Le e-mail di Hillary Clinton e la Fratellanza

L’indagine dell’FBI sulle e-mail private di Hillary Clinton non verte su una negligenza in merito alle norme di sicurezza, ma su un complotto mirante a distrarre ogni traccia delle sue corrispondenze che avrebbero dovuto essere memorizzate sui server dello Stato federale. Potrebbe includere scambi su finanziamenti illeciti o su casi di corruzione, e altro sui collegamenti dei coniugi Clinton con i Fratelli Musulmani e i jihadisti.

| Damasco (Siria)

Il rilancio dell’inchiesta dell’FBI sulle e-mail private di Hillary Clinton non verte tanto su questioni di sicurezza, quanto su intrighi che potrebbero andare fino all’alto tradimento.

Tecnicamente, anziché utilizzare un server sicuro del governo federale, il Segretario di Stato aveva installato nel suo domicilio un server privato, in modo da poter utilizzare Internet senza lasciare tracce su una macchina dello Stato federale. Il tecnico privato della signora Clinton aveva ripulito il suo server prima dell’arrivo del FBI, così che non era possibile sapere il motivo per cui lei avesse messo in opera questo dispositivo.

Inizialmente, l’FBI ha osservato che il server privato non aveva subito la procedura di sicurezza del server del Dipartimento di Stato. La Clinton aveva quindi commesso solo un errore di sicurezza. In un secondo tempo, l’FBI ha sequestrato il computer dell’ex parlamentare Anthony Weiner. Costui è l’ex marito di Huma Abedin, capo dello staff di Hillary. Lì sono stati trovati messaggi di posta elettronica provenienti dalla Segretaria di Stato.
Anthony Weiner è un politico ebreo, molto vicino ai Clinton, che aspirava a diventare sindaco di New York. Fu costretto a dimettersi dopo uno scandalo assai puritano: aveva inviato SMS erotici a una giovane donna diversa da sua moglie. Huma Abedin si separò ufficialmente da lui nel corso di questa bufera, ma in realtà non lo lasciò.
Huma Abedin è una statunitense allevata in Arabia Saudita. Suo padre gestisce una rivista accademica – di cui è stata per anni la segretaria editoriale – che riproduce regolarmente il parere dei Fratelli Musulmani. Sua madre presiede l’associazione saudita delle donne che fanno parte della Fratellanza e ha lavorato con la moglie dell’ex presidente egiziano Mohamed Morsi. Suo fratello Hassan lavora per conto dello sceicco Yusuf al-Qaradawi, predicatore dei Fratelli Musulmani e consigliere spirituale di Al-Jazeera.

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In occasione di una visita ufficiale in Arabia Saudita, la segretaria di Stato visita il collegio Dar al-Hekma accompagnata da Saleha Abedin (madre del suo capo di gabinetto), presidente dell’Associazione delle Sorelle che fanno parte della Fratellanza.

Huma Abedin è oggi una figura centrale nella campagna elettorale clintoniana, accanto al responsabile della campagna, John Podesta, ex segretario generale della Casa Bianca sotto la presidenza di Bill Clinton. Podesta è inoltre il lobbista ufficiale del Regno dell’Arabia Saudita al Congresso, per la modica cifra di 200 mila dollari mensili. Il 12 giugno 2016, Petra, l’agenzia di stampa ufficiale della Giordania, ha pubblicato un’intervista con il principe ereditario saudita, Mohamed bin Salman, nella quale affermava la modernità della sua famiglia che aveva illegalmente finanziato circa il 20% della campagna presidenziale di Hillary Clinton, anche se si tratta di una donna. Il giorno dopo questa pubblicazione, l’agenzia ha annullato questo servizio e ha assicurato che il suo sito web era stato violato.

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Secondo l’agenzia di stampa giordana Petra (12 giugno 2016), la famiglia reale saudita ha illegalmente finanziato il 20% della campagna presidenziale di Hillary Clinton.

La signora Abedin non è l’unica componente dell’amministrazione Obama ad aver legami con la Fratellanza. Il fratellastro del presidente, Abon’go Malik Obama, è il tesoriere dell’Opera missionaria dei Fratelli in Sudan e presidente della Fondazione Barack H. Obama. Lavora direttamente sotto il comando del presidente sudanese Omar al-Bashir. Un Fratello musulmano è membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale, la più elevata istanza esecutiva negli Stati Uniti. Dal 2009 al 2012, è stato il caso di Mehdi K. Alhassani. Non si sa chi gli sia succeduto, ma la Casa Bianca aveva negato che un Fratello fosse membro del Consiglio fino a quando non emerse una prova. È inoltre un Fratello l’ambasciatore degli Stati Uniti alla Conferenza islamica, Rashad Hussain. Gli altri Fratelli identificati occupano funzioni meno importanti. Occorre tuttavia ricordare Louay M. Safi, attuale membro della Coalizione Nazionale siriana ed ex consigliere del Pentagono.

