008 (quando fu sconfitta alle primarie democratiche da Barack Obama).
Di fronte alle perplessità sul sistema di finanziamento della Fondazione di Hillary e Bill, è stato categorico: “qualcuno potrebbe finire all’inferno per questo”, perché l’attività che essa svolge è “un grande atto di carità”.

Se avessimo saputo del rischio che correvamo, non avremmo scritto, tre mesi fa un articolo in cui raccontavamo la quantità impressionante di denaro drenato nelle tasche personali dei coniugi Clinton per la loro attività di speechmaking: 30 milioni di dollari solamente tra il 20014 e il 2015; denaro che proviene da aziende private e sopratutto da Banche d’Affari (la famosa Goldman Sachs in testa) disposte a pagare prezzi esorbitanti per ascoltare a porte chiuse il Verbo di Hillary e Bill.

Ma siccome “perseverare è diabolico”, noi ritorniamo sul tema perché rappresenta una chiave di lettura importante della deriva della democrazia americana e del sistema di potere che ambisce ad occupare la Casa Bianca.
La notizia riguarda i copiosi finanziamenti alla Clinton Foundation (la Fondazione di famiglia), tutti leciti per carità, ma che mostrano come, sulla politica di Washington, forse aveva ragione il grande giornalista Michael Kinsley: “lo scandalo non è ciò che è illegale ma ciò che è legale”.
In America sospettano che Hillary Clinton abbia utilizzato il proprio ruolo politico (prima come Segretario di Stato, poi come candidato alla Presidenza) come merce di scambio per finanziamenti da parte di gruppi privati e governi.
Judicial Watch, un’organizzazione no-profit di area conservatrice, ha reso pubbliche centinaia di  pagine di mail tra l’entourage della Clinton e alcuni donatori della Fondazione che sembrano avallare lo scandalo. D’altro canto già in precedenza sospetti erano emersi come come nel caso della Boeing che, nel 2009, donò 1 milione di dollari alla Fondazione Clinton subito dopo aver chiuso un accordo commerciale di quasi 4 miliardi con la Russia il cui principale sponsor politico era stata il Segretario di Stato Hillary Clinton.
I MILIONI SAUDITI
La Clinton Foundation è un ente filantropico, che svolge attività caritatevoli in tutto il mondo. Si occupa di povertà, immigrazione, ricerca, ambiente e sopratutto di diritti civili; per questo sorprende vedere tra i principali finanziatori della Fondazione, le monarchie del Golfo Persico che sono espressione delle peggiori tirannie esistenti.
L’Arabia Saudita ha donato tra i 10 e i 25 milioni di dollari (così il range indicato dalla stessa Fondazione).
Il Kuwait tra i 5 e i 10 milioni (più o meno quanto la Fondazione di Elton John).
Qatar, Emirati Arabi ed Oman, tra 1 e 5 milioni di dollari (lo stesso range di Steven Spielberg, della Coca Cola Foundation e di Goldman Sachs).
A queste si aggiungono molte donazioni di privati come la Dubai Foundation, organizzazioni un po’ ambigue come Friends Of Saudi Arabia, membri della Casa reale come Turki bin Faisal Al Saud, miliardari sauditi come Al-Walid bin Talal, holding e multinazionali di Dubai come Al Dabbagh Group Holding.
Insomma il variegato mondo wahabita, che nega diritti umani e democrazia, finanzia una Fondazione che vuole diffondere diritti umani e democrazia. La contraddizione la vedo solo io? Ovviamente no. Glenn Greenwald, importante giornalista d’inchiesta di area liberal è stato molto chiaro in proposito: Tutti coloro che desiderano sostenere che i sauditi abbiano donato milioni di dollari alla Fondazione Clinton per il desiderio magnanimo di aiutare le sue cause benefiche, alzino la mano”.
Per carità molti governi stranieri finanziano la Fondazione Clinton; anche il nostro, attraverso il Ministero dell’Ambiente dal 2013. Ma noi siamo ancora un democrazia (forse) liberale (forse); di certo non siamo una teocrazia oscurantista che reprime i diritti umani, sponsorizza il terrorismo islamico e diffonde l’integralismo salafita per il mondo.
In effetti è difficile pensare che i monarchi sauditi siano interessati ai diritti gay visto che a casa loro li perseguitano e li mettono a morte. Difficile credere che le teocrazie più oscurantiste del pianeta Terra e sponsor dei movimenti islamisti più integralisti, abbiano a cuore i diritti delle donne. Difficile credere che dalle parti del Golfo Persico si preoccupino delle condizioni degli immigrati visto che in Qatar li sfruttano in condizioni simili ai lavori forzati come ha denunciato Amnesty International.
E non è paradossale che la Fondazione di un ex Segretario di Stato Usa si faccia finanziare da un paese che lo stesso Dipartimento di Stato Usa (che dal Segretario di Stato dipende) mette nella black list per “traffico di esseri umani”?
DUE PESI, DUE MISURE
Due anni fa in Europa fece scalpore la notizia che una banca privata russo-ceca (First Czech Russian Bank) avesse concesso un prestito al Front National di Marine Le Pen; 9 milioni di euro per la precisione, destinati a finanziare il partito in vista delle future campagne politiche. I media europei fecero a gara nel denunciare la prova lampante che Putin metteva le mani sui partiti politici europei anti-Ue.
In Italia capofila di questa scemenza fu il solito Corriere della Sera (e come poteva non essere) con un articolo delirante in cui definì che la banca privata, la “banca di Putin”.
Badate bene: in questo caso si trattava di un prestito (e non di una donazione a fondo perduto come per la Clinton) di una banca privata (e non di un governo come per la Clinton) ad un partito politico (e non direttamente alla Fondazione di famiglia, come per la Clinton). Eppure gli stessi media che gridarono allo scandalo per il caso Le Pen, sono rimasti sorprendentemente silenziosi per il caso della signora Hillary.
Per la cronaca, la First Czech Russian Bank era talmente “di Putin” che la Banca Centrale russa le ha recentemente revocato la licenza ad operare (in pratica quello che Bankitalia non fece con MPS).
CUORE E PORTAFOGLIO
Dei tanti scandali che attraversano la campagna presidenziale di Hillary Clinton, quello dei finanziamenti sauditi alla sua Fondazione e a lei stessa, sembra essere il più imbarazzante; ancora più dei disastri della politica estera o del MailGate.
Rimane una verità non consolante: per il Partito Democratico americano vale la stessa regola del Partito Democratico italiano: più il cuore è a sinistra e più il portafoglio sta rigorosamente a destra. In questo la sinistra di tutto il mondo è perfettamente coerente con se stessa.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

Preso da: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2016/08/29/hillary-la-saudita/

Clinton, Isis e sauditi: una rivelazione clamorosa

12 ottobre 2016

L’IPOCRISIA SVELATA
I governi di Qatar e Arabia Saudita stanno fornendo supporto finanziario e logistico clandestino all’Isis e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione”.
A scriverlo è Hillary Clinton in una mail indirizzata nell’agosto del 2014 a John Podesta (da sempre uno dei più stretti collaboratori della famiglia Clinton ed oggi a capo della sua campagna elettorale).

La mail, rilasciata da Wikileaks, è clamorosa.
Se l’America fosse ancora una democrazia sana e non sottomessa ad un’élite tecnocratica e finanziaria che pilota crisi internazionali e guerre umanitarie (di cui la Clinton è la rappresentante), lo scandalo di questa mail costringerebbe la candidata Presidente al ritiro.
Il motivo è evidente: nonostante fosse a conoscenza dell’appoggio che i regimi del Golfo alleati degli Usa danno all’Isis, la Clinton ha continuato ad accettare milioni di dollari di finanziamento per la sua Fondazione proprio da questi regimi che lei stessa riconosce essere sponsor del terrorismo islamista.


Dell’imbarazzante finanziamento saudita alla signora abbiamo ampiamente parlato in questo articolo dell’agosto scorso che invito a rileggere per sopperire alle “distrazioni” del mainstream democratico.