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Il presidente Obama e il suo fratellastro Malik Obama Abon’go nello Studio Ovale. Abon’go Malik è il tesoriere del lavoro missionario dei Fratelli Musulmani in Sudan.

Nell’aprile 2009, due mesi prima del suo discorso al Cairo, il presidente Obama aveva segretamente ricevuto una delegazione della Confraternita allo Studio Ovale. Aveva già invitato, in occasione del suo insediamento, Ingrid Mattson, la presidente dell’Associazione dei Fratelli e delle Sorelle Musulmani negli Stati Uniti.
Da parte sua, la Fondazione Clinton ha impiegato come responsabile del suo progetto “Clima” Gehad el-Haddad, uno dei dirigenti mondiali della Fratellanza che era stato fino ad allora responsabile di una trasmissione televisiva coranica. Suo padre era stato uno dei co-fondatori della Fratellanza nel 1951 in occasione della sua rifondazione da parte della CIA e dell’MI6. Gehad ha lasciato la fondazione nel 2012, quando al Cairo divenne il portavoce del candidato Mohamed Morsi, e in seguito quello ufficiale della Fratellanza Musulmana su scala mondiale.
Sapendo che la totalità dei leader jihadisti nel mondo sono emersi sia dalla Fratellanza sia dall’Ordine sufi Naqshbandi – le due componenti della Lega islamica mondiale, l’organizzazione saudita anti-nazionalista araba – vorremmo saperne di più sulle relazioni della signora Clinton con l’Arabia Saudita e i Fratelli.
Si scopre che nella squadra del suo sfidante Donald Trump, ci trova il generale Michael T. Flynn, che ha cercato di opporsi alla creazione del Califfato da parte della Casa Bianca e si è dimesso dalla direzione della Defense Intelligence Agency (Agenzia d’intelligence militare) per rimarcare la sua disapprovazione. Gli si affianca Frank Gaffney, un “reduce della guerra fredda”, ormai qualificato come “cospirazionista” per aver denunciato la presenza dei Fratelli nello Stato federale.
Va da sé che, dal punto di vista dell’FBI, tutto il sostegno alle organizzazioni jihadiste sia un reato, indipendentemente dalla politica della CIA. Nel 1991, la polizia – nonché il senatore John Kerry – avevano causato il fallimento della banca pakistana (benché registrata nelle Isole Cayman) BCCI, che la CIA utilizzava in ogni sorta di operazioni segrete con i Fratelli Musulmani e anche con i cartelli latini della droga.

Traduzione
Matzu Yagi

Fonte
Megachip-Globalist (Italia)

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L’estrema sinistra imperialista

Thierry Meyssan torna sul sostegno all’imperialismo degli Stati Uniti dell’estrema sinistra durante la guerra fredda e derive attuali. I piccoli gruppi che collaboravano coi socialdemocratici degli USA successivamente divennero il movimento neo-con e sostenitori di sinistra dei Fratelli musulmani e della “primavera araba”. Inoltre, divennero le volenterose spie della NED.
| Damasco (Siria)
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Sotto i presidenti Lyndon Johnson e Richard Nixon, la CIA cercò di arruolare attivisti comunisti nel modo e metterli contro Mosca e Pechino. Così, durante la guerra civile libanese, Riyadh al-Turqi ruppe col partito comunista siriano assieme a cinquanta attivisti, tra cui George Sabra e Michel Kilo.