UN LIBRO PAGA IMBARAZZANTE
In altre parole: la candidata alla Presidenza degli Stati Uniti riceve enormi quantità di denaro da  “stati canaglia” che lei stessa sa essere fiancheggiatori del terrorismo e ispiratori di coloro che poi in Usa e in Europa uccidono cittadini americani ed europei.
Basterebbe questo per capire l’ipocrisia che alimenta la retorica occidentale della “lotta al terrorismo” e della difesa delle democrazie dal pericolo di coloro che le vogliono distruggere. Difficile difendersi quando sei sul libro paga dall’amico del tuo nemico; e l’eventualità che su questo libro paga ci possa essere un futuro Presidente degli Stati Uniti rende oscuro il futuro  dell’America.
APOCALISSE CHIAMATA CLINTON
CtsLnJgXYAAVUKdIn questa campagna elettorale per le Presidenziali, Trump, il rivale della Clinton, è stato ripetutamente attaccato per il suo atteggiamento non ostile nei confronti della Russia di Putin; è stato dipinto come una sorta di Manchurian Candidate manipolabile da potenze straniere.
Nell’ultimo dibattito televisivo, la Clinton è arrivata ad affermare: “non è mai successo prima che un avversario (Putin) si adoperasse così tanto per influenzare il risultato delle elezioni”.
Ma Putin non finanzia la campagna elettorale di Trump; e la Russia è impegnata a combattere l’Isis e il terrorismo islamista sia in Siria che in Asia centrale.
Al contrario, i sauditi amici della Clinton finanziano la sua Fondazione di famiglia con la stessa mano con cui finanziano l’Isis, Al Qaeda e diffondono l’integralismo islamico in Europa.
Questo cinismo, questa spregiudicatezza nell’uso di un potere senza regole, nella manipolazione dei media sui quali non troverete queste notizia, sommati ad una visione (da lei incarnata quando è stata Segretario di Stato) del ruolo degli Stati Uniti come gendarmi del mondo ed autorizzati a scatenare guerre umanitarie dietro pretesti inventati (come nel caso della Libia), ad orchestrare crisi nazionali e “colpi di Stato democratici” (come nel caso dell’Ucraina), rendono la Clinton un pericolo reale per l’America e per il mondo.
Nel suo appello agli elettori, la Clinton ha ammonito con tono profetico: “io sono l’ultima cosa tra voi e l’Apocalisse”. Sarà, ma per ora lei è la prima cosa tra i tiranni sauditi e i tagliagole dell’Isis; questo dovrebbe preoccupare l’America.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

Preso da: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2016/10/12/clinton-isis-e-sauditi-una-rivelazione-clamorosa/

Libia: nuove verità su una guerra sporca

6 ottobre 2016
MENZOGNE E BUONI PROPOSITI
Non abbiamo molto tempo. È una questione di giorni, forse di ore. Ogni ora e giorno che passano significano un ulteriore giro di vite e di repressione contro la popolazione civile che vuole la libertà; ogni ora e giorno che passano aumenta il peso della responsabilità sulle nostre spalle”.

Era il 17 marzo del 2011 quando davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel pieno della crisi libica, il Ministro degli Esteri francese Alain Juppè pronunciava queste parole con la determinazione ed il pathos tipici dell’uomo di governo quando mente.
La Comunità internazionale doveva decidere se accettare la Risoluzione 1973 voluta dalla Francia per imporre la no-fly zone alla Libia: di fatto autorizzare l’intervento militare occidentale al fianco dei ribelli anti-Gheddafi.
In Occidente la menzogna si motiva sempre di buoni propositi; e così mentre la Francia giurava solennemente a se stessa e al mondo che mai avrebbe abbandonato “le popolazioni civili e le vittime della brutale repressione, al loro destino” e mai avrebbe permesso “che lo stato di diritto e la morale internazionale venissero calpestati”, i dirigenti dei più importanti gruppi industriali francesi (Total, Eads e Thalys) si incontravano a Bengasi con i componenti del Consiglio Nazionale Libico, per spartirsi la preda; Consiglio composto da capi ribelli opportunamente selezionati ed istruiti da Parigi grazie all’attività frenetica di Bernard-Henry Levi il “filosofo” sodale di Sarkozy, esperto di manipolazioni mediatiche; giusto per capire quanto spontanea fu la “rivolta del popolo contro Gheddafi”.
UNA RELAZIONE SHOCK
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Che la guerra alla Libia sia stato tutto tranne un sussulto umanitario dell’Occidente, ormai è dominio comune (e non solo dei soliti complottisti che lo spiegavano già nel 2011). Gli ultimi ad ammetterlo sono gli inglesi in una relazione shock del Parlamento britannico che ovviamente invano cercherete sui media.

Nelle 46 pagine presentate dalla Commissione Affari Esteri si afferma che:
1) L’intervento britannico in Libia al seguito della Francia è avvenuto al buio senza le necessarie conoscenze di ciò che stava realmente accadendo in quel paese
2) La violazione dei diritti umani di massa da parte di Gheddafi (alla base dell’intervento) non è mai stata confermata; mentre è confermato che crimini (esecuzioni sommarie anche di civili e torture) furono compiuti da entrambe le parti, quindi anche dai ribelli che in Occidente venivano dipinti come pacifici e democratici
3) I Servizi d’intelligence britannici furono inadeguati a comprendere la misura della presenza islamista legata ad Al Qaeda all’interno dei famosi ribelli “moderati”
4) La risoluzione Onu prevedeva l’embargo della armi alle parti in guerra, ma molti paesi la violarono (dopo averla imposta) rifornendo di armi i ribelli anti-Gheddafi
5) La sconfitta militare del regime avvenne solo grazia alla “combinazione tra forza aerea della coalizione, fornitura di armi, di intelligence e di personale militare (anche da Turchia, Arabia Saudita e Qatar) garantito ai ribelli”. In altre parole senza l’intervento straniero Gheddafi non sarebbe caduto.
6) Vi erano disponibili almeno due opzioni politiche “se il governo britannico avesse aderito allo spirito della risoluzione 1973; ma non furono mai percorse.
UMANITARISMO????
La relazione parlamentare inoltre dà credito alle rivelazioni di Sidney Blumenthal, consigliere personale di Hillary Clinton (allora Segretario di Stato), che, in una mail a Hillary, spiegò le vere ragioni dell’attivismo francese:
A) ottenere una maggiore quota di produzione di petrolio (soppiantando il ruolo dell’Eni aggiungiamo noi)
B) Aumentare l’influenza francese in Nord Africa
C) Migliorare la sua situazione politica interna in Francia (in vista della scadenza elettorale)
D) Fornire ai militari francesi l’opportunità di riaffermare la propria posizione nel mondo
E) Scongiurare il progetto di Gheddafi di soppiantare la Francia come potenza dominante nell’Africa francofona (attraverso la creazione una moneta panafricana che avrebbe sostituito il Franco Francese Africano)
Altro che umanitarismo e difesa del diritto internazionale!
La guerra alla Libia rimane una delle più disastrose (e vergognose) pagine dell’Occidente e una delle cause dell’attuale disastro mediorientale. La distruzione della Libia ha consentito l’espansione del terrorismo jihadista nel Mediterraneo (come previsto dallo stesso Gheddafi) e generato il dramma dei profughi in Europa.
Un grazie sentito a chi di dovere.

Occidente fariseo

Molte sono state e sono le bugie degli organi d’informazione circa la situazione in Siria. L’obiettivo? Sempre il solito. La conquista delle coscienze e del consenso. E a riguardo non si può dire che questo: il nostro è un Occidente fariseo, dove la menzogna tiene banco di prova. Sta alla vera stampa invertire la narrativa Neocon della guerra.

di Claudio Davini – 10 settembre 2016 

Narrativa manichea: ecco il marchio di fabbrica di certa stampa occidentale. Soprattutto per quel che riguarda l’apologetica dei conflitti scatenati dagli Stati Uniti. Non sono trascorsi troppi anni da quando Colin Powell, segretario di Stato Usa nel 2003, agitava in mondovisione una boccettina da un grammo d’antrace per mostrare come la guerra d’Iraq fosse l’impresa dei giusti contro il male. Sappiamo tutti com’è andata a finire: armi di distruzione di massa inesistenti e Paese devastato. Storia simile per la Siria. Sin dall’inizio del conflitto, Bashar al-Assad – legittimo Presidente della Nazione – è stato dipinto come il diavolo fatto persona, mentre i cosiddetti ribelli moderati sono stati presentati nelle vesti della bontà più sincera. E forse a nulla vale ricordare ciò che la Decima Brigata ha fatto al pilota russo atterrato col paracadute su suolo siriano dopo che il suo caccia era stato abbattuto da un F-16 turco.