Per non restare isolati, contattarono un piccolo gruppo di estrema sinistra statunitense, i Socialdemocratici degli Stati Uniti d’America, cui si affiliarono.
Negli “anni di piombo” che la Siria conobbe nel 1978-1982 con la campagna terroristica dei Fratelli musulmani, George Sabra e Michel Kilo ebbero dal capo dei socialdemocratici degli Stati Uniti d’America, Carl Gershman, l’indicazione di sostenere la Fratellanza. Pubblicarono un testo che garantiva che la rivoluzione mondiale era in corso e che i Fratelli musulmani erano l’avanguardia del proletariato, e che l’”Ora X” sarebbe arrivata dagli Stati Uniti. Furono arrestati per i loro legami con i terroristi.
Nel 1982, il presidente Reagan creò con i partner dei “cinque occhi”, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Regno Unito, una nuova agenzia d’intelligence per sostenere l’opposizione interna negli Stati comunisti, la National Endowment for Democracy (NED), camuffando tale agenzia intergovernativa da “ONG” finanziata direttamente dal Congresso, non dal governo federale, anche se rientra nel bilancio del dipartimento di Stato. La gestione fu affidata a Carl Gershman.
Gli attivisti del partito trotskista lo seguirono nel suo viaggio dalla sinistra alla destra repubblicana. Tra costoro, un gruppo di giornalisti della rivista sionista Commentary, che entreranno nella storia come i “neo-conservatori”, ed intellettuali come Paul Wolfowitz, poi vicesegretario alla Difesa.
Il punto d’incontro tra imperialismo e sinistra antisovietica degli Stati Uniti si ebbe sul concetto di “rivoluzione globale”. I trotskisti ebbero carta bianca nell’attuarla finché era contro i sovietici e non Washington e i suoi alleati.
Formarono i quattro rami della NED, uno per i sindacati, uno per i datori di lavoro, il terzo per i partiti di sinistra e il quarto per i partiti di destra. Ebbero così modo di supportare qualsiasi fazione politica o sociale, in qualsiasi parte del mondo.
Attualmente, il ramo per i corrotti partiti di destra, l’International Republican Institute (IRI), è guidato dal senatore John McCain, che è sia parlamentare dell’opposizione che funzionario dell’amministrazione che contesta. Il ramo per i partiti di sinistra, il National Democratic Institute (NDI), è guidato dall’ex-segretaria di Stato Madeleine Albright.
Durante la preparazione della “primavera araba”, l’estrema sinistra araba continuò a collaborare con i Fratelli musulmani, come il professor Munsif Marzuqi, futuro presidente tunisino, o il professor Burhan Galiun, futuro presidente del Consiglio nazionale siriano. Tali grandi laici scrissero i discorsi dell’algerino Abafa Madani, capo del Fronte di salvezza islamico esiliato in Qatar.
Il discorso dell’estrema sinistra è un’amalgama basata sulla convinzione che gli Stati arabi siano tutti uguali, che si tratti del re saudita Salman o del Presidente siriano al-Assad. Gli unici governi che rispettano sono quelli di Washington e Tel Aviv.
Oggi Galiun, Sabra e Kilo sono gli unici lasciti della presunta “rivoluzione siriana”; una falsa sinistra, non al servizio dell’umanità ma del dominio mondiale di Stati Uniti e Israele.

Traduzione
Alessandro Lattanzio
(Sito Aurora

Preso da: http://www.voltairenet.org/article193757.html

Assange contro Clinton: “guerra in Libia come biglietto da visita per la presidenza”

Assange: Clinton ha voluto intervenzione in Libia
Il fondatore di Wikileaks, l’esperto informatico Julian Assange, ha rilasciato una intervista esclusiva a RT (Russia Today). L’australiano ha parlato delle presidenziali USA e della sua attuale situazione giuridica. Si autodefinisce come “prigioniero politico dell’occidente“. Assange non esce da ormai 4 anni dall’ambasciata dell’Ecuador, sita in Londra. In concomitanza con le elezioni americane e l’approssimarsi dell’election day, l’Ecuador ha deciso di ridurre la connessione di Assange, affinché “non intervenga nel processo democratico americano”.

Assange: “Clinton vincerà perché sostenuta dall’establishment”

Secondo il fondatore di Wikileaks, la Clinton avrà la meglio su Trump, in quanto è “sostenuta dall’establishment. Tutti i maggiori gruppi di potere (lobby) supportano e finanziano Hillary Clinton. I maggiori poteri economici e finanziari del Paese sono con lei. Clinton è il punto centrale delle operazioni di un sistema controllato da grandi entità bancarie (come Goldman Sachs). E ancora, dai grandi agenti di Wall Street, dall’intelligence, dal dipartimento di Stato, i Sauditi e altri ancora. Lei è il perno incaricato di collegare questi elementi.” Nel ‘leak’ di alcune settimane fa, si evidenziava la posizione di favore della Clinton verso le banche, affermando che ha sempre fatto il possibile per garantire i loro interessi.

libia isis

Assange: “distruzione della Libia fu voluta da Clinton. Sarebbe stato il suo ‘biglietto da visita’ come segretaria di Stato e per la futura corsa alla presidenza.”

Julian Assange continua a parlare delle imminenti elezioni e attaccando il banco democratico. L’australiano assicura che all’interno delle mail riservate, “si riscontra la volontà di Hillary di intervenire in Libia. Sarebbe stato il suo biglietto da visita come segretaria di Stato. La gestione della crisi le avrebbe aperto le porte della corsa alla presidenza nel 2016. Obama era contrario all’intervento militare. Clinton era favorevole. Come conseguenza della crisi libica e dell’intervento statunitense, morirono oltre 40.000 persone. Sono saltati fuori i terroristi, e lo Stato Islamico. Ovvero, ciò che ha provocato la più grave crisi europea legata a rifugiati e immigrazione.

Hillary Clinton sondaggi usa 2016 presidenziali mappa elettorale stato per stato swing states

Il legame tra Clinton e Arabia Saudita

Infine, Assange assicura – sempre attraverso il filtraggio delle mail – che Clinton ha strettissimi rapporti con i Sauditi. “È risaputo che Arabia Saudita e Qatar finanziano l’ISIS. Per comprenedre la Clinton bisogna conoscere i suoi interessi economici con l’Arabia.”
Assange ha attaccato frontalmente l’ex-first lady, nell’esclusiva intervista rilasciata per RT. Il messaggio del fondatore di Wikileaks sarà capace di spostare gli equilibri? A pochi giorni dall’election day, la Clinton deve affrontare l’ennesimo attacco, dopo la riapertura dell’indagine federale dell’FBI. Trump – dopo un periodo caratterizzato dalla fuoriuscita di scandali sessuali – sembra essere uscito dall’occhio del ciclone. Poco meno di 72 ore e sapremo se questa è stata solo l’ultima illusione del magnate di New York. Chi vincerà tra l’anarchico Donald Trump e il “perno dell’establishment”, Hillary Clinton?

Preso da:  http://www.termometropolitico.it/1234653_assange-clinton-libia-elezioni-usa.html

Assange: “La Libia è stata la guerra di Hillary Clinton”

Le mail di Hillary Clinton diffuse da Wikileaks “rivelano un piano generale messo a punto mesi già prima dell’intervento occidentale in Libia nel marzo del 2012, doveva essere il ‘suo’ conflitto durante il mandato come segretaria di Stato, il trampolino da cui realizzare i suoi sogni da presidente”. Lo dice Julian Assange in un’intervista all’emittente russa RT smentendo che Mosca sia la fonte delle mail diffuse da Wikileaks. Il fondatore di Wikileaks parla dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra dove è rifugiato dal 2012 per sfuggire a una richiesta di estradizione degli Stati Uniti.

La Libia è stata la guerra di Hillary Clinton, più che di qualunque altro. Barack Obama all’inizio si opponeva. Chi era che la sosteneva? Hillary Clinton. E’ documentato dalle mail”, sottolinea Assange denunciando che oltre 1.700 mail delle 33mila pubblicate dal suo sito sono dedicate alla Libia. A motivarla “non era il petrolio a basso prezzo. Percepiva la destituzione di Gheddafi e il rovesciamento del suo governo come un elemento da usare per le elezioni da presidente. Alla fine del 2011 è stato prodotto un documento interno per Hillary Clinton chiamato ‘Libya Tick Tock’ che è una descrizione cronologica di come Hillary Clinton sia stata la figura centrale della distruzione dello stato libico”. Assange parla di Hillary come di “una persona divorata dalle sue ambizioni, tormentata letteralmente al punto da ammalarsene”.
Poi il capitolo Fbi. E’ diventata a tutti gli effetti la polizia politica americana e facendo cadere l’ex capo della Cia John Petraeus ha dimostrato che nessuno è intoccabile, dice il fondatore di Wikileaks. Nell’intervista Assange sottolinea che la nuova inchiesta del ‘bureau’ su Hillary Clinton è la risposta alla resistenza opposta in modo manifesto dall’ex segretaria di Stato alla precedente inchiesta sull’uso del suo server privato.
Assange denuncia il ‘filo rosso’ che corre lungo tutte le mail di Hillary pubblicate dal sito che ha fondato, ovvero il ‘pay to play’, accesso in cambio di soldi per stati, individui e corporation, l’elemento che, a detta di Assange, insieme alla copertura delle mail quando era segretario di Stato, ha creato le condizioni per l’aumento delle pressioni sull’Fbi che ha “ragioni” per indagare su di lei. Lo stesso Barack Obama, dice Assange, è stato “molto vicino agli interessi delle banche” nella sua prima campagna elettorale nel 2008.
“Hillary ha provocato la reazione dell’Fbi, che sta venendo alla luce ora, quando ha ostruito i ‘federali’ che cercavano di investigare il suo server privato”, afferma Assange, sottolineando che “l’Fbi cerca sempre di dimostrare che ‘nessuno ci può resistere'”, ma con la resistenza opposta da Hillary ha provocato “rabbia all’interno del bureau, perché ha fatto apparire l’Fbi debole”.

Preso da: http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2016/11/05/assange-nuova-inchiesta-fbi-hillary-clinton-risposta-alla-sua-resistenza_6GHFEZVSXSfQ2Q1yONTIHL.html

Libro: Racconti dalla tenda di Muammar Gheddafi

novembre 7, 2016   
Titolo: Racconti dalla tenda e altre riflessioni
Autore: Muammar Gheddafi
ISBN: 9788874427246
Prezzo: € 12,00
Anno: 2016
Pagine: 120
Editore: Armando Siciliano