Molte sono state le bugie degli organi d’informazione circa la situazione in Siria, tanto che farne una lista completa richiederebbe battute per un saggio più che per un articolo. Escludendo il ritornello sulle armi chimiche – il cui utilizzo da parte del Governo non è mai stato provato, mentre è stato dimostrato l’uso che ne hanno fatto i ribelli qaedisti – alcune delle più clamorose menzogne riguardano la battaglia di Aleppo, decisiva per l’esito della guerra e per lo stesso futuro di Bashar al-Assad, che vincendo si ritroverebbe in una posizione di forza nei negoziati internazionali. Si è scritto ovunque che il secondogenito di Hafiz al-Asad sta assediando la sua capitale, ma questo non è vero che in parte: se fino a luglio erano le forze governative con l’aiuto dei Russi a bloccare completamente l’accesso ai quartieri est della città lardellati di terroristi, non si può certo dire che ad assediare Aleppo siano state le stesse forze governative. Sono stati invero i ribelli jihadisti ad aver circondato la Bigia, dopo esser penetrati in Siria dal confine turco nell’estate del 2012. Si sono poi accusati i Russi di aver impedito la fuga dei civili dai quartieri est: un’altra frottola. Infatti, prima che i ribelli qaedisti rompessero a luglio l’accerchiamento dei quartieri est – come ha ricordato Gian Micalessin su IlGiornale.it – sia i Russi che i soldati della Repubblica garantivano il libero passaggio a tutti i civili che desiderassero abbandonare la zona ribelle e a tutti quei militanti che fossero pronti ad arrendersi. Per non parlare dell’accusa, rivolta al Presidente Bashar al-Assad, di tenere sotto scacco un’intera città d’oppositori sostenuti dalla maggioranza sunnita del Paese. Se così fosse, Aleppo, città di quasi due milioni di abitanti in larga parte sunniti, sarebbe dovuta cadere ormai da un pezzo.
Detto questo, non resta che compatire l’ipocrisia dei MogheBoys: di coloro che hanno pianto lacrime di coccodrillo sulla foto di Omran Daqneesh – il piccoletto siriano coperto di sangue e polverume. E non solo in quanto zimbelli del pietismo mediatico degli Organi d’Infarinatura McMondiani. Ma anche perché incapaci d’avvedersi della burla quotidiana dei vari Teletruffa e FuffaPost, e quindi d’affrancarsene. Poveri piccini, vittime della guerra! Ecco il ritornello che i Me(r)dia fischiettano quotidianamente. Il motivetto col quale i creduloni sciacquano la loro buona coscienza. Nondimeno, dobbiamo domandarci: chi beneficia di questa fantasiosa della guerra in Siria? Di certo ne traggono vantaggio Arabia Saudita, Qatar e Stati Uniti, che dopo aver finanziato i ribelli jihadisti e non esser però riusciti a rovesciare il legittimo governo del Presidente Bashar al-Assad non possono vendere al mondo la versione del vincitore, e debbono quindi distogliere l’attenzione dalle loro gravi responsabilità. Per farlo, come s’è visto, non esitano ad imbracciare le armi della guerra mediatica, una guerra per la conquista delle coscienze e del consenso. E a riguardo non si può dire che questo: il nostro è un Occidente fariseo, dove la menzogna tiene banco di prova. Sta dunque alla vera stampa sbugiardare le miriadi di non banali verità sulla situazione in Siria, condite d’un voluto pressappochismo circa i risultati conseguiti dalle Forze Armate della Federazione Russa e dalle Forze Armate siriane contro l’Isis. Sta dunque alla vera stampa evitare che si butti giù la pillolina lava panni dell’antiputinismo aprioristico e dei posatissimi gentilissimi pacatissimi ribelli moderati. Sta dunque alla vera stampa invertire la narrativa Neocon della guerra in Siria. E questo, in nome della verità.

Preso da: http://www.lintellettualedissidente.it/esteri-3/occidente-fariseo/

Libia: Vera storia della jihadista Hillary Clinton, mezzana del caos.

9 marzo 2016

Da qualche settimana il Washington Post e il New York Times stanno conducendo con grandi mezzi una sottile operazione: scagionare Hillary Clinton, allora segretaria di Stato, di quel che ha fatto in Libia. Hillary è la candidata preferita dell’Establishment, specie ora che si deve assolutamente evitare che alla Casa Bianca vada Trump.   Se le cose sono andate così male e la Libia è oggi uno stato fallito, è colpa di una serie di fortuite e sfortunate circostanze; lei, la Cltinon, ha deciso l’intervento per proteggere i civili libici dalla strage che stava compiendo il loro dittatore.
Per fortuna s’è formata in Usa un gruppo civico di base, la Citizen Commission on Benghazi (CCB). Lo scopo di questi cittadini: stabilire la verità su quanto accadde a Bengasi l’11 settembre 2012, quando fu attaccata la sede distaccata dell’ambasciata americana e i terroristi massacrarono l’ambasciatore Chris Stevens e tre difensori, Marines. La loro indagine (cito) “ha dimostrato che Gheddafi era un nostro alleato di fatto nella guerra al terrorismo islamico…e come l’amministrazione Obama e Hillary Clinton decisero di sostenere  ribelli legati ad Al Qaeda, invece che tenere negoziati di tregua con Gheddafi,  ciò che avrebbe portato alla sua abdicazione e alla transizione pacifica del potere”.

Sotto, i morti di Bengasi
Sotto, i morti di Bengasi

Fu il figlio del Leader, Saif, a cercare contatti con gli occidentali dopo che questi avevano ottenuto dall’Onu il mandato per l’intervento militare (17 marzo 2011) col pretesto che Gheddafi “stava massacrando il suo stesso popolo” (la guerriglia scatenata dagli islamisti era in corso). I “cittadini per Bengasi” hanno raccolto nel 2014 la testimonianza giurata del vice ammiraglio Chuck Kubik, che in quei giorni mise in contatto i rappresentanti di Gheddafi con il generale Carter Ham, il capo dell’AFRICOM (il comando supremo Usa in Africa). Kubik ha testimoniato: noi americani chiedemmo agli emissari una prova per dimostrare che chi li mandava era il loro capo: per esempio, ritirare le truppe alla periferia di Bengasi. Poche ore dopo, vedemmo che le truppe si ritiravano da Bengasi e da Misurata; fu concordata una tregua di 72 ore. Era l’inizio di una trattativa, e la controparte dimostrava la sua serietà. Gheddafi offriva d dimettersi. Gli alti ufficiali Usa si approntavano a trattare. “E allora ci è arrivata quella telefonata; l’idea fu silurata sopra la testa dell’AFRICOM”. Obama e la sua segretaria di stato Hillary volevano non solo rovesciare Gheddafi, ma erano ben consci che stavano dando il potere a terroristi di Al Qaeda. Il Katar e gli Emirati Arabi stavano spedendo armamento pesante ai ‘ribelli’ islamisti “sotto la protezione e supervisione Usa e NATO”: questo si deduce da un’altra testimonianza giurata raccolta dall’organizzazione civica CCB , la ex dirigente della CIA Clare Lopez. Gheddafi, racconta la Lopez, “collaborava da anni a tener sotto Al Qaeda nel Maghreb Islamico. Nelle sue prigioni c’erano i jihadisti di AL Qaeda”. Il governo del dittatore era riuscito anche a intercettare parte delle forniture di armamenti che Katar e Emirati mandavano ai wahabiti libici. Enormi forniture, come ha raccontato la Lopez, evocando “una visita a Tripoli dei delegati (degli Emirati)”, dove questi “scoprirono che metà del carico di armamenti del valore di un miliardo di dollari (!) che avevano pagato per i ribelli,   era stato deviato da Mustafa Abdul Jalil, i capo dei Fratelli Musulmani nel Comitato di Transizione Nazionale Libico, che l’aveva venduto a Gheddafi”: uno squarcio illuminante sul livello patriottico del personaggio, ma anche dei doppi e tripli giochi che avvenivano in quel vero nido di vipere e scorpioni che risulta essere il Comitato di Transizione, da cui – secondo la narrativa – era la opposizione moderata anti-Gheddafi,   che preparava l’instaurazione della demokràtia. Tant’è vero che Jalil, il suddetto rappresentante del Brothers, organizzò l’assassinio del general maggiore Abdel Fatah Younis, ex ministro dell’interno di Gheddafi passato all’opposizione, perché aveva scoperto che metà delle armi passavano nelle mani di Gheddafi; e incaricò dell’assassinio Mohamed Abu Khattala: il personaggio che, secondo gli americani, ha guidato l’assalto alla sede diplomatica quell’altro fatale 11 Settembre (2012) in cui i suoi uomini hanno ucciso (e sodomizzato da morto) l’ambasciatore.
Per questo motivo gli americani hanno catturato Abu Khattala e lo tengono prigioniero, senza precisa accusa, fuori dalla circolazione. Personaggi istruttivo, Abu Khattala era stato liberato dalle galere di Gheddafi nei primi giorni della “primavera libica”pagata dal Katar su supervisione NATO; aveva formato una sua milizia islamista chiamandola dal nome di uno dei compagni del Profeta “ Obeida Ibn Al Jarra” (una ventina di individui), ovviamente intruppandosi con Ansar Al Sharia (alias AL Qaeda) e il Comitato Supremo di Sicurezza,   che – sotto lo stentoreo nome – era l’apparato di sicurezza rivoluzionario creato dallo Stesso Comitato di Transizione Nazionale per propria autodifesa, nel vuoto i potere determinato dalla caduta di Gheddafi. Criminalità comune, qaedismo, buoi affari sporchi, islamismo e affarismo uniti nella lotta, Fratelli Musulmani che stanno con Al Qaeda ma la tradiscono per denaro, eccetera. Il New York Times ha dipinto una Clinton costretta a armare jihadisti perché “sempre più preoccupata che il KAtar stava fornendo armi soltanto e certe fazioni di ribelle, milizie di Misurata e brigate islamiste selezionate”. Insomma: ha davuto armare l’ISIS perché il Katar, disubbidiente come sempre ai voleri americani, armava Al Qaeda.

Abu Khattala
Abu Khattala

In realtà il giudice Andrew Napolitano, dopo inchiesta, ritiene che quelle armi che il Katar spediva ai suoi ribelli preferiti in Libia, erano armi che gli Usa avevano venduto al Katar, su specifico mandato di Hillary Clinton, la quale al proposito ha mentito sotto giuramento durante l’audizione al Senato sulla tragedia dell’ambasciatore inLibia.   Le armi erano lanciarazzi kalashnikov, missili a spalla dell’Est Europa, e delle spedizioni si occupavano ditte Usa, autorizzate legalmente al traffico di armamenti, che non hanno mai fatto mistero di   lavorare coi sevizi e il Dipartimento di Stato. Le autorizzazioni rilasciate a queste ditte dal Dipartimento di Stato sono aumentate vistosamente mentre sulla poltrona sedeva la Clinton: “Oltre 86 mila licenze per il valore di 44,3 miliardi di dollari sono state concesse nel 2011 – un aumento di oltre 10 miliardi di dollari rispetto all’anno prima”.
Uno di questi commercianti, Marc Turi, ha aggiunto: “Quando il materiale atterrava in Libia, metà andava da una parte, metà dall’altra:   questa metà è quella che è ricomparsa in Siria”: In Mano al Califfato. Risultato, Marc Turi è stato arrestato per traffico d’armi.
http://www.foxnews.com/opinion/2015/10/29/cannot-allow-hillary-clinton-midwife-to-chaos-and-public-liar-to-be-our-next-president.print.html
Turi ha detto: “Obama ha incriminato me per proteggere Hillary”. Chissà perché se l’è messo in testa.
Come tocco finale, c’è da ricordare che quell’11 Settembre, quando i comandi americani potevano intervenire rapidamente da Sigonella per salvare l’ambasciatore e i Marines che lo stavano difendendo – per radio udivano le loro richieste disperate di aiuto – qualcuno ordinò ai militari di non far nulla, to stand down: i servitori dello Stato erano diventati testimoni di un mercato losco diventato un disastro criminale, su cui era meglio tacessero per sempre.
Questa è la Libia dove adesso Obama vuole che mandiamo cinquemila italiani. Così ha ridotta lui e la sua segretaria di Stato, che adesso po’ andare alla Casa Bianca.  Il giudice Napolitano: “Non possiamo permettere che Hillary Clinton, questa mezzana del caos e pubblica mentitrice, sia il prossimo presidente”.
http://www.foxnews.com/opinion/2015/10/29/cannot-allow-hillary-clinton-midwife-to-chaos-and-public-liar-to-be-our-next-president.print.html
Per fortuna noi qui abbiamo il Corriere della Sera, a scriverci sopra abbiamo il columnist principe, Angelo Panebianco, che titola: “All’Europa conviene Hillary” alla Casa Bianca. Perché – spiega l’alto analista – la vittoria di Trump “sarebbe positiva per Vladimir Putin e i suoi amici” europei, mentre “Hillary Clinton promette una continuità con il passato che sarebbe seppellito, se vincesse Trump”.
La continuità con questo passato è quel che vuole Panebianco e chi gli suggerisce.
E anche da noi è cominciata la campagna di mostrificazione di Donald. Con una strana aggiunta: improvvisamente, grandi media, Confindustria ed ebrei vari attaccano Renzi con gli stessi toni con cui attaccano Trump. Perché non vuole è cascato nella trappola.

Fonte: http://ww.maurizioblondet.it

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2016/03/09/libia-vera-storia-della-jihadista-hillary-clinton-mezzana-del-caos/

Dietro la maschera «anti-Isis»

Generale inglese: il Qatar e l’Arabia Saudita hanno attivato una bomba a tempo per creare terrore

ita+eng
Scritto da The Telegraph

Il generale Jonathan Shaw, ex assistente capo del gruppo della difesa inglese, ha detto che il Qatar e l’Arabia Saudita sono responsabili della diffusione dell’Islam radicale.
Il generale Shaw stronca gli alleati arabi occidentali.
Originalmente apparso in “the Telegraph”.
Il Qatar e l’Arabia Saudita hanno innescato una bomba a tempo per sovvenzionare la diffusione globale dell’Islam radicale, secondo un ex comandante delle forze inglesi in Iraq.

Il generale Jonathan Shaw, che si è ritirato dall’incarico di assistente capo del Ministero della Difesa nel 2012, ha detto in un’intervista al “The Telegraph” che il Qatar e l’Arabia Saudita sono stati i primi responsabili dell’incremento delle frange più estremiste dell’Islam che hanno inspirato i terroristi dell’Isis.
I due stati del Golfo hanno speso milioni di dollari per promuovere un’interpretazione militante e prosetilista della loro fede derivata da Abdhul Wahhab, uno studioso del XVII secolo, basata sul Salaf, cioè sui seguaci originari del Profeta.
Ma i governanti di entrambi gli stati sono ora minacciati dalla loro stessa creazione più dell’Inghilterra e dell’America, ha argomentato il Generale Shaw.Lo stato islamico dell’Iraq e del Levante hanno promesso di rovesciare i regimi del Qatar e dell’Arabia Saudita, che considerano entrambi come avamposti corrotti della decadenza e del peccato.
Così il Qatar e l’Arabia Saudita hanno tutte le ragioni di intraprendere una guerra ideologica contro l’Isis. Dal loro punto di vista, ha aggiunto, l’offensiva militare occidentale contro il movimento terrorista è stata probabilmente una prova futile.
“Questa è una bomba a tempo innescata sotto sembianze culturali. In realtà,il Salafismo di Wahhabi sta logorando il mondo. Ed è sovvenzionato dall’Arabia Saudita e dal Qatar e deve fermarsi.” ha detto il Generale Shaw. “Il punto è: bombardare tutti i popoli è realmente una soluzione a tutto questo? Non credo. Preferirei che ci concentrassimo di più sulla battaglia ideologica piuttosto che su quella fisica”
Il generale Shaw, 57 anni, si è ritirato dall’Esercito dopo 31 anni di carriera, che l’hanno visto a capo di un plotone di paracadutisti nella battaglia del Monte Longdon, il più sanguinoso scontro della guerra delle Falklands e supervisionare il ritiro della Gran Bretagna da Basra, nel sud dell’Iraq. Assistente Capo di Stato Maggiore della Difesa, si è specializzato nella lotta al terrorismo e nella politica di sicurezza. Tutto questo lo ha reso acutamente consapevole dei limiti che l’uso della forza può avere. Egli ritiene che l’Isis può essere sconfitto solo con mezzi politici e ideologici. Attacchi aerei occidentali in Iraq e Siria, a suo avviso, non possono raggiungere nulla se non un temporaneo successo tattico. Quando si tratta di condurre tale lotta ideologica, il Qatar e l’Arabia Saudita sono fondamentali. “Il problema principale è che questi due paesi sono gli unici due paesi al mondo in cui il salafismo wahabbita è religione di Stato – e l’Isis è una espressione violenta del salafismo wahabita”, ha detto il General Shaw. La minaccia principale dell’Isis non riguarda gli occidentali: riguarda l’Arabia Saudita e  gli altri stati del Golfo.”
Sia il Qatar che l’Arabia Saudita giocano una piccola parte nella campagna aerea contro l’Isis
contribuendo con due e quattro aerei rispettivamente. Ma il Gen Shaw ha detto che “dovrebbero essere in prima linea” e, soprattutto, che dovrebbero essere a capo di una contro-rivoluzione ideologica contro l’Isis.
La campagna aerea britannica e americana non può “fermare il sostegno a persone in Qatar e Arabia Saudita per questo tipo di attività”, ha aggiunto il General Shaw. “Questo è il punto. Si potrebbe, se funziona, risolvere un problema tattico immediato. Non è affrontare il problema fondamentale del salafismo wahabbita come cultura, che credo sia fuori controllo e che è ancora la base ideologica dell’Isis- e che continuerà ad esistere anche se fermiamo la loro avanzata in Iraq”.
Il Gen Shaw ha detto che l’approccio del governo verso l’Isis è stato fondamentalmente sbagliato. “La gente sta ancora trattando questo come un problema militare, cosa che è, a mio avviso, fraintendere il problema”, ha aggiunto. “La mia preoccupazione sistemica è che stiamo ripetendo gli errori che abbiamo fatto in Afghanistan e in Iraq: stiamo mettendo i militari troppo al centro nella nostra risposta alla minaccia senza affrontare la questione politica fondamentale e le cause. Il pericolo è che ancora una volta stiamo affrontando il trattamento dei sintomi e non delle cause.
Il General Shaw ha detto che il principale obiettivo dell’Isis era di rovesciare i regimi stabiliti del Medio Oriente, non colpire obiettivi occidentali. Si è domandato se l’omicidio dell’Isis di due ostaggi britannici e due americani fosse una giustificazione sufficiente per la campagna.
“L’Isis ha fatto la sua grande incursione in Iraq nel mese di giugno. L’Occidente non ha fatto nulla, nonostante migliaia di persone uccise”, ha detto il Gen Shaw. “Che cosa è cambiato nell’ultimo mese? Decapitazioni in TV di occidentali. E quello ci ha portato a cambiare improvvisamente la nostra politica e a lanciare attacchi aerei.”
Ritiene che l’Isis potrebbe aver ucciso gli ostaggi al fine di provocare una risposta militare dall’America e dalla Gran Bretagna che potrebbe poi essere raffigurato come un assalto cristiano sull’Islam. “Quale possibile vantaggio ha l’Isis a portarci in questa campagna?” ha chiesto il Gen Shaw. Risposta: unire il mondo musulmano contro il mondo cristiano. Abbiamo giocato nelle loro mani. Abbiamo fatto quello che volevano che noi facessimo.”
Tuttavia, l’analisi di Gen Shaw è una questione aperta. Anche se ne avessero la volontà, i governanti dell’Arabia Saudita e del Qatar potrebbero non essere in grado di condurre una lotta ideologica contro l’Isis. Il Re Abdullah di Arabia Saudita ha 91 anni ed è solo sporadicamente attivo. Il suo successore prescelto, il principe ereditario Salman, ha 78 anni e già lo si crede di essere in declino per senilità. La leadership ossificata del regno rischia di essere paralizzata per il futuro più prossimo.
Intanto in Qatar, il nuovo emiro, Tamim Bin Hamad Al-Thani, ha solo 34 anni in una regione che rispetta l’età. Su questa falsa riga, consigliata da Harrow e Sandhurst, ha l’autorità personale di condurre una controrivoluzione ideologica all’interno dell’Islam, senza dubbi.
Dato che l’Arabia Saudita e il Qatar quasi certamente non possono fare ciò che il Gen Shaw ritiene necessario, l’Occidente può avere altra scelta se non di intraprendere un’azione militare contro l’Isis con l’obiettivo di ridurre, se non eliminare, la minaccia terroristica.
Ho solo l’orribile sensazione che stiamo facendo il peggio. Stiamo agendo in un modo che non comprendo”, ha detto il Gen Shaw. “Io sono contro il principio di attaccare senza un progetto politico chiaro. “
Traduzione di Alice L. per civg.it