Nella sofisticazione della Realtà capovolta, il demenziale “ribelle colorato” devoto al Califfo anglo-amerikano – che in­scena sgozzamenti sacrificali in video hollywoodiani per lo spaccio occidentale – diventa alibi e spada parodistica nello scannamento del Cinghiale. Il Cinghiale è il ribelle vero, il dissidente, l’incontrollados, perfino il Capo di Stato che nello spet­tacolo imperialista è da decenni rappresentato come cane rabbioso e mente diabolica dell’Asse del Male! (Reagan dixit, l’attore-presidente Usa). Gheddafi era odiato dai banditi imperialisti e dalle mo­narchie arabe ubriache fradicie di petrodollari. Gheddafi fu sempre irriverente verso quei Potenti della Terra che «quasi giunsero al conflitto per la divisione delle risorse della Luna, specialmente le risorse marine…, come scrive in uno dei racconti che pubblichiamo in questo volumetto. Gheddafi, l’ultimo Re dell’Africa, il più grande, colto e longevo leader anticolonialista che l’Antico Continente abbia mai avuto, aveva appena coniato la Moneta Africana di Sviluppo. … ecco il Cinghiale da sacrificare sugli altari dell’Alleanza Blasfema che saccheggia Madre Africa da secoli e tormenta il Mediterraneo dal 2011, riportandone indietro la Storia di al­meno un secolo. Gheddafi deve morire!

Cosa ne sai di Gheddafi?
Testamento

Per 40 anni, o forse di più, ho fatto tutto quello che ho potuto per dare al popolo case, ospedali, scuole. E quando avevano fame, gli ho dato cibo. Ho trasformato Bengasi da un deserto in terra fertile, ho resistito agli attacchi del cowboy Reagan quando, tentando di uccidermi, ha ucciso un’orfana, mia figlia adottiva, una povera bambina innocente. Ho aiutato i miei fratelli e le mie sorelle africani con denaro per l’Unione Africana. Ho fatto d i tutto per aiutare il popolo a comprendere il concetto di vera democrazia, nella quale comitati popolari governano il nostro paese. Per alcuni tutto questo non bastava mai, gente che aveva case di 10 stanze, abbigliamento e mobilio ricchi. Egoisti come sono, chiedevano sempre di più a spese degli altri, erano sempre insoddisfatti e dicevano agli Statunitensi e ad altri visitatori che volevano “democrazia” e “libertà”. Non si volevano rendere conto che si tratta di un sistema di tagliagole, dove il cane più grosso divora tutto. Si facevano incantare da queste parole, non rendendosi conto che negli Usa non c’erano medicine libere, ospedali liberi, case libere, istruzione libera, cibo garantito. Per costoro non bastava nulla che facessi, ma per gli altri ero il figlio di Gamal Abdel Nasser, l’unico vero leader arabo e musulmano che avessimo avuto dai tempi di Saladino, un uomo che restituì il Canale di Suez al suo popolo come io ho rivendicato la Libia per il mio popolo. Sono state le sue orme che ho cercato di seguire, per mantenere il mio popolo libero dal dominio coloniale, dai predoni che ci vorrebbero derubare…
Ora sono sotto attacco dalla più grande forza militare della storia. Il mio piccolo figlio africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, le nostre libere abitazioni, la nostra libera medicina, la nostra libera istruzione, il nostro cibo sicuro, e sostituirlo con il ladrocinio stile Usa chiamato “capitalismo”. Ma noi tutti, nel Terzo Mondo, sappiamo cosa ciò significhi. Significa che le imprese governano i paesi, il mondo, e che i popoli soffrono. Così per me non c’è alternativa, devo resistere e, se Allah vorrà, morirò seguendone la via, la via che ha arricchito il nostro paese di campi fertili, viveri, salute e ci ha perfino consentito di aiutare i nostri fratelli africani e arabi a lavorare qui con noi, nella Jamahiriya libica.
Non desidero morire, ma se dovessi arrivarci, per salvare questa terra, il mio popolo, le migliaia di miei figli, che allora sia.
Lasciate che questo testamento sia la mia voce al mondo. Dica che mi sono opposto agli attacchi dei crociati Nato, alla crudeltà, al tradimento, all’Occidente e alle sue ambizioni colonialiste. Che ho resistito insieme ai miei fratelli africani, ai miei veri fratelli arabi e musulmani. Ho cercato di fare luce, quando altrove si costruivano palazzi, ho vissuto in una casa modesta e in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non ho sprecato le nostre ricchezze nazionali e, come Saladino, il nostro grande condottiero musulmano che salvò Gerusalemme per l’Islam, ho preso poco per me…
In Occidente qualcuno mi ha definito “pazzo” e “demente”. Conoscono la verità, ma continuano a mentire. Sanno che la nostra terra è indipendente e libera, non soggetta al colonialismo. Sanno che la mia visione e il mio cammino sono sempre stati onesti e nell’interesse del mio popolo. Sanno che lotterò fino all’ultimo respiro per mantenerci liberi. Che Dio ci aiuti.

Muammar Gheddafi – Terra e Liberazione

La guerra infinita del Medio Oriente. Il caos come ultimo ordine possibile

Il caos totale avanza in Medio Oriente. E sarà un caos stabile, con periodi di forte tensione seguiti da tempi di improvvisa traquillità. E’ questa l’unica pace possibile per quelle terre?