UK General: Qatar and Saudi Arabia ‘Have Ignited a Time Bomb’ by Backing Terror
19 novembre 2015
General Jonathan Shaw, Britain’s former Assistant Chief of the Defence Staff, says Qatar and Saudi Arabia responsible for spread of radical Islam
General Shaw slammed the West’s Arab “allies”
Originally appeared in The Telegraph
Qatar and Saudi Arabia have ignited a “time bomb” by funding the global spread of radical Islam, according to a former commander of British forces in Iraq.
General Jonathan Shaw, who retired as Assistant Chief of the Defence Staff in 2012, told The Telegraph that Qatar and Saudi Arabia were primarily responsible for the rise of the extremist Islam that inspires Isil terrorists.
The two Gulf states have spent billions of dollars on promoting a militant and proselytising interpretation of their faith derived from Abdul Wahhab, an eighteenth century scholar, and based on the Salaf, or the original followers of the Prophet.
But the rulers of both countries are now more threatened by their creation than Britain or America, argued Gen Shaw. The Islamic State of Iraq and the Levant (Isil) has vowed to topple the Qatari and Saudi regimes, viewing both as corrupt outposts of decadence and sin.
So Qatar and Saudi Arabia have every reason to lead an ideological struggle against Isil, said Gen Shaw. On its own, he added, the West’s military offensive against the terrorist movement was likely to prove “futile”.
“This is a time bomb that, under the guise of education, Wahhabi Salafism is igniting under the world really. And it is funded by Saudi and Qatari money and that must stop,” said Gen Shaw. “And the question then is ‘does bombing people over there really tackle that?’ I don’t think so. I’d far rather see a much stronger handle on the ideological battle rather than the physical battle.”
Gen Shaw, 57, retired from the Army after a 31-year career that saw him lead a platoon of paratroopers in the Battle of Mount Longdon, the bloodiest clash of the Falklands War, and oversee Britain’s withdrawal from Basra in southern Iraq. As Assistant Chief of the Defence Staff, he specialised in counter-terrorism and security policy.
All this has made him acutely aware of the limitations of what force can achieve. He believes that Isil can only be defeated by political and ideological means. Western air strikes in Iraq and Syria will, in his view, achieve nothing except temporary tactical success.
When it comes to waging that ideological struggle, Qatar and Saudi Arabia are pivotal. “The root problem is that those two countries are the only two countries in the world where Wahhabi Salafism is the state religion – and Isil is a violent expression of Wahabist Salafism,” said Gen Shaw.
“The primary threat of Isil is not to us in the West: it’s to Saudi Arabia and also to the other Gulf states.”
Both Qatar and Saudi Arabia are playing small parts in the air campaign against Isil, contributing two and four jet fighters respectively. But Gen Shaw said they “should be in the forefront” and, above all, leading an ideological counter-revolution against Isil.
The British and American air campaign would not “stop the support of people in Qatar and Saudi Arabia for this kind of activity,” added Gen Shaw. “It’s missing the point. It might, if it works, solve the immediate tactical problem. It’s not addressing the fundamental problem of Wahhabi Salafism as a culture and a creed, which has got out of control and is still the ideological basis of Isil – and which will continue to exist even if we stop their advance in Iraq.”
Gen Shaw said the Government’s approach towards Isil was fundamentally mistaken. “People are still treating this as a military problem, which is in my view to misconceive the problem,” he added. “My systemic worry is that we’re repeating the mistakes that we made in Afghanistan and Iraq: putting the military far too up front and centre in our response to the threat without addressing the fundamental political question and the causes. The danger is that yet again we’re taking a symptomatic treatment not a causal one.”
Gen Shaw said that Isil’s main focus was on toppling the established regimes of the Middle East, not striking Western targets. He questioned whether Isil’s murder of two British and two American hostages was sufficient justification for the campaign.
“Isil made their big incursion into Iraq in June. The West did nothing, despite thousands of people being killed,” said Gen Shaw. “What’s changed in the last month? Beheadings on TV of Westerners. And that has led us to suddenly change our policy and suddenly launch air attacks.”
He believes that Isil might have murdered the hostages in order to provoke a military response from America and Britain which could then be portrayed as a Christian assault on Islam. “What possible advantage is there to Isil of bringing us into this campaign?” asked Gen Shaw. “Answer: to unite the Muslim world against the Christian world. We played into their hands. We’ve done what they wanted us to do.”
However, Gen Shaw’s analysis is open to question. Even if they had the will, the rulers of Saudi Arabia and Qatar may be incapable of leading an ideological struggle against Isil. King Abdullah of Saudi Arabia is 91 and only sporadically active. His chosen successor, Crown Prince Salman, is 78 and already believed to be declining into senility. The kingdom’s ossified leadership is likely to be paralysed for the foreseeable future.
Meanwhile in Qatar, the new Emir, Tamim bin Hamad al-Thani, is only 34 in a region that respects age. Whether this Harrow and Sandhurst-educated ruler has the personal authority to lead an ideological counter-revolution within Islam is doubtful.
Given that Saudi Arabia and Qatar almost certainly cannot do what Gen Shaw believes to be necessary, the West may have no option except to take military action against Isil with the aim of reducing, if not eliminating, the terrorist threat.
“I just have a horrible feeling that we’re making things worse. We’re entering into this in a way we just don’t understand,” said Gen Shaw. “I’m against the principle of us attacking without a clear political plan.”
UK General: Qatar and Saudi Arabia ‘Have Ignited a Time Bomb’ by Backing Terror                                                                              19 novembre 2015
General Jonathan Shaw, Britain’s former Assistant Chief of the Defence Staff, says Qatar and Saudi Arabia responsible for spread of radical Islam
General Shaw slammed the West’s Arab “allies”
Originally appeared in The Telegraph

Qatar and Saudi Arabia have ignited a “time bomb” by funding the global spread of radical Islam, according to a former commander of British forces in Iraq.
General Jonathan Shaw, who retired as Assistant Chief of the Defence Staff in 2012, told The Telegraph that Qatar and Saudi Arabia were primarily responsible for the rise of the extremist Islam that inspires Isil terrorists.
The two Gulf states have spent billions of dollars on promoting a militant and proselytising interpretation of their faith derived from Abdul Wahhab, an eighteenth century scholar, and based on the Salaf, or the original followers of the Prophet.
But the rulers of both countries are now more threatened by their creation than Britain or America, argued Gen Shaw. The Islamic State of Iraq and the Levant (Isil) has vowed to topple the Qatari and Saudi regimes, viewing both as corrupt outposts of decadence and sin.
So Qatar and Saudi Arabia have every reason to lead an ideological struggle against Isil, said Gen Shaw. On its own, he added, the West’s military offensive against the terrorist movement was likely to prove “futile”.
“This is a time bomb that, under the guise of education, Wahhabi Salafism is igniting under the world really. And it is funded by Saudi and Qatari money and that must stop,” said Gen Shaw. “And the question then is ‘does bombing people over there really tackle that?’ I don’t think so. I’d far rather see a much stronger handle on the ideological battle rather than the physical battle.”
Gen Shaw, 57, retired from the Army after a 31-year career that saw him lead a platoon of paratroopers in the Battle of Mount Longdon, the bloodiest clash of the Falklands War, and oversee Britain’s withdrawal from Basra in southern Iraq. As Assistant Chief of the Defence Staff, he specialised in counter-terrorism and security policy.
All this has made him acutely aware of the limitations of what force can achieve. He believes that Isil can only be defeated by political and ideological means. Western air strikes in Iraq and Syria will, in his view, achieve nothing except temporary tactical success.
When it comes to waging that ideological struggle, Qatar and Saudi Arabia are pivotal. “The root problem is that those two countries are the only two countries in the world where Wahhabi Salafism is the state religion – and Isil is a violent expression of Wahabist Salafism,” said Gen Shaw.
“The primary threat of Isil is not to us in the West: it’s to Saudi Arabia and also to the other Gulf states.”
Both Qatar and Saudi Arabia are playing small parts in the air campaign against Isil, contributing two and four jet fighters respectively. But Gen Shaw said they “should be in the forefront” and, above all, leading an ideological counter-revolution against Isil.
The British and American air campaign would not “stop the support of people in Qatar and Saudi Arabia for this kind of activity,” added Gen Shaw. “It’s missing the point. It might, if it works, solve the immediate tactical problem. It’s not addressing the fundamental problem of Wahhabi Salafism as a culture and a creed, which has got out of control and is still the ideological basis of Isil – and which will continue to exist even if we stop their advance in Iraq.”
Gen Shaw said the Government’s approach towards Isil was fundamentally mistaken. “People are still treating this as a military problem, which is in my view to misconceive the problem,” he added. “My systemic worry is that we’re repeating the mistakes that we made in Afghanistan and Iraq: putting the military far too up front and centre in our response to the threat without addressing the fundamental political question and the causes. The danger is that yet again we’re taking a symptomatic treatment not a causal one.”
Gen Shaw said that Isil’s main focus was on toppling the established regimes of the Middle East, not striking Western targets. He questioned whether Isil’s murder of two British and two American hostages was sufficient justification for the campaign.
“Isil made their big incursion into Iraq in June. The West did nothing, despite thousands of people being killed,” said Gen Shaw. “What’s changed in the last month? Beheadings on TV of Westerners. And that has led us to suddenly change our policy and suddenly launch air attacks.”
He believes that Isil might have murdered the hostages in order to provoke a military response from America and Britain which could then be portrayed as a Christian assault on Islam. “What possible advantage is there to Isil of bringing us into this campaign?” asked Gen Shaw. “Answer: to unite the Muslim world against the Christian world. We played into their hands. We’ve done what they wanted us to do.”
However, Gen Shaw’s analysis is open to question. Even if they had the will, the rulers of Saudi Arabia and Qatar may be incapable of leading an ideological struggle against Isil. King Abdullah of Saudi Arabia is 91 and only sporadically active. His chosen successor, Crown Prince Salman, is 78 and already believed to be declining into senility. The kingdom’s ossified leadership is likely to be paralysed for the foreseeable future.
Meanwhile in Qatar, the new Emir, Tamim bin Hamad al-Thani, is only 34 in a region that respects age. Whether this Harrow and Sandhurst-educated ruler has the personal authority to lead an ideological counter-revolution within Islam is doubtful.
Given that Saudi Arabia and Qatar almost certainly cannot do what Gen Shaw believes to be necessary, the West may have no option except to take military action against Isil with the aim of reducing, if not eliminating, the terrorist threat.
“I just have a horrible feeling that we’re making things worse. We’re entering into this in a way we just don’t understand,” said Gen Shaw. “I’m against the principle of us attacking without a clear political plan.”

Libia, l’accordo (economico) con cui l’Occidente protegge se stesso

di | 3 gennaio 2016
Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Così le potenze occidentali che hanno prodotto nel 2011 la caduta di Gheddafi e la destabilizzazione della Libia, a dicembre si sono date da fare per promuovere un accordo tra le due fazioni principali in lotta in Libia. I motivi sono strettamente economici, la Libia è infatti un Paese chiave per l’approvvigionamento energetico dell’Occidente.
Incontro internazionale sulla Libia alla Farnesina
Dal 2014 in Libia ci sono de facto due governi, uno ubicato ad oriente e l’altro ad occidente del Paese, governi sostenuti da una rosa di Stati stranieri, milizie nazionali e tribù locali. E già anche qui ci troviamo di fronte ad una guerra per procura.

A Tobruk nella Libia orientale, vicino al confine con l’Egitto, è stata stabilita la sede del Parlamento libico riconosciuto a livello internazionale. Si tratta di quello eletto nel 2014. Il governo del primo ministro Abdullah al- Thinni ha sede nella città di Bayda ed è sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Egitto. In Libia conta su ciò che rimane dell’esercito libico, al momento guidato dal generale Khalifa Belqasim Haftar, che ha dichiarato guerra ad oltranza a tutte le fazioni islamiste.
Il governo di al-Thinni ha anche istituito una banca centrale parallela a quella di Tripoli e nominato il proprio capo della National Oil Company, l’azienda energetica di Stato. Ma la ricchezza del Paese, e cioè gran parte delle risorse energetiche, come pure le principali istituzioni finanziarie rimangono nelle mani delle autorità di Tripoli dove si trova il Khalifa al-Ghwell, il primo ministro nominato dal Congresso Nazionale Generale, e cioè il vecchio parlamento. Quest’ultimo nel 2014 ha esteso il proprio mandato non riconoscendo i risultati delle elezioni. I principali sostenitori internazionali di questo governo sono il Qatar e la Turchia mentre a livello nazionale al-Ghwell è sostenuto da diversi  gruppi islamici, che però negli ultimi mesi hanno perso coesione.
Alba Libica, ad esempio, una coalizione di milizie sotto il comando delle autorità di Tripoli, si è frazionata, alcune fazioni sostengono il processo di pace lanciato dalle Nazioni Unite alla fine del 2015 che ha portato agli accordi del 17 dicembre tra i due governi, ma altre non ne vogliono sentire parlare.
Mentre il governo di Tripoli controlla un territorio ben più grande di quello di Tobruk, Tripoli deve fare i conti con le milizie locali. Quelle presenti nella capitale non sono solo islamiche ma sono costituite anche da bande di criminali. Senza parlare poi delle migliaia di uomini armati che si trovano a Misurata, anche loro sono una forza militare e politica del dopo Gheddafi.
La situazione è ancora più complessa quando prendiamo in considerazione i jihadisti stranieri e quelli libici che rientrano dai campi di battaglia della Siria e dell’Iraq. Costoro si sono riversati a Sirte, la città libica costiera, che è diventata una sorta di colonia dell’Isis, e che si trova in una posizione strategica, non lontano da grossi impianti petroliferi.
Secondo le Nazioni Unite, l’Isis controlla circa 300 km di costa della Libia e conta i tra i 2.000 e 3.000 jihadisti, di cui circa 1.500 a Sirte. E’ probabile che queste statistiche siano però troppo elevate e che la presenza dell’Isis in Libia sia minore di quanto si creda. Tuttavia esiste e qualsiasi accordo di pace tra i due governi e le varie fazioni deve tenerla presente.
Tante dunque le difficoltà che si prospettano in un futuro prossimo venturo per Fayez al-Sarraj, l’imprenditore scelto per guidare il governo transitorio libico di unità nazionale. Tuttavia, la corsa alle risorse libiche da parte degli occidentali è già iniziata. Il primo ministro italiano, Matteo Renzi, ad esempio, ha subito annunciato che il suo Paese lo sostiene e che è pronto a ristabilire i rapporti speciali tra le due nazioni.
Il Regno Unito, anch’esso molto interessato ai pozzi libici, ha dichiarato di attendere di essere invitato dal nuovo governo ad inviare truppe nel paese. Gli americani hanno persino mandato un contingente che è stato subito rimandato a casa.
Memore del fiasco del 2011, quando la Nato corse in aiuto dei ribelli e da allora la Libia non è stata in grado di formare un governo, il ministro degli Esteri libico ha affermato che la Libia non ha bisogno di alcun intervento straniero per far fronte alle minacce alla sua sicurezza, compreso il terrorismo. Ha però bisogno di armi migliori, ha aggiunto, e di aiuti nella formazione e pianificazione. Insomma il solito ritornello, dateci le armi al resto pensiamo noi! Fino ad ora questa formula, come pure quella dell’intervento armato diretto, ha solo creato anarchia e terrorismo, non si capisce perché le cose dovrebbero cambiare proprio ora.