BAGHDAD – Il caos totale avanza in Medio Oriente. Sarà, però, un caos stabile, in cui a periodi di forte tensione bellica seguiranno improvvisi tempi di tranquillità, e poi ancora guerra e calma. Per un periodo molto lungo, probabilmente anni.
La battaglia di Mosul e il dopo che nessuno vuole governare
La caduta di Mosul, ormai prossima, potrebbe innescare una pesante crisi diplomatica, e non solo, tra l’Iraq e la Turchia. I guerriglieri dell’Isis stanno per capitolare, peraltro senza aver opposto una dura resistenza: situazione che mette in evidenza come in questi anni gli sia stato lasciato campo libero. Chi gli ha permesso di governare indisturbati, vista l’evidente incapacità militare che stanno dimostrando? Almeno questo è ciò che traspare in queste ore, che vedono un’evoluzione sul campo molto veloce. L’aviazione statunitense sta bombardando duramente la città – oltre tremila ordigni sono stati sganciati – e i miliziani indietreggiano sempre più, chiudendosi nel centro storico. Dove potrebbero alzare il livello dello scontro con tecniche di guerriglia, anche sporche. Scenario scontato, quasi da copione.

I dubbi sul futuro di Mosul
Intorno a Mosul, e intorno al suo futuro, rimangono invece molti dubbi. Perché non è chiaro quale ruolo la Turchia stia giocando in questa guerra, come non è chiaro cosa voglia e con chi si stia coordinando. Il presidente Erdgann, come noto, ha più volte sostenuto che Mosul è un territorio perduto dell’ex impero ottomano, facendo così intendere che sulla seconda città più importante dell’Iraq ha delle mire precise. Il suo scopo è quello di contenere la spinta indipendentista kurda e prendere possesso dei ricchi giacimenti petroliferi della zona. E così, più la guerra prosegue, più i piani turchi potrebbero concretizzarsi. Per questa ragione, probabilmente, l’avanzata verso il cuore della città, e la radicale bonifica dei jihadisti che in esso ancora si rifugiano, procedono molto più rapidi di quanto preventivato. Il governo iracheno, con il prezioso alleato peshmerga, non vuole lasciare alcuno spazio di manovra all’esercito turco che sta ammassano uomini e mezzi poco al di là del confine con la Siria. Ma paradossalmente – situazione non nuova in questi territori – i miliziani potrebbero essere sostenuti proprio dai turchi, interessati al perdurare della battaglia che potrebbe portarli a dire il fatidico «interveniamo anche noi per risolvere la situazione». Una condizione fantapolitica, ma il medio oriente, come affonda la sua storia nel doppio gioco dei suoi governanti.
Turchia mina vagante
Il ministro turco della difesa, Fikri Isik, ha detto chiaramente che Ankara mantiene a Bashiqa, 35 km da Mosul, un folto avamposto militare sempre pronto ad intervenire. Condizione che fa infuriare il governo di Baghdad, ma non fa indietreggiare di un passo le truppe turche. Oltre mille miliziani sunniti delle Forze di mobilitazione nazionale (Hashid al Watani) sono pronti per marciare su Mosul. La ragione ufficiale che verrebbe utilizzata è classica: proteggere i civili sunniti, nonché i turcomanni, da possibili aggressioni delle milizie sciite delle Unità di mobilitazione popolare. L’esercito iracheno oggi è composto prettamente da soldati di fede sciita, che hanno rimpiazzato i sunniti del tempo di Saddam Hussein. Senza dimenticare i peshmerga. Non solo: la Turchia sostiene che l’avanzata, coperta e integrata anche da truppe iraniane, potrebbe raggiungere la Siria e agganciare l’assedio di Aleppo. Alterando un equilibrio che deve rimanere tale ancora per molto tempo. Nonostante i buoni rapporti che intercorrono tra la Turchia e il governo autonomo del Kurdistan, dovuti alla comune visione anti Pkk, i kurdi iracheni rimangono sospettosi sulle reali intenzioni del presidente Erdgan.
Russia e Turchia, quale alleanza?
Il «problema» sul terreno rimane sempre la presenza della Russia di Putin. Alleata della Turchia e alleata della Siria. Ma il Paese di Erdogan un tempo nemmeno troppo lontano sosteneva l’Isis. Quanto è probabile che la Turchia stia facendo il doppio gioco? Probabilmente, al termine degli assedi di Mosul e Aleppo avanzerà sul Nord della Siria e la occuperà militarmente. Sarà la contropartita per aver cessato di rifornire l’Isis di dollari e armi, nonché per aver chiuso un patto di non aggressione con la Russia di Putin? La Russia lascerà fare, facendo pagare ad Assad questo prezzo? Sarebbe il primo passo verso la ricostruzione dell’Impero ottomano, crollato al termine della prima guerra mondiale. Ma se l’avanzata turca sul Nord della Siria può ottenere un temporaneo il via libera russo,  questo non sarà possibile da parte dell’Iran, che pretende la totale integrità siriana. Per ragioni energetiche, dato che l’oleodotto che proviene dalla Persia per giungere allo sbocco sul mar Mediterraneo necessita di integrità territoriale.
Si sta quindi costituendo il califfato degli sciiti?
Da sempre oppressi, oggetto di repressione, gli sciiti stanno costituendo un immenso Stato che va dal Golfo Persico al mar Mediterraneo? La Siria rappresenta un’eccezione, perché la popolazione è prevalentemente sunnita ma l’èlite e sciita. Si tratterebbe quindi di un territorio immenso, avente come capitale Teheran. Questa situazione non può avverarsi ovviamente. Significherebbe portare il petrolio dell’Iran, nonché dall’Iraq ad esso politicamente e culturalmente vicino, in Europa senza passare dal canale di Suez. Non solo: si tratterebbe di portare un esercito molto forte direttamente al confine con Israele. Condizione inaccettabile sia per lo Stato ebraico che per gli Stati Uniti e la comunità internazionale.
La guerra infinita è l’unica pace possibile?
Solo guardando in prospettiva si può capire perché la guerra in Medio Oriente non finirà nel breve tempo, e probabilmente nemmeno nel lungo periodo. Perché ogni scenario successivo è ben peggiore di quello attuale. Gli Stati Uniti, quando decisero di invadere l’Iraq probabilmente non immaginavano quale disastro stavano costruendo. Una guerra a bassa intensità, come quella attuale, ha molteplici «vantaggi»: rende ancora competitivo sul  mercato il petrolio saudita, mantiene il potere geopolitico dell’Egitto grazie al canale di Suez, per altro di fresco raddoppio, mantiene la sicurezza di Israele, mantiene impegnata le forze armate della Russia, contiene le mire espansionistiche turche. E’ la «guerra infinita» di cui parlava George Bush, probabilmente la locuzione più incompresa della storia.