Adattamento dall’ originale: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/03/libia-laccordo-economico-con-cui-loccidente-protegge-se-stesso/2346256/

Cosa sta succedendo in Libia?

di PANDORA (Federico Rossi) 3/2/18

Il 2018 è appena cominciato e già rappresenta un bivio fondamentale per la Libia, divisa fra una nuova opportunità di pacificazione e un ulteriore aggravarsi del caos. Il 17 dicembre scorso sono infatti scaduti ufficialmente gli Accordi di Shikrat, il trattato firmato in Marocco che aveva dato vita al debole governo di accordo nazionale di Fayez al-Sarraj, e si è aperta la strada alla possibilità di nuove elezioni, che dovrebbero tenersi nel corso di quest’anno. I presupposti per questa tornata elettorale sembrano essere però quanto di più lontano in questo momento, alla luce dello sgretolamento progressivo del territorio libico.
Lo scenario che dipingono i media nazionali offre una visione della Libia divisa più o meno in tre con l’Esercito Nazionale Libico di Haftar da un lato, il Governo di Accordo Nazionale di Sarraj dall’altro e in mezzo trafficanti, milizie e estremisti dello Stato Islamico. Sembra un panorama molto complesso, ma se analizziamo davvero tutti gli attori in gioco scopriamo che in realtà questa è una visione estremamente semplificata, che non ci permette di capire la reale entità delle forze in gioco.

Partiamo da governo di accordo nazionale di Sarraj, sostenuto a livello internazionale da Italia, Tunisia, Algeria e Arabia Saudita e appoggiato dalle Nazioni Unite. L’esecutivo di ben 32 membri di Sarraj scaturisce proprio dagli Accordi di Shikrat del 2015 e avrebbe dovuto essere la soluzione alla frammentazione politica della Libia, che in quel momento aveva due parlamenti: uno a Tripoli, espressione del primo parlamento a maggioranza islamista eletto dopo la caduta di Gheddafi, e uno a Tobruk, separatosi dal precedente dopo la ripetizione delle elezioni nel 2014.
Al contrario delle aspettative tuttavia il Governo di Accordo Nazionale è rimasto tale solo di nome, dal momento che entrambi i parlamenti hanno rifiutato la ratifica dell’accordo negando il sostegno a Sarraj, che è rimasto quindi al vertice di un esecutivo monco. Il risultato è stato quindi soltanto quello di creare un nuovo attore nel panorama libico, dotato di una legittimità molto scarsa e di un controllo minore di quello che generalmente si pensa. L’influenza di Sarraj si estende infatti solo ad una piccola parte della Tripolitania e neppure la stessa Tripoli è interamente sotto il suo controllo. Attualmente il mantenimento di questo precario potere si basa prevalentemente sulle figure di Ahmed Maiteeq e Abdulrauf Kara, nonché su fragili accordi con alcuni potenti clan della zona.
Per quanto riguarda Maiteeq, vice-primo ministro misuratino del GNA ed ex rappresentante al parlamento di Tobruk, egli è il collegamento con alcuni gruppi armati tripolini e soprattutto con la cosiddetta Terza Forza, l’alleanza di milizie che governa di fatto la città di Misurata. Questa ha avuto un ruolo di primissimo piano nella lotta contro lo Stato Islamico, tanto da avere il supporto militare statunitense, almeno in un primo momento, e resta ancora un attore influente e abbastanza indipendente dal Governo di Accordo Nazionale.
Il sostegno a Sarraj è dato infatti a fasi alterne, soprattutto per le frizioni con il pilastro del controllo di Sarraj sulla sua parte di Tripoli, la Rada. Si tratta della cupola di milizie tripoline facenti teoricamente capo al Ministero dell’Interno, ma comandate in realtà da Abdulrauf Kara, al centro di numerose polemiche per i legami con gli ambienti più estremi dell’islamismo e per gli abusi e le torture perpetrati dalle sue Forze Speciali di Deterrenza.
Il controllo del GNA sul restante territorio sotto la sua giurisdizione si basa invece su accordi con i clan che controllano le cittadine circostanti Tripoli. Quanto siano fragili questi accordi lo dimostrano i recenti scontri a Sabratha fra le forze governative e quelle di uno dei più potenti di questi gruppi, quello dei Dabbashi. Questi ultimi erano stati parte di un accordo tripartito con il GNA e l’Italia, che era principalmente interessata a ottenere dai Dabbashi, gestori di buona parte del traffico di migranti via mare, un’interruzione dei flussi migratori.
Questo accordo aveva già vacillato negli ultimi mesi del 2017, quando una delle milizie della Libia occidentale vicine ad Haftar aveva preso il controllo di parte della città, che ancora oggi resta contesa. Sabratha è infatti il principale porto di partenza per navi migranti ed è quindi al centro di un mercato molto appetibile, che i Dabbashi si sono impegnati a controllare solo sulla base del sostegno italiano attraverso il GNA. Quanto la situazione sia però fuori controllo lo testimonia la vicenda della Brigata 48, creata da Sarraj nella città per il controllo del contrabbando di petrolio, ma presto presa nella rete clientelare dei Dabbashi di cui è diventata il nuovo braccio armato nella zona.
Il potere e la legittimazione di Sarraj stanno rapidamente scomparendo sotto la spinta di numerose elementi di crisi. A indebolirlo ulteriormente concorrono non solo le frizioni politiche e militari fra i suoi alleati, ma anche il fatto che il mandato del GNA è teoricamente scaduto insieme agli Accordi di Shikrat il 17 dicembre 2017 e che la sua influenza a Tripoli è sempre più insidiata dal crescere dei gruppi salafiti anti-occidentalisti.
A tutto questo c’è da aggiungere infine l’uccisione di uno dei suoi sostenitori più importanti, il sindaco di Misurata Esthewi, recentemente vittima di un attacco rivendicato dallo Stato Islamico. Il GNA resta insomma un governo senza una reale legittimazione, essendo fra l’altro l’unico fra i tre riconosciuti della Libia a non avere alle spalle un parlamento eletto. Gran parte della sua influenza deriva dal supporto internazionale dell’Italia, che in Libia ha la più dispendiosa delle sue missioni militari all’estero.

L’avanzata del generale Khalifa Haftar

Ma Sarraj e i suoi non sono la sola autorità presente a Tripoli. Una parte della città è infatti ancora controllata dal parlamento eletto nel 2012 e riconosciuto ad oggi soltanto dalla Turchia e dal Qatar. Il Congresso Generale Nazionale non ha approvato la ratifica degli Accordi di Shikrat e sostiene attualmente il Governo di Salvezza Nazionale di Khalifa al-Ghawil, la cui forza si fonda su una cupola di milizie islamiste non-jihadiste riunite nella coalizione Alba Libica. Esso mantiene oggi soltanto un potere limitato a parte di Tripoli e ad altri centri minori della Tripolitania, ma rappresenta un attore chiave da coinvolgere in eventuali elezioni.
Il protagonista attuale della guerra civile libica sembra essere però il generale Khalifa Haftar, leader dell’Esercito Nazionale Libico. Formalmente Haftar ricopre solo posizioni militari, ma è riconosciuto da tutti come l’uomo forte che controlla di fatto il parlamento di Tobruk e il governo di Abdullah al-Thani, riconosciuto da Egitto, Emirati Arabi e Russia e appoggiato dalla Francia di Macron.
L’esercito di Haftar è al momento la forza militare più organizzata in Libia e sta procedendo alla conquista di uno degli snodi fondamentali nelle lotte di potere, la cosiddetta Mezzaluna Petrolifera, che offrirebbe un vantaggio enorme a Tobruk. L’Esercito di Haftar controlla attualmente una buona parte della Cirenaica, ma estende il suo potere anche sulla Tripolitania e sul Fezzan grazie al sostegno di varie milizie sparse per il paese.
I rapporti più difficili negli ultimi anni di guerra sono stati quelli con Misurata, che nell’ascesa del generale ha visto fin da subito quella di un nuovo Gheddafi e ha provato a contendergli in particolare il controllo sul sud del paese. Ciò nonostante un punto in comune fra questi avversari si è avuto nella lotta contro lo Stato Islamico soprattutto nella regione di Sirte. Se per le milizie misuratine però questa lotta si è fermata allo jihadismo, Haftar ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia e ha esteso la sua guerra a tutto l’islamismo, compresi i Fratelli Musulmani che ancora restano una forza politica considerevole in alcune zone.
Nonostante sia un attore in piena ascesa, non mancano le spine nel fianco anche per le forze di Haftar. Ad essere particolarmente problematiche sono le città di Ajdabiya e Derna, ancora in mano allo Stato Islamico, e soprattutto Bengasi. Qui, oltre al fatto che una buona parte della città resta in mano allo Consiglio Rivoluzionario della Shura, gruppo jihadista legato all’IS, si è consumata anche la rottura con il potente gruppo degli Awakir in seguito all’arrivo del rappresentante di Tripoli Faraj Egaim, ex membro del governo di Tobruk. Haftar ha infine perso anche parte dell’appoggio delle Brigate di Zintan, influente milizia adesso divisa fra i chi sostiene il generale e una componente più moderata.
Tutte queste difficoltà non sembrano tuttavia sufficienti ad arrestare l’avanzata di Haftar, che a luglio dello scorso anno ha centrato un enorme vittoria politica durante il vertice organizzato da Macron. Nell’accordo non solo è riuscito a strappare il riconoscimento della Francia e un vantaggioso cessate il fuoco con Sarraj, ma ha anche ottenuto sostegno alla sua lotta senza quartiere all’islamismo, che è stato interpretato dal generale in maniera piuttosto estensiva ed usato anche per attaccare la Terza Forza misuratina nel sud della Libia.
Nonostante sia in rapida ascesa, Haftar resta comunque dubbioso nei confronti delle elezioni, tanto che ha recentemente dichiarato che, a suo avviso, la Libia non sarebbe pronta per un regime democratico. Tuttavia, qualora le elezioni si svolgessero effettivamente e lui decidesse di candidarsi, sarebbe senz’altro uno dei maggiori favoriti.

Lo Stato Islamico e gli altri attori in campo

Finora ci siamo soffermati soltanto sugli attori che godono di un certo riconoscimento ufficiale, ma essi non controllano che una parte della Libia. Una frazione ancora molto consistente è infatti in mano a milizie di provenienza molto variegata. Fra queste sicuramente un ruolo importante lo hanno quelle di stampo jihadista, non solo lo Stato Islamico, ma anche Ansar al-Sharia, legata alla filiale di Al-Qaeda operante nel Maghreb e diffusa in buona parte del deserto libico.
Lo Stato Islamico in Libia ha perso molto terreno rispetto all’emirato che era riuscito a creare nel 2014 nella regione di Sirte. Gli attacchi delle forze di Haftar e delle milizie misuratine, uniti alla progressiva perdita di consensi fra i gruppi clientelari principali della zona hanno ridotto di molto gli effettivi dell’IS, ma essi sono tutt’altro che scomparsi. Restano infatti presenti in zone circoscritte della regione di Sirte e l’organo di propaganda dell’IS, Amaq, ha fatto sapere che l’espansione in Libia sarà una delle priorità per l’organizzazione jihadista ormai in ritirata da Siria e Iraq.
Oltre a queste sacche lo Stato Islamico resta presente soprattutto in tre città della Cirenaica, almeno parzialmente gestite dai Consigli Rivoluzionari della Shura: Ajdabiya, Derna e Bengasi. Le milizie jihadiste in queste città sono risorte dopo il rallentamento dell’Operazione Dignità lanciata da Haftar in Cirenaica e ora si contendono le città con gli altri attori della zona, restando padroni fra l’altro di quasi tutta Derna. Altri gruppi affiliati all’IS sono poi presenti in varie aree del Fezzan, attorno a Koufra e nella zona di confine con l’Egitto, una nuova crescita che ha portato anche alla ripresa degli attacchi contro personaggi importanti delle forze anti-jihadiste.
Proprio nel Fezzan però le milizie dello Stato Islamico si ritrovano marginalizzate da altri attori informali in grado di controllare una buona parte di questo spazio. Fra questi particolare importanza è assunta dalle fazioni tebu e tuareg, due gruppi etnici originari della zona sahelo-sahariana. I primi in particolare nel 2014 erano riusciti a creare una propria entità territoriale, arrivando a controllare un’ampia fascia da Qatrun a Murzuq grazie a frequenti cambi di alleanza fra gli schieramenti in lotta.
Tuttavia dopo l’uccisione nel 2016 di Barka Wardougu, leader principale dei tebu in Libia, le milizie si sono frammentate in numerosi gruppi indipendenti, solo parzialmente riuniti nell’Assemblea Nazionale Tebu. Queste milizie si contendono oggi i principali traffici del Fezzan scontrandosi coi gruppi tuareg e le forze degli Awlad Suleiman in un conflitto a cui l’Italia, sempre nell’ottica di controllare le migrazioni, ha cercato di mettere fine diplomaticamente.
L’incontro tripartito proposto a Roma tuttavia, molto superficialmente definito da alcuni come un “accordo fra tribù”, ha dimostrato quanto poco si comprenda ancora di cosa accade in quest’area. L’accordo, oltre a non comprendere gli altri belligeranti nel conflitto, i Qadhafa, i Maghara e gli Zwai, è stato accettato per i tebu solo dalle poche milizie di Zilawi Minah Salah e rigettato da tutto il resto dell’assemblea tebu. Attualmente sembra che molti di questi gruppi siano in ripresa grazie a un presunto ruolo di collegamento nel traffico di armi fra Boko Haram in Nigeria e i gruppi affiliati all’IS in Libia.
Per quanto riguarda le milizie tuareg esse sono attive soprattutto al confine con l’Algeria, nella regione sud-occidentale di Ghat, e godono del sostegno dei gruppi secessionisti del nord del Mali. Nonostante alcuni esponenti di queste milizie abbiano preso parte all’incontro di Roma, la loro partecipazione al conflitto per le risorse petrolifere e le rotte del traffico nel Fezzan non si è fermata e adesso controllano un’area significativa del deserto libico, che permette loro di esercitare la propria influenza su una parte dei traffici provenienti dall’Algeria.
Gli altri esponenti della lotta per il controllo del Fezzan sono i principali gruppi formati sulla base di reti clientelari e familiari, che sono stati a lungo la base del potere politico della Libia. La regione di Sebha è quella dove la situazione è più complessa: la lotta per il controllo degli snodi economici (rotte del traffico e giacimenti di petrolio) vede da un lato gli Awlad Suleiman, che hanno recentemente avuto il sostegno dell’Italia, e dall’altro i due influenti clan dei Qadhafa e dei Maghara, il cui potere deriva essenzialmente dalla posizione di rilievo di cui godevano sotto il regime di Gheddafi. Non trascurabile sono infine le milizie facenti capo agli Zwai, forti soprattutto a Koufra.

La riunificazione delle varie autorità riconosciute della Libia

Le possibilità di coinvolgere tutti questi soggetti nelle eventuali elezioni che si terranno nel 2018 sembrano ad oggi molto scarse. Gheddafi si era assicurato la stabilità attraverso una forte alleanza al vertice fra i gruppi di potere principali, una via che oggi, con il cambiare degli equilibri di potenza per effetto dei sostegni alterni degli Stati stranieri, appare poco praticabile. La priorità delle Nazioni Unite e del suo rappresentante in Libia, Ghassan Salamé resta comunque soprattutto la riunificazione delle varie autorità riconosciute della Libia, un punto di partenza indispensabile, ma che rischia di fallire se si baserà sulle attuali fragili premesse.
Oltre al quadro che abbiamo tracciato fin qui esiste infatti un’ultima criticità, che rischia di rendere le elezioni un ennesimo punto di rottura piuttosto che un’opportunità. Il problema riguarda nuovi attori, che sembrano essere attirati in Libia dalla finestra di possibilità offerta loro dalle elezioni. Due in particolare sembrano poter giocare un ruolo rilevante.
Il primo di essi è Basit Igtet, imprenditore libico da anni residente in Svizzera, che può vantare importanti legami con il Qatar e un ruolo non irrilevante avuto nel finanziamento degli oppositori di Gheddafi nella guerra civile e che oggi gode anche di un certo sostegno fra i giovani delle grandi città, come ha dimostrato la notevole manifestazione da lui guidata il 25 settembre scorso a Tripoli.
L’altra incognita è invece il ritorno di Sayf al-Islam, figlio di Gheddafi e a lungo volto moderato del regime del padre, che gode di non poco seguito fra la popolazione libica. Dopo essere rimasto prigioniero fino al 2016 del governo miliziano di Zintan, è stato recentemente graziato dalle autorità di Tobruk e potrebbe essere davvero uno dei favoriti, evocando spettri di un passato ancora molto vicino, nonostante la distanza politica col padre non sia messa in discussione.
Le problematiche sono molte e sicuramente la pacificazione della Libia sembra oggi lontana, ma, malgrado le difficoltà appaiano insormontabili, riuscire a tenere libere elezioni e formare un unico governo riconosciuto internazionalmente rappresenterebbe la base per poter costruire in futuro una pace nel paese. Tutto questo non può però prescindere da una ridefinizione degli obiettivi degli attori stranieri coinvolti, in modo da tenere in reale considerazione l’importanza del coinvolgimento della popolazione libica e da cessare di favorire la destabilizzazione del paese sostenendo alternativamente milizie rivali.