Preso da: http://esteri.diariodelweb.it/esteri/articolo/?nid=20161103_395072

ALTO TRADIMENTO – la FRANCIA contro l’ITALIA e contro lo sviluppo del nord AFRICA – la caduta del governo Berlusconi – la debacle della economia ITALIANA (pubblicato da Francesco Bongiovanni su testo e parole di Mauro Mellini )

Questo articolo e questo video di Mauro Mellini ,tratta del grave atto di ALTO TRADIMENTO compiuto dal Presidente della Repubblica Napolitano,che acconsenti’ alla invasione della Libia,e alla uccisione di Gheddafi,da parte di Francesi e Inglesi.Tale atto criminale venne iniziato su bugie francesi e fu fondamentale per la caduta dolosa del Governo di Silvio Berlusconi e per la debacle della economia italiana.
prefazione di @Francesco Bongiovanni 23.7.2018 –
Segue articolo di Mauro Mellini.

ALTO TRADIMENTO
di Mauro Mellini
22 marzo 2018

Alto Tradimento
L’Italia, già lo sapevamo, era stata “parte lesa” nella vicenda del dissennato attacco alla Libia di sette anni fa con il quale Francia ed Inghilterra distrussero lo Stato tenuto assieme dal grottesco dittatore Gheddafi, che tuttavia era l’unico Stato africano affidabile sotto diversi punti di vista (funzionava l’accordo con l’Italia, per limitare e filtrare l’ondata migratoria ed ottimi erano i molti rapporti in fatto di rifornimenti energetici).

Parte lesa di una brutale e sciocca spoliazione soprattutto francese dei nostri beni ed interessi, o, piuttosto, dovremmo dire, vandalica distruzione, perché la Francia si ritrova ora con in mano una economia disastrata di un Paese disgregato.

Ma la storia di quella sciagurata vicenda di violenta politica neocoloniale ha arrecato all’Italia, danni ancora più gravi e, se le responsabilità dei governanti francesi e britannici sono gravi ed imperdonabili e gravi è la responsabilità del Presidente americano Barack Obama, convinto a consentire l’aggressione da Hillary Clinton, Segretaria di Stato Usa, da noi le responsabilità del più clamoroso errore in fatto di politica nei Paesi ex coloniali si intreccia con un’altra vergognosa vicenda, nella quale un altro Presidente della Repubblica, quello italiano, che, diversamente da Nicolas Sarkozy non è stato messo in stato di fermo, ha avuto un ruolo non secondario, che, secondo la nostra Costituzione (che non trova riscontro nel Codice penale) è definibile sicuramente come altro tradimento.

Giorgio Napolitano fu il fautore accanito e spregiudicato della riluttante adesione italiana all’assalto alla Libia (utilizzazione delle basi e “apertura” dello spazio aereo). Napolitano, ex esponente, anche se non di primissimo piano, del Partito Comunista Italiano, si era ritrovato a godere della qualifica di “democratico” senza aver dovuto cambiare appartenenza e (formalmente) opinione, semplicemente perché volentieri fu regalato al Partito Comunista, magari con un’etichetta un po’ modificata, quella qualifica di cui egli, poi, fruttuosamente si avvalse per la sua carriera politica. La sua responsabilità nella vicenda libica non è solo quella di avere sostenuto la tesi dell’aggressione al di là delle posizioni e opinioni del Governo in carica (cosa che è, almeno, una grave scorrettezza costituzionale). In questi giorni testimoni che seguirono da vicino i contatti e i contrasti tra Napolitano e Berlusconi, Presidente del Consiglio, assolutamente contrario e poi riluttante di fronte alle insistenze del capo dello Stato, attestano che Napolitano “fece valere” il suo ruolo di capo delle Forze armate. Che un Presidente della Repubblica, esponente e simbolo dell’unità nazionale, si avvalga di un ruolo particolare e di un particolare apparato dello Stato per imporre al Governo, responsabile di fronte al Parlamento, decisioni, tra l’altro, in un campo diverso da quello oggetto delle funzioni connesse a tale ruolo, è di per sé un comportamento eversivo.

Ma non basta. Napolitano si avvalse, per imporre la sua volontà a Berlusconi, di mezzi e personaggi che stavano dando prova di slealtà e di disinvolte prevaricazioni. Un modo certamente ambiguo (almeno) lo ebbe Franco Frattini, ministro degli Esteri (quello che, nella “Navicella” dei Parlamentari, aveva la singolare annotazione: “ama le arrampicate”). Pare che Frattini si ripromettesse di ricavare da questo suo “remar contro” la posizione del governo di cui faceva parte, la nomina a Segretario generale della Nato. Tutti i gusti sono gusti. Frattini è un magistrato, consigliere di Stato. Si direbbe che non gli è andata bene. È tornato a fare il suo mestiere.

Ma un vero e proprio concorso in un reato contro il libero esercizio delle funzioni di Presidente del Consiglio per vincerne la riluttanza a dare una mano all’aggressione anglo-francese lo ebbe la Magistratura Ordinaria. I magistrati e le magistrate delle Procure e dei Tribunali di mezza Italia, impegnati in una frenetica operazione di rottamazione e di demonizzazione di Berlusconi. Il Partito dei Magistrati aveva per suo conto già ridotto Berlusconi in una condizione tale da non potere affrontare uno scontro aperto con un capo dello Stato che dimostrava di “giuocare sporco”. Non c’è bisogno di accertare se, in quella contingenza, vi furono appositi e specifici contatti del Quirinale con esponenti della Magistratura. Né vi è bisogno di fare ricorso alla figura giuridica (si fa per dire) del “concorso esterno”. È singolare che la magistratura, che ha una particolare propensione per l’affermazione della esistenza di fumosi complotti e di malefatte di ogni genere dei poteri forti, in questo caso in cui il complotto con lo straniero è provato e se ne conoscono i responsabili, non abbia sollevato il benché minimo sospetto al riguardo. E non è un caso che di questo attentato vero alla Costituzione e di questo vero tradimento del nostro Paese, il Partito dei Magistrati, sia stato, invece, parte corresponsabile di primo piano.

Che cosa si ripromettesse Napolitano, oltre alla rottamazione di Berlusconi e dal suo definitivo accantonamento, non lo sappiamo. Del resto è abbastanza naturale che egli cercasse anche sul piano internazionale, di vedere apprezzato il suo recente e fragile presagio all’Occidente (certo non al meglio di esso).

Anche se l’“Alto tradimento”, cui fa riferimento l’articolo 90 della Costituzione non trova nel Codice penale una collocazione e una specificazione che sarebbero state opportune, è certo che l’atteggiamento di Giorgio Napolitano in quella vicenda, sia per il debordare dai limiti della sua pure altissima funzione, sia per quel gravissimo ricorso che egli avrebbe fatto al ruolo di capo delle Forze armate per costringere il responsabile del Governo e della politica generale del Paese a desistere da ogni riluttanza ad un atto di guerra, sia perché così operando erano favoriti interessi stranieri e danneggiati quelli economici e politici del nostro Paese, è chiaro che si è trattato di alto tradimento.

Oggi 23 marzo 2018, il responsabile di quel reato presiede, come il senatore più anziano, il Senato nella sua prima seduta della nuova legislatura. È fuori del Parlamento, “in castigo”, la vittima “personale” del tradimento: Silvio Berlusconi. Che, se è colpevole, è colpevole di non aver gridato alto e forte che il crimine veniva commesso. Contro di lui, ma anzitutto contro l’Italia.